MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 27
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In quest'occorrenza appunto conobbi sua eccellenza Niccolò Balbi, patrizio e senator veneziano, la cui sincera e costante protezione mi fece in ogni tempo il più grand'onore, e i cui consigli, credito e aderenze furono sempre del maggior mio vantaggio.
Il 17 gennaio si rappresentò per la prima volta la Rosmonda.
Essa non cadde, ma dopo il Belisario non potevo sperare un successo così spendido; fu ripetuta in quattro rappresentazioni molto passabili, e alla quinta Imer la spalleggiò con un nuovo intermezzo.
La Birba piacque sommamente: questa bagattella piena d'arguzie, e molto bizzarra sostenne Rosmonda per quattro altre recite; bisognò peraltro tornare al Belisario.
La ripetizione ebbe il medesimo successo della prima volta; onde il Belisario e la Birba furono esposte unitamente fino al martedì grasso, e chiusero il carnevale.
Con questo si diè termine all'anno comico.
I teatri non si riaprono a Venezia che al principio di ottobre; vi è però nei quindici giorni dalla fiera dell'Ascensione una grand'opera e qualche volta due, che hanno venti sole rappresentazioni.
Il nobile Grimani, proprietario del San Samuele, dava in questa stagione un'opera per suo conto: e siccome mi aveva promesso di occuparmi in questo spettacolo, mantenne la parola.
Non si doveva esporre in quell'anno un dramma nuovo; si era scelta la Griselda, opera d'Apostolo Zeno e di Pariati, che lavoravano insieme, prima che Zeno partisse per Vienna al servizio dell'imperatore: e il maestro che doveva mettere in musica era l'abate Vivaldi, che si chiamava per la sua capigliatura 'il prete rosso'.
Si conosceva più per questo soprannome che per il suo vero casato.
Questo ecclesiastico, eccellente sonator di violino e mediocre compositore, aveva allevato e addestrato al canto la signorina Giraud, giovane cantatrice, nata a Venezia e figlia d'un parrucchiere francese.
Non era bella, ma aveva grazia, un gentil personale, occhi belli, bei capelli, una graziosa bocca, poca voce ma molta azione.
Era appunto quella che doveva rappresentar la parte di Griselda.
Il signor Grimani dunque mi mandò a casa del maestro per fare a quest'opera le necessarie modifiche, tanto per accorciare il dramma, quanto per variare le condizioni dell'arte ad arbitrio degli attori e del compositore.
Andai dall'abate Vivaldi, e mi feci annunziare per parte di sua eccellenza Grimani; trovai quell'uomo circondato di musica e col breviario in mano.
S'alza, si fa un segno di croce in tutta la sua lunghezza e larghezza, mette da parte il breviario e mi fa il solito complimento: - Qual'è il motivo che mi procura il piacere di vedervi, signore? - Sua eccellenza Grimani mi ha incaricato dei cambiamenti che voi credete necessari nell'opera per la prossima fiera, onde io vengo appunto a intendere quali siano le vostre intenzioni.
- Ah! ah! Voi dunque siete incaricato dei cambiamenti della Griselda? Non è più addetto agli spettacoli del signor Grimani il signor Lalli? - Il signor Lalli che è molto avanzato in età, godrà sempre il profitto delle lettere dedicatorie e della vendita dei libretti, cose delle quali non m'incarico.
Io avrò il piacere di occuparmi in un esercizio che deve divertirmi, e avrò l'onore di cominciare sotto gli ordini del signor Vivaldi.
- L'abate riprende il suo breviario, si fa un altro segno di croce e non risponde.
- Signore, gli dissi allora, non vorrei distrarvi da un'occupazione così religiosa; tornerò in altro momento.
- So molto bene, mio caro signor Goldoni, che avete genio per la poesia, ho veduto il vostro Belisario e mi è molto piaciuto, ma qui la cosa differisce assai; si può fare una tragedia, un poema epico, quello che volete, e non saper poi fare una quartina per la musica.
- Mi fareste la grazia di mostrarmi il vostro dramma? - Sicuro, sicuro; vi voglio compiacere; dove diavolo si è cacciata questa Griselda? Era pur qui...
Deus in adiutorium meum intende...
Domine...
Domine...
Domine...
Or ora era qui.
Domine ad adiuvandum..
Ah! eccola.
Esaminate un po' questa scena fra Gualtiero e Griselda: è veramente una scena che va al cuore.
L'autore vi ha posto in ultimo un'aria patetica; ma la signorina Giraud non ama il canto lugubre: ella desidererebbe un pezzo di espressione e di moto, un'aria che esprima la passione in differenti guise: con discorsi, per esempio, interrotti, con sospiri vibrati, con azione, con moto; non no se m'intendete.
- Sì, signore, capisco a meraviglia; e poi ho avuto l'onore di sentire la signorina Giraud altre volte, so che la sua voce non è grandissima.
- Come, signore! voi insultate la mia scolara? Ella è buona a tutto, ella canta tutto.
- Sì signore, avete ragione, datemi dunque il libretto e lasciatemi fare.
- Non posso disfarmene, ne ho troppo bisogno e me ne fanno troppa premura.
- Ebbene, se voi siete sollecitato, prestatemelo per un momento: vi soddisferò seduta stante.
- Ora? - Sissignore.
-
Burlandosi l'abate di me, mi presenta il dramma e mi dà carta e calamaio; ripiglia il suo breviario, e passeggiando torna a recitare salmi e inni.
Rileggo la scena che era già nota, fo la ricapitolazione di ciò che il maestro desiderava, e in meno di un quarto d'ora stendo sul foglio un'aria di otto versi divisa in due parti; chiamo l'ecclesiastico e gli fo vedere la composizione.
Vivaldi legge, aggrinza la fronte, rilegge daccapo, prorompe in gridi di gioia: getta il suo breviario per terra e chiama la signorina Giraud.
Ella viene: - Ah! le dice, eccovi un uomo raro, un poeta eccellente.
Leggete quest'aria: è stata fatta da questo signore senza muoversi di qui in meno di un quarto d'ora.
- Indi a me rivolto: - Ah! signore, vi domando perdono.
- Mi abbraccia, e protesta che non avrà mai altro poeta che me.
Mi affidò il dramma, mi ordinò altre variazioni, e sempre di me contento, l'opera riuscì a meraviglia.
Eccomi dunque iniziato nell'opera, nella commedia e negl'intermezzi, che furono i precursori delle opere comiche italiane.
CAPITOLO XXXVII.
I miei comici a Padova.
- Mutazioni succedute nella compagnia.
- Mia predilezione per una bella comica.
- Griselda, tragedia.
- Viaggio a Udine.
- Colloquio con la mia antica acquacedrataia.
- Spettacolo preparato all'apertura del teatro di Venezia.
- Morte della mia bella comica.
La compagnia Grimani era passata a Padova per farvi le sue recite nella stagione della primavera, aspettandomi con impazienza per porre in scena le mie rappresentazioni.
Sbrogliato dall'opere di Venezia mi trasferii a Padova, e sul teatro appunto di questa città comparvero per la prima volta le mie composizioni.
Gli applausi dei miei confratelli dottori eguagliarono quelli dei miei compatrioti.
Trovai nella compagnia molte mutazioni: la servetta era partita per Dresda, per prender servizio a quella Corte, ed essendo stato ringraziato l'Arlecchino, s'era fatto venire il signor Campagnani di Milano, che tra i dilettanti era la delizia del suo paese, ma inaccettabile come professionista.
La perdita più considerevole era quella della vedova Casanova, la quale, malgrado la lega in cui era col direttore, si era impegnata al servizio del re di Polonia; per il canto le fu sostituita la signora Passalacqua, che si addossò anche le parti di servetta, essendosi fatto acquisto per le parti di prima amorosa della signora Ferramonti, graziosa attrice, giovane, bella, amabilissima, molto colta, piena d'ingegno e di qualità eccellenti.
Mi accorsi subito del suo merito, sentii per lei un affetto particolare, divenni amico del marito, che non aveva impiego tra i comici, e avevo concepito l'idea di rendere questa giovane una vera attrice.
Non lasciarono le altre donne di esserne gelose; provai pertanto parecchi disgusti, e ne avrei sofferti anche di più, se la morte non l'avesse tolta al mondo in quell'anno stesso.
Dopo alcuni giorni che ero a Padova, il direttore mi parlò delle nuove rappresentazioni che bisognava preparare per Venezia.
La signora Collucci, soprannominata la Romana, era la prima amorosa della compagnia a vicenda con la Bastona, e malgrado i suoi cinquant'anni, che abbigliamento e belletto non potevano nascondere, aveva un suono di voce così chiaro e dolce, una pronuncia talmente giusta e tante grazie così schiette e naturali, che pareva ancora nella maggior freschezza dell'età.
La signora Collucci possedeva una tragedia del Pariati intitolata Griselda, ed era appunto la sua rappresentazione favorita; ma essendo in prosa, fui incaricato di metterla in versi.
Nulla per me di più facile, giacchè mi ero occupato di questo stesso soggetto a Venezia, e la Griselda di Pariati altro in sostanza non era che l'opera da lui stesso composta in compagnia di Apostolo Zeno.
Mi accinsi con piacere a contentar la Romana, non seguendo con precisione gli autori del dramma, anzi facendovi molte variazioni; vi aggiunsi il padre di Griselda, padre virtuoso che aveva veduto salire al trono senz'orgoglio sua figlia, e la vedeva scendere dal medesimo senza il minimo rincrescimento.
Immaginai questo nuovo personaggio, perché avesse parte anche il mio amico Casali.
L'episodio diede alla tragedia un'aria di novità, la rese più piacevole e mi fece passare per autore della rappresentazione.
Nell'edizione delle mie opere fatta a Torino nel 1777 da Guibert e Orgeas, questa Griselda si trova stampata come una composizione di mia pertinenza; ma siccome ho in sommo orrore i plagi, protesto adesso solennemente di non esserne l'autore.
Avevano i miei comici compiuto a Padova il numero delle rappresentazioni convenute, e andavano facendo i fagotti per passare a Udine, nel Friuli veneziano.
Imer mi fece la proposta di condurmi seco.
Non avendo più da temere nulla da parte dell'acquacedrataia, che era già maritata, accondiscesi a seguire la compagnia, non viaggiando però col direttore.
Gli feci le mie scuse, e partii in una buona vettura con la signorina Ferramonti e il buon uomo di suo marito.
Le mie opere furono a Udine applauditissime, e avendovi già la prevenzione degli Udinesi a mio favore, fu trovato l'autore del Quaresimale poetico anche poeta drammatico, a parer loro, assai buono.
Quell'acquacedrataia, da me non mai amata, bensì conosciuta e frequentata, e che terminò col mettermi in grandissimo travaglio, seppe che ero a Udine e volle vedermi.
Era maritata a un uomo della sua condizione, e mi scrisse una lettera molto astuta e allettante.
Andai a trovarla a un'ora fissata, e scorsi in lei una gran mutazione; il nostro trattenimento non fu lungo; non avevo voglia di sacrificar per lei le mie nuove inclinazioni, perciò la rividi una seconda volta e non più.
D'altra parte troppo mi stavano a cuore le occupazioni teatrali, e desideravo far qualcosa di straordinario all'apertura del teatro della capitale.
Ruminai parecchie idee, ne comunicai alcune al direttore, ed ecco quella sulla quale ci fermammo e cui diedi esecuzione.
Era un divertimento diviso in tre parti diverse, che appunto equivalevano ai tre atti di una rappresentazione ordinaria.
La prima parte consisteva in un'assemblea letteraria; tutti gli attori all'alzar del sipario si trovavano a sedere distribuiti sul palcoscenico, vestiti alla paesana.
Il direttore dava principio con un discorso sopra la commedia e i doveri dei comici, e terminava col fare al pubblico un complimento.
Gli attori e le attrici recitavano uno per volta strofe, sonetti, madrigali secondo la qualità del loro impiego, unitamente a parecchi versi che si dicevano dalle quattro maschere, per allora a viso scoperto, nelle lingue dei personaggi che rappresentavano.
La seconda parte consisteva in una commedia d'un solo atto a braccia, nella quale procuravo di far nascere scene molte gradevoli per i nuovi attori.
La terza conteneva un'opera comica di tre atti in versi, intitolata La Fondazione di Venezia.
Questa composizioncella, che era forse la prima opera comica comparsa nello Stato veneto, si trova nel vigesimo ottavo volume delle mie opere nell'edizione di Torino.
Imer fu contentissimo dell'idea e della maniera con la quale l'avevo eseguita.
N'era incantata tutta la compagnia; non c'era che la Bastona che si lamentasse di me, dicendo ad alta voce che nella ciarlataneria della mia apertura avevo fatto per la signora Ferramonti (la quale in sostanza era una seconda attrice) una composizione in versi che le prime avean tutto il diritto di reclamare, e incitava la Romana a lagnarsene e a molestarmi.
- Ahimè! la povera Ferramonti non fu per molto tempo l'oggetto della gelosia dei suoi camerati.
Era gravida, e il tempo del parto si manifestava con preliminari sommamente incomodi.
La natura le ricusò il suo aiuto, e la levatrice si trovò nella più grande difficoltà.
Fu fatto venire il professore; essendo il feto mal voltato, convenne ricorrere all'operazione cesarea.
Il figlio era già morto e la madre lo segui poco dopo.
Venne a trovarmi il marito nella maggior desolazione, e io non ero men desolato di lui; non potevo più vedermi in questa città, né sostener più a lungo la vista di quelle donne che godevano della mia afflizione; onde, sotto pretesto di andare a trovar mia madre, che era di ritorno da Modena, partii per Venezia.
CAPITOLO XXXVIII.
Ritorno a Venezia.
- Colloquio con mia madre.
- Condotta dell'antica mia bella.
- Ritorno a Venezia della compagnia dei comici.
- Propensione per la signora Passalacqua.
- Sue infedeltà.
Giunto a Venezia, la mia maggior premura fu quella di andar subito ad abbracciare mia madre.
La conversazione fu lunga: i miei capitali di Venezia erano liberi da ogni ipoteca, le rendite di Modena erano aumentate e mio fratello era rientrato in servizio.
Avrebbe desiderato mia madre che mi dessi un'altra volta alla professione di avvocato.
Le feci vedere che, avendo una volta abbandonato quella professione, ed essendo comparso in patria sotto un aspetto affatto diverso, non potevo più sperare in quella fiducia che avevo demeritato, e che la vita intrapresa mi pareva in ugual modo onorevole e lucrosa.
Essa allora con le lacrime gli occhi soggiunse che non osava opporsi ai miei voleri, che aveva sempre da rimproverarsi di avermi distolto dalle cancellerie criminali, e che perciò mi lasciava padrone di scegliere lo stato che più mi fosse piaciuto, riconoscendo che erano in me ragione, onoratezza e operosità.
La ringraziai, l'abbracciai per la seconda volta, e di discorso in discorso venni all'argomento di St.
e di sua figlia, molto contento che il disprezzo da queste dame dimostrato per il mio nuovo impiego mi rendesse libero da ogni timore e impiccio.
- Niente affatto, replicò mia madre, t'inganni.
La signora St.
e sua figlia son venute a trovarmi, e ricolmandomi di gentilezze mi hanno parlato di te come di un giovane stimabile a da ammirare; la fama dei tuoi ottimi successi ti ha reso degno della loro considerazione, anzi tuttora contano su di te.
- No, ripresi allora in tono di sdegno, no, madre mia, non sarà possibile che io possa mai legarmi con una famiglia che mi ha deluso, rovinato, e in ultimo mi ha avuto a vile.
- Non t'inquietare per questo, ella soggiunse; esse continuano sempre a esser ricche come prima; andrò a restituir loro la visita, ne terrò proposito, e m'impegno di tirarti ben presto fuori d'ogni difficoltà.
Parliamo di altre cose: che hai fatto nel tempo della nostra separazione? - L'appagai nel momento, la misi al fatto di parecchie avventure, occultandone una gran parte, e la feci ridere, piangere, tremare.
Desinammo in compagnia dei nostri parenti; essa moriva di voglia di ridire alla conversazione, in tempo di tavola, ciò che le avevo raccontato; ma imbrogliandosi a ogni poco, non faceva che risvegliar maggiormente la curiosità di chi l'udiva; ero dunque obbligato a ricominciar sempre io.
L'allegria del pranzo mi ravvivava; dicevo pertanto anche le cose da me taciute.
- Ah, briccone, ella diceva di tempo in tempo, questa cosa non me l'avevi detta, quella neppure, neppur quest'altra.
- Insomma passai molto piacevolmente la mia giornata, e feci ridere a mie spese i vecchi e le vecchie zie, che non ridevano mai.
Per vero dire avevo forse molta più grazia nel parlare che nello scrivere.
Verso la fine del mese di settembre ritornò alla capitale la compagnia dei miei comici; si replicarono le prove della nostra apertura, e il 4 ottobre si andò in scena.
Da quella novità rimasero tutti colpiti.
L'assemblea letteraria fu gustata molto.
La commedia di un sol atto andò a terra, a cagione dell'Arlecchino che non incontrava; l'Opera comica fu bene accolta, e rimase al teatro.
Il direttore era soddisfatto che la parte musicale prevalesse, benchè non fosse troppo contento della signora Passalacqua: la sua voce era falsa, monotona la maniera, ingrata la fisonomia.
Volendo Imer sostenere gl'intermezzi in tutti i modi, gliene propose la maniera un sonatore dell'orchestra.
Questo buon vecchio di sessanta anni aveva sposato di fresco una signorina che non passava i diciotto.
La istruiva nel canto sul suo violino, ed essa mostrava un'ottima disposizione.
Incontrando molto spesso Imer, mi pregò di averne cura e io me ne incaricai con tutto il piacere, trovandola bellissima e docilissima.
La signora Passalacqua ne divenne gelosa, e avendo già fatto tentativi inutili a Udine per guadagnarmi, il colpo non le andò a vuoto a Venezia.
Ricevo un giorno un biglietto di sua mano, col quale mi prega di andare a casa sua verso le cinque della sera; non posso per ragioni di convenienza ricusare; ci vado, ed essa mi riceve in abbigliamento da ninfa di Citera: mi fa sedere sopra un canapè accanto a sé, e mi dice le cose più lusinghiere e galanti del mondo; già la conoscevo bene, onde stetti in guardia, sostenendo la conversazione con eroico contegno.
E poi non l'amavo; era magra, aveva gli occhi verdi, e copriva la faccia pallida e giallastra con un'infinità di belletto.
Annoiata dalla mia indifferenza, adoprò allora tutte quante le armi della scaltrezza: - E sarà possibile, mi disse in tono appassionato, che di tutte le donne della compagnia, io sia la sola ad aver la disgrazia di dispiacervi? So esser giusta; ho saputo rispettare il merito finchè vi vidi avere una propensione per la signora Ferramonti; ma vedervi oggi preferire a tutte una giovane stupida e una donna senza ingegno e senza educazione, questa è cosa che fa vergogna a voi ed è umiliante per me.
Oh Dio! Non aspiro già alla fortuna di possedere il vostro cuore: non ho merito bastante per nutrirne la speranza; ma son comica, non mi trovo altro stato, non ho altro partito; giovane, senza esperienza, abbisogno di consiglio, di esercizio, di protezione.
Se avessi la fortuna di piacere a Venezia, sarebbe stabilita la mia reputazione, assicurata la mia sorte; voi frattanto potreste contribuire alla mia felicità col vostro ingegno e con le vostre cognizioni, e sacrificando per me i vostri momenti d'ozio potreste rendermi felice; ma voi mi abbandonate, mi disprezzate.
Oh cielo! che mai vi feci? - Le scappava dagli occhi qualche lacrima.
Confesso che il discorso mi aveva già intenerito, il pianto poi terminò di compiere la mia disfatta: le promisi assistenza, premure, buoni uffici, ma non era contenta; avrebbe voluto il sacrificio totale della moglie del suonatore.
La proposta mi disgustò; le dissi dunque esser questo troppo pretendere, e perciò ero determinato ad andarmene.
La signora Passalacqua mi trattiene, prende un'aria di vivacità, guarda il cielo, trova il tempo bellissimo e mi propone di andare a prendere il fresco in sua compagnia in una gondola, fatta già venire a riva; ricuso ed ella scherza e insiste, mi prende per un braccio e mi trascina.
Come fare per non andar seco?
Entriamo in questa vettura, ove si stava con la stessa comodità che nel più delizioso salottino, e c'inoltriamo nella vasta laguna dalla quale è circondata Venezia.
L'astuto gondoliere chiude la piccola cortina di dietro, usa il remo come timone della gondola e la lascia dolcemente andare secondo il riflusso del mare.
Si parlò di molte cose allegramente e con piacere; in capo a un certo tempo la notte ci parve molto inoltrata, né sapevamo ove fossimo.
Voglio guardar l'orologio, ma è troppo buio per vederci.
Apro dunque la finestrella di poppa e chiedo al gondoliere che ora sia: - Non ne so nulla, signore, risponde; credo che sia appunto l'ora degli amanti.
- Andiamo, andiamo senz'altro indugio, gli dico, a casa della signora.
- Egli allora ripiglia il remo, gira la prua della gondola verso la città, e ci canta cammin facendo la ventiseiesima stanza del decimo canto della Gerusalemme liberata.
Entrammo in casa della signora Passalacqua alle ore dieci e mezzo di sera.
Ci fu portata una deliziosa cenetta; cenammo da soli e la lasciai a mezzanotte, partendo nella più ferma determinazione di esser grato delle garbatezze di cui mi aveva ricolmato.
Dovendo aspettare che mia madre trovasse un quartiere conveniente per collocarmi seco, stavo sempre in casa del direttore della compagnia.
Il giorno successivo alla sera singolare della quale ho parlato, vidi il mio ospite e gli dissi che il carattere fiero e geloso del vecchio sonatore mi aveva disgustato, e perciò lo pregavo dispensarmi dalle premure delle quali mi aveva incaricato riguardo alla giovane.
Scarabocchiai quindi un intermezzo per la signora Passalacqua, e andai a trovarla per leggerle le prime prove della mia riconoscenza.
Intanto fu messa in scena la Griselda.
La tragedia fu ricevuta dal pubblico come un'opera nuova; piacque molto e richiamò molto popolo.
La Romana, quantunque su questo teatro da venti anni, fu applaudita come la prima volta; Casali si guadagnava l'affetto del pubblico e faceva piangere; e Vitalba, che aveva tanto ben sostenuto la parte del Belisario, superò sé stesso in quella di Gualtiero.
Vitalba qui mi dà motivo di parlare della signora Passalacqua: egli era un bell'uomo, un comico eccellente, un gran corteggiatore di donne, un sommo libertino.
Aveva già presa di mira la Passalacqua e, per vero dire, non occorreva darsi molta pena per soggiogarla.
Frattanto, nel tempo in cui frequentavo la compagnia di questa comica, seppi che anche Vitalba andava a trovarla: ebbi anche notizia che avevano goduto insieme parecchie ricreazioni; ne fui sdegnato e mi allontanai da questa donna infedele, senza neppur degnarla di una lagnanza e senza addurre motivi del mio ritiro.
Ella mi scrisse una lettera molto tenera e di lamento, e io le specificai nella risposta tutto ciò che avevo da dirle riguardo al suo cattivo procedere; me ne mandò una seconda nella quale, senza negar cosa alcuna e senza scusarsi, mi pregò in grazia di portarmi casa sua per l'ultima volta, avendo confidenze da farmi riguardo ai suoi affari, al suo onore, alla sua vita.
Andrò, non vi andrò? Stetti perplesso per qualche tempo; finalmente, o fosse curiosità o bisogno di sfogar la rabbia, presi la risoluzione di andare.
Entro dopo essermi fatto annunciare, e la trovo sdraiata su un canapè col capo appoggiato a un guanciale: la saluto, ella non dice parola; le domando che cosa ha da dirmi, non risponde; mi salta il fuoco al viso, la collera mi accende, mi acceca, lascio libero il corso al risentimento, e senza alcun riguardo la opprimo con tutti i rimproveri che merita.
La comica non replica parola, solo si asciuga di tempo in tempo gli occhi; temendo le insidiose sue lacrime, voglio partire.
- Sì, andate pure, essa mi dice con voce tremante; la mia risoluzione è presa, avrete notizia di me tra pochi istanti.
- Il suono di queste vaghe espressioni non mi arresta, prendo addirittura la porta, mi volgo per dirle addio, e la vedo con un braccio in aria e uno stiletto in mano con la punta al petto.
Una tal vista m'inorridisce; perdo il cervello, corro, mi getto ai suoi piedi, le strappo lo stile di mano, le asciugo la lacrime, tutto le perdono, tutto le prometto, e rimango da lei.
Desiniamo insieme, ed eccoci come prima.
Contento della mia vittoria, benedicevo il momento in cui mi ero voltato addietro nell'uscire: ero amante, e l'amavo davvero, ed ero contento che mi amasse.
Cercavo persino ragioni per scusare la sua mancanza.
Vitalba l'aveva sorpresa, essa n'era pentita e aveva rinunciato a lui, per sempre e poi per sempre.
In capo a pochi giorni però ebbi notizia, da non poterne dubitare, che la signora Passalacqua e il signor Vitalba avevano desinato e cenato insieme burlandosi di me.
CAPITOLO XXXIX.
Il Convitato di Pietra sotto il titolo di Don Giovanni Tenorio, ossia il Dissoluto.
- Completa vendetta contro la Passalacqua.
- Viaggio a Genova.
- Colpo d'occhio di questa città.
- Origine del lotto reale.
- Mio matrimonio.
- Ritorno a Venezia.
Non è per abbellire le mie Memorie, né per ricevere congratulazioni sulla mia balordaggine, che nel precedente capitolo ho fatto una descrizione minuta delle infedeltà di una comica che mi ha tradito; ma avendo innestato quest'aneddoto in un'opera destinata a vendicarmi, credetti necessario far precedere il racconto dell'episodio prima di passare a far parola del soggetto principale.
Tutti conoscono quella cattiva rappresentazione spagnuola, dagli Italiani chiamata Il Convitato di Pietra e dai Francesi Le Festin de Pierre.
Io l'ho sempre riguardata con orrore, né ho mai potuto intendere come questa farsa si sia sostenuta per sì lungo tempo, abbia richiamato in folla gli spettatori e fatto la delizia di un paese colto.
N'erano maravigliati i comici italiani stessi; e, o per burla o per ignoranza, alcuni dicevano che l'autore del Convitato di Pietra aveva fatto il patto col diavolo perché lo sostenesse.
Non mi sarebbe mai caduto in pensiero di fare il minimo lavoro su questa composizione; ma imparata la lingua francese quanto bastava per darle una lettura, vedendo che Molière e Corneille se n'erano occupati, mi accinsi anch'io a fare alla mia patria il bel regalo di questo tema, a oggetto di mantenere la parola al diavolo con un po' più di decenza.
Vero è che, non potendo darle lo stesso titolo perché nella mia rappresentazione la statua del commendatore non parla, non cammina, né va a cena in città, la intitolai Don Giovanni, a somiglianza di Molière, aggiungendovi: o il Dissoluto.
Credetti di non dover sopprimere il fulmine che lo incenerisce, perché l'uomo malvagio deve esser punito; maneggiai bensì questo avvenimento in modo che comparir potesse un immediato frutto dello sdegno di Dio, e potesse pur provenire da una combinazione di cause seconde, diretta sempre dalle leggi della Provvidenza.
Siccome in questa commedia, che è di cinque atti in versi sciolti, non avevo dato luogo all'Arlecchino e all'altre maschere italiane, supplii alla parte comica con un pastore e una pastorella, che insieme a don Giovanni dovevan far riconoscere la Passalacqua, il Goldoni e il Vitalba, rendendo nota sulla scena la maligna condotta dell'una, la buona fede dell'altro e la malvagità del terzo.
Elisa si chiamava la pastorella, e la Passalacqua appunto aveva nome Elisabetta.
Il nome di Carino dato al pastore era, eccettuatane una lettera, il diminutivo del mio nome battesimale (Carlino), e Vitalba sotto il nome di Don Giovanni rappresentava esattamente il carattere suo naturale.
Mettevo in bocca a Elisa i discorsi dei quali la Passalacqua si era servita per ingannarmi; le facevo far uso in scena di quelle lacrime e di quel coltello medesimo di cui ero stato la vittima, e mi vendicavo della perfidia della comica, nel tempo che Carino si vendicava della sua infedele pastorella.
Era ultimata la composizione, né d'altro si trattava che di farla recitare: purtroppo avevo previsto che la Passalacqua non avrebbe acconsentito a porre in scena sé stessa.
Ne avvertii il direttore e il proprietario del teatro, e senza far lettura della rappresentazione dispensai la parti.
La Passalacqua, che subito conobbe il personaggio che doveva sostenere, andò a lagnarsi col direttore e con sua eccellenza Grimani.
Protestò all'uno e all'altro che assolutamente non sarebbe comparsa in questa commedia, prima che l'autore non vi avesse fatte mutazioni grandissime; ma fu deciso ch'ella recitasse la parte d'Elisa com'era, o uscisse dalla compagnia.
Spaventata da tale alternativa, prese il suo partito, imparò la parte e la portò perfettamente.
Nella prima rappresentazione, avvezzo il pubblico del Convitato di Pietra a vedere Arlecchino salvarsi dal naufragio coll'aiuto di due vesciche e don Giovanni uscire all'asciutto dall'acque del mare senz'avere scomposta la pettinatura, non sapeva che cosa significasse quell'aria di nobiltà data dall'autore a questa rancida buffoneria; ma siccome era a notizia di molte persone l'avventura succedutami con la Passalacqua e Vitalba, l'aneddoto ravvivò la rappresentazione, tutti trovarono da divertirsi, e notarono che la commedia ragionata è sempre preferibile alla triviale e insulsa.
Il mio Don Giovanni acquistava ogni giorno sempre più credito e concorso; fu recitato senza interruzione fino al martedì grasso, e con questo si chiuse il teatro.
Malgrado il suo buon effetto, non era destinato ad aver luogo nella raccolta delle mie opere, e così ancora doveva essere del Belisario; poiché era quello, per vero dire, il Convitato di Pietra riformato, ma la riforma non era quella che avevo di mira.
Trovando a Bologna questa composizione stampata e orribilmente maltrattata, acconsentii a darle posto nel mio teatro, solo perché se il mio Don Giovanni non era del nuovo genere propostomi, non era però assolutamente di quello da me rigettato.
La compagnia di San Samuele doveva quell'anno passare la primavera a Genova e l'estate a Firenze, e siccome vi erano sei attori nuovi, credè Imer necessaria la mia presenza, proponendomi per questo di condurmi seco.
Si trattava di andare a vedere due delle più belle città d'Italia; ero libero dal pensiero di qualunque spesa, e l'occasione mi parve magnifica.
Ne parlai con mia madre, e con lei le mie ragioni erano sempre buone; partii dunque per Genova in compagnia del direttore.
Il viaggio fu felice, il tempo sempre bello; c'incomodò solamente un poco il calore del sole più che il freddo della stagione nel traversare l'alta montagna denominata la Bocchetta.
Dopo esser passati per il ricchissimo e delizioso villaggio di San Pier d'Arena, scoprimmo Genova dalla parte del mare.
Che spettacolo piacevole e meraviglioso! È un anfiteatro in semicerchio, che forma da un lato il vasto bacino del porto, elevandosi dall'altro gradatamente sul declivio della montagna con fabbriche immense, che sembrano da lungi situate le une sopra le altre, e terminano con terrazze, balaustre e giardini che servono di tetto alle diverse abitazioni.
In faccia a questi differenti ordini di palazzi, di alberghi e di appartamenti urbani, gli uni incrostati di marmo, gli altri ornati di pitture, si vedono i due moli dai quali è formata l'imboccatura del porto, opera degna dei Romani, avendo i Genovesi, malgrado la violenza e la profondità del mare, superato la natura che si opponeva al loro collocamento.
Scendendo dalla parte del fanale diretti alla porta di San Tommaso, vedemmo quell'immenso palazzo Doria ov'ebbero quartiere tre sovrani nello stesso tempo, e andammo in seguito all'albergo di Santa Marta per aspettare che ci fosse assegnato l'appartamento destinatoci.
Facendosi appunto in quel giorno l'estrazione del lotto, avevo voglia di andarla a vedere.
La lotteria che dicesi in Italia il Lotto reale di Genova, e a Parigi il Lotto reale di Francia, non era in Venezia ancora stabilita; si trovava bensì qualche occulto prenditore che accettava biglietti per Genova; e io tra l'altre cose avevo in tasca un riscontro relativo a una giocata da me fatta a casa.
Questo gioco fu inventato a Genova e ne diede la prima idea il caso.
I Genovesi tirano a sorte due volte l'anno il nome di cinque senatori, i quali debbono subentrare a quelli che escono di carica.
Tutti questi nomi messi nell'urna e che possono uscire, sono conosciutissimi; alcuni privati della città incominciarono a dir fra loro: scommetto che alla prossima estrazione uscirà il tale; l'altro diceva: e io scommetto il tal altro; e la scommessa era alla pari.
Poco tempo dopo vi furono persone accorte che tennero banco pro o contro, con condizioni vantaggiose per i giocatori.
Il governo ciò seppe, e i piccoli banchi subito si proibirono; ma essendosi presentati appaltatori, furono esauditi.
Ecco pertanto stabilito il lotto, in principio per due sole estrazioni; si accrebbe bensì il numero di esse di lì a poco.
Oggi si trova quasi dappertutto, né starò a esaminare se sia bene o male.
M'impaccio sempre di tutto senza decider nulla; e procurando di guardar la cose dalla parte dell'ottimismo, a me sembra che il lotto di Genova sia una buona rendita per il governo, un'occupazione per gli sfaccendati e una speranza per gl'infelici.
Riguardo a me, quella volta trovai il lotto molto piacevole: vinsi un ambo di cento doppie, ed ero più che contento.
Ebbi però in quel paese una fortuna molto più grande, e che formò la delizia della mia vita.
Sposai una giovane savia, onesta, graziosa, che m'indennizzò di tutte le male azioni fattemi dalle donne e mi riconciliò col bel sesso.
Sì, mio lettore, mi ammogliai; ed ecco come.
Il direttore e io eravamo alloggiati in una casa annessa al teatro.
Dirimpetto alle finestre della mia camera avevo qualche volta veduto una ragazza che mi pareva assai bella, e con la quale avevo desiderio di far conoscenza.
Un giorno, essendo al balcone sola, la salutai con qualche dimostrazione di tenerezza; mi fa una riverenza, dispare subito, né si lascia in seguito rivedere.
Ecco stimolata la mia curiosità e il mio amor proprio: procuro di sapere chi siano le persone che abitano in faccia al mio quartiere, e sento che vi sta il signor Conio, notaio del collegio di Genova, uno dei quattro notai deputati alla banca di San Giorgio; uomo rispettabile e che aveva del bene, ma per essere aggravato da una numerosissima famiglia, non era così comodo quanto avrebbe dovuto.
Va benissimo: voglio far conoscenza del signor Conio a qualunque costo.
Era a mia notizia che Imer aveva fondi su quella banca provenienti dai fitti dei palchetti che negoziava in quella piazza per mezzo di sensali di cambio; lo pregai di affidarmi uno di quei fondi, come fece senza alcuna difficoltà, e mi portai a San Giorgio per presentarlo al signor Conio e profittar così dell'occasione per scandagliare il suo carattere.
Trovai il notaio circondato di gente; aspettai che fosse solo, mi accostai al banco e lo pregai di avere la compiacenza di farmi pagare la valuta della mia rendita.
Mi accolse questo brav'uomo con la maggior garbatezza, ma mi disse che avevo sbagliato la via, poiché tali biglietti non si pagavano alla banca; che peraltro qualunque agente di cambio o negoziante mi avrebbe a vista sborsato il mio denaro.
Gli feci pertanto le mie scuse, dicendo che ero forestiero, ero suo vicino.
Volevo dirgli molte cose; ma l'ora essendo avanzata, mi domandò permesso di chiudere il banco, soggiungendo che si sarebbe parlato con comodo cammin facendo.
Usciamo insieme; mi propone di andare a prendere una tazza di caffé per aspettare l'ora del pranzo, e io accetto, giacchè si prendono in Italia dieci tazze di caffè al giorno.
Entriamo nella bottega di un acquacedratraio e prendiamo posto; e siccome il signor Conio mi aveva veduto con i comici, mi domandò quali erano le mie parti in scena.
- Signore, gli dissi, la vostra domanda non mi offende punto, poiché chiunque altro si sarebbe ingannato al pari di voi.
- Quindi gli manifestai quello che realmente ero e ciò che facevo, ed egli si scusò.
Amava gli spettacoli, andava al teatro comico, aveva veduto le mie rappresentazioni ed era fuor di sé dalla gioia di aver fatto la mia conoscenza, com'io di aver fatto la sua.
Eccoci l'uno e l'altro avvicinati: veniva spesso da me, e io da lui; così vedevo la signorina Conio e in lei trovavo ogni giorno nuove grazie, nuovo merito.
In capo a un mese feci io stesso al signor Conio la richiesta di sua figlia.
Non ne fu stupito; si era già accorto benissimo della mia inclinazione, né temeva un rifiuto da parte della signorina; ma saggio e prudente qual era, domandò tempo e fece scrivere al console di Genova a Venezia per avere informazioni riguardanti la mia persona.
Reputai giustissima la dilazione, e nel tempo medesimo scrissi ancor io.
Partecipai a mia madre la nuova idea, le feci il ritratto della sposa, e la pregai di spedir subito tutti gli attestati necessari in simili occasioni.
In capo a un mese ricevetti da lei l'assenso insieme coi fogli richiesti, e alcuni giorni dopo il signor Conio ebbe per parte sua le più belle testimonianze in mio favore; onde il nostro matrimonio fu fissato a luglio, fu assegnata la dote e firmato il contratto.
Nulla sapeva Imer di tutto questo, avendo io le mie ragioni per temere che non frastornasse il disegno.
Ne fu dolentissimo, poiché doveva andar a Firenze a passarvi l'estate, e bisognò che vi andasse senza di me.
Promisi, ciò nonostante, di non abbandonar la compagnia, di lavorare per Venezia, di trovarmici in tempo, e non mancai di parola.
Eccomi il più contento e il più felice uomo del mondo: ma potevo mai avere una soddisfazione senza che fosse seguita da un disgusto? La prima notte di matrimonio mi sopraggiunge la febbre e viene per la seconda volta ad assalirmi il vaiolo, che avevo già avuto a Rimini nella prima gioventù.
Pazienza! Per buona fortuna non era maligno, né diventai più brutto di quello che ero.
Quanto pianse al capezzale del mio letto la mia povera moglie! Essa era la mia consolazione, e tale è sempre stata.
Partimmo finalmente per Venezia al principio di settembre.
O cielo! Quante lacrime sparse! che crudele separazione per lei! lasciava in un tratto padre, madre, fratelli, sorelle, zii e zie; ma se n'andava peraltro con suo marito.
CAPITOLO XL.
Ritorno a Venezia con mia moglie.
- Rinaldo di Montalbano, tragicommedia.
- Enrico Re di Sicilia, tragedia.
- Arrivo a Venezia del famoso Arlecchino Sacchi e della sua famiglia.
- Loro entrata nella compagnia di San Samuele.
- Acquisto di altri buoni soggetti.
- L'uomo di mondo, commedia di carattere in tre atti, parte scritta e parte a braccio.
Arrivato a Venezia con mia moglie, la presentai a mia madre e alla zia; mia madre rimase incantata dalla dolcezza della nuora e la zia, benchè non troppo pieghevole, riguardò la nipote come una buona amica.
Era un insieme di famiglia da innamorare; vi regnava la pace ed ero il più felice uomo del mondo.
I comici, che non contavano altrimenti su di me, furono contenti di rivedermi, tanto più che avevo loro portato una buona rappresentazione, il Rinaldo di Montalbano, tragicommedia in versi di cinque atti.
Questo tema, preso dal fondo delle vecchie commedie italiane, era cattivo quanto l'antico Belisario e il Convitato di Pietra.
Pure l'avevo purgato dai grossolani difetti che lo rendevano insopportabile, avvicinandolo quanto mi fu possibile all'indole dell'antica cavalleria, e alla decenza propria di una rappresentazione nella quale compariva Carlo Magno.
Il pubblico, assuefatto a veder Rinaldo paladino di Francia comparire al consiglio di guerra involto in un mantello strappato, e Arlecchino difendere il castello del suo padrone e sbaragliare i soldati dell'imperatore a colpi di pignatte e pentole rotte, ebbe piacere che l'eroe calunniato sostenesse la sua causa nobilmente, né vide con rincrescimento abolite affatto buffonerie fuor di proposito.
Il Rinaldo di Montalbano ebbe applausi, ma non quanto il Belisario e il Convitato di Pietra.
Si diè termine con questo alla stagione d'autunno; io non l'aveva destinato alla stampa, e fui dolente di trovarlo impresso nell'edizione di Torino.
Il primo anno di matrimonio mi aveva tenuto occupato in modo che non avevo avuto tempo di mettere insieme verun lavoro comico.
Era necessario far qualche cosa di nuovo per l'inverno.
Trovandomi una tragedia, sbozzata a Genova, di cui ero al quart'atto, feci prestissimo il quinto; mutai, corressi in fretta, insomma misi in stato gli attori di esporre questa rappresentazione al principio di carnevale.
Il titolo era Enrico Re di Sicilia, soggetto preso nel Matrimonio per vendetta, che è una novella inserita nel romanzo Gil Blas.
Era sullo stesso gusto di Bianca e Guiscardo di M.
Saurin dell'Accademia di Francia, ma né la tragedia dell'autore francese né la mia ebbero un gran successo; convien dunque dire che vi sono temi disgraziati che non sono fatti per riuscire.
I comici per altro compensarono il danno con la replica del Rinaldo, e chiusero con esso l'anno comico.
Si fecero nella quaresima alcune mutazioni in questa compagnia, che fu portata, per quanto era possibile, a perfezione.
Fu presa in cambio della Bastona madre, la Bastona figlia, attrice eccellente, piena d'intelligenza, nobile nel serio e graziosissima nel comico.
A Vitalba, primo amoroso, era subentrato Simonetti, meno brillante ma più decente, istruito e docile.
Era stato fatto acquisto del Pantalone Golinetti, mediocre nelle parti in maschera, ma molto più abile per rappresentare i caratteri di giovane veneziano a viso scoperto; e il dottor Lombardi, che per figura e ingegno era unico in questo impiego.
Per mia buona sorte la Passalacqua era stata licenziata; veramente non avevo verso lei rancore alcuno, ma stavo meglio quando non la vedevo.
Il soggetto però che rese la compagnia completamente buona fu il famoso Arlecchino Sacchi, la cui moglie recitava passabilmente le seconde parti di amorosa e la sorella, eccettuato un poco di caricatura, molto bene quelle di servetta.
Eccomi (andavo dicendo tra me), eccomi nella miglior condizione; adesso sì che posso dar lo scatto alla mia immaginazione; abbastanza ho lavorato sopra temi rancidi, ora bisogna creare, conviene inventare.
Ho tra mano attori che promettono molto; ma, per impiegarli utilmente, è necessario rifarsi dallo studiarli: ciascuno ha il suo carattere naturale, e se l'autore ne assegna al comico uno che sia appunto analogo al suo proprio, la riuscita è sicura.
Suvvia (continuavo sempre nella mie tacite riflessioni), ecco forse il momento di tentar quella riforma avuta di mira da sì lungo tempo.
Sì, bisogna trattare soggetti di carattere; sono essi la sorgente della buona commedia: da questi appunto incominciò la sua professione il gran Molière; e felicemente giunse a quel grado di perfezione dagli antichi solamente indicatoci, e non eguagliato ancor dai moderni.
Facevo male a incoraggiarmi così? No; poiché all'arte comica tendeva la mia inclinazione, e la buona commedia doveva essere il mio scopo.
Mi sarei fatto torto, se avessi avuto l'ambizione di stare a confronto coi maestri dell'arte; ma io ad altro non aspiravo che a riformare gli abusi del teatro del mio paese, non essendo poi necessaria una somma scienza a ciò conseguire.
In conseguenza di tali ragionamenti che a me parevano giusti, cercai nella compagnia l'attore più a proposito per sostenere un carattere nuovo e nello stesso tempo piacevole.
Mi determinai per il Pantalone Golinetti, non per adoprarlo con una maschera, che nascondendo la faccia impedisce all'attore sensibile di manifestar sul volto la passione che lo anima; facevo solo gran caso della sua maniera di stare nelle conversazioni, ove lo avevo veduto e studiato; onde credetti di poterne fare un personaggio eccellente, né m'ingannai.
Misi dunque in ordine una commedia di carattere, il cui titolo era Momolo cortesan.
Momolo, in lingua veneziana, è il diminutivo di Girolamo, ma non è possibile tradur bene con un altro aggettivo francese quello di cortesan.
Questo termine non nasce da una corruzione della parola cortigiano; deriva bensì piuttosto dalle voci courtoisie e courtois, cortesia, cortese.
Gli Italiani medesimi non avevan cognizione, generalmente parlando, del cortesan veneto, onde sin da quando feci stampare questa composizione, la intitolai L'Uomo di mondo, e dovendo metterla in francese il suo conveniente titolo credo sarebbe Homme accompli.
Vediamo se sono in errore.
Il vero cortesan veneto è un uomo di probità, capace di render servigi e cortese.
È generoso senza profusione, allegro senza esser leggero, amatore delle donne senza compromettere il suo decoro, amator dei piaceri senza rovinarsi; in tutto si mescola per il solo bene degli affari, preferisce la tranquillità, né sa soffrir la soperchieria; affabile con tutti, fervido amico, zelante protettore.
Non è dunque questi L'uomo di mondo? E qui forse mi si dirà: se ne trovano molti di codesti cortesan a Venezia? Sì, non se ne scarseggia; ve ne sono di quelli che più o meno posseggono le qualità di questo carattere; trattandosi però di metterlo in atto agli occhi del pubblico, convien sempre manifestarlo in tutta la sua perfezione.
Affinché un carattere qualunque faccia più effetto sulla scena, fui sempre di sentimento che bisognasse porlo in contrasto con caratteri opposti: introdussi perciò nella mia rappresentazione un maligno veneziano che imbroglia i forestieri.
Il Cortesan, senza conoscere le persone ingannate, le difende dalle insidiose trame di costui e smaschera il briccone.
Arlecchino poi non è in questa commedia un servitore stordito, ma un uomo senza volontà di far nulla, che pretende di esser mantenuto dalla sorella nei propri vizi.
Il Cortesan procura un collocamento alla giovane e pone il pigro nella necessità di lavorare per vivere; infine l'uomo di mondo compie il suo bellissimo ufficio ammogliandosi lui stesso, e scegliendo tra le donne di sua conoscenza quella che ha meno pretese e più merito.
Questa rappresentazione ebbe un successo mirabile, e ne ero veramente contento.
Vedevo i miei compatrioti abbandonare l'antico gusto della farsa, e avevo avanti gli occhi l'annunciata riforma, senza però poter ancora vantarmene.
Questa composizione non era in dialogo, né altro vi era di scritto che la parte dell'attore principale.
Tutto il resto era a braccio; benchè gli attori fossero ben combinati, non erano però tutti in stato di adempiere la loro parte con abilità.
Non vi si poteva pertanto scorgere quell'uguaglianza di stile che qualifica gli autori.
Era per me impossibile riformar tutto in una volta senza irritare gli amatori della commedia nazionale; aspettavo dunque il momento favorevole per assalirli di fronte con più vigore e sicurezza.
CAPITOLO XLI.
Gustavo Vasa, opera.
- Breve digressione sopra Metastasio e Apostolo Zeno.
- Colloquio con quest'ultimo sulla mia composizione.
- Il Prodigo, commedia in tre atti, parte scritta e parte a braccio.
- Lagnanze degli attori in maschera.
- Le trentadue disgrazie di Arlecchino, commedia a braccio.
- Alcune parole sopra l'Arlecchino Sacchi.
- La notte critica, commedia a braccio.
I miei comici dovevano andare nella primavera e nell'estate a far le loro recite in terraferma; avrebbero perciò desiderato che io li seguissi, ma dicevo loro col vangelo alla mano: uxorem duxi, sono ammogliato.
Mi confermò anche nell'idea di restare a Venezia un'altra ragione.
Il proprietario di quel medesimo teatro ove si davano le mie commedie nell'autunno e nell'inverno, mi aveva incaricato di un dramma in musica per la fiera dell'Ascensione dello stesso anno.
Ultimata quest'opera nella quaresima, avevo caro di presiedere io stesso all'esecuzione.
Doveva metterla in musica il celebre Galuppi, denominato Buranello, e ne pareva contento; ma avanti di rilasciargliela, rammentandomi di quanto mi ero ingannato nell'Amalasunta, né sapendo se con precisione avessi adempiuto a tutte le stravaganze che si chiamano regole del dramma in musica volevo, prima di esporla al pubblico, sottoporla all'occhio e al giudizio di qualcuno.
Scelsi per mio giudice e consigliere Apostolo Zeno, tornato da Vienna, dove gli era succeduto l'abate Metastasio.
A questi due illustri autori deve l'Italia la riforma dell'Opera.
Prima di loro altro non si vedeva, negli spettacoli musicali, che divinità, diavoli, macchine, meraviglie.
Lo Zeno credette il primo che la tragedia potesse rappresentarsi benissimo in versi lirici senza avvilirla, e si potesse anche cantare senza affievolir punto la sua energia.
Dette esecuzione a tale idea nel modo più soddisfacente per il pubblico, e più glorioso per sé medesimo e per la sua nazione.
Si scorgono nelle sue opere gli eroi come realmente erano, o almeno quali gli storici ce li rappresentano; i caratteri sono ben sostenuti con vigore, ben condotto il disegno, e gli episodi sempre legati alla unità dell'azione; maschio e robusto ne è lo stile, e le parole delle arie adattate felicemente alla musica del tempo.
Il Metastasio, suo successore, portò la tragedia lirica al colmo della perfezione di cui erano capaci il suo puro ed elegante stile, i suoi fluidi e armoniosi versi, una chiarezza ammirabile nei sentimenti, un'apparente facilità che nasconde il penoso lavoro della precisione; una commovente energia nel linguaggio delle passioni, i ritratti, i quadri, le ridenti descrizioni, la dolce morale, la filosofia insinuante, l'analisi del cuore umano, le cognizioni sparse senza profusione e usate con arte, le arie, o per meglio dire i madrigali incomparabili, ora sul gusto di Pindaro e ora su quello di Anacreonte, l'hanno reso veramente ammirabile e degno d'una corona immortale, conferitagli dagli Italiani né mai ricusatagli dagli stranieri.
Se avessi l'ardire di far confronti, potrei mettere in campo l'affermazione che Metastasio ha imitato Racine e Zeno Corneille nella robustezza.
I loro geni corrispondevano ai loro caratteri.
Metastasio era in conversazione dolce, garbato, piacevole; Zeno serio, profondo, istruttivo.
M'indirizzai dunque a quest'ultimo per l'analisi del mio Gustavo.
Trovo questo rispettabile uomo nel suo gabinetto; mi riceve urbanissimamente e ascolta la lettura del mio dramma senza far parola.
M'accorgo per altro dai moti dei suoi lineamenti quali erano i buoni e i cattivi pezzi della mia composizione; e terminata la lettura, gli domando il suo parere.
- Molto bene, risponde prendendomi per mano; - questo è un dramma veramente a proposito per la fiera dell'Ascensione.
- Purtroppo intesi quello che voleva dire ed ero per fare a pezzi il mio foglio, ma egli me lo impedì, dicendomi per consolarmi che il mio dramma, quantunque mediocre, era cento volte migliore di tutti quelli, gli autori dei quali, sotto pretesto d'imitazione, null'altro facevano che copiare.
Non osò nominar sé stesso; io però conoscevo benissimo i plagiari dei quali aveva ragione di lamentarsi.
Misi a profitto le mute correzioni del signor Zeno, e variai nella mia composizione alcuni luoghi che avevan fatto digrignare i denti al mio giudice.
Fu pertanto eseguita quest'opera: erano buoni gli attori, eccellente la musica, magnifici i balli, ma del dramma non si diceva nulla; me ne stavo dunque dietro la cortina, partecipando ad applausi che non mi appartenevano, e dicendo fra me per pormi in calma: - Non è questa la mia professione: avrò la rivincita alla prima commedia.
-
L'opera da me preparata per gli attori era Il Prodigo.
Non ne rintracciai il soggetto nella classe dei viziosi, bensì dei ridicoli.
Il mio Prodigo non compariva giocatore, dissoluto, splendido; la sua prodigalità altro non era che debolezza; dava per il solo piacere di dare, e aveva in fondo un cuore eccellente.
La sua dabbenaggine, unitamente alla sua credulità, lo esponeva al disordine e alla derisione.
Questo carattere era affatto nuovo; ne conoscevo però gli originali, e li avevo veduti e studiati in riva alla Brenta, tra gli abitanti di quelle deliziose e magnifiche ville, ove spicca l'opulenza e si rovina la mediocrità.
L'attore eccellente, che sostenne così bene l'elegante personaggio del Cortesan veneziano, rappresentò con la maggior perfezione il torpido e insensibile carattere del mio Prodigo.
Avevo messo al fianco dell'uomo ricco ed enormemente liberale, un maligno e accorto agente che, profittando delle inclinazioni del suo padrone, gli somministrava tutte le opportunità e i mezzi di soddisfarsi.
Ogni volta che si trattava di trovar denaro, il buon uomo terminava col dire al traditore, da cui era sedotto: caro vecio, fè vu.
Questo modo di dire fece riconoscere a Venezia alcune persone cui era famigliare.
Si faceva di tutto per indovinare il modello; io l'avevo ricavato dalla folla della gente ricca, che è ludibrio della propria debolezza e dei seduttori; ma si combinò disgraziatamente che un aneddoto di mia invenzione fu trovato storico, e poco mancò che non mi rovinasse.
La bella del Prodigo era una giovinetta che sarebbe anche divenuta sua moglie, se fosse stato meno in disordine.
Trovasi un giorno la signorina nella sua abitazione sulla Brenta, in compagnia dei suoi genitori.
L'amante le offre un anello di prezzo: essa lo ricusa.
Poco tempo dopo il procuratore del Prodigo torna da Venezia con la lieta nuova della vincita di una lite.
L'uomo generoso vuol dimostrare in qualche modo il suo giubilo, il suo contento, e non avendo denaro regala al procuratore l'anello: egli l'accetta e se ne va.
In questo mentre la signorina è consigliata a gradire il regalo per impedir così che il giovane stolto se ne disfaccia male a proposito.
Essa torna; tien discorso sull'anello e fa le sue scuse per averlo ricusato, non avendo potuto riceverlo senza il dovuto permesso, che aveva appunto ottenuto.
Ahimè, l'anello non c'è più; ed ecco l'amante nella massima desolazione, ecco il Prodigo disperato.
Che turbamento! che imbroglio! È questo uno di quei felici colpi di scena che divertono gli spettatori, che producono vicende e conducono con la massima naturalezza l'azione al suo scioglimento.
Correva voce che una tale avventura fosse succeduta a un personaggio di alta condizione, al quale io professavo molte particolari obbligazioni.
Per buona sorte questo signore non se ne accorse, o finse di non accorgersene.
A lui pure stavano a cuore i miei felici successi, e la mia composizione avendo avuto un'ottima riuscita, n'era contento al par di me.
Il Prodigo andò in scena per venti sere di seguito, e lo accompagnò la stessa buona sorte anche nella replica di carnevale; ma i personaggi in maschera si lagnavano fortemente di me, perché non davo loro da occuparsi, anzi contribuivo alla loro rovina, e molti dilettanti e protettori li sostenevano.
Dopo tali lagnanze, e in conseguenza della condotta propostami, diedi al principio dell'anno comico una commedia a soggetto intitolata: Le trentadue disgrazie di Arlecchino.
Il Sacchi era quegli che doveva eseguirla a Venezia, onde ero sicurissimo del buon esito.
Questo attore, conosciuto sul teatro italiano sotto il nome di Truffaldino, aggiungeva alle grazie naturali e proprie della sua parte, uno studio continuato dell'arte comica e dei differenti teatri d'Europa.
Antonio Sacchi possedeva una viva e rara immaginazione, e recitava a meraviglia le commedie dell'arte; laddove gli altri Arlecchini non facevano che ripetere le stesse cose egli, internato sempre nel fondo della scena, per mezzo di facezie affatto nuove e inaspettate risposte, manteneva sempre viva la rappresentazione, sicché si accorreva da ogni parte in folla per sentire il Sacchi.
I suoi tratti comici e le sue lepidezze non eran tratte dal linguaggio del popolo, né da quello dei commedianti.
Aveva messo a contribuzione gli autori comici, i poeti, gli oratori, i filosofi; si udivano, nelle sue parti all'improvviso, pensieri degni di Seneca, di Cicerone, di Montaigne; e aveva l'arte di appropriare in modo le massime di quei grand'uomini alla semplicità del carattere del balordo, che la proposizione stessa, degna di ammirazione nell'autor serio, faceva sommamente ridere quando veniva dalla bocca di questo attore eccellente.
Parlo del Sacchi come appunto parlerei di un uomo del passato perché, a motivo della sua età tanto avanzata, altro non rimane all'Italia se non il rammarico di averlo perduto, senza speranza di veder riempito il suo posto.
La mia rappresentazione, sostenuta da quell'attore, ebbe tutto il successo che una commedia a soggetto poteva avere.
Tutti i dilettanti delle maschere e degl'intrecci a braccio erano contenti di me, e conobbero che nelle mie trentadue disgrazie vi era più condotta e senso comune che nelle commedie dell'arte.
Osservando che il maggior diletto della mia composizione risultava dagli accidenti da me ammassati gli uni sugli altri, profittai della scoperta e quindici giorni dopo esposi una commedia dello stesso genere, molto più corredata di colpi di scena e di casi, e la intitolai La notte critica, o I cento quattro avvenimenti della medesima notte.
Simile rappresentazione poteva veramente chiamarsi la prova dei comici, perché era sì complicata e lavorata con tal sottigliezza che non vi voleva altri che gli attori ai quali l'affidai, per poterla eseguire in una maniera così esatta e con tanta facilità.
N'ebbi la conferma quattro anni dopo.
Mi trovavo a Pisa in Toscana, dove una conversazione di campagna pensò in ossequio mio di rappresentarla.
Il giorno dopo sentii dire in un Caffè in lungarno: - Dio mi guardi dal mal di denti, e dai Cento quattro accidenti! - Ciò prova che il buon successo delle composizioni teatrali dipende il più delle volte dall'esecuzione degli attori.
Non occorre dissimulare questa verità: abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri.
Dobbiamo amarci, dobbiamo stimarci a vicenda, servatis servandis.
CAPITOLO XLII.
Mutazione del mio stato.
- Oronte re degli Sciti, opera.
Avevo appagato il gusto strambo dei miei compatrioti, dai quali ricevevo ridendo le congratulazioni, e morivo di voglia di condurre una volta con sollecitudine a termine la bramata riforma.
Ma un avvenimento, accadutomi appunto in quest'anno, mi fece interrompere per qualche mese il corso dei miei lavori favoriti.
Era morto da poco il conte Tuo, console di Genova a Venezia.
I parenti di mia moglie, che avevano credito e protezioni, domandarono l'impiego per me e l'ottennero di botto.
Eccomi in seno alla patria incaricato dei segreti di una Repubblica straniera, Avevo però bisogno di tempo per conoscere bene un impiego del quale non avevo ancora la minima idea.
I Genovesi non tenevano a Venezia altro ministro che il console; avevo dunque mille commissioni: spedivo ogni otto giorni dispacci, mi davo briga delle novità e ardivo far da politico; imparata quest'arte a Milano, non me n'ero scordato.
Si gradivano a Genova le mie relazioni, le riflessioni, le congetture; né me la passavo male nel corpo diplomatico di Venezia.
Il nuovo stato e le nuove incombenze non m'impedirono di riprendere le mie occupazioni teatrali; anzi nel carnevale di quello stesso anno diedi un'opera al teatro di San Giovanni Crisostomo e una commedia di carattere a quello di San Samuele.
L'opera, intitolata Oronte re degli Sciti, ebbe un successo stupendo.
La musica del Buranello era divina, le decorazioni del Jolli magnifiche e gli attori eccellenti; del libretto non se ne parlava punto, ma l'autore delle parole non godeva meno degli altri del buon esito del grazioso spettacolo.
Al teatro comico, all'opposto, ove facevo recitare nel tempo medesimo una nuova commedia intitolata La Bancarotta, tutti gli applausi, tutti i battimani e tutti i bravo erano per me solo.
Un fallito di malafede è un delinquente, che abusando della fiducia del pubblico, disonora sé stesso, rovina la sua famiglia, ruba, tradisce i privati e offende generalmente il commercio.
Iniziato per mezzo del mio nuovo impiego nella cognizione dei negozianti, non sentivo parlare che di fallimenti.
Vedevo bene che tutti quelli che si ritiravano dal commercio, o fuggissero o si lasciassero arrestare, non dovevano la loro rovina che all'ambizione, alla dissolutezza, alla cattiva condotta, e partendo dall'emblema della commedia: ridendo castigat mores, fui di parere che anche il teatro potesse erigersi a liceo, per prevenir gli usi e impedirne le conseguenze.
Non mi limito in questa rappresentazione ai soli mercanti che falliscono, ma fo conoscere nel tempo stesso anche quelli che contribuiscono di più ai loro disordini, e mi stendo fino ai legali, i quali col gettar talvolta polvere negli occhi dei poveri creditori, dànno agio ai falliti fraudolenti di rendere i fallimenti più lucrosi e impuniti.
Non so se questa mia composizione abbia prodotto qualche conversione; so bensì che è stata applaudita universalmente, e i negozianti stessi, che avrei appunto dovuto temere, furono i primi a dimostrare contentezza, alcuni con tutto il sentimento, altri per politica.
Fu pertanto recitato Il Fallimento senza interruzione per tutto il resto del carnevale, e con esso si chiuse l'anno comico 1740.
Vi erano in questa commedia molte più scene scritte che nelle due precedenti; mi avvicinavo adunque adagio adagio alla libertà di scrivere addirittura per intero le mie composizioni, né tardai molto ad arrivarvi, malgrado le maschere che m'infastidivano.
CAPITOLO XLIII.
Spiacevole scoperta nel nuovo impiego.
- Commissione difficile ultimata felicemente.
- Calunnie smentite.
- Sospensione delle mie rendite di Modena.
-- Arrivo di mio fratello a Venezia.
- Mutazione della compagnia di San Samuele.
- Ritratto della servetta.
- La donna di garbo, commedia di carattere in prosa di tre atti, la prima scritta per intero.
Mi trovavo colmo di onori, di allegrezza e di contento; ma voi ben sapete, caro lettore, che i giorni felici non durano mai lungamente per me.
Quando mi fu offerto il consolato di Genova, lo accettai con riconoscenza e rispetto, senza domandare qual fosse la provvigione di tal carica.
Ecco una delle solite mie sciocchezze, che non mi costò meno delle altre.
L'unico mio pensiero pertanto fu subito quello di rendermi degno della benevolenza della Repubblica che mi onorava della sua fiducia.
Presi un quartiere capace di pormi in grado di ricevere i ministri esteri, aumentai servizio, tavola e trattamento, e fui di parere di non dover fare diversamente.
Scrissi in capo a qualche tempo al segretario di Stato col quale ero in corrispondenza, toccandogli del mio nuovo modo di vivere.
Ecco pressappoco quanto il signor segretario mi fece l'onore di comunicarmi per mia consolazione.
Il conte Tuo (mio predecessore) aveva servito la Repubblica per vent'anni senza il minimo emolumento; il Senato era di me contento, e il governo trovava giusto che io fossi ricompensato; ma per la guerra di Corsica, la Repubblica non era in stato di aggravarsi d'un dispendio, al quale aveva già desistito di pensar da lungo tempo.
Che triste annuncio per me! Il guadagno del consolato ascendeva a soli scudi cento all'anno.
Ero nell'intenzione di fare i miei ringraziamenti sull'istante; ma mi trattenne una lettera di un senatore genovese, pervenutami col corriere successivo, con la quale m'incaricava di una commissione spinosa e m'incoraggiava a continuare l'esercizio della mia carica.
Un uomo incaricato d'affari della Repubblica di Genova, che riuniva in una Corte straniera la commissione del Senato e la riscossione delle rendite assicurate in vari uffici dai particolari, aveva abusato della fiducia dei Genovesi, era fuggito sottraendo somme considerabili e viveva tranquillamente a Venezia.
Il senatore dunque mi spediva alcune cambiali sopra il banchiere Santin Cambiasio, e carta bianca per conseguire l'arresto della persona e dei capitali del suo debitore.
L'incombenza era delicata e l'esecuzione mi pareva difficile.
Ciò nonostante conoscevo bene il mio paese: in un governo ove son quasi tanti i tribunali di prima istanza, quante sono le materie sottoposte alla controversia, se l'affare lo merita, si trova facilmente la maniera di ottener giustizia senza ledere in minima parte la delicatezza del diritto delle genti.
Fui ascoltato, fui ben servito, il mio cliente fu di tutto indennizzato, e il denaro e i capitali passarono dalle mie mani in quelle del signor Cambiasio a disposizione del patrizio genovese.
Un affare di tal natura condotto sì bene e ultimato felicemente mi procurò un infinito onore, ma la mia costellazione non indugiò a porre in azione le sue influenze per opprimermi.
Nell'inventario dei capitali ricuperati esistevano due scatole d'oro con diamanti, delle quali ero incaricato di procurar la vendita.
Le affidai a un sensale; questo disgraziato le impegnò a un ebreo, lasciò la polizza del pegno e fuggì.
N'ero pertanto mallevadore io, bisognava pagare per riaverle.
Somministrò l'occorrente il signor Cambiasio a conto del senatore, e mio suocero pagò a Genova l'equivalente mediante una voltura di partite riguardanti un resto di dote di sua figlia di cui mi andava debitore.
Tutti questi fatti furono contestati a Genova e a Venezia, e restarono ampiamente smentiti i discorsi tenuti sopra di me.
Alcune persone di traffico, irritate meco a motivo della mia rappresentazione del Mercante fallito, non cessarono di molestarmi.
Imer, direttore della compagnia di San Samuele, era stato dichiarato procuratore del signor Berio genovese, suo cognato, per ritirare la somma di millecinquecento ducati in moneta veneta.
Avendo egli facoltà di sostituire altri procuratori, mi nominò in sua vece.
Ritirai il denaro, spedii seicentoventi ducati al signor Berio per il canale dei signori Sembro e Simone fratelli Maruzzi banchieri, dei quali conservo ancora la ricevuta, e rimisi ogni residuo fino al totale al signor Imer, da cui ebbi una quietanza che passò per mano di notaio.
Fui tacciato di aver dato altro destino a quest'ultima somma, ma non durai fatica a provare il contrario; i discorsi peraltro e gli scritti di quel tempo potrebbero sussistere anche dopo la mia morte; per questo appunto ho desiderio che sussista in queste Memorie la mia difesa e giustificazione.
Ho un nipote del mio stesso nome; se non ho altri beni da lasciargli, goda almeno la reputazione di quello zio che gli ha tenuto luogo di padre, e gli ha procurato un'educazione della quale ha felicemente profittato.
Non ero pertanto in acque troppo buone al principio del 1740, anzi per sovraccarico di disgrazie mi trovai privo a un tratto della miglior parte delle mie rendite.
In questo tempo era accesa la guerra tra i Francesi e gli Spagnoli da una parte, e gli Austriaci dall'altra.
Si chiamava: la guerra di don Filippo, ed era inondata di truppe straniere la Lombardia per installare questo principe negli Stati di Parma e Piacenza.
Il duca di Modena, unite le sue forze a quelle dei Borboni, era generalissimo del loro esercito, e aveva sospeso il pagamento delle rendite della banca ducale, chiamate luoghi di monte, per sostener la spese della guerra.
Un vuoto di tal sorta nei miei affari domestici terminò di pormi in costernazione, né potevo più mantenermi nel mio stato.
Presi dunque l'espediente di andare a Milano per cercar denaro a qualunque costo, per poi passare a Genova e ripetere giustizia.
In conseguenza di ciò scrissi alla Repubblica, esposi la necessità di un viaggio, chiesi il permesso di mettere un altro in mia vece, e aspettai l'assenso del Senato.
In questa aspettativa, in mezzo ai miei disgusti e incagli, giunse da Modena mio fratello, dolente al pari di me della sospensione delle nostre rendite, ma molto più disgustato per non aver ottenuto avanzamento alcuno nella nuova promozione fatta da S.
A.
S.
nelle truppe.
Aveva con fermo proposito abbandonato il servizio, e se ne veniva a godere la sua pace a mie spese.
Da un'altra parte i comici mi domandavano nuove composizioni.
Era l'unica mia consolazione; ma partito il Sacchi, era andata con lui la metà dei suoi compagni, e si era ritirato anche il Pantalone Golinetti; sicchè gli attori essenziali erano affatto nuovi per me.
Studiando fra loro il soggetto che più d'ogni altro poteva convenirmi, l'antica predilezione per le servette mi determinò per la signora Baccherini, la quale era subentrata in tale ufficio alla sorella del Sacchi.
Essa era una giovine fiorentina bellissima, molto allegra e sommamente sfarzosa; di una struttura tonda e grassoccia, carnagione bianca, occhi neri, molta vivacità e una pronuncia graziosissima.
Non possedeva, è vero, l'ingegno e l'esperienza di chi l'aveva preceduta, ma si scorgevano in lei disposizioni felici, da esigere soltanto esercizio e tempo per giungere alla perfezione.
Ci unimmo dunque in buona amicizia, avendo bisogno l'uno dell'altra; io lavoravo per la sua gloria, ella dissipava il mio malumore.
È uso inveterato tra i comici italiani, che le servette diano ogni anno e in più volte rappresentazioni che si chiamano trasformazioni, come lo Spirito folletto, la Serva incantatrice, e altre di simil genere, nelle quali comparendo l'attrice in differenti forme, muta spesso abiti, rappresenta diversi personaggi e parla varie lingue.
Fra quaranta o cinquanta servette che potrei nominare, non ve n'erano che due che fossero tollerabili.
I loro caratteri comparivano troppo artificiali, caricate le maniere, i linguaggi balbettati, difettosa l'illusione; laddove, affinché una donna sostenga piacevolmente tutte queste metamorfosi, sarebbe necessario che realmente avesse in sé stessa quella grazia che si finge nella rappresentazione.
La bella fiorentina moriva di voglia di far mostra del suo visetto sotto differenti abbigliamenti.
Corressi la sua follia e procurai nel tempo stesso di accontentarla.
Ideai una commedia nella quale, senza variar linguaggio e vestiario, potè rappresentare molti personaggi, cosa non molto difficile per una donna, e molto meno poi per una donna di spirito.
Questa rappresentazione aveva per titolo La donna di garbo.
Piacque infinitamente quando se ne fece la lettura, e la Baccherini n'era incantata; ma gli spettacoli erano per finire a Venezia, e la compagnia doveva andare a Genova per passarvi la primavera; là appunto doveva esser recitata per la prima volta.
Mi determinai dunque di trovarmi anch'io alla prima sua recita; ma diventai a un tratto lo scherzo della fortuna.
Una serie di singolari avvenimenti sconvolse le mie idee, né potei veder recitare la mia composizione che quattro anni dopo.
CAPITOLO XLIV.
Preparativi per il viaggio.
- Pretese di mio fratello - Lettera da Genova.
- Morte della Baccherini.
- Nuova commissione a Venezia.
- Statira, opera seria.
- Brutto regalo di mio fratello.
- Sottigliezze di un falso capitano.
- Mia grande sciagura.
- Partenza per Venezia.
Partiti i comici rimasi isolato, poiché nella condizione spiacevole in cui ero qualunque altra conversazione mi annoiava.
Mi occupavo dunque soltanto del mio viaggio: mia madre e la zia non avevano bisogno di me, la moglie mi seguiva; il solo fratello era a carico di tutti.
Aveva la più alta idea di sé stesso e si meravigliava della mia maniera di pensare, perché non secondavo punto i suoi sentimenti.
Avrebbe, per esempio, preteso che lo proponessi a surrogarmi nell'impiego nel tempo della mia assenza da Venezia, ovvero che lo mandassi a Genova per sollecitare i salari del mio impiego: ma io non lo credevo atto a nessuna di codeste commissioni, e attendevo alle mie faccende aspettando lettere da Genova per dare effetto all'idea propostami.
Giungono le lettere, mi si concede il domandato permesso e si approva il sostituto: eccomi contento.
Andrò a Modena per ripetere i pagamenti delle mie rendite; passerò a Genova a fare istanze per l'onorario della mia carica, e assisterò alle prove della Donna di garbo; la Baccherini forse avrà bisogno di me, o almeno le sarà caro rivedermi.
Le attrattive di quest'amabile attrice avvaloravano ancor più le mie premure, e mi congratulavo meco vedendola sostenere una parte di tanto rilievo nella mia rappresentazione.
Ma, oh cielo! il fratello della signora Baccherini, che era ancora a Venezia, viene a casa mia; mi si presenta nella maggior costernazione, e senza proferir parola mi dà a leggere una lettera proveniente da Genova: sua sorella era morta.
Che fiero colpo per me! non era l'amante che piangeva la sua bella, ma l'autore che dolevasi della perdita di un'eccellente attrice.
Mi vide addolorato anche mia moglie, ma essa era abbastanza ragionevole per uniformarsi alle mie idee.
Dopo questo avvenimento non mutai pensiero; fui bensì meno sollecitato a partire, anzi credetti di poter differire ancora la mia partenza.
Una società di nobili veneziani aveva preso a fitto per cinque anni il teatro di San Giovanni Crisostomo, e mi aveva chiesto un'opera per la fiera dell'Ascensione.
Avevo ricusato di soddisfarla, ma divenuto padrone del mio tempo, accettai la commissione e terminai in pochi giorni un'opera intitolata Statira, che già avevo nel mio portafogli.
Assistei alle prove e all'esecuzione di questo dramma; profittai dei diritti d'autore, e oltre a ciò di una straordinaria ricompensa datami da quegli impresari generosi.
Avevo dunque motivo di esser contento per aver prolungato il mio soggiorno a Venezia; ma pagai ben caro in seguito un tal piacere, e a mio fratello soltanto dovetti l'obbligo del travaglio crudele in cui mi trovai.
Un giorno egli entra in casa mia alle due dopo mezzodì, e picchia col bastone alla porta della mia stanza: apro, lo vedo col cappello sugli occhi, con volto acceso e sguardo scintillante.
Non sapevo se ciò proveniva da collera o allegrezza, quando fissandomi con aria sdegnosa - Perbacco! mi dice.
Fratello, non vi burlerete sempre di me! - Su qual proposito? gli risposi.
- Io non so far versi, rispose; ciascuno peraltro ha la sua abilità, e or ora ho fatto una grande scoperta.
- Se questa è per esservi utile, soggiunsi, ne avrò estremo piacere.
- Sì, utile e onorevole per me, e molto più onorevole e utile per voi.
- Per me? - Sì, ho fatto recentemente la conoscenza di un capitano raguseo, d'un uomo...
d'un uomo insomma che non ha l'uguale.
Egli è in corrispondenza colle principali Corti d'Europa, e ha commissioni da far spavento; adesso è incaricato di arruolare un nuovo reggimento di duemila schiavoni.
Ma, oh cielo! Se il governo di Venezia penetrasse mai una tal cosa, saremmo perduti.
- Fratel mio...
Fratel mio..., mi son lasciato scappare di bocca.
Voi conoscete l'importanza della circospezione.
- Ero per fargli alcune riflessioni.
- Ascoltatemi, riprese subito interrompendomi, si tratta per me di un posto di capitano: ho servito, come sapete, in Dalmazia, lo sa pure il mio amico; anzi ha conosciuto a Zara lo zio Visinoni; insomma, mi destina una compagnia.
Per voi poi, egli proseguì, per voi fratel mio, ha in vista un'altra cosa.
- Per me? Che diavolo vuol far di me? - Vi conosce per fama e vi stima; dovete essere auditore; sarete il gran giudice del reggimento.- Io? - Sì, voi.
- Entra in quell'istante il servitore e ci avvisa che è pronto in tavola.
- Va al diavolo, rispose mio fratello, abbiamo degli affari, non vedi? lasciaci in pace.
- Ma non potremmo noi, ripresi allora, differire il discorso al dopo desinare? - Niente affatto: ora è necessario aspettare.
- Perché? - Perché sta per venire il signor capitano - Che? Lo avete invitato? - Trovate forse mal fatto l'essermi presa la libertà di invitare un amico? - Il signor capitano è vostro amico? - Non ne dubito.
- Ma come! avete fatto con lui appena conoscenza, ed è già vostro amico? - Oh! noialtri militari non siamo cortigiani: ci conosciamo di primo acchito; stringono la nostra lega l'onore e la gloria, e diveniamo amici un momento dopo.
- Arriva mia moglie, e ci prega di terminare.
- Oh Dio! grida mio fratello, siete, signora mia, molto impaziente.
- Non son io, essa rispose, è vostra madre che s'impazientisce.
- Mia madre...
Mia madre...
Desini dunque, e vada a letto.
- Il vostro parlare, dissi allora, puzza molto fratel mio, di polvere da schioppo.
- È vero, è vero, me ne dispiace; ma il capitano non dovrebbe indugiar di più.
- Si sente picchiare ed è il signor capitano: un mare di complimenti, un mare di scuse; finalmente eccoci a desinare.
Quest'uomo aveva più cera di cortigiano che di militare.
Scaltro, affabile, manieroso, di viso pallido e lungo, naso aquilino e occhi tondi e verdastri, molto galante, attento a servir le signore, diceva cose morali alle vecchie e teneva discorsi piacevoli alle giovani, senza che le belle storielle gl'impedissero di ben mangiare.
Si prese il caffè senza alzarci da tavola, e intanto mio fratello mi rinfrescava la memoria di tutto quel resto di bottiglie che avevo, per farne dono al suo amico.
Finalmente il Raguseo, mio fratello e io andammo a chiuderci nel mio studio.
Siccome la raccomandazione avuta dal fratello non mi dava un'idea vantaggiosa in favore dell'uomo a me ignoto, non mancando costui di scaltrezza e previsione, mi espose in un rapidissimo ed elegantissimo preambolo nome, patria, condizione, titoli, prodezze; dando fine col pormi sott'occhio le patenti scritte in lingua italiana, dalle quali constava la commissione di arruolare duemila uomini di nazione illirica per un nuovo reggimento al servizio della potenza dalla quale veniva incaricato.
In queste lettere il Raguseo era dichiarato colonnello del nuovo reggimento, con facoltà di nominare a suo arbitrio gli ufficiali, il giudice, i furieri e i provvisionieri ecc.
Vi era la sottoscrizione del sovrano, come pure quella del ministro e segretario di Stato del dipartimento di guerra col sigillo della corona.
Non avendo io cognizione bastante di codeste firme straniere, diffidavo sempre di un uomo che vedevo per la prima volta, e aspettando di esser meglio in grado di verificarne l'autenticità, feci alcune domande al signor capitano, cui non mancò di dare risposte soddisfacenti.
Gli domandai subito per qual caso noi saremmo stati così felici, tanto io che mio fratello, da muovere la sua benevolenza in nostro favore.
- Il vostro signor fratello, egli rispose, è un uomo, che può essere utilissimo alle mie mire.
Conosce la Dalmazia e l'Albania dove ha servito, e queste appunto sono le due provincie capaci di somministrare begli uomini per un reggimento.
Ho fatto conto di munirlo di lettere e denaro per spedirlo a far colà coscritti senza indugio.
- A questo discorso mio fratello si getta al collo del Raguseo gridando: - Vedrete, vedrete, amico mio: vi condurrò dalmati, albanesi, croati, morlacchi, turchi, diavoli; lasciatemi fare, gospodina, gospodina, dobro jutro, gospodina! -
Il capitano, anch'esso schiavone, si burlava forse del saluto illirico e fuor di proposito di mio fratello, e incominciò a ridere; indi voltandosi verso me: - Per voi poi signore, egli mi disse, mi fo un onore pregandovi di accettare nel mio reggimento la carica di auditor generale.
Voi siete uomo già perito nella curia e il vostro titolo di console...
Ma a proposito del posto che occupate, debbo domandarvi una grazia.
Io mi trovo a Venezia, cioè in un paese libero, ma l'affare di cui attualmente vi parlo è dell'ultima delicatezza, potendo irritare il governo a motivo dei suoi nazionali dalmati; sono attorniato da spie che non mi lasciano; temo qualche sorpresa: se voi poteste collocarmi in casa vostra, non sarei forse in salvo dalle persecuzioni della Repubblica, ma avrei tempo di evitarle.
- Signore, gli dissi, il mio quartiere non è abbastanza comodo.
- Grida allora mio fratello, interrompendomi: - Cederò io la camera al signor capitano.
- Mi schermisco, ma inutilmente: ecco il Raguseo in casa.
Veramente la compagnia di quest'uomo era piacevolissima, e benchè non fossi tanto facile a lasciarmi vincere, tuttavia duravo fatica a guardarlo sempre con sospetto.
Non volevo peraltro aver nulla da rimproverarmi.
Di mano in mano che sentivo parlare di persone interessate nel segreto dell'affare in questione, correvo subito per informazioni.
Trovai alcuni negozianti incaricati delle uniformi del reggimento, e parlai con ufficiali ingaggiati dal colonnello designato.
Quest'uomo ricevette una lettera di cambio di sei mila ducati sui fratelli Pommer, banchieri tedeschi; non fu accettata perché mancante di lettera d'avviso, ma le firme erano perfettamente imitate; sicchè finalmente credetti e caddi nella rete.
Tre giorni dopo entra il Raguseo in casa mia, agitato e nella maggior costernazione; doveva pagare sei mila lire in quel giorno, né aveva potuto ottenere dilazione alcuna; era perciò esposto a molestie: la natura del debito andava a scoprir tutto; era in disperazione: tutto era perduto.
Il suo discorso mi commuove, mio fratello mi stimola, la mia sensibilità mi determina.
Fo non pochi sforzi per ammassare questo denaro, ho la fortuna di riuscire nell'intento, consegno nel giorno stesso la somma al mio ospite, e il dì seguente lo scellerato s'invola.
Eccomi nei guai: mio fratello va in traccia di lui per ammazzarlo; egli però era felicemente fuori pericolo.
Tutte le persone rimaste vittime degl'inganni del Raguseo si adunarono in casa nostra; noi intanto eravamo forzati a soffocare i giusti nostri lamenti, per evitare l'indignazione del governo e le risate del pubblico.
Qual partito prendere? Il ladro era partito da Venezia il 15 settembre 1741.
Io m'imbarcai con mia moglie per Bologna il 18.
CAPITOLO XLV.
Imbarco per Bologna.
- Guadagni casuali in questa città.
- Cattiva nuova.
- Viaggio a Rimini.
- Arrivo.
- Presentazione al duca di Modena.
- Osservazioni sul campo degli Spagnoli.
- Compagnia di comici a Rimini.
- Il mondo della luna, commedia.
- Movimenti delle truppe austriache.
- Ritirata degli Spagnoli.
Malinconico, pensoso e immerso nel cordoglio, ero per passare una cattiva notte in quella stessa barca corriera da me trovata in altri tempi comodissima e sommamente piacevole.
Mia moglie, più ragionevole di me, invece di lagnarsi della propria condizione cercava tutti i mezzi per consolarmi.
Rianimato dal suo esempio e consiglio, procurai di sostituire ai disgusti del passato la speranza di un più felice avvenire.
Presi sonno, e mi trovai allo svegliarmi come un uomo che ha fatto naufragio e nuotando giunge a salvamento.
Giunto al ponte di Lagoscuro sul Po, una lega distante da Ferrara, presi la posta e arrivai la sera a Bologna.
Ero molto pratico di quella città, e v'ero conosciutissimo.
Subito si portarono da me i direttori degli spettacoli, e mi domandarono alcune composizioni; feci difficoltà, ma essendo in bisogno di denaro, essi non trascurarono d'esibirmene, né io trascurai d'accettarlo.
Affidai loro tre miei originali, perché ne facessero estrarre le copie.
Bisognava dunque aspettare; aspettai senza però perdere il tempo.
Avevo avuto da Venezia la richiesta di una commedia senza donne e suscettibile di qualche esercizio militare, per un collegio di Gesuiti.
Il finto capitano appunto, da cui ero stato ingannato, mi tornò subito alla memoria, e me ne somministrò l'argomento.
Intitolai pertanto la mia rappresentazione L'Impostore; feci uso di tutta l'energia che lo sdegno poteva ispirarmi, collocando mio fratello in tutta l'estensione del fatto, nulla risparmiando a me stesso e dando alla mia balordaggine tutto il ridicolo che meritava.
Questo piccolo lavoro mi produsse un infinito bene, e dissipò dal mio animo il turbamento che la malignità di un birbante vi aveva destato.
Mi credetti vendicato.
Ultimata la mia composizione e restituitimi dai direttori i manoscritti, ero per partir per Modena.
Si trovava a Bologna un eccellente attore per le parti di Pantalone, il quale per essere molto comodo, aveva piacere di starsene in riposo nella bella stagione e fare il comico nell'inverno solamente.
Quest'uomo, chiamato Ferramonti, non mi aveva lasciato un momento in tutto il tempo del mio soggiorno a Bologna, ed essendo stato fissato da una compagnia di comici che era a Rimini al servizio del campo spagnolo, prossimo a mettersi in viaggio, venne a farmi i suoi saluti.
- Voi dunque partite per Rimini, gli dissi, e io vado a Modena.
- E che cosa mai andate voi a fare a Modena? Tutti sono in costernazione; manca il duca.
- Come, manca il duca? - Sì, egli si è impegnato in una guerra rovinosa.
- Lo so, ma dov'è presentemente? - Si trova a Rimini al campo degli Spagnoli, ove passerà tutto l'inverno.
- Eccomi nel maggior rammarico; il colpo è andato a vuoto, e tutto per colpa mia, poiché ho perduto troppo tempo.
- Deh venite, soggiunse il Ferramonti, venite a Rimini con me; vi assicuro che vi troverete una compagnia comica assai buona: vi presenterò ai miei compagni, essi debbono già conoscervi, debbono già stimarvi.
Venite, venite con me, farete qualche cosa per noi.
- Veramente la proposta non mi dispiaceva, ma volevo prima sentir mia moglie; essendo essa genovese, eravamo appunto in strada per andare a rivedere i parenti.
Povera figliuola! Era la bontà, la compiacenza in persona, approvava sempre tutto quello che proponeva suo marito.
Pago pertanto di vedermi in pace e soddisfatto, presi coraggio per dare effetto alla nuova idea; onde partimmo, tre giorni dopo, in compagnia del buon vecchio veneziano.
Giunti in vista delle fortificazioni di Rimini, fummo arrestati al primo posto avanzato e fatti scortare fino alla gran guardia.
Qui il comico fu messo in libertà sulla buona fede della dichiarazione del suo stato, e io con la moglie fummo spediti alla corte di Modena.
Avevo conoscenza con parecchie persone d'ogni ceto, addette al servizio di S.
A.
S.; fui perciò ben accolto, mi fu fatta molta festa, mi si trovò un comodo appartamento, e il giorno dopo fui presentato a questo principe, che mi ricevè con bontà, domandandomi qual fosse il motivo che mi conduceva a Rimini, Non stentai punto a dirgli la verità; ma alle parole di banca ducale e di rendite indugiate, Sua Altezza voltò il discorso alla commedia, alle mie rappresentazioni, ai miei successi, e terminò l'udienza due minuti dopo.
Vidi bene che da questa parte non vi era nulla da sperare, onde mi rivolsi ai comici, e vi trovai meglio il mio conto.
Andai a desinare in casa del direttore, e Ferramonti aveva già parlato molto di me.
Vi si trovavano tutti.
La prima amorosa era un'attrice eccellente, ma molto avanzata in età; bella, ma stupida e male educata.
Colombina, bruna, fresca e bizzarra, era prossima a partorire e (sia detto tra parentesi) diventò subito mia comare.
Era la servetta, e lì stava il mio forte.
Tutti mi chiedevano copioni, e ciascuno avrebbe voluto essere soggetto principale; a chi dar la preferenza? Mi levò d'imbroglio il signor conte di Grosberg.
Questo bravo ufficiale, brigadiere dell'esercito di Sua Maestà Cattolica nel reggimento delle guardie svizzere, era uno di quelli che prendevano parte più degli altri allo spettacolo; proteggeva sopra tutto l'Arlecchino, onde mi pregò di lavorare per questo personaggio; ciò che feci con molto più piacere, in quanto era buono l'attore e generoso il protettore.
Faceva da Arlecchino il signor Bigottini, molto abile nel recitare la sua parte e insuperabile nelle metamorfosi o trasformazioni.
Il signor conte di Grosberg ricordava una rappresentazione dell'antica fiera di Parigi, intitolata Arlecchino imperatore nella luna.
Pensava che l'argomento potesse far spiccare il suo protetto, né aveva torto.
Lavorai dunque su questo titolo la composizione di mio genio, ed ebbe buon successo; ne furon tutti contenti e io pure.
Terminò il carnevale e si chiuse il teatro.
Il signor de Gages, il quale dopo il generalissimo era il general comandante, faceva osservare in tutto l'esercito il più esatto buon ordine e la disciplina più rigorosa: nessun gioco, nessun ballo, nessuna donna sospetta.
Si viveva a Rimini come in un convento.
Gli Spagnoli corteggiavano le signore del paese alla maniera castigliana, ed esse avean molto caro di vedere i figli di Marte piegar le ginocchia davanti a loro.
Le conversazioni erano numerose e senza tumulto, e vi spiccava la galanteria senza scandalo.
Godevo pertanto come gli altri di questa dolce calma sparsa nelle migliori case della città, facendo la corte alle dame con la nobile continenza degli Spagnoli, e vedendo qualche volta la mia comare coll'allegria italiana.
Aspettavo intanto la buona stagione per andare a Genova.
Ma che traversie! che rivoluzioni! che avvenimenti! Le truppe tedesche accantonate nel bolognese fecero alcune evoluzioni che incussero timore agli Spagnoli.
Essi non eran disposti ad aspettare il nemico a piè fermo, onde secondo che i primi avanzavano verso la Romagna, gli ultimi battevano in ritirata e andavano a spartire il loro campo tra Pesaro e Fano.
Tutti gli Spagnoli che si trovavano a Cesena, Cervia e Cesenatico, vennero a riunirsi in Rimini al grosso dell'esercito, onde fui obbligato a far parte del mio quartiere; ma questo non è ancor tutto, anzi non è nulla.
Mio fratello, il mio amabile fratello, venne in quel tempo stesso da Venezia in compagnia di due ufficiali veneziani per proporre al signor de Gages la leva di un nuovo reggimento, ove mi serbava la carica di auditore.
Purtroppo avevo imparato a diffidare delle proposte: non volli neppure ascoltarle; era però necessario alloggiarli e mantenerli.
Dopo tre giorni si mosse l'esercito, e mio fratello con i suoi compagni lo seguirono.
Io rimasi a Rimini più impacciato che mai.
Suddito del duca di Modena e console di Genova a Venezia, essendo queste due nazioni in quella guerra del partito dei Borboni, avevo ragion di temere che gli Austriaci mi prendessero per un uomo sospetto.
Comunicai i miei timori a persone del paese di mia conoscenza, e tutti li trovarono giusti e mi consigliarono a partire.
Ma come fare? Non vi erano cavalli né vetture.
Tutto aveva trascinato seco l'esercito.
Alcuni mercanti forestieri erano nel mio medesimo caso.
Me la intesi con loro: prendemmo la parte del mare e noleggiammo una barca per Pesaro.
Il tempo era bello, ma per essere stata burrascosa la notte, il mare si trovava tuttavia agitato.
Le donne soffrivano molto, e la mia sputava perfin sangue; perciò ci fermammo alla rada della Cattolica, a mezza strada del viaggio proposto, e terminammo il cammino per terra sopra un carretto da contadini, lasciando alla guardia delle robe alcuni dei nostri servitori, che dovevano riunirsi con noi a Pesaro, ove arrivammo stanchi, rotti senza conoscenze e senza quartiere.
Tutto questo era il minore dei mali che ancora ci sovrastavano.
CAPITOLO XLVI.
Cattivo alloggio.
- Nuova spiacevole.
- Intrapresa rischiosa.
- Tristo avvenimento.
-
Laborioso viaggio.
- Felicità inaspettata.
Tutto nella città di Pesaro era in confusione, dovendo essa ricever più gente di quella che poteva contenere.
Mancava posto negli alberghi, né si trovavan camere da appigionare.
Il conte di Grosberg era a Fano; tutti gli ufficiali di mia relazione erano occupati, e le persone addette al servizio del duca di Modena non potevano esibirmi altro che la tavola.
Uno staffiere modenese cui era toccata una soffitta mi cedè, col pagarlo, il suo bell'appartamento.
Il giorno dopo lasciai mia moglie nella soffitta e andai all'imboccatura della Foglia, per vedere se vi erano giunte le mie robe.
Vi trovai tutti i miei compagni di viaggio che vi si erano portati per lo stesso scopo e avevan passato la notte alloggiati anche peggio di me.
Frattanto nessuna barca da Rimini, nessuna notizia delle nostre robe.
Ritorno in città.
Vi era appunto ritornato anche il conte di Grosberg che, mosso a compassione dei miei casi, mi dà alloggio in casa sua: eccomi contento.
Due ore dopo però ricado in una terribile costernazione.
Incontro uno di quei commercianti da me veduti in riva al mare, triste e agitato.
- Ebbene, signore, gli dissi, abbiamo nulla di nuovo? - Ahimè! egli mi rispose, tutto è perduto; gli ussari austriaci si sono impadroniti della Cattolica: la nostra barca, le nostre robe, i nostri servi sono adesso nella loro mani.
Ecco qui la lettera del mio corrispondente di Rimini che me ne dà parte.
- Oh cielo! che cosa dunque faremo? - Non so altro - risponde, e mi lascia bruscamente.
Resto senza parole.
La perdita fatta era per me irreparabile.
Mia moglie e io eravamo benissimo corredati: avevamo tre bauli, due valigie, cassette, fagotti, ed eravamo rimasti senza camicia.
Ai mali grandi abbisognano grandi rimedi.
Formo il mio disegno, lo credo buono e vado subito a comunicarlo al mio protettore.
Lo trovo avvertito dell'invasione della Cattolica e convinto della perdita delle mie robe.
- Andrò dunque, gli dissi, a fare i miei reclami; finalmente non son militare, non ho interesse alcuno con la Spagna, né altro chiedo che una vettura per me e mia moglie.
- Ammira il conte di Grosberg il mio coraggio, e per sbrigarsi forse di me, procura di farmi avere il passaporto dal commissario tedesco che a tale effetto seguiva le truppe spagnuole, e dà gli ordini occorrenti perché mi si procuri una vettura.
La posta non aveva corso in quel tempo e tutti i vetturini si tenevano nascosti.
Se ne trovò finalmente uno, che fu forzato a condurmi e fu trattenuto durante la notte nelle scuderie del signor Grosberg, e il giorno dopo si partì di buonissima ora.
Non ho fatto parola alcuna della mia sposa per non annoiare il lettore, Si può immaginare facilmente quale doveva essere la condizione d'una donna che perde a un tratto i suoi cenci.
Ma essa era di cuore troppo buono e ragionevole; insomma, eccola in viaggio con me.
Il vetturino, uomo molto scaltro e avveduto, venne in cerca di noi senza darci il minimo segno di scontento, onde partimmo dopo una piccola colazione molto allegri e in pace.
Da Pesaro alla Cattolica corrono dieci miglia; ne avevamo già fatte tre, quando sopraggiunse a mia moglie un urgente bisogno di scendere.
Fo fermare, smontiamo e facciamo un poco di strada a piedi per arrivare a qualche diroccato tugurio; lo scellerato che ci conduceva volta indietro i cavalli, prende il galoppo verso Pesaro e ci pianta in mezzo alla strada maestra, senza modo e senza speranza di provvedere ai casi nostri.
Non si vedeva passare anima vivente.
Nessun abitante per le case, neppure un contadino nei campi; tutti temevano l'avvicinarsi dei due eserciti.
Ecco mia moglie in pianti; io alzo gli occhi al Cielo e mi sento ispirato.
- Coraggio, mia cara amica, coraggio: di qui alla Cattolica mancano sei sole miglia.
Siamo giovani e siamo ben costituiti per sostenerle: non convien retrocedere, né conviene aver nulla da rimproverarsi.
- Essa aderisce alla proposta con la maggior grazia del mondo, onde continuiamo a piedi l'intrapreso viaggio.
In capo a un'ora di cammino, incontrammo un ruscello troppo largo per saltarlo, e troppo profondo perché mia moglie lo potesse guadare; si vedeva, è vero, un piccolo ponte di legno per comodo dei pedoni, ma le tavole eran rotte e marcite.
Non mi perdo d'animo; m'inginocchio e mia moglie avviticchia le sue braccia al mio collo, mi alzo ridendo, attraverso il fiume con un'allegrezza indicibile, e dico a me stesso 'omnia bona mea mecum porto'.
Avevamo bagnati i piedi e le gambe; pazienza.
Andiamo avanti, quand'ecco di lì a poco un altro ruscello simile al primo.
Lo stesso fondo, lo stesso ponte fracassato.
Ma senza la minima difficoltà lo passammo nello stesso modo, e sempre collo stesso buonumore.
L'affare però variò molto quando, avvicinandoci alla Cattolica, incontrammo un torrente molto più esteso, che con grand'impeto menava le sue acque; ci ponemmo pertanto a sedere a piè d'un albero, aspettando che la provvidenza ci presentasse un mezzo per traversarlo senza pericolo.
Non si vedevano passare né vetture, né cavalli, né carrette, né v'era in quei contorni neppure un'osteria; affaticati, e scorsa la giornata senza prendere il minimo cibo, avevamo bisogno di rifocillarci.
M'alzo e procuro d'orientarmi.
- Questo torrente, io dissi, deve necessariamente scaricarsi nel mare.
Seguiamo i suoi argini, ne troveremo l'imboccatura.
- Camminando sempre oppressi dalla costernazione e sostenuti dalla speranza, scoprimmo da lungi alcune vele che c'indicavano la vicinanza del mare; prendemmo coraggio e raddoppiammo il passo.
A proporzione che avanzavamo, vedevamo divenir praticabile il torrente, e tostoché distintamente scoprimmo un battello, si diè in salti e in grida di gioia.
Erano pescatori, che ci ricevettero umanissimamente e ci trasportarono alla riva opposta; ci ringraziarono mille volte per un paolo che diedi loro.
Dopo questa prima consolazione, ne venne una seconda che non fu meno piacevole e necessaria: una frasca attaccata a una rustica abitazione ci annunciò il mezzo di rinfrescarci; vi trovammo latte e uova fresche.
Eccoci contenti.
Il riposo e il poco cibo che prendemmo ci diede bastante forza per compiere il viaggio, onde ci facemmo condurre da un servente dell'albergo al primo posto avanzato degli ussari austriaci.
Presento subito al sergente il mio passaporto.
Costui stacca due soldati per scortarci, e traversando grani calpestati e viti e alberi a terra, giungiamo finalmente al quartiere del colonnello comandante.
Fummo da principio accolti come due persone che viaggiavano a piedi, ma letto il passaporto rimessogli dai due soldati che ci avevano condotti, ci fa sedere e guardandomi con aria di bontà: - Come? egli mi disse, voi siete il signor Goldoni? - Ahimè! purtroppo è così, signore.
- L'autore del Belisario? l'autore del Cortesan veneziano? - Quello stesso.
- E questa è la signora Goldoni? - Sì, ed è tutto il bene che mi rimane.
- M'era stato detto che eravate a piedi.
- Purtroppo è vero, signore.
- Qui gli raccontai l'azione indegna fattaci dal vetturino di Pesaro; gli dipinsi al vivo il quadro del nostro doloroso viaggio, e terminai con tenergli proposito delle nostre robe arrestate, facendogli capire che le mie mire, i miei mezzi e il mio stato dipendevano del tutto dalla loro perdita o recupero.
- Adagio, rispose il comandante; per qual ragione eravate voi dietro l'esercito? Quale motivo vi unisce agli Spagnoli? - Siccome la verità non mi aveva mai fatto torto, anzi era sempre stata il mio appoggio e la mia unica difesa, gli feci il compendio degli avvenimenti, gli parlai del consolato di Genova, delle rendite di Modena, delle mie vedute per esserne indennizzato; dicendogli infine che per me tutto era perduto, quando fossi rimasto privo dello scarso avanzo della mia lacera fortuna.
- Consolatevi, egli mi disse in tono amichevole; voi non lo perderete.
- A questo dire, mia moglie si alza piangendo dal contento.
Voglio dimostrare la mia gratitudine, il colonnello non mi ascolta; chiama e ordina che sia fatto venire il servitore e tutte le mie robe.
- Con un patto però, disse; che andiate pure dove volete, fuorché a Pesaro: ve lo proibisco.
- Oh! no certamente, risposi; le vostre dimostrazioni di bontà, signore, le mie obbligazioni...
- Non mi dà tempo di dir tutto, ha da fare; mi abbraccia, bacia la mano a mia moglie e si rinchiude nel suo gabinetto.
Il suo cameriere ci accompagna a un albergo molto proprio; gli offro uno zecchino, lo ricusa nobilmente e se ne va.
Una mezz'ora dopo arriva il mio servitore che si struggeva in lagrime, per la consolazione di vedersi in libertà e trovarci contenti.
I nostri bauli erano aperti; avendone con me le chiavi, ben presto un magnano li mise in stato di essere servibili.
Noleggiai il giorno dopo di buonissima ora una carretta per il mio bagaglio, presi la posta per la moglie e per me, e andammo così a ritrovare i nostri amici di Rimini.
CAPITOLO XLVII.
Arrivo a Rimini.
- Felice incontro.
- Onorevole e lucrosa commissione.
- Rinuncia al consolato di Genova.
- Altra commissione anche più lucrosa.
-Marcia dei Tedeschi di Rimini diretta a inseguire gli Spagnoli.
- Partenza per la Toscana.
Giunto al primo posto avanzato delle truppe, spiego il mio passaporto, onde mi si fa scortare fino al corpo di guardia di Rimini.
Il capitano era a tavola, e appena sente che vi sono un uomo e una donna arrivati per la posta ci fa passare; la prima persona che entrando mi si presenta all'occhio è il signor Borsari, mio amico e compatriota, e primo segretario del principe Lobkowitz, feld-maresciallo e comandante generale dell'esercito imperiale.
Sapeva benissimo, il signor Borsari, che avevo passato l'inverno a Rimini ed ero partito per seguir gli Spagnoli, onde lo posi al fatto dei motivi del mio ritorno, della singolarità del mio viaggio e del disegno di portarmi a Genova.
- No, egli disse, finché resteremo qui voi non andrete a Genova.
- Ma che farò qui? rispondo.
- Vi divertirete.
- Oh questo è il miglior mestiere che conosca; peraltro è necessario darsi qualche occupazione.
- Noi, noi vi occuperemo; presentemente abbiamo una commedia assai passabile.
- E quali sono gli attori principali? - Vi è la signora Casalini, buonissima attrice, vi è la signora Bonaldi.
- Forse la servetta? - Sì.
- Meglio, meglio: questa è la mia comare, la rivedrò con sommo piacere.
- Frattanto, mentre ragionavamo così, il signor Borsari e io, mia moglie sosteneva con qualche ripugnanza la conversazione dei signori ufficiali tedeschi, che non piegavano le ginocchia davanti alle donne come gli Spagnoli.
Mi fece cenno di non poterne più; onde prendemmo congedo dalla compagnia, rimanendo con il signor Borsari.
Il mio servitore era ad aspettare alla porta per avvertirmi che il solito appartamento era allocato; ma mi promise il signor Borsari di farmelo avere, mutando quartiere all'ufficiale che lo abitava, il quale era di sua conoscenza.
Ci condusse frattanto a casa sua e ci propose una camera accanto alla sua, che con piacere accettammo e fu da noi occupata per soli tre giorni.
Il dì seguente fui presentato da questo buon amico al suo padrone.
Aveva già il principe inteso parlare di me: mi comunicò le sue idee per una festa e m'incaricò dell'esecuzione.
L'imperatrice regina Maria Teresa maritava l'arciduchessa sua sorella al principe Carlo di Lorena.
Il maresciallo Lobkowitz voleva che Rimini desse qualche dimostrazione di gioia per quell'augusto imeneo; mi ordinò pertanto una cantata, e si rapportò a Borsari e a me per la scelta del compositore e per il numero e la qualità delle voci.
Ci lasciò arbitri e assoluti padroni di tutto, solo raccomandandoci l'ordine e la prontezza.
Si trovava appunto a Rimini un maestro di musica napoletano chiamato Ciccio Maggiore, professore non di prim'ordine, ma passabile in tempo di guerra.
Lo incaricammo del lavoro, si fecero venire da Bologna due cantori e due cantatrici, e io adattai la parole alla vecchia musica del nostro compositore.
In capo a un mese fu eseguita la nostra cantata nel teatro della città, col contento di chi l'aveva ordinata e con soddisfazione degli ufficiali forestieri e della nobiltà del paese.
Il compositore e io fummo generosissimamente ricompensati dal generale tedesco; e oltre a ciò il napoletano, che non era sciocco, mi aveva suggerito un mezzo in più, da lui forse altra volta esperimentato per ottimo, al fine d'aumentare il nostro profitto.
Si fece molto nobilmente legare una quantità considerevole di esemplari della nostra cantata già messa alle stampe; andammo in una bella carrozza a presentarla a tutti gli ufficiali di stato maggiore dei diversi reggimenti acquartierati nella Città e circondari, e portammo a casa una borsa ben piena di zecchini di Venezia, doppie di Spagna e quadrupli di Portogallo, che colla massima tranquillità e convenienza dividemmo tra noi.
Mi fu scritto in questo tempo da Genova che un negoziante veneto, senza mira alcuna di pregiudicarmi, domandava il mio impiego di console, nel caso che io non avessi più la volontà di continuarlo, esibendosi di prestar servizio senza onorario alcuno; contentissimo di un titolo che, riguardo al suo stato, poteva essergli molto più vantaggioso che a me.
Così il senato di Genova non mi rigettava, ma mi poneva nel caso o di dimettermi o di servir gratis.
Adottai il primo di questi due partiti, ringraziai la Repubblica, né più vi pensai.
E poi avevo tanto sofferto che, per vero dire, mi piaceva di stare un poco in pace: avevo denaro, non avevo nulla da fare ed ero felice.
Rimini, per tutti quelli che l'avevan veduta al tempo del soggiorno degli Spagnoli, non si riconosceva.
Vi erano divertimenti di ogni sorta: balli, accademie, giochi pubblici, conversazioni allegre, gioventù vivace; vi si trovavano passatempi adatti a qualunque stato e carattere.
In quanto a me, amavo mia moglie, dividevo con lei i piaceri, ed ella mi seguiva dovunque.
Nella sola casa della mia comare ricusò di venir meco; non che essa mi impedisse di andarvi, ma quell'attrice non le andava a genio, e dei gusti non si può disputare.
Finalmente la mia povera comare fu obbligata a partire.
Gli ufficiali tedeschi volevano nel carnevale l'opera, e i comici furono costretti a cedere il posto.
Il conte Novati milanese, luogotenente dell'esercito delle loro maestà imperiali, s'era preso il carico del nuovo spettacolo, e mi fece l'onore di propormene la direzione.
L'accettai con piacere, né ebbi luogo di pentirmene, facendomi godere la generosità di quel signore vantaggi che non avrei mai potuto aspettarmi.
Andava dunque di bene in meglio: la fortuna a mio riguardo aveva voltato faccia, ed effettivamente dopo l'ultima disgrazia della Cattolica e quella del mio ritorno a Rimini, non ho più sostenuto quei colpi terribili, dai quali pareva sempre che dovessi rimanere annientato.
L'opera terminò col carnevale, e succedettero alle distrazioni divertenti gli affari di politica e di guerra.
Al principio della quaresima il feldmaresciallo austriaco richiamò tutte le truppe accantonate nella Romagna, e io godei il piacevole colpo d'occhio di una rivista generale di quarantamila uomini.
Era questo il segnale della partenza degli Austriaci; onde ci salutammo coll'amico Borsari, e quaranta giorni dopo non vi era più un Tedesco in quel paese, che oggi si chiama Romagna e che al tempo degli Imperatori romani dicevasi Esarcato di Ravenna.
Io pure volevo partire; ma il viaggio di Genova essendo allora divenuto inutile per me, libero e padrone com'ero della mia volontà, e sufficientemente provvisto di denaro, misi in esecuzione un altro mio antico disegno.
Volevo veder la Toscana, volevo percorrerla e abitarla per qualche tempo, abbisognandomi trattar familiarmente con i Fiorentini e i Senesi, testi viventi della buona lingua italiana.
Ne feci parte a mia moglie, e non le tacqui che questa strada ci avvicinava a Genova: essa parve contenta, e restò dunque deciso il viaggio per Firenze.
CAPITOLO XLVIII.
Arrivo a Firenze.
- Alcune parole sopra questa città.
- Gita a Siena.
- Conoscenza del cavalier Perfetti e suo straordinario ingegno.
- Conversazioni di Siena.
- Viaggio a Volterra.
- Veduta delle catacombe.
- Rarità raccolte in quel paese e in Peccioli.
- Arrivo a Pisa.
Non era ancora aperta nel 1742 la nuova strada che da Bologna conduce a Firenze; presentemente vi si va in un giorno, quando prima ne abbisognavano almeno due per attraversare le alte montagne tra le quali è racchiusa la Toscana.
Non essendo dunque possibile evitare le cattive strade, scelsi la più corta e affidai la mia roba a un vetturale.
Si venne per la posta fino a Castrocaro, di là attraversammo a cavallo le alpi di San Benedetto, e finalmente arrivammo al bel paese cui è dovuto il rinascimento delle lettere.
Non mi estenderò sulla bellezza e le delizie della città di Firenze.
Tutti gli scrittori, tutti i viaggiatori le rendono giustizia.
Belle strade, palazzi magnifici, giardini deliziosi, passeggiate amenissime, molte conversazioni, molta letteratura, molte rarità, le arti in credito, stimati gl'ingegni, sommamente coltivata l'arte agraria, eccellenti le produzioni della terra, favorito il commercio, un ricco fiume che attraversa la città, un porto di mare considerabilissimo nelle sue dipendenze, begli uomini, belle donne, buon umore, spirito, forestieri di ogni nazione, divertimenti di ogni sorta.
È un paese da incantare.
Quattro mesi mi trattenni con gran piacere in questa città, e feci conoscenze ragguardevoli: quella del senatore Rucellai, auditore della giurisdizione; del dottor Cocchi, medico sistematico e piacevole filosofo; dell'abate Gori, antiquario dottissimo ed eruditissimo nella lingua etrusca; e quella dell'abate Lami, autore di un giornale letterario, la miglior opera che si sia fin qui veduta in Italia in questo genere.
La mia idea era di passar l'estate a Firenze e l'autunno a Siena; ma la voglia che avevo di conoscere di persona e sentire il cavalier Perfetti mi determinò a partire nei primi giorni d'agosto.
Era il Perfetti uno di quei poeti che fanno composizioni in versi all'improvviso, e che solamente s'incontrano in Italia; ma talmente ad ogni altro superiore, e tanto sapere ed eleganza aggiungeva alla facilità della sua versificazione, che meritò di essere coronato a Roma nel Campidoglio, onore che a nessun altro è stato conferito dopo il Petrarca.
Quest'uomo celebre, molto avanzato in età, raramente vedevasi nelle conversazioni e molto meno in pubblico.
Mi fu detto, che doveva comparire il giorno dell'Assunzione all'Accademia degli Intronati di Siena.
Subito partii con la mia fida compagna.
Fummo ammessi, e ci fu dato posto nell'accademia come forestieri.
Il Perfetti era a sedere su una specie di cattedra.
Uno degli accademici gli diresse il discorso, e siccome non poteva svincolarsi dal soggetto della solennità che correva, e in considerazione della quale appunto si era adunata l'Accademia, gli propose per argomento il giubilo degli angeli al presentarsi del corpo immacolato della Vergine.
Il poeta cantò per un quarto d'ora parecchie strofe alla maniera di Pindaro: nulla di più bello, nulla di più meraviglioso; era il Perfetti un Petrarca, un Milton, un Rousseau, insomma mi compariva Pindaro istesso.
Avevo veramente caro di averlo sentito.
Andai a fargli visita il giorno dopo, e la sua conoscenza me ne fece fare mille altre: trovai le conversazioni di Siena graziosissime.
Tutte le partite di gioco son precedute da una conversazione letteraria; ciascuno legge la sua composizione o quella di un altro, mescolandosi in ciò le signore nello stesso modo che gli uomini.
Così almeno si faceva al mio tempo; ora poi non so se la galanteria vi abbia ottenuto la preferenza esclusiva, come vedesi esser accaduto in tutto il resto d'Italia.
Desideroso di percorrere la Toscana, presi partendo da Siena la strada di quel paese paludoso che si chiama Maremma, terreno vastissimo e inutile, messo in gran parte a cultura mercè delle cure del marchese Ginori di Firenze, che vi aveva anche stabilito una manifattura di porcellana; e salii alla città di Volterra, una delle antiche repubbliche di Toscana, fabbricata sulla cima di una montagna altissima e scoscesa.
Questo paese, che pochi viaggiatori vanno a vedere, è degno di considerazione pel sito e per le vestigia che ancora vi si trovano dei monumenti degli Etruschi e del paganesimo, loro religione.
Entrai carponi nelle catacombe, le percorsi con l'aiuto del lume di alcune torce, e conobbi in tale occasione quanto era grande la mia poltroneria.
Le due guide che mi precedevano si consigliavano a vicenda sopra i luoghi da scegliere per passeggiare il sotterraneo: - No, non andiamo, diceva l'uno, perché non è gran tempo che è rovinata la volta.
- Andiamo dunque di qui, diceva l'altro.
- Ma se cadesse l'altra parte della volta? dicevo allora io mezzo tremante.
- Eh! eh! Questo non succede ogni giorno - mi risposero.
Insomma ne uscii, grazie a Dio, e feci anche fermo proposito di non tornarvi più.
Che cosa vidi in sostanza? Nulla: dunque ero stato il trastullo della mia curiosità.
In una parola, altro non feci se non ciò che avevano fatto molti altri prima di me.
Quello che osservai con maggior piacere e senza pericolo, furono i testacei ammucchiati su quell'alte montagne una mezza lega almeno elevate dal Mediterraneo alla loro cima; questa fu la prima volta che ebbi davanti gli occhi questa prova incontestabile delle grandi rivoluzioni della natura, l'origine delle quali è ancora incerta e il cui meccanismo non è stato ancora scoperto.
Portai meco mucchi di conchiglie ammassate, unitamente ad alcuni pezzi benissimo lavorati di alabastro di Volterra, trasparente e molto tenero.
Aggiunsi a queste mie nuove ricchezze parecchi piccoli tubi, lavoro di certi insetti, i quali formano in essi il loro ricovero in tempo d'inverno, e che non si trovano se non nel paese di Peccioli da me attraversato.
Sul far della notte mi trovai alle porte di Pisa, e andai a prendere alloggio all'albergo della Posta.
CAPITOLO XLIX.
Alcune parole sopra la città di Pisa.
- Avventura nella colonia degli Arcadi.
- Nuovo impiego.
- Felici successi.
- Distrazioni.
Pisa è un paese molto importante.
L'Arno, che attraversa la città, è più navigabile di quello di Firenze, e il canale di comunicazione fra questo fiume e il porto di Livorno procura allo Stato considerevoli vantaggi.
Vi è a Pisa un'università molto antica, e frequentata quanto quelle di Pavia, Padova e Bologna.
L'ordine dei cavalieri di Santo Stefano, fondato nel 1562 da Cosimo I de' Medici, tiene il suo capitolo generale in questa città ogni tre anni.
I bagni di Pisa sono saluberrimi, l'aria della città e dei dintorni si reputa la migliore d'Italia, e vi si trova acqua pura, leggera e passante quanto quella di Nocera.
Non dovevo trattenermi che alcuni giorni, e vi passai tre anni consecutivi.
Mi vi ero fissato senza volerlo, e avevo preso impegni senza pensarci: il mio genio comico era affievolito, ma non estinto.
Offesa Talia dalla mia diserzione, mi spediva di tempo in tempo alcuni emissari per richiamarmi ai suoi vessilli.
Cedetti finalmente alla dolce violenza di una seduzione per me tanto piacevole, e lasciai per la seconda volta il tempio di Temi per ritornare a quello d'Apollo.
Farò dunque il possibile per restringere in poche parole il corso di un triennio che richiederebbe per sé stesso un volume.
I primi giorni dopo l'arrivo a Pisa mi divertivo a esaminare tutte le rarità che ne meritavano la pena: la cattedrale ricchissima di marmi e pitture; il singolar campanile, che sommamente pende al di fuori e comparisce diritto nell'interno, e il camposanto circondato da un magnifico loggiato, e pieno di terra a tal segno impregnata di sali alcalini e calcarei, che in ventiquattr'ore riduce i cadaveri in cenere.
Cominciavo bensì ad annoiarmi, non conoscendo nessuno.
Un giorno, passeggiando verso la fortezza, vidi un gran portone aperto, e carrozze ferme e molta gente che entrava.
Do un'occhiata dentro, e vedo in fondo un vastissimo giardino con una quantità grande di persone tutte a sedere sotto una specie di pergola.
Mi appresso di più, e trovo un uomo in livrea che se ne sta là con maniere e aria d'uomo d'importanza; gli domando di chi è il palazzo, e qual sia il motivo per cui si aduna in quel luogo tanta gente.
Quel servitore, garbatissimo e molto istruito, non ricusò di appagare la mia curiosità.
- L'adunanza che costì vedete, signore, mi disse, è una colonia degli Arcadi di Roma, chiamata Colonia Alfea o di Alfeo, fiume celebre in Grecia, da cui era bagnata l'antica Pisa in Aulide.
- Gli domando se potevo godere di tal festa io pure: - Volentieri, mi risponde, e mi accompagna subito egli stesso fino all'ingresso del giardino: ivi mi presenta a un servitore dell'accademia, e questi mi fa prender posto nel circolo.
Me ne sto là ascoltando, sento del buono, sento del cattivo, e applaudo del pari l'uno e l'altro.
Tutti avevano gli occhi su di me e parevano desiderosi di sapere chi fossi.
Mi venne l'estro di contentarli.
L'uomo che mi aveva condotto al posto non era molto lontano dalla mia sedia; lo chiamo, e lo prego d'andare a chiedere al capo dell'adunanza se fosse permesso a un forestiero d'esprimere in versi il piacere che provava in quell'istante.
Dal capo dell'accademia si annuncia la mia richiesta ad alta voce, e l'assemblea tutta vi condiscende.
Avevo in mente un sonetto da me composto appunto in una simile occasione nella mia gioventù; mutai in fretta alcune parole che riguardavano il locale, e recitai i miei quattordici ver