LE VITE DE' PIU' ECCELLENTI PITTORI, SCULTORI, E ARCHITETTORI, di Giorgio Vasari - pagina 81
...
.
Mentre che questa fabbrica si lavorava, Cosimo de' Medici voleva far fare il suo palazzo, e così ne disse l'animo suo a Filippo; che posto ogni altra cura da canto, gli fece un bellissimo e gran modello per detto palazzo, il quale situar voleva dirimpetto a S.
Lorenzo su la piazza intorno intorno isolato.
Dove l'artificio di Filippo s'era talmente operato, che, parendo a Cosimo troppo suntuosa e gran fabbrica, più per fuggire l'invidia che la spesa, lasciò di metterla in opera.
E mentre che il modello lavorava, soleva dire Filippo che ringraziava la sorte di tale occasione, avendo a fare una casa, di che aveva avuto desiderio molti anni, et essersi abbattuto a uno che la voleva e poteva fare.
Ma intendendo poi la resoluzione di Cosimo, che non voleva tal cosa mettere in opera, con isdegno in mille pezzi ruppe il disegno.
Ma bene si pentì Cosimo di non avere seguito il disegno di Filippo, poi che egli ebbe fatto quell'altro; il qual Cosimo soleva dire che non aveva mai favellato ad uomo di maggior intelligenza et animo di Filippo.
Fece ancora il modello del bizzarrissimo tempio degl'Angeli per la nobile famiglia degli Scolari; il quale rimase imperfetto e nella maniera che oggi si vede, per avere i Fiorentini spesi i danari, che per ciò erano in sul Monte, in alcuni bisogni della città, o come alcuni dicono, nella guerra che già ebbero co' Lucchesi.
Nel quale spesero ancora i danari che similmente erano stati lasciati per far la Sapienza, da Niccolò da Uzzano, come in altro luogo si è a lungo raccontato.
E nel vero, se questo tempio degli Angeli si finiva secondo il modello del Brunellesco, egli era delle più rare cose d'Italia: perciò che quello che se ne vede non si può lodar a bastanza.
Le carte della pianta e del finimento del quale tempio a otto facce, di mano di Filippo, è nel nostro libro, con altri disegni del medesimo.
Ordinò anco Filippo a Messer Luca Pitti fuor della porta a San Niccolò di Fiorenza in un luogo detto Ruciano, un ricco e magnifico palazzo; ma non già a gran pezza simile a quello che per lo medesimo cominciò in Firenze e condusse al secondo finestrato, con tanta grandezza e magnificenza, che d'opera toscana non si è anco veduto il più raro né il più magnifico.
Sono le porte di questo doppie, la luce braccia sedici, e la larghezza otto; le prime e le seconde finestre simili in tutto alle porte medesime.
Le volte sono doppie, e tutto l'edifizio in tanto artifizioso che non si può imaginar né più bella né più magnifica architettura.
Fu esecutore di questo palazzo Luca Fancelli architetto fiorentino, che fece per Filippo molte fabbriche, e per Leon Battista Alberti la cappella maggiore della Nunziata di Firenze, a Lodovico Gonzaga; il quale lo condusse a Mantova, dove egli vi fece assai opere, e quivi tolse donna e vi visse e morì, lasciando agli eredi che ancora dal suo nome si chiamano i Luchi.
Questo palazzo comperò, non sono molti anni, l'illustrissima signora Leonora di Tolledo, duchessa di Fiorenza, per consiglio dell'illustrissimo signor duca Cosimo, suo consorte.
E vi si allargò tanto intorno, che vi ha fatto un giardino grandissimo, parte in piano e parte in monte e parte in costa; e l'ha ripieno con bellissimo ordine di tutte le sorti arbori domestici e salvatichi, e fattovi amenissimi boschetti d'infinite sorti verzure che verdeggiano d'ogni tempo, per tacere l'acque, le fonti, i condotti, i vivai, le frasconaie e le spalliere, et altre infinite cose veramente da magnanimo principe; le quali tacerò, perché non è possibile che chi non le vede le possa immaginar mai di quella grandezza e bellezza che sono.
E di vero al duca Cosimo non poteva venire alle mani alcuna cosa più degna della potenza e grandezza dell'animo suo di questo palazzo; il quale pare che veramente fusse edificato da Messer Luca Pitti per sua eccellenza illustrissima col disegno del Brunellesco.
Lo lasciò Messer Luca imperfetto per i travagli che egli ebbe per conto dello stato; e gli eredi, perché non avevano modo a finirlo, acciò non andasse in rovina, furono contenti di compiacerne la signora duchessa; la quale, mentre visse, vi andò sempre spendendo, ma non però in modo che potesse sperare di così tosto finirlo.
Ben è vero che se ella viveva, era d'animo, secondo che già intesi, di spendervi in uno anno solo quarantamila ducati per vederlo, se non finito, a bonissimo termine.
E perché il modello di Filippo non si è trovato, n'ha fatto fare sua eccellenza un altro a Bartolomeo Ammannati, scultore et architetto eccellente, e secondo quello si va lavorando; e già è fatto una gran parte del cortile d'opera rustica, simile al difuori.
E nel vero, chi considera la grandezza di quest'opera, stupisce come potesse capire nell'ingegno di Filippo così grande edifizio magnifico veramente, non solo nella facciata di fuori, ma ancora nello spartimento di tutte le stanze.
Lascio stare la veduta ch'è bellissima, et il quasi teatro, che fanno l'amenissime colline che sono intorno al palazzo verso le mura: perché, com'ho detto, sarebbe troppo lungo voler dirne a pieno; né potrebbe mai niuno che nol vedesse imaginarsi quanto sia, a qualsivoglia altro regio edifizio, superiore.
Dicesi ancora che gl'ingegni del Paradiso di S.
Filice in piazza, nella detta città, furono trovati da Filippo, per fare la rappresentazione o vero festa della Nunziata, in quel modo che anticamente a Firenze in quel luogo si costumava di fare.
La qual cosa invero era maravigliosa, e dimostrava l'ingegno e l'industria di chi ne fu inventore: perciò che si vedeva in alto un cielo pieno di figure vive moversi, et una infinità di lumi, quasi in un baleno scoprirsi e ricoprirsi.
Ma non voglio che mi paia fatica raccontare come gl'ingegni di quella machina stavano per a punto: atteso che ogni cosa è andata male e sono gl'uomini spenti che ne sapevano ragionare per esperienza: senza speranza che s'abbiano a rifare, abitando oggi quel luogo non più monaci di Camaldoli, come facevano, ma le monache di S.
Pier martire; e massimamente ancora essendo stato guasto quello del Carmine, perché tirava giù i cavagli che reggono il tetto.
Aveva dunque Filippo per questo effetto, fra due legni di que' che reggevano il tetto della chiesa, accomodata una mezza palla tonda a uso di scodella vota, o vero di bacino da barbiere, rimboccata all'ingiù; la quale mezza palla era di tavole sottili e leggeri, confitte a una stella di ferro che girava il sesto di detta mezza palla, e strignevano verso il centro, che era bilicato in mezzo, dove era un grande anello di ferro intorno al quale girava la stella de' ferri che reggevano la mezza palla di tavole.
E tutta questa machina era retta da un legno d'abeto gagliardo e bene armato di ferri, il quale era a traverso ai cavalli del tetto.
Et in questo legno era confitto l'anello, che teneva sospesa e bilicata la mezza palla, la quale da terra pareva veramente un cielo.
E perché alla aveva da piè nell'orlo di dentro certe base di legno, tanto grandi e non più che uno vi poteva tenere i piedi, et all'altezza d'un braccio, pur di dentro, un altro ferro, si metteva in su ciascuna delle dette basi un fanciullo di circa dodici anni e col ferro alto un braccio e mezzo si cigneva in guisa che non arebbe potuto, quando anco avesse voluto, cascare.
Questi putti, che in tutto erano dodici, essendo accomodati come si è detto, sopra le base e vestiti da Angeli con ali dorate e capegli di mattasse d'oro, si pigliavano, quando era tempo, per mano l'un l'altro; e dimenando le braccia, pareva che ballassino, e massimamente girando sempre e movendosi la mezza palla dentro la quale, sopra il capo degl'Angioli, erano tre giri o ver ghirlande di lumi accomodati con certe piccole lucernine, che non potevano versare; i quali lumi da terra parevano stelle: e le mensole, essendo coperte di bambagia, parevano nuvole.
Del sopra detto anello usciva un ferro grossissimo, il quale aveva a canto un altro anello, dove stava apiccato un canapetto sottile che, come si dirà, veniva in terra.
E perché il detto ferro grosso aveva otto rami che giravano in arco quanto bastava a riempire il vano della mezza palla vota e il fine di ciascun ramo un piano grande quanto un tagliere; posava sopra ogni piano un putto di nove anni in circa, ben legato con un ferro saldato nelle altezza del ramo, ma però in modo lento, che poteva voltarsi per ogni verso.
Questi otto angioli retti del detto ferro mediante un arganetto che si allentava a poco a poco, calavano dal vano della mezza palla fino sotto al piano de' legni piani che reggono il tetto, otto braccia, di maniera che erano essi veduti e non toglievano la veduta degl'angioli, ch'erano intorno al didentro della mezza palla.
Dentro a questo mazzo degl'otto Angeli (che così era propriamente chiamato) era una mandorla di rame, vota dentro, nella quale erano in molti buchi certe lucernine messe in sur un ferro a guisa di cannoni, le quali, quando una molla che si abbassava era tocca, tutte si nascondevano nel voto della mandorla di rame; e come non si aggravava la detta molla, tutti i lumi, per alcuni buchi di quella, si vedevano accesi.
Questa mandorla, la quale era apiccata a quel canapetto, come il mazzo era arivato al luogo suo, allentato il picciol canapo da un altro arganetto, si moveva pian piano e veniva sul palco dove si recitava la festa, sopra il qual palco, dove la mandorla aveva da posarsi a punto, era un luogo alto a uso di residenza, con quattro gradi; nel mezzo del quale era una buca, dove il ferro apuntato di quella mandorla veniva a diritto.
Et essendo sotto la detta residenza un uomo, arivata la mandorla al luogo suo, metteva in quella, senza esser veduto, una chiavarda, et ella restava in piedi e ferma.
Dentro la mandorla era, a uso d'angelo, un giovinetto di quindici anni in circa cinto nel mezzo da un ferro e nella mandorla da piè chiavardato in modo che non poteva cascare, e perché potesse ingenochiarsi, era il detto ferro di tre pezzi, onde ingenochiandosi entrava l'un nell'altro agevolmente.
E così quando era il mazzo venuto giù e la mandorla postata in sulla residenza, chi metteva la chiavarda alla mandorla schiavava anco il ferro che reggeva l'angelo, onde egli uscito caminava per lo palco e giunto dove era la Vergine la salutava et annunziava.
Poi tornato nella mandorla e raccesi i lumi che al suo uscirne s'erano spenti, era di nuovo chiavardato il ferro che lo reggeva, da colui che sotto non era veduto; e poi allentato quello che la teneva, ell'era ritirata su, mentre cantando gl'angeli del mazzo e quelli del cielo che giravano, facevano che quello pareva propriamente un paradiso e massimamente, che oltre al detto coro d'angeli et al mazzo, era a canto al guscio della palla un Dio Padre circondato d'angeli simili a quelli detti di sopra e con ferri accomodati.
Di maniera che il cielo, il mazzo, il Dio Padre, la mandorla con infiniti lumi e dolcissime musiche rappresentavano il Paradiso veramente.
A che si aggiugneva, che per potere quel cielo aprire e serrare, aveva fatto fare Filippo due gran porte, di braccia cinque l'una per ogni verso, le quali per piano avevano in certi canali curri di ferro, o vero di rame, et i canali erano unti talmente, che quando si tirava con un arganetto un sottile canapo che era da ogni banda, s'apriva o riserrava, secondo che altri voleva, ristrignendosi le due parti delle porte insieme, o allargandosi per piano mediante i canali.
E queste così fatte porte facevano duoi effetti: l'uno, che quando erano tirate per esser gravi facevano rumore a guisa di tuono; l'altro, perché servivano, stando chiuse, come palco per aconciare gl'Angeli et accomodar l'altre cose che dentro facevano di bisogno.
Questi dunque così fatti ingegni e molti altri, furono trovati da Filippo; se bene alcuni altri affermano che egli erano stati trovati molto prima.
Comunche sia, è stato ben ragionarne, poiché in tutto se n'è dismesso l'uso.
Ma tornando a esso Filippo, era talmente cresciuta la fama et il nome suo, che di lontano era mandato per lui da chi aveva bisogno di far fabriche per avere disegni e modelli di mano di tanto uomo; e si adoperavano perciò amicizie e mezzi grandissimi.
Onde infra gl'altri disiderando il Marchese di Mantoa d'averlo, ne scrisse alla Signoria di Firenze con grande instanza, e così da quella gli fu mandato là, dove diede disegni di fare argini in sul Po l'anno 1445; et alcune altre cose, secondo la volontà di quel Principe, che lo accarezzò infinitamente, usando dire che Fiorenza era tanto degna d'avere Filippo per suo cittadino, quanto egli d'aver sì nobile e bella città per patria.
Similmente in Pisa il conte Francesco Sforza e Niccolò da Pisa, restando vinti da lui in certe fortificazioni, in sua presenza lo comendarono, dicendo che se ogni stato avesse un uomo simile a Filippo, che si potrebbe tener sicuro senza arme.
In Fiorenza diede similmente Filippo il disegno della casa di Barbadori, allato alla torre de' Rossi in borgo S.
Iacopo, che non fu messa in opera; e così anco fece il disegno della casa de' Giuntini in sulla piazza d'Ogni Santi, sopra Arno.
Dopo, disegnando i capitani di Parte Guelfa di Firenze di fare uno edifizio et in quello una sala et una udienza per quello magistrato, ne diedero cura a Francesco della Luna, il quale, cominciato l'opera, l'aveva già alzata da terra dieci braccia e fattovi molti errori, quando ne fu dato cura a Filippo, il quale ridusse il detto palazzo a quella forma e magnificenza che si vede.
Nel che fare ebbe a competere con il detto Francesco che era da molti favorito sì come sempre fece mentre che visse, or con questo, et or [con] quello, che facendogli guerra lo travagliarono sempre, e bene spesso cercavano di farsi onore con i disegni di lui.
Il quale infine si ridusse a non mostrare alcuna cosa et a non fidarsi di nessuno.
La sala di questo palazzo oggi non serve più ai detti capitani di Parte perché avendo il diluvio dell'anno 1557 fatto gran danno alle scritture del Monte, il signor duca Cosimo, per maggior sicurezza delle dette scritture che sono di grandissima importanza, ha ridotta quella et il magistrato insieme, nella detta sala.
E acciò che la scala vecchia di questo palazzo serva al detto magistrato de' capitani, il quale separatosi dalla detta sala, che serve al Monte, si è in un'altra parte di quel palazzo ritirato, fu fatta da Giorgio Vasari, di commessione di sua eccellenza, la commodissima scala che oggi va in su la detta sala del Monte.
Si è fatto similmente, col disegno del medesimo, un palco a quadri, e fattolo posare, secondo l'ordine di Filippo, sopra alcuni pilastri acanalati di macigno.
Era una quaresima, in S.
Spirito di Fiorenza, stato predicato da maestro Francesco Zoppo, allora molto grato a quel popolo e raccomandato molto il convento, lo studio de' giovani e particularmente la chiesa arsa in que' dì; onde i capi di quel quartiere, Lorenzo Ridolfi, Bartolomeo Corbinelli, Neri di Gino Capponi e Goro di Stagio Dati et altri infiniti cittadini ottennero da la Signoria di ordinar che si rifacesse la chiesa di S.
Spirito, e ne feciono provveditore Stoldo Frescobaldi.
Il quale per lo interesso che egli aveva nella chiesa vecchia, ché la capella e l'altare maggiore era di casa loro, vi durò grandissima fatica.
Anzi da principio, inanzi che si fussino riscossi i danari, secondo che erano tassati i sepultuarii e chi ci aveva cappelle, egli di suo spese molte migliaia di scudi, de' quali fu rimborsato.
Fatto dunque consiglio sopra di ciò, fu mandato per Filippo, il quale facesse un modello con tutte quelle utili et onorevoli parti che si potesse e convenissero a un tempio cristiano; laonde egli si sforzò che la pianta di quello edifizio si rivoltasse capo piedi, perché desiderava sommamente che la piazza arrivasse lungo Arno, acciò che tutti quelli che di Genova e de la Riviera, e di Lunigiana, del Pisano e del Luchese passassero di quivi, vedessino la magnificenza di quella fabbrica; ma perché certi, per non rovinare le case loro, non vollono, il disiderio di Filippo non ebbe effetto.
Egli dunque fece il modello della chiesa et insieme quello dell'abitazione de' frati in quel modo che sta oggi.
La lunghezza della chiesa fu braccia 161 e la larghezza braccia 54, e tanto ben ordinata, che non si può fare opera, per ordine di colonne e per altri ornamenti, né più ricca, né più vaga, né più ariosa di quella.
E nel vero, se non fusse stato dalla maladizione di coloro, che sempre per parere d'intendere più che gl'altri, guastano i principii belli delle cose, sarebbe questo oggi il più perfetto tempio di cristianità, così come per quanto egli è, è il più vago e meglio spartito di qualunque altro, se bene non è secondo il modello stato seguito; come si vede in certi principii di fuori che non hanno seguitato l'ordine del didentro, come pare che il modello volesse che le porte et il ricignimento delle finestre facesse.
Sonvi alcuni errori, che gli tacerò, attribuiti a lui, i quali si crede che egli se l'avesse seguitato di fabbricare non gli arebbe comportati, poiché ogni sua cosa con tanto giudizio, discrezione, ingegno et arte aveva ridotta a perfezzione.
Questa opera lo rendé medesimamente per uno ingegno veramente divino.
Fu Filippo facetissimo nel suo ragionamento e molto arguto nelle risposte, come fu quando egli volle mordere Lorenzo Ghiberti, che aveva còmpero un podere a Monte Morello, chiamato Lepriano, nel quale spendeva due volte più che non ne cavava entrata, che venutoli a fastidio lo vendé.
Domandato Filippo qual fusse la miglior cosa che facesse Lorenzo, pensando forse per la nimicizia che egli dovesse tassarlo, rispose: "Vendere Lepriano".
Finalmente divenuto già molto vecchio, cioè di anni 69, l'anno 1446, addì 16 d'aprile, se n'andò a miglior vita, dopo essersi affaticato molto in far quelle opere che gli fecero meritare in terra nome onorato e conseguire in cielo luogo di quiete.
Dolse infinitamente alla patria sua, che lo conobbe e lo stimò molto più morto, che non fece vivo; e fu sepellito con onoratissime esequie et onore in S.
Maria del Fiore, ancora che la sepoltura sua fusse in S.
Marco, sotto il pergamo verso la porta, dove è un'arme con due foglie di fico e certe onde verdi in campo d'oro per essere discesi i suoi del Ferarese, cioè da Ficaruolo, castello in sul Po, come dimostrano le foglie che denotano il luogo, e l'onde che significano il fiume.
Piansero costui infiniti suoi amici artefici, e massimamente i più poveri, quali di continuo beneficò.
Così dunque cristianamente vivendo, lasciò al mondo odore della bontà sua e delle egregie sue virtù.
Parmi che se gli possa attribuire che dagli antichi Greci e da' Romani in qua, non sia stato il più raro né il più eccellente di lui; e tanto più merita lode, quanto ne' tempi suoi era la maniera todesca in venerazione per tutta Italia, e dagli artefici vecchi esercitata, come in infiniti edifici si vede.
Egli ritrovò le cornici antiche, e l'ordine toscano, corinzio, dorico et ionico alle primiere forme restituì.
Ebbe un discepolo dal Borgo a Buggiano, detto il Buggiano, il quale fece l'acquaio della sagrestia di S.
Reparata con certi fanciulli che gettano acqua, e fece di marmo la testa del suo maestro ritratta di naturale, che fu posta dopo la sua morte in S.
Maria del Fiore alla porta a man destra, entrando in chiesa; dove ancora è il sottoscritto epitaffio, messovi dal publico per onorarlo dopo la morte, così come egli vivo aveva onorato la patria sua.
D.S.
Quantum Philippus, architectus arte daedalea valuerit, cum huius celeberrimi templi mira testudo, tum plures aliae divino ingenio ab eo adinventae machinae documento esse possunt.
Quapropter ob eximias sui animi dotes singularesque virtutes eius B.
M.
corpus.
XV.
Calendas Maias anno MCCCCXLVI, hac humo supposita grata patria sepeliri iussit.
Altri nientedimanco per onorarlo ancora maggiormente, gli hanno aggiunto questi altri due:
Philippo Brunellesco antiquae architecturae instauratori.
S.
P.
Q.
F.
civi suo benemerenti.
Giovan Battista Strozzi fece quest'altro:
Tal sopra sasso, sasso
di giro in giro eternamente io strussi:
che così passo passo
alto girando al ciel mi ricondussi.
Furono ancora suoi discepoli Domenico dal Lago di Lugano, Geremia da Cremona, che lavorò di bronzo benissimo, insieme con uno Schiavone, che fece assai cose in Vinezia; Simone, che doppo aver fatto in Or San Michele per l'Arte degli Speziali quella Madonna, morì a Vicovaro, facendo un gran lavoro al Conte di Tagliacozzo; Antonio e Niccolò fiorentini, che feciono in Ferrara, di metallo, un cavallo di bronzo per il duca Borso, l'anno 1461; et altri molti, de' quali troppo lungo sarebbe fare particolar menzione.
Fu Filippo male avventurato in alcune cose, perché, oltre che ebbe sempre con chi combattere, alcune delle sue fabbriche non ebbono al tempo suo, e non hanno poi avuto il loro fine.
E fra l'altre fu gran danno che i monaci degl'Angeli non potessero, come si è detto, finire quel tempio cominciato da lui, poiché dopo avere eglino speso in quello che si vede più di tremila scudi, avuti parte dall'Arte de' Mercatanti e parte dal Monte in sul quale erano i danari, fu dissipato il capitale, e la fabrica rimase e si sta imperfetta.
Laonde, come si disse nella vita di Niccolò da Uzzano, chi per cotal via disidera lasciare di ciò memorie, faccia da sé mentre che vive, e non si fidi di nessuno.
E quello che si dice di questo, si potrebbe dire di molti altri edifizii ordinati da Filippo Brunelleschi.
FINE DELLA VITA DI FILIPPO BRUNELLESCHI
VITA DI DONATO SCULTORE FIORENTINO
Donato, il quale fu chiamato dai suoi Donatello e così si sottoscrisse in alcune delle sue opere, nacque in Firenze l'anno 1383.
E dando opera all'arte del disegno, fu non pure scultore rarissimo e statuario maraviglioso, ma pratico negli stucchi, valente nella prospettiva, e nell'architettura molto stimato.
Et ebbono l'opere sue tanta grazia, disegno e bontà, ch'oltre furono tenute più simili all'eccellenti opere degl'antichi Greci e Romani, che quelle di qualunche altro fusse già mai; onde a gran ragione se gli dà grado del primo che mettesse in buono uso l'invenzione delle storie ne' bassi rilievi.
I quali da lui furono talmente operati, che alla considerazione che egli ebbe in quelli, alla facilità et al magisterio, si conosce che n'ebbe la vera intelligenza e gli fece con bellezza più che ordinaria; perciò che non che alcuno artefice in questa parte lo vincesse, ma nell'età nostra ancora non è chi l'abbia paragonato.
Fu allevato Donatello da fanciullezza in casa di Ruberto Martelli, e per le buone qualità e per lo studio della virtù sua, non solo meritò d'essere amato da lui, ma ancora da tutta quella nobile famiglia.
Lavorò nella gioventù sua molte cose delle quali, perché furono molte, non si tenne gran conto.
Ma quello che gli diede nome e lo fece, per quello che egli era, conoscere, fu una Nunziata di pietra di macigno, che in Santa Croce di Fiorenza fu posta all'altare e cappella de' Cavalcanti, alla quale fece un ornato di componimento alla grottesca, con basamento vario et attorto e finimento a quarto tondo, aggiugnendovi sei putti che reggono alcuni festoni, i quali pare che per paura dell'altezza, tenendosi abbracciati l'un l'altro, si assicurino.
Ma sopra tutto grande ingegno et arte mostrò nella figura della Vergine, la quale, impaurita dall'improvviso apparire dell'Angelo, muove timidamente con dolcezza la persona a una onestissima reverenza, con bellissima grazia rivolgendosi a chi la saluta.
Di maniera che se le scorge nel viso quella umilità e gratitudine, che del non aspettato dono si deve a chi lo fa, e tanto più quanto il dono è maggiore.
Dimostrò oltra questo Donato ne' panni di essa Madonna e dell'Angelo, lo essere bene rigirati e maestrevolmente piegati; e col cercare l'ignudo delle figure, come e' tentava di scoprire la bellezza degl'antichi, stata nascosa già cotanti anni.
E mostrò tanta facilità et artifizio in questa opera, che insomma più non si può, dal disegno e dal giudizio, dallo scarpello e dalla pratica, disiderare.
Nella chiesa medesima sotto il tramezzo, a lato della storia di Taddeo Gaddi, fece con straordinaria fatica un Crucifisso di legno, il quale quando ebbe finito, parendogli aver fatto una cosa rarissima, lo mostrò a Filippo di ser Brunellesco suo amicissimo, per averne il parere suo; il quale Filippo, che per le parole di Donato aspettava di vedere molto miglior cosa, come lo vide sorrise alquanto.
Il che vedendo Donato, lo pregò, per quanta amicizia era fra loro, che gliene dicesse il parer suo; per che Filippo, che liberalissimo era, rispose che gli pareva che egli avesse messo in croce un contadino e non un corpo simile a Gesù Cristo, il quale fu delicatissimo, et in tutte le parti il più perfetto uomo che nascesse già mai.
Udendosi mordere Donato, e più a dentro che non pensava, dove sperava essere lodato, rispose: "Se così facile fusse fare come giudicare, il mio Cristo ti parrebbe Cristo, e non un contadino: però piglia del legno e pruova a farne uno ancor tu".
Filippo, senza più farne parola, tornato a casa, senza che alcuno lo sapesse, mise mano a fare un Crucifisso, e cercando d'avanzare, per non condannar il proprio giudizio, Donato, lo condusse dopo molti mesi a somma perfezzione.
E ciò fatto, invitò una mattina Donato a desinar seco, e Donato accettò l'invito.
E così, andando a casa di Filippo di compagnia, arivati in Mercato Vecchio, Filippo comperò alcune cose, e datole a Donato, disse: "Aviati con queste cose a casa, e lì aspettami, che io ne vengo or ora".
Entrato dunque Donato in casa, giunto che fu in terreno, vide il Crucifisso di Filippo a un buon lume, e fermatosi a considerarlo, lo trovò così perfettamente finito, che vinto e tutto pieno di stupore, come fuor di sé, aperse le mani che tenevano il grembiule.
Onde cascatogli l'uova, il formaggio e l'altre robe tutte, si versò e fracassò ogni cosa; ma non restando però di far le maraviglie e star come insensato, sopragiunto Filippo, ridendo disse: "Che disegno è il tuo, Donato? Che desinaremo noi avendo tu versato ogni cosa?".
"Io per me", rispose Donato, "ho per istamani avuta la parte mia, se tu vuoi la tua, pigliatela.
Ma non più, a te è conceduto fare i Cristi, et a me i contadini."
Fece Donato, nel tempio di San Giovanni della medesima città, la sepoltura di papa Giovanni Coscia, stato deposto del pontificato dal Concilio Costanziese; la quale gli fu fatta fare da Cosimo de' Medici, amicissimo del detto Coscia; et in essa fece Donato di sua mano il morto di bronzo dorato, e di marmo la Speranza e Carità che vi sono; e Michelozzo creato suo vi fece la Fede.
Vedesi nel medesimo tempio, e dirimpetto a quest'opera, di mano di Donato una Santa Maria Maddalena di legno in penitenza, molto bella e molto ben fatta, essendo consumata dai digiuni e dall'astinenza, intanto che pare in tutte le parti una perfezzione di notomia benissimo intesa per tutto.
In Mercato Vecchio, sopra una colonna di granito, è di mano di Donato una Dovizia di macigno forte, tutta isolata, tanto ben fatta che dagl'artefici e da tutti gl'uomini intendenti è lodata sommamente.
La qual colonna, sopra cui è questa statua collocata, era già in San Giovanni, dove sono l'altre di granito che sostengono l'ordine di dentro, e ne fu levata, et in suo cambio postavi un'altra colonna accanalata, sopra la quale stava già, nel mezzo di quel tempio, la statua di Marte che ne fu levata quando i Fiorentini furono alla fede di Gesù Cristo convertiti.
Fece il medesimo, essendo ancor giovanetto, nella facciata di Santa Maria del Fiore, un Daniello profeta di marmo, e dopo un San Giovanni Evangelista che siede, di braccia quattro e con semplice abito vestito, il quale è molto lodato.
Nel medesimo luogo si vede in sul cantone, per la faccia ch'è rivolta per andare nella via del Cocomero, un vecchio fra due colonne, più simile alla maniera antica che altra cosa che di Donato si possa vedere, conoscendosi nella testa di quello i pensieri che arrecano gl'anni a coloro che sono consumati dal tempo e dalla fatica.
Fece ancora, dentro la detta chiesa, l'ornamento dell'organo che è sopra la porta della sagrestia vecchia, con quelle figure abozzate, come si è detto, che a guardarle pare veramente che siano vive e si muovino.
Onde di costui si può dire che tanto lavorasse col giudizio, quanto con le mani, atteso che molte cose si lavorano e paiono belle nelle stanze dove son fatte, che poi cavate di quivi e messe in un altro luogo et a un altro lume, o più alto, fanno varia veduta, e riescono il contrario di quello che parevano; là dove Donato faceva le sue figure, di maniera che nella stanza dove lavorava non apparivano la metà di quello che elle riuscivano migliori ne' luoghi dove ell'erano poste.
Nella sagrestia nuova, pur di quella chiesa, fece il disegno di que' fanciulli che tengono i festoni che girano intorno al fregio, e così il disegno delle figure, che si feciono nel vetro dell'occhio che è sotto la cupola, cioè quello dove è l'incoronazione di Nostra Donna, il quale disegno è tanto migliore di quelli che sono negl'altri occhi, quanto manifestamente si vede.
A San Michele in Orto di detta città, lavorò di marmo, per l'Arte de' Beccai, la statua del San Piero, che vi si vede figura savissima e mirabile; e per l'Arte de' Linaiuoli il San Marco Evangelista, il quale avendo egli tolto a fare insieme con Filippo Brunelleschi finì poi da sé, essendosi così Filippo contentato.
Questa figura fu da Donatello con tanto giudizio lavorata, che essendo in terra non conosciuta la bontà sua da chi non aveva giudizio, fu per non essere dai Consoli di quell'Arte lasciata porre in opera; per il che disse Donato che gli lasciassero metterla su, che voleva mostrare, lavorandovi attorno, che un'altra figura e non più quella ritornerebbe.
E così fatto, la turò per quindici giorni, senza altrimenti averla tocca, la scoperse, riempiendo di maraviglia ognuno.
All'Arte de' Corazzai fece una figura di S.
Giorgio armato, vivissima; nella testa della quale si conosce la bellezza nella gioventù, l'animo et il valore nelle armi, una vivacità fieramente terribile et un maraviglioso gesto di muoversi dentro a quel sasso.
E certo nelle figure moderne non s'è veduta ancora tanta vivacità, né tanto spirito in marmo, quanto la natura e l'arte operò con la mano di Donato in questa.
E nel basamento che regge il tabernacolo di quella, lavorò di marmo in basso rilievo, quando egli amazza il serpente, ove è un cavallo molto stimato e molto lodato.
Nel frontispizio fece di basso rilievo mezzo un Dio Padre, e dirimpetto alla chiesa di detto oratorio, lavorò di marmo e con l'ordine antico detto corinzio, fuori d'ogni maniera todesca, il tabernacolo per la Mercatanzia per collocare in esso due statue, le quali non volle fare perché non fu d'accordo del prezzo.
Queste figure, dopo la morte sua, fece di bronzo, come si dirà, Andrea del Verrochio.
Lavorò di marmo, nella facciata dinanzi del Campanile di S.
Maria del Fiore, quattro figure di braccia cinque, delle quali due, ritratte dal naturale, sono nel mezzo, l'una è Francesco Soderini giovane, e l'altra Giovanni di Barduccio Cherichini, oggi nominato il Zuccone.
La quale per essere tenuta cosa rarissima e bella quanto nessuna che facesse mai, soleva Donato, quando voleva giurare, sì che si gli credesse, dire: "Alla fe' ch'io porto al mio Zuccone", e mentre che lo lavorava, guardandolo tuttavia gli diceva: "Favella, favella, che ti venga il cacasangue!".
E da la parte di verso la canonica, sopra la porta del campanile, fece uno Abraam che vuole sacrificare Isaac, et un altro profeta, le quali figure furono poste in mezzo a due altre statue.
Fece per la Signoria di quella città un getto di metallo, che fu locato in piazza in un arco della loggia loro, et è Giudit che ad Oloferne taglia la testa, opera di grande eccellenza e magisterio, la quale, a chi considera la semplicità del difuori, nell'abito e nello aspetto di Giudit, manifestamente scuopre nel didentro l'animo grande di quella donna e lo aiuto di Dio, sì come nell'aria di esso Oloferne, il vino et il sonno e la morte nelle sue membra, che per avere perduti gli spiriti si dimostrano fredde e cascanti.
Questa fu da Donato talmente condotta, che il getto venne sottile e bellissimo, et appresso fu rinetta tanto bene, che maraviglia grandisima è a vederla.
Similmente il basamento, ch'e un balaustro di granito con semplice ordine, si dimostra ripieno di grazia et a gli occhi grato in aspetto.
E sì di questa opra si sodisfece, che volle, il che non aveva fatto nell'altre, porvi il nome suo, come si vede in quelle parole: Donatelli opus.
Trovasi di bronzo, nel cortile del palazzo di detti signori, un David ignudo quanto il vivo, ch'a Golia ha troncato la testa, et alzando un piede, sopra esso lo posa, et ha nella destra una spada.
La quale figura è tanto naturale nella vivacità e nella morbidezza che impossibile pare agli artefici che ella non sia formata sopra il vivo.
Stava già questa statua nel cortile di casa Medici, e per lo essilio di Cosimo in detto luogo fu portata.
Oggi il duca Cosimo, avendo fatto dove era questa statua una fonte, la fece levare, e si serba per un altro cortile, che grandissimo disegna fare dalla parte di dietro del palazzo, cioè dove già stavano i leoni.
È posto ancora nella sala dove è l'oriuolo di Lorenzo della Volpaia, da la mano sinistra, un David di marmo bellissimo, che tiene fra le gambe la testa morta di Golia sotto i piedi, e la fromba ha in mano, con la quale l'ha percosso.
In casa Medici, nel primo cortile, sono otto tondi di marmo, dove sono ritratti cammei antichi e rovesci di medaglie et alcune storie fatte da lui molto belle, quali sono murati nel fregio, fra le finestre e l'architrave, sopra gli archi delle logge.
Similmente la restaurazione d'un Marsia di marmo bianco antico, posto all'uscio del giardino, et una infinità di teste antiche poste sopra le porte, restaurate e da lui acconce con ornamenti d'ali e di diamanti, impresa di Cosimo, a stucchi benissimo lavorati.
Fece di granito un bellissimo vaso che gettava acqua; et al giardino de' Pazzi in Fiorenza, un altro simile ne lavorò che medesimamente getta acqua.
Sono in detto palazzo de' Medici Madonne di marmo e di bronzi di basso rilievo, et altre storie di marmi, di figure bellissime e di schiacciato rilievo maravigliose.
E fu tanto l'amore che Cosimo portò alla virtù di Donato, che di continuo lo faceva lavorar; et allo incontro ebbe tanto amore verso Cosimo Donato ch'ad ogni minimo suo cenno indovinava tutto quel che voleva, e di continuo lo ubbidiva.
Dicesi che un mercante genovese fece fare a Donato una testa di bronzo quanto il vivo, bellissima, e per portarla lontano sottilissima, e che per mezzo di Cosimo tale opra gli fu allogata.
Finitala adunque, volendo il mercante sodisfarlo, gli parve che Donato troppo ne chiedesse, per che fu rimesso in Cosimo il mercato, il quale, fattala portare in sul cortile disopra di quel palazzo, la fece porre fra i merli che guardano sopra la strada, perché meglio si vedesse.
Cosimo dunque, volendo accomodare la differenza, trovò il mercante molto lontano da la chiesta di Donato; per che, voltatosi, disse ch'era troppo poco.
Laonde il mercante, parendogli troppo, diceva che in un mese o poco più lavorata l'aveva Donato, e che gli toccava più d'un mezzo fiorino per giorno.
Si volse allora Donato con collera, parendogli d'essere offeso troppo, e disse al mercante che in un centesimo d'ora averebbe saputo guastare la fatica e 'l valore d'uno anno; e dato d'urto alla testa, subito su la strada la fece ruinare, della quale se ne fer molti pezzi, dicendogli che ben mostrava d'essere uso a mercatar fagiuoli e non statue.
Per che egli pentitosi, gli volle dare il doppio più, perché la rifacesse, e Donato non volle per sue promesse, né per prieghi di Cosimo, rifarla già mai.
Sono nelle case de' Martelli di molte storie di marmo e di bronzo, et infra gli altri, un David di braccia tre, e molte altre cose da lui, in fede della servitù e dell'amore ch'a tal famiglia portava, donate liberalissimamente; e particularmente un S.
Giovanni tutto tondo di marmo, finito da lui, di tre braccia d'altezza, cosa rarissima oggi in casa gli eredi di Ruberto Martelli, del quale fu fatto un fideicommisso, che né impegnare né vendere né donare si potesse, senza gran pregiudizio per testimonio e fede delle carezze usate da loro a Donato, e da esso a loro in riconoscimento de la virtù sua, la quale per la protezzione e per il comodo avuto da loro aveva imparata.
Fece ancora, e fu mandata a Napoli, una sepoltura di marmo per uno arcivescovo, che è in S.
Angelo di Seggio di Nido, nella quale son tre figure tonde, che la cassa del morto con la testa sostengono, e nel corpo della cassa è una storia di basso rilievo sì bella, che infinite lode se le convengono.
Et in casa del Conte di Matalone, nella città medesima, è una testa di cavallo di mano di Donato tanto bella che molti la credono antica.
Lavorò nel castello di Prato il pergamo di marmo dove si mostra la cintola, nello spartimento del quale un ballo di fanciulli intagliò sì belli e sì mirabili che si può dire che non meno mostrasse la perfezzione dell'arte in questo che e' si facesse nelle altre cose.
Di più fece, per reggimento di detta opera, due capitelli di bronzo, uno dei quali vi è ancora, e l'altro dagli Spagnuoli, che quella terra misero a sacco, fu portato via.
Avvenne che in quel tempo la Signoria di Vinegia, sentendo la fama sua, mandò per lui acciò che facesse la memoria di Gattamelata nella città di Padova, onde egli vi andò ben volentieri, e fece il cavallo di bronzo che è in sulla piazza di S.
Antonio; nel quale si dimostra lo sbuffamento et il fremito del cavallo et il grande animo e la fierezza vivacissimamente espressa dalla arte nella figura che lo cavalca.
E dimostrossi Donato tanto mirabile nella grandezza del getto in proporzioni et in bontà, che veramente si può aguagliare a ogni antico artefice, in movenza, disegno, arte, proporzione e diligenza.
Perché non solo fece stupire allora que' che lo videro, ma ogni persona che al presente lo vede.
Per la qual cosa cercarono i Padovani con ogni via di farlo lor cittadino, e con ogni sorte di carezze fermarlo.
E per intrattenerlo gli allogarono a la chiesa de' Frati Minori, nella predella dello altar maggiore, le istorie di S.
Antonio da Padova, le quali sono di basso rilievo e talmente con giudicio condotte, che gli uomini eccellenti di quell'arte ne restano maravigliati e stupiti; considerando in esse i belli e variati componimenti, con tanta copia di stravaganti figure e prospettive diminuiti.
Similmente nel dossale dello altare, fece bellissime le Marie che piangono il Cristo morto.
Et in casa d'un de' conti Capo di Lista, lavorò una ossatura d'un cavallo di legname che senza collo ancora oggi si vede, nella quale le commettiture sono con tanto ordine fabbricate che chi considera il modo di tale opera giudica il capriccio del suo cervello e la grandezza dello animo di quello.
In un monastero di monache fece un S.
Sebastiano di legno, a' preghi d'un capellano loro amico e domestico suo, che era fiorentino; il quale gliene portò uno che elle avevano vecchio e goffo, pregandolo che e' lo dovesse fare come quello.
Per la qual cosa, sforzandosi Donato di imitarlo per contentare il capellano e le monache, non poté far sì che, ancora che quello che goffo era, imitato avesse, non facesse nel suo la bontà e l'artificio usato.
In compagnia di questo, molte altre figure di terra e di stucco fece; e di un cantone d'un pezzo di marmo vecchio, che le dette monache in un loro orto avevano, ricavò una molto bella Nostra Donna.
E similmente per tutta quella città sono opre di lui infinitissime.
Onde, essendo per miracolo quivi tenuto e da ogni intelligente lodato, si deliberò di voler tornare a Fiorenza, dicendo che se più stato vi fosse, tutto quello che sapeva dimenticato s'averebbe, essendovi tanto lodato da ognuno; e che volentieri nella sua patria tornava, per esser poi colà di continuo biasimato; il quale biasmo gli dava cagione di studio, e consequentemente di gloria maggiore.
Per il che, di Padova partitosi, nel suo ritorno a Vinegia, per memoria della bontà sua, lasciò in dono alla nazione fiorentina per la loro cappella ne' Frati Minori, un S.
Giovan Batista di legno, lavorato da lui con diligenza e studio grandissimo.
Nella città di Faenza lavorò di legname un S.
Giovanni et un S.
Girolamo, non punto meno stimati che l'altre cose sue.
Appresso, ritornatosene in Toscana, fece nella Pieve di Monte Pulciano una sepoltura di marmo con una bellissima storia, et in Fiorenza, nella sagrestia di S.
Lorenzo, un lavamani di marmo, nel quale lavorò parimente Andrea Verrocchio.
Et in casa di Lorenzo della Stuffa fece teste e figure molto pronte e vivaci.
Partitosi poi da Fiorenza, a Roma si trasferì, per cercar d'imitare le cose degli antichi più che poté, e quelle studiando, lavorò di pietra in quel tempo un tabernacolo del Sacramento che oggidì si truova in S.
Pietro.
Ritornando a Fiorenza, e da Siena passando, tolse a fare una porta di bronzo per il batistero di S.
Giovanni, et avendo fatto il modello di legno e le forme di cera quasi tutte finite, et a buon termine con la cappa condottele per gittarle, vi capitò Bernardetto di Mona Papera orafo fiorentino, amico e domestico suo, il quale, tornando da Roma, seppe tanto fare e dire che, o per sue bisogne, o per altra cagione, ricondusse Donato a Firenze, onde quell'opera rimase imperfetta, anzi non cominciata.
Solo restò, nell'opera del Duomo di quella città, di sua mano, un S.
Giovanni Battista di metallo, al quale manca il braccio destro dal gomito in su, e ciò si dice avere fatto Donato per non essere stato sodisfatto dell'intero pagamento.
Tornato dunque a Firenze, lavorò a Cosimo de' Medici, in S.Lorenzo, la sagrestia di stucco, cioè ne' peducci della volta quattro tondi co' campi di prospettiva, parte dipinti e parte di bassi rilievi di storie degl'Evangelisti.
Et in detto luogo fece due porticelle di bronzo di basso rilievo bellissime, con gli Apostoli, co' martiri e' confessori; e sopra quelle alcune nicchie piane, dentrovi nell'una un San Lorenzo et un S.
Stefano; e nell'altra S.
Cosimo e Damiano.
Nella crociera della chiesa lavorò di stucco quattro santi di braccia cinque l'uno, i quali praticamente sono lavorati.
Ordinò ancora i pergami di bronzo dentrovi la passion di Cristo; cosa che ha in sé disegno, forza, invenzione et abbondanza di figure e casamenti, quali non potendo egli per vecchiezza lavorare, finì Bertoldo suo creato et a ultima perfezzione li ridusse.
A Santa Maria del Fiore fece due colossi di mattoni e di stucco, i quali sono fuora della chiesa, posti in sui canti delle cappelle per ornamento.
Sopra la porta di Santa Croce si vede ancor oggi, finito di suo, un San Lodovico di bronzo di cinque braccia, del quale, essendo incolpato che fosse goffo e forse la manco buona cosa che avesse fatto mai, rispose che a bello studio tale l'aveva fatto, essendo egli stato un goffo a lasciare il reame per farsi frate.
Fece il medesimo la testa della moglie del detto Cosimo de' Medici, di bronzo, la quale si serba nella guardaroba del signor duca Cosimo, dove sono molte altre cose di bronzo e di marmo, di mano di Donato; e fra l'altre, una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, dentro nel marmo di schiacciato rilievo de la quale non è possibile vedere cosa più bella: e massimamente avendo un fornimento intorno, di storie fatte di minio da fra' Bartolomeo che sono mirabili, come si dirà al suo luogo.
Di bronzo ha il detto signor duca, di mano di Donato, un bellissimo, anzi miracoloso Crucifisso, nel suo studio dove sono infinite anticaglie rare e medaglie bellissime.
Nella medesima guardaroba è in un quadro di bronzo di basso rilievo, la Passione di Nostro Signore con gran numero di figure; et in un altro quadro pur di metallo, un'altra Crucifissione.
Similmente in casa degli eredi di Iacopo Caponi, che fu ottimo cittadino e vero gentiluomo, è un quadro di Nostra Donna di mezzo rilievo nel marmo, che è tenuto cosa rarissima.
Messer Antonio de' Nobili ancora, il quale fu depositario di sua eccellenza, aveva in casa un quadro di marmo, di mano di Donato, nel quale è di basso rilievo una mezza Nostra Donna tanto bella, che detto Messer Antonio la stimava quanto tutto l'aver suo.
Né meno fa Giulio suo figliuolo, giovane di singolar bontà e giudizio et amator de' virtuosi e di tutti gl'uomini eccellenti.
In casa ancora di Giovambatista d'Agnol Doni, gentiluomo fiorentino, è un Mercurio di metallo, di mano di Donato, alto un braccio e mezzo, tutto tondo, e vestito in un certo modo bizzarro, il quale è veramente bellissimo e non men raro che l'altre cose che adornano la sua bellissima casa.
Ha Bartolomeo Gondi, del quale si è ragionato nella vita di Giotto, una Nostra Donna di mezzo rilievo fatta da Donato con tanto amore e diligenza, che non è possibile veder meglio, né imaginarsi come Donato scherzasse nell'acconciatura del capo e nella leggiadria dell'abito, ch'ell'ha indosso.
Parimente Messer Lelio Torelli, primo auditore e segretario del signor duca, e non meno amator di tutte le scienze, virtù e professioni onorate, che eccellentissimo iurisconsulto, ha un quadro di Nostra Donna di marmo, di mano dello stesso Donatello.
Del quale chi volesse pienamente raccontare la vita, l'opere che fece, sarebbe troppo più lunga storia che non è di nostra intenzione nello scrivere le Vite de' nostri artefici; perciò che, non che nelle cose grandi delle quali si è detto a bastanza, ma ancora a menomissime cose dell'arte pose la mano, facendo arme di casate ne' camini e nelle facciate delle case de' cittadini, come si può vederne una bellissima, nella casa [de' Sommai] che è dirimpetto al fornaio della Vacca.
Fece anco, per la famiglia de' Martelli, una cassa a uso di zana fatta di vimini, perché servisse per sepoltura; ma è sotto la chiesa di San Lorenzo, perché di sopra non appariscono sepolture di nessuna sorte, se non l'epitaffio di quella di Cosimo de' Medici, che nondimeno ha la sua apritura di sotto come l'altre.
Dicesi che Simone, fratello di Donato, avendo lavorato il modello della sepoltura di papa Martino Quinto, mandò per Donato, che la vedesse inanzi che la gettasse.
Onde, andando Donato a Roma, vi si trovò appunto quando vi era Gismondo imperatore per ricevere la corona da papa Eugenio Quarto; per che fu forzato, in compagnia di Simone, adoperarsi in fare l'onoratissimo apparato di quella festa, nel che si acquistò fama et onore grandissimo.
Nella guardaroba ancora del signor Guidobaldo, duca d'Urbino, è di mano del medesimo una testa di marmo bellissima, e si stima che fusse data agli antecessori di detto duca dal Magnifico Giuliano de' Medici, quando si tratteneva in quella corte piena di virtuosissimi signori.
Insomma Donato fu tale e tanto mirabile in ogni azzione, che e' si può dire che in pratica, in giudizio et in sapere, sia stato de' primi a illustrare l'arte della scultura e del buon disegno ne' moderni; e tanto più merita commendazione, quanto nel tempo suo le antichità non erano scoperte sopra la terra, dalle colonne, i pili e gli archi trionfali in fuora.
Et egli fu potissima cagione che a Cosimo de' Medici si destasse la volontà dell'introdurre a Fiorenza le antichità, che sono et erano in casa Medici, le quali tutte di sua mano acconciò.
Era liberalissimo, amorevole e cortese, e per gl'amici migliore che per sé medesimo; né mai stimò danari, tenendo quegli in una sporta con una fune al palco appiccati, onde ogni suo lavorante et amico pigliava il suo bisogno, senza dirgli nulla.
Passò la vecchiezza allegrissimamente, e venuto in decrepità, ebbe ad essere soccorso da Cosimo e da altri amici suoi, non potendo più lavorare.
Dicesi che venendo Cosimo a morte lo lasciò raccomandato a Piero suo figliuolo, il quale, come diligentissimo esecutore della volontà di suo padre, gli donò un podere in Cafaggiuolo, di tanta rendita che e' ne poteva vivere comodamente.
Di che fece Donato festa grandissima, parendoli essere con questo più che sicuro di non avere a morir di fame.
Ma non lo tenne però un anno, che ritornato a Piero, glielo rinunziò per contratto publico, affermando che non voleva perdere la sua quiete per pensare alla cura famigliare et alla molestia del contadino, il quale ogni terzo dì gli era intorno, quando perché il vento gli aveva scoperta la colombaia, quando perché gli erano tolte le bestie dal Commune per le gravezze, e quando per la tempesta che gli aveva tolto il vino e le frutte.
Delle quali cose era tanto sazio et infastidito, che e' voleva innanzi morir di fame che avere a pensare a tante cose.
Rise Piero della semplicità di Donato, e per liberarlo di questo affanno, accettato il podere, che così volle al tutto Donato, gli assegnò in sul banco suo una provisione della medesima rendita, o più, ma in danari contanti, che ogni settimana gli erano pagati per la rata che gli toccava; del che egli sommamente si contentò.
E servitore et amico della casa de' Medici, visse lieto e senza pensieri tutto il restante della sua vita, ancora che conduttosi ad 83 anni, si trovasse tanto parletico che e' non potesse più lavorare in maniera alcuna, e si conducesse a starsi nel letto continovamente, in una povera casetta che aveva nella via del Cocomero, vicino alle monache di San Niccolò.
Dove peggiorando di giorno in giorno, e consumandosi a poco a poco, si morì il dì 13 di dicembre 1466.
E fu sotterrato nella chiesa di San Lorenzo, vicino alla sepoltura di Cosimo, come egli stesso aveva ordinato, a cagione che così gli fusse vicino il corpo già morto, come vivo sempre gli era stato presso con l'animo.
Dolse infinitamente la morte sua a' cittadini, agli artefici et a chi lo conobbe vivo.
Laonde, per onorarlo più nella morte che e' non avevano fatto nella vita, gli fecero essequie onoratissime nella predetta chiesa; accompagnandolo tutti i pittori, gli architetti, gli scultori, gli orefici e quasi tutto il popolo di quella città.
La quale non cessò per lungo tempo di componere in sua lode varie maniere di versi in diverse lingue, de' quali a noi basta por questi soli che disotto si leggono.
Ma prima che io venga agl'epitaffii, non sarà se non bene ch'io racconti di lui ancor questo.
Essendo egli amalato, poco inanzi che si morisse, l'andarono a trovare alcuni suoi parenti, e poi che l'ebbono, come s'usa, salutato e confortato, gli dissero che suo debito era lasciar loro un podere che egli aveva in quel di Prato, ancor che piccolo fusse e di pochissima rendita, e che di ciò lo pregavano strettamente.
Ciò udito Donato, che in tutte le sue cose aveva del buono, disse loro: "Io non posso compiacervi, parenti miei, perché io voglio, e così mi pare ragionevole, lasciarlo al contadino che l'ha sempre lavorato e vi ha durato fatica; e non a voi, che senza avergli mai fatto utile nessuno, né altro che pensar d'averlo, vorreste con questa vostra visita che io ve lo lasciassi; andate, che siate benedetti".
E in verità così fatti parenti, che non hanno amore se non quanto è l'utile o la speranza di quello, si deono in questa guisa trattare.
Fatto dunque venire il notaio, lasciò il detto podere al lavoratore che sempre l'aveva lavorato, e che forse nelle bisogne sue si era meglio, che que' parenti fatto non avevano, verso di sé portato.
Le cose dell'arte lasciò ai suoi discepoli, i quali furono: Bertoldo scultore fiorentino, che l'imitò assai, come si può vedere in una battaglia in bronzo d'uomini a cavallo, molto bella, la quale è oggi in guardaroba del signor duca Cosimo, Nanni d'Anton di Banco, che morì inanzi a lui, il Rossellino, Disiderio e Vellano da Padoa.
Et insomma dopo la morte di lui si può dire che suo discepolo sia stato chiunche ha voluto far bene di rilievo.
Nel disegnar fu risoluto, e fece i suoi disegni con sì fatta pratica e fierezza, che non hanno pari, come si può vedere nel nostro libro, dove ho di sua mano disegnate figure vestite e nude, animali, che fanno stupire chi gli vede et altre così fatte cose bellissime.
Il ritratto suo fu fatto da Paulo Ucelli, come si è detto nella sua vita.
Gl'epitaffii son questi:
Sculptura H.
M.
a Florentinis fieri voluit Donatello, utpote homini, qui ei, quod jam diu optimis artificibus multisque saeculis, tum nobilitatis tum nominis acquisitum fuerat, iniuriave tempor.
perdiderat ipsa, ipse unus una vita infinitisque operibus cumulatiss.
restituerit, et patriae benemerenti huius restitutae virtutis palmam reportarit.
Excudit nemo spirantia mollius aera:
vera cano: cernes marmora viva loqui.
Graecorum sileat prisca admirabilis aetas
compendibus statuas continuisse Rhodon.
Nectere namque magis fuerant haec vincula digna
istius egregias artificis statuas.
Quanto con dotta mano alla scultura
già fecer molti, or sol Donato ha fatto:
renduto ha vita a' marmi, affetto et atto:
che più, se non parlar, può dar natura?
Delle opere di costui restò così pieno il mondo, che bene si può affermare con verità nessuno artefice aver mai lavorato più di lui.
Imperò che, dilettandosi d'ogni cosa, a tutte le cose mise le mani, senza guardare che elle fossero o vili o di pregio.
E fu nientedimanco necessarissimo alla scultura il tanto operare di Donato in qualunque spezie di figure tonde, mezze, basse e bassissime; per che sì come ne' tempi buoni degli antichi Greci e Romani, i molti la fecero venir perfetta, così egli solo con la moltitudine delle opere, la fece ritornare perfetta e maravigliosa nel secol nostro.
Laonde gli artefici debbono riconoscere la grandezza della arte, più da costui che da qualunche altro che sia nato modernamente, avendo egli oltra il facilitare le difficultà della arte, con la copia delle opre sue congiunto insieme la invenzione, il disegno, la pratica, il giudizio et ogni altra parte, che da un ingegno divino si possa o debbia mai aspettare.
Fu Donato resolutissimo e presto, e con somma facilità condusse tutte le cose sue, et operò sempremai assai più di quello che e' promise.
Rimase a Bertoldo, suo creato, ogni suo lavoro; e massimamente i pergami di bronzo di S.
Lorenzo che da lui furono poi rinetti la maggior parte, e condotti a quel termine che e' si veggono in detta chiesa.
Non tacerò che avendo il dottissimo e molto reverendo don Vincenzio Borghini, del quale si è di sopra ad altro proposito ragionato, messo insieme in un gran libro infiniti disegni d'eccellenti pittori e scultori, così antichi come moderni, egli in due carte, dirimpetto l'una all'altra, dove sono disegni di mano di Donato e di Michelagnolo Bonarroti, ha fatto nell'ornamento, con molto giudizio, questi due motti greci: a Donato: "e Donatos Bonarreraotizei" et a Michelagnolo, "e Bonarreraeotos Donatizei" in latino suonano: Aut Donatus Bonarrotum exprimit et refert, aut Bonarrotus Donatum.
E nella nostra lingua: O lo spirito di Donato opera nel Buonarroto, o quello di Buonarroto antecipò di operare in Donato.
FINE DELLA VITA DI DONATO SCULTORE FIORENTINO
VITA DI MICHELOZZO MICHELOZZI PITTORE SCULTORE ET ARCHITETTO FIORENTINO
Se chiunche in questo mondo vive, credesse d'avere a vivere quando non si può più operare, non si condurrebbono molti a mendicare nella loro vecchiezza quello che senza risparmio alcuno consumarono in gioventù, quando i copiosi e larghi guadagni, acecando il vero discorso, gli facevano spendere oltre il bisogno, e molto più che non conveniva.
Imperò che, atteso quanto mal volentieri è veduto chi da molto è venuto al poco, deve ognuno ingegnarsi onestamente però e con la via del mezzo di non avere in vecchiezza a mendicare.
E chi farà come Michelozzo, il quale in questo non imitò Donato suo maestro, ma sì bene nelle virtù, viverà onoratamente tutto il tempo di sua vita e non averà bisogno negl'ultimi anni d'andarsi procacciando miseramente il vivere.
Attese dunque Michelozzo nella sua giovinezza con Donatello alla scultura et ancora al disegno; e quantunque gli si dimostrasse difficile, s'andò sempre nondimeno aiutando con la terra, con la cera e col marmo, di maniera che nell'opre che egli fece poi, mostrò sempre ingegno e gran virtù.
Ma in una avanzò molti e se stesso, cioè che dopo il Brunellesco fu tenuto il più ordinato architettore de' tempi suoi, e quello che più agiatamente dispensasse et accomodasse l'abitazioni de' palazzi, conventi e case, e quello che con più giudizio le ordinasse meglio, come a suo luogo diremo.
Di costui si valse Donatello molti anni, perché aveva gran pratica nel lavorare di marmo e nelle cose de' getti di bronzo; come ne fa fede in S.
Giovanni di Fiorenza nella sepoltura che fu fatta, come si disse, da Donatello per papa Giovanni Coscia, perché la maggior parte fu condotta da lui, e vi si vede ancora di sua mano una statua di braccia due e mezzo, d'una Fede che v'è di marmo molto bella, in compagnia d'una Speranza e Carità fatta da Donatello della medesima grandezza, che non perde da quelle.
Fece ancora Michelozzo sopra alla porta della sagrestia et Opera dirimpetto a S.
Giovanni, un San Giovannino di tondo rilievo lavorato con diligenza; il qual fu lodato assai.
Fu Michelozzo tanto familiare di Cosimo de' Medici, che conosciuto l'ingegno suo, gli fece fare il modello della casa e palazzo che è sul canto di via Larga, di costa a S.
Giovannino, parendogli che quello che aveva fatto (come si disse) Filippo di ser Brunellesco fusse troppo sontuoso e magnifico e da recargli fra i suoi cittadini piuttosto invidia che grandezza o ornamento alla città o comodo a sé; per il che piaciutoli quello che Michelozzo aveva fatto, con suo ordine lo fece condurre a perfezzione in quel modo che si vede al presente, con tante utili e belle commodità e graziosi ornamenti, quanto si vede; i quali hanno maestà e grandezza nella simplicità loro; e tanto più merita lode Michelozzo, quanto questo fu il primo che in quella città fusse stato fatto con ordine moderno, e che avesse in sé uno spartimento di stanze utili e bellissime.
Le cantine sono cavate mezze sotto terra, cioè 4 braccia e tre sopra per amore de' lumi, et accompagnate da canove e dispense.
Nel primo piano terreno sono due cortili con logge magnifiche, nelle quali rispondono salotti, camere, anticamere, scrittoi, destri, stufe, cucine, pozzi, scale segrete e publiche agiatissime.
E sopra ciascun piano sono abitazioni e appartamenti per una famiglia, con tutte quelle commodità che possono bastare, nonché a un cittadino privato com'era allora Cosimo, ma a qual si voglia splendidissimo et onoratissimo re, onde a' tempi nostri vi sono allogiati comodamente re, imperatori, papi e quanti illustrissimi principi sono in Europa, con infinita lode, così della magnificenza di Cosimo come della eccellente virtù di Michelozzo nella architettura.
Essendo l'anno 1433 Cosimo mandato in esilio, Michelozzo, che lo amava infinitamente e gli era fidelissimo, spontaneamente lo accompagnò a Vinezia e seco volle sempre, mentre vi stette, dimorare; là, dove, oltre a molti disegni e modelli che vi fece di abitazioni private e publiche, ornamenti per gl'amici di Cosimo e per molti gentiluomini, fece, per ordine e a spese di Cosimo, la libreria del monasterio di San Giorgio Maggiore, luogo de' monaci Neri di Santa Iustina, che fu finita non solo di muraglia, di banchi, di legnami et altri ornamenti, ma ripiena di molti libri.
E questo fu il trattenimento e lo spasso di Cosimo in quell'esilio, dal quale essendo l'anno 1434 richiamato alla patria, tornò quasi trionfante, e Michelozzo con esso lui.
Standosi dunque Michelozzo in Fiorenza, il palazzo publico della Signoria cominciò a minacciare rovina, perché alcune colonne del cortile pativano, o fusse ciò perché il troppo peso di sopra le caricasse, o pure il fondamento debole e bieco, e forse ancora perché erano di pezzi mal commessi e mal murati.
Ma qualunque di ciò fusse la cagione, ne fu dato cura a Michelozzo, il quale volentieri accettò l'impresa, perché in Vinezia presso a S.
Barnaba aveva proveduto a un pericolo simile in questo modo: un gentiluomo, il quale aveva una casa che stava in pericolo di rovinare, ne diede la cura a Michelozzo, onde egli (secondo che già mi disse Michelagnolo Bonarroti) fatto fare segretamente una colonna e messi a ordine puntegli assai, cacciò il tutto in una barca et in quella entrato con alcuni maestri, in una notte ebbe puntellata la casa e rimessa la colonna.
Michelozzo dunque, da questa sperienza fatto animoso, riparò al pericolo del palazzo e fece onor a sé et a chi l'aveva favorito in fargli dare cotal carico; e rifondò e rifece le colonne in quel modo che oggi stanno; avendo fatto prima una travata spessa di puntelli e di legni grossi per lo ritto, che reggevano le centine degli archi fatti di pancone di noce, per le vòlte che venivano del pari a reggere unitamente il peso che prima sostenevano le colonne; et a poco a poco cavate quelle che erano in pezzi mal commessi, rimesse di nuovo l'altre di pezzi, lavorate con diligenza; in modo che non patì la fabbrica cosa alcuna né mai ha mosso un pelo; e perché si riconoscessino le sue colonne dall'altre, ne fece alcune a otto facce, in su' canti con capitelli che hanno intagliato le foglie alla foggia moderna, et altre tonde, le quali molto bene si riconoscano dalle vecchie che già vi fece Arnolfo.
Dopo, per consiglio di Michelozzo, da chi governava allora la città fu ordinato che si dovesse ancora, sopra gl'archi di quelle colonne, scaricare et alleggerire il peso di quelle mura che vi erano, e rifar di nuovo tutto il cortile dagli archi in su, con ordine di finestre alla moderna, simili a quelle che per Cosimo aveva fatto nel cortile del palazzo de' Medici; e che si sgraffisse a bozzi per le mura, per mettervi que' gigli d'oro che ancora vi si veggono al presente, il che tutto fece far Michelozzo con prestezza, facendo al dritto delle finestre di detto cortile nel secondo ordine, alcuni tondi che variassino dalle finestre su dette, per dar lume alle stanze di mezzo, che son sopra alle prime, dov'è oggi la sala de' Dugento.
Il terzo piano poi, dove abitavano i signori e il gonfaloniere, fece più ornato, spartendo in fila dalla parte di verso S.
Piero Scaraggio, alcune camere per i signori che prima dormivano tutti insieme in una medesima stanza, le quali camere furono otto per i signori et una maggiore per il gonfaloniere, che tutte rispondevano in un andito che aveva le finestre sopra il cortile.
E di sopra fece un altro ordine di stanze commode per la famiglia del palazzo, in una delle quali, dove è oggi la depositeria, è ritratto ginocchioni dinanzi a una Nostra Donna, Carlo, figliuolo del re Ruberto, duca di Calavria, di mano di Giotto.
Vi fece similmente le camere de' donzelli, tavolaccini, trombetti, musici, pifferi, mazzieri, comandatori et araldi, e tutte l'altre stanze che a un così fatto palazzo si richieggono.
Ordinò anco in cima del ballatoio una cornice di pietre, che girava intorno al cortile; et appresso a quella una conserva d'acqua che si ragunava quando pioveva, per far gittar fonti posticce a certi tempi.
Fece far ancora Michelozzo l'acconcime della cappella dove s'ode la messa, et appresso a quella molte stanze e palchi ricchissimi, dipinti a gigli d'oro in campo azzurro.
Et alle stanze di sopra e di sotto di quel palazzo fece fare altri palchi e ricoprire tutti i vecchi che vi erano stati fatti inanzi all'antica.
Et insomma gli diede tutta quella perfezzione che a tanta fabrica si conveniva; e l'acque de' pozzi fece, che si conducevano insino sopra l'ultimo piano e che con una ruota si attignevano più agevolmente che non si fa per l'ordinario.
A una cosa sola non potette l'ingegno di Michelozzo rimediare, cioè alla scala publica, perché da principio fu male intesa, posta in mal luogo e fatta malagevole, erta e senza lumi, con gli scaglioni di legno dal primo piano in su; s'affaticò nondimeno di maniera che all'entrata del cortile fece una salita di scaglioni tondi et una porta con pilastri di pietra forte e con bellissimi capitelli intagliati di sua mano, et una cornice architravata doppia, con buon disegno, nel fregio della quale accomodò tutte l'arme del comune.
E, che è più, fece tutte le scale di pietra forte insino al piano dove stava la Signoria; e le fortificò in cima et a mezzo con due saracinesche, per i casi de' tumulti; et a sommo della scala fece una porta che si chiamava la catena, dove stava del continuo un tavolaccino che apriva e chiudeva, secondo che gli era commesso da chi governava.
Riarmò la torre del campanile, che era crepata per il peso di quella parte che posa in falso, cioè sopra i beccatelli di verso la piazza, con cigne grandissime di ferro.
E finalmente bonificò e restaurò di maniera questo palazzo, che ne fu da tutta la città comendato, e fatto, oltre agl'altri premii, di Collegio; il quale magistrato è in Firenze onorevole molto.
E se a qualcuno paresse che io mi fussi in questo forse più disteso che bisogno non era, ne merito scusa, perché dopo aver mostrato nella vita d'Arnolfo la sua prima edificazione, che fu l'anno 1298, fatta fuor di squadra e d'ogni ragionevole misura, con colonne dispari nel cortile, archi grandi e piccoli, scale mal commode e stanze bieche e sproporzionate, faceva bisogno che io dimostrasse ancora a qual termine lo riducesse l'ingegno e giudizio di Michelozzo, se bene anch'egli non l'accommodò in modo che si potesse agiatamente abitarvi, né altrimenti che con disagio e scommodo grandissimo.
Essendovi finalmente venuto ad abitar, l'anno 1538, il signor duca Cosimo, cominciò sua eccellenza a ridurlo a miglior forma, ma perché non fu mai inteso né saputo essequire il concetto del Duca da quegli architetti che in quell'opera molti anni lo servirono, egli si diliberò di vedere se si poteva, senza guastare il vecchio nel quale era pur qualcosa di buono, racconciare, facendo, secondo che egli aveva nello animo, le scale e le stanze scommode e disagiose, con miglior ordine, commodità e proporzione.
Fatto dunque venire da Roma Giorgio Vasari pittore et architetto aretino, il quale serviva papa Giulio Terzo, gli diede commessione che non solo accommodasse le stanze che aveva fatto cominciare nell'apartato di sopra, dirimpetto alla piazza del grano (come che rispetto alla pianta di sotto fussero bieche), ma che ancora andasse pensando se quel palazzo si potesse, senza guastare quel che era fatto, ridurre di dentro in modo che per tutto si caminasse da una parte all'altra, e dall'un luogo all'altro, per via di scale segrete e publiche, e più piane che si potesse.
Giorgio adunque, mentre che le dette stanze cominciate si adornavano di palchi messi d'oro e di storie di pittura a olio, e le facciate di pitture a fresco, et in alcune altre si lavorava di stucchi, levò la pianta di tutto quel palazzo, e nuovo e vecchio, che lo gira intorno.
E dopo, dato ordine con non piccola fatica e studio a quanto voleva fare, cominciò a ridurlo a poco a poco in buona forma et a riunire, senza guastare quasi punto di quello che era fatto, le stanze disunite, che prima erano quale alta e quale bassa ne' piani.
Ma perché il signor Duca vedesse il disegno del tutto, in spazio di sei mesi ebbe condotto un modello di legname ben misurato, di tutta quella machina che più tosto ha forma e grandezza di castello che di palazzo.
Il quale modello essendo piacciuto al Duca, si è secondo quello unito e fatto molte commode stanze e scale agiate publiche e segrete, che rispondono in su tutti i piani; e per cotal modo rendute libere le sale che erano come una publica strada, non si potendo prima salire di sopra senza passar per mezzo di quelle; et il tutto si è di varie e diverse pitture magnificamente adornato.
Et in ultimo si è alzato il tetto della sala grande più di quello che egli era dodici braccia, di maniera che se Arnolfo, Michelozzo e gli altri, che dalla prima pianta in poi vi lavorarono, ritornasseno in vita, non lo riconoscerebbono, anzi crederebbono che fusse, non la loro, ma una nuova muraglia, et un altro edifizio.
Ma tornando oggimai a Michelozzo, dico che essendo dato ai frati di S.
Domenico da Fiesole la chiesa di S.
Giorgio, non vi stettono se non da mezzo luglio in circa insino a tutto gennaio; per che avendo ottenuto per loro Cosimo de' Medici e Lorenzo suo fratello, da papa Eugenio, la chiesa e convento di S.
Marco, dove prima stavano monaci Salvestrini e dato loro in quel cambio San Giorgio detto, ordinarono, come inclinati molto alla religione e al servigio e culto divino, che secondo il disegno e modello di Michelozzo si facesse il detto convento di S.
Marco tutto di muovo et amplissimo e magnifico, e con tutte quelle commodità che i detti frati sapessono migliori disiderare.
A che dato principio l'anno 1437, la prima cosa si fece quella parte che risponde sopra il reffettorio vecchio, dirimpetto alle spalle del Duca, le quali fece già murare il duca Lorenzo de' Medici; nel qual luogo furono fatte venti celle, messo il tetto et al reffettorio fatti i fornimenti di legname e finito nella maniera che si sta ancor oggi.
E per allora non si seguitò più oltre, per stare a vedere che fine dovesse avere una lite che sopra il detto convento aveva mosso contra i frati di S.
Marco, un maestro Stefano, generale di detti Salvestrini.
La quale finita in favore de' detti frati di S.
Marco, si ricominciò a seguitare la muraglia; ma perché la cappella maggiore, stata edificata da ser Pino Bonacorsi, era dopo venuta in una donna de' Caponsacchi, e da lei a Mariotto Banchi, sbrigata che fu sopra ciò non so che lite, Mariotto donò la detta capella a Cosimo de' Medici, avendola difesa e tolta ad Agnolo della Casa, al quale l'avevano o data o venduta i detti Salvestrini; e Cosimo all'incontro diede a Mariotto per ciò cinquecento scudi.
Dopo, avendo similmente comperato Cosimo dalla Compagnia dello Spirito Santo il sito dove è oggi il coro, fu fatto la cappella, la tribuna et il coro con ordine di Michelozzo, e fornito di tutto punto l'anno 1439.
Dopo fu fatta la libreria, lunga braccia 80 e larga 18, tutta in volta di sopra e di sotto, e con 64 banchi di legno di cipresso, pieni di bellissimi libri.
Appresso si diede fine al dormentorio, riducendolo in forma quadra, et insomma al chiostro et a tutte le commodissime stanze di quel convento; il quale si crede che sia il meglio inteso e più bello e più commodo, per tanto che sia in Italia, mercé della virtù et industria di Michelozzo, che lo diede finito del tutto l'anno 1452.
Dicesi che Cosimo spese in questa fabrica 36 mila ducati, e che mentre si murò, diede ogni anno ai frati 366 ducati per il vitto loro.
Della edificazione e sagrazione del qual tempio si leggono in un epitaffio di marmo sopra la porta che va in sagrestia queste parole:
Cum hoc templum Marco Evangelistae dicatum magnificis sumptibus Cl.
V.
Cosmi Medicis tandem absolutum esset, Eugenius Quartus Romanus Pontifex maxima Cardinalium, Archiepiscoporum, Episcoporum, aliorumque sacerdotum frequentia comitatus, id celeberrimo Epiphaniae die, solemni more servato, consecravit.
Tum etiam quotannis omnibus, qui eodem die festo annuas statasque consecrationis ceremonias caste pieque celebraverint, viserintve, temporis luendis peccatis suis debiti, septem annos, totidemque quadragesimas, apostolica remisit auctoritate.
A.
M.CCCC.XLII.
Similmente fece far Cosimo col disegno di Michelozzo il noviziato di S.
Croce di Firenze, la capella del medesimo e l'entrata che va di chiesa alla sagrestia, al detto noviziato et alle scale del dormentorio.
La bellezza, comodità et ornamento delle quali cose non è inferiore a niuna delle muraglie, per quanto ell'è, che facesse fare il veramente magnifico Cosimo de' Medici, o che mettesse in opera Michelozzo; et oltre all'altre cose, la porta che fece di macigno, la quale va di chiesa ai detti luoghi, fu in que' tempi molto lodata per la novità sua e per il frontespizio molto ben fatto, non essendo allora se non pochissimo in uso l'imitare, come quella fa, le cose antiche di buona maniera.
Fece ancora Cosimo de' Medici col consiglio e disegno di Michelozzo, il palazzo di Cafaggiuolo in Mugello, riducendolo a guisa di fortezza coi fossi intorno; et ordinò i poderi, le strade, i giardini e le fontane con boschi attorno, ragnaie e altre cose da ville molto onorate; e lontano due miglia al detto palazzo, in un luogo detto il Bosco a' Frati fece, col parere del medesimo, finire la fabbrica d'un convento per i frati de' Zoccoli di S.
Francesco, che è cosa bellissima.
Al Trebbio medesimamente fece, come si vede, molti altri acconcimi.
E similmente, lontano da Firenze due miglia, il palazzo della villa di Careggi, che fu cosa magnifica e ricca; dove Michelozzo condusse l'acqua per la fonte che al presente vi si vede.
E per Giovanni, figliuolo di Cosimo de' Medici, fece a Fiesole, il medesimo, un altro magnifico et onorato palazzo, fondato dalla parte di sotto nella scoscesa del poggio con grandissima spesa ma non senza grande utile, avendo in quella parte da basso fatto volte, cantine, stalle, tinaie et altre belle e commode abitazioni; di sopra poi, oltre le camere, sale et altre stanze ordinarie, ve ne fece alcune per libri e alcune altre per la musica.
Insomma mostrò in questa fabrica Michelozzo quanto valesse nell'architettura; perché oltre quello che si è detto fu murata di sorte, che ancor che sia in su quel monte non ha mai gettato un pelo.
Finito questo palazzo, vi fece sopra, a spese del medesimo, la chiesa e convento de' frati di S.
Girolamo, quasi nella cima di quel monte.
Fece il medesimo Michelozzo il disegno e modello che mandò Cosimo in Ierusalem per l'ospizio che là fece edificare ai pelegrini che vanno al sepolcro di Cristo.
Per la facciata ancora di S.
Piero di Roma mandò il disegno per sei finestre, che vi si feciono poi con l'arme di Cosimo de' Medici, delle quali ne furono levate tre a' dì nostri e fatto rifare da papa Paulo III con l'arme di casa Farnese.
Dopo, intendendo Cosimo che in Ascesi a Santa Maria degl'Angeli si pativa d'acque con grandissimo incommodo de' popoli che vi vanno ogni anno, il primo dì d'agosto al Perdono, vi mandò Michelozzo, il quale condusse un'acqua che nasceva a mezzo la costa del monte alla fonte, la quale ricoperse con una molto vaga e ricca loggia posta sopra alcune colonne di pezzi, con l'arme di Cosimo, e drento nel convento fece a' frati, pur di commessione di Cosimo, molti acconcimi utili, i quali poi il Magnifico Lorenzo de' Medici rifece con maggior ornamento e più spesa, facendo porre a quella Madonna la sua immagine di cera, che ancor vi si vede.
Fece anco mattonare Cosimo la strada che va dalla detta Madonna degli Angeli alla città.
Né si partì Michelozzo di quelle parti, che fece il disegno della cittadella vecchia di Perugia.
Tornato finalmente a Firenze, fece al canto de' Tornaquinci la casa di Giovanni Tornabuoni, quasi in tutto simile al palazzo che aveva fatto a Cosimo, eccetto che la facciata non è di bozzi, né di cornici sopra, ma ordinaria.
Morto Cosimo, il quale aveva amato Michelozzo quanto si può un caro amico amare, Piero suo figliuolo gli fece fare di marmo, in S.
Miniato in sul monte, la capella dov'è il Crucifisso, e nel mezzo tondo dell'arco dietro alla detta cappella, intagliò Michelozzo un falcone di basso rilievo col diamante, impresa di Cosimo suo padre, che fu opera veramente bellissima.
Disegnando dopo queste cose il medesimo Piero de' Medici far la cappella della Nunziata tutta di marmo nella chiesa de' Servi, volle che Michelozzo, già vecchio, intorno a ciò gli dicesse il parer suo, sì perché molto amava la virtù di quell'uomo, sì perché sapeva quanto fedel amico e servitor fusse stato a Cosimo suo padre.
Il che avendo fatto Michelozzo, fu dato cura di lavorarla a Pagno di Lapo Portigiani scultore da Fiesole, il quale in ciò fare, come quello che in poco spazio volle molte cose racchiudere, ebbe molte considerazioni.
Reggano questa cappella quattro colonne di marmo alte braccia 9 in circa, fatte con canali doppii di lavoro corinto e con le base e capitegli variamente intagliati e doppii di membra; sopra le colonne posano architrave, fregio e cornicione, doppii similmente di membri e d'intagli, e pieni di varie fantasie, e particolarmente d'imprese e d'arme de' Medici, e di fogliami; fra queste et altre cornici fatte per un altro ordine di lumi, è un epitaffio grande intagliato in marmo, bellissimo.
Di sotto, per il cielo di detta cappella, fra le quattro colonne è uno spartimento di marmo tutto intagliato e pieno di smalti lavorati a fuoco e di musaico in varie fantasie di color d'oro e pietre fini; il piano del pavimento è pieno di porfidi, serpentini, mischi e d'altre pietre rarissime con bell'ordine commesse e compartite.
La detta cappella si chiude con un ingraticolato intorno di cordoni di bronzo con candelieri di sopra, fermati in un ornamento di marmo che fa bellissimo finimento al bronzo et ai candellieri, e dalla parte dinanzi, l'uscio che chiude la cappella è similmente di bronzo e molto bene accommodato.
Lasciò Piero che fusse fatto un lampanaio intorno alla cappella, di trenta lampade d'argento, e così fu fatto; ma perché furono guaste per l'assedio, il signor Duca già molti anni sono diede ordine che si rifacessero, e già n'è fatta la maggior parte e tuttavia si va seguitando; ma non perciò si è restato mai, secondo che lasciò Piero, di avervi tutto quel numero di lampade accese, se bene non sono state d'argento da che furono distrutte in poi.
A questi ornamenti aggiunse Pagno un grandissimo giglio di rame, che esce d'un vaso, il quale posa in sull'angolo della cornice di legno dipinta e messa d'oro, che tiene le lampade; ma non però regge questa cornice sola così gran peso, perciò che il tutto vien sostenuto da' due rami del giglio che sono di ferro e dipinti di verde, i quali sono impiombati nell'angolo della cornice di marmo, tenendo gl'altri, che sono di rame, sospesi in aria.
La qual opera fu fatta veramente con giudizio et invenzione, onde è degna di essere, come bella e capricciosa, molto lodata.
A canto a questa capella ne fece un'altra verso il chiostro, la quale serve per coro ai frati, con finestre che pigliano il lume dal cortile e lo dànno non solo alla detta capella, ma ancora, ribattendo dirimpetto in due finestre simili, alla stanza de l'organetto, che è a canto alla capella di marmo.
Nella faccia del qual coro è un armario grande, nel quale si serbano l'argenterie della Nunziata; et in tutti questi ornamenti e per tutto, è l'arme e l'impresa de' Medici.
Fuor della capella della Nunziata e dirimpetto a quella, fece il medesimo un luminario grande di bronzo alto braccia cinque, et all'entrar di chiesa la pila dell'acqua benedetta, di marmo, e nel mezzo un San Giovanni, che è cosa bellissima.
Fece anco sopra il banco, dove i frati vendono le candele, una mezza Nostra Donna di marmo di mezzo rilievo, col Figliuolo in braccio e grande quanto il naturale, molto divota.
Et un'altra simile nell'Opera di Santa Maria del Fiore, dove stanno gl'Operai.
Lavorò anco Pagno a San Miniato al Todesco alcune figure in compagnia di Donato suo maestro, essendo giovane; et in Lucca nella chiesa di S.
Martino fece una sepoltura di marmo, dirimpetto alla capella del Sagramento, per Messer Piero Nocera che v'è ritratto di naturale.
Scrive nel vigesimoquinto libro della sua opera il Filareto, che Francesco Sforza, duca quarto di Milano, donò al Magnifico Cosimo de' Medici un bellissimo palazzo in Milano e che egli per mostrare a quel Duca quanto gli fusse grato sì fatto dono, non solo l'adornò riccamente di marmi e di legnami intagliati, ma lo fece maggiore, con ordine di Michelozzo, che non era, braccia ottantasette e mezzo; dove prima era braccia 84 solamente.
Et oltre ciò vi fece dipignere molte cose; e particolarmente in una loggia, le storie della vita di Traiano imperatore, nelle quali fece fare in alcuni ornamenti il ritratto d'esso Francesco Sforza, la signora Bianca sua consorte e duchessa, et i figliuoli loro parimente, con molti altri signori e grandi uomini.
E similmente il ritratto d'otto imperatori, a' quali ritratti aggiunse Michelozzo quello di Cosimo, fatto di sua mano.
E per tutte le stanze accomodò in diversi modi l'arme di Cosimo, e la sua impresa del falcone e diamante.
E le dette pitture furono tutte di mano di Vincenzio di Zoppa pittore in quel tempo, et in quel paese di non piccola stima.
Si trova che i danari che spese Cosimo nella restaurazione di questo palazzo, furono pagati da Pigello Portinari cittadin fiorentino, il qual allora in Milano governava il banco e la ragione di Cosimo, et abitava in detto palazzo.
Sono in Genova di mano di Michelozzo alcune opere di marmo e di bronzo, et in altri luoghi molte altre che si conoscon alla maniera, ma basti aver detto insin qui di lui, il quale si morì d'anni sessantaotto e fu nella sua sepoltura sotterrato in San Marco di Firenze.
Il suo ritratto è di mano di fra' Giovanni nella sagrestia di Santa Trinità, nella figura d'un Nicodemo vecchio con un capuccio in capo, che scende Cristo di croce.
FINE DELLA VITA DI MICHELOZZO SCULTORE ET ARCHITETTO
VITA D'ANTONIO FILARETE E DI SIMONE SCULTORE FIORENTINI
Se papa Eugenio Quarto, quando deliberò far di bronzo la porta di S.
Piero di Roma, avesse fatto diligenza in cercare d'avere uomini eccellenti per quel lavoro, sì come ne' tempi suoi arebbe agevolmente potuto fare, essendo vivi Filippo di ser Brunellesco, Donatello et altri artefici rari, non sarebbe stata condotta quell'opera in così sciaurata maniera, come ella si vede ne' tempi nostri; ma forse intervenne a lui, come molte volte suole avvenire a una buona parte de' principi, che o non s'intendono dell'opere, o ne prendono pochissimo diletto.
Ma se considerassono di quanta importanza sia il fare stima delle persone eccellenti nelle cose publiche, per la fama che se ne lascia, non sarebbono certo così trascurati né essi né i loro ministri; perciò che chi s'impaccia con artefici vili et inetti, dà poca vita all'opere et alla fama, senzaché si fa ingiuria al publico et al secolo in che si è nato; credendosi risolutamente da chi vien poi, che se in quella età si fossero trovati migliori maestri, quel principe si sarebbe più tosto di quelli servito, che degl'inetti e plebei.
Essendo dunque creato pontefice l'anno 1431 papa Eugenio Quarto, poi che intese che i Fiorentini facevano fare le porte di S.
Giovanni a Lorenzo Ghiberti, venne in pensiero di voler fare similmente di bronzo una di quelle di S.
Piero; ma perché non s'intendeva di così fatte cose, ne diede cura a' suoi ministri; appresso ai quali ebbono tanto favore Antonio Filareto allora giovane, e Simone fratello di Donato, ambi scultori fiorentini, che quell'opera fu allogata loro.
Laonde, messovi mano, penarono dodici anni a finirla; e se bene papa Eugenio si fuggì di Roma e fu molto travagliato per rispetto de' Concilii, coloro nondimeno che avevano la cura di S.
Piero, fecero di maniera che non fu quell'opera tralasciata.
Fece dunque il Filarete in questa opera uno spartimento semplice e di basso rilievo, cioè in ciascuna parte due figure ritte: di sopra il Salvatore e la Madonna, e disotto San Piero e San Paulo.
Et a piè del San Piero, in ginocchioni quel papa, ritratto di naturale; parimente sotto ciascuna figura è una storietta del santo che è di sopra.
Sotto San Piero è la sua crucifissione, e sotto San Paulo la decollazione; e così sotto il Salvatore e la Madonna alcune azzioni della vita loro.
E dalla banda di dentro, a' piè di detta porta, fece Antonio, per suo capriccio, una storietta di bronzo nella quale ritrasse sé e Simone et i discepoli suoi, che con un asino carico di cose da godere, vanno a spasso a una vigna.
Ma perché nel detto spazio di dodici anni non lavorarono sempre in sulla detta porta, fecero ancora in San Piero alcune sepolture di marmo di papi e cardinali che sono andate, nel fare la chiesa nuova, per terra.
Dopo queste opere fu condotto Antonio a Milano dal duca Francesco Sforza, gonfallonier allora di Santa Chiesa, per aver egli vedute l'opere sue in Roma, per fare, come fece, col disegno suo, l'albergo de' poveri di Dio, che è uno spedale che serve per uomini e donne infermi e per i putti innocenti, nati non legitimamente.
L'appartato degli uomini in questo luogo è per ogni verso, essendo in croce braccia centosessanta, et altre tanto quello delle donne; la larghezza è braccia sedici; e nelle quattro quadrature, che circondano le croci di ciascuno di questi appartati, sono quattro cortili, circondati di portici, logge e stanze per uso dello spedalingo, uffiziali serventi e ministri dello spedale, molto commodi ed utili.
E da una banda è un canale, dove corrono continuamente acque per servigi dello spedale e per macinare, con non piccolo utile e commodo di quel luogo, come si può ciascuno imaginare.
Fra uno spedale e l'altro è un chiostro, largo per un verso braccia ottanta e per l'altro centosessanta, nel mezzo del quale è la chiesa, in modo accomodata, che serve all'uno e a l'altro apartato.
E per dirlo brevemente, è questo luogo tanto ben fatto et ordinato, che per simile non credo ne sia un altro in tutta Europa.
Fu, secondo che scrive esso Filarete, messa la prima pietra di questa fabrica solenne processione di tutto il clero di Milano, presente il duca Francesco Sforza, la signora Biancamaria e tutti i loro figliuoli, il marchese di Mantova e l'ambasciador del re Alfonso d'Aragona, con molti altri signori.
E nella prima pietra che fu messa ne' fondamenti e così nelle medaglie, erano queste parole:
Franciscus Sfortiae Dux IIII, qui amissum per praecessorum obitum urbis imperium recuperavit, hoc munus Christi pauperibus dedit, fundavitque 1457, die 12 aprilis.
Furono poi dipinte nel portico queste storie da maestro Vincenzio di Zoppa lombardo, per non essersi trovato in que' paesi miglior maestro.
Fu opera ancora del medesimo Antonio la chiesa maggior di Bergamo fatta da lui con non manco diligenza e giudizio, che il sopra detto spedale.
E perché si dilettò anco di scrivere, mentre che queste sue opere si facevano, scrisse un libro diviso in tre parti: nella prima tratta delle misure di tutti gl'edifizii e di tutto quello fa bisogno a voler edificare; nella seconda del modo dell'edificare et in che modo si potesse far una bellissima e commodissima città; nella terza fa nuove forme d'edifizii, mescolandovi così degl'antichi come de' moderni; tutta la quale opera è divisa in ventiquattro libri e tutta storiata di figure di sua mano.
E come che alcuna cosa buona in essa si ritruovi, è nondimeno per lo più ridicola e tanto sciocca, che per avventura è nulla più.
Fu dedicata da lui l'anno 1464 al Magnifico Piero di Cosimo de' Medici, et oggi è fra le cose dell'illustrissimo signor duca Cosimo.
E nel vero se, poi che si mise a tanta fatica, avesse almeno fatto memoria de' maestri de' tempi suoi e dell'opere loro, si potrebbe in qualche parte comendare; ma non vi se ne trovano se non poche, e quelle sparse senza ordine per tutta l'opera; e dove meno bisognava ha durato fatica, come si dice, per impoverire e per esser tenuto di poco giudizio in mettersi a far quello che non sapeva.
Ma avendo detto pur assai del Filarete, è tempo oggimai che io torni a Simone fratello di Donato, il quale, dopo l'opera della porta, fece di bronzo la sepoltura di papa Martino.
Similmente fece alcuni getti che andarono in Francia e molti che non si sa dove siano.
Nella chiesa degl'Ermini al Canto alla Macine di Firenze fece un Crucifisso da portare a processione grande quanto il vivo; e perché fusse più leggero lo fece di sughero.
In S.
Felicita fece una Santa Maria Maddalena in penitenza, di terra, alta braccia tre e mezzo con bella proporzione e con scoprire i muscoli di sorte, che mostrò d'intender molto bene la notomia.
Lavorò ne' Servi ancora per la Compagnia della Nunziata, una lapida di marmo da sepoltura, commettendovi dentro una figura di marmo bigio e bianco a guisa di pittura, sì come di sopra si disse aver fatto nel Duomo di Siena Duccio Sanese, che fu molto lodata; a Prato il graticolato di bronzo della cappella della Cintola.
A Furlì fece sopra la porta della calonaca, di basso rilievo, una Nostra Donna con due Angeli; e per Messer Giovanni da Riolo fece in San Francesco la capella della Trinità di mezzo rilievo.
Et a Rimini fece, per Sigismondo Malatesti, nella chiesa di S.
Francesco, la capella di S.
Sigismondo, nella quale sono intagliati di marmo molti elefanti, impresa di quel signore.
A Messer Bartolomeo Scamisci, canonico della Pieve d'Arezzo, mandò una Nostra Donna col Figliuolo in braccio, di terra cotta, e certi Angeli di mezzo rilievo, molto ben condotti; la quale è oggi in detta pieve apoggiata a una colonna.
Per lo battesimo similmente al Vescovado d'Arezzo, lavorò, in alcune storie di basso rilievo, un Cristo battezzato da S.
Giovanni.
In Fiorenza fece di marmo la sepoltura di Messer Orlando de' Medici nella chiesa della Nunziata.
Finalmente, d'anni 55, rendé l'anima al Signore, che gliela aveva data.
Né molto dopo il Filarete, essendo tornato a Roma, si morì d'anni sessantanove, e fu sepolto nella Minerva, dove a Giovanni Foccota, assai lodato pittore, aveva fatto ritrarre papa Eugenio, mentre al suo servizio in Roma dimorava.
Il ritratto d'Antonio è di sua mano nel principio del suo libro dove insegna a edificare.
Furono suoi discepoli Varrone e Niccolò fiorentini, che feciono vicino a ponte Molle la statua di marmo per papa Pio Secondo, quando egli condusse in Roma la testa di S.
Andrea.
E per ordine del medesimo restaurarono Tigoli quasi dai fondamenti; et in S.
Piero feciono l'ornamento di marmo che è sopra le colonne della capella dove si serba la detta testa di S.
Andrea; vicino alla qual capella è la sepoltura del detto papa Pio di mano di Pasquino da Monte Pulciano, discepolo del Filareto, e di Bernardo Ciuffagni, che lavorò a Rimini in S.
Francesco una sepoltura di marmo per Gismondo Malatesti e vi fece il suo ritratto di naturale; et alcune cose ancora, secondo che si dice, in Lucca et in Mantova.
FINE DELLA VITA D'ANTONIO FILARETE
VITA DI GIULIANO DA MAIANO SCULTORE ET ARCHITETTO
Non piccolo errore fanno que' padri di famiglia che non lasciano fare nella fanciullezza il corso della natura agl'ingegni de' figliuoli e che non lasciano esercitargli in quelle facultà che più sono secondo il gusto loro, però che il volere volgergli a quello che non va loro per l'animo, è un cercar manifestamente che non siano mai eccellenti in cosa nessuna; essendo che si vede quasi sempre che coloro che non operano secondo la voglia loro, non fanno molto profitto in qual si voglia essercizio.
Per l'opposito, quegli che seguitano lo instinto della natura vengono il più delle volte eccellenti e famosi nell'arti che fanno, come si conobbe chiaramente in Giuliano da Maiano; il padre del quale, essendo lungamente vivuto nel poggio di Fiesole, dove si dice Maiano, con lo essercizio di squadratore di pietre, si condusse finalmente in Fiorenza, dove fece una bottega di pietre lavorate, tenendola fornita di que' lavori che sogliono improvisamente, il più delle volte, venire a bisogno a chi fabrica qualche cosa.
Standosi dunque in Firenze gli nacque Giuliano, il quale, perché parve col tempo al padre di buono ingegno, disegnò di farlo notaio, parendogli che lo scarpellare come aveva fatto egli fusse troppo faticoso essercizio e di non molto utile; ma non gli venne ciò fatto, perché, se bene andò un pezzo Giuliano alla scola di grammatica non vi ebbe mai il capo, e per conseguenza non vi fece frutto nessuno; anzi fuggendosene più volte, mostrò d'aver tutto l'animo volto alla scultura, se bene da principio si mise all'arte del legnaiuolo e diede opera al disegno.
Dicesi che con Giusto e Minore, maestri di tarsie, lavorò i banchi della sagrestia della Nunziata e similmente quelli del coro che è allato alla cappella, e molte cose nella Badia di Fiesole et in S.
Marco; e che per ciò acquistatosi nome, fu chiamato a Pisa, dove lavorò in Duomo la sedia che è a canto all'altar maggiore, dove stanno a sedere il sacerdote e diacono e sodiacono, quando si canta la messa; nella spalliera della quale fece di tarsia, con legni tinti et ombrati, i tre profeti che vi si veggiono.
Nel che fare, servendosi di Guido del Servellino e di maestro Domenico di Mariotto, legnaiuoli pisani, insegnò loro di maniera l'arte, che poi feciono così d'intaglio come di tarsie la maggior parte di quel coro, il quale a' nostri dì è stato finito, ma con assai miglior maniera, da Batista del Cervelliera pisano, uomo veramente ingegnoso e soffistico.
Ma tornando a Giuliano, egli fece gl'armarii della sagrestia di Santa Maria del Fiore, che per cosa di tarsia e di rimessi furono tenuti in quel tempo mirabili; e così, seguitando Giuliano d'attender alla tarsia et alla scultura et architettura, morì Filippo di ser Brunellesco; onde, messo dagl'Operai in luogo suo, incrostò di marmo, sotto la volta della cupola, le fregiature di marmi bianchi e neri, che sono intorno agl'occhi.
Et in sulle cantonate fece i pilastri di marmo sopra i quali furono messi poi da Baccio d'Agnolo l'architrave, fregio e cornice, come di sotto si dirà.
Vero è che costui, per quanto si vede in alcuni disegni di sua mano che sono nel nostro libro, voleva fare altro ordine di fregio cornice e ballatoio, con alcuni frontespizii a ogni faccia dell'otto della cupola, ma non ebbe tempo di metter ciò in opera, perché traportato dal lavoro d'oggi in domani, si morì.
Ma innanzi che ciò fusse, andato a Napoli, fece a Poggio Reale, per lo re Alfonso, l'architettura di quel magnifico palazzo, con le belle fonti e condotti che sono nel cortile.
E nella città similmente, e per le case de' gentiluomini e per le piazze, fece disegni di molte fontane con belle e capricciose invenzioni.
Et il detto palazzo di Poggio Reale fece tutto dipignere da Piero del Donzello e Polito suo fratello.
Di scultura parimente fece al detto re Alfonso, allora Duca di Calavria, nella sala grande del castello di Napoli, sopra una porta di dentro e di fuori, storie di basso rilievo, e la porta del castello di marmo, d'ordine corinzio con infinito numero di figure.
E diede a quell'opera forma d'arco trionfale, dove le storie et alcune vittorie di quel re sono sculpite di marmo.
Fece similmente Giuliano l'ornamento della porta Capovana, et in quella molti trofei variati e belli; onde meritò che quel re gli portasse grand'amore, e rimunerandolo altamente delle fatiche, adagiasse i suoi discendenti.
E perché aveva Giuliano insegnato a Benedetto suo nipote l'arte delle tarsie, l'architettura et a lavorar qualche cosa di marmo, Benedetto si stava in Fiorenza, attendendo a lavorar di tarsia, perché gl'apportava maggior guadagno che l'altre arti non facevano, quando Giuliano, da Messer Antonio Rosello aretino, segretario di papa Paulo II, fu chiamato a Roma al servizio di quel Pontefice, dove andato, gl'ordinò nel primo cortile del palazzo di S.
Piero le logge di trevertino con tre ordini di colonne: la prima del piano da basso, dove sta oggi il Piombo et altri uffizii; la seconda di sopra dove sta il datario et altri prelati; e la terza e ultima, dove sono le stanze che rispondono in sul cortile di S.
Piero, le quali adornò di palchi dorati e d'altri ornamenti.
Furono fatte similmente col suo disegno le logge di marmo dove il Papa dà la benedizzione, il che fu lavoro grandissimo, come ancor oggi si vede.
Ma quello che egli fece di stupenda maraviglia più che altra cosa, fu il palazzo che fece per quel Papa, insieme con la chiesa di S.
Marco di Roma; dove andò una infinità di trevertini, che furono cavati, secondo che si dice, di certe vigne vicine all'arco di Gostantino, che venivano a esser contraforti de' fondamenti di quella parte del Colosseo ch'è oggi rovinata, forse per aver allentato quell'edifizio.
Fu dal medesimo Papa mandato Giuliano alla Madonna di Loreto, dove rifondò e fece molto maggior il corpo di quella chiesa, che prima era piccola e sopra pilastri alla selvatica; ma non andò più alto che il cordone che vi era; nel qual luogo condusse Benedetto suo nipote, il quale, come si dirà, voltò poi la cupola.
Dopo, essendo forzato Giuliano a tornare a Napoli per finire l'opere incominciate gli fu allogata dal re Alfonso una porta vicina al castello, dove andavano più d'ottanta figure, le quali aveva Benedetto a lavorar in Fiorenza; ma il tutto, per la morte di quel re, rimase imperfetto e ne sono ancora alcune reliquie in Fiorenza nella Misericordia, et alcune altre n'erano al canto alla Macine a' tempi nostri, le quali non so dove oggi si ritrovino.
Ma inanzi che morisse il re, morì in Napoli Giuliano di età di 70 anni, e fu con ricche essequie molto onorato, avendo il re fatto vestire a bruno 50 uomini che l'accompagnarono alla sepoltura, e poi dato ordine che gli fusse fatto un sepolcro di marmo.
Rimase Polito nell'avviamento suo, il quale diede fine a' canali per l'acque di Poggio Reale.
E Benedetto attendendo poi alla scultura passò in eccellenza, come si dirà, Giuliano suo zio; e fu concorrente nella giovanezza sua d'uno scultore, che faceva di terra, chiamato Modanino da Modena, il quale lavorò al detto Alfonso, una pietà con infinite figure tonde di terra cotta colorite, le quali con grandissima vivacità furono condotte, e dal re fatte porre nella chiesa di Monte Oliveto di Napoli, monasterio in quel luogo onoratissimo; nella quale opera è ritratto il detto re inginocchioni, il quale pare veramente più che vivo.
Onde Modanino fu da lui con grandissimi premii rimunerato, ma morto che fu, come si è detto, il re, Polito e Benedetto se ne ritornarono a Fiorenza, dove non molto tempo dopo se n'andò Polito dietro a Giuliano per sempre.
Furono le sculture e pitture di costoro circa gl'anni di nostra salute 1447.
FINE DELLA VITA DI GIULIANO DA MAIANO
VITA DI PIERO DELLA FRANCESCA PITTORE DAL BORGO A SAN SEPOLCRO
Infelici sono veramente coloro, che affaticandosi negli studii per giovare altrui e per lasciare di sé fama, non sono lasciati o dall'infirmità o dalla morte alcuna volta condurre a perfezzione l'opere che hanno cominciato; e bene spesso avviene che lasciandole o poco meno che finite o a buon termine, sono usurpate dalla presonzione di coloro che cercano di ricoprire la loro pelle d'asino con le onorate spoglie del leone.
E se bene il tempo, il quale si dice padre della verità o tardi o per tempo manifesta il vero, non è però che per qualche spazio di tempo non sia defraudato dell'onor che si deve alle sue fatiche colui che ha operato; come avvenne a Piero della Francesca dal Borgo a S.
Sepolcro.
Il quale, essendo stato tenuto maestro raro nelle difficoltà de' corpi regolari e nell'aritmetica e geometria, non potette, sopragiunto nella vecchiezza dalla cecità corporale e dalla fine della vita, mandare in luce le virtuose fatiche sue et i molti libri scritti da lui, i quali nel Borgo, sua patria, ancora si conservano.
Se bene colui che doveva con tutte le forze ingegnarsi di accrescergli gloria e nome, per aver appreso da lui tutto quello che sapeva, come empio e maligno cercò d'annullare il nome di Piero suo precettore, et usurpar quello onore, che a colui solo si doveva, per sé stesso, publicando sotto suo nome proprio, cioè di fra' Luca dal Borgo, tutte le fatiche di quel buon vecchio, il quale, oltre le scienze dette di sopra, fu eccellente nella pittura.
Nacque costui nel Borgo a San Sepolcro, che oggi è città, ma non già allora, e chiamossi dal nome della madre, Della Francesca, per essere ella restata gravida di lui quando il padre e suo marito morì; e per essere da lei stato allevato et aiutato a pervenire al grado che la sua buona sorte gli dava.
Attese Pietro nella sua giovenezza alle matematiche; et ancora che d'anni quindici fusse indiritto a essere pittore, non si ritrasse però mai da quelle; anzi facendo maraviglioso frutto et in quelle e nella pittura, fu adoperato da Guidobaldo Feltro, duca vecchio d'Urbino, al quale fece molti quadri di figure piccole, bellissimi, che sono andati in gran parte male, in più volte che quello stato è stato travagliato dalle guerre.
Vi si conservarono nondimeno alcuni suoi scritti di cose di geometria e di prospettive, nelle quali non fu inferiore a niuno de' tempi suoi, né forse che sia stato in altri tempi già mai, come ne dimostrano tutte l'opere sue piene di prospettive, e particularmente un vaso in modo tirato a quadri e faccie, che si vede dinanzi, di dietro e dagli lati, il fondo e la bocca; il che è certo cosa stupenda, avendo in quello sottilmente tirato ogni minuzia, e fatto scortare il girare di tutti que' circoli con molta grazia.
Laonde, acquistato che si ebbe in quella corte credito e nome, volle farsi conoscere in altri luoghi; onde, andato a Pesero et Ancona, in sul più bello del lavorare fu dal duca Borso chiamato a Ferrara, dove nel palazzo dipinse molte camere, che poi furono rovinate dal duca Ercole vecchio, per ridurre il palazzo alla moderna.
Di maniera che in quella città non è rimaso di man di Piero se non una capella in S.
Agostino, lavorata in fresco; et anco quella è dalla umidità mal condotta.
Dopo, essendo condotto a Roma, per papa Nicola Quinto lavorò in palazzo due storie, nelle camere di sopra, a concorrenza di Bramante da Milano, le quali forono similmente gettate per terra da papa Giulio Secondo, perché Raffaello da Urbino vi dipignesse la prigionia di S.
Piero et il miracolo del corporale di Bolsena, insieme con alcune altre che aveva dipinto Bramantino, pittore eccellente de' tempi suoi; e perché di costui non posso scrivere la vita né l'opere particulari per essere andate male, non mi parrà fatica, poi che viene a proposito, far memoria di costui, il quale nelle dette opere che furono gettate per terra, aveva fatto, secondo che ho sentito ragionare, alcune teste di naturale sì belle e sì ben condotte, che la sola parola mancava a dar loro la vita.
Delle quali teste ne sono assai venute in luce, perché Raffaello da Urbino le fece ritrare, per avere l'effigie di coloro che tutti furono gran personaggi, perché fra essi era Niccolò Fortebraccio, Carlo Settimo re di Francia, Antonio Colonna principe di Salerno, Francesco Carmignuola, Giovanni Vitellesco, Bessarione cardinale, Francesco Spinola, Battista da Canneto; i quali tutti ritratti furono dati al Giovio da Giulio Romano discepolo et erede di Raffaello da Urbino, e dal Giovio posti nel suo museo a Como.
In Milano, sopra la porta di S.
Sepolcro, ho veduto un Cristo morto di mano del medesimo, fatto in iscorto; nel quale, ancora che tutta la pittura non sia più che un braccio d'altezza, si dimostra tutta la lunghezza dell'impossibile, fatta con facilità e con giudizio.
Sono ancora di sua mano in detta città, in casa del marchesino Ostanesia, camere e loggie con molte cose lavorate da lui con pratica e grandissima forza negli scorti delle figure.
E fuori di porta Versellina, vicino al castello, dipinse a certe stalle oggi rovinate e guaste, alcuni servidori che stregghiavano cavalli, fra i quali n'era uno tanto vivo e tanto ben fatto, che un altro cavallo tenendolo per vero, gli tirò molte coppie di calci.
Ma tornando a Piero della Francesca, finita in Roma l'opera sua, se ne tornò al Borgo, essendo morta la madre; e nella Pieve fece a fresco dentro alla porta del mezzo, due Santi, che sono tenuti cosa bellissima.
Nel convento de' frati di S.
Agostino dipinse la tavola dell'altar maggiore, che fu cosa molto lodata, et in fresco lavorò una Nostra Donna della Misericordia in una Compagnia, o vero, come essi dicono, Confraternita; e nel Palazzo de' Conservadori una Resurezzione di Cristo, la quale è tenuta dell'opere che sono in detta città e di tutte le sue, la migliore.
Dipinse a S.
Maria di Loreto, in compagnia di Domenico da Vinegia il principio d'un'opera nella volta della sagrestia; ma perché temendo di peste, la lasciarono imperfetta, ella fu poi finita da Luca da Cortona, discepolo di Piero, come si dirà al suo luogo.
Da Loreto venuto Piero in Arezzo, dipinse per Luigi Bacci cittadino aretino in S.
Francesco la loro capella dell'altar maggiore, la volta della quale era già stata cominciata da Lorenzo di Bicci, nella quale opera sono storie della croce, da che i figliuoli d'Adamo, sotterrandolo, gli pongono sotto la lingua il seme dell'albero, di che poi nacque il detto legno; insino alla esaltazione di essa croce, fatta da Eraclio imperadore, il quale portandola in su la spalla a piedi e scalzo, entra con essa in Ierusalem; dove sono molto belle considerazioni e attitudini degne d'esser lodate, come, verbigrazia, gl'abiti delle donne della reina Saba, condotti con maniera dolce e nuova; molti ritratti di naturale antichi e vivissimi; un ordine di colonne corinzie divinamente misurate; un villano che, appoggiato con le mani in su la vanga, sta con tanta prontezza a udire parlare Santa Lena, mentre le tre croci si disotterrano, che non è possibile migliorarlo; il morto ancora è benissimo fatto, che al toccar della croce resuscita; e la letizia similmente di Santa Lena, con la maraviglia de' circostanti che si inginocchiano ad adorare.
Ma sopra ogni altra considerazione e d'ingegno e d'arte, è lo avere dipinto la notte et un Angelo in iscorto che, venendo a capo all'ingiù a portare il segno della vittoria a Gostantino che dorme in un padiglione guardato da un cameriere e da alcuni armati oscurati dalle tenebre della notte, con la stessa luce sua illumina il padiglione, gl'armati e tutti i dintorni, con grandissima discrezione: per che Pietro fa conoscere in questa oscurità quanto importi imitare le cose vere, e lo andarle togliendo dal proprio.
Il che avendo egli fatto benissimo, ha dato cagione ai moderni di seguitarlo e di venire a quel grado sommo, dove si veggiono ne' tempi nostri le cose.
In questa medesima storia espresse efficacemente in una battaglia la paura, l'animosità, la destrezza, la forza e tutti gli altri affetti che in coloro si possono considerare che combattono, e gl'accidenti parimente, con una strage quasi incredibile di feriti, di cascati e di morti.
Ne' quali, per avere Pietro contrafatto in fresco l'armi che lustrano, merita lode grandissima, non meno che per aver fatto nell'altra faccia, dove è la fuga e la sommersione di Massenzio, un gruppo di cavagli in iscorcio, così maravigliosamente condotti, che rispetto a que' tempi si possono chiamare troppo begli e troppo eccellenti.
Fece in questa medesima storia uno mezzo ignudo e mezzo vestito alla saracina, sopra un cavallo secco molto ben ritrovato di notomia, poco nota nell'età sua.
Onde meritò per questa opera da Luigi Bacci, il quale insieme con Carlo et altri suoi fratelli e molti Aretini che fiorivano allora nelle lettere quivi intorno alla decolazione d'un re ritrasse, essere largamente premiato e di essere, sì come fu poi, sempre amato e reverito in quella città, la quale aveva l'opere sue tanto illustrata.
Fece anco nel Vescovado di detta città una S.
Maria Madalena a fresco, allato alla porta della sagrestia; e nella Compagnia della Nunziata fece il segno da portare a processione; a S.
Maria delle Grazie fuor della terra, in testa d'un chiostro, in una sedia tirata in prospettiva, un S.
Donato in pontificale con certi putti; et in S.
Bernardo, ai monaci di Monte Oliveto, un S.
Vincenzio in una nicchia alta nel muro, che è molto dagl'artefici stimato.
A Sargiano, luogo de' frati Zoccolanti di S.
Francesco, fuor d'Arezzo, dipinse in una cappella un Cristo che di notte òra nell'orto, bellissimo.
Lavorò ancora in Perugia molte cose che in quella città si veggiono: come nella chiesa delle donne di S.
Antonio da Padoa, in una tavola a tempera, una Nostra Donna col Figliuolo in grembo, San Francesco, S.
Lisabetta, S.
Giovanbattista e S.
Antonio da Padoa; e di sopra una Nunziata bellissima, con un Angelo che par proprio che venga dal cielo, e, che è più, una prospettiva di colonne che diminuiscono, bella affatto.
Nella predella, in istorie di figure piccole, è S.
Antonio che risuscita un putto; S.
Lisabetta che salva un fanciullo cascato in un pozzo e S.
Francesco che riceve le stìmate.
In S.
Ciriaco d'Ancona, all'altare di S.
Giuseppo, dipinse in una storia bellissima lo sposalizio di Nostra Donna.
Fu Piero, come si è detto, studiosissimo dell'arte e si esercitò assai nella prospettiva, et ebbe bonissima cognizione d'Euclide in tanto che tutti i miglior giri tirati ne' corpi regolari, egli meglio che altro geometra intese, et i maggior lumi che di tal cosa ci siano, sono di sua mano; per che Maestro Luca dal Borgo, frate di S.
Francesco che scrisse de' corpi regolari di geometria, fu suo discepolo.
E venuto Piero in vecchiezza et a morte doppo aver scritto molti libri, maestro Luca detto, usurpandogli per se stesso, gli fece stampare come suoi, essendogli pervenuti quelli alle mani, dopo la morte del maestro.
Usò assai Piero di far modelli di terra et a quelli metter sopra panni molli con infinità di pieghe, per ritrarli e servirsene.
Fu discepolo di Piero, Lorentino d'Angelo aretino, il quale, imitando la sua maniera, fece in Arezzo molte pitture e diede fine a quelle che Piero lasciò, sopravenendoli la morte, imperfette.
Fece Lorentino in fresco, vicino al S.
Donato che Piero lavorò nella Madonna delle Grazie, alcune storie di S.
Donato, et in molti altri luoghi di quella città e similmente del contado, moltissime cose e perché non si stava mai, e per aiutare la sua famiglia che in que' tempi era molto povera.
Dipinse il medesimo nella detta chiesa delle Grazie una storia, dove papa Sisto Quarto, in mezzo al cardinal di Mantoa et al cardinal Piccolomini, che fu poi papa Pio Terzo, concede a quel luogo un perdono.
Nella quale storia ritrasse Lorentino, di naturale e ginocchioni, Tommaso Marzi, Piero Traditi, Donato Rosselli e Giuliano Nardi, tutti cittadini aretini et Operai di quel luogo.
Fece ancora nella sala del palazzo de' Priori, ritratto di naturale, Galeotto cardinale da Pietra Mala, il vescovo Guglielmino degl'Ubertini, Messer Angelo Albergotti dottor di legge, e molte altre opere che sono sparse per quella città.
Dicesi che, essendo vicino a carnovale, i figliuoli di Laurentino lo pregavano che amazzasse il porco, sì come si costuma in quel paese; e che non avendo egli il modo di comprarlo, gli dicevano: "Non avendo danari, come farete babbo, a comperare il porco?".
A che rispondeva Lorentino: "Qualche Santo ci aiuterà".
Ma avendo ciò detto più volte e non comparendo il porco, n'avevano, passando la stagione, perduta la speranza quando finalmente gli capitò alle mani un contadino dalla Pieve a Quarto, che per sodisfare un voto voleva far dipignere un S.
Martino, ma non aveva altro assegnamento per pagare la pittura che un porco che valeva cinque lire.
Trovando costui Lorentino gli disse che voleva fare il S.
Martino, ma che non aveva altro assegnamento che il porco.
Convenutisi dunque, Lorentino gli fece il santo, et il contadino a lui menò il porco.
E così il Santo provide il porco ai poveri figlioli di questo pittore.
Fu suo discepolo ancora, Pietro da Castel della Pieve, che fece un arco sopra Santo Agostino; et alle monache di S.
Caterina d'Arezzo un S.
Urbano oggi ito per terra per rifare la chiesa.
Similmente fu suo creato Luca Signorelli da Cortona, il quale gli fece, più che tutti gl'altri, onore; Piero Borghese, le cui pitture furono intorno agl'anni 1458, d'anni sessanta per un cattarro accecò, e così visse insino all'anno 86 della sua vita.
Lasciò nel Borgo bonissime facultà et alcune case che egli stesso si aveva edificate, le quali per le parti furono arse e rovinate l'anno 1536.
Fu sepolto nella chiesa maggiore, che già fu dell'Ordine di Camaldoli et oggi è Vescovado, onoratamente da' suoi cittadini.
I libri di Pietro sono, per la maggior parte, nella libreria del Secondo Federigo duca d'Urbino, e sono tali che meritamente gli hanno acquistato nome del miglior geometra che fusse ne' tempi suoi.
FINE DELLA VITA DI PIERO DELLA FRANCESCA
VITA DI FRA' GIOVANNI DA FIESOLE DELL'ORDINE DE' FRATI PREDICATORI PITTORE
Frate Giovanni Angelico da Fiesole, il quale fu al secolo chiamato Guido, essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo religioso, merita per l'una e per l'altra cagione che di lui sia fatta onoratissima memoria.
Costui, se bene arebbe potuto commodissimamente stare al secolo, et oltre quello che aveva, guadagnarsi ciò che avesse voluto con quell'arti che ancor giovinetto benissimo fare sapeva, volle nondimeno, per sua sodisfazione e quiete, essendo di natura posato e buono, e per salvare l'anima sua principalmente, farsi relligioso dell'Ordine de' frati predicatori; perciò che se bene in tutti gli stati si può servire a Dio, ad alcuni nondimeno pare di poter meglio salvarsi ne' monasterii che al secolo.
La qual cosa quanto ai buoni succede felicemente, tanto per lo contrario riesce, a chi si fa relligioso per altro fine, misera veramente et infelice.
Sono di mano di fra' Giovanni, nel suo convento di S.
Marco di Firenze, alcuni libri da coro miniati, tanto belli che non si può dir più; et a questi simili sono alcuni altri, che lasciò in S.
Domenico da Fiesole, con incredibile diligenza lavorati.
Ben è vero che a far questi fu aiutato da un suo maggior fratello che era similmente miniatore et assai esercitato nella pittura.
Una delle prime opere che facesse questo buon padre di pittura, fu nella Certosa di Fiorenza una tavola che fu posta nella maggior cappella del cardinale degl'Acciaiuoli, dentro la quale è una Nostra Donna col Figliuolo in braccio e con alcuni Angeli a' piedi, che suonano e cantano, molto belli, e dagli lati sono S.
Lorenzo, S.
Maria Madalena, S.
Zanobi e S.
Benedetto.
E nella predella sono di figure piccole, storiette di que' Santi fatte con infinita diligenza.
Nella crociera di detta cappella, sono due altre tavole di mano del medesimo: in una è la incoronazione di Nostra Donna, e nell'altra una Madonna con due Santi, fatta con azzurri oltramarini bellissimi.
Dipinse dopo, nel tramezzo di S.
Maria Novella, in fresco a canto alla porta dirimpetto al coro, S.
Domenico, S.
Caterina da Siena e S.
Piero martire et alcune storiette piccole nella capella dell'incoronazione di Nostra Donna, nel detto tramezzo.
In tela fece nei portegli che chiudevano l'organo vecchio, una Nunziata che è oggi in convento, dirimpetto alla porta del dormentorio da basso, fra l'un chiostro e l'altro.
Fu questo padre, per i meriti suoi, in modo amato da Cosimo de' Medici, che avendo egli fatto murare la chiesa e convento di S.
Marco, gli fece dipignere in una faccia del capitolo tutta la Passione di Gesù Cristo, e dall'uno de' lati tutti i Santi che sono stati capi e fondatori di religioni, mesti e piangenti a' piè della croce, e dall'altro un S.
Marco Evangelista intorno alla Madre del Figliuol di Dio, venutasi meno nel vedere il Salvatore del mondo crucifisso, intorno alla quale sono le Marie, che tutte dolenti la sostengono, e S.
Cosimo e Damiano.
Dicesi che nella figura del S.
Cosimo fra' Giovanni ritrasse di naturale Nanni d'Antonio di Banco, scultore et amico suo.