MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 8
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Dovevo giustificarmi, e non potevo farlo senza aggravare i colpevoli; in simil caso si salvi chi può.
Uno fu espulso, l'altro fu posto in carcere; ma ecco un infinito numero di nemici contro di me.
Giungono le vacanze, e avevo molta voglia di andare a passarle a Milano, per prevenire il mio protettore del disgusto che mi era accaduto; ma due persone del mio paese, che incontrai per caso al gioco della pallacorda, mi fecero mutare idea.
Erano questi il segretario e il maestro di casa del Residente della Repubblica di Venezia a Milano.
Questo ministro (il signor Salvioni) era morto da poco tempo e bisognava che il suo seguito e i suoi equipaggi andassero a Venezia.
Questi due signori, che erano a Pavia per noleggiare un battello coperto, mi esibirono di condurmi seco; mi assicurarono che la compagnia era piacevole, che non mi sarebbe mancato buon trattamento, né gioco, né buona musica, e tutto gratis: potevo ricusare una sì bella occasione? Accettai senza esitare nemmeno un istante; ma siccome non partivano tanto in fretta dovevo aspettare, e il collegio era per chiudersi.
Il prefetto, garbatissimamente e forse anche per dar nel genio al mio protettore, volle tenermi in casa sua, ed ecco un nuovo delitto per i compagni.
Questa parzialità del superiore a mio riguardo li irritò maggiormente: scellerati! Me la fecero pagar cara.
CAPITOLO XII.
Viaggio dilettevolissimo.
- Discorso da me composto.
- Ritorno a Pavia per la Lombardia.
- Incontro piacevole.
- Pericolo di assassinio.
- Fermata a Milano in casa del marchese Goldoni.
Tosto che la compagnia fu in ordine per la partenza, mi fece avvertire.
Andai alla riva del Ticino ed entrai nel battello coperto, ove tutti si ritrovarono.
Nulla di più comodo ed elegante di questo piccolo naviglio chiamato burchiello, fatto venire da Venezia espressamente.
Consisteva in una sala e stanza contigua, coperte di legname con balaustrato sovrapposto, ornate di specchi, pitture, sculture, scaffali, panche e sedie della maggior comodità.
Era ben diverso dalla barca dei commedianti di Rimini.
Eravamo dieci padroni e parecchie persone di servizio; vi erano letti sotto la prua e la poppa, ma non si doveva viaggiar che di giorno.
Si era stabilito che ci saremmo coricati in buoni alberghi o, dove non ve ne fossero, avremmo domandato ospitalità ai ricchi Benedettini che possedevano beni immensi lungo le due rive del Po.
Tutti quei signori sonavano qualche strumento.
Vi erano tre violini, un violoncello, due oboi, un corno da caccia e una chitarra.
Io solo non ero buono a nulla, e me ne vergognavo; ma procurando di supplire al difetto di utilità, mi occupavo per due ore del giorno a mettere in buoni o cattivi versi gli aneddoti e i divertimenti del dì precedente.
Questa bizzarria dava sommo piacere ai miei compagni di viaggio, ed era dopo il caffè il comun nostro divertimento.
La loro occupazione favorita era la musica.
Intatti sul far della sera prendevano posto sopra una specie di coperta, che forma il tetto dell'abitazione galleggiante, e facevano risuonar l'aria dei loro armoniosi concerti, traendo a sé da tutte la parti le ninfe e i pastori di quel fiume già tomba di Fetonte.
Direte forse, caro lettore, che il mio racconto è enfatico? Può darsi; ma tale appunto dipingevo nei miei versi la nostra serenata.
Fatto sta che le rive del Po, chiamato dai poeti italiani il re dei fiumi, erano affollate dagli abitanti di quelle vicinanze che vi correvano per ascoltare e, coi cappelli in aria e fazzoletti spiegati, ci significavano il loro piacere, non meno che i loro applausi.
Arrivammo a Cremona circa alle sei di sera.
Era già corso il grido che vi dovevamo passare, e le rive del fiume erano piene di gente che ci aspettava.
Smontammo dalla barca.
Fummo ricevuti con impeto di gioia, e fatti subito entrare in una bellissima casa, situata fra la campagna e la città, ove si dette un concerto e vari musici del paese ne accrebbero il divertimento.
Vi fu gran cena, si ballò tutta la notte, e finalmente rientrammo col sole nella nostra nicchia, ove trovammo i nostri deliziosi materassi.
Fu ripetuta all'incirca la stessa scena a Piacenza, alla Stellada ad alle Bottrighe, in casa del marchese Tassoni.
In tal guisa fra il riso, i giochi e i passatempi arrivammo a Chioggia, ove io dovevo separarmi dalla società più amabile e più piacevole del mondo.
I miei compagni di viaggio vollero usarmi la garbatezza di smontar meco.
Li presentai a mio padre, che li ringraziò di cuore, pregandoli inoltre di rimanere a cena in casa sua; ma erano in necessità di restituirsi a Venezia la stessa sera.
Mi pregarono di dar loro i versi da me fatti sul viaggio; chiesi tempo per metterli in pulito, promettendo di spedirglieli, né mancai.
Eccomi a Chioggia, ove mi annoiavo sempre, secondo il solito.
Narrerò in breve il poco che vi feci, e come avrei desiderato affrettarmi a partire.
Mia madre aveva fatto conoscenza con una religiosa del convento di San Francesco.
Questa era Donna Maria Elisabetta Bonaldi, sorella del signor Bonaldi, notaio e avvocato veneziano.
Le religiose avevano ricevuto da Roma una reliquia del loro serafico fondatore, che si doveva esporre con pompa ed edificazione, e vi bisognava il discorso panegirico.
La signora Bonaldi, ponendo fiducia nel mio collare, mi credeva già moralista, teologo e oratore.
Proteggeva un giovane abate, che aveva grazia e memoria; mi pregò dunque di comporre il discorso e di affidarlo al suo protetto, sicura che lo avrebbe portato a meraviglia.
Le mie prime parole furono di scusa e rifiuto, ma riflettendo che al collegio si faceva ogni anno il panegirico di Pio V, e un collegiale per lo più ne assumeva l'incarico, accettai l'occasione di esercitarmi in un'arte, che non mi pareva poi in fondo difficilissima.
Feci il discorso nello spazio di quindici giorni.
L'abatino l'imparò a mente, e lo portò come avrebbe potuto fare un espertissimo predicatore.
Il discorso produsse il più grande effetto: si piangeva, si sputava da tutte le parti, né si si stava fermi sulle seggiole.
L'oratore s'impazientiva, picchiava mani e piedi; crescevano intanto gli applausi, finché il povero diavolo gridò dal pulpito: Silenzio! e tutti tacquero.
Si sapeva benissimo che era mia composizione: quanti complimenti! quanti presagi felici! Avevo avuto l'arte di dar molto nel genio alle religiose, dirigendo loro un'apostrofe in modo delicato, con attribuir loro tutte le virtù senza il difetto della bigotteria.
(Avevo piena cognizione di esse, e sapevo benissimo che non erano bigotte.) Tutto questo mi guadagnò un magnifico regalo di trine, dolci e ricami.
Il lavoro della mia orazione, e il pro e il contro che vi vennero dietro, mi occuparono tanto tempo che mi condusse al termine delle vacanze.
Scrisse mio padre a Venezia, perché mi si procurasse una vettura che mi conducesse a Milano: si presentò per l'appunto l'occasione, e andammo a Padova mio padre e io.
Vi era un vetturino milanese sul punto di fare il viaggio di ritorno, persona conosciutissima e fidata; partii dunque in calesse solo con lui.
Quando fummo fuori città, il mio conducente incontrò uno dei suoi compagni che doveva fare lo stesso viaggio, e non aveva nel calesse che una sola persona.
Era una donna, che mi parve giovane e bella; fui curioso di vederla da vicino, e al primo desinare restò appagata la mia curiosità.
Vidi una veneziana che giudicai dell'età di trent'anni, oltremodo garbata e amabile; si fece tra noi conoscenza, e si fissò con i vetturini, che, per essere meno sbalzati dal calesse sulla strada cattiva, ci saremmo seduti insieme in uno dei due, e l'altro sarebbe andato a vuoto alternativamente.
I nostri colloqui furono piacevolissimi, ma decentissimi.
Vedevo per altro che la mia compagna di viaggio non era una vestale, e aveva il tono della buona compagnia; ma passammo le notti in camere separate con la maggior regolarità.
Arrivando a Desenzano, in riva al lago di Garda, tra la città di Brescia e quella di Verona, ci fecero smontare in un albergo che guardava sul lago.
Vi si trovavano in quel giorno molti viandanti, e non vi era che una camera con due letti per madama e per me.
Cosa fare? Bisognava pur adattarsi: la camera era molto grande, e i letti non si toccavano.
Ceniamo, ci diamo a vicenda la buona notte, e ciascuno si ficca sotto le sue lenzuola.
Prendo subito sonno secondo il solito, ma lo interrompe un violento fracasso, e mi sveglio repentinamente.
Non vi era lume; ma al chiaror della luna, che passava per le finestre senza imposte e senza tende, vidi la donna in camicia e un uomo ai suoi piedi.
Domando: cos'è? La bella eroina, con una pistola in mano, mi dice in tono di fierezza e di scherno: - Aprite la porta, signor abate, gridate al ladro, e poi tornate a letto.
- Non tardo un istante, apro, grido, vien gente e il ladro è preso: fo poi delle domande alla mia compagna, che non si degna darmi conto della sua bravura.
Pazienza; me ne ritorno a letto e dormo fino al giorno dopo.
La mattina partendo fo ringraziamenti alla mia compagna: ella sempre scherza; così continuiamo il nostro viaggio per Brescia, e arriviamo a Milano.
Là ci lasciamo officiosamente: io contentissimo della sua ritenutezza, ella forse scontenta della mia continenza.
Andai a smontare all'abitazione del signor marchese Goldoni, e restai in casa sua sei giorni per aspettare il termine delle vacanze.
Mi furon tenuti dal mio protettore discorsi molto gradevoli e tali da ispirarmi molta speranza e molto ardore: mi credevo al colmo della felicità, ed ero sull'orlo della mia rovina.
CAPITOLO XIII.
Terzo anno di collegio.
- Mia prima e ultima satira.
- Espulsione dal collegio.
Avevo intesa a Milano la morte del superiore del collegio, e conoscevo il signor abate Scarabelli suo successore.
Arrivato a Pavia andai a presentarmi al nuovo prefetto, il quale, essendo in stretta amicizia col senatore Goldoni, m'assicurò della sua benevolenza.
Feci visita anche al nuovo decano degli alunni, che dopo le solite cerimonie, mi domandò se volessi sostenere quell'anno la mia tesi di gius civile; aggiunse che toccava a me; che per altro, quando non mi fosse premuto, gli avrebbe fatto comodo mettere un altro al mio posto.
Gli dissi francamente che, toccando a me, avevo giuste ragioni per non cedere, e mi pareva mill'anni di finire gli studi per andare a stabilirmi a Milano.
Pregai lo stesso giorno il prefetto di far tirare a sorte i punti che dovevo difendere.
Fu scelto il giorno, mi furono assegnati gli articoli, e dovetti nelle vacanze di Natale sostener la mia tesi.
Tutto andava a meraviglia.
Ecco un bravo giovane che ha volontà di farsi onore, ma ha bisogno nel tempo stesso di divertirsi.
Esco due giorni dopo per far visite; comincio dalla casa che più m'importava.
Non usando guardaportoni in Italia, suono il campanello, aprono, e mi vengono a dire che la signora è malata e la signorina non riceve.
Mi dimostro dolente e lascio i miei complimenti.
Vado in altro luogo e vedo il servitore: - Si può aver l'onore di vedere queste signore? - Padron mio, sono tutti in campagna.
- (E io avevo veduto due cappelli alla finestra).
Non mi raccapezzo, vado in un terzo luogo, non c'è nessuno.
Confesso che n'ero punto all'estremo e mi credetti insultato, senza poterne indovinar la cagione.
Lasciai dunque di espormi a nuovi dispiaceri, e immerso nel turbamento e nell'ira me ne tornai a casa.
La sera al caminetto, ove son soliti concorrere gli alunni, raccontai fingendo indifferenza il caso avvenutomi.
Alcuni mi compatirono, altri si burlarono di me; vien l'ora della cena, andiamo al refettorio, e quindi si sale nelle nostre camere.
Mentre andavo ripensando al dispiacere che provavo, sento picchiare alla porta; apro, entrano quattro dei miei compagni e mi annunciano di aver cose serie da comunicarmi.
Non avevo tante sedie da offrir loro; il letto fece da canapè: ero in atto di ascoltarli, e tutti e quattro volevano parlare in una volta.
Ciascuno aveva da raccontare il suo caso, ciascuno da proporre il suo parere.
Finalmente, ecco quanto risultò.
I cittadini di Pavia erano nemici giurati della scolaresca, e nel tempo delle ultime vacanze avevano congiurato contro di noi.
Essi avevano decretato nelle loro assemblee, che qualunque zitella avesse ricevuto in casa scolari, non fosse chiesta in matrimonio da verun cittadino; e ve n'erano quaranta che avevano firmato.
Si era fatto correre questo decreto per ogni casa: le madri e le figlie erano in convulsione, onde tutto in un tratto divenne lo scolaro per esse un oggetto pericolosissimo.
Il sentimento comune dei miei quattro compagni era di vendicarsi; io non avevo gran voglia di mescolarmici, ma mi trattarono da vile e poltrone, ed ebbi la melensaggine di piccarmi e di promettere che non mi sarei ritirato dall'impegno.
Credevo di aver parlato a quattro amici, ed erano traditori, che solo bramavano la mia rovina; l'avevan contro di me meditata fino dall'anno precedente, e avevano tenuto vivo l'odio nel cuore per lo spazio di un anno, cercando di valersi della mia debolezza per farlo scoppiare.
Fui la loro vittima: non ero ancora nel diciottesimo anno, e avevo a che fare con vecchi volponi di ventotto in trent'anni.
Questa buona gente aveva l'uso di portare in tasca pistole.
Io non ne avevo mai prese in mano, ma me ne provvidero generosamente; le trovavo belle, la maneggiavo con piacere e n'ero divenuto pazzo.
Avevo addosso armi da fuoco, e non sapevo che cosa farne; avrei ardito forzare una porta? Indipendentemente dal pericolo, l'onoratezza e la convenienza vi si opponevano.
Volevo disfarmi di questo peso inutile, ma i miei buoni amici venivano spesso a farmi visita e a rinfrescar la polvere dello scodellino.
Mi raccontavano le inaudite prodezze del loro coraggio, gli ostacoli che avevano superato, i rivali che avevano atterrato, e io pure avevo francamente saltati cancelli, sottomesse madri e figlie, e fatto fronte ai bravi della città; eravamo tutti quanti in egual modo veridici, e tutti quanti forse della stessa bravura.
Finalmente vedendo i perfidi che, malgrado le pistole, non facevo dir di me, si diportarono in altro modo.
Fui accusato presso i superiori di avere armi da fuoco per le tasche; essi mi fecero un giorno perquisire, mentre entravo, dai servitori del collegio e furon trovate le pistole.
Non essendo a Pavia il prefetto del collegio, mi sequestrò in camera il viceprefetto.
Avevo appunto voglia di profittare di questo tempo per lavorare intorno alla mia tesi; ma i miei finti fratelli vennero nuovamente a tentarmi, seducendomi in maniera per me più pericolosa, poiché tendeva a solleticare il mio amor proprio.
- Voi, mi dissero, siete poeta, e avete armi per vendicarvi molto più potenti e sicure delle pistole e dei cannoni.
Un tratto di penna lasciato andare a proposito, è una bomba che schiaccia l'oggetto principale, e i cui pezzi finiscono da destra e sinistra chi è d'appresso.
Coraggio, coraggio! esclamarono tutti in una volta, noi vi procureremo aneddoti singolari; farete le vostre e insieme le nostre vendette.
- Vidi bene a qual pericolo e a quali inconvenienti mi si voleva esporre, e posi loro davanti gli occhi le spiacevoli conseguenze ch'erano per risultarne.
- Niente affatto, risposero, nessuno lo saprà.
Eccovi quattro buoni amici, quattro uomini d'onore; vi promettiamo la più precisa circospezione, e vi facciamo il solenne e sacro giuramento che nessuno lo saprà.
- Ero debole per temperamento, pazzo per occasione: cedetti; presi l'impegno di appagare i miei nemici, e posi loro le armi in mano contro di me.
Avevo deliberato di comporre una commedia secondo il gusto di Aristofane; ma non mi sentendo forze bastanti per riuscirvi, e poi il tempo essendo corto, composi un'Atellana, genere di commedia informe presso i Romani, che conteneva soltanto satire e facezie.
Il titolo della mia Atellana era Il Colosso.
Per dare alla mia statua colossale la perfezione della bellezza in tutte le sue proporzioni, presi gli occhi della signorina tale, la bocca di questa, la gola di quell'altra ecc.; nessuna parte del corpo era trascurata; ma artisti e amatori, tutti d'opinione diversa, trovavano difetti dappertutto.
Era una satira che doveva ferire la delicatezza di parecchie famiglie onorate e rispettabili; ebbi la disgrazia di renderla gradevole con motti piccanti, e con i dardi di quella vis comica, che maneggiavo con molta naturalezza e punta prudenza.
I quattro nemici trovarono gustosa l'opera, e fecero venire un giovane che ne ultimò due copie in un giorno; se ne impadronirono i furbi, facendola correre per i circoli e i caffé.
Non dovevo essere nominato, e mi fu reiterato il giuramento; né mancarono di parola.
Il mio nome non fu palesato; ma siccome avevo fatto in altro tempo una quartina, nella quale si trovava il mio nome, cognome e patria, posero la medesima a piè del Colosso, come se io stesso avessi avuto l'audacia di vantarmene.
L'Atellana faceva la novità del giorno: gl'indifferenti si divertivano dell'opera e condannavano l'autore.
Ma dodici famiglie gridavano vendetta: mi si voleva morto.
Ero per buona sorte ancora in arresto.
Parecchi miei compagni furono insultati, il collegio del Papa era assediato, fu scritto al prefetto ed egli tornò precipitosamente.
Avrebbe desiderato salvarmi; scrisse perciò al senatore Goldoni, e questi spedì lettere al senatore Erba Odescalchi, governatore di Pavia.
Si adoperarono in mio favore l'arcivescovo che mi aveva tonsurato e il marchese Ghislieri che mi aveva nominato: tutte le mie protezioni e tutti i loro passi furono inutili.
Io dovevo essere sacrificato e, senza il privilegio del luogo ove mi trovavo, la Giustizia si sarebbe di me impadronita.
Insomma mi si annunciò l'esclusione dal collegio, e si aspettò che fosse sedata la burrasca per farmi partire senza pericolo.
Che orrore! che rimorsi! che pentimenti! Eclissate le mio speranze, sacrificato il mio stato, perduto il mio tempo; parenti, protezioni, amici, conoscenze, tutti contro di me; ero afflitto, desolato: stavo nella mia camera, non vedevo alcuno, alcuno non veniva a trovarmi.
Che doloroso stato! che disgraziata condizione!
CAPITOLO XIV.
Viaggio malinconico.
- Disegni andati a vuoto.
- Incontro singolare.
Stavo nella mia solitudine oppresso dalla tristezza, circondato da oggetti che mi tormentavano senza posa, e pieno di disegni che si succedevano gli uni agli altri.
Avevo sempre avanti gli occhi il torto che avevo fatto a me stesso, e l'ingiustizia che avevo commessa contro gli altri; e quest'ultima riflessione mi faceva una sensazione anche maggiore della sciagura che avevo meritato.
Se dopo sessant'anni rimane ancora a Pavia qualche memoria della mia persona e della mia imprudenza, ne domando perdono a coloro che io avessi offesi, assicurandoli che ne fui punito abbastanza, e credo espiato ormai il mio fallo.
Mentr'ero riconcentrato nei miei rimorsi e nelle mie riflessioni, mi giunge una lettera di mio padre.
Terribile aumento di cordoglio e di disperazione.
Eccola:
"Vorrei, mio caro figlio, che quest'anno tu potessi passar le vacanze a Milano.
Mi sono impegnato di andare a Udine nel Friuli veneziano, per intraprendere una cura che potrebbe riuscir lunga, né so se nel tempo medesimo, o in appresso, io sia per essere obbligato a portarmi nel Friuli austriaco per curare altra persona che ha la stessa malattia.
Scriverò al signor marchese, rammemorandogli le generose esibizioni a noi fatte; procura però dal canto tuo di esser sempre meritevole delle buone grazie di lui.
Tu mi avvisi di dover quanto prima sostener la tua tesi: cerca di cavartene con onore.
Questo è il mezzo di piacere al tuo protettore, e di arrecare la maggior contentezza a tuo padre e a tua madre, che ti amano di cuore ecc."
Questa lettera terminò di colmare il mio avvilimento: come, dicevo a me stesso, come ardirai tu di comparire in faccia ai tuoi genitori, ricoperto di vergogna e del disprezzo universale? Paventavo a segno questo terribile momento, che fresco ancor di una mancanza, ne meditavo un'altra che poteva compiere la mia rovina.
No, che non sarà possibile che io mi esponga ai rimproveri, tanto più dolorosi quanto più meritati; no, che non mi presenterò alla irritata mia famiglia.
Chioggia non mi rivedrà mai più, andrò in tutt'altro luogo.
Voglio andar vagando per tentar la fortuna, riparare il mio sbaglio o perire.
Sì, andrò a Roma: là forse ritroverò quel buon amico di mio padre, da cui ha ricevuto tanto bene, e che non mi abbandonerà.
Ah! se potessi diventare discepolo di Gravina, l'uomo più istruito nelle belle lettere e più dotto nell'arte drammatica! Oh Dio, se prendesse affetto per me come fece per Metastasio! Non ho forse, io pure, disposizioni e ingegno? Sì: a Roma, a Roma.
Ma come farò ad andarvi? Avrò denaro che basti? Andrò a piedi.
A piedi? Sì: a piedi.
E il baule, e le robe? Vadano al diavolo baule e robe.
Quattro camicie, calze, golette e berretti da notte, ecco il bisognevole.
- Vaneggiando in tal guisa e in tal modo farneticando, empio una valigia di biancheria, la pongo in fondo al baule e la destino ad accompagnarmi a Roma.
Siccome dovevo andarmene speditamente, scrissi al camerlingo del collegio per aver denaro.
Rispose che non aveva più in mano verun capitale di mio padre, che peraltro il mio viaggio per acqua e il mio trattamento sarebbero stati pagati sino a Chioggia, e che il provvisioniere del collegio mi avrebbe dato un piccolo involto, di cui mio padre gli avrebbe reso conto.
Il giorno appresso allo spuntar dell'alba sono cercato con una carrozza: si carica il mio baule, e il provvisioniere vi sale meco; arriviamo al Ticino, entriamo in un piccolo battello, e andiamo là dove questo fiume mette foce nel Po, a incontrare un'ampia e cattiva barca carica di sale.
Son consegnato dal mio conduttore al padrone della medesima, cui parla all'orecchio; quindi mi dà un piccolo involto da parte del camarlingo del collegio, mi saluta, mi augura buon viaggio e mi lascia.
La mia maggior premura è di esaminare il piccolo tesoretto.
Apro l'involto.
Oh cielo! qual piacevole stupore per me! Vi trovo quarantadue zecchini fiorentini (venti luigi all'incirca).
Buoni per andar a Roma! Farò dunque il viaggio per la posta e col mio bagaglio.
Ma come mai il camarlingo, che non aveva capitale alcuno di mio padre, mi ha potuto affidare tanto denaro? Nel tempo che facevo queste riflessioni e mille dilettevoli disegni, torna indietro col suo battello il provvisioniere.
Si era sbagliato: questo era denaro del collegio, e doveva esser pagato a un mercante di legname; riprese dunque il suo involto e mi lasciò trenta paoli, che formano il valore di quindici franchi, Eccomi abbastanza ricco: per andare a Chioggia non mi occorreva denaro, ma per andare a Roma? Gli zecchini che avevo avuto in mano mi facevano sempre più girar la testa; bisognava però consolarsene, e ritornar di nuovo alla disgustosa alternativa del pellegrinaggio.
Avevo il letto sotto la prua e il baule presso di me; desinavo e cenavo col mio ospite, ch'era il conduttore della barca; mi faceva discorsi da dormire in piedi.
Dopo due giorni arrivammo a Piacenza, dove il padrone aveva qualche affare; prese dunque terra e vi si fermò.
Credetti giunto il momento propizio per andarmene.
Prendo meco la valigia e dico al mio uomo che, avendo commissione di farla recapitare al consigliere Barilli, mi prevalgo dell'opportunità.
Il manigoldo m'impedisce di uscire; aveva già avuto ordine espresso di impedirmelo, e siccome persistevo nel mio volere, egli minacciò di ricorrere al braccio del governo per ritenermi.
Bisogna cedere alla forza, morir di spasimo, andare a Chioggia, o gettarsi nel Po.
Rientro nel mio bugigattolo; le disgrazie non mi avevano ancor fatto piangere, ma questa volta piansi.
La sera mi si chiama a cena, e io ricuso di andarvi; pochi minuti dopo sento una voce ignota, che in tono patetico pronuncia queste parole: Deo gratias.
Ancora ci si vedeva abbastanza: guardo per una fessura attraverso la porta e vedo un religioso che viene alla mia volta; apro l'uscio ed egli entra.
Era un domenicano di Palermo, fratello di un famoso gesuita rinomatissimo predicatore; si era imbarcato a Piacenza quello stesso giorno, dirigendosi a Chioggia come me.
Sapeva le mie avventure, ché il padrone della barca lo aveva messo al fatto di tutto, e veniva a offrirmi quelle spirituali e temporali consolazioni che il suo stato lo poneva in diritto di propormi, e delle quali pareva aver bisogno la mia condizione.
Aveva nel suo discorso molta dolcezza e molta unzione, e mi parve che gli cadesse qualche lacrima; vidi almeno che avvicinava agli occhi il fazzoletto.
Mi sentii commosso e mi abbandonai del tutto alla sua pietà.
Intanto il padrone ci fece dire ch'eravamo aspettati; il reverendo non avrebbe voluto perdere la cena, ma vedendomi penetrato di compunzione, fece pregare il padrone di volere attendere qualche momento; indi a me rivolto, mi abbraccia, piange, e mi fa vedere che sono in uno stato pericoloso, e che il nemico infernale può di me impadronirsi e trascinarmi in un abisso eterno.
Soggetto, come ho già detto, a crisi d'ipocondria, mi trovavo in uno stato far pietà.
Accortosene il mio esorcista, mi propone di confessarmi, e io mi getto ai suoi piedi: - Benedetto sia Dio, egli dice; fate intanto, figlio caro, la preparazione: io torno subito - e se ne va a cena senza di me.
Resto in ginocchio e fo l'esame di coscienza; in capo a mezz'ora torna il Padre con una bugia in mano, e si pone a sedere sopra il mio baule; io dico il Confiteor, dando principio alla confessione generale con la dovuta attrizione e sufficiente contrizione.
Si trattava della penitenza: consisteva il primo punto nel risarcire il torto fatto a quelle famiglie, contro le quali avevo lanciato i satirici miei strali.
- Come fare adesso? - Dovendo voi aspettare, dice il Reverendo, di essere in stato di ritrattarvi, non vi è frattanto che l'elemosina che possa calmare lo sdegno d'Iddio, poiché l'elemosina è la primaria opera meritoria che cancella il peccato.
- Sì, Padre mio, la farò.
- Nossignore, replica lui; il sacrificio bisogna farlo nell'atto.
- Ma io non ho che trenta paoli.
- Ebbene, figlio mio, spogliandosi del denaro che si ha, si acquista molto maggior merito.
- Trassi allora di tasca i miei trenta paoli, e pregai il mio confessore d'incaricarsi di dispensarli ai poveri: accettò volentieri, e mi diede l'assoluzione.
Volevo continuare, avendo alcune cose da dire, delle quali credevo di essermi dimenticato, ma il reverendo Padre cascava di sonno e chiudeva gli occhi a ogni poco.
Mi disse di star quieto, mi prese per mano, mi diede la benedizione e andò a letto.
Restammo in viaggio otto giorni: ogni dì avrei voluto confessarmi, ma non avevo più denaro per la penitenza.
CAPITOLO XV.
Arrivo a Chioggia.
- Seguito di aneddoti del reverendo Padre.
- Viaggio a Udine.
- Saggio sopra questa città e sulla provincia del Friuli.
Tremante arrivai a Chioggia col mio confessore, che aveva preso l'impegno di riconciliarmi con i genitori.
Mio padre era a Venezia per un affare e mia madre, vedendomi giungere, venne a ricevermi piangendo, non avendo mancato il camarlingo del collegio di avvertire prima la famiglia col ragguaglio della mia condotta.
Non costò molto al reverendo Padre commuovere il cuore di una tenera madre.
Ella aveva spirito e fermezza, e volgendosi verso il domenicano che la stancava: - Reverendo, gli disse, se mio figlio avesse fatta una bricconata, non lo avrei più guardato; ma è reo d'inconsiderazione, onde gli perdono.
- Avrebbe vivamente desiderato il mio compagno di viaggio che mio padre fosse stato a Chioggia, perché lo presentasse al priore di San Domenico.
Gli disse dunque mia madre che aspettava il marito nella giornata; ne parve contento il reverendo Padre, e senza complimenti s'invitò a pranzo da sé stesso.
Mentre eravamo a tavola, giunge mio padre; mi alzo e vado a chiudermi nella camera accanto.
Egli entra e vede un gran cappuccio: - Questi, dice allora mia madre, è un religioso forestiero che ha chiesto ospitalità.
- E quest'altro coperto? questa sedia? - Non si potè far a meno di parlare di me.
Mia madre incomincia a piangere, il religioso predica, né omette in tale occasione la parabola del figliuol prodigo; mio padre era buono e mi amava sommamente.
Alle corte, mi fanno venire, ed eccomi ribenedetto.
Dopo pranzo mio padre accompagnò il domenicano al suo convento.
Non lo si voleva ricevere, poiché tutti i frati debbono avere un permesso scritto dei loro superiori, che chiamano obbedienza e serve di recapito e di passaporto; questo reverendo ne aveva uno, ma vecchio e lacero da non potersi leggere, e il suo nome non era noto.
Mio padre però, che aveva credito, lo fece ricevere ugualmente a condizione che si sarebbe trattenuto poco tempo.
Finiamo la storia di questo buon religioso.
Tenne discorso con i miei genitori sopra una reliquia che aveva incassata in un orologio di argento; li fece genuflettere e mostrò loro una specie di cordoncino avvolto a un fil di ferro: era un frammento di cintolo di Maria Vergine, servito ancora al suo Divino Figliuolo.
L'autenticità si ratificava, secondo lui, per mezzo di un miracolo costantissimo; ed era, che gettando questo cintolo in un braciere, il fuoco rispettava la reliquia, e il cordoncino si riaveva illeso; e tuffandolo nell'olio, questo diveniva miracoloso e produceva guarigioni meravigliose.
I miei genitori avrebbero avuto molta voglia di vedere il miracolo, ma non poteva ottenersi senza preparativi e religiose cerimonie, e in presenza di un certo numero di persone devote per edificazione e maggior gloria di Dio.
Furono fatti molti discorsi a tal proposito; e siccome mio padre era medico delle religiose di San Francesco, seppe così ben maneggiare presso di esse, che si determinarono in forza delle istruzioni del domenicano a permettere che si facesse il miracolo, fissando giorno e luogo ove si sarebbe eseguita la cerimonia.
Il reverendo Padre frattanto si fece dare una buona provvisione d'olio e qualche denaro per dir messe, avendone bisogno per il viaggio.
Tutto fu eseguito, ma il giorno appresso il vescovo e il podestà, informati di una funzione religiosa che era stata fatta senza permesso, e nella quale un frate forestiero aveva ardito vestir stola, adunar gente e vantar miracoli, procederono entrambi alla verifica dei fatti.
Il miracoloso cintolo che resisteva al fuoco non era in sostanza che fil di ferro artifciosamente accomodato per inganno degli occhi; insomma le religiose furono solennemente sgridate e il frate sparì.
Alcuni giorni dopo, mio padre e io partimmo per il Friuli, e passammo per Portogruaro, ove mia madre aveva qualche capitale nell'ufficio della Comunità.
Questa piccola città, che è limitrofa al Friuli, è la residenza del vescovo di Concordia, città antichissinia ma quasi abbandonata a motivo dell'aria cattiva.
Cammin facendo si passò il Tagliamento, ora fiume, ora torrente, che bisogna guadare non essendovi ponti o barche per attraversarlo, e finalmente arrivammo a Udine, che è la capitale del Friuli veneziano.
I viaggiatori non fanno menzione alcuna di questa provincia, che meriterebbe peraltro onorevol luogo nei loro racconti.
L'oblio di una regione così considerabile d'Italia mi è sempre dispiaciuto: ne farò qualche parola io di passaggio.
Il Friuli, che si chiama ancora in Italia Patria del Friuli, è una vastissima provincia che dalla Marca Trevisana si estende fino alla Carinzia, ed è divisa tra la Repubblica di Venezia e gli Stati Austriaci.
L'Isonzo ne fa la spartizione, e Gorizia è la capitale della parte austriaca.
Non vi è provincia in Italia ove vi sia tanta nobiltà come in questa.
Quasi tutte le terre sono feudali e dipendono dai rispettivi loro sovrani, ed ha inoltre il castello d'Udine una sala di parlamento nella quale gli Stati si radunano; singolar privilegio, che non esiste in nessun'altra provincia d'Italia.
Il Friuli ha sempre dato uomini grandi alle due nazioni, e ve ne sono molti alla corte di Vienna, molti nel Senato di Venezia.
Esisteva in altro tempo un patriarca di Aquileia, che faceva a Udine la sua residenza, non avendo mai potuto Aquileia risorgere, da che Attila re degli Unni la saccheggiò e la rese inabitabile.
Questo patriarcato è stato soppresso da poco in qua e la sua sola diocesi, che comprendeva l'intera provincia, è stata divisa in due arcivescovadi: uno a Udine, l'altro a Gorizia.
È benissimo tenuta nel Friuli l'agricoltura, e i prodotti della terra, tanto in grano che in vino, sono abbondantissimi e della miglior qualità; qui appunto si fa il Picolit, che imita tanto il Tokai, e dalle vigne d'Udine ricava Venezia una gran parte dei vini necessari al consumo del pubblico.
Il linguaggio friulano è particolare, ed è difficile a intendersi quanto il genovese, anche per gl'italiani.
Pare che questo gergo si accosti molto alla lingua francese.
Tutti i termini femminili che in Italiano finiscono in a, nel Friuli terminano in e; e tutti i plurali dei due generi terminano in s.
Non so come queste desinenze francesi, unitamente a una quantità prodigiosa di voci francesi, abbiano potuto penetrare in un paese sì lontano.
È vero che Giulio Cesare passò le montagne del Friuli, le quali per questo hanno pure il nome di Alpi Giulie; ma i Romani non terminavano le loro voci femminili né alla francese né alla friulana.
Ciò che vi è di particolare nel comun gergo del Friuli è che chiamano la notte sera, e la sera notte.
Verrebbe la tentazione di credere che il Petrarca parlasse dei Friulani, allorchè disse nelle sue canzoni: Gente a cui si fa notte avanti sera.
Ma partiremmo male da questo principio per credere che questa nazione non sia ingegnosa e attiva al par d'ogni altra d'Italia.
Vi è fra le altre cose a Udine un'accademia di belle lettere sotto il titolo degli Sventati, il cui emblema è un mulino a vento nel grembo di una valle con quest'epigrafe: Non è quaggiuso ogni vapore spento.
Le lettere vi si coltivano benissimo.
Vi sono artisti di molto merito, e vi si trova conversazione sommamente affabile e graziosa.
Udine, posta a ventidue leghe da Venezia, è governata da un signore veneto che ha titolo di luogotenente, e vi è inoltre un consiglio di nobili del paese, che tengon seggio nel palazzo della città e adempiono alle cariche della magistratura subordinatamente.
La città è bellissima: le chiese sono riccamente decorate, e le pitture di Giovanni da Udine, allievo di Raffaello, ne fanno il principale ornamento.
Vi è un luogo per il passeggio nel mezzo della città, sobborghi piacevoli e dintorni deliziosi.
Il palazzo immenso e i magnifici giardini di Passiriano dei conti Manin, nobili veneziani, formano un soggiorno da monarca.
Chiedo perdono al lettore se la digressione gli sembra un po' lunga: avevo caro di render qualche giustizia a un paese che ne è degno per tutti i riguardi.
CAPITOLO XVI.
Serie occupazioni.
- Teresa: aneddoto piacevole.
Mio padre esercitava a Udine la sua professione, e io vi ripresi il corso degli studi.
Il signor Morelli, celebre giureconsulto, dava in casa propria un corso di gius civile e canonico per istruzione di uno dei suoi nipoti.
Ammetteva alle lezioni anche persone del paese, e io pure ebbi la fortuna di essere in quel numero.
Confesso che profittai più in sei mesi, in questa occasione, che in tre anni a Pavia.
Avevo molta voglia di studiare ma, essendo giovane, mi abbisognava qualche distrazione piacevole; cercai perciò divertimenti e ne trovai di differenti specie.
Ora voglio render conto di quelli che mi hanno dato molto piacere e nel tempo stesso molto onore, e terminerò con altri che non mi han dato né onore né piacere.
Avevamo passato un carnevale patetico e disgustoso, a cagione d'un orribile avvenimento che aveva messo la città in costernazione, Un gentiluomo di antica e ricca casa era stato ucciso con una fucilata nell'uscire dalla commedia; non si conosceva l'autore dell'omicidio; vi erano dei sospetti, ma nessuno ardiva parlarne.
Viene la quaresima.
Vado il giorno delle ceneri ad ascoltare padre Cattaneo, agostiniano riformato, e trovo ammirabile la sua predica.
Esco di chiesa, e ritengo a memoria parola per parola i tre punti della sua divisione; procuro di riunire in quattordici versi l'argomento, lo sviluppo e la morale, e credo di averne fatto un sonetto assai passabile.
Vado il giorno medesimo a farlo sentire al signor Treo, gentiluomo d'Udine eruditissimo in belle lettere e di sommo gusto per la poesia; egli pure trovò assai passabile il sonetto.
Mi fece il favore di correggere qualche parola, e m'incoraggiò a farne altri.
Tenni sempre dietro con esattezza al mio predicatore: feci ogni giorno lo stesso lavoro, e mi trovai alla terza festa di Pasqua con trentasei prediche eccellenti in trentasei sonetti, fra buoni e cattivi.
Avevo preso la precauzione di mandarli al torchio, tostochè avevo messo insieme materia sufficiente per un foglio in quarto; onde nell'ottava di Pasqua pubblicai il mio libretto alla rustica, dedicato ai deputati della città.
Molti ringraziamenti da parte dell'oratore, molta riconoscenza da parte dei primari magistrati; insomma molti applausi.
La novità piacque, e la rapidità del lavoro fece stupire anche di più.
Bravo Goldoni! Ma piano: non gli profondete ancora i vostri elogi.
Stava lungi quattro passi dalla mia porta una certa giovane che mi piaceva infinitamente, e alla quale avrei fatto volentieri la corte.
Convien forse, caro lettore, che vi faccia il ritratto della mia bella? che le dia color di rose e gigli, lineamenti di Venere, ingegno di Minerva? No, questi bei ragguagli non v'importerebbero.
Mi trattengo con voi nel mio studiolo, come mi tratterrei in conversazione.
La materia delle mie Memorie non merita né maggiore eleganza né maggiore industria.
Vi sono alcuni che dicono: bisogna elevarsi, il pubblico merita rispetto; io credo di rispettarlo benissimo se gli presento la verità nuda e senza orpello.
Non conoscevo che di nome i genitori della signorina; la vedevo alla finestra, la seguivo in chiesa e al passeggio modestissimamente, né mancavo di darle qualche segno della mia inclinazione.
Non so se ella se ne accorgesse, ma la sua cameriera non tardò a scoprirmi.
Un giorno questa maligna venne a trovarmi: mi parlò molto di sé stessa e della sua padrona, e mi assicurò che potevo contare sull'una e sull'altra.
Domandai se potevo arrischiarmi a scrivere: - Sì, mi disse senza lasciarmi finire, scrivete pure alla mia padroncina; prendo l'impegno di darle la vostra lettera e di portarvi la risposta.
- Veramente volevo scriver nell'atto, e la pregai di aspettare.
- Ma no, mi disse, vado alla santa Messa; non la trascuro mai, ci vado ogni giorno; ma tornerò all'uscire di chiesa.
- Ella parte e io scrivo la mia lettera, nella quale dopo i complimenti d'etichetta e le solite espressioni di tenerezza, chiedo a madamina un rendez-vous nelle regole.
Ritorna Teresa (questo era il nome della cameriera), prende la lettera e nell'atto di partire mi presenta la guancia.
Non vi è l'uso in Italia di baciare le donne così innocentemente come in Francia, e poi era brutta da far paura; ricusai dunque sin che potei, ma mi saltò al collo e bisognò a ogni costo baciarla.
Due giorni dopo, incontrandomi Teresa per strada, mi porse con destrezza un foglio che misi subito in tasca.
Era una lettera della signorina in replica alla mia; la trovai però sì mal scritta, che stentai molto a raccapezzarvi qualcosa.
Rilevai a un dipresso che non poteva ricevermi in casa senza il consenso dei genitori, e che se volevo parlare dalla strada di notte, sarebbe stata qualche quarto d'ora alla finestra per sentirmi.
In Italia è uso antico fare all'amore al sereno; bisognava uniformarvisi.
Lo stesso giorno, capitatovi a un'ora avanti l'alba, vidi aprirsi l'imposta dalla finestra e comparire una testa in cuffia da notte; parlavo a quella testa, ed essa mi rispondeva; di tanto in tanto dicevo espressioni affettuose, e mi rispondeva sullo stesso tono.
Incoraggiato dalla facilità che credevo scorgervi, vado un passo più avanti, quando tutto a tratto sento uno scroscio di risa e vedo chiudersi la finestra.
Non intendevo che affare fosse questo; me ne torno a casa soddisfatto da una parte, malcontento dall'altra.
Conviene aspettar Teresa.
La vedo il giorno dopo mentre mio padre era in casa.
Scendo, raggiungo la devota sulla piazza della cattedrale, e la interrogo sopra la risata della notte scorsa.
- Voi avete detto, ella rispose, cose spiritose; la mia padrona ha riso, poiché non è bigotta, ma risovvenendosi della sua verecondia ha chiuso la finestra.
Seguitate, seguitate, ella soggiunse, e non temete.
- Avevo qualche altra cosa da dirle; ma - Orsù, ella riprese, è tardi, non voglio perder la Messa.
- Vedevo bene che la Messa andava mal d'accordo col mestiere di mezzana, e costei non poteva essere che una civetta, com'era di fatto.
Ma, essendo io innamorato, credetti di dovermela seco passar bene, e continuai per qualche tempo le mie conversazioni notturne; ma non più alla medesima finestra ove compariva la testa in cuffia da notte, bensì a un'altra molto distante.
Ne chiesi la ragione.
La signorina temeva la vicinanza della signora madre, ed ero perciò più riservato nei miei discorsi: mi si lanciava di tempo in tempo qualche espressione un po' libera, e io con facilità rispondevo.
Si udivano i soliti scrosci di risa, ma la finestra non si chiudeva più.
Un giorno nel quale stimolavo Teresa perché mi procurasse un abboccamento diurno con la sua padrona, minacciandola di abbandonare tutto se non l'ottenevo, - State quieto, ella mi disse, vi penso al pari di voi; parlerò alla lavandaia di casa, che sta a Chiavris, distante mezzo miglio, ed è questo appunto il luogo ove spero di potervi rendere contento.
Ma sentite, sentite, ella soggiunse, voi dovete conoscere le signorine; esse son capricciose; ve ne son poche che siano capaci di un perfetto disinteresse, e la mia padrona non è delle più generose.
Se voi voleste farle un regaluccio, credo che quest'attenzione avvantaggerebbe molto il vostro affare.
- Come, dissi, ella accetterebbe un regalo? - Non da voi, riprese la strega, ma se glielo presentassi io non lo ricuserebbe.
- E che cosa potrei darle? - Ieri, vedete, non più lontano di ieri, la padroncina mi dimostrò il più gran desiderio di avere un finimento di quelle gioie di Vienna colorate, che sono ora di moda e che tutte le donne vogliono avere.
- Dove si vendono? - Oh! non ce ne sono di belle in questo paese, bisognerebbe farle venire da Venezia: un finimento completo, croce, orecchini, collana e spilli.
- Ma cara mia Teresa, avete sentito Messa? - Non ancora.
- Andateci.
- Come? ricusereste forse di obbligare una giovane amabile e graziosa, che amate, per la quale avete stima, e potreste un giorno possedere? - Calma, calma, v'intendo; avrò il finimento e ve lo darò in proprie mani.
- E io lo presenterò alla padroncina, e voi la vedrete ornata con le gioie del suo caro Goldoni.
- Del suo caro Goldoni? Credete che io sia caro alla signorina? - Un po' lo siete e lo sarete di più.
- Quando avrò regalato le gioie? - Sì, certamente.
- Suvvia, la vostra padroncina le avrà.
- Tanto meglio.
- Teresa, buon giorno.
- Addio, signore.
Datemi un abbraccio.
- (Che il diavolo ti porti.)
Vado a casa d'un orefice di mia conoscenza e gli do la commissione; la riceve, e in capo a quattro giorni giunge la cassetta.
Che superbo finimento! costava però dieci zecchini, senza porto e spese di commissione.
Vedo Teresa, le fo cenno; viene, prende la cassetta e la porta seco; il giorno appresso, che era domenica, vado in chiesa, e mi si presenta subito all'occhio la signorina guarnita delle mie gioie, che imitavano per eccellenza i rubini e gli smeraldi.
Ero contento come un re; ma intanto la signorina non mi aveva fatto l'occhio dolce come avrei desiderato, non mi aveva dato alcun segno di soddisfazione, e gli abboccamenti notturni erano stati sospesi da qualche giorno a motivo di alcune ciarle del vicinato.
Teresa non mancò di venire a trovarmi, e dirmi le più belle cose del mondo da parte della sua padrona; e siccome le feci comprendere che esigevo qualcosa di più, m'invitò a Chiavris il giovedì seguente, in casa della lavandaia, dove si riservava la signorina di darmi prova del suo affetto e riconoscenza.
Bene, benissimo! a giovedì.
Il tempo mi sembrava molto lungo, e ruminavo giorno e notte.
Qual prova di affetto dovevo mai aspettarmi? A vent'anni non manca la temerità.
Insomma viene il giorno, mi porto alla casa della lavandaia e vi arrivo per primo.
In capo a una mezz'ora vedo Teresa, sola; tremo di sdegno e la ricevo malissimo.
Ella mi prega di calmarmi e mi fa salire in una soffitta, ove non vi era che un letto molto sudicio e una sedia di paglia strappata; la sollecito a parlarmi, a dirmi, ed ella mi prega di nuovo di calmarmi e ascoltarla.
- Ahimè! mio caro amico, ella disse, sono disgustatissima della mia padrona; dopo la attenzioni che voi avete avuto per lei, dopo avermi promesso, manca di parola, trova pretesti per non venir meco.
- Come! dissi interrompendola, trova pretesti? non verrà? Si burla forse di me? - Uditemi sino al termine, riprese la furba; ne sono offesa quanto voi e più di voi, poiché la figura che ella mi fa fare è di tal conseguenza da mettermi in desolazione.
- Poneva nel discorso un calore e una veemenza sì straordinaria, che la credetti veramente penetrata di zelo per me, e cercavo di calmarla.
Cambiò realmente tono, e prendendo un'aria tenera e patetica, continuò dicendomi: - Udite, voglio porvi davanti agli occhi tutti i tratti di perfidia di questo piccolo mostro che ci ha ingannato.
Sapeva l'ingrata, sì sapeva, che avevo inclinazione per voi.
Mi rimproverò da principio una passione che avevo nutrito in cuore, obbligandomi a sacrificare per lei le mie brame e le mie speranze, e m'incaricò di adoperarmi presso di voi in suo favore.
Il mio stato, la mia docilità, il mio carattere m'impegnarono; feci sforzi che mi son costati sospiri e lacrime; e preparata come già ero a vedervi felice a mie spese, m'inganna, mi dichiara la sua indifferenza per voi e mi ordina di non parlargliene più.
- Gridai allora preso dalla collera: - E le mie gioie? - Teresa grida ancor più forte di me: - Le tien chiuse.
- Confesso schiettamente, che i dieci zecchini che avevo spesi davano molto impulso al mio risentimento, non meno che le notti che avevo passato, le speranze concepite e il rossore di vedermi ingannato.
Ero sul punto di dar nelle furie; ma la saggia e prudente Teresa mi prende per la mano e volgendo verso me i suoi languidi sguardi: - Mio caro amico, mi disse, siamo stati entrambi ingannati: bisogna vendicarsi, e rendere all'ingrata il disprezzo che merita: io son pronta a lasciarla in questo punto, e per poco che vogliate fare per me, io non avrò mai altra ambizione che di nutrir affetto per voi.
- Tutto questo discorso mi sbalordì; non me l'aspettavo, ma cominciai ad aprir gli occhi.
- Voi dunque mi amate, cara zitella mia, tranquillamente le dissi.
- Sì, rispose abbracciandomi, vi amo con tutto il cuore, e son pronta a darvene le prove più convincenti.
- Vi sono molto grato, risposi; datemi dunque tempo di riflettere, e saprete la mia maniera di pensare.
- Dopo un secondo abbraccio ci lasciammo, prendendo ognuno diversa strada.
Arrivato in città, vado subito in casa di una crestaia che conoscevo, e ch'era quella della signorina C***.
Mi ero imbattuto in lei in qualche luogo di divertimento, avevo scherzato seco sulla mia avventura, e mi pareva adatta a ciò che volevo fare.
Le raccontai la mia storia dal principio alla fine, la pregai di sciogliere il nodo, e le promisi uno zecchino se arrivava a scoprirmi la verità.
Prese con piacere l'impegno e vi riuscì a meraviglia, talchè dopo tre giorni mi posi al fatto di tutto con la maggior chiarezza e col miglior garbo che potessi desiderare.
Fatto questo, vidi Teresa, le diedi appuntamento in casa della lavandaia e vi andai di buon'ora per arrivarvi il primo; condussi con me tre persone in un cabriolet, e le nascosi dietro un canto dello stanzone ove si facevano i bucati.
Avevo concertato l'affare con la padrona della casa, ed ero sicuro del fatto.
Ecco che giunge Teresa, contenta di me.
Voleva salire: - No, no, le dissi, andiamo sotto il pergolato, respireremo miglior aria.
- Ivi assisi sull'erba, vuole incominciare a parlarmi della sua padrona e prorompe in nuove invettive.
Io le tronco la parola; e con tono serio e importante: - Non si tratta più, dissi, della signorina C***, ora non si tratta che di Teresa, ch'è un'indegna e mi ha ingannato.
- A queste parole sembra sbalordita e si sforza di piangere: le rammemoro alcuni tratti della sua malignità, ella nega tutto, e vanta la sua innocenza.
Fo allora uscire le tre persone che avevo nascoste: Teresa nel veder la crestaia, cessa di fare smorfie e prende l'aria di sfacciataggine, dicendo ad alta voce: - Ah civetta, tu mi hai tradita! - Quindi, indirizzando a me il suo discorso: - Sì, signore, mi dice arditamente, vi ho ingannato, non ve lo nascondo.
- A tali parole comincia ciascuno a ridere, e io fremo di rabbia.
- Aspetta scellerata, le dico allora.
Qui voglio fare il tuo processo verbale.
Chi scrisse la prima lettera che mi consegnasti? - Essa risponde ridendo - Io.
- A chi parlai in strada per più notti? - A me.
- E lo scroscio di risa? - Veniva da me.
- Fosti tu a chiudere la finestra? - No, fu la mia padrona che si burlava di voi.
- La tua padrona d'accordo con te? - Sì, poiché vi credeva mio amante.
- Io tuo amante? - Non ero forse conveniente per voi? - Sfacciata! - E le mie gioie? - Le gode la mia padrona.
- Come? - Le ha pagate.
- A chi? - A me.
- Ah ladra! - Avevo voglia di romperle la faccia: mi assistè la prudenza.
Pago di averle tolta la maschera, mi rivolgo ai testimoni della sua indegnità e dico: - L'abbandono a voi: sia ricolmata di rossore e di disprezzo; la sua padrona sarà informata del suo procedere.
- Compiuta così la mia vendetta, parto soddisfatto.
CAPITOLO XVII.
Viaggio a Gorizia e Vipacco.
- Piacevole divertimento campestre.
- Corsa in Germania.
Non vidi più l'iniqua strega.
Seppi dalla crestaia ch'era stata licenziata, e si credeva fosse partita dalla città.
Per riparare al tempo perduto, feci conoscenza con la figlia di un acquacedrataio, con la quale incontrai assai meno difficoltà, ma molto più pericolo.
Toccai di volo questo secondo aneddoto friulano nell'edizione del Pasquali, e ho perciò creduto di doverne parlare affinché non si pensi che abbia fatto racconti a capriccio.
Ma siccome il caso non merita troppo di occupare i lettori, passerò sotto silenzio i particolari e dirò solo che corsi i più grandi rischi, che mi si voleva ingannare in maniera molto più seria, e che ritornando in me stesso me ne sbrogliai ben presto per andare a unirmi con mio padre.
Era alloggiato a Gorizia in casa dell'illustre suo malato, il conte Lantieri, luogotenente generale degli eserciti dell'Imperatore Carlo VI, e ispettore delle truppe austriache nella Carniola e nel Friuli tedesco.
Fui benissimo accolto da quell'amabile signore, che era la delizia del suo paese.
A Gorizia non facemmo lunga permanenza, ma passammo di lì a poco a Vipacco, borgo considerabilissimo nella Carniola, alla sorgente di un fiume da cui prende nome, feudo della casa Lantieri.
Vi passammo quattro mesi col maggior diletto del mondo.
In quel paese i signori si fanno visita in famiglia; genitori, figli, maestri, persone di servizio, cavalli, tutto si mette in moto in una volta e tutti son ricevuti e han quartiere.
Si vedono spesso trenta padroni in un medesimo castello, ora in casa di alcuni ora in casa d'altri; il conte Lantieri però, che era considerato malato, non andava in alcun luogo e riceveva tutti.
La sua tavola non era delicata, ma copiosissima.
Mi ricordo ancora del piatto di arrosto, che era il piatto d'etichetta: un quarto di montone o di capriolo, o un petto di vitella ne faceva la base; vi eran sopra lepri o fagiani con un ammasso di starne, pernici, beccaccini e tordi, e terminavano la piramide lodole e beccafichi.
Questo bizzarro insieme era subito distribuito; appena giunto, andavano in giro gli uccelletti; ora questi ora quelli tiravano a sé la selvaggina per tagliarla, e gli amatori delle carni ne vedevano allo scoperto grossi pezzi, che vieppiù aguzzavano l'appetito.
Era pure d'etichetta portare tre minestre in ogni pranzo: una zuppa con contorni, un'altra zuppa d'erbe nella prima portata, e orzo mondo tra i piatti di mezzo; e si condiva quest'orzo col sugo dell'arrosto, e mi si diceva che ciò conferiva molto alla digestione.
I vini erano eccellenti; vi era un certo vino rosso, che si chiama fabbrica figli e dava motivo a graziose lepidezze.
Quello che m'infastidiva un po' erano i brindisi che bisognava indirizzare ogni momento.
Il giorno di san Carlo, il primo fu per sua Maestà Imperiale, e furono presentati a ciascuno dei commensali in tale occasione certi vasi da bere di una specie del tutto singolare.
Era questa una macchina di vetro dell'altezza di un piede, composta di diverse palle che andavano degradando, e ch'erano separate da tubi; terminava in un'apertura bislunga che si presentava comodissima alla bocca, e dalla quale si faceva uscire il liquore.
Si empiva il fondo di questa macchina, che si chiamava glo glo, avvicinandone poi la sommità alle labbra e tenendo elevato il gomito; il vino che passava per i tubi e le palle faceva un suono armonioso; onde tutti i commensali, tutti insieme, formavano un accordo del tutto nuovo e piacevolissimo.
Non so se in quel paese persistano ancora tali usanze: tutto varia, e ivi pure potrebbe essere variato il costume; ma se vi fossero in quei paesi persone del tempo antico, come me, avranno forse caro che ne abbia risvegliato in loro la rimembranza.
Il conte Lantieri era contentissimo di mio padre, poiché andava molto migliorando ed era prossimo alla guarigione.
Aveva inoltre riguardi per me, e per procurarmi distrazione fece mettere in ordine un teatro di marionette, ch'era quasi in abbandono, ma molto ben corredato di figure e di decorazioni.
Io ne profittai e divertii la compagnia con la rappresentazione di un grand'uomo, fatta espressamente per i comici di legno; era lo Starnuto di Ercole di Pier Iacopo Martelli bolognese.
Quest'uomo celebre era il solo che avrebbe potuto lasciarci un teatro completo, se non avesse avuto la follia d'immaginare certi versi di nuovo genere per gl'Italiani, di quattordici sillabe rimati due a due, come i versi francesi a un dipresso.
Parlerò dei versi martelliani nella seconda parte di queste Memorie poiché, a dispetto della loro proscrizione, mi son preso il diletto di farli trovar buoni cinquant'anni dopo la morte del loro autore.
Martelli aveva dato in sei volumi composizioni drammatiche d'ogni genere possibile, cominciando dalla tragedia più grave fino alla farsa dei burattini, da lui detta bambocciata, il cui titolo era Lo Starnuto di Ercole.
L'autore col brio della sua immaginazione inviava Ercole nel paese dei Pigmei; questi piccini, sbigottiti alla vista di una montagna animata che aveva gambe e braccia, si nascondevano nei loro buchi.
Un giorno in cui Ercole, sdraiato nell'aperta campagna, dormiva tranquillamente, i timidi abitanti uscirono dai loro ricoveri; armati di spine e di giunchi salirono sopra l'uomo mostruoso e lo coprirono da capo a piedi, come farebbero le mosche assediando un pezzo di carne putrefatta.
Si sveglia Ercole; sente roba nel naso, starnuta; i suoi nemici cascano da ogni banda, ed ecco terminata la rappresentazione.
Vi si trova disegno, condotta, intreccio, catastrofe, accidenti; lo stile è buono e ben mantenuto; i pensieri, i sentimenti, tutto è proporzionato alla corporatura dei personaggi; i versi pure sono corti: tutto annuncia i Pigmei.
Bisognò fare un burattino gigantesco per il personaggio d'Ercole: insomma tutto ebbe buon effetto, e il divertimento riuscì molto piacevole.
Scommetterei di essere stato il solo che abbia immaginato di eseguire la bambocciata del signor Martelli.
Terminate le rappresentazioni, e la cura del conte Lantieri andando di bene in meglio, mio padre cominciò a discorrere di ritornarsene a casa.
Mi si propose di fare un giro col segretario del conte, ch'era incaricato di commissioni del suo padrone.
Mio padre mi accordò quindici giorni di assenza, e si partì per la posta in un calessino a quattro ruote.
Arrivammo di primo lancio a Leiback, capitale della Carniola, sopra un fiume dello stesso nome.
Non vidi altro di straordinario che certi gamberi di una bellezza meravigliosa, grandi quanto le aragoste, essendovene alcuni della lunghezza di un piede.
Di là passammo a Graz, capitale della Stiria, ove trovasi un'antichissima e celeberrima università di maggior concorso che quella di Pavia, essendo i Tedeschi molto più studiosi e meno dissipati degl'Italiani.
Avrei volentieri gradito di poter spingere il mio viaggio fino a Praga, ma il mio compagno di viaggio e io eravamo affrettati, lui dagli ordini del padrone e io da quelli di mio padre.
Tutto quel che potemmo fare fu di non ritornare per la medesima strada; traversammo la Carinzia e vedemmo Trieste, considerabile porto di mare sull'Adriatico; di là passammo per Aquileia e Gradisca, e ci restituimmo a Vipacco due giorni più tardi di quel che ci era stato prescritto.
Subito che ritornai, mio padre prese congedo dal conte Lantieri, che gli regalò una rispettabile somma di denaro in ricompensa delle sue cure, unendovi una bellissima scatola col suo ritratto e un orologio d'argento per me.
Un giovane della mia età doveva essere molto contento d'avere un orologio d'argento.
Oggi sdegnano di portarlo i lacchè.
Nel prender la posta a Gorizia, pregai mio padre di preferire il cammino di Palmanova, che non avevo veduta; ma in sostanza lo facevo per non passar da Udine, ove l'ultimo fatto mi faceva temere qualche spiacevole incontro; vi acconsentì di buona voglia, e arrivammo all'ora del primo pranzo.
Palma, o Palmanova, è una delle più fortificate e considerevoli città d'Europa: appartiene ai Veneziani ed è il baluardo meglio difeso per i loro Stati dalla parte della Germania.
Le fortificazioni sono così ben disposte ed eseguite, che i forestieri vanno a vederle per curiosità, come un capo d'opera di architettura militare.
La Repubblica di Venezia manda a Palma un provveditore generale per governarla.
Questi presiede al civile, al criminale e al militare, e rende conto al Senato di tutto quello che può importare al governo.
Andammo a far visita al provveditore generale, che mio padre aveva conosciuto a Venezia.
Il degno senatore ci ricevè con molta bontà: aveva veduto la mia quadragesima poetica e mi fece le sue congratulazioni; ma, guardandomi con un amaro sogghigno, mi disse che le prediche del padre Cattaneo, da quello che appariva, mi avevano poco santificato, facendomi comprendere che era informato delle ultime mie imprudenze; né questo era molto difficile, data la vicinanza dei luoghi.
Ne ebbi rossore e mio padre, che se ne accorse, me ne chiese ragione.
Risposi che non avevo capito nulla, ed egli non insistè sull'argomento.
Restammo a cena in casa di sua eccellenza, e di lì partimmo il giorno appresso.
Avvicinandoci al Tagliamento, che dovevamo ripassare, ci fu detto che il torrente era furiosamente straripato e non era possibile attraversarlo.
Siccome non eravamo troppo lontani da Udine, mio padre pensò di andare ad aspettare tranquillamente in quella città che le acque del torrente ritornate fossero al naturale loro stato.
Udine mi faceva spavento, e vi trovavo mille difficoltà.
Mio padre insisteva, e io adducevo sempre nuove ragioni.
Egli s'impazientiva; smontammo in un'osteria e vi si fece refezione a guisa di pranzo; quivi combinando mio padre i discorsi del generale di Palma con quelli che facevo per non ripassare da Udine, mi strinse a tal segno che mi trovai obbligato a manifestargli più modestamente che potei tutto ciò che mi era accaduto.
Si divertì dell'avventura di Teresa, mi consigliò a ricavarne profitto per diffidare del carattere delle donne sospette; ma circa il caso dell'acquacedrataia, parlandomi più da amico che da padre, mi fece rilevare i miei errori, e mi fece piangere.
Finalmente fummo per buona sorte avvisati che il Tagliamento era in stato da potersi guadare, onde riprendemmo il viaggio che avevamo interrotto
CAPITOLO XVIII.
Ritorno a Chioggia.
- Partenza per Modena.
- Orribile spettacolo.
- Malinconie.
- Guarigione a Venezia.
Arrivammo a Chioggia e fummo ricevuti come una madre riceve un figlio caro, e come una buona moglie accoglie il diletto consorte dopo una lunga assenza.
Ero contentissimo di rivedere la virtuosa mia madre, per la quale avevo un tenero affetto.
Dopo essere stato sedotto e ingannato, avevo bisogno di riscuotere amore.
È vero che di specie assai diversa era quest'amore; ma nell'aspettativa di poter gustare le delizie di una passione onesta e gradevole, l'amor materno faceva la mia consolazione.
Ci amavamo entrambi; ma qual differenza dall'amore di una madre per suo figlio a quello di un figlio per sua madre! I figli amano per gratitudine; le madri per impulso di natura, e l'amor proprio non ha la minima parte nel loro tenero affetto.
Amano i frutti del loro coniugale amore, concepiti con soddisfazione, portati con pena nel seno e messi al mondo con tanto tormento; li hanno veduti crescere di giorno in giorno, hanno goduto i primi tratti della loro innocenza, e si sono assuefatte ad averli sempre avanti agli occhi, ad amarli, a prenderne cura.
Io sono perfin di parere che quest'ultima ragione prevalga su tutte le altre, e che una madre non avrebbe meno amore per un figlio che le fosse stato barattato a balia, se lo avesse ricevuto in buona fede per suo, se si fosse presa il pensiero della sua prima educazione, e si fosse assuefatta ad accarezzarlo, a tenerselo caro.
Ecco una digressione estranea a queste Memorie; qualche volta ho voglia di ciarlare, e senza tener dietro allo spirito, mi curo soltanto dell'analisi del cuore umano.
Riprendiamo il filo del discorso.
Ricevè mio padre una lettera da suo cugino Zavarisi, notaio a Modena, ed eccone il contenuto.
Il duca aveva rimesso in vigore un antico editto, col quale era proibito a qualunque possessore di fondi e beni stabili di assentarsi dai suoi Stati senza permesso, e tal permesso costava caro.
Il signor Zavarisi diceva inoltre nella sua lettera che, essendo andate a vuoto a riguardo mio le nostre mire per Milano, consigliava mio padre di inviarmi a Modena, ove vi era un'università come a Pavia, ove compiere i miei studi di legge, ottener laurea e finalmente patente di avvocato.
Questo buon parente, che ci era veramente affezionato, ricordava a mio padre che i nostri antenati avevano sempre tenuto cospicui posti nel ducato di Modena, che avrei potuto far rivivere l'antico credito della famiglia ed evitare nel tempo stesso la spesa di un permesso che bisognava rinnovare ogni due anni, dicendo infine che si sarebbe addossato lui stesso la cura della mia persona, e mi avrebbe cercato una buona e onesta dozzina.
Eravi poi un poscritto col quale dichiarava di aver posto gli occhi su di me per un ottimo accasamento.
Questa lettera diede motivo a molti ragionamenti e a un'infinità di pro e contro tra mia madre e il mio genitore.
La vinse il padrone, e fu deciso che partissi speditamente col corriere di Modena.
Vi sono a Venezia corrieri che corrono, e corrieri che non corrono.
I primi si chiamano corrieri di Roma, i quali ordinariamente non vanno che a Roma e Milano; straordinariamente poi dappertutto dove la Repubblica li spedisce.
Questi impieghi sono stabiliti fino al numero di trentadue, e godono qualche considerazione fra la cittadinanza.
Rispetto agli altri corrieri, però, la cosa è molto diversa, non essendo essi che semplici conduttori di barche da trasporto pagati dai noleggiatori; sono peraltro in grado di avanzare la lor sorte col profitto che ricavano dai ripostigli delle barche, ove tengono in custodia i diversi involti che ricevono.
Son comodissime queste barche, e sono in numero di cinque: di Ferrara, di Bologna, di Modena, di Mantova e di Firenze.
Vi si può avere il vitto, volendo, con tutta la convenienza; e il prezzo è discretissimo.
Il solo inconveniente è di dover mutare barca tre volte in uno stesso viaggio.
Ogni Stato per dove debbon passare questi corrieri pretende aver diritto di impiegare le proprie barche e i propri marinai, non avendo mai pensato i diversi Stati limitrofi a un provvedimento che ridondi a vantaggio comune senza incomodare i passeggeri.
Desidero che i padroni del Po leggano le mie Memorie, e profittino dell'avviso.
Eccomi dunque nella barca corriera di Modena, dove eravamo quattordici passeggeri: il nostro condottiero, chiamato Bastia, era un uomo molto avanzato in età, molto magro e di burbera fisonomia; onestissimo peraltro, e nel tempo stesso devoto.
Fummo trattati tutti insieme nel primo desinare all'albergo, ove il padrone della barca fece la provvisione necessaria per la cena, che si fa in viaggio.
Al farsi della notte si accendono due lampioni che illuminano dappertutto; quand'ecco il corriere compare in mezzo a noi colla corona in mano, e ci prega e ci esorta garbatamente a recitare in sua compagnia una terza parte del rosario e le litanie della Madonna.
Ci prestammo quasi tutti alla religiosa insinuazione, e ci distribuimmo da due lati per spartirci i Pater e Ave che si recitavano con molta devozione.
In un canto della barca vi erano tre dei nostri compagni di viaggio, che col cappello in testa sconciamente ridevano, ci contraffacevano e si burlavano di noi.
Accortosene Bastia, pregò questi signori d'avere almeno convenienza, non volendo aver devozione.
I tre incogniti gli ridono sul muso, e Bastia soffre, né fa più parole, non sapendo con chi avesse da fare; ma un marinaio che li aveva riconosciuti dice al corriere che quelli erano tre Ebrei.
Bastia monta in furia, e va gridando come un indemoniato: - Come! Voi siete Ebrei, e a desinare avete mangiato porco? - A questa uscita inaspettata ciascuno incomincia a ridere, gli Ebrei inclusi.
Bastia séguita avanti, dicendo: - Compiango quei disgraziati che non conoscono la nostra religione, ma disprezzo quelli che non ne osservano alcuna.
Voi avete mangiato porco, siete birbanti.
- A tal discorso gli Ebrei in furia si scagliano addosso al conduttore; prendemmo allora il giusto partito di difenderlo, e forzammo gli Israeliti a starsene da loro.
Interrotto il rosario, fu rimesso al giorno dopo.
Cenammo con molta allegria, ci coricammo sui materassi, e non ci fu nulla di straordinario nel resto del viaggio.
Vicino a Modena mi domandò Bastia ove andavo ad alloggiare; per vero dire, non lo sapevo neppur io, dovendo cercarmi la dozzina il signor Zavarisi.
Bastia allora mi pregò di andare a star con lui; sperava, avendo conoscenza col medesimo, che egli l'avrebbe approvato, come effettivamente fece mio cugino; onde andai a stare in casa di questo corriere che non correva.
Era una casa di devoti.
Il padre, il figlio, le ragazze, la nuora, i bambini avevan tutti la più gran devozione.
Veramente non mi divertivo, ma siccome erano gente buona, che viveva con saviezza e in pace, ero pienamente soddisfatto delle loro attenzioni: si rende infatti sempre stimabile chi adempie i doveri dell'umana società.
Mio cugino Zavarisi, contentissimo di avermi vicino, mi presentò subito al rettore dell'università, e mi condusse in casa di un celebre avvocato del paese, dal quale dovevo istruirmi nella pratica e dove presi il mio posto nell'atto.
Eravi in questo studio un nipote del celebre Muratori, il quale mi procurò la conoscenza di suo zio, uomo fondato in ogni genere di letteratura, che faceva tant'onore alla sua nazione e al suo secolo, e che sarebbe stato cardinale, se avesse sostenuto meno nei suoi scritti gl'interessi della casa d'Este.
Questo nuovo compagno mi fece vedere tutto ciò che vi era di più bello nella città.
Il palazzo ducale, tra l'altre cose, è della più gran bellezza e magnificenza, e la collezione di pitture sì preziosa, ch'esisteva in Modena ancora in quel tempo e che il re di Polonia comprò al prezzo considerevole di centomila zecchini.
Ero curioso di vedere la famosa secchia che fu il soggetto della Secchia Rapita del Tassoni.
La vidi nel campanile della cattedrale, ove sta sospesa perpendicolarmente a una catena di ferro.
Mi divertii molto, e credei che il soggiorno di Modena fosse per convenirmi, a motivo della conversazione delle persone di lettere di cui abbonda, e della frequenza dei divertimenti teatrali che vi si danno, non meno che per la speranza che avevo di risarcirvi le mie perdite.
Ma uno spettacolo orribile da me veduto pochi giorni dopo il mio arrivo, una tremenda cerimonia, una pompa di religiosa giurisdizione, mi ferì l'animo sì fortemente che rimase turbato il mio spirito, restarono agitati i miei sensi.
Vidi in mezzo a una folla di popolo un palco eretto all'altezza di cinque piedi, sopra il quale compariva un uomo a testa nuda con le mani legate.
Era questi un abate di mia conoscenza, uomo di lettere coltissimo, celebre poeta, conosciutissimo, e che godeva di somma stima in Italia; era l'abate J.
B.
V.
Un religioso teneva un libro in mano, un altro interrogava il paziente, e questi rispondeva con risentimento.
Gli spettatori battevano le mani e lo incoraggiavano; crescevano intanto gl'ingiuriosi modi e i rimproveri, e l'uomo infamato fremeva.
Non potei più reggere; partii pensoso, stordito, agitato, e la malinconia tornò subito ad assalirmi: rientro in casa, mi serro nella stanza immerso nelle riflessioni più cupe e umilianti sull'umanità.
Grande Iddio! dicevo allora a me stesso: a quali cose noi siamo sottoposti in questa vita fugace che siamo astretti a trascinare! Ecco un uomo accusato di aver tenuti discorsi scandalosi con una donna, che formava la sua delizia.
Chi lo ha denunziato? La donna medesima.
Oh cielo! non basta l'esser disgraziato per esser punito? Riandai la serie di tutti gli avvenimenti accadutimi, e che avrebbero potuto essermi dannosi: la malata di Chioggia, la cameriera, la friulana acquacedrataia, la satira di Pavia, e altre mancanze delle quali avevo da rimproverarmi.
Mentre ero nelle mie tristi meditazioni, ecco il vecchio Bastia, che avendo saputo del mio ritorno, viene a propormi di andare a recitare il rosario con la sua famiglia.
Avendo bisogno di distrazione, accettai con piacere; dissi il rosario con molta devozione, e vi trovai il mio contento.
Fu portato da cena, e si parlò dell'abate V.
Io dimostrai l'orrore che mi aveva fatto quell'apparecchio: il mio ospite, ch'era del partito della società secolare di questa giurisdizione, trovò la cerimonia magnifica ed esemplare.
Gli domandai come lo spettacolo era andato a terminare; mi rispose, che l'orgoglioso era stato umiliato; finalmente il pertinace aveva ceduto, era stato obbligato a confessare ad alta voce tutti i delitti, a recitare una formula di ritrattazione che gli fu presentata, e aveva avuto la condanna a sei anni di prigione.
La vista terribile dell'uomo oppresso non mi lasciava mai; non vedevo più alcuno, andavo ogni giorno alla messa con Bastia, alla predica, alle orazioni della sera, agli uffizi con lui; era contentissimo di me, e cercava di fomentare in me quello spirito di religione che compariva in tutte le mie azioni e nei miei discorsi, con racconti di visioni, miracoli e conversioni.
Il partito era preso; avevo con fermezza risoluto di entrar nell'ordine dei cappuccini.
Scrissi a mio padre una lettera molto studiata, che non aveva però senso comune, e lo pregai d'accordarmi il permesso di rinunciare al mondo e d'imbacuccarmi in un saio.
Mio padre, che non era balordo, si guardò dal contrariarmi, mi lusingò anzi molto e parve contento dell'ispirazione che gli accennavo; mi pregò soltanto di andare da lui, ricevuta appena la sua lettera, promettendomi che tanto lui come mia madre nulla più gradivano che di soddisfarmi.
A questa risposta, mi disposi alla partenza.
Bastia che non doveva in quel giorno condurre la barca a Venezia, mi raccomandò al suo compagno ch'era per partire.
Presi congedo dalla devota famiglia, mi raccomandai molto alle loro preghiere, e partii negl'impeti più fervorosi della contrizione.
Arrivato a Chioggia, i miei cari genitori mi riceverono con carezze senza fine.
Domandai loro la benedizione, me la diedero piangendo; parlai della mia nuova idea, non la disapprovarono.
Mio padre mi propose di condurmi a Venezia, e io ricusai con devota franchezza; ma dicendomi che l'oggetto era di presentarmi al guardiano dei cappuccini, vi acconsentii con tutto il piacere.
Andiamo a Venezia, vediamo i nostri parenti, i nostri amici, desiniamo in casa degli uni, ceniamo in casa degli altri.
Mi procurano un sollazzo che non m'aspettavo; mi conducono alla commedia, e in capo a quindici giorni non si parla più di clausura.
Si dissipano le mie malinconie e si rischiara la mente.
Compiangevo sempre la persona che avevo veduta sul palco, ma riconobbi che non era necessario rinunziare al mondo per evitare simil sorte.
CAPITOLO XIX.
Sempre a Chioggia.
- Assenza di mio fratello minore.
- Nuovo impiego.
- Aneddoto di una religiosa e di un'educanda.
Mio padre mi ricondusse a Chioggia e mia madre, ch'era piena di pietà senza esser bigotta, fu molto contenta di rivedermi nella solita disposizione d'animo.
Le divenivo sempre più caro e meritevole d'attenzione, a motivo dell'assenza del figlio minore.
Mio fratello, destinato già per il militare, era partito per Zara, capitale della Dalmazia.
Fu indirizzato al signor Visinoni, cugino di mia madre, capitano dei dragoni e aiutante maggiore dal provveditor generale di quella provincia, la quale appartiene alla Repubblica di Venezia.
Questo bravo ufficiale, che tutti i generali che si succedevano a Zara volevano aver presso di sé, si era incaricato dell'educazione di mio fratello, che collocò in seguito nel suo reggimento.
Quanto a me, non sapevo che cosa diventare.
Avevo provato all'età di ventun'anni tanti sinistri accidenti, mi erano accadute tante catastrofi singolari, tante avventure disgustose, che non mi facevo più alcuna illusione e non vedevo altro partito nel mio spirito che l'arte drammatica, che amavo sempre e che avrei intrapresa da gran tempo, se fossi stato padrone della mia volontà.
Mio padre, dolente di vedermi divenuto lo scherzo della fortuna, non si perdé punto d'animo in certi casi, che divenivano seri per lui e per me.
Aveva fatto spese considerabili e inutili per darmi uno stato, e avrebbe voluto procurarmi un impiego decente e lucroso, che non gli fosse di dispendio.
Non era facile a trovarsi; lo trovò tuttavia, e tanto di mio genio che posi in dimenticanza tutte le perdite che avevo fatte, e non ebbi più nulla che mi rincrescesse.
La Repubblica di Venezia manda a Chioggia per governare un nobile veneziano col titolo di podestà; questo conduce seco un cancelliere criminale, impiego che corrisponde a quello di luogotenente criminale in Francia, e questo cancelliere deve avere nel suo ufficio un aiuto col titolo di coadiutore.
Questi posti sono più o meno lucrosi, secondo i luoghi in cui si esercitano; sono però sempre piacevolissimi, poiché si sta alla tavola del governatore, si fa conversazione con sua eccellenza, si vede ciò che vi è di più grande nella città e, per poco che uno lavori, se la passa molto bene.
Mio padre godeva la protezione del governatore, che in quel tempo era il nobile Francesco Bonfadini, se la passava in ottima armonia col cancellier criminale, e conosceva bene il coadiutore.
Alle corte, mi fece ricever per aggiunto a quest'ultimo.
La durata dei governi veneti è determinata: si varian sempre in capo a sedici mesi.
Quando entrai nel posto, n'eran già passati quattro; e poi, essendo io soprannumerario, non potevo pretendere verun emolumento; godevo bensì tutte le delizie della società, buona tavola, molto gioco, accademie, balli, festini.
Era un impiego d'incanto; ma siccome non son cariche permanenti, ed è in arbitrio del governatore di darne la commissione a chi gli pare, vi sono alcuni di questi cancellieri che marciscono nell'inazione, e ve ne sono ancora di quelli che passano avanti agli altri e non hanno tempo di riposarsi.
Il solo merito personale li fa ricercare, ma il più delle volte le protezioni la vincono.
Ero prevenuto della necessità di assicurarmi una reputazione, e nella qualità di soprannumerario cercavo tutti i mezzi d'istruirmi e di rendermi utile.
Il coadiutore non amava troppo il lavoro; io glielo risparmiavo quanto mi era possibile, e in capo a qualche mese mi resi abile al par di lui.
Non tardò molto ad accorgersene il cancelliere, e senza passare per il canale del coadiutore mi dava commissioni spinose, e io ebbi la fortuna di accontentarlo.
La procedura criminale è una lezione importantissima per la cognizione dell'uomo.
Il colpevole cerca di nascondere il suo delitto o di diminuirne la bruttezza; egli è naturalmente avveduto, o lo diviene per timore; sa di dover fare con gente istruita, con gente del mestiere, ma pure non dispera di poterla ingannare.
La legge ha prescritto ai criminalisti certe formule d'interrogazione che bisogna seguire, affinchè l'interrogatorio non sia fraudolento, e la debolezza e l'ignoranza non siano sorprese.
Pure bisogna un po' conoscere e procurar d'indovinare il carattere e l'interno dell'uomo che si deve esaminare e, tenendo la via di mezzo tra rigore e umanità, deve cercarsi lo svolgimento della verità senza violenza.
Quello che più m'importava era il sunto del processo e la relazione per il mio cancelliere; dal qual sunto e dalla qual relazione dipendono il più delle volte lo stato, l'onore e la vita di un uomo.
I rei son difesi, la materia è discussa, ma la prima impressione viene dal rapporto.
Guai a quelli che fanno il sommario dei processi senza i necessari lumi, e le relazioni senza ponderazione! Né mi state a dire, caro lettore, che mi esalto: voi vedete, che quando cado in errore non me lo risparmio; convien dunque che io mi compensi, quando sono contento di me.
I sedici mesi della residenza del podestà eran prossimi al loro termine.
Il nostro cancellier criminale era già destinato a Feltre, e mi propose il posto di primo coadiutore, se volevo seguirlo; incantato da questa proposta, presi il tempo conveniente per parlarne a mio padre, e il giorno appresso furono fissate la nostre convenzioni.
Finalmente eccomi stabilito.
Fin allora non avevo guardato gl'impieghi che da lontano; possedendone uno, ch'era di mio piacere e mi conveniva, mi ero assolutamente proposto di non lasciarlo; ma l'uomo propone e Dio dispone.
Alla partenza del nostro governatore da Chioggia, ognuno si diede moto per fargli onore: i begli spiriti della città, se pur ve n'erano, fecero un'adunanza letteraria, nella quale fu celebrato in versi e in prosa il pretore illustre che li aveva governati.
Cantai io pure tutte le glorie dell'eroe della festa, e particolarmente mi estesi sulle virtù e qualità personali della signora governatrice.
L'uno e l'altra avevano molta bontà per me, e a Bergamo, ove lo li ho veduti in carica qualche tempo dopo, e a Venezia, ove sua eccellenza era stato insignito del grado di senatore, mi hanno sempre onorato della loro protezione.
Tutti partirono; io restai a Chioggia, aspettando che il signor Zabottini (questo era il nome del cancelliere) mi chiamasse a Venezia per il viaggio di Feltre.
Avevo sempre coltivato la conoscenza delle religiose di San Francesco, ove si trovavano bellissime educande, e la signora B.
ne aveva una sotto la sua direzione, bellissima, ricchissima e amabile.
Essa mi sarebbe moltissimo andata a genio; ma la mia età, il mio stato, la mia fortuna non potevano permettermi di accarezzare una tale idea.
La religiosa per altro non mi toglieva di speranza, e quando andavo a trovarla, non mancava mai di far scendere la signorina al parlatorio.
Sentivo che mi ci sarei affezionato, e la direttrice ne pareva contenta; pure io non sapevo persuadermene.
Un giorno però le parlai della mia inclinazione e del mio timore; mi fece coraggio, e mi confidò il segreto.
Quella signorina aveva del merito e dei beni; ma vi era dell'oscuro sopra la sua nascita.
Questo piccolo difetto è nulla, diceva la dama velata; la giovane è savia e ben educata, vi sto garante del suo carattere e della sua condotta.
Ha un tutore, continuò a dire, e bisognerà guadagnarselo, ma lasciate fare a me.
È vero che questo tutore, vecchissimo e rovinato nella salute, ha qualche pretesa sopra la pupilla, ma ha torto, e siccome in questo ci ho interesse ancor io, lasciate fare a me - replicò di nuovo - disporrò le cose per il meglio.
- Confesso, che dopo questo discorso, dopo questa confidenza e incoraggimento, cominciai a credermi felice.
La signorina N.
non mi vedeva di malocchio, e io guardavo la cosa per fatta.
Tutto il convento si era accorto della mia inclinazione per l'educanda, e vi furono delle signorine che, conoscendo gl'intrighi del parlatorio, ebbero pietà di me e mi posero al fatto di ciò che succedeva; ed ecco come.
Le finestre della mia camera corrispondevano per l'appunto dirimpetto al campanile del convento.
Vi si erano spartite nel fabbricarlo diverse vetrate cieche, attraverso le quali si vedeva confusamente la figura delle persone che vi si accostavano.
Avevo veduto più volte a queste aperture, che erano lunghi quadrati, delle figure e dei cenni; potei comprendere col tempo che questi segni indicavano le lettere dell'alfabeto, che si formavano delle parole, e che si poteva parlar da lontano; avevo quasi ogni giorno mezz'ora di questa muta conversazione, i cui discorsi peraltro erano savi e decenti.
Col mezzo appunto di questo alfabeto, intesi che la signorina N.
era per maritarsi col suo tutore.
Sdegnato dalla maniera di procedere della dama B., andai a trovarla il giorno dopo, risolutissimo a esternarle tutto il mio risentimento.
Chiamata, ella viene, mi guarda fissamente e accorgendosi che ho del rancore, avveduta com'era, non mi dà tempo di parlare, mi attacca per prima con vigore e con una specie d'impeto.
- Ebbene, signore, mi disse, voi siete dolente, vi conosco al viso.
- Volevo parlare, ella non mi ode, rinforza la voce, e continua: - Sissignore, la signorina N.
si marita, ed è per sposarsi col suo tutore.
- Volevo alzar la voce anch'io: - Zitto zitto, ella grida, ascoltatemi; questo matrimonio è opera mia: dopo le mie riflessioni l'ho secondato, e per causa vostra ho cercato di sbrigarlo.
- Per causa mia? dissi.
- Zitto, ella replica, conoscerete la condotta di una donna accorta, e che ha propensione per voi.
Siete voi, proseguì, siete voi in stato di prender moglie? No, per cento ragioni.
La signorina doveva aspettare il vostro comodo? No: non n'era padrona, bisognava maritarla.
L'avrebbe potuta sposare un giovane, e voi l'avreste perduta per sempre.
Si marita a un vecchio, a un uomo cagionevole e che non può vivere a lungo; e benché io non conosca i piaceri e disgusti del matrimonio, pure so che una moglie giovane deve abbreviar la vita di un marito vecchio; e così voi possederete una bella vedova, che non avrà avuto di moglie che il nome.
State dunque quieto su questo punto, essa avrà avvantaggiati i suoi interessi, sarà molto più ricca che non è attualmente; frattanto voi farete il vostro viaggio.
Né abbiate timore alcuno riguardo a lei: no, mio caro amico, non temete; ella vivrà nel mondo col suo vecchione, e io veglierò sempre sulla sua condotta.
Sì, sì, ella è vostra, ve ne sto garante, e vi do la mia parola d'onore.
-
Ecco la signorina N.
che giunge e si accosta alla grata.
La direttrice mi dice con aria di mistero: - Congratulatevi con madamina per il suo matrimonio.
- Non posso più reggere; fo la mia riverenza e me ne vado senza dir altro.
Non vidi più né la direttrice né l'educanda, e grazie a Dio non tardai molto a scordare tutte e due.
CAPITOLO XX.
Arrivo a Feltre.
- Compagnia di comici.
- Spettacolosa comitiva.
- Prime opere comiche.
- Amori.
Non appena ricevetti la lettera d'avviso per andare a Feltre, feci partenza da Chioggia accompagnato da mio padre, e andai con lui a Venezia a presentarmi a sua eccellenza Paolo Spinelli, nobile veneziano, podestà o governatore, che dovevo seguire.
Andammo inoltre a far visita al cancelliere Zabottini, sotto i cui ordini ero per intraprendere le mie occupazioni.
Lasciai Venezia pochi giorni dopo, e arrivai in capo a quarantott'ore al luogo di residenza.
Feltre è una città che fa parte della Marca Trevisana, provincia della Repubblica di Venezia, sessanta leghe distante dalla capitale, e ha vescovado e molta nobiltà.
La città è montuosa, scoscesa e talmente in ombra di neve in tutto l'inverno che, le porte delle abitazioni nelle strade più anguste rimanendo chiuse dal ghiaccio, bisogna uscire per le finestre dei primi piani.
Si attribuisce tra l'altro a Cesare il seguente verso latino: Feltria perpetuo nivium damnata rigori.
Qui giunto prima degli altri al fine di ricevere dal mio predecessore la consegna degli archivi e dei processi incominciati, intesi con piacevole stupore che vi era in città una compagnia di comici, fatta venire dal passato governatore e che contava di dare alcune rappresentazioni all'arrivo del nuovo.
Il direttore di questa compagnia era Carlo Veronese, quello stesso che trent'anni dopo venne a Parigi a recitar le parti di Pantalone nella commedia italiana, conducendo seco le due figlie, la bella Carolina e la graziosa Camilla.
La compagnia non era cattiva; il direttore, malgrado il suo occhio di vetro, sosteneva le parti di primo amoroso, e rividi con piacere quel Florindo dei Maccheroni da me conosciuto a Rimini, che per esser vecchio non recitava se non da re nella tragedia, da padre nobile nella commedia.
Quattro giorni dopo giunse il governatore in compagnia del cancelliere e di un altro ufficiale di giustizia col titolo di vicario, il quale in questo paese, come in molti altri dello Stato veneto, unisce il suo voto nei giudizi e nelle sentenze a quello del podestà.
Misi pertanto da parte per qualche mese qualunque idea di piacere e divertimento, e mi occupai con serietà del lavoro, tanto più che dopo questo secondo governo, nel quale tenevo il posto di coadiutore, potevo aspirare a quello di cancelliere.
Percorsi i fogli della cancelleria e, trovandovi una commissione del Senato trascurata dai miei predecessori, ne resi conto al mio principale, che giudicò l'affare importante e m'incaricò di continuarlo con tutto l'impegno.
Era questo un processo criminale originato da un taglio di legnami da costruzione fatto nelle foreste della Repubblica, ed erano implicate in questa colpa duecento persone.
Abbisognando trasferirsi sul luogo per contestare il delitto, vi andai io medesimo con agrimensori e guardie, traversando dirupi, torrenti e precipizi Questo processo faceva grande strepito; era sottosopra tutto il paese, poiché da cent'anni si tagliavano i boschi impunemente; vi era perciò da temere qualche tumulto, che avrebbe forse potuto piombare su quel povero diavolo di coadiutore, da cui era stato svegliato il can che dormiva.
Per buona sorte questo grandioso processo finì come il parto della montagna.
La Repubblica si accontentò soltanto di garantire le sue boscaglie per il tempo a venire, il cancelliere non vi perdè nulla, e il coadiutore restò libero della sua paura.
Poco tempo dopo mi s'incaricò di un'altra commissione molto più piacevole e di maggior diletto.
Si trattava di un processo verbale da eseguirsi dieci leghe lontano dalla città, per una rissa accompagnata da una scarica d'armi da fuoco con ferite pericolose.
Siccome questo era un paese piano, nel quale si cammina costeggiando sempre terre e abitazioni di campagna deliziose, impegnai parecchi miei amici a seguirmi; eravamo dodici, sei uomini e sei donne, con quattro servitori.
Ciascuno era a cavallo, e impiegammo dodici giorni in questa piacevole spedizione.
In tutto questo tempo non desinammo né cenammo mai nel medesimo luogo, e per dodici notti non si prese mai riposo in letto.
Andavamo spesso a piedi per strade amenissime, circondate di verdeggianti viti e ombreggiate da ramose piante di fico, facendo colazione col latte e qualche volta col quotidiano cibo dei contadini, che è la polenta di granturco, con la quale si facevano anche arrosti gustosissimi.
Per tutto ove giungevamo si facevano feste, banchetti, allegrie; dove passavamo la sera, vi era ballo che durava tutta la notte, e le nostre donne sostenevano la loro parte al pari degli uomini.
Si trovavano in questa compagnia due sorelle, una delle quali era maritata, l'altra no.
Quest'ultima mi andava molto a genio; posso dire che per lei sola avevo messo insieme questo divertimento.
Ella era savia e modesta, quanto sua sorella era matta; la singolarità del nostro viaggio ci somministrò il comodo di palesarci a vicenda i nostri sentimenti, onde divenimmo amanti l'uno dell'altra.
Il mio processo verbale fu spedito in fretta, in due ore.
Nel ritorno prendemmo una strada diversa per variare il piacere, ma all'arrivo a Feltre eravamo tutti avviliti, rovinati e rotti, talché io ne risentii per un mese e la povera Angelica ebbe la febbre per quaranta giorni.
I sei cavalieri della nostra cavalcata vennero a propormi un'altra sorta di divertimento.
Nel palazzo del governo vi era una sala di spettacolo: avevamo voglia di cavarne profitto, e mi fecero l'onore di dirmi che soltanto a riguardo mio avevano concepito il disegno, e che perciò mi lasciavano padrone della scelta della rappresentazione e delle parti.
Feci loro i miei ringraziamenti, accettai la proposta, e col dovuto permesso di sua eccellenza e del mio cancelliere mi posi alla testa di questo nuovo passatempo.
Avrei avuto desiderio che questo fosse del genere comico; ma poiché le arlecchinate non mi piacevano, e d'altro canto mancavano buone commedie, scelsi il genere tragico.
Siccome in questo tempo si rappresentavano ovunque le opere del Metastasio senza musica, misi le ariette in recitativi, procurai di avvicinarmi meglio che potei allo stile di quel dilettevole autore, e scelsi per le nostre rappresentazioni la Didone e il Siroe.
Feci la distribuzione delle parti, adattandole al personale dei miei attori, dei quali avevo piena cognizione; riservai per me le ultime, e feci benissimo, essendo nel tragico compiutamente cattivo.
Per buona sorte avevo composto due piccole rappresentazioni, vi recitai due parti di carattere e così riparai alla mia reputazione.
La prima era il Buon Padre, la seconda la Cantatrice.
L'una e l'altra si trovarono buone, e la mia maniera di recitare assai passabile per un dilettante.
Vidi l'ultima di queste due composizioni a Venezia poco tempo dopo.
Un giovane avvocato se n'era impadronito, la dava per sua e ne riceveva i complimenti; ma avendo avuto l'ardire di farla stampare sotto il suo nome, ebbe il dispiacere di vedere smascherato il suo plagio.
Feci tutto quel che potei per impegnare la mia bella Angelica ad accettare una parte nelle nostre tragedie, ma non fu possibile; ella era timida, e poi non l'avrebbero permesso i suoi genitori.
Venne bensì a vederci, ma questo piacere le costò molte lacrime, poiché era gelosa e soffriva molto nel vedermi in familiarità con le mie belle compagne.
La povera ragazza mi amava teneramente e con piena fiducia; l'amavo io pure con tutta l'anima, e posso dire che questa sia la prima donna che veramente abbia amato.
Aspirava a divenir mia moglie, e tale sarebbe realmente divenuta, se alcune particolari e ben fondate riflessioni non mi avessero distolto.
Sua sorella maggiore era stata una rara bellezza, e divenne brutta dopo i primi parti.
La minore aveva la medesima carnagione, i medesimi lineamenti, ed era una di quelle delicate bellezze che l'aria stessa fa appassire, e che il minimo incomodo scompone: io n'ebbi un'evidente prova.
La fatica del viaggio fatto insieme l'aveva enormente cambiata.
Ero giovane; e se mia moglie dopo qualche tempo avesse perduta la sua freschezza, prevedevo quale sarebbe stata la mia disperazione.
È vero che questo era troppo ragionare per un innamorato, ma o fosse virtù o debolezza o incostanza, lasciai Feltre senza sposarla.
CAPITOLO XXI.
Riflessioni morali.
- Mutazione di stabilimento di mio padre.
- Imbarco per Ferrara.
- Cattivo incontro.
- Arrivo a Bagnacavallo.
- Viaggio a Faenza.
- Morte del mio genitore.
Il distacco da quell'amabile oggetto, che mi aveva fatto gustare la prime delizie di un amore virtuoso, mi costò pena.
Bisogna peraltro dire che l'amore non fosse di tempra molto vigorosa, poiché abbandonai la mia bella.
Un po' più di spirito, un po' più di grazia, mi avrebbero forse fissato; ma non vi era che bellezza, e questa ancora mi appariva in declino: ebbi tempo di riflettere, e l'amor proprio prevalse sulla passione.
Mi bisognava pertanto una distrazione, e ne ebbi di molte specie.
Mio padre, che non sapeva fissarsi in nessun luogo (mania che per eredità ha lasciato a suo figlio) aveva mutato paese.
Ritornando da Modena, ove si era trasferito per affari di famiglia, passò per Ferrara e qui gli fu proposto un vantaggiosissimo partito per andare a stabilirsi a Bagnacavallo, in qualità di medico con onorario fisso.
L'affare era buono, accettò la proposta, e io dovevo riunirmi seco in tal luogo appena fossi libero.
Partito da Feltre, passai per Venezia senza fermarmi e m'imbarcai col corriere di Ferrara.
Vi era in barca molta gente, ma mal combinata.
Fra gli altri vi si trovava un giovane magro, pallido, con capelli neri, voce fessa e svantaggiosa fisonomia, figliuolo d'un macellaio di Padova, che faceva il grande.
Si annoiava, il signore, e invitava tutti a giocare, ma nessuno gli dava retta; io solo ebbi l'onore di accomodar seco la partita.
Mi propose subito un piccolo faraone tra noi soli, ma siccome il corriere non l'avrebbe permesso, ci determinammo a un gioco puerile chiamato calacarte Quello che ha più carte alla fine della mano vince una puglia, e quello che si trova ad avere ammassate più picche ne vince un'altra.
Perdevo sempre le carte e non avevo mai picche nel mio gioco, sicchè, a trenta soldi la puglia, mi truffò due zecchini; ero almeno in questo sospetto; pagai per altro senza dir parola.
Arrivato a Ferrara e avendo bisogno di riposo, andai a prendere alloggio all'albergo di San Marco, ov'era la posta dei cavalli: mentre desinavo solo solo nella mia camera, ecco farmi visita il mio giocatore, che mi propone la rivincita.
Ricuso; egli si burla di me, e tira fuor di tasca un mazzo di carte e una manciata di zecchini, proponendomi il faraone; io però insisto sempre nella negativa.
- Andiamo, andiamo, egli disse, signore, avete il diritto di rifarvi; son galantuomo, voglio concedervelo e voi non potete ricusarlo Non mi conoscete, egli proseguì; per assicurarvi sul conto mio, tenete il banco voi e io punterò.
- La proposta mi parve onesta, e non essendo ancora bastantemente accorto per prevedere gli stratagemmi dei signori giocatori di vantaggio, credei bonariamente che avrebbe deciso la sorte, e che avrei potuto essere nel caso di riguadagnare il mio denaro.
Levo fuori dalla mia borsa dieci zecchini per far fronte a quelli dal mio competitore; mescolo, fo alzar le carte, l'amico ne punta due; io vinco, ed eccomi allegro come Arlecchino.
Mescolo nuovamente; il galantuomo raddoppia la sua scommessa, vince e fa paroli: questo paroli decideva del banco; non potei ricusare di starvi; lo tengo e vinco; il furbo bestemmia come un vetturale, prende la carte cadute sulla tavola, le conta, trova una carta impari, dice esser falso il taglio, sostiene d'aver vinto e vuole impadronirsi del mio denaro.
Io mi oppongo ed egli cava una pistola di tasca; do addietro, e i miei zecchini non son più miei.
Allo strepito della mia voce tremante e lamentevole entra un servente dell'albergo, il quale, d'accordo forse con quel mariolo, ci annuncia esser entrambi incorsi nelle pene più rigorose imposte ai giochi d'azzardo, minacciando ambedue di andare a denunziarci se ricusavamo di dargli qualcosa.
Immantinente gli diedi un zecchino, presi la vettura di posta e partii arrabbiato di aver perduto il mio denaro, e molto più di
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