LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 41
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Si condusse adunque Andrea a Firenze in servigio dell'opera detta, e perché disideravano in quel tempo i Fiorentini rendersi grato et amico papa Bonifazio Ottavo, che allora era Sommo Pontefice della chiesa di Dio, vollono che inanzi a ogni altra cosa Andrea facesse di marmo e ritraesse di naturale detto Pontefice.
Laonde, messo mano a questa opera, non restò, che ebbe finita la figura del Papa, et un S.
Pietro et un S.
Paolo che lo mettono in mezzo, le quali tre figure furono poste e sono nella facciata di S.
Maria del Fiore.
Facendo poi Andrea per la porta del mezzo di detta chiesa in alcuni tabernacoli o ver nicchie, certe figurine di profeti, si vide ch'egli aveva recato gran miglioramento all'arte, e che egli avanzava in bontà e disegno tutti coloro che insino allora avevano per la detta fabrica lavorato.
Onde fu risoluto che tutti i lavori d'importanza si dessono a fare a lui e non ad altri; per che non molto doppo gli furono date a fare le quattro statue de' principali Dottori della chiesa, S.
Girolamo, S.
Ambruogio, S.
Agostino e S.
Gregorio.
E finite queste, che gli acquistarono grazia e fama appresso gli Operai, anzi appresso tutta la città, gli furono date a far due altre figure di marmo della medesima grandezza, che furono il S.
Stefano e S.
Lorenzo, che sono nella detta facciata di S.
Maria del Fiore in sull'ultime cantonate.
È di mano d'Andrea similmente la Madonna di marmo alta tre braccia e mezzo col Figliuolo in collo, che è sopra l'altar della chiesetta e Compagina della Misericordia in sulla piazza di S.
Giovanni in Firenze, che fu cosa molto lodata in que' tempi, e massimamente avendola accompagnata con due Angeli, che la mettono in mezzo, di braccia due e mezzo l'uno; alla quale opera ha fatto a' giorni nostri un fornimento intorno di legname molto ben lavorato maestro Antonio detto il Carota, e sotto una predella piena di bellissime figure colorite a olio da Ridolfo figliuolo di Domenico Grillandai.
Parimente quella mezza Nostra Donna di marmo, che è sopra la porta del fianco pur della Misericordia nella facciata de' Cialdonai, è di mano d'Andrea, e fu cosa molto lodata, per avere egli in essa imitato la buona maniera antica, fuor dell'uso suo, che ne fu sempre lontano, come testimoniano alcuni disegni che di sua mano sono nel nostro libro, ne' quali sono disegnate tutte l'istorie dell'Apocalisse.
E perché aveva atteso Andrea in sua gioventù alle cose d'architettura, venne occasione di essere in ciò adoperato dal comune di Firenze, per che essendo morto Arnolfo, e Giotto assente, gli fu fatto fare il disegno del castello di Scarperia che è in Mugello alle radici dell'Alpe.
Dicono alcuni (non l'affermerei già per vero) che Andrea stette a Vinezia un anno, e vi lavorò di scultura alcune figurette di marmo che sono nella facciata di S.
Marco, e che al tempo di messer Piero Gradenigo doge di quella repubblica fece il disegno dell'arsenale; ma perché io non ne so, se non quello che truovo essere stato scritto da alcuni semplicemente, lascerò credere intorno a ciò ognuno a suo modo.
Tornato da Vinezia a Firenze Andrea, la città, temendo della venuta dell'Imperadore, fece alzare con prestezza, adoperandosi in ciò Andrea, una parte delle mura a calcina otto braccia, in quella parte che è fra S.
Gallo e la porta al Prato, et in altri luoghi fece bastioni, steccati, et altri ripari di terra e di legnami sicurissimi.
Ora, perché tre anni inanzi aveva con sua molta lode mostrato d'essere valente uomo nel gettare di bronzo, avendo mandato al Papa in Avignone per mezzo di Giotto suo amicissimo, che allora in quella corte dimorava, una croce di getto molto bella, gli fu data a fare di bronzo una delle porte del tempio di S.
Giovanni, della quale aveva già fatto Giotto un disegno bellissimo.
Gli fu data, dico, a finire per essere stato giudicato, fra tanti che avevano lavorato insino allora, il più valente, il più pratico e più giudizioso maestro, non pure di Toscana, ma di tutta Italia.
Laonde, messovi mano con animo deliberato di non volere risparmiare né tempo, né fatica, né diligenza per condurre un'opera di tanta importanza, gli fu così propizia la sorte nel getto, in que' tempi che non si avevano i segreti che si hanno oggi, che in termine di ventidue anni la condusse a quella perfezione che si vede; e, quello che è più, fece ancora in quel tempo medesimo non pure il tabernacolo dell'altare maggiore di S.
Giovanni, con due Angeli che lo mettono in mezzo, i quali furono tenuti cosa bellissima, ma ancora, secondo il disegno di Giotto, quelle figurette di marmo che sono per finimento della porta del campanile di S.
Maria del Fiore, et intorno al medesimo campanile in certe mandorle i sette pianeti, le sette virtù e le sette opere della misericordia di mezzo rilievo in figure piccole, che furono allora molto lodate.
Fece anco nel medesimo tempo le tre figure di braccia quattro l'una, che furono collocate nelle nicchie del detto campanile, sotto le finestre che guardano dove sono oggi i Pupilli, cioè verso mezzogiorno, le quali figure furono tenute in quel tempo più che ragionevoli.
Ma per tornare onde mi sono partito, dico che in detta porta di bronzo sono storiette di basso rilievo della vita di S.
Giovanni Battista, cioè dalla nascita insino alla morte, condotte felicemente e con molta diligenza.
E sebbene pare a molti che in tali storie non apparisca quel bel disegno né quella grande arte che si suol porre nelle figure, non merita però Andrea se non lode grandissima, per essere stato il primo che ponesse mano a condurre perfettamente un'opera, che fu poi cagione che gl'altri che sono stati dopo di lui hanno fatto quanto di bello e di difficile e di buono nell'altre due porte e negli ornamenti di fuori al presente si vede.
Questa opera fu posta alla porta di mezzo di quel tempio, e vi stette insino a che Lorenzo Ghiberti fece quella che vi è al presente: perché allora fu levata e posta dirimpetto alla Misericordia, dove ancora si trova.
Non tacerò che Andrea fu aiutato in far questa porta da Nino suo figliuolo, che fu poi molto miglior maestro che il padre stato non era, e che fu finita del tutto l'anno 1339, cioè non solo pulita e rinetta del tutto, ma ancora dorata a fuoco; e credesi ch'ella fusse gettata di metallo da alcuni maestri viniziani molto esperti nel fondere i metalli; e di ciò si truova ricordo ne' libri dell'Arte de' mercatanti di Calimara guardiani dell'Opera di S.
Giovanni.
Mentre si faceva la detta porta, fece Andrea non solo l'altre opere sopra dette, ma ancora molte altre, e particolarmente il modello del tempio di S.
Giovanni di Pistoia, il quale fu fondato l'anno 1337, nel quale anno medesimo a dì XXV di gennaio fu trovato, nel cavare i fondamenti di questa chiesa, il corpo del beato Atto, stato vescovo di quella città, il quale era stato in quel luogo sepolto centotrentasette anni.
L'architettura, dunque, di questo tempio, che è tondo, fu secondo quei tempi ragionevole.
È anco di mano d'Andrea nella detta città di Pistoia, nel tempio principale, una sepoltura di marmo piena nel corpo della cassa di figure piccole, con alcune altre di sopra maggiori.
Nella quale sepoltura è il corpo riposto di messer Cino d'Angibolgi dottore di legge, e molto famoso litterato ne' tempi suoi, come testimonia messer Francesco Petrarca in quel sonetto:
Piangete, donne, e con voi pianga Amore,
e nel quarto capitolo del Trionfo d'Amore, dove dice:
Ecco Cin da Pistoia, Guitton d'Arezzo,
che di non esser primo par ch'ira aggia etc.
Si vede in questo sepolcro di mano d'Andrea in marmo il ritratto di esso messer Cino, che insegna a un numero di suoi scolari che gli sono intorno, con sì bella attitudine e maniera, che in que' tempi, sebbene oggi non sarebbe in pregio, dovette esser cosa maravigliosa.
Si servì anco d'Andrea nelle cose d'architettura Gualtieri duca d'Atene e tiranno de' Fiorentini, facendogli allargare la piazza, e, per fortificarsi nel palazzo, ferrare tutte le finestre da basso del primo piano, dov'è oggi la sala de' Dugento, con ferri quadri e gagliardi molto.
Aggiunse ancora il detto Duca dirimpetto a S.
Piero Scheraggio le mura a bozzi che sono accanto al palazzo, per accrescerlo; e nella grossezza del muro fece una scala segreta per salire e scendere occultamente, e nella detta facciata di bozzi fece da basso una porta grande, che serve oggi alla dogana, e sopra quella l'arme sua, e tutto col disegno e consiglio di Andrea; la quale arme sebbene fu fatta scarpellare dal magistrato de' Dodici che ebbe cura di spegnere ogni memoria di quel Duca, rimase nondimeno nello scudo quadro la forma del leone rampante con due code, come può veder chiunque la considera con diligenza.
Per lo medesimo Duca fece Andrea molte torri intorno alle mura della città; e non pure diede principio magnifico alla porta a San Friano e la condusse al termine che si vede, ma fece ancora le mura degl'antiporti a tutte le porte della città, e le porte minori per commodità de' popoli.
E perché il Duca aveva in animo di fare una fortezza sopra la costa di S.
Giorgio, ne fece Andrea il modello, che poi non servì per non avere avuto la cosa principio, essendo stato cacciato il Duca l'anno 1343.
Ben ebbe in gran parte effetto il disiderio che quel Duca avea di ridurre il palazzo in forma di un forte castello, poiché a quello che era stato fatto da principio fece così gran giunta, come quella è che oggi si vede, comprendendo nel circuito di quello le case de' Filipetri, la torre e le case degl'Amidei e Mancini, e quelle de' Bellalberti.
E perché dato principio a sì gran fabrica et a grosse mura e barbacani, non aveva così in pronto tutto quello che bisognava, tenendo indietro la fabrica del Ponte Vecchio, che si lavorava con prestezza come cosa necessaria, si servì delle pietre conce e de' legnami ordinati per quello senza rispetto nessuno.
E sebbene Taddeo Gaddi non era per aventura inferiore nelle cose d'architettura a Andrea Pisano, non volle di lui in queste fabriche, per esser fiorentino, servirsi il Duca, ma sì bene d'Andrea.
Voleva il medesimo duca Gualtieri disfare S.
Cicilia per vedere di palazzo la strada Romana e Mercato Nuovo, e parimente S.
Piero Scheraggio per i suoi commodi, ma non ebbe di ciò fare licenza dal Papa.
Intanto fu, come si è detto di sopra, cacciato a furia di popolo.
Meritò dunque Andrea per l'onorate fatiche di tanti anni non solamente premii grandissimi, ma e la civiltà ancora; perché fatto dalla Signoria cittadin fiorentino, gli furono dati uffizii e magistrati nella città, e l'opere sue furono in pregio e mentre che visse e dopo morte, non si trovando chi lo passasse nell'operare, infino a che non vennero Nicolò aretino, Jacopo della Quercia sanese, Donatello, Filippo di ser Brunellesco e Lorenzo Ghiberti, i quali condussono le sculture et altre opere che fecero, di maniera che conobbono i popoli in quanto errore eglino erano stati insino a quel tempo, avendo ritrovato questi con l'opere loro quella virtù che era molti e molti anni stata nascosa e non bene conosciuta dagl'uomini.
Furono l'opere d'Andrea intorno agli anni di nostra salute milletrecentoquaranta.
Rimasero d'Andrea molti discepoli, e fra gli altri Tommaso pisano architetto e scultore, il quale finì la cappella di Camposanto, e pose la fine del campanile del Duomo, cioè quella ultima parte dove sono le campane: il quale Tommaso si crede che fusse figliuolo d'Andrea, trovandosi così scritto nella tavola dell'altar maggiore di S.
Francesco di Pisa, nella quale è intagliato di mezzo rilievo una Nostra Donna e altri Santi fatti da lui, e sotto quelli il nome suo e di suo padre.
D'Andrea rimase Nino suo figliuolo che attese alla scultura, et in S.
Maria Novella di Firenze fu la sua prima opera, perché vi finì di marmo una Nostra Donna stata cominciata dal padre, la quale è dentro alla porta del fianco a lato alla cappella de' Minerbetti.
Andato poi a Pisa, fece nella Spina una Nostra Donna di marmo dal mezzo in su, che allatta Gesù Cristo fanciulletto involto in certi panni sottili, alla quale Madonna fu fatto fare da messer Iacopo Corbini un ornamento di marmo l'anno 1522, et un altro molto maggiore e più bello a un'altra Madonna, pur di marmo e intera, di mano del medesimo Nino, nell'attitudine della quale si vede essa Madre porgere con molta grazia una rosa al Figliuolo, che la piglia con maniera fanciullesca e tanto bella, che si può dire che Nino cominciasse veramente a cavare la durezza de' sassi e ridurgli alla vivezza delle carni, lustrandogli con un pulimento grandissimo.
Questa figura è in mezzo a un S.
Giovanni et a un S.
Piero di marmo, che è nella testa il ritratto di Andrea di naturale.
Fece ancora Nino per un altare di S.
Caterina pur di Pisa due statue di marmo, cioè una Nostra Donna et un angelo che l'annunzia, lavorate, sì come l'altre cose sue, con tanta diligenza, che si può dire che le siano le migliori che fussino fatte in que' tempi.
Sotto questa Madonna annunziata intagliò Nino nella basa queste parole: A dì primo di febraio 1370.
E sotto l'angelo: Queste figure fece Nino figliuolo d'Andrea Pisano.
Fece ancora altre opere in quella città et in Napoli, delle quali non accade far menzione.
Morì Andrea d'anni settantacinque l'anno milletrecentoquarantacinque e fu sepolto da Nino in S.
Maria del Fiore con questo epitaffio:
Ingenti Andreas jacet hic Pisanus in urna,
marmore qui potuit spirantes ducere vultus,
et simulacra Deum mediis imponere, templis,
ex aere, ex auro candenti, et pulcro elephanto.
FINE DELLA VITA D'ANDREA PISANO
VITA DI BUONAMICO BUFFALMACCO PITTOR FIORENTINO
Buonamico di Cristofano detto Buffalmacco pittore fiorentino, il qual fu discepolo d'Andrea Tafi, e come uomo burlevole celebrato da messer Giovanni Boccaccio nel suo Decamerone, fu come si sa carissimo compagno di Bruno e di Calandrino pittori ancor essi faceti e piacevoli, e, come si può vedere nell'opere sue sparse per tutta Toscana, di assai buon giudizio nell'arte sua del dipignere.
Racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle - per cominciarmi dalle cose che costui fece essendo ancor giovinetto -, che stando Buffalmacco, mentre era garzone, con Andrea, che aveva per costume il detto suo maestro, quando erano le notti grandi, levarsi inanzi giorno a lavorare e chiamare i garzoni alla vegghia; la qual cosa rincrescendo a Buonamico, che era fatto levar in sul buon del dormire, andò pensando di trovar modo che Andrea si rimanesse di levarsi tanto inanzi giorno a lavorare, e gli venne fatto; per che avendo trovato in una vòlta male spazzata trenta gran scarafaggi o vero piattole, con certe agora sottili e corte appiccò a ciascuno di detti scarafaggi una candeluzza in sul dosso, e venuta l'ora che soleva Andrea levarsi, per una fessura dell'uscio gli mise tutti a uno a uno, avendo accese le candele, in camera d'Andrea, il quale svegliatosi, essendo a punto l'ora che soleva chiamare Buffalmacco, e veduto que' lumicini, tutto pien di paura cominciò a tremare, e come vecchio che era tutto pauroso a raccomandarsi pianamente a Dio e dir sue orazioni e salmi; e finalmente messo il capo sotto i panni, non chiamò per quella notte altrimenti Buffalmacco, ma si stette a quel modo sempre tremando di paura insino a giorno.
La mattina poi levatosi, dimandò a Buonamico se aveva veduto come aveva fatto egli, più di mille demonii; a cui disse Buonamico di no, perché aveva tenuto gl'occhi serrati, e si maravigliava non essere stato chiamato a vegghia.
"Come a vegghia?" disse Tafo.
"Io ho avuto altro pensiero che dipignere, e son risoluto per ogni modo d'andare a stare in un'altra casa".
La notte seguente, se bene ne mise Buonamico tre soli nella detta camera di Tafo, egli nondimeno, tra per la paura della notte passata, e que' pochi diavoli che vide, non dormì punto: anzi non fu sì tosto giorno che uscì di casa per non tornarvi mai più; e vi bisognò del buono a fargli mutar openione.
Pure, menando a lui Buonamico il prete della parocchia, il meglio che puoté lo raconsolò.
Poi discorrendo Tafo e Buonamico sopra il caso, disse Buonamico: "Io ho sempre sentito dire che i maggiori nimici di Dio sono i demonî, e per conseguenza che deono anco esser capitalissimi aversarii de' dipintori, perché oltre che noi gli facciamo sempre bruttissimi, quello che è peggio, non attendiamo mai ad altro, che a far Santi e Sante per le mura e per le tavole, et a far perciò con dispetto de' demonî gl'uomini più divoti o migliori: per lo che tenendo essi demonii di ciò sdegno con esso noi, come quelli che maggior possanza hanno la notte che il giorno, ci vanno facendo di questi giuochi, e peggio faranno se questa usanza di levarsi a vegghia non si lascia del tutto".
Con questo et altre molte parole seppe così bene acconciar la bisogna Buffalmacco, facendogli buono ciò che diceva messer lo prete, che Tafo si rimase di levarsi a vegghia e i diavoli d'andar la notte per casa co' lumicini.
Ma ricominciando Tafo, tirato dal guadagno, non molti mesi dopo, e quasi scordatosi ogni paura, a levarsi di nuovo a lavorare la notte e chiamare Buffalmacco, ricominciarono anco i scarafaggi a andar a torno; onde fu forza che per paura se ne rimanesse interamente, essendo a ciò massimamente consigliato dal prete.
Dopo divolgatasi questa cosa per la città, fu cagione che per un pezzo, né Tafo né altri pittori costumarono di levarsi a lavorare la notte.
Essendo poi, indi a non molto, divenuto Buffalmacco assai buon maestro, si partì, come racconta il medesimo Franco, da Tafo, e cominciò a lavorare da sé, non gli mancando mai che fare.
Ora, avendo egli tolto una casa per lavorarvi et abitarvi, che aveva allato un lavorante di lana assai agiato, il quale essendo un nuovo ucello, era chiamato Capodoca, la moglie di costui ogni notte si levava a matutino, quando appunto avendo insino allora lavorato, andava Buffalmacco a riposarsi; e postasi a un suo filatoio, il quale aveva per mala ventura piantato dirimpetto al letto di Buffalmacco, attendeva tutta notte a filar lo stame.
Per che non potendo Buonamico dormire né poco né assai, cominciò a andar pensando come potesse a questa noia rimediare.
Né passò molto, che s'avide che dopo un muro di mattoni sopra mattoni, il quale divideva fra sé e Capodoca, era il focolare della mala vicina, e che per un rotto si vedeva ciò che ella intorno al fuoco faceva: per che pensata una nuova malizia, forò, con un succhio lungo, una canna, et apostato che la donna di Capodoca non fusse al fuoco, con essa per lo già detto rotto del muro mise una et un'altra volta quanto sale egli volle nella pentola della vicina: onde tornando Capodoca o a desinare o a cena, il più delle volte non poteva né mangiar, né assaggiar né minestra né carne, in modo era ogni cosa per lo troppo sale amara.
Per una o due volte ebbe pacienza, e solamente ne fece un poco di rumore; ma poi che vide che le parole non bastavano, diede per ciò più volte delle busse alla povera donna che si disperava, parendole pur essere più che avvertita nel salar il cotto.
Costei una volta fra l'altre che il marito per ciò la batteva, cominciò a volersi scusare; per che venuta a Capodoca maggior collera, di modo si mise di nuovo a percuoterla, che gridando ella a più potere, corse tutto il vicinato a rumore; e fra gli altri vi trasse Buffalmacco, il quale udito quello di che accusava Capodoca la moglie, et in che modo ella si scusava, disse a Capodoca: "Gnaffe, sozio, egli si vuole aver discrezione; tu ti duoli che il cotto mattina e sera è troppo salato, et io mi maraviglio che questa tua buona donna faccia cosa che bene stia.
Io per me non so come il giorno ella si sostenga in piedi, considerando che tutta la notte vegghia intorno a questo suo filatoio e non dorme, ch'io creda, un'ora.
Fa ch'ella si rimanga di questo suo levarsi a mezza notte, e vedrai che avendo il suo bisogno di dormire, ella starà il giorno in cervello e non incorrerà in così fatti errori".
Poi rivoltosi agli altri vicini, sì bene fece parer loro la cosa grande, che tutti dissero a Capodoca che Buonamico diceva il vero, e così si voleva fare come egli avisava.
Onde egli credendo che così fusse, le comandò che non si levasse a vegghia; et il cotto fu poi ragionevolmente salato, se non quando per caso la donna alcuna volta si levava; perché allora Buffalmacco tornava al suo rimedio, il quale finalmente fu causa che Capodoca ne la fece rimanere del tutto.
Buffalmacco, dunque, fra le prime opere che fece, lavorò in Firenze nel monasterio delle donne di Faenza che era dov'è oggi la Cittadella del Prato, tutta la chiesa di sua mano; e fra l'altre storie che vi fece della vita di Cristo, nelle quali tutte si portò molto bene, vi fece l'occisione che fece fare Erode de' putti innocenti, nella quale espresse molto vivamente gl'affetti così degl'uccisori come dell'altre figure; perciò che in alcune balie e madri che strappando i fanciulli di mano agl'uccisori, si aiutano quanto possono il più, colle mani, coi graffi, coi morsi e con tutti i movimenti del corpo, si mostra nel di fuori l'animo non meno pieno di rabbia e furore che di doglia.
Della quale opera, essendo oggi quel monasterio rovinato, non si può altro vedere che una carta tinta nel nostro libro de' disegni diversi, dove è questa storia di mano propria di esso Buonamico disegnata.
Nel fare questa opera alle già dette donne di Faenza, perché era Buffalmacco una persona molto stratta et a caso così nel vestire come nel vivere, avvenne, non portando egli così sempre il capuccio et il mantello come in que' tempi si costumava, che guardandolo alcuna volta le monache per la turata che egli avea fatto fare, cominciarono a dire col castaldo che non piaceva loro vederlo a quel modo in farsetto; pur racchetate da lui, se ne stettono un pezzo senza dire altro.
Alla perfine vedendolo pur sempre in quel medesimo modo, e dubitando che non fosse qualche garzonaccio da pestar colori, gli feciono dire dalla badessa che averebbono voluto vedere lavorar il maestro, e non sempre colui.
A che rispose Buonamico, come piacevole che era, che tosto che il maestro vi fusse, lo farebbe loro intendere, accorgendosi nondimeno della poca confidenza che avevano in lui.
Preso dunque un desco e messovene sopra un altro, mise in cima una brocca overo mezzina da acqua, e nella bocca di quella pose un capuccio in sul manico, e poi il resto della mezzina coperse con un mantello alla civile, affibbiandolo bene intorno ai deschi; e posto poi nel beccuccio, donde l'acqua si trae, acconciamente un pennello, si partì.
Le monache tornando a veder il lavoro per uno aperto dove avea cansato la tela, videro il posticcio maestro in pontificale; onde credendo che lavorasse a più potere, e fusse per fare altro lavoro che quel garzonaccio a cattafascio non faceva, se ne stettono più giorni senza pensar ad altro.
Finalmente essendo elleno venute in disiderio di veder che bella cosa avesse fatto il maestro, passati quindici giorni, nel quale spazio di tempo Buonamico non vi era mai capitato, una notte pensando che il maestro non vi fusse, andarono a veder le sue pitture, e rimasero tutte confuse e rosse, nello scoprir una più ardita dell'altre il solenne maestro, che in quindici dì non aveva punto lavorato.
Poi conoscendo che egli aveva loro fatto quello che meritavano, e che l'opere che egli aveva fatte non erano se non lodevoli, fecer richiamar dal castaldo Buonamico; il qual con grandissime risa e piacere si ricondusse al lavoro, dando loro a cognoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche, e che non sempre ai vestimenti si deono l'opere degli uomini giudicare.
Ora, quivi in pochi giorni finì una storia, di che si contentarono molto, parendo loro in tutte le parti da contentarsene, eccetto che le figure nelle carnagioni parevano loro anzi smorticce e pallide, che no.
Buonamico sentendo ciò, e avendo inteso che la badessa avea una vernaccia la miglior di Firenze, la quale per lo sagrifizio della messa serbava, disse loro che a volere a cotal difetto rimediare, non si poteva altro fare che stemperare i colori con vernaccia che fusse buona; per che toccando con essi così stemperati le gote e l'altre carni delle figure, elle diverrebbono rosse e molto vivamente colorite.
Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennono sempre poi fornito di ottima vernaccia mentre durò il lavoro; et egli godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarii le figure più fresche e colorite.
Finita questa opera, dipinse nella Badia di Settimo alcune storie di S.
Iacopo nella cappella che è nel chiostro a quel Santo dedicata, nella vòlta della quale fece i quattro Patriarchi e i quattro Evangelisti, fra i quali è notabile l'atto che fa S.
Luca nel soffiare molto naturalmente nella penna, perché renda l'inchiostro.
Nelle storie poi delle facciate, che sono cinque, si vede nelle figure belle attitudini, et ogni cosa condotta con invenzione e giudizio.
E perché usava Buonamico, per fare l'incarnato più facile, di campeggiare, come si vede in quest'opera, per tutto di pavonazzo di sale, il quale fa col tempo una salsedine che si mangia e consuma il bianco e gl'altri colori, non è maraviglia se quest'opera è guasta e consumata laddove molte altre che furono fatte molto prima, si sono benissimo conservate.
Et io, che già pensava che a queste pitture avesse fatto nocumento l'umido, ho poi provato per esperienza, considerando altre opere del medesimo, che non dall'umido, ma da questa particolare usanza di Buffalmacco è avenuto che sono in modo guaste, che non si vede né disegno né altro; e dove erano le carnagioni, non è altro rimaso che il paonazzo.
Il qual modo di fare non dee usarsi da chi ama che le pitture sue abbiano lunga vita.
Lavorò Buonamico, dopo quello che si è detto di sopra, due tavole a tempera ai monaci della Certosa di Firenze, delle quali l'una è dove stanno per il coro i libri da cantare, e l'altra di sotto nelle cappelle vecchie.
Dipinse in fresco nella Badia di Firenze la capella de' Giochi e Bastari allato alla cappella maggiore, la quale cappella ancor che poi fusse conceduta alla famiglia de' Boscoli, ritiene le dette pitture di Buffalmacco insino a oggi: nelle quali fece la Passione di Cristo con affetti ingegnosi e belli, mostrando in Cristo, quando lava i piedi ai discepoli, umiltà e mansuetudine grandissima, e ne' Giudei, quando lo menano ad Erode, fierezza e crudeltà.
Ma particolarmente mostrò ingegno e facilità in un Pilato che vi dipinse in prigione, et in Giuda apiccato a un albero; onde si può agevolmente credere quello che di questo piacevole pittore si racconta, cioè che quando voleva usar diligenza e affaticarsi, il che di rado avveniva, egli non era inferiore a niun altro dipintore de' suoi tempi.
E che ciò sia vero, l'opere che fece in Ognisanti a fresco dove è oggi il cimitero, furono con tanta diligenza lavorate e con tanti avvertimenti, che l'acqua che è piovuta loro sopra tanti anni non le ha potuto guastare, né fare sì che non si conosca la bontà loro, e che si sono mantenute benissimo per essere state lavorate puramente sopra la calcina fresca.
Nelle facce dunque sono la natività di Gesù Cristo e l'adorazione de' Magi, cioè sopra la sepoltura degl'Aliotti.
Dopo quest'opera andato Buonamico a Bologna, lavorò a fresco in S.
Petronio nella cappella de' Bolognini, cioè nelle vòlte alcune storie, ma da non so che accidente sopravenuto non le finì.
Dicesi che l'anno 1302 fu condotto in Ascesi, e che nella chiesa di S.
Francesco dipinse nella capella di S.
Caterina tutte le storie della sua vita in fresco, le quali si sono molto ben conservate, e vi si veggiono alcune figure che sono degne d'essere lodate.
Finita questa capella, nel passar d'Arezzo, il vescovo Guido, per avere inteso che Buonamico era piacevole uomo e valente dipintore, volle che si fermasse in quella città, e gli dipignesse in Vescovado la capella dove è oggi il battesimo.
Buonamico messo mano al lavoro n'aveva già fatto buona parte, quando gl'avvenne un caso il più strano del mondo, e fu, secondo che racconta Franco Sacchetti nelle sue trecento Novelle, questo.
Aveva il vescovo un bertuccione il più sollazzevole ed il più cattivo che altro che fusse mai.
Questo animale, stando alcuna volta sul palco a vedere lavorare Buonamico aveva posto mente a ogni cosa, né levatogli mai gl'occhi da dosso quando mescolava i colori, trassinava gli alberelli, stiacciava l'uova per fare le tempere, ed insomma quando faceva qualsivoglia altra cosa.
Ora, avendo Buonamico un sabato sera lasciato l'opera, la domenica mattina questo bertuccione, non ostante che avesse apiccato a' piedi un gran rullo di legno, il quale gli faceva portare il vescovo perché non potesse così saltare per tutto, egli salì, non ostante il peso che pure era grave, in sul palco dove soleva stare Buonamico a lavorare: e quivi recatosi fra mano gli alberelli, rovesciato che ebbe l'uno nell'altro, e fatto sei mescugli e stiacciato quante uova v'erano, cominciò a imbrattare con i pennelli quante figure vi erano, e seguitando di così fare, non restò, se non quando ebbe ogni cosa ridipinto di sua mano.
Ciò fatto, di nuovo fece un mescuglio di tutti i colori che gli erano avanzati, come che pochi fussero, e poi sceso dal palco si partì.
Venuto il lunedì mattina, tornò Buonamico al suo lavoro, dove vedute le figure guaste, gli alberelli rovesciati, et ogni cosa sotto sopra, restò tutto maravigliato e confuso.
Poi, avendo molte cose fra se medesimo discorso, pensò finalmente che qualche aretino per invidia o per altro avesse ciò fatto; onde andatosene al vescovo, gli disse come la cosa passava e quello di che dubitava, di che il vescovo rimase forte turbato; pure fatto animo a Buonamico, volle che rimettesse mano al lavoro, e ciò che vi era di guasto rifacesse.
E perché aveva prestato alle sue parole fede, le quali avevano del verisimile, gli diede sei de' suoi fanti armati che stessono co' falcioni, quando egli non lavorava, in aguato, e chiunque venisse, senza misericordia tagliasseno a pezzi.
Rifatte dunque la seconda volta le figure, un giorno che i fanti erano in aguato, ecco che sentono non so che rotolare per la chiesa, e poco appresso il bertuccione salire sopra l'assito, e in un baleno fatte le mestiche, veggiono il nuovo maestro mettersi a lavorare sopra i Santi di Buonamico.
Perché chiamatolo, e mostrogli il malfattore, e insieme con esso lui stando a vederlo lavorare, furono per crepar dalle risa, e Buonamico particolarmente, come che dolore glie ne venisse, non poteva restare di ridere né di piangere per le risa.
Finalmente licenziati i fanti che con falcioni avevano fatto la guardia, se ne andò al vescovo, e gli disse: "Monsignor, voi volete che si dipinga a un modo, et il vostro bertuccione vuole a un altro".
Poi contando la cosa, soggiunse: "Non iscadeva che voi mandaste per pittori altrove, se avevate il maestro in casa; ma egli forse non sapeva così ben fare le mestiche.
Orsù, ora che sa, faccia da sé, che io non ci son più buono, e conosciuta la sua virtù, son contento che per l'opera mia non mi sia alcuna cosa data, se non licenza di tornarmene a Firenze".
Non poteva udendo la cosa il vescovo, sebbene gli dispiaceva, tenere le risa, e massimamente considerando, che una bestia aveva fatto una burla a chi era il più burlevole uomo del mondo.
Però poi che del nuovo caso ebbono ragionato e riso abbastanza, fece tanto il vescovo, che si rimesse Buonamico la terza volta all'opera e la finì.
E il bertuccione per gastigo e penitenza del commesso errore, fu serrato in una gran gabbia di legno e tenuto dove Buonamico lavorava, insino a che fu quell'opera interamente finita; nella quale gabbia non si potrebbe niuno imaginar i giuochi che quella bestiaccia faceva col muso, con la persona, e con le mani, vedendo altri fare, e non potere ella adoperarsi.
Finita l'opera di questa capella, ordinò il vescovo, o per burla o per altra cagione che egli se lo facessi, che Buffalmacco gli dipignesse in una facciata del suo palazzo un'aquila addosso a un leone, il quale ella avesse morto.
L'accorto dipintore avendo promesso di fare tutto quello che il vescovo voleva, fece fare un buono assito di tavole, con dire non volere essere veduto dipignere una sì fatta cosa.
E ciò fatto, rinchiuso che si fu tutto solo là dentro, dipinse, per contrario di quello che il vescovo voleva, un leone che sbranava un'aquila; e finita l'opera chiese licenza al vescovo d'andare a Firenze a procacciare colori, ché gli mancavano.
E così serrato con una chiave il tavolato, se n'andò a Firenze con animo di non tornare altrimenti al vescovo, il quale, veggendo la cosa andare in lungo e il dipintore non tornare, fatto aprire il tavolato, conobbe che più aveva saputo Buonamico, che egli.
Perché, mosso da gravissimo sdegno, gli fece dar bando della vita; il che avendo Buonamico inteso, gli mandò a dire che gli facesse il peggio che poteva, onde il vescovo lo minacciò da maladetto senno.
Pur finalmente considerando chi egli si era messo a volere burlare, e che bene gli stava rimanere burlato, perdonò a Buonamico l'ingiuria e lo riconobbe delle sue fatiche liberalissimamente.
Anzi, che è più, condottolo indi a non molto di nuovo in Arezzo, gli fece fare nel Duomo vecchio molte cose che oggi sono per terra, trattandolo sempre come suo familiare e molto fedel servitore.
Il medesimo dipinse pure in Arezzo nella chiesa di S.
Iustino la nicchia della capella maggiore.
Scrivono alcuni, che essendo Buonamico in Firenze, e trovandosi spesso con gl'amici e compagni suoi in bottega di Maso del Saggio, egli si truovò con molti altri a ordinare la festa che in dì di calen di maggio feciono gl'uomini di borgo S.
Friano in Arno sopra certe barche, e che quando il ponte alla Carraia, che allora era di legno, rovinò per essere troppo carico di persone che erano corse a quello spettacolo, egli non vi morì, come molti altri feciono, perché quando appunto rovinò il ponte in sulla machina che in Arno sopra le barche rappresentava l'inferno, egli era andato a procacciare alcune cose che per la festa mancavano.
Essendo non molto dopo queste cose condotto Buonamico a Pisa, dipinse nella Badia di S.
Paulo a ripa d'Arno, allora de' monaci di Vallombrosa, in tutta la crociera di quella chiesa da tre bande e dal tetto insino in terra molte istorie del Testamento Vecchio, cominciando dalla creazione dell'uomo e seguitando insino a tutta la edificazione della torre di Nembrot; nella quale opera, ancor che oggi per la maggior parte sia guasta, si vede vivezza nelle figure, buona pratica e vaghezza nel colorito, e che la mano esprimeva molto bene i concetti dell'animo di Buonamico, il quale non ebbe però molto disegno.
Nella facciata della destra crociera, la quale è dirimpetto a quella dove è la porta del fianco, in alcune storie di S.
Nastasia si veggiono certi abiti et acconciature antiche molto vaghe e belle, in alcune donne che vi sono con graziosa maniera dipinte.
Non men belle sono quelle figure ancora, che con bene accomodate attitudini sono in una barca, fra le quali è il ritratto di papa Alessandro Quarto, il quale ebbe Buonamico, secondo che si dice, da Tafo suo maestro, il quale aveva quel Pontefice ritratto di musaico in S.
Piero.
Parimente nell'ultima storia, dove è il martirio di quella Santa e d'altre, espresse Buonamico molto bene nei volti il timore della morte, il dolore e lo spavento di coloro che stanno a vederla tormentare e morire, mentre sta legata a un albero e sopra il fuoco.
Fu compagno in quest'opera di Buonamico, Bruno di Giovanni pittore, che così è chiamato in sul vecchio libro della compagnia; il quale Bruno, celebrato anch'egli come piacevole uomo dal Boccaccio, finite le dette storie delle facciate, dipinse nella medesima chiesa l'altar di S.
Orsola con la compagnia delle vergini, facendo in una mano di detta Santa uno stendardo con l'arme di Pisa, che è in campo rosso una croce bianca, e facendole porgere l'altra a una femina, che surgendo fra due monti e toccando con l'uno de' piedi il mare, le porge amendue le mani in atto di raccomandarsi.
La quale femina figurata per Pisa, avendo in capo una corona d'oro e in dosso un drappo pieno di tondi e di aquile, chiede, essendo molto travagliata in mare, aiuto a quella Santa.
Ma perché nel fare questa opera Bruno si doleva che le figure che in essa faceva non avevano il vivo, come quelle di Buonamico, Buonamico, come burlevole, per insegnargli a fare le figure non pur vivaci, ma che favellassono, gli fece far alcune parole che uscivano di bocca a quella femina che si raccomanda alla Santa, e la risposta della Santa a lei, avendo ciò visto Buonamico nell'opere che aveva fatte nella medesima città Cimabue.
La qual cosa come piacque a Bruno e agl'altri uomini sciocchi di que' tempi, così piace ancor oggi a certi goffi che in ciò sono serviti da artefici plebei, come essi sono.
E di vero pare gran fatto, che da questo principio sia passata in uso una cosa che per burla e non per altro fu fatta fare; conciò sia che anco una gran parte del Camposanto fatta da lodati maestri, sia piena di questa gofferia.
L'opere, dunque, di Buonamico essendo molto piaciute ai Pisani, gli fu fatto fare dall'Operaio di Camposanto quattro storie in fresco, dal principio del mondo insino alla fabbrica dell'arca di Noè, et intorno alle storie un ornamento nel quale fece il suo ritratto di naturale, cioè in un fregio, nel mezzo del quale e in su le quadrature sono alcune teste, fra le quali, come ho detto, si vede la sua con un capuccio, come a punto sta quello che di sopra si vede.
E perché in questa opera è un Dio che con le braccia tiene i cieli e gl'elementi, anzi la machina tutta dell'universo, Buonamico per dichiarare la sua storia con versi simili alle pitture di quell'età, scrisse a' piedi in lettere maiuscole di sua mano, come si può anco vedere, questo sonetto, il quale per l'antichità sua e per la semplicità del dire di que' tempi, mi è paruto di mettere in questo luogo, come che forse, per mio avviso, non sia per molto piacere, se non se forse come cosa che fa fede di quanto sapevano gli uomini di quel secolo:
Voi che avvisate questa dipintura
di Dio pietoso sommo creatore,
lo qual fé tutte cose con amore,
pesate, numerate et in misura,
in nove gradi angelica natura,
in nello empirio ciel pien di splendore,
Colui che non si muove ed è motore,
ciascuna cosa fece buona e pura.
Levate gl'occhi del vostro intelletto,
considerate quanto è ordinato
lo mondo universale, e con affetto
lodate Lui che l'ha sì ben creato;
pensate di passare a tal diletto
tra gl'Angeli, dove è ciascun beato.
Per questo mondo si vede la gloria,
lo basso e il mezzo e l'alto in questa storia.
E per dire il vero, fu grand'animo quello di Buonamico a mettersi a far un Dio Padre grande cinque braccia, le gerarchie, i cieli, gli angeli, il zodiaco e tutte le cose superiori insino al cielo della luna, e poi l'elemento del fuoco, l'aria, la terra e finalmente il centro; e per riempire i due angoli da basso fece in uno S.
Agostino e nell'altro S.
Tommaso d'Aquino.
Dipinse, nel medesimo Camposanto, Buonamico, in testa dove è oggi di marmo la sepoltura del Corte, tutta la Passione di Cristo con gran numero di figure a piedi et a cavallo, e tutte in varie e belle attitudini; e seguitando la storia, fece la resurrezzione e l'apparire di Cristo agl'Apostoli assai acconciamente.
Finiti questi lavori, et in un medesimo tempo tutto quello che aveva in Pisa guadagnato, che non fu poco, se ne tornò a Firenze così povero come partito se n'era, dove fece molte tavole e lavori in fresco, di che non accade fare altra memoria.
Intanto essendo dato a fare a Bruno, suo amicissimo, che seco se n'era tornato da Pisa, dove si avevano sguazzato ogni cosa, alcune opere in S.
Maria Novella, perché Bruno non aveva molto disegno né invenzione, Buonamico gli disegnò tutto quello che egli poi mise in opera in una facciata di detta chiesa dirimpetto al pergamo, e lunga quanto è lo spazio che è fra colonna e colonna: e ciò fu la storia di S.
Maurizio e compagni che furono per la fede di Gesù Cristo decapitati; la quale opera fece Bruno per Guido Campese connestabile allora de' Fiorentini, il quale avendo ritratto prima che morisse, l'anno 1312, lo pose poi in questa opera armato, come si costumava in que' tempi; e dietro a lui fece un'ordinanza d'uomini d'arme tutti armati all'antica, che fanno bel vedere, mentre esso Guido sta ginocchioni inanzi a una Nostra Donna che ha il putto Gesù in braccio, e pare che sia raccomandato da S.
Domenico e da S.
Agnesa che lo mettono in mezzo.
Questa pittura ancora che non sia molto bella, considerandosi il disegno di Buonamico e la invenzione, ell'è degna di esser in parte lodata, e massimamente per la varietà de' vestiti, barbute et altre armature di que' tempi; et io me ne sono servito in alcune storie che ho fatto per il signor duca Cosimo, dove era bisogno rappresentare uomini armati all'antica, et altre somiglianti cose di quell'età; la qual cosa è molto piaciuta a sua Eccellenza Illustrissima e ad altri che l'hanno veduta; e da questo si può conoscere quanto sia da far capitale dell'invenzioni et opere fatte da questi antichi, come che così perfette non siano, et in che modo utile e commodo si possa trarre dalle cose loro, avendoci eglino aperta la via alle maraviglie che insino a oggi si sono fatte e si fanno tuttavia.
Mentre che Bruno faceva questa opera, volendo un contadino che Buonamico gli facesse un S.
Cristofano, ne furono d'accordo in Fiorenza e convennero per contratto in questo modo, che il prezzo fusse otto fiorini, e la figura dovesse esser dodici braccia.
Andato dunque Buonamico alla chiesa dove doveva fare il S.
Cristofano, trovò che per non essere ella né alta né lunga se non braccia nove, non poteva, né di fuori né di dentro, accommodarlo in modo che bene stesse; onde prese partito, perché non vi capiva ritto, di farlo dentro in chiesa a giacere: ma perché anco così non vi entrava tutto, fu necessitato rivolgerlo dalle ginocchia in giù nella facciata di testa.
Finita l'opera, il contadino non voleva in modo nessuno pagarla, anzi gridando diceva di esser assassinato.
Per che andata la cosa agli ufficiali di Grascia, fu giudicato, secondo il contratto, che Buonamico avesse ragione.
A S.
Giovanni fra l'Arcore era una Passione di Cristo di mano di Buonamico molto bella, e fra l'altre cose che vi erano molto lodate, vi era un Giuda appiccato a un albero fatto con molto giudizio e bella maniera.
Similmente un vecchio che si soffiava il naso era naturalissimo, e le Marie, dirotte nel pianto, avevano arie e modi tanto mesti, che meritavano, secondo quell'età che non aveva ancora così facile il modo d'esprimere gl'affetti dell'animo col pennello, di essere grandemente lodate.
Nella medesima faccia un S.
Ivo di Brettagna, ch'aveva molte vedove e pupilli ai piedi, era buona figura, e due Angeli in aria che lo coronavano erano fatti con dolcissima maniera.
Questo edifizio e le pitture insieme furono gettate per terra l'anno della guerra del 1529.
In Cortona ancora dipinse Buonamico per messer Aldobrandino vescovo di quella città molte cose nel Vescovado, e particolarmente la cappella e tavola dell'altar maggiore; ma perché nel rinovare il palazzo e la chiesa andò ogni cosa per terra, non accade farne altra menzione.
In S.
Francesco nondimeno et in S.
Margherita della medesima città, sono ancora alcune pitture di mano di Buonamico.
Da Cortona andato di nuovo Buonamico in Ascesi, nella chiesa di sotto di S.
Francesco dipinse a fresco tutta la cappella del cardinale Egidio Alvaro spagnuolo; e perché si portò molto bene, ne fu da esso cardinale liberalmente riconosciuto.
Finalmente, avendo Buonamico lavorato molte pitture per tutta la Marca, nel tornarsene a Firenze si fermò in Perugia, e vi dipinse nella chiesa di S.
Domenico in fresco la cappella de' Buontempi, facendo in essa istorie della vita di S.
Caterina vergine e martire.
E nella chiesa di S.
Domenico vecchio dipinse in una faccia pure a fresco, quando essa Caterina figliuola del re Costa disputando convince e converte certi filosofi alla fede di Cristo.
E perché questa storia è più bella che alcune altre che facesse Buonamico già mai, si può dire con verità che egli avanzasse in questa opera se stesso.
Da che mossi i Perugini ordinarono, secondo che scrive Franco Sacchetti, che dipignesse in piazza S.
Ercolano, vescovo e protettore di quella città; onde convenuti del prezzo, fu fatto nel luogo dove si aveva a dipignere una turata di tavole e di stuoie, perché non fusse il maestro veduto dipignere; e ciò fatto, mise mano all'opera.
Ma non passarono dieci giorni, dimandando chiunche passava quando sarebbe cotale pittura finita, pensando che sì fatte cose si gettassono in pretelle, che la cosa venne a fastidio a Buonamico.
Per che venuto alla fine del lavoro, stracco da tanta importunità, deliberò seco medesimo vendicarsi dolcemente dell'impacienza di que' popoli, e gli venne fatto; perché finita l'opera, inanzi che la scoprisse, la fece veder loro e ne fu interamente sodisfatto.
Ma volendo i Perugini levare subito la turata, disse Buonamico che per due giorni ancora la lasciassono stare, perciò che voleva ritoccare a secco alcune cose, e così fu fatto.
Buonamico, dunque, salito in sul ponte, dove egli aveva fatto al Santo una gran diadema d'oro e, come in que' tempi si costumava, di rilievo con la calcina, gli fece una corona o vero ghirlanda intorno intorno al capo tutta di lasche.
E ciò fatto, una mattina accordato l'oste se ne venne a Firenze.
Onde passati due giorni, non vedendo i Perugini, sì come erano soliti, il dipintore andare attorno, domandarono l'oste che fusse di lui stato, et inteso che egli se n'era a Firenze tornato, andarono subito a scoprire il lavoro, e trovato il loro S.
Ercolano coronato solennemente di lasche, lo fecion intendere tostamente a coloro che governavano; i quali sebbene mandarono cavallari in fretta a cercar di Buonamico, tutto fu invano, essendosene egli con molta fretta a Firenze ritornato.
Preso dunque partito di fare levare a un loro dipintore la corona di lasche e rifare la diadema al Santo, dissono di Buonamico e degl'altri fiorentini tutti que' mali che si possono imaginare.
Ritornato Buonamico a Firenze e poco curandosi di cosa che dicessono i Perugini, attese a lavorare e fare molte opere, delle quali per non esser più lungo non accade far menzione.
Dirò solo questo, che avendo dipinto a Calcinaia una Nostra Donna a fresco col Figliuolo in collo, colui che gliel'aveva fatta fare in cambio di pagarlo gli dava parole; onde, Buonamico, che non era avvezzo a essere fatto fare né ad essere uccellato, pensò di valersene ad ogni modo.
E così andato una mattina a Calcinaia, convertì il fanciullo che aveva dipinto in braccio alla Vergine, con tinte senza colla o tempera, ma fatte con l'acqua sola, in uno orsacchino; la qual cosa non dopo molto vedendo il contadino che l'aveva fatta fare, presso che disperato andò a trovare Buonamico, pregandolo che di grazia levasse l'orsacchino e rifacesse un fanciullo come prima, perché era presto a sodisfarlo; il che avendo egli fatto amorevolmente, fu della prima e della seconda fatica senza indugio pagato; e bastò a racconciare ogni cosa una spugna bagnata.
Finalmente, perché troppo lungo sarei, se io volessi raccontare così tutte le burle come le pitture che fece Buonamico Buffalmacco, e massimamente praticando in bottega di Maso del Saggio, che era un ridotto di cittadini e di quanti piacevoli uomini aveva Firenze e burlevoli, porrò fine a ragionare di lui: il quale morì d'anni settantotto, e fu dalla Compagnia della Misericordia, essendo egli poverissimo e avendo più speso che guadagnato, per essere un uomo così fatto, sovenuto nel suo male in S.
Maria Nuova, spedale di Firenze; e poi morto, nell'Ossa (così chiamano un chiostro dello spedale o vero cimitero) come gl'altri poveri sepellito l'anno 1340.
Furono l'opere di costui in pregio mentre visse, e dopo sono state, come cose di quell'età, sempre lodate.
IL FINE DELLA VITA DI BUONAMICO BUFFALMACCO PITTOR FIORENTINO
VITA D'AMBRUOGIO LORENZETTI PITTOR SANESE
Se è grande, come è senza dubbio, l'obbligo che aver deono alla natura gl'artefici di bello ingegno, molto maggior doverebbe essere il nostro verso loro, veggendo ch'eglino con molta solecitudine riempiono le città d'onorate fabriche e d'utili e vaghi componimenti di storie, arrecando a se medesimi il più delle volte fama e ricchezze con l'opere loro, come fece Ambruogio Lorenzetti pittor sanese, il quale ebbe bella e molta invenzione nel comporre consideratamente e situare in istoria le sue figure.
Di che fa vera testimonianza in Siena ne' frati Minori una storia da lui molto leggiadramente dipinta nel chiostro: dove è figurato in che maniera un giovane si fa frate, et in che modo egli et alcuni altri vanno al Soldano, e quivi sono battuti e sentenziati alle forche, et impiccati a un albero, e finalmente decapitati con la sopragiunta d'una spaventevole tempesta.
Nella quale pittura con molt'altre e destrezza contrafece il rabbuffamento dell'aria e la furia della pioggia e de' venti ne' travagli delle figure; dalle quali i moderni maestri hanno imparato il modo et il principio di questa invenzione, per la quale, come inusitata innanzi, meritò egli comendazione infinita.
Fu Ambruogio pratico coloritore a fresco, e nel maneggiar a tempera i colori gl'adoperò con destrezza e facilità grande, come si vede ancora nelle tavole finite da lui in Siena allo spedaletto che si chiama Monna Agnesa, nella quale dipinse e finì una storia con nuova e bella composizione.
Et allo spedale grande nella facciata fece in fresco la natività di Nostra Donna, e quando la va fra le vergini al tempio; e ne' frati di S.
Agostino di detta città il capitolo, dove nella volta si veggiono figurati gl'Apostoli con carte in mano, ove è scritto quella parte del Credo che ciascheduno di loro fece; et a' piè una istorietta contenente con la pittura quel medesimo, che è di sopra con la scrittura significato.
Appresso, nella facciata maggiore sono tre storie di S.
Caterina martire, quando disputa col tiranno in un tempio, e nel mezzo la Passione di Cristo con i ladroni in croce e le Marie da basso, che sostengono la Vergine Maria venutasi meno; le quali cose furono finite da lui con assai buona grazia e con bella maniera.
Fece ancora nel palazzo della Signoria di Siena in una sala grande la guerra d'Asinalunga, e la pace appresso e gl'accidenti di quella; dove figurò una cosmografia perfetta, secondo que' tempi: e nel medesimo palazzo fece otto storie di verde terra molto pulitamente.
Dicesi che mandò ancora a Volterra una tavola a tempera che fu molto lodata in quella città; e a Massa, lavorando in compagnia d'altri una capella in fresco et una tavola a tempera, fece conoscere a coloro, quanto egli di giudizio e d'ingegno nell'arte della pittura valesse; et in Orvieto dipinse in fresco la cappella maggiore di S.
Maria.
Dopo quest'opere, capitando a Fiorenza, fece in S.
Procolo una tavola et in una cappella le storie di S.
Nicolò in figure piccole, per sodisfare a certi amici suoi, desiderosi di verder il modo dell'operar suo; et in sì breve tempo condusse, come pratico, questo lavoro, che gl'accrebbe nome e riputazione infinita.
E questa opera, nella predella della quale fece il suo ritratto, fu causa che l'anno 1335 fu condotto a Cortona per ordine del vescovo degli Ubertini, allora Signore di quella città, dove lavorò nella chiesa di S.
Margherita, poco inanzi stata fabricata ai frati di S.
Francesco nella sommità del monte, alcune cose, e particolarmente la metà delle volte e le facciate, così bene che, ancora che oggi siano quasi consumate dal tempo, si vede ad ogni modo nelle figure affetti bellissimi, e si conosce che egli ne fu meritamente comendato.
Finita quest'opera, se ne tornò Ambruogio a Siena, dove visse onoratamente il rimanente della sua vita, non solo per essere eccellente maestro nella pittura, ma ancora perché avendo dato opera nella sua giovanezza alle lettere, gli furono utile e dolce compagnia nella pittura, e di tanto ornamento in tutta la sua vita, che lo renderono non meno amabile e grato, che il mestiero della pittura si facesse.
Laonde, non solo praticò sempre con letterati e virtuosi uomini, ma fu ancora con suo molto onore et utile adoperato ne' maneggi della sua republica.
Furono i costumi d'Ambruogio in tutte le parti lodevoli, e piuttosto di gentiluomo e di filosofo che di artefice; e, quello che più dimostra la prudenza degl'uomini, ebbe sempre l'animo disposto a contentarsi di quello che il mondo et il tempo recava, onde sopportò con animo moderato e quieto il bene et il male che gli venne dalla fortuna.
E veramente non si può dire quanto i costumi gentili e la modestia con l'altre buone creanze siano onorata compagnia a tutte l'arti, ma particolarmente a quelle che dall'intelletto e da' nobili et elevati ingegni procedono, onde doverebbe ciascuno rendersi non meno grato con i costumi, che con l'eccellenza dell'arte.
Ambruogio, finalmente, nell'ultimo di sua vita fece con molta sua lode una tavola a Monte Oliveto di Chiusuri; e poco poi, d'anni 83, passò felicemente e cristianamente a miglior vita.
Furono le opere sue nel milletrecentoquaranta.
Come s'è detto, il ritratto di Ambruogio si vede di sua mano in S.
Procolo nella predella della sua tavola con un capuccio in capo.
E quanto valesse nel disegno si vede nel nostro libro, dove sono alcune cose di sua mano, assai buone.
FINE DELLA VITA D'AMBRUOGIO LORENZETTI
VITA DI PIETRO CAVALLINI ROMANO PITTORE
Essendo già stata Roma molti secoli priva non solamente delle buone lettere e della gloria dell'armi, ma eziandio di tutte le scienze e bone arti, come Dio volle, nacque in essa Pietro Cavallini in que' tempi che Giotto, avendo si può dire tornato in vita la pittura, teneva fra i pittori in Italia il principato.
Costui, dunque, essendo stato discepolo di Giotto, et avendo con esso lui lavorato nella nave di musaico in S.
Piero fu il primo che dopo lui illuminasse quest'arte, e che cominciasse a mostrar di non essere stato indegno discepolo di tanto maestro, quando dipinse in Araceli sopra la porta della sagrestia alcune storie che oggi sono consumate dal tempo, e in S.
Maria di Trastevere moltissime cose colorite per tutta la chiesa in fresco.
Dopo, lavorando alla capella maggiore di musaico e nella facciata dinanzi alla chiesa, mostrò nel principio di cotale lavoro, senza l'aiuto di Giotto saper non meno esercitare e condurre a fine il musaico, che avesse fatto la pittura: facendo ancora nella chiesa di S.
Grisogono molte storie a fresco, s'ingegnò farsi conoscer similmente per ottimo discepolo di Giotto e per buono artefice.
Parimente pure in Trastevere dipinse in S.
Cecilia quasi tutta la chiesa di sua mano, e nella chiesa di S.
Francesco appresso Ripa molte cose.
In S.
Paulo poi for di Roma fece la facciata che v'è di musaico, e per la nave del mezzo molte storie del Testamento Vecchio.
E lavorando nel capitolo del primo chiostro a fresco alcune cose, vi mise tanta diligenza, che ne riportò dagl'uomini di giudizio nome d'eccellentissimo maestro, e fu perciò dai prelati tanto favorito, che gli fecero dar a fare la facciata di S.
Piero di dentro fra le finestre, tra le quali fece di grandezza straordinaria, rispetto alle figure che in quel tempo s'usavano, i quattro Evangelisti lavorati a bonissimo fresco, e un S.
Piero e un S.
Paulo, e in una nave buon numero di figure, nelle quali per molto piacergli la maniera greca, la mescolò sempre con quella di Giotto; e per dilettarsi di dare rilievo alle figure, si conosce che usò in ciò tutto quello sforzo, che maggiore può immaginarsi da uomo.
Ma la migliore opera che in quella città facesse fu nella detta chiesa d'Araceli sul Campidoglio, dove dipinse in fresco nella volta della tribuna maggiore la Nostra Donna col Figliuolo in braccio circondata da un cerchio di sole, e a basso Ottaviano imperador, al quale la sibilla Tiburtina mostrando Gesù Cristo, egli l'adora; le quali figure in quest'opera, come si è detto in altri luoghi, si sono conservate molto meglio che l'altre, perché quelle che sono nelle volte, sono meno offese dalla polvere, che quelle che nelle facciate si fanno.
Venne dopo quest'opere Pietro in Toscana per veder l'opere degl'altri discepoli del suo maestro Giotto e di lui stesso; e con questa occasione dipinse in S.
Marco di Firenze molte figure che oggi non si veggiono, essendo stata imbiancata la chiesa, eccetto la Nonziata che sta coperta accanto alla porta principale della chiesa.
In S.
Basilio ancora, al canto alla Macine, fece in un muro un'altra Nunziata a fresco tanto simile a quella che prima aveva fatto in S.
Marco e a qualcun altra che è in Firenze, che alcuni credono, e non senza qualche verisimile, che tutte siano di mano di questo Piero; e di vero non possono più somigliare l'una l'altra di quello che fanno.
Fra le figure che fece in S.
Marco detto di Fiorenza fu il ritratto di papa Urbano Quinto con le teste di S.
Piero e S.
Paulo di naturale, dal qual ritratto ne ritrasse fra' Giovanni da Fiesole quello che è in una tavola in S.
Domenico pur di Fiesole; e ciò fu non piccola ventura, perché il ritratto che era in S.
Marco, con molte altre figure che erano per la chiesa in fresco, furono, come s'è detto, coperte di bianco, quando quel convento fu tolto ai monaci che vi stavano prima e dato ai frati Predicatori, per imbiancare ogni cosa con poca avvertenza e considerazione.
Passando poi nel tornarsene a Roma per Ascesi, non solo per vedere quelle fabriche e quelle così notabili opere fattevi dal suo maestro e da alcuni suoi condiscepoli, ma per lasciarvi qualche cosa di sua mano, dipinse a fresco nella chiesa di sotto di S.
Francesco, cioè nella crociera che è dalla banda della sagrestia, una Crocifissione di Gesù Cristo con uomini a cavallo armati in varie fogge e con molta varietà d'abiti stravaganti e di diverse nazioni straniere.
In aria fece alcuni Angeli, che fermati in su l'ali in diverse attitudini piangono dirottamente, e stringendosi alcuni le mani al petto, altri incro[cic]chiandole, e altri battendosi le palme, mostrano avere estremo dolore della morte del Figliuolo di Dio, e tutti dal mezzo in dietro o vero dal mezzo in giù sono convertiti in aria.
In questa opera, che è bene condotta nel colorito che è fresco e vivace, e tanto bene nelle commettiture della calcina, ch'ella pare tutta fatta in un giorno, ho trovato l'arme di Gualtieri duca di Atene, ma per non vi essere né millesimo né altra scrittura, non posso affermare che ella fusse fatta fare da lui.
Dico bene, che oltre al tenersi per fermo da ognuno ch'ella sia di mano di Pietro, la maniera non potrebbe più di quello che ella fa, parer la medesima: senzaché si può credere, essendo stato questo pittore nel tempo che in Italia era il duca Gualtieri, così che ella fusse fatta da Piero, come per ordine del detto Duca.
Pure, creda ognuno come vuole, l'opera come antica non è se non lodevole, e la maniera, oltre la publica voce, mostra ch'ella sia di mano di costui.
Lavorò a fresco il medesimo Piero nella chiesa di S.
Maria d'Orvieto, dove è la santissima reliquia del Corporale, alcune storie di Gesù Cristo e del corpo suo con molta diligenza; e ciò fece, per quanto si dice, per messer Benedetto di messer Buonconte Monaldeschi signore in quel tempo, anzi tiranno di quella città.
Affermano similmente alcuni che Piero fece alcune sculture, e che gli riuscirono, perché aveva ingegno in qualunque cosa si metteva a fare, benissimo, e che è di sua mano il Crucifisso, che è nella gran chiesa di S.
Paulo fuor di Roma, il quale, secondo che si dice e credere si dee, è quello che parlò a S.
Brigida l'anno 1370.
Erano di mano del medesimo alcune altre cose di quella maniera, le quali andarono per terra quando fu rovinata la chiesa vecchia di S.
Piero per rifar la nuova.
Fu Pietro in tutte le sue cose diligente molto, e cercò con ogni studio di farsi onore e acquistare fama nell'arte.
Fu non pure buon cristiano, ma divotissimo e amicissimo de' poveri, e per la bontà sua amato non pure in Roma sua patria, ma da tutti coloro che di lui ebbono cognizione o dell'opere sue.
E si diede finalmente nell'ultima sua vecchiezza con tanto spirito alla religione, menando vita esemplare, che fu quasi tenuto Santo.
Laonde non è da maravigliarsi, se non pure il detto Crucifisso di sua mano parlò, come si è detto, alla Santa, ma ancora se ha fatto e fa infiniti miracoli una Nostra Donna di sua mano la quale per lo migliore non intendo di nominare, sebbene è famosissima in tutta Italia, e sebbene so[no] più che certo e chiarissimo per la maniera del dipignere ch'ell'è di mano di Pietro, la cui lodatissima vita e pietà verso Dio, fu degna di essere da tutti gl'uomini imitata.
Né creda nessuno per ciò, che non è quasi possibile, e la continua sperienza ce lo dimostra, che si possa senza il timor e grazia di Dio, e senza la bontà de' costumi, ad onorato grado pervenire.
Fu discepolo di Pietro Cavallini Giovanni da Pistoia, che nella patria fece alcune cose di non molta importanza.
Morì finalmente in Roma d'età d'anni ottantacinque di mal di fianco preso nel lavorare in muro, per l'umidità e per lo star continuo a tale esercizio.
Furono le sue pitture nel 1364.
Fu sepolto in S.
Paulo fuor di Roma onorevolmente e con questo epitaffio:
Quantum Romanae Petrus decus addidit urbi
pictura, tantum dat decus ipse polo.
Il ritratto suo non si è mai trovato, per diligenza che fatta si sia; però non si mette.
FINE DELLA VITA DI PIETRO CAVALLINI
VITA DI SIMONE SANESE PITTORE
Felici veramente si possono dire quegl'uomini che sono dalla natura inclinati a quell'arti che possono recar loro non pure onore et utile grandissimo, ma, che è più, fama e nome quasi perpetuo; più felici poi sono coloro che si portano dalle fasce, oltre a cotale inclinazione, gentilezza e costumi cittadineschi, che gli rendono a tutti gl'uomini gratissimi; ma più felici di tutti finalmente (parlando degl'artefici) sono quelli che oltre all'avere da natura inclinazione al buono, e dalla medesima e dalla educazione costumi nobili, vivono al tempo di qualche famoso scrittore, da cui per un piccolo ritratto o altra così fatta cortesia delle cose dell'arte, si riporta premio alcuna volta, mediante gli loro scritti, d'eterno onore e nome; la qual cosa si deve, fra coloro che attendono alle cose del disegno, particolarmente desiderare e cercare dagl'eccellenti pittori, poiché l'opere loro, essendo in superficie et in campo di colore, non possono avere quell'eternità che dànno i getti di bronzo e le cose di marmo allo scultore o le fabriche agl'architetti.
Fu dunque quella di Simone grandissima ventura vivere al tempo di Messer Francesco Petrarca, et abbattersi a trovare in Avignone alla corte questo amorosissimo poeta desideroso d'avere la imagine di Madonna Laura di mano di maestro Simone; perciò che avutala bella come desiderato avea, fece di lui memoria in due sonetti, l'uno de' quali comincia:
Per mirar Policleto a prova fiso
con gl'altri che ebber fama di quell'arte
e l'altro:
Quando giunse a Simon l'alto concetto
ch'a mio nome gli pose in man lo stile.
Et in vero questi sonetti e l'averne fatto menzione in una delle sue lettere famigliari nel quinto libro, che comincia: "Non sum nescius", hanno dato più fama alla povera vita di maestro Simone, che non hanno fatto né faranno mai tutte l'opere sue; perché elleno hanno a venire, quando che sia, meno, dove gli scritti di tant'uomo viveranno eterni secoli.
Fu dunque Simone Memmi sanese eccellente dipintore, singolare ne' tempi suoi e molto stimato nella corte del Papa, perciò che dopo la morte di Giotto maestro suo, il quale egli aveva seguitato a Roma quando fece la nave di musaico e l'altre cose, avendo nel fare una Vergine Maria nel portico di S.
Piero et un San Piero e San Paulo, a quel luogo vicino dove è la pina di bronzo, in un muro fra gl'archi del portico dalla banda di fuori, contraffatto la maniera di Giotto, ne fu di maniera lodato, avendo massimamente in quest'opera ritratto un sagrestano di S.
Piero che accende alcune lampade a dette sue figure molto prontamente, che Simone fu chiamato in Avignone alla corte del Papa con grandissima instanza; dove lavorò tante pitture in fresco et in tavole che fece corrispondere l'opere al nome che di lui era stato là oltre portato.
Per che, tornato a Siena in gran credito e molto perciò favorito, gli fu dato a dipignere dalla signoria nel palazzo loro in una sala a fresco una Vergine Maria con molte figure attorno, la quale egli compié di tutta perfezzione, con molta sua lode et utilità.
E per mostrare che non meno sapeva fare in tavola che in fresco, dipinse in detto palazzo una tavola che fu cagione che poi ne fu fatto far due in duomo et una Nostra Donna col Fanciullo in braccio in attitudine bellissima sopra la porta dell'Opera del duomo detto, nella qual pittura certi Angeli, che sostenendo in aria un stendardo, volano e guardano all'ingiù alcuni Santi che sono intorno alla Nostra Donna, fanno bellissimo componimento et ornamento grande.
Ciò fatto, fu Simone dal Generale di Sant'Agostino condotto in Firenze, dove lavorò il capitolo di Santo Spirito, mostrando invenzione e giudizio mirabile nelle figure e ne' cavalli fatti da lui, come in quel luogo ne fa fede la storia della Passione di Cristo, nella quale si veggiono ingegnosamente tutte le cose essere state fatte da lui con discrezione e con bellissima grazia.
Veggonsi i ladroni in croce rendere il fiato, e l'anima del buono essere portata in cielo con allegrezza dagl'Angeli, e quella del reo andarne accompagnata da' diavoli tutta rabbuffata ai tormenti dell'Inferno.
Mostrò similmente invenzione e giudizio Simone nell'attitudini e nel pianto amarissimo che fanno alcuni Angeli intorno al Crocifisso.
Ma quello che sopra tutte le cose è dignissimo di considerazione è veder quegli spiriti che fendono l'aria con le spalle visibilmente, perché quasi girando sostengono il moto del volar loro; ma farebbe molto maggior fede dell'eccellenza di Simone quest'opera, se oltre all'averla consumata il tempo, non fusse stata, l'anno 1560, guasta da que' padri che per non potersi servire del capitolo mal condotto dall'umidità, nel far dove era un palco intarlato una volta, non avessero gettato in terra quel poco che restava delle pitture di quest'uomo, il quale quasi in quel medesimo tempo dipinse in una tavola una Nostra Donna et un San Luca con altri Santi a tempera, che oggi è nella capella de' Gondi in Santa Maria Novella col nome suo.
Lavorò poi Simone tre facciate del capitolo della detta Santa Maria Novella molto felicemente.
Nella prima, che è sopra la porta donde vi si entra, fece la vita di San Domenico et in quella che segue verso la chiesa figurò la Religione et Ordine del medesimo combattente contra gl'eretici figurati per lupi che assalgono alcune pecore, le quali da molti cani pezzati di bianco e di nero sono difese, et i lupi ributtati e morti.
Sonovi ancora certi eretici, i quali convinti nelle dispute, stracciano i libri e pentiti si confessano, e così passano l'anime alla porta del Paradiso, nel quale sono molte figurine che fanno diverse cose.
In cielo si vede la gloria de' Santi e Iesù Cristo, e nel mondo quaggiù rimangono i piaceri e' diletti vani in figure umane e massimamente di donne che seggono.
Tra le quali è Madonna Laura del Petrarca, ritratta di naturale vestita di verde, con una piccola fiammetta di fuoco tra il petto e la gola.
Èvvi ancora la Chiesa di Cristo et alla guardia di quella il papa, lo imperadore, i re, i cardinali, i vescovi e tutti i principi cristiani, e tra essi, a canto a un cavalier di Rodi, Messer Francesco Petrarca, ritratto pur di naturale, il che fece Simone per rinfrescar nell'opere sue la fama di colui che l'aveva fatto immortale.
Per la Chiesa universale fece la chiesa di S.
Maria del Fiore, non come ella sta oggi, ma come egli l'aveva ritratta dal modello e disegno che Arnolfo architettor aveva lasciati nell'opera per norma di coloro che avevano a seguitar la fabbrica dopo lui, de' quali modelli, per poca cura degl'Operai di S.
Maria del Fiore, come in un altro luogo s'è detto, non ci sarebbe memoria alcuna se Simone non l'avesse lasciata dipinta in quest'opera.
Nella terza facciata, che è quella dell'altar, fece la Passione di Cristo, il quale, uscendo di Gerusalem con la croce su la spalla, se ne va al monte Calvario seguitato da un popolo grandissimo; dove giunto, si vede esser levato in croce nel mezzo de' ladroni, con l'altre appartenenze che cotale storia accompagnano.
Tacerò l'esservi buon numero di cavalli, il gettarsi la sorte dai famigli della corte sopra la veste di Cristo, lo spogliare il limbo de' Santi padri e tutte l'altre considerate invenzioni che sono non da maestro di quell'età ma da moderno eccellentissimo.
Conciò sia che, pigliando le facciate intere, con diligentissima osservazione fa in ciascuna diverse storie su per un monte, e non divide con ornamenti tra storia e storia, come usarono di fare i vecchi e molti moderni, che fanno la terra sopra l'aria quattro o cinque volte, come è la capella maggiore di questa medesima chiesa et il Camposanto di Pisa; dove, dipignendo molte cose a fresco, gli fu forza far contra sua voglia cotali divisioni, avendo gl'altri pittori che avevano in quel luogo lavorato, come Giotto e Buonamico suo maestro, cominciato a fare le storie loro con questo malo ordine.
Seguitando dunque in quel Camposanto per meno error il modo tenuto dagli altri, fece Simone sopra la porta principale, di dentro, una Nostra Donna in fresco, portata in cielo da un coro d'Angeli che cantano e suonano tanto vivamente, che in loro si conoscono tutti que' varii effetti che i musici cantando o sonando fare sogliono; come è porgere l'orecchio al suono, aprir la bocca in diversi modi, alzar gl'occhi al cielo, gonfiar le guance, ingrossar la gola, et insomma tutti gl'altri atti e movimenti che si fanno nella musica.
Sotto questa Assunta in tre quadri fece alcune storie della vita di S.
Ranieri pisano; nella prima, quando giovanetto, sonando il salterio, fa ballar alcune fanciulle, bellissime per l'arie de' volti e per l'ornamento degl'abiti et acconciature di que' tempi; vedesi poi lo stesso Ranieri, essendo stato ripreso di cotale lascivia dal beato Alberto Romito, starsi col volto chino e lagrimoso e con gl'occhi fatti rossi dal pianto, tutto pentito del suo peccato, mentre Dio in aria, circondato da un celeste lume, fa sembiante di perdonargli.
Nel secondo quadro è quando Ranieri, dispensando le sue facultà ai poveri di Dio, per poi montar in barca, ha intorno una turba di poveri, di storpiati, di donne e di putti, molto affettuosi nel farsi innanzi, nel chiedere e nel ringraziarlo; e nello stesso quadro è ancora, quando questo Santo, ricevuta nel tempio la schiavina da pellegrino, sta dinanzi a Nostra Donna, che circondata da molti Angeli, gli mostra che si riposerà nel suo grembo in Pisa, le quali tutte figure hanno vivezza e bell'aria nelle teste.
Nella terza è dipinto da Simone quando, tornato dopo sette anni d'oltra mare, mostra aver fatto tre quarantane in Terra Santa, e che standosi in coro a udir i divini uffizii dove molti putti cantano, è tentato dal demonio, il quale si vede scacciato da un fermo proponimento che si scorge in Ranieri di non voler offender Dio, aiutato da una figura, fatta da Simone per la Constanza, che fa partir l'antico Avversario, non solo tutto confuso, ma con bella invenzione e capricciosa, tutto pauroso, tenendosi nel fuggire le mani al capo e caminando con la fronte bassa e stretto nelle spalle a più potere e dicendo, come se gli vede scritto uscire di bocca: "Io non posso più".
E finalmente in questo quadro è ancora quando Ranieri, in sul monte Tabor ingenocchiato, vede miracolosamente Cristo in aria con Moisè et Elia.
Le quali tutte cose di quest'opera et altre che si tacciono, mostrano che Simone fu molto capriccioso, et intese il buon modo di comporre leggiadramente le figure nella maniera di que' tempi.
Finite queste storie, fece due tavole a tempera nella medesima città, aiutato da Lippo Memmi suo fratello, il quale gl'aveva anche aiutato dipignere il capitolo di Santa Maria Novella et altre opere.
Costui, se bene non fu eccellente come Simone, seguitò nondimeno quanto poté il più la sua maniera et in sua compagnia fece molte cose a fresco in Santa Croce di Firenze, a' frati Predicatori in S.
Caterina di Pisa la tavola dell'altar maggiore et in S.
Paulo a ripa d'Arno, oltre a molte storie in fresco bellissime, la tavola a tempera che oggi è sopra l'altar maggiore, dentrovi una Nostra Donna, S.
Piero e S.
Paulo e S.
Giovanni Battista et altri Santi; et in questa pose Lippo il suo nome.
Dopo queste opere, lavorò da per sé una tavola a tempera a' frati di S.
Agostino in S.
Gimignano, e n'acquistò tanto nome che fu forzato mandar in Arezzo al vescovo Guido de' Tarlati una tavola con tre mezze figure, che è oggi nella cappella di S.
Gregorio in Vescovado.
Stando Simone in Fiorenza a lavorare, un suo cugino architetto ingegnoso, chiamato Neroccio, tolse l'anno 1332 a far sonar la campana grossa del Comun di Firenze, che per spazio di 17 anni nessuno l'aveva potuta far sonar senza dodici uomini che la tirassino.
Costui dunque la bilicò di maniera che due la potevano muovere, e, mossa, un solo la sonava a distesa, ancora ch'ella pesasse più di sedicimila libbre; onde, oltre l'onore, ne riportò per sua mercede trecento fiorini d'oro, che fu gran pagamento in que' tempi.
Ma per tornare ai nostri due Memmi sanesi, lavorò Lippo oltre alle cose dette, col disegno di Simone, una tavola a tempera che fu portata a Pistoia e messa sopra l'altar maggiore della chiesa di S.
Francesco, che fu tenuta bellissima.
In ultimo tornati a Siena, loro patria, cominciò Simone una grandissima opera colorita sopra il portone di Camolia, dentrovi la coronazione di Nostra Donna, con infinite figure, la quale, sovravenendogli una grandissima infirmità, rimase imperfetta, et egli vinto dalla gravezza di quella, passò di questa vita l'anno 1345 con grandissimo dolore di tutta la sua città e di Lippo suo fratello, il quale gli diede onorata sepoltura in S.
Francesco; finì poi molte opere che Simone aveva lasciate imperfette, e ciò furono una Passione di Gesù Cristo in Ancona sopra l'altare maggiore di S.
Nicola, nella quale finì Lippo quello che aveva Simone cominciato, imitando quella aveva fatta nel capitolo di Santo Spirito di Fiorenza, e finita del tutto il detto Simone.
La quale opera sarebbe degna di più lunga vita che per avventura non le sarà conceduta; essendo in essa molte belle attitudini di cavalli e di soldati, che prontamente fanno isvarii gesti, pensando con maraviglia se hanno o no crucifisso il figliuol di Dio.
Finì similmente in Ascesi nella chiesa di sotto di S.
Francesco alcune figure che avea cominciato Simone all'altare di S.
Lisabetta, il qual è all'entrar della porta che va nelle cappelle, facendovi la Nostra Donna, un San Lodovico re di Francia et altri Santi che sono in tutto otto figure insino alle ginocchia, ma buone e molto ben colorite.
Avendo oltre ciò cominciato Simone nel refettorio maggiore di detto convento in testa della facciata, molte storiette et un crucifisso fatto a guisa d'albero di croce, si rimase imperfetto e disegnato, come insino a oggi si può vedere, di rossaccio col pennello in su l'arricciato; il quale modo di fare era il cartone che i nostri maestri vecchi facevano per lavorare in fresco per maggior brevità; conciò fusse che, avendo spartita tutta l'opera sopra l'arricciato, la disegnavano col pennello, ritraendo da un disegno piccolo tutto quello che volevano fare, con ringrandir a proporzione quanto avevano pensato di mettere in opera.
Laonde, come questa così disegnata si vede et in altri luoghi molte altre, così molte altre ne sono che erano state dipinte, le quali, scrostatosi poi il lavoro, sono rimase così disegnate di rossaccio sopra l'arricciato.
Ma tornando a Lippo, il quale disegnò ragionevolmente, come nel nostro libro si può veder, in un Romito che incrocicchiate le gambe legge, egli visse dopo Simone dodici anni, lavorando molte cose per tutta Italia e particolarmente due tavole in Santa Croce di Fiorenza.
E perché le maniere di questi due fratelli si somigliano assai, si conosce l'una dall'altra a questo, che Simone s'iscriveva a' piè delle sue opere in questo modo: "Simonis Memmi Senensis opus".
E Lippo, lasciando il proprio nome e non si curando di far un latino così alla grossa, in quest'altro modo: "Opus Memmi de Senis me fecit".
Nella facciata del capitolo di S.
Maria Novella furono ritratti di mano di Simone, oltre al Petrarca e Madonna Laura, come s'è detto di sopra, Cimabue, Lapo architetto, Arnolfo suo figliuolo e Simone stesso; e nella persona di quel Papa che è nella storia, Benedetto XI da Traviso frate predicatore; l'effigie del qual papa aveva molto prima recato a Simone Giotto suo maestro, quando tornò dalla corte di detto papa, che tenne la sedia in Avignone.
Ritrasse ancora nel medesimo luogo il cardinale Nicola da Prato, allato al detto Papa, il quale cardinale in quel tempo era venuto a Firenze legato di detto pontifice, come racconta nelle sue storie Giovan Villani.
Sopra la sepoltura di Simone fu posto questo epitaffio: "Simoni Memmio pictorum omnium omnis aetatis celeberrimo.
Vixit annos LX menses II.
dies III".
Come si vede nel nostro libro detto di sopra, non fu Simone molt'eccellente nel disegno, ma ebbe invenzione dalla natura e si dilettò molto di ritrarre di naturale, et in ciò fu in tanto tenuto il miglior maestro de' suoi tempi, che 'l signor Pandolfo Malatesti lo mandò insino in Avignone a ritrarre Messer Francesco Petrarca, a richiesta del quale fece poi con tanta sua lode il ritratto di Madonna Laura.
IL FINE DELLA VITA DI SIMONE SANESE PITTORE
VITA DI TADDEO GADDI FIORENTINO PITTORE
È bella e veramente utile e lodevole opera premiare in ogni luogo largamente la virtù et onorare colui che l'ha, perché infiniti ingegni, che talvolta dormirebbono, eccitati da questo invito, si sforzano con ogni industria di non solamente apprendere quella, ma divenirvi dentro eccellenti, per solevarsi e venire a grado utile et onorevole, onde ne segua onore alla patria loro, et a se stessi gloria e ricchezze, e nobiltà a' discendenti loro, che da cotali principii sollevati, bene spesso divengono e ricchissimi e nobilissimi, nella guisa che per opera di Taddeo Gaddi pittor fecero i descendenti suoi.
Il quale Taddeo di Gaddo Gaddi fiorentino, dopo la morte di Giotto, il quale l'aveva tenuto a battesimo e dopo la morte di Gaddo era stato suo maestro ventiquattro anni, come scrive Cennino di Drea Cennini pittore da Colle di Val d'Elsa, essendo rimaso nella pittura, per giudizio e per ingegno fra i primi dell'arte e maggiore di tutti i suoi condiscepoli, fece le sue prime opere, con facilità grande datagli da la natura più tosto che acquistata con arte, nella chiesa di Santa Croce in Firenze nella cappella della sagrestia, dove insieme con i suoi compagni, discepoli del morto Giotto, fece alcune storie di S.
Maria Maddalena, con belle figure et abiti di que' tempi bellissimi e stravaganti.
E nella capella de' Baroncelli e Bandini, dove già aveva lavorato Giotto a tempera la tavola, da per sé fece nel muro alcune storie in fresco di Nostra Donna, che furono tenute bellissime.
Dipinse ancora sopra la porta della detta sagrestia la storia di Cristo, disputante coi Dottori nel tempio, che fu poi mezza rovinata, quando Cosimo Vecchio de' Medici fece il noviziato, la capella e 'l ricetto dinanzi alla sagrestia, per metter una cornice di pietra sopra la detta porta.
Nella medesima chiesa dipinse a fresco la capella de' Bellacci e quella di Santo Andrea, allato a una delle tre di Giotto, nella quale fece quando Iesù Cristo tolse Andrea dalle reti e Pietro, e la crucifissione d'esso Apostolo, cosa veramente, et allora ch'ella fu finita e ne' giorni presenti ancora, commendata e lodata molto.
Fece sopra la porta del fianco, sotto la sepoltura di Carlo Marsupini aretino, un Cristo morto con le Marie, lavorato a fresco, che fu lodatissimo.
E sotto il tramezzo che divide la chiesa, a man sinistra, sopra il Crocifisso di Donato, dipinse a fresco una storia di S.
Francesco, d'un miracolo che fece nel resuscitar un putto che era morto cadendo da un verone, coll'apparire in aria.
Et in questa storia ritrasse Giotto suo maestro, Dante poeta e Guido Cavalcanti; altri dicano se stesso.
Per la detta chiesa fece ancora in diversi luoghi molte figure, che si conoscono dai pittori alla maniera.
Alla Compagnia del Tempio dipinse il tabernacolo che è in sul canto della via del Crocifisso, dentrovi un bellissimo Deposto di croce.
Nel chiostro di Santo Spirito lavorò due storie negl'archetti allato al capitolo, nell'uno de' quali fece quando Giuda vende Cristo e nell'altro la Cena ultima che fece con gl'Apostoli; e nel medesimo convento, sopra la porta del refettorio, dipinse un Crucifisso et alcuni Santi che fanno conoscer, fra gl'altri che quivi lavorarono, che egli fu veramente imitator della maniera di Giotto, da lui avuta sempre in grandissima venerazione.
Dipinse in S.
Stefano del ponte Vecchio la tavola e la predella dell'altar maggiore con gran diligenza, e nell'oratorio di S.
Michele in Orto lavorò molto bene in una tavola un Cristo morto, che dalle Marie è pianto e da Nicodemo riposto nella sepoltura molto divotamente.
Nella chiesa de' frati de' Servi dipinse la capella di S.
Nicolò di quegli dal palagio con istorie di quel santo, dove con ottimo giudizio e grazia, per una barca quivi dipinta, dimostrò chiaramente com'egli aveva intera notizia del tempestoso agitare del mare e della furia della fortuna, nella quale, mentre che i marinari votando la nave gittano le mercanzie, appare in aria S.
Niccolò e gli libera da quel pericolo; la quale opera, per esser piacciuta e stata molto lodata, fu cagione che gli fu fatto dipignere la capella dell'altare maggiore di quella chiesa, dove fece in fresco alcune storie di Nostra Donna et a tempera in tavola medesimamente la Nostra Donna con molti santi lavorati vivamente.
Parimente, nella predella di detta tavola fece con figure piccole alcune altre storie di Nostra Donna, delle quali non accade far particolar menzione, poiché l'anno 1467 fu rovinato ogni cosa, quando Lodovico Marchese di Mantova fece in quel luogo la tribuna che v'è oggi, col disegno di Leon Battista Alberti, et il coro de' frati, facendo portar la tavola nel capitolo di quel convento, nel refettorio del quale fece da sommo, sopra le spalliere di legname, l'ultima Cena di Gesù Cristo con gl'Apostoli, e sopra quella un Crucifisso con molti santi.
Avendo posto a quest'opere Taddeo Gaddi l'ultimo fine, fu condotto a Pisa dove in San Francesco, per Gherardo e Buonacorso Gambacorti, fece la capella maggiore in fresco molto ben colorita, con molte figure e storie di quel Santo e di S.
Andrea e S.
Nicolò.
Nella volta poi e nella facciata è Papa Onorio che conferma la Regola, dove è ritratto Taddeo di naturale in proffilo con un capuccio avolto sopra il capo, et a' piedi di quella storia sono scritte queste parole:
"Magister Taddeus Gaddus de Florentia pinxit hanc historiam Sancti Francisci et Sancti Andreae et Sancti Nicolai anno Domini MCCCXLII de mense Augusti".
Fece ancora nel chiostro pure di quel convento in fresco una Nostra Donna col suo Figliuolo in collo molto ben colorita; e nel mezzo della chiesa, quando s'entra a man manca, un San Lodovico vescovo a sedere al quale S.
Gherardo da Villamagna, stato frate di quell'ordine, raccomanda un fra' Bartolomeo allora Guardiano di detto convento.
Nelle figure della quale opera, perché furono ritratte dal naturale, si vede vivezza e grazia infinita, in quella maniera semplice, che fu in alcune cose meglio che quella di Giotto, e massimamente nell'esprimere il raccomandarsi, l'allegrezza, il dolore et altri somiglianti affetti che bene espressi fanno sempre onore grandissimo al pittore.
Tornato poi a Fiorenza, Taddeo seguitò per lo comune l'opera d'Or San Michele, e rifondò i pilastri delle loggie, murandogli di pietre conce e ben foggiate, là dove erano prima state fatte di mattoni, senza alterar però il disegno che lasciò Arnolfo, con ordine che sopra la loggia si facesse un palazzo con due volte, per conserva delle provisioni del grano che faceva il popolo e Comune di Firenze: la quale opera, perché si finisse, l'Arte di porta Santa Maria, a cui era stato dato cura della fabrica, ordinò che si pagasse la gabella della piazza e mercato del grano, et alcune altre gravezze di piccolissima importanza.
Ma, il che importò molto più, fu bene ordinato con ottimo consiglio, che ciascuna dell'Arti di Firenze facesse da per sé un pilastro et in quello il Santo avvocato dell'Arte in una nicchia, e che ogni anno per la festa di quello, i Consoli di quell'Arte andassino a offerta e vi tenessino tutto quel dì lo stendardo con la loro insegna, ma che l'offerta nondimeno fusse della Madonna per sovvenimento de' poveri bisognosi.
E perché l'anno 1333 per lo gran diluvio l'acque avevano divorato le sponde del ponte Rubaconte, messo in terra il castello Altafronte, e del ponte Vecchio non lasciato altro che le due pile del mezzo et il ponte a Santa Trinita rovinato del tutto eccetto una pila che rimase tutta fracassata, e mezzo il ponte alla Carraia, rompendo la pescaia d'Ogni Santi, deliberarono quei che allora la città reggevano, non voler che più quegli d'oltr'Arno avessero la tornata alle case loro con tanto scomodo, quanto quello era d'aver a passar per barche; per che, chiamato Taddeo Gaddi per essere Giotto suo maestro andato a Milano, gli fecero fare il modello e disegno del ponte Vecchio, dandogli cura che lo facesse condurre a fine più gagliardo e più bello che possibile fusse; ed egli, non perdonando né a spesa né a fatica, lo fece con quella gagliardezza di spalle e con quella magnificenza di volte tutte di pietre riquadrate con lo scarpello, che sostiene oggi ventidue botteghe per banda, che sono in tutto quarantaquattro, con grand'utile del Comune che ne cavava l'anno fiorini ottocento di fitti.
La lunghezza delle volte da un canto all'altro è braccia trentadue, e la strada del mezzo sedici, e quella delle botteghe da ciascuna parte braccia otto: per la quale opera, che costò sessanta mila fiorini d'oro, non pur meritò allora Taddeo lode infinita, ma ancora oggi n'è più che mai comendato, poiché, oltre a molti altri diluvii, non è stato mosso l'anno 1557 a dì 13 di settembre, da quello che mandò a terra il ponte a Santa Trinita, di quello della Carraia due archi, e che fracassò in gran parte il Rubaconte, e fece molt'altre rovine che sono notissime.
E veramente non è alcuno di giudizio, che non stupisca non pur non si maravigli, considerando che il detto ponte Vecchio in tanta strettezza sostenesse immobile l'impeto dell'acque, de' legnami e delle rovine fatte di sopra, e con tanta fermezza.
Nel medesimo tempo fece Taddeo fondare il ponte a Santa Trinita, che fu finito manco felicemente l'anno 1346 con spesa di fiorini ventimila d'oro; dico men felicemente, perché non essendo stato simile al ponte Vecchio fu interamente rovinato dal detto diluvio dell'anno 1557.
Similmente, secondo l'ordine di Taddeo si fece in detto tempo il muro di costa a S.
Gregorio con pali a castello, pigliando due pile del ponte per accrescer alla città terreno verso la piazza de' Mozzi, e servirsene, come fecero, a far le mulina che vi sono.
Mentre che con ordine e disegno di Taddeo si fecero tutte queste cose, perché non restò per questo di dipignere, lavorò il tribunale della Mercanzia Vecchia, dove con poetica invenzione figurò il tribunale di sei uomini, che tanti sono i principali di quel magistrato, che sta a veder cavar la lingua alla bugia dalla verità, la quale è vestita di velo su l'ignudo e la bugia coperta di nero, con questi versi sotto:
La pura verità per ubbidire
alla Santa Giustizia che non tarda,
cava la lingua alla falsa bugiarda.
E sotto la storia sono questi versi:
Taddeo dipinse questo bel rigestro
discepol fu di Giotto il buon maestro.
Fu fattogli allogazione in Arezzo d'alcuni lavori in fresco, i quali ridusse Taddeo, con Giovanni da Milano suo discepolo, all'ultima perfezzione; e di questi veggiamo ancora nella Compagnia dello Spirito Santo una storia nella faccia dell'altar maggiore, dentrovi la Passione di Cristo con molti cavalli et i ladroni in croce; cosa tenuta bellissima per la considerazione che mostrò nel metterlo in croce; dove sono alcune figure che vivamente espresse dimostrano la rabbia de' Giudei, tirandolo alcuni per le gambe con una fune, altri porgendo la spugna et altri in varie attitudini, come il Longino che gli passa il costato et i tre soldati che si giuocano la veste, nel viso de' quali si scorge la speranza et il timore nel trarre de' dadi; il primo di costoro armato sta in attitudine disagiosa, aspettando la volta sua, e si dimostra tanto bramoso di tirare che non pare che e' senta il disagio, l'altro inarcando le ciglia con la bocca e con gl'occhi aperti guarda i dadi per sospetto quasi di fraude e chiaramente dimostra, a chi lo considera, il bisogno e la voglia che egli ha di vincere; il terzo che tira i dadi, fatto piano della veste in terra, col braccio tremolante par che acenni ghignando voler piantargli.
Similmente per le facce della chiesa si veggono alcune storie di S.
Giovanni Evangelista, e per la città altre cose, fatte da Taddeo, che si riconoscono per di sua mano da chi ha giudizio nell'arte.
Veggonsi ancora oggi nel Vescovado, dietro all'altare maggior, alcune storie di S.
Giovanni Battista, le quali con tanto maravigliosa maniera e disegno sono lavorate che lo fanno tener mirabile.
In S.
Agostino, alla capella di S.
Sebastiano allato alla sagrestia, fece le storie di quel martire et una disputa di Cristo con i Dottori, tanto ben lavorata e finita che è miracolo a vedere la bellezza ne' cangianti di varie sorti e la grazia ne' colori di queste opere finite per eccellenza.
In Casentino nella chiesa del Sasso della Vernia dipinse la capella dove S.
Francesco ricevette le stimmate, aiutato nelle cose minime da Iacopo di Casentino, che mediante questa gita divenne suo discepolo.
Finita cotale opera, insieme con Giovanni milanese se ne tornò a Fiorenza, dove nella città e fuori fecero tavole e pitture assaissime e d'importanza, e in processo di tempo guadagnò tanto, facendo di tutto capitale che diede principio alla ricchezza et alla nobiltà della sua famiglia, essendo tenuto sempre savio et accorto uomo.
Dipinse ancora in Santa Maria Novella il capitolo, allogatogli dal prior del luogo che gli diede l'invenzione.
Bene è vero che, per essere il lavoro grande e per essersi scoperto in quel tempo che si facevano i ponti il capitolo di Santo Spirito con grandissima fama di Simone Memmi che l'aveva dipinto, venne voglia al detto priore di chiamar Simone alla metà di quest'opera; per che conferito il tutto con Taddeo, lo trovò di ciò molto contento, perciò che amava sommamente Simone per essergli stato con Giotto condiscepolo e sempre amorevole amico e compagno.
Oh animi veramente nobili, poiché senza emulazione, ambizione o invidia v'amaste fraternamente l'un l'altro, godendo ciascuno così dell'onor e pregio dell'amico come del proprio! Fu dunque spartito il lavoro e datone tre facciate a Simone, come dissi nella sua vita, et a Taddeo la facciata sinistra e tutta la volta, la quale fu divisa da lui in quattro spicchi o quarte secondo gl'andari d'essa volta.
Nel primo fece la Resurrezione di Cristo, dove pare che e' volesse tentare che lo splendor del corpo glorificato facesse lume, come apparisce in una città et in alcuni scogli di monti; ma non seguitò di farlo nelle figure e nel resto, dubitando forse di non lo potere condurre per la difficultà che vi conosceva.
Nel secondo spicchio fece Iesù Cristo che libera San Piero dal naufragio, dove gl'Apostoli che guidano la barca sono certamente molto begli, e fra l'altre cose uno che in su la riva del mare pesca a lenza, cosa fatta prima da Giotto in Roma nel musaico della nave di San Piero, è espresso con grandissima e viva affezzione.
Nel terzo dipinse l'Ascensione di Cristo, e nell'ultimo la venuta dello Spirito Santo, dove nei Giudei che alla porta cercano volere entrare, si veggono molte belle attitudini di figure.
Nella faccia di sotto sono le sette scienze con i loro nomi e con quelle figure sotto che a ciascuna si convengono.
La Grammatica in abito di donna con una porta, insegnando a un putto, ha sotto di sé a sedere Donato scrittore.
Dopo la Grammatica segue la Rettorica, et a piè di quella una figura, che ha due mani a' libri et una terza mano si trae disotto il mantello e se la tiene appresso alla bocca.
La Logica ha il serpente in mano sotto un velo, et a' piedi suoi Zenone Eleate che legge.
L'Aritmetica tiene le tavole dell'Abaco, e sotto lei siede Abramo inventor di quella.
La Musica ha gl'istrumenti da sonare, e sotto lei siede Tubalcaino che batte con due martelli sopra una ancudine e sta con gl'orecchi attenti a quel suono.
Le Geometria ha la squadra e le seste, e da basso Euclide.
L'Astrologia ha la sfera del cielo in mano, e sotto i piedi Atlante.
Dall'altra parte seggono sette scienze teologiche, e ciascuna ha sotto di sé quello stato o condizione d'uomini che più se le conviene: papa, imperatore, re, cardinali, duchi, vescovi, marchesi et altri; e nel volto del Papa è il ritratto di Clemente Quinto.
Nel mezzo e più alto luogo è San Tommaso d'Aquino, che di tutte le scienze dette fu ornato, tenendo sotto i piedi alcuni eretici, Ario, Sabellio et Averrois, e gli sono intorno Mosè, Paulo, Giovanni Evangelista et alcune altre figure che hanno sopra le quattro virtù cardinali e le tre teologiche, con altre infinite considerazioni, espresse da Taddeo con disegno e grazia non piccola, in tanto che si può dir esser stata la meglio intesa e quella che si è più conservata di tutte le cose sue.
Nella medesima Santa Maria Novella sopra il tramezzo della chiesa, fece ancora un S.
Geronimo vestito da cardinale, avendo egli divozione in quel santo e per protettor di sua casa eleggendolo; e sotto esso poi Agnolo suo figliuolo, morto Taddeo, fece fare ai descendenti una sepoltura, coperta con un lapide di marmo con l'arme de' Gaddi.
Ai quali descendenti Geronimo cardinale, per la bontà di Taddeo e per i meriti loro, ha impetrato da Dio gradi orrevolissimi nella chiesa, chericati di camera, vescovadi, cardinalati, prepositure e cavalierati onoratissimi: i quali tutti discesi di Taddeo in qualunche grado, hanno sempre stimato e favoriti i begli ingegni inclinati alle cose della scultura, pittura e quelli con ogni sforzo loro aiutati.
Finalmente, essendo Taddeo venuto in età di cinquanta anni, d'atrocissima febbre percosso, passò di questa vita l'anno 1350, lasciando Agnolo suo figliuolo e Giovanni che attendessero alla pittura, raccomandandogli a Iacopo di Casentino per li costumi del vivere et a Giovanni da Milano per gl'ammaestramenti dell'arte; il qual Giovanni, oltr'a molte altre cose, fece dopo la morte di Taddeo una tavola che fu posta in S.
Croce all'altare di S.
Gherardo da Villamagna, quattordici anni dopo che era rimaso senza il suo maestro; e similmente la tavola dell'altar maggiore d'Ogni Santi, dove stavano i frati umiliati, che fu tenuta molto bella; et in Ascesi la tribuna dell'altar maggiore, dove fece un Crucifisso, la Nostra Donna e Santa Chiara; e nelle facciate e dalle bande istorie della Nostra Donna.
Dopo, andatosene a Milano, vi lavorò molte opere a tempera et in fresco, e finalmente vi si morì.
Taddeo adunque mantenne continuamente la maniera di Giotto, ma non però la migliorò molto, salvo che nel colorito, il quale fece più fresco e più vivace che quello di Giotto, avendo egli atteso tanto a migliorare l'altre parti e difficultà di questa arte che, ancor che a questa badasse, non potette però aver grazia di farlo; là dove, avendo veduto Taddeo quello che aveva facilitato Giotto et imparatolo, ebbe tempo d'aggiugnere qualche cosa e migliorare il colorito.
Fu sepolto Taddeo da Agnolo e Giovanni suoi figliuoli in Santa Croce nel primo chiostro e nella sepoltura ch'egli aveva fatta a Gaddo suo padre; e fu molto onorato con versi da' virtuosi di quel tempo, come uomo che molto aveva meritato per costumi e per aver condotto con bell'ordine, oltre alle pitture, molte fabriche nella sua città commodissime; et oltr'a quello che s'è detto, per avere sollecitamente e con diligenza esseguita la fabrica del campanile di S.
Maria del Fiore, col disegno lasciato da Giotto suo maestro; il quale campanile fu di maniera murato, che non possono commettersi pietre con più diligenza, né farsi più bella torre per ornamento, per spese e per disegno.
L'epitaffio che fu fatto a Taddeo fu questo che qui si legge:
Hoc uno dici poterat Florentia felix
vivente: at certa est non potuisse mori.
Fu Taddeo molto resoluto nel disegno, come si può vedere nel nostro libro dov'è disegnata di sua mano la storia che fece nella capella di S.
Andrea in Santa Croce di Firenze.
IL FINE DELLA VITA DI TADDEO GADDI PITTOR FIORENTINO
VITA D'ANDREA DI CIONE ORGAGNA PITTORE, SCULTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO
Rade volte un ingegnoso è eccellente in una cosa che non possa agevolmente apprendere alcun'altra, e massimamente di quelle che sono alla prima sua professione somiglianti, e quasi procedente da un medesimo fonte; come fece l'Orgagna fiorentino il quale fu pittore, scultore, architetto e poeta, come di sotto si dirà.
Costui, nato in Fiorenza, cominciò ancora fanciulletto a dar opera alla scultura sotto Andrea Pisano, e seguitò qualche anno; poi, essendo disideroso, per fare vaghi componimenti d'istorie, d'esser abondante nell'invenzioni, attese con tanto studio al disegno, aiutato dalla natura che volea farlo universale, che (come una cosa tira l'altra) provatosi a dipignere con i colori a tempera et a fresco, riuscì tanto bene, con l'aiuto di Bernardo Orgagna suo fratello, che esso Bernardo lo tolse in compagnia a fare in S.
Maria Novella nella capella maggiore, che allora era della famiglia de' Ricci, la vita di Nostra Donna; la quale opera finita fu tenuta molto bella, se bene per trascuraggine di chi n'ebbe poi cura, non passarono molti anni che, essendo rotti i tetti, fu guasta dall'acque e perciò fatta nel modo ch'ell'è oggi, come si dirà al luogo suo, bastando per ora dire che Domenico Grillandai, che la ridipinse, si servì assai dell'invenzioni che v'erano dell'Orgagna.
Il quale fece anche in detta chiesa, pure a fresco, la capella degli Strozzi, che è vicina alla porta della sagrestia e delle campane, in compagnia di Bernardo suo fratello.
Nella quale cappella, a cui si saglie per una scala di pietra, dipinse in una facciata la gloria del Paradiso con tutti i Santi e con varii abiti et acconciature di que' tempi.
Nell'altra faccia fece l'Inferno, con le bolgie, centri et altre cose descritte da Dante, del quale fu Andrea studiosissimo.
Fece nella chiesa de' Servi della medesima città, pur con Bernardo, a fresco la capella della famiglia de' Cresci et in San Pier Maggiore, in una tavola assai grande, l'incoronazione di Nostra Donna; et in San Romeo presso alla porta del fianco una tavola.
Similmente, egli e Bernardo suo fratello insieme, dipinsero a fresco la facciata di fuori di Santo Apollinare con tanta diligenza, che i colori in quel luogo scoperto si sono vivi e belli maravigliosamente conservati insin'a oggi.
Mossi dalla fama di quest'opre dell'Orgagna, che furono molto lodate, coloro che in quel tempo governavano Pisa, lo fecero condurre a lavorare nel Camposanto di quella città un pezzo d'una facciata, secondo che prima Giotto e Buffalmacco fatto avevano.
Onde, messovi mano, in quella dipinse Andrea un Giudizio Universale con alcune fantasie a suo capriccio, nella facciata di verso il Duomo, allato alla Passione di Cristo fatta da Buffalmacco, dove, nel canto facendo la prima storia, figurò in essa tutti i gradi de' Signori Temporali, involti nei piaceri di questo mondo; ponendogli a sedere sopra un prato fiorito, e sotto l'ombra di molti melaranci, che facendo amenissimo bosco, hanno sopra i rami alcuni Amori, che volando a torno, e sopra molte giovani donne, ritratte tutte, secondo che si vede, dal naturale di femmine nobili, e signore di que' tempi le quali per la lunghezza del tempo non si riconoscono, fanno sembiante di saettare i cuori di quelle alle quali sono giovani uomini appresso e signori che stanno a udir suoni e canti et a vedere amorosi balli di garzoni e donne che godano con dolcezza i loro amori.
Fra' quali signori ritrasse l'Orgagna Castruccio, signor di Lucca, e giovane di bellissimo aspetto, con un cappuccio azzurro avvolto intorno al capo e con uno sparviere in pugno; et appresso lui altri signori di quell'età, che non si sa chi sieno.
Insomma fece con molta diligenza in questa prima parte, per quanto capiva il luogo e richiedeva l'arte, tutti i diletti del mondo graziosissimamente.
Dall'altra parte nella medesima storia figurò sopra un alto monte la vita di coloro che, tirati dal pentimento de' peccati e dal disiderio d'esser salvi, sono fuggiti dal mondo a quel monte tutto pieno di Santi romiti che servono al Signore diverse cose operando con vivacissimi affetti: alcuni leggendo et orando si mostrano tutti intenti alla contemplativa, et altri lavorando per guadagnare il vivere nell'attiva variamente si essercitano.
Vi si vede fra gl'altri un romito che mugne una capra, il quale non può essere più pronto né più vivo in figura di quello che gli è.
E poi da basso San Macario che mostra a que' tre re, che cavalcando con loro donne e brigata vanno a caccia, la miseria umana in tre re, che morti e non del tutto consumati, giaceno in una sepoltura, con attenzione guardata dai re vivi, in diverse e belle attitudini piene d'amirazione, e pare quasi che considerino con pietà di se stessi d'avere in breve a divenire tali.
In un di questi re a cavallo ritrasse Andrea Uguccione della Faggiuola aretino, in una figura che si tura con una mano il naso, per non sentire il puzzo de' re morti e corrotti.
Nel mezzo di questa storia è la morte che, volando per aria, vestita di nero, fa segno d'avere con la sua falce levato la vita a molti, che sono per terra d'ogni stato e condizione, poveri, ricchi, storpiati, ben disposti, giovani, vecchi, maschi, femmine et insomma d'ogni età e sesso buon numero.
E perché sapeva che ai Pisani piaceva l'invenzione di Buffalmacco, che fece parlare le figure di Bruno in San Paulo a Ripa d'Arno, facendo loro uscire di bocca alcune lettere, empié l'Orgagna tutta quella sua opera di cotali scritti de' quali la maggior parte, essendo consumati dal tempo, non s'intendono.
A certi vecchi dunque storpiati fa dire:
Da che prosperitade ci ha lasciati,
o morte, medicina d'ogni pena,
deh, vieni a darne omai l'ultima cena,
con altre parole che non s'intendono e versi così all'antica composti, secondo che ho ritratto, dall'Orgagna medesimo, che attese alla poesia et a fare qualche sonetto.
Sono intorno a que' corpi morti alcuni Diavoli che cavano loro di bocca l'anime e le portano a certe bocche piene di fuoco, che sono sopra la sommità d'un altissimo monte; di contro a questi sono Angeli, che similmente a altri di que' morti, che vengono a essere de' buoni, cavano l'anime di bocca e le portano volando in Paradiso.
Et in questa storia è una scritta grande, tenuta da due Angeli, dove sono queste parole:
Ischermo di savere e di ricchezza,
di nobiltate ancora e di prodezza
vale niente ai colpi di costei,
con alcune altre parole, che malamente s'intendono.
Di sotto poi, nell'ornamento di questa storia, sono nove Angeli, che tengono in alcune accomodate scritte, motti volgari e latini, posti in quel luogo da basso, perché in alto guastavano la storia; et il non gli porre nell'opera, pareva mal fatto all'auttore, che gli reputava bellissimi, e forse erano ai gusti di quell'età; da noi si lasciano la maggior parte per non fastidire altrui con simili cose impertinenti e poco dilettevoli, senzaché, essendo il più di cotali brevi cancellati, il rimanente viene a restare poco meno che imperfetto.
Facendo dopo queste cose l'Orgagna il Giudizio, collocò Gesù Cristo in alto sopra le nuvole in mezzo ai dodici suoi Apostoli, [a] giudicare i vivi et i morti, mostrando con bell'arte e molto vivamente, da un lato i dolorosi affetti de' dannati, che, piangendo, sono da furiosi Demonii strascinati all'inferno; e dall'altro la letizia et il giubilo de' buoni, che da una squadra d'Angeli guidati da Michele Arcangelo sono, come eletti, tutti festosi tirati alla parte destra de' beati.
Et è un peccato veramente che, per mancamento di scrittori, in tanta moltitudine d'uomini togati, cavallieri et altri signori che vi sono effigiati e ritratti dal naturale, come si vede di nessuno o di pochissimi, si sappiano i nomi o chi furono.
Ben si dice che un papa, che vi si vede, è Innocenzio Quarto, amico di Manfredi.
Dopo quest'opera et alcune sculture di marmo fatte con suo molto onore nella Madonna, ch'è in su la coscia del ponte Vecchio, lasciando Bernardo suo fratello a lavorare in Camposanto da per sé un Inferno, secondo che è descritto da Dante, che fu poi l'anno 1530 guasto e racconcio dal Sollazzino, pittore de' tempi nostri, se ne tornò Andrea a Fiorenza, dove nel mezzo della chiesa di Santa Croce a man destra, in una grandissima facciata, dipinse a fresco le medesime cose che dipinse nel Camposanto di Pisa, in tre quadri simili, eccetto però la storia dove San Macario mostra a' tre re la miseria umana; e la vita de' romiti, che servono a Dio in su quel monte.
Facendo dunque tutto il resto dell'opera, lavorò in questa con miglior disegno e più diligenza, che a Pisa fatto non avea, tenendo nondimeno quasi il medesimo modo nell'invenzioni, nelle maniere, nelle scritte e nel rimanente senza mutare altro che i ritratti di naturale: perché quelli di quest'opera furono parte d'amici suoi carissimi, quali mise in Paradiso e parte di poco amici che furono da lui posti nell'Inferno.
Fra i buoni si vede in profilo col regno in capo, ritratto di naturale Papa Clemente Sesto, che al tempo suo ridusse il Giubileo dai cento ai cinquanta anni, e che fu amico de' Fiorentini, et ebbe delle sue pitture che gli furon carissime; fra i medesimi è maestro Dino del Garbo, medico allora eccellentissimo, vestito come allora usavano i dottori, e con una berretta rossa in capo foderata di vai, e tenuto per mano da un Angelo, con altri assai ritratti, che non si riconoscono.
Fra i dannati ritrasse il Guardi, messo del Comune di Firenze stra[s]cinato dal Diavolo con un oncino, e si conosce a' tre gigli rossi, che ha in una beretta bianca, secondo che allora portavano i messi et altre simili brigate; e questo, perché una volta lo pegnorò; vi ritrasse ancora il notaio et il giudice, che in quella causa gli furono contrari.
Appresso al Guardi è Cecco da Ascoli, famoso mago di que' tempi.
E poco di sopra, cioè nel mezzo, è un frate ipocrito, che, uscito d'una sepoltura, si vuole furtivamente mettere fra i buoni, mentre un Angelo lo scuopre e lo spigne fra i dannati.
Avendo Andrea, oltr'a Bernardo, un fratello chiamato Iacopo che attendeva ma con poco profitto alla scultura, nel fare per lui qualche volta disegni di rilievo e di terra, gli venne voglia di fare qualche cosa di marmo e vedere se si ricordava de' principii di quell'arte in che aveva, come si disse, in Pisa lavorato; e così, messosi con più studio alla pruova, vi fece di sorte acquisto, che poi se ne servì, come si dirà, onoratamente.
Dopo si diede con tutte le forze agli studi dell'architettura, pensando, quando che fusse, avere a servirsene.
Né lo fallì il pensiero, perché l'anno 1355, avendo il Comune di Firenze compero appresso al palazzo alcune case di cittadini, per allargarsi e fare maggior piazza, e per fare ancora un luogo dove si potessero ne' tempi piovosi e di verno ritirare i cittadini e fare quelle cose al coperto che si facevano in su la ringhiera quando il mal tempo non impediva, feciono fare molti disegni per fare una magnifica e grandissima loggia vicina al palazzo a questo effetto, et insieme la Zecca, dove si batte la moneta; fra i quali disegni fatti dai migliori maestri della città, essendo approvato universalmente et accettato quello dell'Orgagna, come maggiore, più bello e più magnifico di tutti gl'altri, per partito de' signori e del Comune fu, secondo l'ordine di lui, cominciata la loggia grande di piazza sopra i fondamenti fatti al tempo del duca d'Atene, e tirata inanzi con molta diligenza di pietre quadre benissimo commesse.
E, quello che fu cosa nuova in que' tempi, furono gl'archi delle volte fatti non più in quarto acuto, come si era fino a quell'ora costumato, ma con nuovo e lodato modo, girati in mezzi tondi, con molta grazia e bellezza di tanta fabrica, che fu in poco tempo, per ordine d'Andrea, condotta al suo fine, e se si fusse avuto considerazione di metterla allato a Santo Romolo e farle voltare le spalle a tramontana, il che forse non fecero per averla commoda alla porta del palazzo, ella sarebbe stata, com'è bellissima di lavoro, utilissima fabrica a tutta la città, là dove per lo gran vento la vernata non vi si può stare.
Fece in questa loggia l'Orgagna fra gl'archi della facciata dinanzi, in certi ornamenti di sua mano, sette figure di marmo di mezzo rilievo, per le sette virtù teologiche e cardinali, così belle che, accompagnando tutta l'opera, lo fecero conoscere per non men buono scultore che pittore et architetto, senzaché fu in tutte le sue azzioni faceto, costumato et amabile uomo quanto mai fusse altro par suo.
E perché non lasciava mai, per lo studio d'una delle tre sue professioni, quello dell'altra, mentre si fabricava la loggia fece una tavola a tempera, con molte figure grandi e la predella di figure piccole, per quella cappella degli Strozzi dove già con Bernardo suo fratello aveva fatto alcune cose a fresco; nella quale tavola, parendogli ch'ella potesse fare migliore testimonianza della sua professione che i lavori fatti a fresco non potevano, vi scrisse il suo nome con queste parole: "Anno Domini MCCCLVII.
Andreas Cionis de Florentia me pinxit".
Compiuta quest'opera, fece alcune pitture pur in tavola, che furono mandate al Papa in Avignone, le quali ancora sono nella chiesa catedrale di quella città.
Poco poi, avendo gl'uomini della Compagnia d'Or San Michele messi insieme molti danari di limosine e beni stati donati a quella Madonna per la mortalità del 1348, risolverno volerle fare intorno una capella o vero tabernacolo non solo di marmi in tutti i modi intagliati, e d'altre pietre di pregio ornatissimo e ricco, ma di musaico ancora e d'ornamenti di bronzo, quanto più desiderare si potesse, intanto che per opera e per materia avanzasse ogni altro lavoro insin a quel dì per tanta grandezza stato fabricato; perciò, dato di tutto carico all'Orgagna come al più eccellente di quell'età, egli fece tanti disegni che finalmente uno ne piacque a chi governava, come migliore di tutti gl'altri; onde alogato il lavoro a lui, si rimisero al tutto nel giudizio e consiglio suo, per che egli, dato a diversi maestri d'intaglio, avuti di più paesi, a fare tutte l'altre cose, attese con il suo fratello a condurre tutte le figure dell'opera; e finito il tutto le fece murare e commettere insieme molto consideratamente, senza calcina, con spranghe di rame impiombate, acciò che i marmi lustranti e puliti non si macchiassono; la qual cosa gli riuscì tanto bene, con utile et onore di quelli che sono stati dopo lui, che a chi considera quell'opera, pare, mediante cotale unione e commettiture trovate dall'Orgagna, che tutta la capella sia stata cavata d'un pezzo di marmo solo.
E ancora ch'ella sia di maniera tedesca, in quel genere ha tanta grazia e proporzione, ch'ella tiene il primo luogo fra le cose di que' tempi, essendo massimamente il suo componimento di figure grandi e piccole e d'Angeli e Profeti di mezzo rilievo intorno alla Madonna, benissimo condotti, e maraviglioso ancora il getto de' ricignimenti di bronzo, diligentemente puliti, che girando intorno a tutta l'opera, la rachiuggono e serrano insieme, di maniera ch'essa ne rimane non meno gagliarda e forte che in tutte l'altre parti bellissima.
Ma quanto egli si affaticasse per mostrare in quell'età grossa la sottigliezza del suo ingegno, si vede in una storia grande di mezzo rilievo nella parte di dietro del detto tabernacolo, dove in figure d'un braccio e mezzo l'una, fece i dodici Apostoli, che in alto guardano la Madonna mentre in una mandorla circondata d'Angeli saglie in cielo.
In uno de' quali Apostoli ritrasse di marmo se stesso vecchio com'era, con la barba rasa, col capuccio avvolto al capo, e col viso piatto e tondo, come di sopra nel suo ritratto, cavato da quello, si vede.
Oltre a ciò scrisse da basso nel marmo queste parole: "Andreas Cionis Pictor Florentinus Oratorii Archimagister extitit huius.
MCCCLIX".
Trovasi che l'edifizio di questa loggia e del tabernacolo di marmo con tutto il magisterio costarono novantaseimila fiorini d'oro, che furono molto bene spesi, perciò che egli è per l'architettura, per le sculture et altri ornamenti così bello come qual si vogl'altro di que' tempi e tale, che per le cose fattevi da lui è stato e sarà sempre vivo e grande il nome d'Andrea Orgagna, il quale usò nelle sue pitture dire: fece Andrea di Cione scultore: e nelle sculture: fece Andrea di Cione pittore, volendo che la pittura si sapesse nella scultura, e la scultura nella pittura.
Sono per tutto Firenze molte tavole fatte da lui, che parte si conoscono al nome, come una tavola in San Romeo, e parte alla maniera, come una che è nel capitolo del monasterio degl'Angeli.
Alcune che ne lasciò imperfette furono finite da Bernardo suo fratello, che gli sopravisse, non però molt'anni.
E perché, come si è detto, si dilettò Andrea di far versi et altre poesie, egli già vecchio, scrisse alcuni sonetti al Burchiello allora giovanetto.
Finalmente, essendo d'anni sessanta, finì il corso di sua vita nel 1389, e fu portato dalle sue case, che erano nella via vecchia de' Corazzai, alla sepoltura onoratamente.
Furono nei medesimi tempi dell'Orgagna molti valent'uomini nella scultura e nella architettura, de' quali non si sanno i nomi, ma si veggono l'opere, che non sono se non da lodare e comendare molto; opera de' quali è non solamente il monasterio della Certosa di Fiorenza fatta a spese della nobile famiglia degl'Acciaiuoli, e particolarmente di Messer Nicola, gran siniscalco del re di Napoli, ma le sepolture ancora del medesimo, dove egl'è ritratto di pietra, e quella del padre e d'una sorella, sopra la lapide della quale, che è di marmo, furono amendue ritratti molto bene dal naturale l'anno 1366.
Vi si vede ancora di mano de' medesimi la sepoltura di Messer Lorenzo, figliuolo di detto Nicola, il quale morto a Napoli, fu recato in Fiorenza, et in quella, con onoratissima pompa d'essequie, riposto.
Parimente nella sepoltura del cardinale Santa Croce della medesima famiglia, ch'è in un coro fatto allora di nuovo dinanzi all'altar maggiore, è il suo ritratto