LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 321
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Ma io non mi maraviglio, sendo voi risucitatore di uomini morti, che voi allunghiate vita ai vivi, o vero che i mal vivi furiate per infinito tempo alla morte.
E per abreviare, io son tutto, come son, vostro.
Michelagnolo Buonaruoti in Roma.
Mentre che queste cose si travagliavano e che la nazione cercava di far danari, nacquero certe difficultà, per che non conclusero niente, e così la cosa si raffreddò.
Intanto avendo già fatto il Vasari e l'Ammannato cavare a Carrara tutti i marmi, se ne mandò a Roma gran parte, e così l'Ammannato con essi, scrivendo per lui il Vasari al Buonaruoto che facessi intendere al Papa dove voleva questa sepoltura, e che avendo l'ordine facessi fondare, sùbito che Michelagnolo ebbe la lettera, parlò al nostro signore e scrisse al Vasari questa resoluzione di man sua:
Messer Giorgio mio caro.
Sùbito che Bartolomeo fu giunto qua, andai a parlare al Papa, e, visto che voleva fare rifondare a Montorio per le sepolture, provveddi d'un muratore di San Piero.
El Tantecose lo seppe e volsevi mandare uno a suo modo; io per non combattere con chi dà le mosse a' venti, mi son tirato adreto, perché essendo uomo leggeri, non vorrei essere trasportato in qualche macchia.
Basta che nella chiesa de' fiorentini non mi pare s'abbia più a pensare.
Tornate presto e state sano.
Altro non mi accade.
Addì 13 di ottobre 1550.
Chiamava Michelagnolo il Tantecose monsignor di Furlì, perché voleva fare ogni cosa.
Essendo maestro di camera del Papa, provedeva per le medaglie, gioie, camei e figurine di bronzo, pitture, disegni, e voleva che ogni cosa dipendessi da lui.
Volentieri fuggiva Michelagnolo questo uomo perché aveva fatto sempre ufizii contrarii al bisogno di Michelagnolo, e perciò dubitava non essere da l'ambizione di questo uomo trasportato in qualche macchia.
Basta che la nazione fiorentina perse per quella chiesa una bellissima occasione, che Dio sa quando la racquisterà già mai, et a me ne dolse infinitamente.
Non ho voluto mancare di fare questa breve memoria perché si vegga che questo uomo cercò di giovare sempre alla nazione sua et agli amici suoi et all'arte.
Né fu tornato a pena il Vasari a Roma, che innanzi che fussi il principio dell'anno 1551, la setta sangallesca aveva ordinato contro Michelagnolo un trattato, che il Papa dovessi fare congregazione in San Pietro, e ragunare i fabriceri e tutti quegli che avevono la cura per mostrare con false calumnie a Sua Santità che Michelagnolo aveva guasto quella fabrica: perché avendo egli già murato la nicchia del re, dove sono le tre cappelle, e condottole con le tre finestre sopra, né sapendo quel che si voleva fare nella volta, con giudizio debole avevano dato ad intendere al cardinale Salviati vecchio et a Marcello Cervino, che fu poi papa, che San Piero rimaneva con poco lume.
Là dove ragunati tutti, il Papa disse a Michelagnolo che i deputati dicevano che quella nicchia arebbe reso poco lume.
Gli rispose: "Io vorrei sentire parlare questi deputati".
Il cardinale Marcello rispose: "Siàn noi".
Michelagnolo gli disse: "Monsignore, sopra queste finestre, nella volta che s'ha a fare di trevertini ne va tre altre".
"Voi non ce l'avete mai detto" disse il cardinale, e Michelagnolo soggiunse: "Io non sono, né manco voglio essere obligato a dirlo, né alla signoria vostra né a nessuno, quel che io debbo o voglio fare; l'ufizio vostro è di far venire danari et avere loro cura dai ladri, et a' disegni della fabbrica ne avete a lasciare il carico a me".
E voltossi al Papa e disse: "Padre Santo, vedete quel che io guadagno, che se queste fatiche che io duro non mi giovano all'anima, io perdo tempo e l'opera".
Il Papa, che lo amava, gli messe le mani in sulle spalle e disse: "Voi guadagnate per l'anima e per il corpo, non dubitate", e per aversegli saputo levare dinanzi, gli crebbe il Papa amore infinitamente e comandò a lui et al Vasari che 'l giorno seguente amendue fussino alla vigna Iulia; nel qual luogo ebbe molti ragionamenti seco, che condussero quell'opera quasi alla bellezza che ella è, né faceva né deliberava cosa nessuna di disegno senza il parere e giudizio suo.
Et in fra l'altre volse, perché egli ci andava spesso col Vasari, stando Sua Santità intorno alla fonte dell'Acqua Vergine con dodici cardinali, arrivato Michelagnolo volse (dico) il Papa per forza che Michelagnolo gli sedessi allato, quantunque egli umilissimamente il recusassi, onorando lui sempre, quanto è possibile, la virtù sua.
Fecegli fare un modello d'una facciata per un palazzo che Sua Santità desiderava fare allato a San Rocco, volendosi servire del mausoleo di Augusto per il resto della muraglia; che non si può vedere per disegno di facciata, né il più vario, né il più ornato, né il più nuovo di maniera e di ordine, avenga, come s'è visto in tutte le cose sue, che e' non s'è mai voluto obligare a legge, o antica, o moderna di cose d'architettura, come quegli che ha auto l'ingegno atto a trovare sempre cose nuove e varie e non punto men belle.
Questo modello è oggi appresso il duca Cosimo de' Medici, che gli fu donato da papa Pio Quarto, quando gli andò a Roma, che lo tiene fra le sue cose più care.
Portò tanto rispetto questo Papa a Michelagnolo, che del continuo prese la sua protezione contro a cardinali et altri che cercavano calunniarlo, e volse che sempre per valenti e reputati che fussino gli artefici andassino a trovarlo a casa, e gli ebbe tanto rispetto e reverenza, che non si ardiva Sua Santità per non gli dare fastidio a richiederlo di molte cose, che Michelagnolo ancor che fussi vecchio poteva fare.
Aveva Michelagnolo fino nel tempo di Paulo Terzo per suo ordine dato principio a far rifondare il ponte Santa Maria di Roma, il quale per il corso dell'acqua continuo e per l'antichità sua era indebolito e rovinava.
Fu ordinato da Michelagnolo per via di casse il rifondare e fare diligenti ripari alle pile, e di già ne aveva condotto a fine una gran parte e fatto spese grosse in legnami e trevertini a benefizio di quella opera, e venendosi nel tempo di Giulio Terzo in congregazione coi cherici di camera in pratica di dargli fine, fu proposto fra loro da Nanni di Baccio Bigio architetto, che con poco tempo e somma di danari si sarebbe finito, allogando in cottimo a lui; e con certo modo allegavano sotto spezie di bene per isgravar Michelagnolo, perché era vecchio e che non se ne curava, e stando così la cosa non se ne verrebbe mai a fine.
Il Papa, che voleva poche brighe, non pensando a quel che poteva nascere, diede autorità a' cherici di camera che come cosa loro n'avessino cura, i quali lo dettono poi, senza che Michelagnolo ne sapessi altro, con tutte quelle materie con patto libero a Nanni; il quale non attese a quelle fortificazioni, come era necessario a rifondarlo, ma lo scaricò di peso per vendere gran numero di trevertini di che era rifiancato e solicato anticamente il ponte, che venivano a gravarlo e facevanlo più forte e sicuro e più gagliardo, mettendovi in quel cambio materia di ghiaie et altri getti, che non si vedeva alcun difetto di drento, e di fuori vi fece sponde et altre cose, che a vederlo pareva rinovato tutto, ma indebolito totalmente e tutto assottigliato.
Seguì da poi cinque anni dopo, che venendo la piena del diluvio l'anno 1557, egli rovinò di maniera, che fece conoscere il poco giudizio de' cherici di camera, e 'l danno che ricevé Roma per partirsi dal consiglio di Michelagnolo, il quale predisse questa sua rovina molte volte a' suoi amici et a me, che mi ricordo passandovi insieme a cavallo che mi diceva: "Giorgio, questo ponte ci triema sotto; sollecitiamo il cavalcare, che non rovini in mentre ci siàn su".
Ma tornando al ragionamento di sopra, finito che fu l'opera di Montorio e con molta mia satisfazione, io tornai a Fiorenza per servizio del duca Cosimo, che fu l'anno 1554.
Dolse a Michelagnolo la partita del Vasari e parimente a Giorgio, avenga che ogni giorno que' suoi aversarii ora per una via or per un'altra lo travagliavano: per il che non mancarono giornalmente l'uno a l'altro scriversi, e l'anno medesimo d'aprile dandogli nuova il Vasari che Lionardo nipote di Michelagnolo aveva avuto un figliuolo mastio, e con onorato corteo di donne nobilissime l'avevano accompagnato al battesimo, rinovando il nome del Buonaruoto, Michelagnolo rispose in una lettera al Vasari queste parole:
Giorgio amico caro.
Io ho preso grandissimo piacere della vostra, visto che pur vi ricordate del povero vecchio, e più per esservi trovato al trionfo, che mi scrivete d'aver visto rinascere un altro Buonaruoto, del quale aviso vi ringrazio quanto so e posso; ma ben mi dispiace tal pompa, perché l'uomo non dee ridere quando il mondo tutto piange.
Però mi pare che Lionardo non abbia a fare tanta festa d'uno che nasce, con quella allegrezza che s'ha a serbare alla morte di chi è ben vissuto.
Né vi maravigliate se non rispondo subito: lo fo per non parere mercante.
Ora io vi dico che per le molte lode, che per detta mi date, se io ne meritassi sol una, mi parrebbe, quando io mi vi detti in anima et in corpo, avervi dato qualcosa, et aver sadisfatto a qualche minima parte di quel che io vi son debitore; dove vi ricognosco ogni ora creditore di molte più che io non ho da pagare.
E perché son vecchio oramai non spero in questa, ma nell'altra vita potere pareggiare il conto: però vi prego di pazienzia, e son vostro, e le cose di qua stan pur così.
Aveva già nel tempo di Paulo Terzo mandato il duca Cosimo il Tribolo a Roma per vedere se egli avesse potuto persuadere Michelagnolo a ritornare a Fiorenza, per dar fine alla sagrestia di San Lorenzo.
Ma scusandosi Michelagnolo che invecchiato non poteva più il peso delle fatiche, e con molte ragioni lo escluse, che non poteva partirsi di Roma.
Onde il Tribolo dimandò finalmente della scala della libreria di San Lorenzo, della quale Michelagnolo aveva fatto fare molte pietre, e non ce n'era modello né certezza appunto della forma; e quantunque ci fussero segni in terra in un mattonato et altri schizzi di terra, la propria et ultima risoluzione non se ne trovava.
Dove per preghi che facessi il Tribolo e ci mescolassi il nome del Duca, non rispose mai altro, se non che non se ne ricordava.
Fu dato dal duca Cosimo ordine al Vasari che scrivesse a Michelagnolo che gli mandassi a dire che fine avesse a avere questa scala; ché forse per l'amicizia et amore che gli portava, doverebbe dire qualcosa, che sarebbe cagione che venendo tal risoluzione ella si finirebbe.
Scrisse il Vasari a Michelagnolo l'animo del Duca, e che tutto quel che si aveva a condurre toccherebbe a lui esserne lo essecutore, il che farebbe con quella fede che sapeva che e' soleva aver cura delle cose sue.
Per il che mandò Michelagnolo l'ordine di far detta scala in una lettera di sua mano addì 28 di settembre 1555:
Messer Giorgio amico caro.
Circa la scala della libreria, di che m'è stato tanto parlato, crediate che se io mi potessi ricordare come io l'avevo ordinata, che io non mi farei pregare.
Mi torna bene nella mente come un sogno una certa scala, ma non credo che sia appunto quella che io pensai allora, perché mi torna cosa goffa; pure la scriverò qui, cioè che i' togliessi una quantità di scatole aovate di fondo d'un palmo l'una, ma non d'una lunghezza e larghezza, e la maggiore e prima ponessi in sul pavimento, lontana dal muro dalla porta tanto quanto volete che la scala sia dolce o cruda; et un'altra ne mettessi sopra questa che fussi tanto minore per ogni verso, che in sulla prima di sotto avanzassi tanto piano, quanto vuole il piè per salire, diminuendole e ritirandole verso la porta fra l'una e l'altra, sempre per salire, e che la diminuzione dell'ultimo grado sia quant'è 'l vano della porta, e detta parte di scala aovata abbi come dua ale, una di qua et una di là, che vi seguitino i medesimi gradi e non aovati.
Di queste serva il mezzo per il signore dal mezzo in su di detta scala, e rivolte di dette alie ritornino al muro; dal mezzo in giù insino in sul pavimento si discostino con tutta la scala dal muro circa tre palmi, in modo che l'imbasamento del ricetto non sia occupato in luogo nessuno, e resti libera ogni faccia.
Io scrivo cosa da ridere, ma so ben che voi troverete cosa al proposito.
Scrisse ancora Michelagnolo in que' dì al Vasari che essendo morto Giulio Terzo, e creato Marcello, la setta gli era contro, per la nuova creazione di quel Pontefice cominciò di nuovo a travagliarlo; per il che sentendo ciò il Duca, e dispiacendogli questi modi, fece scrivere a Giorgio e dirli che doveva partirsi di Roma e venirsene a stare in Fiorenza, dove quel Duca non desiderava altro, se non talvolta consigliarsi per le sue fabriche secondo i suoi disegni e che arebbe da quel signore tutto quello che e' desiderava, senza far niente di sua mano.
E di nuovo gli fu per Messer Lionardo Marinozzi cameriere segreto del duca Cosimo portate lettere scritte da sua eccellenza e così dal Vasari.
Dove essendo morto Marcello e creato Paulo Quarto, dal quale di nuovo gli era stato, in quel principio che egli andò a baciare il piede, fatte offerte assai, in desiderio della fine della fabbrica di San Pietro, e l'obligo, che gli pareva avervi, lo tenne fermo, e pigliando certe scuse scrisse al Duca che non poteva per allora servirlo, et una lettera al Vasari con queste parole proprie:
Messer Giorgio amico caro.
Io chiamo Iddio in testimonio, come io fu' contra mia voglia con grandissima forza messo da papa Paulo Terzo nella fabbrica di San Pietro di Roma dieci anni sono; e se si fussi seguitato fino a oggi di lavorare in detta fabbrica come si faceva allora, io sarei ora a quello di detta fabbrica, ch'io desidererei tornarmi costà; ma per mancamento di danari la s'è molto allentata, et allentasi quando l'è giunta in più faticose e dificil parti, in modo che abandonandola ora non sarebbe altro che con grandissima vergogna e peccato perdere il premio delle fatiche che io ho durate in detti dieci anni per l'amor de Dio.
Io vi ho fatto questo discorso per risposta della vostra, e perché ho una lettera del Duca, m'ha fatto molto maravigliare che sua signoria si sia degnata a scrivere con tanta dolcezza.
Ne ringrazio Iddio e sua eccellenza quanto so e posso.
Io esco di proposito, perché ho perduto la memoria e 'l cervello, e lo scrivere m'è di grande affanno, perché non è mia arte.
La conclusione è questa: di farvi intendere quel che segue dello abandonare la sopra detta fabbrica, e partirsi di qua: la prima cosa contenterei parecchi ladri, e sarei cagione della sua rovina, e forse ancora del serrarsi per sempre.
Seguitando di scrivere Michelagnolo a Giorgio, gli disse per escusazione sua col Duca, che avendo casa e molte cose a comodo suo in Roma, che valevano migliaia di scudi, oltra a l'esser indisposto della vita per renella, fianco e pietra, come hanno tutti e' vecchi e come ne poteva far fede maestro Eraldo suo medico, del quale si lodava dopo Dio avere la vita da lui, per che per queste cagioni non poteva partirsi, e che finalmente non gli bastava l'animo se non di morire.
Raccomandavasi al Vasari come per più altre lettere, che ha di suo, che lo raccomandassi al Duca che gli perdonassi oltra a quello che (come ho detto) gli scrisse al Duca in escusazione sua.
E se Michelagnolo fussi stato da poter cavalcare sarebbe subito venuto a Fiorenza, onde credo che non si sarebbe saputo poi partire per ritornarsene a Roma, tanto lo mosse la tenerezza e l'amore che portava al Duca; et intanto attendeva a lavorare in detta fabbrica in molti luoghi, per fermarla ch'ella non potesse essere più mossa.
In questo mentre alcuni gli avevon referto che papa Paulo Quarto era d'animo di fargli acconciare la facciata della cappella dove è il Giudizio Universale, perché diceva che quelle figure mostravano le parte vergognose troppo disonestamente: là dove fu fatto intendere l'animo del Papa a Michelagnolo il quale rispose: "Dite al Papa che questa è piccola faccenda, e che facilmente si può acconciare; che acconci egli il mondo, che le pitture si acconciano presto".
Fu tolto a Michelagnolo l'ufizio della cancelleria di Rimini; non volse mai parlare al Papa, che non sapeva la cosa, il quale dal suo coppiere gli fu levato col volergli fare dare per conto della fabbrica di San Piero scudi cento il mese, che fattogli portare una mesata a casa, Michelagnolo non gli accettò.
L'anno medesimo gli nacque la morte di Urbino suo servidore, anzi come si può chiamare e come aveva fatto, suo compagno: questo venne a stare con Michelagnolo a Fiorenza l'anno 1530, finito l'assedio, quando Antonio Mini suo discepolo andò in Francia, et usò grandissima servitù a Michelagnolo, tanto che in ventisei anni quella servitù e dimestichezza fece che Michelagnolo lo fé ricco e l'amò tanto, che così vecchio in questa sua malattia lo servì e dormiva la notte vestito a guardarlo.
Per il che dopo che fu morto, il Vasari per confortarlo gli scrisse et egli rispose con queste parole:
Messer Giorgio mio caro, io posso male scrivere, pur per risposta della vostra lettera dirò qualche cosa.
Voi sapete come Urbino è morto: di che m'è stato grandissima grazia di Dio, ma con grave mio danno et infinito dolore.
La grazia è stata che dove in vita mi teneva vivo, morendo m'ha insegnato morire non con dispiacere, ma con desiderio della morte.
Io l'ho tenuto ventisei anni e hollo trovato rarissimo e fedele, et ora che lo avevo fatto ricco e che io l'aspettavo bastone e riposo della mia vecchiezza, m'è sparito, né m'è rimasto altra speranza che di rivederlo in Paradiso.
E di questo n'ha mostro segno Iddio per la felicissima morte che ha fatto, che più assai che 'l morire gli è incresciuto lasciarmi in questo mondo traditore con tanti affanni; benché la maggior parte di me n'è ita seco, né mi rimane altro che una infinita miseria; e mi vi raccomando.
Fu adoperato al tempo di Paulo Quarto nelle fortificazioni di Roma in più luoghi, e da Salustio Peruzzi, a chi quel Papa, come s'è detto altrove, aveva dato a fare il portone di Castello Santo Agnolo, oggi la metà rovinato; si adoperò ancora a dispensare le statue di quella opera e vedere i modelli degli scultori e correggerli.
Et in quel tempo venne vicino a Roma lo esercito franzese, dove pensò Michelagnolo con quella città avere a capitare male; dove Antonio Franzese da Castel Durante, che gli aveva lassato Urbino in casa per servirlo nella sua morte, si risolvé fuggirsi di Roma, e segretamente andò Michelagnolo nelle montagne di Spuleto; dove egli visitando certi luoghi di romitori, nel qual tempo scrivendoli il Vasari e mandandogli una operetta, che Carlo Lenzoni cittadino fiorentino alla morte sua aveva lasciata a Messer Cosimo Bartoli, che dovessi farla stampare e dirizzare a Michelagnolo, finita che ella fu in que' dì la mandò il Vasari a Michelagnolo, che ricevuta, rispose così:
Messer Giorgio amico caro.
Io ho ricevuto il libretto di Messer Cosimo che voi mi mandate, et in questa sarà una di ringraziamento; pregovi che gliene diate, et a quella mi raccomando.
Io ho avuto a questi dì con gran disagio e spesa e gran piacere nelle montagne di Spuleti a visitare que' romiti, in modo che io son ritornato men che mezzo a Roma, perché veramente e' non si trova pace se non ne' boschi.
Altro non ho che dirvi, mi piace che stiate sano e lieto, e mi vi raccomando.
De' 18 di settembre 1556.
Lavorava Michelagnolo quasi ogni giorno per suo passatempo intorno a quella pietra che s'è già ragionato, con le quattro figure, la quale egli spezzò in questo tempo per queste cagioni: perché quel sasso aveva molti smerigli et era duro e faceva spesso fuoco nello scarpello; o fusse pure che il giudizio di quello uomo fussi tanto grande che non si contentava mai di cosa che e' facessi: e che e' sia il vero, delle sue statue se ne vede poche finite nella sua virilità, ché le finite affatto sono state condotte da lui nella sua gioventù, come il Bacco, la Pietà della Febre, il Gigante di Fiorenza, il Cristo della Minerva, che queste non è possibile né crescere né diminuire un grano di panìco senza nuocere loro; l'altre del duca Giuliano e Lorenzo, Notte et Aurora, e 'l Moisè con altre dua in fuori, che non arrivano tutte a undici statue, l'altre dico sono state imperfette, e son molte maggiormente, come quello che usava dire, che se s'avessi avuto a contentare di quel che faceva, n'arebbe mandate poche, anzi, nessuna fuora; vedendosi ch'egli era ito tanto con l'arte e col giudizio innanzi, che com'egli aveva scoperto una figura e conosciutovi un minimo che d'errore, la lasciava stare e correva a manimettere un altro marmo, pensando non avere a venire a quel medesimo; et egli spesso diceva essere questa la cagione che egli diceva d'aver fatto sì poche statue e pitture.
Questa Pietà, come fu rotta, la donò a Francesco Bandini.
In questo tempo Tiberio Calcagni scultore fiorentino era divenuto molto amico di Michelagnolo, per mezzo di Francesco Bandini e di Messer Donato Giannotti, et essendo un giorno in casa di Michelagnolo dove era rotta questa Pietà, dopo lungo ragionamento li dimandò per che cagione l'avessi rotta e guasto tante maravigliose fatiche: rispose esserne cagione la importunità di Urbino suo servidore, che ogni dì lo sollecitava a finirla, e che fra l'altre cose gli venne levato un pezzo d'un gomito della Madonna, e che prima ancora se l'era recata in odio e ci aveva avuto molte disgrazie attorno di un pelo che v'era; dove scappatogli la pazienzia la roppe, e la voleva rompere affatto, se Antonio suo servidore non se gli fusse raccomandato che così com'era gliene donassi.
Dove Tiberio inteso ciò, parlò al Bandino, che desiderava di avere qualcosa di mano sua, et il Bandino operò che Tiberio promettessi a Antonio scudi duecento d'oro, e pregò Michelagnolo che se volessi che con suo aiuto di modelli Tiberio la finissi per il Bandino, saria cagione che quelle fatiche non sarebbono gettate invano, e ne fu contento Michelagnolo; là dove ne fece loro un presente.
Questa fu portata via subito e rimessa insieme poi da Tiberio, e rifatto non so che pezzi, ma rimase imperfetta per la morte del Bandino, di Michelagnolo e di Tiberio.
Truovasi al presente nelle mani di Pierantonio Bandini, figliuolo di Francesco, alla sua vigna di Monte Cavallo.
E tornando a Michelagnolo, fu necessario trovar qualcosa poi di marmo perché e' potessi ogni giorno passar tempo scarpellando, e fu messo un altro pezzo di marmo, dove era stato già abbozzato un'altra Pietà, varia da quella, molto minore.
Era entrato a servire Paulo Quarto Pirro Ligorio architetto, e sopra alla fabbrica di San Piero, e di nuovo travagliava Michelagnolo, et andavano dicendo che egli era rimbambito.
Onde sdegnato da queste cose volentieri se ne sarebbe tornato a Fiorenza, e soprastato a tornarsene, fu di nuovo da Giorgio sollecitato con lettere; ma egli conosceva d'esser tanto invecchiato e condotto già alla età di ottantun anno, scrivendo al Vasari in quel tempo per suo ordinario, e mandandogli varii sonetti spirituali, gli diceva che era al fine della vita, che guardassi dove egli teneva i suoi pensieri, leggendo vedrebbe che era alle ventiquattro ore, e non nasceva pensiero in lui che non vi fussi scolpita la morte, dicendo in una sua:
Dio il voglia Vasari che io la tenga a disagio qualche anno, e so che mi direte bene che io sia vecchio e pazzo a voler fare sonetti; ma perché molti dicono che io sono rimbambito, ho voluto fare l'uffizio mio.
Per la vostra veggo l'amore che mi portate, e sappiate per cosa certa che io arei caro di riporre queste mie debili ossa a canto a quelle di mio padre, come mi pregate: ma partendo di qua sarei causa d'una gran rovina della fabbrica di San Piero, d'una gran vergogna e d'un grandissimo peccato.
Ma come sia stabilita che non possa essere mutata, spero far quanto mi scrivete, se già non è peccato a tenere a disagio parecchi ghiotti che aspettano mi parta presto.
Era con questa lettera scritto pur di suo mano il presente sonetto:
Giunto è già 'l corso della vita mia
con tempestoso mar per fragil barca
al comun porto, ov'a render si varca
conto e ragion d'ogni opra trista e pia.
Onde l'affettuosa fantasia,
che l'arte mi fece idolo e monarca,
cognosco or ben, quant'era d'error carca,
e quel ch'a mal suo grado ognun desia.
Gli amorosi pensier già vani e lieti
che fien or, s'a due morti mi avicino?
D'una son certo, e l'altra mi minaccia.
Né pinger né scolpir fia più che queti
l'anima volta a quello amor divino,
ch'aperse a prender noi in croce le braccia.
Per il che si vedeva che andava ritirando verso Dio e lasciando le cure dell'arte per le persecuzioni de' suoi maligni artefici e per colpa di alcuni soprastanti della fabbrica, che arebbono voluto, come e' diceva, menar le mani.
Fu risposto per ordine del duca Cosimo a Michelagnolo dal Vasari con poche parole in una lettera confortandolo al rimpatriarsi, e col sonetto medesimo corrispondente alle rime.
Sarebbe volentieri partitosi di Roma Michelagnolo, ma era tanto stracco et invecchiato, che aveva, come si dirà più basso, stabilito tornarsene; ma la volontà era pronta, inferma la carne, che lo riteneva in Roma.
Et avvenne di giugno l'anno 1557, avendo egli fatto modello della volta che copriva la nicchia che si faceva di trevertino alla cappella del re, che nacque per non vi potere ire, come soleva, uno errore: che il capo maestro in sul corpo di tutta la volta prese la misura con una centina sola, dove avevano a essere infinite.
Michelagnolo, come amico e confidente del Vasari, gli mandò di sua mano disegni con queste parole scritte a piè di dua:
La centina segnata di rosso la prese il capo maestro sul corpo di tutta la volta; di poi, come si cominciò a passar al mezzo tondo, che è nel colmo di detta volta, s'accorse dell'errore che faceva detta centina, come si vede qui nel disegno le segnate di nero.
Con questo errore è ita la volta tanto innanzi, che s'ha a disfare un gran numero di pietre, perché in detta volta non ci va nulla di muro, ma tutto trivertino, et il diametro de' tondi, che senza la cornice gli ricigne di ventidue palmi.
Questo errore, avendo il modello fatto appunto, come fo d'ogni cosa, è stato fatto per non vi potere andare spesso per la vecchiezza; e dove io credetti che ora fussi finita detta volta, non sarà finita in tutto questo verno; e se si potessi morire di vergogna e dolore, io non sarei vivo.
Pregovi che raguagliate il Duca ché io non sono ora a Fiorenza.
E seguitando nell'altro disegno dove egli aveva disegnato la pianta diceva così:
Messer Giorgio, perché sia meglio inteso la dificultà della volta, per osservare il nascimento suo fino di terra, è stato forza dividerla in tre volte in luogo delle finestre da basso divise dai pilastri, come vedete, che e' vanno piramidati in mezzo, dentro del colmo della volta come fa il fondo e' lati delle volte ancora, e bisognò governarle con un numero infinito di centine, e tanto fanno mutazione e per tanti versi di punto in punto, che non ci si può tener regola ferma; e' tondi e' quadri che vengono nel mezzo de' lor fondi hanno a diminuire e crescere per tanti versi et andare a tanti punti, che è dificil cosa a trovare il modo vero.
Nondimeno, avendo il modello, come fo di tutte le cose, non si doveva mai pigliare sì grande errore di volere con una centina sola governare tutt'a tre que' gusci, onde n'è nato ch'è bisognato con vergogna e danno disfare, e disfassene ancora un gran numero di pietre.
La volta et i conci et i vani è tutta di trivertino, come l'altre cose dabasso, cosa non usata a Roma.
Fu assoluto dal duca Cosimo Michelagnolo, vedendo questi inconvenienti, del suo venire più a Fiorenza, dicendogli che aveva più caro il suo contento, e che seguitasse San Piero, che cosa che potessi avere al mondo, e che si quietassi.
Onde Michelagnolo scrisse al Vasari nella medesima carta che ringraziava il Duca quanto sapeva e poteva di tanta carità, dicendo: "Dio mi dia grazia ch'io possa servirlo di questa povera persona", ché la memoria e 'l cervello erano iti aspettarlo altrove.
La data di questa lettera fu d'agosto l'anno 1557; avendo per questo Michelagnolo conosciuto che 'l Duca stimava e la vita e l'onor suo più che egli stesso che l'adorava.
Tutte queste cose e molt'altre che non fa di bisogno, aviamo appresso di noi scritte di sua mano.
Era ridotto Michelagnolo in un termine, che vedendo che in San Piero si trattava poco, et avendo già tirato innanzi gran parte del fregio delle finestre di dentro e delle colonne doppie di fuora che girano sopra il cornicione tondo, dove s'ha poi a posare la cupola, come si dirà, che confortato da' maggiori amici suoi come dal cardinale di Carpi, da Messer Donato Gianozzi e da Francesco Bandini e da Tomao de' Cavalieri e dal Lottino, lo stringevano che, poi che vedeva il ritardare del volgere la cupola, ne dovessi fare almeno un modello; stette molti mesi di così senza risolversi, alla fine vi diede principio, e ne condusse a poco a poco un piccolo modello di terra per potervi poi con l'esempio di quello e con le piante e profili che aveva disegnati, farne fare un maggiore di legno: il quale, datoli principio, in poco più d'uno anno lo fece condurre a maestro Giovanni franzese con molto suo studio e fatica, e lo fé di grandezza tale, che le misure e proporzioni piccole tornassino parimente col palmo antico romano, nell'opera grande all'intera perfezzione, avendo condotto con diligenzia in quello tutti i membri di colonne, base, capitegli, porte, finestre e cornici e risalti, e così ogni minuzia, conoscendo in tale opera non si dover fare meno; poiché fra i cristiani, anzi in tutto il mondo, non si trovi né vegga una fabbrica di maggiore ornamento e grandezza di quella.
E mi par necessario, se delle cose minori aviamo perso tempo a notarle, sia molto più utile e debito nostro descrivere questo modo di disegno per dover condurre questa fabbrica e tribuna con la forma et ordine e modo che ha pensato di darli Michelagnolo; però con quella brevità che potrò ne faremo una semplice narrazione, acciò che, se mai accadessi che non consenta Dio, come s'è visto fino a ora essere stata questa opera travagliata in vita di Michelagnolo, così fusse dopo la morte sua dall'invidia e malignità de' presuntuosi, possino questi miei scritti qualunque e' si sieno, giovare ai fedeli che saranno esecutori della mente di questo raro uomo, et ancora raffrenare la volontà de' maligni che volessino alterarle; e così in un medesimo tempo si giovi e diletti et apra la mente a' begli ingegni che sono amici e si dilettano di questa professione.
E per dar principio, dico che questo modello fatto con ordine di Michelagnolo trovo che sarà nel grande tutto il vano della tribuna di dentro palmi 186, parlando della sua larghezza da muro a muro, sopra il cornicione grande che gira di dentro in tondo di trivertino che si posa sopra i quattro pilastri grandi doppi che si muovono di terra, con i suo capitegli intagliati d'ordine corinto accompagnato dal suo architrave, fregio e cornicione pur di trivertino, il quale cornicione girando intorno intorno alle nicchie grande si posa e lieva sopra i quattro grandi archi delle tre nicchie e della entrata che fanno croce a quella fabrica: dove comincia poi a nascere il principio della tribuna, il nascimento della quale comincia un basamento di trivertino con un piano largo palmi sei, dove si camina, e questo basamento gira in tondo a uso di pozzo, et è la sua grossezza palmi 33 et undici oncie, alto fino alla sua cornice palmi 11 once dieci, e la cornice di sopra è palmi 8 incirca, e l'agetto è palmi sei e mezzo.
Entrasi per questo basamento tondo per salire nella tribuna per quattro entrate che sono sopra gli archi delle nicchie, et ha diviso la grossezza di questo basamento in tre parti, quello dalla parte di drento è palmi 15, quello di fuori è palmi 11, e quel di mezzo palmi 7 once 11, che fa la grossezza di palmi 33 once 11.
Il vano di mezzo è voto e serve per andito, il quale è alto di sfogo duo quadri e gira in tondo unito con una volta a mezza botte et ogni dirittura delle quattro entrate [ha] otto porte, che con quattro scaglion che saglie ciascuna, una ne va al piano della cornice del primo imbasamento larga palmi 6 e mezzo, e l'altra saglie alla cornice di dentro che gira intorno alla tribuna larga 8 palmi e tre quarti, nelle quali per ciascuna si camina agiatamente di dentro e di fuori a quello edifizio; è da una delle entrate a l'altra in giro palmi 201 che essendo 4 spazii viene a girare tutta palmi 806.
Séguita per potere salire dal piano di questo imbasamento dove posano le colonne et i pilastri e che fa poi fregio delle finestre di drento intorno intorno, il quale è alto palmi 14 once una, intorno al quale dalla banda di fuori è da' piè un brieve ordine di cornice, e così da capo, che non son da ogetto se non 10 once, et è tutto di trivertino.
Nella grossezza della terza parte sopra quella di drento che aviàn detto esser grossa palmi 15 è fatto una scala in ogni quarta parte, la metà della quale saglie per un verso, e l'altra metà per l'altro, larga palmi 4 et un quarto; questa si conduce al piano delle colonne.
Comincia sopra questo piano a nascere in sulla dirittura del vivo da l'imbasamento 18 grandissimi pilastroni tutti di trivertino, ornati ciascuno di dua colonne di fuori e pilastri di drento, come si dirà disotto, e fra l'uno e l'altro ci resta tutta la larghezza di dove hanno da essere tutte le finestre che danno lume alle tribune.
Questi son volti per fianchi al punto del mezzo della tribuna lunghi palmi 36, e nella faccia dinanzi 19 e mezzo.
Ha ciascuno di questi dalla banda di fuori dua colonne, che il dappiè del dado loro è palmi 8 e tre quarti, et alti palmi 1 e mezzo.
La basa è larga palmi 5 once 8, alta palmi [...] once 11, il fuso della colonna è 43 palmi e mezzo, il dapiè palmi 5 once 6, e da capo palmi 4 once 9, il capitello corinto alto palmi 6 e mezzo, e nella cimasa palmi 9.
Di queste colonne se ne vede 3 quarti, ché l'altro quarto si unisce in su canti accompagnata da la metà d'un pilastro, che fa canto vivo di drento, e lo accompagna nel mezzo di drento una entrata d'una porta in arco larga palmi 5, alta 13 once 5, che fino al capitello de' pilastri e colonne viene poi ripiena di sodo, facendo unione con altri dua pilastri, che sono simili a quegli che fan canto vivo allato alle colonne.
Questi ribattono e fanno ornamento a canto a 16 finestre che vanno intorno intorno a detta tribuna, che la luce di ciascuna è larga palmi 12 e mezzo, alte palmi 22 in circa.
Queste di fuori vengono ornate di architravi varii, larghi palmi 2 e tre quarti, e di drento sono ornate similmente con ordine vario con suoi frontespizii e quarti tondi, e vengono larghi di fuori e stretti di drento per ricevere più lume, e così sono di drento da piè più basse, perché dian lume sopra il fregio e la cornice ch'è messa in mezzo ciascuna da dua pilastri piani che rispondono di altezza alle colonne di fuori, tal che vengano a essere 36 colonne di fuori e 36 pilastri di drento, sopra a' quali pilastri di drento è l'architrave, ch'è di altezza palmi 4 e 5 quarti, et il fregio 4 e mezzo, e la cornice 4 e dua terzi, e di proietture 5 palmi, sopra la quale va un ordine di balaustri per potervi caminare attorno attorno sicuramente; e per potere salire agiatamente dal piano dove cominciano le colonne sopra la medesima dirittura nella grossezza del vano di 15 palmi, saglie nel medesimo modo e della medesima grandezza con duo branche o salite, una altra scala fino al fine di quanto son alte le colonne, capitello et architrave, fregio e cornicione, tanto che senza impedire la luce delle finestre passa questa scala di sopra in una lumaca della medesima larghezza fino che truova il piano dove ha a cominciare a volgersi la tribuna.
Il quale ordine, distribuzione et ornamento è tanto vario, comodo e forte, durabile e ricco, e fa di maniera spalle alle due volte della cupola che vi si avolta sopra, ch'è cosa tanto ingegnosa e ben considerata, e di poi tanto ben condotta di muraglia, che non si può vedere agli occhi di chi sa e di chi intende cosa più vaga, più bella e più artifiziosa, e per le legature e commettiture delle pietre, e per avere in sé ogni parte e fortezza et eternità, e con tanto giudizio aver cavatone l'acque che piovono per molti condotti segreti, e finalmente ridottola a quella perfezzione, che tutte l'altre cose delle fabriche che si son viste e murate fino a oggi reston niente appetto alla grandezza di questa; et è stato grandissimo danno che a chi toccava non mettessi tutto il poter suo perché, innanzi che la morte ci levassi dinanzi sì raro uomo, si dovessi veder voltato sì bella e terribil machina.
Fin qui ha condotto di muraglia Michelagnolo questa opera, e solamente restaci a dar principio al voltare della tribuna, della quale poi che n'è rimasto il modello, seguiteremo di contar l'ordine che gli ha lasciato perché la si conduca.
Ha girato il sesto di questa volta con tre punti che fanno triangolo in questo modo:
A.
B.
C.
Il punto C, che è più basso et è il principal col quale egli ha girato il primo mezzo tondo della tribuna, col quale e' dà la forma e l'altezza e larghezza di questa volta, la quale egli dà ordine ch'ella si muri tutta di mattoni bene arrotati e cotti, a spina pesce: questa la fa grossa palmi 4 e mezzo tanto grossa da piè quanto da capo, e lascia a canto un vano per il mezzo di palmi 4 e mezzo da piè, il quale ha a servire per la salita delle scale, che hanno a ire alla lanterna movendosi dal piano della cornice dove sono 'balaustri.
Et il sesto della parte di drento dell'altra volta che ha a essere lunga da piè, istretta da capo è girato in sul punto segnato B, il qual è da piè per fare la grossezza della volta palmi 4 e mezzo; e l'ultimo sesto che si ha a girare per fare la parte di fuori che allarghi da piè e stringa da capo, s'ha da mettere in sul punto segnato A, il quale girato ricresce da capo tutto il vano di mezzo del voto di drento, dove vanno le scale per altezza palmi 8 per irvi ritto; e la grossezza della volta viene a diminuire a poco a poco di maniera, che essendo, come s'è detto, da piè palmi 4 e mezzo, torna da capo palmi 3 e mezzo, e torna rilegata di maniera la volta di fuori con la volta di drento con leghe e scale, che l'una regge l'altra, che di 8 parte che ella è partita nella pianta, che quattro sopra gli archi vengono vote per dare manco peso loro, e l'altre quattro vengono rilegate et incatenate con leghe sopra i pilastri, perché possa eternamente aver vita.
Le scale di mezzo fra l'una volta e l'altra son condotte in questa forma: queste, dal piano dove la comincia a voltarsi, si muovano in una delle quattro parti, e ciascuna saglie per dua entrate intersegandosi le scale in forma di X, tanto che si conducano alla metà del sesto segnato C sopra la volta, che avendo salito tutto il diritto della metà del sesto, l'altro che resta si saglie poi agevolmente di giro in giro uno scaglione e poi l'altro a dirittura, tanto che si arriva al fine dell'occhio dove comincia il nascimento della lanterna, intorno alla quale fa, secondo la diminuzione dello spartimento che nasce sopra i pilastri, come si dirà di sotto, un ordine minore di pilastri doppi e finestre, simile a quelle che son fatte di drento.
Sopra il primo cornicione grande di drento alla tribuna ripiglia da piè per fare lo spartimento degli sfondati, che vanno drento alla volta della tribuna, e' quali sono partiti in sedici costole che risaltano, e son larghe da piè tanto quanto è la larghezza di dua pilastri, che dalla banda disotto tramezzano le finestre sotto alla volta della tribuna, le quali vanno piramidalmente diminuendo fino a l'occhio della lanterna, e da piè posano in su un piedistallo della medesima larghezza, alto palmi 12, e questo piedistallo posa in sul piano della cornice, che s'aggira e cammina intorno intorno alla tribuna, sopra la quale negli sfondati del mezzo fra le costole sono nel vano otto ovati grandi alti l'uno palmi 29, e sopra uno spartimento di quadri, che allargano da piè e stringano da capo, alti 24 palmi, e stringendosi le costole viene di sopra a quadri un tondo di 14 palmi alto: che vengano a essere otto ovati, otto quadri et otto tondi, che fanno ciascuno di loro uno sfondato più basso, il piano de' quali mostra una ricchezza grandissima, perché disegnava Michelagnolo le costole e gli ornamenti di detti ovati, quadri e tondi fargli tutti scorniciati di trivertino.
Restaci a far menzione delle superficie et ornamento del sesto della volta dalla banda dove va il tetto, che comincia a volgersi sopra un basamento alto palmi 25 e mezzo, il quale ha da piè un basamento che ha di getto palmi dua, e così la cimasa da capo, la coperta o tetto, della quale e' disegnava coprirla del medesimo piombo che è coperto oggi il tetto del vecchio San Piero, che fa 16 vani da sodo a sodo che cominciono dove finiscono le due colonne che gli mettono in mezzo, ne' quali faceva per ciascuno nel mezzo dua finestre per dar luce al vano di mezzo, dove è la salita delle scale fra le dua volte che sono 32 in tutto.
Queste, per via di mensole che reggano un quarto tondo, faceva, sportando fuor, tetto di maniera che difendeva dall'acque piovane l'alta e nuova vista, et a ogni dirittura e mezzo de' sodi delle due colonne sopra dove finiva il cornicione, si partiva la sua costola per ciascuno allargando da piè e stringendo da capo: in tutto 16 costole larghe palmi cinque, nel mezzo delle quali era un canale quadro largo un palmo e mezzo, dov'era drentovi fa[tta] una scala di scaglioni alti un palmo incirca, per le quali si saliva per quelle e scendeva dal piano dove per infino in cima dove comincia la lanterna.
Questi vengano fatti di trivertino e murati a cassetta per[ché] le commettiture si difendino dall'acque e dai diacci per l'amore delle pioggie.
Fa il disegno della lanterna nella medesima diminuzione che fa tutta l'opera, che battendo le fila alla circunferenza viene ogni cosa a diminuire del pari et a rilevar su con la medesima misura un tempio stietto di colonne tonde a dua a dua, come sta di sotto quelle ne' sodi ribattendo i suoi pilastri per potere caminare a torno a torno e vedere per i mezzi fra i pilastri dove sono le finestre, il didrento della tribuna e della chiesa; et architrave, fregio e cornice di sopra girava in tondo, risaltando sopra la dua colonne alla dirittura delle quali si muovono sopra quelle alcuni viticci che tramezzati da certi nicchioni insieme vanno a trovare il fine della pergamena, che comincia a voltarsi e stringersi un terzo della altezza, a uso di piramide tondo, fino alla palla, [che] dove va questo finimento ultimo va la croce.
Molti particulari e minuzie potrei aver conto, come di sfogatoi per i tremuoti, acquidotti, lumi diversi et altre comodità, che le lasso poi che l'opera non è al suo fine, bastando aver tocco le parti principali il meglio che ho possuto.
Ma perché tutto è in essere e si vede, basta aver così brevemente fattone uno schizzo che è gran lume a chi non vi ha nessuna cognizione.
Fu la fine di questo modello fatto con grandissima satisfazione non solo di tutti gli amici suoi, ma di tutta Roma, et il fermamento e stabilimento di quella fabbrica.
Seguì che morì Paulo Quarto e fu creato dopo lui Pio Quarto, il quale facendo seguitare di murare il palazzetto del bosco di Belvedere a Pirro Ligorio restato architetto del palazzo, fece offerte e carezze assai a Michelagnolo.
Il motu proprio avuto prima da Paulo Terzo, e da Iulio Terzo e Paulo Quarto sopra la fabbrica di San Piero, gli confermò e gli rendé una parte delle entrate e provisioni tolte da Paulo Quarto, adoperandolo in molte cose delle sue fabriche, et a quella di S.
Piero nel tempo suo fece lavorare gagliardamente.
Particolarmente se ne servì nel fare un disegno per la sepoltura del marchese Marignano suo fratello, la quale fu allogata da Sua Santità per porsi nel Duomo di Milano al cavalier Lione Lioni aretino, scultore eccellentissimo, molto amico di Michelagnolo, che a suo luogo si dirà della forma di questa sepoltura.
Et in quel tempo il cavaliere Lione ritrasse in una medaglia Michelagnolo molto vivacemente, et a compiacenza di lui gli fece nel rovescio un cieco guidato da un cane con queste lettere attorno: "Docebo iniquos vias tuas et impii ad te convertentur".
E perché gli piacque assai gli donò Michelagnolo un modello d'uno Ercole che scoppia Anteo, di sua mano, di cera con certi suoi disegni.
Di Michelagnolo non ci è altri ritratti che duoi di pittura, uno di mano del Bugiardino e l'altro di Iacopo del Conte, et uno di bronzo di tutto rilievo fatto da Daniello Ricciarelli e questo del cavalier Lione, da e' quali se n'è fatte tante copie, che n'ho visto in molti luoghi di Italia e fuori assai numero.
Andò il medesimo anno Giovanni cardinale de' Medici, figliuolo del duca Cosimo, a Roma, per il cappello a Pio Quarto, e convenne, come suo servitore e familiare, al Vasari andar seco, che volentieri vi andò e vi stette circa un mese per godersi Michelagnolo, che l'ebbe carissimo e di continuo gli fu a torno.
Aveva portato seco il Vasari, per ordine di sua eccellenza, il modello di legno di tutto il palazzo ducale di Fiorenza, insieme coi disegni delle stanze nuove, che erano state murate e dipinte da lui, quali desiderava Michelagnolo vedere in modello e disegno, poi che sendo vecchio non poteva vedere l'opere, le quali erano copiose, diverse e con varie invenzioni e capricci, che cominciavano dalla castrazione di Celo, Saturno, Opi, Cerere, Giove, Giunone, Ercole, che in ogni stanza era uno di questi nomi, con le sue istorie in diversi partimenti, come ancora l'altre camere e sale che erano sotto queste avevano il nome degli eroi di casa Medici, cominciando da Cosimo Vecchio, Lorenzo, Leone Decimo, Clemente Settimo, el signor Giovanni, el duca Alessandro e duca Cosimo, nelle quali per ciascuna erano non solamente le storie de' fatti loro, ma loro ritratti e de' figliuoli e di tutte le persone antiche, così di governo come d'arme e di lettere, ritratte di naturale, delle quali aveva scritto il Vasari un dialogo ove si dichiarava tutte le istorie et il fine di tutta l'invenzione, e come le favole di sopra s'accomodassino alle istorie di sotto, le quali gli fur lette da Annibal Caro, che n'ebbe grandissimo piacere Michelagnolo.
Questo dialogo, come arà più tempo il Vasari, si manderà fuori.
Queste cose causorono che desiderando il Vasari di metter mano alla sala grande, e perché era, come s'è detto altrove, il palco basso che la faceva nana e cieca di lumi, et avendo desiderio di alzarla non si voleva risolvere il duca Cosimo a dargli licenzia ch'ella si alzasse.
Non che 'l Duca temesse la spesa, come s'è visto poi, ma il pericolo di alzare i cavagli del tetto 13 braccia sopra; dove sua eccellenza come giudiziosa consentì che s'avessi il parere da Michelagnolo, visto in quel modello la sala come era prima, poi levato tutti que' legni e postovi altri legni con nuova invenzione del palco e delle facciate, come s'è fatto da noi, e disegnata in quella insieme l'invenzione delle istorie, che piaciutagli ne diventò subito non giudice, ma parziale, vedendo anche il modo e la facilità dello alzare i cavagli e 'l tetto et il modo di condurre tutta l'opera in breve tempo.
Dove egli scrisse nel ritorno del Vasari al Duca che seguitassi quella impresa, che l'era degna della grandezza sua.
Il medesimo anno andò a Roma il duca Cosimo con la signora duchessa Leonora sua consorte, e Michelagnolo, arrivato il Duca, lo andò a vedere subito, il quale fattogli molte carezze, lo fece, stimando la sua gran virtù, sedere a canto a sé, e con molta domestichezza ragionandogli di tutto quello che sua eccellenza aveva fatto fare di pittura e di scultura a Fiorenza, e quello che aveva animo di volere fare, e della sala particularmente, di nuovo Michelagnolo ne lo confortò e si dolse, perché amava quel signore, non essere giovane di età da poterlo servire.
E ragionando sua eccellenza che aveva trovato il modo da lavorare il porfido, cosa non creduta da lui, se gli mandò, come s'è detto nel primo capitolo delle Teoriche, la testa del Cristo lavorata da Francesco del Tadda scultore, che ne stupì.
E tornò dal Duca più volte mentre che dimorò in Roma con suo grandissima satisfazione, et il medesimo fece andandovi poco dopo lo illustrissimo don Francesco de' Medici suo figliuolo, del quale Michelagnolo si compiacque per le amorevoli accoglienze e carezze fatte da sua eccellenza illustrissima, che gli parlò sempre con la berretta in mano avendo infinita reverenza a sì raro uomo, e scrisse al Vasari che gli incresceva l'essere indisposto e vecchio, che arebbe voluto fare qualcosa per quel signore, et andava cercando comperare qualche anticaglia bella per mandargliene a Fiorenza.
Ricercato a questo tempo Michelagnolo dal Papa per Porta Pia d'un disegno, ne fece tre tutti stravaganti e bellissimi che 'l Papa elesse per porre in opera quello di minore spesa, come si vede oggi murata con molta sua lode.
E visto l'umor del Papa, perché dovessi restaurare le altre porte di Roma, gli fece molti altri disegni; el medesimo fece richiesto dal medesimo Pontefice per far la nuova chiesa di Santa Maria delli Angioli nelle Terme Diocliziane per ridurle a tempio a uso di cristiani, e prevalse un suo disegno che fece, a molti altri fatti da eccellenti architetti, con tante belle considerazioni per comodità de' frati Certosini, che l'hanno ridotto oggi quasi a perfezzione, che fé stupire Sua Santità e tutti i prelati e' signori di corte delle bellissime considerazioni che aveva fatte con giudizio, servendosi di tutte l'ossature di quelle terme, e se ne vedde cavato un tempio bellissimo et una entrata fuor della openione di tutti gli architetti, dove ne riportò lode et onore infinito.
Come anche per questo luogo e' disegnò per Sua Santità di fare un ciborio del Sagramento di bronzo stato gettato gran parte da maestro Iacopo Ciciliano eccellente gettatore di bronzi, che fa che vengono le cose sottilissimamente senza bave, che con poca fatica si rinettano; che in questo genere è raro maestro e molto piaceva a Michelagnolo.
Aveva discorso insieme la nazione fiorentina più volte di dar qualche buon principio alla chiesa di San Giovanni di strada Giulia; dove ragunatosi tutti i capi delle case più ricche promettendo, ciascuna per rata secondo le facultà, sovvenire detta fabbrica, tanto che feciono da riscuotere buona somma di danari, e disputossi fra loro se gli era bene seguitare l'ordine vecchio o far qualche cosa di nuovo migliore, fu risoluto che si dessi ordine sopra i fondamenti vecchi a qualche cosa di nuovo, e finalmente creorono tre sopra questa cura di questa fabbrica che fu Francesco Bandini, Umberto Ubaldini e Tommaso de' Bardi, e' quali richiesano Michelagnolo di disegno raccomandandosegli, sì perché era vergogna della nazione avere gettato via tanti danari, né aver mai profittato niente, che se la virtù sua non gli giovava a finirla, non avevono ricorso alcuno.
Promesse loro con tanta amorevolezza di farlo, quanto cosa 'e facessi mai prima, perché volentieri in questa sua vecchiezza si adoperava alle cose sacre che tornassino in onore di Dio, poi per l'amor della sua nazione, qual sempre amò.
Aveva seco Michelagnolo a questo parlamento Tiberio Calcagni scultore fiorentino, giovane molto volenteroso di imparare l'arte, il quale essendo andato a Roma s'era volto alle cose d'architettura.
Amandolo Michelagnolo, gli aveva dato a finire, come s'è detto, la Pietà di marmo ch'e' roppe, et inoltre una testa di Bruto di marmo col petto maggiore assai del naturale, perché la finisse quale era condotta la testa sola con certe minutissime gradine.
Questa l'aveva cavata da un ritratto di esso Bruto intagliato in una corgnola antica, che era apresso al signor Giuliano Ceserino, antichissima, che a' preghi di Messer Donato Gianotti suo amicissimo la faceva Michelagnolo per il cardinale Ridolfi, che è cosa rara.
Michelagnolo dunque, per le cose d'architettura, non possendo disegnare più per la vecchiaia, né tirar linee nette, si andava servendo di Tiberio, perché era molto gentile e discreto: perciò desiderando servirsi di quello in tale impresa, gl'impose che e' levassi la pianta del sito della detta chiesa; la quale levata e portata subito a Michelagnolo, in questo tempo che non si pensava che facessi niente, fece intendere per Tiberio che gli aveva serviti, e finalmente mostrò loro cinque piante di tempii bellissimi, che viste da loro si maravigliorono, e disse loro che scegliessino una a modo loro: e quali non volendo farlo, riportandosene al suo giudizio, volse che si risolvessino pure a modo loro: onde tutti d'uno stesso volere ne presono una più ricca, alla quale risolutosi disse loro Michelagnolo che se conducevano a fine quel disegno, che né romani, né greci mai ne' tempi loro feciono una cosa tale: parole che né prima né poi usciron mai di bocca a Michelagnolo, perché era modestissimo.
Finalmente conclusero che l'ordinazione fussi tutta di Michelagnolo, e le fatiche dello esseguire detta opera fussi di Tiberio, che di tutto si contentorono, promettendo loro che egli gli servirebbe benissimo; e così dato la pianta a Tiberio che la riducessi netta e disegnata giusta, gli ordinò i profili di fuori e di drento, e che ne facessi un modello di terra, insegnandogli il modo da condurlo che stessi in piedi.
In dieci giorni condusse Tiberio il modello di otto palmi, del quale piaciuto assai a tutta la nazione, ne feciono poi fare un modello di legno, che è oggi nel consolato di detta nazione: cosa tanto rara, quanto tempio nessuno che si sia mai visto, sì per la bellezza, ricchezza e gran varietà sua; del quale fu dato principio e speso scudi 5000, che mancato a quella fabbrica gli assegnamenti è rimasta così, che n'ebbe grandissimo dispiacere.
Fece allogare a Tiberio con suo ordine a Santa Maria Maggiore una cappella cominciata per il cardinale di Santa Fiore, restata imperfetta per la morte di quel Cardinale e di Michelagnolo e di Tiberio, che fu di quel giovane grandissimo danno.
Era stato Michelagnolo anni 17 nella fabbrica di San Pietro, e più volte i deputati l'avevon voluto levare da quel governo, e non essendo riuscito loro, andavano pensando ora con questa stranezza et ora con quella opporsegli a ogni cosa, che per istracco se ne levassi, essendo già tanto vecchio che non poteva più.
Ove essendovi per soprastante Cesare da Casteldurante, che in que' giorni si morì, Michelagnolo, perché la fabbrica non patissi, vi mandò, per fino che trovassi uno a modo suo, Luigi Gaeta, troppo giovane ma suffizientissimo.
E' deputati, una parte de' quali molte volte avevon fatto opera di mettervi Nanni di Baccio Bigio, che gli stimolava e prometteva gran cose, per potere travagliare le cose della fabbrica a loro modo, mandoron via Luigi Gaeta: il che inteso Michelagnolo, quasi sdegnato, non voleva più capitare alla fabbrica; dove e' cominciorono a dar nome fuori che non poteva più, che bisognava dargli un sustituto, e che egli aveva detto che non voleva impacciarsi più di San Piero.
Tornò tutto agli orecchi di Michelagnolo, il quale mandò Daniello Ricciarelli da Volterra al vescovo Ferratino, uno de' soprastanti, che aveva detto al cardinale di Carpi che Michelagnolo aveva detto a un suo servitore che non voleva impacciarsi più della fabbrica; che tutto Daniello disse non essere questa la voluntà di Michelagnolo; dolendosi il Ferratino che egli non conferiva il concetto suo, e che era bene che dovessi mettervi un sostituto e volentieri arebbe accettato Daniello, il quale pareva che si contentassi Michelagnolo; dove fatto intendere a' deputati in nome di Michelagnolo che avevono un sustituto, presentò il Ferratino non Daniello, ma in cambio suo Nanni Bigio, che entrato drento et accettato da' soprastanti, non andò guari che dato ordine di fare un ponte di legno dalla parte delle stalle del papa dove è il monte, per salire sopra la nicchia grande che volta a quella parte, fé mozzare alcune travi grosse di abeto dicendo che si consumava nel tirare su la roba troppi canapi, che era meglio il condurla per quella via.
Il che inteso Michelagnolo andò subito dal Papa, e romoreggiando perché era sopra la piazza di Campidoglio, lo fé subito andare in camera, dove disse: "Gli è stato messo, Padre Santo, per mio sostituto da' deputati uno che io non so chi egli sia, però se conoscevano loro e la Santità Vostra che io non sia più 'l caso, io me ne tornerò a riposare a Fiorenza, dove goderò quel gran Duca che m'ha tanto desiderato, e finirò la vita in casa mia: però vi chieggo buona licenzia".
Il Papa n'ebbe dispiacere e con buone parole confortandolo gli ordinò che dovessi venire a parlargli il giorno lì in Araceli, dove fatto ragunare i deputati della fabbrica, volse intendere le cagioni di quello che era seguito: dove fu risposto da loro che la fabbrica rovinava e vi si faceva degli errori; il che avendo inteso il Papa non essere il vero, comandò al signor Gabrio Scerbellone che dovessi andare a vedere in sulla fabbrica e che Nanni che proponeva queste cose gliele mostrassi: che ciò fu eseguito.
E trovato il signor Gabrio esser ciò tutta malignità e non essere vero, fu cacciato via con parole poco oneste di quella fabbrica in presenza di molti signori, rimproverandogli che per colpa sua rovinò il ponte Santa Maria e che in Ancona volendo con pochi danari far gran cose "per nettare il porto lo riempiesti più in un dì che non fece il mare in dieci anni"; tale fu il fine di Nanni per la fabbrica di San Piero, per la quale Michelagnolo di continuo non attese mai a altro in 17 anni che fermarla per tutto con riscontri, dubitando per queste persecuzioni invidiose non avessi dopo la morte sua a essere mutata; dove è oggi sicurissima da poterla sicuramente voltare.
Per il che s'è visto che Iddio, che è protettore de' buoni, l'ha difeso fino ch'egl'è vissuto et ha sempre operato per benefizio di questa fabbrica e difensione di questo uomo fino alla morte.
Avvenga che, vivente dopo lui, Pio Quarto ordinò a' soprastanti della fabbrica che non si mutasse niente di quanto aveva ordinato Michelagnolo, e con maggiore autorità lo fece eseguire Pio V suo successore; il quale, perché non nascessi disordine, volse che si eseguissi inviolabilmente i disegni fatti da Michelagnolo, mentre che furono esecutori di quella Pirro Ligorio e Iacopo Vignola architetti, che Pirro volendo presuntuosamente muovere et alterare quell'ordine, fu con poco onor suo levato via da quella fabbrica e lassato il Vignola.
E finalmente quel Pontefice, zelantissimo non meno dello onor della fabbrica di San Piero che della Religione cristiana, l'anno 1565 che 'l Vasari andò 'a piedi di Sua Santità, e chiamato di nuovo l'anno 1566, non si trattò se non al procuratore l'osservazione de' disegni lasciati da Michelagnolo; e per ovviare a tutti e' disordini comandò Sua Santità al Vasari che con Messer Guglielmo Sangalletti, tesauriere segreto di Sua Santità, per ordine di quel Pontefice andassi a trovare il vescovo Ferratino, capo de' fabricieri di San Pietro, che dovessi attendere a tutti gli avvertimenti e ricordi importanti che gli direbbe il Vasari, acciò che mai per il dir di nessuno maligno e presuntuoso s'avessi a muovere segno o ordine lasciato dalla eccellente virtù e memoria di Michelagnolo.
Et a ciò fu presente Messer Giovambatista Altoviti, molto amico del Vasari et a queste virtù.
Per il che udito il Ferratino un discorso che gli fece il Vasari, accettò volentieri ogni ricordo e promesse inviolabilmente osservare e fare osservare in quella fabbrica ogni ordine e disegno che avesse per ciò lasciato Michelagnolo, et inoltre d'essere protettore, difensore e conservatore delle fatiche di sì grande uomo.
E tornando a Michelagnolo, dico che innanzi la morte un anno incirca, avendosi adoperato il Vasari segretamente che 'l duca Cosimo de' Medici operassi col Papa per ordine di Messer Averardo Serristori suo imbasciadore, che, visto che Michelagnolo era molto cascato, si tenesse diligente cura di chi gli era attorno a governarlo e chi gli praticava in casa, che venendogli qualche subito accidente, come suole venire a' vecchi, facessi provisione che le robe, disegni, cartoni, modelli e danari et ogni suo avere nella morte si fussino inventariati e posti in serbo per dare alla fabbrica di San Piero, se vi fussi stato cose attenenti a lei, così alla sagrestia e libreria di San Lorenzo e facciata, non fussino state trasportate via, come spesso suole avvenire; che finalmente giovò tal diligenza, che tutto fu eseguito in fine.
Desiderava Lionardo suo nipote la quaresima vegnente andare a Roma, come quello che s'indovinava che già Michelagnolo era in fine della vita sua, e lui se ne contentava, quando amalatosi Michelagnolo di una lenta febbre, subito fé scrivere a Daniello che Lionardo andassi: ma il male cresciutogli, ancora che Messer Federigo Donati suo medico e gli altri suoi gli fussino a torno, con conoscimento grandissimo fece testamento di tre parole, che lasciava l'anima sua nelle mane de Iddio, il suo corpo alla terra e la roba a' parenti più prossimi, imponendo a' suoi che nel passare di questa vita gli ricordassino il patire di Gesù Cristo; e così a dì 17 di febraio, l'anno 1563 a ore 23 a uso fiorentino, che al romano sarebbe 1564, spirò per irsene a miglior vita.
Fu Michelagnolo molto inclinato alle fatiche dell'arte, veduto che gli riusciva ogni cosa quantunque dificile, avendo avuto dalla natura l'ingegno molto atto et aplicato a queste virtù eccellentissime del disegno; là dove per esser interamente perfetto, infinite volte fece anatomia scorticando uomini per vedere il principio e legazioni dell'ossature, muscoli, nerbi, vene e moti diversi e tutte le positure del corpo umano, e non solo degli uomini, ma degli animali ancora e particularmente de' cavagli, de' quali si dilettò assai di tenerne; e di tutti volse veder il lor principio et ordine in quanto all'arte, e lo mostrò talmente nelle cose che gli accaddono trattare, che non ne fa più chi non attende a altra cosa che quella.
Per il che ha condotto le cose sue così col pennello come con lo scarpello, che son quasi inimmitabili, et ha dato, come s'è detto, tanta arte, grazia et una certa vivacità alle cose sue - e ciò sia detto con pace di tutti - che ha passato e vinto gli antichi avendo saputo cavare della dificultà tanto facilmente le cose, che non paion fatte con fatica, quantunque, [da] chi disegna poi le cose sue, la vi si trovi per imitarla.
È stata conosciuta la virtù di Michelagnolo in vita e non come aviene a molti dopo la morte, essendosi visto che Giulio II, Leon X, Clemente VII, Paulo III, e Giulio III, e Paulo IIII e Pio IIII, sommi pontefici, l'hanno sempre voluto appresso e, come si sa, Solimanno imperatore de' Turchi, Francesco Valesio re di Francia, Carlo V imperatore, e la signoria di Vinezia, e finalmente il duca Cosimo de' Medici, come s'è detto, e tutti con onorate provisioni, non per altro che per valersi della sua gran virtù; che ciò non accade se non a uomini di gran valore come era egli, avendo conosciuto e veduto che queste arti, tutt'e tre, erano talmente perfette in lui, che non si trova, né in persone antiche o moderne in tanti e tanti anni che abbia girato il sole, che Dio l'abbi concesso a altri che a lui.
Ha avuto l'immaginativa tale e sì perfetta, che le cose propostosi nella idea sono state tali che con le mani, per non potere esprimere sì grandi e terribili concetti, ha spesso abandonato l'opere sue, anzi ne ha guasto molte, come io so che, innanzi che morissi di poco, abruciò gran numero di disegni, schizzi e cartoni fatti di man sua, acciò nessuno vedessi le fatiche durate da lui et i modi di tentare l'ingegno suo, per non apparire se non perfetto, e io ne ho alcuni di sua mano trovati in Fiorenza messi nel nostro libro de' disegni, dove ancora che vi vegga la grandezza di quello ingegno, si conosce che quando e' voleva cavar Minerva della testa di Giove, ci bisognava il martello di Vulcano, imperò egli usò le sue figure farle di nove e di dieci e di dodici teste, non cercando altro che col metterle tutte insieme ci fussi una certa concordanza di grazia nel tutto che non lo fa il naturale, dicendo che bisognava avere le seste negli occhi e non in mano, perché le mani operano e l'occhio giudica: che tale modo tenne ancora nell'architettura.
Né paia nuovo a nessuno che Michelagnolo si dilettassi della solitudine, come quello che era innamorato dell'arte sua, che vuol l'uomo per sé solo e cogitativo e perché è necessario che, chi vuole attendere agli studii di quella, fugga le compagnie: avenga che chi attende alle considerazioni dell'arte non è mai solo né senza pensieri, e coloro che gliele attribuivano a fantasticheria et a stranezza, hanno il torto, perché chi vuole operar bene, bisogna allontanarsi da tutte le cure e fastidi, perché la virtù vuol pensamento, solitudine e comodità, e non errare con la mente.
Con tutto ciò ha avuto caro l'amicizie di molte persone grandi e delle dotte e degli uomini ingegnosi a' tempi convenienti e se l'è mantenute, come il grande Ipolito cardinale de' Medici che l'amò grandemente, et inteso che un suo cavallo turco che aveva piaceva per la sua bellezza a Michelagnolo, fu dalla liberalità di quel signore mandato a donare con dieci muli carichi di biada et un servidore che lo governassi, che Michelagnolo volentieri lo accettò.
Fu suo amicissimo lo illustrissimo cardinale Polo, innamorato Michelagnolo delle virtù e bontà di lui, il cardinale Farnese e Santacroce, che fu poi papa Marcello, il cardinale Ridolfi, el cardinale Maffeo, e monsignor Bembo, Carpi, e molti altri cardinali e vescovi e prelati, che non accade nominargli, monsignor Claudio Tolomei, el magnifico Messer Ottaviano de' Medici suo compare che gli battezzò un suo figliuolo, e Messer Bindo Altoviti, al quale donò il cartone della cappella, dove Noè inebriato è schernito da un de' figliuoli e ricoperto le vergogne dagli altri dua; Messer Lorenzo Ridolfi e Messer Anibal Caro, e Messer Giovan Francesco Lottini da Volterra; et infinitamente amò più di tutti Messer Tommaso de' Cavalieri gentiluomo romano, quale essendo giovane e molto inclinato a queste virtù, perché egli imparassi a disegnare, gli fece molte carte stupendissime disegnate di lapis nero e rosso di teste divine, e poi gli disegnò un Ganimede rapito in cielo da l'uccel di Giove, un Tizio che l'avvoltoio gli mangia il cuore, la cascata del carro del sole con Fetonte nel Po et una baccanalia di putti, che tutti sono ciascuno per sé cosa rarissima e disegni non mai più visti.
Ritrasse Michelagnolo Messer Tommaso in un cartone grande di naturale, che né prima né poi di nessuno fece il ritratto, perché aborriva il fare somigliare il vivo se non era d'infinita bellezza.
Queste carte sono state cagione che dilettandosi Messer Tommaso quanto e' fa, che n'ha poi avute una buona partita che già Michelagnolo fece a fra' Bastiano Viniziano, che le messe in opera, che sono miracolose, et invero egli le tiene meritamente per reliquie e n'ha accomodato gentilmente gli artefici.
Et invero Michelagnolo collocò sempre l'amor suo a persone nobili, meritevoli e degne, che nel vero ebbe giudizio e gusto in tutte le cose.
Ha fatto poi fare Messer Tommaso a Michelagnolo molti disegni per amici, come per il cardinale di Cesis la tavola dove è la Nostra Donna annunziata dall'Angelo, cosa nuova, che poi fu da Marcello Mantovano colorita e posta nella cappella di marmo, che ha fatto fare quel Cardinale nella chiesa della Pace di Roma, come ancora un'altra Nunziata colorita pur di mano di Marcello in una tavola nella chiesa di S.
Ianni Laterano, che 'l disegno l'ha il duca Cosimo de' Medici, il quale dopo la morte donò Lionardo Buonarruoti suo nipote a sua eccellenza che gli tien per gioie, insieme con un Cristo che òra nell'orto e molti altri disegni e schizzi e cartoni di mano di Michelagnolo, insieme con la statua della Vittoria che ha sotto un prigione, di braccia cinque alta; ma quattro prigioni bozzati, che possano insegnare a cavare de' marmi le figure con un modo sicuro da non istorpiare i sassi, che il modo è questo: che se e' si pigliassi una figura di cera o d'altra materia dura, e si mettessi a diacere in una conca d'acqua, la quale acqua essendo per sua natura nella sua sommità piana e pari, alzando la detta figura a poco a poco del pari, così vengono a scoprirsi prima le parti più rilevate et a nascondersi i fondi, cioè le parti più basse della figura, tanto che nel fine ella così viene scoperta tutta.
Nel medesimo modo si debbono cavare con lo scarpello le figure de' marmi, prima scoprendo le parti più rilevate, e di mano in mano le più basse, il quale modo si vede osservato da Michelagnolo ne' sopra detti prigioni, i quali sua eccellenzia vuole che servino per esemplo de' suoi accademici.
Amò gli artefici suoi e praticò con essi, come con Iacopo Sansovino, il Rosso, il Puntormo, Daniello da Volterra e Giorgio Vasari aretino, al quale usò infinite amorevolezze e fu cagione che egli attendessi alla architettura con intenzione di servirsene un giorno, e conferiva seco volentieri e discorreva delle cose dell'arte.
E questi che dicano che non voleva insegnare, hanno il torto, perché l'usò sempre a' suoi famigliari et a chi dimandava consiglio, e perché mi sono trovato a molti presente, per modestia lo taccio non volendo scoprire i difetti d'altri.
Si può ben far giudizio di questo che con coloro che stettono con seco in casa ebbe mala fortuna, perché percosse in subietti poco atti a imitarlo; ché Piero Urbano pistolese suo creato era persona d'ingegno, ma non volse mai affaticarsi; Antonio Mini arebbe voluto, ma non ebbe il cervello atto, e quando la cera è dura non s'imprime bene; Ascanio dalla Ripa Transone durava gran fatiche, ma mai se ne vedde il frutto né in opere, né in disegni, e pestò parecchi anni intorno a una tavola che Michelagnolo gli aveva dato un cartone, nel fine se n'è ito in fummo quella buona aspettazione che si credeva di lui, che mi ricordo che Michelagnolo gli veniva compassione sì dello stento suo e l'aiutava di suo mano, ma giovò poco.
E s'egli avessi avuto un subietto, che me lo disse parecchi volte, arebbe speso così vecchio fatto notomia et arebbe scrittovi sopra per giovamento de' suoi artefici, che fu ingannato da parecchi; ma si difidava, per non potere esprimere con gli scritti quel ch'egli arebbe voluto, per non essere egli esercitato nel dire, quantunque egli in prosa nelle lettere sue abbia con poche parole spiegato bene il suo concetto, essendosi egli molto dilettato delle lezzioni de' poeti volgari, e particolarmente di Dante che molto lo amirava et imitava ne' concetti e nelle invenzioni, così 'l Petrarca, dilettatosi di far madrigali, sonetti molto gravi sopra e' quali s'è fatto comenti, e Messer Benedetto Varchi nella Accademia fiorentina fece una lezione onorata sopra quel sonetto che comincia:
Non ha l'ottimo artista alcun concetto,
ch'un marmo solo in sé non circonscriva.
Ma infiniti ne mandò di suo e ricevé risposta di rime e di prose della illustrissima marchesana di Pescara, delle virtù della quale Michelagnolo era innamorato et ella parimente di quelle di lui, e molte volte andò ella a Roma da Viterbo a visitarlo, e le disegnò Michelagnolo una Pietà in grembo alla Nostra Donna con dua Angioletti mirabilissima, et un Cristo confitto in croce, che alzato la testa raccomanda lo spirito al Padre, cosa divina, oltre a un Cristo con la Samaritana al pozzo.
Dilettossi molto della Scrittura Sacra, come ottimo cristiano che egli era, et ebbe in gran venerazione l'opere scritte da fra' Girolamo Savonarola per avere udito la voce di quel frate in pergamo.
Amò grandemente le bellezze umane per la imitazione dell'arte per potere scerre il bello dal bello, ché senza questa imitazione non si può far cosa perfetta; ma non in pensieri lascivi e disonesti, che l'ha mostro nel modo del viver suo, che è stato parchissimo, essendosi contentato quando era giovane, per istare intento al lavoro, d'un poco di pane e di vino, avendolo usato sendo vecchio fino che faceva il Giudizio di cappella, col ristorarsi la sera quando aveva finito la giornata, pur parchissimamente; che se bene era ricco viveva da povero, né amico nessuno mai mangiò seco o di rado, né voleva presenti di nessuno, perché pareva, come uno gli donava qualcosa, d'essere sempre obligato a colui.
La qual sobrietà lo faceva essere vigilantissimo e di pochissimo sonno, e bene spesso la notte si levava, non potendo dormire, a lavorare con lo scarpello avendo fatto una celata di cartoni, e sopra il mezzo del capo teneva accesa la candela, la quale con questo modo rendeva lume dove egli lavorava senza impedimento delle mani.
Et il Vasari, che più volte vidde la celata, considerò che non adoperava cera, ma candele di sevo di capra schietto, che sono eccellenti, e gliene mandò quattro mazzi, che erano quaranta libbre.
Il suo servitore garbato gliene portò alle dua ore di notte, e presentategliene, Michelagnolo ricusava che non le voleva, gli disse: "Messere, le m'hanno rotto per di qui in ponte le braccia, né le vo' riportare a casa che dinanzi al vostro uscio ci è una fanghiglia soda e starebbono ritte agevolmente; io le accenderò tutte".
Michelagnolo gli disse: "Posale costì, che io non voglio che tu mi faccia le baie a l'uscio".
Dissemi che molte volte nella sua gioventù dormiva vestito, come quello che stracco dal lavoro non curava di spogliarsi per aver poi a rivestirsi.
Sono alcuni che l'hanno tassato essere avaro; questi s'ingannano, perché sì delle cose dell'arte come delle facultà ha mostro il contrario; delle cose dell'arte si vede aver donato, come s'è detto, et a Messer Tommaso de' Cavalieri, a Messer Bindo et a fra' Bastiano disegni che valevano assai; ma a Antonio Mini suo creato tutti i disegni, tutti i cartoni, il quadro della Leda, tutti i suoi modegli e di cera e di terra che fece mai, che come s'è detto, rimasono tutti in Francia a Gherardo Perini gentiluomo fiorentino suo amicissimo; in tre carte alcune teste di matita nera divine, le quali sono dopo la morte di lui venute in mano dello illustrissimo don Francesco principe di Fiorenza, che le tiene per gioie, come le sono.
A Bartolommeo Bettini fece e donò un cartone d'una Venere con Cupido che la bacia, che è cosa divina, oggi appresso agli eredi in Fiorenza; e per il marchese del Vasto fece un cartone d'un Noli me tangere, cosa rara, che l'uno e l'altro dipinse eccellentemente il Puntormo, come s'è detto.
Donò i duoi prigioni al signor Ruberto Strozzi, et a Antonio suo servitore, et a Francesco Bandini la Pietà che roppe, di marmo.
Né so quel che si possa tassar d'avarizia questo uomo, avendo donato tante cose, che se ne sarebbe cavato migliaia di scudi.
Che si può egli dire, se non che io so, che mi ci son trovato, che ha fatto più disegni et ito a vedere più pitture e più muraglie, né mai ha voluto niente? Ma veniamo ai danari guadagnati col suo sudore, non con entrate, non con cambi, ma con lo studio e fatica sua, se si può chiamare avaro chi soveniva molti poveri, come faceva egli, e maritava segretamente buon numero di fanciulle, et arricchiva chi lo aiutava nell'opere, e chi lo servì come Urbino suo servidore che lo fece ricchissimo et era suo creato che l'aveva servito molto tempo; e gli disse: "Se io mi muoio, che farai tu?".
Rispose: "Servirò un altro".
"O povero a te", gli disse Michelagnolo, "io vo' riparare alla tua miseria", e gli donò scudi dumila in una volta, cosa che è solita da farsi per i Cesari e pontefici grandi; senzaché al nipote ha dato per volta tre e quattro mila scudi, e nel fine gli ha lassato scudi diecimila senza le cose di Roma.
È stato Michelagnolo di una tenace e profonda memoria, che nel vedere le cose altrui una sol volta l'ha ritenute sì fattamente e servitosene in una maniera, che nessuno se n'è mai quasi accorto, né ha mai fatto cosa nessuna delle sue che riscontri l'una con l'altra, perché si ricordava di tutto quello che aveva fatto.
Nella sua gioventù sendo con gli amici sua pittori, giucorno una cena a chi faceva una figura che non avessi niente di disegno, che fussi goffa, simile a que' fantocci che fanno coloro che non sanno et imbrattano le mura, Qui si valse della memoria, perché ricordatosi aver visto in un muro una di queste gofferie, la fece come se l'avessi avuta dinanzi di tutto punto, e superò tutti que' pittori; cosa dificile in uno uomo tanto pieno di disegno, avvezzo a cose scelte, che ne potessi uscir netto.
È stato sdegnoso e giustamente verso di chi gli ha fatto ingiuria, non però s'è visto mai esser corso alla vendetta, ma sì bene più tosto pazientissimo et in tutti i costumi modesto, e nel parlare molto prudente e savio, con risposte piene di gravità et alle volte con motti ingegnosi, piacevoli et acuti.
Ha detto molte cose che sono state da noi notate, delle quali ne metteremo alcune, perché saria lungo a descriverle tutte.
Essendogli ragionato della morte da un suo amico dicendogli che doveva assai dolergli, sendo stato in continove fatiche per le cose dell'arte, né mai avuto ristoro, rispose che tutto era nulla, perché se la vita ci piace, essendo anco la morte di mano d'un medesimo maestro, quella non ci doverebbe dispiacere.
A un cittadino che lo trovò da Or San Michele in Fiorenza che s'era fermato a riguardare la statua del San Marco di Donato, e lo domandò quel che di quella figura gli paresse, Michelagnolo rispose che non vedde mai figura che avessi più aria di uomo da bene di quella e che se San Marco era tale, se gli poteva credere ciò che aveva scritto.
Essendogli mostro un disegno e raccomandato un fanciullo che allora imparava a disegnare, scusandolo alcuni che era poco tempo che s'era posto all'arte, rispose: "E' si conosce".
Un simil motto disse a un pittore che aveva dipinto una Pietà e non s'era portato bene, che ell'era proprio una pietà a vederla.
Inteso che Sebastiano Viniziano aveva a fare nella cappella di San Piero a Montorio un frate, disse che gli guasterebbe quella opera; domandato della cagione, rispose che avendo eglino guasto il mondo che è sì grande, non sarebbe gran fatto che gli guastassino una cappella sì piccola.
Aveva fatto un pittore una opera con grandissima fatica e penatovi molto tempo, e nello scoprirla aveva acquistato assai; fu dimandato Michelagnolo che gli pareva del facitore di quella; rispose: "Mentre che costui vorrà esser ricco, sarà del continuo povero".
Uno amico suo che già diceva messa et era religioso, capitò a Roma tutto pieno di puntali e di drappo e salutò Michelagnolo et egli si finse di non vederlo, per che fu l'amico forzato fargli palese il suo nome; mostrò di maravigliarsi Michelagnolo che fussi in quell'abito, poi soggiunse quasi rallegrandosi: "Oh voi siete bello! Se fossi così drento, come io vi veggio di fuori, buon per l'anima vostra".
Al medesimo che aveva raccomandato uno amico suo a Michelagnolo che gli aveva fatto fare una statua, pregandolo che gli facessi dare qualcosa più, il che amorevolmente fece; ma l'invidia dello amico che richiese Michelagnolo credendo che non lo dovesse fare, veggendo pur che l'aveva fatto, fece che se ne dolse, e tal cosa fu detta a Michelagnolo; onde rispose che gli dispiacevano gli uomini fognati, stando nella metafora della architettura, intendendo che con quegli che hanno due bocche, mal si può praticare.
Domandato da uno amico suo quel che gli paresse d'uno che aveva contrafatto di marmo figure antiche delle più celebrate, vantandosi lo immitatore che di gran lunga aveva superato gli antichi; rispose: "Chi va dietro a altri, mai non li passa innanzi, e chi non sa far bene da sé, non può servirsi bene delle cose d'altri".
Aveva non so che pittore [fatto] un'opera, dove era un bue che stava meglio delle altre cose; fu dimandato perché il pittore aveva fatto più vivo quello che l'altre cose, disse: "Ogni pittore ritrae se medesimo bene".
Passando da San Giovanni di Fiorenza gli fu dimandato il suo parere di quelle porte, egli rispose: "Elle sono tanto belle, che le starebbon bene alle porte del Paradiso".
Serviva un principe che ogni dì variava disegni, né stava fermo; disse Michelagnolo a uno amico suo: "Questo signore ha un cervello come una bandiera di campanile, che ogni vento che vi dà drento la fa girare".
Andò a vedere una opera di scultura che doveva mettersi fuora perché era finita, e si affaticava lo scultore assai in acconciare i lumi delle finestre perch'ella mostrassi bene, dove Michelagnolo gli disse: "Non ti affaticare che l'importanza sarà il lume della piazza", volendo inferire che come le cose sono in publico, il populo fa giudizio s'elle sono buone o cattive.
Era un gran principe che aveva capriccio in Roma d'architetto, et aveva fatto fare certe nicchie per mettervi figure, che erano l'una tre quadri alte con uno anello in cima, e vi provò a mettere dentro statue diverse, che non vi tornavano bene.
Dimandò Michelagnolo quel che vi potessi mettere; rispose: "De' mazzi di anguille appiccate a quello anello".
Fu assunto al governo della fabrica di S.
Piero un signore che faceva professione d'intendere Vitruvio e d'essere censore delle cose fatte.
Fu detto a Michelagnolo: "Voi avete avuto uno alla fabbrica che ha un grande ingegno".
Rispose Michelagnolo: "Gli è vero, ma gli ha cattivo giudizio".
Aveva un pittore fatto una storia et aveva cavato di diversi luoghi di carte e di pitture molte cose, né era in su quella opera niente che non fussi cavato, e fu mostro a Michelagnolo che veduta, gli fu dimandato da un suo amicissimo quel che gli pareva; rispose: "Bene ha fatto, ma io non so al dì del giudizio, che tutti i corpi piglieranno le lor membra, come farà quella storia, che non ci rimarrà niente": avvertimento a coloro che fanno l'arte, che s'avezzino a fare da sé.
Passando da Modana vedde di mano di maestro Antonio Bigarino modanese scultore, che aveva fatto molte figure belle di terra cotta e colorite di colore di marmo, le quali gli parsono una eccellente cosa, e perché quello scultore non sapeva lavorare il marmo, disse: "Se questa terra diventassi marmo, guai alle statue antiche".
Fu detto a Michelagnolo che doveva risentirsi contro a Nanni di Baccio Bigio, perché voleva ogni dì competere seco; rispose: "Chi combatte con da pochi, non vince a nulla".
Un prete suo amico disse: "Gli è peccato che non aviate tolto donna, perché aresti avuto molti figliuoli e lasciato loro tante fatiche onorate".
Rispose Michelagnolo: "Io ho moglie troppa, che è questa arte che m'ha fatto sempre tribolare, et i miei figliuoli saranno l'opere che io lasserò; che se saranno da niente, si viverà un pezzo.
E guai a Lorenzo di Bartoluccio Ghiberti se non faceva le porte di S.
Giovanni, perché i figliuoli e' nipoti gli hanno venduto e mandato male tutto quello che lasciò: le porte sono ancora in piedi".
Il Vasari mandato da Giulio Terzo a un'ora di notte per un disegno a casa Michelagnolo, trovò che lavorava sopra la Pietà di marmo che e' ruppe.
Conosciutolo Michelagnolo al picchiare della porta, si levò dal lavoro e prese in mano una lucerna dal manico; dove esposto il Vasari quel che voleva, mandò per il disegno Urbino di sopra, et entrati in altro ragionamento, voltò intanto gli occhi il Vasari a guardare una gamba del Cristo sopra la quale lavorava e cercava di mutarla; e per ovviare che 'l Vasari non la vedessi, si lasciò cascare la lucerna di mano, e rimasti al buio, chiamò Urbino che recassi un lume, et in tanto uscito fuori del tavolato, dove ell'era, disse: "Io sono tanto vecchio, che spesso la morte mi tira per la cappa perché io vadia seco, e questa mia persona cascherà un dì come questa lucerna, e sarà spento il lume della vita".
Con tutto ciò aveva piacere di certe sorte uomini a suo gusto, come il Menighella pittore dozzinale e goffo di Valdarno, che era persona piacevolissima, il quale veniva talvolta a Michelagnolo che gli facessi un disegno di San Rocco, di Santo Antonio per dipignere a' contadini.
Michelagnolo che era dificile a lavorare per i re, si metteva giù lassando stare ogni lavoro, e gli faceva disegni semplici accomodati alla maniera e volontà, come diceva Menighella, e fra l'altre gli fece fare un modello d'un Crocifisso, che era bellissimo, sopra il quale vi fece un cavo, e ne formava di cartone e d'altre mesture, et in contado gli andava vendendo, che Michelagnolo crepava delle risa; massime che gli intraveniva di bei casi, come con un villano, il quale gli fece dipignere S.
Francesco, e dispiaciutoli che 'l Menighella gli aveva fatto la vesta bigia, che l'arebbe voluta di più bel colore, il Menighella gli fece in dosso un piviale di broccato, e lo contentò.
Amò parimente Topolino scarpellino, il quale aveva fantasia d'essere valente scultore, ma era debolissimo.
Costui stette nelle montagne di Carrara molti anni a mandar marmi a Michelagnolo, né arebbe mai mandato una scafa carica che non avessi mandato sopra tre o quattro figurine bozzate di sua mano, che Michelagnolo moriva delle risa.
Finalmente ritornato, et avendo bozzato un Mercurio in un marmo, si messe Topolino a finirlo, et un dì che ci mancava poco, volse Michelagnolo lo vedessi e strettamente operò li dicessi l'openion sua.
"Tu sei un pazzo, Topolino", gli disse Michelagnolo "a volere far figure, non vedi che a questo Mercurio dalle ginocchia alli piedi ci manca più di un terzo di braccio, che gli è nano, e che tu l'hai storpiato?".
"O questo non è niente, s'ella non ha altro io ci rimedierò, lassate fare a me." Rise di nuovo della semplicità sua Michelagnolo, e partito, prese un poco di marmo Topolino e tagliato il Mercurio sotto le ginocchia un quarto, lo incassò nel marmo e lo comesse gentilmente, facendo un paio di stivaletti a Mercurio, che il fine passava la commettitura e lo allungò il bisogno: che fatto venire poi Michelagnolo e mostrogli l'opera sua di nuovo, rise e si maravigliò che tali goffi stretti dalla necessità piglion di quelle resoluzioni che non fanno i valenti uomini.
Mentre che egli faceva finire la sepoltura di Giulio Secondo, fece a uno squadratore di marmi condurre un termine per porlo nella sepoltura di S.
Piero in Vincola, con dire: "Lieva oggi questo, e spiana qui, pulisci qua"; di maniera che senza che colui se n'avedessi, gli fé fare una figura; perché finita colui maravigliosamente la guardava, disse Michelagnolo: "Che te ne pare?".
"Parmi bene", rispose colui "e v'ho grande obligo".
"Perché", soggiunse Michelagnolo.
"Perché io ho ritrovato per mezzo vostro una virtù che io non sapeva d'averla."
Ma per abreviare dico che la complessione di questo uomo fu molto sana, perché era asciutta e bene annodata di nerbi, e se bene fu da fanciullo cagionevole e da uomo ebbe dua malattie d'importanza, soportò sempre ogni fatica e non ebbe difetto, salvo nella sua vecchiezza patì dello orinare e di renella, che s'era finalmente convertita in pietra, onde per le mani di maestro Realdo Colombo suo amicissimo si siringò molti anni e lo curò diligentemente.
Fu di statura mediocre, nelle spalle largo, ma ben proporzionato con tutto il resto del corpo.
Alle gambe portò invecchiando di continuovo stivali di pelle di cane sopra lo ignudo i mesi interi, che quando gli voleva cavare poi nel tirargli ne veniva spesso la pelle.
Usava sopra le calze stivali di cordovano afibiati di drento per amore degli umori.
La faccia era ritonda, la fronte quadrata e spaziosa con sette linee diritte, e le tempie sportavano in fuori più delle orecchie assai, le quali orecchie erano più presto alquanto grandi e fuor delle guance; il corpo era a proporzione della faccia e più tosto grande, il naso alquanto stiacciato, come si disse nella vita del Torrigiano, che gliene ruppe con un pugno, gli occhi più tosto piccoli che no, di color corneo machiati di scintille giallette azzurricine, le ciglia con pochi peli, le labra sottili e quel di sotto più grossetto et alquanto infuori; il mento ben composto alla proporzione del resto; la barba, e' capegli neri, sparsa con molti peli canuti, lunga non molto e biforcata, e non molto folta.
Certamente fu al mondo la sua venuta, come dissi nel principio, uno esemplo mandato da Dio agli uomini dell'arte nostra, perché s'imparassi da lui nella vita sua i costumi, e nelle opere, come avevano a essere i veri et ottimi artefici.
Et io che ho da lodare Dio d'infinite felicità che raro suole accadere negli uomini della professione nostra, annovero fra le maggiori una: esser nato in tempo che Michelagnolo sia stato vivo, e sia stato degno che io l'abbia avuto per padrone e che egli mi sia stato tanto famigliare et amico quanto sa ognuno, e le lettere sue scrittemi ne fanno testimonio apresso di me; e per la verità e per l'obligo che io ho alla sua amorevolezza ho potuto scrivere di lui molte cose e tutte vere, che molti altri non hanno potuto fare.
L'altra felicità è, come mi diceva egli: "Giorgio riconosci Dio che t'ha fatto servire il duca Cosimo, che per contentarsi che tu muri e dipinga e metta in opera i suoi pensieri e disegni, non ha curato spesa: dove se tu consideri agli altri di chi tu hai scritto le Vite, non hanno avuto tanto".
Fu con onoratissime essequie col discorso di tutta l'arte e di tutti gli amici suoi e della nazione fiorentina, dato sepoltura a Michelagnolo in Santo Apostolo in un deposito nel cospetto di tutta Roma, avendo disegnato Sua Santità di farne fare particolare e memoria sepoltura in San Piero di Roma.
Arrivò Lionardo suo nipote che era finito ogni cosa, quantunque andasse in poste; et avutone aviso il duca Cosimo, il quale aveva disegnato che poi che non l'aveva potuto aver vivo et onorarlo, di farlo venire a Fiorenza e non restare con ogni sorte di pompa onorarlo dopo la morte, fu ad uso di mercanzia mandato in una balla segretamente; il quale modo si tenne acciò in Roma non s'avesse a fare romore e forse essere impedito il corpo di Michelagnolo e non lasciato condurre in Fiorenza.
Ma innanzi che il corpo venisse, intesa la nuova della morte, ragunatisi insieme a richiesta del luogotenente della loro Accademia i principali pittori, scultori et architetti, fu ricordato loro da esso luogotenente, che allora era il reverendo don Vincenzio Borghini, che erano ubligati in virtù de' loro capitoli ad onorare la morte di tutti i loro fratelli, e che avendo essi ciò fatto sì amorevolmente e con tanta sodisfazione universale nell'essequie di fra' Giovan Agnolo Montorsoli, che primo dopo la creazione dell'Accademia era mancato, vedessero bene quello che fare si convenisse per l'onoranza del Buonarruoto, il quale da tutto il corpo della Compagnia e con tutti i voti favorevoli era stato eletto primo accademico e capo di tutti loro.
Alla quale proposta risposero tutti, come ubbligatissimi et affezionatissimi alla virtù di tant'uomo, che per ogni modo si facesse opera di onorarlo in tutti que' modi che per loro si potessino maggiori e migliori.
Ciò fatto per non avere ogni giorno a ragunare tante gente insieme con molto scomodo loro, e perché le cose passassero più quietamente, furono eletti sopra l'essequie et onoranza da farsi quattro uomini: Agnolo Bronzino e Giorgio Vasari pittori, Benvenuto Cellini e Bartolomeo Amannati, scultori, tutti di chiaro nome e d'illustre valore nelle lor arti, acciò dico questi consultassono e fermassono fra loro e col luogotenente quanto che e come si avesse a fare ciascuna cosa, con facultà di poter disporre di tutto il corpo della Compagnia et Accademia.
Il quale carico presero tanto più volentieri offerendosi, come fecero, di bonissima voglia, tutti i giovani e vecchi, ciascuno nella sua professione, di fare quelle pitture e statue che s'avessono a fare in quell'onoranza.
Dopo ordinarono che il luogotenente per debito del suo uffizio et i consoli in nome della Compagnia et Accademia significassero il tutto al signor Duca, e chiedessono quegli aiuti e favori che bisognavano, e specialmente che le dette essequie si potessono fare in San Lorenzo, chiesa dell'illustrissima casa de' Medici, e dove è la maggior parte dell'opere che di mano di Michelagnolo si veggiono in Firenze.
E che oltre ciò sua eccellenza si contentasse che Messer Benedetto Varchi facesse e recitasse l'orazione funerale, acciò che l'eccellente virtù di Michelagnolo fusse lodata dall'eccellente eloquenza di tant'uomo, quanto era il Varchi, il quale per essere particularmente a' servigii di sua eccellenza non arebbe preso, senza parola di lei, cotal carico, ancor che come amorevolissimo di natura et affezionatissimo alla memoria di Michelagnolo erano certissimi che, quanto a sé, non l'arebbe mai ricusato.
Questo fatto, licenziati che furono gl'accademici, il detto luogotenente scrisse al signor Duca una lettera di questo preciso tenore:
Avendo l'Accademia e Compagnia de' Pittori e Scultori consultato fra loro, quando sia con satisfazione di Vostra Eccellenzia illustrissima di onorare in qualche parte la memoria di Michelagnolo Buonarruoti, sì per il debito generale di tanta virtù, nella loro professione del maggior artefice che forse sia stato mai, e loro particolare, per l'interesse della comune patria, sì ancora per il gran giovamento che queste professioni hanno ricevuto della perfezione dell'opere et invenzioni sue, tal che pare che sia loro obligo mostrarsi amorevoli in quel modo ch'ei possono alla sua virtù, hanno per una loro esposto a Vostra Eccellenzia illustrissima questo loro desiderio e ricercatola come loro proprio refugio di certo aiuto.
Io pregato da loro e (come giudico) obligato, per essersi contentata Vostra Eccellenzia illustrissima che io sia ancora questo anno con nome di suo luogotenente in loro compagnia, et aggiunto che la cosa mi pare piena di cortesia e d'animi virtuosi e grati; ma molto più conoscendo quanto Vostra Eccellenzia illustrissima è favoritore della virtù, e come un porto et un unico protettore in questa età delle persone ingegnose, avanzando in questo i suoi antinati, i quali alli eccellenti di queste professioni feciono favori straordinari, avendo per ordine del magnifico Lorenzo Giotto, tanto tempo innanzi morto, ricevuto una statua nel principal tempio, e fra' Filippo un sepolcro bellissimo di marmo, a spese sue proprie, e molti altri in diverse occasioni, utili et onori grandissimi; mosso da tutte queste cagioni, ho preso animo di raccomandare a Vostra Eccellenzia illustrissima la petizione di questa Accademia di potere onorare la virtù di Michelagnolo allievo e creatura particulare della scuola del magnifico Lorenzo, che sarà a loro contento straordinario, grandissima satisfazione all'universale, incitamento non piccolo ai professori di quest'arti et a tutta Italia saggio del bell'animo e pieno di bontà di Vostra Eccellenzia illustrissima, la quale Dio conservi lungamente felice a beneficio de' popoli suoi e sostentamento della virtù.
Alla quale lettera detto signor Duca rispose così:
Reverendo nostro carissimo.
La prontezza che ha dimostrato e dimostra codesta Accademia per onorare la memoria di Michelagnolo Buonarruoti, passato di questa a miglior vita, ci ha dato, dopo la perdita d'un uomo così singolare, molta consolazione; e non solo volemo contentarla di quanto ci ha domandato nel memoriale, ma procurare ancora che l'ossa di lui sieno portate a Firenze, secondo che fu la sua voluntà, per quanto siamo avisati: il che tutto scriviamo all'Accademia prefata [per infiammarla] tanto più a celebrare in tutti i modi la virtù di tanto uomo.
E Dio vi contenti.
Della lettera poi, o vero memoriale di cui si fa di sopra menzione, fatta dall'Accademia al signor Duca, fu questo il proprio tenore:
Illustrissimo, etc.
L'Accademia e gl'uomini della Compagnia del Disegno, creata per grazia e favore di Vostra Eccellenzia illustrissima, sappiendo con quanto studio et affezione ella abbia fatto per mezzo dell'oratore suo in Roma venire il corpo di Michelagnolo Buonarruoti a Firenze, ragunatisi insieme hanno unitamente diliberato di dovere celebrare le sue essequie in quel modo che saperanno e potranno il migliore.
Londe, sappiendo essi che Sua Eccellenzia illustrissima era tanto osservata da Michelagnolo, quanto ella amava lui, la suplicano che le piaccia per l'infinita bontà e liberalità sua concedere loro: prima, che essi possano celebrare dette essequie nella chiesa di San Lorenzo, edificata da' suoi maggiori, e nella quale sono tante e sì bell'opere da lui fatte, così nell'architettura, come nella scultura, e vicino alla quale ha in animo di volere che s'edifichi la stanza che sia quasi un nido et un continuo studio dell'architettura, scultura e pittura a detta Accademia e Compagnia del Disegno; secondamente la pregano che voglia far commettere a Messer Benedetto Varchi che non solo voglia fare l'orazione funerale, ma ancora recitarla di propria bocca, come ha promesso di voler fare liberissimamente, pregato da noi, ogni volta che Vostra Eccellenzia illustrissima se ne contenti.
Nel terzo luogo supplicano e pregano quella, che le piaccia, per la medesima bontà e liberalità sua, sovenirgli di tutto quello che in celebrare dette essequie, oltra la loro possibilità, la quale è piccolissima, facesse loro di bisogno.
E tutte queste cose e ciascuna d'esse si sono trattate e diliberate alla presenza e con consentimento del molto magnifico e reverendo monsignore Messer Vincenzio Borghini, priore degl'Innocenti, luogotenente di Sua Eccellenzia illustrissima di detta Accademia e Compagnia del Disegno.
La quale, etc.
Alla quale lettera dell'Accademia fece il Duca questa risposta:
Carissimi nostri, siamo molto contenti di sodisfare pienamente alle vostre petizioni, tanta è stata sempre l'affezione che noi portiamo alla rara virtù di Michelagnolo Buonarruoti e portiamo ora a tutta la professione vostra; però non lasciate di essequire quanto voi avete in proponimento di fare per l'essequie di lui, ché noi non mancheremo di sovenire a' bisogni vostri; et intanto si è scritto a Messer Benedetto Varchi per l'orazione et allo spedalingo quello di più che ci soviene in questo proposito, e state sani.
Di Pisa.
La lettera al Varchi fu questa:
Messer Benedetto nostro carissimo.
L'affezione che noi portiamo alla rara virtù di Michelagnolo Buonarruoti, ci fa desiderare che la memoria di lui sia onorata e celebrata in tutti modi; però ci sarà cosa grata che per amore nostro vi pigliate cura di fare l'orazione, che si arà da ricitare nell'essequie di lui, secondo l'ordine preso dalli deputati dell'Accademia, e gratissima se sarà recitata per l'organo vostro.
E state sano.
Scrisse anco Messer Bernardino Grazini ai detti deputati che nel Duca non si sarebbe potuto disiderare più ardente disiderio intorno a ciò di quello che avea mostrato, e che si promettessino ogni aiuto e favore da sua eccellenzia illustrissima.
Mentre che queste cose si trattavano a Firenze, Lionardo Buonarruoti nipote di Michelagnolo, il quale intesa la malatia del zio si era per le poste trasferito a Roma, ma non l'aveva trovato vivo, avendo inteso da Daniello da Volterra, stato molto familiare amico di Michelagnolo, e da altri ancora che erano stati intorno a quel santo vecchio, che egli aveva chiesto e pregato che il suo corpo fusse portato a Fiorenza, sua nobilissima patria, della quale fu sempre tenerissimo amatore, aveva con prestezza, e perciò buona resoluzione, cautamente cavato il corpo di Roma, e come fusse alcuna mercanzia inviatolo verso Firenze in una balla.
Ma non è qui da tacere che quest'ultima risoluzione di Michelagnolo dichiarò, contra l'openione d'alcuni, quello che era verissimo: cioè che l'essere stato molti anni assente da Firenze, non era per altro stato che per la qualità dell'aria, perciò che la sperienza gli aveva fatto conoscere che quella di Firenze, per essere acuta e sottile, era alla sua complessione nimicissima, e che quella di Roma più dolce e temperata l'aveva mantenuto sanissimo fino al novantesimo anno, con tutti i sensi così vivaci et interi come fussero stati mai, e con sì fatte forze, secondo quell'età, che insino all'ultimo giorno non aveva lasciato d'operare alcuna cosa.
Poi che dunque per così sùbita e quasi improvisa venuta non si poteva far per allora quello che fecero poi, arrivato il corpo di Michelagnolo in Firenze fu messa, come vollono i deputati, la cassa il dì medesimo ch'ella arrivò in Fiorenza, cioè il dì undici di marzo, che fu in sabato, nella Compagnia dell'Assunta, che è sotto l'altar maggiore e sotto le scale di dietro di San Piero Maggiore, senza che fusse tocca di cosa alcuna.
Il dì seguente, che fu la domenica della seconda settimana di Quaresima, tutti i pittori, scultori et architetti si ragunarono così dissimulatamente intorno a San Piero, dove non avevano condotto altro che una coperta di velluto, fornita tutta e trapuntata d'oro, che copriva la cassa e tutto il feretro, sopra la quale cassa era una imagine di Crucifisso.
Intorno poi a mezza ora di notte, ristretti tutti intorno al corpo, in un subito i più vecchi et eccellenti artefici diedero di mano a una gran quantità di torchi che li erano stati condotti, et i giovani a pigliare il feretro con tanta prontezza, che beato colui che vi si poteva accostare e sotto mettervi le spalle, quasi credendo d'avere nel tempo avenire a poter gloriarsi d'aver portato l'ossa del maggior uomo che mai fusse nell'arti loro.
L'essere stato veduto intorno a San Piero un certo che di ragunata, aveva fatto, come in simili casi adiviene, fermarvi molte persone, e tanto più essendosi bucinato che il corpo di Michelagnolo era venuto e che si aveva a portare in Santa Croce.
E se bene, come ho detto, si fece ogni opera che la cosa non si sapesse, acciò che spargendosi la fama per la città non vi concorresse tanta moltitudine che si potesse fuggire un certo che di tumulto e confusione, et ancora perché desideravano che quel poco che volevan fare per allora venisse fatto con più quiete che pompa, riserbando il resto a più agio e più comodo tempo, l'una e l'altra andò per lo contrario; perciò che quanto alla moltitudine, andando, come s'è detto, la nuova di voce in voce, si empié in modo la chiesa in un batter d'occhio, che in ultimo con grandissima difficultà si condusse quel corpo di chiesa in sagrestia, per sballarlo e metterlo nel suo deposito.
E quanto all'essere cosa onorevole, se bene non può negarsi che il vedere nelle pompe funerali grande apparecchio di religiosi, gran quantità di cera e gran numero d'imbastiti e vestiti a nero, non sia cosa di magnifica e grande apparenza, non è però che anco non fusse gran cosa vedere così all'improvviso ristretti in un drappello quelli uomini eccellenti che oggi sono in tanto pregio e saranno molto più per l'avvenire, intorno a quel corpo con tanti amorevoli uffizii et affezzione.
E di vero il numero di cotanti artefici in Firenze (che tutti vi erano) è grandissimo sempre stato; conciò sia che queste arti sono sempre, per sì fatto modo fiorite in Firenze, che io credo che si possa dire senza ingiurie dell'altre città, che il proprio e principal nido e domicilio di quelle sia Fiorenza, non altrimenti che già fusse delle scienze Atene.
Oltre al quale numero d'artefici, erano tanti cittadini loro dietro e tanti dalle bande delle strade dove si passava, che più non ne capivano.
E, che è maggior cosa, non si sentiva altro che celebrare da ognuno i meriti di Michelagnolo, e dire la vera virtù avere tanta forza, che poi che è mancata ogni speranza d'utile o onore che si possa da un virtuoso avere, ell'è nondimeno di sua natura e per proprio merito amata et onorata.
Per le quali cose apparì questa dimostrazione più viva e più preziosa, che ogni pompa d'oro e di drappi che fare si fusse potuta.
Con questa bella frequenza, essendo stato quel corpo condotto in Santa Croce, poi che ebbono i frati fornite le cerimonie che si costumano d'intorno ai defunti, fu portato, non senza grandissima difficultà, come s'è detto, per lo concorso de' popoli, in sagrestia; dove il detto luogotenente, che per l'uffizio suo vi era intervenuto, pensando di far cosa grata a molti et anco (come poi confessò) disiderando di vedere morto quello che e' non aveva veduto vivo o l'aveva veduto in età che n'aveva perduta ogni memoria, si risolvé allora di fare aprire la cassa.
E così fatto, dove egli e tutti noi presenti credevamo trovare quel corpo già putrefatto e guasto, perché era stato morto giorni venticinque e ventidue nella cassa, lo vedemo così in tutte le sue parti intero e senza alcuno odore cattivo, che stemo per credere che più tosto si riposasse in un dolce e quietissimo sonno.
Et oltre che le fattezze del viso erano come a punto quando era vivo (fuori che un poco il colore era come di morto) non aveva niun membro che guasto fusse o mostrasse alcuna schifezza, e la testa e le gote a toccarle erano non altrimenti che se di poche ore innanzi fusse passato.
Passata poi la furia del popolo, si diede ordine di metterlo in un deposito in chiesa a canto all'altare de' Cavalcanti, per me' la porta che va nel chiostro del capitolo.
In quel mezzo sparsasi la voce per la città, vi concorse tanta moltitudine di giovani per vederlo, che fu gran fatica il potere chiudere il deposito.
E se era di giorno, come fu di notte, sarebbe stato forza lasciarlo stare aperto molte ore, per sodisfare all'universale.
La mattina seguente, mentre si cominciava dai pittori e scultori a dare ordine all'onoranza, cominciarono molti belli ingegni, di che è sempre Fiorenza abondantissima, ad appiccare sopra detto deposito versi latini e volgari, e così per buona pezza fu continuato, intanto che quelli componimenti, che allora furono stampati, furono piccola parte a rispetto de' molti che furono fatti.
Ora per venire all'essequie, le quali non si fecero il dì dopo San Giovanni, come si era pensato, ma furono insino al quattordicesimo giorno di luglio prolungate, i tre deputati (perché Benvenuto Cellini, essendosi da principio sentito alquanto indisposto, non era mai fra loro intervenuto), fatto che ebbero proveditore Zanobi Lastricati scultore, si risolverono a far cosa più tosto ingegnosa e degna dell'arti loro, che pomposa e di spesa.
"E nel vero, avendosi a onorare" dissero que' deputati et il loro proveditore "un uomo come Michelagnolo, e da uomini della professione che egli ha fatto, e più tosto ricchi di virtù che d'amplissime facultà, si dee ciò fare non con pompa regia o soperchie vanità, ma con invenzioni et opere piene di spirito e di vaghezza, che escano dal sapere della prontezza delle nostre mani e de' nostri artefici, onorando l'arte con l'arte.
Perciò che, se bene dall'eccellenza del signor Duca possiamo sperare ogni quantità di danari che fusse di bisogno, avendone già avuta quella quantità che abbiamo domandata, noi nondimeno avemo a tenere per fermo che da noi si aspetta più presto cosa ingegnosa e vaga per invenzione e per arte, che ricca per molta spesa o grandezza di superbo apparato." Ma ciò nonostante, si vide finalmente che la magnificenza fu uguale all'opere che uscirono delle mani dei detti accademici, e che quella onoranza fu non meno veramente magnifica, che ingegnosa, e piena di capricciose e lodevoli invenzioni.
Fu dunque in ultimo dato questo ordine, che nella navata di mezzo di San Lorenzo, dirimpetto alle due porte de' fianchi, delle quali una va fuori e l'altra nel chiostro, fusse ritto, come si fece, il catafalco di forma quadro, alto braccia ventotto, con una Fama in cima, lungo undici e largo nove.
In sul basamento dunque di esso catafalco, alto da terra braccia due, erano nella parte che guarda verso la porta principale della chiesa posti due bellissimi fiumi a giacere, figurati l'uno per Arno e l'altro per lo Tevere.
Arno aveva un corno di dovizia pieno di fiori e frutti, significando perciò i frutti che dalla città di Firenze sono nati in queste professioni, i quali sono stati tanti e così fatti, che hanno ripieno il mondo, e particolarmente Roma, di straordinaria bellezza.
Il che dimostrava ottimamente l'altro fiume, figurato come si è detto per lo Tevere; perciò che stendendo un braccio, si aveva piene le mani de' fiori e frutti avuti dal corno di dovizia dell'Arno, che gli giaceva a canto e dirimpetto.
Veniva a dimostrare ancora, godendo de' frutti d'Arno, che Michelagnolo è vivuto gran parte degl'anni suoi a Roma, e vi ha fatto quelle maraviglie che fanno stupire il mondo.
Arno aveva per segno il leone et il Tevere la lupa con i piccioli Romulo e Remo, et erano ambidue colossi di straordinaria grandezza e bellezza, e simili al marmo.
L'uno, cioè il Tevere, fu di mano di Giovanni di Benedetto da Castello, allievo del Bandinello, e l'altro di Battista di Benedetto, allievo dell'Ammannato, ambi giovani eccellenti e di somma aspettazione.
Da questo piano si alzava una faccia di cinque braccia e mezzo con le sue cornici di sotto, e sopra, et in su' canti, lasciando nel mezzo lo spazio di quattro quadri.
Nel primo de' quali, che veniva a essere nella faccia dove erano i due fiumi, era dipinto di chiaro scuro, sì come erano anche tutte l'altre pitture di questo apparato, il magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, che riceveva nel suo giardino, del quale si è in altro luogo favellato, Michelagnolo fanciullo, avendo veduti certi saggi di lui che accennavano, in que' primi fiori, i frutti che poi largamente sono usciti della vivacità e grandezza del suo ingegno.
Cotale istoria dunque si conteneva nel detto quadro, il quale fu dipinto da Mirabello e da Girolamo del Crucifissaio, così chiamati, i quali come amicissimi e compagni presono a fare quell'opera insieme, nella quale con vivezza e pronte attitudini si vedeva il detto magnifico Lorenzo, ritratto di naturale, ricevere graziosamente Michelagnolo fanciulletto e tutto reverente nel suo giardino, et essaminatolo, consegnarlo ad alcuni maestri che gl'insegnassero.
Nella seconda storia, che veniva a essere, continuando il medesimo ordine, volta verso la porta del fianco che va fuori, era figurato papa Clemente, che contra l'openione del volgo, il quale pensava che Sua Santità avesse sdegno con Michelagnolo per conto delle cose dell'assedio di Firenze, non solo lo assicura e se gli mostra amorevole, ma lo mette in opera alla sagrestia nuova et alla libreria di San Lorenzo, ne' quali luoghi quanto divinamente operasse si è già detto.
In questo quadro adunque era di mano di Federigo fiamingo, detto del Padoano, dipinto con molta destrezza e dolcissima maniera Michelagnolo che mostra al Papa la pianta della detta sagrestia, e dietro lui parte da alcuni Angioletti, e parte da altre figure, erano portati i modelli della libreria, della sagrestia e delle statue che vi sono oggi finite.
Il che tutto era molto bene accomodato e lavorato con diligenza.
Nel terzo quadro che posando come gl'altri detti sul primo piano, guardava l'altare maggiore, era un grande epitaffio latino composto dal dottissimo Messer Pier Vettori, il sentimento del quale era tale in lingua fiorentina: "L'Accademia de' pittori, scultori et architettori, col favore et aiuto del duca Cosimo de' Medici, loro capo e sommo protettore di queste arti, ammirando l'eccellente virtù di Michelagnolo Buonarruoti e riconoscendo in parte il beneficio ricevuto dalle divine opere sue, ha dedicato questa memoria, uscita dalle proprie mani e da tutta l'affezzione del cuore, all'eccellenza e virtù del maggior pittore, scultore et architettore che sia mai stato".
Le parole latine furono queste: "Collegium pictorum, statuariorum, architectorum, auspicio opeque sibi prompta Cosmi ducis, autoris suorum commodorum, suspiciens singularem virtutem Michaëlis Angeli Bonarrotae intelligensque quanto sibi auxilio semper fuerint praeclara ipsius opera, studuit se gratum erga illum ostendere sommum omnium qui unquam fuerint p.
s.
a.
ideoque monumentum hoc suis manibus extructum magno animi ardore ipsius memoriae dedicavit".
Era questo epitaffio retto da due Angioletti, i quali con volto piangente e spegnendo ciascuno una face, quasi si lamentavano essere spenta tanta e così rara virtù.
Nel quadro poi che veniva a essere volto verso la porta che va nel chiostro era quando per l'assedio di Firenze Michelagnolo fece la fortificazione del poggio a San Miniato, che fu tenuta inespugnabile e cosa maravigliosa: e questo fu di mano di Lorenzo Sciorini, allievo del Bronzino, giovane di bonissima speranza.
Questa parte più bassa, e come dire la base di tutta la machina, aveva in ciascun canto un piedestallo che risaltava, e sopra ciascun piedestallo era una statua grande più che il naturale, che sotto n'aveva un'altra come soggetta e vinta, di simile grandezza, ma raccolta in diverse attitudini e stravaganti.
La prima a man ritta, andando verso l'altare maggiore, era un giovane svelto, e nel sembiante tutto spirito e di bellissima vivacità figurato per l'Ingegno, con due aliette sopra le tempie, nella guisa che si dipigne alcuna volta Mercurio.
E sotto a questo giovane fatto con incredibile diligenza, era con orecchi asinini una bellissima figura fatta per l'Ignoranza, mortal nimica dell'Ingegno.
Le quali ambedue statue furono di mano di Vincenzio Danti perugino, del quale e dell'opere sue, che sono rare fra i moderni giovani scultori, si parlerà in un altro luogo più lungamente.
Sopra l'altro piedestallo, il quale essendo a man ritta verso l'altare maggiore guardava verso la sagrestia nuova, era una donna, fatta per la Pietà cristiana, la quale essendo d'ogni bontà e religione ripiena, non è altro che un aggregato di tutte quelle virtù che i nostri hanno chiamate teologiche e di quelle che furono dai gentili dette morali; onde meritamente, celebrandosi da' cristiani la virtù d'un cristiano ornata di santissimi costumi, fu dato conveniente et onorevole luogo a questa, che risguarda la legge di Dio e la salute dell'anime, essendo che tutti gl'altri ornamenti del corpo e dell'animo, dove questa manchi, sono da essere poco, anzi nulla stimati.
Questa figura, la quale avea sotto sé prostrato e da sé calpestato il Vizio o vero l'Impietà, era di mano di Valerio Cioli, il quale è valente giovane di bellissimo spirito, e merita lode di molto giudizioso e diligente scultore.
Dirimpetto a questa, dalla banda della sagrestia vecchia, era un'altra simile figura stata fatta giudiziosamente per la dea Minerva o vero l'Arte, perciò che si può dire con verità che dopo la bontà de' costumi e della vita, la quale dee tener sempre appresso i migliori il primo luogo, l'Arte poi sia stata quella che ha dato a quest'uomo non solo onore e facultà, ma anco tanta gloria che si può dire lui aver in vita goduto que' frutti che a pena dopo morte sogliono dalla fama trarne, mediante l'egregie opere loro, gl'uomini illustri e valorosi; e, quello che è più, aver intanto superata l'invidia, che senza alcuna contradizione, per consenso comune, ha il grado e nome della principale e maggiore eccellenza ottenuto; e per questa cagione aveva sotto i piedi questa figura, l'Invidia, la quale era una vecchia secca e distrutta, con occhi viperini et insomma con viso e fattezze che tutte spiravano tossico e veleno; et oltre ciò, era cinta di serpi et aveva una vipera in mano.
Queste due statue erano di mano d'un giovinetto di pochissima età, chiamato Lazzaro Calamech da Carrara, il quale ancor fanciullo ha dato infino a oggi in alcune cose di pittura e scultura gran saggio di bello e vivacissimo ingegno.
Di mano d'Andrea Calamech, zio del sopra detto et allievo dell'Amannato, erano le due statue poste sopra il quarto piedestallo, che era dirimpetto all'organo e risguardava verso le porte principali della chiesa.
La prima delle quali era figurata per lo Studio, perciò che quegli che poco e lentamente s'adoprano non possono venir in pregio già mai, come venne Michelagnolo; conciò sia che dalla sua prima fanciullezza di quindici insino a novanta anni non restò mai, come di sopra si è veduto, di lavorare.
Questa statua dello Studio, che ben si convenne a tant'uomo, il quale era un giovane fiero e gagliardo, il quale alla fine del braccio poco sopra la giuntura della mano aveva due aliette, significanti la velocità e spessezza dell'operare, si aveva sotto come prigione cacciata la Pigrizia o vero Ociosità, la quale era una donna lenta e stanca et in tutti i suoi atti grave e dormigliosa.
Queste quattro figure disposte nella maniera che s'è detto, facevano un molto vago e magnifico componimento, e parevano tutte di marmo, perché sopra la terra fu dato un bianco che tornò bellissimo.
In su questo piano, dove le dette figure posavano, nasceva un altro imbasamento pur quadro et alto braccia quattro in circa, ma di larghezza e lunghezza tanto minore di quel di sotto quanto era l'aggetto e scorniciamento dove posavano le dette figure, et aveva in ogni faccia un quadro di pittura di braccia sei e mezzo per lunghezza e tre d'altezza, e di sopra nasceva un piano nel medesimo modo che quel di sotto, ma minore; e sopra ogni canto sedeva in sul risalto d'un zoccolo una figura quanto di naturale o più; e queste erano quattro donne, le quali per gli stromenti che avevano erano facilmente conosciute per la Pittura, Scultura, Architettura e Poesia; per le cagioni che di sopra nella narrazione della sua vita si sono vedute.
Andandosi dunque dalla principale porta della chiesa verso l'altare maggiore, nel primo quadro del secondo ordine del catafalco, cioè sopra la storia nella quale Lorenzo de' Medici riceve, come si è detto, Michelagnolo nel suo giardino, era con bellissima maniera dipinto, per l'architettura, Michelagnolo innanzi a papa Pio Quarto col modello in mano della stupenda machina della cupola di San Piero di Roma.
La quale storia, che fu molta lodata, era stata dipi