MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 20
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La conversazione piacevole dell'abate mi porse occasione di andare a vedere questo grazioso paese, ove si cammina fra verdi piante d'arancio all'aria aperta, costeggiando sempre un lago delizioso.
Un'altra ragione mi determinò a deviare dalla strada che mi ero prefissa.
Mi trovavo molto corto di danari.
Avendo per buona sorte mia madre un'abitazione di sua proprietà a Salò, ed essendo io conosciuto dal fittuario, potevo sperare di trarne profitto.
Da Desenzano a Salò non vi erano che quattro leghe, che facemmo a cavallo per goder meglio la piacevole passeggiata, e me ne venni il terzo giorno solo solo, essendomi molto divertito e con qualche zecchino anticipatomi dal fittuario di mia madre.
Pagai al vetturino, che mi aveva aspettato, i suoi tre giorni di fermata, e ripresi la strada di Brescia.
Da Vicenza avevo scritto al signor Novello, conosciuto a Feltre in qualità di vicario del governo e che era in quel tempo assessore del governatore di Brescia.
Andai pertanto a smontare al palazzo del governo, ove il signor Novello mi fece un'accoglienza graziosissima, e siccome ricordava alcune bagattelle comiche da me composte a Feltre, mi domandò la sera, in tempo di cena, se avevo altro dello stesso genere da fargli sentire.
Gli parlai della mia opera: era curiosissimo di sentirla; concertammo dunque per il giorno seguente.
Invitò a pranzo varie persone di lettere, che sono in grandissimo numero e degne di somma stima in questo paese, e il giorno appresso, dopo il caffè, lessi il mio dramma, che fu ascoltato con attenzione e unanimemente applaudito.
Le persone che mi avevano giudicato erano colte, dovevo dunque esser contento.
Fecero anche l'analisi della mia composizione.
Il carattere di Amalasunta era ben immaginato e sostenuto, e poteva passare per una lezione di morale per le regine madri, incaricate della tutela e dell'educazione dei loro augusti figli.
I buoni e cattivi cortigiani posti a contrasto formavano un quadro piacevole, e la disgraziata catastrofe di Atalarico e il trionfo di Amalasunta presentavano uno scioglimento, che comprendeva al tempo stesso la severità che esige la tragedia e le grazie proprie del melodramma.
Lo stile parve a quest'assemblea giudiziosa più tragico che musicale, e avrebbero desiderato che io avessi soppresse le arie e la rima per farne, secondo loro, una buona tragedia.
Li ringraziai dell'indulgenza, ma non ero punto inclinato a profittare dei consigli.
Una tragedia, fosse anche stata eccellente come quelle di Corneille o Racine, mi avrebbe procacciato in Italia molto onore e pochissimo lucro, e io avevo bisogno dell'uno e dell'altro.
Lasciai dunque Brescia, fermamente deciso a non fare la minima variazione sul mio dramma e di proporlo all'Opera di Milano.
Da Brescia a Milano si poteva andare per una strada più corta, ma io avevo voglia di vedere Bergamo, e perciò presi la volta di questa città.
Traversando il paese degli arlecchini, guardavo per ogni dove se ravvisavo qualche idea di quel personaggio comico, che forma la delizia del teatro italiano; non incontrai però mai né quei visi neri, né quegli occhi piccoli, né quei vestiti di quattro colori che fanno ridere; vidi bensì delle code di lepre sopra i cappelli, ornamento anche al giorno d'oggi dei contadini di questa regione.
Parlerò della maschera, del carattere e dell'origine degli arlecchini in un capitolo che deve essere destinato alla storia delle quattro maschere della commedia italiana.
Giunto a Bergamo smontai a un'osteria dei sobborghi, non salendo le vetture alla città, che resta altissima e sommamente scoscesa, e andai a piedi fino al quartiere del governo, che occupa appunto la sommità di quell'alpestre montagna.
Stanco all'estremo, e maledicendo la curiosità che mi aveva trascinato in questo luogo senza conoscere alcuno, e nel bisogno di prender riposo, mi ricordai che il signor Porta, mio antico compagno nella cancelleria criminale di Chioggia, era stato nominato cancellier civile di Bergamo.
Cercai la sua abitazione e la trovai; ma il mio amico non vi era, essendo sei leghe lontano per una commissione relativa alla sua carica.
Pregai il cameriere di volermi permettere di riposar un momento, e parlando con lui domandai chi fosse il governatore della città.
Qual buona nuova! Qual cosa inaspettata e piacevole per me! Era sua eccellenza Bonfadini, quello stesso che fu a Chioggia, dal quale avevo servito in qualità di vice-cancelliere: mi trovai dunque tutt'a un tratto in un paese di conoscenza; andai al palazzo e mi feci annunciare.
Stavo aspettando in anticamera che mi facesse entrare, allorché sento il governatore stesso che ride dicendo ad alta voce: - Ah! ah! l'astrologo! Ecco l'astrologo.
Fatelo passare.
Signore, voi vedrete adesso l'astrologo.
- Non sapevo che cosa volesse dire, ed ero in timore che mi si volesse mettere in ridicolo: entrai, ma molto sconcertato.
Mi rianima il governatore e mi pone subito in calma; mi viene incontro, e presentandomi alla signora governatrice e alla conversazione, dice: - Ecco qui il signor Goldoni; vi ricordate, signore, della contessa C., sulla quale abbiamo tanto scherzato riguardo all'eterna sua toeletta, alle mosse perdute e al pronostico dell'anonimo? Ebbene, l'autore di quell'almanacco critico che avete letto è il signor Goldoni.
- Ciascuno allora mi usa gentilezze, il governatore mi esibisce quartiere e tavola; io accetto e ne profitto per quindici giorni, conducendo la vita più piacevole del mondo.
Bisognava per altro far conversazione con le dame, e io non ero né fortunato né ricco.
Il governatore, garbatissimo e sommamente prudente, non mi chiese il motivo del viaggio; dopo pochi giorni però credei bene di metterlo al fatto delle mie avventure e del mio stato.
Ne parve commosso, e mi offrì di tenermi in sua casa per tutto il tempo dei dieci mesi che ancora gli restavano per compiere il periodo del suo governo.
Non potevo accettare, e per questa ragione lo ringraziai, pregandolo di favorirmi piuttosto lettere di raccomandazione per Milano.
Me ne diede parecchie; e una tra le altre, della signora governatrice per il residente di Venezia, mi fu utilissima.
Spirati i quindici giorni, presi congedo da sua eccellenza.
Non ero di buon umore; egli mi fece molte domande, ma non osai dir nulla; ben si accorse però che il mio impiccio procedeva da mancanza di denaro.
Mi offre dunque la borsa, ricuso.
Egli insiste; prendo allora con la maggior modestia dieci zecchini di cui volevo fargli l'obbligazione, ma egli non volle.
Che bontà! che grazia! Bisognava partire; e il giorno dopo mi misi in viaggio.
CAPITOLO XXVIII.
Arrivo a Milano.
- Prima visita al residente di Venezia.
- Lettura dell'Amalasunta.
Eccomi a Milano; eccomi in questa metropoli della Lombardia, antico retaggio del dominio spagnolo, ove avrei dovuto comparire col mantello e col collare secondo la foggia castigliana, se la musa satirica non mi avesse allontanato dal posto cui ero destinato.
Ora ci vengo a contender l'onor del coturno; non avrò peraltro la gloria del trionfo che calzando il socco.
Andai ad alloggiare al Pozzo, uno dei più famosi alberghi di Milano.
Per presentarsi con vantaggio, se uno non è ricco, bisogna almeno comparir di esserlo.
Il giorno appresso portai al residente di Venezia la lettera di raccomandazione della signora governatrice.
Era allora in tale impiego il signor Bartolini, segretario del Senato, già vicebailo a Costantinopoli, uomo ricchissimo, magnifico e considerato a Milano in egual modo che a Venezia.
Pochi anni dopo fu dichiarato per scrutinio gran cancelliere della Repubblica e godè per lungo tempo, anzi fino alla morte, di questa carica che dà il titolo di eccellenza a chi l'esercita, e il posto immediatamente dopo la nobiltà dominante.
L'inviato di Venezia, essendo il solo ministro estero che risieda a Milano, a motivo dei giornalieri affari che corrono tra i due Stati limitrofi, gode la più alta considerazione e va del pari con i gran signori del ducato di Milano.
Questo ministro mi accolse con una bontà ingenua e in modo da far coraggio.
Faceva gran caso della dama mia protettrice, e mi offrì tutto quello che poteva dipendere dalla sua persona e dal suo credito; ma con un'aria grave e ministeriale mi domandò la cagione che mi conduceva Milano, e quali fossero le avventure motivate nella lettura dalla signora Bonfadini.
Era giusta la domanda e semplice fu la mia risposta.
Gli raccontai dal principio alla fine tutta la storia della zia e della nipote: il signor residente conosceva i soggetti, il mio racconto dunque lo fece molto ridere e, riguardo al timore che dimostravo di essere inquisito e molestato, mi assicurò che a Milano non avevo nulla da temere.
La naturalezza del mio discorso e l'esposizione delle mie avventure avevano fatto capire al ministro che non ero ricco; mi domandò pertanto nobilmente se avevo per allora bisogno di qualche cosa; lo ringraziai.
Mi trovavo ancora qualche zecchino di Bergamo, ed era meco la mia opera; non avevo bisogno di alcuno.
Il signor Bartolini m'invitò a pranzo il giorno seguente; accettai l'invito, presi congedo e me ne andai.
Ero impaziente di presentare la mia composizione e di farne la lettura.
Eravamo appunto di carnevale, vi era Opera a Milano, e conoscevo Caffariello primo attore della medesima, come pure il direttore e compositore dei balli e sua moglie, prima ballerina, il signore e la signora Grossatesta.
Credei più conveniente e più vantaggioso per me farmi presentare al direttore degli spettacoli di Milano da persone cognite.
Era appunto quel giorno un venerdì giorno di vacanza quasi per tutto in Italia; la sera dunque andai in casa della signora Grossatesta, che teneva conversazione alla quale concorrevano gli attori, le attrici e i ballerini dell'Opera.
Questa eccellente ballerina mia compatriota, da me conosciuta a Venezia, mi ricevé garbatissimamente e il marito di lei, che era modenese, uomo di molto spirito e coltissimo, disputò molto con sua moglie sopra l'articolo della mia patria, sostenendo con molta galanteria essere io originario della sua.
Era molto presto ed eravamo quasi soli; profittai dunque del momento per far noto ad essi il mio disegno.
Ne furono incantati: mi promisero di presentarmi, e mi anticiparono le loro congratulazioni riguardo all'accoglienza favorevole della mia opera.
Andava sempre più aumentando la conversazione: arriva Caffariello, mi vede, mi riconosce, mi saluta con aria da Alessandro, e prende il suo posto accanto alla padrona di casa.
Pochi minuti dopo è annunciato il conte Prata, uno dei direttori degli spettacoli, e quello appunto che conosceva più degli altri l'arte drammatica.
La signora Grossatesta mi presenta al signor conte, gli parla della mia opera, ed egli s'impegna a propormi all'assemblea della direzione; avrebbe bensì avuto caro che io mi fossi compiaciuto di dargli qualche idea della medesima privatamente.
La mia compatriota pure avrebbe gradito di sentirla, e io nulla più desideravo che leggerla.
È avvicinato subito un tavolino, una bugia, e ciascuno prende il suo posto.
Io mi accingo alla lettura e annuncio il titolo di Amalasunta; Caffariello canta il nome di Amalasunta, e gli par lungo e ridicolo: tutti ridono.
- Non rido però io, grida allora la signora; - e il rosignolo tace.
Leggo i nomi dei personaggi, che nella mia composizione erano nove; a un tratto si sente una vocina, che si partiva dalla bocca di un vecchio castrato, il quale cantava nei cori, e gridava come un gatto: - Troppi, troppi, vi sono almeno due personaggi di più.
- Vedevo bene di essere in cattive acque, e volevo desistere dalla mia lettura; ma il signor Prata fece tacer l'insolente, che non aveva il merito di Caffariello, e a me rivolto disse: - Signore, è vero che ordinariamente non vi sono in un dramma che sei o sette personaggi; quando però l'opera n'è degna, si soggiace con piacere alla spesa di due personaggi di più.
Abbiate, egli soggiunse, abbiate pure la compiacenza di proseguir la lettura, se vi aggrada.
Riprendo dunque la mia lettura.
Atto primo, scena prima: Clodesilo e Arpagone.
Ecco il signor Caffariello, che mi domanda qual sia il nome del primo soprano dell'opera.
- Signore, io gli dissi, è Clodesilo.
- Come? egli rispose, voi fate aprir la scena dal primo attore, e lo fate comparire nel tempo in cui vien la gente, cerca posto e fa strepito? perbacco! io non sarei vostro primo uomo davvero.
- Che pazienza! il signor Prata prende la parola, e soggiunge: - Vediamo se la scena è piacevole.
- Leggo la prima scena, e mentre recito i miei versi un estenuato musico trae di tasca un rotolo di fogli di musica, e va al cembalo per ripassare un'aria della sua parte.
La padrona di casa mi fa allora mille scuse, e il signor Prata mi prende per mano conducendomi in uno stanzino da toeletta, lontanissimo dalla sala.
Quivi il conte mi fa sedere, siede egli pure accanto a me, mi placa riguardo alla villana condotta di una compagnia di simili stolidi, e mi prega di far la lettura del mio dramma a lui solo, per poterne giudicare e dir sinceramente il suo parere.
Fui contentissimo di quest'atto di compiacenza, lo ringraziai, e intrapresi la lettura della mia composizione leggendo dal primo verso fino all'ultimo, senza risparmiargli una virgola.
Mi ascoltò attentamente e con pazienza, e giunto al termine, ecco a un bel circa il risultato della sua attenzione e del suo giudizio: - Mi pare, egli disse, che non abbiate male studiata l'arte poetica di Aristotele e di Orazio, e che abbiate scritto la vostra composizione secondo i veri principi della tragedia.
Voi dunque non sapevate che il dramma in musica fosse un'opera imperfetta, sottoposta a regola e usi, privi, è vero, di senso comune, ma che bisogna seguire a rigor di lettera? Se foste stato in Francia, avreste potuto darvi maggior pensiero per piacere al pubblico, ma qui bisogna rifarsi dal piacere agli attori e alle attrici, bisogna contentare il compositore di musica, convien consultare il pittore delle decorazioni: ogni cosa ha le sue regole, e sarebbe un delitto di lesa drammaturgia se si osasse di violarle e non si osservassero.
Ascoltate (egli proseguì), sono per indicarvi alcune di queste regole, che sono immutabili e che voi non conoscete.
Ciascuno dei tre principali soggetti del dramma dee cantar cinque arie: due nel primo atto, due nel secondo e una nel terzo.
La seconda attrice e il secondo soprano non possono averne che tre; e le ultime parti debbono contentarsi di una, o di due al più.
L'autore delle parole deve somministrare al musico le differenti ombre che formano il chiaroscuro della musica, e osservar bene che non vengano di seguito due arie patetiche, essendo inoltre necessario spartire con la medesima precauzione le arie di bravura, le arie d'azione, i mezzo-carattere, i minuetti e i rondò.
Convien soprattutto badar bene di non dare arie d'affetto e di commozione, o arie di bravura, o rondò alle seconde parti.
Bisogna che questa povera gente si contenti di ciò che loro è assegnato, essendo loro proibito di farsi onore.
- Il signor Prata voleva dir di più.
- Basta così, io ripresi, signore, non vi date la pena di dirmi altro.
- Lo ringraziai nuovamente e presi da lui congedo.
Conobbi allora che le persone che avean dato giudizio della mia composizione a Brescia avevano ragione.
Rilevai che il conte Trissino di Vicenza aveva anche più ragione degli altri, e che io solo avevo il torto.
CAPITOLO XXIX.
Sacrifizio della mia Amalasunta.
- Visita impensata al signor residente.
- Conforto anche più impensato per me.
- Arrivo di un anonimo a Milano.
- Apertura dello spettacolo per mezzo mio.
- Piccola operetta da me composta.
- Partenza del residente per Venezia.
Entrato in casa avevo freddo, caldo, ed ero nella maggiore umiliazione.
Levo di tasca il mio scritto e mi vien voglia di lacerarlo.
Il giovane dell'albergo domanda gli ordini per la cena.
- Non cenerò, fatemi un buon fuoco.
- Avevo sempre in mano la mia Amalasunta.
Ne rileggevo alcuni versi e li trovavo pieni di grazia.
Maledette regole! la mia composizione è buona, ne son sicuro; sì, ella è buona; è bensì cattivo il teatro, gli attori, le attrici, i maestri di musica, i decoratori - che il diavolo se li porti! e te pure, disgraziata mia composizione che mi sei costata tanta pena e che hai deluse la mie speranze, te divorino adesso le fiamme.
La getto nel fuoco e sto a vederla bruciare a sangue freddo con una specie di compiacimento.
Il dispiacere e la collera avevano bisogno di sfogo; rivolsi la vendetta contro me stesso, e così ebbi le mie soddisfazioni.
Tutto era finito.
Non pensavo più alla mia composizione: ma rivoltando la cenere con le molle, e radunando i frammenti del mio manoscritto per compierne la combustione, mi venne in pensiero che in nessun caso non avevo mai fatto per i miei disgusti il sacrificio della cena: chiamo il giovane, ordino che apparecchi e che mi porti subito da mangiare.
Non aspettai molto, mangiai bene, bevvi meglio, andai a letto e riposai con la maggior tranquillità.
Quello che mi accadde di straordinario fu che la mattina mi risvegliai due ore più presto del solito.
Nello svegliarmi il mio spirito avrebbe inclinato dalla cattiva parte, ma dissi allora a me stesso: su via, su via, bando al cattivo umore, ci vuol coraggio; si vada dal signor residente di Venezia; egli mi ha invitato a pranzo, ma è necessario parlargli da solo a solo, conviene dunque andarvi subito.
Mi vesto e ci vado.
Vedendomi il ministro alle nove di mattina, dubitò che mi avesse là condotto qualche urgente motivo.
Mi ricevè alla toeletta, gli feci intendere che mi davan fastidio i testimoni, ed egli ordinò che tutti uscissero; gli raccontai allora la storia della veglia, gli delineai al vivo il quadro della conversazione disgustosa che mi aveva stomacato, gli parlai del giudizio del conte Prata, e terminai col dire che ero l'uomo più impacciato del mondo.
Si divertì molto il signor Bartolini al racconto della scena comica dei tre attori eroici, e chiese di leggere la mia opera.
- La mia opera, signore? più non esiste.
- Che cosa ne avete fatto? - L'ho bruciata.
- L'avete bruciata! - Sì, signore.
Ho bruciato ogni mio capitale, ogni mio bene, la mia fortuna, le mie speranze.
- Allora sì che diè nel ridere il ministro; ma dal riso e dalle ciarle ne risultò che io restai nella casa di lui, che mi ricevè in qualità di gentiluomo di camera, mi assegnò un bellissimo appartamento e al fin dei conti, nello scacco che avevo toccato, era maggiore il guadagno della perdita.
Il mio impiego non mi occupava che per commissioni piacevoli: andare, per esempio, a complimentare i signori veneti che erano in viaggio, o in casa del governatore, o dai magistrati di Milano per affari della Repubblica.
Queste occasioni non erano frequenti, e avevo perciò tutto il comodo di divertirmi e scegliere occupazioni a mio piacere.
Capitò in città al principio della quaresima un ciarlatano di una specie molto rara, la cui memoria merita forse di esser registrata negli annali del secolo.
Buonafede Vitali di Parma era il suo nome, e si faceva chiamar l'Anonimo.
Discendeva da buona famiglia, aveva avuto un'eccellente educazione ed era stato gesuita: sentendo disgusto per il chiostro, si diede alla medicina e ottenne la cattedra di professore nell'università di Palermo.
Quest'uomo singolare, a cui veruna scienza era straniera, aveva una smodata vanità di far valere l'estensione del suo sapere; e siccome era miglior parlatore che scrittore, abbandonò il posto onorevole che teneva e prese il partito di fare il saltimbanco per arringare il pubblico; ma non essendo abbastanza ricco per contentarsi della pura gloria, traeva profitto dal suo ingegno e vendeva i suoi medicamenti.
Era per lui un bel fare il mestiere del ciarlatano; i suoi specifici erano buoni, e la sua scienza e facondia gli avevano acquistato un credito e una considerazione non comuni.
Risolveva pubblicamente tutte le questioni più difficili che gli venivan proposte in tutte le scienze e materie più astratte.
Si proponevano sul suo teatro empirico problemi, punti di critica, di storia, di letteratura ecc.; rispondeva nell'atto, e faceva dissertazioni soddisfacentissime.
Pochi anni dopo passò a Venezia e fu chiamato a Verona, a motivo di una malattia epidemica che faceva perire chi n'era attaccato.
Il suo arrivo in questa città fu come l'apparizione di Esculapio in Grecia, guarì tutti con mele appiole e vino di Cipro.
Fu chiamato per riconoscenza il primo medico di Verona, ma non potè goderne lungamente, essendo morto l'anno stesso compianto da tutti, fuorchè dai medici.
A Milano aveva l'Anonimo la soddisfazione di veder la piazza, ov'egli si mostrava al pubblico, sempre piena di gente a piedi e in carrozza; ma siccome i dotti eran quelli che compravano meno degli altri, bisognava fornire il palco di oggetti attraenti per intrattenere il pubblico ignorante; e il novello Ippocrate spacciava i suoi rimedi, profondeva la sua retorica attorniato dalle quattro maschere della commedia italiana.
Buonafede Vitali aveva pura passione per la commedia, e teneva a sue spese una compagnia completa di commedianti, i quali dopo avere aiutato il loro principale a ricevere il denaro che gli si gettava nei fazzoletti, e a rimandar gli avventori pieni di piccoli vasetti o scatolette, davano in seguito rappresentazioni in tre atti, al lume di torce di cera bianca e con una certa magnificenza.
Volevo fare amicizia con l'Anonimo, non solo per il piacer di conoscere quest'uomo straordinario, quanto ancora i suoi seguaci.
Andai un giorno a trovarlo sotto pretesto di comprare un poco del suo alexifarmaco; in questa occorrenza promossi varie questioni sopra la malattia che avevo o credevo d'avere, e si accorse che la sola curiosità mi aveva tratto alla sua casa: mi fece portare una buona tazza di cioccolata e mi disse esser quello il miglior medicamento per il mio stato.
Trovai molta urbanità e grazia nelle sue maniere, e ci trattenemmo insieme per qualche tempo.
Era tanto amabile in privato, quanto era dotto in pubblico.
Nel corso della nostra conversazione essendomi palesato per persona che aveva aderenza col residente di Venezia, credè che io potessi essergli utile riguardo a un disegno che aveva immaginato Me lo partecipò: m'impegnai a servirlo e vi riuscii con la maggiore facilità.
Ecco di che cosa si trattava.
Non vi annoiate, mio caro lettore, di questa digressione; vedrete quanto ella è per esser necessaria alla connessione della mia storia.
Nella quaresima erano sospesi a Milano gli spettacoli, come è uso per tutta l'Italia.
Il teatro comico doveva riaprirsi a Pasqua, ed era stata già fissata una della migliori compagnie di commedianti, ma il direttor di essa, essendo stato chiamato in Germania, partì senza dir nulla e mancò ai Milanesi.
Trovandosi pertanto la città senza spettacoli, era sul punto di rivolgersi a Venezia e Bologna per mettere insieme una compagnia.
L'Anonimo dunque avrebbe desiderato che si fosse data la preferenza alla sua, non eccellente, ma che peraltro poteva far conto su tre o quattro soggetti di merito, il cui insieme si combinava a meraviglia.
Infatti il signor Casali che recitava le parti di primo amoroso, e il signor Rubini che sosteneva stupendamente quelle di Pantalone, furono l'anno dopo chiamati a Venezia, il primo per il teatro di San Samuele, l'altro per quello di San Luca.
M'incaricai con piacere di tal commissione, perché in qualunque modo doveva essermi dilettevole.
La partecipai al mio ministro, che si diede la cura di parlarne egli stesso alle principali dame della città; ne tenni discorso al conte Prata, che avevo sempre coltivato; misi in opera il mio credito e quello del residente di Venezia sul governatore; insomma in tre giorni fu firmato il contratto.
L'Anonimo restò contento, e io ebbi per mancia un secondo palchetto di faccia, che poteva contenere dieci persone.
Profittando dell'occasione di questa compagnia con la quale trattavo familiarmente, mi rimisi a comporre alcune bagatelle teatrali.
Non avrei avuto tempo bastante per fare una commedia, non essendo l'accordo fatto con l'Anonimo che per la primavera e l'estate fino al mese di settembre; e siccome tra i suoi stipendiati vi era un compositore di musica, e un uomo con una donna che cantavano assai bene, feci un intermezzo a due voci, intitolato il Gondolier Veneziano, che fu eseguito, ed ebbe tutto il buon successo che una simile composizione poteva meritare.
Ecco la prima opera comica di mia composizione che comparve in pubblico e successivamente al torchio, essendo stata stampata nel quarto volume delle mie opere comiche, edizione di Venezia del Pasquali.
Nel tempo che si eseguiva a Milano il mio Gondolier Veneziano, con commedie a braccia, si annunziò la prima rappresentazione del Belisario, e si continuò ad annunziarla per sei giorni prima di esporla, allo scopo di eccitare la curiosità del pubblico e assicurarsi un buon introito.
I comici non s'ingannarono: il teatro di Milano di quel tempo (chè anch'esso ebbe nelle fiamme il destino quasi ordinario di tutti i teatri) era il più grande d'Italia dopo quello di Napoli.
Nella prima rappresentazione del Belisario fu così considerabile il concorso, che si stava pigiati dalla folla, incluse le corsie.
Ma che detestabile rappresentazione! Giustiniano era un imbecille, Teodora una cortigiana e Belisario un predicatore.
Compariva in scena privo di occhi.
Arlecchino era il conduttore del cieco e gli dava dei colpi di stecca per farlo andare; tutti erano nauseati, io poi più degli altri, avendo distribuito parecchi inviti a persone di primo merito.
Il giorno dopo vado da Casali, che mi riceve ridendo e mi dice in tono di beffa: - Ebbene, signore, che pensate voi del nostro famoso Belisario? - Penso, risposi, che questa è un'indegnità che non mi aspettavo.
- Eh via! egli riprese, voi non conoscete i comici.
Non vi è compagnia che non si serva di tempo in tempo di queste astuzie per far denaro, e questo si chiama in gergo comico un'arrostita.
- Che cosa significa, io gli dissi, un'arrostita? - Ed egli: - Significa in buon toscano, una corbellatura; in lingua lombarda, una minchionada; e in francese, une attrape.
I comici hanno l'uso di servirsene e il pubblico è assuefatto a soffrirle.
Non tutti sono delicati, e l'arrostite andranno sempre avanti, fino a tanto che non siano soppresse da una riforma.
- Vi prego, soggiunsi allora, mio signor Casali, di non arrostirmi per la seconda volta, consigliandovi di bruciar piuttosto il vostro Belisario, giacchè credo che non vi sia cosa più detestabile.
- Avete ragione, rispose; sono però persuaso, che di questa cattiva rappresentazione se ne possa fare una buona.
- Senza dubbio, risposi, la storia di Belisario può fornire un'eccellente composizione.
- Su via, replicò Casali, voi avete genio a lavorare per il teatro, fate che questo sia il primo vostro passo.
- No, risposi, non comincerò mai con una tragedia.
- Fatene una tragi-commedia.
- Ma non sul gusto della vostra.
Non vi saranno maschere, non vi saranno buffonerie.
Vedrò, mi proverò.
- Aspettate un momento: ecco qui Belisario.
- Io non so che farmene.
Il mio lavoro sarà ricavato dalla storia.
- Tanto meglio.
Vi raccomando il mio amico Giustiniano.
- Farò quello che posso.
- Io non son ricco, procurerò peraltro...
- Discorsi inutili.
Io lavoro per divertimento.
- Amico, vi confido il segreto: l'anno venturo debbo andare a Venezia: se potessi portarvi meco un Belisario...
Oh! là un Belisario coi fiocchi.
- Forse lo avrete.
- Bisogna promettermelo.
- Ebbene, ve lo prometto.
- Parola d'onore? - Parola d'onore.
Ecco Casali contento: lo lascio, e vado a casa nella ferma risoluzione di mantenere la promessa con tutta l'esattezza e l'impegno, Sentendo il signor residente che ero tornato, mi fece chiamare per dirmi ch'era per partire per Venezia, a motivo di alcuni suoi particolari affari, avendo avuto il permesso dal Senato di assentarsi per qualche giorno da Milano.
Il suo segretario era milanese, ma non stavano bene insieme; questo era un po' troppo delicato, e il ministro, vivace e soggetto a impeti violentissimi.
Mi fece l'onere d'incaricarmi di parecchie commissioni e tra le altre, siccome una sorda voce faceva temere una guerra che poteva stare a cuore alla Lombardia, mi incaricò di scrivergli giornalmente e di stare attento a tutto ciò che poteva succedere.
Era questo invero un usurpare i diritti del segretario, ma io non potevo oppormi, e oltre a ciò il ministro non avrebbe inteso ragione su questo punto.
Non mancai di eseguire le commissioni affidatemi, né tardai molto nel tempo stesso a intraprendere l'opera che avevo promesso sulla parola d'onore.
Ero arrivato in pochi giorni alla fine del primo atto: lo avevo comunicato al Casali, che n'era rimasto incantato e avrebbe voluto copiarlo in quel momento.
Successero però due casi in una volta: il primo di essi mi fece rallentare il lavoro, e il secondo interromperlo per lungo tempo.
CAPITOLO XXX.
Incontro di una Veneziana.
- Milano sorpresa dalle armi del re di Sardegna.
- Mio imbroglio a motivo della guerra e della Veneziana.
- Ritorno del residente da Venezia a Milano.
- Sua e mia partenza per Crema.
Passeggiando un giorno in campagna verso Porta Tosa col signor Carrara, gentiluomo bergamasco e mio intimo amico, ci fermammo alla famosa osteria della Cazzuola che i Milanesi pronunziano casseula, perché i Lombardi hanno il dittongo eu come i Francesi e lo pronunciano in egual modo.
Non si fanno a Milano passeggiate, né si mette insieme divertimento di qualunque sorte sia, in cui non si discorra di mangiare: agli spettacoli, alle conversazioni di gioco, a quelle di famiglia, siano esse di cerimonia o di complimento, alle corse, persino alle conferenze spirituali sempre si mangia.
Per questa ragione appunto i Fiorentini, che generalmente son sobri ed economi, chiamano i Milanesi lupi lombardi.
Ordinammo il Carrara e io una piccola merenda, consistente in una polpettina (cioè polpette di carne battuta) con alcuni uccelletti e gamberi; e aspettando che fosse pronta la colazione, si fece un giro per il giardino.
Al ritorno, nel passar dalla parte della cucina dell'osteria, vidi a una finestra del primo piano un bellissimo visetto che fingeva di nascondersi dietro la tenda.
Corro subito a prenderne notizia.
L'oste non conosceva punto la persona.
Vi era giunta da tre giorni per la posta in compagnia di un uomo in buon arnese, che si era allontanato da lei il giorno dopo, né più era ricomparso.
Si vedeva essere nel maggior cordoglio e si supponeva veneziana.
Giovane, bella, veneziana e afflitta! - Andiamo, dissi al compagno, bisogna andare a consolarla.
- Salgo, e Carrara mi vien dietro; picchio, la bella non vuol aprire; parlo veneziano e mi manifesto per uomo addetto al residente di Venezia.
Apre allora i due battenti della porta, e mi riceve struggendosi in lacrime e nella massima desolazione.
Che spettacolo attraente e da far colpo! Una bella donna che piange ha certamente qualche diritto sopra un animo sensibile.
Dividevo con lei le sue pene, facevo il possibile per calmarla, e il mio amico Carrara se la rideva.
Che uomo duro! Come poteva ridere? Io ero di cera e m'intenerivo di minuto in minuto.
Giunsi finalmente ad asciugar le lacrime dell'amata mia compatriota e a farla parlare.
Era, per quello che mi disse, una fanciulla di buonissima casa di Venezia, divenuta amante di una persona di condizione superiore alla sua.
Aveva concepito la speranza di farne il suo sposo; ma avendo trovato opposizioni da ogni parte, non vide altro scampo che quello di andare in paese straniero.
Aveva fatto la sua confidenza a uno zio materno, che l'amava molto ed ebbe la debolezza di secondarla.
Si erano dati tutti e tre alla fuga, avevano preso la strada di Milano ed erano passati per Crema.
Furono inseguiti e raggiunti in quella città; lo zio fu arrestato e condotto in carcere, e i due amanti ebbero la fortuna di salvarsi.
Arrivati a Milano di notte, avevano preso alloggio nell'osteria dove eravamo; il suo amante era uscito la mattina di buon'ora per cercare un quartiere in città, ma non era più ritornato.
Erano oramai tre giorni che la signorina si trovava sola e fuori di speranza di rivedere il suo rapitore, il suo indegno seduttore; e intanto le lacrime raddoppiate di questa languente bellezza compiono il racconto, ed eccitano al colmo la mia sensibilità.
Carrara, che non rideva più ma era bensì irritato che la lunga nenia c'impedisse di merendare, mi fece riflessioni estremamente patetiche sopra il suo appetito.
Il cuore non mi permetteva di lasciare la mia compatriota senza fissare con lei qualche provvedimento.
La pregai pertanto, per accontentare il ghiotto compagno, di permetterci di far portare la merenda nella sua camera; ella vi acconsentì con buona maniera, e fummo serviti.
Mentre eravamo a tavola, io continuavo il colloquio con la signorina, e Carrara mangiava sempre e si burlava di me.
Incominciava a farsi sera e conveniva partire; presi pertanto congedo dalla mia bella compatriota, le promisi di tornare a vederla il giorno dopo e, augurandole affettuosamente la buona sera, la pregai di confidarmi il suo nome.
Parve che su questo punto avesse qualche difficoltà; ma finalmente mi disse all'orecchio che si chiamava Margherita Biondi.
Seppi poi che non era né Margherita né Biondi, né nipote né fanciulla; ma era giovane, bella, amabile, aveva l'aria civile e io ero in buona fede.
Potevo mai abbandonarla nel cordoglio o nell'afflizione? Nel ritorno in città bisognò sopportare tutte le beffe e corbellature di Carrara; ciò peraltro non m'impedì di mantener la parola alla bella forestiera.
Le trovai un bellissimo appartamento ammobiliato e di buon'aria sulla Piazza d'Armi, andai a desinar seco il giorno dopo, e la condussi in una buona carrozza a prender possesso del nuovo quartiere.
Mi pregò di adoperarmi a favore di suo zio per farlo uscire di prigione, di farne parola col residente di Venezia al suo ritorno a Milano, come pure d'indurre questo ministro ad aggiustare i suoi affari con i genitori, né seppi negarle nulla.
Andavo a trovarla spessissimo e la sua compagnia mi riusciva gradita un giorno più dell'altro.
Ero contentissimo del mio stato, e quest'ultima avventura aumentava le delizie della mia condizione; ma non ero fatto per godere a lungo di una felicità, qualunque fosse.
I piaceri e i disgusti si succedevano per me rapidamente; e il giorno nel quale godevo di più era quasi il punto di una nuova disgrazia.
Era una mattina in camera di buonissima ora il mio servitore; aprì la cortine, e vedendomi sveglio: - Ah! signore, mi disse, ho una gran nuova da darvi.
Quindicimila Savoiardi, a piedi e a cavallo, vengono a impadronirsi della città e si vedono schierati in piazza del Duomo.
- Sbalordito da questa novità così inaspettata, feci cento interrogazioni in una volta al mio staffiere, che non sapeva dirmi altro.
Mi vesto in fretta, esco e vado al caffè.
Dieci persone mi parlano tutte insieme, ognuno vuol essere il primo a informarmi.
Vi erano diverse opinioni, ma ecco il fatto.
Cominciata la guerra del 1733, chiamata la guerra di don Carlo, il re di Sardegna si dichiarava del partito di questo principe, e riuniva le sue armi a quelle della Francia e della Spagna contro la casa d'Austria.
I Savoiardi, che avevan fatto la loro marcia di notte, comparvero sul far del giorno alle porte di Milano; il generale chiese le chiavi della città, e poiché Milano è troppo vasta per porsi in stato di difesa, furono portate le chiavi.
Senza internarmi di più nella cosa, credetti di saperne abbastanza per darne subito parte al mio residente.
Rientro a casa, scrivo, spedisco un espresso a Venezia, e tre giorni dopo torna il ministro alla sua residenza.
Non tardarono frattanto a comparire anche le truppe francesi e a riunirsi alle sarde loro alleate, mettendo insieme quell'esercito formidabile che gl'Italiani chiamavano l'esercito dei Gallo-Sardi.
Disponendosi dunque gli alleati a far l'assedio del castello di Milano, fecero gli approcci per mettersi in stato di battere la fortezza, onde gli abitanti della Piazza d'Armi furono obbligati a sloggiare.
La mia povera veneziana, che si trovava in questo numero, mi fece avvertire del suo turbamento; accorsi subito, la feci uscir prontamente e, non volendo collocarla in un quartiere appartato, fui forzato ad affidarla a un mercante genovese, in casa del quale non potevo vederla che in mezzo a una famiglia numerosa ed eccessivamente inquieta.
Gli assedianti formarono subito le loro trincee e strade coperte; l'assedio si eseguiva col maggior ardore, le batterie dei cannoni facevano scariche giorno e notte, e ad essi rispondevano quelli della fortezza, venendo talvolta a farci visita in città qualche bomba mal diretta.
Pochi giorni dopo un corriere della Repubblica di Venezia portò al mio ministro una lettera ducale in cartapecora con sigillo di piombo con ordine di partir da Milano e di andare per tutto il tempo della guerra a stabilire la sua residenza in Crema.
Mi partecipò subito il signor residente tal notizia; approfittò di questa occasione per disfarsi del segretario, che non gli andava a genio, mi affidò questo onorevole e lucroso incarico e mi ordinò di star pronto per il giorno dopo.
Siccome avevamo bisogno in Milano di un corrispondente nel tempo della nostra assenza, proposi il mio amico Carrara, che fu approvato dal ministro e venne perciò ad abitare nel nostro palazzo.
Preparai subito i fagotti, ammassai i miei fogli e andai a fare i saluti alla bella veneziana, che piangeva, ch'era in timore e nella maggior desolazione.
Mi raccomanda vivamente suo zio, appunto in carcere a Crema.
Procuro di consolarla, e dò del denaro tanto a lei quanto al suo albergatore; questo complimento pare che contribuisca molto a calmarla.
Ci abbracciamo, poi torno a casa e parto col ministro sul far del giorno.
Arrivato a Crema, la mia prima premura fu di portarmi alle carceri: domando del signor Leopoldo Scacciati, ch'era lo zio in questione.
Non c'era più: le mie raccomandazioni avevano anticipato la sua scarcerazione; era uscito il dì precedente al mio arrivo ed era partito per Milano.
Quest'uomo, che non poteva avere il minimo sentore della mia partenza da quella città, come avrebbe fatto a ritrovar la signorina Biondi in un paese sì vasto e popolato? Questa riflessione mi dava somma inquietudine: scrissi al mercante genovese, scrissi al signor Carrara, ed ecco a un dipresso la risposta di quest'ultimo: "Il vostro Leopoldo Scacciati è giunto a Milano.
È venuto al palazzo, credendo di trovarvi.
Il guardaportone lo ha fatto salire; mi ha parlato e ha reclamato sua nipote.
Io l'ho condotto in casa del genovese, e ho creduto di rendervi un servigio grandissimo facendogli consegnare questa giovane, che vi era a carico e che non ne meritava la pena." Lontano da quest'oggetto incantatore, dovei confessare che il mio amico si era portato benissimo, e non avendo dopo ricevuto notizia alcuna né della giovane né di suo zio, la loro ingratitudine mi dispiacque, però molto leggermente.
Posi in dimenticanza l'una e l'altro, e mi diedi seriamente ad adempiere i doveri della mia carica.
CAPITOLO XXXI.
Restituzione del castello di Milano.
- Assedio di Pizzighettone.
- Armistizio.
- Resa della fortezza.
- Nuove occupazioni teatrali.
- Visita importuna.
- Rottura fra il residente e me.
Crema è una città della Repubblica di Venezia, governata da un nobile veneziano col titolo di podestà, quarantotto leghe distante dalla capitale e nove dalla città di Milano.
Quivi il residente di Venezia era a portata di vigilare sugli avvenimenti e sui disegni delle potenze belligeranti senza compromettere la Repubblica, che era neutrale e che riconoscere non poteva i nuovi padroni del Milanese.
Questo ministro però non era il solo che ne avesse l'incarico.
Fu contemporaneamente spedito da Venezia nella stessa città di Crema un senatore col titolo di provveditore straordinario, e ambedue facevano a gara i loro sforzi per avere corrispondenze e per spedire al senato recenti e sicure notizie.
Avevamo per conto nostro ogni giorno dieci, dodici e qualche volta venti lettere da Milano, Torino, Brescia e da tutti i paesi di mezzo, ove si trattava di passaggio di truppe, di foraggi, di magazzini.
Toccava a me aprirle e farne gli estratti, confrontandole e formando un dispaccio ricavato dalle relazioni che parevano più uniformi e meglio provate.
Dopo questo lavoro il ministro faceva una scelta, vi univa le sue riflessioni, le sue osservazioni; onde qualche volta erano da noi spedite alla capitale quattro staffette in un giorno.
Questo esercizio mi teneva, è vero, molto occupato, ma mi divertiva infinitamente.
Mi ponevo così al fatto della politica e della diplomazia; cognizioni che mi furono poi utilissime, quando venni nominato, quattr'anni dopo, console di Genova a Venezia.
In capo a venti giorni d'assedio e quattro di breccia aperta, il castello di Milano fu costretto a capitolare e arrendersi, avendo chiesto e ottenuto tutti gli onori militari, tamburo battente, bandiere spiegate e carriaggi coperti fino a Mantova, luogo di riunione generale dei Tedeschi, che non avevano ancora messo insieme forze bastanti per opporsi ai progressi dei loro nemici.
Gli eserciti alleati, che approfittavano del tempo favorevole, posero alcuni giorni dopo l'assedio a Pizzighettone, piccola città di frontiera nel cremonese dove il Serio si unisce all'Adda, città benissimo difesa e con una fortezza considerabilissima.
Essendosi pertanto molto avvicinato a Crema il teatro della guerra, eravamo più a portata di prima d'aver notizie, giacché s'udivano distintamente le cannonate.
Non durarono molto tempo le ostilità perché i Tedeschi, che aspettavano ordini da Vienna e da Mantova, chiesero un armistizio di tre giorni, che fu loro concesso senza difficoltà.
In tale occorrenza fui spedito in qualità di spione onorato al campo degli alleati.
Non è possibile delineare esattamente il meraviglioso quadro di un campo di battaglia in armistizio; è la festa più magnifica, lo spettacolo più straordinario che mai si possa immaginare.
Un ponte costruito sulla breccia apre la comunicazione fra assedianti e assediati; si vedono ovunque tavole imbandite, gli ufficiali si regalano scambievolmente; dentro e fuori, sotto tende e baracche, si danno balli, banchetti, concerti; vi concorre tutta la gente dei dintorni, a piedi, a cavallo, in calesse; vi si portano viveri da tutte le parti; vi regna al momento l'abbondanza; vi concorrono ciarlatani e giocatori: insomma è una fiera piacevole, è un concorso delizioso.
Io ne godevo per qualche ora ogni giorno e, nel terzo appunto, vidi uscire la guarnigione tedesca con gli onori medesimi concessi a quella di Milano.
Mi divertivo molto a vedere i soldati francesi e piemontesi, nell'uscire dalla piazza sotto le loro bandiere, rimpiattarsi tra le file dei loro compatrioti e disertare impunemente.
La sera, tornato a casa, facevo il rapporto al mio ministro di ciò che avevo veduto e udito, e potevo assicurarlo per mezzo dei colloqui da me tenuti con alcuni ufficiali, che gli eserciti uniti dovevano andare ad accamparsi nei ducati di Parma e Piacenza, per garantirli dalle incursioni che si potevano temere da parte dei Tedeschi.
I fatti corrisposero alle notizie che mi erano state date: gli alleati sfilarono a poco a poco verso il cremonese e si stabilirono nei dintorni di Parma, ove la duchessa vedova regnante, alla testa della reggenza, governava i suoi stati.
L'allontanamento delle truppe diminuì molto il mio lavoro, e mi diè ozio per dedicarmi a occupazioni più piacevoli.
Ripresi il mio Belisario, vi lavorai con assiduità e ardore, né lo abbandonai se non quando lo credei finito e mi parve di poterne esser contento.
In questo mentre mio fratello, che dopo la morte del signor Visinoni aveva lasciato il servizio di Venezia, si era trasferito a Modena nella speranza di essere impiegato dal duca; ma, non avendo potuto ottenere nulla da questa parte, venne a unirsi meco a Crema.
Lo ricevetti con amorevolezza e lo presentai al signor residente.
Questo ministro gli diede subito il posto di gentiluomo già da me occupato; ma se uno aveva la testa calda, l'altro l'aveva bollente, onde non potevamo stare insieme.
Fu dunque dal signor residente ringraziato, e se ne partì di malumore.
La cattiva condotta di mio fratello mi fece demeritare un pochino la stima del ministro.
Non mi guardava più con la stessa bontà e amicizia.
Si era acquistata la sua confidenza un ipocrita domenicano, e quando io non ero al palazzo s'impacciava di scrivere sotto la sua dettatura.
Tutto ciò mi aveva un poco alienato l'animo.
Il mio superiore e io non eravamo che due persone reciprocamente disgustate, e il caso che io sono per raccontare cagionò finalmente la totale rottura.
Ero un giorno nella mia camera, quando mi si annuncia un forestiero che vuol parlarmi.
Dico che si faccia entrare, e vedo un uomo magro, piccolo, zoppo, non troppo ben vestito, e con una fisionomia molto dubbia.
Gli chiedo il nome: - Signore, egli dice, sono il vostro servitore Leopoldo Scacciati.
- Ah! Ah! il signore Scacciati? - Certo; quello appunto che aveste la bontà di far scarcerare e di proteggere.
- Donde venite? - Da Milano.
- E cosa fa la vostra signora nipotina? - Sta a meraviglia; voi la vedrete.
- La vedrò? E dove mai? - Qui.
- Ella è qui? - Sì, signore, all'albergo del Cervo, ove vi aspetta e vi prega di venire a pranzo da lei.
- Piano, signor Scacciati; che avete fatto in tutto questo tempo a Milano? - Io vi conoscevo molti ufficiali, ed essi mi facevano l'onore di venire a trovarmi.
- A trovarvi? - Sì, signore - E la signorina? - Oh! ella faceva gli onori della tavola.
- Soltanto della tavola? - Sopraggiunge uno staffiere e interrompe una conversazione che avrei voluto prolungare un poco di più, dicendomi che il ministro mi vuole.
Prego allora il signor Scacciati di trattenersi e avere la compiacenza di aspettarmi.
Salgo; il signor residente mi presenta un manoscritto da copiare.
Era il manifesto del re di Sardegna con le ragioni che lo avevano fatto piegare al partito dei Francesi.
Questo quinterno era prezioso, poiché l'originale era sotto il torchio a Torino e conveniva spedirlo copiato a Venezia.
Il ministro non desinava né cenava quel giorno al palazzo; onde ordinò che gli portassi manoscritto e copia la mattina dopo di levata.
Il quaderno era molto voluminoso e male scritto, ciò nonostante bisognava sbrigarlo.
Entro nel mio quartiere, avviso il signor Scacciati che non potevo in verun modo in quel giorno desinare in città, ma che bensì sarei andato a trovar la sua nipote la sera, appena avessi potuto.
Mi fa intendere che la signorina deve partire speditamente.
Ripeto le medesime parole con atto d'impazienza, e lo zoppo fa una giravolta e se ne va.
Mi metto subito all'opera; desino con una tazza di cioccolata, lavoro fino alle nove della sera, termino, serro le due copie nella mia segreteria e me ne vado all'albergo del Cervo.
Trovo la bella veneziana che faceva una partita di faraone con quattro signori che non conoscevo.
Finiva appunto il taglio mentre entravo; tutti s'alzano, mi fanno molte garbatezze, si fa portare la cena e mi si dà il posto di distinzione accanto alla signorina.
Avevo una fame disperata e mangiai per quattro.
Finita la cena, si riprende il gioco.
Io punto e vinco; non ardivo però di andarmene il primo.
Si passa la notte giocando.
Guardo l'orologio, erano le sette della mattina.
Vincevo sempre, ma non potendo trattenermi di più, fo alla conversazione le mie scuse e parto.
Quattro passi lontano dall'albergo incontro uno dei nostri staffieri.
Il signor residente mi aveva fatto cercare dappertutto; si era alzato alle cinque, mi aveva fatto chiamare e gli era stato detto che avevo dormito fuori dal palazzo.
Era nella maggior furia.
Corro, entro in casa, vado nella mia camera, prendo i due quaderni e li porto al ministro.
Mi riceve malissimo, e sospetta che sia stato a comunicare il manifesto del re di Sardegna al provveditore straordinario della Repubblica di Venezia.
Mi ferisce vivamente l'animo una simile accusa, e mi pone in desolazione.
Mi lascio vincere contro il solito da un impulso di vivacità, e il ministro minaccia di farmi arrestare.
Esco e vado a rifugiarmi in casa del vescovo della città, che prende le mie difese e s'impegna a riconciliarmi col residente.
Lo ringraziai, poiché avevo già risoluto, né altro volevo che giustificarmi e partire.
Il ministro ebbe tempo d'informarsi dove avevo passata la notte, e si era ricreduto sul mio conto; io però non volli più espormi a simili disgusti e gli chiesi il permesso di dimettermi.
Me lo concesse e io gli feci le mie scuse, i miei ringraziamenti.
Misi in ordine i miei fagotti, accaparrai un calesse per Modena, ove stava tuttavia mia madre, e tre giorni dopo partii.
CAPITOLO XXXII.
Arrivo a Parma.
- Terribile spavento dei Parmigiani.
- Battaglia di Parma del 1733.
- Morte del generale tedesco.
- Veduta del campo dopo la battaglia.
- Mutazione di viaggio.
- Avvenimento dolorosissimo per me.
Giunto a Parma il 28 giugno 1733, vigilia di san Pietro, giorno memorabile per questa città, andai a prendere alloggio all'albergo del Gallo.
La mattina uno spaventoso strepito mi sveglia.
Balzo dal letto, apro la vetrata della mia camera, e vedo la piazza piena di gente: chi corre da una parte, chi dall'altra; alcuni si urtano, altri piangono, chi urla, chi è in desolazione; donne che portano i figli sulle braccia, altri che li trascinano sul terreno.
Qua si vedono persone cariche di sporte, panieri, bauli e fagotti; là vecchi che cadono, malati in camicia, carrette sossopra, cavalli in fuga.
Che cos'è questo, dicevo tra me: è la fine del mondo? Mi metto il gabbano sopra la camicia, scendo in un baleno, entro in cucina, domando, fo ricerche, e nessuno mi risponde.
L'albergatore ammassa l'argenteria e sua moglie, tutta scapigliata, tiene in mano un piccolo scrigno e altre robe nel grembiule; voglio parlare, ella mi serra la porta in faccia e parte correndo.
Che cos'è questo? che cos'è questo? domando a tutti quelli che incontro.
In questo mentre vedo un uomo all'ingresso della stalla, lo riconosco per il mio vetturino e mi accosto a lui: egli era in grado di appagare la mia curiosità.
- Ecco, signore, egli disse, tutta una città in spavento, e non senza ragione: i Tedeschi sono alle porte, e se entrano è inevitabile il saccheggio.
Tutti si salvano nelle chiese: ciascuno porta i suoi capitali sotto la custodia di Dio.
- Ma i soldati, risposi, in simili casi daranno luogo alla riflessione? eppoi i Tedeschi son tutti cattolici? - Mentre discorrevo così col mio conduttore, ecco che si muta scena: si ascoltan gridi di gioia, si suonano le campane, si tirano mortaretti.
Tutti escono di chiesa, tutti riportano i loro beni: chi si cerca, chi s'incontra, chi s'abbraccia.
E qual fu mai la cagione di questo cambiamento? Eccovene per l'intero il racconto.
Un doppio spione, al soldo degli alleati come pure dei Tedeschi, era stato la notte precedente al campo dei primi nel villaggio di San Pietro, una lega distante dalla città, e aveva riferito che un distaccamento di truppe tedesche doveva foraggiare nei dintorni di Parma, con intenzione di fare una sorpresa alla città.
Il maresciallo di Coigny, che comandava l'esercito, distaccò due reggimenti, Piccardia e Champagne, e li spedì per fare una ricognizione; ma siccome questo bravo generale non mancava mai di precauzione e vigilanza, fece subito arrestare lo spione, di cui diffidava, e fece mettere tutto il campo in armi.
Non sbagliò; giunti i due reggimenti in vista delle fortificazioni della città, scoprirono l'esercito tedesco, composto da quarantamila uomini condotto dal maresciallo di Mercy con dieci pezzi di artiglieria da campagna.
Facendo i Francesi la loro marcia per la strada maestra, attorniata da larghe fosse, non potevano retrocedere: si avanzarono dunque bravamente, ma furono quasi tutti sbaragliati dall'artiglieria nemica.
Questo fu appunto per il comandante francese il primo segnale della sorpresa.
Lo spione fu impiccato sul fatto, e l'esercito si mise in marcia raddoppiando il passo.
La strada era angusta e la cavalleria non poteva avanzare; la fanteria però caricò sì vigorosamente il nemico, che lo sforzò a retrocedere: ed ecco il momento in cui lo spavento dei Parmigiani si convertì in giubilo.
Tutti correvano allora sulle mura della città, e io pure vi accorsi.
Non si poteva vedere una battaglia più da vicino; il fumo impediva di ben distinguere gli oggetti, ma era sempre un colpo d'occhio rarissimo, che ben pochi possono darsi il vanto d'aver goduto.
Il fuoco continuo durò nove ore senza interruzione, e finalmente la notte separò i due eserciti: i Tedeschi si dispersero nelle montagne di Reggio, e gli alleati restarono padroni del campo di battaglia.
Il giorno dopo vidi condurre a Parma sopra una lettiga il maresciallo di Mercy, ucciso nel calor della battaglia.
Fu imbalsamato e mandato in Germania, o così fu fatto al principe di Wittemberg, che aveva incontrato la stessa sorte.
Il dì seguente però, a mezzogiorno, si offrì agli occhi miei uno spettacolo molto più orribile e disgustoso.
Lo formavano i cadaveri, ch'erano stati spogliati nella notte e si facevano ascendere a venticinquemila, tutti nudi e ammonticchiati.
Si vedevano ovunque gambe, braccia, crani e sangue.
Che eccidio!
Attesa la difficoltà di sotterrare tutti questi corpi trucidati, i Parmigiani temevano un'infezione dell'aria; ma la Repubblica di Venezia, che è quasi limitrofa ai domini parmigiani, e interessata perciò a garantire la salubrità dell'aria, spedì calcina in grande abbondanza, al fine di sgombrare dalla superficie della terra tutti i cadaveri.
Il terzo giorno dopo la battaglia volevo continuare il mio viaggio per Modena, ma il vetturino mi fece avvertire che le strade per quella parte erano divenute impraticabili a motivo delle continue scorrerie delle truppe dei due partiti, aggiungendo che se volevo andare a Milano, sua patria, mi ci avrebbe condotto; e se a Brescia, conosceva un compagno che era per partire per quella città con un abate, di cui appunto potevo esser compagno di viaggio.
Accettai quest'ultima proposta, convenendomi più Brescia, e partii il giorno dopo col signor abate Garoffini, giovane coltissimo e gran dilettante di spettacoli.
Per strada si parlò molto; e siccome io pure avevo la malattia degli autori, non lasciai di tenergli discorso del mio Belisario.
L'abate pareva desideroso di sentirlo, onde nel primo desinare levai dal baule la mia composizione e ne cominciai la lettura.
Non avevo nemmeno terminato il primo atto, quando il vetturino venne a sollecitarci a partire.
L'abate ne era dolente, perché ci aveva preso un po' di gusto: - Suvvia, dissi, leggerò in vettura in egual modo che qui.
- Riprendiamo ognuno nel calesse i nostri posti: e siccome i vetturini vanno per lo più di passo, continuai la lettura senza la minima difficoltà.
Mentre eravamo entrambi occupati, si ferma il calesse e vediamo davanti a noi cinque persone con baffi, montura e sciabola in mano, che ci comandano di scendere.
Conveniva recalcitrare agli ordini di questi signori? Scendo dalla mia parte, l'abate dall'altra; uno di loro mi chiede la borsa, e io gliela do senza farmi pregare; un altro mi strappa l'orologio, un terzo fruga le mie tasche e mi prende la tabacchiera, che era di semplice tartaruga.
Gli altri due fecero lo stesso all'abate; e tutti poi diedero addosso alle valigie, al mio piccolo baule e ai nostri sacchi da notte.
Quando il vetturino si vide scarico, fece prendere il galoppo ai suoi cavalli, e io presi il mio; saltai una fossa molto larga e mi salvai attraversando i campi, sempre col timore che quella canaglia volesse far guerra anche al mio pastrano, al vestito, ai calzoni, alla mia vita; conoscendomi fortunato abbastanza per esserne uscito col mezzo del denaro e dei capitali, come pure per aver salvato dal naufragio il mio Belisario.
Avendo perduto di vista gli aggressori, e non sapendo che cosa fosse del mio compagno di viaggio, trovai un viale d'alberi e mi riposai tranquillamente presso un ruscello, servendomi del cavo della mano per attingere acqua da dissetarmi, che trovai deliziosa, Riposato e messo un poco in calma il mio spirito, non scorgendo persona alla quale indirizzarmi, m'incamminai alla ventura per il viale, persuaso che dovesse far capo a qualche luogo abitato.
Non stetti molto a incontrare contadini che lavoravano le campagne, mi avvicini confidentemente e feci loro il racconto del mio avvenimento.
Ne avevano già qualche notizia, avendo veduto passare i malvagi dai quali ero stato spogliato, per una strada traversa, carichi come muli.
Erano disertori, che assalivano i passeggeri non risparmiando né villaggi né fattorie.
Ecco i frutti disgraziati della guerra, che vanno a ferire indistintamente amici e nemici, e pongono in desolazione gl'innocenti.
- Come mai, io dissi, come possono questi assassini disfarsi impunemente degli oggetti rubati senza essere arrestati? - A questa domanda tutti quei contadini volevano rispondermi in una volta, e la loro impazienza manifestava appunto il loro sdegno.
Eravi a poca distanza dal luogo ove ci trovavamo una società di persone ricche, tollerata per l'oggetto di comprare la spoglie delle vittime della guerra, e i compratori non stavano a esaminare se le robe portate loro provenivano dal campo di battaglia o dalla strada maestra.
Era per tramontare il sole.
Quella buona gente mi esibì un piccolo avanzo della loro merenda, che malgrado la mia sciagura fu da me assaporata con molto appetito, proponendomi nel tempo stesso di andare a passare la notte nella loro casa.
Ero per accettar con riconoscenza l'ospitalità offertami, ma un rispettabil vecchio, capo della famiglia e nonno dei miei benefattori, mi avvertì che in casa loro non vi era che paglia e fieno per riposarsi, ed era per ciò meglio condurmi a Casalpusterlengo, di lì distante una lega, dove il curato, uomo garbatissimo e pieno di compiacenza.
si sarebbe fatto un piacere di accogliermi e darmi alloggio.
Tutti applaudirono alla proposta.
Uno dei giovani s'incaricò di condurmi e io lo seguii benedicendo il cielo, che tollera da una parte i malvagi e anima dall'altra i cuori sensibili e virtuosi.
CAPITOLO XXXIII.
Ospitalità del curato di Casalpusterlengo.
- Lettura del Belisario.
- Arrivo a Brescia.
- Inaspettato incontro.
- Provvedimento spiacevole, ma necessario.
- Viaggio a Verona.
Giunto a Casalpusterlengo, pregai il conduttore di andar prima ad avvisare il curato del caso succedutomi.
Questo buon pastore viene pochi minuti dopo al mio incontro, mi porge la mano e mi fa salire nella sua casa.
Rapito dalla buona accoglienza, rivolgo gli occhi verso il giovane che mi aveva scortato, e ringraziandolo gli manifesto il dispiacere di non poterlo ricompensare.
Il curato se ne accorge, dà qualche soldo al contadino, che parte contento.
Questo è ben poco, ma prova abbastanza la maniera di pensare di un uomo giusto e compassionevole.
In campagna si cena presto.
Quando arrivai la cena del curato era già pronta, né stetti a far complimenti: egli spartì meco quel che la sua governante aveva preparato.
La nostra conversazione cadde subito sulla guerra, e raccontai quel che avevo veduto a Parma, Milano e Pizzighettone.
Giunto ad alcune particolarità sopra i miei impieghi e le mie occupazioni, il discorso secondo il solito andò a far capo all'articolo del Belisario.
Il curato, ecclesiastico savissimo e sommamente esemplare, non condannava gli spettacoli onesti e nel limite del buon costume, e pareva ansioso di sentir la lettura della mia composizione; ma essendo io molto stanco, fu rimesso questo divertimento al giorno di poi, e andai a riposare in un letto delizioso, ove posi in dimenticanza tutti quanti i miei disgusti, tranquillamente dormendo fino alle dieci della mattina.
Appena svegliato, mi fu portata una buona tazza di cioccolata; e dopo, siccome il tempo era bello, me ne andai a passeggiare sino a mezzogiorno, ora del desinare.
Ci rivedemmo con piacere, desinammo in compagnia di due altri abati della parrocchia, e dopo pranzo intrapresi la lettura della mia composizione.
Mi domandò il permesso il signor curato di far venire anche la sua donna di servizio e il suo agente; quanto a me, avrei voluto che facesse venire tutta la gente del villaggio.
Con estremo piacere fu gustata la lettura.
I tre abati, che non erano balordi, presero di mira i passi più importanti e di maggior vivezza; e i campagnoli mi attestarono coi loro applausi che la mia composizione era a portata di chiunque, e che poteva piacere tanto ai dotti quanto agl'ignoranti.
Il signor curato si congratulò meco, e mi ringraziò della compiacenza; gli altri due abati fecero lo stesso, e ciascuno voleva tenermi a pranzo; io però non avevo intenzione d'incomodar più il mio buon ospite, premendomi molto di continuare il viaggio.
Mi domandò il curato in qual modo facevo conto di partire; per me ero dispostissimo ad andare a piedi, ma quella degna persona non me lo permise.
Mi diede il suo cavallo, mandò meco il servitore, e gli ordinò di pagare per me il pranzo.
Partii dunque il giorno dopo, confuso e ricolmato di benefici e di gentilezze.
Giunto a Brescia, ero più impacciato che mai: non avevo altro compenso che di andare al palazzo del governatore, che non conoscevo; ma potevo trovare in città la stessa cordialità trovata in un borgo? Uno dei miei maggiori dispiaceri era di non poter rimunerare il servitore del curato.
Lo pregai di aspettarmi a un piccolo albergo dove eravamo smontati, e diressi i miei passi verso il palazzo del governo.
Voltando alla cantonata di una strada che mi avevano insegnato, vedo un uomo che zoppicando mi viene incontro.
Era il signor Leopoldo Scacciati, zio della mia bella compatriota.
Stupito di vedermi come ero io d'incontrarlo, mi fa le sue lagnanze per non avermi più riveduto a Crema all'albergo del Cervo.
Lo pongo al fatto della mia precipitosa partenza, gli fo il racconto dell'avvenimento spiacevole da me provato recentemente, e gli dipingo il doloroso stato in cui mi vedevo ridotto.
Quest'uomo, qualunque fosse, pareva veramente commosso fino al punto di piangere, e mi pregò di andare a sua casa.
In quel momento mi abbisognava tutto; non sapendo per altro quello che Scacciati e la nipote facessero a Brescia, ricusai di andarvi.
Lo zoppo, assai più piccolo di me, mi salta al collo, mi prega, mi abbraccia, mi rammenta le sue obbligazioni, la sua riconoscenza, il suo attaccamento per me, mi prende per mano, mi trascina seco.
La sua abitazione non era molto lontana: arriviamo alla porta, mi serra dentro, indi grida quanto può: - Margherita, Margherita, abbiamo il signor Goldoni! - Scende la signora Margherita, mi abbraccia, mi persuade a salire, mi fa violenza, e io salgo con loro, Mi domandò subito la veneziana molte cose riguardanti la mia persona; avrei voluto soddisfarla, ma ricordandomi del servitore del curato, dimostrai una certa inquietudine, della quale mi domandarono il motivo; lo dissi, e Scacciati partì per dar qualche quattrino a quel buon uomo che mi aspettava.
Rimasto solo con la mia compatriota, le fo il quadro della mia storia, ed ella mi renda conto della sua.
Scacciati non era suo zio, ma bensì un birbante che l'aveva rapita ai genitori e l'aveva venduta a un uomo ricco, che l'abbandonò in capo a due mesi, pagando meglio il rapitore che la signorina.
Ella era stanca di condurre i suoi giorni con un vagabondo di tal sorta, il quale con profusione spendeva quello che lei guadagnava con ripugnanza.
Aveva messo insieme a Milano molto oro; con tutto ciò erano partiti da questa città con più debiti che capitali.
Fecero a Brescia altrettanto.
Scacciati era l'uomo più vizioso del mondo, e il meno ragionevole.
Ella voleva disfarsene, e chiese a me consiglio per eseguire l'idea.
Se fossi stato ricco, l'avrei liberata subito dalla schiavitù del suo tiranno; ma nella condizione in cui ero, non potei darle altro consiglio che quello di ricorrere ai genitori, procurando di avvicinarsi di nuovo a quelli che avevano tutto il diritto di reclamarla.
Mentre ci trattenevamo in tali discorsi, entra lo zoppo e vedendoci ambedue accanto scherza, e crede subito che la signorina si sia data premura di farmi scordare i miei dispiaceri.
Che uomo cattivo! altro non conosceva che la dissolutezza.
Veramente mi dispiaceva di trovarmi costretto a condannarlo, mentre egli faceva di tutto per obbligarmi.
- Ebbene, egli disse, giacché oggi non abbiamo da noi veruno, ceneremo tutti tre insieme.
Venite, venite meco.
- Gli vado dietro, ed egli mi conduce in una camera ben ammobiliata, dove era un letto a padiglione.
- Questa, soggiunse, è la camera da cerimonia della signorina; voi l'occuperete solo o accompagnato, come più vi piacerà.
- Il luogo mi fece orrore, e volevo andarmene nell'atto; ma prima l'uomo accorto, avvedutosi della mia ripugnanza, mi fece vedere un'altra stanzetta che non ricusai, attesa l'ora e lo stato critico nel quale mi trovavo; gli dissi bensì nel tempo medesimo, che ero risoluto a partire il giorno dopo.
Avendo tentato invano di farmi restar di più, Scacciati con tutta l'effusione di cuore e nella maniera più amichevole, che io avrei molto ammirata se non fosse provenuta da un'anima corrotta, mi disse che sapeva bene che mi trovavo nella maggior costernazione, e che perciò mi esibiva tutti gli aiuti dei quali dovevo aver bisogno.
- Ebbene, risposi, giacchè voi siete disposto ad obbligarmi, prestatemi sei zecchini, e io ve no farò la ricevuta.
- Mi diede i sei zecchini, ricusò il foglio, e senza ascoltarmi di più uscì dalla stanza dove eravamo e fece portar la cena.
Cenammo molto bene, e me ne andai a riposare nel mio letticciolo.
La mattina feci colazione in compagnia dello zio e della supposta nipote; ringraziai ambedue, e partii per la posta verso Verona.
Siccome non avrò più occasione di parlare di queste due persone, dirò in due parole al lettore che pochi anni dopo vidi la signorina maritata a Venezia molto bene, e che il signor Scacciati terminò coll'essere condannato alla galera.
CAPITOLO XXXIV.
Verona.
- Suo anfiteatro, opera dei Romani.
- Commedia di giorno, contro l'uso d'Italia.
- Fortunato incontro.
- Lettura e accoglienza del Belisario.
- Prima lega con i comici.
Cammin facendo nella sassosa pianura da Brescia a Verona riflettevo sopra gli avvenimenti, ora buoni ora cattivi, trovando sempre il male accanto al bene, e il bene accanto al male.
L'ultimo compenso avuto a Brescia fissò maggiormente il mio pensiero.
Sono spogliato da birbanti, da un birbante mi vien dato soccorso.
Com'è possibile che in un cuore delittuoso possa penetrar la virtù? No: Scacciati non fu generoso verso di me che per amor proprio o per ostentazione.
Qualunque però sia il motivo che lo determinasse, gli dovrò sempre riconoscenza.
La provvidenza usa diversi mezzi per dispensare i suoi favori, si serve spesso del malvagio per soccorrere l'uomo di garbo, e noi dobbiamo sempre benedire l'autore del beneficio ed esser grati a chi ne fu il mezzo secondario.
Arrivato a Desenzano, desinai in quella medesima osteria sul lago di Garda dove ero stato ad alloggiare due volte, e arrivai a Verona sul far della notte.
Verona è una delle belle città d'Italia; meriterebbe senza dubbio che mi occupassi delle sue bellezze, dei suoi ornamenti, delle sue accademie e degl'ingegni da essa prodotti e coltivati in tutti i tempi; ma una tal digressione mi condurrebbe troppo lungi; mi limiterò a far parola di quel monumento che può aver relazione con le presenti Memorie.
Trovasi in Verona un anfiteatro, opera dei Romani.
Non si sa se la sua costruzione rimonti ai tempi di Traiano o di Domiziano; è però tuttora così ben conservato, che se ne può far uso ai nostri giorni come quando fu costruito.
Questo vasto edificio, che si chiama in Italia l'Arena di Verona, è di figura ovale, l'interno gran diametro è di duecentoventicinque piedi e il piccolo più di centotrentatré.
Quarantacinque gradinate di marmo lo circondano, e possono contenere ventimila persone a sedere col massimo comodo.
Nello spazio che ne compone il centro si danno spettacoli d'ogni sorta: corse, giostre, combattimenti di tori; e nell'estate vi si recitano commedie, senz'altro lume che quello del giorno naturale.
A tale effetto si erige nel mezzo della piazza, sopra cavalletti fortissimi, un teatro di legno, che si disfà nell'inverno e si monta di nuovo nella bella stagione, e vengono le migliori compagnie d'Italia a esercitarvi a vicenda il loro ingegno.
Per gli spettatori non vi sono palchetti, formandosi mediante un bel recinto di panche una vasta platea con sedie.
La plebe prende posto con pochissima spesa sulle gradinate, che sono in faccia al teatro, e malgrado la meschinità del prezzo d'ingresso, non vi è platea in Italia che renda quanto l'Arena.
Il giorno dopo il mio arrivo, nell'uscir dall'albergo vidi avvisi teatrali, e lessi che si rappresentava quel giorno Arlecchino muto per timore.
Ci vado dopo pranzo e mi pongo nel recinto in mezzo all'Arena, ov'era una comitiva numerosissima.
S'alza il sipario.
I comici dovevano scusarsi per aver mutato la rappresentazione: non si recitava il Muto per timore, ma un'altra commedia che non ricordo.
Ma qual piacevole meraviglia fu la mia! L'attore che si presenta ad arringare il pubblico è appunto il mio caro Casali, promotore e proprietario del Belisario.
Lascio il posto per salir subito sul palco; ma siccome il luogo non era troppo vasto, non mi si voleva lasciar entrare.
Cerco del signor Casali; viene, mi vede, rimane in estasi.
Mi fa salire, mi presenta al direttore, alla prima attrice, alla seconda, alla terza, a tutta la compagnia.
Tutti volevan parlarmi: Casali mi strappa dal circolo e mi conduce dietro una scena; in questo tempo si muta la decorazione, mi trovo allo scoperto, fuggo, son fischiato.
Cattivo presagio per un autore.
I Veronesi però mi hanno in seguito ben indennizzato di questo piccolo disgusto.
La compagnia era appunto quella di cui Casali mi aveva parlato a Milano, addetta al teatro Grimani a San Samuel in Venezia, ove andava tutti gli anni per fare le sue recite l'autunno e l'inverno, passando poi l'estate e la primavera in terraferma.
Direttore era il signor Imer genovese, uomo sommamente garbato, che m'invitò a desinare con lui l'indomani, giorno di vacanza; accettai l'invito promettendogli in cambio la lettura del Belisario.
Eravamo tutti d'accordo e contenti.
Vado dunque il giorno dopo a casa del direttore, e vi trovo adunata tutta compagnia.
Voleva Imer fare il regalo ai suoi compagni di una novità, di cui Casali li aveva già avvertiti.
Il pranzo era splendido e l'allegria dei comici piacevolissima.
Si facevano brindisi, si cantavano canzonette da tavola.
Questa era gente che mi preveniva in ogni cosa; insomma erano arruolatori che facean di tutto per ingaggiarmi.
Finito il pranzo ci radunammo nella camera del direttore, e io lessi il mio scritto.
Fu ascoltato con attenzione, e al termine della lettura l'applauso fu completo e generale.
Imer, in tono magistrale, mi prese per mano, e mi disse: - Bravo! - Tutti si congratulano meco, Casali piange dal contento.
Mi domandò molto cortesemente uno degli attori se i suoi compagni potevano essere sì fortunati da recitare per primi la mia rappresentazione.
Casali si alza, e con deciso tono risponde: - Sì, signore, il signor Goldoni m'ha fatto l'onore di lavorar per me.
- E prendendo la composizione, che era restata sulla tavola, soggiunge: - Con buona licenza dell'autore vado a farne la copia io medesimo.
- E senza aspettar risposta la porta seco.
Imer mi tira da parte e mi prega di accettare un quartiere da servitù nella stessa casa accanto al suo, come pure di non sdegnare la sua tavola per tutto il tempo che la compagnia resta a Verona.
Nella condizione in cui ero nulla potevo ricusare.
CAPITOLO XXXV.
Unione degli intermezzi colla commedia.
- Opera comica ignota affatto in Lombardia e nello Stato veneto.
- La Pupilla, intermezzo.
- Regalo di Casali da me bene impiegato.
- Mio arrivo a Venezia.
- Colpo d'occhio della città di notte.
- Mio accesso al nobile Grimani.
- Sue promesse, mie speranze.
Imer, senza aver avuto una ben regolata educazione, aveva tuttavia ingegno e cognizioni; era appassionato per la commedia e, naturalmente eloquente, avrebbe sostenuto a meraviglia le parti di amoroso all'improvviso, secondo l'uso d'Italia, se il suo personale e la sua figura avessero corrisposto all'ingegno.
Corto di corpo, grosso, senza collo, con piccoli occhi e un piccolo naso schiacciato, si rendeva ridicolo in tutte le azioni serie; molto più che non erano allora di moda i personaggi caricati.
Avendo voce, immaginò d'introdurre nella commedia gl'intermezzi in musica, che per lungo tempo furono uniti all'opera seria, e poi soppressi per dar luogo ai balli.
L'opera comica ebbe principio a Napoli e a Roma, ma non se ne aveva cognizione in Lombardia e nello Stato Veneto, di modo che l'idea d'Imer ebbe successo.
La novità fece molto piacere e produsse ai comici molto guadagno.
Aveva nella compagnia per gl'intermezzi due attrici: una vedova bellissima e di somma abilità, chiamata Zanetta Casanuova, che recitava le parti di giovane amorosa nella commedia; e un'altra donna non comica, ma che aveva una voce gradevolissima.
Era questa la signora Agnese Amurat, quella stessa cantatrice da me impiegata nella serenata di Venezia.
Queste due donne non conoscevano una nota di musica, come pure Imer, ma tutti e tre avevan gusto, orecchio delicato, esecuzione perfetta; insomma il pubblico era contento.
Il primo intermezzo col quale si diede principio fu La Cantatrice, operetta da me fatta a Feltre per un teatrino di conversazione, contribuendo in tal modo ai vantaggi della compagnia di Venezia senza saperlo e senza esser conosciuto.
Dovevo dunque goder molto credito nell'animo del direttore, a cui Casali mi aveva già manifestato per autore della Cantatrice, ed ecco la vera ragione delle tante garbatezze di cui egli mi ricolmò.
Per il solito non si dà nulla per nulla, né sarebbe stato bastante il mio Belisario, se non avessi prima dato anche qualche saggio nella poesia drammatica.
Imer, che veramente avea buon occhio, prevedeva che il Belisario avrebbe fatto fortuna dappertutto, e benché non ne provasse rammarico, avrebbe però voluto che il suo nuovo impiego e la sua persona avessero avuto qualche parte nei buoni successi che si aspettava.
Mi pregò dunque di comporre un intermezzo a tre voci e di terminarlo il più presto possibile, per aver tempo di farlo mettere in musica.
Lo feci pertanto in tre atti e lo intitolai La Pupilla, prendendone l'argomento dalla vita privata del direttore.
Mi ero accorto che aveva una decisa inclinazione per la vedova sua compagna, e vedevo che ne era geloso; mi presi dunque gioco di lui.
Egli se ne avvide subito, ma l'intermezzo gli parve così ben fatto, e la critica sì conveniente e delicata, che mi perdonò volentieri la burla; anzi mi ringraziò, mi applaudì e lo spedì subito a Venezia al maestro di musica già avvertito.
Frattanto era stato copiato il Belisario ed erano distribuite le parti.
Alcuni giorni dopo se ne fece la prima prova, con lo scritto alla mano, e la composizione ebbe maggior effetto nella seconda lettura di quello che aveva avuto nella prima.
Il Casali, sempre più di me contento, dopo avermi assicurato che il direttore e il proprietario del teatro si sarebbero dati pensiero di ricompensarmi, mi chiese in grazia di aver la compiacenza di ricevere da lui privatamente un contrassegno di gratitudine, presentandomi sei zecchini.
Mi tornò subito in quell'istante in memoria lo Scacciati: ringrazio il Casali, prendo i sei zecchini con una mano e li spedisco allo Scacciati con l'altra.
Ecco il mio costume.
Ho procurato sempre di evitar le bassezze, né sono mai stato orgoglioso; ho soccorso quando ho potuto tutti quelli che hanno avuto bisogno di me, e ho ricevuto senza difficoltà, e domandato anche senza arrossire, i soccorsi che mi erano necessari.
Restai tranquillamente a Verona sino alla fine di settembre.
In seguito partii per Venezia con Imer nel suo calesse di posta, e vi arrivammo lo stesso giorno alle otto di sera.
Mi fa smontare a casa sua, mi mostra la camera destinatami, e mi presenta alla moglie e alle figlie; siccome avevo gran voglia di andare a vedere la mia zia materna, li pregai di dispensarmi dal cenare con loro.
Ero ansiossimo di aver notizia della signora *** e di sua figlia, come pure di sapere se avevano ancora pretese su di me.
Mi assicurò mia zia che potevo viver quieto sopra questo punto, e che le due dame, antiche quanto il tempo, avendo inteso aver io preso qualche impegno con i comici, mi reputavano indegno di accostarmi a loro, né avevan per me che sdegno e disprezzo.
- Tanto meglio, dissi, tanto meglio: questo è un vantaggio di più di cui sarò debitore al mio ingegno.
Sto con i comici, come un artista nella sua bottega.
Essi son gente di garbo, e assai più stimabili degli schiavi dell'orgoglio e dell'ambizione.
- Parlerò in seguito dei miei affari di famiglia.
Mia madre, che si trovava ancora a Modena, stava bene e i miei debiti erano quasi pagati per intero.
Cenai con la zia e con i parenti.
Dopo essermi congedato da loro per andare a casa del mio ospite, presi la strada più lunga e feci il giro dal Ponte di Rialto e dalla piazza di San Marco, godendo del grazioso spettacolo di questa città, ammirabile ancor più di notte che di giorno.
Non avevo ancor veduto Parigi; avevo bensì veduto di fresco parecchie città ove la sera si passeggia al buio.
Posso dunque dire che i fanali di Venezia formano una decorazione utile e piacevole, tanto più che i privati non ne sono aggravati, poiché un'estrazione di più all'anno del gioco del Lotto è destinata a farne la spesa.
Indipendentemente da questa illuminazione generale, vi è quella delle botteghe, che stanno aperte in ogni tempo fino alle dieci di sera, e una gran parte di esse non chiude che a mezzanotte, e parecchie altre non chiudono affatto.
Si trovano a Venezia, a mezzanotte come a mezzogiorno, i commestibili esposti in vendita, tutte le osterie aperte, e cene belle e preparate negli alberghi e nei quartieri a dozzina; poiché non son troppo comuni a Venezia i desinari e le cene di società; ma le conversazioni e i ritrovi di lire o soldi mettono insieme compagnie di maggior brio e libertà.
Nell'estate la piazza San Marco e i suoi dintorni sono frequentati la notte come il giorno; e i caffè sono sempre pieni di persone allegre, e di uomini e donne di ogni sorta.
Si canta per le piazze, per le strade, nei canali; cantano i mercanti smerciando le loro mercanzie, cantano i lavoranti nell'uscire dal lavoro, canta il gondoliere mentre aspetta il suo padrone.
Il carattere della nazione è l'allegria, e quello della lingua veneziana la lepidezza.
Nel piacevole incanto di riveder la mia patria, che mi pareva sempre più straordinaria e dilettevole, tornai al mio nuovo quartiere ove Imer mi aspettava; mi annunciò che sarebbe andato il giorno dopo dal signor Grimani, proprietario del teatro, e mi avrebbe condotto seco e presentato a sua eccellenza, quando non avessi avuto altri impegni.
Siccome ero libero, accettai la proposta e andammo insieme.
Il signor Grimani era l'uomo più garbato del mondo; non aveva quell'incomoda alterezza che fa torto ai grandi, mentre umilia gl'inferiori.
Illustre per nascita, stimato per le sue doti intellettuali, aveva solo bisogno d'essere amato, e la sua dolcezza gli cattivava tutti gli animi.
Mi accolse pertanto con bontà, mi persuase a lavorare per la compagnia che tratteneva a suo servizio, e per darmi maggior coraggio mi fece sperare che, essendo egli proprietario anche del teatro di San Giovan Crisostomo e impresario della grand'Opera, avrebbe procurato di impiegarmi e interessarmi in questo spettacolo.
Contentissimo di sua eccellenza Grimani non meno che dei buoni uffici che mi rendeva allora Imer con lui, ad altro non pensai che a meritare i suffragi del pubblico.
La prima rappresentazione del Belisario era stata fissata per santa Caterina, tempo in cui terminano le vacanze della curia e in cui tornan tutti dalla campagna; si facevano frattanto le prove, ora della tragicommedia, ora dell'intermezzo; e siccome le mie occupazioni non erano di gran rilievo, preparai qualcosa di nuovo per il carnevale.
Intrapresi la composizione di una tragedia intitolata Rosimonda, e di un altro intermezzo intitolato La Birba.
Per la rappresentazione seria era destinata la Rosimonda del Muti, cattivo romanzo del secolo passato che mi aveva suggerito l'argomento: e avevo modellato l'altra sull'idea dei saltimbanchi della piazza di San Marco, dei quali avevo già ben studiato il linguaggio, le ridicolezze, le caricature e le furberie.
I tratti comici da me usati negl'intermezzi erano semi che gettavo nel mio campo, per raccoglierne un giorno frutti maturi e piacevoli.
CAPITOLO XXXVI.
Prima rappresentazione del Belisario.
- Buon successo.
- Rappresentazione della Pupilla.
- Quella di Rosmonda.
- Quella della Birba.
- Termine dei teatri.
Finalmente il 24 novembre 1734 andò per la prima volta in scena il mio Belisario.
Era il mio primo passo, e non poteva riuscire né più bello né più soddisfacente per me.
La rappresentazione fu ascoltata con un silenzio straordinario, quasi ignoto negli spettacoli d'Italia.
Il pubblico, assuefatto allo strepito, rompeva il freno tra atto e atto; e con gridi di gioia, battimani e segni ripetuti a vicenda, ora dalla platea, ora dai palchetti, si profondevano all'autore e agli attori gli applausi più strepitosi.
Alla fine della rappresentazione tutti codesti impeti di soddisfazione, per vero dire poco comuni, raddoppiavano in maniera che gli attori stessi n'erano commossi.
Gli uni piangevano, gli altri ridevano ed era la gioia medesima che produceva effetti diversi.
In Italia non vi è l'uso di chiamar l'autore per vederlo e applaudirlo sul palcoscenico.
Quando si presentò il primo amoroso per far l'invito, tutti gli spettatori gridarono ad una voce: Questa, questa, questa; onde fu calato il sipario.
Si espose il giorno dopo la stessa rappresentazione, si continuò a recitarla fino al 14 di dicembre e si chiuse con essa il divertimento teatrale dell'autunno.
Questo principio fu felicissimo per me, tanto più che la composizione non era del pregio in cui si teneva, e io stesso ne fo adesso sì poco conto che non comparirà nella raccolta delle mie opere.
A Venezia è così ben conosciuta e coltivata la buona letteratura quanto in qualunque altro luogo; ma gl'intendenti non poterono astenersi dall'applaudire l'opera, benchè ne rilevassero le imperfezioni.
Vedendo essi la superiorità della mia composizione sulle farse, sulle solite puerilità dei comici, presagivano da questo primo saggio un seguito capace di svegliare emulazione e spianare la via alla riforma del teatro italiano.
Il principal difetto della mia composizione era la presenza di Belisario con gli occhi cavati e sanguinosi; all'infuori di questo essa, intitolata da me tragicommedia, non era priva di grazie e dilettava lo spettatore in modo evidente e naturale.
I miei eroi erano uomini e non semidei, le loro passioni avevano quella parte di nobiltà ch'era conveniente al loro grado; ma facevano comparire l'umanità quale la conosciamo, non portando vizi e virtù a un eccesso immaginario.
Lo stile non era elegante e la mia versificazione non è mai giunta al sublime; ecco appunto ciò di che abbisognava per ricondurre alla ragione un pubblico assuefatto all'iperbole, alle antitesi, e al ridicolo del gigantesco e dei romanzi.
Alla sesta rappresentazione del Belisario, credè Imer di potervi unire la Pupilla; questa composizioncella fu benissimo accolta dal pubblico.
Imer era d'opinione che l'intermezzo sostenesse la tragicommedia, laddove questa appunto sosteneva l'intermezzo.
In qualunque modo vi guadagnai molto per parte mia perché il pubblico, vedendo che mi presentavo in tutti due i generi in maniera affatto nuova, mi fece degno della stima generale dei miei compatrioti, ed ebbi incoraggiamenti chiati e lusinghieri.
In quest'occorrenza appunto conobbi sua eccellenza Niccolò Balbi, patrizio e senator veneziano, la cui sincera e costante protezione mi fece in ogni tempo il più grand'onore, e i cui consigli, credito e aderenze furono sempre del maggior mio vantaggio.
Il 17 gennaio si rappresentò per la prima volta la Rosmonda.
Essa non cadde, ma dopo il Belisario non potevo sperare un successo così spendido; fu ripetuta in quattro rappresentazioni molto passabili, e alla quinta Imer la spalleggiò con un nuovo intermezzo.
La Birba piacque sommamente: questa bagattella piena d'arguzie, e molto bizzarra sostenne Rosmonda per quattro altre recite; bisognò peraltro tornare al Belisario.
La ripetizione ebbe il medesimo successo della prima volta; onde il Belisario e la Birba furono esposte unitamente fino al martedì grasso, e chiusero il carnevale.
Con questo si diè termine all'anno comico.
I teatri non si riaprono a Venezia che al principio di ottobre; vi è però nei quindici giorni dalla fiera dell'Ascensione una grand'opera e qualche volta due, che hanno venti sole rappresentazioni.
Il nobile Grimani, proprietario del San Samuele, dava in questa stagione un'opera per suo conto: e siccome mi aveva promesso di occuparmi in questo spettacolo, mantenne la parola.
Non si doveva esporre in quell'anno un dramma nuovo; si era scelta la Griselda, opera d'Apostolo Zeno e di Pariati, che lavoravano insieme, prima che Zeno partisse per Vienna al servizio dell'imperatore: e il maestro che doveva mettere in musica era l'abate Vivaldi, che si chiamava per la sua capigliatura 'il prete rosso'.
Si conosceva più per questo soprannome che per il suo vero casato.
Questo ecclesiastico, eccellente sonator di violino e mediocre compositore, aveva allevato e addestrato al canto la signorina Giraud, giovane cantatrice, nata a Venezia e figlia d'un parrucchiere francese.
Non era bella, ma aveva grazia, un gentil personale, occhi belli, bei capelli, una graziosa bocca, poca voce ma molta azione.
Era appunto quella che doveva rappresentar la parte di Griselda.
Il signor Grimani dunque mi mandò a casa del maestro per fare a quest'opera le necessarie modifiche, tanto per accorciare il dramma, quanto per variare le condizioni dell'arte ad arbitrio degli attori e del compositore.
Andai dall'abate Vivaldi, e mi feci annunziare per parte di sua eccellenza Grimani; trovai quell'uomo circondato di musica e col breviario in mano.
S'alza, si fa un segno di croce in tutta la sua lunghezza e larghezza, mette da parte il breviario e mi fa il solito complimento: - Qual'è il motivo che mi procura il piacere di vedervi, signore? - Sua eccellenza Grimani mi ha incaricato dei cambiamenti che voi credete necessari nell'opera per la prossima fiera, onde io vengo appunto a intendere quali siano le vostre intenzioni.
- Ah! ah! Voi dunque siete incaricato dei cambiamenti della Griselda? Non è più addetto agli spettacoli del signor Grimani il signor Lalli? - Il signor Lalli che è molto avanzato in età, godrà sempre il profitto delle lettere dedicatorie e della vendita dei libretti, cose delle quali non m'incarico.
Io avrò il piacere di occuparmi in un esercizio che deve divertirmi, e avrò l'onore di cominciare sotto gli ordini del signor Vivaldi.
- L'abate riprende il suo breviario, si fa un altro segno di croce e non risponde.
- Signore, gli dissi allora, non vorrei distrarvi da un'occupazione così religiosa; tornerò in altro momento.
- So molto bene, mio caro signor Goldoni, che avete genio per la poesia, ho veduto il vostro Belisario e mi è molto piaciuto, ma qui la cosa differisce assai; si può fare una tragedia, un poema epico, quello che volete, e non saper poi fare una quartina per la musica.
- Mi fareste la grazia di mostrarmi il vostro dramma? - Sicuro, sicuro; vi voglio compiacere; dove diavolo si è cacciata questa Griselda? Era pur qui...
Deus in adiutorium meum intende...
Domine...
Domine...
Domine...
Or ora era qui.
Domine ad adiuvandum..
Ah! eccola.
Esaminate un po' questa scena fra Gualtiero e Griselda: è veramente una scena che va al cuore.
L'autore vi ha posto in ultimo un'aria patetica; ma la signorina Giraud non ama il canto lugubre: ella desidererebbe un pezzo di espressione e di moto, un'aria che esprima la passione in differenti guise: con discorsi, per esempio, interrotti, con sospiri vibrati, con azione, con moto; non no se m'intendete.
- Sì, signore, capisco a meraviglia; e poi ho avuto l'onore di sentire la signorina Giraud altre volte, so che la sua voce non è grandissima.
- Come, signore! voi insultate la mia scolara? Ella è buona a tutto, ella canta tutto.
- Sì signore, avete ragione, datemi dunque il libretto e lasciatemi fare.
- Non posso disfarmene, ne ho troppo bisogno e me ne fanno troppa premura.
- Ebbene, se voi siete sollecitato, prestatemelo per un momento: vi soddisferò seduta stante.
- Ora? - Sissignore.
-
Burlandosi l'abate di me, mi presenta il dramma e mi dà carta e calamaio; ripiglia il suo breviario, e passeggiando torna a recitare salmi e inni.
Rileggo la scena che era già nota, fo la ricapitolazione di ciò che il maestro desiderava, e in meno di un quarto d'ora stendo sul foglio un'aria di otto versi divisa in due parti; chiamo l'ecclesiastico e gli fo vedere la composizione.
Vivaldi legge, aggrinza la fronte, rilegge daccapo, prorompe in gridi di gioia: getta il suo breviario per terra e chiama la signorina Giraud.
Ella viene: - Ah! le dice, eccovi un uomo raro, un poeta eccellente.
Leggete quest'aria: è stata fatta da questo signore senza muoversi di qui in meno di un quarto d'ora.
- Indi a me rivolto: - Ah! signore, vi domando perdono.
- Mi abbraccia, e protesta che non avrà mai altro poeta che me.
Mi affidò il dramma, mi ordinò altre variazioni, e sempre di me contento, l'opera riuscì a meraviglia.
Eccomi dunque iniziato nell'opera, nella commedia e negl'intermezzi, che furono i precursori delle opere comiche italiane.
CAPITOLO XXXVII.
I miei comici a Padova.
- Mutazioni succedute nella compagnia.
- Mia predilezione per una bella comica.
- Griselda, tragedia.
- Viaggio a Udine.
- Colloquio con la mia antica acquacedrataia.
- Spettacolo preparato all'apertura del teatro di Venezia.
- Morte della mia bella comica.
La compagnia Grimani era passata a Padova per farvi le sue recite nella stagione della primavera, aspettandomi con impazienza per porre in scena le mie rappresentazioni.
Sbrogliato dall'opere di Venezia mi trasferii a Padova, e sul teatro appunto di questa città comparvero per la prima volta le mie composizioni.
Gli applausi dei miei confratelli dottori eguagliarono quelli dei miei compatrioti.
Trovai nella compagnia molte mutazioni: la servetta era partita per Dresda, per prender servizio a quella Corte, ed essendo stato ringraziato l'Arlecchino, s'era fatto venire il signor Campagnani di Milano, che tra i dilettanti era la delizia del suo paese, ma inaccettabile come professionista.
La perdita più considerevole era quella della vedova Casanova, la quale, malgrado la lega in cui era col direttore, si era impegnata al servizio del re di Polonia; per il canto le fu sostituita la signora Passalacqua, che si addossò anche le parti di servetta, essendosi fatto acquisto per le parti di prima amorosa della signora Ferramonti, graziosa attrice, giovane, bella, amabilissima, molto colta, piena d'ingegno e di qualità eccellenti.
Mi accorsi subito del suo merito, sentii per lei un affetto particolare, divenni amico del marito, che non aveva impiego tra i comici, e avevo concepito l'idea di rendere questa giovane una vera attrice.
Non lasciarono le altre donne di esserne gelose; provai pertanto parecchi disgusti, e ne avrei sofferti anche di più, se la morte non l'avesse tolta al mondo in quell'anno stesso.
Dopo alcuni giorni che ero a Padova, il direttore mi parlò delle nuove rappresentazioni che bisognava preparare per Venezia.
La signora Collucci, soprannominata la Romana, era la prima amorosa della compagnia a vicenda con la Bastona, e malgrado i suoi cinquant'anni, che abbigliamento e belletto non potevano nascondere, aveva un suono di voce così chiaro e dolce, una pronuncia talmente giusta e tante grazie così schiette e naturali, che pareva ancora nella maggior freschezza dell'età.
La signora Collucci possedeva una tragedia del Pariati intitolata Griselda, ed era appunto la sua rappresentazione favorita; ma essendo in prosa, fui incaricato di metterla in versi.
Nulla per me di più facile, giacchè mi ero occupato di questo stesso soggetto a Venezia, e la Griselda di Pariati altro in sostanza non era che l'opera da lui stesso composta in compagnia di Apostolo Zeno.
Mi accinsi con piacere a contentar la Romana, non seguendo con precisione gli autori del dramma, anzi facendovi molte variazioni; vi aggiunsi il padre di Griselda, padre virtuoso che aveva veduto salire al trono senz'orgoglio sua figlia, e la vedeva scendere dal medesimo senza il minimo rincrescimento.
Immaginai questo nuovo personaggio, perché avesse parte anche il mio amico Casali.
L'episodio diede alla tragedia un'aria di novità, la rese più piacevole e mi fece passare per autore della rappresentazione.
Nell'edizione delle mie opere fatta a Torino nel 1777 da Guibert e Orgeas, questa Griselda si trova stampata come una composizione di mia pertinenza; ma siccome ho in sommo orrore i plagi, protesto adesso solennemente di non esserne l'autore.
Avevano i miei comici compiuto a Padova il numero delle rappresentazioni convenute, e andavano facendo i fagotti per passare a Udine, nel Friuli veneziano.
Imer mi fece la proposta di condurmi seco.
Non avendo più da temere nulla da parte dell'acquacedrataia, che era già maritata, accondiscesi a seguire la compagnia, non viaggiando però col direttore.
Gli feci le mie scuse, e partii in una buona vettura con la signorina Ferramonti e il buon uomo di suo marito.
Le mie opere furono a Udine applauditissime, e avendovi già la prevenzione degli Udinesi a mio favore, fu trovato l'autore del Quaresimale poetico anche poeta drammatico, a parer loro, assai buono.
Quell'acquacedrataia, da me non mai amata, bensì conosciuta e frequentata, e che terminò col mettermi in grandissimo travaglio, seppe che ero a Udine e volle vedermi.
Era maritata a un uomo della sua condizione, e mi scrisse una lettera molto astuta e allettante.
Andai a trovarla a un'ora fissata, e scorsi in lei una gran mutazione; il nostro trattenimento non fu lungo; non avevo voglia di sacrificar per lei le mie nuove inclinazioni, perciò la rividi una seconda volta e non più.
D'altra parte troppo mi stavano a cuore le occupazioni teatrali, e desideravo far qualcosa di straordinario all'apertura del teatro della capitale.
Ruminai parecchie idee, ne comunicai alcune al direttore, ed ecco quella sulla quale ci fermammo e cui diedi esecuzione.
Era un divertimento diviso in tre parti diverse, che appunto equivalevano ai tre atti di una rappresentazione ordinaria.
La prima parte consisteva in un'assemblea letteraria; tutti gli attori all'alzar del sipario si trovavano a sedere distribuiti sul palcoscenico, vestiti alla paesana.
Il direttore dava principio con un discorso sopra la commedia e i doveri dei comici, e terminava col fare al pubblico un complimento.
Gli attori e le attrici recitavano uno per volta strofe, sonetti, madrigali secondo la qualità del loro impiego, unitamente a parecchi versi che si dicevano dalle quattro maschere, per allora a viso scoperto, nelle lingue dei personaggi che rappresentavano.
La seconda parte consisteva in una commedia d'un solo atto a braccia, nella quale procuravo di far nascere scene molte gradevoli per i nuovi attori.
La terza conteneva un'opera comica di tre atti in versi, intitolata La Fondazione di Venezia.
Questa composizioncella, che era forse la prima opera comica comparsa nello Stato veneto, si trova nel vigesimo ottavo volume delle mie opere nell'edizione di Torino.
Imer fu contentissimo dell'idea e della maniera con la quale l'avevo eseguita.
N'era incantata tutta la compagnia; non c'era che la Bastona che si lamentasse di me, dicendo ad alta voce che nella ciarlataneria della mia apertura avevo fatto per la signora Ferramonti (la quale in sostanza era una seconda attrice) una composizione in versi che le prime avean tutto il diritto di reclamare, e incitava la Romana a lagnarsene e a molestarmi.
- Ahimè! la povera Ferramonti non fu per molto tempo l'oggetto della gelosia dei suoi camerati.
Era gravida, e il tempo del parto si manifestava con preliminari sommamente incomodi.
La natura le ricusò il suo aiuto, e la levatrice si trovò nella più grande difficoltà.
Fu fatto venire il professore; essendo il feto mal voltato, convenne ricorrere all'operazione cesarea.
Il figlio era già morto e la madre lo segui poco dopo.
Venne a trovarmi il marito nella maggior desolazione, e io non ero men desolato di lui; non potevo più vedermi in questa città, né sostener più a lungo la vista di quelle donne che godevano della mia afflizione; onde, sotto pretesto di andare a trovar mia madre, che era di ritorno da Modena, partii per Venezia.
CAPITOLO XXXVIII.
Ritorno a Venezia.
- Colloquio con mia madre.
- Condotta dell'antica mia bella.
- Ritorno a Venezia della compagnia dei comici.
- Propensione per la signora Passalacqua.
- Sue infedeltà.
Giunto a Venezia, la mia maggior premura fu quella di andar subito ad abbracciare mia madre.
La conversazione fu lunga: i miei capitali di Venezia erano liberi da ogni ipoteca, le rendite di Modena erano aumentate e mio fratello era rientrato in servizio.
Avrebbe desiderato mia madre che mi dessi un'altra volta alla professione di avvocato.
Le feci vedere che, avendo una volta abbandonato quella professione, ed essendo comparso in patria sotto un aspetto affatto diverso, non potevo più sperare in quella fiducia che avevo demeritato, e che la vita intrapresa mi pareva in ugual modo onorevole e lucrosa.
Essa allora con le lacrime gli occhi soggiunse che non osava opporsi ai miei voleri, che aveva sempre da rimproverarsi di avermi distolto dalle cancellerie criminali, e che perciò mi lasciava padrone di scegliere lo stato che più mi fosse piaciuto, riconoscendo che erano in me ragione, onoratezza e operosità.
La ringraziai, l'abbracciai per la seconda volta, e di discorso in discorso venni all'argomento di St.
e di sua figlia, molto contento che il disprezzo da queste dame dimostrato per il mio nuovo impiego mi rendesse libero da ogni timore e impiccio.
- Niente affatto, replicò mia madre, t'inganni.
La signora St.
e sua figlia son venute a trovarmi, e ricolmandomi di gentilezze mi hanno parlato di te come di un giovane stimabile a da ammirare; la fama dei tuoi ottimi successi ti ha reso degno della loro considerazione, anzi tuttora contano su di te.
- No, ripresi allora in tono di sdegno, no, madre mia, non sarà possibile che io possa mai legarmi con una famiglia che mi ha deluso, rovinato, e in ultimo mi ha avuto a vile.
- Non t'inquietare per questo, ella soggiunse; esse continuano sempre a esser ricche come prima; andrò a restituir loro la visita, ne terrò proposito, e m'impegno di tirarti ben presto fuori d'ogni difficoltà.
Parliamo di altre cose: che hai fatto nel tempo della nostra separazione? - L'appagai nel momento, la misi al fatto di parecchie avventure, occultandone una gran parte, e la feci ridere, piangere, tremare.
Desinammo in compagnia dei nostri parenti; essa moriva di voglia di ridire alla conversazione, in tempo di tavola, ciò che le avevo raccontato; ma imbrogliandosi a ogni poco, non faceva che risvegliar maggiormente la curiosità di chi l'udiva; ero dunque obbligato a ricominciar sempre io.
L'allegria del pranzo mi ravvivava; dicevo pertanto anche le cose da me taciute.
- Ah, briccone, ella diceva di tempo in tempo, questa cosa non me l'avevi detta, quella neppure, neppur quest'altra.
- Insomma passai molto piacevolmente la mia giornata, e feci ridere a mie spese i vecchi e le vecchie zie, che non ridevano mai.
Per vero dire avevo forse molta più grazia nel parlare che nello scrivere.
Verso la fine del mese di settembre ritornò alla capitale la compagnia dei miei comici; si replicarono le prove della nostra apertura, e il 4 ottobre si andò in scena.
Da quella novità rimasero tutti colpiti.
L'assemblea letteraria fu gustata molto.
La commedia di un sol atto andò a terra, a cagione dell'Arlecchino che non incontrava; l'Opera comica fu bene accolta, e rimase al teatro.
Il direttore era soddisfatto che la parte musicale prevalesse, benchè non fosse troppo contento della signora Passalacqua: la sua voce era falsa, monotona la maniera, ingrata la fisonomia.
Volendo Imer sostenere gl'intermezzi in tutti i modi, gliene propose la maniera un sonatore dell'orchestra.
Questo buon vecchio di sessanta anni aveva sposato di fresco una signorina che non passava i diciotto.
La istruiva nel canto sul suo violino, ed essa mostrava un'ottima disposizione.
Incontrando molto spesso Imer, mi pregò di averne cura e io me ne incaricai con tutto il piacere, trovandola bellissima e docilissima.
La signora Passalacqua ne divenne gelosa, e avendo già fatto tentativi inutili a Udine per guadagnarmi, il colpo non le andò a vuoto a Venezia.
Ricevo un giorno un biglietto di sua mano, col quale mi prega di andare a casa sua verso le cinque della sera; non posso per ragioni di convenienza ricusare; ci vado, ed essa mi riceve in abbigliamento da ninfa di Citera: mi fa sedere sopra un canapè accanto a sé, e mi dice le cose più lusinghiere e galanti del mondo; già la conoscevo bene, onde stetti in guardia, sostenendo la conversazione con eroico contegno.
E poi non l'amavo; era magra, aveva gli occhi verdi, e copriva la faccia pallida e giallastra con un'infinità di belletto.
Annoiata dalla mia indifferenza, adoprò allora tutte quante le armi della scaltrezza: - E sarà possibile, mi disse in tono appassionato, che di tutte le donne della compagnia, io sia la sola ad aver la disgrazia di dispiacervi? So esser giusta; ho saputo rispettare il merito finchè vi vidi avere una propensione per la signora Ferramonti; ma vedervi oggi preferire a tutte una giovane stupida e una donna senza ingegno e senza educazione, questa è cosa che fa vergogna a voi ed è umiliante per me.
Oh Dio! Non aspiro già alla fortuna di possedere il vostro cuore: non ho merito bastante per nutrirne la speranza; ma son comica, non mi trovo altro stato, non ho altro partito; giovane, senza esperienza, abbisogno di consiglio, di esercizio, di protezione.
Se avessi la fortuna di piacere a Venezia, sarebbe stabilita la mia reputazione, assicurata la mia sorte; voi frattanto potreste contribuire alla mia felicità col vostro ingegno e con le vostre cognizioni, e sacrificando per me i vostri momenti d'ozio potreste rendermi felice; ma voi mi abbandonate, mi disprezzate.
Oh cielo! che mai vi feci? - Le scappava dagli occhi qualche lacrima.
Confesso che il discorso mi aveva già intenerito, il pianto poi terminò di compiere la mia disfatta: le promisi assistenza, premure, buoni uffici, ma non era contenta; avrebbe voluto il sacrificio totale della moglie del suonatore.
La proposta mi disgustò; le dissi dunque esser questo troppo pretendere, e perciò ero determinato ad andarmene.
La signora Passalacqua mi trattiene, prende un'aria di vivacità, guarda il cielo, trova il tempo bellissimo e mi propone di andare a prendere il fresco in sua compagnia in una gondola, fatta già venire a riva; ricuso ed ella scherza e insiste, mi prende per un braccio e mi trascina.
Come fare per non andar seco?
Entriamo in questa vettura, ove si stava con la stessa comodità che nel più delizioso salottino, e c'inoltriamo nella vasta laguna dalla quale è circondata Venezia.
L'astuto gondoliere chiude la piccola cortina di dietro, usa il remo come timone della gondola e la lascia dolcemente andare secondo il riflusso del mare.
Si parlò di molte cose allegramente e con piacere; in capo a un certo tempo la notte ci parve molto inoltrata, né sapevamo ove fossimo.
Voglio guardar l'orologio, ma è troppo buio per vederci.
Apro dunque la finestrella di poppa e chiedo al gondoliere che ora sia: - Non ne so nulla, signore, risponde; credo che sia appunto l'ora degli amanti.
- Andiamo, andiamo senz'altro indugio, gli dico, a casa della signora.
- Egli allora ripiglia il remo, gira la prua della gondola verso la città, e ci canta cammin facendo la ventiseiesima stanza del decimo canto della Gerusalemme liberata.
Entrammo in casa della signora Passalacqua alle ore dieci e mezzo di sera.
Ci fu portata una deliziosa cenetta; cenammo da soli e la lasciai a mezzanotte, partendo nella più ferma determinazione di esser grato delle garbatezze di cui mi aveva ricolmato.
Dovendo aspettare che mia madre trovasse un quartiere conveniente per collocarmi seco, stavo sempre in casa del direttore della compagnia.
Il giorno successivo alla sera singolare della quale ho parlato, vidi il mio ospite e gli dissi che il carattere fiero e geloso del vecchio sonatore mi aveva disgustato, e perciò lo pregavo dispensarmi dalle premure delle quali mi aveva incaricato riguardo alla giovane.
Scarabocchiai quindi un intermezzo per la signora Passalacqua, e andai a trovarla per leggerle le prime prove della mia riconoscenza.
Intanto fu messa in scena la Griselda.
La tragedia fu ricevuta dal pubblico come un'opera nuova; piacque molto e richiamò molto popolo.
La Romana, quantunque su questo teatro da venti anni, fu applaudita come la prima volta; Casali si guadagnava l'affetto del pubblico e faceva piangere; e Vitalba, che aveva tanto ben sostenuto la parte del Belisario, superò sé stesso in quella di Gualtiero.
Vitalba qui mi dà motivo di parlare della signora Passalacqua: egli era un bell'uomo, un comico eccellente, un gran corteggiatore di donne, un sommo libertino.
Aveva già presa di mira la Passalacqua e, per vero dire, non occorreva darsi molta pena per soggiogarla.
Frattanto, nel tempo in cui frequentavo la compagnia di questa comica, seppi che anche Vitalba andava a trovarla: ebbi anche notizia che avevano goduto insieme parecchie ricreazioni; ne fui sdegnato e mi allontanai da questa donna infedele, senza neppur degnarla di una lagnanza e senza addurre motivi del mio ritiro.
Ella mi scrisse una lettera molto tenera e di lamento, e io le specificai nella risposta tutto ciò che avevo da dirle riguardo al suo cattivo procedere; me ne mandò una seconda nella quale, senza negar cosa alcuna e senza scusarsi, mi pregò in grazia di portarmi casa sua per l'ultima volta, avendo confidenze da farmi riguardo ai suoi affari, al suo onore, alla sua vita.
Andrò, non vi andrò? Stetti perplesso per qualche tempo; finalmente, o fosse curiosità o bisogno di sfogar la rabbia, presi la risoluzione di andare.
Entro dopo essermi fatto annunciare, e la trovo sdraiata su un canapè col capo appoggiato a un guanciale: la saluto, ella non dice parola; le domando che cosa ha da dirmi, non risponde; mi salta il fuoco al viso, la collera mi accende, mi acceca, lascio libero il corso al risentimento, e senza alcun riguardo la opprimo con tutti i rimproveri che merita.
La comica non replica parola, solo si asciuga di tempo in tempo gli occhi; temendo le insidiose sue lacrime, voglio partire.
- Sì, andate pure, essa mi dice con voce tremante; la mia risoluzione è presa, avrete notizia di me tra pochi istanti.
- Il suono di queste vaghe espressioni non mi arresta, prendo addirittura la porta, mi volgo per dirle addio, e la vedo con un braccio in aria e uno stiletto in mano con la punta al petto.
Una tal vista m'inorridisce; perdo il cervello, corro, mi getto ai suoi piedi, le strappo lo stile di mano, le asciugo la lacrime, tutto le perdono, tutto le prometto, e rimango da lei.
Desiniamo insieme, ed eccoci come prima.
Contento della mia vittoria, benedicevo il momento in cui mi ero voltato addietro nell'uscire: ero amante, e l'amavo davvero, ed ero contento che mi amasse.
Cercavo persino ragioni per scusare la sua mancanza.
Vitalba l'aveva sorpresa, essa n'era pentita e aveva rinunciato a lui, per sempre e poi per sempre.
In capo a pochi giorni però ebbi notizia, da non poterne dubitare, che la signora Passalacqua e il signor Vitalba avevano desinato e cenato insieme burlandosi di me.
CAPITOLO XXXIX.
Il Convitato di Pietra sotto il titolo di Don Giovanni Tenorio, ossia il Dissoluto.
- Completa vendetta contro la Passalacqua.
- Viaggio a Genova.
- Colpo d'occhio di questa città.
- Origine del lotto reale.
- Mio matrimonio.
- Ritorno a Venezia.
Non è per abbellire le mie Memorie, né per ricevere congratulazioni sulla mia balordaggine, che nel precedente capitolo ho fatto una descrizione minuta delle infedeltà di una comica che mi ha tradito; ma avendo innestato quest'aneddoto in un'opera destinata a vendicarmi, credetti necessario far precedere il racconto dell'episodio prima di passare a far parola del soggetto principale.
Tutti conoscono quella cattiva rappresentazione spagnuola, dagli Italiani chiamata Il Convitato di Pietra e dai Francesi Le Festin de Pierre.
Io l'ho sempre riguardata con orrore, né ho mai potuto intendere come questa farsa si sia sostenuta per sì lungo tempo, abbia richiamato in folla gli spettatori e fatto la delizia di un paese colto.
N'erano maravigliati i comici italiani stessi; e, o per burla o per ignoranza, alcuni dicevano che l'autore del Convitato di Pietra aveva fatto il patto col diavolo perché lo sostenesse.
Non mi sarebbe mai caduto in pensiero di fare il minimo lavoro su questa composizione; ma imparata la lingua francese quanto bastava per darle una lettura, vedendo che Molière e Corneille se n'erano occupati, mi accinsi anch'io a fare alla mia patria il bel regalo di questo tema, a oggetto di mantenere la parola al diavolo con un po' più di decenza.
Vero è che, non potendo darle lo stesso titolo perché nella mia rappresentazione la statua del commendatore non parla, non cammina, né va a cena in città, la intitolai Don Giovanni, a somiglianza di Molière, aggiungendovi: o il Dissoluto.
Credetti di non dover sopprimere il fulmine che lo incenerisce, perché l'uomo malvagio deve esser punito; maneggiai bensì questo avvenimento in modo che comparir potesse un immediato frutto dello sdegno di Dio, e potesse pur provenire da una combinazione di cause seconde, diretta sempre dalle leggi della Provvidenza.
Siccome in questa commedia, che è di cinque atti in versi sciolti, non avevo dato luogo all'Arlecchino e all'altre maschere italiane, supplii alla parte comica con un pastore e una pastorella, che insieme a don Giovanni dovevan far riconoscere la Passalacqua, il Goldoni e il Vitalba, rendendo nota sulla scena la maligna condotta dell'una, la buona fede dell'altro e la malvagità del terzo.
Elisa si chiamava la pastorella, e la Passalacqua appunto aveva nome Elisabetta.
Il nome di Carino dato al pastore era, eccettuatane una lettera, il diminutivo del mio nome battesimale (Carlino), e Vitalba sotto il nome di Don Giovanni rappresentava esattamente il carattere suo naturale.
Mettevo in bocca a Elisa i discorsi dei quali la Passalacqua si era servita per ingannarmi; le facevo far uso in scena di quelle lacrime e di quel coltello medesimo di cui ero stato la vittima, e mi vendicavo della perfidia della comica, nel tempo che Carino si vendicava della sua infedele pastorella.
Era ultimata la composizione, né d'altro si trattava che di farla recitare: purtroppo avevo previsto che la Passalacqua non avrebbe acconsentito a porre in scena sé stessa.
Ne avvertii il direttore e il proprietario del teatro, e senza far lettura della rappresentazione dispensai la parti.
La Passalacqua, che subito conobbe il personaggio che doveva sostenere, andò a lagnarsi col direttore e con sua eccellenza Grimani.
Protestò all'uno e all'altro che assolutamente non sarebbe comparsa in questa commedia, prima che l'autore non vi avesse fatte mutazioni grandissime; ma fu deciso ch'ella recitasse la parte d'Elisa com'era, o uscisse dalla compagnia.
Spaventata da tale alternativa, prese il suo partito, imparò la parte e la portò perfettamente.
Nella prima rappresentazione, avvezzo il pubblico del Convitato di Pietra a vedere Arlecchino salvarsi dal naufragio coll'aiuto di due vesciche e don Giovanni uscire all'asciutto dall'acque del mare senz'avere scomposta la pettinatura, non sapeva che cosa significasse quell'aria di nobiltà data dall'autore a questa rancida buffoneria; ma siccome era a notizia di molte persone l'avventura succedutami con la Passalacqua e Vitalba, l'aneddoto ravvivò la rappresentazione, tutti trovarono da divertirsi, e notarono che la commedia ragionata è sempre preferibile alla triviale e insulsa.
Il mio Don Giovanni acquistava ogni giorno sempre più credito e concorso; fu recitato senza interruzione fino al martedì grasso, e con questo si chiuse il teatro.
Malgrado il suo buon effetto, non era destinato ad aver luogo nella raccolta delle mie opere, e così ancora doveva essere del Belisario; poiché era quello, per vero dire, il Convitato di Pietra riformato, ma la riforma non era quella che avevo di mira.
Trovando a Bologna questa composizione stampata e orribilmente maltrattata, acconsentii a darle posto nel mio teatro, solo perché se il mio Don Giovanni non era del nuovo genere propostomi, non era però assolutamente di quello da me rigettato.
La compagnia di San Samuele doveva quell'anno passare la primavera a Genova e l'estate a Firenze, e siccome vi erano sei attori nuovi, credè Imer necessaria la mia presenza, proponendomi per questo di condurmi seco.
Si trattava di andare a vedere due delle più belle città d'Italia; ero libero dal pensiero di qualunque spesa, e l'occasione mi parve magnifica.
Ne parlai con mia madre, e con lei le mie ragioni erano sempre buone; partii dunque per Genova in compagnia del direttore.
Il viaggio fu felice, il tempo sempre bello; c'incomodò solamente un poco il calore del sole più che il freddo della stagione nel traversare l'alta montagna denominata la Bocchetta.
Dopo esser passati per il ricchissimo e delizioso villaggio di San Pier d'Arena, scoprimmo Genova dalla parte del mare.
Che spettacolo piacevole e meraviglioso! È un anfiteatro in semicerchio, che forma da un lato il vasto bacino del porto, elevandosi dall'altro gradatamente sul declivio della montagna con fabbriche immense, che sembrano da lungi situate le une sopra le altre, e terminano con terrazze, balaustre e giardini che servono di tetto alle diverse abitazioni.
In faccia a questi differenti ordini di palazzi, di alberghi e di appartamenti urbani, gli uni incrostati di marmo, gli altri ornati di pitture, si vedono i due moli dai quali è formata l'imboccatura del porto, opera degna dei Romani, avendo i Genovesi, malgrado la violenza e la profondità del mare, superato la natura che si opponeva al loro collocamento.
Scendendo dalla parte del fanale diretti alla porta di San Tommaso, vedemmo quell'immenso palazzo Doria ov'ebbero quartiere tre sovrani nello stesso tempo, e andammo in seguito all'albergo di Santa Marta per aspettare che ci fosse assegnato l'appartamento destinatoci.
Facendosi appunto in quel giorno l'estrazione del lotto, avevo voglia di andarla a vedere.
La lotteria che dicesi in Italia il Lotto reale di Genova, e a Parigi il Lotto reale di Francia, non era in Venezia ancora stabilita; si trovava bensì qualche occulto prenditore che accettava biglietti per G