MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 2
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Dirò nel seguente capitolo ciò che vi fece e quello che divenne.
Ritorniamo frattanto a me, giacché sono l'eroe dell'opera.
Mia madre restò sola alla direzione della casa con sua sorella e i due figli.
Collocò il minore in collegio; e occupandosi di me unicamente, volle allevarmi sotto i suoi occhi.
Ero docile, quieto, obbediente, e di quattro anni leggevo, scrivevo e sapevo a mente il catechismo.
Mi fu assegnato un maestro.
Amavo molto i libri; imparavo con facilità la grammatica, i principi della geografia e quelli dell'aritmetica.
La mia lettura favorita però era quella degli autori comici.
Ne era ben provvista la piccola biblioteca di mio padre; ne leggevo sempre qualcuno nei momenti di libertà, e ne trascrivevo i pezzi che più mi davan piacere.
Mia madre, purché non mi trattenessi in puerili trastulli, non si prendeva la minima cura della scelta dei miei libri.
Fra gli autori comici che leggevo e rileggevo spessissimo, il Cicognini era quello che preferivo a ogni altro.
Questo autore fiorentino, pochissimo conosciuto nella repubblica delle lettere, aveva fatto parecchie commedie d'intreccio, sparse di sentimenti noiosi, patetici, e di facezie triviali: vi si trovava nulladimeno molto diletto, e aveva l'arte di mantenere la sospensione e di piacere con lo scioglimento.
Presi per esso un'infinita propensione; lo studiai molto, ed ebbi all'età di otto anni la temerità di abbozzare una commedia.
Ne feci la prima confidenza alla governante, che la trovò piena di grazia; mia zia si burlò di me; mia madre mi sgridò e mi abbracciò nello stesso tempo; e il mio precettore asserì esservi spirito e buon senso oltre le forze della mia età.
Il più singolare però fu che il mio compare, uomo in carica e assai più ricco di denaro che di cognizioni, non volle mai credere che quella fosse opera mia; sosteneva che il mio maestro l'aveva rivista e corretta.
Questi trovò ingiurioso il giudizio: la disputa prendeva fuoco; sopraggiunse fortunatamente un terzo soggetto in quell'istante, e li calmò.
Era questi il signor Vallè, poi abate Vallè di Bergamo.
Questo amico di casa mi aveva visto lavorare intorno a quella composizione, ed era stato testimone delle mie fanciullesche fole e arguzie.
Lo avevo pregato di non parlarne ad alcuno; egli aveva serbato il segreto e in questa occasione, facendo tacere l'incredulo, rese giustizia alle mie buone disposizioni.
Nel primo volume della mia edizione del Pasquali, avevo citato per prova di questa verità l'abate Vallè, che nel 1770 ancora viveva, dubitando io fortemente che vi fossero altri compari che non mi prestasser fede.
Se il lettore mi domandasse qual era il titolo della mia composizione, non sarei in grado di soddisfarlo, poiché questa fu una bagattella cui niente riflettei nell'eseguirla.
Non starebbe che a me l'assegnarglielo presentemente, ma mi compiaccio dir le cose come sono, piuttosto che abbellirle.
Insomma quella commedia, o per meglio dire quella puerile follia, corse per tutte le conversazioni di mia madre, e ne fu spedita una copia al mio genitore.
Eccoci al momento di ritornare a lui.
CAPITOLO II.
Primo viaggio.
- Studi di Umanità.
Mio padre, che non doveva restare a Roma se non per qualche mese, vi si trattenne quattro anni.
In questa gran capitale del mondo cristiano aveva un amico intimo, il signor Alessandro Bonicelli veneziano, che aveva recentemente sposato una romana ricchissima e che godeva di un brillantissimo stato.
Il signor Bonicelli ricevè affettuosamente il suo amico Goldoni: lo alloggiò in sua casa, lo presentò in tutte le sue conversazioni e a tutte la sue conoscenze, e lo raccomandò vivamente al signor Lancisi, primo medico e cameriere segreto di Clemente XI.
Questo celebre dottore, che arricchì la repubblica letteraria e la facoltà medica di eccellenti opere, strinse singolare amicizia con mio padre, che aveva ingegno e cercava occupazione.
Lancisi lo consigliò a darsi alla medicina; gli promise favore, assistenza, protezione.
Mio padre vi acconsentì; fece i suoi studi nel collegio della Sapienza, e la sua pratica nell'ospedale di Santo Spirito.
Al termine di quattro anni fu laureato dottore, e il suo mecenate lo mandò a cominciare l'esercizio della sua professione a Perugia.
Le prime mosse di mio padre furono felicissime.
Aveva la scaltrezza di non impegnarsi nella malattia che non conosceva, guariva i suoi malati, ed era molto in moda in quel paese il medico veneziano.
Mio padre, ch'era forse buon medico, era ancora graziosissimo in conversazione.
Riuniva alla naturale giocondità del suo paese l'uso della buona compagnia, ov'egli era vissuto.
Si guadagnò la stima e l'amicizia dei Baglioni e degli Antinori, due delle più nobili e ricche famiglie della città di Perugia.
In questo paese, appunto, e in tal felice condizione ricevè il primo saggio delle buone disposizioni del figlio suo maggiore.
Quella commedia, comunque informe ella fosse, lo lusingò infinitamente; poiché calcolando con i principi dell'aritmetica diceva tra sé: se nove anni danno quattro carati di spirito, diciotto possono darne dodici, e per progressione successiva si può giungere fino al grado della perfezione.
Il mio genitore si determinò a volermi presso di sé; e questo fu un colpo di pugnale al cuore di mia madre.
Ella vi resisté in principio, esitò in seguito, e terminò con acconsentirvi.
Si presentò un'occasione la più favorevole del mondo.
La nostra casa era in buonissima lega con quella del conte Rinalducci di Rimini, il quale con la moglie e con la figlia si trovava allora a Venezia.
Il padre abate Rinalducci, benedettino e fratello del conte, che doveva andare a Roma, prese l'impegno di passare per Perugia e di condurmivi.
Si fanno i fagotti, giunge il momento, bisogna partire.
Non vi parlerò dalle lacrime della mia tenera madre; chiunque abbia figli conosce momenti sì crudeli; io pure sentivo il più forte affetto per chi mi aveva portato nel seno, e mi aveva allevato e accarezzato, ma l'idea di un viaggio è per un giovane una distrazione seducente.
C'imbarcammo, il padre Rinalducci e io, al porto di Venezia in una specie di feluca denominata Peota Zuechina, e veleggiammo per Rimini.
Il mare non mi fece alcun male, anzi avevo un ottimo appetito.
Sbarcammo all'imboccatura della Marecchia, ov'erano alcuni cavalli ad aspettarci.
Mi vidi nel più grande imbroglio, quando mi si propose di salire a cavallo.
Per le strade di Venezia non si vedono cavalli; vi sono due scuole di cavallerizza, ma ero troppo giovane per profittarne.
Avevo visto nella mia fanciullezza i cavalli in campagna, li temevo e non ardivo accostarmi.
Le strade dell'Umbria che dovevamo attraversare essendo montuose, il cavallo era la vettura più comoda per i viandanti; bisognava adattarvisi.
Mi si prende a traverso il corpo, e mi si getta sulla sella.
Misericordia! stivali, sproni, briglie, frusta! Che fare di tutto ciò? Sbalzavo come un sacco: il reverendo padre rideva di tutto cuore, i servitori si burlavano di me, e io pure ridevo.
A poco a poco mi addomesticai col mio puledro, lo regalavo di pane e di frutta; divenne amico, e in sei giorni di tempo arrivammo a Perugia.
Mio padre fu contento di vedermi, e molto più di vedermi in buon essere; gli dissi con un'aria d'importanza che avevo fatto il mio viaggio a cavallo.
M'applaudì sorridendo e mi abbracciò teneramente.
Trovai la nostra abitazione molto malinconica, e in una strada disagiosa e bruttissima.
Pregai mio padre di sloggiare dalla medesima, ma non poteva: la casa era congiunta al palazzo Antinori, non pagava pigione, ed era vicinissimo alle monache di Santa Caterina delle quali era medico.
Vidi la città di Perugia; fui condotto da mio padre stesso dappertutto.
Cominciò dalla sontuosa chiesa di San Lorenzo, ch'è la cattedrale del paese, ove si conserva e si espone l'anello con cui san Giuseppe sposò Maria Vergine.
È una pietra di una trasparenza turchina e d'un contorno molto cupo; tale a me parve: si dice però, che questo anello cambi miracolosamente colore e forma ai vari occhi che vi si appressano.
Mio padre mi fece osservar la fortezza che Paolo III fece fabbricare al tempo che Perugia godeva di libertà repubblicana, sotto pretesto di regalare ai Perugini un'ospedale per i malati e i pellegrini.
Vi fece introdurre dei cannoni dentro carri carichi di paglia; indi si gridò: Chi vive? Bisognò rispondere: Paolo III.
Osservai bellissimi palazzi, belle chiese, amene passeggiate; domandai se vi era sala di spettacolo, mi fu risposto di no; tanto peggio, io soggiunsi, non ci resterei per tutto l'oro del mondo.
In capo a qualche giorno mio padre determinò di farmi continuare gli studi; era giusto ed ero io pure di tal volere; essendo in voga i gesuiti, mi propose ai medesimi e vi fui ricevuto senza difficoltà.
Le classi di belle lettere in Italia non sono distribuite come in Francia.
Non ve ne sono che tre: grammatica inferiore, grammatica superiore, altrimenti detta umanità, e rettorica.
Quelli che profittano e impiegano bene il tempo, possono terminare il loro corso nello spazio di tre anni.
A Venezia avevo fatto il primo anno di grammatica inferiore, avrei perciò potuto entrare nella superiore; ma il tempo ch'avevo perduto, la distrazione del viaggio, i nuovi maestri ch'ero per avere, persuase mio padre a farmi ricominciare; e fece benissimo, perché voi vedrete, mio caro lettore, come questo grammatico veneziano, il quale non mancava di vantarsi di aver composto una commedia, si trovò rimpicciolito in un istante.
L'anno letterario era inoltrato, e fui ricevuto nella classe inferiore come uno scolaro già formato e istruito per la superiore.
Mi fecero alcune interrogazioni, risposi male: mi fecero spiegare, io balbettavo; mi si fece fare il latino: un mare di solecismi e modi barbari.
Fui deriso, ed ero divenuto lo scherno de' miei compagni: si divertivano essi a sfidarmi, tutte le mie battaglie erano perdite; mio padre era in disperazione; e io ero mortificato, sbalordito, e mi credevo stregato.
Si avvicinava il tempo della vacanze; si doveva fare l'esperimento della propria capacità, il che si chiama in Italia latino del passaggio, perché questo piccolo lavoro deve decidere del merito degli scolari, o per farli salire a un'altra classe, o per farli rimanere nella medesima.
Tale era al più la sorte che dovevo augurarmi.
Arriva il dato giorno; il reggente detta, gli scolari scrivono, ognuno meglio che può.
Riunisco tutte le mie forze; mi rappresento al pensiero il mio onore, la mia ambizione, il mio genitore, mia madre, vedo che i vicini mi guardano con la coda dell'occhio e ridono: facit indignatio versum.
La rabbia e la vergogna mi accendono: leggo il tema, sento fresca la testa, leggera la mano, feconda la memoria: termino prima degli altri, sigillo il mio foglio, lo porto al reggente e parto contento di me.
Otto giorni dopo si chiama e si aduna la scolaresca; si pubblica la decisione del collegio.
Prima nomina: Goldoni nella classe superiore.
Ecco un frastuono universale nella medesima, e si tengono molti indecenti discorsi.
Si legge ad alta voce la mia traduzione; neppure uno sbaglio di ortografia: mi chiama il reggente alla cattedra, e mentre mi alzo per andarvi, vedo mio padre alla porta e corro ad abbracciarlo.
CAPITOLO III.
Continuazione del capitolo precedente.
- Nuovo divertimento comico.
- Arrivo di mia madre a Perugia.
Il Padre reggente volle parlarmi in particolare, e mi usò espressioni gentilissime.
Mi disse che malgrado i grossi errori, che facevo di tempo in tempo nelle consuete mie lezioni, aveva scorto in me un certo ingegno e alcuni tratti di aggiustatezza, che incontrava ora qua ora là ne' miei temi e nelle mie versioni.
Aggiunse che quest'ultimo saggio lo aveva convinto che io mi era tenuto nascosto per malizia, e scherzò sopra l'accortezza dei Veneziani.
- Mi fate troppo onore, mio reverendo Padre, gli dissi; troppo ho sofferto in tre mesi per divertirmi a mie spese: no, non facevo l'ignorante, io era tale in realtà.
Questo è un fenomeno che neppur io saprei spiegare.
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Mi esortò il reggente a continuare nello studio; e siccome egli pure doveva passare alla classe superiore ove io ero per entrare, mi assicurò della sua benevolenza.
Mio padre, contento di me, procurò di ricompensarmi e divertirmi nel tempo delle vacanze.
Sapeva benissimo che amavo gli spettacoli, e poiché li amava egli pure, mise insieme una compagnia di giovani; gli fu data una sala nel palazzo Antinori, ove egli fece erigere un piccolo teatro e addestrò gli attori; vi recitammo commedie.
Negli Stati del Papa (eccettuate le tre Legazioni) non son permesse sul teatro le donne.
Ero giovine, non ero brutto; mi si assegnò una parte di donna, mi fu data la prima parte, fui incaricato del prologo.
Era questo prologo una composizione così singolare, che mi è rimasta sempre impressa nella memoria: bisogna che ne faccia dono al lettore.
Nello scorso secolo la letteratura italiana era così corrotta e alterata, che poesia e prosa erano un'ampollosità.
Le metafore, le iperboli e le antitesi si sostituivano al senso comune.
Questo depravato gusto non era ancora totalmente estirpato nel 1720, e mio padre vi si era assuefatto.
Ecco qui pertanto il principio del bel pezzo che mi si fece spacciare.
Benignissimo cielo (dicevo ai miei uditori) ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci quali farfalle che, spiegando le deboli ali dei nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo ecc.
ecc.
Tale grazioso prologo mi guadagnò uno staio di confetti, dai quali fu inondato il teatro e io quasi accecato.
Questo è l'ordinario applauso negli Stati del Papa.
La rappresentazione nella quale avevo recitato era la Sorellina di don Pilone; fui molto applaudito, poiché in un paese ove gli spettacoli son rari, gli spettatori non son difficili a contentarsi.
Conobbe mio padre che non mancavo d'intelligenza, ma che non sarei stato mai buon attore; né s'ingannò.
I nostri spettacoli durarono sino alla fine delle vacanze.
All'apertura delle scuole presi il mio posto e a fin d'anno passai alla rettorica, e così diedi compimento agli studi di umane lettere, avendo guadagnato l'amicizia e la stima dei Gesuiti; essi mi fecero l'onore di offrirmi un posto nella loro società, che non accettai.
In questo tempo seguirono molti cambiamenti nella nostra famiglia.
Mia madre, che non poteva più lungamente tollerar la lontananza del figlio maggiore, pregò il consorte di ritornare a Venezia o permetterle di raggiungerlo ov'egli era.
Dopo molte lettere e discussioni, fu deciso che madama Goldoni venisse a riunirsi col resto della famiglia in compagnia di sua sorella e del figlio minore.Tutto fu eseguito.
A Perugia non potè mia madre goder mai un solo giorno di buona salute; l'aria del paese era per lei fatale poiché, nata e assuefatta al temperato clima di Venezia, non poteva reggere ai rigori d'un paese montuoso; soffrì molto e fu ridotta quasi a morte.
Seppe però superare gl'incomodi e i pericoli, in quanto credè necessaria la mia permanenza in quella città per non espormi a interrompere gli studi, che erano già sì bene inoltrati.
Terminate le umane lettere e compiuto il corso di rettorica, indusse mio padre a compiacerla, ed egli vi condiscese di buon animo.
La morte del suo protettore Antinori gli aveva cagionato difficoltà.
I medici di Perugia non lo guardavano di buon occhio; prese perciò il partito di abbandonare il Perugino, e di ravvicinarsi alle lagune adriatiche.
CAPITOLO IV.
Viaggio a Rimini.
- Studio di Filosofia.
- Prima relazione con i comici.
Fu eseguito in pochi giorni il disegno.
Presa una carrozza a quattro posti, dove entrò anche mio fratello, sebbene non compreso nei patti, prendemmo la volta di Spoleto, ch'era più comoda, e arrivammo a Rimini, ove si trovava riunita tutta la famiglia del conte Rinalducci e dove fummo accolti con grandissima gioia.
Era per me necessario non interporre una seconda volta lacune nelle mie letterarie occupazioni; mio padre mi destinava alla medicina, e io dovevo studiare la filosofia.
I Domenicani di Rimini erano in gran reputazione per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative.
Il conte Rinalducci ci fece fare la conoscenza del professor Candini, e io venni affidato alla sua cura.
Non potendo tenermi in casa propria il signor conte, fui collocato a dozzina dal signor Battaglini negoziante e banchiere, amico e compatriota di mio padre.
Malgrado le rimostranze e i rammarichi di mia madre, che non avrebbe mai voluto distaccarsi da me, tutta la mia famiglia prese la strada di Venezia, ove non dovevo riunirmi ad essa che quando si fosse creduto a proposito di richiamarmi.
S'imbarcarono per Chioggia in una barca di quel paese; il vento era favorevole e arrivarono prestissimo; ma essendo mia madre alquanto affaticata, vi si trattennero per riposarsi.
Chioggia è una città a otto leghe da Venezia, fabbricata sopra palafitte come la capitale: vi si contano quarantamila anime, tutta plebe: pescatori, marinai, donne che lavorano galloni e trine, delle quali si fa un commercio considerabile; e non vi è che un piccolo numero di persone che s'innalzino sopra il volgo.
In questo paese si divide tutta la popolazione in due classi: ricchi e poveri.
Quelli che portano parrucca e mantello sono i ricchi; quelli che non hanno che berretto e cappotto sono i poveri, e spesso questi ultimi hanno quattro volte più denaro degli altri.
Mia madre stava benissimo in questo paese, poiché l'aria di Chioggia era simile alla sua aria nativa; l'abitazione era bella, e vi godeva un colpo d'occhio piacevole e una deliziosa libertà.
Sua sorella era compiacente, mio fratello era ancora un fanciullo che non s'esprimeva, e mio padre, che aveva certi disegni in capo, li comunicò a sua moglie, da cui furono approvati.
- Converrebbe, diceva egli, non ritornare a Venezia che in uno stato da non esser a carico di alcuno.
- Per questo effetto era necessario che andasse prima a Modena da sé stesso, per assestare gli affari della famiglia: così fu fatto.
Ecco mio padre a Modena, mia madre a Chioggia e io a Rimini.
Caddi ammalato: si manifestò il vaiuolo, ma d'indole benigna.
Il signor Battaglini non ne diede parte ai miei parenti che quando mi vide fuor di pericolo; non è possibile destare una maggiore attenzione ed esser meglio serviti di quello che io fui in tale occasione.
Appena fui in grado di uscire il mio ospite, vigilante e zelantissimo del mio bene, mi sollecitò ad andare a rivedere Padre Candini.
Vi andai mio malgrado: questo professore, quest'uomo celebre mi annoiava a morte.
Era affabile, savio, dotto e aveva molto merito, ma era affatto Tomista, né poteva scostarsi dal suo metodo ordinario.
Le sue digressioni, i suoi giri scolastici mi parevano inutili, e i suoi barbara e i suoi baralipton mi sembravano ridicoli.
Io scrivevo sotto la sua dettatura, ma invece di badare ai miei quaderni pascevo lo spirito d'una filosofia molto più utile e dilettevole, leggendo Plauto, Terenzio, Aristofane e i frammenti di Menandro.
È ben vero che non facevo una brillante figura nei circoli che si tenevano giornalmente.
Avevo però l'accortezza di far comprendere ai miei compagni che né una stupida infingardaggine né una crassa ignoranza mi rendevano indifferente alle lezioni del maestro, la prolissità delle quali mi stancava e mi veniva a nausea: vi erano molti che pensavano come me.
La filosofia moderna non aveva ancora fatto i considerabili progressi che fece poi: bisognava attenersi (per gli ecclesiastici soprattutto) a san Tommaso, o a Scoto, o alla peripatetica, o alla mista; che tutte insieme non fanno altro che allontanarsi dalla filosofia del buon senso.
Avevo gran bisogno, per alleviare la noia che mi opprimeva, di procurarmi qualche piacevole distrazione: mi se ne porse l'opportunità, e io ne approfittai; né dispiacerà forse di passar meco dai circoli filosofici a quelli di una compagnia di commedianti.
Ve n'era una a Rimini che mi parve deliziosa.
Era la prima volta che vedevo le donne sul teatro, e trovai che ciò abbelliva la scena in una maniera più seducente.
Rimini è nella legazione di Ravenna, si ammettono le donne sul teatro, né vi si veggono, come a Roma, uomini senza barba o con barbe ancor nascenti.
Andai alla commedia molto modestamente in platea nei primi giorni, e vedevo alcuni giovani come me tra le scene; tentai di penetrarvi, né vi trovai difficoltà; davo furtive occhiate a quelle signorine, ed esse mi fissavano arditamente.
A poco a poco mi addomesticai e di discorso in discorso, di domanda la domanda, intesero che ero veneziano.
Erano tutte mie compatriote.
Mi fecero carezze e mi usarono attenzioni senza fine.
Il direttore medesimo mi colmò di gentilezze e mi pregò di pranzare da lui: vi andai, né vidi più il reverendo Padre Candini.
Erano i commedianti per terminare le recite pattuite, e dovevano partire; la loro partenza mi dava veramente pena.
Un venerdì, giorno di riposo per tutta l'Italia fuori che per lo Stato Veneto, fu fatta una scampagnata ov'era tutta la compagnia.
Il direttore annunziò la partenza tra otto giorni, e aveva già assicurata la barca che doveva condurli a Chioggia.
- A Chioggia? dissi pieno di stupore.
- Sì, signore, noi dobbiamo andare a Venezia, ma ci tratterremo quindici o venti giorni a Chioggia, per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
- Ah mio Dio! mia madre è a Chioggia, e io la vedrei con molto piacere.
- Venite con noi.
- Sì sì, (tutti gridarono un dopo l'altro) con noi, con noi, nella nostra barca; ci starete bene, non spenderete nulla; si gioca, si canta, si ride, ci divertiamo.
- Come resistere a tanto allettamento? Perché perdere un'occasione cosi bella? Accetto, mi impegno, e fo i miei preparativi.
Incomincio dal parlarne al mio ospite che vi si oppone vivissimamente; insisto, ed egli ne rende inteso il conte Rinalducci.
Erano tutti contro di me.
Fo sembiante di cedere, sto quieto; il giorno fissato per partire mi metto in tasca due camicie e un berretto da notte; vado al porto, entro per primo nella barca, mi nascondo sotto la prua, e avendo il mio calamaio da tasca scrivo al signor Battaglini.
Mi scuso dicendo che la voglia di riveder mia madre mi rapisce, lo prego di dare in dono le mie robe alla governante, che mi aveva assistito nella malattia, e gli dichiaro che parto.
Questa è una mancanza che ho fatta, lo confesso; ne ho fatte ancora dell'altre, e le confesserò in ugual modo.
Giungono i commedianti.
- Dov'è il signor Goldoni? - Ecco Goldoni che vien fuori dalla sua cantina; si pongono tutti a ridere, mi fanno festa, mi accarezzano, e si fa vela.
Rimini, addio.
CAPITOLO V.
La barca dei commedianti.
- Grande stupore di mia madre.
- Lettera gradevole del mio genitore.
I miei commedianti non erano quelli di Scarron; presentava peraltro un piacevole colpo d'occhio, questa compagnia imbarcata.
Dodici persone fra comici e attrici, un suggeritore, un macchinista, un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due nutrici, ragazzi d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni e un agnello: pareva l'arca di Noè.
La barca essendo spaziosissima, vi erano molti spartimenti e ogni donna aveva il suo bugigattolo con tende; era stato accomodato un buon letto per me accanto al direttore, e ciascuno era ben allogato.
Il soprintendente generale del viaggio, che nel tempo stesso era cuoco e cantiniere, suonò un campanello ch'era il segno della colazione.
Tutti si adunarono in una specie di salone formato nel mezzo del naviglio, sopra le casse, le valigie e le balle; eranvi sopra una tavola ovale caffè, tè, latte, arrosto acqua e vino.
La prima amorosa chiese un brodo, ma non ve n'era; eccola nella maggior furia, e ci volle molta pena per calmarla con una tazza di cioccolata; era appunto la più brutta e la più incontentabile.
Dopo la colazione fu proposta una partita per aspettare il pranzo.
Giocavo benissimo a tressette, gioco favorito di mia madre da cui l'avevo imparato.
Eravamo dunque per cominciare una partita di tressette e di picchetto; ma una partita di faraone cominciata sulla coperta della nave trasse a sé tutta la compagnia.
Il banco indicava piuttosto passatemp
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