MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 16
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Giunto a Bagnacavallo, ritrovai tutta la mia allegria nel rivedere i miei cari genitori.
Mio padre aveva avuto una fiera malattia mortale, e l'unico suo rammarico era quello, diceva, di morire senza vedermi.
Ahimè! mi vide, io pur lo vidi, ma questo reciproco piacere non fu di lunga durata.
Bagnacavallo è un grosso borgo nella legazione di Ravenna, ricchissimo, fertilissimo e di sommo commercio.
Dopo essere stato presentato nelle buone conversazioni del paese, mio padre per procurarmi nuovi piaceri mi condusse a Faenza.
Fu in questa città che si cominciò a conoscere la materia argillosa, composta di creta e sabbia, di cui si è poi fatta quella terra smaltata detta dagl'Italiani maiolica e dai Francesi fayence.
Vi sono in Italia molti piatti di questa terra, dipinti da Raffaello d'Urbino e dai suoi scolari.
Questi piatti son contornati di eleganti cornici, e si custodiscono preziosamente nelle gallerie di pitture.
Io ne ho veduto una copiosissima e ricchissima collezione a Venezia nel palazzo Grimani a Santa Maria Formosa.
Faenza è un'assai graziosa città della Romagna, ma non vi son gran cose da vedere.
Vi fummo benissimo accolti e trattati dal marchese Spada; si videro alcune commedie, date da una compagnia volante, e in capo a sei giorni ritornammo a Bagnacavallo.
Poco dopo si ammalò mio padre.
Era già scorso un anno da che era stato assalito dall'ultima malattia: si accorse, ponendosi in letto, che questa ricaduta doveva esser seria, e il suo polso annunziava il pericolo in cui era; la febbre infatti divenne maligna nel settimo giorno, e andava sempre di male in peggio.
Vedendosi agli estremi, mi chiamò al capezzale, mi raccomandò la sua cara moglie, mi disse addio e mi diede la benedizione.
Subito dopo fece venire il confessore, ricevè i sacramenti, e il decimoquarto giorno il mio povero padre più non esisteva.
Fu sepolto nella chiesa di San Girolamo a Bagnacavallo il 9 marzo 1731.
Non mi tratterrò qui a dipingere la fermezza di un padre virtuoso, la desolazione di una tenera moglie, e la sensibilità di un amato e riconoscente figlio.
Darò rapidamente un'idea dei momenti più crudeli della mia vita; questa perdita costò cara al mio cuore, e cagionò una mutazione grandissima nel mio stato e nella mia famiglia.
Io asciugavo la lacrime di mia madre, ella le mie; ne avevamo entrambi bisogno.
La nostra prima cura fu di partire, per andare a riunirci con la zia materna che si trovava a Venezia, e alloggiammo con lei in casa di uno dei nostri parenti, ove per buona sorte vi era un appartamento da dare a pigione.
In tutto il viaggio della Romagna fino a Venezia mia madre non fece altro che parlarmi del mio impiego nelle cancellerie di Terraferma, da lei chiamato impiego da zingari, poiché bisognava far la posta agl'impieghi e mutar sempre paese.
Voleva viver meco, vedermi sedentario presso di sé, e con le lacrime agli occhi mi scongiurava e m'istigava ad abbracciar la professione di avvocato.
Al mio arrivo a Venezia tutti i nostri parenti, tutti i nostri amici si unirono con mia madre per il medesimo fine: resistei finchè mi fu possibile, ma finalmente bisognò cedere.
Avrò fatto bene? Mia madre avrà goduto lungo tempo la compagnia di suo figlio? Aveva tutta la ragione di sperarlo; ma la mia costellazione attraversava sempre i miei disegni.
Talìa mi aspettava al suo tempio; ella mi ci trasse per tortuosi sentieri, facendomi provare pruni e spine prima di concedermi qualche fiore.
CAPITOLO XXII.
Mio dottorato.
- Singolarità che lo precedono.
Vedendomi sul punto di comparire in toga lunga nelle grandi sale del palazzo, ove pochi anni avanti ero comparso sempre in abito corto, andai a trovare mio zio Indric, in casa del quale avevo fatto la pratica.
Ebbe caro di rivedermi e mi assicurò che potevo far conto su di lui.
Mi convenne peraltro superare molte difficoltà.
Per essere riconosciuto avvocato in Venezia è necessario rifarsi dall'essere addottorato nell'università di Padova, e per ottener le patenti di dottore bisogna aver fatti gli studi di legge nella medesima città e avervi passati cinque anni consecutivi, con gli attestati di aver percorse tutte quante la diverse classi di quelle scuole pubbliche.
I soli forestieri possono presentarsi al collegio, sostener le loro tesi ed essere subito addottorati.
È vero che io ero originario di Modena: ma nato a Venezia come mio padre, potevo godere il vantaggio dei forestieri? non lo so.
Una lettera peraltro, scritta d'ordine del duca di Modena al suo ministro a Venezia, mi fece ascrivere nella classe dei privilegiati.
Eccomi dunque nella possibilità di andare a Padova e di ricevervi la laurea dottorale; ma ecco un nuovo ostacolo assai più forte.
Nella curia di Venezia non si segue che il codice Veneto, né si citano mai Bartolo, Baldo, o Giustiniano; questi autori son quasi ignoti; a Padova però bisogna conoscerli.
Succede dunque a Venezia come a Parigi: i giovani perdono tempo in uno studio inutile.
Io pure avevo perduto il mio in ugual modo che gli altri, e benchè avessi studiato il gius romano a Pavia, a Udine, a Modena, dopo quattr'anni ero fuori d'esercizio, avevo perduto la traccia delle leggi imperiali, e mi vedevo nella necessità di tornar di nuovo scolaro.
M'indirizzai a uno dei miei antichi amici.
Il signor Radi, da me conosciuto fino dai miei primi anni, avendo impiegato molto meglio di me il suo tempo, era divenuto buon avvocato ed eccellente maestro di legge per istruire i candidati, che per lo più non andavano a Padova fuorchè quattro volte all'anno, per farsi soltanto vedere e riportare i loro attestati.
Radi era un brav'uomo, ma era appassionato per il gioco, e appunto per tal ragione non si ritrovava in troppa comodità; i suoi scolari profittavano delle sue lezioni, e spesso del suo denaro.
Quando egli mi credè in stato di potermi esporre, andammo insieme a Padova.
Confesso che, quantunque istruito come già ero, e pieno di quell'ardire che l'uso del mondo mi aveva fatto acquistare, non lasciavano ciò nonostante di farmi una certa apprensione quelle gravi e imponenti fisonomie, dalle quali dovevo esser giudicato; il mio amico si burlava di me, assicurandomi che non vi era nulla da temere; che queste erano cerimonie che non si potevano evitare, e che bisognava veramente esser del tutto ignorante per non esser coronato colla laurea dell'università.
Giunti nella gran città dei dottori, andammo subito a casa del signor Pighi, professore di gius civile, per pregarlo di compiacersi di essere il mio promotore, cioè quello che in qualità di assistente mi doveva presentare e sostenere.
Egli mi concesse questa grazia, e accettò con garbata maniera un vassoietto d'argento da me offertogli in dono.
Andammo dipoi all'ufficio dell'università per depositare in mano del cassiere la somma che i professori soglion dividersi tra loro, e questa anticipazione si fa a titolo di deposito; ma in questo luogo si dice appunto come al teatro: quando è alzato il sipario non si rendon quattrini.
Conveniva far le solite visite a tutti i dottori del collegio, e con biglietti ne sbrigammo molte.
Giunti però alla casa del signor abate Arrighi, uno dei primi professori all'università, l'usciere aveva l'ordine di farci entrare.
Lo trovammo nel suo gabinetto di studio, e gli si fece il complimento di voler onorarmi della sua persona e nel tempo stesso accordarmi la sua indulgenza.
Parve sommamente meravigliato nel sentirci limitare il discorso a questa secca e inutile officiosità, ma noi non sapevamo che cosa volesse dire: ecco però di che si trattava.
Era comparso un nuovo ordine, pubblicato per comando dei Riformatori degli Studi di Padova, in vigor del quale chi aspirava alla laurea, prima di presentarsi al collegio adunato, doveva sostenere un esame particolare, per distinguere così se realmente fosse stato abbastanza istruito e perciò degno di esporsi.
Il signor Arrighi stesso, mosso da un eccessivo zelo, vedendo che l'atto pubblico dei candidati non era che un gioco, che troppo si favoriva la giovanile infingardaggine, che si sceglievano le questioni a piacere, che si comunicavano anche gli argomenti, che si suggerivano tacitamente le risposte, e che in sostanza si facevan dottori senza dottrina; aveva affrettato e ottenuto questo famoso ordine, il quale avrebbe distrutto l'università di Padova, se fosse lungamente durato.
Dovevo dunque sostenere quest'esame, e il mio esaminatore doveva essere l'abate Arrighi.
Pregò pertanto il signor Radi di passare nella sua biblioteca, e si accinse subito all'opera.
Non mi risparmiò in nulla; dal Codice di Giustiniano saltava ai Canoni della Chiesa, e dai Digesti alle Pandette.
Rispondevo ora bene ora male, e forse più male che bene, dimostrando per altro molta cognizione e non minor franchezza.
Il mio esaminatore però, rigorosissimo ed esigente, non era interamente di me contento, e avrebbe voluto che avessi studiato un altro poco.
Gli dissi però apertamente che ero venuto a Padova per essere addottorato, che la mia reputazione restava troppo compromessa se fossi tornato senza la laurea, e che il mio deposito era già fatto.
- Come! egli riprese, voi avete già depositato il vostro denaro? - Sì, signore.
- Ed è stato accettato senza mio ordine? - Il cassiere lo ha ricevuto senza la minima difficoltà, ed eccone qui il riscontro.
- Tanto peggio: voi correte il rischio di perderlo.
Avete coraggio di esporvi? - Sì, signore, sono determinato di uscirne a qualunque costo: amo piuttosto rinunciar per sempre a essere avvocato, che ritornare una seconda volta.
- Siete molto ardito.
- Signore, curo il mio decoro.
- Basta dunque così; stabilite il giorno, io mi ci troverò; ma badate bene: la più piccola mancanza vi farà andare a vuoto il colpo.
- Io fo la mia reverenza, e me ne vado.
Radi aveva inteso tutto, ed era più in timore di me.
Conoscevo purtroppo anch'io che le mie risposte non erano state esatte, ma nel collegio dei dottori le questioni son limitate, né si fa percorrere il caos immenso della giurisprudenza da un termine all'altro.
Il giorno seguente andiamo all'università, per esser presenti all'estrazione dei punti che la sorte mi aveva destinati.
Quello di gius civile riguardava la successione degl'intestati, e quello di gius canonico verteva sulla bigamia.
Conoscevo bene i titoli dell'uno e i capitoli dell'altro; ma li ripassai quel medesimo giorno nella biblioteca del dottor Pighi, mio promotore, e mi applicai seriamente fino all'ora di cena.
Ci ponevamo appunto a tavola, l'amico e io, quando entrano nella stanza cinque giovani e vogliono cenar con noi.
Volentierissimo: fummo serviti, si cena, si ride, ci divertiamo.
Uno di questi cinque scolari era un candidato non passato all'esame del professor Arrighi.
Strepitava dunque contro quest'abate, Corso di nazione, e motteggiava sulla barbarie del paese e di questo regnicolo.
Do la buona notte ai miei signori.
Domani è il giorno del mio dottorato, è necessario che vada a riposarmi.
Si burlano di me, levano di tasca mazzi di carte e uno di loro mette zecchini sulla tavola.
Radi per primo fa il suo libriccino per puntare; giochiamo, passiamo la notte giocando, e Radi e io perdiamo tutto il denaro.
Giunge il bidello del collegio e mi porta la toga che devo mettermi.
Si sente la campana dell'università; bisogna partire, bisogna esporsi senza aver chiuso occhio, e col rammarico di aver perso tempo e denaro.
Che importa? Suvvia, coraggio: io giungo, e il mio promotore mi viene incontro, mi prende per mano e mi colloca accanto a sé ad una balaustra in faccia al semicerchio della numerosa adunanza.
Io mi alzo, quando tutti hanno preso posto; comincio dal recitar il cerimoniale d'uso, e propongo le due tesi che dovevo sostenere.
Uno dei deputati all'argomentazione mi avventa un sillogismo in barbara, con citazioni di testi alla maggiore e alla minore: riprendo l'argomento, e nella citazione di un paragrafo, sbaglio dal numero 5 al numero 7.
Il mio promotore mi avverte sotto voce di questa lieve mancanza, e io cerco di correggermi.
Si alza allora dalla sedia il signor Arrighi, e dice ad alta voce indirizzando le parole al signor Pighi: - Signore, protesto che non soffrirò la minima contravvenzione alle leggi del nuovo ordine.
I suggerimenti ai candidati sono in questo momento proibiti.
Si passi pur sopra per questa volta, vi avverto bensì per l'avvenire.
- Ben mi accorsi che restarono tutti irritati da questa uscita fuor di proposito; afferrai dunque l'istante favorevole, e ripresi il fondo della mia tesi, unitamente alle proposizioni dell'argomento.
Sostituii al metodo scolastico la dottrina, i ragionamenti, le discussioni dei compilatori e degli interpreti.
Feci un'intera dissertazione sopra quanto può estendersi la materia delle successioni ab intestato: tutti mi applaudirono; onde, vedendo che il mio ardire era perdonato, mi rivolsi di botto dal gius civile al canonico.
Intrapresi a discutere l'articolo della bigamia e lo trattai come il primo, percorsi le leggi dei Greci e dei Romani, né mancai di citare i concili; ero veramente stato favorito dalla sorte nell'estrazione dei punti; li sapevo a mente e mi feci un onore immortale.
Si raccolgono i voti.
Il cancelliere ne pubblica il resultato: passo nemine penitus, penitusque discrepante, cioè neppure un voto contro, incluso quello del signor Arrighi, che anzi era contentissimo.
Il mio promotore allora, dopo avermi messo in capo la laurea, fece l'elogio del candidato, ma siccome io non avevo tenuto lo stile solito, creò nell'atto prosa e versi latini, che fecero ad ambedue molto onore.
Subito che il candidato è approvato, ognuno entra.
Tutti dunque entrano, e io rimasi stordito dai complimenti e dagli abbracci.
Radi e io ritornammo al nostro albergo, contentissimi che la cosa avesse avuto termine, e imbrogliatissimi vedendoci senza denaro.
Bisognava cercarne; ne trovammo senza molto incomodo, e partimmo gloriosi e trionfanti per Venezia.
CAPITOLO XXIII.
Ricevimento nel corpo degli avvocati.
- Presentazione al palazzo.
- Dialogo con una donna.
Arrivato a Venezia, dopo aver abbracciato mia madre e la zia, ch'erano nel colmo dell'allegrezza, andai a trovare lo zio procuratore, e lo pregai di collocarmi presso un avvocato per istruirmi nel formulario che si tiene dalla curia.
Mio zio, che era in grado di scegliere, mi raccomandò al signor Terzi, uno dei migliori avvocati e consultori della Repubblica.
Dovevo starvi due anni, ma vi entrai nell'ottobre 1731 e ne uscii, fatto già avvocato, nel maggio 1732.
Per quel che pare, si guardò soltanto la data dell'anno e non quella dei mesi; sicchè adempii a tutte le formalità in otto mesi.
In tutti i miei collocamenti vi doveva essere qualcosa di straordinario, e quasi sempre, per dire il vero, a mio vantaggio.
Ero nato felice; se non sono stato sempre tale, è colpa mia.
A Venezia gli avvocati debbono avere l'abitazione, o almeno lo studio, nel quartiere ove risiede la curia.
Presi dunque a pigione un appartamento a San Paterniano, e mia madre con la zia non mi lasciarono.
Vestii la toga conveniente al mio nuovo stato, ch'è come la patrizia, imbacuccai la testa in un'immensa parrucca, e con impazienza aspettai il giorno della presentazione al palazzo.
Questa presentazione non si fa senza cerimonie.
Il novizio deve aver due assistenti, che si chiamano Compari di Palazzo.
Li cerca il giovane nel numero dei vecchi avvocati che hanno per lui maggiore affezione: io scelsi il signor Uccelli e il signor Roberti, ambedue miei vicini.
Andai pertanto in mezzo ai due Compari a piè della grande scala nel gran cortile del palazzo, facendo per un'ora e mezza tante riverenze e tanti contorcimenti, che avevo rotto il dorso e la parrucca era divenuta una giubba di leone.
Ognuno che passava davanti a me diceva il suo parere sul conto mio: gli uni, ecco un giovane che ha buona indole; gli altri, ecco un nuovo scopatore del palazzo; questi mi abbracciavano, quelli mi ridevano in faccia.
Infine salii la scala e mandai il servitore a cercare una gondola, per non farmi vedere per strada arruffato com'ero, fissando per punto di riunione la sala del gran Consiglio, dove mi posi a sedere sopra un banco e donde vedevo passar tutti senza esser veduto da alcuno.
Facevo intanto le mie riflessioni sopra lo stato ch'ero per abbracciare.
A Venezia sono iscritti al registro ordinariamente 240 avvocati: ve ne sono dieci o dodici di prim'ordine, venti circa che occupano il secondo; tutti gli altri vanno a caccia di clienti, e i procuratorelli fanno loro volentieri da cane da caccia, a condizione di spartire la preda.
Ero in timore, essendo l'ultimo arrivato, e mi dispiaceva di aver lasciato le Cancellerie.
Vedevo però dall'altra parte che non vi era stato più lucroso e di maggiore estimazione di quello dell'avvocato.
Un nobile veneziano, un patrizio membro della Repubblica, che sdegnerebbe esser negoziante, banchiere, notaio, medico e professore di un'università, abbraccia la professione di avvocato, l'esercita al palazzo e dà il nome di confratelli agli altri avvocati.
Non ci vuol altro che fortuna; perché dovevo averne meno di un altro? Bisognava porsi al cimento ed entrare senza timore nel caos forense, ove la fatica e la probità conducono al tempio della fortuna.
Mentre stavo là solo, facendo castelli in aria, vedo avvicinarsi a me una donna di circa trent'anni, non sgradevole di figura, bianca, tonda e grassa, col naso schiacciato e gli occhi tristi, con molto oro al collo, agli orecchi, alle braccia, alle dita e in un arnese che annunciava essere ella una donna di comune sfera, ma in sufficiente comodità.
Mi si appressa e mi saluta: - Signore, buon giorno.
- Buon giorno, signora.
- Permettete che vi faccia le congratulazioni? - Di che cosa? - Del vostro ingresso nel Foro; vi ho veduto nel cortile, quando facevate i vostri salamelecchi.
Perbacco, signore, siete molto ben pettinato! - Non è vero? Non sono un bel ragazzo? - La pettinatura però non cambia niente: il signor Goldoni fa sempre la sua figura.
- Voi dunque, signora, mi conoscete? - Non vi vidi io quattr'anni or sono nel paese dei curiali in lunga parrucca e mantello? - È vero, avete ragione, ero allora in casa del procuratore.
- Così è: in casa del signor Indric.
- Conoscete dunque anche mio zio? - In questo paese, cominciando dal doge, conosco fino all'ultimo copista della corte.
- Siete maritata? - No.
- Siete vedova? - No.
- Oh! non ardisco domandarvi di più.
- Meglio.
- Avete qualche impiego? - No.
- Alla vostr'aria mi sembrate donna di garbo.
- Tale sono realmente.
- Avete dunque delle rendite? - Niente affatto.
- Ma siete ben vestita; come fate dunque? - Io sono figlia del palazzo, e il palazzo mi mantiene.
- Oh questa sì ch'è singolare! siete figlia del palazzo, voi dite? - Sì, signore; mio padre ci era impiegato.- Che cosa ci faceva? - Stava in orecchi alle porte, e andava poi a portar le buone nuove a quelli che aspettavano grazie, sentenze o giudizi favorevoli; aveva buone gambe e arrivava sempre il primo.
Mia madre poi era sempre qui come me.
Essa non era superba, riceveva la sua mancia e s'incaricava di commissioni.
Sono nata e cresciuta in queste sale dorate e io pure, come vedete, sulla mia persona ho dell'oro.
- La vostra storia è singolarissima.
Voi dunque seguite la tracce di vostra madre? - No, signore, fo un'altra cosa.
- Cioè? - Sollecito i processi.
- Sollecitate i processi? Non intendo.
- Sono conosciuta come Barabba; si sa benissimo che tutti gli avvocati e tutti i procuratori sono miei amici, e parecchie persone s'indirizzano a me, perché procuri loro consigli e difensori.
Quelli che ricorrono a me ordinariamente non son ricchi, e io vado intorno a novizi o a sfaccendati, che altro non chiedono se non lavoro per farsi conoscere.
Sapete voi, signore che, quantunque mi vediate così, ho fatto la fortuna d'una buona dozzina dei più famosi avvocati della curia? Suvvia, coraggio, signore, se volete farò anche la vostra.
- Mi divertivo a sentirla e, siccome non arrivava il mio servitore, continuavo la conversazione.
- Ebbene, signorina, avete presentemente fra mano qualche buon affare? - Sì, signore: ne ho parecchi, anzi ne ho di eccellenti.
Ho una vedova che è incorsa nel sospetto di aver occultato il suo scimmiotto; un'altra che vorrebbe far valere una convenzione di matrimonio concertata dopo il fatto; ho fanciulle che fanno istanza di esser dotate; ho donne che vorrebbero litigare pel divorzio; ho figli di famiglia perseguitati dai loro creditori; come vedete, avete da scegliere.
- Mia buona donna, le dissi, fino ad ora avete parlato voi, io vi ho lasciata dire; ora tocca a me.
Sono giovane, sono per intraprendere la mia professione, e desidero occasioni per produrmi e stare occupato; ma la voglia di lavorare e il prurito di litigare non mi faranno mai dar principio colle cattive cause che mi proponete.
- Ah, ah, ella disse ridendo, voi disprezzate i miei clienti, perché vi avevo avvertito che non vi era da guadagnar nulla; ma sentite: le mie due vedove sono ricche, sarete ben pagato, e sarete pagato anticipatamente, se volete.
- Vedo venire da lontano il servitore; mi alzo, e dico alla ciarliera in tono di voce intrepido e risoluto: - No, voi non mi conoscete, io sono uomo d'onore.
- Ella mi prende allora per la mano, e mi dice con aria grave: - Bravo.
Continuate sempre nei medesimi sentimenti.
- Ah, ah, io le dissi, voi mutate linguaggio? - Sì, ella riprese, - e quello che io prendo adesso, vale assai più dell'altro di cui mi ero servita.
La nostra conversazione non è stata senza mistero; ricordatevene, e guardatevi di non parlarne a veruno.
Addio, signore: siate sempre saggio, siate sempre onorato, ve ne troverete bene.
- Ella se ne va, e io resto nella maggior meraviglia.
Non sapevo che cosa volesse dire questo; intesi bensì dopo essere questa un'esploratrice venuta per scandagliarmi, ma non seppi, né volli sapere, chi me l'avesse indirizzata.
CAPITOLO XXIV.
Felice condizione di un buon avvocato.
- Tratto singolare di un avvocato veneziano.
- Almanacco di mia invenzione.
- Amalasunta, tragedia lirica da me composta.
Ero già avvocato, già ero stato presentato alla curia, e non si trattava che di aver clienti: mi portavo ogni giorno al palazzo a udire le arringhe dei maestri dell'arte; e guardavo per ogni dove se il mio aspetto risvegliava effetti simpatici in qualche litigante, che avesse avuta volontà di produrmi almeno in una causa di appello.
Un avvocato novizio non può figurare e farsi onore nei tribunali di prima istanza, ma solo nelle Corti superiori può far spiccare la scienza, la facondia, la voce, la grazia, quattro mezzi in egual modo necessari perché in Venezia un avvocato sia posto nel primo grado.
Lo zio Indric mi prometteva molto; incessantemente mi davano a sperare gli amici; ma frattanto bisognava passare tutto il dopopranzo e una buona parte della sera nello studio, per non perdere l'istante fortunato che poteva giungere.
Uno dei guadagni più grandi dell'avvocato veneziano sono i pareri: a un avvocato di prima classe un parere di soli tre quarti d'ora si paga due o tre zecchini, e prima di comparire avanti al giudice vi sono talvolta in una causa di conseguenza e complicata dodici, quindici, venti pareri da dare.
Se l'avvocato ha commissione di scrivere e firmare una petizione o una risposta, nel corso degli atti della lite, gli si consegnano sul fatto quattro, sei, dodici zecchini.
Le difese non si fanno per scritto a Venezia.
L'avvocato perora a viva voce, e gli vien pagata l'arringa in proporzione all'importanza della causa e al merito del difensore.
Tuttavia questo ascende a moltissimo.
Nella mia solitudine e nei momenti di noia, mi divertivo a far tra me stesso il calcolo che un avvocato, che abbia credito e fortuna, può guadagnare senza darsi gran briga quaranta mila lire all'anno: e questo è molto per un paese, ove il vivere è la metà meno caro che a Parigi.
Mi viene ora a memoria un tratto singolare d'uno dei più famosi avvocati del mio tempo.
Questi era un uomo che aveva guadagnato molto, e che si trovava in uno stato comodissimo a Venezia; aveva perciò fatto fabbricare una bella ed elegante abitazione in una città di terraferma, e quivi spiegava tutto il suo fasto, tutta la sua magnificenza.
Un giorno che uno dei suoi clienti andò a trovarlo a casa per consultarlo e dirgli che doveva partire per Milano, l'avvocato lo pregò di fargli costruire una carrozza e di mandargliela alla sua casa di V.
Il cliente accettò con piacere l'incombenza, fece eseguire la commissione sotto i suoi occhi, e il legno riuscì della maggior bellezza.
Lo spedì secondo l'intelligenza, e ne diè parte al committente senza parlargli di prezzo.
Torna a Venezia il cliente, e si porta col suo procuratore a consultar l'avvocato sullo stato dei propri affari.
Questi, a mezzo del colloquio, ricordandosi della carrozza, che aveva veduta e di cui era rimasto pienamente contento, gliene chiede il conto.
Il cliente ricusa di darlo, anzi prega il suo difensore di compiacersi di accettarla come una testimonianza di amicizia e di considerazione.
L'avvocato lo ringrazia e figura d'insistere sul pagamento; ma i tre quarti d'ora passavano, ed essendovi nell'anticamera altri litiganti che aspettavano coll'orologio alla mano, fu ripreso subito il consulto.
Finito il tempo ciascuno si alza e l'avvocato accompagna alla porta il suo cliente, come è costume; il procuratore gli presenta tre zecchini, lui li prende e rientra nello studio.
Parve singolare al procuratore questo atto, né potè dispensarsi dal parteciparlo agli amici; questi lo dissero ad altri, e qualcuno ne rese inteso l'avvocato.
Ecco la sua risposta e la sua giustificazione: - Il signor conte mi ha fatto un dono, io l'ho ringraziato, ed eccoci pari; gli ho dato un parere, mi ha pagato, e siamo egualmente pari; mi rido degli sciocchi e tiro avanti.
- A dire il vero aveva ragione quest'uomo di ridersi del mondo: la sua tavoletta era sempre piena di nomi di clienti, e i suoi quarti d'ora erano sempre impiegati.
Non veniva altro a casa mia che qualche curioso per investigarmi, o qualche pericoloso cavillatore; nulladimeno li ascoltavo pazientemente, davo loro i miei pareri, non stavo coll'orologio alla mano, li tenevo quanto volevano, li accompagnavo alla porta; ma nessuno dava.
Questa è la sorte dei principianti; v'abbisognano tre o quattr'anni prima di giungere a farsi un nome e a guadagnare denaro.
Sono per altro di ferma opinione che, se avessi continuato la mia professione nella curia, avrei fatto il mio viaggio molto più presto di parecchi altri miei confratelli; infatti in sei mesi di tempo avevo difeso una causa e l'avevo vinta.
Ma la mia costellazione mi minacciava già un nuovo cambiamento che non mi fu possibile evitare, e riserbo al capitolo seguente l'origine e le conseguanze di un rovescio più grande ancora di quello che avevo provato in collegio a Pavia.
Frattanto passavo il tempo nel mio studio, solo o male accompagnato, facendo almanacchi.
Fare almanacchi, tanto in italiano come in francese, significa occuparsi di oggetti inutili e immaginari; questa volta però vi era differenza, poiché realmente mi riuscì di fare un almanacco che fu stampato, che si gustò molto e ottenne sommo applauso.
Lo intitolai L'esperienza del passato.
Astrologo dell'avvenire.
Almanacco critico per l'anno 1732.
Vi era un discorso generale sull'anno, e altri quattro sopra le quattro stagioni, in terzine intrecciate alla maniera di Dante, contenenti alcune critiche sui costumi del secolo, e ciascun giorno dell'anno era accompagnato da un pronostico che racchiudeva sempre una lepidezza, una critica o un'arguta espressione.
Non starò qui a render conto di una ragazzata che non ne merita la pena; trascriverò soltanto il distico del giorno di Pasqua, giacchè questa faceta espressione, ch'era forse una delle meno argute, fece un effetto mirabile perché il pronostico s'avverò, e mi procurò sommi favori e molto gradimento.
Eccovi in versi italiani la predizione:
In sì gran giorno una gentil contessa
Al parrucchier sacrifica la Messa.
Questa piccola operetta, qualunque fosse, mi divertì molto; poiché in tal tempo non vi erano in Venezia spettacoli, e oltre a ciò le mie diverse occupazioni mi avevano impedito di pensarvi.
Le critiche e le facezie dell'almanacco erano veramente del genere comico, e ogni pronostico avrebbe potuto fornire il soggetto di una commedia.
Mi si risvegliò allora la brama di riprendere l'antica idea, e sbozzai qualche rappresentazione; ma riflettendo che il genere comico non conveniva del tutto alla gravità della toga, credei più degna del mio stato la maestà tragica, divenendo perciò infedele a Talia per seguire i vessilli di Melpomene.
Siccome nulla voglio nascondere al mio lettore, è necessario che gli riveli un segreto.
I miei affari andavano male e mi trovavo dissestato (si vedrà speditamente come e perché): lo studio non mi fruttava nulla, e avevo bisogno di trar profitto dal mio tempo.
In Italia i guadagni della Commedia sono dell'ultima mediocrità per l'autore; non vi era che l'Opera, che potesse farmi avere cento zecchini in un tratto.
Con questa mira composi una tragedia lirica intitolata Amalasunta.
Credei di far bene, e trovai persone che me ne parvero contente; è bensì vero che non le avevo scelte tra gl'intenditori.
Parlerò dunque di questa tragedia in musica in altra occasione.
Ecco qua lo zio Indric, che viene a propormi una causa: bisogna sentirlo.
CAPITOLO XXV.
Prima arringa.
- Avventure con una zia e una nipote.
La causa che mio zio veniva a propormi era una contestazione proveniente da una servitù idraulica.
Un mugnaio aveva comprato un filo d'acqua per dar moto ai suoi mulini, e il proprietario della sorgente l'aveva deviato; si trattava dunque di ristabilire l'attore in tutti i suoi diritti, dei danni sofferti e ogni altro interesse.
La città di Crema aveva preso parte e causa in favore del mugnaio.
Esisteva un modello dimostrativo ed erano nati processi verbali, atti, violenze, ribellioni.
La causa era mista di civile e criminale, e dovevano giudicarla gli Avogadori, magistratura autorevolissima, simile appunto a quella dei tribuni del popolo romano.
Avevo per avvocato contrario il celebre Cordelina, l'uomo più dotto e più eloquente della curia di Venezia.
Egli doveva parlare il primo, e io rispondere sul fatto senza scritti e meditazioni.
Si dà l'appuntamento del giorno, e io mi porto al tribunale della Avogaria.
Il mio avversario parla per un'ora e mezza, lo ascolto e non lo temo.
Finita la sua arringa, do principio alla mia: procuro, mediante un patetico preambolo di conciliarmi il favore del giudice.
Era la prima volta che mi esponevo e avevo bisogno d'indulgenza.
Entro in materia, attacco di fronte l'arringa di Cordelina.
I miei fatti son veri, buona la mia voce, la mia eloquenza non dispiace; parlo per due ore, concludo, e mi trovo dalla testa ai piedi in un mar di sudore.
Mi aspettava il servitore in una camera vicina, ove mi mutai la camicia: era stanco, sfinito.
Ecco mio zio: - Caro nipote, abbiamo vinto e la parte contraria è condannata alle spese.
Coraggio, caro amico, egli continua, coraggio: questo primo saggio vi annuncia per un uomo che deve conseguire un bell'avviamento; non vi mancheranno clienti.
- Eccomi dunque felice.
Cielo! che destino! che rovesci!
Il disgraziato avvenimento che son per raccontarvi, annunciato da me stesso nel passato capitolo, avrebbe potuto essere inviluppato tra gli aneddoti dei due anni precedenti, ma mi è piaciuto piuttosto di riunire la storia che di troncarne il filo e di sbocconcellarla.
Mia madre era stata in strettissima lega con la signora St.
e la signora Mar., due sorelle divise d'azienda domestica tra di loro, benché abitanti nella medesima casa.
Dopo averle perdute di vista a motivo dei suoi viaggi, ella ne rinnovò la conoscenza appena ci ristabilimmo a Venezia.
Fui presentato a queste dame; e siccome la fanciulla era la più ricca, abitava perciò il primo piano e teneva conversazione, la quale noi frequentavamo a preferenza dell'altra.
La signorina Mar.
non era giovane, ma conservava ancora molti bei pregi: all'età di quarant'anni era fresca come una rosa, bianca come la neve, con vivace colorito naturale, occhi grandi, vispi e spiritosi, una bocca amabile e un aspetto di salute molto piacevole; il solo naso guastava un poco la sua fisonomia.
Aveva un naso aquilino un po' troppo rialzato, che peraltro le dava un'aria d'importanza quando si metteva sul serio.
Aveva sempre ricusato di maritarsi, benchè pel suo onesto contegno e per la sua fortuna non le fossero mai mancati partiti e, non so se per mio bene o per mia disgrazia, io fui l'avventurato mortale che seppe il primo andarle a genio.
Eravamo d'accordo; ma non ardivamo dircelo, poiché la signorina faceva la vereconda e io temevo un rifiuto.
Ne feci la confidenza a mia madre, a cui non dispiacque; anzi, credendo il partito per me conveniente, s'incaricò d'intraprenderne il trattato.
Procedeva bensì molto lentamente per non distrarmi dalle occupazioni, e avrebbe voluto che avessi un po' più di stabilità nella mia professione.
Frattanto andavo a passar le sere in casa della signorina Mar., ove scendeva anche sua sorella per far la partita, conducendo seco le due figlie già d'età nubile: la maggiore era deforme, l'altra era ciò che si dice in francese une laideron, ch'è quanto dire una donna brutta ma non sgradevole.
Aveva peraltro due begli occhi neri e furbi, una piccola maschera d'Arlecchino molto gustosa, e delle grazie naturali e incitanti.
Non era amata dalla zia, per essere stata più volte d'ostacolo alle sue passeggere inclinazioni, onde non mancava di fare il possibile per toglierle il posto a riguardo mio.
In quanto a me, mi divertivo con la nipote e stavo forte con la zia.
In questo mentre s'introdusse in casa della signora Mar.
un'Eccellenza che fece l'occhietto alla bella, ed ella cadde nella rete.
Né l'una né l'altro si amavano: la signorina teneva al titolo e il signore alla dote.
Frattanto io mi vidi decaduto dal posto d'onore che fin allora avevo occupato; me ne offesi, e per vendicarmi feci la corte alla detestata rivale, spingendo tant'oltre la mia vendetta, che in due mesi di tempo divenni ne compiutamente amante, e feci colla mia non spiacevole brutta un buon contratto di matrimonio in tutte le regole e forme.
Vero è che la madre della signorina e i suoi aderenti non mancarono di scaltrezza per farmi cadere nei lacci.
La nostra convenzione però conteneva alcuni articoli del maggior mio vantaggio: dovevo ricevere una rendita che apparteneva alla signorina; sua madre doveva cederle i suoi diamanti; e oltre a ciò dovevo metter le mani sopra una somma considerabile di un amico di casa che non si volle nominare.
Continuavo sempre a farmi vedere dalla signorina Mar.
e vi passavo le sere secondo il mio solito; la zia però diffidava della nipote, vedendo che usavo con lei attenzioni non tanto riservate.
Sapeva che da un certo tempo salivo sempre al secondo piano avanti di entrare nel primo; il dispetto la divorava, e voleva disfarsi della sorella, delle nipoti e di me.
Sollecitò a quest'effetto il suo matrimonio col gentiluomo, che credeva di aver nella rete, facendogli parlare per convenir del tempo e delle condizioni.
Ma qual fu mai la sua meraviglia e umiliazione, quando ebbe in risposta che sua eccellenza domandava la metà dei beni della signorina in donazione, e l'altra metà dopo la sua morte.
Si abbandonò allora ai più violenti impeti di rabbia, odio e disprezzo, mandò un formale rifiuto al suo pretendente, poco mancando che non morisse di dolore.
Le persone di casa, che ascoltano e parlano, riferirono tutto ciò che sapevano alla sorella maggiore; ed ecco la nipote in ugual modo che la madre nel più gran giubilo.
La signorina Mar.
non ardiva dir nulla; divorava bensì in segreto il suo rancore, e vedendomi affettare attenzioni per la nipote, con quei suoi occhi grossi accesi di collera, mi vibrava sguardi terribili.
In questa compagnia eravamo tutti cattivi politici.
La signorina Mar., che non sapeva come procedevano le cose tra me e la nipote, sperava sempre di potermi strappare all'oggetto della sua gelosia, e mediante la differenza delle loro fortune credeva di potermi rivedere ai suoi piedi; ma il tratto di perfidia di cui io son per accusarmi la disingannò interamente.
Avevo composto una canzonetta per la mia bella, avevo fatto compor la musica da un dilettante pieno di buon gusto, e avevo ideato di farla cantare in una serenata sul canale dove corrispondeva la casa di quelle signore.
Credei che questo appunto fosse il momento favorevole per far eseguire la mia idea, sicuro di far piacere all'una e rabbia all'altra.
Un giorno in cui eravamo nella sala della zia, facendo la partita intorno alle nove ore di sera, si sente nel canale una strepitosa sinfonia sotto il balcone del primo piano, e per conseguenza sotto le finestre del secondo.
Ognuno si alza, ponendosi in situazione di goderne.
Finita l'introduzione, si ascolta la voce amabile di Agnese, che era la cantatrice di moda per le serenate, la quale per la bellezza della sua voce e per la chiarezza della sua espressione fece molto bene gustar la musica, e applaudir pienamente le armoniche strofette.
Ebbe sorte questa canzonetta a Venezia, poiché si cantava dappertutto; suscitò peraltro inquietudine nello spirito delle due rivali, ciascuna delle quali aveva diritto di appropriarla a sé stessa.
Procurai di acquietar sotto voce la nipote, assicurandola che la festa era stata dedicata a lei sola, e lasciai l'altra nell'agitazione e nel dubbio.
Tutti mi facevano complimenti.
Io mi schermivo e mantenevo l'incognito, non dispiacendomi peraltro di esser bersaglio del loro sospetto.
Il giorno dopo mi portai alla casa di quelle signore all'ora solita.
La signorina Mar., che mi faceva la posta, mi vide entrare: mi venne incontro, mi fece passare nella sua camera, volle che sedessi accanto a lei, e con viso serio e appassionato mi disse: - Voi ci avete regalato un divertimento bellissimo; siamo però più femmine in questa casa: a chi mai ha potuto esser diretta questa festa galante? Io non so se tocchi a me ringraziarvi.
- Signorina, le risposi, non son io l'autore della serenata.
- M'interrompe allora con aria brusca, e quasi minaccevole: - No, non vi nascondete, ella disse; vi sforzate invano.
Ditemi solamente se questo divertimento è stato immaginato per me o per altri, e vi avverto che questa dichiarazione può divenir seria, che sarà decisiva, e non vi dirò altro.
- Se fossi stato libero non so che cosa avrei risposto, ma ero nei lacci, onde non avevo che una sola risposta da dare.
- Signorina, le dissi, nella supposizione che io fossi l'autore della serenata, non avrei mai ardito di indirizzarla a voi.
- Perché? ella riprese.
- Perché, risposi, le vostre mire sono troppo superiori alla mie, né vi sono che i signori grandi, che possano meritare la vostra stima.
- Basta così, ella soggiunse, alzandosi; ho inteso tutto.
Andate.
Signore, voi ve ne pentirete.
- Ella aveva ragione; me ne sono infatti molto pentito.
Ecco dichiarata la guerra.
La signorina Mar., offesa di vedersi soppiantata dalla nipote e temendo di vederla maritata prima di sé, rivolse le mire da un'altra parte.
Stava dirimpetto alle sue finestre una famiglia rispettabile, non titolata, ma bensì in parentela con alcune famiglie patrizie, il figlio maggiore della quale aveva fatto la corte alla signorina Mar.
ed era stato rigettato.
Ella procurò di far nuova lega col giovane, che non ricusò; gli comprò una carica onorevolissima nel palazzo, e in sei giorni di tempo tutto fu accordato e fu eseguito il matrimonio.
Il signor Z., che era il nuovo sposo, aveva una sorella che doveva maritarsi nel medesimo mese a un gentiluomo di terraferma, e questi erano due matrimoni di persone molto benestanti; la mia bella e io dovevamo fare il terzo, e quantunque mendichi come eravamo in sostanza, pur bisognava figurare di esser ricchi e rovinarci.
Ecco ciò che mi ha dissestato, ecco ciò che mi ha ridotto all'estreme angosce.
Come fare a sbrogliarsene? Lo vedrete nel capitolo seguente.
CAPITOLO XXVI.
Seguito del capitolo precedente.
Mia madre nulla sapeva di ciò che seguiva in una casa ove ella non andava troppo spesso, ma la signorina Mar.
si valse maliziosamente delle cerimonie d'uso per informarla: le mandò un biglietto di matrimonio.
Mia madre ne fu sommamente meravigliata, me ne tenne proposito e fui obbligato a confessar tutto; procurando però di render meno reprensibile la sciocchezza da me fatta, col dire d'aver fatte valer per buone promesse ch'erano sottoposte a cauzione, e finalmente aggiungendo che alla mia età una donna di quarant'anni non mi conveniva.
Quest'ultima ragione acquietò mia madre più che le altre.
Mi domandò se il tempo del mio matrimonio era stato fissato, e io le dissi di sì, come pure che vi erano ancora tre buoni mesi di tempo.
In Venezia, per maritarsi in buona regola e con tutte le follie del costume, abbisognano molte più cerimonie che in qualunque altro luogo.
Prima cerimonia: la firma del contratto con l'intervento dei parenti e degli amici; formalità che noi avevamo evitato, avendo firmato il nostro alla chetichella.
Seconda cerimonia: la presentazione dell'anello.
Non è già questo l'anello nuziale, ma una gioia o un solitario che il futuro sposo deve regalare alla sua bella.
Sono invitati in quel giorno parenti e amici; grand'apparato in casa, molto fasto, la massima gala, né si fa mai veruna adunanza in Venezia senza che vi siano rinfreschi costosissimi.
Non avevamo potuto evitarlo: il nostro matrimonio, benchè ridicolo, doveva far dello strepito; bisognava fare come gli altri e andare fino in fondo.
Terza cerimonia: la presentazione delle perle.
Alcuni giorni precedenti quello della benedizione nuziale, la madre o la parente più prossima dello sposo si porta a casa della signorina e le presenta un vezzo di perle fini, che ella porta regolarmente al collo da quel giorno fino al termine dell'anno del suo matrimonio.
Vi sono poche famiglie che abbiano di proprio questi vezzi di perle, o che vogliano farne la spesa; si prendono bensì a nolo, e se sono punto belli, il nolo è carissimo.
Questa presentazione porta seco balli, banchetti, abiti e per conseguenza molte spese.
Non farò parola dell'altre cerimonie successive che sono a un dipresso simili a quelle che si fanno dappertutto.
Mi fermo unicamente su quella delle perle, che avrei dovuto fare e non feci per cento ragioni, la prima delle quali era di non aver più denaro.
Quando vidi avvicinarsi quest'ultimo preliminare di nozze, feci far parola alla mia pretesa suocera, affinchè ella mi assicurasse le tre condizioni del nostro contratto.
Si trattava di rendite, delle quali bisognava darmi i titoli; di diamanti, che la madre doveva rimetter nelle mani della sua figliola o nelle mie avanti il giorno della presentazione delle perle, e di farmi passare in tutto o in parte quella somma considerabile che il protettore incognito le aveva promesso.
Ecco il risultato del colloquio, di cui si era incaricato uno dei miei cugini.
Le rendite della signorina consistevano in una di quelle pensioni vitalizie, che la Repubblica aveva destinato a un certo numero di zitelle: è necessario però che ognuna aspetti la vacanza del posto, e ne dovevano morire quattro prima che la signorina St.
ne potesse godere; ella stessa poteva morire avanti di giungere a conseguire il primo posto.
I diamanti poi erano destinati alla figlia, ma la madre, che era ancor giovane, non voleva privarsene in vita, né li avrebbe dati che dopo morte.
Riguardo a quel signore che, non si sa perché, doveva dar il denaro, aveva intrapreso un viaggio, né era per tornar così presto.
Eccomi pertanto molto bene accomodato e contento.
Non avevo assegnamenti bastanti per sostenere un mantenimento costoso, e molto meno per eguagliare il lusso delle due coppie fortunate; il mio studio non rendeva quasi nulla, avevo contratto debiti, mi vedevo sull'orlo del precipizio, ed ero fidanzato.
Ruminai, riflettei e sostenni l'atroce guerra dell'amore e della ragione; quest'ultima facoltà dell'anima la vinse sopra l'impero dei sensi.
Partecipai a mia madre la mia condizione, ed ella convenne meco con le lacrime agli occhi che, per evitare la rovina, era necessario un violento partito.
Impegnò i suoi capitali per pagare i miei debiti a Venezia; io le cedei i miei di Modena per il suo mantenimento, e presi la risoluzione di partire.
Nel momento più seducente per me, dopo il felice primo saggio dato al palazzo, in mezzo ancora alle acclamazioni della curia, lascio patria, parenti, amici, amori, speranze, professione.
Parto e metto piede a terra a Padova.
Il primo passo era fatto, gli altri non mi costarono più nulla; grazie al mio buon temperamento, eccettuata mia madre, mi scordai di tutto il resto, e il piacere della libertà mi consolò della perdita della signorina.
Scrissi, partendo da Venezia, una lettera alla madre della sventurata, attribuendo a lei sola la causa immediata del partito al quale ero stato ridotto; l'assicurai che quando fossero state mantenuto le tre condizioni, non avrei tardato a ritornare; ma nell'aspettar la risposta seguitavo sempre il mio viaggio.
Portai meco il mio tesoro: era l'Amalasunta, che avevo composta nei momenti d'ozio e sopra la quale avevo delle speranze che credevo ben fondate, sapendo che l'Opera di Milano era una della più considerabili d'Italia e d'Europa.
Mi ero proposto di presentare il mio dramma alla direzione, che era in mano della nobiltà di Milano, e avevo fatto conto che la mia opera sarebbe stata bene accolta e non mi sarebbero mancati cento zecchini; ma a chi fa i conti senza l'oste, convien farli due volte.
CAPITOLO XXVII.
Viaggio da Padova a Milano.
- Fermata a Vicenza e Verona.
- Corsa per il lago di Garda a Salò.
- Conforto inaspettato in questa città.
- Fermata a Brescia.
- Incontro piacevole a Bergamo.
Viaggiando da Padova a Milano giunsi a Vicenza, ove mi fermai per quattro giorni.
Conoscevo in questa città il conte Parmenione Trissino, della famiglia del celebre autore della Sofonisba, tragedia composta alla maniera dei Greci, e una delle migliori produzioni del buon secolo della letteratura italiana.
Avevo conosciuto il signor Trissino a Venezia fino dalla prima gioventù.
Avevamo ambedue gusto per l'arte drammatica; gli feci vedere l'Amalasunta che egli applaudì freddamente, e mi consigliò di attendere all'arte comica.
Fui dolente che non avesse trovato bella la mia opera, e attribuii la sua freddezza alla preferenza che dava alla commedia.
Vidi con piacere a Vicenza il famoso teatro Olimpico del Palladio, celeberrimo architetto del secolo decimosesto nativo di questa città, e ammirai l'arco trionfale che, senza altri ornamenti che quello della regolarità delle proporzioni, passa per il capo d'opera dell'architettura moderna.
Esistono i bei modelli, ma son rari gl'imitatori.
Da Vicenza passai a Verona, ove desideravo conoscere il marchese Maffei, autore della Merope, opera felicissima, imitata con non minor felicità.
Quest'uomo versato in ogni genere di letteratura vedeva meglio di chiunque altro che il teatro italiano aveva bisogno di riforma.
Tentò d'intraprenderla e pubblicò un volume col titolo Riforma del Teatro Italiano, contenente la Merope e due commedie, le Ceremonie e il Raguetto.
La tragedia fu applaudita generalmente, ma le due commedie non ebbero il medesimo successo.
Non essendo Maffei a Verona, presi la volta di Brescia e mi fermai ad alloggiare a Desenzano, sul lago di Garda, in quel medesimo albergo ove pochi anni avanti avevo corso il rischio di essere assassinato.
Domandai alla gente dell'osteria se si ricordavano di questo fatto; mi dissero di sì, e che lo scellerato, dopo aver commessi altri delitti, era stato condannato alla forca.
Essendo a cena alla tavola comune, e malgrado il dispiacere e l'amorosa passione mangiando col miglior appetito del mondo, mi trovai accanto un abate di Salò.
La conversazione piacevole dell'abate mi porse occasione di andare a vedere questo grazioso paese, ove si cammina fra verdi piante d'arancio all'aria aperta, costeggiando sempre un lago delizioso.
Un'altra ragione mi determinò a deviare dalla strada che mi ero prefissa.
Mi trovavo molto corto di danari.
Avendo per buona sorte mia madre un'abitazione di sua proprietà a Salò, ed essendo io conosciuto dal fittuario, potevo sperare di trarne profitto.
Da Desenzano a Salò non vi erano che quattro leghe, che facemmo a cavallo per goder meglio la piacevole passeggiata, e me ne venni il terzo giorno solo solo, essendomi molto divertito e con qualche zecchino anticipatomi dal fittuario di mia madre.
Pagai al vetturino, che mi aveva aspettato, i suoi tre giorni di fermata, e ripresi la strada di Brescia.
Da Vicenza avevo scritto al signor Novello, conosciuto a Feltre in qualità di vicario del governo e che era in quel tempo assessore del governatore di Brescia.
Andai pertanto a smontare al palazzo del governo, ove il signor Novello mi fece un'accoglienza graziosissima, e siccome ricordava alcune bagattelle comiche da me composte a Feltre, mi domandò la sera, in tempo di cena, se avevo altro dello stesso genere da fargli sentire.
Gli parlai della mia opera: era curiosissimo di sentirla; concertammo dunque per il giorno seguente.
Invitò a pranzo varie persone di lettere, che sono in grandissimo numero e degne di somma stima in questo paese, e il giorno appresso, dopo il caffè, lessi il mio dramma, che fu ascoltato con attenzione e unanimemente applaudito.
Le persone che mi avevano giudicato erano colte, dovevo dunque esser contento.
Fecero anche l'analisi della mia composizione.
Il carattere di Amalasunta era ben immaginato e sostenuto, e poteva passare per una lezione di morale per le regine madri, incaricate della tutela e dell'educazione dei loro augusti figli.
I buoni e cattivi cortigiani posti a contrasto formavano un quadro piacevole, e la disgraziata catastrofe di Atalarico e il trionfo di Amalasunta presentavano uno scioglimento, che comprendeva al tempo stesso la severità che esige la tragedia e le grazie proprie del melodramma.
Lo stile parve a quest'assemblea giudiziosa più tragico che musicale, e avrebbero desiderato che io avessi soppresse le arie e la rima per farne, secondo loro, una buona tragedia.
Li ringraziai dell'indulgenza, ma non ero punto inclinato a profittare dei consigli.
Una tragedia, fosse anche stata eccellente come quelle di Corneille o Racine, mi avrebbe procacciato in Italia molto onore e pochissimo lucro, e io avevo bisogno dell'uno e dell'altro.
Lasciai dunque Brescia, fermamente deciso a non fare la minima variazione sul mio dramma e di proporlo all'Opera di Milano.
Da Brescia a Milano si poteva andare per una strada più corta, ma io avevo voglia di vedere Bergamo, e perciò presi la volta di questa città.
Traversando il paese degli arlecchini, guardavo per ogni dove se ravvisavo qualche idea di quel personaggio comico, che forma la delizia del teatro italiano; non incontrai però mai né quei visi neri, né quegli occhi piccoli, né quei vestiti di quattro colori che fanno ridere; vidi bensì delle code di lepre sopra i cappelli, ornamento anche al giorno d'oggi dei contadini di questa regione.
Parlerò della maschera, del carattere e dell'origine degli arlecchini in un capitolo che deve essere destinato alla storia delle quattro maschere della commedia italiana.
Giunto a Bergamo smontai a un'osteria dei sobborghi, non salendo le vetture alla città, che resta altissima e sommamente scoscesa, e andai a piedi fino al quartiere del governo, che occupa appunto la sommità di quell'alpestre montagna.
Stanco all'estremo, e maledicendo la curiosità che mi aveva trascinato in questo luogo senza conoscere alcuno, e nel bisogno di prender riposo, mi ricordai che il signor Porta, mio antico compagno nella cancelleria criminale di Chioggia, era stato nominato cancellier civile di Bergamo.
Cercai la sua abitazione e la trovai; ma il mio amico non vi era, essendo sei leghe lontano per una commissione relativa alla sua carica.
Pregai il cameriere di volermi permettere di riposar un momento, e parlando con lui domandai chi fosse il governatore della città.
Qual buona nuova! Qual cosa inaspettata e piacevole per me! Era sua eccellenza Bonfadini, quello stesso che fu a Chioggia, dal quale avevo servito in qualità di vice-cancelliere: mi trovai dunque tutt'a un tratto in un paese di conoscenza; andai al palazzo e mi feci annunciare.
Stavo aspettando in anticamera che mi facesse entrare, allorché sento il governatore stesso che ride dicendo ad alta voce: - Ah! ah! l'astrologo! Ecco l'astrologo.
Fatelo passare.
Signore, voi vedrete adesso l'astrologo.
- Non sapevo che cosa volesse dire, ed ero in timore che mi si volesse mettere in ridicolo: entrai, ma molto sconcertato.
Mi rianima il governatore e mi pone subito in calma; mi viene incontro, e presentandomi alla signora governatrice e alla conversazione, dice: - Ecco qui il signor Goldoni; vi ricordate, signore, della contessa C., sulla quale abbiamo tanto scherzato riguardo all'eterna sua toeletta, alle mosse perdute e al pronostico dell'anonimo? Ebbene, l'autore di quell'almanacco critico che avete letto è il signor Goldoni.
- Ciascuno allora mi usa gentilezze, il governatore mi esibisce quartiere e tavola; io accetto e ne profitto per quindici giorni, conducendo la vita più piacevole del mondo.
Bisognava per altro far conversazione con le dame, e io non ero né fortunato né ricco.
Il governatore, garbatissimo e sommamente prudente, non mi chiese il motivo del viaggio; dopo pochi giorni però credei bene di metterlo al fatto delle mie avventure e del mio stato.
Ne parve commosso, e mi offrì di tenermi in sua casa per tutto il tempo dei dieci mesi che ancora gli restavano per compiere il periodo del suo governo.
Non potevo accettare, e per questa ragione lo ringraziai, pregandolo di favorirmi piuttosto lettere di raccomandazione per Milano.
Me ne diede parecchie; e una tra le altre, della signora governatrice per il residente di Venezia, mi fu utilissima.
Spirati i quindici giorni, presi congedo da sua eccellenza.
Non ero di buon umore; egli mi fece molte domande, ma non osai dir nulla; ben si accorse però che il mio impiccio procedeva da mancanza di denaro.
Mi offre dunque la borsa, ricuso.
Egli insiste; prendo allora con la maggior modestia dieci zecchini di cui volevo fargli l'obbligazione, ma egli non volle.
Che bontà! che grazia! Bisognava partire; e il giorno dopo mi misi in viaggio.
CAPITOLO XXVIII.
Arrivo a Milano.
- Prima visita al residente di Venezia.
- Lettura dell'Amalasunta.
Eccomi a Milano; eccomi in questa metropoli della Lombardia, antico retaggio del dominio spagnolo, ove avrei dovuto comparire col mantello e col collare secondo la foggia castigliana, se la musa satirica non mi avesse allontanato dal posto cui ero destinato.
Ora ci vengo a contender l'onor del coturno; non avrò peraltro la gloria del trionfo che calzando il socco.
Andai ad alloggiare al Pozzo, uno dei più famosi alberghi di Milano.
Per presentarsi con vantaggio, se uno non è ricco, bisogna almeno comparir di esserlo.
Il giorno appresso portai al residente di Venezia la lettera di raccomandazione della signora governatrice.
Era allora in tale impiego il signor Bartolini, segretario del Senato, già vicebailo a Costantinopoli, uomo ricchissimo, magnifico e considerato a Milano in egual modo che a Venezia.
Pochi anni dopo fu dichiarato per scrutinio gran cancelliere della Repubblica e godè per lungo tempo, anzi fino alla morte, di questa carica che dà il titolo di eccellenza a chi l'esercita, e il posto immediatamente dopo la nobiltà dominante.
L'inviato di Venezia, essendo il solo ministro estero che risieda a Milano, a motivo dei giornalieri affari che corrono tra i due Stati limitrofi, gode la più alta considerazione e va del pari con i gran signori del ducato di Milano.
Questo ministro mi accolse con una bontà ingenua e in modo da far coraggio.
Faceva gran caso della dama mia protettrice, e mi offrì tutto quello che poteva dipendere dalla sua persona e dal suo credito; ma con un'aria grave e ministeriale mi domandò la cagione che mi conduceva Milano, e quali fossero le avventure motivate nella lettura dalla signora Bonfadini.
Era giusta la domanda e semplice fu la mia risposta.
Gli raccontai dal principio alla fine tutta la storia della zia e della nipote: il signor residente conosceva i soggetti, il mio racconto dunque lo fece molto ridere e, riguardo al timore che dimostravo di essere inquisito e molestato, mi assicurò che a Milano non avevo nulla da temere.
La naturalezza del mio discorso e l'esposizione delle mie avventure avevano fatto capire al ministro che non ero ricco; mi domandò pertanto nobilmente se avevo per allora bisogno di qualche cosa; lo ringraziai.
Mi trovavo ancora qualche zecchino di Bergamo, ed era meco la mia opera; non avevo bisogno di alcuno.
Il signor Bartolini m'invitò a pranzo il giorno seguente; accettai l'invito, presi congedo e me ne andai.
Ero impaziente di presentare la mia composizione e di farne la lettura.
Eravamo appunto di carnevale, vi era Opera a Milano, e conoscevo Caffariello primo attore della medesima, come pure il direttore e compositore dei balli e sua moglie, prima ballerina, il signore e la signora Grossatesta.
Credei più conveniente e più vantaggioso per me farmi presentare al direttore degli spettacoli di Milano da persone cognite.
Era appunto quel giorno un venerdì giorno di vacanza quasi per tutto in Italia; la sera dunque andai in casa della signora Grossatesta, che teneva conversazione alla quale concorrevano gli attori, le attrici e i ballerini dell'Opera.
Questa eccellente ballerina mia compatriota, da me conosciuta a Venezia, mi ricevé garbatissimamente e il marito di lei, che era modenese, uomo di molto spirito e coltissimo, disputò molto con sua moglie sopra l'articolo della mia patria, sostenendo con molta galanteria essere io originario della sua.
Era molto presto ed eravamo quasi soli; profittai dunque del momento per far noto ad essi il mio disegno.
Ne furono incantati: mi promisero di presentarmi, e mi anticiparono le loro congratulazioni riguardo all'accoglienza favorevole della mia opera.
Andava sempre più aumentando la conversazione: arriva Caffariello, mi vede, mi riconosce, mi saluta con aria da Alessandro, e prende il suo posto accanto alla padrona di casa.
Pochi minuti dopo è annunciato il conte Prata, uno dei direttori degli spettacoli, e quello appunto che conosceva più degli altri l'arte drammatica.
La signora Grossatesta mi presenta al signor conte, gli parla della mia opera, ed egli s'impegna a propormi all'assemblea della direzione; avrebbe bensì avuto caro che io mi fossi compiaciuto di dargli qualche idea della medesima privatamente.
La mia compatriota pure avrebbe gradito di sentirla, e io nulla più desideravo che leggerla.
È avvicinato subito un tavolino, una bugia, e ciascuno prende il suo posto.
Io mi accingo alla lettura e annuncio il titolo di Amalasunta; Caffariello canta il nome di Amalasunta, e gli par lungo e ridicolo: tutti ridono.
- Non rido però io, grida allora la signora; - e il rosignolo tace.
Leggo i nomi dei personaggi, che nella mia composizione erano nove; a un tratto si sente una vocina, che si partiva dalla bocca di un vecchio castrato, il quale cantava nei cori, e gridava come un gatto: - Troppi, troppi, vi sono almeno due personaggi di più.
- Vedevo bene di essere in cattive acque, e volevo desistere dalla mia lettura; ma il signor Prata fece tacer l'insolente, che non aveva il merito di Caffariello, e a me rivolto disse: - Signore, è vero che ordinariamente non vi sono in un dramma che sei o sette personaggi; quando però l'opera n'è degna, si soggiace con piacere alla spesa di due personaggi di più.
Abbiate, egli soggiunse, abbiate pure la compiacenza di proseguir la lettura, se vi aggrada.
Riprendo dunque la mia lettura.
Atto primo, scena prima: Clodesilo e Arpagone.
Ecco il signor Caffariello, che mi domanda qual sia il nome del primo soprano dell'opera.
- Signore, io gli dissi, è Clodesilo.
- Come? egli rispose, voi fate aprir la scena dal primo attore, e lo fate comparire nel tempo in cui vien la gente, cerca posto e fa strepito? perbacco! io non sarei vostro primo uomo davvero.
- Che pazienza! il signor Prata prende la parola, e soggiunge: - Vediamo se la scena è piacevole.
- Leggo la prima scena, e mentre recito i miei versi un estenuato musico trae di tasca un rotolo di fogli di musica, e va al cembalo per ripassare un'aria della sua parte.
La padrona di casa mi fa allora mille scuse, e il signor Prata mi prende per mano conducendomi in uno stanzino da toeletta, lontanissimo dalla sala.
Quivi il conte mi fa sedere, siede egli pure accanto a me, mi placa riguardo alla villana condotta di una compagnia di simili stolidi, e mi prega di far la lettura del mio dramma a lui solo, per poterne giudicare e dir sinceramente il suo parere.
Fui contentissimo di quest'atto di compiacenza, lo ringraziai, e intrapresi la lettura della mia composizione leggendo dal primo verso fino all'ultimo, senza risparmiargli una virgola.
Mi ascoltò attentamente e con pazienza, e giunto al termine, ecco a un bel circa il risultato della sua attenzione e del suo giudizio: - Mi pare, egli disse, che non abbiate male studiata l'arte poetica di Aristotele e di Orazio, e che abbiate scritto la vostra composizione secondo i veri principi della tragedia.
Voi dunque non sapevate che il dramma in musica fosse un'opera imperfetta, sottoposta a regola e usi, privi, è vero, di senso comune, ma che bisogna seguire a rigor di lettera? Se foste stato in Francia, avreste potuto darvi maggior pensiero per piacere al pubblico, ma qui bisogna rifarsi dal piacere agli attori e alle attrici, bisogna contentare il compositore di musica, convien consultare il pittore delle decorazioni: ogni cosa ha le sue regole, e sarebbe un delitto di lesa drammaturgia se si osasse di violarle e non si osservassero.
Ascoltate (egli proseguì), sono per indicarvi alcune di queste regole, che sono immutabili e che voi non conoscete.
Ciascuno dei tre principali soggetti del dramma dee cantar cinque arie: due nel primo atto, due nel secondo e una nel terzo.
La seconda attrice e il secondo soprano non possono averne che tre; e le ultime parti debbono contentarsi di una, o di due al più.
L'autore delle parole deve somministrare al musico le differenti ombre che formano il chiaroscuro della musica, e osservar bene che non vengano di seguito due arie patetiche, essendo inoltre necessario spartire con la medesima precauzione le arie di bravura, le arie d'azione, i mezzo-carattere, i minuetti e i rondò.
Convien soprattutto badar bene di non dare arie d'affetto e di commozione, o arie di bravura, o rondò alle seconde parti.
Bisogna che questa povera gente si contenti di ciò che loro è assegnato, essendo loro proibito di farsi onore.
- Il signor Prata voleva dir di più.
- Basta così, io ripresi, signore, non vi date la pena di dirmi altro.
- Lo ringraziai nuovamente e presi da lui congedo.
Conobbi allora che le persone che avean dato giudizio della mia composizione a Brescia avevano ragione.
Rilevai che il conte Trissino di Vicenza aveva anche più ragione degli altri, e che io solo avevo il torto.
CAPITOLO XXIX.
Sacrifizio della mia Amalasunta.
- Visita impensata al signor residente.
- Conforto anche più impensato per me.
- Arrivo di un anonimo a Milano.
- Apertura dello spettacolo per mezzo mio.
- Piccola operetta da me composta.
- Partenza del residente per Venezia.
Entrato in casa avevo freddo, caldo, ed ero nella maggiore umiliazione.
Levo di tasca il mio scritto e mi vien voglia di lacerarlo.
Il giovane dell'albergo domanda gli ordini per la cena.
- Non cenerò, fatemi un buon fuoco.
- Avevo sempre in mano la mia Amalasunta.
Ne rileggevo alcuni versi e li trovavo pieni di grazia.
Maledette regole! la mia composizione è buona, ne son sicuro; sì, ella è buona; è bensì cattivo il teatro, gli attori, le attrici, i maestri di musica, i decoratori - che il diavolo se li porti! e te pure, disgraziata mia composizione che mi sei costata tanta pena e che hai deluse la mie speranze, te divorino adesso le fiamme.
La getto nel fuoco e sto a vederla bruciare a sangue freddo con una specie di compiacimento.
Il dispiacere e la collera avevano bisogno di sfogo; rivolsi la vendetta contro me stesso, e così ebbi le mie soddisfazioni.
Tutto era finito.
Non pensavo più alla mia composizione: ma rivoltando la cenere con le molle, e radunando i frammenti del mio manoscritto per compierne la combustione, mi venne in pensiero che in nessun caso non avevo mai fatto per i miei disgusti il sacrificio della cena: chiamo il giovane, ordino che apparecchi e che mi porti subito da mangiare.
Non aspettai molto, mangiai bene, bevvi meglio, andai a letto e riposai con la maggior tranquillità.
Quello che mi accadde di straordinario fu che la mattina mi risvegliai due ore più presto del solito.
Nello svegliarmi il mio spirito avrebbe inclinato dalla cattiva parte, ma dissi allora a me stesso: su via, su via, bando al cattivo umore, ci vuol coraggio; si vada dal signor residente di Venezia; egli mi ha invitato a pranzo, ma è necessario parlargli da solo a solo, conviene dunque andarvi subito.
Mi vesto e ci vado.
Vedendomi il ministro alle nove di mattina, dubitò che mi avesse là condotto qualche urgente motivo.
Mi ricevè alla toeletta, gli feci intendere che mi davan fastidio i testimoni, ed egli ordinò che tutti uscissero; gli raccontai allora la storia della veglia, gli delineai al vivo il quadro della conversazione disgustosa che mi aveva stomacato, gli parlai del giudizio del conte Prata, e terminai col dire che ero l'uomo più impacciato del mondo.
Si divertì molto il signor Bartolini al racconto della scena comica dei tre attori eroici, e chiese di leggere la mia opera.
- La mia opera, signore? più non esiste.
- Che cosa ne avete fatto? - L'ho bruciata.
- L'avete bruciata! - Sì, signore.
Ho bruciato ogni mio capitale, ogni mio bene, la mia fortuna, le mie speranze.
- Allora sì che diè nel ridere il ministro; ma dal riso e dalle ciarle ne risultò che io restai nella casa di lui, che mi ricevè in qualità di gentiluomo di camera, mi assegnò un bellissimo appartamento e al fin dei conti, nello scacco che avevo toccato, era maggiore il guadagno della perdita.
Il mio impiego non mi occupava che per commissioni piacevoli: andare, per esempio, a complimentare i signori veneti che erano in viaggio, o in casa del governatore, o dai magistrati di Milano per affari della Repubblica.
Queste occasioni non erano frequenti, e avevo perciò tutto il comodo di divertirmi e scegliere occupazioni a mio piacere.
Capitò in città al principio della quaresima un ciarlatano di una specie molto rara, la cui memoria merita forse di esser registrata negli annali del secolo.
Buonafede Vitali di Parma era il suo nome, e si faceva chiamar l'Anonimo.
Discendeva da buona famiglia, aveva avuto un'eccellente educazione ed era stato gesuita: sentendo disgusto per il chiostro, si diede alla medicina e ottenne la cattedra di professore nell'università di Palermo.
Quest'uomo singolare, a cui veruna scienza era straniera, aveva una smodata vanità di far valere l'estensione del suo sapere; e siccome era miglior parlatore che scrittore, abbandonò il posto onorevole che teneva e prese il partito di fare il saltimbanco per arringare il pubblico; ma non essendo abbastanza ricco per contentarsi della pura gloria, traeva profitto dal suo ingegno e vendeva i suoi medicamenti.
Era per lui un bel fare il mestiere del ciarlatano; i suoi specifici erano buoni, e la sua scienza e facondia gli avevano acquistato un credito e una considerazione non comuni.
Risolveva pubblicamente tutte le questioni più difficili che gli venivan proposte in tutte le scienze e materie più astratte.
Si proponevano sul suo teatro empirico problemi, punti di critica, di storia, di letteratura ecc.; rispondeva nell'atto, e faceva dissertazioni soddisfacentissime.
Pochi anni dopo passò a Venezia e fu chiamato a Verona, a motivo di una malattia epidemica che faceva perire chi n'era attaccato.
Il suo arrivo in questa città fu come l'apparizione di Esculapio in Grecia, guarì tutti con mele appiole e vino di Cipro.
Fu chiamato per riconoscenza il primo medico di Verona, ma non potè goderne lungamente, essendo morto l'anno stesso compianto da tutti, fuorchè dai medici.
A Milano aveva l'Anonimo la soddisfazione di veder la piazza, ov'egli si mostrava al pubblico, sempre piena di gente a piedi e in carrozza; ma siccome i dotti eran quelli che compravano meno degli altri, bisognava fornire il palco di oggetti attraenti per intrattenere il pubblico ignorante; e il novello Ippocrate spacciava i suoi rimedi, profondeva la sua retorica attorniato dalle quattro maschere della commedia italiana.
Buonafede Vitali aveva pura passione per la commedia, e teneva a sue spese una compagnia completa di commedianti, i quali dopo avere aiutato il loro principale a ricevere il denaro che gli si gettava nei fazzoletti, e a rimandar gli avventori pieni di piccoli vasetti o scatolette, davano in seguito rappresentazioni in tre atti, al lume di torce di cera bianca e con una certa magnificenza.
Volevo fare amicizia con l'Anonimo, non solo per il piacer di conoscere quest'uomo straordinario, quanto ancora i suoi seguaci.
Andai un giorno a trovarlo sotto pretesto di comprare un poco del suo alexifarmaco; in questa occorrenza promossi varie questioni sopra la malattia che avevo o credevo d'avere, e si accorse che la sola curiosità mi aveva tratto alla sua casa: mi fece portare una buona tazza di cioccolata e mi disse esser quello il miglior medicamento per il mio stato.
Trovai molta urbanità e grazia nelle sue maniere, e ci trattenemmo insieme per qualche tempo.
Era tanto amabile in privato, quanto era dotto in pubblico.
Nel corso della nostra conversazione essendomi palesato per persona che aveva aderenza col residente di Venezia, credè che io potessi essergli utile riguardo a un disegno che aveva immaginato Me lo partecipò: m'impegnai a servirlo e vi riuscii con la maggiore facilità.
Ecco di che cosa si trattava.
Non vi annoiate, mio caro lettore, di questa digressione; vedrete quanto ella è per esser necessaria alla connessione della mia storia.
Nella quaresima erano sospesi a Milano gli spettacoli, come è uso per tutta l'Italia.
Il teatro comico doveva riaprirsi a Pasqua, ed era stata già fissata una della migliori compagnie di commedianti, ma il direttor di essa, essendo stato chiamato in Germania, partì senza dir nulla e mancò ai Milanesi.
Trovandosi pertanto la città senza spettacoli, era sul punto di rivolgersi a Venezia e Bologna per mettere insieme una compagnia.
L'Anonimo dunque avrebbe desiderato che si fosse data la preferenza alla sua, non eccellente, ma che peraltro poteva far conto su tre o quattro soggetti di merito, il cui insieme si combinava a meraviglia.
Infatti il signor Casali che recitava le parti di primo amoroso, e il signor Rubini che sosteneva stupendamente quelle di Pantalone, furono l'anno dopo chiamati a Venezia, il primo per il teatro di San Samuele, l'altro per quello di San Luca.
M'incaricai con piacere di tal commissione, perché in qualunque modo doveva essermi dilettevole.
La partecipai al mio ministro, che si diede la cura di parlarne egli stesso alle principali dame della città; ne tenni discorso al conte Prata, che avevo sempre coltivato; misi in opera il mio credito e quello del residente di Venezia sul governatore; insomma in tre giorni fu firmato il contratto.
L'Anonimo restò contento, e io ebbi per mancia un secondo palchetto di faccia, che poteva contenere dieci persone.
Profittando dell'occasione di questa compagnia con la quale trattavo familiarmente, mi rimisi a comporre alcune bagatelle teatrali.
Non avrei avuto tempo bastante per fare una commedia, non essendo l'accordo fatto con l'Anonimo che per la primavera e l'estate fino al mese di settembre; e siccome tra i suoi stipendiati vi era un compositore di musica, e un uomo con una donna che cantavano assai bene, feci un intermezzo a due voci, intitolato il Gondolier Veneziano, che fu eseguito, ed ebbe tutto il buon successo che una simile composizione poteva meritare.
Ecco la prima opera comica di mia composizione che comparve in pubblico e successivamente al torchio, essendo stata stampata nel quarto volume delle mie opere comiche, edizione di Venezia del Pasquali.
Nel tempo che si eseguiva a Milano il mio Gondolier Veneziano, con commedie a braccia, si annunziò la prima rappresentazione del Belisario, e si continuò ad annunziarla per sei giorni prima di esporla, allo scopo di eccitare la curiosità del pubblico e assicurarsi un buon introito.
I comici non s'ingannarono: il teatro di Milano di quel tempo (chè anch'esso ebbe nelle fiamme il destino quasi ordinario di tutti i teatri) era il più grande d'Italia dopo quello di Napoli.
Nella prima rappresentazione del Belisario fu così considerabile il concorso, che si stava pigiati dalla folla, incluse le corsie.
Ma che detestabile rappresentazione! Giustiniano era un imbecille, Teodora una cortigiana e Belisario un predicatore.
Compariva in scena privo di occhi.
Arlecchino era il conduttore del cieco e gli dava dei colpi di stecca per farlo andare; tutti erano nauseati, io poi più degli altri, avendo distribuito parecchi inviti a persone di primo merito.
Il giorno dopo vado da Casali, che mi riceve ridendo e mi dice in tono di beffa: - Ebbene, signore, che pensate voi del nostro famoso Belisario? - Penso, risposi, che questa è un'indegnità che non mi aspettavo.
- Eh via! egli riprese, voi non conoscete i comici.
Non vi è compagnia che non si serva di tempo in tempo di queste astuzie per far denaro, e questo si chiama in gergo comico un'arrostita.
- Che cosa significa, io gli dissi, un'arrostita? - Ed egli: - Significa in buon toscano, una corbellatura; in lingua lombarda, una minchionada; e in francese, une attrape.
I comici hanno l'uso di servirsene e il pubblico è assuefatto a soffrirle.
Non tutti sono delicati, e l'arrostite andranno sempre avanti, fino a tanto che non siano soppresse da una riforma.
- Vi prego, soggiunsi allora, mio signor Casali, di non arrostirmi per la seconda volta, consigliandovi di bruciar piuttosto il vostro Belisario, giacchè credo che non vi sia cosa più detestabile.
- Avete ragione, rispose; sono però persuaso, che di questa cattiva rappresentazione se ne possa fare una buona.
- Senza dubbio, risposi, la storia di Belisario può fornire un'eccellente composizione.
- Su via, replicò Casali, voi avete genio a lavorare per il teatro, fate che questo sia il primo vostro passo.
- No, risposi, non comincerò mai con una tragedia.
- Fatene una tragi-commedia.
- Ma non sul gusto della vostra.
Non vi saranno maschere, non vi saranno buffonerie.
Vedrò, mi proverò.
- Aspettate un momento: ecco qui Belisario.
- Io non so che farmene.
Il mio lavoro sarà ricavato dalla storia.
- Tanto meglio.
Vi raccomando il mio amico Giustiniano.
- Farò quello che posso.
- Io non son ricco, procurerò peraltro...
- Discorsi inutili.
Io lavoro per divertimento.
- Amico, vi confido il segreto: l'anno venturo debbo andare a Venezia: se potessi portarvi meco un Belisario...
Oh! là un Belisario coi fiocchi.
- Forse lo avrete.
- Bisogna promettermelo.
- Ebbene, ve lo prometto.
- Parola d'onore? - Parola d'onore.
Ecco Casali contento: lo lascio, e vado a casa nella ferma risoluzione di mantenere la promessa con tutta l'esattezza e l'impegno, Sentendo il signor residente che ero tornato, mi fece chiamare per dirmi ch'era per partire per Venezia, a motivo di alcuni suoi particolari affari, avendo avuto il permesso dal Senato di assentarsi per qualche giorno da Milano.
Il suo segretario era milanese, ma non stavano bene insieme; questo era un po' troppo delicato, e il ministro, vivace e soggetto a impeti violentissimi.
Mi fece l'onere d'incaricarmi di parecchie commissioni e tra le altre, siccome una sorda voce faceva temere una guerra che poteva stare a cuore alla Lombardia, mi incaricò di scrivergli giornalmente e di stare attento a tutto ciò che poteva succedere.
Era questo invero un usurpare i diritti del segretario, ma io non potevo oppormi, e oltre a ciò il ministro non avrebbe inteso ragione su questo punto.
Non mancai di eseguire le commissioni affidatemi, né tardai molto nel tempo stesso a intraprendere l'opera che avevo promesso sulla parola d'onore.
Ero arrivato in pochi giorni alla fine del primo atto: lo avevo comunicato al Casali, che n'era rimasto incantato e avrebbe voluto copiarlo in quel momento.
Successero però due casi in una volta: il primo di essi mi fece rallentare il lavoro, e il secondo interromperlo per lungo tempo.
CAPITOLO XXX.
Incontro di una Veneziana.
- Milano sorpresa dalle armi del re di Sardegna.
- Mio imbroglio a motivo della guerra e della Veneziana.
- Ritorno del residente da Venezia a Milano.
- Sua e mia partenza per Crema.
Passeggiando un giorno in campagna verso Porta Tosa col signor Carrara, gentiluomo bergamasco e mio intimo amico, ci fermammo alla famosa osteria della Cazzuola che i Milanesi pronunziano casseula, perché i Lombardi hanno il dittongo eu come i Francesi e lo pronunciano in egual modo.
Non si fanno a Milano passeggiate, né si mette insieme divertimento di qualunque sorte sia, in cui non si discorra di mangiare: agli spettacoli, alle conversazioni di gioco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia o di complimento, alle corse, persino alle conferenze spirituali sempre si mangia.
Per questa ragione appunto i Fiorentini, che generalmente son sobri ed economi, chiamano i Milanesi lupi lombardi.
Ordinammo il Carrara e io una piccola merenda, consistente in una polpettina (cioè polpette di carne battuta) con alcuni uccelletti e gamberi; e aspettando che fosse pronta la colazione, si fece un giro per il giardino.
Al ritorno, nel passar dalla parte della cucina dell'osteria, vidi a una finestra del primo piano un bellissimo visetto che fingeva di nascondersi dietro la tenda.
Corro subito a prenderne notizia.
L'oste non conosceva punto la persona.
Vi era giunta da tre giorni per la posta in compagnia di un uomo in buon arnese, che si era allontanato da lei il giorno dopo, né più era ricomparso.
Si vedeva essere nel maggior cordoglio e si supponeva veneziana.
Giovane, bella, veneziana e afflitta! - Andiamo, dissi al compagno, bisogna andare a consolarla.
- Salgo, e Carrara mi vien dietro; picchio, la bella non vuol aprire; parlo veneziano e mi manifesto per uomo addetto al residente di Venezia.
Apre allora i due battenti della porta, e mi riceve struggendosi in lacrime e nella massima desolazione.
Che spettacolo attraente e da far colpo! Una bella donna che piange ha certamente qualche diritto sopra un animo sensibile.
Dividevo con lei le sue pene, facevo il possibile per calmarla, e il mio amico Carrara se la rideva.
Che uomo duro! Come poteva ridere? Io ero di cera e m'intenerivo di minuto in minuto.
Giunsi finalmente ad asciugar le lacrime dell'amata mia compatriota e a farla parlare.
Era, per quello che mi disse, una fanciulla di buonissima casa di Venezia, divenuta amante di una persona di condizione superiore alla sua.
Aveva concepito la speranza di farne il suo sposo; ma avendo trovato opposizioni da ogni parte, non vide altro scampo che quello di andare in paese straniero.
Aveva fatto la sua confidenza a uno zio materno, che l'amava molto ed ebbe la debolezza di secondarla.
Si erano dati tutti e tre alla fuga, avevano preso la strada di Milano ed erano passati per Crema.
Furono inseguiti e raggiunti in quella città; lo zio fu arrestato e condotto in carcere, e i due amanti ebbero la fortuna di salvarsi.
Arrivati a Milano di notte, avevano preso alloggio nell'osteria dove eravamo; il suo amante era uscito la mattina di buon'ora per cercare un quartiere in città, ma non era più ritornato.
Erano oramai tre giorni che la signorina si trovava sola e fuori di speranza di rivedere il suo rapitore, il suo indegno seduttore; e intanto le lacrime raddoppiate di questa languente bellezza compiono il racconto, ed eccitano al colmo la mia sensibilità.
Carrara, che non rideva più ma era bensì irritato che la lunga nenia c'impedisse di merendare, mi fece riflessioni estremamente patetiche sopra il suo appetito.
Il cuore non mi permetteva di lasciare la mia compatriota senza fissare con lei qualche provvedimento.
La pregai pertanto, per accontentare il ghiotto compagno, di permetterci di far portare la merenda nella sua camera; ella vi acconsentì con buona maniera, e fummo serviti.
Mentre eravamo a tavola, io continuavo il colloquio con la signorina, e Carrara mangiava sempre e si burlava di me.
Incominciava a farsi sera e conveniva partire; presi pertanto congedo dalla mia bella compatriota, le promisi di tornare a vederla il giorno dopo e, augurandole affettuosamente la buona sera, la pregai di confidarmi il suo nome.
Parve che su questo punto avesse qualche difficoltà; ma finalmente mi disse all'orecchio che si chiamava Margherita Biondi.
Seppi poi che non era né Margherita né Biondi, né nipote né fanciulla; ma era giovane, bella, amabile, aveva l'aria civile e io ero in buona fede.
Potevo mai abbandonarla nel cordoglio o nell'afflizione? Nel ritorno in città bisognò sopportare tutte le beffe e corbellature di Carrara; ciò peraltro non m'impedì di mantener la parola alla bella forestiera.
Le trovai un bellissimo appartamento ammobiliato e di buon'aria sulla Piazza d'Armi, andai a desinar seco il giorno dopo, e la condussi in una buona carrozza a prender possesso del nuovo quartiere.
Mi pregò di adoperarmi a favore di suo zio per farlo uscire di prigione, di farne parola col residente di Venezia al suo ritorno a Milano, come pure d'indurre questo ministro ad aggiustare i suoi affari con i genitori, né seppi negarle nulla.
Andavo a trovarla spessissimo e la sua compagnia mi riusciva gradita un giorno più dell'altro.
Ero contentissimo del mio stato, e quest'ultima avventura aumentava le delizie della mia condizione; ma non ero fatto per godere a lungo di una felicità, qualunque fosse.
I piaceri e i disgusti si succedevano per me rapidamente; e il giorno nel quale godevo di più era quasi il punto di una nuova disgrazia.
Era una mattina in camera di buonissima ora il mio servitore; aprì la cortine, e vedendomi sveglio: - Ah! signore, mi disse, ho una gran nuova da darvi.
Quindicimila Savoiardi, a piedi e a cavallo, vengono a impadronirsi della città e si vedono schierati in piazza del Duomo.
- Sbalordito da questa novità così inaspettata, feci cento interrogazioni in una volta al mio staffiere, che non sapeva dirmi altro.
Mi vesto in fretta, esco e vado al caffè.
Dieci persone mi parlano tutte insieme, ognuno vuol essere il primo a informarmi.
Vi erano diverse opinioni, ma ecco il fatto.
Cominciata la guerra del 1733, chiamata la guerra di don Carlo, il re di Sardegna si dichiarava del partito di questo principe, e riuniva le sue armi a quelle della Francia e della Spagna contro la casa d'Austria.
I Savoiardi, che avevan fatto la loro marcia di notte, comparvero sul far del giorno alle porte di Milano; il generale chiese le chiavi della città, e poiché Milano è troppo vasta per porsi in stato di difesa, furono portate le chiavi.
Senza internarmi di più nella cosa, credetti di saperne abbastanza per darne subito parte al mio residente.
Rientro a casa, scrivo, spedisco un espresso a Venezia, e tre giorni dopo torna il ministro alla sua residenza.
Non tardarono frattanto a comparire anche le truppe francesi e a riunirsi alle sarde loro alleate, mettendo insieme quell'esercito formidabile che gl'Italiani chiamavano l'esercito dei Gallo-Sardi.
Disponendosi dunque gli alleati a far l'assedio del castello di Milano, fecero gli approcci per mettersi in stato di battere la fortezza, onde gli abitanti della Piazza d'Armi furono obbligati a sloggiare.
La mia povera veneziana, che si trovava in questo numero, mi fece avvertire del suo turbamento; accorsi subito, la feci uscir prontamente e, non volendo collocarla in un quartiere appartato, fui forzato ad affidarla a un mercante genovese, in casa del quale non potevo vederla che in mezzo a una famiglia numerosa ed eccessivamente inquieta.
Gli assedianti formarono subito le loro trincee e strade coperte; l'assedio si eseguiva col maggior ardore, le batterie dei cannoni facevano scariche giorno e notte, e ad essi rispondevano quelli della fortezza, venendo talvolta a farci visita in città qualche bomba mal diretta.
Pochi giorni dopo un corriere della Repubblica di Venezia portò al mio ministro una lettera ducale in cartapecora con sigillo di piombo con ordine di partir da Milano e di andare per tutto il tempo della guerra a stabilire la sua residenza in Crema.
Mi partecipò subito il signor residente tal notizia; approfittò di questa occasione per disfarsi del segretario, che non gli andava a genio, mi affidò questo onorevole e lucroso incarico e mi ordinò di star pronto per il giorno dopo.
Siccome avevamo bisogno in Milano di un corrispondente nel tempo della nostra assenza, proposi il mio amico Carrara, che fu approvato dal ministro e venne perciò ad abitare nel nostro palazzo.
Preparai subito i fagotti, ammassai i miei fogli e andai a fare i saluti alla bella veneziana, che piangeva, ch'era in timore e nella maggior desolazione.
Mi raccomanda vivamente suo zio, appunto in carcere a Crema.
Procuro di consolarla, e dò del denaro tanto a lei quanto al suo albergatore; questo complimento pare che contribuisca molto a calmarla.
Ci abbracciamo, poi torno a casa e parto col ministro sul far del giorno.
Arrivato a Crema, la mia prima premura fu di portarmi alle carceri: domando del signor Leopoldo Scacciati, ch'era lo zio in questione.
Non c'era più: le mie raccomandazioni avevano anticipato la sua scarcerazione; era uscito il dì precedente al mio arrivo ed era partito per Milano.
Quest'uomo, che non poteva avere il minimo sentore della mia partenza da quella città, come avrebbe fatto a ritrovar la signorina Biondi in un paese sì vasto e popolato? Questa riflessione mi dava somma inquietudine: scrissi al mercante genovese, scrissi al signor Carrara, ed ecco a un dipresso la risposta di quest'ultimo: "Il vostro Leopoldo Scacciati è giunto a Milano.
È venuto al palazzo, credendo di trovarvi.
Il guardaportone lo ha fatto salire; mi ha parlato e ha reclamato sua nipote.
Io l'ho condotto in casa del genovese, e ho creduto di rendervi un servigio grandissimo facendogli consegnare questa giovane, che vi era a carico e che non ne meritava la pena." Lontano da quest'oggetto incantatore, dovei confessare che il mio amico si era portato benissimo, e non avendo dopo ricevuto notizia alcuna né della giovane né di suo zio, la loro ingratitudine mi dispiacque, però molto leggermente.
Posi in dimenticanza l'una e l'altro, e mi diedi seriamente ad adempiere i doveri della mia carica.
CAPITOLO XXXI.
Restituzione del castello di Milano.
- Assedio di Pizzighettone.
- Armistizio.
- Resa della fortezza.
- Nuove occupazioni teatrali.
- Visita importuna.
- Rottura fra il residente e me.
Crema è una città della Repubblica di Venezia, governata da un nobile veneziano col titolo di podestà, quarantotto leghe distante dalla capitale e nove dalla città di Milano.
Quivi il residente di Venezia era a portata di vigilare sugli avvenimenti e sui disegni delle potenze belligeranti senza compromettere la Repubblica, che era neutrale e che riconoscere non poteva i nuovi padroni del Milanese.
Questo ministro però non era il solo che ne avesse l'incarico.
Fu contemporaneamente spedito da Venezia nella stessa città di Crema un senatore col titolo di provveditore straordinario, e ambedue facevano a gara i loro sforzi per avere corrispondenze e per spedire al senato recenti e sicure notizie.
Avevamo per conto nostro ogni giorno dieci, dodici e qualche volta venti lettere da Milano, Torino, Brescia e da tutti i paesi di mezzo, ove si trattava di passaggio di truppe, di foraggi, di magazzini.
Toccava a me aprirle e farne gli estratti, confrontandole e formando un dispaccio ricavato dalle relazioni che parevano più uniformi e meglio provate.
Dopo questo lavoro il ministro faceva una scelta, vi univa le sue riflessioni, le sue osservazioni; onde qualche volta erano da noi spedite alla capitale quattro staffette in un giorno.
Questo esercizio mi teneva, è vero, molto occupato, ma mi divertiva infinitamente.
Mi ponevo così al fatto della politica e della diplomazia; cognizioni che mi furono poi utilissime, quando venni nominato, quattr'anni dopo, console di Genova a Venezia.
In capo a venti giorni d'assedio e quattro di breccia aperta, il castello di Milano fu costretto a capitolare e arrendersi, avendo chiesto e ottenuto tutti gli onori militari, tamburo battente, bandiere spiegate e carriaggi coperti fino a Mantova, luogo di riunione generale dei Tedeschi, che non avevano ancora messo insieme forze bastanti per opporsi ai progressi dei loro nemici.
Gli eserciti alleati, che approfittavano del tempo favorevole, posero alcuni giorni dopo l'assedio a Pizzighettone, piccola città di frontiera nel cremonese dove il Serio si unisce all'Adda, città benissimo difesa e con una fortezza considerabilissima.
Essendosi pertanto molto avvicinato a Crema il teatro della guerra, eravamo più a portata di prima d'aver notizie, giacché s'udivano distintamente le cannonate.
Non durarono molto tempo le ostilità perché i Tedeschi, che aspettavano ordini da Vienna e da Mantova, chiesero un armistizio di tre giorni, che fu loro concesso senza difficoltà.
In tale occorrenza fui spedito in qualità di spione onorato al campo degli alleati.
Non è possibile delineare esattamente il meraviglioso quadro di un campo di battaglia in armistizio; è la festa più magnifica, lo spettacolo più straordinario che mai si possa immaginare.
Un ponte costruito sulla breccia apre la comunicazione fra assedianti e assediati; si vedono ovunque tavole imbandite, gli ufficiali si regalano scambievolmente; dentro e fuori, sotto tende e baracche, si danno balli, banchetti, concerti; vi concorre tutta la gente dei dintorni, a piedi, a cavallo, in calesse; vi si portano viveri da tutte le parti; vi regna al momento l'abbondanza; vi concorrono ciarlatani e giocatori: insomma è una fiera piacevole, è un concorso delizioso.
Io ne godevo per qualche ora ogni giorno e, nel terzo appunto, vidi uscire la guarnigione tedesca con gli onori medesimi concessi a quella di Milano.
Mi divertivo molto a vedere i soldati francesi e piemontesi, nell'uscire dalla piazza sotto le loro bandiere, rimpiattarsi tra le file dei loro compatrioti e disertare impunemente.
La sera, tornato a casa, facevo il rapporto al mio ministro di ciò che avevo veduto e udito, e potevo assicurarlo per mezzo dei colloqui da me tenuti con alcuni ufficiali, che gli eserciti uniti dovevano andare ad accamparsi nei ducati di Parma e Piacenza, per garantirli dalle incursioni che si potevano temere da parte dei Tedeschi.
I fatti corrisposero alle notizie che mi erano state date: gli alleati sfilarono a poco a poco verso il cremonese e si stabilirono nei dintorni di Parma, ove la duchessa vedova regnante, alla testa della reggenza, governava i suoi stati.
L'allontanamento delle truppe diminuì molto il mio lavoro, e mi diè ozio per dedicarmi a occupazioni più piacevoli.
Ripresi il mio Belisario, vi lavorai con assiduità e ardore, né lo abbandonai se non quando lo credei finito e mi parve di poterne esser contento.
In questo mentre mio fratello, che dopo la morte del signor Visinoni aveva lasciato il servizio di Venezia, si era trasferito a Modena nella speranza di essere impiegato dal duca; ma, non avendo potuto ottenere nulla da questa parte, venne a unirsi meco a Crema.
Lo ricevetti con amorevolezza e lo presentai al signor residente.
Questo ministro gli diede subito il posto di gentiluomo già da me occupato; ma se uno aveva la testa calda, l'altro l'aveva bollente, onde non potevamo stare insieme.
Fu dunque dal signor residente ringraziato, e se ne partì di malumore.
La cattiva condotta di mio fratello mi fece demeritare un pochino la stima del ministro.
Non mi guardava più con la stessa bontà e amicizia.
Si era acquistata la sua confidenza un ipocrita domenicano, e quando io non ero al palazzo s'impacciava di scrivere sotto la sua dettatura.
Tutto ciò mi aveva un poco alienato l'animo.
Il mio superiore e io non eravamo che due persone reciprocamente disgustate, e il caso che io sono per raccontare cagionò finalmente la totale rottura.
Ero un giorno nella mia camera, quando mi si annuncia un forestiero che vuol parlarmi.
Dico che si faccia entrare, e vedo un uomo magro, piccolo, zoppo, non troppo ben vestito, e con una fisionomia molto dubbia.
Gli chiedo il nome: - Signore, egli dice, sono il vostro servitore Leopoldo Scacciati.
- Ah! Ah! il signore Scacciati? - Certo; quello appunto che aveste la bontà di far scarcerare e di proteggere.
- Donde venite? - Da Milano.
- E cosa fa la vostra signora nipotina? - Sta a meraviglia; voi la vedrete.
- La vedrò? E dove mai? - Qui.
- Ella è qui? - Sì, signore, all'albergo del Cervo, ove vi aspetta e vi prega di venire a pranzo da lei.
- Piano, signor Scacciati; che avete fatto in tutto questo tempo a Milano? - Io vi conoscevo molti ufficiali, ed essi mi facevano l'onore di venire a trovarmi.
- A trovarvi? - Sì, signore - E la signorina? - Oh! ella faceva gli onori della tavola.
- Soltanto della tavola? - Sopraggiunge uno staffiere e interrompe una conversazione che avrei voluto prolungare un poco di più, dicendomi che il ministro mi vuole.
Prego allora il signor Scacciati di trattenersi e avere la compiacenza di aspettarmi.
Salgo; il signor residente mi presenta un manoscritto da copiare.
Era il manifesto del re di Sardegna con le ragioni che lo avevano fatto piegare al partito dei Francesi.
Questo quinterno era prezioso, poiché l'originale era sotto il torchio a Torino e conveniva spedirlo copiato a Venezia.
Il ministro non desinava né cenava quel giorno al palazzo; onde ordinò che gli portassi manoscritto e copia la mattina dopo di levata.
Il quaderno era molto voluminoso e male scritto, ciò nonostante bisognava sbrigarlo.
Entro nel mio quartiere, avviso il signor Scacciati che non potevo in verun modo in quel giorno desinare in città, ma che bensì sarei andato a trovar la sua nipote la sera, appena avessi potuto.
Mi fa intendere che la signorina deve partire speditamente.
Ripeto le medesime parole con atto d'impazienza, e lo zoppo fa una giravolta e se ne va.
Mi metto subito all'opera; desino con una tazza di cioccolata, lavoro fino alle nove della sera, termino, serro le due copie nella mia segreteria e me ne vado all'albergo del Cervo.
Trovo la bella veneziana che faceva una partita di faraone con quattro signori che non conoscevo.
Finiva appunto il taglio mentre entravo; tutti s'alzano, mi fanno molte garbatezze, si fa portare la cena e mi si dà il posto di distinzione accanto alla signorina.
Avevo una fame disperata e mangiai per quattro.
Finita la cena, si riprende il gioco.
Io punto e vinco; non ardivo però di andarmene il primo.
Si passa la notte giocando.
Guardo l'orologio, erano le sette della mattina.
Vincevo sempre, ma non potendo trattenermi di più, fo alla conversazione le mie scuse e parto.
Quattro passi lontano dall'albergo incontro uno dei nostri staffieri.
Il signor residente mi aveva fatto cercare dappertutto; si era alzato alle cinque, mi aveva fatto chiamare e gli era stato detto che avevo dormito fuori dal palazzo.
Era nella maggior furia.
Corro, entro in casa, vado nella mia camera, prendo i due quaderni e li porto al ministro.
Mi riceve malissimo, e sospetta che sia stato a comunicare il manifesto del re di Sardegna al provveditore straordinario della Repubblica di Venezia.
Mi ferisce vivamente l'animo una simile accusa, e mi pone in desolazione.
Mi lascio vincere contro il solito da un impulso di vivacità, e il ministro minaccia di farmi arrestare.
Esco e vado a rifugiarmi in casa del vescovo della città, che prende le mie difese e s'impegna a riconciliarmi col residente.
Lo ringraziai, poiché avevo già risoluto, né altro volevo che giustificarmi e partire.
Il ministro ebbe tempo d'informarsi dove avevo passata la notte, e si era ricreduto sul mio conto; io però non volli più espormi a simili disgusti e gli chiesi il permesso di dimettermi.
Me lo concesse e io gli feci le mie scuse, i miei ringraziamenti.
Misi in ordine i miei fagotti, accaparrai un calesse per Modena, ove stava tuttavia mia madre, e tre giorni dopo partii.
CAPITOLO XXXII.
Arrivo a Parma.
- Terribile spavento dei Parmigiani.
- Battaglia di Parma del 1733.
- Morte del generale tedesco.
- Veduta del campo dopo la battaglia.
- Mutazione di viaggio.
- Avvenimento dolorosissimo per me.
Giunto a Parma il 28 giugno 1733, vigilia di san Pietro, giorno memorabile per questa città, andai a prendere alloggio all'albergo del Gallo.
La mattina uno spaventoso strepito mi sveglia.
Balzo dal letto, apro la vetrata della mia camera, e vedo la piazza piena di gente: chi corre da una parte, chi dall'altra; alcuni si urtano, altri piangono, chi urla, chi è in desolazione; donne che portano i figli sulle braccia, altri che li trascinano sul terreno.
Qua si vedono persone cariche di sporte, panieri, bauli e fagotti; là vecchi che cadono, malati in camicia, carrette sossopra, cavalli in fuga.
Che cos'è questo, dicevo tra me: è la fine del mondo? Mi metto il gabbano sopra la camicia, scendo in un baleno, entro in cucina, domando, fo ricerche, e nessuno mi risponde.
L'albergatore ammassa l'argenteria e sua moglie, tutta scapigliata, tiene in mano un piccolo scrigno e altre robe nel grembiule; voglio parlare, ella mi serra la porta in faccia e parte correndo.
Che cos'è questo? che cos'è questo? domando a tutti quelli che incontro.
In questo mentre vedo un uomo all'ingresso della stalla, lo riconosco per il mio vetturino e mi accosto a lui: egli era in grado di appagare la mia curiosità.
- Ecco, signore, egli disse, tutta una città in spavento, e non senza ragione: i Tedeschi sono alle porte, e se entrano è inevitabile il saccheggio.
Tutti si salvano nelle chiese: ciascuno porta i suoi capitali sotto la custodia di Dio.
- Ma i soldati, risposi, in simili casi daranno luogo alla riflessione? eppoi i Tedeschi son tutti cattolici? - Mentre discorrevo così col mio conduttore, ecco che si muta scena: si ascoltan gridi di gioia, si suonano le campane, si tirano mortaretti.
Tutti escono di chiesa, tutti riportano i loro beni: chi si cerca, chi s'incontra, chi s'abbraccia.
E qual fu mai la cagione di questo cambiamento? Eccovene per l'intero il racconto.
Un doppio spione, al soldo degli alleati come pure dei Tedeschi, era stato la notte precedente al campo dei primi nel villaggio di San Pietro, una lega distante dalla città, e aveva riferito che un distaccamento di truppe tedesche doveva foraggiare nei dintorni di Parma, con intenzione di fare una sorpresa alla città.
Il maresciallo di Coigny, che comandava l'esercito, distaccò due reggimenti, Piccardia e Champagne, e li spedì per fare una ricognizione; ma siccome questo bravo generale non mancava mai di precauzione e vigilanza, fece subito arrestare lo spione, di cui diffidava, e fece mettere tutto il campo in armi.
Non sbagliò; giunti i due reggimenti in vista delle fortificazioni della città, scoprirono l'esercito tedesco, composto da quarantamila uomini condotto dal maresciallo di Mercy con dieci pezzi di artiglieria da campagna.
Facendo i Francesi la loro marcia per la strada maestra, attorniata da larghe fosse, non potevano retrocedere: si avanzarono dunque bravamente, ma furono quasi tutti sbaragliati dall'artiglieria nemica.
Questo fu appunto per il comandante francese il primo segnale della sorpresa.
Lo spione fu impiccato sul fatto, e l'esercito si mise in marcia raddoppiando il passo.
La strada era angusta e la cavalleria non poteva avanzare; la fanteria però caricò sì vigorosamente il nemico, che lo sforzò a retrocedere: ed ecco il momento in cui lo spavento dei Parmigiani si convertì in giubilo.
Tutti correvano allora sulle mura della città, e io pure vi accorsi.
Non si poteva vedere una battaglia più da vicino; il fumo impediva di ben distinguere gli oggetti, ma era sempre un colpo d'occhio rarissimo, che ben pochi possono darsi il vanto d'aver goduto.
Il fuoco continuo durò nove ore senza interruzione, e finalmente la notte separò i due eserciti: i Tedeschi si dispersero nelle montagne di Reggio, e gli alleati restarono padroni del campo di battaglia.
Il giorno dopo vidi condurre a Parma sopra una lettiga il maresciallo di Mercy, ucciso nel calor della battaglia.
Fu imbalsamato e mandato in Germania, o così fu fatto al principe di Wittemberg, che aveva incontrato la stessa sorte.
Il dì seguente però, a mezzogiorno, si offrì agli occhi miei uno spettacolo molto più orribile e disgustoso.
Lo formavano i cadaveri, ch'erano stati spogliati nella notte e si facevano ascendere a venticinquemila, tutti nudi e ammonticchiati.
Si vedevano ovunque gambe, braccia, crani e sangue.
Che eccidio!
Attesa la difficoltà di sotterrare tutti questi corpi trucidati, i Parmigiani temevano un'infezione dell'aria; ma la Repubblica di Venezia, che è quasi limitrofa ai domini parmigiani, e interessata perciò a garantire la salubrità dell'aria, spedì calcina in grande abbondanza, al fine di sgombrare dalla superficie della terra tutti i cadaveri.
Il terzo giorno dopo la battaglia volevo continuare il mio viaggio per Modena, ma il vetturino mi fece avvertire che le strade per quella parte erano divenute impraticabili a motivo delle continue scorrerie delle truppe dei due partiti, aggiungendo che se volevo andare a Milano, sua patria, mi ci avrebbe condotto; e se a Brescia, conosceva un compagno che era per partire per quella città con un abate, di cui appunto potevo esser compagno di viaggio.
Accettai quest'ultima proposta, convenendomi più Brescia, e partii il giorno dopo col signor abate Garoffini, giovane coltissimo e gran dilettante di spettacoli.
Per strada si parlò molto; e siccome io pure avevo la malattia degli autori, non lasciai di tenergli discorso del mio Belisario.
L'abate pareva desideroso di sentirlo, onde nel primo desinare levai dal baule la mia composizione e ne cominciai la lettura.
Non avevo nemmeno terminato il primo atto, quando il vetturino venne a sollecitarci a partire.
L'abate ne era dolente, perché ci aveva preso un po' di gusto: - Suvvia, dissi, leggerò in vettura in egual modo che qui.
- Riprendiamo ognuno nel calesse i nostri posti: e siccome i vetturini vanno per lo più di passo, continuai la lettura senza la minima difficoltà.
Mentre eravamo entrambi occupati, si ferma il calesse e vediamo davanti a noi cinque persone con baffi, montura e sciabola in mano, che ci comandano di scendere.
Conveniva recalcitrare agli ordini di questi signori? Scendo dalla mia parte, l'abate dall'altra; uno di loro mi chiede la borsa, e io gliela do senza farmi pregare; un altro mi strappa l'orologio, un terzo fruga le mie tasche e mi prende la tabacchiera, che era di semplice tartaruga.
Gli altri due fecero lo stesso all'abate; e tutti poi diedero addosso alle valigie, al mio piccolo baule e ai nostri sacchi da notte.
Quando il vetturino si vide scarico, fece prendere il galoppo ai suoi cavalli, e io presi il mio; saltai una fossa molto larga e mi salvai attraversando i campi, sempre col timore che quella canaglia volesse far guerra anche al mio pastrano, al vestito, ai calzoni, alla mia vita; conoscendomi fortunato abbastanza per esserne uscito col mezzo del denaro e dei capitali, come pure per aver salvato dal naufragio il mio Belisario.
Avendo perduto di vista gli aggressori, e non sapendo che cosa fosse del mio compagno di viaggio, trovai un viale d'alberi e mi riposai tranquillamente presso un ruscello, servendomi del cavo della mano per attingere acqua da dissetarmi, che trovai deliziosa, Riposato e messo un poco in calma il mio spirito, non scorgendo persona alla quale indirizzarmi, m'incamminai alla ventura per il viale, persuaso che dovesse far capo a qualche luogo abitato.
Non stetti molto a incontrare contadini che lavoravano le campagne, mi avvicini confidentemente e feci loro il racconto del mio avvenimento.
Ne avevano già qualche notizia, avendo veduto passare i malvagi dai quali ero stato spogliato, per una strada traversa, carichi come muli.
Erano disertori, che assalivano i passeggeri non risparmiando né villaggi né fattorie.
Ecco i frutti disgraziati della guerra, che vanno a ferire indistintamente amici e nemici, e pongono in desolazione gl'innocenti.
- Come mai, io dissi, come possono questi assassini disfarsi impunemente degli oggetti rubati senza essere arrestati? - A questa domanda tutti quei contadini volevano rispondermi in una volta, e la loro impazienza manifestava appunto il loro sdegno.
Eravi a poca distanza dal luogo ove ci trovavamo una società di persone ricche, tollerata per l'oggetto di comprare la spoglie delle vittime della guerra, e i compratori non stavano a esaminare se le robe portate loro provenivano dal campo di battaglia o dalla strada maestra.
Era per tramontare il sole.
Quella buona gente mi esibì un piccolo avanzo della loro merenda, che malgrado la mia sciagura fu da me assaporata con molto appetito, proponendomi nel tempo stesso di andare a passare la notte nella loro casa.
Ero per accettar con riconoscenza l'ospitalità offertami, ma un rispettabil vecchio, capo della famiglia e nonno dei miei benefattori, mi avvertì che in casa loro non vi era che paglia e fieno per riposarsi, ed era per ciò meglio condurmi a Casalpusterlengo, di lì distante una lega, dove il curato, uomo garbatissimo e pieno di compiacenza.
si sarebbe fatto un piacere di accogliermi e darmi alloggio.
Tutti applaudirono alla proposta.
Uno dei giovani s'incaricò di condurmi e io lo seguii benedicendo il cielo, che tollera da una parte i malvagi e anima dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.
CAPITOLO XXXIII.
Ospitalità del curato di Casalpusterlengo.
- Lettura del Belisario.
- Arrivo a Brescia.
- Inaspettato incontro.
- Provvedimento spiacevole, ma necessario.
- Viaggio a Verona.
Giunto a Casalpusterlengo, pregai il conduttore di andar prima ad avvisare il curato del caso succedutomi.
Questo buon pastore viene pochi minuti dopo al mio incontro, mi porge la mano e mi fa salire nella sua casa.
Rapito dalla buona accoglienza, rivolgo gli occhi verso il giovane che mi aveva scortato, e ringraziandolo gli manifesto il dispiacere di non poterlo ricompensare.
Il curato se ne accorge, dà qualche soldo al contadino, che parte contento.
Questo è ben poco, ma prova abbastanza la maniera di pensare di un uomo giusto e compassionevole.
In campagna si cena presto.
Quando arrivai la cena del curato era già pronta, né stetti a far complimenti: egli spartì meco quel che la sua governante aveva preparato.
La nostra conversazione cadde subito sulla guerra, e raccontai quel che avevo veduto a Parma, Milano e Pizzighettone.
Giunto ad alcune particolarità sopra i miei impieghi e le mie occupazioni, il discorso secondo il solito andò a far capo all'articolo del Belisario.
Il curato, ecclesiastico savissimo e sommamente esemplare, non condannava gli spettacoli onesti e nel limite del buon costume, e pareva ansioso di sentir la lettura della mia composizione; ma essendo io molto stanco, fu rimesso questo divertimento al giorno di poi, e andai a riposare in un letto delizioso, ove posi in dimenticanza tutti quanti i miei disgusti, tranquillamente dormendo fino alle dieci della mattina.
Appena svegliato, mi fu portata una buona tazza di cioccolata; e dopo, siccome il tempo era bello, me ne andai a passeggiare sino a mezzogiorno, ora del desinare.
Ci rivedemmo con piacere, desinammo in compagnia di due altri abati della parrocchia, e dopo pranzo intrapresi la lettura della mia composizione.
Mi domandò il permesso il signor curato di far venire anche la sua donna di servizio e il suo agente; quanto a me, avrei voluto che facesse venire tutta la gente del villaggio.
Con estremo piacere fu gustata la lettura.
I tre abati, che non erano balordi, presero di mira i passi più importanti e di maggior vivezza; e i campagnoli mi attestarono coi loro applausi che la mia composizione era a portata di chiunque, e che poteva piacere tanto ai dotti quanto agl'ignoranti.
Il signor curato si congratulò meco, e mi ringraziò della compiacenza; gli altri due abati fecero lo stesso, e ciascuno voleva tenermi a pranzo; io però non avevo intenzione d'incomodar più il mio buon ospite, premendomi molto di continuare il viaggio.
Mi domandò il curato in qual modo facevo conto di partire; per me ero dispostissimo ad andare a piedi, ma quella degna persona non me lo permise.
Mi diede il suo cavallo, mandò meco il servitore, e gli ordinò di pagare per me il pranzo.
Partii dunque il giorno dopo, confuso e ricolmato di benefici e di gentilezze.
Giunto a Brescia, ero più impacciato che mai: non avevo altro compenso che di andare al palazzo del governatore, che non conoscevo; ma potevo trovare in città la stessa cordialità trovata in un borgo? Uno dei miei maggiori dispiaceri era di non poter rimunerare il servitore del curato.
Lo pregai di aspettarmi a un piccolo albergo dove eravamo smontati, e diressi i miei passi verso il palazzo del governo.
Voltando alla cantonata di una strada che mi avevano insegnato, vedo un uomo che zoppicando mi viene incontro.
Era il signor Leopoldo Scacciati, zio della mia bella compatriota.
Stupito di vedermi come ero io d'incontrarlo, mi fa le sue lagnanze per non avermi più riveduto a Crema all'albergo del Cervo.
Lo pongo al fatto della mia precipitosa partenza, gli fo il racconto dell'avvenimento spiacevole da me provato recentemente, e gli dipingo il doloroso stato in cui mi vedevo ridotto.
Quest'uomo, qualunque fosse, pareva veramente commosso fino al punto di piangere, e mi pregò di andare a sua casa.
In quel momento mi abbisognava tutto; non sapendo per altro quello che Scacciati e la nipote facessero a Brescia, ricusai di andarvi.
Lo zoppo, assai più piccolo di me, mi salta al collo, mi prega, mi abbraccia, mi rammenta le sue obbligazioni, la sua riconoscenza, il suo attaccamento per me, mi prende per mano, mi trascina seco.
La sua abitazione non era molto lontana: arriviamo alla porta, mi serra dentro, indi grida quanto può: - Margherita, Margherita, abbiamo il signor Goldoni! - Scende la signora Margherita, mi abbraccia, mi persuade a salire, mi fa violenza, e io salgo con loro, Mi domandò subito la veneziana molte cose riguardanti la mia persona; avrei voluto soddisfarla, ma ricordandomi del servitore del curato, dimostrai una certa inquietudine, della quale mi domandarono il motivo; lo dissi, e Scacciati partì per dar qualche quattrino a quel buon uomo che mi aspettava.
Rimasto solo con la mia compatriota, le fo il quadro della mia storia, ed ella mi renda conto della sua.
Scacciati non era suo zio, ma bensì un birbante che l'aveva rapita ai genitori e l'aveva venduta a un uomo ricco, che l'abbandonò in capo a due mesi, pagando meglio il rapitore che la signorina.
Ella era stanca di condurre i suoi giorni con un vagabondo di tal sorta, il quale con profusione spendeva quello che lei guadagnava con ripugnanza.
Aveva messo insieme a Milano molto oro; con tutto ciò erano partiti da questa città con più debiti che capitali.
Fecero a Brescia altrettanto.
Scacciati era l'uomo più vizioso del mondo, e il meno ragionevole.
Ella voleva disfarsene, e chiese a me consiglio per eseguire l'idea.
Se fossi stato ricco, l'avrei liberata subito dalla schiavitù del suo tiranno; ma nella condizione in cui ero, non potei darle altro consiglio che quello di ricorrere ai genitori, procurando di avvicinarsi di nuovo a quelli che avevano tutto il diritto di reclamarla.
Mentre ci trattenevamo in tali discorsi, entra lo zoppo e vedendoci ambedue accanto scherza, e crede subito che la signorina si sia data premura di farmi scordare i miei dispiaceri.
Che uomo cattivo! altro non conosceva che la dissolutezza.
Veramente mi dispiaceva di trovarmi costretto a condannarlo, mentre egli faceva di tutto per obbligarmi.
- Ebbene, egli disse, giacché oggi non abbiamo da noi veruno, ceneremo tutti tre insieme.
Venite, venite meco.
- Gli vado dietro, ed egli mi conduce in una camera ben ammobiliata, dove era un letto a padiglione.
- Questa, soggiunse, è la camera da cerimonia della signorina; voi l'occuperete solo o accompagnato, come più vi piacerà.
- Il luogo mi fece orrore, e volevo andarmene nell'atto; ma prima l'uomo accorto, avvedutosi della mia ripugnanza, mi fece vedere un'altra stanzetta che non ricusai, attesa l'ora e lo stato critico nel quale mi trovavo; gli dissi bensì nel tempo medesimo, che ero risoluto a partire il giorno dopo.
Avendo tentato invano di farmi restar di più, Scacciati con tutta l'effusione di cuore e nella maniera più amichevole, che io avrei molto ammirata se non fosse provenuta da un'anima corrotta, mi disse che sapeva bene che mi trovavo nella maggior costernazione, e che perciò mi esibiva tutti gli aiuti dei quali dovevo aver bisogno.
- Ebbene, risposi, giacchè voi siete disposto ad obbligarmi, prestatemi sei zecchini, e io ve no farò la ricevuta.
- Mi diede i sei zecchini, ricusò il foglio, e senza ascoltarmi di più uscì dalla stanza dove eravamo e fece portar la cena.
Cenammo molto bene, e me ne andai a riposare nel mio letticciolo.
La mattina feci colazione in compagnia dello zio e della supposta nipote; ringraziai ambedue, e partii per la posta verso Verona.
Siccome non avrò più occasione di parlare di queste due persone, dirò in due parole al lettore che pochi anni dopo vidi la signorina maritata a Venezia molto bene, e che il signor Scacciati terminò coll'essere condannato alla galera.
CAPITOLO XXXIV.
Verona.
- Suo anfiteatro, opera dei Romani.
- Commedia di giorno, contro l'uso d'Italia.
- Fortunato incontro.
- Lettura e accoglienza del Belisario.
- Prima lega con i comici.
Cammin facendo nella sassosa pianura da Brescia a Verona riflettevo sopra gli avvenimenti, ora buoni ora cattivi, trovando sempre il male accanto al bene, e il bene accanto al male.
L'ultimo compenso avuto a Brescia fissò maggiormente il mio pensiero.
Sono spogliato da birbanti, da un birbante mi vien dato soccorso.
Com'è possibile che in un cuore delittuoso possa penetrar la virtù? No: Scacciati non fu generoso verso di me che per amor proprio o per ostentazione.
Qualunque però sia il motivo che lo determinasse, gli dovrò sempre riconoscenza.
La provvidenza usa diversi mezzi per dispensare i suoi favori, si serve spesso del malvagio per soccorrere l'uomo di garbo, e noi dobbiamo sempre benedire l'autore del beneficio ed esser grati a chi ne fu il mezzo secondario.
Arrivato a Desenzano, desinai in quella medesima osteria sul lago di Garda dove ero stato ad alloggiare