MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 6
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Si fanno i fagotti, si legano, ed ecco mia madre in pianti, e così mia zia.
Mio fratello, che si era fatto uscire dalla dozzina, sarebbe volentieri partito meco: la separazione fu commovente e patetica.
ma la carrozza arriva e convien lasciarci.
Si prese la strada di Rovigo e Ferrara, e di là arrivammo a Modena, ove restammo per tre giorni in casa del signor Zavarisi, notaio accreditatissimo in quella città e nostro prossimo parente per parte di donne.
Questo bravo e degno giovane aveva in mano tutti gli affari di mio padre; era quello che maneggiava le nostre rendite al tribunale della città, e ritirava le pigioni delle nostre case; ci somministrò denaro, e noi andammo a Piacenza.
Non mancò mio padre di portarsi là a far visita al cugino Barilli, che non aveva interamente adempiuto ai suoi impegni, e lo indusse con buona maniera al pagamento di due annate delle quali andava debitore; di maniera che eravamo ben provvisti di contante, e ci fu utilissimo in alcuni casi non preveduti nei quali ci trovammo dipoi.
Arrivando a Milano prendemmo alloggio all'albergo dei Tre Re, e il giorno seguente andammo a far visita al marchese e senatore Goldoni.
Non potevamo esser ricevuti più graziosamente; il mio protettore parve contento di me, e io lo ero pienamente di lui.
Parlò del collegio e destinò il giorno che dovevamo essere a Pavia; ma il signor marchese, guardandomi con maggior attenzione, domandò a mio padre e a me perché fossi in abito secolare, e perché non avessi il collare.
Non sapevamo dove andasse a parare questo discorso: in sostanza si seppe allora per la prima volta che, per entrare nel collegio Ghislieri, detto il collegio del Papa, bisognava necessariamente: 1.
Che i convittori fossero tonsurati; 2.
Che avessero un attestato della loro civile condizione, e della loro condotta; 3.
Altro attestato di non aver contratto matrimonio; 4.
La fede battesimale.
Mio padre e io restammo senza parola dallo stupore, nessuno avendocene avvertiti.
Il signor senatore era persuaso che dovessimo esserne informati, avendone incaricato il suo segretario, e avendo dato al medesimo una nota per spedircela.
Il segretario se n'era scordato, e la nota era rimasta nella segreteria.
Molte scuse, molti perdoni: il padrone era buono, e noi non avremmo guadagnato nulla a esser cattivi.
Bisognava però rimediarvi, e mio padre prese l'espediente di scrivere alla consorte, che si trasferì a Venezia e sollecitò il tutto da ogni parte.
Gli attestati di stato libero e di buoni costumi non incontravano difficoltà, ancor meno la fede battesimale
La più grave difficoltà era la tonsura.
Il Patriarca di Venezia non voleva concedere le lettere dimissorie senza la costituzione del patrimonio ordinato dai canoni della Chiesa.
Come fare?
Beni di mio padre nello Stato Veneto non esistevano, quelli di mia madre erano beni surrogati; bisognava ricorrere al senato per aver la dispensa.
Quanti prolungamenti! Quante contraddizioni! Quanto tempo perduto! Il segretario senatoriale, con le sue scuse e il mal garbo, ci costò caro.
Pazienza.
Mia madre tanto si adoperò, che finalmente riuscì; ma mentre ella si affatica per suo figlio a Venezia, cosa faremo noi a Milano? Ecco quel che facemmo.
Restammo quindici giorni a Milano, desinando e cenando in casa del mio protettore, che ci faceva vedere ciò che vi era di più bello in questa città magnifica, che è capitale della Lombardia Austriaca.
Per ora non farò parola di Milano, dovendo rivederla; ne parlerò ad agio, quando sarò più degno di parlarne.
Nel frattempo mi si fa cangiar costume.
Prendo il collare, e quindi partiamo per Pavia ben muniti di lettere commendatizie.
Alloggiamo, ci mettiamo a dozzina in una buona e civil casa, e son presentato al superiore del collegio ove dovevo esser ricevuto.
Avevamo una lettera del senatore Goldoni per il signore Lauzio, professore di legge.
Mi condusse egli stesso all'università, dove lo seguii nella classe che occupava, e non perdei tempo mentre aspettavo il titolo di collegiale.
Era il signor Lauzio un giureconsulto del più gran merito.
Aveva una biblioteca ricchissima di cui ero padrone, come lo ero della sua tavola, e la sua consorte aveva molta bontà per me.
Era ancora molto giovine e sarebbe stata bella, se non fosse stata enormemente sfigurata da un mostruoso gozzo, che dal mento scendeva alla gola.
Non son rari questi gioielli a Milano e a Bergamo; quello però di Madama Lauzio era di una specie particolare, avendo intorno a sé una piccola famiglia di altri piccoli gozzi.
Un gran flagello per le donne è il vaiolo; ma non credo che una giovane, che ne fosse bezzicata, baratterebbe mai la sue bezzicature con un gozzo milanese.
Profittai molto della biblioteca del professore, percorsi le istituzioni del gius Romano e arricchii la mente delle materie alle quali ero destinato.
Non sempre mi fermavo sopra i testi della Giurisprudenza; vi erano palchetti forniti ancora di una collezione di commedie antiche e moderne, e questa era la mia lettura favorita.
In tutto il tempo della mia dimora a Pavia mi ero proposto di dividere le mie occupazioni fra lo studio legale e il comico; ma il mio ingresso nel collegio mi cagionò più dissipazione che studio, e feci bene a mettere a profitto quei tre mesi che dovetti aspettare le lettere dimissorie e gli attestati di Venezia.
Rilessi con maggior cognizione e maggior piacere i poeti greci e latini, e dicevo a me stesso: vorrei poterli imitare nei loro disegni, nel loro stile, nella lor precisione, ma non sarei contento se non giungessi a porre nelle mie produzioni una maggior commozione, caratteri meglio espressi, più arte comica, e scioglimenti più felici.
Facile inventis addere.
Dobbiamo rispettare i gran maestri che ci hanno spianata la strada delle scienze e delle arti; ma ogni secolo ha il suo genio e ogni clima il suo gusto nazionale.
Gli autori greci e romani hanno conosciuto la natura, l'hanno seguita da vicino; ma l'hanno esposta senza illusione e senza destrezza.
Questa è la ragione per la quale i Padri della Chiesa hanno scritto contro gli spettacoli, e i Papi li hanno proscritti; ma la decenza li ha corretti, e l'anatema è stato revocato in Italia; molto più dovrebbe esserlo in Francia; questo è un fenomeno che io non posso concepire.
Scartabellando sempre in questa biblioteca, vidi Teatri inglesi, Teatri spagnoli, Teatri francesi, ma non trovai Teatri italiani.
Vi erano qua e là produzioni italiane di antica data, ma veruna raccolta, veruna collezione che potesse far onore all'Italia.
Vidi con pena che mancava qualcosa di essenziale a questa nazione, che aveva conosciuto l'arte drammatica prima di qualunque altra delle moderne; né potevo comprendere come l'Italia l'avesse negletta, avvilita e imbastardita.
Desideravo però con passione di veder la mia patria rialzarsi a livello delle altre, e mi ripromettevo di contribuirvi.
Ma ecco una lettera da Venezia, che ci porta le dimissorie, gli attestati, la fede battesimale.
Poco mancò che quest'ultimo recapito non ci ponesse in un nuovo impiccio.
Bisognava aspettare due anni, perché giungessi all'età richiesta per il mio ricevimento nel collegio; non so qual fosse il santo che fece il miracolo; so bene, che andai un giorno a letto con sedici anni, e il giorno dopo allo svegliarmi ne avevo diciotto.
CAPITOLO IX.
Allogamento in collegio e dissipazioni.
Mia madre aveva rimediato con accortezza al difetto di patrimonio per conseguire le lettere dimissorie dal patriarca di Venezia.
Le fece spedire un segretario del senato, il signor Cavanis, a condizione che, essendo io nel caso di abbracciare lo stato ecclesiastico, vi fosse una rendita assicurata a mio favore.
Ricevei dunque la tonsura per mano del cardinal Cusani, arcivescovo di Pavia; e uscito dalla cappella di sua eminenza, andai con mio padre a presentarmi al collegio.
Il superiore, che si chiama Prefetto, era l'abate Bernerio, professore di gius canonico nell'università, protonotario apostolico, che godeva, in virtù di una bolla di Pio V, il titolo di Prelato, suddito immediato della Santa Sede.
Fui ricevuto da prefetto, viceprefetto e camarlingo.
Mi fanno una breve predica, mi presentano ai più anziani del collegio, ed eccomi allogato; mio padre mi abbraccia, mi lascia, e il giorno dopo prende la volta di Milano per ritornarsene a casa.
Abuso forse un po' troppo della vostra compiacenza, caro lettore, trattenendovi con frivolezze che non debbono importarvi, e che per di più non vi divertono.
Ma vorrei parlarvi di questo collegio ove avrei dovuto fare la mia sorte, e dove feci la mia disgrazia.
Vorrei confessarvi i miei errori, e nel tempo stesso provarvi che alla mia età e nello stato in cui mi trovavo, era necessaria una virtù superiore per evitarli.
Ascoltatemi con pazienza.
Eravamo in questo collegio ben trattati e benissimo alloggiati.
Avevamo la libertà di uscire per andare all'università, e andavamo dappertutto.
L'ordine era di uscire a due a due, e così ritornare.
Noi però ci lasciavamo alla prima svolta di strada, assegnandoci un punto di riunione per il ritorno nel modo ordinato; e se rientravamo soli, il portinaio la prendeva in celia e non ne faceva parola.
Questo posto equivaleva per lui a quello di guardaportone di un ministro di stato.
Eravamo ben forniti di abiti, e con l'eleganza medesima degli abati che girano per le conversazioni: panno d'Inghilterra, seta di Francia, ricami e guarnizioni, con una specie di veste da camera senza maniche per sopravveste e una stola di velluto appesa alla spalla sinistra con l'arme Ghislieri ricamata in oro e argento, sormontata dalla tiara pontificia e dalle chiavi di san Pietro.
Questa toga chiamata sovrana, che è la divisa del collegio, dà un'aria d'importanza che reprime la bizzarria della gioventù.
Questo collegio non era, come vedete, una comunità di fanciulli: si faceva precisamente ciò che piaceva, ed eravi molta dissipazione all'interno, molta libertà all'esterno.
Ivi ho imparato la scherma, il ballo, la musica e il disegno, come pure tutti i giochi possibili di trattenimento e d'azzardo.
Questi ultimi, benchè proibiti, erano ciò nondimeno frequenti, e quello della primiera mi costò caro.
Quando eravamo usciti guardavamo l'università da lontano, e andavamo a rimpiattarci nelle case più piacevoli.
A Pavia i collegiali sono riguardati come gli ufficiali di guarnigione: li detestano gli uomini, e le donne li ricevono.
Piaceva alle signore il mio gergo veneziano, che mi dava qualche vantaggio sopra i compagni; la mia età e la figura non dispiacevano; le mie strofette e canzoni non erano ascoltate con disgusto.
Era mia colpa se impiegavo male il tempo? Sì, perché in quaranta che eravamo ve n'erano alcuni savi e costumati, che avrei dovuto imitare: Ma non avevo che sedici anni, ero allegro, ero debole, amavo il piacere, e mi lasciavo sedurre e rapire.
Basta così per questo primo anno di collegio: si avvicinano le vacanze, che cominciano verso la fine di giugno, e non si torna che alla fine di ottobre.
CAPITOLO X.
Prime vacanze.
- Lettura piacevole.
- Partenza per Modena.
- Avventura comica.
Quattro mesi di vacanze! Sessanta leghe per andare a casa mia, altrettante per ritornare agli studi.
È vero che non si pagava dozzina in quel collegio, ma la spesa del viaggio non era indifferente.
Avrei potuto restare a dozzina in Pavia, ma nessun collegiale forestiero vi restava.
In tal tempo non si porta la sovrana, e non avendo l'arme del Papa sopra le spalle, vi era da temere che gli abitanti di Pavia volessero contrastarci certi diritti di preferenza che eravamo assuefatti a godere; e poi ero sicuro di dare a mia madre il più gran piacere, andando a riunirmi con lei.
Presi dunque questo partito; ed essendo scarso di denaro feci il viaggio per acqua, avendo per servitore e mia guida un fratello del cantiniere del collegio.
Nulla di particolare in questo viaggio; avevo lasciato Chioggia in abito secolare e vi ritornai in abito ecclesiastico.
Il collare non m'ispirava troppa devozione; ma mia madre, che era piena di pietà, credè ricevere in casa un apostolo: mi abbracciò con una certa considerazione, e mi pregò di correggere mio fratello che le dava qualche dispiacere.
Era questi un vivacissimo e impetuosissimo ragazzo che marinava la scuola per andare a pescare, che a undici anni si batteva come un demonio e si burlava di chiunque.
Mio padre, che lo conosceva a fondo, lo destinava alla guerra: mia madre ne voleva fare un frate, e questo era un soggetto continuo di dispute fra loro.
Mi presi poca briga di mio fratello; cercavo solo di distrarmi, né sapevo trovarne i mezzi.
Chioggia mi parve sgradevole più che mai: avevo altre volte una piccola biblioteca, vi cercai il mio antico Cicognini, e non ne trovai che una parte: mio fratello si era servito del resto per farsi i ricci.
Il canonico Gennari era sempre l'amico di casa.
Mio padre l'aveva sanato da tutti i mali che aveva, e da quelli che non aveva.
Stava più spesso da noi che in casa sua.
Lo pregai di procurarmi qualche libro, ma nel genere drammatico, se fosse stato possibile.
Il signor canonico non era troppo addomesticato colla letteratura; mi promise, ciò nonostante, di far di tutto per trovarne, e mantenne la parola.
Mi portò pochi giorni dopo una vecchia commedia rilegata in cartapecora; e, senza darsi la pena di leggerla, me l'affidò facendomi promettere di restituirgliela speditamente, poiché l'aveva presa senza dir nulla nello studiolo di uno dei suoi confratelli.
Era la Mandragola di Machiavelli, che non conoscevo ma ne avevo inteso parlare, e sapevo bene che non era una produzione castissima.
La divorai alla prima lettura, e la rilessi dieci volte.
Mia madre non badava al libro che leggevo, essendomi stato dato da un ecclesiastico; ma mio padre mi sorprese un giorno in camera, nel tempo appunto che facevo note e osservazioni sopra la Mandragola.
La conosceva e sapeva quanto questa produzione era pericolosa per un giovinetto di diciassette anni; volle sapere da chi l'avevo avuta, e glielo dissi; mi sgridò acerbamente e si accapigliò con quel povero canonico, che aveva peccato solo di trascurataggine.
Avevo ragioni giustissime e molto ben fondate per scusarmi in faccia a mio padre, ma non volle ascoltarmi.
Non era già lo stile libero né l'intreccio scandaloso che mi facevano trovar buona questa composizione, anzi la sua lubricità mi ripugnava.
Vedevo da me che l'abuso di confessione era un delitto abominevole davanti a Dio e agli uomini; ma era questa la prima produzione di carattere che cadevami sotto gli occhi, e n'ero rimasto incantato.
Avrei desiderato che gli autori italiani avessero continuato dietro questa commedia a scriverne delle oneste e decenti, e che caratteri attinti dalla natura fossero subentrati agl'intrighi romanzeschi.
Era riservato a Molière l'onore di nobilitare e di render utile la scena comica, esponendo i vizi e le ridicolezze alla correzione e al riso.
Non conoscevo ancora questo grand'uomo, poiché non intendevo il francese; mi ero proposto di impararlo, e presi intanto l'abitudine di osservare gli uomini da vicino e di non trascurare gli originali.
Erano prossime al termine le vacanze, e bisognava partire.
Dovendo andare a Modena un abate di nostra conoscenza, mio padre profittò dell'occasione e mi fece prendere quella strada, tanto più volentieri perché in quella città mi si doveva somministrar denaro.
Imbarcammo, il mio compagno di viaggio e io, col corriere di Modena; vi arrivammo in due giorni, e andammo ad alloggiare in casa di un fittavolo di mio padre che dava a pigione stanze mobiliate.
Vi era in questa casa una donna di servizio, né vecchia né giovane, né bella né brutta, che mi guardava con occhio amichevole e si prendeva cura di me con attenzioni singolari: scherzavo seco ed ella vi si prestava con buona grazia, e di tempo in tempo lasciava cadere qualche lacrima.
Il giorno della mia partenza mi alzo di buon'ora per fare il mio baule; ed ecco Tognetta (questo era il nome della ragazza) che viene nella mia camera e mi abbraccia senza altri preliminari.
Io non ero tanto libertino da trarne partito; la sfuggo, ella insiste e vuol partir meco.
- Con me? - Sì, mio caro amico, se no mi getto dalla finestra.
- Ma io vado in un calesse di posta.
- Ebbene, saremo noi due soli.
- E il servitore? - È fatto per andar dietro.
- Il padrone e la padrona di casa cercano Tognetta dappertutto.
Entrano, la trovano in un fiume di lacrime.
- Che è stato? - Eh, non è niente.
- Io tiro a sbrigarmi: bisogna partire.
Avevo destinato per Tognetta uno zecchino: ella piange, non so come fare.
Stendo il braccio e le offro la moneta; la prende, la bacia, e tutta piangente se la mette in tasca.
CAPITOLO XI.
Viaggio per Pavia.
- Buon incontro a Piacenza.
- Colloquio col marchese Goldoni.
- Secondo anno di collegio.
Avevo tanto che bastava per pagare la posta fino a Pavia; ma non avendo trovato in Modena il cugino Zavarisi, che aveva ordine di darmi denaro, ne sarei rimasto sprovvisto in collegio, dove i convittori hanno bisogno di un peculio per i piccoli piaceri.
Arrivo lo stesso giorno a Piacenza sul far della sera, e avendo una lettera di raccomandazione di mio padre per il consigliere Barilli, vado a trovarlo.
Mi riceve pulitamente, mi esibisce di alloggiarmi in casa sua, e io accetto come conviene.
Era però ammalato, e aveva volontà di riposarsi; l'avevo io pure; perciò cenammo in fretta e andammo a letto presto.
Sempre almanaccavo sopra la mia condizione, ed ero perfin tentato di chiedere in prestito cento scudi al mio caro parente, che mi pareva tanto buono e compito; ma egli non aveva più alcun debito con mio padre, avendo corrisposto anche avanti la scadenza coi due ultimi pagamenti, e temevo che la mia età e qualità di scolaro non fossero garanzie troppo sicure per ispirargli fiducia.
Andai a letto in compagnia delle mie irresoluzioni e dei miei timori, ma grazie al cielo né gl'impicci né i dispiaceri ebbero mai il sopravvento sul mio appetito e sul mio sonno.
Dormii dunque tranquillamente.
Il giorno dopo il signor consigliere mi fa chiedere se voglio far colazione in sua compagnia.
Essendo già vestito e in ordine, scendo e tutto era pronto.
Un brodo per il mio ospite e una tazza di cioccolata per me.
Facendo colazione e chiacchierando, ecco come la conversazione divenne interessante.
- Mio caro figlio, mi disse, io son vecchio, ho avuto un pericoloso colpo, e aspetto di giorno in giorno gli ordini della Provvidenza per sloggiare da questo mondo.
- Io volevo replicare con quelle cortesi espressioni che sogliono usarsi in simili casi, ma m'interruppe dicendo: - Da parte le lusinghe, amico mio: siamo nati per morire, e la mia carriera è inoltratissima.
Ho soddisfatto vostro padre riguardo a un resto di dote che la mia famiglia doveva alla sua; ma scartabellando i fogli e i registri dei miei affari domestici, ho trovato un conto aperto tra il signor Goldoni, vostro nonno, e me.
- Oh cielo! (dicevo tra me stesso) gli saremmo forse debitori di qualcosa? - Ho bene esaminato, aggiunse il consigliere, ho ben collazionato le lettere e i libri, e son sicuro di dovere ancora una somma ai suoi successori.
- Respiro: voglio parlare, egli m'interrompe e continua il suo discorso.
- Non vorrei morire, dice, senza adempiere il mio dovere; ho eredi che non aspettano che la mia morte per dissipare i beni che ho loro mantenuti, e il vostro signor padre stenterebbe molto a farsi pagare.
Ah! se fosse qui, con qual piacere gli darei questo denaro! - Signore, risposi con aria d'importanza, io sono pur suo figlio: pater et filius censentur una et eadem persona, dice Giustiniano, e voi lo sapete meglio di me.
- Ah ah! diss'egli, voi dunque studiate legge? - Sìssignore, risposi; sarò addottorato quanto prima e andrò a Milano, dove penso di esercitare la professione d'avvocato.
- Mi guarda sorridendo, e mi domanda: - Che età avete? - Ero un po' imbrogliato, poiché la mia fede di battesimo e il mio ricevimento in collegio non andavano d'accordo; risposi nulladimeno con sicurezza e senza mentire: - Signore, ho in tasca le patenti del mio collegio: volete vederle? Vedrete che sono stato ricevuto di diciotto anni compiuti; corre il mio secondo anno; diciotto e due fanno venti: io entro nel vigesimo.
Annus inceptus habetur pro completo, e secondo il codice veneto si acquista la maggior età a ventun'anni.
- Cercavo d'imbrogliar l'affare, ma in sostanza non ne avevo più che diciannove.
Il signor Barilli però non si lasciò prender nella rete: vedeva bene che ero ancora nella minore età, e che avrebbe rischiato il suo denaro.
Avevo però una raccomandazione di mio padre a mio favore: come doveva credermi capace d'ingannarlo? Ma mutò discorso: mi domandò perché non avessi abbracciata la professione di mio padre, e non parlò più di denaro.
Risposi che il mio genio non era per la medicina; e ritornando subito al proposito che m'interessava, dissi: - Sarei troppo ardito, signore, se vi domandassi di qual somma voi siete debitore a mio padre? - Duemila lire, rispose; duemila lire però di questo paese (seicento lire tornesi circa).
Il denaro è là in quella cassetta - ma non vi metteva le mani.
- Signore, soggiunsi con una curiosità un po' ardita, questa somma è in oro o in argento? - È in oro, rispose, in zecchini fiorentini, che dopo quelli di Venezia sono i più ricercati.
- Sono molto comodi, dissi, a trasportarsi.
- Vorreste, riprese egli con un'aria burlesca, assumervene l'incarico? - Volentieri, signore, risposi: vi faccio subito la ricevuta, e ne darò avviso a mio padre per rendergliene conto.
- Ma dissiperete voi, diss'egli, dissiperete questo denaro? - Ah! signore, risposi con serietà, voi mi conoscete: non son capace di una cattiva azione.
Mio padre ha destinato il camarlingo del collegio per cassiere del piccolo assegnamento che ritiro: vi professo sull'onor mio che depositerò gli zecchini in mano di questo degno abate, appena giungo a Pavia.
- In conclusione, egli disse, voglio riposare sopra la vostra buona fede.
Fatemi la ricevuta, di cui ecco l'esemplare che avevo già preparato.
- Prendo la penna; il signor Barilli apre la cassetta e mette gli zecchini sopra il tavolo; io li guardo con tenerezza.
- Ma aspettate, aspettate, soggiunge.
Siete per viaggio, ci sono i ladri.
- Lo informo che vado per la posta e non vi è nulla da temere.
Credendomi solo, vi trova sempre del rischio.
Faccio entrare il fratello del cantiniere, che era la mia guida; il signor Barilli sembra contento, e gli ripete la stessa predica che a me.
Io tremo sempre; ma finalmente mi consegna il denaro, ed eccomi consolato.
Desiniamo, il signor consigliere e io: vengono dopo pranzo i cavalli, saluto, mi pongo in viaggio e prendo la volta di Pavia.
Giunto appena in questa città, vado a depositar gli zecchini nelle mani del cassiere, cui ne chiedo sei per me, e me li dà; poi seppi così ben disporre del rimanente di quella somma, che mi bastò per tutto l'anno di collegio e per il ritorno.
In quell'anno ero un po' meno svagato che nell'altro; seguivo le lezioni all'università, e accettavo di rado i divertimenti che mi si proponevano.
In ottobre e novembre si addottorarono quattro dei miei compagni.
Pare che in Italia non si possa fare nessuna cerimonia che non sia celebrata da un sonetto; avevo il credito di facilità nel far versi, ed ero divenuto il panegirista dei buoni e dei cattivi soggetti.
Nelle vacanze di Natale il signor marchese Goldoni venne a Pavia alla testa di una commissione del Senato di Milano per visitare un canale nel Pavese, che aveva dato luogo a parecchi litigi; mi fece l'onore di cercarmi e di condurmi seco.
In capo a sei giorni ritornai al collegio, glorioso della parte onorevole che avevo sostenuta.
Questa ostentazione mi fece un torto infinito.
Risvegliò l'invidia dei miei compagni, i quali forse da quel momento meditarono la vendetta contro di me, che fecero scoppiare l'anno appresso.
Due di loro mi tesero un laccio, che poco mancò non mi rovinasse.
Mi condussero in un cattivo luogo, che non era di mia relazione; volevo partirne, ma le porte erano chiuse; saltai dalla finestra e ciò fece strepito, e il prefetto del collegio lo seppe.
Dovevo giustificarmi, e non potevo farlo senza aggravare i colpevoli; in simil caso si salvi chi può.
Uno fu espulso, l'altro fu posto in carcere; ma ecco un infinito numero di nemici contro di me.
Giungono le vacanze, e avevo molta voglia di andare a passarle a Milano, per prevenire il mio protettore del disgusto che mi era accaduto; ma due persone del mio paese, che incontrai per caso al gioco della pallacorda, mi fecero mutare idea.
Erano questi il segretario e il maestro di casa del Residente della Repubblica di Venezia a Milano.
Questo ministro (il signor Salvioni) era morto da poco tempo e bisognava che il suo seguito e i suoi equipaggi andassero a Venezia.
Questi due signori, che erano a Pavia per noleggiare un battello coperto, mi esibirono di condurmi seco; mi assicurarono che la compagnia era piacevole, che non mi sarebbe mancato buon trattamento, né gioco, né buona musica, e tutto gratis: potevo ricusare una sì bella occasione? Accettai senza esitare nemmeno un istante; ma siccome non partivano tanto in fretta dovevo aspettare, e il collegio era per chiudersi.
Il prefetto, garbatissimamente e forse anche per dar nel genio al mio protettore, volle tenermi in casa sua, ed ecco un nuovo delitto per i compagni.
Questa parzialità del superiore a mio riguardo li irritò maggiormente: scellerati! Me la fecero pagar cara.
CAPITOLO XII.
Viaggio dilettevolissimo.
- Discorso da me composto.
- Ritorno a Pavia per la Lombardia.
- Incontro piacevole.
- Pericolo di assassinio.
- Fermata a Milano in casa del marchese Goldoni.
Tosto che la compagnia fu in ordine per la partenza, mi fece avvertire.
Andai alla riva del Ticino ed entrai nel battello coperto, ove tutti si ritrovarono.
Nulla di più comodo ed elegante di questo piccolo naviglio chiamato burchiello, fatto venire da Venezia espressamente.
Consisteva in una sala e stanza contigua, coperte di legname con balaustrato sovrapposto, ornate di specchi, pitture, sculture, scaffali, panche e sedie della maggior comodità.
Era ben diverso dalla barca dei commedianti di Rimini.
Eravamo dieci padroni e parecchie persone di servizio; vi erano letti sotto la prua e la poppa, ma non si doveva viaggiar che di giorno.
Si era stabilito che ci saremmo coricati in buoni alberghi o, dove non ve ne fossero, avremmo domandato ospitalità ai ricchi Benedettini che possedevano beni immensi lungo le due rive del Po.
Tutti quei signori sonavano qualche strumento.
Vi erano tre violini, un violoncello, due oboi, un corno da caccia e una chitarra.
Io solo non ero buono a nulla, e me ne vergognavo; ma procurando di supplire al difetto di utilità, mi occupavo per due ore del giorno a mettere in buoni o cattivi versi gli aneddoti e i divertimenti del dì precedente.
Questa bizzarria dava sommo piacere ai miei compagni di viaggio, ed era dopo il caffè il comun nostro divertimento.
La loro occupazione favorita era la musica.
Intatti sul far della sera prendevano posto sopra una specie di coperta, che forma il tetto dell'abitazione galleggiante, e facevano risuonar l'aria dei loro armoniosi concerti, traendo a sé da tutte la parti le ninfe e i pastori di quel fiume già tomba di Fetonte.
Direte forse, caro lettore, che il mio racconto è enfatico? Può darsi; ma tale appunto dipingevo nei miei versi la nostra serenata.
Fatto sta che le rive del Po, chiamato dai poeti italiani il re dei fiumi, erano affollate dagli abitanti di quelle vicinanze che vi correvano per ascoltare e, coi cappelli in aria e fazzoletti spiegati, ci significavano il loro piacere, non meno che i loro applausi.
Arrivammo a Cremona circa alle sei di sera.
Era già corso il grido che vi dovevamo passare, e le rive del fiume erano piene di gente che ci aspettava.
Smontammo dalla barca.
Fummo ricevuti con impeto di gioia, e fatti subito entrare in una bellissima casa, situata fra la campagna e la città, ove si dette un concerto e vari musici del paese ne accrebbero il divertimento.
Vi fu gran cena, si ballò tutta la notte, e finalmente rientrammo col sole nella nostra nicchia, ove trovammo i nostri deliziosi materassi.
Fu ripetuta all'incirca la stessa scena a Piacenza, alla Stellada ad alle Bottrighe, in casa del marchese Tassoni.
In tal guisa fra il riso, i giochi e i passatempi arrivammo a Chioggia, ove io dovevo separarmi dalla società più amabile e più piacevole del mondo.
I miei compagni di viaggio vollero usarmi la garbatezza di smontar meco.
Li presentai a mio padre, che li ringraziò di cuore, pregandoli inoltre di rimanere a cena in casa sua; ma erano in necessità di restituirsi a Venezia la stessa sera.
Mi pregarono di dar loro i versi da me fatti sul viaggio; chiesi tempo per metterli in pulito, promettendo di spedirglieli, né mancai.
Eccomi a Chioggia, ove mi annoiavo sempre, secondo il solito.
Narrerò in breve il poco che vi feci, e come avrei desiderato affrettarmi a partire.
Mia madre aveva fatto conoscenza con una religiosa del convento di San Francesco.
Questa era Donna Maria Elisabetta Bonaldi, sorella del signor Bonaldi, notaio e avvocato veneziano.
Le religiose avevano ricevuto da Roma una reliquia del loro serafico fondatore, che si doveva esporre con pompa ed edificazione, e vi bisognava il discorso panegirico.
La signora Bonaldi, ponendo fiducia nel mio collare, mi credeva già moralista, teologo e oratore.
Proteggeva un giovane abate, che aveva grazia e memoria; mi pregò dunque di comporre il discorso e di affidarlo al suo protetto, sicura che lo avrebbe portato a meraviglia.
Le mie prime parole furono di scusa e rifiuto, ma riflettendo che al collegio si faceva ogni anno il panegirico di Pio V, e un collegiale per lo più ne assumeva l'incarico, accettai l'occasione di esercitarmi in un'arte, che non mi pareva poi in fondo difficilissima.
Feci il discorso nello spazio di quindici giorni.
L'abatino l'imparò a mente, e lo portò come avrebbe potuto fare un espertissimo predicatore.
Il discorso produsse il più grande effetto: si piangeva, si sputava da tutte le parti, né si si stava fermi sulle seggiole.
L'oratore s'impazientiva, picchiava mani e piedi; crescevano intanto gli applausi, finché il povero diavolo gridò dal pulpito: Silenzio! e tutti tacquero.
Si sapeva benissimo che era mia composizione: quanti complimenti! quanti presagi felici! Avevo avuto l'arte di dar molto nel genio alle religiose, dirigendo loro un'apostrofe in modo delicato, con attribuir loro tutte le virtù senza il difetto della bigotteria.
(Avevo piena cognizione di esse, e sapevo benissimo che non erano bigotte.) Tutto questo mi guadagnò un magnifico regalo di trine, dolci e ricami.
Il lavoro della mia orazione, e il pro e il contro che vi vennero dietro, mi occuparono tanto tempo che mi condusse al termine delle vacanze.
Scrisse mio padre a Venezia, perché mi si procurasse una vettura che mi conducesse a Milano: si presentò per l'appunto l'occasione, e andammo a Padova mio padre e io.
Vi era un vetturino milanese sul punto di fare il viaggio di ritorno, persona conosciutissima e fidata; partii dunque in calesse solo con lui.
Quando fummo fuori città, il mio conducente incontrò uno dei suoi compagni che doveva fare lo stesso viaggio, e non aveva nel calesse che una sola persona.
Era una donna, che mi parve giovane e bella; fui curioso di vederla da vicino, e al primo desinare restò appagata la mia curiosità.
Vidi una veneziana che giudicai dell'età di trent'anni, oltremodo garbata e amabile; si fece tra noi conoscenza, e si fissò con i vetturini, che, per essere meno sbalzati dal calesse sulla strada cattiva, ci saremmo seduti insieme in uno dei due, e l'altro sarebbe andato a vuoto alternativamente.
I nostri colloqui furono piacevolissimi, ma decentissimi.
Vedevo per altro che la mia compagna di viaggio non era una vestale, e aveva il tono della buona compagnia; ma passammo le notti in camere separate con la maggior regolarità.
Arrivando a Desenzano, in riva al lago di Garda, tra la città di Brescia e quella di Verona, ci fecero smontare in un albergo che guardava sul lago.
Vi si trovavano in quel giorno molti viandanti, e non vi era che una camera con due letti per madama e per me.
Cosa fare? Bisognava pur adattarsi: la camera era molto grande, e i letti non si toccavano.
Ceniamo, ci diamo a vicenda la buona notte, e ciascuno si ficca sotto le sue lenzuola.
Prendo subito sonno secondo il solito, ma lo interrompe un violento fracasso, e mi sveglio repentinamente.
Non vi era lume; ma al chiaror della luna, che passava per le finestre senza imposte e senza tende, vidi la donna in camicia e un uomo ai suoi piedi.
Domando: cos'è? La bella eroina, con una pistola in mano, mi dice in tono di fierezza e di scherno: - Aprite la porta, signor abate, gridate al ladro, e poi tornate a letto.
- Non tardo un istante, apro, grido, vien gente e il ladro è preso: fo poi delle domande alla mia compagna, che non si degna darmi conto della sua bravura.
Pazienza; me ne ritorno a letto e dormo fino al giorno dopo.
La mattina partendo fo ringraziamenti alla mia compagna: ella sempre scherza; così continuiamo il nostro viaggio per Brescia, e arriviamo a Milano.
Là ci lasciamo officiosamente: io contentissimo della sua ritenutezza, ella forse scontenta della mia continenza.
Andai a smontare all'abitazione del signor marchese Goldoni, e restai in casa sua sei giorni per aspettare il termine delle vacanze.
Mi furon tenuti dal mio protettore discorsi molto gradevoli e tali da ispirarmi molta speranza e molto ardore: mi credevo al colmo della felicità, ed ero sull'orlo della mia rovina.
CAPITOLO XIII.
Terzo anno di collegio.
- Mia prima e ultima satira.
- Espulsione dal collegio.
Avevo intesa a Milano la morte del superiore del collegio, e conoscevo il signor abate Scarabelli suo successore.
Arrivato a Pavia andai a presentarmi al nuovo prefetto, il quale, essendo in stretta amicizia col senatore Goldoni, m'assicurò della sua benevolenza.
Feci visita anche al nuovo decano degli alunni, che dopo le solite cerimonie, mi domandò se volessi sostenere quell'anno la mia tesi di gius civile; aggiunse che toccava a me; che per altro, quando non mi fosse premuto, gli avrebbe fatto comodo mettere un altro al mio posto.
Gli dissi francamente che, toccando a me, avevo giuste ragioni per non cedere, e mi pareva mill'anni di finire gli studi per andare a stabilirmi a Milano.
Pregai lo stesso giorno il prefetto di far tirare a sorte i punti che dovevo difendere.
Fu scelto il giorno, mi furono assegnati gli articoli, e dovetti nelle vacanze di Natale sostener la mia tesi.
Tutto andava a meraviglia.
Ecco un bravo giovane che ha volontà di farsi onore, ma ha bisogno nel tempo stesso di divertirsi.
Esco due giorni dopo per far visite; comincio dalla casa che più m'importava.
Non usando guardaportoni in Italia, suono il campanello, aprono, e mi vengono a dire che la signora è malata e la signorina non riceve.
Mi dimostro dolente e lascio i miei complimenti.
Vado in altro luogo e vedo il servitore: - Si può aver l'onore di vedere queste signore? - Padron mio, sono tutti in campagna.
- (E io avevo veduto due cappelli alla finestra).
Non mi raccapezzo, vado in un terzo luogo, non c'è nessuno.
Confesso che n'ero punto all'estremo e mi credetti insultato, senza poterne indovinar la cagione.
Lasciai dunque di espormi a nuovi dispiaceri, e immerso nel turbamento e nell'ira me ne tornai a casa.
La sera al caminetto, ove son soliti concorrere gli alunni, raccontai fingendo indifferenza il caso avvenutomi.
Alcuni mi compatirono, altri si burlarono di me; vien l'ora della cena, andiamo al refettorio, e quindi si sale nelle nostre camere.
Mentre andavo ripensando al dispiacere che provavo, sento picchiare alla porta; apro, entrano quattro dei miei compagni e mi annunciano di aver cose serie da comunicarmi.
Non avevo tante sedie da offrir loro; il letto fece da canapè: ero in atto di ascoltarli, e tutti e quattro volevano parlare in una volta.
Ciascuno aveva da raccontare il suo caso, ciascuno da proporre il suo parere.
Finalmente, ecco quanto risultò.
I cittadini di Pavia erano nemici giurati della scolaresca, e nel tempo delle ultime vacanze avevano congiurato contro di noi.
Essi avevano decretato nelle loro assemblee, che qualunque zitella avesse ricevuto in casa scolari, non fosse chiesta in matrimonio da verun cittadino; e ve n'erano quaranta che avevano firmato.
Si era fatto correre questo decreto per ogni casa: le madri e le figlie erano in convulsione, onde tutto in un tratto divenne lo scolaro per esse un oggetto pericolosissimo.
Il sentimento comune dei miei quattro compagni era di vendicarsi; io non avevo gran voglia di mescolarmici, ma mi trattarono da vile e poltrone, ed ebbi la melensaggine di piccarmi e di promettere che non mi sarei ritirato dall'impegno.
Credevo di aver parlato a quattro amici, ed erano traditori, che solo bramavano la mia rovina; l'avevan contro di me meditata fino dall'anno precedente, e avevano tenuto vivo l'odio nel cuore per lo spazio di un anno, cercando di valersi della mia debolezza per farlo scoppiare.
Fui la loro vittima: non ero ancora nel diciottesimo anno, e avevo a che fare con vecchi volponi di ventotto in trent'anni.
Questa buona gente aveva l'uso di portare in tasca pistole.
Io non ne avevo mai prese in mano, ma me ne provvidero generosamente; le trovavo belle, la maneggiavo con piacere e n'ero divenuto pazzo.
Avevo addosso armi da fuoco, e non sapevo che cosa farne; avrei ardito forzare una porta? Indipendentemente dal pericolo, l'onoratezza e la convenienza vi si opponevano.
Volevo disfarmi di questo peso inutile, ma i miei buoni amici venivano spesso a farmi visita e a rinfrescar la polvere dello scodellino.
Mi raccontavano le inaudite prodezze del loro coraggio, gli ostacoli che avevano superato, i rivali che avevano atterrato, e io pure avevo francamente saltati cancelli, sottomesse madri e figlie, e fatto fronte ai bravi della città; eravamo tutti quanti in egual modo veridici, e tutti quanti forse della stessa bravura.
Finalmente vedendo i perfidi che, malgrado le pistole, non facevo dir di me, si diportarono in altro modo.
Fui accusato presso i superiori di avere armi da fuoco per le tasche; essi mi fecero un giorno perquisire, mentre entravo, dai servitori del collegio e furon trovate le pistole.
Non essendo a Pavia il prefetto del collegio, mi sequestrò in camera il viceprefetto.
Avevo appunto voglia di profittare di questo tempo per lavorare intorno alla mia tesi; ma i miei finti fratelli vennero nuovamente a tentarmi, seducendomi in maniera per me più pericolosa, poiché tendeva a solleticare il mio amor proprio.
- Voi, mi dissero, siete poeta, e avete armi per vendicarvi molto più potenti e sicure delle pistole e dei cannoni.
Un tratto di penna lasciato andare a proposito, è una bomba che schiaccia l'oggetto principale, e i cui pezzi finiscono da destra e sinistra chi è d'appresso.
Coraggio, coraggio! esclamarono tutti in una volta, noi vi procureremo aneddoti singolari; farete le vostre e insieme le nostre vendette.
- Vidi bene a qual pericolo e a quali inconvenienti mi si voleva esporre, e posi loro davanti gli occhi le spiacevoli conseguenze ch'erano per risultarne.
- Niente affatto, risposero, nessuno lo saprà.
Eccovi quattro buoni amici, quattro uomini d'onore; vi promettiamo la più precisa circospezione, e vi facciamo il solenne e sacro giuramento che nessuno lo saprà.
- Ero debole per temperamento, pazzo per occasione: cedetti; presi l'impegno di appagare i miei nemici, e posi loro le armi in mano contro di me.
Avevo deliberato di comporre una commedia secondo il gusto di Aristofane; ma non mi sentendo forze bastanti per riuscirvi, e poi il tempo essendo corto, composi un'Atellana, genere di commedia informe presso i Romani, che conteneva soltanto satire e facezie.
Il titolo della mia Atellana era Il Colosso.
Per dare alla mia statua colossale la perfezione della bellezza in tutte le sue proporzioni, presi gli occhi della signorina tale, la bocca di questa, la gola di quell'altra ecc.; nessuna parte del corpo era trascurata; ma artisti e amatori, tutti d'opinione diversa, trovavano difetti dappertutto.
Era una satira che doveva ferire la delicatezza di parecchie famiglie onorate e rispettabili; ebbi la disgrazia di renderla gradevole con motti piccanti, e con i dardi di quella vis comica, che maneggiavo con molta naturalezza e punta prudenza.
I quattro nemici trovarono gustosa l'opera, e fecero venire un giovane che ne ultimò due copie in un giorno; se ne impadronirono i furbi, facendola correre per i circoli e i caffé.
Non dovevo essere nominato, e mi fu reiterato il giuramento; né mancarono di parola.
Il mio nome non fu palesato; ma siccome avevo fatto in altro tempo una quartina, nella quale si trovava il mio nome, cognome e patria, posero la medesima a piè del Colosso, come se io stesso avessi avuto l'audacia di vantarmene.
L'Atellana faceva la novità del giorno: gl'indifferenti si divertivano dell'opera e condannavano l'autore.
Ma dodici famiglie gridavano vendetta: mi si voleva morto.
Ero per buona sorte ancora in arresto.
Parecchi miei compagni furono insultati, il collegio del Papa era assediato, fu scritto al prefetto ed egli tornò precipitosamente.
Avrebbe desiderato salvarmi; scrisse perciò al senatore Goldoni, e questi spedì lettere al senatore Erba Odescalchi, governatore di Pavia.
Si adoperarono in mio favore l'arcivescovo che mi aveva tonsurato e il marchese Ghislieri che mi aveva nominato: tutte le mie protezioni e tutti i loro passi furono inutili.
Io dovevo essere sacrificato e, senza il privilegio del luogo ove mi trovavo, la Giustizia si sarebbe di me impadronita.
Insomma mi si annunciò l'esclusione dal collegio, e si aspettò che fosse sedata la burrasca per farmi partire senza pericolo.
Che orrore! che rimorsi! che pentimenti! Eclissate le mio speranze, sacrificato il mio stato, perduto il mio tempo; parenti, protezioni, amici, conoscenze, tutti contro di me; ero afflitto, desolato: stavo nella mia camera, non vedevo alcuno, alcuno non veniva a trovarmi.
Che doloroso stato! che disgraziata condizione!
CAPITOLO XIV.
Viaggio malinconico.
- Disegni andati a vuoto.
- Incontro singolare.
Stavo nella mia solitudine oppresso dalla tristezza, circondato da oggetti che mi tormentavano senza posa, e pieno di disegni che si succedevano gli uni agli altri.
Avevo sempre avanti gli occhi il torto che avevo fatto a me stesso, e l'ingiustizia che avevo commessa contro gli altri; e quest'ultima riflessione mi faceva una sensazione anche maggiore della sciagura che avevo meritato.
Se dopo sessant'anni rimane ancora a Pavia qualche memoria della mia persona e della mia imprudenza, ne domando perdono a coloro che io avessi offesi, assicurandoli che ne fui punito abbastanza, e credo espiato ormai il mio fallo.
Mentr'ero riconcentrato nei miei rimorsi e nelle mie riflessioni, mi giunge una lettera di mio padre.
Terribile aumento di cordoglio e di disperazione.
Eccola:
"Vorrei, mio caro figlio, che quest'anno tu potessi passar le vacanze a Milano.
Mi sono impegnato di andare a Udine nel Friuli veneziano, per intraprendere una cura che potrebbe riuscir lunga, né so se nel tempo medesimo, o in appresso, io sia per essere obbligato a portarmi nel Friuli austriaco per curare altra persona che ha la stessa malattia.
Scriverò al signor marchese, rammemorandogli le generose esibizioni a noi fatte; procura però dal canto tuo di esser sempre meritevole delle buone grazie di lui.
Tu mi avvisi di dover quanto prima sostener la tua tesi: cerca di cavartene con onore.
Questo è il mezzo di piacere al tuo protettore, e di arrecare la maggior contentezza a tuo padre e a tua madre, che ti amano di cuore ecc."
Questa lettera terminò di colmare il mio avvilimento: come, dicevo a me stesso, come ardirai tu di comparire in faccia ai tuoi genitori, ricoperto di vergogna e del disprezzo universale? Paventavo a segno questo terribile momento, che fresco ancor di una mancanza, ne meditavo un'altra che poteva compiere la mia rovina.
No, che non sarà possibile che io mi esponga ai rimproveri, tanto più dolorosi quanto più meritati; no, che non mi presenterò alla irritata mia famiglia.
Chioggia non mi rivedrà mai più, andrò in tutt'altro luogo.
Voglio andar vagando per tentar la fortuna, riparare il mio sbaglio o perire.
Sì, andrò a Roma: là forse ritroverò quel buon amico di mio padre, da cui ha ricevuto tanto bene, e che non mi abbandonerà.
Ah! se potessi diventare discepolo di Gravina, l'uomo più istruito nelle belle lettere e più dotto nell'arte drammatica! Oh Dio, se prendesse affetto per me come fece per Metastasio! Non ho forse, io pure, disposizioni e ingegno? Sì: a Roma, a Roma.
Ma come farò ad andarvi? Avrò denaro che basti? Andrò a piedi.
A piedi? Sì: a piedi.
E il baule, e le robe? Vadano al diavolo baule e robe.
Quattro camicie, calze, golette e berretti da notte, ecco il bisognevole.
- Vaneggiando in tal guisa e in tal modo farneticando, empio una valigia di biancheria, la pongo in fondo al baule e la destino ad accompagnarmi a Roma.
Siccome dovevo andarmene speditamente, scrissi al camerlingo del collegio per aver denaro.
Rispose che non aveva più in mano verun capitale di mio padre, che peraltro il mio viaggio per acqua e il mio trattamento sarebbero stati pagati sino a Chioggia, e che il provvisioniere del collegio mi avrebbe dato un piccolo involto, di cui mio padre gli avrebbe reso conto.
Il giorno appresso allo spuntar dell'alba sono cercato con una carrozza: si carica il mio baule, e il provvisioniere vi sale meco; arriviamo al Ticino, entriamo in un piccolo battello, e andiamo là dove questo fiume mette foce nel Po, a incontrare un'ampia e cattiva barca carica di sale.
Son consegnato dal mio conduttore al padrone della medesima, cui parla all'orecchio; quindi mi dà un piccolo involto da parte del camarlingo del collegio, mi saluta, mi augura buon viaggio e mi lascia.
La mia maggior premura è di esaminare il piccolo tesoretto.
Apro l'involto.
Oh cielo! qual piacevole stupore per me! Vi trovo quarantadue zecchini fiorentini (venti luigi all'incirca).
Buoni per andar a Roma! Farò dunque il viaggio per la posta e col mio bagaglio.
Ma come mai il camarlingo, che non aveva capitale alcuno di mio padre, mi ha potuto affidare tanto denaro? Nel tempo che facevo queste riflessioni e mille dilettevoli disegni, torna indietro col suo battello il provvisioniere.
Si era sbagliato: questo era denaro del collegio, e doveva esser pagato a un mercante di legname; riprese dunque il suo involto e mi lasciò trenta paoli, che formano il valore di quindici franchi, Eccomi abbastanza ricco: per andare a Chioggia non mi occorreva denaro, ma per andare a Roma? Gli zecchini che avevo avuto in mano mi facevano sempre più girar la testa; bisognava però consolarsene, e ritornar di nuovo alla disgustosa alternativa del pellegrinaggio.
Avevo il letto sotto la prua e il baule presso di me; desinavo e cenavo col mio ospite, ch'era il conduttore della barca; mi faceva discorsi da dormire in piedi.
Dopo due giorni arrivammo a Piacenza, dove il padrone aveva qualche affare; prese dunque terra e vi si fermò.
Credetti giunto il momento propizio per andarmene.
Prendo meco la valigia e dico al mio uomo che, avendo commissione di farla recapitare al consigliere Barilli, mi prevalgo dell'opportunità.
Il manigoldo m'impedisce di uscire; aveva già avuto ordine espresso di impedirmelo, e siccome persistevo nel mio volere, egli minacciò di ricorrere al braccio del governo per ritenermi.
Bisogna cedere alla forza, morir di spasimo, andare a Chioggia, o gettarsi nel Po.
Rientro nel mio bugigattolo; le disgrazie non mi avevano ancor fatto piangere, ma questa volta piansi.
La sera mi si chiama a cena, e io ricuso di andarvi; pochi minuti dopo sento una voce ignota, che in tono patetico pronuncia queste parole: Deo gratias.
Ancora ci si vedeva abbastanza: guardo per una fessura attraverso la porta e vedo un religioso che viene alla mia volta; apro l'uscio ed egli entra.
Era un domenicano di Palermo, fratello di un famoso gesuita rinomatissimo predicatore; si era imbarcato a Piacenza quello stesso giorno, dirigendosi a Chioggia come me.
Sapeva le mie avventure, ché il padrone della barca lo aveva messo al fatto di tutto, e veniva a offrirmi quelle spirituali e temporali consolazioni che il suo stato lo poneva in diritto di propormi, e delle quali pareva aver bisogno la mia condizione.
Aveva nel suo discorso molta dolcezza e molta unzione, e mi parve che gli cadesse qualche lacrima; vidi almeno che avvicinava agli occhi il fazzoletto.
Mi sentii commosso e mi abbandonai del tutto alla sua pietà.
Intanto il padrone ci fece dire ch'eravamo aspettati; il reverendo non avrebbe voluto perdere la cena, ma vedendomi penetrato di compunzione, fece pregare il padrone di volere attendere qualche momento; indi a me rivolto, mi abbraccia, piange, e mi fa vedere che sono in uno stato pericoloso, e che il nemico infernale può di me impadronirsi e trascinarmi in un abisso eterno.
Soggetto, come ho già detto, a crisi d'ipocondria, mi trovavo in uno stato far pietà.
Accortosene il mio esorcista, mi propone di confessarmi, e io mi getto ai suoi piedi: - Benedetto sia Dio, egli dice; fate intanto, figlio caro, la preparazione: io torno subito - e se ne va a cena senza di me.
Resto in ginocchio e fo l'esame di coscienza; in capo a mezz'ora torna il Padre con una bugia in mano, e si pone a sedere sopra il mio baule; io dico il Confiteor, dando principio alla confessione generale con la dovuta attrizione e sufficiente contrizione.
Si trattava della penitenza: consisteva il primo punto nel risarcire il torto fatto a quelle famiglie, contro le quali avevo lanciato i satirici miei strali.
- Come fare adesso? - Dovendo voi aspettare, dice il Reverendo, di essere in stato di ritrattarvi, non vi è frattanto che l'elemosina che possa calmare lo sdegno d'Iddio, poiché l'elemosina è la primaria opera meritoria che cancella il peccato.
- Sì, Padre mio, la farò.
- Nossignore, replica lui; il sacrificio bisogna farlo nell'atto.
- Ma io non ho che trenta paoli.
- Ebbene, figlio mio, spogliandosi del denaro che si ha, si acquista molto maggior merito.
- Trassi allora di tasca i miei trenta paoli, e pregai il mio confessore d'incaricarsi di dispensarli ai poveri: accettò volentieri, e mi diede l'assoluzione.
Volevo continuare, avendo alcune cose da dire, delle quali credevo di essermi dimenticato, ma il reverendo Padre cascava di sonno e chiudeva gli occhi a ogni poco.
Mi disse di star quieto, mi prese per mano, mi diede la benedizione e andò a letto.
Restammo in viaggio otto giorni: ogni dì avrei voluto confessarmi, ma non avevo più denaro per la penitenza.
CAPITOLO XV.
Arrivo a Chioggia.
- Seguito di aneddoti del reverendo Padre.
- Viaggio a Udine.
- Saggio sopra questa città e sulla provincia del Friuli.
Tremante arrivai a Chioggia col mio confessore, che aveva preso l'impegno di riconciliarmi con i genitori.
Mio padre era a Venezia per un affare e mia madre, vedendomi giungere, venne a ricevermi piangendo, non avendo mancato il camarlingo del collegio di avvertire prima la famiglia col ragguaglio della mia condotta.
Non costò molto al reverendo Padre commuovere il cuore di una tenera madre.
Ella aveva spirito e fermezza, e volgendosi verso il domenicano che la stancava: - Reverendo, gli disse, se mio figlio avesse fatta una bricconata, non lo avrei più guardato; ma è reo d'inconsiderazione, onde gli perdono.
- Avrebbe vivamente desiderato il mio compagno di viaggio che mio padre fosse stato a Chioggia, perché lo presentasse al priore di San Domenico.
Gli disse dunque mia madre che aspettava il marito nella giornata; ne parve contento il reverendo Padre, e senza complimenti s'invitò a pranzo da sé stesso.
Mentre eravamo a tavola, giunge mio padre; mi alzo e vado a chiudermi nella camera accanto.
Egli entra e vede un gran cappuccio: - Questi, dice allora mia madre, è un religioso forestiero che ha chiesto ospitalità.
- E quest'altro coperto? questa sedia? - Non si potè far a meno di parlare di me.
Mia madre incomincia a piangere, il religioso predica, né omette in tale occasione la parabola del figliuol prodigo; mio padre era buono e mi amava sommamente.
Alle corte, mi fanno venire, ed eccomi ribenedetto.
Dopo pranzo mio padre accompagnò il domenicano al suo convento.
Non lo si voleva ricevere, poiché tutti i frati debbono avere un permesso scritto dei loro superiori, che chiamano obbedienza e serve di recapito e di passaporto; questo reverendo ne aveva uno, ma vecchio e lacero da non potersi leggere, e il suo nome non era noto.
Mio padre però, che aveva credito, lo fece ricevere ugualmente a condizione che si sarebbe trattenuto poco tempo.
Finiamo la storia di questo buon religioso.
Tenne discorso con i miei genitori sopra una reliquia che aveva incassata in un orologio di argento; li fece genuflettere e mostrò loro una specie di cordoncino avvolto a un fil di ferro: era un frammento di cintolo di Maria Vergine, servito ancora al suo Divino Figliuolo.
L'autenticità si ratificava, secondo lui, per mezzo di un miracolo costantissimo; ed era, che gettando questo cintolo in un braciere, il fuoco rispettava la reliquia, e il cordoncino si riaveva illeso; e tuffandolo nell'olio, questo diveniva miracoloso e produceva guarigioni meravigliose.
I miei genitori avrebbero avuto molta voglia di vedere il miracolo, ma non poteva ottenersi senza preparativi e religiose cerimonie, e in presenza di un certo numero di persone devote per edificazione e maggior gloria di Dio.
Furono fatti molti discorsi a tal proposito; e siccome mio padre era medico delle religiose di San Francesco, seppe così ben maneggiare presso di esse, che si determinarono in forza delle istruzioni del domenicano a permettere che si facesse il miracolo, fissando giorno e luogo ove si sarebbe eseguita la cerimonia.
Il reverendo Padre frattanto si fece dare una buona provvisione d'olio e qualche denaro per dir messe, avendone bisogno per il viaggio.
Tutto fu eseguito, ma il giorno appresso il vescovo e il podestà, informati di una funzione religiosa che era stata fatta senza permesso, e nella quale un frate forestiero aveva ardito vestir stola, adunar gente e vantar miracoli, procederono entrambi alla verifica dei fatti.
Il miracoloso cintolo che resisteva al fuoco non era in sostanza che fil di ferro artifciosamente accomodato per inganno degli occhi; insomma le religiose furono solennemente sgridate e il frate sparì.
Alcuni giorni dopo, mio padre e io partimmo per il Friuli, e passammo per Portogruaro, ove mia madre aveva qualche capitale nell'ufficio della Comunità.
Questa piccola città, che è limitrofa al Friuli, è la residenza del vescovo di Concordia, città antichissinia ma quasi abbandonata a motivo dell'aria cattiva.
Cammin facendo si passò il Tagliamento, ora fiume, ora torrente, che bisogna guadare non essendovi ponti o barche per attraversarlo, e finalmente arrivammo a Udine, che è la capitale del Friuli veneziano.
I viaggiatori non fanno menzione alcuna di questa provincia, che meriterebbe peraltro onorevol luogo nei loro racconti.
L'oblio di una regione così considerabile d'Italia mi è sempre dispiaciuto: ne farò qualche parola io di passaggio.
Il Friuli, che si chiama ancora in Italia Patria del Friuli, è una vastissima provincia che dalla Marca Trevisana si estende fino alla Carinzia, ed è divisa tra la Repubblica di Venezia e gli Stati Austriaci.
L'Isonzo ne fa la spartizione, e Gorizia è la capitale della parte austriaca.
Non vi è provincia in Italia ove vi sia tanta nobiltà come in questa.
Quasi tutte le terre sono feudali e dipendono dai rispettivi loro sovrani, ed ha inoltre il castello d'Udine una sala di parlamento nella quale gli Stati si radunano; singolar privilegio, che non esiste in nessun'altra provincia d'Italia.
Il Friuli ha sempre dato uomini grandi alle due nazioni, e ve ne sono molti alla corte di Vienna, molti nel Senato di Venezia.
Esisteva in altro tempo un patriarca di Aquileia, che faceva a Udine la sua residenza, non avendo mai potuto Aquileia risorgere, da che Attila re degli Unni la saccheggiò e la rese inabitabile.
Questo patriarcato è stato soppresso da poco in qua e la sua sola diocesi, che comprendeva l'intera provincia, è stata divisa in due arcivescovadi: uno a Udine, l'altro a Gorizia.
È benissimo tenuta nel Friuli l'agricoltura, e i prodotti della terra, tanto in grano che in vino, sono abbondantissimi e della miglior qualità; qui appunto si fa il Picolit, che imita tanto il Tokai, e dalle vigne d'Udine ricava Venezia una gran parte dei vini necessari al consumo del pubblico.
Il linguaggio friulano è particolare, ed è difficile a intendersi quanto il genovese, anche per gl'italiani.
Pare che questo gergo si accosti molto alla lingua francese.
Tutti i termini femminili che in Italiano finiscono in a, nel Friuli terminano in e; e tutti i plurali dei due generi terminano in s.
Non so come queste desinenze francesi, unitamente a una quantità prodigiosa di voci francesi, abbiano potuto penetrare in un paese sì lontano.
È vero che Giulio Cesare passò le montagne del Friuli, le quali per questo hanno pure il nome di Alpi Giulie; ma i Romani non terminavano le loro voci femminili né alla francese né alla friulana.
Ciò che vi è di particolare nel comun gergo del Friuli è che chiamano la notte sera, e la sera notte.
Verrebbe la tentazione di credere che il Petrarca parlasse dei Friulani, allorchè disse nelle sue canzoni: Gente a cui si fa notte avanti sera.
Ma partiremmo male da questo principio per credere che questa nazione non sia ingegnosa e attiva al par d'ogni altra d'Italia.
Vi è fra le altre cose a Udine un'accademia di belle lettere sotto il titolo degli Sventati, il cui emblema è un mulino a vento nel grembo di una valle con quest'epigrafe: Non è quaggiuso ogni vapore spento.
Le lettere vi si coltivano benissimo.
Vi sono artisti di molto merito, e vi si trova conversazione sommamente affabile e graziosa.
Udine, posta a ventidue leghe da Venezia, è governata da un signore veneto che ha titolo di luogotenente, e vi è inoltre un consiglio di nobili del paese, che tengon seggio nel palazzo della città e adempiono alle cariche della magistratura subordinatamente.
La città è bellissima: le chiese sono riccamente decorate, e le pitture di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, ne fanno il principale ornamento.
Vi è un luogo per il passeggio nel mezzo della città, sobborghi piacevoli e dintorni deliziosi.
Il palazzo immenso e i magnifici giardini di Passiriano dei conti Manin, nobili veneziani, formano un soggiorno da monarca.
Chiedo perdono al lettore se la digressione gli sembra un po' lunga: avevo caro di render qualche giustizia a un paese che ne è degno per tutti i riguardi.
CAPITOLO XVI.
Serie occupazioni.
- Teresa: aneddoto piacevole.
Mio padre esercitava a Udine la sua professione, e io vi ripresi il corso degli studi.
Il signor Morelli, celebre giureconsulto, dava in casa propria un corso di gius civile e canonico per istruzione di uno dei suoi nipoti.
Ammetteva alle lezioni anche persone del paese, e io pure ebbi la fortuna di essere in quel numero.
Confesso che profittai più in sei mesi, in questa occasione, che in tre anni a Pavia.
Avevo molta voglia di studiare ma, essendo giovane, mi abbisognava qualche distrazione piacevole; cercai perciò divertimenti e ne trovai di differenti specie.
Ora voglio render conto di quelli che mi hanno dato molto piacere e nel tempo stesso molto onore, e terminerò con altri che non mi han dato né onore né piacere.
Avevamo passato un carnevale patetico e disgustoso, a cagione d'un orribile avvenimento che aveva messo la città in costernazione, Un gentiluomo di antica e ricca casa era stato ucciso con una fucilata nell'uscire dalla commedia; non si conosceva l'autore dell'omicidio; vi erano dei sospetti, ma nessuno ardiva parlarne.
Viene la quaresima.
Vado il giorno delle ceneri ad ascoltare padre Cattaneo, agostiniano riformato, e trovo ammirabile la sua predica.
Esco di chiesa, e ritengo a memoria parola per parola i tre punti della sua divisione; procuro di riunire in quattordici versi l'argomento, lo sviluppo e la morale, e credo di averne fatto un sonetto assai passabile.
Vado il giorno medesimo a farlo sentire al signor Treo, gentiluomo d'Udine eruditissimo in belle lettere e di sommo gusto per la poesia; egli pure trovò assai passabile il sonetto.
Mi fece il favore di correggere qualche parola, e m'incoraggiò a farne altri.
Tenni sempre dietro con esattezza al mio predicatore: feci ogni giorno lo stesso lavoro, e mi trovai alla terza festa di Pasqua con trentasei prediche eccellenti in trentasei sonetti, fra buoni e cattivi.
Avevo preso la precauzione di mandarli al torchio, tostochè avevo messo insieme materia sufficiente per un foglio in quarto; onde nell'ottava di Pasqua pubblicai il mio libretto alla rustica, dedicato ai deputati della città.
Molti ringraziamenti da parte dell'oratore, molta riconoscenza da parte dei primari magistrati; insomma molti applausi.
La novità piacque, e la rapidità del lavoro fece stupire anche di più.
Bravo Goldoni! Ma piano: non gli profondete ancora i vostri elogi.
Stava lungi quattro passi dalla mia porta una certa giovane che mi piaceva infinitamente, e alla quale avrei fatto volentieri la corte.
Convien forse, caro lettore, che vi faccia il ritratto della mia bella? che le dia color di rose e gigli, lineamenti di Venere, ingegno di Minerva? No, questi bei ragguagli non v'importerebbero.
Mi trattengo con voi nel mio studiolo, come mi tratterrei in conversazione.
La materia delle mie Memorie non merita né maggiore eleganza né maggiore industria.
Vi sono alcuni che dicono: bisogna elevarsi, il pubblico merita rispetto; io credo di rispettarlo benissimo se gli presento la verità nuda e senza orpello.
Non conoscevo che di nome i genitori della signorina; la vedevo alla finestra, la seguivo in chiesa e al passeggio modestissimamente, né mancavo di darle qualche segno della mia inclinazione.
Non so se ella se ne accorgesse, ma la sua cameriera non tardò a scoprirmi.
Un giorno questa maligna venne a trovarmi: mi parlò molto di sé stessa e della sua padrona, e mi assicurò che potevo contare sull'una e sull'altra.
Domandai se potevo arrischiarmi a scrivere: - Sì, mi disse senza lasciarmi finire, scrivete pure alla mia padroncina; prendo l'impegno di darle la vostra lettera e di portarvi la risposta.
- Veramente volevo scriver nell'atto, e la pregai di aspettare.
- Ma no, mi disse, vado alla santa Messa; non la trascuro mai, ci vado ogni giorno; ma tornerò all'uscire di chiesa.
- Ella parte e io scrivo la mia lettera, nella quale dopo i complimenti d'etichetta e le solite espressioni di tenerezza, chiedo a madamina un rendez-vous nelle regole.
Ritorna Teresa (questo era il nome della cameriera), prende la lettera e nell'atto di partire mi presenta la guancia.
Non vi è l'uso in Italia di baciare le donne così innocentemente come in Francia, e poi era brutta da far paura; ricusai dunque sin che potei, ma mi saltò al collo e bisognò a ogni costo baciarla.
Due giorni dopo, incontrandomi Teresa per strada, mi porse con destrezza un foglio che misi subito in tasca.
Era una lettera della signorina in replica alla mia; la trovai però sì mal scritta, che stentai molto a raccapezzarvi qualcosa.
Rilevai a un dipresso che non poteva ricevermi in casa senza il consenso dei genitori, e che se volevo parlare dalla strada di notte, sarebbe stata qualche quarto d'ora alla finestra per sentirmi.
In Italia è uso antico fare all'amore al sereno; bisognava uniformarvisi.
Lo stesso giorno, capitatovi a un'ora avanti l'alba, vidi aprirsi l'imposta dalla finestra e comparire una testa in cuffia da notte; parlavo a quella testa, ed essa mi rispondeva; di tanto in tanto dicevo espressioni affettuose, e mi rispondeva sullo stesso tono.
Incoraggiato dalla facilità che credevo scorgervi, vado un passo più avanti, quando tutto a tratto sento uno scroscio di risa e vedo chiudersi la finestra.
Non intendevo che affare fosse questo; me ne torno a casa soddisfatto da una parte, malcontento dall'altra.
Conviene aspettar Teresa.
La vedo il giorno dopo mentre mio padre era in casa.
Scendo, raggiungo la devota sulla piazza della cattedrale, e la interrogo sopra la risata della notte scorsa.
- Voi avete detto, ella rispose, cose spiritose; la mia padrona ha riso, poiché non è bigotta, ma risovvenendosi della sua verecondia ha chiuso la finestra.
Seguitate, seguitate, ella soggiunse, e non temete.
- Avevo qualche altra cosa da dirle; ma - Orsù, ella riprese, è tardi, non voglio perder la Messa.
- Vedevo bene che la Messa andava mal d'accordo col mestiere di mezzana, e costei non poteva essere che una civetta, com'era di fatto.
Ma, essendo io innamorato, credetti di dovermela seco passar bene, e continuai per qualche tempo le mie conversazioni notturne; ma non più alla medesima finestra ove compariva la testa in cuffia da notte, bensì a un'altra molto distante.
Ne chiesi la ragione.
La signorina temeva la vicinanza della signora madre, ed ero perciò più riservato nei miei discorsi: mi si lanciava di tempo in tempo qualche espressione un po' libera, e io con facilità rispondevo.
Si udivano i soliti scrosci di risa, ma la finestra non si chiudeva più.
Un giorno nel quale stimolavo Teresa perché mi procurasse un abboccamento diurno con la sua padrona, minacciandola di abbandonare tutto se non l'ottenevo, - State quieto, ella mi disse, vi penso al pari di voi; parlerò alla lavandaia di casa, che sta a Chiavris, distante mezzo miglio, ed è questo appunto il luogo ove spero di potervi rendere contento.
Ma sentite, sentite, ella soggiunse, voi dovete conoscere le signorine; esse son capricciose; ve ne son poche che siano capaci di un perfetto disinteresse, e la mia padrona non è delle più generose.
Se voi voleste farle un regaluccio, credo che quest'attenzione avvantaggerebbe molto il vostro affare.
- Come, dissi, ella accetterebbe un regalo? - Non da voi, riprese la strega, ma se glielo presentassi io non lo ricuserebbe.
- E che cosa potrei darle? - Ieri, vedete, non più lontano di ieri, la padroncina mi dimostrò il più gran desiderio di avere un finimento di quelle gioie di Vienna colorate, che sono ora di moda e che tutte le donne vogliono avere.
- Dove si vendono? - Oh! non ce ne sono di belle in questo paese, bisognerebbe farle venire da Venezia: un finimento completo, croce, orecchini, collana e spilli.
- Ma cara mia Teresa, avete sentito Messa? - Non ancora.
- Andateci.
- Come? ricusereste forse di obbligare una giovane amabile e graziosa, che amate, per la quale avete stima, e potreste un giorno possedere? - Calma, calma, v'intendo; avrò il finimento e ve lo darò in proprie mani.
- E io lo presenterò alla padroncina, e voi la vedrete ornata con le gioie del suo caro Goldoni.
- Del suo caro Goldoni? Credete che io sia caro alla signorina? - Un po' lo siete e lo sarete di più.
- Quando avrò regalato le gioie? - Sì, certamente.
- Suvvia, la vostra padroncina le avrà.
- Tanto meglio.
- Teresa, buon giorno.
- Addio, signore.
Datemi un abbraccio.
- (Che il diavolo ti porti.)
Vado a casa d'un orefice di mia conoscenza e gli do la commissione; la riceve, e in capo a quattro giorni giunge la cassetta.
Che superbo finimento! costava però dieci zecchini, senza porto e spese di commissione.
Vedo Teresa, le fo cenno; viene, prende la cassetta e la porta seco; il giorno appresso, che era domenica, vado in chiesa, e mi si presenta subito all'occhio la signorina guarnita delle mie gioie, che imitavano per eccellenza i rubini e gli smeraldi.
Ero contento come un re; ma intanto la signorina non mi aveva fatto l'occhio dolce come avrei desiderato, non mi aveva dato alcun segno di soddisfazione, e gli abboccamenti notturni erano stati sospesi da qualche giorno a motivo di alcune ciarle del vicinato.
Teresa non mancò di venire a trovarmi, e dirmi le più belle cose del mondo da parte della sua padrona; e siccome le feci comprendere che esigevo qualcosa di più, m'invitò a Chiavris il giovedì seguente, in casa della lavandaia, dove si riservava la signorina di darmi prova del suo affetto e riconoscenza.
Bene, benissimo! a giovedì.
Il tempo mi sembrava molto lungo, e ruminavo giorno e notte.
Qual prova di affetto dovevo mai aspettarmi? A vent'anni non manca la temerità.
Insomma viene il giorno, mi porto alla casa della lavandaia e vi arrivo per primo.
In capo a una mezz'ora vedo Teresa, sola; tremo di sdegno e la ricevo malissimo.
Ella mi prega di calmarmi e mi fa salire in una soffitta, ove non vi era che un letto molto sudicio e una sedia di paglia strappata; la sollecito a parlarmi, a dirmi, ed ella mi prega di nuovo di calmarmi e ascoltarla.
- Ahimè! mio caro amico, ella disse, sono disgustatissima della mia padrona; dopo la attenzioni che voi avete avuto per lei, dopo avermi promesso, manca di parola, trova pretesti per non venir meco.
- Come! dissi interrompendola, trova pretesti? non verrà? Si burla forse di me? - Uditemi sino al termine, riprese la furba; ne sono offesa quanto voi e più di voi, poiché la figura che ella mi fa fare è di tal conseguenza da mettermi in desolazione.
- Poneva nel discorso un calore e una veemenza sì straordinaria, che la credetti veramente penetrata di zelo per me, e cercavo di calmarla.
Cambiò realmente tono, e prendendo un'aria tenera e patetica, continuò dicendomi: - Udite, voglio porvi davanti agli occhi tutti i tratti di perfidia di questo piccolo mostro che ci ha ingannato.
Sapeva l'ingrata, sì sapeva, che avevo inclinazione per voi.
Mi rimproverò da principio una passione che avevo nutrito in cuore, obbligandomi a sacrificare per lei le mie brame e le mie speranze, e m'incaricò di adoperarmi presso di voi in suo favore.
Il mio stato, la mia docilità, il mio carattere m'impegnarono; feci sforzi che mi son costati sospiri e lacrime; e preparata come già ero a vedervi felice a mie spese, m'inganna, mi dichiara la sua indifferenza per voi e mi ordina di non parlargliene più.
- Gridai allora preso dalla collera: - E le mie gioie? - Teresa grida ancor più forte di me: - Le tien chiuse.
- Confesso schiettamente, che i dieci zecchini che avevo spesi davano molto impulso al mio risentimento, non meno che le notti che avevo passato, le speranze concepite e il rossore di vedermi ingannato.
Ero sul punto di dar nelle furie; ma la saggia e prudente Teresa mi prende per la mano e volgendo verso me i suoi languidi sguardi: - Mio caro amico, mi disse, siamo stati entrambi ingannati: bisogna vendicarsi, e rendere all'ingrata il disprezzo che merita: io son pronta a lasciarla in questo punto, e per poco che vogliate fare per me, io non avrò mai altra ambizione che di nutrir affetto per voi.
- Tutto questo discorso mi sbalordì; non me l'aspettavo, ma cominciai ad aprir gli occhi.
- Voi dunque mi amate, cara zitella mia, tranquillamente le dissi.
- Sì, rispose abbracciandomi, vi amo con tutto il cuore, e son pronta a darvene le prove più convincenti.
- Vi sono molto grato, risposi; datemi dunque tempo di riflettere, e saprete la mia maniera di pensare.
- Dopo un secondo abbraccio ci lasciammo, prendendo ognuno diversa strada.
Arrivato in città, vado subito in casa di una crestaia che conoscevo, e ch'era quella della signorina C***.
Mi ero imbattuto in lei in qualche luogo di divertimento, avevo scherzato seco sulla mia avventura, e mi pareva adatta a ciò che volevo fare.
Le raccontai la mia storia dal principio alla fine, la pregai di sciogliere il nodo, e le promisi uno zecchino se arrivava a scoprirmi la verità.
Prese con piacere l'impegno e vi riuscì a meraviglia, talchè dopo tre giorni mi posi al fatto di tutto con la maggior chiarezza e col miglior garbo che potessi desiderare.
Fatto questo, vidi Teresa, le diedi appuntamento in casa della lavandaia e vi andai di buon'ora per arrivarvi il primo; condussi con me tre persone in un cabriolet, e le nascosi dietro un canto dello stanzone ove si facevano i bucati.
Avevo concertato l'affare con la padrona della casa, ed ero sicuro del fatto.
Ecco che giunge Teresa, contenta di me.
Voleva salire
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