MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 33
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Assistei alle prove e all'esecuzione di questo dramma; profittai dei diritti d'autore, e oltre a ciò di una straordinaria ricompensa datami da quegli impresari generosi.
Avevo dunque motivo di esser contento per aver prolungato il mio soggiorno a Venezia; ma pagai ben caro in seguito un tal piacere, e a mio fratello soltanto dovetti l'obbligo del travaglio crudele in cui mi trovai.
Un giorno egli entra in casa mia alle due dopo mezzodì, e picchia col bastone alla porta della mia stanza: apro, lo vedo col cappello sugli occhi, con volto acceso e sguardo scintillante.
Non sapevo se ciò proveniva da collera o allegrezza, quando fissandomi con aria sdegnosa - Perbacco! mi dice.
Fratello, non vi burlerete sempre di me! - Su qual proposito? gli risposi.
- Io non so far versi, rispose; ciascuno peraltro ha la sua abilità, e or ora ho fatto una grande scoperta.
- Se questa è per esservi utile, soggiunsi, ne avrò estremo piacere.
- Sì, utile e onorevole per me, e molto più onorevole e utile per voi.
- Per me? - Sì, ho fatto recentemente la conoscenza di un capitano raguseo, d'un uomo...
d'un uomo insomma che non ha l'uguale.
Egli è in corrispondenza colle principali Corti d'Europa, e ha commissioni da far spavento; adesso è incaricato di arruolare un nuovo reggimento di duemila schiavoni.
Ma, oh cielo! Se il governo di Venezia penetrasse mai una tal cosa, saremmo perduti.
- Fratel mio...
Fratel mio..., mi son lasciato scappare di bocca.
Voi conoscete l'importanza della circospezione.
- Ero per fargli alcune riflessioni.
- Ascoltatemi, riprese subito interrompendomi, si tratta per me di un posto di capitano: ho servito, come sapete, in Dalmazia, lo sa pure il mio amico; anzi ha conosciuto a Zara lo zio Visinoni; insomma, mi destina una compagnia.
Per voi poi, egli proseguì, per voi fratel mio, ha in vista un'altra cosa.
- Per me? Che diavolo vuol far di me? - Vi conosce per fama e vi stima; dovete essere auditore; sarete il gran giudice del reggimento.- Io? - Sì, voi.
- Entra in quell'istante il servitore e ci avvisa che è pronto in tavola.
- Va al diavolo, rispose mio fratello, abbiamo degli affari, non vedi? lasciaci in pace.
- Ma non potremmo noi, ripresi allora, differire il discorso al dopo desinare? - Niente affatto: ora è necessario aspettare.
- Perché? - Perché sta per venire il signor capitano - Che? Lo avete invitato? - Trovate forse mal fatto l'essermi presa la libertà di invitare un amico? - Il signor capitano è vostro amico? - Non ne dubito.
- Ma come! avete fatto con lui appena conoscenza, ed è già vostro amico? - Oh! noialtri militari non siamo cortigiani: ci conosciamo di primo acchito; stringono la nostra lega l'onore e la gloria, e diveniamo amici un momento dopo.
- Arriva mia moglie, e ci prega di terminare.
- Oh Dio! grida mio fratello, siete, signora mia, molto impaziente.
- Non son io, essa rispose, è vostra madre che s'impazientisce.
- Mia madre...
Mia madre...
Desini dunque, e vada a letto.
- Il vostro parlare, dissi allora, puzza molto fratel mio, di polvere da schioppo.
- È vero, è vero, me ne dispiace; ma il capitano non dovrebbe indugiar di più.
- Si sente picchiare ed è il signor capitano: un mare di complimenti, un mare di scuse; finalmente eccoci a desinare.
Quest'uomo aveva più cera di cortigiano che di militare.
Scaltro, affabile, manieroso, di viso pallido e lungo, naso aquilino e occhi tondi e verdastri, molto galante, attento a servir le signore, diceva cose morali alle vecchie e teneva discorsi piacevoli alle giovani, senza che le belle storielle gl'impedissero di ben mangiare.
Si prese il caffè senza alzarci da tavola, e intanto mio fratello mi rinfrescava la memoria di tutto quel resto di bottiglie che avevo, per farne dono al suo amico.
Finalmente il Raguseo, mio fratello e io andammo a chiuderci nel mio studio.
Siccome la raccomandazione avuta dal fratello non mi dava un'idea vantaggiosa in favore dell'uomo a me ignoto, non mancando costui di scaltrezza e previsione, mi espose in un rapidissimo ed elegantissimo preambolo nome, patria, condizione, titoli, prodezze; dando fine col pormi sott'occhio le patenti scritte in lingua italiana, dalle quali constava la commissione di arruolare duemila uomini di nazione illirica per un nuovo reggimento al servizio della potenza dalla quale veniva incaricato.
In queste lettere il Raguseo era dichiarato colonnello del nuovo reggimento, con facoltà di nominare a suo arbitrio gli ufficiali, il giudice, i furieri e i provvisionieri ecc.
Vi era la sottoscrizione del sovrano, come pure quella del ministro e segretario di Stato del dipartimento di guerra col sigillo della corona.
Non avendo io cognizione bastante di codeste firme straniere, diffidavo sempre di un uomo che vedevo per la prima volta, e aspettando di esser meglio in grado di verificarne l'autenticità, feci alcune domande al signor capitano, cui non mancò di dare risposte soddisfacenti.
Gli domandai subito per qual caso noi saremmo stati così felici, tanto io che mio fratello, da muovere la sua benevolenza in nostro favore.
- Il vostro signor fratello, egli rispose, è un uomo, che può essere utilissimo alle mie mire.
Conosce la Dalmazia e l'Albania dove ha servito, e queste appunto sono le due provincie capaci di somministrare begli uomini per un reggimento.
Ho fatto conto di munirlo di lettere e denaro per spedirlo a far colà coscritti senza indugio.
- A questo discorso mio fratello si getta al collo del Raguseo gridando: - Vedrete, vedrete, amico mio: vi condurrò dalmati, albanesi, croati, morlacchi, turchi, diavoli; lasciatemi fare, gospodina, gospodina, dobro jutro, gospodina! -
Il capitano, anch'esso schiavone, si burlava forse del saluto illirico e fuor di proposito di mio fratello, e incominciò a ridere; indi voltandosi verso me: - Per voi poi signore, egli mi disse, mi fo un onore pregandovi di accettare nel mio reggimento la carica di auditor generale.
Voi siete uomo già perito nella curia e il vostro titolo di console...
Ma a proposito del posto che occupate, debbo domandarvi una grazia.
Io mi trovo a Venezia, cioè in un paese libero, ma l'affare di cui attualmente vi parlo è dell'ultima delicatezza, potendo irritare il governo a motivo dei suoi nazionali dalmati; sono attorniato da spie che non mi lasciano; temo qualche sorpresa: se voi poteste collocarmi in casa vostra, non sarei forse in salvo dalle persecuzioni della Repubblica, ma avrei tempo di evitarle.
- Signore, gli dissi, il mio quartiere non è abbastanza comodo.
- Grida allora mio fratello, interrompendomi: - Cederò io la camera al signor capitano.
- Mi schermisco, ma inutilmente: ecco il Raguseo in casa.
Veramente la compagnia di quest'uomo era piacevolissima, e benchè non fossi tanto facile a lasciarmi vincere, tuttavia duravo fatica a guardarlo sempre con sospetto.
Non volevo peraltro aver nulla da rimproverarmi.
Di mano in mano che sentivo parlare di persone interessate nel segreto dell'affare in questione, correvo subito per informazioni.
Trovai alcuni negozianti incaricati delle uniformi del reggimento, e parlai con ufficiali ingaggiati dal colonnello designato.
Quest'uomo ricevette una lettera di cambio di sei mila ducati sui fratelli Pommer, banchieri tedeschi; non fu accettata perché mancante di lettera d'avviso, ma le firme erano perfettamente imitate; sicchè finalmente credetti e caddi nella rete.
Tre giorni dopo entra il Raguseo in casa mia, agitato e nella maggior costernazione; doveva pagare sei mila lire in quel giorno, né aveva potuto ottenere dilazione alcuna; era perciò esposto a molestie: la natura del debito andava a scoprir tutto; era in disperazione: tutto era perduto.
Il suo discorso mi commuove, mio fratello mi stimola, la mia sensibilità mi determina.
Fo non pochi sforzi per ammassare questo denaro, ho la fortuna di riuscire nell'intento, consegno nel giorno stesso la somma al mio ospite, e il dì seguente lo scellerato s'invola.
Eccomi nei guai: mio fratello va in traccia di lui per ammazzarlo; egli però era felicemente fuori pericolo.
Tutte le persone rimaste vittime degl'inganni del Raguseo si adunarono in casa nostra; noi intanto eravamo forzati a soffocare i giusti nostri lamenti, per evitare l'indignazione del governo e le risate del pubblico.
Qual partito prendere? Il ladro era partito da Venezia il 15 settembre 1741.
Io m'imbarcai con mia moglie per Bologna il 18.
CAPITOLO XLV.
Imbarco per Bologna.
- Guadagni casuali in questa città.
- Cattiva nuova.
- Viaggio a Rimini.
- Arrivo.
- Presentazione al duca di Modena.
- Osservazioni sul campo degli Spagnoli.
- Compagnia di comici a Rimini.
- Il mondo della luna, commedia.
- Movimenti delle truppe austriache.
- Ritirata degli Spagnoli.
Malinconico, pensoso e immerso nel cordoglio, ero per passare una cattiva notte in quella stessa barca corriera da me trovata in altri tempi comodissima e sommamente piacevole.
Mia moglie, più ragionevole di me, invece di lagnarsi della propria condizione cercava tutti i mezzi per consolarmi.
Rianimato dal suo esempio e consiglio, procurai di sostituire ai disgusti del passato la speranza di un più felice avvenire.
Presi sonno, e mi trovai allo svegliarmi come un uomo che ha fatto naufragio e nuotando giunge a salvamento.
Giunto al ponte di Lagoscuro sul Po, una lega distante da Ferrara, presi la posta e arrivai la sera a Bologna.
Ero molto pratico di quella città, e v'ero conosciutissimo.
Subito si portarono da me i direttori degli spettacoli, e mi domandarono alcune composizioni; feci difficoltà, ma essendo in bisogno di denaro, essi non trascurarono d'esibirmene, né io trascurai d'accettarlo.
Affidai loro tre miei originali, perché ne facessero estrarre le copie.
Bisognava dunque aspettare; aspettai senza però perdere il tempo.
Avevo avuto da Venezia la richiesta di una commedia senza donne e suscettibile di qualche esercizio militare, per un collegio di Gesuiti.
Il finto capitano appunto, da cui ero stato ingannato, mi tornò subito alla memoria, e me ne somministrò l'argomento.
Intitolai pertanto la mia rappresentazione L'Impostore; feci uso di tutta l'energia che lo sdegno poteva ispirarmi, collocando mio fratello in tutta l'estensione del fatto, nulla risparmiando a me stesso e dando alla mia balordaggine tutto il ridicolo che meritava.
Questo piccolo lavoro mi produsse un infinito bene, e dissipò dal mio animo il turbamento che la malignità di un birbante vi aveva destato.
Mi credetti vendicato.
Ultimata la mia composizione e restituitimi dai direttori i manoscritti, ero per partir per Modena.
Si trovava a Bologna un eccellente attore per le parti di Pantalone, il quale per essere molto comodo, aveva piacere di starsene in riposo nella bella stagione e fare il comico nell'inverno solamente.
Quest'uomo, chiamato Ferramonti, non mi aveva lasciato un momento in tutto il tempo del mio soggiorno a Bologna, ed essendo stato fissato da una compagnia di comici che era a Rimini al servizio del campo spagnolo, prossimo a mettersi in viaggio, venne a farmi i suoi saluti.
- Voi dunque partite per Rimini, gli dissi, e io vado a Modena.
- E che cosa mai andate voi a fare a Modena? Tutti sono in costernazione; manca il duca.
- Come, manca il duca? - Sì, egli si è impegnato in una guerra rovinosa.
- Lo so, ma dov'è presentemente? - Si trova a Rimini al campo degli Spagnoli, ove passerà tutto l'inverno.
- Eccomi nel maggior rammarico; il colpo è andato a vuoto, e tutto per colpa mia, poiché ho perduto troppo tempo.
- Deh venite, soggiunse il Ferramonti, venite a Rimini con me; vi assicuro che vi troverete una compagnia comica assai buona: vi presenterò ai miei compagni, essi debbono già conoscervi, debbono già stimarvi.
Venite, venite con me, farete qualche cosa per noi.
- Veramente la proposta non mi dispiaceva, ma volevo prima sentir mia moglie; essendo essa genovese, eravamo appunto in strada per andare a rivedere i parenti.
Povera figliuola! Era la bontà, la compiacenza in persona, approvava sempre tutto quello che proponeva suo marito.
Pago pertanto di vedermi in pace e soddisfatto, presi coraggio per dare effetto alla nuova idea; onde partimmo, tre giorni dopo, in compagnia del buon vecchio veneziano.
Giunti in vista delle fortificazioni di Rimini, fummo arrestati al primo posto avanzato e fatti scortare fino alla gran guardia.
Qui il comico fu messo in libertà sulla buona fede della dichiarazione del suo stato, e io con la moglie fummo spediti alla corte di Modena.
Avevo conoscenza con parecchie persone d'ogni ceto, addette al servizio di S.
A.
S.; fui perciò ben accolto, mi fu fatta molta festa, mi si trovò un comodo appartamento, e il giorno dopo fui presentato a questo principe, che mi ricevè con bontà, domandandomi qual fosse il motivo che mi conduceva a Rimini, Non stentai punto a dirgli la verità; ma alle parole di banca ducale e di rendite indugiate, Sua Altezza voltò il discorso alla commedia, alle mie rappresentazioni, ai miei successi, e terminò l'udienza due minuti dopo.
Vidi bene che da questa parte non vi era nulla da sperare, onde mi rivolsi ai comici, e vi trovai meglio il mio conto.
Andai a desinare in casa del direttore, e Ferramonti aveva già parlato molto di me.
Vi si trovavano tutti.
La prima amorosa era un'attrice eccellente, ma molto avanzata in età; bella, ma stupida e male educata.
Colombina, bruna, fresca e bizzarra, era prossima a partorire e (sia detto tra parentesi) diventò subito mia comare.
Era la servetta, e lì stava il mio forte.
Tutti mi chiedevano copioni, e ciascuno avrebbe voluto essere soggetto principale; a chi dar la preferenza? Mi levò d'imbroglio il signor conte di Grosberg.
Questo bravo ufficiale, brigadiere dell'esercito di Sua Maestà Cattolica nel reggimento delle guardie svizzere, era uno di quelli che prendevano parte più degli altri allo spettacolo; proteggeva sopra tutto l'Arlecchino, onde mi pregò di lavorare per questo personaggio; ciò che feci con molto più piacere, in quanto era buono l'attore e generoso il protettore.
Faceva da Arlecchino il signor Bigottini, molto abile nel recitare la sua parte e insuperabile nelle metamorfosi o trasformazioni.
Il signor conte di Grosberg ricordava una rappresentazione dell'antica fiera di Parigi, intitolata Arlecchino imperatore nella luna.
Pensava che l'argomento potesse far spiccare il suo protetto, né aveva torto.
Lavorai dunque su questo titolo la composizione di mio genio, ed ebbe buon successo; ne furon tutti contenti e io pure.
Terminò il carnevale e si chiuse il teatro.
Il signor de Gages, il quale dopo il generalissimo era il general comandante, faceva osservare in tutto l'esercito il più esatto buon ordine e la disciplina più rigorosa: nessun gioco, nessun ballo, nessuna donna sospetta.
Si viveva a Rimini come in un convento.
Gli Spagnoli corteggiavano le signore del paese alla maniera castigliana, ed esse avean molto caro di vedere i figli di Marte piegar le ginocchia davanti a loro.
Le conversazioni erano numerose e senza tumulto, e vi spiccava la galanteria senza scandalo.
Godevo pertanto come gli altri di questa dolce calma sparsa nelle migliori case della città, facendo la corte alle dame con la nobile continenza degli Spagnoli, e vedendo qualche volta la mia comare coll'allegria italiana.
Aspettavo intanto la buona stagione per andare a Genova.
Ma che traversie! che rivoluzioni! che avvenimenti! Le truppe tedesche accantonate nel bolognese fecero alcune evoluzioni che incussero timore agli Spagnoli.
Essi non eran disposti ad aspettare il nemico a piè fermo, onde secondo che i primi avanzavano verso la Romagna, gli ultimi battevano in ritirata e andavano a spartire il loro campo tra Pesaro e Fano.
Tutti gli Spagnoli che si trovavano a Cesena, Cervia e Cesenatico, vennero a riunirsi in Rimini al grosso dell'esercito, onde fui obbligato a far parte del mio quartiere; ma questo non è ancor tutto, anzi non è nulla.
Mio fratello, il mio amabile fratello, venne in quel tempo stesso da Venezia in compagnia di due ufficiali veneziani per proporre al signor de Gages la leva di un nuovo reggimento, ove mi serbava la carica di auditore.
Purtroppo avevo imparato a diffidare delle proposte: non volli neppure ascoltarle; era però necessario alloggiarli e mantenerli.
Dopo tre giorni si mosse l'esercito, e mio fratello con i suoi compagni lo seguirono.
Io rimasi a Rimini più impacciato che mai.
Suddito del duca di Modena e console di Genova a Venezia, essendo queste due nazioni in quella guerra del partito dei Borboni, avevo ragion di temere che gli Austriaci mi prendessero per un uomo sospetto.
Comunicai i miei timori a persone del paese di mia conoscenza, e tutti li trovarono giusti e mi consigliarono a partire.
Ma come fare? Non vi erano cavalli né vetture.
Tutto aveva trascinato seco l'esercito.
Alcuni mercanti forestieri erano nel mio medesimo caso.
Me la intesi con loro: prendemmo la parte del mare e noleggiammo una barca per Pesaro.
Il tempo era bello, ma per essere stata burrascosa la notte, il mare si trovava tuttavia agitato.
Le donne soffrivano molto, e la mia sputava perfin sangue; perciò ci fermammo alla rada della Cattolica, a mezza strada del viaggio proposto, e terminammo il cammino per terra sopra un carretto da contadini, lasciando alla guardia delle robe alcuni dei nostri servitori, che dovevano riunirsi con noi a Pesaro, ove arrivammo stanchi, rotti senza conoscenze e senza quartiere.
Tutto questo era il minore dei mali che ancora ci sovrastavano.
CAPITOLO XLVI.
Cattivo alloggio.
- Nuova spiacevole.
- Intrapresa rischiosa.
- Tristo avvenimento.
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Laborioso viaggio.
- Felicità inaspettata.
Tutto nella città di Pesaro era in confusione, dovendo essa ricever più gente di quella che poteva contenere.
Mancava posto negli alberghi, né si trovavan camere da appigionare.
Il conte di Grosberg era a Fano; tutti gli ufficiali di mia relazione erano occupati, e le persone addette al servizio del duca di Modena non potevano esibirmi altro che la tavola.
Uno staffiere modenese cui era toccata una soffitta mi cedè, col pagarlo, il suo bell'appartamento.
Il giorno dopo lasciai mia moglie nella soffitta e andai all'imboccatura della Foglia, per vedere se vi erano giunte le mie robe.
Vi trovai tutti i miei compagni di viaggio che vi si erano portati per lo stesso scopo e avevan passato la notte alloggiati anche peggio di me.
Frattanto nessuna barca da Rimini, nessuna notizia delle nostre robe.
Ritorno in città.
Vi era appunto ritornato anche il conte di Grosberg che, mosso a compassione dei miei casi, mi dà alloggio in casa sua: eccomi contento.
Due ore dopo però ricado in una terribile costernazione.
Incontro uno di quei commercianti da me veduti in riva al mare, triste e agitato.
- Ebbene, signore, gli dissi, abbiamo nulla di nuovo? - Ahimè! egli mi rispose, tutto è perduto; gli ussari austriaci si sono impadroniti della Cattolica: la nostra barca, le nostre robe, i nostri servi sono adesso nella loro mani.
Ecco qui la lettera del mio corrispondente di Rimini che me ne dà parte.
- Oh cielo! che cosa dunque faremo? - Non so altro - risponde, e mi lascia bruscamente.
Resto senza parole.
La perdita fatta era per me irreparabile.
Mia moglie e io eravamo benissimo corredati: avevamo tre bauli, due valigie, cassette, fagotti, ed eravamo rimasti senza camicia.
Ai mali grandi abbisognano grandi rimedi.
Formo il mio disegno, lo credo buono e vado subito a comunicarlo al mio protettore.
Lo trovo avvertito dell'invasione della Cattolica e convinto della perdita delle mie robe.
- Andrò dunque, gli dissi, a fare i miei reclami; finalmente non son militare, non ho interesse alcuno con la Spagna, né altro chiedo che una vettura per me e mia moglie.
- Ammira il conte di Grosberg il mio coraggio, e per sbrigarsi forse di me, procura di farmi avere il passaporto dal commissario tedesco che a tale effetto seguiva le truppe spagnuole, e dà gli ordini occorrenti perché mi si procuri una vettura.
La posta non aveva corso in quel tempo e tutti i vetturini si tenevano nascosti.
Se ne trovò finalmente uno, che fu forzato a condurmi e fu trattenuto durante la notte nelle scuderie del signor Grosberg, e il giorno dopo si partì di buonissima ora.
Non ho fatto parola alcuna della mia sposa per non annoiare il lettore, Si può immaginare facilmente quale doveva essere la condizione d'una donna che perde a un tratto i suoi cenci.
Ma essa era di cuore troppo buono e ragionevole; insomma, eccola in viaggio con me.
Il vetturino, uomo molto scaltro e avveduto, venne in cerca di noi senza darci il minimo segno di scontento, onde partimmo dopo una piccola colazione molto allegri e in pace.
Da Pesaro alla Cattolica corrono dieci miglia; ne avevamo già fatte tre, quando sopraggiunse a mia moglie un urgente bisogno di scendere.
Fo fermare, smontiamo e facciamo un poco di strada a piedi per arrivare a qualche diroccato tugurio; lo scellerato che ci conduceva volta indietro i cavalli, prende il galoppo verso Pesaro e ci pianta in mezzo alla strada maestra, senza modo e senza speranza di provvedere ai casi nostri.
Non si vedeva passare anima vivente.
Nessun abitante per le case, neppure un contadino nei campi; tutti temevano l'avvicinarsi dei due eserciti.
Ecco mia moglie in pianti; io alzo gli occhi al Cielo e mi sento ispirato.
- Coraggio, mia cara amica, coraggio: di qui alla Cattolica mancano sei sole miglia.
Siamo giovani e siamo ben costituiti per sostenerle: non convien retrocedere, né conviene aver nulla da rimproverarsi.
- Essa aderisce alla proposta con la maggior grazia del mondo, onde continuiamo a piedi l'intrapreso viaggio.
In capo a un'ora di cammino, incontrammo un ruscello troppo largo per saltarlo, e troppo profondo perché mia moglie lo potesse guadare; si vedeva, è vero, un piccolo ponte di legno per comodo dei pedoni, ma le tavole eran rotte e marcite.
Non mi perdo d'animo; m'inginocchio e mia moglie avviticchia le sue braccia al mio collo, mi alzo ridendo, attraverso il fiume con un'allegrezza indicibile, e dico a me stesso 'omnia bona mea mecum porto'.
Avevamo bagnati i piedi e le gambe; pazienza.
Andiamo avanti, quand'ecco di lì a poco un altro ruscello simile al primo.
Lo stesso fondo, lo stesso ponte fracassato.
Ma senza la minima difficoltà lo passammo nello stesso modo, e sempre collo stesso buonumore.
L'affare però variò molto quando, avvicinandoci alla Cattolica, incontrammo un torrente molto più esteso, che con grand'impeto menava le sue acque; ci ponemmo pertanto a sedere a piè d'un albero, aspettando che la provvidenza ci presentasse un mezzo per traversarlo senza pericolo.
Non si vedevano passare né vetture, né cavalli, né carrette, né v'era in quei contorni neppure un'osteria; affaticati, e scorsa la giornata senza prendere il minimo cibo, avevamo bisogno di rifocillarci.
M'alzo e procuro d'orientarmi.
- Questo torrente, io dissi, deve necessariamente scaricarsi nel mare.
Seguiamo i suoi argini, ne troveremo l'imboccatura.
- Camminando sempre oppressi dalla costernazione e sostenuti dalla speranza, scoprimmo da lungi alcune vele che c'indicavano la vicinanza del mare; prendemmo coraggio e raddoppiammo il passo.
A proporzione che avanzavamo, vedevamo divenir praticabile il torrente, e tostoché distintamente scoprimmo un battello, si diè in salti e in grida di gioia.
Erano pescatori, che ci ricevettero umanissimamente e ci trasportarono alla riva opposta; ci ringraziarono mille volte per un paolo che diedi loro.
Dopo questa prima consolazione, ne venne una seconda che non fu meno piacevole e necessaria: una frasca attaccata a una rustica abitazione ci annunciò il mezzo di rinfrescarci; vi trovammo latte e uova fresche.
Eccoci contenti.
Il riposo e il poco cibo che prendemmo ci diede bastante forza per compiere il viaggio, onde ci facemmo condurre da un servente dell'albergo al primo posto avanzato degli ussari austriaci.
Presento subito al sergente il mio passaporto.
Costui stacca due soldati per scortarci, e traversando grani calpestati e viti e alberi a terra, giungiamo finalmente al quartiere del colonnello comandante.
Fummo da principio accolti come due persone che viaggiavano a piedi, ma letto il passaporto rimessogli dai due soldati che ci avevano condotti, ci fa sedere e guardandomi con aria di bontà: - Come? egli mi disse, voi siete il signor Goldoni? - Ahimè! purtroppo è così, signore.
- L'autore del Belisario? l'autore del Cortesan veneziano? - Quello stesso.
- E questa è la signora Goldoni? - Sì, ed è tutto il bene che mi rimane.
- M'era stato detto che eravate a piedi.
- Purtroppo è vero, signore.
- Qui gli raccontai l'azione indegna fattaci dal vetturino di Pesaro; gli dipinsi al vivo il quadro del nostro doloroso viaggio, e terminai con tenergli proposito delle nostre robe arrestate, facendogli capire che le mie mire, i miei mezzi e il mio stato dipendevano del tutto dalla loro perdita o recupero.
- Adagio, rispose il comandante; per qual ragione eravate voi dietro l'esercito? Quale motivo vi unisce agli Spagnoli? - Siccome la verità non mi aveva mai fatto torto, anzi era sempre stata il mio appoggio e la mia unica difesa, gli feci il compendio degli avvenimenti, gli parlai del consolato di Genova, delle rendite di Modena, delle mie vedute per esserne indennizzato; dicendogli infine che per me tutto era perduto, quando fossi rimasto privo dello scarso avanzo della mia lacera fortuna.
- Consolatevi, egli mi disse in tono amichevole; voi non lo perderete.
- A questo dire, mia moglie si alza piangendo dal contento.
Voglio dimostrare la mia gratitudine, il colonnello non mi ascolta; chiama e ordina che sia fatto venire il servitore e tutte le mie robe.
- Con un patto però, disse; che andiate pure dove volete, fuorché a Pesaro: ve lo proibisco.
- Oh! no certamente, risposi; le vostre dimostrazioni di bontà, signore, le mie obbligazioni...
- Non mi dà tempo di dir tutto, ha da fare; mi abbraccia, bacia la mano a mia moglie e si rinchiude nel suo gabinetto.
Il suo cameriere ci accompagna a un albergo molto proprio; gli offro uno zecchino, lo ricusa nobilmente e se ne va.
Una mezz'ora dopo arriva il mio servitore che si struggeva in lagrime, per la consolazione di vedersi in libertà e trovarci contenti.
I nostri bauli erano aperti; avendone con me le chiavi, ben presto un magnano li mise in stato di essere servibili.
Noleggiai il giorno dopo di buonissima ora una carretta per il mio bagaglio, presi la posta per la moglie e per me, e andammo così a ritrovare i nostri amici di Rimini.
CAPITOLO XLVII.
Arrivo a Rimini.
- Felice incontro.
- Onorevole e lucrosa commissione.
- Rinuncia al consolato di Genova.
- Altra commissione anche più lucrosa.
-Marcia dei Tedeschi di Rimini diretta a inseguire gli Spagnoli.
- Partenza per la Toscana.
Giunto al primo posto avanzato delle truppe, spiego il mio passaporto, onde mi si fa scortare fino al corpo di guardia di Rimini.
Il capitano era a tavola, e appena sente che vi sono un uomo e una donna arrivati per la posta ci fa passare; la prima persona che entrando mi si presenta all'occhio è il signor Borsari, mio amico e compatriota, e primo segretario del principe Lobkowitz, feld-maresciallo e comandante generale dell'esercito imperiale.
Sapeva benissimo, il signor Borsari, che avevo passato l'inverno a Rimini ed ero partito per seguir gli Spagnoli, onde lo posi al fatto dei motivi del mio ritorno, della singolarità del mio viaggio e del disegno di portarmi a Genova.
- No, egli disse, finché resteremo qui voi non andrete a Genova.
- Ma che farò qui? rispondo.
- Vi divertirete.
- Oh questo è il miglior mestiere che conosca; peraltro è necessario darsi qualche occupazione.
- Noi, noi vi occuperemo; presentemente abbiamo una commedia assai passabile.
- E quali sono gli attori principali? - Vi è la signora Casalini, buonissima attrice, vi è la signora Bonaldi.
- Forse la servetta? - Sì.
- Meglio, meglio: questa è la mia comare, la rivedrò con sommo piacere.
- Frattanto, mentre ragionavamo così, il signor Borsari e io, mia moglie sosteneva con qualche ripugnanza la conversazione dei signori ufficiali tedeschi, che non piegavano le ginocchia davanti alle donne come gli Spagnoli.
Mi fece cenno di non poterne più; onde prendemmo congedo dalla compagnia, rimanendo con il signor Borsari.
Il mio servitore era ad aspettare alla porta per avvertirmi che il solito appartamento era allocato; ma mi promise il signor Borsari di farmelo avere, mutando quartiere all'ufficiale che lo abitava, il quale era di sua conoscenza.
Ci condusse frattanto a casa sua e ci propose una camera accanto alla sua, che con piacere accettammo e fu da noi occupata per soli tre giorni.
Il dì seguente fui presentato da questo buon amico al suo padrone.
Aveva già il principe inteso parlare di me: mi comunicò le sue idee per una festa e m'incaricò dell'esecuzione.
L'imperatrice regina Maria Teresa maritava l'arciduchessa sua sorella al principe Carlo di Lorena.
Il maresciallo Lobkowitz voleva che Rimini desse qualche dimostrazione di gioia per quell'augusto imeneo; mi ordinò pertanto una cantata, e si rapportò a Borsari e a me per la scelta del compositore e per il numero e la qualità delle voci.
Ci lasciò arbitri e assoluti padroni di tutto, solo raccomandandoci l'ordine e la prontezza.
Si trovava appunto a Rimini un maestro di musica napoletano chiamato Ciccio Maggiore, professore non di prim'ordine, ma passabile in tempo di guerra.
Lo incaricammo del lavoro, si fecero venire da Bologna due cantori e due cantatrici, e io adattai la parole alla vecchia musica del nostro compositore.
In capo a un mese fu eseguita la nostra cantata nel teatro della città, col contento di chi l'aveva ordinata e con soddisfazione degli ufficiali forestieri e della nobiltà del paese.
Il compositore e io fummo generosissimamente ricompensati dal generale tedesco; e oltre a ciò il napoletano, che non era sciocco, mi aveva suggerito un mezzo in più, da lui forse altra volta esperimentato per ottimo, al fine d'aumentare il nostro profitto.
Si fece molto nobilmente legare una quantità considerevole di esemplari della nostra cantata già messa alle stampe; andammo in una bella carrozza a presentarla a tutti gli ufficiali di stato maggiore dei diversi reggimenti acquartierati nella Città e circondari, e portammo a casa una borsa ben piena di zecchini di Venezia, doppie di Spagna e quadrupli di Portogallo, che colla massima tranquillità e convenienza dividemmo tra noi.
Mi fu scritto in questo tempo da Genova che un negoziante veneto, senza mira alcuna di pregiudicarmi, domandava il mio impiego di console, nel caso che io non avessi più la volontà di continuarlo, esibendosi di prestar servizio senza onorario alcuno; contentissimo di un titolo che, riguardo al suo stato, poteva essergli molto più vantaggioso che a me.
Così il senato di Genova non mi rigettava, ma mi poneva nel caso o di dimettermi o di servir gratis.
Adottai il primo di questi due partiti, ringraziai la Repubblica, né più vi pensai.
E poi avevo tanto sofferto che, per vero dire, mi piaceva di stare un poco in pace: avevo denaro, non avevo nulla da fare ed ero felice.
Rimini, per tutti quelli che l'avevan veduta al tempo del soggiorno degli Spagnoli, non si riconosceva.
Vi erano divertimenti di ogni sorta: balli, accademie, giochi pubblici, conversazioni allegre, gioventù vivace; vi si trovavano passatempi adatti a qualunque stato e carattere.
In quanto a me, amavo mia moglie, dividevo con lei i piaceri, ed ella mi seguiva dovunque.
Nella sola casa della mia comare ricusò di venir meco; non che essa mi impedisse di andarvi, ma quell'attrice non le andava a genio, e dei gusti non si può disputare.
Finalmente la mia povera comare fu obbligata a partire.
Gli ufficiali tedeschi volevano nel carnevale l'opera, e i comici furono costretti a cedere il posto.
Il conte Novati milanese, luogotenente dell'esercito delle loro maestà imperiali, s'era preso il carico del nuovo spettacolo, e mi fece l'onore di propormene la direzione.
L'accettai con piacere, né ebbi luogo di pentirmene, facendomi godere la generosità di quel signore vantaggi che non avrei mai potuto aspettarmi.
Andava dunque di bene in meglio: la fortuna a mio riguardo aveva voltato faccia, ed effettivamente dopo l'ultima disgrazia della Cattolica e quella del mio ritorno a Rimini, non ho più sostenuto quei colpi terribili, dai quali pareva sempre che dovessi rimanere annientato.
L'opera terminò col carnevale, e succedettero alle distrazioni divertenti gli affari di politica e di guerra.
Al principio della quaresima il feldmaresciallo austriaco richiamò tutte le truppe accantonate nella Romagna, e io godei il piacevole colpo d'occhio di una rivista generale di quarantamila uomini.
Era questo il segnale della partenza degli Austriaci; onde ci salutammo coll'amico Borsari, e quaranta giorni dopo non vi era più un Tedesco in quel paese, che oggi si chiama Romagna e che al tempo degli Imperatori romani dicevasi Esarcato di Ravenna.
Io pure volevo partire; ma il viaggio di Genova essendo allora divenuto inutile per me, libero e padrone com'ero della mia volontà, e sufficientemente provvisto di denaro, misi in esecuzione un altro mio antico disegno.
Volevo veder la Toscana, volevo percorrerla e abitarla per qualche tempo, abbisognandomi trattar familiarmente con i Fiorentini e i Senesi, testi viventi della buona lingua italiana.
Ne feci parte a mia moglie, e non le tacqui che questa strada ci avvicinava a Genova: essa parve contenta, e restò dunque deciso il viaggio per Firenze.
CAPITOLO XLVIII.
Arrivo a Firenze.
- Alcune parole sopra questa città.
- Gita a Siena.
- Conoscenza del cavalier Perfetti e suo straordinario ingegno.
- Conversazioni di Siena.
- Viaggio a Volterra.
- Veduta delle catacombe.
- Rarità raccolte in quel paese e in Peccioli.
- Arrivo a Pisa.
Non era ancora aperta nel 1742 la nuova strada che da Bologna conduce a Firenze; presentemente vi si va in un giorno, quando prima ne abbisognavano almeno due per attraversare le alte montagne tra le quali è racchiusa la Toscana.
Non essendo dunque possibile evitare le cattive strade, scelsi la più corta e affidai la mia roba a un vetturale.
Si venne per la posta fino a Castrocaro, di là attraversammo a cavallo le alpi di San Benedetto, e finalmente arrivammo al bel paese cui è dovuto il rinascimento delle lettere.
Non mi estenderò sulla bellezza e le delizie della città di Firenze.
Tutti gli scrittori, tutti i viaggiatori le rendono giustizia.
Belle strade, palazzi magnifici, giardini deliziosi, passeggiate amenissime, molte conversazioni, molta letteratura, molte rarità, le arti in credito, stimati gl'ingegni, sommamente coltivata l'arte agraria, eccellenti le produzioni della terra, favorito il commercio, un ricco fiume che attraversa la città, un porto di mare considerabilissimo nelle sue dipendenze, begli uomini, belle donne, buon umore, spirito, forestieri di ogni nazione, divertimenti di ogni sorta.
È un paese da incantare.
Quattro mesi mi trattenni con gran piacere in questa città, e feci conoscenze ragguardevoli: quella del senatore Rucellai, auditore della giurisdizione; del dottor Cocchi, medico sistematico e piacevole filosofo; dell'abate Gori, antiquario dottissimo ed eruditissimo nella lingua etrusca; e quella dell'abate Lami, autore di un giornale letterario, la miglior opera che si sia fin qui veduta in Italia in questo genere.
La mia idea era di passar l'estate a Firenze e l'autunno a Siena; ma la voglia che avevo di conoscere di persona e sentire il cavalier Perfetti mi determinò a partire nei primi giorni d'agosto.
Era il Perfetti uno di quei poeti che fanno composizioni in versi all'improvviso, e che solamente s'incontrano in Italia; ma talmente ad ogni altro superiore, e tanto sapere ed eleganza aggiungeva alla facilità della sua versificazione, che meritò di essere coronato a Roma nel Campidoglio, onore che a nessun altro è stato conferito dopo il Petrarca.
Quest'uomo celebre, molto avanzato in età, raramente vedevasi nelle conversazioni e molto meno in pubblico.
Mi fu detto, che doveva comparire il giorno dell'Assunzione all'Accademia degli Intronati di Siena.
Subito partii con la mia fida compagna.
Fummo ammessi, e ci fu dato posto nell'accademia come forestieri.
Il Perfetti era a sedere su una specie di cattedra.
Uno degli accademici gli diresse il discorso, e siccome non poteva svincolarsi dal soggetto della solennità che correva, e in considerazione della quale appunto si era adunata l'Accademia, gli propose per argomento il giubilo degli angeli al presentarsi del corpo immacolato della Vergine.
Il poeta cantò per un quarto d'ora parecchie strofe alla maniera di Pindaro: nulla di più bello, nulla di più meraviglioso; era il Perfetti un Petrarca, un Milton, un Rousseau, insomma mi compariva Pindaro istesso.
Avevo veramente caro di averlo sentito.
Andai a fargli visita il giorno dopo, e la sua conoscenza me ne fece fare mille altre: trovai le conversazioni di Siena graziosissime.
Tutte le partite di gioco son precedute da una conversazione letteraria; ciascuno legge la sua composizione o quella di un altro, mescolandosi in ciò le signore nello stesso modo che gli uomini.
Così almeno si faceva al mio tempo; ora poi non so se la galanteria vi abbia ottenuto la preferenza esclusiva, come vedesi esser accaduto in tutto il resto d'Italia.
Desideroso di percorrere la Toscana, presi partendo da Siena la strada di quel paese paludoso che si chiama Maremma, terreno vastissimo e inutile, messo in gran parte a cultura mercè delle cure del marchese Ginori di Firenze, che vi aveva anche stabilito una manifattura di porcellana; e salii alla città di Volterra, una delle antiche repubbliche di Toscana, fabbricata sulla cima di una montagna altissima e scoscesa.
Questo paese, che pochi viaggiatori vanno a vedere, è degno di considerazione pel sito e per le vestigia che ancora vi si trovano dei monumenti degli Etruschi e del paganesimo, loro religione.
Entrai carponi nelle catacombe, le percorsi con l'aiuto del lume di alcune torce, e conobbi in tale occasione quanto era grande la mia poltroneria.
Le due guide che mi precedevano si consigliavano a vicenda sopra i luoghi da scegliere per passeggiare il sotterraneo: - No, non andiamo, diceva l'uno, perché non è gran tempo che è rovinata la volta.
- Andiamo dunque di qui, diceva l'altro.
- Ma se cadesse l'altra parte della volta? dicevo allora io mezzo tremante.
- Eh! eh! Questo non succede ogni giorno - mi risposero.
Insomma ne uscii, grazie a Dio, e feci anche fermo proposito di non tornarvi più.
Che cosa vidi in sostanza? Nulla: dunque ero stato il trastullo della mia curiosità.
In una parola, altro non feci se non ciò che avevano fatto molti altri prima di me.
Quello che osservai con maggior piacere e senza pericolo, furono i testacei ammucchiati su quell'alte montagne una mezza lega almeno elevate dal Mediterraneo alla loro cima; questa fu la prima volta che ebbi davanti gli occhi questa prova incontestabile delle grandi rivoluzioni della natura, l'origine delle quali è ancora incerta e il cui meccanismo non è stato ancora scoperto.
Portai meco mucchi di conchiglie ammassate, unitamente ad alcuni pezzi benissimo lavorati di alabastro di Volterra, trasparente e molto tenero.
Aggiunsi a queste mie nuove ricchezze parecchi piccoli tubi, lavoro di certi insetti, i quali formano in essi il loro ricovero in tempo d'inverno, e che non si trovano se non nel paese di Peccioli da me attraversato.
Sul far della notte mi trovai alle porte di Pisa, e andai a prendere alloggio all'albergo della Posta.
CAPITOLO XLIX.
Alcune parole sopra la città di Pisa.
- Avventura nella colonia degli Arcadi.
- Nuovo impiego.
- Felici successi.
- Distrazioni.
Pisa è un paese molto importante.
L'Arno, che attraversa la città, è più navigabile di quello di Firenze, e il canale di comunicazione fra questo fiume e il porto di Livorno procura allo Stato considerevoli vantaggi.
Vi è a Pisa un'università molto antica, e frequentata quanto quelle di Pavia, Padova e Bologna.
L'ordine dei cavalieri di Santo Stefano, fondato nel 1562 da Cosimo I de' Medici, tiene il suo capitolo generale in questa città ogni tre anni.
I bagni di Pisa sono saluberrimi, l'aria della città e dei dintorni si reputa la migliore d'Italia, e vi si trova acqua pura, leggera e passante quanto quella di Nocera.
Non dovevo trattenermi che alcuni giorni, e vi passai tre anni consecutivi.
Mi vi ero fissato senza volerlo, e avevo preso impegni senza pensarci: il mio genio comico era affievolito, ma non estinto.
Offesa Talia dalla mia diserzione, mi spediva di tempo in tempo alcuni emissari per richiamarmi ai suoi vessilli.
Cedetti finalmente alla dolce violenza di una seduzione per me tanto piacevole, e lasciai per la seconda volta il tempio di Temi per ritornare a quello d'Apollo.
Farò dunque il possibile per restringere in poche parole il corso di un triennio che richiederebbe per sé stesso un volume.
I primi giorni dopo l'arrivo a Pisa mi divertivo a esaminare tutte le rarità che ne meritavano la pena: la cattedrale ricchissima di marmi e pitture; il singolar campanile, che sommamente pende al di fuori e comparisce diritto nell'interno, e il camposanto circondato da un magnifico loggiato, e pieno di terra a tal segno impregnata di sali alcalini e calcarei, che in ventiquattr'ore riduce i cadaveri in cenere.
Cominciavo bensì ad annoiarmi, non conoscendo nessuno.
Un giorno, passeggiando verso la fortezza, vidi un gran portone aperto, e carrozze ferme e molta gente che entrava.
Do un'occhiata dentro, e vedo in fondo un vastissimo giardino con una quantità grande di persone tutte a sedere sotto una specie di pergola.
Mi appresso di più, e trovo un uomo in livrea che se ne sta là con maniere e aria d'uomo d'importanza; gli domando di chi è il palazzo, e qual sia il motivo per cui si aduna in quel luogo tanta gente.
Quel servitore, garbatissimo e molto istruito, non ricusò di appagare la mia curiosità.
- L'adunanza che costì vedete, signore, mi disse, è una colonia degli Arcadi di Roma, chiamata Colonia Alfea o di Alfeo, fiume celebre in Grecia, da cui era bagnata l'antica Pisa in Aulide.
- Gli domando se potevo godere di tal festa io pure: - Volentieri, mi risponde, e mi accompagna subito egli stesso fino all'ingresso del giardino: ivi mi presenta a un servitore dell'accademia, e questi mi fa prender posto nel circolo.
Me ne sto là ascoltando, sento del buono, sento del cattivo, e applaudo del pari l'uno e l'altro.
Tutti avevano gli occhi su di me e parevano desiderosi di sapere chi fossi.
Mi venne l'estro di contentarli.
L'uomo che mi aveva condotto al posto non era molto lontano dalla mia sedia; lo chiamo, e lo prego d'andare a chiedere al capo dell'adunanza se fosse permesso a un forestiero d'esprimere in versi il piacere che provava in quell'istante.
Dal capo dell'accademia si annuncia la mia richiesta ad alta voce, e l'assemblea tutta vi condiscende.
Avevo in mente un sonetto da me composto appunto in una simile occasione nella mia gioventù; mutai in fretta alcune parole che riguardavano il locale, e recitai i miei quattordici versi con quel tono e con quella inflessione di voce che ravvivano la rima e il sentimento.
Il sonetto passò per fatto su due piedi, e riscosse sommi applausi.
Non so se il consenso dovesse durar di più; so bene che ognuno si alzò, e mi vennero tutti attorno.
Ecco intavolate molte relazioni, ecco molte compagnie da scegliere: quella del signor Fabbri fu per me la più piacevole e vantaggiosa.
Era cancelliere della giurisdizione dell'ordine di Santo Stefano, e presiedeva all'assemblea degli Arcadi sotto il titolo pastorale di Guardiano.
Trattai in séguito tutti i pastori dell'Arcadia da me veduti in adunanza.
Desinai in casa degli uni, cenai in casa degli altri; ed essendo i Pisani officiosissimi verso i forestieri, concepirono amicizia e considerazione per me.
Mi ero lor manifestato per avvocato veneziano, e avevo raccontato una parte de' miei casi; vedendo essi pertanto che ero un uomo senza impiego, ma suscettibile di averne, mi proposero di riprendere la lasciata toga, e mi promisero clienti e libri nel tempo stesso.
Qualunque forestiero, purchè addottorato, poteva nella curia di Pisa esercitare le sue funzioni liberamente; intrapresi dunque con molto ardore l'esercizio della professione d'avvocato civile e criminale.
In tutto mi mantennero i Pisani la loro parola, e io ebbi la fortuna di accontentarli.
Lavoravo giorno e notte, avevo più cause di quante ne potessi sostenere, e avevo trovato il segreto di diminuirne il costo con soddisfazione dei clienti, provando loro il male che facevano a litigare e procurando di aggiustarli con la rispettiva parte contraria: pagavan bene i miei pareri ed eravamo tutti contenti.
Mentre i miei affari andavano di bene in meglio, e il mio studio fioriva in modo da ispirare gelosia ai miei confratelli, il diavolo fece venire a Pisa una compagnia di comici.
Non potei tenermi dall'andare a vederli, e mi venne il prurito di dar loro qualcosa di mio.
Per una rappresentazione di carattere erano troppo mediocri, onde rilasciai loro la mia commedia a braccia intitolata I cento quattro accidenti successi in una stessa notte.
In tale occasione provai appunto il disgusto riferito nel cap.
XLI.
Mortificato per la caduta della mia rappresentazione, mi proposi di non vedere mai più commedianti né pensare alla commedia, onde raddoppiai l'ardore nel mio lavoro giuridico, e vinsi tre liti in un mese.
Mi fece anche infinito onore il buon esito di una difesa criminale.
Un figlio di famiglia aveva derubato il suo pigionale, era stata forzata una porta e doveva esser condannato alla galera.
Si trattava di una famiglia rispettabile, di un figlio unico, con sorelle da maritare.
Non bisognava salvarlo? Indennizzata la parte querelante, feci mutare la serratura dell'appartamento del primo, affinché la chiave del secondo potesse aprirlo: il giovane aveva sbagliato il piano e aveva aperto per inavvertenza l'altro quartiere; il denaro era esposto e l'occasione l'aveva sedotto.
Diedi principio alla mia memoria col settimo verso del Salmo 25: Delicta juventutis meæ et ignorantias meas ne memineris, Domine.
Scordatevi, o signore, le mancanze della mia gioventù e quelle della mia ignoranza.
Fiancheggiai la perorazione con autorità classiche e decisioni della Rota Romana e della Camera Criminale di Firenze, chiamata il magistrato degli Otto; impiegai tutto il raziocinio, risvegliai tutto il patetico.
Non si trattava d'un delinquente abituato al delitto, che s'ingegnasse di palliare la sua reità, ma d'un inconsiderato che confessava il suo fallo apertamente, non chiedendo grazia se non in considerazione dell'onore di un padre rispettabile, non meno che di due signorine ragguardevoli e prossime a maritarsi.
Insomma il mio ladroncello ebbe la condanna del carcere per tre mesi soli: restò di me contentissima la famiglia, e lo stesso giudice criminale mi fece le sue congratulazioni.
Eccomi dunque sempre più affezionato a una professione che mi recava in un tempo medesimo molto onore, molto piacere e un ragionevole guadagno.
In mezzo ai miei lavori e occupazioni venne una lettera da Venezia, che mi mise in moto lo spirito e il sangue.
Era una lettera del Sacchi.
Ritornato questo comico in Italia, appena seppe che ero a Pisa, mi chiese una commedia e mi spedì egli stesso il soggetto, sopra il quale mi lasciava libertà di lavorare a mio piacere.
Che tentazione per me! Il Sacchi era un attore eccellente, e la commedia era stata la mia passione; sentii rinascere l'antico genio, lo stesso entusiasmo, lo stesso fuoco.
Il soggetto propostomi era Il servitore di due padroni.
Conoscevo bene qual partito poteva trarsi dall'argomento della rappresentazione, e dall'attore principale che doveva recitarla: morivo dunque di voglia di riprovarmi di nuovo.
Non sapevo come fare: piovevano le liti e i clienti.
Ma il mio povero Sacchi? Ma il servo di due padroni? Orsù, ancora per questa volta; ma no...
ma sì...
Insomma scrivo, rispondo, m'impegno.
Il giorno lavoravo per la curia, la notte per la commedia.
Terminata pertanto la composizione, la spedii a Venezia senza che nessuno lo sapesse: non era a parte del segreto altri che mia moglie.
Così essa era a parte di tutti i miei travagli.
Ahimè! vegliavo le intere notti.
CAPITOLO L.
Aggregazione agli Arcadi di Roma.
- Commedia intitolata Il figlio di Arlecchino perduto e ritrovato.
- Causa importante trattata a Pisa.
- Altra causa a Firenze.
- Viaggio a Lucca.
- Musica straordinaria.
- Graziosa opera.
- Delizioso viaggio.
Nel tempo che stavo scrivendo la mia commedia, facevo chiudere al farsi della notte la porta, né andavo a passar le sere al caffè degli Arcadi.
Me ne rimproverarono la prima volta che vi comparvi, e me ne scusai sotto pretesto di gravi affari del mio studio.
Quei signori avevan caro di vedermi occupato, ma non volevano dall'altro canto che dimenticassi il delizioso divertimento della poesia.
Arriva il signor Fabbri, che mostra estremo piacere a vedermi; trae dalla sua tasca un grosso involto e mi presenta due diplomi, fatti venire espressamente per me: uno era la patente che mi aggregava all'Arcadia di Roma sotto il nome di Polisseno; e l'altro mi dava l'investitura delle campagne Tegee.
Tutti allora in coro mi salutarono sotto il nome di Polisseno Tegeo, e cordialmente mi abbracciarono come loro compastore e confratello.
Come voi ben vedete, caro lettore, noi altri Arcadi siamo ricchi; possediamo terre in Grecia e le aspergiamo coi nostri sudori per raccogliervi frasche d'alloro, mentre i Turchi vi seminan grano, vi piantan viti, solennemente burlandosi delle nostre canzonette e dei nostri titoli.
Malgrado le mie occupazioni, non lasciavo di comporre di tempo in tempo sonetti, odi e altre cose in poesia lirica per le sedute della nostra accademia.
Ma i Pisani avevano un bell'esser contenti di me: tale non ero io, poiché per dire il vero non sono mai stato buon poeta; così potevo forse chiamarmi per l'invenzione, e il teatro ne potrebbe essere una prova, e verso questa parte appunto si rivolse il mio genio.
Poco tempo dopo il Sacchi mi diede notizia del buon successo della mia commedia.
Il servo di due padroni riscuoteva molti applausi, se ne facevano tante ricerche che non si poteva desiderar nulla di più, e mi mandò nel tempo stesso un regalo che mai mi sarei aspettato; ma mi chiese un'altra commedia, e mi lasciò padrone della scelta del soggetto.
Bramava bensì che la mia ultima composizione, fondata unicamente sul rigiro comico, avesse per base una favola piacevole, suscettibile di tutti i sentimenti patetici che si convengono a una commedia.
Conoscevo benissimo che parlava da uomo, e avevo un gran desiderio di accontentarlo.
Il suo modo di procedere m'impegnava anche di più.
Ma il mio studio...
Ecco alla tortura il mio cervello.
Quando avevo scritto l'ultima commedia, avevo detto: - Ancora per questa volta.
- C'erano tre soli giorni di tempo per rispondere e in questi tre giorni, camminando e desinando e dormendo, non sognavo che il Sacchi, né avevo per il capo che lui; bisognava pur levarmi di testa questo soggetto, per esser buono a qualche altra cosa.
Immaginai pertanto la commedia, conosciuta in Francia in ugual modo che in Italia, sotto il titolo del Figlio d'Arlecchino perduto e ritrovato.
Non si può concepire l'ottimo successo che ebbe questa bagattella: fu appunto quella che mi fece venire a Parigi; composizione veramente per me avventurosa, ma che non vedrà mai la luce pubblica finché sarò in vita, né mai entrerà nel mio teatro italiano.
Fu da me composta in un tempo nel quale il mio animo era troppo agitato, e quantunque avessi corredato la commedia di scene molto piacevoli, non ebbi poi tempo di condurle con la precisione che qualifica le buone opere.
Vi saranno forse stati diamanti, ma incastonati nel rame.
Si conosceva che qualche scena era stata fatta da un autore, ma l'insieme dell'opera da uno scolaro.
Confesso bensì che lo scioglimento della commedia poteva passare per un capolavoro dell'arte, se alcuni difetti essenziali non avessero recato anticipatamente un pregiudizio all'insieme.
L'errore principale era l'inverosimiglianza che vi si ravvisa in tutti i punti.
Ne ho dato sempre il giudizio a mente fredda, né mi son mai lasciato sedurre dagli applausi.
Terminata che l'ebbi, le diedi con attenzione una lettura.
Vi trovai tutto il bello che poteva renderla piacevole, e tutte le imperfezioni delle quali era piena; ciò nonostante la mandai al suo destino.
L'Italia non aveva gustato che i primi saggi della riforma da me ideata, e vi erano tuttavia molti partigiani dell'antico gusto comico.
In quanto a me, vivevo sicuro che il mio, senza molto allontanarsi dalla comune e trita condotta, doveva piacere e doveva parimente stupire per quel misto di espressioni comiche e patetiche che avevo destramente adoperato.
Seppi in seguito quanto era stato fortunato il successo della commedia e ne restai attonito.
Ma quale non fu la mia meraviglia quando la vidi, al mio arrivo in Francia, applaudita, ripetuta e innalzata alle stelle sul teatro della commedia italiana! Bisogna ben dire che, intervenendo agli spettacoli, gli uomini si formino idee e prevenzioni differenti, poiché i Francesi applaudivano al teatro italiano ciò che forse avrebbero condannato in quello della loro nazione.
Frattanto, dopo aver mandato il figlio di Arlecchino al signor Sacchi, che doveva esserne il padre, ripresi il consueto corso delle mie giornaliere occupazioni.
Avevo da spedire parecchie cause; incominciai dunque da quella che a me pareva più importante.
Il cliente da difendere era un contadino: si avverta che i contadini della Toscana stanno molto bene, litigano sempre, e pagano benissimo.
La maggior parte di loro ha possessi a fitto enfiteutico per loro, i figli e i nipoti.
All'entrata del fitto danno una somma conveniente e un'annua rendita, e riguardano i beni come appartenenti a loro, vi si affezionano, hanno cura di migliorarli, e alla fine del fitto i proprietari ci guadagnano.
Il mio litigante aveva da farla con un priore d'un convento, che pretendeva far annullare l'affitto per la ragione che i frati son sempre pupilli, e che si poteva ricavar dalle loro terre un maggiore profitto.
Venni in chiaro del motivo.
Una vedovella protetta dal reverendo padre voleva levar di possesso quel povero villano.
Feci una scrittura di rilievo anche per la nazione, diretta a provar l'importanza della conservazione delle locazioni enfiteutiche, vinsi la lite, e tal difesa mi fece un onore infinito.
Pochi giorni dopo fui obbligato a recarmi a Firenze per sollecitare un ordine del governo per far chiudere in un convento una signorina durante una lite già incominciata.
Una figlia maggiore e ricca erede aveva firmato un contratto di matrimonio con un gentiluomo fiorentino, ufficiale nelle truppe di Toscana, e voleva sposare un altro giovane per il quale aveva una maggiore inclinazione.
Essendo il cliente e io nella capitale, ella maneggiò col suo nuovo pretendente in maniera da eludere i nostri passi.
La lite andava a mutar faccia e poteva divenir seria; aderimmo adunque ad alcune proposte che ci vennero fatte.
La signorina era ricca, e l'affare restò ultimato all'amichevole.
Ritornato da Firenze, rimasi impegnato per un'altra lite ad andare a Lucca.
Avevo caro di vedere questa Repubblica, non estesa né potente, ma ricca, piacevole e saviamente governata.
Condussi meco anche la moglie, e vi passammo i sei giorni più deliziosi del mondo.
Era settembre, il giorno dopo l'Esaltazione della Santa Croce, festa principale della città; nella cattedrale vi è un'immagine del Salvatore, chiamata il Volto Santo, che si espone in quel giorno con una pompa così splendida e una musica sì numerosa in voci e strumenti, che non ho veduto mai la simile né a Roma né a Venezia.
Vi è una fondazione fatta da un devoto lucchese, che ordina di ricevere in quel dato giorno alla cattedrale tutti i musici che vi si presentano, e di pagarli non in proporzione ai loro meriti, ma al viaggio da essi fatto; e la ricompensa è fissata a un tanto per lega o per miglio.
Una musica di tal sorte doveva essere più clamorosa che piacevole; ma l'opera che vi si dava in quello stesso tempo era una delle più scelte e delle meglio composte.
La graziosa Gabrielli fu la delizia di quel musicale spettacolo.
Solo quando cantava era di buonumore.
Il celebre Guadagni, suo eroe in scena e in segreto, aveva sottoposto all'impero d'amore i capricci della virtuosa; la faceva cantar sempre, onde il pubblico avvezzo a vederla malinconica, disgustata, scortese, godeva della sua bella voce e della superiorità delle sue doti.
Assestati i miei affari e appagata la mia curiosità, lasciai con dispiacere quel rispettabile paese, il quale sotto la protezione dell'imperatore pro tempore gode una pacifica libertà, e s'occupa del più salutare e più esatto buon ordine.
Avevo anche caro di osservare e far vedere a mia moglie una parte importantissima della Toscana; e a tal effetto attraversammo i territori di Pescia, Pistoia e Prato.
Non si possono trovare colline meglio esposte, terreni meglio coltivati, campagne più ridenti e più deliziose.
Se l'Italia è il giardino d'Europa, la Toscana è il giardino d'Italia.
CAPITOLO LI.
Ritorno a Pisa.
- Arrivo di mio cognato da Genova.
- Sua partenza con mia moglie per questo paese.
- Disgusto provato nell' impiego.
- Raffreddamento del mio zelo.
- Colloquio singolare con un comico.
- Nuova commedia composta a sua richiesta.
- Viaggio a Livorno.
Dopo alcuni giorni dal ritorno a Pisa, arrivò da Genova il fratello maggiore di mia moglie per reclamare da parte dei suoi maggiori l'impegno da me preso di andare a vederli.
Essendomi per due volte assentato per cagione d'affari, non potevo prendermi l'ardire di una terza per puro oggetto di piacere; la moglie non diceva nulla, io conoscevo peraltro il suo desiderio di rivedere la famiglia e prevedevo il dispiacere di mio cognato, nel caso che fosse stato obbligato a ritornare a casa da solo.
Disposi le cose con soddisfazione di tutti tre: la moglie partì per Genova con suo fratello, e io restai solo e in pace, tutto occupato negli affari del mio studio.
Avevo cause in tutti i tribunali della città, clienti in ogni ceto: nobili di prima classe, cittadini dei più ricchi, negozianti del maggior credito, curati, frati, affittuari facoltosi, e perfino uno dei miei confratelli che, trovandosi implicato in una causa criminale, mi scelse per difensore.
Ecco dunque tutta la città dalla mia; tutti almeno avrebbero così creduto, ed ero anch'io in tale opinione; non indugiai però molto ad accorgermi dell'inganno.
L'amicizia e la considerazione mi avevano, è vero, naturalizzato nei cuori dei particolari, ma in sostanza ero sempre forestiero, quando questi stessi individui si adunavano in corpo.
Passò all'altra vita un vecchio avvocato pisano, il quale secondo l'uso del paese era difensore fisso di parecchie comunità religiose, di alcune società d'arti e mestieri e di diverse altre case della città; carica che gli procurava in vino, grano, olio e denaro, uno stato convenientissimo, sgravandolo anche dalle spese di casa.
Alla sua morte feci domanda di tutti questi posti vacanti, per averne se non altro qualcuno; furono ottenuti tutti dai Pisani e restò escluso il solo Veneziano.
Mi si diceva, per consolarmi, che non erano che soli due anni e mezzo che mi trovavo a Pisa, e che all'opposto fino da quattr'anni almeno i miei antagonisti facevano passi per succedere al vecchio avvocato allora morto; erano già stati presi impegni e corse parole, ma alla prima occasione sarei stato assolutamente contento.
Tutto ciò poteva esser vero; ma di venti impieghi neppure uno per me! Tale avvenimento mi risvegliò un po' di malumore, e talmente m'indispose, che non riguardavo più il mio impiego se non come uno stato precario e casuale.
Un giorno, in cui me ne stavo concentrato in simili pensieri, mi si annuncia un forestiero che vuole parlarmi.
Vedo un uomo dell'altezza di quasi sei piedi, grasso e grosso in proporzione, che attraversa la sala con una canna d'India in mano e un cappello tondo all'inglese.
Entra nel mio studio a passi contati, e io mi alzo: costui fa un gesto pittoresco per dire di non incomodarmi; si avanza, e io lo fo sedere: ecco il nostro colloquio.
- Signore, mi disse, io non ho l'onore di esser conosciuto da voi; voi però dovete conoscere a Venezia mio padre e mio zio; sono il vostro servo umilissimo Darbes.
- Come! Il signor Darbes? Il figlio del direttore della posta del Friuli, quel figlio che si credeva perduto, di cui s'erano fatte tante ricerche e che si era così amaramente pianto? - Sì, signore: quel figliuol prodigo appunto, che non si è ancora prostrato alle ginocchia di suo padre.
- Perché dunque differite di dargli questa consolazione? - La mia famiglia, i miei parenti, la mia patria non mi rivedranno che gloriosamente cinto d'alloro.
- Qual è dunque il vostro stato, signore? - A questa domanda si alza il Darbes dalla sedia, batte la mano sulla pancia e in tono di voce misto di fierezza e buffoneria: - Signore, egli disse, fo il comico.
- Tutte le doti, risposi, sono stimabili, purchè chi le possiede sappia farle valere.
- Io sono, egli soggiunse, il Pantalone della compagnia, che attualmente si trova a Livorno; né posso chiamarmi l'infimo tra i miei camerati, e il pubblico non sdegna di concorrere in folla alle rappresentazioni alle quali prendo parte.
Il Medebac, nostro direttore, ha fatto cento leghe per dissotterrarmi: non fo disonore ai parenti, al paese, alla professione, e senza vantarmi, signore (dandosi un altro colpo sulla pancia), se è morto Garelli, è subentrato Darbes.
- Nell'atto appunto, che son per fargli le mie congratulazioni, egli si mette in una tal positura comica che mi fa ridere e m'impedisce di andare avanti.
- Non crediate, signore, egli prosegue, che per vanagloria vi abbia esagerato i vantaggi di cui godo nella mia professione: ma son comico, mi fo conoscere a un autore, e ho bisogno di lui.
- Voi avete bisogno di me? - Sì, signore, anzi vengo al solo scopo di chiedervi una commedia: ho promesso ai miei compagni una commedia del signor Goldoni, e voglio mantenere la parola.
- Voi dunque volete, gli dissi sorridendo, una mia produzione? - Sì, vi conosco per fama; so che siete garbato quanto abile.
Non mi darete una negativa.
- Ho molte occupazioni, non posso farlo.
- Rispetto le vostre occupazioni; farete questa composizione quando vorrete, a tutto vostro comodo.
Nel tempo che andiamo chiacchierando in tal guisa, tira a sé la mia scatola, prende una presa di tabacco, vi insinua alcuni ducati d'oro, poi la chiude e la rimette sulla tavola con uno di quei lazzi che sembrano nascondere ciò che appunto si ha caro di far palese; apro allora la scatola, né voglio aderire alla celia.
- Eh via, via, egli dice, non vi dispiaccia; questo è un piccolo acconto per la carta.
- Insisto per restituire il denaro; molti gesti, molti atti, molte riverenze: si alza, retrocede, prende la porta, e se ne va.
Che mai avrei dovuto fare in tal caso? Presi l'espediente che mi parve migliore.
Scrissi al Darbes che poteva star sicuro della commedia richiesta, e lo pregai di dirmi se gli piaceva meglio di averla col Pantalone in maschera o a viso scoperto.
Il Darbes non tardò un momento a rispondermi.
In questa lettera di risposta non potevano esservi positure ridicole o contorcimenti di persona, ma vi erano tratti singolarissimi.
"Avrò dunque (diceva) una commedia del Goldoni? Questa sì, sarà la lancia e lo scudo di cui armato andrò a sfidare i teatri tutti del mondo.
Quanto sono felice! Ho scommesso cento ducati col direttore che avrei avuto un'opera di Goldoni; se vinco la scommessa, il direttore paga e la rappresentazione resta a me.
Benché ancor giovane, benchè non abbastanza noto, andrò a sfidare i Pantaloni di Venezia: Rubini a San Luca e Currini a San Samuele.
Attaccherò Ferramonti a Bologna, Pasini a Milano, Bellotti detto Tiziani in Toscana, Golinetti nella sua solitudine, Garelli nella tomba." Terminava con dirmi, che desiderava una parte da giovane senza maschera, indicandomi per modello un'antica commedia dell'arte, intitolata Pantalone paroncino.
Questo termine di paroncino, tanto per la traduzione letterale quanto per il carattere del soggetto, corrisponde esattamente alla parola francese petit-maître, poiché paron nel dialetto veneziano esprime la medesima cosa che padrone in toscano e maître in francese; onde paroncino è il diminutivo di parone, come petit-maître è il diminutivo di maître.
Ai miei tempi i paroncini veneziani recitavano a Venezia la medesima parte che i petits-maîtres a Parigi; ma tutto varia.
Ora in Francia non ve ne son più, e forse neanche in Italia.
Feci dunque per Darbes la commedia richiestami sotto il titolo di Tonin bella grazia, che si poteva tradurre in francese Toinet le gentil.
Ultimai la composizione in tre settimane e la portai io stesso a Livorno, città che conoscevo, distante da Pisa quattro sole leghe e dove avevo amici, clienti, corrispondenti.
Darbes, che aveva già strombazzato il mio arrivo, venne subito a trovarmi all'albergo ov'ero alloggiato, e io gli feci la lettura della mia commedia; ne parve contentissimo, e con molti complimenti e con riverenze e parole tronche mi lasciò con galante modo la scommessa da lui vinta, e per evitare i ringraziamenti fuggì col pretesto di andare a comunicare il mio lavoro al direttore.
Renderò conto di quest'opera nell'occasione della sua prima rappresentazione a Venezia: ora debbo trattenere il lettore sopra qualche altra cosa più importante.
CAPITOLO LII.
Visita del signor Medebac, che mi obbliga ad andare a desinar da lui.
- Ritratto della signora Medebac.
- La commedia detta Donna di garbo da me veduta per la prima volta.
- Riepilogo di questa rappresentazione.
- Impiego con Medebac.
- Addio a Pisa.
- Partenza.
Dopo il colloquio tenuto con Darbes, guardo l'orologio e vedo che sono le due dopo mezzogiorno.
Era troppo tardi per andare a mangiare da qualcuno dei miei amici, onde feci ordinare il pranzo alla cucina dell'albergo.
Mentre si apparecchiava, mi venne annunziato il signor Medebac.
Entra, mi ricolma di garbatezze e m'invita a desinare a casa sua.
La minestra era già in tavola: dunque lo ringraziai.
Darbes, ritornato da me in compagnia del direttore, va a prendere il mio cappello e il bastone e me li presenta.
Medebac insiste; Darbes mi prende per il braccio sinistro, l'altro per il braccio destro; mi si gettano addosso, mi trascinano; bisogna andare.
Nell'entrare in casa del direttore, venne a incontrarmi alla porta dell'anticamera la signora Medebac, attrice stimabile per i suoi costumi non meno che per il suo ingegno: era giovane, bella, ben fatta.
Mi fece la più garbata e graziosa accoglienza.
Insomma, andammo a tavola.
Il desinare era di famiglia, ma per altro assai decente e servito con la massima pulitezza.
Essendosi in quel giorno messo l'affisso per una commedia dell'arte, mi si usò anche la gentilezza di mutarla e di rappresentare Griselda, aggiungendovi: tragedia del signor Goldoni.
Benchè questa composizione non fosse interamente mia, n'era lusingato il mio amor proprio, onde andai a vederla nel palchetto che mi era stato assegnato.
Fui estremamente contento della signora Medebac, che recitava la parte di Griselda.
La sua naturale dolcezza, la voce espressiva, l'intelligenza, l'azione la rendevano agli occhi miei un'attrice stimabile al disopra di tutte quelle che già conoscevo.
Fui però assai più contento il giorno seguente alla rappresentazione della Donna di garbo, fin allora la mia commedia favorita.
L'avevo composta a Venezia per la signora Baccherini, e dovevo vederne a Genova la prima recita; ma morì l'attrice avanti di rappresentarla, onde non ebbe luogo altrimenti il mio viaggio per Genova; era dunque la prima volta che compariva ai miei occhi.
Che piacere per me vederla recitare così bene!
Ecco appunto l'opportunità di entrar nei particolari di questa rappresentazione, da me solamente annunciata nel capitolo XLIII.
Rosaura, figlia di una lavandaia di Pavia, aveva occasione di vedere molti studenti e alcuni professori dell'università in casa di sua madre; era anche nel caso di coltivare la sua inclinazione alle lettere, e di procurarsi nel tempo stesso un onorevole collocamento.
Fu ingannata da un giovane, che dopo averle tutto promesso l'abbandonò.
Rosaura corre dietro al suo amante e giunge prima di lui; viene accettata, con l'aiuto di un servitore che conosce, come cameriera della cognata del suo infedele; procura di entrare in grazia ad ognuno, e giunge a metter la famiglia in impegno di occuparsi a suo favore.
Il padre è avvocato, ed ella ha cognizione del gius romano e della pratica della curia.
Il figlio maggiore ha passione per il gioco del lotto; Rosaura gli parla delle fasi della luna, d'influenze, costellazioni, sogni, cabale, combinazioni.
La moglie è civetta, e la servente mette in vista tutto ciò che può lusingare la civetteria.
La fanciulla ha un'inclinazione segreta, e Rosaura se n'accorge benissimo, la fa parlare, promette di secondarla, dà coraggio all'amante timido e s'impegna a sollecitare la loro unione.
Brighella fa da servitore molto accorto, né vi è astuzia che non conosca.
Arlecchino poi è un servo balordo che fa tutte le scimmiottate possibili, e ora diverte gli uni, ora accarezza gli altri.
Lo scopo principale di Rosaura però è di guadagnare il capo di casa; giunge infatti a guadagnarlo in modo, che egli si determina a sposarla.
Torna Florindo: quest'è il nome del perfido amante; il padre gli dichiara la sua inclinazione, la sua idea, e il figlio si oppone; bisogna dunque che egli renda ragione dell'opposizione, ed eccolo forzato a confessare i suoi impegni con la cameriera della cognata.
Il padre, vedendo l'impossibilità di sposarla, costringe il figlio a dar soddisfazione alla giovane da lui ingannata, obbligandolo a mantener la parola.
Florindo recalcitra; tutti son contro di lui; ne arrossisce, ne è confuso, e la sposa.
Ecco il trionfo di Rosaura.
Non è essa Donna di garbo? Benchè questo titolo abbia eccitate molte critiche, io non l'ho mutato, facendo Rosaura stessa la sua giustificazione al termine della commedia.
Tutti, essa dice, mi hanno finora chiamata donna di garbo, perché ho saputo lusingare la loro passioni, e mi sono uniformata ai loro caratteri e ai loro umori.
Confesso dunque che questo titolo non mi conviene, poiché per meritarlo avrei dovuto essere più sincera e meno seducente.
Ora se Rosaura è stata nel corso della rappresentazione una donna scaltra e insidiosa, con quest'ultime espressioni diviene una donna ragionevole, una Donna di garbo.
Fu fatta anche un'altra critica alla mia composizione.
Si diceva che Rosaura, per donna, era troppo istruita.
Su questo punto rimisi tutta la mia difesa in mano al bel sesso, né mi mancarono i mezzi di smentire appieno l'ingiustizia e i pregiudizi.
Contento dell'esecuzione della commedia, mi congratulai colla signora Medebac e con suo marito.
Quest'uomo, a cui eran note le mie opere e a cui avevo fatto confidenza dei dispiaceri provati a Pisa, mi tenne alcuni giorni dopo un discorso molto serio e importante per me.
È necessario che ne renda conto ai miei lettori, poiché fu appunto in conseguenza di questo colloquio con Medebac che rinunziai allo stato nuovamente da me abbracciato da tre anni, e tornai a battere il sentiero abbandonato.
- Se voi siete deciso, mi disse un giorno Medebac, a lasciar la Toscana, e avete fatto proposito di ritornare in seno dei vostri compatrioti, parenti e amici, ho una proposta da farvi, che vi servirà almeno di riprova del conto che fo della vostra persona e del vostro ingegno.
Vi sono a Venezia, egli proseguì, due teatri per le commedie.
Io m'impegno di averne un terzo, e prenderlo a fitto per cinque o sei anni, quando vogliate farmi l'onore di lavorare per me.
- Una tale proposta mi parve lusinghiera; e poi non occorrevano sforzi per farmi prendere l'aire all'arte comica.
Ringraziai il direttore della fiducia che aveva in me, accettai la proposta, si fecero le dovute convenzioni e fu su due piedi stipulato il contratto.
Non sottoscrissi però in quel momento medesimo, volendone prima passar parola a mia moglie, non ancora tornata dalla sua corsa a Genova.
Conoscevo, è vero, la sua docilità, ma le dovevo riguardi di stima e amicizia.
Ella giunge, approva tutto, e spedisco a Livorno la mia firma.
Ecco la mia musa, la mia penna impegnata agli ordini d'un privato.
Un autore francese troverà forse singolare un tal impiego.
Un uomo di lettere dev'essere sempre libero, e deve disprezzare la tortura e la schiavitù.
Rispondo: se quest'autore è ben provvisto come Voltaire, o cinico come Rousseau, non ho nulla da dire; quando sia uno di quelli che non ricusano di spartir con altri il provento della stampa, lo prego in grazia di voler porgere orecchio alla mia giustificazione.
In Italia il prezzo più alto per l'ingresso al teatro comico non passa il valore di un paolo romano, che sono dieci soldi in Francia.
È vero che tutti quelli che vanno nei palchetti pagano pure il biglietto d'ingresso; ma i palchetti non appartengono al proprietario del teatro, onde l'introito non può esser considerevole; di maniera che la parte che tocca all'autore non merita assolutamente la pena di badarvi.
Altri incoraggiamenti si offrono in Francia per le persone d'ingegno: sono le gratificazioni della Corte, le pensioni, la beneficenza del re.
Niente di tutto ciò in Italia, e questa è la cagione per cui tanti begli ingegni, onde sopra d'ogni altra è feconda questa terra, gemono nel torpore e nell'ozio.
Alcune volte mi vien la tentazione di riguardarmi come un vero fenomeno; mi son dato in braccio senza riflessione al genio comico, che mi ha sempre a sé trascinato, e ho perduto tre o quattro volte le occasioni più felici per migliorare la mia sorte; sempre son ricaduto nelle stesse reti; ma non me ne pento; avrei forse trovato dappertutto maggior comodità, ma minor soddisfazione.
Ero pertanto contentissimo del mio stato e dei patti fissati con Medebac; le mie composizioni si ricevevano senza leggerle e si pagavano senza attenderne l'esito.
Una sola delle mie commedie valeva per cinquanta, e se mai impiegavo maggior attenzione e zelo per procurar loro un buon successo, mi eccitava al lavoro il solo onore, ed era mia ricompensa la sola gloria.
Fu nel mese di settembre del 1746 che mi legai con Medebac, dovendo andare a unirmi seco a Mantova nell'aprile dell'anno seguente.
Avevo dunque sei mesi di tempo per mettere in assetto i miei affari a Pisa, spedire alcune cause già incominciate, cedere ad altri quelle che non potevo tirare avanti, prender congedo dai miei giudici e clienti, e in ultimo fare il mio congedo poetico dall'accademia degli Arcadi.
Furono da me adempiuti tutti questi doveri, e partii dopo Pasqua.
CAPITOLO LIII.
Congedo da Firenze.
- Il Sibillone, divertimento letterario.
- Partenza dalla Toscana e miei disgusti.
- Passaggio dell'Appennino.
- Passaggio per Bologna e Ferrara.
- Arrivo a Mantova.
- Miei incomodi, e partenza per Modena.
- Aggiustamento dei miei affari con la banca ducale.
- Viaggio per Venezia.
Prima di lasciar la Toscana avevo caro di rivedere un'altra volta la città di Firenze, che ne è la capitale.
Nel far le mie visite e prender congedo dalle persone di mia conoscenza, mi fu proposto di andare all'accademia degli Apatisti.
Ne avevo già contezza; si trattava di vedere in quel giorno il Sibillone, divertimento letterario, che vi si dava di tempo in tempo, né da me ancora veduto.
Il Sibillone, o la gran Sibilla, è un ragazzo di dieci o dodici anni che vien posto in cattedra in mezzo alla sala dell'assemblea.
Una persona scelta a caso nel numero degli assistenti, indirizza una domanda a codesta giovine Sibilla; il ragazzo deve nell'atto stesso pronunziare una parola, e questo è l'oracolo della profetessa e la risposta alla questione proposta.
Queste risposte, questi oracoli, dati da uno scolaro senza dar luogo a riflessione, non hanno per lo più senso comune, e perciò sta sempre accanto alla cattedra uno degli accademici che, alzandosi dalla sedia, sostiene che il Sibillone ha ben risposto, e si accinge a dar nel momento l'interpretazione dell'oracolo.
Per far conoscere al lettore fin dove può giungere l'immaginazione e l'ardire di uno spirito italiano, renderò conto della domanda, della risposta, e dell'interpretazione di cui fui testimone.
L'interrogatore, ch'era forestiero come me, pregò la Sibilla di aver la compiacenza di dirgli perché le donne piangano più spesso e più facilmente degli uomini.
La Sibilla per risposta pronunziò la parola paglia, e l'interprete indirizzando il discorso all'autore della questione, sostenne che l'oracolo non poteva essere né più decisivo né più soddisfacente.
Il dotto accademico interprete, che era un abate di circa quarant'anni, grasso, grosso e di voce chiara, sonora e piacevole, parlò per tre quarti d'ora continui.
Incominciò dal fare l'analisi di tutte le piante fragili, provando, che la paglia sorpassa tutto in leggerezza.
Dalla parola paglia passò alla donna, e svolse con non minor velocità che chiarezza una specie di saggio anatomico del corpo umano.
Descrisse minutamente la sorgente delle lacrime nei due sessi, provò la delicatezza di fibra nell'uno e la resistenza nell'altro.
Terminò insomma con lusingare dolcemente le signore che vi si trovavano presenti, attribuendo le belle prerogative della sensibilità alla debolezza, e fu ben cauto nel parlare di lacrime artificiose.
Confesso che rimasi colpito.
Non si poteva far uso di maggiore scienza, erudizione e precisione in una materia che finalmente non ne pareva suscettibile.
Tali esercizi, per vero dire, sono sforzi d'ingegno, son pressappoco sul gusto del Capolavoro dello sconosciuto; è però sempre vero che questi rari ingegni sono da stimarsi sommamente, non mancando loro se non incoraggiamento per mettersi a livello di tanti altri, e trasmettere con gloria i loro nomi alla posterità.
Rientrato a casa, trovai la lettera di porto che aspettavo da Pisa.
I miei bauli si trovavano alla dogana di Firenze; andai perciò il giorno dopo a farne la spedizione per Bologna, e non indugiai a seguirli.
Dalla porta della città, che lasciavo con tanto dispiacere, fino a Cafaggiolo, abitazione di campagna del granduca quattordici miglia distante dalla capitale, godevo sempre della piacevole esposizione e dell'industriosa cultura del paese toscano; ma appena bisognò cominciare ad arrampicarsi per l'Appennino, vidi una maravigliosa mutazione nel suolo, nell'aria, in tutta la natura.
Passai col dispiacere del confronto quelle tre alte montagne, il Giogo, l'Uccellatoio e la Raticosa, desiderando che Fiorentini e Bolognesi trovassero il mezzo di agevolare quest'alpestre cammino, per cui rendevasi noiosa e difficilissima la comunicazione di codesti due paesi importanti.
Ebbero effetto i miei desideri poco tempo dopo.
Giunti a Bologna, avevamo bisogno mia moglie e io di riposarci, onde non visitammo nessuno; si riprese in capo a ventiquattr'ore il viaggio, e arrivammo a Mantova alla fine di aprile.
Medebac, da cui ero aspettato con impazienza, mi accolse con giubilo, avendomi già preparato un quartiere in casa della signora Balletti.
Era questa una vecchia comica, che sotto il nome di Fravoletta era stata eccellente nella parte di servetta, e godeva nel suo ritiro d'una comodità molto piacevole, conservando ancora alla grave età di ottant'anni qualche resto della primitiva bellezza, e un lampo della vivacità e bizzarria della sua mente.
Essa era matrigna di madamigella Silvia, che fece le delizie del teatro comico italiano a Parigi, e nonna della signora Balletti, alla quale vidi fare a Venezia la più bella comparsa per la sua bravura nel ballo, primeggiando poi in Francia anche nella commedia.
Passai a Mantova un mese intero in termini molto cattivi e quasi sempre a letto; l'aria di codesto paese paludoso non era per me.
Diedi al direttore due nuove commedie composte per lui espressamente.
Ne parve molto contento, né disapprovò che andassi ad aspettarlo a Modena, ove doveva trovarsi egli pure per passarvi l'estate; feci assai bene a venirmene via; alla seconda posta mi sentii sollevato in modo che arrivai a Modena in perfetto stato di salute.
La guerra aveva avuto termine; l'infante don Filippo era in possesso dei ducati di Parma, Piacenza e Guastalla, e il duca di Modena era già tornato al suo paese.
La banca ducale proponeva accomodamenti ai creditori: avevo dunque sommo piacere di essere in grado d'attendere da me stesso ai miei interessi.
Giungono a Modena alla fine di luglio Medebac e la sua compagnia.
Diedi loro una terza commedia, e serbai per Venezia l'esposizione delle mie prime novità.
Era questo il paese dove avevo gettato i fondamenti del Teatro Italiano, ed era appunto là che dovevo lavorare alla costruzione del nuovo edificio.
Non avevo da combatter rivali; avevo però da superare alcuni pregiudizi.
Se il lettore ha avuto la compiacenza di seguirmi fin qui, la materia che son per offrirgli lo muoverà forse a continuarmi la sua benevolenza e attenzione.
Il mio stile sarà sempre lo stesso, cioè senza eleganza, senza pretesa, ma animato dallo zelo per la mia arte e dettato dalla verità.
PARTE SECONDA
CAPITOLO I.
Ritorno a Venezia.
- Medebac prende a fitto il teatro di S.
Angelo.
- Tonino bella grazia, L'uomo prudente, I due gemelli veneziani, commedie di carattere, ciascuna di tre atti in prosa.
- Epilogo di codeste composizioni.
- Felice successo.
Quale contentezza per me tornar di nuovo, in capo a cinque anni, nella mia patria, che mi era stata sempre cara, e che compariva sempre più bella ai miei sguardi ogni qual volta avevo la sorte di rivederla! Mia madre, dopo l'ultima partenza da Venezia, aveva preso a pigione per sé e sua sorella un appartamento nel circondario di San Giorgio, nei dintorni di San Marco.
Il quartiere era bello, passabile il locale.
Andai dunque a riunirmi a quella tenera madre, che mi accarezzava e non si lamentava mai di me.
Mi chiese nuove di mio fratello, ma fui nel caso di fare a lei la stessa domanda.
Né l'una né l'altro sapevamo che cosa ne fosse.
Essa lo credeva morto e piangeva; ma io, che lo conoscevo un po' meglio, ero sicuro che fosse per tornare un giorno a carico mio, né m'ingannai.
Medebac aveva preso a pigione il teatro Sant'Angelo, che non essendo dei più vasti affaticava meno gli attori, e conteneva un sufficiente numero di persone per dare ragionevoli introiti.
Non mi ricordo della commedia che fu rappresentata all'apertura di codesto teatro.
So bensì che quella compagnia comica giuntavi allora, dovendo lottare con competitori abilissimi e abituati agli usi della capitale, stentò molto a procacciarsi protettori e simpatizzanti.
Fu la Griselda che cominciò a dar qualche credito al nostro teatro di lì a poco.
Questa tragedia per sé stessa piacevole, e la destrezza dell'attrice che l'abbelliva ancora di più, fecero una sensazione generale nel pubblico in favore della signora Medebac; e la Donna di garbo, rappresentata alcuni giorni dopo, terminò di stabilire la sua reputazione.
Darbes, Pantalone della compagnia, stato fin allora ben accolto e molto applaudito nelle parti relative alla sua maschera, nulla aveva ancora recitato a viso scoperto, nel che appunto era capace di fare la più bella figura.
Non ardiva esporsi nelle commedie da me fatte per il Pantalone Golinetti al teatro di San Samuele, e io pure ne convenivo per quella gran ragione, che le prime impressioni non si cancellano così facilmente; onde torna sempre bene l'evitare i confronti, per quanto è possibile.
Non poteva dunque Darbes comparire che nella commedia veneziana da me lavorata espressamente per lui, e quantunque dubitassi con fondamento che Tonino bella grazia non valesse quanto il Cortesan Veneziano, pure bisognava rischiare il tentativo.
Se ne fecero le prove.
I comici ridevano come pazzi, e io al par di loro.
Fummo perciò d'opinione che il pubblico potesse far lo stesso; ma questo pubblico appunto, che comunemente dicesi non aver testa, l'ebbe in ciò così ferma e decisa fin dalla prima rappresentazione di questa commedia, che fui costretto a ritirarla subito.
In simili casi non è stato mai mio costume scagliarmi contro gli spettatori o i comici.
Mi son sempre rifatto dall'esaminar me medesimo freddamente, e appunto questa volta conobbi d'avere io tutto il torto
Una commedia andata a terra non merita che se ne dia l'estratto; il male è che è stampata; peggio per me e per quelli che si daranno la pena di leggerla.
Dirò solamente, per procurar qualche scusa alle mie mancanze, che quando scrissi questa commedia ero fuori d'esercizio da quattr'anni; che avevo la testa piena di occupazioni relative al mio stato; che avevo dispiaceri, ch'ero di cattivo umore, e che per colmo di disgrazia essa fu trovata buona dagli stessi comici.
Facemmo a mezzo dello sbaglio, e a mezzo ne pagammo la pena.
Il povero Darbes era mortificatissimo; bisognava ingegnarsi a consolarlo.
A tal fine intrapresi una nuova composizione dello stesso genere, facendolo comparire con la maschera in una commedia nella quale acquistò molto onore, e che ebbe un fortunatissimo successo.
Era questa L'Uomo prudente, commedia in prosa di tre atti.
Pantalone, ricco negoziante veneto, stabilito a Sorrento nel regno di Napoli, aveva due figli di primo letto, Ottavio e Rosaura, ed era per ammogliarsi con Beatrice, figlia d'un mercante del medesimo luogo.
Pessimo parentado.
La matrigna era una civetta di cattivo carattere, il figliastro libertino, e la giovane una sciocca; Beatrice aveva i suoi cicisbei, il giovane le sue belle, la signorina i suoi intrighi.
Pantalone, uomo saggio e prudente, procura di vincerli con la dolcezza, e nulla conclude; prova a minacciarli; le minacce irritan costoro maggiormente, e l'urto li mette in disperazione.
Beatrice, furiosa e istigata dai malvagi consigli delle persone che ha sempre attorno, porta la sua collera e la sua malignità fino al punto di disfarsi del marito; con questa idea guadagna e impegna nel delitto anche il figliastro, scellerato e indegno quanto lei; questi provvede il veleno, e l'altra coglie il momento che il cuoco è in faccende per gettare un po' d'arsenico nella zuppa destinata al rispettabile vecchio.
Rosaura possiede una cagna che ama alla follia; volendo farle far colazione si serve di una parte di quella zuppa.
La cagna ne mangia, cade convulsa, muore.
Rosaura è in disperazione.
Ne fa al suo amante la confidenza; egli indovina donde viene il colpo, né può avere altro sospetto che sulla matrigna e sul figliastro; s'adopera dunque a tutt'uomo per la vita di Pantalone e va subito a denunciare il delitto.
La giustizia si assicura di Beatrice e di Ottavio.
L'Uomo prudente occulta il corpo del delitto, facendosi egli stesso difensore delle accuse date: mancano prove.
La pignatta avvelenata più non esiste.
Un'altra cagna, viva, sana e simile a quella rimasta morta illude il fatto, e un'energica e patetica perorazione del padre e marito, convince e muove il giudice.
Ecco assolti gli accusati: il tenero affetto di Pantalone guadagna i cuori dei suoi nemici, e la prudenza di lui salva l'onore della famiglia.
Questa commedia era stata da me composta quando ero occupato a Pisa a difender cause criminali.
La favola non era inventata di pianta.
Un tale orribile delitto fu commesso in un paese della Toscana, e io avevo caro di far conoscere ai miei compatrioti quali erano state le mie occupazioni in cinque anni d'assenza.
Questa commedia ebbe a Venezia un completo successo.
Il veleno, la perorazione forense e certi tratti di cui era piena, non potevan dirsi, per verità, propri della buona commedia; ma per il Pantalone nulla si poteva desiderare di più, per aver la comodità di far valere la superiorità del suo ingegno nei differenti chiaroscuri che doveva esprimere; né altro appunto ci volle per farlo generalmente proclamare l'attore più perfetto che fosse allora sul teatro.
Perché meglio stabilisse però la sua reputazione, bisognava fargli fare una bella figura anche a viso scoperto.
Questa era la mia idea, e questo era il mio scopo principale.
Nel tempo dunque che Darbes godeva gli applausi per la rappresentazione dell'Uomo prudente, io ne lavoravo per lui un'altra intitolata I due gemelli veneziani.
Avevo intanto avuto tempo e comodo bastante per esaminare i diversi caratteri dei miei attori.
Nel Darbes conobbi due pregi opposti e abituali nella macchina, nella figura e nell'azione.
Ora era l'uomo più allegro e vivace del mondo, ora prendeva l'aria, i tratti e i discorsi d'un inetto, di un balordo; queste variazioni succedevano in lui senza pensarvi, e con la maggior naturalezza.
Una scoperta di tal sorte mi risvegliò l'idea di farlo comparire sotto questi differenti aspetti in una rappresentazione medesima.
Il primo dei due fratelli chiamato Tonino era stato mandato da suo padre a Venezia, e l'altro detto Zanetto a Bergamo in casa di uno zio.
Il primo era allegro, elegante a piacevole; l'altro grossolano e senza garbo.
Doveva quest'ultimo sposar Rosaura, figlia d'un negoziante veronese, onde partì per andare a unirsi colla futura sposa; l'altro teneva appunto dietro alla sua bella nella stessa città; ecco come i due gemelli vengono a incontrarsi senza saperlo.
La somiglianza non poteva essere più perfetta, poiché ambedue la parti eran recitate da un solo attore; i nomi però eran differenti, onde l'intreccio per l'attore doveva esser più difficile e per lo spettatore più dilettevole.
Vi è poi in questa commedia un personaggio episodico che somministra molta parte, che prepara accidenti e compie la catastrofe.
È questi un impostore chiamato Pancrazio che, essendo amico del suocero futuro di Zanetto, aspira a guadagnare il cuore e la mano di Rosaura, nascondendosi sotto il velo dell'ipocrisia.
Quest'uomo astuto si fa padrone dell'animo del semplice bergamasco, con fargli credere che non vi è al mondo nulla di più pericoloso delle donne.
Zanetto, che a motivo della sua imbecillità non può vantarsi di ottenere i favori del sesso, trova che Pancrazio ha ragione; ma la carne lo tormenta, onde il malvagio amico gli dà una polvere per difendersi dagli stimoli.
Il povero diavolo la trangugia e s'avvelena.
Eccoci a un nuovo veleno.
Veramente feci male a usarlo in due commedie consecutive; molto più che sapevo bene al par d'ogni altro che tali mezzi non eran quelli della buona commedia, ma la mia riforma era ancora nella culla; e poi qual diversità tra le conseguenze prodotte dal veleno nella prima, da quelle che ne derivano nella seconda! Il delitto, nella commedia dell'Uomo prudente, desta sentimenti patetici, che toccano il cuore; e quello dei Due gemelli produce, malgrado il suo orrore, accidenti divertevoli degni della verità comica.
Non vi può esser nulla di più piacevole che la follia in questo babbeo, il quale, credendo di giungere a vendicarsi della crudeltà delle donne col disprezzo, soffre e si rallegra nel tempo medesimo.
Io m'ero molto arrischiato, lo confesso, ma conosceva un poco il mio paese, onde questa commedia andò alle stelle.
Ciò che poi contribuì infinitamente al buon successo di questa rappresentazione fu la maniera incomparabile sostenuta dal Pantalone, che si vide al colmo della gloria e del contento.
Il direttore non era meno soddisfatto, vedendo assicurata la sua impresa; io pure ebbi la mia parte di contentezza, trovandomi acclamato ed essendomi fatta festa più di quello che meritavo.
CAPITOLO II.
Critiche delle mie commedie.
- Ingiuriosi libercoli contro i comici.
- Storia riguardante i medesimi.
- La Vedova scaltra, commedia di tre atti in prosa.
- Estratto di questa composizione.
- La Putta onorata, commedia veneziana di tre atti in prosa.
- Suo estratto.
- Buon successo.
Dopo il mio ritorno a Venezia avevo esposte tre altre commedie nuove, senza che alcuna critica fosse venuta a frastornare la mia tranquillità.
Nella novena di Natale però vi furono persone sfaccendate che, trovandosi prive del divertimento degli spettacoli teatrali, fecero comparire alcuni libercoli contro i comici e contro l'autore.
Non si faceva parola alcuna della mia prima commedia andata a terra; anzi la critica feriva direttamente il paese più che il mio lavoro, pretendendosi che la commedia del Tonino bella grazia, quantunque buona, fosse però troppo vera e troppo piccante; onde mi si condannava solamente di averla messa la scena a Venezia.
Riguardo poi all'altre due, si diceva che nell'Uomo prudente vi era più furberia che prudenza, e si disapprovava nei due Gemelli veneziani la parte di Pancrazio.
Queste critiche avevano del buono e del cattivo, avevan ragione, avevan torto, e le espressioni piccanti che vi si leggevano eran compensate da mille elogi e incoraggiamenti: dunque non potevo esserne disgustato.
Si prendeva però in esse di mira la compagnia Medebac principalmente, e si chiamava la compagnia dei saltatori: simili discorsi erano tanto più cattivi, in quanto che fondati sopra alcuni principi di verità.
La signora Medebac era figlia di un ballerino da corda, Brighella suo zio aveva fatto il pagliaccio, e il Pantalone aveva sposato la cognata del capo di quei saltatori.
Frattanto questa famiglia, sebbene cresciuta in un ceto screditato e pericoloso, viveva nella più esatta regolarità di costumi, né mancava di cultura e di educazione.
Medebac, comico abile, amico e compatriota di quella buona gente, vedendo che parecchi di loro avevano ottime disposizioni per l'arte comica, li consigliò a mutare stato.
Essi di buon grado aderirono al suggerimento, e Medebac li addestrò.
I nuovi comici fecero progressi molto rapidi, e giunsero in pochissimo tempo a far fronte colla loro bravura alle più vecchie e accreditate compagnie d'Italia.
Ora meritava codesta compagnia, ch'era divenuta buona ed erasi diportata sempre con onoratezza, il rimprovero della sua prima professione? Si scopriva in ciò chiaramente una pretta malignità, e tutto dipendeva dalla gelosia dei suoi rivali, e dagli altri spettacoli di Venezia che cominciavano a temerla; e siccome conoscevan bene di non poterla distruggere, avevano la bassezza di disprezzarla.
Quando vidi a Livorno questi comici la prima volta presi una parziale affezione per essi, per i loro meriti, per la loro condotta, e procurai dal canto mio di portarli con le mie premura e fatiche a quel grado di considerazione di cui sono stati poi meritevoli dovunque.
Avevano un bel dire e un bel fare i nemici di Medebac: i comici andavano ogni giorno più prendendo piede, e la rappresentazione di cui son ora per render conto, stabilì affatto il loro credito e li mise in stato di godere con sicurezza una perfetta tranquillità.
Il carnevale del 1748 fu aperto con La Vedova scaltra.
Questa vedova veneziana, stata per qualche tempo infermiera del suo vecchio e infermo marito possessore di una fortuna considerevole, aspirava a indennizzare i perduti giorni col mezzo di un matrimonio più conveniente.
Fece a una festa da ballo conoscenza con quattro forestieri: Milord Ronebif inglese, il cavaliere le Bleau francese, don Alvaro di Castiglia spagnolo, e il conte di Bosconero italiano.
I quattro viaggiatori, colpiti dalla bellezza e dall'ingegno della vedovella, le fanno la corte, procurando ciascuno dal canto suo di meritar la preferenza sopra gli altri rivali.
Milord le manda un bel diamante, il cavaliere le dà un bel ritratto, lo Spagnuolo l'albero genealogico dalla sua famiglia, e il conte italiano le dirige una lettera molto tenera, nella quale parecchi tratti di gelosia manifestano il carattere della sua nazione.
La vedova fa le sue riflessioni sopra l'incontro di questi suoi nuovi adoratori; trova l'inglese generoso, il Francese galante, lo Spagnolo rispettabile e l'Italiano amoroso.
Palesa qualche inclinazione per quest'ultimo, ma la cameriera, francese di nazione, si fa avanti alla sua padrona e le prova che non può esser felice che sposando un francese.
Rosaura (questo è il nome della vedova) prende tempo a decidere.
Il primo e secondo atto passano in visite, tentativi, rivalità, essendo sempre in contrasto i caratteri della rispettive nazioni; da tutto ciò risulta un complesso comico molto vario, molto decente.
Debbo rimproverarmi solamente di aver dato un po' troppo di caricatura alla parte del cavaliere, ma non ho colpa: avevo veduti a Firenze, Livorno, Milano e Venezia parecchi Francesi, onde incontrati gli originali ne avevo fatto la copia.
Giunto poi a Parigi, ho conosciuto il mio errore, poiché non ho mai veduto quelle figure ridicole da me trovate in Italia; onde, o la maniera di pensare e di essere ha da venticinque anni a questa parte mutato in Francia affatto indole, o i Francesi nei paesi stranieri hanno piacere di far torto a sé stessi.
L'ultimo atto di questa commedia è il più importante e il più vivace.
La vedova, a cui con tutta ragione diedi l'epiteto di scaltra, vuole assicurarsi sempre più dell'attaccamento e della sincerità dei suoi quattro pretendenti: approfitta perciò del carnevale di Venezia, e mascherandosi in quattro diverse forme fa, una volta dopo l'altra, da compatriota dei quattro suoi forestieri.
Seria con l'Inglese, capricciosa col Francese, grave e severa con lo Spagnolo, e amorosa col Romano.
Mediante la maschera, la simulazione dei costumi e della voce inganna sì bene i suoi amanti, che i primi tre cadono nella rete e preferiscono di sostener la donna del loro paese; il solo conte ricusa i tentativi dell'incognita, per non mancare alla fedeltà della sua bella.
La vedova allora dà una festa da ballo in casa propria e fa invitare i quattro forestieri, che non mancano d'intervenirvi.
Palesa ad alta voce la prova ch'essa aveva fatto della loro sincerità e offre la mano al conte, che trovasi al colmo del contento.
Milord approva il suo modo di agire; il cavaliere domanda il posto di cicisbeo; e lo Spagnolo, sdegnato dall'astuzia, condanna gl'Italiani e parte; si principia il ballo, e così termina la rappresentazione.
Benché avessi dato parecchie composizioni di esito felicissimo, niuna per altro era pervenuta al punto di questa.
Fu rappresentata trenta volte di seguito, ed è stata esposta ovunque con la stessa buona sorte.
Il principio dunque della mia riforma non poteva esser più splendido.
Tenevo ancora un'altra commedia per il carnevale, ma era necessario che la chiusa del teatro non smentisse i fortunati successi di quest'anno decisivo; seppi perciò trovar l'opera adattata a coronare le mie fatiche.
Avevo veduto al teatro di San Luca una commedia intitolata Le Putte di Castello, commedia popolare, il cui soggetto principale era una Veneziana priva d'intelletto, senza costumi e senza condotta.
Quest'opera comparve avanti la legge della censura degli spettacoli.
Tutto era cattivo: caratteri, intreccio, dialogo; tutto pericoloso; frattanto era una commedia secondo il gusto della nazione, divertiva il pubblico, tirava la gente, e si rideva a quelle disdicevoli buffonerie.
Ero sì contento di questo pubblico, che incominciava a preferir la commedia alla farsa e la decenza alla sciocchezza, che per impedire il male che quella rappresentazione poteva produrre negli animi ancor vacillanti, ne diedi un'altra dello stesso genere, ma molto più onesta e istruttiva, col titolo La Putta onorata, la quale poteva dirsi appunto il contravveleno delle Putte di Castello.
L'eroina della mia commedia era di condizione volgare, ma per i suoi costumi e la sua condotta piaceva a ogni ceto di persone, non meno che a tutti i cuori onesti e sensibili.
Bettina, orfana, sostentandosi col lavoro delle proprie mani, è forzata a convivere in compagnia della sorella e di Arlecchino suo cognato, entrambi pessimi soggetti.
Bettina è savia senz'esser ritrosa o bigotta, e ha un amante che spera di poter un giorno sposare; questi è Pasqualino, che passa per figlio di un gondoliere veneziano, giovane di una condotta regolare, ma privo d'impiego e di fortuna.
La ragazza, che molto lo ama, non gli permette di andare a trovarla in casa, né lo vede, né gli parla che dalla sua finestra; ma la sorella, dolente di veder questo giovane passeggiare per strada, lo fa qualche volta entrare.
Bettina va sempre a chiudersi in camera, temendo i pericoli dell'amore e le ciarle dei vicini.
Pantalone, negoziante veneziano, conosceva bene questa fanciulla, la stimava molto e le dava di tempo in tempo qualche aiuto, avendole perfin promesso di maritarla; ma confidando essa al medesimo la sua inclinazione, egli non va d'accordo che sposi un uomo senza stato e senza fortuna.
Il marchese di Ripaverde vede Bettina, se ne innamora e fa tentativi per sedurla; la sorella e il cognato sono del suo partito, ma non è possibile scuotere la fermezza della virtuosa orfanella: il marchese la fa rapire ed essa resiste sempre; le fa persino la proposizione di maritarla al vero amante, che era figlio del suo gondoliere, ma Bettina ricusa di accettare il matrimonio per mezzo suo.
Questa rappresentazione ha molto brio, molto intreccio, molti accidenti.
Il marchese essendo ammogliato, giunge alla signora marchesa consorte la notizia della nuova passione del marito; essa prende a sdegno Bettina, ma vedutola e parlatole, diviene la sua amica e la sua protettrice.
Intanto Lelio, creduto figlio di Pantalone, arriva da Livorno, ove era stato allevato fin dai primi anni; non conosce di persona suo padre, e differisce di andarlo a trovare, per godere con libertà i divertimenti del carnevale di Venezia.
Lelio è un libertino che scarseggia a danari, e che ne cerca da ogni parte; il marchese gli propone di bastonare un uomo che gli aveva mancato di rispetto, e Lelio s'incarica di eseguire la commissione.
Pantalone si difende, e nel difendersi dice il suo nome; Lelio allora riconosce il padre e fugge; ma è arrestato, e si risolve di relegarlo nelle isole dell'Arcipelago.
La vera madre di questo disgraziato, moglie del gondoliere del marchese, è forzata a parlare; Lelio è suo vero figlio e Pasqualino quello di Pantalone.
Essa era stata nutrice di quest'ultimo e l'aveva barattato per far la sorte di suo figlio.
Bettina vede il suo amante divenuto ricco, e per tal ragione crede d'averlo perduto per sempre; ma Pantalone ricompensa la virtù dichiarandola sua figliastra.
Nel compendio che attualmente fo di questa commedia si potrebbe scorgere una doppia azione; ma leggendo la composizione si vedrà che l'azione è unica, e che il riconoscimento di Pasqualino era troppo necessario alla catastrofe di Bettina.
Vi sono in questa commedia scene di gondolieri veneziani prese dalla natura, e sommamente divertenti per quelli che hanno cognizione del linguaggio e dei modi del mio paese.
Veramente volevo riconciliarmi con questa classe di servitori, ben meritevole di qualche attenzione, e che era malcontenta di me.
A Venezia i gondolieri hanno posto agli spettacoli solamente quando la platea non è piena, e siccome non potevano entrare mai alle mie commedie ed erano obbligati ad aspettare i padroni per strada o nelle rispettive gondole, io stesso li avevo intesi caricarmi di titoli molto faceti e propriamente da scena.
Perciò m'adoprai affinchè ottenessero alcuni posti negli angoli della platea; essi rimasero incantati vedendo rappresentare sé stessi, e io divenni il maggior loro amico.
Questa commedia ebbe il miglior successo che potessi desiderare, e la chiusura del teatro non poteva esser più bella né più soddisfacente.
Ecco dunque la mia riforma già ben avanti.
Che felicità! che piacere per me!
CAPITOLO III.
Critiche, controversie e opinioni diverse sopra le mie nuove commedie.
- Mio modo di pensare sull'unità di luogo.
- Spiegazione e utilità del termine protagonista.
- Alcune parole sopra le commedie dai Francesi chiamate drammi.
Mentre andavo lavorando sopra gli antichi fondamenti della commedia italiana, e producevo solamente commedie, parte scritte e parte a braccio, mi lasciavano godere con tutta pace gli applausi della platea.
Ma manifestatomi appena per autore, inventore e poeta, si svegliarono dal loro letargo gli spiriti, e mi credettero degno delle loro critiche, della loro attenzione.
I miei compatrioti, abituati da tanto tempo alle farse triviali e abiette, e alle rappresentazioni gigantesche, divennero a un tratto censori austeri delle mie produzioni, facendo risuonar nei circoli i nomi di Aristotele, d'Orazio, e del Castelvetro.
Le mie opere erano divenute la gazzetta del giorno.
Veramente potrei dispensarmi dal rammentare oggi quelle controversie, che erano allora disperse dal vento e soffocate dal grido dei miei ottimi successi; ma ho avuto caro di farne menzione al fine di avvertire i lettori del mio modo di pensare relativamente ai precetti della commedia e al metodo propostomi nell'esecuzione.
Le unità richieste per la perfezione delle opere teatrali furono in ogni tempo oggetto di discussione tra gli autori e i dilettanti.
Riguardo all'unità dell'azione e a quella del tempo, nulla avevan da rimproverarmi i critici delle mie commedie di carattere; pretendevano bensì che avessi mancato solamente all'unità del luogo.
L'azione delle mie commedie però succedeva sempre nella città medesima, e i personaggi non uscivano mai da essa; scorrevano, è vero, diversi luoghi, ma costantemente dentro la cerchia delle stesse mura: credetti però, come tuttora credo, che così l'unità di luogo fosse mantenuta abbastanza.
In tutte le arti, in tutte le scoperte, l'esperienza ha preceduto sempre i precetti; e benchè in seguito gli scrittori abbiano assegnato un metodo pratico per l'invenzione, i moderni autori non han per questo perduto il diritto d'interpretare gli antichi.
In quanto a me, non trovavo nella Poetica di Aristotele, né in quella d'Orazio, il precetto chiaro, assoluto e ragionato della rigorosa unità di luogo; mi sono nulladimeno fatto sempre un piacere di sottoporvi il mio soggetto, tutte le volte che l'ho creduto opportuno, non sacrificando però mai una commedia che potesse esser buona, a un pregiudizio mediante il quale si potesse render cattiva.
Gl'Italiani non sarebbero stati contro di me tanto rigidi, e molto meno per le mie prime produzioni, se non fossero stati provocati dal malinteso zelo dei miei fautori.
Questi innalzavano a un grado troppo sublime il merito delle mie composizioni, onde la gente colta e istruita altro non condannava che il fanatismo.
Presero sempre più calore le controversie riguardo alla mia ultima composizione.
I miei atleti sostenevano che la Putta onorata fosse una commedia senza difetti, e i rigoristi trovavano mal scelto il protagonista.
Chiedo scusa ai lettori se oso servirmi di una parola greca, che deve esser esser cognita bensì, ma non molto usata.
Infatti questo termine non si trova in alcun dizionario francese o italiano.
Eppure alcuni celebri autori della mia nazione se ne son serviti, e comunemente se ne servono.
Castelvetro, Crescimbeni, Gravina, Quadrio, Muratori, Maffei, Metastasio e molti altri hanno adottato il termine protagonista per esprimere il soggetto principale della rappresentazione; vedrete dunque l'utilità di questo grecismo, che racchiude in sé stesso il valore di cinque parole, onde domando il permesso di farne uso ancor io, per evitar la monotonia di una frase che nel corso della mia opera potrebbe divenir noiosa.
Avevo dunque male scelto il carattere del protagonista, perché non l'avevo desunto né dalla classe dei viziosi, né da quella dei ridicoli.
Anzi la Putta onorata era un soggetto virtuoso, non meno che piacevole per i costumi, la dolcezza e la condizione; mi ero perciò allontanato, secondo loro, dallo scopo principale della commedia, che consiste nell'incutere l'abborrimento del vizio e nel correggere i difetti.
I miei critici avevan ragione, io però non avevo torto.
Volevo cominciare in modo da allettare la mia patria per cui faticavo; il soggetto era nuovo, piacevole, nazionale, e proponevo ai miei spettatori un modello da imitare.
Purché s'ispiri la probità, non è meglio guadagnare i cuori colle dolci attrattive della virtù che coll'orrore del vizio? Quando parlo di virtù non intendo dire quella virtù eroica, che commuove colle sventure e invita al pianto col linguaggio.
Tali opere, cui in Francia si dà il titolo di drammi, hanno certamente il loro merito, ed è un genere di rappresentazioni teatrali che tien luogo tra la commedia e la tragedia.
Possono dirsi un divertimento di più per gli animi sensibili: infatti le disavventure degli eroi tragici commuovono da lungi, laddove quelle dei nostri uguali debbono toccare il cuore maggiormente.
La commedia, che in sostanza altro non è che un'imitazione della natura, non esclude i sentimenti patetici e virtuosi, purché però non resti affatto spogliata di quei bizzarri tratti comici che forman la base fondamentale della sua esistenza.
Dio mi guardi dalla folle pretesa di fare il precettore.
Partecipo solamente ai lettori quel poco che ho imparato, quel poco che so; nei libri meno stimati si trova sempre qualche cosa degna d'attenzione.
Terminerò frattanto questo capitolo col fare qualche parola sopra il dialetto veneziano, di cui feci uso e nella Putta onorata e in parecchie altre commedie del mio teatro.
Il linguaggio veneziano è senza dubbio il più dolce e il più piacevole di tutti i dialetti d'Italia.
È chiara, facile, delicata la pronuncia, facondi ed espressivi i termini, armoniose e piene d'arguzia le frasi; e come il fondo del carattere della nazione veneziana è la bizzarria, così il fondo del linguaggio è la facezia.
Ciò però non impedisce che questa lingua sia suscettibile di trattare in grande le materie più gravi e più importanti.
Perorano gli avvocati in dialetto veneziano, e si pronunciano nello stesso idioma le arringhe dei senatori, senza mai degradare la maestà del trono e la dignità della curia; i nostri oratori hanno la fortunata facilità naturale di accompagnare all'eloquenza più sublime il modo di esprimersi più piacevole.
Procurai di dare un'idea dello stile vivace ed energico dei miei compatrioti nella commedia intitolata L'Avvocato veneziano.
Questa rappresentazione fu accolta, intesa e gustata molto dovunque, essendo stata tradotta anche in francese.
Il buon successo dunque delle prime mie composizioni veneziane mi incoraggiò a farne altre.
Se ne trova un numero considerevole nella mia collezione, e son forse quelle che mi fanno più onore e alle quali mi guarderei dal fare la minima mutazione.
Diedi e darò sempre nelle mie edizioni la spiegazione dei termini più difficili per l'intelligenza dei forestieri: onde, per poco che si conosca la lingua italiana, non si stenterà molto a leggere e comprendere a fondo l'idioma veneto come il toscano.
CAPITOLO IV.
La buona moglie, seguito della Putta onorata, commedia veneziana di tre atti in prosa.
- Felice successo.
- Aneddoto di un giovane convertito.
- Pensieri sopra i soggetti popolari.
- Il Cavaliere e la Dama, o I Cicisbei, commedia di tre atti in prosa.
- Buon successo.
- Critica di un incidente della medesima commedia.
La Putta onorata, con la quale si era chiuso il teatro nell'anno comico 1748, fece con la sua ripetizione l'apertura dell'anno seguente, sostenendosi sempre con la stessa buona sorte, né cessò che per dar luogo alla prima rappresentazione della Buona moglie.
Questa commedia era il seguito della precedente; infatti i personaggi venuti in scena nella prima comparivano pure in questa, e mantenevano il consueto loro stato e i rispettivi loro caratteri; altro non eravi che Pasqualino il quale, trascinato al vizio dalle cattive pratiche, aveva mutato affatto costumi e condotta.
Apre la scena Bettina accanto alla culla del suo bambino: lo bagna delle sue lacrime e si lamenta del marito.
Egli gioca, si rovina, dorme fuori casa; ed essa, benchè in disperazione, non tralascia di amarlo.
Pantalone aveva dato alcuni capitali a suo figlio per intraprendere un piccolo traffico.
Pasqualino dissipa quasi tutto; Lelio e Arlecchino lo seducevano, vivendo a sue spese e facendogli pagare tutte le ricreazioni di cui erano sempre i promotori.
Costoro lo conducono un giorno all'osteria con donne sospette, e con compagni dissoluti e libertini.
Giuntane a Pantalone la notizia, si porta subito a sorprenderli; Pasqualino si nasconde alla vista del padre e i commensali partono; Arlecchino, cattivo soggetto, indica Pasqualino al padre e segue i compagni.
Pantalone nel primo impeto avrebbe l'intenzione di dar sfogo alla sua collera, ma tornato in sé va dicendo: - Ah no, è necessario provar piuttosto la dolcezza; una tenera correzione vale forse più dei rimproveri e del castigo; vedrò mio figlio, gli parlerò da padre, né cesserò mai di esser tale quando in lui riconosca ragione e cuor di figlio.
- Dopo ciò fa uscire il giovane, che senza parole e tremante prende il mantello e vuol partire.
- Fermatevi, gli dice il padre con aria di bontà e tenerezza, fermatevi figlio mio, io non voglio né sgridarvi, né minacciarvi, e molto meno punirvi; conosco troppo bene che, sedotto dai cattivi consigli, avete scosso il giogo dell'obbedienza filiale, e che forse più non sono in grado di poter esercitare sopra voi i miei diritti; vi prego dunque.
Sì mio caro figlio, io vi amo sempre, e solo vi prego di volermi prestare orecchio.
- Pasqualino commosso alle dolci maniere di suo padre, lascia cader qualche lacrima.
Pantalone allora prende una sedia e fa sedere il figlio accanto a sé, gli dipinge al vivo il carattere delle sue conoscenze, gli fa il quadro dello stato in cui lo ha ritrovato e gli pone sott'occhio il torto che fa al suo nome, alla sua reputazione, a suo padre, alla tenera moglie, al caro figlio.
Pasqualino si getta ai piedi del genitore ed è pentito; ecco dunque il padre al colmo della gioia.
Mi si fece credere che questa scena avesse prodotto a Venezia una conversione, facendomi conoscere il giovane ch'era stato nel caso di Pasqualino ed era ritornato in seno alla famiglia.
Se la storia è vera, convien dire che questo giovane, prima di entrare a teatro, avesse realmente nel suo interno qualche buona disposizione a emendarsi, e se la mia composizione potè contribuirvi in qualche parte, avvenne forse per l'espressione energica di Pantalone, che aveva l'arte di ricercare gli affetti e di commuovere i cuori al pianto.
Ecco due felicissime rappresentazioni, il soggetto principale delle quali era stato da me desunto dalla classe del popolo.
Cercavo di tenere dietro alla natura per tutto, trovandola sempre bella, quando in special modo mi somministrava modelli virtuosi e sentimenti della più sana morale.
Eccovene però adesso una appartenente alla sublime arte comica, intitolata Il Cavaliere e la Dama.
Era molto tempo che guardavo con meraviglia quegli esseri singolari chiamati in italiano cicisbei, martiri della galanteria e schiavi dei capricci del bel sesso.
La commedia di cui son ora per render conto, ha relazione ai medesimi: bene è vero che non potevo pubblicare nell'affisso il titolo di cicisbeo, per non irritare preventivamente la numerosa brigata dei galanti; onde occultai la critica sot