LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 34
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Stefano, con bel componimento di figure.
Finite queste cose, si condusse in Ascesi città dell'Umbria, essendovi chiamato da fra' Giovanni di Muro della Marca allora Generale de' frati di S.
Francesco, dove nella chiesa di sopra dipinse a fresco sotto il corridore che attraversa le finestre, dai due lati della chiesa, trentadue storie della vita e fatti di S.
Francesco, cioè sedici per facciata, tanto perfettamente, che ne acquistò grandissima fama.
E nel vero, si vede in quell'opera gran varietà non solamente nei gesti et attitudini di ciascuna figura, ma nella composizione ancora di tutte le storie; senzaché fa bellissimo vedere la diversità degli abiti di que' tempi, e certe imitazioni et oservazioni delle cose della natura.
E fra l'altre è bellissima una storia, dove uno assetato, nel quale si vede vivo il desiderio dell'acque, bee stando chinato in terra a una fonte, con grandissimo e veramente maraviglioso affetto, in tanto che par quasi una persona viva che bea.
Vi sono anco molte altre cose dignissime di considerazione, nelle quali per non esser lungo non mi distendo altrimenti.
Basti che tutta questa opera acquistò a Giotto fama grandissima, per la bontà delle figure, e per l'ordine, proporzione, vivezza e facilità che egli aveva dalla natura e che aveva mediante lo studio fatto molto maggiore e sapeva in tutte le cose chiaramente dimostrare.
E perché, oltre quello che aveva Giotto da natura, fu studiosissimo, et andò sempre nuove cose pensando e dalla natura cavando, meritò d'esser chiamato discepolo della natura, e non d'altri.
Finite le sopra dette storie, dipinse nel medesimo luogo, ma nella chiesa di sotto, le facciate di sopra dalle bande dell'altar maggiore, e tutti quattro gl'angoli della volta di sopra, dove è il corpo di S.
Francesco, e tutte con invenzioni capricciose e belle: nella prima è S.
Francesco glorificato in cielo con quelle virtù intorno, che a voler esser perfettamente nella grazia di Dio sono richieste; da un lato l'Ubidienza mette al collo d'un frate, che le sta inanzi ginocchioni, un giogo, i legami del quale sono tirati da certe mani al cielo, e mostrando, con un dito alla bocca, silenzio, ha gl'occhi a Gesù Cristo che versa sangue dal costato; et in compagnia di questa virtù sono la Prudenza e l'Umiltà, per dimostrare che dove è veramente l'ubidienza, è sempre l'umiltà e la prudenza che fa bene operare ogni cosa.
Nel secondo angolo è la Castità, la quale standosi in una fortissima ròcca, non si lascia vincere né da regni, né da corone, né da palme che alcuni le presentano; a' piedi di costei è la Mondizia che lava persone nude, e la Fortezza va conducendo genti a lavarsi e mondarsi.
Appresso alla Castità è da un lato la Penitenza che caccia Amore alato con una disciplina, e fa fuggire la Imondizia.
Nel terzo luogo è la Povertà, la quale va coi piedi scalzi calpestando le spine; ha un cane che le abbaia dietro, e intorno un putto che le tira sassi, et un altro che le va accostando con un bastone certe spine alle gambe; e questa Povertà si vede esser quivi sposata a S.
Francesco, mentre Gesù Cristo le tiene la mano, essendo presenti non senza misterio la Speranza e la Castità.
Nel quarto et ultimo dei detti luoghi è un S.
Francesco pur glorificato, vestito con una tonicella bianca da diacono, e come trionfante in cielo in mezzo a una multitudine d'Angeli che intorno gli fanno coro, con uno stendardo nel quale è una croce con sette stelle, e in alto è lo Spirito Santo.
Dentro a ciascuno di questi angoli sono alcune parole latine che dichiarano le storie.
Similmente oltre i detti quattro angoli, sono nelle facciate dalle bande pitture bellissime e da essere veramente tenute in pregio, sì per la perfezzione che si vede in loro, e sì per essere state con tanta diligenza lavorate, che si sono insino a oggi conservate fresche.
In queste storie è il ritratto d'esso Giotto molto ben fatto, e sopra la porta della sagrestia è di mano del medesimo pur a fresco un S.
Francesco che riceve le stimate, tanto affettuoso e divoto, che a me pare la più eccellente pittura che Giotto facesse in quell'opere, che sono tutte veramente belle e lodevoli.
Finito dunque che ebbe per ultimo il detto S.
Francesco, se ne tornò a Firenze, dove giunto dipinse per mandare a Pisa in una tavola un S.
Francesco ne l'orribile sasso della Vernia, con straordinaria diligenza: perché oltre a certi paesi pieni di alberi e di scogli, che fu cosa nuova in que' tempi, si vede nell'attitudini di S.
Francesco, che con molta prontezza riceve ginocchioni le stimate, un ardentissimo desiderio di riceverle et infinito amore verso Gesù Cristo, che in aria circondato di Serafini gliele concede, con sì vivi affetti, che meglio non è possibile immaginarsi.
Nel disotto poi della medesima tavola, sono tre storie della vita del medesimo, molto belle.
Questa tavola, la quale oggi si vede in S.
Francesco di Pisa in un pilastro accanto all'altar maggiore, tenuta in molta venerazione per memoria di tanto uomo, fu cagione che i Pisani, essendosi finita appunto la fabbrica di Camposanto, secondo il disegno di Giovanni di Nicola Pisano, come si disse di sopra, diedero a dipignere a Giotto parte delle facciate di dentro, acciò che, come tanta fabrica era tutta di fuori incrostata di marmi e d'intagli fatti con grandissima spesa, coperto di piombo il tetto, e dentro piena di pile e sepolture antiche, state de' Gentili e recate in quella città di varie parti del mondo, così fusse ornata dentro nelle facciate di nobilissime pitture.
Perciò, dunque, andato Giotto a Pisa, fece nel principio d'una facciata di quel Camposanto sei storie grandi in fresco del pazientissimo Iobbe; e perché giudiziosamente considerò che i marmi da quella parte della fabrica dove aveva a lavorare erano volti verso la marina, e che tutti essendo saligni per gli scilocchi, sempre sono umidi e gettano una certa salsedine, sì come i mattoni di Pisa fanno per lo più, e che perciò acciecano e si mangiano i colori e le pitture; fece fare, perché si conservasse quanto potesse il più l'opera sua, per tutto dove voleva lavorare in fresco, in arricciato o vero intonaco o incrostatura che vogliam dire, con calcina, gesso e matton pesto mescolati così a proposito, che le pitture che egli poi sopra vi fece, si sono insino a questo giorno conservate.
E meglio, starebbono, se la stracurataggine di chi ne doveva aver cura non l'avesse lasciate molto offendere dall'umido; perché il non avere a ciò, come si poteva agevolmente, proveduto, è stato cagione che, avendo quelle pitture patito umido, si sono guaste in certi luoghi, e l'incarnazioni fatte nere, e l'intonaco scortecciato; senzaché la natura del gesso, quando è con la calcina mescolato, è d'infracidare col tempo e corrompersi; onde nasce che poi per forza guasta i colori, sebben pare che da principio faccia gran presa e buona.
Sono in queste storie, oltre al ritratto di messer Farinata degl'Uberti, molte belle figure, e massimamente certi villani, i quali nel portare le dolorose nuove a Iobbe, non potrebbono essere più sensati, né meglio mostrare il dolore che avevano per i perduti bestiami e per l'altre disaventure, di quello che fanno.
Parimente ha grazia stupenda la figura d'un servo, che con una rosta sta intorno a Iobbe piagato e quasi abbandonato da ognuno; e come che ben fatto sia in tutte le parti, è maraviglioso nell'attitudine che fa, cacciando con una delle mani le mosche al lebroso padrone e puzzolente, e con l'altra tutto schifo turandosi il naso per non sentire il puzzo.
Sono similmente l'altre figure di queste storie e le teste, così de' maschi come delle femmine, molto belle, et i panni in modo lavorati morbidamente, che non è maraviglia se quell'opera gl'acquistò in quella città e fuori tanta fama, che papa Benedetto IX da Trevisi mandasse in Toscana un suo cortigiano, a vedere che uomo fusse Giotto e quali fussero l'opere sue, avendo disegnato far in S.
Piero alcune pitture.
Il quale cortigiano venendo per veder Giotto, e intendere che altri maestri fussero in Firenze eccellenti nella pittura e nel musaico, parlò in Siena a molti maestri.
Poi avuti disegni da loro, venne a Firenze, e andato una mattina in bottega di Giotto che lavorava, gli espose la mente del Papa e in che modo si voleva valere dell'opera sua, et in ultimo gli chiese un poco di disegno per mandarlo a Sua Santità.
Giotto, che garbatissimo era, prese un foglio, et in quello con un pennello tinto di rosso, fermato il braccio al fianco per farne compasso e girato la mano, fece un tondo sì pari di sesto e di profilo, che fu a vederlo una maraviglia.
Ciò fatto, ghignando, disse al cortigiano: "Eccovi il disegno".
Colui come beffato disse: "Ho io avere altro disegno che questo?".
"Assai e pur troppo è questo", rispose Giotto, "mandatelo insieme con gli altri, e vedrete se sarà conosciuto." Il mandato, vedendo non potere altro avere, si partì da lui assai male sodisfatto, dubitando non essere ucellato.
Tuttavia mandando al Papa gli altri disegni e i nomi di chi li aveva fatti, mandò anco quel di Giotto, raccontando il modo che aveva tenuto nel fare il suo tondo senza muovere il braccio e senza seste.
Onde il Papa e molti cortigiani intendenti conobbero per ciò quanto Giotto avanzasse d'eccellenza tutti gli altri pittori del suo tempo.
Divolgatasi poi questa cosa, ne nacque il proverbio che ancora è in uso dirsi agli uomini di grossa pasta: "Tu sei più tondo che l'O di Giotto": il qual proverbio non solo per lo caso donde nacque si può dir bello, ma molto più per lo suo significato, che consiste nell'ambiguo, pigliandosi "tondo" in Toscana, oltre alla figura circolare perfetta, per tardità e grossezza d'ingegno.
Fecelo dunque il predetto Papa andare a Roma, dove onorando molto e riconoscendo la virtù di lui, gli fece nella tribuna di S.
Piero dipignere cinque storie della vita di Cristo, e nella sagrestia la tavola principale, che furono da lui con tanta diligenza condotte, che non uscì mai a tempera delle sue mani il più pulito lavoro; onde meritò che il Papa, tenendosi ben servito, facesse dargli per premio secento ducati d'oro, oltre avergli fatto tanti favori, che ne fu detto per tutta Italia.
Fu in questo tempo a Roma molto amico di Giotto (per non tacere cosa degna di memoria che appartenga all'arte) Oderigi d'Agobbio eccellente miniatore in que' tempi, il quale condotto perciò dal Papa miniò molti libri per la libreria di palazzo, che sono in gran parte oggi consumati dal tempo.
E nel mio libro de' disegni antichi sono alcune reliquie di man propria di costui, che invero fu valente uomo; sebbene fu molto miglior maestro di lui Franco Bolognese miniatore, che per lo stesso Papa e per la stessa libreria ne' medesimi tempi lavorò assai cose eccellentemente in quella maniera, come si può vedere nel detto libro, dove ho di sua mano disegni di pitture e di minio, e fra essi un'aquila molto ben fatta, et un lione che rompe un albero, bellissimo.
Di questi due miniatori eccellenti fa menzione Dante nell'undecimo capitolo del Purgatorio, dove si ragiona de' vanagloriosi, con questi versi:
O, dissi lui, non se' tu Oderigi,
l'onor d'Agobbio e l'onor di quell'arte,
ch'alluminare è chiamata in Parigi?
Frate, diss'egli, più ridon le carte
che pennelleggia Franco Bolognese:
l'onor è tutto or suo, e mio in parte.
Il Papa avendo veduto queste opere, e piacendogli la maniera di Giotto infinitamente, ordinò che facesse intorno intorno a S.
Piero istorie del Testamento Vecchio e Nuovo: onde cominciando, fece Giotto a fresco l'Angelo, di sette braccia, che è sopra l'organo e molte altre pitture, delle quali parte sono da altri state restaurate a' dì nostri, e parte nel rifondare le mura nuove, o state disfatte o trasportate dall'edifizio vecchio di S.
Piero fin sotto l'organo: come una Nostra Donna in muro, la quale perché non andasse per terra, fu tagliato attorno il muro et allacciato con travi e ferri, e così levata, e murata poi, per la sua bellezza, dove volle la pietà et amore che porta alle cose eccellenti dell'arte messer Niccolò Acciaiuoli, dottore fiorentino, il quale di stucchi e d'altre moderne pitture adornò riccamente quest'opera di Giotto.
Di mano del quale ancora fu la nave di musaico ch'è sopra le tre porte del portico nel cortile di S.
Piero, la quale è veramente miracolosa e meritamente lodata da tutti i belli ingegni, perché in essa, oltre al disegno, vi è la disposizione degli Apostoli, che in diverse maniere travagliano per la tempesta del mare, mentre soffiano i venti in una vela, la quale ha tanto rilievo, che non farebbe altrettanto una vera; e pure è difficile avere a fare di que' pezzi di vetri una unione, come quella che si vede ne' bianchi e nell'ombre di sì gran vela, la quale col pennello, quando si facesse ogni sforzo, a fatica si pareggerebbe; senzaché in un pescatore, il quale pesca in sur uno scoglio a lenza, si conosce nell'attitudine una pacienza estrema propria di quell'arte, e nel volto la speranza e la voglia di pigliare.
Sotto questa opera sono tre archetti in fresco, de' quali, essendo per la maggior parte guasti, non dirò altro.
Le lodi dunque, date universalmente dagli artefici a quest'opera, se le convengono.
Avendo poi Giotto nella Minerva, chiesa de' frati Predicatori, dipinto in una tavola un Crucifisso grande colorito a tempera, che fu allora molto lodato, se ne tornò, essendone stato fuori sei anni, alla patria.
Ma essendo non molto dopo creato papa Clemente Quinto in Perugia, per esser morto papa Benedetto Nono, fu forzato Giotto andarsene con quel Papa là dove condusse la corte, in Avignone, per farvi alcune opere; per che andato, fece, non solo in Avignone, ma in molti altri luoghi di Francia, molte tavole e pitture a fresco bellissime, le quali piacquero infinitamente al Pontefice e a tutta la corte.
Laonde, spedito che fu, lo licenziò amorevolmente e con molti doni; onde se ne tornò a casa non meno ricco che onorato e famoso, e fra l'altre cose recò il ritratto di quel Papa, il quale diede poi a Taddeo Gaddi suo discepolo: e questa tornata di Giotto in Firenze fu l'anno 1316.
Ma non però gli fu conceduto fermarsi molto in Firenze; perché condotto a Padoa per opera de' Signori della Scala, dipinse nel Santo, chiesa stata fabricata in que' tempi, una capella bellissima.
Di lì andò a Verona, dove a messer Cane fece nel suo palazzo alcune pitture e particolarmente il ritratto di quel Signore; e ne' frati di S.
Francesco una tavola.
Compiute queste opere, nel tornarsene in Toscana gli fu forza fermarsi in Ferrara, e dipignere in servigio di que' Signori Estensi in palazzo, et in S.
Agostino alcune cose che ancora oggi vi si veggiono.
Intanto venendo agli orecchi di Dante poeta fiorentino che Giotto era in Ferrara, operò di maniera che lo condusse a Ravenna, dove egli si stava in esilio, e gli fece fare in S.
Francesco per i Signori da Polenta alcune storie in fresco intorno alla chiesa, che sono ragionevoli.
Andato poi da Ravenna a Urbino, ancor quivi lavorò alcune cose.
Poi occorrendogli passar per Arezzo, non potette non compiacere Piero Saccone che molto l'aveva carezzato, onde gli fece in un pilastro della capella maggiore del Vescovado in fresco un S.
Martino, che tagliatosi il mantello nel mezzo, ne dà una parte a un povero che gli è inanzi quasi tutto ignudo.
Avendo poi fatto nella Badia di Santa Fiora, in legno, un Crucifisso grande a tempera, che è oggi nel mezzo di quella chiesa, se ne ritornò finalmente in Firenze, dove fra l'altre cose, che furono molte, fece nel monasterio delle Donne di Faenza alcune pitture et in fresco et a tempera, che oggi non sono in essere per esser rovinato quel monasterio.
Similmente l'anno 1322, essendo l'anno innanzi con suo molto dispiacere morto Dante suo amicissimo, andò a Lucca, et a richiesta di Castruccio, Signore allora di quella città sua patria, fece una tavola in S.
Martino, drentovi un Cristo in aria e quattro Santi protettori di quella città, cioè S.
Piero, S.
Regolo, S.
Martino e S.
Paulino, i quali mostrano di raccomandare un Papa et un Imperator: i quali, secondo che per molti si crede, sono Federigo Bavaro e Nicola Quinto antipapa.
Credono parimente alcuni che Giotto disegnasse a S.
Fridiano nella medesima città di Lucca il castello e fortezza della Giusta, che è inespugnabile.
Dopo, essendo Giotto ritornato in Firenze, Ruberto re di Napoli scrisse a Carlo duca di Calavria suo primogenito, il quale si trovava in Firenze, che per ogni modo gli mandasse Giotto a Napoli, perciò che avendo finito di fabricare S.
Chiara monasterio di donne e chiesa reale, voleva che da lui fusse di nobile pittura adornata.
Giotto adunque sentendosi da un re tanto lodato e famoso chiamare, andò più che volentieri a servirlo, e giunto, dipinse in alcune capelle del detto monasterio molte storie del Vecchio Testamento e Nuovo.
E le storie de l'Apocalisse che fece in una di dette capelle, furono, per quanto si dice, invenzione di Dante, come per avventura furono anco quelle tanto lodate d'Ascesi, delle quali si è di sopra a bastanza favellato; e sebbene Dante in questo tempo era morto, potevano averne avuto, come spesso avviene fra gli amici, ragionamento.
Ma per tornare a Napoli, fece Giotto nel Castello dell'Uovo molte opere, e particolarmente la capella che molto piacque a quel re, dal quale fu tanto amato, che Giotto molte volte lavorando si trovò essere trattenuto da esso re, che si pigliava a piacere di vederlo lavorare e d'udire i suoi ragionamenti; e Giotto, che aveva sempre qualche motto alle mani e qualche risposta arguta in pronto, lo tratteneva con la mano dipignendo, e con ragionamenti piacevoli motteggiando.
Onde dicendogli un giorno il re, che voleva farlo il primo uomo di Napoli, rispose Giotto: "E perciò sono io alloggiato a Porta Reale: per esser il primo di Napoli".
Un'altra volta dicendogli il re: "Giotto, se io fussi in te, ora che fa caldo, tralascerei un poco il dipignere", rispose: "Et io certo, s'io fussi voi".
Essendo dunque al re molto grato, gli fece, in una sala che il re Alfonso Primo rovinò per fare il castello, e così nell'Incoronata, buon numero di pitture, e fra l'altre della detta sala vi erano i ritratti di molti uomini famosi, e fra essi quello di esso Giotto; al quale avendo un giorno per capriccio chiesto il re, che gli dipignesse il suo reame, Giotto, secondo che si dice, gli dipinse un asino imbastato che teneva ai piedi un altro basto nuovo, e fiutandolo facea sembiante di desiderarlo, et in su l'uno e l'altro basto nuovo era la corona reale e lo scettro della podestà: onde dimandato Giotto dal re, quello che cotale pittura significasse, rispose, tale i sudditi suoi essere e tale il regno, nel quale ogni giorno nuovo Signore si desidera.
Partito Giotto da Napoli per andare a Roma, si fermò a Gaeta, dove gli fu forza nella Nunziata far di pittura alcune storie del Testamento Nuovo, oggi guaste dal tempo, ma non però in modo che non vi si veggia benissimo il ritratto d'esso Giotto appresso a un Crucifisso grande molto bello.
Finita quest'opera, non potendo ciò negare al signor Malatesta, prima si trattenne per servigio di lui alcuni giorni in Roma, e di poi se n'andò a Rimini, della qual città era il detto Malatesta signore, e lì nella chiesa di S.
Francesco fece moltissime pitture, le quali poi da Gismondo figliuolo di Pandolfo Malatesti, che rifece tutta la detta chiesa di nuovo, furono gettate per terra e rovinate.
Fece ancora nel chiostro di detto luogo all'incontro della facciata della chiesa in fresco l'istoria della beata Michelina, che fu una delle più belle ed eccellenti cose che Giotto facesse già mai, per le molte e belle considerazioni che egli ebbe nel lavorarla; perché oltr'alla bellezza de' panni e la grazia e vivezza delle teste che sono miracolose, vi è, quanto può donna esser bella, una giovane, la qual per liberarsi dalla calunnia dell'adulterio, giura sopra un libro in atto stupendissimo, tenendo fissi gl'occhi suoi in quelli del marito, che giurare la facea per diffidenza d'un figliuolo nero partorito da lei, il quale in nessun modo poteva acconciarsi a credere che fusse suo.
Costei, sì come il marito mostra lo sdegno e la diffidenza nel viso, fa conoscere con la pietà della fronte e degli occhi a coloro che intentissimamente la contemplano, la innocenza e semplicità sua, et il torto che se le fa, facendola giurare, e publicandola a torto per meretrice.
Medesimamente grandissimo affetto fu quello ch'egli espresse in un infermo di certe piaghe: perché tutte le femmine che gli sono intorno, offese dal puzzo, fanno certi storcimenti schifi i più graziati del mondo.
Li scorti poi, che in un altro quadro si veggiono fra una quantità di poveri rattratti, sono molto lodevoli e deono essere, appresso gl'artefici, in pregio, perché da essi si è avuto il primo principio e modo di farli; senzaché non si può dire che siano, come primi, se non ragionevoli.
Ma sopra tutte l'altre cose che sono in questa opera, è maravigliosissimo l'atto che fa la sopra detta beata verso certi usurai che le sborsano i danari dalla vendita delle sue possessioni per dargli a' poveri; perché in lei si dimostra il dispregio de' danari e dell'altre cose terrene, le quali pare che le putino; et in quelli il ritratto stesso dell'avarizia e ingordigia umana.
Parimente la figura d'uno che annoverandole i danari, pare che accenni al notaio che scriva, è molto bella; considerato, che sebbene ha gli occhi al notaio, tenendo nondimeno le mani sopra i danari, fa conoscere l'affezione, l'avarizia sua e la diffidenza.
Similmente le tre figure che in aria sostengono l'abito di S.
Francesco, figurate per l'Ubbidienza, Pacienza e Povertà sono degne d'infinita lode, per essere massimamente nella maniera de' panni un naturale andar di pieghe, che fa conoscere che Giotto nacque per dar luce alla pittura.
Ritrasse oltre ciò tanto naturale il signor Malatesta in una nave di questa opera, che pare vivissimo: et alcuni marinari et altre genti nella prontezza, nell'affetto e nell'attitudini, e particolarmente una figura, che parlando con alcuni, e mettendosi una mano al viso, sputa in mare, fa conoscere l'eccellenza di Giotto.
E certamente fra tutte le cose di pittura fatte da questo maestro, questa si può dire che sia una delle migliori; perché non è figura in sì gran numero, che non abbia in sé grandissimo artifizio e che non sia posta con capricciosa attitudine.
E però non è maraviglia, se non mancò il signor Malatesta di premiarlo magnificamente e lodarlo.
Finiti i lavori di quel Signore, fece, pregato da un priore fiorentino che allora era in S.
Cataldo d'Arimini, fuor della porta della chiesa, un S.
Tommaso d'Aquino che legge a' suoi frati.
Di quivi partito, tornò a Ravenna, et in S.
Giovanni Evangelista fece una capella a fresco lodata molto.
Essendo poi tornato a Firenze con grandissimo onor e con buone facultà, fece in S.
Marco a tempera un Crucifisso in legno maggiore che il naturale e in campo d'oro, il quale fu messo a man destra in chiesa; et un altro simile ne fece in S.
Maria Novella, in sul quale Puccio Capanna, suo creato, lavorò in sua compagnia: e quest'è ancor oggi sopra la porta maggiore nell'entrare in chiesa a man destra sopra la sepoltura de' Gaddi.
E nella medesima chiesa fece sopra il tramezzo un S.
Lodovico e Paulo di Lotto Ardinghelli, et a' piedi il ritratto di lui e della moglie, di naturale.
L'anno poi 1327 essendo Guido Tarlati da Pietramala, vescovo e signore d'Arezzo, morto a Massa di Maremma nel tornare da Lucca, dove era stato a visitare l'Imperatore, poi che fu portato in Arezzo il suo corpo, e lì ebbe avuta l'onoranza del mortorio onoratissima, deliberarono Piero Saccone e Dolfo da Pietramala, fratello del vescovo, che gli fosse fatto un sepolcro di marmo degno della grandezza di tanto uomo, stato signore spirituale e temporale, e capo di Parte ghibellina in Toscana.
Per che, scritto a Giotto che facesse il disegno d'una sepoltura ricchissima, e quanto più si potesse onorata, e mandatogli le misure, lo pregarono appresso, che mettesse loro per le mani uno scultore il più eccellente, secondo il parer suo, di quanti ne erano in Italia, perché si rimettevano di tutto al giudizio di lui.
Giotto, che cortese era, fece il disegno e lo mandò loro; e secondo quello, come al suo luogo si dirà, fu fatta la detta sepoltura.
E perché il detto Piero Saccone amava infinitamente la virtù di questo uomo, avendo preso, non molto dopo che ebbe avuto il detto disegno, il Borgo a S.
Sepolcro, di là condusse in Arezzo una tavola di man di Giotto di figure piccole, che poi se n'è ita in pezzi; e Baccio Gondi gentiluomo fiorentino, amatore di queste nobili arti e di tutte le virtù, essendo commessario d'Arezzo, ricercò con gran diligenza i pezzi di questa tavola, e trovatone alcuni, gli condusse a Firenze, dove gli tiene in gran venerazione insieme con alcune altre cose che ha di mano del medesimo Giotto; il quale lavorò tante cose che raccontandole non si crederebbe.
E non sono molti anni, che trovandomi io all'eremo di Camaldoli, dove ho molte cose lavorato a que' reverendi padri, vidi in una cella (e vi era stato portato dal molto reverendo don Antonio da Pisa, allora Generale della congregazione di Camaldoli) un Crucifisso piccolo in campo d'oro, e col nome di Giotto di sua mano, molto bello: il quale Crucifisso si tiene oggi, secondo che mi dice il reverendo don Silvano Razzi, monaco camaldolese, nel monasterio degl'Angeli di Firenze, nella cella del maggiore, come cosa rarissima per essere di mano di Giotto, et in compagnia d'un bellissimo quadretto di mano di Raffaello da Urbino.
Dipinse Giotto ai frati Umiliati d'Ognissanti di Firenze una cappella e quattro tavole, e fra l'altre in una la Nostra Donna con molti angeli intorno e col Figliuolo in braccio, et un Crucifisso grande in legno; dal quale Puccio Capanna pigliando il disegno, ne lavorò poi molti per tutta Italia, avendo molto in pratica la maniera di Giotto.
Nel tramezzo di detta chiesa era, quando questo libro delle Vite de' pittori, scultori e architetti si stampò la prima volta, una tavolina a tempera stata dipinta da Giotto con infinita diligenza, dentro la quale era la morte di Nostra Donna con gl'Apostoli intorno, e con un Cristo che in braccio l'anima di lei riceveva.
Questa opera dagl'artefici pittori era molto lodata, e particolarmente da Michelagnolo Buonarroti, il quale affermava, come si disse altra volta, la proprietà di questa istoria dipinta non potere essere più simile al vero di quello ch'ell'era.
Questa tavoletta, dico, essendo venuta in considerazione, da che si diede fuora la prima volta il libro di queste Vite, è stata poi levata via da chi che sia: che forse per amor dell'arte e per pietà, parendogli che fusse poco stimata, si è fatto, come disse il nostro poeta, spietato.
E veramente fu in que' tempi un miracolo, che Giotto avesse tanta vaghezza nel dipignere, considerando massimamente che egli imparò l'arte, in un certo modo, senza maestro.
Dopo queste cose mise mano l'anno 1334 a dì 9 di luglio al campanile di S.
Maria del Fiore; il fondamento del quale fu, essendo stato cavato venti braccia a dentro, una platea di pietre forti, in quella parte donde si era cavata acqua e ghiaia; sopra la quale platea, fatto poi un buon getto che venne alto dodici braccia dal primo fondamento, fece fare il rimanente, cioè l'altre otto braccia di muro a mano.
E a questo principio e fondamento intervenne il vescovo della città, il quale, presente tutto il clero e tutti i magistrati, mise solennemente la prima pietra.
Continuandosi poi questa opera col detto modello, che fu di quella maniera tedesca che in quel tempo s'usava, disegnò Giotto tutte le storie che andavano nell'ornamento, e scompartì di colori bianchi, neri e rossi il modello in tutti que' luoghi dove avevano a andare le pietre e i fregi, con molta diligenza.
Fu il circuito da basso in giro largo braccia cento, cioè braccia venticinque per ciascuna faccia, e l'altezza braccia centoquarantaquattro.
E se è vero, che tengo per verissimo, quello che lasciò scritto Lorenzo di Cione Ghiberti, fece Giotto non solo il modello di questo campanile, ma di scultura ancora e di rilievo parte di quelle storie di marmo, dove sono i principii di tutte l'arti.
E Lorenzo detto afferma aver veduto modelli di rilievo di man di Giotto, e particolarmente quelli di queste opere; la qual cosa si può creder agevolmente, essendo il disegno e l'invenzione il padre e la madre di tutte quest'arti e non d'una sola.
Doveva questo campanile, secondo il modello di Giotto, avere per finimento, sopra quello che si vede, una punta ovvero piramide quadra alta braccia cinquanta, ma per essere cosa tedesca e di maniera vecchia, gli architettori moderni non hanno mai se non consigliato che non si faccia, parendo che stia meglio così.
Per le quali tutte cose fu Giotto non pure fatto cittadino fiorentino, ma provisionato di cento fiorini d'oro l'anno dal Comune di Firenze, ch'era in que' tempi gran cosa, e fatto proveditore sopra questa opera; che fu seguitata dopo lui da Taddeo Gaddi, non essendo egli tanto vivuto che la potesse vedere finita.
Ora mentre che quest'opera si andava tirando inanzi, fece alle monache di S.
Giorgio una tavola, e nella Badia di Firenze in un arco sopra la porta di dentro la chiesa tre mezze figure, oggi coperte di bianco per illuminare la chiesa.
E nella sala grande del Podestà di Firenze dipinse il Comune rubato da molti, dove in forma di giudice con lo scettro in mano lo figurò a sedere, e sopra la testa gli pose le bilance pari per le giuste ragioni ministrate da esso, aiutato da quattro virtù, che sono la Fortezza con l'animo, la Prudenza con le leggi, la Giustizia con l'armi e la Temperanza con le parole: pittura bella et invenzione propria e verissimile.
Appresso, andato di nuovo a Padoa, oltre a molte altre cose e cappelle ch'egli vi dipinse, fece nel luogo dell'Arena una Gloria mondana, che gl'arrecò molto onore e utile.
Lavorò anco in Milano alcune cose che sono sparse per quella città, e che insino a oggi sono tenute bellissime.
Finalmente tornato da Milano, non passò molto che, avendo in vita fatto tante e tanto bell'opere, et essendo stato non meno buon cristiano che eccellente pittore, rendé l'anima a Dio l'anno 1336, con molto dispiacere di tutti i suoi cittadini, anzi di tutti coloro che non pure l'avevano conosciuto, ma udito nominare: e fu sepellito, sì come le sue virtù meritavano, onoratamente, essendo stato in vita amato da ognuno, e particolarmente dagli uomini eccellenti in tutte le professioni; perché oltre a Dante, di cui avemo di sopra favellato, fu molto onorato dal Petrarca, egli e l'opere sue: intanto che si legge nel testamento suo ch'egli lascia al signor Francesco da Carrara signor di Padoa, fra l'altre cose da lui tenute in somma venerazione, un quadro di man di Giotto drentovi una Nostra Donna, come cosa rara e stata a lui gratissima.
E le parole di quel capitolo del testamento dicono così: "Transeo ad dispositionem aliarum rerum; et praedicto igitur domino meo Paduano, quia et ipse per Dei gratiam non eget, et ego nihil aliud habeo dignum se, mitto tabulam meam sive historiam Beatae Virginis Mariae operis Jocti pictoris egregii, quae mihi ab amico meo Michaele Vannis de Florentia missa est, in cuius pulchritudinem ignorantes non intelligunt, magistri autem artis stupent: hanc iconam ipsi domino lego, ut ipsa Virgo benedicta sibi sit propitia apud filium suum Jesum Christum etc.".
Et il medesimo Petrarca, in una sua epistola latina nel quinto libro delle Familiari, dice queste parole: "Atque (ut a veteribus ad nova, ab externis ad nostra transgrediar), duos ego novi pictores egregios, nec formosos, Iottum Florentinum civem, cuius inter modernos fama ingens est, et Simonem Senensem.
Novi sculptores aliquot etc.".
Fu sotterrato in S.
Maria del Fiore dalla banda sinistra entrando in chiesa, dove è un matton di marmo bianco per memoria di tanto uomo.
E come si disse nella vita di Cimabue, un comentator di Dante, che fu nel tempo che Giotto viveva, disse: "Fu et è Giotto tra i pittori il più sommo della medesima città di Firenze, e le sue opere il testimoniano a Roma, a Napoli, a Vignone, a Fiorenza, Padoa, e in molte altre parti del mondo".
I discepoli suoi furono Taddeo Gaddi, stato tenuto da lui a battesimo, come s'è detto, e Puccio Capanna fiorentino, che in Rimini nella chiesa di S.
Cataldo de' frati Predicatori dipinse perfettamente in fresco un voto d'una nave che pare che affoghi nel mare, con uomini che gettano robbe nell'acqua, de' quali è uno esso Puccio, ritratto di naturale, fra un buon numero di marinari.
Dipinse il medesimo in Ascesi nella chiesa di S.
Francesco molte opere dopo la morte di Giotto, et in Fiorenza nella chiesa di S.
Trinita, fece allato alla porta del fianco verso il fiume la cappella degli Strozzi, dove è in fresco la coronazione della Madonna con un coro d'Angeli, che tirano assai alla maniera di Giotto; e dalle bande sono storie di S.
Lucia molto ben lavorate.
Nella Badia di Firenze dipinse la cappella di S.
Giovanni Evangelista della famiglia de' Covoni allato alla sagrestia.
Et in Pistoia fece a fresco la cappella maggiore della chiesa di S.
Francesco, e la cappella di S.
Lodovico, con le storie loro, che sono ragionevoli.
Nel mezzo della chiesa di S.
Domenico della medesima città è un Crucifisso, una Madonna, et un S.
Giovanni con molta dolcezza lavorati, e ai piedi un'ossatura di morto intera, nella quale, che fu cosa inusitata in que' tempi, mostrò Puccio aver tentato di vedere i fondamenti dell'arte; in questa opera si legge il suo nome fatto da lui stesso in questo modo: PUCCIO DI FIORENZA ME FECE; e di sua mano ancora in detta chiesa sopra la porta di S.
Maria Nuova nell'arco, tre mezze figure, la Nostra Donna col Figliuolo in braccio e S.
Piero da una banda e dall'altra S.
Francesco.
Dipinse ancora nella già detta città d'Ascesi, nella chiesa di sotto S.
Francesco, alcune storie della Passione di Gesù Cristo in fresco con buona pratica e molto risoluta, e nella cappella della chiesa di S.
Maria degl'Angeli, lavorata a fresco, un Cristo in gloria con la Vergine che lo priega pel popolo cristiano, la quale opera, che è assai buona, è tutta affumicata dalle lampane e dalla cera che in gran copia vi si arde continuamente.
E di vero, per quello che si può giudicare, avendo Puccio la maniera e tutto il modo di fare di Giotto suo maestro, egli se ne seppe servire assai nell'opere che fece, ancor che, come vogliono alcuni, egli non vivesse molto, essendosi infermato e morto per troppo lavorare in fresco.
È di sua mano, per quello che si conosce, nella medesima chiesa la cappella di S.
Martino e le storie di quel Santo lavorate in fresco per lo cardinal Gentile.
Vedesi ancora a mezza la strada nominata Portica un Cristo alla colonna, ed in un quadro la Nostra Donna e S.
Caterina e S.
Chiara che la mettono in mezzo.
Sono sparte in molti altri luoghi opere di costui, come in Bologna una tavola nel tramezzo della chiesa con la Passione di Cristo e storie di S.
Francesco; e insomma altre che si lasciano per brevità.
Dirò bene che in Ascesi, dove sono il più dell'opere sue, e dove mi pare che egli aiutasse a Giotto a dipignere, ho trovato che lo tengono per loro cittadino, e che ancora oggi sono in quella città alcuni della famiglia de' Capanni.
Onde facilmente si può credere che nascesse in Firenze, avendolo scritto egli, e che fusse discepolo di Giotto, ma che poi togliesse moglie in Ascesi, che quivi avesse figliuoli, e ora vi siano descendenti.
Ma perché ciò sapere a punto non importa più che tanto, basta che egli fu buon maestro.
Fu similmente discepolo di Giotto e molto pratico dipintore Ottaviano da Faenza, che in S.
Giorgio di Ferrara, luogo de' monaci di Monte Oliveto, dipinse molte cose; et in Faenza, dove egli visse e morì, dipinse nell'arco sopra la porta di S.
Francesco una Nostra Donna, e S.
Piero e S.
Paulo, e molte altre cose in detta sua patria et in Bologna.
Fu anche discepolo di Giotto Pace da Faenza, che stette seco assai e l'aiutò in molte cose; et in Bologna sono di sua mano nella facciata di fuori di S.
Giovanni Decollato alcune storie in fresco.
Fu questo Pace valente uomo, ma particolarmente in fare figure piccole, come si può insino a oggi veder nella chiesa di S.
Francesco di Forlì in un albero di croce e in una tavoletta a tempera, dove è la vita di Cristo e quattro storiette della vita di Nostra Donna, che tutte sono molto ben lavorate.
Dicesi che costui lavorò in Ascesi in fresco nella capella di S.
Antonio alcune istorie della vita di quel Santo, per un Duca di Spoleti ch'è sotterrato in quel luogo con un suo figliuolo, essendo stati morti in certi sobborghi d'Ascesi combattendo, secondo che si vede in una lunga inscrizione che è nella cassa del detto sepolcro.
Nel vecchio libro della Compagnia de' Dipintori si trova essere stato discepolo del medesimo un Francesco detto di maestro Giotto, del quale non so altro ragionare.
Guglielmo da Forlì fu anche egli discepolo di Giotto, et oltre a molte altre opere, fece in S.
Domenico di Forlì sua patria la capella dell'altar maggiore.
Furono anco discepoli di Giotto, Pietro Laurati, Simon Memmi sanesi, Stefano fiorentino, e Pietro Cavallini romano.
Ma perché di tutti questi si ragiona nella vita di ciascun di loro, basti in questo luogo aver detto che furono discepoli di Giotto: il quale disegnò molto bene nel suo tempo, e di quella maniera, come ne fanno fede molte carte pecore disegnate di sua mano di acquerello e profilate di penna, e di chiaro e scuro, e lumeggiate di bianco, le quali sono nel nostro libro de' disegni, e sono, a petto a quelli de' maestri stati innanzi a lui, veramente una maraviglia.
Fu, come si è detto, Giotto ingegnoso e piacevole molto e ne' motti argutissimo, de' quali n'è anco viva memoria in questa città; perché oltre a quello che ne scrisse messer Giovanni Boccaccio, Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle ne racconta molti e bellissimi, de' quali non mi parrà fatica scriverne alcuni con le proprie parole appunto di esso Franco, acciò con la narrazione della novella si vegghino anco alcuni modi di favellare e locuzioni di que' tempi.
Dice dunque in una, per mettere la rubrìca:
A Giotto gran dipintore è dato un palvese a dipignere da un uomo di picciol affare.
Egli facendosene scherne, lo dipigne per forma che colui rimane confuso.
NOVELLA
"Ciascuno può avere già udito chi fu Giotto, e quando fu gran dipintore sopra ogn'altro.
Sentendo la fama sua un grossolano, et avendo bisogno, forse per andare in castellaneria, di far dipignere un suo palvese, subito n'andò alla bottega di Giotto avendo chi gli portava il palvese drieto; e giunto dove trovò Giotto, disse: "Dio ti salvi, maestro: io vorrei che mi dipignessi l'arme mia in questo palvese".
Giotto considerando e l'uomo e 'l modo, non disse altro se non: "Quando il vuo' tu?" e quel glielo disse.
Disse Giotto: "Lascia far me".
E partissi.
E Giotto essendo rimaso, pensa fra se medesimo: "Che vuol dir questo? sarebbemi stato mandato costui per ischerne? sia che vuole; mai non mi fu recato palvese a dipignere.
E costui che 'l reca è un omiciatto semplice, e dice ch'io gli facci l'arme sua, come se fosse de' Reali di Francia.
Per certo io gli debbo fare una nuova arme".
E così pensando fra se medesimo, si recò inanzi il detto palvese, e disegnato quello gli parea, disse a un suo discepolo desse fine alla dipintura; e così fece.
La quale dipintura fu una cervelliera, una gorgiera, un paio di bracciali, un paio di guanti di ferro, un paio di corazze, un paio di cosciali e gamberuoli, una spada, un coltello, et una lancia.
Giunto il valente uomo, che non sapea chi si fusse, fassi innanzi e dice: "Maestro, è dipinto quel palvese?".
Disse Giotto: "Sì bene: va, recalo giù".
Venuto il palvese, e quel gentiluomo per procuratore il comincia a guardare, e dice a Giotto: "Oh che imbratto è questo che tu m'hai dipinto?".
Disse Giotto: "E' ti parrà ben imbratto al pagare".
Disse quegli: "Io non ne pagherei quattro danari".
Disse Giotto: "E che mi dicestù ch'io dipignessi?".
E quel rispose: "L'arme mia".
Disse Giotto: "Non è ella qui? mancacene niuna?".
Disse costui: "Ben istà".
Disse Giotto: "Anzi sta male, che Dio ti dia, e déi essere una gran bestia, che chi ti dicesse, 'chi se' tu', appena lo sapresti dire; e giugni qui, e di': 'dipignimi l'arme mia'.
Se tu fussi stato de' Bardi, sarebbe basto.
Che arme porti tu? di qua' se' tu? chi furono gl'antichi tuoi? Deh, che non ti vergogni? Comincia prima a venire al mondo, che tu ragioni d'arma, come stu fussi Dusnan di Baviera.
Io t'ho fatta tutta armadura sul tuo palvese: se ce n'è più alcuna, dillo, et io la farò dipignere".
Disse quello: "Tu mi di' villania, e m'hai guasto un palvese".
E partesi, e vassene alla Grascia, e fa richieder Giotto.
Giotto compare, e fa richieder lui, adomandando fiorini dua della dipintura: e quello domandava a lui.
Udite le ragioni, gli ufficiali, ché molto meglio le dicea Giotto, giudicarono che colui si togliesse il palvese suo così dipinto, e desse lire sei a Giotto, però che gl'aveva ragione.
Onde convenne togliesse il palvese e pagasse, e fu prosciolto.
Così costui, non misurandosi, fu misurato."
Dicesi che stando Giotto ancor giovinetto con Cimabue, dipinse una volta, in sul naso d'una figura che esso Cimabue avea fatta, una mosca tanto naturale, che tornando il maestro per seguitare il lavoro, si rimise più d'una volta a cacciarla con mano, pensando che fusse vera, prima che s'accorgesse dell'errore.
Potrei molte altre burle fatte da Giotto e molte argute risposte raccontare, ma voglio che queste, le quali sono di cose pertinenti all'arte, mi basti avere detto in questo luogo, rimettendo il resto al detto Franco et altri.
Finalmente, perché restò memoria di Giotto non pure nell'opere che uscirono delle sue mani, ma in quelle ancora che uscirono di mano degli scrittori di que' tempi, essendo egli stato quello che ritrovò il vero modo di dipignere, stato perduto inanzi a lui molti anni, onde per publico decreto, e per opera et affezzione particolare del Magnifico Lorenzo vecchio de' Medici, ammirate le virtù di tanto uomo, fu posta in S.
Maria del Fiore l'effigie sua scolpita di marmo da Benedetto da Maiano scultore eccellente, con gl'infrascritti versi fatti dal divino uomo messer Angelo Poliziano, acciò che quelli che venissero eccellenti in qualsivoglia professione, potessero sperare d'avere a conseguire da altri di queste memorie, che meritò e conseguì Giotto dalla bontà sua largamente:
Ille ego sum, per quem pictura extinta revixit,
cui quam recta manus, tam fuit et facilis.
Naturae deerat nostrae quod defuit arti:
plus licuit nulli pingere, nec melius.
Miraris turrim egregiam sacro aere sonantem?
Haee quoque de modulo crevit ad astra meo.
Denique sum Jottus, quid opus fuit illa referre?
Hoc nomen longi carminis instar erit.
E perché possino coloro che verranno vedere dei disegni di man propria di Giotto, e da quelli conoscere maggiormente l'eccellenza di tanto uomo, nel nostro già detto libro ne sono alcuni maravigliosi, stati da me ritrovati con non minore diligenza che fatica e spesa.
FINE DELLA VITA DI GIOTTO
VITA DI AGOSTINO ET AGNOLO SCULTORI ET ARCHITETTI SANESI
Fra gl'altri che nella scuola di Giovanni e Nicola scultori pisani si esercitarono, Agostino et Agnolo scultori sanesi, de' quali al presente scriviamo la vita, riuscirono secondo que' tempi eccellentissimi.
Questi, secondo che io trovo, nacquero di padre e madre sanesi, e gli antenati loro furono architetti: conciò sia che l'anno 1190 sotto il reggimento de' tre Consoli, fusse da loro condotta a perfezzione Fontebranda, e poi l'anno seguente, sotto il medesimo consolato, la Dogana di quella città et altre fabriche.
E nel vero si vede che i semi della virtù, molte volte, nelle case dove sono stati per alcun tempo, germogliano e fanno rampolli, che poi producono maggiori e migliori frutti, che le prime piante fatto non avevano.
Agostino, dunque, et Agnolo aggiugnendo molto miglioramento alla maniera di Giovanni e Nicola Pisani, arricchirono l'arte di miglior disegno et invenzione, come l'opere loro chiaramente ne dimostrano.
Dicesi che tornando Giovanni sopra detto da Napoli a Pisa l'anno 1284, si fermò in Siena a fare il disegno e fondare la facciata del Duomo, dinanzi dove sono le tre porte principali, perché si adornasse tutta di marmi riccamente; e che allora non avendo più che quindici anni, andò a star seco Agostino per attendere alla scultura, della quale aveva imparato i primi principii, essendo a quell'arte non meno inclinato, che alle cose d'architettura.
E così sotto la disciplina di Giovanni, mediante un continuo studio, trapassò in disegno, grazia e maniera tutti i condiscepoli suoi, intanto che si diceva per ognuno che egli era l'occhio diritto del suo maestro.
E perché nelle persone che si amano si disiderano, sopra tutti gli altri beni o di natura o d'animo o di fortuna, la virtù che sola rende gli uomini grandi e nobili, e, più, in questa vita e nell'altra felicissimi, tirò Agostino, con questa occasione di Giovanni, Agnolo suo fratello minore al medesimo esercizio.
Né gli fu il ciò fare molta fatica; perché il praticar d'Agnolo con Agostino e con gli altri scultori, gl'aveva di già, vedendo l'onore e utili che traevano di cotal arte, l'animo acceso d'estrema voglia e disiderio d'attendere alla scultura: anzi prima che Agostino a ciò avesse pensato, aveva fatto Agnolo nascosamente alcune cose.
Trovandosi dunque Agostino a lavorare con Giovanni la tavola di marmo dell'altar maggiore del Vescovado d'Arezzo, della quale si è favellato di sopra, fece tanto, che vi condusse il detto Agnolo suo fratello, il quale si portò di maniera in quell'opera, che finita ch'ella fu, si trovò avere nell'eccellenza dell'arte raggiunto Agostino.
La qual cosa conosciuta da Giovanni, fu cagione che dopo questa opera si servì dell'uno e dell'altro in molti altri suoi lavori, che fece in Pistoia, in Pisa, et in altri luoghi.
E perché attesero non solamente alla scultura ma all'architettura ancora, non passò molto tempo che reggendo in Siena i Nove, fece Agostino il disegno del loro palazzo in Malborghetto, che fu l'anno 1308.
Nel che fare si acquistò tanto nome nella patria, che, ritornati in Siena dopo la morte di Giovanni, furono l'uno e l'altro fatti architetti del publico; onde poi l'anno 1317 fu fatta per loro ordine la facciata del Duomo che è volta a settentrione, e l'anno 1321, col disegno de' medesimi, si cominciò a murare la porta Romana in quel modo che ell'è oggi, e fu finita l'anno 1326; la qual porta si chiamava prima porta S.
Martino.
Rifeciono anco la porta a Tufi, che prima si chiamava la porta di S.
Agata all'arco.
Il medesimo anno fu cominciata col disegno degli stessi Agostino et Agnolo la chiesa e convento di S.
Francesco, intervenendovi il cardinale di Gaeta legato apostolico.
Né molto dopo per mezzo d'alcuni de' Tolomei, che come esuli si stavano a Orvieto, furono chiamati Agostino et Agnolo a fare alcune sculture per l'opera di S.
Maria di quella città.
Per che andati là, fecero di scultura in marmo alcuni profeti, che sono oggi, fra l'altre opere di quella facciata, le migliori e più proporzionate di quell'opera tanto nominata.
Ora, avvenne l'anno 1326, come si è detto nella sua vita, che Giotto fu chiamato per mezzo di Carlo duca di Calavria, che allora dimorava in Fiorenza, a Napoli, per fare al re Ruberto alcune cose in S.
Chiara et altri luoghi di quella città: onde passando Giotto nell'andar là da Orvieto per veder l'opere, che da tanti uomini vi si erano fatte e facevano tuttavia, che egli volle veder minutamente ogni cosa.
E perché più che tutte l'altre sculture gli piacquero i profeti d'Agostino e d'Agnolo sanesi, di qui venne che Giotto non solamente gli commendò, e gli ebbe con molto loro contento nel numero degli amici suoi, ma che ancora gli mise per le mani a Piero Saccone da Pietramala, come migliori di quanti allora fussero scultori, per fare, come si è detto nella vita d'esso Giotto, la sepoltura del vescovo Guido, signore e vescovo d'Arezzo.
E così, adunque, avendo Giotto veduto in Orvieto l'opere di molti scultori, e giudicate le migliori quelle d'Agostino et Agnolo sanesi, fu cagione che fu loro data a fare la detta sepoltura, in quel modo però che egli l'aveva disegnata, e secondo il modello che esso aveva al detto Piero Saccone mandato.
Finirono questa sepoltura Agostino et Agnolo in ispazio di tre anni, e con molta diligenza la condussono e murarono nella chiesa del Vescovado di Arezzo nella capella del Sagramento; sopra la cassa, la quale posa in su certi mensoloni intagliati più che ragionevolmente, è disteso di marmo il corpo di quel vescovo, e dalle bande sono alcuni Angeli che tirano certe cortine assai acconciamente.
Sono poi intagliate di mezzo rilievo in quadri dodici storie della vita e fatti di quel vescovo, con un numero infinito di figure piccole; il contenuto delle quali storie, acciò si veggia con quanta pacienza furono lavorate, e che questi scultori studiando cercarono la buona maniera, non mi parrà fatica di raccontare.
Nella prima è quando aiutato dalla parte ghibellina di Milano, che gli mandò quattrocento muratori e danari, egli rifà le mura d'Arezzo tutte di nuovo, allungandole tanto più che non erano, che dà loro forma d'una galea; nella seconda è la presa di Lucignano di Valdichiana; nella terza quella di Chiusi; nella quarta quella di Fronzoli, castello allora forte sopra Poppi, e posseduto dai figliuoli del conte di Battifolle; nella quinta è quando il castello di Rondine, dopo essere stato molti mesi assediato dagl'Aretini, si arrende finalmente al vescovo; nella sesta è la presa del castello del Bucine in Valdarno; nella settima è quando piglia per forza la Rocca di Caprese, che era del conte di Romena, dopo averle tenuto l'assedio intorno più mesi; nell'ottava è il vescovo che fa disfare il castello di Laterino e tagliare in croce il poggio che gli è sopra posto, acciò non vi si possa far più fortezza; nella nona si vede che rovina e mette a fuoco e fiamma il Monte Sansavino, cacciandone tutti gli abitatori; nell'undecima è la sua incoronazione, nella quale sono considerabili molti begli abiti di soldati a piè et a cavallo e d'altre genti; nella duodecima finalmente si vede gli uomini suoi portarlo da Montenero, dove ammalò, a Massa, e di lì poi, essendo morto, in Arezzo.
Sono anco intorno a questa sepoltura in molti luoghi l'insegne ghibelline e l'arme del vescovo, che sono sei pietre quadre d'oro in campo azzurro, con quell'ordine che stanno le sei palle nell'arme de' Medici.
La quale arme della casata del vescovo fu descritta da frate Guittone cavaliere e poeta aretino, quando scrivendo il sito del castello di Pietramala, onde ebbe quella famiglia origine, disse:
Dove si scontra il Giglion con la Chiassa,
ivi furono i miei antecessori,
che in campo azzurro d'or portan sei sassa.
Agnolo dunque e Agostino sanesi condussono questa opera con miglior arte et invenzione e con più diligenza, che fusse in alcuna cosa stata condotta mai a' tempi loro.
E nel vero non deono se non essere infinitamente lodati, avendo in essa fatte tante figure, tante varietà di siti, luoghi, torri, cavalli, uomini et altre cose, che è proprio una maraviglia.
Et ancora che questa sepoltura fusse in gran parte guasta dai Franzesi del duca d'Angiò, i quali per vendicarsi con la parte nimica d'alcune ingiurie ricevute, messono la maggior parte di quella città a sacco, ella nondimeno mostra che fu lavorata con bonissimo giudizio da Agostino et Agnolo detti, i quali v'intagliarono in lettere assai grandi queste parole: Hoc opus fecit magister Augustinus et magister Angelus de Senis.
Dopo questo, lavorarono in Bologna una tavola di marmo per la chiesa di S.
Francesco l'anno 1329, con assai bella maniera, et in essa oltre all'ornamento d'intaglio che è ricchissimo, feciono di figure alte un braccio e mezzo un Cristo che corona la Nostra Donna, e da ciascuna banda tre figure simili, S.
Francesco, S.
Jacopo, S.
Domenico, S.
Antonio da Padoa, S.
Petronio e S.
Giovanni Evangelista; e sotto ciascuna delle dette figure è intagliata una storia di basso rilievo della vita del Santo che è sopra; e in tutte queste istorie è un numero infinito di mezze figure, che secondo il costume di que' tempi fanno ricco e bello ornamento.
Si vede chiaramente che durarono Agostino et Agnolo in quest'opera grandissima fatica, e che posero in essa ogni diligenza e studio per farla, come fu veramente, opera lodevole; et ancor che siano mezzi consumati, pur vi si leggono i nomi loro et il millesimo, mediante il quale, sapendosi quando la cominciarono, si vede che penassono a fornirla otto anni interi; ben è vero che in quel medesimo tempo fecero anco molte altre cosette in diversi luoghi et a varie persone.
Ora, mentre che costoro lavoravono in Bologna, quella città mediante un legato del Papa si diede liberamente alla chiesa, e il Papa all'incontro promise che anderebbe ad abitar con la corte a Bologna, ma che per sicurtà sua voleva edificarvi un castello o vero fortezza.
La qual cosa essendogli conceduta dai bolognesi, fu con ordine e disegno di Agostino e d'Agnolo tostamente fatta; ma ebbe pochissima vita; perciò che, conosciuto i bolognesi che le molte promesse del Papa erano del tutto vane, con molto maggior prestezza che non era stata fatta, disfecero e rovinarono la detta fortezza.
Dicesi che mentre dimoravano questi due scultori in Bologna, il Po con danno incredibile del territorio mantoano e ferrarese, e con la morte di più che diecimila persone che vi perirono, uscì impetuoso del letto, e rovinò tutto il paese all'intorno per molte miglia, e che perciò chiamati essi, come ingegnosi e valenti uomini, trovarono modo di rimettere quel terribile fiume nel luogo suo, serrandolo con argini et altri ripari utilissimi; il che fu con molta loro lode et utile: perché oltre che n'acquistarono fama, furono dai Signori di Mantoa e dagl'Estensi con onoratissimi premii riconosciuti.
Essendo poi tornati a Siena l'anno 1338, fu fatta con ordine e disegno loro la chiesa nuova di S.
Maria, appresso al Duomo vecchio verso piazza Manetti; e non molto dopo, restando molto sodisfatti i Sanesi di tutte l'opere che costoro facevano, deliberarono con sì fatta occasione di mettere ad effetto quello di che si era molte volte ma invano insino allora ragionato, cioè di fare una fonte publica in su la piazza principale e dirimpetto al palagio della Signoria.
Per che, datone cura ad Agostino et Agnolo, eglino condussono per canali di piombo e di terra, ancor che molto difficile fusse, l'acqua di quella fonte, la quale cominciò a gettare l'anno 1343 a dì primo di giugno, con molto piacere e contento di tutta la città, che restò per ciò molto obligata alla virtù di questi due suoi cittadini.
Nel medesimo tempo si fece la sala del consiglio maggiore nel palazzo del publico; e così fu con ordine e col disegno dei medesimi condotta al suo fine la torre del detto palazzo l'anno 1344, e postovi sopra due campane grandi, delle quali una ebbono da Grosseto e l'altra fu fatta in Siena.
Trovandosi finalmente Agnolo nella città d'Ascesi, dove nella chiesa di sotto di S.
Francesco fece una capella e una sepoltura di marmo per un fratello di Napoleone Orsino, il quale essendo cardinale e frate di S.
Francesco, s'era morto in quel luogo; Agostino, che a Siena era rimaso per servigio del publico, si morì mentre andava facendo il disegno degl'ornamenti della detta fonte di piazza, e fu in Duomo orrevolmente sepellito.
Non ho già trovato, e però non posso alcuna cosa dirne, né come né quando morisse Agnolo, né manco altre opere d'importanza di mano di costoro, e però sia questo il fine della vita loro.
Ora, perché sarebbe senza dubbio errore, seguendo l'ordine de' tempi, non fare menzione d'alcuni, che sebbene non hanno tante cose adoperato che si possa scrivere tutta la vita loro, hanno nondimeno in qualche cosa aggiunto commodo e bellezza all'arte e al mondo, pigliando occasione da quello che di sopra si è detto del Vescovado d'Arezzo e della Pieve, dico che Pietro e Paolo orefici aretini, i quali impararono a disegnare da Agnolo et Agostino sanesi, furono i primi che di cesello lavorarono opere grande di qualche bontà; perciò che per un arciprete della Pieve d'Arezzo condussono una testa d'argento grande quanto il vivo, nella quale fu messa la testa di S.
Donato vescovo e protettore di quella città: la quale opera non fu se non lodevole, sì perché in essa feciono alcune figure smaltate assai belle et altri ornamenti, e sì perché fu delle prime cose che fussero, come si è detto, lavorate di cesello.
Quasi ne' medesimi tempi o poco inanzi, l'Arte di Calimara di Firenze fece fare a maestro Cione orefice eccellente, se non tutto, la maggior parte dell'altare d'argento di S.
Giovanni Batista, nel quale sono molte storie della vita di quel Santo, cavate d'una piastra d'argento in figure di mezzo rilievo, ragionevoli; la quale opera fu, e per grandezza e per essere cosa nuova, tenuta da chiunche la vide maravigliosa.
Il medesimo maestro Cione l'anno 1330, essendosi sotto le volte di S.
Reparata trovato il corpo di S.
Zanobi, legò in una testa d'argento grande quanto il naturale quel pezzo della testa di quel Santo, che ancora oggi si serba nella medesima d'argento e si porta a processione: la quale testa fu allora tenuta cosa bellissima, e diede gran nome all'artefice suo, che non molto dopo, essendo ricco et in gran reputazione, si morì.
Lasciò maestro Cione molti discepoli, e fra gli altri Forzore di Spinello aretino, che lavorò d'ogni cesellamento benissimo, ma in particolare fu eccellente in fare storie d'argento a fuoco smaltate, come ne fanno fede nel Vescovado d'Arezzo una mitera con fregiature bellissime di smalti et un pasturale d'argento molto bello.
Lavorò il medesimo al cardinale Galeotto da Pietramala molte argenterie, le quali dopo la morte sua rimasero ai frati della Vernia, dove egli volle essere sepolto e dove, oltre la muraglia che in quel luogo il conte Orlando signor di Chiusi, picciol castello sotto la Vernia, avea fatto fare, edificò egli la chiesa e molte stanze nel convento, e per tutto quel luogo, senza farvi l'insegna sua o lasciarvi altra memoria.
Fu discepolo ancora di maestro Cione, Lionardo di ser Giovanni fiorentino, il quale di cesello e di saldature, e con miglior disegno che non avevano fatto gl'altri inanzi a lui, lavorò molte opere, e particolarmente l'altare e tavola d'argento di S.
Iacopo di Pistoia; nella quale opera, oltre le storie che sono assai, fu molto lodata la figura che fece in mezzo, alta più d'un braccio, d'un S.
Iacopo, tonda e lavorata tanto pulitamente, che par più tosto fatta di getto che di cesello; la qual figura è collocata in mezzo alle dette storie nella tavola dell'altare, intorno al quale è un fregio di lettere smaltate che dicono così: Ad honorem Dei et Sancti Jacobi Apostoli hoc opus factum fuit tempore Domini Franc.
Pagni dictae operae operarii sub anno 1371, per me Leonardum Ser Io.
de Floren.
aurific.
Ora, tornando a Agostino e Agnolo, furono loro discepoli molti che dopo loro feciono molte cose d'architettura e di scultura in Lombardia et altri luoghi d'Italia, e fra gl'altri maestro Iacopo Lanfrani da Vinezia, il quale fondò S.
Francesco d'Imola e fece la porta principale di scultura, dove intagliò il nome suo et il millesimo, che fu l'anno 1343; et in Bologna nella chiesa di S.
Domenico, il medesimo maestro Iacopo fece una sepoltura di marmo per Giovanni Andrea Calduino dottore di legge e segretario di papa Clemente Sesto, et un'altra, pur di marmo e nella detta chiesa molto ben lavorata, per Taddeo Peppoli conservator del popolo e della Iustizia di Bologna; et il medesimo anno, che fu l'anno 1347, finita questa sepoltura, o poco inanzi, andando maestro Iacopo a Vinezia sua patria, fondò la chiesa di S.
Antonio che prima era di legname, a richiesta d'uno abate fiorentino dell'antica famiglia degl'Abati, essendo doge messer Andrea Dandolo: la quale chiesa fu finita l'anno milletrecentoquarantanove.
Iacobello ancora e Pietro Paulo viniziani, che furono discepoli d'Agostino e d'Agnolo, feciono in S.
Domenico di Bologna una sepoltura di marmo per messer Giovanni da Lignano, dottore di legge, l'anno 1383.
I quali tutti e molti altri scultori andarono per lungo spazio di tempo seguitando in modo una stessa maniera, che n'empierono tutta l'Italia.
Si crede anco che quel pesarese, che oltre a molte altre cose fece nella patria la chiesa di S.
Domenico, e di scultura la porta di marmo con le tre figure tonde, Dio Padre, S.
Giovanni Batista, e S.
Marco, fusse discepolo d'Agostino e d'Agnolo, e la maniera ne fa fede.
Fu finita questa opera l'anno 1385.
Ma perché troppo sarei lungo se io volessi minutamente far menzione dell'opere che furono da molti maestri di que' tempi fatte di questa maniera, voglio che quello che n'ho detto così in generale per ora mi basti; e massimamente non si avendo da cotali opere alcun giovamento, che molto faccia per le nostre arti.
De' sopra detti mi è paruto far menzione, perché, se non meritano che di loro si ragioni a lungo, non sono anco dall'altro lato stati tali, che si debba passarli del tutto con silenzio.
FINE DELLA VITA D'AGOSTINO ET AGNOLO
VITA DI STEFANO PITTOR FIORENTINO E D'UGOLINO SANESE
Fu in modo eccellente Stefano, pittore fiorentino e discepolo di Giotto, che non pure superò tutti gl'altri che inanzi a lui si erano affaticati nell'arte, ma avanzò di tanto il suo maestro stesso che fu, e meritamente, tenuto il miglior di quanti pittori erano stati infino a quel tempo, come chiaramente dimostrano l'opere sue.
Dipinse costui in fresco la Nostra Donna del Camposanto di Pisa, che è alquanto meglio di disegno e di colorito che l'opera di Giotto; et in Fiorenza, nel chiostro di Santo Spirito, tre archetti a fresco, nel primo de' quali, dove è la Trasfigurazione di Cristo con Moisè et Elia, figurò, imaginandosi quanto dovette essere lo splendore che gli abagliò, i tre discepoli con straordinarie e belle attitudini, e in modo avviluppati ne' panni, che si vede che egli andò con nuove pieghe, il che non era stato fatto insino allora, tentando di ricercar, sotto, l'ignudo delle figure: il che, come ho detto, non era stato considerato né anche da Giotto stesso.
Sotto questo arco, nel quale fece un Cristo che libera la indemoniata, tirò in prospettiva uno edifizio, perfettamente, di maniera allora poco nota, a buona forma e migliore cognizione riducendolo; et in esso con giudizio grandissimo modernamente operando, mostrò tanta arte e tanta invenzione e proporzione nelle colonne, nelle porte, nelle finestre e nelle cornici, e tanto diverso modo di fare dagl'altri maestri, che pare che cominciasse a vedere un certo lume della buona e perfetta maniera de' moderni.
Imaginossi costui fra l'altre cose ingegnose una salita di scale molto difficile, le quali in pittura e di rilievo murate et in ciascun modo fatte, hanno disegno, varietà et invenzione utilissima e comoda tanto, che se ne servì il Magnifico Lorenzo vecchio de' Medici nel fare le scale di fuori del palazzo del Poggio a Caiano, oggi principal villa dell'illustrissimo signor Duca.
Nell'altro archetto è una storia di Cristo quando libera S.
Piero dal naufragio, tanto ben fatta, che pare che s'oda la voce di Pietro che dica: Domine salva nos, perimus.
Questa opera è giudicata molto più bella dell'altre, perché oltre la morbidezza de' panni, si vede dolcezza nell'aria delle teste, spavento nella fortuna del mare, e gl'Apostoli percossi da diversi moti e da fantasmi marini, essere figurati con attitudini molto proprie e tutte bellissime.
E benché il tempo abbia consumato in parte le fatiche che Stefano fece in questa opera, si conosce, abagliatamente però, che i detti Apostoli si difendono dalla furia de' venti e dall'onde del mare vivamente: la quale cosa, essendo appresso i moderni lodatissima, dovette certo ne' tempi di chi la fece parere un miracolo in tutta Toscana.
Dipinse dopo nel primo chiostro di S.
Maria Novella un S.
Tomaso d'Aquino allato a una porta, dove fece ancora un Crucifisso, il quale è stato poi da altri pittori, per rinovarlo, in mala maniera condotto.
Lasciò similmente una cappella in chiesa cominciata e non finita, che è molto consumata dal tempo, nella quale si vede, quando gl'angeli per la superbia di Lucifero piovvero giù in forme diverse: dove è da considerare che le figure, scortando le braccia, il torso e le gambe - molto meglio che scorci che fussero stati fatti prima - ci danno ad intendere che Stefano cominciò a conoscere e mostrare in parte le difficultà che avevano a far tenere eccellenti coloro, che poi con maggiore studio ce gli mostrassono, come hanno fatto, perfettamente; laonde scimia della natura fu dagli artefici per sopranome chiamato.
Condotto poi Stefano a Milano, diede per Matteo Visconti principio a molte cose; ma non le potette finire, perché, essendosi per la mutazione dell'aria ammalato, fu forzato tornarsene a Firenze: dove avendo riavuto la sanità, fece nel tramezzo della chiesa di Santa Croce nella cappella degl'Asini, a fresco, la storia del martirio di S.
Marco quando fu strascinato, con molte figure che hanno del buono.
Essendo poi condotto per essere stato discepolo di Giotto, fece a fresco in S.
Piero di Roma nella cappella maggiore dove è l'altare di detto Santo, alcune storie di Cristo fra le finestre che sono nella nicchia grande, con tanta diligenza, che si vede che tirò forte alla maniera moderna, trapassando d'assai, nel disegno e nell'altre cose, Giotto suo maestro.
Dopo questo fece in Araceli in un pilastro accanto alla cappella maggiore, a man sinistra, un S.
Lodovico in fresco che è molto lodato, per avere in sé una vivacità non stata insino a quel tempo né anche da Giotto messa in opera.
E nel vero, aveva Stefano gran facilità nel disegno, come si può vedere nel detto nostro libro in una carta di sua mano, nella quale è disegnata la Trasfigurazione che fece nel chiostro di S.
Spirito, in modo che, per mio giudizio, disegnò molto meglio che Giotto.
Andato poi ad Ascesi, cominciò a fresco una storia della gloria celeste nella nicchia della cappella maggiore nella chiesa di sotto di S.
Francesco, dove è il coro; e sebbene non la finì, si vede in quello che fece usata tanta diligenza, quanta più non si potrebbe disiderare.
Si vede in questa opra cominciato un giro di Santi e Sante con tanta bella varietà ne' volti de' giovani, degl'uomini di mezza età e de' vecchi, che non si potrebbe meglio disiderare; e si conosce in quegli spiriti beati una maniera dolcissima e tanto unita, che pare quasi impossibile che in que' tempi fusse fatta da Stefano, che pur la fece, sebbene non sono delle figure di questo giro finite se non le teste, sopra le quali è un coro d'Angeli che vanno scherzando in varie attitudini, et acconciamente portando in mano figure teologiche: sono tutti volti verso un Cristo crucifisso, il quale è in mezzo di questa opera sopra la testa d'un S.
Francesco, che è in mezzo a una infinità di Santi.
Oltre ciò, fece nel fregio di tutta l'opera alcuni Angeli, de' quali ciascuno tiene in mano una di quelle chiese che scrive S.
Giovanni Evangelista ne l'Apocalisse: e sono questi Angeli con tanta grazia condotti, che io stupisco come in quella età si trovasse chi ne sapesse tanto.
Cominciò Stefano questa opera per farla di tutta perfezzione e gli sarebbe riuscito, ma fu forzato lasciarla imperfetta e tornarsene a Firenze da alcuni suoi negocii d'importanza.
In quel mentre, dunque, che per ciò si stava in Firenze, dipinse, per non perder tempo, ai Gianfigliazzi, lung'Arno fra le case loro et il ponte alla Carraia, un tabernacolo piccolo in un canto che vi è, dove figurò con tal diligenzia una Nostra Donna, alla quale, mentre ella cuce, un fanciullo vestito e che siede porge un ucello, che per piccolo che sia il lavoro non manco merita esser lodato, che si facciano l'opere maggiori e da lui più maestrevolmente lavorate.
Finito questo tabernacolo e speditosi de' suoi negozii, essendo chiamato a Pistoia da que' signori, gli fu fatto dipignere l'anno 1346 la cappella di S.
Iacopo, nella volta della quale fece un Dio Padre con alcuni Apostoli, e nelle facciate le storie di quel Santo, e particolarmente quando la madre, moglie di Zebedeo, dimanda a Gesù Cristo che voglia i due suoi figliuoli collocare uno a man destra, l'altro a man sinistra sua nel regno del Padre.
Appresso a questo è la decollazione di detto Santo, molto bella.
Stimasi che Maso detto Giottino, del quale si parlerà di sotto, fusse figliuolo di questo Stefano; e sebbene molti per l'allusione del nome lo tengono figliuolo di Giotto, io, per alcuni stratti che ho veduti, e per certi ricordi di buona fede scritti da Lorenzo Ghiberti e da Domenico del Grillandaio, tengo per fermo che fusse più presto figliuolo di Stefano che di Giotto.
Comunche sia, tornando a Stefano, se gli può attribuire che dopo Giotto ponesse la pittura in grandissimo miglioramento, perché oltre all'essere stato più vario nell'invenzioni, fu ancora più unito nei colori e più sfumato che tutti gl'altri, e sopra tutto non ebbe paragone in essere diligente.
E quegli scorci che fece, ancora che, come ho detto, cattiva maniera in essi per la difficultà di fargli mostrasse, che è nondimeno investigatore delle prime difficultà negli essercizii merita molto più nome, che coloro che seguono con qualche più ordinata e regolata maniera.
Onde certo grande obligo avere si dee a Stefano perché chi camina al buio, e mostrando la via rincuora gl'altri, è cagione che scoprendosi i passi difficili di quella, dal cattivo camino con spazio di tempo si pervenga al disiderato fine.
In Perugia ancora nella chiesa di S.
Domenico cominciò a fresco la cappella di S.
Caterina, che rimase imperfetta.
Visse ne' medesimi tempi di Stefano con assai buon nome Ugolino pittore sanese suo amicissimo, il quale fece molte tavole e cappelle per tutta Italia; sebbene tenne sempre in gran parte la maniera greca, come quello che invecchiato in essa, aveva voluto sempre per una certa sua caparbietà tenere piuttosto la maniera di Cimabue, che quella di Giotto, la quale era in tanta venerazione.
È opera, dunque, d'Ugolino la tavola dell'altar maggiore di Santa Croce, in campo tutto d'oro, et una tavola ancora che stette molti anni all'altar maggiore di S.
Maria Novella, e che oggi è nel capitolo, dove la nazione spagnola fa ogni anno solennissima festa al dì di S.
Iacopo, et altri suoi uffizii e mortorii.
Oltre a queste fece molte altre cose con bella pratica, senza uscire però punto della maniera del suo maestro.
Il medesimo fece, in un pilastro di mattoni della loggia che Lapo avea fatto alla piazza d'Orsanmichele, la Nostra Donna, che non molti anni poi fece tanti miracoli, che la loggia stette gran tempo piena d'imagini, e che ancora oggi è in grandissima venerazione.
Finalmente nella capella di messer Ridolfo de' Bardi che è in Santa Croce, dove Giotto dipinse la vita di S.
Francesco, fece nella tavola dell'altare a tempera un Crucifisso e una Madalena et un S.
Giovanni che piangono con due frati da ogni banda che gli mettono in mezzo.
Passò Ugolino di questa vita, essendo vecchio, l'anno 1349, e fu sepolto in Siena sua patria orrevolmente.
Ma tornando a Stefano, il quale dicono che fu anco buono architettore, e quello che se n'è detto di sopra ne fa fede, egli morì, per quanto si dice, l'anno che cominciò il giubileo del 1350, d'età d'anni 49, e fu riposto in S.
Spirito nella sepoltura de' suoi maggiori con questo epitafio: Stefano Florentino pictori, (in) faciundis imaginibus ac colorandis figuris nulli unquam inferiori; affines moestiss.
pos.
Vix.
an.
XXXXIX.
FINE DELLA VITA DI STEFANO PITTOR FIORENTINO E D'UGOLINO SANESE
VITA DI PIETRO LAURATI PITTORE SANESE
Pietro Laurati, eccellente pittor sanese, provò, vivendo, quanto gran contento sia quello dei veramente virtuosi, che sentono l'opere loro essere nella patria e fuori in pregio, e che si veggiono essere da tutti gli uomini disiderati; perciò che nel corso della vita sua fu per tutta Toscana chiamato e carezzato, avendolo fatto conoscere primieramente le storie che dipinse a fresco nella Scala, spedale di Siena, nelle quali imitò di sorte la maniera di Giotto divolgata per tutta Toscana, che si credette a gran ragione che dovesse, come poi avvenne, divenire miglior maestro che Cimabue e Giotto e gli altri stati non erano: perciò che le figure che rappresentano la Vergine quando ella saglie i gradi del tempio, accompagnata da Giovacchino e da Anna e ricevuta dal sacerdote, e poi lo sponsalizio, sono con bell'ornamento così ben panneggiate e ne' loro abiti semplicemente avvolte, ch'elle dimostrano nell'arie delle teste maestà, e nella disposizione delle figure bellissima maniera.
Mediante dunque questa opera, la quale fu principio d'introdurre in Siena il buon modo della pittura, facendo lume a tanti belli ingegni che in quella patria sono in ogni età fioriti, fu chiamato Pietro a Monte Oliveto di Chiusuri, dove dipinse una tavola a tempera che oggi è posta nel paradiso sotto la chiesa.
In Fiorenza, poi, dipinse dirimpetto alla porta sinistra della chiesa di Santo Spirito, in sul canto dove oggi sta un beccaio, un tabernacolo, che per la morbidezza delle teste e per la dolcezza che in esso si vede, merita di essere sommamente da ogni intendente artefice lodato.
Da Fiorenza andato a Pisa, lavorò in Camposanto, nella facciata che è accanto alla porta principale, tutta la vita de' Santi Padri con sì vivi affetti e con sì belle attitudini, che paragonando Giotto, ne riportò grandissima lode, avendo espresso in alcune teste col disegno e con i colori tutta quella vivacità che poteva mostrare la maniera di que' tempi.
Da Pisa trasferitosi a Pistoia, fece in S.
Francesco in una tavola a tempera una Nostra Donna con alcuni Angeli intorno molto bene accomodati; e nella predella che andava sotto questa tavola, in alcune storie fece certe figure piccole tanto pronte e tanto vive, che in que' tempi fu cosa maravigliosa; onde sodisfacendo non meno a sé che agl'altri, volle porvi il nome suo con queste parole: Petrus Laurati de Senis.
Essendo, poi, chiamato Pietro l'anno 1355 da messer Guglielmo arciprete e dagli Operai della Pieve d'Arezzo, che allora erano Margarito Boschi et altri, in quella chiesa stata molto inanzi condotta con migliore disegno e maniera, che altra che fosse stata fatta in Toscana insino a quel tempo, et ornata tutta di pietre quadrate e d'intagli, come si è detto, di mano di Margaritone, dipinse a fresco la tribuna e tutta la nicchia grande della capella dell'altar maggiore, facendovi a fresco dodici storie della vita di Nostra Donna, con figure grandi quanto sono le naturali: e cominciando dalla cacciata di Giovacchino del tempio fino alla natività di Gesù Cristo.
Nelle quali storie lavorate a fresco si riconoscono quasi le medesime invenzioni, i lineamenti, l'arie delle teste e l'attitudini delle figure che erano state proprie e particolari di Giotto suo maestro.
E sebbene tutta questa opera è bella, è senza dubbio molto migliore che tutto il resto quello che dipinse nella volta di questa nicchia; perché dove figurò la Nostra Donna andare in cielo, oltre al far gl'Apostoli di quattro braccia l'uno, nel che mostrò grandezza d'animo, e fu primo a tentare di rigrandire la maniera, diede tanto bella aria alle teste e tanta vaghezza ai vestimenti, che più non si sarebbe a que' tempi potuto disiderare.
Similmente nei volti d'un coro d'Angeli che volano in aria intorno alla Madonna, e con leggiadri movimenti ballando fanno sembiante di cantare, dipinse una letizia veramente angelica e divina, avendo massimamente fatto gl'occhi degl'Angeli, mentre suonano diversi istrumenti, tutti fissi et intenti in un altro coro d'Angeli, che sostenuti da una nube in forma di mandorla portano la Madonna in cielo, con belle attitudini e da celesti archi tutti circondati.
La quale opera, perché piacque, e meritamente, fu cagione che gli fu data a fare a tempera la tavola dell'altar maggiore della detta Pieve; dove in cinque quadri di figure grandi quanto il vivo fino al ginocchio, fece la Nostra Donna col Figliuolo in braccio, e S.
Giovanni Batista e S.
Matteo dall'uno de' lati, e dall'altro il Vangelista e S.
Donato, con molte figure piccole nella predella e di sopra nel fornimento della tavola, tutte veramente belle e condotte con bonissima maniera.
Questa tavola, avendo io rifatto tutto di nuovo a mie spese e di mia mano l'altar maggiore di detta Pieve, è stata posta sopra l'altar di S.
Cristofano a' piè della chiesa.
Né voglio che mi paia fatica di dire in questo luogo, con questa occasione e non fuor di proposito, che mosso io da pietà cristiana e dall'affezzione che io porto a questa venerabile chiesa collegiata et antica, e per avere io in quella apparato nella mia prima fanciullezza i primi documenti, e perché in essa sono le reliquie de' miei passati, che mosso, dico, da queste cagioni, e dal parermi che ella fusse quasi derelitta, l'ho di maniera restaurata, che si può dire ch'ella sia da morte tornata a vita; perché oltre all'averla illuminata, essendo oscurissima, con avere accresciuto le finestre che prima vi erano e fattone dell'altre, ho levato anco il coro, che essendo dinanzi occupava gran parte della chiesa, e, con molta sodisfazione di que' signori Canonici, postolo dietro l'altar maggiore.
Il quale altare nuovo essendo isolato, nella tavola dinanzi ha un Cristo che chiama Pietro et Andrea dalle reti, e dalla parte del coro è in un'altra tavola S.
Giorgio che occide il serpente.
Dagli lati sono quattro quadri, et in ciascuno d'essi due Santi grandi quanto il naturale.
Sopra, poi, e da basso nelle predelle è una infinità d'altre figure, che per brevità non si raccontano.
L'ornamento di questo altare è alto braccia tredici, e la predella alta braccia due.
E perché dentro è vòto e vi si va con una scala per uno uscetto di ferro molto bene accommodato, vi si serbano molte venerande reliquie, che di fuori si possono vedere per due grate che sono dalla parte dinanzi; e fra l'altre vi è la testa di S.
Donato vescovo e protettor di quella città; e in una cassa di mischio di braccia tre, la quale ho fatta fare di nuovo, sono l'ossa di quattro Santi; e la predella dell'altare, che a proporzione lo cinge tutto intorno intorno, ha dinanzi il tabernacolo o vero ciborio del Sagramento di legname intagliato e tutto dorato alto braccia tre in circa, il quale tabernacolo è tutto tondo, e si vede così dalla parte del coro come dinanzi.
E perché non ho perdonato né a fatica né a spesa nessuna, parendomi esser tenuto a così fare in onor di Dio, questa opera, per mio giudizio, ha tutti quegli ornamenti d'oro, d'intagli, di pitture, di marmi, di trevertini, di mischi e di porfidi e d'altre pietre, che per me si sono in quel luogo potuti maggiori.
Ma tornando oramai a Pietro Laurati, finita la tavola di cui si è di sopra ragionato, lavorò in S.
Piero di Roma molte cose, che poi sono state rovinate per fare la fabrica nuova di S.
Piero.
Fece ancora alcune opere in Cortona et in Arezzo oltre quelle che si son dette; alcun'altre nella chiesa di S.
Fiora e Lucilla, monasterio de' monaci Neri, e in particolare in una capella un S.
Tommaso che pone a Cristo nella piaga del petto la mano.
Fu discepolo di Pietro, Bartolomeo Bologhini sanese, il quale in Siena et in altri luoghi d'Italia lavorò molte tavole; et in Fiorenza è di sua mano quella che è in sull'altare della capella di S.
Silvestro in S.
Croce.
Furono le pitture di costoro intorno agli anni di nostra salute 1350; e nel mio libro tante volte citato si vede un disegno di mano di Pietro, dove un calzolaio che cuce, con semplici ma naturalissimi lineamenti, mostra grandissimo affetto e qual fusse la propria maniera di Pietro, il ritratto del quale era di mano di Bartolomeo Bologhini in una tavola in Siena, quando non sono molti anni lo ricavai da quello nella maniera che di sopra si vede.
FINE DELLA VITA DI PIETRO LAURATI
VITA DI ANDREA PISANO SCULTORE ET ARCHITETTO
Non fiorì mai, per tempo nessuno, l'arte della pittura, che gli scultori non facessino il loro esercizio con eccellenza: e di ciò ne sono testimonii, a chi ben riguarda, l'opere di tutte l'età; perché veramente queste due arti sono sorelle, nate in un medesimo tempo e nutrite e governate da una medesima anima.
Questo si vede in Andrea Pisano, il quale, esercitando la scultura nel tempo di Giotto, fece tanto miglioramento in tal arte, che e per pratica e per studio fu stimato in quella professione il maggior uomo che avessino avuto insino ai tempi suoi i Toscani, e massimamente nel gettar di bronzo.
Per lo che da chiunque lo conobbe furono in modo onorate e premiate l'opere sue, e massimamente da' Fiorentini, che non gl'increbbe cambiare patria, parenti, facultà et amici.
A costui giovò molto quella difficultà che avevano avuto nella scultura i maestri che erano stati avanti a lui, le sculture de' quali erano sì rozze e sì dozinali, che chi le vedeva a paragone di quelle di quest'uomo le giudicava un miracolo.
E che quelle prime fussero goffe, ne fanno fede, come s'è detto altrove, alcune che sono sopra la porta principale di S.
Paulo di Firenze, et alcune che di pietra sono nella chiesa d'Ognissanti, le quali sono così fatte, che piuttosto muovono a riso coloro che le mirano, che ad alcuna maraviglia o piacere.
E certo è che l'arte della scultura si può molto meglio ritrovare, quando si perdesse l'essere delle statue, avendo gli uomini il vivo et il naturale che è tutto tondo, come vuol ella, che non può l'arte della pittura, non essendo così presto e facile il ritrovare i bei dintorni e la maniera buona per metterla in luce.
Le quali cose nell'opere che fanno i pittori arrecano maiestà, bellezza, grazia e ornamento.
Fu in una cosa alle fatiche d'Andrea favorevole la fortuna, perché essendo state condotte in Pisa, come si è altrove detto, mediante le molte vittorie che per mare ebbero i Pisani, molte anticaglie e pili che ancora sono intorno al Duomo et al Camposanto, elle gli fecero tanto giovamento e diedero tanto lume, che tale non lo potette aver Giotto, per non si essere conservate le pitture antiche tanto quanto le sculture.
E sebbene sono spesso le statue destrutte da' fuochi, dalle rovine e dal furor delle guerre, e sotterrate e trasportate in diversi luoghi, si riconosce nondimeno da chi intende la differenza delle maniere di tutti i paesi, come per esempio la egizzia è sottile e lunga nelle figure, la greca è artifiziosa e di molto studio negl'ignudi, e le teste hanno quasi un'aria medesima, e l'antichissima toscana difficile nei capelli et alquanto rozza.
De' Romani (chiamo Romani per la maggior parte quelli che, poi che fu soggiogata la Grecia, si condussono a Roma, dove ciò che era di buono e di bello nel mondo fu portato), questa, dico, è tanto bella per l'arie, per l'attitudini, pe' moti, per gl'ignudi e per i panni, che si può dire che egl'abbiano cavato il bello da tutte l'altre provincie, e raccoltolo in una sola maniera, perché ella sia, com'è, la migliore, anzi la più divina di tutte l'altre.
Le quali tutte belle maniere et arti essendo spente al tempo d'Andrea, quella era solamente in uso, che dai Gotti e da' Greci goffi era stata recata in Toscana.
Onde egli, considerato il nuovo disegno di Giotto e quelle poche anticaglie che gl'erano note, in modo assottigliò gran parte della grossezza di sì sciaurata maniera col suo giudizio, che cominciò a operar meglio e a dare molto maggior bellezza alle cose, che non aveva fatto ancora nessun altro in quell'arte insino ai tempi suoi.
Per che, conosciuto l'ingegno e la buona pratica e destrezza sua, fu nella patria aiutato da molti e datogli a fare, essendo ancora giovane, a S.
Maria a Ponte alcune figurine di marmo, che gli recarono così buon nome, che fu ricerco con istanza grandissima di venire a lavorare a Firenze per l'opera di S.
Maria del Fiore, che aveva, essendosi cominciata la facciata dinanzi delle tre porte, carestia di maestri che facessero le storie, che Giotto aveva disegnato pel principio di detta fabrica.
Si condusse adunque Andrea a Firenze in servigio dell'opera detta, e perché disideravano in quel tempo i Fiorentini rendersi grato et amico papa Bonifazio Ottavo, che allora era Sommo Pontefice della chiesa di Dio, vollono che inanzi a ogni altra cosa Andrea facesse di marmo e ritraesse di naturale detto Pontefice.
Laonde, messo mano a questa opera, non restò, che ebbe finita la figura del Papa, et un S.
Pietro et un S.
Paolo che lo mettono in mezzo, le quali tre figure furono poste e sono nella facciata di S.
Maria del Fiore.
Facendo poi Andrea per la porta del mezzo di detta chiesa in alcuni tabernacoli o ver nicchie, certe figurine di profeti, si vide ch'egli aveva recato gran miglioramento all'arte, e che egli avanzava in bontà e disegno tutti coloro che insino allora avevano per la detta fabrica lavorato.
Onde fu risoluto che tutti i lavori d'importanza si dessono a fare a lui e non ad altri; per che non molto doppo gli furono date a fare le quattro statue de' principali Dottori della chiesa, S.
Girolamo, S.
Ambruogio, S.
Agostino e S.
Gregorio.
E finite queste, che gli acquistarono grazia e fama appresso gli Operai, anzi appresso tutta la città, gli furono date a far due altre figure di marmo della medesima grandezza, che furono il S.
Stefano e S.
Lorenzo, che sono nella detta facciata di S.
Maria del Fiore in sull'ultime cantonate.
È di mano d'Andrea similmente la Madonna di marmo alta tre braccia e mezzo col Figliuolo in collo, che è sopra l'altar della chiesetta e Compagina della Misericordia in sulla piazza di S.
Giovanni in Firenze, che fu cosa molto lodata in que' tempi, e massimamente avendola accompagnata con due Angeli, che la mettono in mezzo, di braccia due e mezzo l'uno; alla quale opera ha fatto a' giorni nostri un fornimento intorno di legname molto ben lavorato maestro Antonio detto il Carota, e sotto una predella piena di bellissime figure colorite a olio da Ridolfo figliuolo di Domenico Grillandai.
Parimente quella mezza Nostra Donna di marmo, che è sopra la porta del fianco pur della Misericordia nella facciata de' Cialdonai, è di mano d'Andrea, e fu cosa molto lodata, per avere egli in essa imitato la buona maniera antica, fuor dell'uso suo, che ne fu sempre lontano, come testimoniano alcuni disegni che di sua mano sono nel nostro libro, ne' quali sono disegnate tutte l'istorie dell'Apocalisse.
E perché aveva atteso Andrea in sua gioventù alle cose d'architettura, venne occasione di essere in ciò adoperato dal comune di Firenze, per che essendo morto Arnolfo, e Giotto assente, gli fu fatto fare il disegno del castello di Scarperia che è in Mugello alle radici dell'Alpe.
Dicono alcuni (non l'affermerei già per vero) che Andrea stette a Vinezia un anno, e vi lavorò di scultura alcune figurette di marmo che sono nella facciata di S.
Marco, e che al tempo di messer Piero Gradenigo doge di quella repubblica fece il disegno dell'arsenale; ma perché io non ne so, se non quello che truovo essere stato scritto da alcuni semplicemente, lascerò credere intorno a ciò ognuno a suo modo.
Tornato da Vinezia a Firenze Andrea, la città, temendo della venuta dell'Imperadore, fece alzare con prestezza, adoperandosi in ciò Andrea, una parte delle mura a calcina otto braccia, in quella parte che è fra S.
Gallo e la porta al Prato, et in altri luoghi fece bastioni, steccati, et altri ripari di terra e di legnami sicurissimi.
Ora, perché tre anni inanzi aveva con sua molta lode mostrato d'essere valente uomo nel gettare di bronzo, avendo mandato al Papa in Avignone per mezzo di Giotto suo amicissimo, che allora in quella corte dimorava, una croce di getto molto bella, gli fu data a fare di bronzo una delle porte del tempio di S.
Giovanni, della quale aveva già fatto Giotto un disegno bellissimo.
Gli fu data, dico, a finire per essere stato giudicato, fra tanti che avevano lavorato insino allora, il più valente, il più pratico e più giudizioso maestro, non pure di Toscana, ma di tutta Italia.
Laonde, messovi mano con animo deliberato di non volere risparmiare né tempo, né fatica, né diligenza per condurre un'opera di tanta importanza, gli fu così propizia la sorte nel getto, in que' tempi che non si avevano i segreti che si hanno oggi, che in termine di ventidue anni la condusse a quella perfezione che si vede; e, quello che è più, fece ancora in quel tempo medesimo non pure il tabernacolo dell'altare maggiore di S.
Giovanni, con due Angeli che lo mettono in mezzo, i quali furono tenuti cosa bellissima, ma ancora, secondo il disegno di Giotto, quelle figurette di marmo che sono per finimento della porta del campanile di S.
Maria del Fiore, et intorno al medesimo campanile in certe mandorle i sette pianeti, le sette virtù e le sette opere della misericordia di mezzo rilievo in figure piccole, che furono allora molto lodate.
Fece anco nel medesimo tempo le tre figure di braccia quattro l'una, che furono collocate nelle nicchie del detto campanile, sotto le finestre che guardano dove sono oggi i Pupilli, cioè verso mezzogiorno, le quali figure furono tenute in quel tempo più che ragionevoli.
Ma per tornare onde mi sono partito, dico che in detta porta di bronzo sono storiette di basso rilievo della vita di S.
Giovanni Battista, cioè dalla nascita insino alla morte, condotte felicemente e con molta diligenza.
E sebbene pare a molti che in tali storie non apparisca quel bel disegno né quella grande arte che si suol porre nelle figure, non merita però Andrea se non lode grandissima, per essere stato il primo che ponesse mano a condurre perfettamente un'opera, che fu poi cagione che gl'altri che sono stati dopo di lui hanno fatto quanto di bello e di difficile e di buono nell'altre due porte e negli ornamenti di fuori al presente si vede.
Questa opera fu posta alla porta di mezzo di quel tempio, e vi stette insino a che Lorenzo Ghiberti fece quella che vi è al presente: perché allora fu levata e posta dirimpetto alla Misericordia, dove ancora si trova.
Non tacerò che Andrea fu aiutato in far questa porta da Nino suo figliuolo, che fu poi molto miglior maestro che il padre stato non era, e che fu finita del tutto l'anno 1339, cioè non solo pulita e rinetta del tutto, ma ancora dorata a fuoco; e credesi ch'ella fusse gettata di metallo da alcuni maestri viniziani molto esperti nel fondere i metalli; e di ciò si truova ricordo ne' libri dell'Arte de' mercatanti di Calimara guardiani dell'Opera di S.
Giovanni.
Mentre si faceva la detta porta, fece Andrea non solo l'altre opere sopra dette, ma ancora molte altre, e particolarmente il modello del tempio di S.
Giovanni di Pistoia, il quale fu fondato l'anno 1337, nel quale anno medesimo a dì XXV di gennaio fu trovato, nel cavare i fondamenti di questa chiesa, il corpo del beato Atto, stato vescovo di quella città, il quale era stato in quel luogo sepolto centotrentasette anni.
L'architettura, dunque, di questo tempio, che è tondo, fu secondo quei tempi ragionevole.
È anco di mano d'Andrea nella detta città di Pistoia, nel tempio principale, una sepoltura di marmo piena nel corpo della cassa di figure piccole, con alcune altre di sopra maggiori.
Nella quale sepoltura è il corpo riposto di messer Cino d'Angibolgi dottore di legge, e molto famoso litterato ne' tempi suoi, come testimonia messer Francesco Petrarca in quel sonetto:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
e nel quarto capitolo del Trionfo d'Amore, dove dice:
Ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo,
che di non esser primo par ch'ira aggia etc.
Si vede in questo sepolcro di mano d'Andrea in marmo il ritratto di esso messer Cino, che insegna a un numero di suoi scolari che gli sono intorno, con sì bella attitudine e maniera, che in que' tempi, sebbene oggi non sarebbe in pregio, dovette esser cosa maravigliosa.
Si servì anco d'Andrea nelle cose d'architettura Gualtieri duca d'Atene e tiranno de' Fiorentini, facendogli allargare la piazza, e, per fortificarsi nel palazzo, ferrare tutte le finestre da basso del primo piano, dov'è oggi la sala de' Dugento, con ferri quadri e gagliardi molto.
Aggiunse ancora il detto Duca dirimpetto a S.
Piero Scheraggio le mura a bozzi che sono accanto al palazzo, per accrescerlo; e nella grossezza del muro fece una scala segreta per salire e scendere occultamente, e nella detta facciata di bozzi fece da basso una porta grande, che serve oggi alla dogana, e sopra quella l'arme sua, e tutto col disegno e consiglio di Andrea; la quale arme sebbene fu fatta scarpellare dal magistrato de' Dodici che ebbe cura di spegnere ogni memoria di quel Duca, rimase nondimeno nello scudo quadro la forma del leone rampante con due code, come può veder chiunque la considera con diligenza.
Per lo medesimo Duca fece Andrea molte torri intorno alle mura della città; e non pure diede principio magnifico alla porta a San Friano e la condusse al termine che si vede, ma fece ancora le mura degl'antiporti a tutte le porte della città, e le porte minori per commodità de' popoli.
E perché il Duca aveva in animo di fare una fortezza sopra la costa di S.
Giorgio, ne fece Andrea il modello, che poi non servì per non avere avuto la cosa principio, essendo stato cacciato il Duca l'anno 1343.
Ben ebbe in gran parte effetto il disiderio che quel Duca avea di ridurre il palazzo in forma di un forte castello, poiché a quello che era stato fatto da principio fece così gran giunta, come quella è che oggi si vede, comprendendo nel circuito di quello le case de' Filipetri, la torre e le case degl'Amidei e Mancini, e quelle de' Bellalberti.
E perché dato principio a sì gran fabrica et a grosse mura e barbacani, non aveva così in pronto tutto quello che bisognava, tenendo indietro la fabrica del Ponte Vecchio, che si lavorava con prestezza come cosa necessaria, si servì delle pietre conce e de' legnami ordinati per quello senza rispetto nessuno.
E sebbene Taddeo Gaddi non era per aventura inferiore nelle cose d'architettura a Andrea Pisano, non volle di lui in queste fabriche, per esser fiorentino, servirsi il Duca, ma sì bene d'Andrea.
Voleva il medesimo duca Gualtieri disfare S.
Cicilia per vedere di palazzo la strada Romana e Mercato Nuovo, e parimente S.
Piero Scheraggio per i suoi commodi, ma non ebbe di ciò fare licenza dal Papa.
Intanto fu, come si è detto di sopra, cacciato a furia di popolo.
Meritò dunque Andrea per l'onorate fatiche di tanti anni non solamente premii grandissimi, ma e la civiltà ancora; perché fatto dalla Signoria cittadin fiorentino, gli furono dati uffizii e magistrati nella città, e l'opere sue furono in pregio e mentre che visse e dopo morte, non si trovando chi lo passasse nell'operare, infino a che non vennero Nicolò aretino, Jacopo della Quercia sanese, Donatello, Filippo di ser Brunellesco e Lorenzo Ghiberti, i quali condussono le sculture et altre opere che fecero, di maniera che conobbono i popoli in quanto errore eglino erano stati insino a quel tempo, avendo ritrovato questi con l'opere loro quella virtù che era molti e molti anni stata nascosa e non bene conosciuta dagl'uomini.
Furono l'opere d'Andrea intorno agli anni di nostra salute milletrecentoquaranta.
Rimasero d'Andrea molti discepoli, e fra gli altri Tommaso pisano architetto e scultore, il quale finì la cappella di Camposanto, e pose la fine del campanile del Duomo, cioè quella ultima parte dove sono le campane: il quale Tommaso si crede che fusse figliuolo d'Andrea, trovandosi così scritto nella tavola dell'altar maggiore di S.
Francesco di Pisa, nella quale è intagliato di mezzo rilievo una Nostra Donna e altri Santi fatti da lui, e sotto quelli il nome suo e di suo padre.
D'Andrea rimase Nino suo figliuolo che attese alla scultura, et in S.
Maria Novella di Firenze fu la sua prima opera, perché vi finì di marmo una Nostra Donna stata cominciata dal padre, la quale è dentro alla porta del fianco a lato alla cappella de' Minerbetti.
Andato poi a Pisa, fece nella Spina una Nostra Donna di marmo dal mezzo in su, che allatta Gesù Cristo fanciulletto involto in certi panni sottili, alla quale Madonna fu fatto fare da messer Iacopo Corbini un ornamento di marmo l'anno 1522, et un altro molto maggiore e più bello a un'altra Madonna, pur di marmo e intera, di mano del medesimo Nino, nell'attitudine della quale si vede essa Madre porgere con molta grazia una rosa al Figliuolo, che la piglia con maniera fanciullesca e tanto bella, che si può dire che Nino cominciasse veramente a cavare la durezza de' sassi e ridurgli alla vivezza delle carni, lustrandogli con un pulimento grandissimo.
Questa figura è in mezzo a un S.
Giovanni et a un S.
Piero di marmo, che è nella testa il ritratto di Andrea di naturale.
Fece ancora Nino per un altare di S.
Caterina pur di Pisa due statue di marmo, cioè una Nostra Donna et un angelo che l'annunzia, lavorate, sì come l'altre cose sue, con tanta diligenza, che si può dire che le siano le migliori che fussino fatte in que' tempi.
Sotto questa Madonna annunziata intagliò Nino nella basa queste parole: A dì primo di febraio 1370.
E sotto l'angelo: Queste figure fece Nino figliuolo d'Andrea Pisano.
Fece ancora altre opere in quella città et in Napoli, delle quali non accade far menzione.
Morì Andrea d'anni settantacinque l'anno milletrecentoquarantacinque e fu sepolto da Nino in S.
Maria del Fiore con questo epitaffio:
Ingenti Andreas jacet hic Pisanus in urna,
marmore qui potuit spirantes ducere vultus,
et simulacra Deum mediis imponere, templis,
ex aere, ex auro candenti, et pulcro elephanto.
FINE DELLA VITA D'ANDREA PISANO
VITA DI BUONAMICO BUFFALMACCO PITTOR FIORENTINO
Buonamico di Cristofano detto Buffalmacco pittore fiorentino, il qual fu discepolo d'Andrea Tafi, e come uomo burlevole celebrato da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, fu come si sa carissimo compagno di Bruno e di Calandrino pittori ancor essi faceti e piacevoli, e, come si può vedere nell'opere sue sparse per tutta Toscana, di assai buon giudizio nell'arte sua del dipignere.
Racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle - per cominciarmi dalle cose che costui fece essendo ancor giovinetto -, che stando Buffalmacco, mentre era garzone, con Andrea, che aveva per costume il detto suo maestro, quando erano le notti grandi, levarsi inanzi giorno a lavorare e chiamare i garzoni alla vegghia; la qual cosa rincrescendo a Buonamico, che era fatto levar in sul buon del dormire, andò pensando di trovar modo che Andrea si rimanesse di levarsi tanto inanzi giorno a lavorare, e gli venne fatto; per che avendo trovato in una vòlta male spazzata trenta gran scarafaggi o vero piattole, con certe agora sottili e corte appiccò a ciascuno di detti scarafaggi una candeluzza in sul dosso, e venuta l'ora che soleva Andrea levarsi, per una fessura dell'uscio gli mise tutti a uno a uno, avendo accese le candele, in camera d'Andrea, il quale svegliatosi, essendo a punto l'ora che soleva chiamare Buffalmacco, e veduto que' lumicini, tutto pien di paura cominciò a tremare, e come vecchio che era tutto pauroso a raccomandarsi pianamente a Dio e dir sue orazioni e salmi; e finalmente messo il capo sotto i panni, non chiamò per quella notte altrimenti Buffalmacco, ma si stette a quel modo sempre tremando di paura insino a giorno.
La mattina poi levatosi, dimandò a Buonamico se aveva veduto come aveva fatto egli, più di mille demonii; a cui disse Buonamico di no, perché aveva tenuto gl'occhi serrati, e si maravigliava non essere stato chiamato a vegghia.
"Come a vegghia?" disse Tafo.
"Io ho avuto altro pensiero che dipignere, e son risoluto per ogni modo d'andare a stare in un'altra casa".
La notte seguente, se bene ne mise Buonamico tre soli nella detta camera di Tafo, egli nondimeno, tra per la paura della notte passata, e que' pochi diavoli che vide, non dormì punto: anzi non fu sì tosto giorno che uscì di casa per non tornarvi mai più; e vi bisognò del buono a fargli mutar openione.
Pure, menando a lui Buonamico il prete della parocchia, il meglio che puoté lo raconsolò.
Poi discorrendo Tafo e Buonamico sopra il caso, disse Buonamico: "Io ho sempre sentito dire che i maggiori nimici di Dio sono i demonî, e per conseguenza che deono anco esser capitalissimi aversarii de' dipintori, perché oltre che noi gli facciamo sempre bruttissimi, quello che è peggio, non attendiamo mai ad altro, che a far Santi e Sante per le mura e per le tavole, et a far perciò con dispetto de' demonî gl'uomini più divoti o migliori: per lo che tenendo essi demonii di ciò sdegno con esso noi, come quelli che maggior possanza hanno la notte che il giorno, ci vanno facendo di questi giuochi, e peggio faranno se questa usanza di levarsi a vegghia non si lascia del tutto".
Con questo et altre molte parole seppe così bene acconciar la bisogna Buffalmacco, facendogli buono ciò che diceva messer lo prete, che Tafo si rimase di levarsi a vegghia e i diavoli d'andar la notte per casa co' lumicini.
Ma ricominciando Tafo, tirato dal guadagno, non molti mesi dopo, e quasi scordatosi ogni paura, a levarsi di nuovo a lavorare la notte e chiamare Buffalmacco, ricominciarono anco i scarafaggi a andar a torno; onde fu forza che per paura se ne rimanesse interamente, essendo a ciò massimamente consigliato dal prete.
Dopo divolgatasi questa cosa per la città, fu cagione che per un pezzo, né Tafo né altri pittori costumarono di levarsi a lavorare la notte.
Essendo poi, indi a non molto, divenuto Buffalmacco assai buon maestro, si partì, come racconta il medesimo Franco, da Tafo, e cominciò a lavorare da sé, non gli mancando mai che fare.
Ora, avendo egli tolto una casa per lavorarvi et abitarvi, che aveva allato un lavorante di lana assai agiato, il quale essendo un nuovo ucello, era chiamato Capodoca, la moglie di costui ogni notte si levava a matutino, quando appunto avendo insino allora lavorato, andava Buffalmacco a riposarsi; e postasi a un suo filatoio, il quale aveva per mala ventura piantato dirimpetto al letto di Buffalmacco, attendeva tutta notte a filar lo stame.
Per che non potendo Buonamico dormire né poco né assai, cominciò a andar pensando come potesse a questa noia rimediare.
Né passò molto, che s'avide che dopo un muro di mattoni sopra mattoni, il quale divideva fra sé e Capodoca, era il focolare della mala vicina, e che per un rotto si vedeva ciò che ella intorno al fuoco faceva: per che pensata una nuova malizia, forò, con un succhio lungo, una canna, et apostato che la donna di Capodoca non fusse al fuoco, con essa per lo già detto rotto del muro mise una et un'altra volta quanto sale egli volle nella pentola della vicina: onde tornando Capodoca o a desinare o a cena, il più delle volte non poteva né mangiar, né assaggiar né minestra né carne, in modo era ogni cosa per lo troppo sale amara.
Per una o due volte ebbe pacienza, e solamente ne fece un poco di rumore; ma poi che vide che le parole non bastavano, diede per ciò più volte delle busse alla povera donna che si disperava, parendole pur essere più che avvertita nel salar il cotto.
Costei una volta fra l'altre che il marito per ciò la batteva, cominciò a volersi scusare; per che venuta a Capodoca maggior collera, di modo si mise di nuovo a percuoterla, che gridando ella a più potere, corse tutto il vicinato a rumore; e fra gli altri vi trasse Buffalmacco, il quale udito quello di che accusava Capodoca la moglie, et in che modo ella si scusava, disse a Capodoca: "Gnaffe, sozio, egli si vuole aver discrezione; tu ti duoli che il cotto mattina e sera è troppo salato, et io mi maraviglio che questa tua buona donna faccia cosa che bene stia.
Io per me non so come il giorno ella si sostenga in piedi, considerando che tutta la notte vegghia intorno a questo suo filatoio e non dorme, ch'io creda, un'ora.
Fa ch'ella si rimanga di questo suo levarsi a mezza notte, e vedrai che avendo il suo bisogno di dormire, ella starà il giorno in cervello e non incorrerà in così fatti errori".
Poi rivoltosi agli altri vicini, sì bene fece parer loro la cosa grande, che tutti dissero a Capodoca che Buonamico diceva il vero, e così si voleva fare come egli avisava.
Onde egli credendo che così fusse, le comandò che non si levasse a vegghia; et il cotto fu poi ragionevolmente salato, se non quando per caso la donna alcuna volta si levava; perché allora Buffalmacco tornava al suo rimedio, il quale finalmente fu causa che Capodoca ne la fece rimanere del tutto.
Buffalmacco, dunque, fra le prime opere che fece, lavorò in Firenze nel monasterio delle donne di Faenza che era dov'è oggi la Cittadella del Prato, tutta la chiesa di sua mano; e fra l'altre storie che vi fece della vita di Cristo, nelle quali tutte si portò molto bene, vi fece l'occisione che fece fare Erode de' putti innocenti, nella quale espresse molto vivamente gl'affetti così degl'uccisori come dell'altre figure; perciò che in alcune balie e madri che strappando i fanciulli di mano agl'uccisori, si aiutano quanto possono il più, colle mani, coi graffi, coi morsi e con tutti i movimenti del corpo, si mostra nel di fuori l'animo non meno pieno di rabbia e furore che di doglia.
Della quale opera, essendo oggi quel monasterio rovinato, non si può altro vedere che una carta tinta nel nostro libro de' disegni diversi, dove è questa storia di mano propria di esso Buonamico disegnata.
Nel fare questa opera alle già dette donne di Faenza, perché era Buffalmacco una persona molto stratta et a caso così nel vestire come nel vivere, avvenne, non portando egli così sempre il capuccio et il mantello come in que' tempi si costumava, che guardandolo alcuna volta le monache per la turata che egli avea fatto fare, cominciarono a dire col castaldo che non piaceva loro vederlo a quel modo in farsetto; pur racchetate da lui, se ne stettono un pezzo senza dire altro.
Alla perfine vedendolo pur sempre in quel medesimo modo, e dubitando che non fosse qualche garzonaccio da pestar colori, gli feciono dire dalla badessa che averebbono voluto vedere lavorar il maestro, e non sempre colui.
A che rispose Buonamico, come piacevole che era, che tosto che il maestro vi fusse, lo farebbe loro intendere, accorgendosi nondimeno della poca confidenza che avevano in lui.
Preso dunque un desco e messovene sopra un altro, mise in cima una brocca overo mezzina da acqua, e nella bocca di quella pose un capuccio in sul manico, e poi il resto della mezzina coperse con un mantello alla civile, affibbiandolo bene intorno ai deschi; e posto poi nel beccuccio, donde l'acqua si trae, acconciamente un pennello, si partì.
Le monache tornando a veder il lavoro per uno aperto dove avea cansato la tela, videro il posticcio maestro in pontificale; onde credendo che lavorasse a più potere, e fusse per fare altro lavoro che quel garzonaccio a cattafascio non faceva, se ne stettono più giorni senza pensar ad altro.
Finalmente essendo elleno venute in disiderio di veder che bella cosa avesse fatto il maestro, passati quindici giorni, nel quale spazio di tempo Buonamico non vi era mai capitato, una notte pensando che il maestro non vi fusse, andarono a veder le sue pitture, e rimasero tutte confuse e rosse, nello scoprir una più ardita dell'altre il solenne maestro, che in quindici dì non aveva punto lavorato.
Poi conoscendo che egli aveva loro fatto quello che meritavano, e che l'opere che egli aveva fatte non erano se non lodevoli, fecer richiamar dal castaldo Buonamico; il qual con grandissime risa e piacere si ricondusse al lavoro, dando loro a cognoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche, e che non sempre ai vestimenti si deono l'opere degli uomini giudicare.
Ora, quivi in pochi giorni finì una storia, di che si contentarono molto, parendo loro in tutte le parti da contentarsene, eccetto che le figure nelle carnagioni parevano loro anzi smorticce e pallide, che no.
Buonamico sentendo ciò, e avendo inteso che la badessa avea una vernaccia la miglior di Firenze, la quale per lo sagrifizio della messa serbava, disse loro che a volere a cotal difetto rimediare, non si poteva altro fare che stemperare i colori con vernaccia che fusse buona; per che toccando con essi così stemperati le gote e l'altre carni delle figure, elle diverrebbono rosse e molto vivamente colorite.
Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennono sempre poi fornito di ottima vernaccia mentre durò il lavoro; et egli godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarii le figure più fresche e colorite.
Finita questa opera, dipinse nella Badia di Settimo alcune storie di S.
Iacopo nella cappella che è nel chiostro a quel Santo dedicata, nella vòlta della quale fece i quattro Patriarchi e i quattro Evangelisti, fra i quali è notabile l'atto che fa S.
Luca nel soffiare molto naturalmente nella penna, perché renda l'inchiostro.
Nelle storie poi delle facciate, che sono cinque, si vede nelle figure belle attitudini, et ogni cosa condotta con invenzione e giudizio.
E perché usava Buonamico, per fare l'incarnato più facile, di campeggiare, come si vede in quest'opera, per tutto di pavonazzo di sale, il quale fa col tempo una salsedine che si mangia e consuma il bianco e gl'altri colori, non è maraviglia se quest'opera è guasta e consumata laddove molte altre che furono fatte molto prima, si sono benissimo conservate.
Et io, che già pensava che a queste pitture avesse fatto nocumento l'umido, ho poi provato per esperienza, considerando altre opere del medesimo, che non dall'umido, ma da questa particolare usanza di Buffalmacco è avenuto che sono in modo guaste, che non si vede né disegno né altro; e dove erano le carnagioni, non è altro rimaso che il paonazzo.
Il qual modo di fare non dee usarsi da chi ama che le pitture sue abbiano lunga vita.
Lavorò Buonamico, dopo quello che si è detto di sopra, due tavole a tempera ai monaci della Certosa di Firenze, delle quali l'una è dove stanno per il coro i libri da cantare, e l'altra di sotto nelle cappelle vecchie.
Dipinse in fresco nella Badia di Firenze la capella de' Giochi e Bastari allato alla cappella maggiore, la quale cappella ancor che poi fusse conceduta alla famiglia de' Boscoli, ritiene le dette pitture di Buffalmacco insino a oggi: nelle quali fece la Passione di Cristo con affetti ingegnosi e belli, mostrando in Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, umiltà e mansuetudine grandissima, e ne' Giudei, quando lo menano ad Erode, fierezza e crudeltà.
Ma particolarmente mostrò ingegno e facilità in un Pilato che vi dipinse in prigione, et in Giuda apiccato a un albero; onde si può agevolmente credere quello che di questo piacevole pittore si racconta, cioè che quando voleva usar diligenza e affaticarsi, il che di rado avveniva, egli non era inferiore a niun altro dipintore de' suoi tempi.
E che ciò sia vero, l'opere che fece in Ognisanti a fresco dove è oggi il cimitero, furono con tanta diligenza lavorate e con tanti avvertimenti, che l'acqua che è piovuta loro sopra tanti anni non le ha potuto guastare, né fare sì che non si conosca la bontà loro, e che si sono mantenute benissimo per essere state lavorate puramente sopra la calcina fresca.
Nelle facce dunque sono la natività di Gesù Cristo e l'adorazione de' Magi, cioè sopra la sepoltura degl'Aliotti.
Dopo quest'opera andato Buonamico a Bologna, lavorò a fresco in S.
Petronio nella cappella de' Bolognini, cioè nelle vòlte alcune storie, ma da non so che accidente sopravenuto non le finì.
Dicesi che l'anno 1302 fu condotto in Ascesi, e che nella chiesa di S.
Francesco dipinse nella capella di S.
Caterina tutte le storie della sua vita in fresco, le quali si sono molto ben conservate, e vi si veggiono alcune figure che sono degne d'essere lodate.
Finita questa capella, nel passar d'Arezzo, il vescovo Guido, per avere inteso che Buonamico era piacevole uomo e valente dipintore, volle che si fermasse in quella città, e gli dipignesse in Vescovado la capella dove è oggi il battesimo.
Buonamico messo mano al lavoro n'aveva già fatto buona parte, quando gl'avvenne un caso il più strano del mondo, e fu, secondo che racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle, questo.
Aveva il vescovo un bertuccione il più sollazzevole ed il più cattivo che altro che fusse mai.
Questo animale, stando alcuna volta sul palco a vedere lavorare Buonamico aveva posto mente a ogni cosa, né levatogli mai gl'occhi da dosso quando mescolava i colori, trassinava gli alberelli, stiacciava l'uova per fare le tempere, ed insomma quando faceva qualsivoglia altra cosa.
Ora, avendo Buonamico un sabato sera lasciato l'opera, la domenica mattina questo bertuccione, non ostante che avesse apiccato a' piedi un gran rullo di legno, il quale gli faceva portare il vescovo perché non potesse così saltare per tutto, egli salì, non ostante il peso che pure era grave, in sul palco dove soleva stare Buonamico a lavorare: e quivi recatosi fra mano gli alberelli, rovesciato che ebbe l'uno nell'altro, e fatto sei mescugli e stiacciato quante uova v'erano, cominciò a imbrattare con i pennelli quante figure vi erano, e seguitando di così fare, non restò, se non quando ebbe ogni cosa ridipinto di sua mano.
Ciò fatto, di nuovo fece un mescuglio di tutti i colori che gli erano avanzati, come che pochi fussero, e poi sceso dal palco si partì.
Venuto il lunedì mattina, tornò Buonamico al suo lavoro, dove vedute le figure guaste, gli alberelli rovesciati, et ogni cosa sotto sopra, restò tutto maravigliato e confuso.
Poi, avendo molte cose fra se medesimo discorso, pensò finalmente che qualche aretino per invidia o per altro avesse ciò fatto; onde andatosene al vescovo, gli disse come la cosa passava e quello di che dubitava, di che il vescovo rimase forte turbato; pure fatto animo a Buonamico, volle che rimettesse mano al lavoro, e ciò che vi era di guasto rifacesse.
E perché aveva prestato alle sue parole fede, le quali avevano del verisimile, gli diede sei de' suoi fanti armati che stessono co' falcioni, quando egli non lavorava, in aguato, e chiunque venisse, senza misericordia tagliasseno a pezzi.
Rifatte dunque la seconda volta le figure, un giorno che i fanti erano in aguato, ecco che sentono non so che rotolare per la chiesa, e poco appresso il bertuccione salire sopra l'assito, e in un baleno fatte le mestiche, veggiono il nuovo maestro mettersi a lavorare sopra i Santi di Buonamico.
Perché chiamatolo, e mostrogli il malfattore, e insieme con esso lui stando a vederlo lavorare, furono per crepar dalle risa, e Buonamico particolarmente, come che dolore glie ne venisse, non poteva restare di ridere né di piangere per le risa.
Finalmente licenziati i fanti che con falcioni avevano fatto la guardia,