MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 3
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Questo è un fenomeno che neppur io saprei spiegare.
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Mi esortò il reggente a continuare nello studio; e siccome egli pure doveva passare alla classe superiore ove io ero per entrare, mi assicurò della sua benevolenza.
Mio padre, contento di me, procurò di ricompensarmi e divertirmi nel tempo delle vacanze.
Sapeva benissimo che amavo gli spettacoli, e poiché li amava egli pure, mise insieme una compagnia di giovani; gli fu data una sala nel palazzo Antinori, ove egli fece erigere un piccolo teatro e addestrò gli attori; vi recitammo commedie.
Negli Stati del Papa (eccettuate le tre Legazioni) non son permesse sul teatro le donne.
Ero giovine, non ero brutto; mi si assegnò una parte di donna, mi fu data la prima parte, fui incaricato del prologo.
Era questo prologo una composizione così singolare, che mi è rimasta sempre impressa nella memoria: bisogna che ne faccia dono al lettore.
Nello scorso secolo la letteratura italiana era così corrotta e alterata, che poesia e prosa erano un'ampollosità.
Le metafore, le iperboli e le antitesi si sostituivano al senso comune.
Questo depravato gusto non era ancora totalmente estirpato nel 1720, e mio padre vi si era assuefatto.
Ecco qui pertanto il principio del bel pezzo che mi si fece spacciare.
Benignissimo cielo (dicevo ai miei uditori) ai rai del vostro splendidissimo sole, eccoci quali farfalle che, spiegando le deboli ali dei nostri concetti, portiamo a sì bel lume il volo ecc.
ecc.
Tale grazioso prologo mi guadagnò uno staio di confetti, dai quali fu inondato il teatro e io quasi accecato.
Questo è l'ordinario applauso negli Stati del Papa.
La rappresentazione nella quale avevo recitato era la Sorellina di don Pilone; fui molto applaudito, poiché in un paese ove gli spettacoli son rari, gli spettatori non son difficili a contentarsi.
Conobbe mio padre che non mancavo d'intelligenza, ma che non sarei stato mai buon attore; né s'ingannò.
I nostri spettacoli durarono sino alla fine delle vacanze.
All'apertura delle scuole presi il mio posto e a fin d'anno passai alla rettorica, e così diedi compimento agli studi di umane lettere, avendo guadagnato l'amicizia e la stima dei Gesuiti; essi mi fecero l'onore di offrirmi un posto nella loro società, che non accettai.
In questo tempo seguirono molti cambiamenti nella nostra famiglia.
Mia madre, che non poteva più lungamente tollerar la lontananza del figlio maggiore, pregò il consorte di ritornare a Venezia o permetterle di raggiungerlo ov'egli era.
Dopo molte lettere e discussioni, fu deciso che madama Goldoni venisse a riunirsi col resto della famiglia in compagnia di sua sorella e del figlio minore.Tutto fu eseguito.
A Perugia non potè mia madre goder mai un solo giorno di buona salute; l'aria del paese era per lei fatale poiché, nata e assuefatta al temperato clima di Venezia, non poteva reggere ai rigori d'un paese montuoso; soffrì molto e fu ridotta quasi a morte.
Seppe però superare gl'incomodi e i pericoli, in quanto credè necessaria la mia permanenza in quella città per non espormi a interrompere gli studi, che erano già sì bene inoltrati.
Terminate le umane lettere e compiuto il corso di rettorica, indusse mio padre a compiacerla, ed egli vi condiscese di buon animo.
La morte del suo protettore Antinori gli aveva cagionato difficoltà.
I medici di Perugia non lo guardavano di buon occhio; prese perciò il partito di abbandonare il Perugino, e di ravvicinarsi alle lagune adriatiche.
CAPITOLO IV.
Viaggio a Rimini.
- Studio di Filosofia.
- Prima relazione con i comici.
Fu eseguito in pochi giorni il disegno.
Presa una carrozza a quattro posti, dove entrò anche mio fratello, sebbene non compreso nei patti, prendemmo la volta di Spoleto, ch'era più comoda, e arrivammo a Rimini, ove si trovava riunita tutta la famiglia del conte Rinalducci e dove fummo accolti con grandissima gioia.
Era per me necessario non interporre una seconda volta lacune nelle mie letterarie occupazioni; mio padre mi destinava alla medicina, e io dovevo studiare la filosofia.
I Domenicani di Rimini erano in gran reputazione per la logica, che apre la strada a tutte le scienze fisiche e speculative.
Il conte Rinalducci ci fece fare la conoscenza del professor Candini, e io venni affidato alla sua cura.
Non potendo tenermi in casa propria il signor conte, fui collocato a dozzina dal signor Battaglini negoziante e banchiere, amico e compatriota di mio padre.
Malgrado le rimostranze e i rammarichi di mia madre, che non avrebbe mai voluto distaccarsi da me, tutta la mia famiglia prese la strada di Venezia, ove non dovevo riunirmi ad essa che quando si fosse creduto a proposito di richiamarmi.
S'imbarcarono per Chioggia in una barca di quel paese; il vento era favorevole e arrivarono prestissimo; ma essendo mia madre alquanto affaticata, vi si trattennero per riposarsi.
Chioggia è una città a otto leghe da Venezia, fabbricata sopra palafitte come la capitale: vi si contano quarantamila anime, tutta plebe: pescatori, marinai, donne che lavorano galloni e trine, delle quali si fa un commercio considerabile; e non vi è che un piccolo numero di persone che s'innalzino sopra il volgo.
In questo paese si divide tutta la popolazione in due classi: ricchi e poveri.
Quelli che portano parrucca e mantello sono i ricchi; quelli che non hanno che berretto e cappotto sono i poveri, e spesso questi ultimi hanno quattro volte più denaro degli altri.
Mia madre stava benissimo in questo paese, poiché l'aria di Chioggia era simile alla sua aria nativa; l'abitazione era bella, e vi godeva un colpo d'occhio piacevole e una deliziosa libertà.
Sua sorella era compiacente, mio fratello era ancora un fanciullo che non s'esprimeva, e mio padre, che aveva certi disegni in capo, li comunicò a sua moglie, da cui furono approvati.
- Converrebbe, diceva egli, non ritornare a Venezia che in uno stato da non esser a carico di alcuno.
- Per questo effetto era necessario che andasse prima a Modena da sé stesso, per assestare gli affari della famiglia: così fu fatto.
Ecco mio padre a Modena, mia madre a Chioggia e io a Rimini.
Caddi ammalato: si manifestò il vaiuolo, ma d'indole benigna.
Il signor Battaglini non ne diede parte ai miei parenti che quando mi vide fuor di pericolo; non è possibile destare una maggiore attenzione ed esser meglio serviti di quello che io fui in tale occasione.
Appena fui in grado di uscire il mio ospite, vigilante e zelantissimo del mio bene, mi sollecitò ad andare a rivedere Padre Candini.
Vi andai mio malgrado: questo professore, quest'uomo celebre mi annoiava a morte.
Era affabile, savio, dotto e aveva molto merito, ma era affatto Tomista, né poteva scostarsi dal suo metodo ordinario.
Le sue digressioni, i suoi giri scolastici mi parevano inutili, e i suoi barbara e i suoi baralipton mi sembravano ridicoli.
Io scrivevo sotto la sua dettatura, ma invece di badare ai miei quaderni pascevo lo spirito d'una filosofia molto più utile e dilettevole, leggendo Plauto, Terenzio, Aristofane e i frammenti di Menandro.
È ben vero che non facevo una brillante figura nei circoli che si tenevano giornalmente.
Avevo però l'accortezza di far comprendere ai miei compagni che né una stupida infingardaggine né una crassa ignoranza mi rendevano indifferente alle lezioni del maestro, la prolissità delle quali mi stancava e mi veniva a nausea: vi erano molti che pensavano come me.
La filosofia moderna non aveva ancora fatto i considerabili progressi che fece poi: bisognava attenersi (per gli ecclesiastici soprattutto) a san Tommaso, o a Scoto, o alla peripatetica, o alla mista; che tutte insieme non fanno altro che allontanarsi dalla filosofia del buon senso.
Avevo gran bisogno, per alleviare la noia che mi opprimeva, di procurarmi qualche piacevole distrazione: mi se ne porse l'opportunità, e io ne approfittai; né dispiacerà forse di passar meco dai circoli filosofici a quelli di una compagnia di commedianti.
Ve n'era una a Rimini che mi parve deliziosa.
Era la prima volta che vedevo le donne sul teatro, e trovai che ciò abbelliva la scena in una maniera più seducente.
Rimini è nella legazione di Ravenna, si ammettono le donne sul teatro, né vi si veggono, come a Roma, uomini senza barba o con barbe ancor nascenti.
Andai alla commedia molto modestamente in platea nei primi giorni, e vedevo alcuni giovani come me tra le scene; tentai di penetrarvi, né vi trovai difficoltà; davo furtive occhiate a quelle signorine, ed esse mi fissavano arditamente.
A poco a poco mi addomesticai e di discorso in discorso, di domanda la domanda, intesero che ero veneziano.
Erano tutte mie compatriote.
Mi fecero carezze e mi usarono attenzioni senza fine.
Il direttore medesimo mi colmò di gentilezze e mi pregò di pranzare da lui: vi andai, né vidi più il reverendo Padre Candini.
Erano i commedianti per terminare le recite pattuite, e dovevano partire; la loro partenza mi dava veramente pena.
Un venerdì, giorno di riposo per tutta l'Italia fuori che per lo Stato Veneto, fu fatta una scampagnata ov'era tutta la compagnia.
Il direttore annunziò la partenza tra otto giorni, e aveva già assicurata la barca che doveva condurli a Chioggia.
- A Chioggia? dissi pieno di stupore.
- Sì, signore, noi dobbiamo andare a Venezia, ma ci tratterremo quindici o venti giorni a Chioggia, per darvi qualche rappresentazione di passaggio.
- Ah mio Dio! mia madre è a Chioggia, e io la vedrei con molto piacere.
- Venite con noi.
- Sì sì, (tutti gridarono un dopo l'altro) con noi, con noi, nella nostra barca; ci starete bene, non spenderete nulla; si gioca, si canta, si ride, ci divertiamo.
- Come resistere a tanto allettamento? Perché perdere un'occasione cosi bella? Accetto, mi impegno, e fo i miei preparativi.
Incomincio dal parlarne al mio ospite che vi si oppone vivissimamente; insisto, ed egli ne rende inteso il conte Rinalducci.
Erano tutti contro di me.
Fo sembiante di cedere, sto quieto; il giorno fissato per partire mi metto in tasca due camicie e un berretto da notte; vado al porto, entro per primo nella barca, mi nascondo sotto la prua, e avendo il mio calamaio da tasca scrivo al signor Battaglini.
Mi scuso dicendo che la voglia di riveder mia madre mi rapisce, lo prego di dare in dono le mie robe alla governante, che mi aveva assistito nella malattia, e gli dichiaro che parto.
Questa è una mancanza che ho fatta, lo confesso; ne ho fatte ancora dell'altre, e le confesserò in ugual modo.
Giungono i commedianti.
- Dov'è il signor Goldoni? - Ecco Goldoni che vien fuori dalla sua cantina; si pongono tutti a ridere, mi fanno festa, mi accarezzano, e si fa vela.
Rimini, addio.
CAPITOLO V.
La barca dei commedianti.
- Grande stupore di mia madre.
- Lettera gradevole del mio genitore.
I miei commedianti non erano quelli di Scarron; presentava peraltro un piacevole colpo d'occhio, questa compagnia imbarcata.
Dodici persone fra comici e attrici, un suggeritore, un macchinista, un guardaroba, otto servitori, quattro cameriere, due nutrici, ragazzi d'ogni età, cani, gatti, scimmie, pappagalli, uccelli, piccioni e un agnello: pareva l'arca di Noè.
La barca essendo spaziosissima, vi erano molti spartimenti e ogni donna aveva il suo bugigattolo con tende; era stato accomodato un buon letto per me accanto al direttore, e ciascuno era ben allogato.
Il soprintendente generale del viaggio, che nel tempo stesso era cuoco e cantiniere, suonò un campanello ch'era il segno della colazione.
Tutti si adunarono in una specie di salone formato nel mezzo del naviglio, sopra le casse, le valigie e le balle; eranvi sopra una tavola ovale caffè, tè, latte, arrosto acqua e vino.
La prima amorosa chiese un brodo, ma non ve n'era; eccola nella maggior furia, e ci volle molta pena per calmarla con una tazza di cioccolata; era appunto la più brutta e la più incontentabile.
Dopo la colazione fu proposta una partita per aspettare il pranzo.
Giocavo benissimo a tressette, gioco favorito di mia madre da cui l'avevo imparato.
Eravamo dunque per cominciare una partita di tressette e di picchetto; ma una partita di faraone cominciata sulla coperta della nave trasse a sé tutta la compagnia.
Il banco indicava piuttosto passatempo che interesse, né l'avrebbe sotto altro titolo sofferto il direttore.
Si giocava, si rideva, si scherzava, e si facevano burle a vicenda: ma la campana annunzia il pranzo, e tutti vi concorrono.
Maccheroni! tutti vi si affollano sopra, e se ne divorano tre zuppiere; bue alla moda, pollame freddo, lombi di vitella, frutta, eccellente vino: ah, che buon pranzo - oh, che appetito! La tavola durò quattro ore; si suonarono diversi strumenti e si cantò molto.
La servetta cantava a meraviglia; io la guardavo attentamente, ed essa mi faceva una sensazione singolare: ma ahimè! successe un caso che interruppe il brio della compagnia.
Scappò dalla sua gabbia un gatto, che era il trastullo della prima amorosa; ella chiama tutti in soccorso, e gli si corre dietro; ma il gatto, che era selvatico come la sua padrona, sgusciava, saltava, si rimpiattava dappertutto, e vedendosi inseguito si arrampicò sull'albero del legno.
Madama Clarice si trova impacciata; un marinaio sale per riprenderlo, e il gatto si slancia in mare e vi resta.
Ecco la sua padrona in disperazione; vuol fare strage di tutti gli animali che scorge, vuol precipitar nella tomba del suo caro gattino la sua cameriera: tutti ne prendono la difesa, e diviene generale l'altercazione.
Sopraggiunge il direttore; ride, scherza, fa carezze all'afflitta dama, che termina col ridere ella stessa: ed ecco il gatto in oblio.
Ma basti fin qui; ed è forse troppo abusare del mio lettore trattenerlo sopra queste frivolezze, che non ne valgono la pena.
Il vento non era favorevole, onde restammo in mare tre giorni.
Sempre i medesimi divertimenti, i medesimi piaceri, il medesimo appetito.
Arrivammo a Chioggia il quarto giorno.
Non avevo l'indirizzo dell'abitazione di mia madre, ma non stetti molto tempo in cerca.
Madama Goldoni e sua sorella portavano la cresta, erano nella classe dei ricchi e ognuno le conosceva.
Pregai il direttore di accompagnarmi fin là; egli accondiscese con buona grazia e ci venne; fece passare l'ambasciata e io restai nell'anticamera.
- Signora, egli disse a mia madre, vengo da Rimini, e ho nuove da darvi del vostro signor figlio.
- Come sta mio figlio? - Benissimo.
- È contento del suo stato? - Signora, non troppo: soffre molto.
- Perché? - Per essere lontano dalla sua tenera madre.
- Povero ragazzo, vorrei averlo presso di me.
- (Ascoltavo tutto, e mi batteva il cuore.) - Signora, continuò il comico, gli avevo esibito di condurlo meco.
- Perché non l'avete fatto? - Lo avreste voi approvato? - Senza dubbio.
- Ma i suoi studi? - I suoi studi? Non ci poteva ritornare? E poi vi son maestri dappertutto.
- Lo vedreste voi dunque con piacere? - Col più gran giubilo.
- Signora, eccolo.
- Apro la porta, entro e mi getto ai piedi di mia madre; ella mi abbraccia, e le lacrime c'impediscono di parlare.
Avvezzo il comico a simili scene, ci disse alcune cose piacevoli, prese congedo da mia madre e se ne andò.
Resto seco e confesso con sincerità la sciocchezza che avevo fatto; ella mi riprende, mi abbraccia, ed eccoci l'un dell'altro contenti.
Torna mia zia che era uscita di casa; altro stupore, altri abbracci: mio fratello era a dozzina.
Il giorno dopo il mio arrivo, mia madre ricevé una lettera del signor Battaglini di Rimini, con la quale le dava parte della mia sciocchezza; se ne doleva amaramente e le dava avviso che avrebbe ricevuto speditamente un mio bauletto pieno di libri, di biancheria e robe, di cui la sua governante non sapeva che fare.
Ne fu dolentissima mia madre, e voleva sgridarmi; ma a proposito di lettera, si ricordò che ne aveva una di mio padre, importantissima; andò a cercarla e me la consegnò: eccone il contenuto:
"Pavia, 17 marzo 1721.
"Mia cara consorte,
"Ho una buona nuova da darti; riguarda nostro figlio e ti darà molto piacere.
Ho lasciato Modena, come tu sai, per andare a Piacenza a dar sesto ad alcuni affari col signor Barilli, mio cugino, che mi è ancora debitore di un resto di dote materna; e se mi riesce di riunir questa somma con gli arretrati che mi son toccati a Modena, ci potremo ristabilire con tutto l'agio.
Mio cugino non si trovava a Piacenza ed era partito per Pavia, onde assistere agli sponsali di un nipote di sua moglie.
Mi trovavo per strada e il viaggio non era lungo; presi dunque il partito di raggiungerlo a Pavia.
Lo veggo, gli parlo, confessa il suo debito, e ci accomodiamo.
Mi pagherà in sei anni di tempo.
Ma ecco quel che mi è accaduto in questa città.
Al mio arrivo vado a smontare all'albergo della Croce Rossa, e mi si chiede il nome per farne rapporto al tribunale di polizia; il giorno dopo l'albergatore mi presenta uno staffiere del governatore, che mi prega con buonissima maniera di portarmi con tutto mio comodo al palazzo del governo.
Malgrado il termine a vostro comodo, non mi trovavo punto accomodato in tal momento, non potendo indovinare quello che si fosse voluto da me.
Nell'uscire andai subito a casa di mio cugino, e dopo la sistemazione dei nostri affari gli partecipai questa maniera d'invito, che non lasciava di tenermi inquieto, e gli domandai se conosceva il governatore di Pavia personalmente.
Mi disse di sì, che lo conosceva da lungo tempo, ch'era il marchese Goldoni-Vidoni, una delle buone famiglie di Cremona, e senatore di Milano.
A questo nome di Goldoni sbandii dall'animo ogni timore e concepii delle idee lusinghiere; né m'ingannai.
Mi portai dopo pranzo dal governatore, che mi fece l'accoglienza più compita e graziosa.
Il rapporto del mio cognome gli aveva risvegliata la voglia di conoscermi; ci trattenemmo in conversazione molto tempo; gli dissi che ero originario di Modena, ed egli mi fece l'onore di avvertire che la città di Cremona non era molto distante da quella di Modena.
Arrivò gente, e mi pregò di essere a pranzo con lui il giorno dopo.
Non mancai d'esservi, come puoi credere.
Eravamo soli quattro a tavola, e si pranzò molto bene; gli altri due commensali partirono dopo il caffè, sicchè restammo soli il governatore e io.
Parlammo di parecchie cose, principalmente della mia famiglia, del mio stato e della mia situazione; insomma, per abbreviare la lettera, mi promise che avrebbe procurato di far qualche cosa per il mio figlio maggiore.
A Pavia vi è una università celebre quanto quella di Padova, e vi sono parecchi collegi dove si ricevono gratuitamente gli alunni; il signor marchese s'impegnò a ottenere per me uno di tali posti nel collegio del Papa; e se Carlo si porterà bene, avrà premura di lui.
Non scriver nulla sopra tal proposito a tuo figlio; al mio arrivo lo farò tornare, e voglio riserbarmi il piacere di metterlo al fatto di tutto io medesimo.
Non tarderò molto, lo spero."
Tutto il contenuto di questa lettera era fatto per lusingarmi e per farmi concepir le speranze più estese.
Compresi allora l'imprudenza del temerario mio passo, e temevo l'indignazione di mio padre, come pure che non diffidasse della mia condotta in una città più distante nella quale avrei potuto avere maggiore libertà.
Mia madre mi assicurò che avrebbe procurato di garantirmi dai rimproveri del mio genitore, e che prendeva ogni carico sopra di sé, tanto più che le pareva sincero il mio pentimento.
Ero abbastanza ragionevole per la mia età; ma ero soggetto a certe scappate irriflessive, e queste mi hanno fatto molto torto.
Voi lo vedrete e mi compatirete forse qualche volta.
CAPITOLO VI.
Ritorno di mio padre.
- Dialogo fra mio padre e me.
- Nuove occupazioni.
- Tratto di giovinezza.
Mia madre voleva farmi vedere e presentarmi a tutti i suoi conoscenti; ma tutto il mio vestiario consisteva in un vecchio soprabito, che mi aveva fatto per mare da abito, da veste da camera e da coperta.
Fece venire un sarto, e appena fui in stato di comparire i miei primi passi furono rivolti verso i miei compagni di viaggio, che mi videro con piacere.
Erano ritenuti in Chioggia per venti recite ancora, io avevo i miei biglietti d'ingresso, e mi ero proposto di profittarne col permesso della mia tenera madre.
Era essa in molta amicizia coll'abate Gennari, canonico della cattedrale.
Questo buon ecclesiastico era un poco rigorista.
La Chiesa Romana non proscrive in Italia gli spettacoli, né i comici sono scomunicati: ma l'abate Gennari sosteneva che le commedie che si davano allora erano pericolose per la gioventù.
Non aveva forse torto; onde mia madre mi proibì lo spettacolo.
Bisognava obbedire: non andavo alla commedia, andavo bensì a trovare i comici, e la servetta più frequentemente che gli altri; ho avuto sempre da quel tempo in poi per le servette un gusto di preferenza.
In capo a sei giorni giunge mio padre.
Io tremo, e mia madre mi nasconde nello stanzino della toeletta, incaricandosi del resto.
Sale, ed essa gli va incontro insieme con mia zia; ed ecco i consueti abbracci.
Egli pare alquanto burbero e disgustato, né ha la solita ilarità; si crede che possa essere stanco.
Entrano in camera.
Ecco le sue prime parole: - Dov'è mio figlio? - Mia madre risponde bonariamente: - Nostro figlio minore è alla sua dozzina.
- No, no, replicò mio padre in collera: domando del maggiore; deve esser qui, voi me lo nascondete, fate male, questo è un impertinente che bisogna correggere.
- Mia madre sconcertata non sapeva che dire: pronunziò delle parole vaghe.
- Ma...
come!...
- Egli la interrompe pestando i piedi.
- Sì, il signor Battaglini mi ha messo al fatto di tutto, mi ha scritto a Modena, e io nel ripassarvi vi ho ritrovata la lettera.
- Con aria afflitta mia madre lo prega di udirmi, prima di condannarmi.
Egli sempre in collera torna a domandare dov'ero.
Non potei più ritenermi; apro l'invetriata, ma non ardisco avanzarmi.
- Ritiratevi, dice mio padre alla moglie e alla sorella, - lasciatemi solo con questo bel soggetto.
- Esse escono e io mi accosto tremante: - Ah padre! - Come, signore! in qual modo siete voi qui? - Padre mio...
vi sarà stato detto...
- Sì, signore: m'è stato detto che, malgrado le rimostranze, i buoni consigli, e a dispetto di chiunque, voi avete avuto l'insolenza di lasciar Rimini improvvisamente.
- Ma, padre mio, che cosa facevo a Rimini? Era per me tempo perduto.
- Come! tempo perduto? lo studio della filosofia tempo perduto? - Ah! la filosofia scolastica, i sillogismi, gli entimemi, i sofismi, nego, probo, concedo; padre mio, ve ne ricordate? - (Non può astenersi dal fare un piccolo movimento di labbra, che indica voglia di ridere.
Ero abbastanza accorto per avvedermene, onde presi coraggio).
- Ah padre mio! ripresi, fatemi imparare la filosofia dell'uomo, la buona morale, la fisica sperimentale.
- Suvvia, suvvia: come sei venuto qua? - Per mare.
- Con chi? - Con una compagnia di comici.
- Di comici! - Padre mio, son gente di garbo.
- Come si chiama il direttore? - In scena è Florindo, e si chiama Florindo de' Maccheroni.
- Ah! Ah! lo conosco, è un brav'uomo: recitava la parte di don Giovanni nel Convitato di Pietra.
Si mise in testa di mangiare i maccheroni che appartenevano ad Arlecchino, ed ecco l'origine del suo cognome.
- Padre mio, vi assicuro che questa compagnia...
- Dov'è andata? È qui? - Sì, padre mio.
- Dà commedie qui? - Sì.
- Andrò a vederla.
- E io? - Tu briccone? Come si chiama la prima amorosa? - Clarice.
- Ah! ah! Clarice? eccellente! brutta, ma molto spiritosa.
- Padre mio...
- Converrà dunque che vada a ringraziarli.
- E io? - Disgraziato! - Vi chiedo perdono.
- Andiamo, andiamo per questa volta.
- Entra mia madre, che aveva udito tutto, e si mostra contentissima di vedermi riconciliato con mio padre.
Gli parla dell'abate Gennari, non per impedirmi di andare alla commedia, poiché mio padre l'amava quanto me, ma per farlo consapevole che questo canonico, affetto da diverse malattie, lo aspettava con impazienza; egli aveva parlato a tutta la città del famoso medico veneziano allievo del celebre Lancisi, ch'era aspettato quanto prima, e doveva soltanto mostrarsi, per aver più malati di quello che ne potesse desiderare.
Successe così di fatto: ognuno voleva il dottor Goldoni; aveva i ricchi e i poveri, e i poveri pagavano meglio dei ricchi.
Prese dunque a pigione un appartamento più comodo e si stabilì a Chioggia, per restarvi finché la fortuna gli si fosse mantenuta favorevole, o qualche altro medico alla moda non fosse venuto a soppiantarlo.
Vedendomi ozioso e mancando in città buoni maestri per occuparmi, volle egli stesso far qualche cosa di me.
Mi destinava alla medicina, e nell'aspettare le lettere di chiamata per il collegio di Pavia mi ordinò di andar seco alle visite che giornalmente faceva.
Era di pensiero che un poco di pratica precedente allo studio della teoria fosse per darmi una cognizione superficiale della medicina, e fosse utilissima all'intelligenza dei termini tecnici e dei primi principi dell'arte.
Non era la medicina di troppo mio piacere, ma non bisognava esser recalcitrante, poiché si sarebbe detto che non volevo far nulla.
Seguii dunque mio padre; vedevo con lui la maggior parte dei malati, tastavo i polsi, guardavo le orine, esaminavo gli sputi, e molte altre cose che mi ripugnavano.
Pazienza.
Finché la compagnia continuò le sue recite, e ne eseguì trentasei, credetti compensata ogni mia perdita.
Era mio padre molto contento di me, e più ancora mia madre; ma uno dei tre nemici dell'uomo, e forse due o tutti e tre, vennero ad assalirmi e a turbar la mia pace.
Fu chiamato un giorno mio padre in casa di una malata molto giovane e bella: mi condusse seco, non avendo il minimo sentore di qual malattia si trattasse.
Quando vide che bisognava fare delle ricerche e delle osservazioni locali mi fece uscire, e da quel giorno in poi, tutte le volte ch'entrava in camera della signorina, ero condannato ad aspettarlo in una piccolissima e oscurissima stanza.
La madre della giovane ammalata, cortesissima e assai garbata, non soffriva che restassi solo; veniva a tenermi compagnia, e mi parlava sempre di sua figlia.
Questa, mercè l'abilità e le premure di mio padre, era fuori d'impiccio; stava bene, e la visita di quel giorno doveva essere l'ultima.
Le feci dunque il mio complimento, la ringraziai della bontà avuta per me, e terminai col dire: - Se non ho più l'onore di vedervi...
- Come? mi disse ella, non ci rivedremo più? - Se non ci viene mio padre.
- Potrete peraltro venir voi.
- A che fare? - A che fare? Ascoltate.
Mia figlia sta bene, non ha più bisogno del signor dottore, ma non mi dispiacerebbe che di tempo in tempo avesse una visita per amicizia, per vedere se le cose vanno bene, se ella avesse bisogno di purgarsi; se non avete occupazioni più importanti, veniteci qualche volta, ve ne prego.
- Ma la signorina mi gradirà? - Ah mio caro amico! non parliamo di questo: mia figlia vi ha veduto, né altro bramerebbe che stringere relazione con voi.
- Signora, questo è per me molto onore.
Ma se mio padre lo venisse a sapere? - Non lo saprà; e poi, mia figlia è sotto la sua cura: non può disapprovare che il figlio venga a vederla.
- Ma perché non mi ha lasciato entrare in camera? - Perché...
la camera è piccola, c'è afa.
- Sento rumore; esce mio padre.
- Andiamo, andiamo, venite a rivederci.
- Quando? - Questa sera, se volete.
- Se posso.
- Mia figlia ne sarà contentissima.
- E io pure.
-
Esce mio padre, e ce ne andiamo; rumino tutta la giornata, faccio riflessioni, cambio parere ogni momento.
Giunge la sera; mio padre va ad un consulto, e io sul far della notte ritorno alla porta dell'ammalata che sta bene.
Entro; mi sono fatte mille convenienze, mille gentilezze; mi esibiscono rinfreschi, e non ricuso.
Si cerca nella dispensa, ma non vi è più vino: bisogna andare a provvederlo e io metto mano alla tasca.
Si picchia alla porta, aprono; è il servitore di mia madre, che mi aveva visto entrare e che conosceva quella canaglia; fu veramente un angelo che lo mandò: mi dice una parola all'orecchio; io ritorno in me ed esco subito.
CAPITOLO VII.
Partenza per Venezia.
- Colpo d'occhio di questa città.
- Collocamento in casa di un procuratore.
Ritornato in me dall'accecamento in cui mi aveva posto la fervidezza della gioventù, guardavo con orrore il pericolo che avevo corso.
Ero naturalmente allegro, ma sottoposto fin dall'infanzia a vapori ipocondriaci e malinconici, che tetramente offuscavano la mia mente.
Assalito da un accesso violento di questa malattia letargica cercavo di distrarmi, e non trovavo modo.
I miei comici erano partiti, né Chioggia mi offriva più divertimento alcuno di mio gusto.
La medicina non mi andava a genio, ero divenuto triste e pensieroso, e smagrivo a colpo d'occhio.
Non tardarono ad accorgersene i miei genitori, e mia madre ne tenne proposito per prima: le confidai i miei disgusti.
Un giorno nel quale eravamo tutti a tavola in famiglia, senz'alcuno di fuori e senza servitori, fece cadere il discorso sul conto mio.
Fuvvi un dibattimento di due ore, e mio padre assolutamente voleva che io mi dessi alla medicina.
Avevo un bell'agitarmi, far minacce, brontolare, egli non dava quartiere; finalmente mia madre gli dimostra che ha torto, ed ecco come.
- Il marchese Goldoni, dice, vuol prendersi cura di nostro figlio; se Carlo è un buon medico, il suo protettore potrà favorirlo, è vero, ma potrà dargli dei malati? Potrà impegnare il mondo a preferirlo a tanti altri? Potrebbe procurargli un posto di professore a Pavia: ma quanto tempo e quanta fatica per giungervi! All'opposto, se mio figlio studiasse la legge, se fosse avvocato, un senatore di Milano potrebbe fare la sua fortuna senza la minima pena e senza la minima difficoltà.
- Mio padre non rispose, rimase per qualche momento in silenzio.
Indi, volto verso di me, mi disse scherzoso: - Ameresti il Codice e il Digesto di Giustiniano? - Sì, padre mio, risposi, assai pìù degli aforismi d'Ippocrate.
- Tua madre, soggiunse, è donna; pure mi ha presentate delle buone ragioni, e potrei aderirvi; frattanto non bisogna stare senza far nulla, e seguiterai a venir meco.
- Eccomi tuttavia in rammarico.
Mia madre prende allora vivamente le mie difese; consiglia mio padre di mandarmi a Venezia, e di collocarmi in casa di mio zio Indric, uno dei migliori procuratori della curia della capitale, proponendosi di accompagnarmi ella stessa e di restar meco sino alla mia partenza per Pavia.
La zia spalleggia la proposta della sorella; alzo le mani e piango dalla gioia: mio padre vi acconsente.
Andrà dunque a Venezia speditamente.
Eccomi contento; le mie malinconie si dissipano nell'istante, e quattro giorni dopo partiamo mia madre e io.
Non vi erano che otto leghe di traversata: arrivammo a Venezia all'ora di pranzo, andammo in casa del signor Bertani, zio materno di mia madre, e il giorno appresso andammo in casa del signor Indric.
Fummo ricevuti gentilmente.
Il signor Paolo Indric aveva sposato una mia zia paterna.
Un buon marito e buon genitore, una buona madre e buona consorte, figli benissimo educati, formavano una piacevole famiglia.
Fui stabilito nello studio, ed ero il quarto apprendista; godevo però quei privilegi, che la parentela non poteva non procurarmi.
La mia occupazione mi pareva più piacevole di quella che mio padre mi dava a Chioggia; ma questa doveva essere per me al pari dell'altra inutile.
Supponendo che io dovessi esercitare la professione di avvocato a Milano, non avrei potuto profittare della pratica nella curia di Venezia, ignota a tutto il resto d'Italia; né si sarebbe mai presagito che, mediante avvenimenti singolari e violenti, dovessi un giorno arringare in quel medesimo palazzo, dove mi riguardavo allora come forestiero.
Adempiendo esattamente al mio dovere e meritandomi gli elogi dello zio, non lasciavo di approfittare del dilettevole soggiorno a Venezia e di divertirmi.
Era questo il mio paese natio ma, troppo giovane quando l'avevo lasciato, non lo conoscevo quasi più.
Venezia è una città sì straordinaria, che non è possibile formarsene una giusta idea senza averla veduta; le carte, le piante, gli esemplari, le descrizioni non bastano; bisogna vederla.
Tutte le città del mondo si assomigliano più o meno; questa non ha somiglianza con alcuna.
Ogni volta che l'ho riveduta dopo lunghe assenze, è sorto in me un nuovo stupore.
Mano mano ch'io crescevo negli anni, che aumentavano le mie cognizioni e avevo confronti da fare, vi scoprivo nuove singolarità, nuove bellezze.
La vidi questa volta qual giovane di quindici anni, che non può valutare a fondo ciò che vi è di più notevole, né può confrontarla che con piccole città in cui ha vissuto.
Ecco quel che mi ha colpito di più.
Una prospettiva meravigliosa al primo ingresso, un'estensione considerabilissima di piccole isolette, così bene ravvicinate e sì ben riunite per mezzo di ponti, che credereste vedere un continente alzato sopra una pianura, e bagnato da tutte le parti da un immenso mare che lo circonda.
Non è mare bensì una vastissima laguna, più o meno coperta d'acqua all'imboccatura di più porti con canali profondi, che conducono i piccoli e grandi navigli nella città e nei dintorni.
Se entrate dalla parte di San Marco, attraverso una quantità prodigiosa di bastimenti di ogni sorta, vascelli da guerra, vascelli mercantili, fregate, galere, barche, battelli, gondole, mettete piede a terra sopra una riva chiamata la Piazzetta, ove vedete da una parte il Palazzo e la Chiesa Ducale, che annunziano la magnificenza della Repubblica, e dall'altra la piazza di San Marco circondata da portici fabbricati sul disegno del Palladio e del Sansovino.
Inoltratevi per le strade di Merceria fino al ponte di Rialto, e camminate sopra pietre quadre di marmo d'Istria leggermente scalpellato per impedire che vi si sdruccioli; percorrete un luogo che rappresenta una fiera perpetua, e arrivate a quel ponte che con un solo arco di ottanta piedi di larghezza attraversa il Canal grande, assicura con la sua altezza il passaggio alle barche e ai battelli nel tempo del maggior flusso del mare, offre tre differenti vie ai passeggieri, e sostiene sopra la curva ventiquattro botteghe con le rispettive abitazioni e coi loro tetti coperti di piombo.
Confesso che questo colpo d'occhio mi parve meraviglioso, né l'ho trovato descritto da nessuno dei viaggiatori che ho letto.
Chiedo scusa al mio lettore se ho dato un po' troppo luogo alla compiacenza.
Non ne dirò altro per ora, riservandomi di dar qualche idea dei costumi e usi di Venezia, delle sue leggi e della sua costituzione, man mano che l'occasione mi condurrà su tal proposito, e che la mia mente avrà acquistato una maggior fermezza e precisione di giudizio.
Terminerò questo capitolo con una succinta relazione dei suoi spettacoli.
Le sale per gli spettacoli in Italia hanno il nome di teatri.
Ve ne sono sette a Venezia, e ognuno porta il nome del Santo titolare della rispettiva parrocchia.
Il teatro di San Giovanni Crisostomo era allora il primo della città, e vi si davano le opere serie.
Qui Metastasio presentò la prima volta i suoi drammi, e Farinelli, Faustina e la Cozzoni fecero sentire il loro canto.
Quello di San Benedetto ha preso oggi il primo posto.
Gli altri cinque si chiamano: San Samuele, San Luca, Sant'Angelo, San Cassiano e San Moisé.
Di questi sette teatri, ve ne sono ordinariamente due per l'opere serie, due per l'opere buffe, e tre per le commedie.
Parlerò di tutti in particolare, quando sarò divenuto l'autore di moda di questo Paese, poiché non ve n'è alcuno che non abbia avuto qualche mia opera, e che non abbia contribuito al mio onore e al mio vantaggio.
CAPITOLO VIII.
Partenza per Pavia.
- Arrivo a Milano.
- Primo colloquio col marchese Goldoni.
- Difficoltà superate.
A Venezia adempivo molto bene in casa del procuratore al mio dovere nell'impiego, e avevo acquistato molta facilità nel fare il sommario dei processi.
Mio zio mi avrebbe voluto presso di sé, ma sopraggiunse una lettera di mio padre che mi richiamava.
Era rimasto vacante un posto nel collegio del Papa, ed era già stato fissato per me; ce ne dava parte il marchese Goldoni, consigliandoci di partire.
Lasciammo Venezia mia madre e io, e ritornammo a Chioggia.
Si fanno i fagotti, si legano, ed ecco mia madre in pianti, e così mia zia.
Mio fratello, che si era fatto uscire dalla dozzina, sar
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