MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
Successe così di fatto: ognuno voleva il dottor Goldoni; aveva i ricchi e i poveri, e i poveri pagavano meglio dei ricchi.
Prese dunque a pigione un appartamento più comodo e si stabilì a Chioggia, per restarvi finché la fortuna gli si fosse mantenuta favorevole, o qualche altro medico alla moda non fosse venuto a soppiantarlo.
Vedendomi ozioso e mancando in città buoni maestri per occuparmi, volle egli stesso far qualche cosa di me.
Mi destinava alla medicina, e nell'aspettare le lettere di chiamata per il collegio di Pavia mi ordinò di andar seco alle visite che giornalmente faceva.
Era di pensiero che un poco di pratica precedente allo studio della teoria fosse per darmi una cognizione superficiale della medicina, e fosse utilissima all'intelligenza dei termini tecnici e dei primi principi dell'arte.
Non era la medicina di troppo mio piacere, ma non bisognava esser recalcitrante, poiché si sarebbe detto che non volevo far nulla.
Seguii dunque mio padre; vedevo con lui la maggior parte dei malati, tastavo i polsi, guardavo le orine, esaminavo gli sputi, e molte altre cose che mi ripugnavano.
Pazienza.
Finché la compagnia continuò le sue recite, e ne eseguì trentasei, credetti compensata ogni mia perdita.
Era mio padre molto contento di me, e più ancora mia madre; ma uno dei tre nemici dell'uomo, e forse due o tutti e tre, vennero ad assalirmi e a turbar la mia pace.
Fu chiamato un giorno mio padre in casa di una malata molto giovane e bella: mi condusse seco, non avendo il minimo sentore di qual malattia si trattasse.
Quando vide che bisognava fare delle ricerche e delle osservazioni locali mi fece uscire, e da quel giorno in poi, tutte le volte ch'entrava in camera della signorina, ero condannato ad aspettarlo in una piccolissima e oscurissima stanza.
La madre della giovane ammalata, cortesissima e assai garbata, non soffriva che restassi solo; veniva a tenermi compagnia, e mi parlava sempre di sua figlia.
Questa, mercè l'abilità e le premure di mio padre, era fuori d'impiccio; stava bene, e la visita di quel giorno doveva essere l'ultima.
Le feci dunque il mio complimento, la ringraziai della bontà avuta per me, e terminai col dire: - Se non ho più l'onore di vedervi...
- Come? mi disse ella, non ci rivedremo più? - Se non ci viene mio padre.
- Potrete peraltro venir voi.
- A che fare? - A che fare? Ascoltate.
Mia figlia sta bene, non ha più bisogno del signor dottore, ma non mi dispiacerebbe che di tempo in tempo avesse una visita per amicizia, per vedere se le cose vanno bene, se ella avesse bisogno di purgarsi; se non avete occupazioni più importanti, veniteci qualche volta, ve ne prego.
- Ma la signorina mi gradirà? - Ah mio caro amico! non parliamo di questo: mia figlia vi ha veduto, né altro bramerebbe che stringere relazione con voi.
- Signora, questo è per me molto onore.
Ma se mio padre lo venisse a sapere? - Non lo saprà; e poi, mia figlia è sotto la sua cura: non può disapprovare che il figlio venga a vederla.
- Ma perché non mi ha lasciato entrare in camera? - Perché...
la camera è piccola, c'è afa.
- Sento rumore; esce mio padre.
- Andiamo, andiamo, venite a rivederci.
- Quando? - Questa sera, se volete.
- Se posso.
- Mia figlia ne sarà contentissima.
- E io pure.
-
Esce mio padre, e ce ne andiamo; rumino tutta la giornata, faccio riflessioni, cambio parere ogni momento.
Giunge la sera; mio padre va ad un consulto, e io sul far della notte ritorno alla porta dell'ammalata che sta bene.
Entro; mi sono fatte mille convenienze, mille gentilezze; mi esibiscono rinfreschi, e non ricuso.
Si cerca nella dispensa, ma non vi è più vino: bisogna andare a provvederlo e io metto mano alla tasca.
Si picchia alla porta, aprono; è il servitore di mia madre, che mi aveva visto entrare e che conosceva quella canaglia; fu veramente un angelo che lo mandò: mi dice una parola all'orecchio; io ritorno in me ed esco subito.
CAPITOLO VII.
Partenza per Venezia.
- Colpo d'occhio di questa città.
- Collocamento in casa di un procuratore.
Ritornato in me dall'accecamento in cui mi aveva posto la fervidezza della gioventù, guardavo con orrore il pericolo che avevo corso.
Ero naturalmente allegro, ma sottoposto fin dall'infanzia a vapori ipocondriaci e malinconici, che tetramente offuscavano la mia mente.
Assalito da un accesso violento di questa malattia letargica cercavo di distrarmi, e non trovavo modo.
I miei comici erano partiti, né Chioggia mi offriva più divertimento alcuno di mio gusto.
La medicina non mi andava a genio, ero divenuto triste e pensieroso, e smagrivo a colpo d'occhio.
Non tardarono ad accorgersene i miei genitori, e mia madre ne tenne proposito per prima: le confidai i miei disgusti.
Un giorno nel quale eravamo tutti a tavola in famiglia, senz'alcuno di fuori e senza servitori, fece cadere il discorso sul conto mio.
Fuvvi un dibattimento di due ore, e mio padre assolutamente voleva che io mi dessi alla medicina.
Avevo un bell'agitarmi, far minacce, brontolare, egli non dava quartiere; finalmente mia madre gli dimostra che ha torto, ed ecco come.
- Il marchese Goldoni, dice, vuol prendersi cura di nostro figlio; se Carlo è un buon medico, il suo protettore potrà favorirlo, è vero, ma potrà dargli dei malati? Potrà impegnare il mondo a preferirlo a tanti altri? Potrebbe procurargli un posto di professore a Pavia: ma quanto tempo e quanta fatica per giungervi! All'opposto, se mio figlio studiasse la legge, se fosse avvocato, un senatore di Milano potrebbe fare la sua fortuna senza la minima pena e senza la minima difficoltà.
- Mio padre non rispose, rimase per qualche momento in silenzio.
Indi, volto verso di me, mi disse scherzoso: - Ameresti il Codice e il Digesto di Giustiniano? - Sì, padre mio, risposi, assai pìù degli aforismi d'Ippocrate.
- Tua madre, soggiunse, è donna; pure mi ha presentate delle buone ragioni, e potrei aderirvi; frattanto non bisogna stare senza far nulla, e seguiterai a venir meco.
- Eccomi tuttavia in rammarico.
Mia madre prende allora vivamente le mie difese; consiglia mio padre di mandarmi a Venezia, e di collocarmi in casa di mio zio Indric, uno dei migliori procuratori della curia della capitale, proponendosi di accompagnarmi ella stessa e di restar meco sino alla mia partenza per Pavia.
La zia spalleggia la proposta della sorella; alzo le mani e piango dalla gioia: mio padre vi acconsente.
Andrà dunque a Venezia speditamente.
Eccomi contento; le mie malinconie si dissipano nell'istante, e quattro giorni dopo partiamo mia madre e io.
Non vi erano che otto leghe di traversata: arrivammo a Venezia all'ora di pranzo, andammo in casa del signor Bertani, zio materno di mia madre, e il giorno appresso andammo in casa del signor Indric.
Fummo ricevuti gentilmente.
Il signor Paolo Indric aveva sposato una mia zia paterna.
Un buon marito e buon genitore, una buona madre e buona consorte, figli benissimo educati, formavano una piacevole famiglia.
Fui stabilito nello studio, ed ero il quarto apprendista; godevo però quei privilegi, che la parentela non poteva non procurarmi.
La mia occupazione mi pareva più piacevole di quella che mio padre mi dava a Chioggia; ma questa doveva essere per me al pari dell'altra inutile.
Supponendo che io dovessi esercitare la professione di avvocato a Milano, non avrei potuto profittare della pratica nella curia di Venezia, ignota a tutto il resto d'Italia; né si sarebbe mai presagito che, mediante avvenimenti singolari e violenti, dovessi un giorno arringare in quel medesimo palazzo, dove mi riguardavo allora come forestiero.
Adempiendo esattamente al mio dovere e meritandomi gli elogi dello zio, non lasciavo di approfittare del dilettevole soggiorno a Venezia e di divertirmi.
Era questo il mio paese natio ma, troppo giovane quando l'avevo lasciato, non lo conoscevo quasi più.
Venezia è una città sì straordinaria, che non è possibile formarsene una giusta idea senza averla veduta; le carte, le piante, gli esemplari, le descrizioni non bastano; bisogna vederla.
Tutte le città del mondo si assomigliano più o meno; questa non ha somiglianza con alcuna.
Ogni volta che l'ho riveduta dopo lunghe assenze, è sorto in me un nuovo stupore.
Mano mano ch'io crescevo negli anni, che aumentavano le mie cognizioni e avevo confronti da fare, vi scoprivo nuove singolarità, nuove bellezze.
La vidi questa volta qual giovane di quindici anni, che non può valutare a fondo ciò che vi è di più notevole, né può confrontarla che con piccole città in cui ha vissuto.
Ecco quel che mi ha colpito di più.
Una prospettiva meravigliosa al primo ingresso, un'estensione considerabilissima di piccole isolette, così bene ravvicinate e sì ben riunite per mezzo di ponti, che credereste vedere un continente alzato sopra una pianura, e bagnato da tutte le parti da un immenso mare che lo circonda.
Non è mare bensì una vastissima laguna, più o meno coperta d'acqua all'imboccatura di più porti con canali profondi, che conducono i piccoli e grandi navigli nella città e nei dintorni.
Se entrate dalla parte di San Marco, attraverso una quantità prodigiosa di bastimenti di ogni sorta, vascelli da guerra, vascelli mercantili, fregate, galere, barche, battelli, gondole, mettete piede a terra sopra una riva chiamata la Piazzetta, ove vedete da una parte il Palazzo e la Chiesa Ducale, che annunziano la magnificenza della Repubblica, e dall'altra la piazza di San Marco circondata da portici fabbricati sul disegno del Palladio e del Sansovino.
Inoltratevi per le strade di Merceria fino al ponte di Rialto, e camminate sopra pietre quadre di marmo d'Istria leggermente scalpellato per impedire che vi si sdruccioli; percorrete un luogo che rappresenta una fiera perpetua, e arrivate a quel ponte che con un solo arco di ottanta piedi di larghezza attraversa il Canal grande, assicura con la sua altezza il passaggio alle barche e ai battelli nel tempo del maggior flusso del mare, offre tre differenti vie ai passeggieri, e sostiene sopra la curva ventiquattro botteghe con le rispettive abitazioni e coi loro tetti coperti di piombo.
Confesso che questo colpo d'occhio mi parve meraviglioso, né l'ho trovato descritto da nessuno dei viaggiatori che ho letto.
Chiedo scusa al mio lettore se ho dato un po' troppo luogo alla compiacenza.
Non ne dirò altro per ora, riservandomi di dar qualche idea dei costumi e usi di Venezia, delle sue leggi e della sua costituzione, man mano che l'occasione mi condurrà su tal proposito, e che la mia mente avrà acquistato una maggior fermezza e precisione di giudizio.
Terminerò questo capitolo con una succinta relazione dei suoi spettacoli.
Le sale per gli spettacoli in Italia hanno il nome di teatri.
Ve ne sono sette a Venezia, e ognuno porta il nome del Santo titolare della rispettiva parrocchia.
Il teatro di San Giovanni Crisostomo era allora il primo della città, e vi si davano le opere serie.
Qui Metastasio presentò la prima volta i suoi drammi, e Farinelli, Faustina e la Cozzoni fecero sentire il loro canto.
Quello di San Benedetto ha preso oggi il primo posto.
Gli altri cinque si chiamano: San Samuele, San Luca, Sant'Angelo, San Cassiano e San Moisé.
Di questi sette teatri, ve ne sono ordinariamente due per l'opere serie, due per l'opere buffe, e tre per le commedie.
Parlerò di tutti in particolare, quando sarò divenuto l'autore di moda di questo Paese, poiché non ve n'è alcuno che non abbia avuto qualche mia opera, e che non abbia contribuito al mio onore e al mio vantaggio.
CAPITOLO VIII.
Partenza per Pavia.
- Arrivo a Milano.
- Primo colloquio col marchese Goldoni.
- Difficoltà superate.
A Venezia adempivo molto bene in casa del procuratore al mio dovere nell'impiego, e avevo acquistato molta facilità nel fare il sommario dei processi.
Mio zio mi avrebbe voluto presso di sé, ma sopraggiunse una lettera di mio padre che mi richiamava.
Era rimasto vacante un posto nel collegio del Papa, ed era già stato fissato per me; ce ne dava parte il marchese Goldoni, consigliandoci di partire.
Lasciammo Venezia mia madre e io, e ritornammo a Chioggia.
Si fanno i fagotti, si legano, ed ecco mia madre in pianti, e così mia zia.
Mio fratello, che si era fatto uscire dalla dozzina, sarebbe volentieri partito meco: la separazione fu commovente e patetica.
ma la carrozza arriva e convien lasciarci.
Si prese la strada di Rovigo e Ferrara, e di là arrivammo a Modena, ove restammo per tre giorni in casa del signor Zavarisi, notaio accreditatissimo in quella città e nostro prossimo parente per parte di donne.
Questo bravo e degno giovane aveva in mano tutti gli affari di mio padre; era quello che maneggiava le nostre rendite al tribunale della città, e ritirava le pigioni delle nostre case; ci somministrò denaro, e noi andammo a Piacenza.
Non mancò mio padre di portarsi là a far visita al cugino Barilli, che non aveva interamente adempiuto ai suoi impegni, e lo indusse con buona maniera al pagamento di due annate delle quali andava debitore; di maniera che eravamo ben provvisti di contante, e ci fu utilissimo in alcuni casi non preveduti nei quali ci trovammo dipoi.
Arrivando a Milano prendemmo alloggio all'albergo dei Tre Re, e il giorno seguente andammo a far visita al marchese e senatore Goldoni.
Non potevamo esser ricevuti più graziosamente; il mio protettore parve contento di me, e io lo ero pienamente di lui.
Parlò del collegio e destinò il giorno che dovevamo essere a Pavia; ma il signor marchese, guardandomi con maggior attenzione, domandò a mio padre e a me perché fossi in abito secolare, e perché non avessi il collare.
Non sapevamo dove andasse a parare questo discorso: in sostanza si seppe allora per la prima volta che, per entrare nel collegio Ghislieri, detto il collegio del Papa, bisognava necessariamente: 1.
Che i convittori fossero tonsurati; 2.
Che avessero un attestato della loro civile condizione, e della loro condotta; 3.
Altro attestato di non aver contratto matrimonio; 4.
La fede battesimale.
Mio padre e io restammo senza parola dallo stupore, nessuno avendocene avvertiti.
Il signor senatore era persuaso che dovessimo esserne informati, avendone incaricato il suo segretario, e avendo dato al medesimo una nota per spedircela.
Il segretario se n'era scordato, e la nota era rimasta nella segreteria.
Molte scuse, molti perdoni: il padrone era buono, e noi non avremmo guadagnato nulla a esser cattivi.
Bisognava però rimediarvi, e mio padre prese l'espediente di scrivere alla consorte, che si trasferì a Venezia e sollecitò il tutto da ogni parte.
Gli attestati di stato libero e di buoni costumi non incontravano difficoltà, ancor meno la fede battesimale
La più grave difficoltà era la tonsura.
Il Patriarca di Venezia non voleva concedere le lettere dimissorie senza la costituzione del patrimonio ordinato dai canoni della Chiesa.
Come fare?
Beni di mio padre nello Stato Veneto non esistevano, quelli di mia madre erano beni surrogati; bisognava ricorrere al senato per aver la dispensa.
Quanti prolungamenti! Quante contraddizioni! Quanto tempo perduto! Il segretario senatoriale, con le sue scuse e il mal garbo, ci costò caro.
Pazienza.
Mia madre tanto si adoperò, che finalmente riuscì; ma mentre ella si affatica per suo figlio a Venezia, cosa faremo noi a Milano? Ecco quel che facemmo.
Restammo quindici giorni a Milano, desinando e cenando in casa del mio protettore, che ci faceva vedere ciò che vi era di più bello in questa città magnifica, che è capitale della Lombardia Austriaca.
Per ora non farò parola di Milano, dovendo rivederla; ne parlerò ad agio, quando sarò più degno di parlarne.
Nel frattempo mi si fa cangiar costume.
Prendo il collare, e quindi partiamo per Pavia ben muniti di lettere commendatizie.
Alloggiamo, ci mettiamo a dozzina in una buona e civil casa, e son presentato al superiore del collegio ove dovevo esser ricevuto.
Avevamo una lettera del senatore Goldoni per il signore Lauzio, professore di legge.
Mi condusse egli stesso all'università, dove lo seguii nella classe che occupava, e non perdei tempo mentre aspettavo il titolo di collegiale.
Era il signor Lauzio un giureconsulto del più gran merito.
Aveva una biblioteca ricchissima di cui ero padrone, come lo ero della sua tavola, e la sua consorte aveva molta bontà per me.
Era ancora molto giovine e sarebbe stata bella, se non fosse stata enormemente sfigurata da un mostruoso gozzo, che dal mento scendeva alla gola.
Non son rari questi gioielli a Milano e a Bergamo; quello però di Madama Lauzio era di una specie particolare, avendo intorno a sé una piccola famiglia di altri piccoli gozzi.
Un gran flagello per le donne è il vaiolo; ma non credo che una giovane, che ne fosse bezzicata, baratterebbe mai la sue bezzicature con un gozzo milanese.
Profittai molto della biblioteca del professore, percorsi le istituzioni del gius Romano e arricchii la mente delle materie alle quali ero destinato.
Non sempre mi fermavo sopra i testi della Giurisprudenza; vi erano palchetti forniti ancora di una collezione di commedie antiche e moderne, e questa era la mia lettura favorita.
In tutto il tempo della mia dimora a Pavia mi ero proposto di dividere le mie occupazioni fra lo studio legale e il comico; ma il mio ingresso nel collegio mi cagionò più dissipazione che studio, e feci bene a mettere a profitto quei tre mesi che dovetti aspettare le lettere dimissorie e gli attestati di Venezia.
Rilessi con maggior cognizione e maggior piacere i poeti greci e latini, e dicevo a me stesso: vorrei poterli imitare nei loro disegni, nel loro stile, nella lor precisione, ma non sarei contento se non giungessi a porre nelle mie produzioni una maggior commozione, caratteri meglio espressi, più arte comica, e scioglimenti più felici.
Facile inventis addere.
Dobbiamo rispettare i gran maestri che ci hanno spianata la strada delle scienze e delle arti; ma ogni secolo ha il suo genio e ogni clima il suo gusto nazionale.
Gli autori greci e romani hanno conosciuto la natura, l'hanno seguita da vicino; ma l'hanno esposta senza illusione e senza destrezza.
Questa è la ragione per la quale i Padri della Chiesa hanno scritto contro gli spettacoli, e i Papi li hanno proscritti; ma la decenza li ha corretti, e l'anatema è stato revocato in Italia; molto più dovrebbe esserlo in Francia; questo è un fenomeno che io non posso concepire.
Scartabellando sempre in questa biblioteca, vidi Teatri inglesi, Teatri spagnoli, Teatri francesi, ma non trovai Teatri italiani.
Vi erano qua e là produzioni italiane di antica data, ma veruna raccolta, veruna collezione che potesse far onore all'Italia.
Vidi con pena che mancava qualcosa di essenziale a questa nazione, che aveva conosciuto l'arte drammatica prima di qualunque altra delle moderne; né potevo comprendere come l'Italia l'avesse negletta, avvilita e imbastardita.
Desideravo però con passione di veder la mia patria rialzarsi a livello delle altre, e mi ripromettevo di contribuirvi.
Ma ecco una lettera da Venezia, che ci porta le dimissorie, gli attestati, la fede battesimale.
Poco mancò che quest'ultimo recapito non ci ponesse in un nuovo impiccio.
Bisognava aspettare due anni, perché giungessi all'età richiesta per il mio ricevimento nel collegio; non so qual fosse il santo che fece il miracolo; so bene, che andai un giorno a letto con sedici anni, e il giorno dopo allo svegliarmi ne avevo diciotto.
CAPITOLO IX.
Allogamento in collegio e dissipazioni.
Mia madre aveva rimediato con accortezza al difetto di patrimonio per conseguire le lettere dimissorie dal patriarca di Venezia.
Le fece spedire un segretario del senato, il signor Cavanis, a condizione che, essendo io nel caso di abbracciare lo stato ecclesiastico, vi fosse una rendita assicurata a mio favore.
Ricevei dunque la tonsura per mano del cardinal Cusani, arcivescovo di Pavia; e uscito dalla cappella di sua eminenza, andai con mio padre a presentarmi al collegio.
Il superiore, che si chiama Prefetto, era l'abate Bernerio, professore di gius canonico nell'università, protonotario apostolico, che godeva, in virtù di una bolla di Pio V, il titolo di Prelato, suddito immediato della Santa Sede.
Fui ricevuto da prefetto, viceprefetto e camarlingo.
Mi fanno una breve predica, mi presentano ai più anziani del collegio, ed eccomi allogato; mio padre mi abbraccia, mi lascia, e il giorno dopo prende la volta di Milano per ritornarsene a casa.
Abuso forse un po' troppo della vostra compiacenza, caro lettore, trattenendovi con frivolezze che non debbono importarvi, e che per di più non vi divertono.
Ma vorrei parlarvi di questo collegio ove avrei dovuto fare la mia sorte, e dove feci la mia disgrazia.
Vorrei confessarvi i miei errori, e nel tempo stesso provarvi che alla mia età e nello stato in cui mi trovavo, era necessaria una virtù superiore per evitarli.
Ascoltatemi con pazienza.
Eravamo in questo collegio ben trattati e benissimo alloggiati.
Avevamo la libertà di uscire per andare all'università, e andavamo dappertutto.
L'ordine era di uscire a due a due, e così ritornare.
Noi però ci lasciavamo alla prima svolta di strada, assegnandoci un punto di riunione per il ritorno nel modo ordinato; e se rientravamo soli, il portinaio la prendeva in celia e non ne faceva parola.
Questo posto equivaleva per lui a quello di guardaportone di un ministro di stato.
Eravamo ben forniti di abiti, e con l'eleganza medesima degli abati che girano per le conversazioni: panno d'Inghilterra, seta di Francia, ricami e guarnizioni, con una specie di veste da camera senza maniche per sopravveste e una stola di velluto appesa alla spalla sinistra con l'arme Ghislieri ricamata in oro e argento, sormontata dalla tiara pontificia e dalle chiavi di san Pietro.
Questa toga chiamata sovrana, che è la divisa del collegio, dà un'aria d'importanza che reprime la bizzarria della gioventù.
Questo collegio non era, come vedete, una comunità di fanciulli: si faceva precisamente ciò che piaceva, ed eravi molta dissipazione all'interno, molta libertà all'esterno.
Ivi ho imparato la scherma, il ballo, la musica e il disegno, come pure tutti i giochi possibili di trattenimento e d'azzardo.
Questi ultimi, benchè proibiti, erano ciò nondimeno frequenti, e quello della primiera mi costò caro.
Quando eravamo usciti guardavamo l'università da lontano, e andavamo a rimpiattarci nelle case più piacevoli.
A Pavia i collegiali sono riguardati come gli ufficiali di guarnigione: li detestano gli uomini, e le donne li ricevono.
Piaceva alle signore il mio gergo veneziano, che mi dava qualche vantaggio sopra i compagni; la mia età e la figura non dispiacevano; le mie strofette e canzoni non erano ascoltate con disgusto.
Era mia colpa se impiegavo male il tempo? Sì, perché in quaranta che eravamo ve n'erano alcuni savi e costumati, che avrei dovuto imitare: Ma non avevo che sedici anni, ero allegro, ero debole, amavo il piacere, e mi lasciavo sedurre e rapire.
Basta così per questo primo anno di collegio: si avvicinano le vacanze, che cominciano verso la fine di giugno, e non si torna che alla fine di ottobre.
CAPITOLO X.
Prime vacanze.
- Lettura piacevole.
- Partenza per Modena.
- Avventura comica.
Quattro mesi di vacanze! Sessanta leghe per andare a casa mia, altrettante per ritornare agli studi.
È vero che non si pagava dozzina in quel collegio, ma la spesa del viaggio non era indifferente.
Avrei potuto restare a dozzina in Pavia, ma nessun collegiale forestiero vi restava.
In tal tempo non si porta la sovrana, e non avendo l'arme del Papa sopra le spalle, vi era da temere che gli abitanti di Pavia volessero contrastarci certi diritti di preferenza che eravamo assuefatti a godere; e poi ero sicuro di dare a mia madre il più gran piacere, andando a riunirmi con lei.
Presi dunque questo partito; ed essendo scarso di denaro feci il viaggio per acqua, avendo per servitore e mia guida un fratello del cantiniere del collegio.
Nulla di particolare in questo viaggio; avevo lasciato Chioggia in abito secolare e vi ritornai in abito ecclesiastico.
Il collare non m'ispirava troppa devozione; ma mia madre, che era piena di pietà, credè ricevere in casa un apostolo: mi abbracciò con una certa considerazione, e mi pregò di correggere mio fratello che le dava qualche dispiacere.
Era questi un vivacissimo e impetuosissimo ragazzo che marinava la scuola per andare a pescare, che a undici anni si batteva come un demonio e si burlava di chiunque.
Mio padre, che lo conosceva a fondo, lo destinava alla guerra: mia madre ne voleva fare un frate, e questo era un soggetto continuo di dispute fra loro.
Mi presi poca briga di mio fratello; cercavo solo di distrarmi, né sapevo trovarne i mezzi.
Chioggia mi parve sgradevole più che mai: avevo altre volte una piccola biblioteca, vi cercai il mio antico Cicognini, e non ne trovai che una parte: mio fratello si era servito del resto per farsi i ricci.
Il canonico Gennari era sempre l'amico di casa.
Mio padre l'aveva sanato da tutti i mali che aveva, e da quelli che non aveva.
Stava più spesso da noi che in casa sua.
Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile.
Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola.
Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l'affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente, poiché l'aveva presa senza dir nulla nello studiolo di uno dei suoi confratelli.
Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima.
La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte.
Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola.
La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l'avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine.
Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.
Non era già lo stile libero né l'intreccio scandaloso che mi facevano trovar buona questa composizione, anzi la sua lubricità mi ripugnava.
Vedevo da me che l'abuso di confessione era un delitto abominevole davanti a Dio e agli uomini; ma era questa la prima produzione di carattere che cadevami sotto gli occhi, e n'ero rimasto incantato.
Avrei desiderato che gli autori italiani avessero continuato dietro questa commedia a scriverne delle oneste e decenti, e che caratteri attinti dalla natura fossero subentrati agl'intrighi romanzeschi.
Era riservato a Molière l'onore di nobilitare e di render utile la scena comica, esponendo i vizi e le ridicolezze alla correzione e al riso.
Non conoscevo ancora questo grand'uomo, poiché non intendevo il francese; mi ero proposto di impararlo, e presi intanto l'abitudine di osservare gli uomini da vicino e di non trascurare gli originali.
Erano prossime al termine le vacanze, e bisognava partire.
Dovendo andare a Modena un abate di nostra conoscenza, mio padre profittò dell'occasione e mi fece prendere quella strada, tanto più volentieri perché in quella città mi si doveva somministrar denaro.
Imbarcammo, il mio compagno di viaggio e io, col corriere di Modena; vi arrivammo in due giorni, e andammo ad alloggiare in casa di un fittavolo di mio padre che dava a pigione stanze mobiliate.
Vi era in questa casa una donna di servizio, né vecchia né giovane, né bella né brutta, che mi guardava con occhio amichevole e si prendeva cura di me con attenzioni singolari: scherzavo seco ed ella vi si prestava con buona grazia, e di tempo in tempo lasciava cadere qualche lacrima.
Il giorno della mia partenza mi alzo di buon'ora per fare il mio baule; ed ecco Tognetta (questo era il nome della ragazza) che viene nella mia camera e mi abbraccia senza altri preliminari.
Io non ero tanto libertino da trarne partito; la sfuggo, ella insiste e vuol partir meco.
- Con me? - Sì, mio caro amico, se no mi getto dalla finestra.
- Ma io vado in un calesse di posta.
- Ebbene, saremo noi due soli.
- E il servitore? - È fatto per andar dietro.
- Il padrone e la padrona di casa cercano Tognetta dappertutto.
Entrano, la trovano in un fiume di lacrime.
- Che è stato? - Eh, non è niente.
- Io tiro a sbrigarmi: bisogna partire.
Avevo destinato per Tognetta uno zecchino: ella piange, non so come fare.
Stendo il braccio e le offro la moneta; la prende, la bacia, e tutta piangente se la mette in tasca.
CAPITOLO XI.
Viaggio per Pavia.
- Buon incontro a Piacenza.
- Colloquio col marchese Goldoni.
- Secondo anno di collegio.
Avevo tanto che bastava per pagare la posta fino a Pavia; ma non avendo trovato in Modena il cugino Zavarisi, che aveva ordine di darmi denaro, ne sarei rimasto sprovvisto in collegio, dove i convittori hanno bisogno di un peculio per i piccoli piaceri.
Arrivo lo stesso giorno a Piacenza sul far della sera, e avendo una lettera di raccomandazione di mio padre per il consigliere Barilli, vado a trovarlo.
Mi riceve pulitamente, mi esibisce di alloggiarmi in casa sua, e io accetto come conviene.
Era però ammalato, e aveva volontà di riposarsi; l'avevo io pure; perciò cenammo in fretta e andammo a letto presto.
Sempre almanaccavo sopra la mia condizione, ed ero perfin tentato di chiedere in prestito cento scudi al mio caro parente, che mi pareva tanto buono e compito; ma egli non aveva più alcun debito con mio padre, avendo corrisposto anche avanti la scadenza coi due ultimi pagamenti, e temevo che la mia età e qualità di scolaro non fossero garanzie troppo sicure per ispirargli fiducia.
Andai a letto in compagnia delle mie irresoluzioni e dei miei timori, ma grazie al cielo né gl'impicci né i dispiaceri ebbero mai il sopravvento sul mio appetito e sul mio sonno.
Dormii dunque tranquillamente.
Il giorno dopo il signor consigliere mi fa chiedere se voglio far colazione in sua compagnia.
Essendo già vestito e in ordine, scendo e tutto era pronto.
Un brodo per il mio ospite e una tazza di cioccolata per me.
Facendo colazione e chiacchierando, ecco come la conversazione divenne interessante.
- Mio caro figlio, mi disse, io son vecchio, ho avuto un pericoloso colpo, e aspetto di giorno in giorno gli ordini della Provvidenza per sloggiare da questo mondo.
- Io volevo replicare con quelle cortesi espressioni che sogliono usarsi in simili casi, ma m'interruppe dicendo: - Da parte le lusinghe, amico mio: siamo nati per morire, e la mia carriera è inoltratissima.
Ho soddisfatto vostro padre riguardo a un resto di dote che la mia famiglia doveva alla sua; ma scartabellando i fogli e i registri dei miei affari domestici, ho trovato un conto aperto tra il signor Goldoni, vostro nonno, e me.
- Oh cielo! (dicevo tra me stesso) gli saremmo forse debitori di qualcosa? - Ho bene esaminato, aggiunse il consigliere, ho ben collazionato le lettere e i libri, e son sicuro di dovere ancora una somma ai suoi successori.
- Respiro: voglio parlare, egli m'interrompe e continua il suo discorso.
- Non vorrei morire, dice, senza adempiere il mio dovere; ho eredi che non aspettano che la mia morte per dissipare i beni che ho loro mantenuti, e il vostro signor padre stenterebbe molto a farsi pagare.
Ah! se fosse qui, con qual piacere gli darei questo denaro! - Signore, risposi con aria d'importanza, io sono pur suo figlio: pater et filius censentur una et eadem persona, dice Giustiniano, e voi lo sapete meglio di me.
- Ah ah! diss'egli, voi dunque studiate legge? - Sìssignore, risposi; sarò addottorato quanto prima e andrò a Milano, dove penso di esercitare la professione d'avvocato.
- Mi guarda sorridendo, e mi domanda: - Che età avete? - Ero un po' imbrogliato, poiché la mia fede di battesimo e il mio ricevimento in collegio non andavano d'accordo; risposi nulladimeno con sicurezza e senza mentire: - Signore, ho in tasca le patenti del mio collegio: volete vederle? Vedrete che sono stato ricevuto di diciotto anni compiuti; corre il mio secondo anno; diciotto e due fanno venti: io entro nel vigesimo.
Annus inceptus habetur pro completo, e secondo il codice veneto si acquista la maggior età a ventun'anni.
- Cercavo d'imbrogliar l'affare, ma in sostanza non ne avevo più che diciannove.
Il signor Barilli però non si lasciò prender nella rete: vedeva bene che ero ancora nella minore età, e che avrebbe rischiato il suo denaro.
Avevo però una raccomandazione di mio padre a mio favore: come doveva credermi capace d'ingannarlo? Ma mutò discorso: mi domandò perché non avessi abbracciata la professione di mio padre, e non parlò più di denaro.
Risposi che il mio genio non era per la medicina; e ritornando subito al proposito che m'interessava, dissi: - Sarei troppo ardito, signore, se vi domandassi di qual somma voi siete debitore a mio padre? - Duemila lire, rispose; duemila lire però di questo paese (seicento lire tornesi circa).
Il denaro è là in quella cassetta - ma non vi metteva le mani.
- Signore, soggiunsi con una curiosità un po' ardita, questa somma è in oro o in argento? - È in oro, rispose, in zecchini fiorentini, che dopo quelli di Venezia sono i più ricercati.
- Sono molto comodi, dissi, a trasportarsi.
- Vorreste, riprese egli con un'aria burlesca, assumervene l'incarico? - Volentieri, signore, risposi: vi faccio subito la ricevuta, e ne darò avviso a mio padre per rendergliene conto.
- Ma dissiperete voi, diss'egli, dissiperete questo denaro? - Ah! signore, risposi con serietà, voi mi conoscete: non son capace di una cattiva azione.
Mio padre ha destinato il camarlingo del collegio per cassiere del piccolo assegnamento che ritiro: vi professo sull'onor mio che depositerò gli zecchini in mano di questo degno abate, appena giungo a Pavia.
- In conclusione, egli disse, voglio riposare sopra la vostra buona fede.
Fatemi la ricevuta, di cui ecco l'esemplare che avevo già preparato.
- Prendo la penna; il signor Barilli apre la cassetta e mette gli zecchini sopra il tavolo; io li guardo con tenerezza.
- Ma aspettate, aspettate, soggiunge.
Siete per viaggio, ci sono i ladri.
- Lo informo che vado per la posta e non vi è nulla da temere.
Credendomi solo, vi trova sempre del rischio.
Faccio entrare il fratello del cantiniere, che era la mia guida; il signor Barilli sembra contento, e gli ripete la stessa predica che a me.
Io tremo sempre; ma finalmente mi consegna il denaro, ed eccomi consolato.
Desiniamo, il signor consigliere e io: vengono dopo pranzo i cavalli, saluto, mi pongo in viaggio e prendo la volta di Pavia.
Giunto appena in questa città, vado a depositar gli zecchini nelle mani del cassiere, cui ne chiedo sei per me, e me li dà; poi seppi così ben disporre del rimanente di quella somma, che mi bastò per tutto l'anno di collegio e per il ritorno.
In quell'anno ero un po' meno svagato che nell'altro; seguivo le lezioni all'università, e accettavo di rado i divertimenti che mi si proponevano.
In ottobre e novembre si addottorarono quattro dei miei compagni.
Pare che in Italia non si possa fare nessuna cerimonia che non sia celebrata da un sonetto; avevo il credito di facilità nel far versi, ed ero divenuto il panegirista dei buoni e dei cattivi soggetti.
Nelle vacanze di Natale il signor marchese Goldoni venne a Pavia alla testa di una commissione del Senato di Milano per visitare un canale nel Pavese, che aveva dato luogo a parecchi litigi; mi fece l'onore di cercarmi e di condurmi seco.
In capo a sei giorni ritornai al collegio, glorioso della parte onorevole che avevo sostenuta.
Questa ostentazione mi fece un torto infinito.
Risvegliò l'invidia dei miei compagni, i quali forse da quel momento meditarono la vendetta contro di me, che fecero scoppiare l'anno appresso.
Due di loro mi tesero un laccio, che poco mancò non mi rovinasse.
Mi condussero in un cattivo luogo, che non era di mia relazione; volevo partirne, ma le porte erano chiuse; saltai dalla finestra e ciò fece strepito, e il prefetto del collegio lo seppe.
Dovevo giustificarmi, e non potevo farlo senza aggravare i colpevoli; in simil caso si salvi chi può.
Uno fu espulso, l'altro fu posto in carcere; ma ecco un infinito numero di nemici contro di me.
Giungono le vacanze, e avevo molta voglia di andare a passarle a Milano, per prevenire il mio protettore del disgusto che mi era accaduto; ma due persone del mio paese, che incontrai per caso al gioco della pallacorda, mi fecero mutare idea.
Erano questi il segretario e il maestro di casa del Residente della Repubblica di Venezia a Milano.
Questo ministro (il signor Salvioni) era morto da poco tempo e bisognava che il suo seguito e i suoi equipaggi andassero a Venezia.
Questi due signori, che erano a Pavia per noleggiare un battello coperto, mi esibirono di condurmi seco; mi assicurarono che la compagnia era piacevole, che non mi sarebbe mancato buon trattamento, né gioco, né buona musica, e tutto gratis: potevo ricusare una sì bella occasione? Accettai senza esitare nemmeno un istante; ma siccome non partivano tanto in fretta dovevo aspettare, e il collegio era per chiudersi.
Il prefetto, garbatissimamente e forse anche per dar nel genio al mio protettore, volle tenermi in casa sua, ed ecco un nuovo delitto per i compagni.
Questa parzialità del superiore a mio riguardo li irritò maggiormente: scellerati! Me la fecero pagar cara.
CAPITOLO XII.
Viaggio dilettevolissimo.
- Discorso da me composto.
- Ritorno a Pavia per la Lombardia.
- Incontro piacevole.
- Pericolo di assassinio.
- Fermata a Milano in casa del marchese Goldoni.
Tosto che la compagnia fu in ordine per la partenza, mi fece avvertire.
Andai alla riva del Ticino ed entrai nel battello coperto, ove tutti si ritrovarono.
Nulla di più comodo ed elegante di questo piccolo naviglio chiamato burchiello, fatto venire da Venezia espressamente.
Consisteva in una sala e stanza contigua, coperte di legname con balaustrato sovrapposto, ornate di specchi, pitture, sculture, scaffali, panche e sedie della maggior comodità.
Era ben diverso dalla barca dei commedianti di Rimini.
Eravamo dieci padroni e parecchie persone di servizio; vi erano letti sotto la prua e la poppa, ma non si doveva viaggiar che di giorno.
Si era stabilito che ci saremmo coricati in buoni alberghi o, dove non ve ne fossero, avremmo domandato ospitalità ai ricchi Benedettini che possedevano beni immensi lungo le due rive del Po.
Tutti quei signori sonavano qualche strumento.
Vi erano tre violini, un violoncello, due oboi, un corno da caccia e una chitarra.
Io solo non ero buono a nulla, e me ne vergognavo; ma procurando di supplire al difetto di utilità, mi occupavo per due ore del giorno a mettere in buoni o cattivi versi gli aneddoti e i divertimenti del dì precedente.
Questa bizzarria dava sommo piacere ai miei compagni di viaggio, ed era dopo il caffè il comun nostro divertimento.
La loro occupazione favorita era la musica.
Intatti sul far della sera prendevano posto sopra una specie di coperta, che forma il tetto dell'abitazione galleggiante, e facevano risuonar l'aria dei loro armoniosi concerti, traendo a sé da tutte la parti le ninfe e i pastori di quel fiume già tomba di Fetonte.
Direte forse, caro lettore, che il mio racconto è enfatico? Può darsi; ma tale appunto dipingevo nei miei versi la nostra serenata.
Fatto sta che le rive del Po, chiamato dai poeti italiani il re dei fiumi, erano affollate dagli abitanti di quelle vicinanze che vi correvano per ascoltare e, coi cappelli in aria e fazzoletti spiegati, ci significavano il loro piacere, non meno che i loro applausi.
Arrivammo a Cremona circa alle sei di sera.
Era già corso il grido che vi dovevamo passare, e le rive del fiume erano piene di gente che ci aspettava.
Smontammo dalla barca.
Fummo ricevuti con impeto di gioia, e fatti subito entrare in una bellissima casa, situata fra la campagna e la città, ove si dette un concerto e vari musici del paese ne accrebbero il divertimento.
Vi fu gran cena, si ballò tutta la notte, e finalmente rientrammo col sole nella nostra nicchia, ove trovammo i nostri deliziosi materassi.
Fu ripetuta all'incirca la stessa scena a Piacenza, alla Stellada ad alle Bottrighe, in casa del marchese Tassoni.
In tal guisa fra il riso, i giochi e i passatempi arrivammo a Chioggia, ove io dovevo separarmi dalla società più amabile e più piacevole del mondo.
I miei compagni di viaggio vollero usarmi la garbatezza di smontar meco.
Li presentai a mio padre, che li ringraziò di cuore, pregandoli inoltre di rimanere a cena in casa sua; ma erano in necessità di restituirsi a Venezia la stessa sera.
Mi pregarono di dar loro i versi da me fatti sul viaggio; chiesi tempo per metterli in pulito, promettendo di spedirglieli, né mancai.
Eccomi a Chioggia, ove mi annoiavo sempre, secondo il solito.
Narrerò in breve il poco che vi feci, e come avrei desiderato affrettarmi a partire.
Mia madre aveva fatto conoscenza con una religiosa del convento di San Francesco.
Questa era Donna Maria Elisabetta Bonaldi, sorella del signor Bonaldi, notaio e avvocato veneziano.
Le religiose avevano ricevuto da Roma una reliquia del loro serafico fondatore, che si doveva esporre con pompa ed edificazione, e vi bisognava il discorso panegirico.
La signora Bonaldi, ponendo fiducia nel mio collare, mi credeva già moralista, teologo e oratore.
Proteggeva un giovane abate, che aveva grazia e memoria; mi pregò dunque di comporre il discorso e di affidarlo al suo protetto, sicura che lo avrebbe portato a meraviglia.
Le mie prime parole furono di scusa e rifiuto, ma riflettendo che al collegio si faceva ogni anno il panegirico di Pio V, e un collegiale per lo più ne assumeva l'incarico, accettai l'occasione di esercitarmi in un'arte, che non mi pareva poi in fondo difficilissima.
Feci il discorso nello spazio di quindici giorni.
L'abatino l'imparò a mente, e lo portò come avrebbe potuto fare un espertissimo predicatore.
Il discorso produsse il più grande effetto: si piangeva, si sputava da tutte le parti, né si si stava fermi sulle seggiole.
L'oratore s'impazientiva, picchiava mani e piedi; crescevano intanto gli applausi, finché il povero diavolo gridò dal pulpito: Silenzio! e tutti tacquero.
Si sapeva benissimo che era mia composizione: quanti complimenti! quanti presagi felici! Avevo avuto l'arte di dar molto nel genio alle religiose, dirigendo loro un'apostrofe in modo delicato, con attribuir loro tutte le virtù senza il difetto della bigotteria.
(Avevo piena cognizione di esse, e sapevo benissimo che non erano bigotte.) Tutto questo mi guadagnò un magnifico regalo di trine, dolci e ricami.
Il lavoro della mia orazione, e il pro e il contro che vi vennero dietro, mi occuparono tanto tempo che mi condusse al termine delle vacanze.
Scrisse mio padre a Venezia, perché mi si procurasse una vettura che mi conducesse a Milano: si presentò per l'appunto l'occasione, e andammo a Padova mio padre e io.
Vi era un vetturino milanese sul punto di fare il viaggio di ritorno, persona conosciutissima e fidata; partii dunque in calesse solo con lui.
Quando fummo fuori città, il mio conducente incontrò uno dei suoi compagni che doveva fare lo stesso viaggio, e non aveva nel calesse che una sola persona.
Era una donna, che mi parve giovane e bella; fui curioso di vederla da vicino, e al primo desinare restò appagata la mia curiosità.
Vidi una veneziana che giudicai dell'età di trent'anni, oltremodo garbata e amabile; si fece tra noi conoscenza, e si fissò con i vetturini, che, per essere meno sbalzati dal calesse sulla strada cattiva, ci saremmo seduti insieme in uno dei due, e l'altro sarebbe andato a vuoto alternativamente.
I nostri colloqui furono piacevolissimi, ma decentissimi.
Vedevo per altro che la mia compagna di viaggio non era una vestale, e aveva il tono della buona compagnia; ma passammo le notti in camere separate con la maggior regolarità.
Arrivando a Desenzano, in riva al lago di Garda, tra la città di Brescia e quella di Verona, ci fecero smontare in un albergo che guardava sul lago.
Vi si trovavano in quel giorno molti viandanti, e non vi era che una camera con due letti per madama e per me.
Cosa fare? Bisognava pur adattarsi: la camera era molto grande, e i letti non si toccavano.
Ceniamo, ci diamo a vicenda la buona notte, e ciascuno si ficca sotto le sue lenzuola.
Prendo subito sonno secondo il solito, ma lo interrompe un violento fracasso, e mi sveglio repentinamente.
Non vi era lume; ma al chiaror della luna, che passava per le finestre senza imposte e senza tende, vidi la donna in camicia e un uomo ai suoi piedi.
Domando: cos'è? La bella eroina, con una pistola in mano, mi dice in tono di fierezza e di scherno: - Aprite la porta, signor abate, gridate al ladro, e poi tornate a letto.
- Non tardo un istante, apro, grido, vien gente e il ladro è preso: fo poi delle domande alla mia compagna, che non si degna darmi conto della sua bravura.
Pazienza; me ne ritorno a letto e dormo fino al giorno dopo.
La mattina partendo fo ringraziamenti alla mia compagna: ella sempre scherza; così continuiamo il nostro viaggio per Brescia, e arriviamo a Milano.
Là ci lasciamo officiosamente: io contentissimo della sua ritenutezza, ella forse scontenta della mia continenza.
Andai a smontare all'abitazione del signor marchese Goldoni, e restai in casa sua sei giorni per aspettare il termine delle vacanze.
Mi furon tenuti dal mio protettore discorsi molto gradevoli e tali da ispirarmi molta speranza e molto ardore: mi credevo al colmo della felicità, ed ero sull'orlo della mia rovina.
CAPITOLO XIII.
Terzo anno di collegio.
- Mia prima e ultima satira.
- Espulsione dal collegio.
Avevo intesa a Milano la morte del superiore del collegio, e conoscevo il signor abate Scarabelli suo successore.
Arrivato a Pavia andai a presentarmi al nuovo prefetto, il quale, essendo in stretta amicizia col senatore Goldoni, m'assicurò della sua benevolenza.
Feci visita anche al nuovo decano degli alunni, che dopo le solite cerimonie, mi domandò se volessi sostenere quell'anno la mia tesi di gius civile; aggiunse che toccava a me; che per altro, quando non mi fosse premuto, gli avrebbe fatto comodo mettere un altro al mio posto.
Gli dissi francamente che, toccando a me, avevo giuste ragioni per non cedere, e mi pareva mill'anni di finire gli studi per andare a stabilirmi a Milano.
Pregai lo stesso giorno il prefetto di far tirare a sorte i punti che dovevo difendere.
Fu scelto il giorno, mi furono assegnati gli articoli, e dovetti nelle vacanze di Natale sostener la mia tesi.
Tutto andava a meraviglia.
Ecco un bravo giovane che ha volontà di farsi onore, ma ha bisogno nel tempo stesso di divertirsi.
Esco due giorni dopo per far visite; comincio dalla casa che più m'importava.
Non usando guardaportoni in Italia, suono il campanello, aprono, e mi vengono a dire che la signora è malata e la signorina non riceve.
Mi dimostro dolente e lascio i miei complimenti.
Vado in altro luogo e vedo il servitore: - Si può aver l'onore di vedere queste signore? - Padron mio, sono tutti in campagna.
- (E io avevo veduto due cappelli alla finestra).
Non mi raccapezzo, vado in un terzo luogo, non c'è nessuno.
Confesso che n'ero punto all'estremo e mi credetti insultato, senza poterne indovinar la cagione.
Lasciai dunque di espormi a nuovi dispiaceri, e immerso nel turbamento e nell'ira me ne tornai a casa.
La sera al caminetto, ove son soliti concorrere gli alunni, raccontai fingendo indifferenza il caso avvenutomi.
Alcuni mi compatirono, altri si burlarono di me; vien l'ora della cena, andiamo al refettorio, e quindi si sale nelle nostre camere.
Mentre andavo ripensando al dispiacere che provavo, sento picchiare alla porta; apro, entrano quattro dei miei compagni e mi annunciano di aver cose serie da comunicarmi.
Non avevo tante sedie da offrir loro; il letto fece da canapè: ero in atto di ascoltarli, e tutti e quattro volevano parlare in una volta.
Ciascuno aveva da raccontare il suo caso, ciascuno da proporre il suo parere.
Finalmente, ecco quanto risultò.
I cittadini di Pavia erano nemici giurati della scolaresca, e nel tempo delle ultime vacanze avevano congiurato contro di noi.
Essi avevano decretato nelle loro assemblee, che qualunque zitella avesse ricevuto in casa scolari, non fosse chiesta in matrimonio da verun cittadino; e ve n'erano quaranta che avevano firmato.
Si era fatto correre questo decreto per ogni casa: le madri e le figlie erano in convulsione, onde tutto in un tratto divenne lo scolaro per esse un oggetto pericolosissimo.
Il sentimento comune dei miei quattro compagni era di vendicarsi; io non avevo gran voglia di mescolarmici, ma mi trattarono da vile e poltrone, ed ebbi la melensaggine di piccarmi e di promettere che non mi sarei ritirato dall'impegno.
Credevo di aver parlato a quattro amici, ed erano traditori, che solo bramavano la mia rovina; l'avevan contro di me meditata fino dall'anno precedente, e avevano tenuto vivo l'odio nel cuore per lo spazio di un anno, cercando di valersi della mia debolezza per farlo scoppiare.
Fui la loro vittima: non ero ancora nel diciottesimo anno, e avevo a che fare con vecchi volponi di ventotto in trent'anni.
Questa buona gente aveva l'uso di portare in tasca pistole.
Io non ne avevo mai prese in mano, ma me ne provvidero generosamente; le trovavo belle, la maneggiavo con piacere e n'ero divenuto pazzo.
Avevo addosso armi da fuoco, e non sapevo che cosa farne; avrei ardito forzare una porta? Indipendentemente dal pericolo, l'onoratezza e la convenienza vi si opponevano.
Volevo disfarmi di questo peso inutile, ma i miei buoni amici venivano spesso a farmi visita e a rinfrescar la polvere dello scodellino.
Mi raccontavano le inaudite prodezze del loro coraggio, gli ostacoli che avevano superato, i rivali che avevano atterrato, e io pure avevo francamente saltati cancelli, sottomesse madri e figlie, e fatto fronte ai bravi della città; eravamo tutti quanti in egual modo veridici, e tutti quanti forse della stessa bravura.
Finalmente vedendo i perfidi che, malgrado le pistole, non facevo dir di me, si diportarono in altro modo.
Fui accusato presso i superiori di avere armi da fuoco per le tasche; essi mi fecero un giorno perquisire, mentre entravo, dai servitori del collegio e furon trovate le pistole.
Non essendo a Pavia il prefetto del collegio, mi sequestrò in camera il viceprefetto.
Avevo appunto voglia di profittare di questo tempo per lavorare intorno alla mia tesi; ma i miei finti fratelli vennero nuovamente a tentarmi, seducendomi in maniera per me più pericolosa, poiché tendeva a solleticare il mio amor proprio.
- Voi, mi dissero, siete poeta, e avete armi per vendicarvi molto più potenti e sicure delle pistole e dei cannoni.
Un tratto di penna lasciato andare a proposito, è una bomba che schiaccia l'oggetto principale, e i cui pezzi finiscono da destra e sinistra chi è d'appresso.
Coraggio, coraggio! esclamarono tutti in una volta, noi vi procureremo aneddoti singolari; farete le vostre e insieme le nostre vendette.
- Vidi bene a qual pericolo e a quali inconvenienti mi si voleva esporre, e posi loro davanti gli occhi le spiacevoli conseguenze ch'erano per risultarne.
- Niente affatto, risposero, nessuno lo saprà.
Eccovi quattro buoni amici, quattro uomini d'onore; vi promettiamo la più precisa circospezione, e vi facciamo il solenne e sacro giuramento che nessuno lo saprà.
- Ero debole per temperamento, pazzo per occasione: cedetti; presi l'impegno di appagare i miei nemici, e posi loro le armi in mano contro di me.
Avevo deliberato di comporre una commedia secondo il gusto di Aristofane; ma non mi sentendo forze bastanti per riuscirvi, e poi il tempo essendo corto, composi un'Atellana, genere di commedia informe presso i Romani, che conteneva soltanto satire e facezie.
Il titolo della mia Atellana era Il Colosso.
Per dare alla mia statua colossale la perfezione della bellezza in tutte le sue proporzioni, presi gli occhi della signorina tale, la bocca di questa, la gola di quell'altra ecc.; nessuna parte del corpo era trascurata; ma artisti e amatori, tutti d'opinione diversa, trovavano difetti dappertutto.
Era una satira che doveva ferire la delicatezza di parecchie famiglie onorate e rispettabili; ebbi la disgrazia di renderla gradevole con motti piccanti, e con i dardi di quella vis comica, che maneggiavo con molta naturalezza e punta prudenza.
I quattro nemici trovarono gustosa l'opera, e fecero venire un giovane che ne ultimò due copie in un giorno; se ne impadronirono i furbi, facendola correre per i circoli e i caffé.
Non dovevo essere nominato, e mi fu reiterato il giuramento; né mancarono di parola.
Il mio nome non fu palesato; ma siccome avevo fatto in altro tempo una quartina, nella quale si trovava il mio nome, cognome e patria, posero la medesima a piè del Colosso, come se io stesso avessi avuto l'audacia di vantarmene.
L'Atellana faceva la novità del giorno: gl'indifferenti si divertivano dell'opera e condannavano l'autore.
Ma dodici famiglie gridavano vendetta: mi si voleva morto.
Ero per buona sorte ancora in arresto.
Parecchi miei compagni furono insultati, il collegio del Papa era assediato, fu scritto al prefetto ed egli tornò precipitosamente.
Avrebbe desiderato salvarmi; scrisse perciò al senatore Goldoni, e questi spedì lettere al senatore Erba Odescalchi, governatore di Pavia.
Si adoperarono in mio favore l'arcivescovo che mi aveva tonsurato e il marchese Ghislieri che mi aveva nominato: tutte le mie protezioni e tutti i loro passi furono inutili.
Io dovevo essere sacrificato e, senza il privilegio del luogo ove mi trovavo, la Giustizia si sarebbe di me impadronita.
Insomma mi si annunciò l'esclusione dal collegio, e si aspettò che fosse sedata la burrasca per farmi partire senza pericolo.
Che orrore! che rimorsi! che pentimenti! Eclissate le mio speranze, sacrificato il mio stato, perduto il mio tempo; parenti, protezioni, amici, conoscenze, tutti contro di me; ero afflitto, desolato: stavo nella mia camera, non vedevo alcuno, alcuno non veniva a trovarmi.
Che doloroso stato! che disgraziata condizione!
CAPITOLO XIV.
Viaggio malinconico.
- Disegni andati a vuoto.
- Incontro singolare.
Stavo nella mia solitudine oppresso dalla tristezza, circondato da oggetti che mi tormentavano senza posa, e pieno di disegni che si succedevano gli uni agli altri.
Avevo sempre avanti gli occhi il torto che avevo fatto a me stesso, e l'ingiustizia che avevo commessa contro gli altri; e quest'ultima riflessione mi faceva una sensazione anche maggiore della sciagura che avevo meritato.
Se dopo sessant'anni rimane ancora a Pavia qualche memoria della mia persona e della mia imprudenza, ne domando perdono a coloro che io avessi offesi, assicurandoli che ne fui punito abbastanza, e credo espiato ormai il mio fallo.
Mentr'ero riconcentrato nei miei rimorsi e nelle mie riflessioni, mi giunge una lettera di mio padre.
Terribile aumento di cordoglio e di disperazione.
Eccola:
"Vorrei, mio caro figlio, che quest'anno tu potessi passar le vacanze a Milano.
Mi sono impegnato di andare a Udine nel Friuli veneziano, per intraprendere una cura che potrebbe riuscir lunga, né so se nel tempo medesimo, o in appresso, io sia per essere obbligato a portarmi nel Friuli austriaco per curare altra persona che ha la stessa malattia.
Scriverò al signor marchese, rammemorandogli le generose esibizioni a noi fatte; procura però dal canto tuo di esser sempre meritevole delle buone grazie di lui.
Tu mi avvisi di dover quanto prima sostener la tua tesi: cerca di cavartene con onore.
Questo è il mezzo di piacere al tuo protettore, e di arrecare la maggior contentezza a tuo padre e a tua madre, che ti amano di cuore ecc."
Questa lettera terminò di colmare il mio avvilimento: come, dicevo a me stesso, come ardirai tu di comparire in faccia ai tuoi genitori, ricoperto di vergogna e del disprezzo universale? Paventavo a segno questo terribile momento, che fresco ancor di una mancanza, ne meditavo un'altra che poteva compiere la mia rovina.
No, che non sarà possibile che io mi esponga ai rimproveri, tanto più dolorosi quanto più meritati; no, che non mi presenterò alla irritata mia famiglia.
Chioggia non mi rivedrà mai più, andrò in tutt'altro luogo.
Voglio andar vagando per tentar la fortuna, riparare il mio sbaglio o perire.
Sì, andrò a Roma: là forse ritroverò quel buon amico di mio padre, da cui ha ricevuto tanto bene, e che non mi abbandonerà.
Ah! se potessi diventare discepolo di Gravina, l'uomo più istruito nelle belle lettere e più dotto nell'arte drammatica! Oh Dio, se prendesse affetto per me come fece per Metastasio! Non ho forse, io pure, disposizioni e ingegno? Sì: a Roma, a Roma.
Ma come farò ad andarvi? Avrò denaro che basti? Andrò a piedi.
A piedi? Sì: a piedi.
E il baule, e le robe? Vadano al diavolo baule e robe.
Quattro camicie, calze, golette e berretti da notte, ecco il bisognevole.
- Vaneggiando in tal guisa e in tal modo farneticando, empio una valigia di biancheria, la pongo in fondo al baule e la destino ad accompagnarmi a Roma.
Siccome dovevo andarmene speditamente, scrissi al camerlingo del collegio per aver denaro.
Rispose che non aveva più in mano verun capitale di mio padre, che peraltro il mio viaggio per acqua e il mio trattamento sarebbero stati pagati sino a Chioggia, e che il provvisioniere del collegio mi avrebbe dato un piccolo involto, di cui mio padre gli avrebbe reso conto.
Il giorno appresso allo spuntar dell'alba sono cercato con una carrozza: si carica il mio baule, e il provvisioniere vi sale meco; arriviamo al Ticino, entriamo in un piccolo battello, e andiamo là dove questo fiume mette foce nel Po, a incontrare un'ampia e cattiva barca carica di sale.
Son consegnato dal mio conduttore al padrone della medesima, cui parla all'orecchio; quindi mi dà un piccolo involto da parte del camarlingo del collegio, mi saluta, mi augura buon viaggio e mi lascia.
La mia maggior premura è di esaminare il piccolo tesoretto.
Apro l'involto.
Oh cielo! qual piacevole stupore per me! Vi trovo quarantadue zecchini fiorentini (venti luigi all'incirca).
Buoni per andar a Roma! Farò dunque il viaggio per la posta e col mio bagaglio.
Ma come mai il camarlingo, che non aveva capitale alcuno di mio padre, mi ha potuto affidare tanto denaro? Nel tempo che facevo queste riflessioni e mille dilettevoli disegni, torna indietro col suo battello il provvisioniere.
Si era sbagliato: questo era denaro del collegio, e doveva esser pagato a un mercante di legname; riprese dunque il suo involto e mi lasciò trenta paoli, che formano il valore di quindici franchi, Eccomi abbastanza ricco: per andare a Chioggia non mi occorreva denaro, ma per andare a Roma? Gli zecchini che avevo avuto in mano mi facevano sempre più girar la testa; bisognava però consolarsene, e ritornar di nuovo alla disgustosa alternativa del pellegrinaggio.
Avevo il letto sotto la prua e il baule presso di me; desinavo e cenavo col mio ospite, ch'era il conduttore della barca; mi faceva discorsi da dormire in piedi.
Dopo due giorni arrivammo a Piacenza, dove il padrone aveva qualche affare; prese dunque terra e vi si fermò.
Credetti giunto il momento propizio per andarmene.
Prendo meco la valigia e dico al mio uomo che, avendo commissione di farla recapitare al consigliere Barilli, mi prevalgo dell'opportunità.
Il manigoldo m'impedisce di uscire; aveva già avuto ordine espresso di impedirmelo, e siccome persistevo nel mio volere, egli minacciò di ricorrere al braccio del governo per ritenermi.
Bisogna cedere alla forza, morir di spasimo, andare a Chioggia, o gettarsi nel Po.
Rientro nel mio bugigattolo; le disgrazie non mi avevano ancor fatto piangere, ma questa volta piansi.
La sera mi si chiama a cena, e io ricuso di andarvi; pochi minuti dopo sento una voce ignota, che in tono patetico pronuncia queste parole: Deo gratias.
Ancora ci si vedeva abbastanza: guardo per una fessura attraverso la porta e vedo un religioso che viene alla mia volta; apro l'uscio ed egli ent
...
[Pagina successiva]