MEMORIE, di Carlo Goldoni - pagina 81
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In quell'istante comparisce il Genio buono, che abbraccia con tenerezza i suoi protetti, li riconduce al tempio della felicità, e con questa decorazione termina la commedia.
Gli atti secondo, terzo e quarto offrono vivezza, intreccio, qualche piccola pittura e qualche leggiera critica.
In una parola il soggetto della composizione consiste nella lotta delle passioni; nel primo atto il vizio la vince, trionfa nell'ultimo la virtù.
In Venezia questa commedia ebbe il massimo incontro; essa sola sostenne per trenta giorni di séguito il teatro San Giovan Crisostomo; insomma con essa s'aprì e si chiuse il carnevale.
CAPITOLO XII.
Mio nipote professore di lingua italiana nella Regia Scuola Militare e poco tempo dopo segretario interprete nell'ufficio della Corsica.
- Partenza del signor Gradenigo ambasciadore di Venezia.
- Udienze pubbliche degli ambasciadori soppresse.
- Il signor cavaliere Mocenigo nuovo ambasciadore di Venezia.
L'esame di ciò che v'era di più bello a Parigi, e qualche ora dedicata ogni giorno allo studio, rendevano piacevolissimo il soggiorno di Parigi; l'oggetto bensì più serio d'ogni mia occupazione era mio nipote.
Arrivando a Parigi non pensavo di fissarvi la mia dimora; ma avendo finalmente deciso di restarvi, bisogna fare il possibile per procacciare uno stato anche al figlio di mio fratello che io amava come se fosse stato mio.
Egli era di buoni costumi, docile, ed aveva compìto in Venezia il corso de' suoi studi; onde era capace per qualche buono impiego.
Non essendo io ricco quanto conveniva per comprare al medesimo una carica, volevo evitare, se era possibile, la disgustosa inquietudine di stare, relativamente agl'impieghi di grazia, in lotta con i Francesi.
Alla Scuola Reale Militare il professore di lingua italiana era il signor Conti, mio intimo amico, che desiderava dimettersi da tale impiego; ma siccome non veniva concessa la pensione di riposo se non dopo venti anni di servizio, il signor Conti non era in caso di domandarla.
D'altra parte l'impiego era buono, e per un giovane lo stato non poteva esser migliore, onde bramavo vivamente che mio nipote potesse ottenerlo, ma vi erano da superare difficoltà parecchie.
In tal caso implorai la protezione della principessa Adelaide di Francia.
Ella mi raccomandò al duca di Choiseul: in somma in quindici giorni di tempo il signor Conti ebbe la sua pensione, e mio nipote l'impiego.
In questa occasione io vidi con tutto il comodo e più volte quei due stabilimenti, degni della magnificenza dei monarchi francesi, la Scuola Militare e lo Spedale degli Invalidi, la cuna e la tomba dei difensori della patria.
Si alleva nel primo la nobiltà destinata alla professione dell'armi, e nel secondo si appresta sollievo all'età, ai servigi già resi, alle disgraziate conseguenze della guerra: la arti, le scienze, l'educazione piú utile formano i veri uomini nell'uno, laddove l'altrui cura, il riposo e i comodi della vita li ricompensa nell'altro.
La fondazione di quest'ultimo monumento è dovuta al regno di Luigi XIV; e al regno di Luigi XV è dovuta quella dell'altro.
Lo spedale degli Invalidi è decorato di un tempio così magnifico che sarebbe degno di un posto onorevole in Roma; e son belli a vedersi i quattro grandi refettorii dei soldati, non meno che le cucine ove si preparano i cibi per quella buona gente.
Era un piacere per me lo andare a passar qualche giorno in codeste due Case reali, che restano l'una accanto dell'altra, delle quali ne conoscevo i direttori e i principali impiegati; ma dopo che mio nipote vi fu collocato, successero nella Scuola Real Militare mutazioni considerevoli.
Furono trasferite al collegio della Fléche le classi di umanità, e restò soppressa affatto quella della lingua italiana, non per colpa del professore, il quale anzi venne ricompensato e gli furono assegnati seicento franchi di pensione.
Mi assicurano alcuni, che il signor duca di Choiseul era avvertito delle mutazioni che si proponevano, allorquando vi collocò, mio nipote; e fu solo per procurare a noi questo piccolo benefizio, che concesse un impiego il quale non doveva durare.
Riguardandomi pertanto questo ministro come un protetto dalle principesse, aveva per me molta bontà, e mi fece l'onore di dirmi, allorquando mi recai da lui per ringraziarlo: - Ecco felicemente disposti gli affari di vostro nipote; come vanno i vostri? - Risposi che il mio assegnamento ascendeva a sole tremila seicento franchi di rendita.
Egli, ridendo, soggiunse.
- Veramente questo non può dirsi avere uno stato; vi si conviene molto più; si penserà anche per voi.
Trovandosi mio nipote senza occupazione alcuna, per mettere a profitto il tempo, lavorava con me, stando intanto in aspettativa che la sorte lo provvedesse di qualche altro ufficio; ma la massima da me adottata, ed insinuata in lui di non far domande con la folla dei concorrenti, ne rendeva più difficoltoso l'intento.
Feci amicizia in Versailles con il signor Genet, capo e direttore del compartimento degli interpreti, al quale egli avea dato una forma affatto nuova, e una maggiore consistenza, e n'era divenuto primo commesso.
Questo rispettabile padre di famiglia, il cui tempo era costantemente diviso tra gli affari relativi al suo impiego e l'educazione dei suoi figli, rammentandosi un piccolo servigio che io aveva avuto la sorte di rendergli, colse l'opportunità di rimunerarmi.
Dappoiché la Francia aveva fatto acquisto della Corsica, era stato a Versailles stabilito un ufficio per tutti gli affari riguardanti quest'isola; ed essendovi necessario un interprete delle due lingue, il primo commesso s'indirizzò subito al signor Genet per averci posto.
In tale occasione il degno amico si ricordò di me, propose mio nipote, ed egli infatti venne accettato e vi fu nel momento collocato senza difficoltà.
Sembrava però che questo giovine fosse destinato ad incontrar per tutto delle riforme, delle soppressioni.
Anche il dipartimento corso fu smembrato qualche tempo dopo; gli affari delle finanze furono assegnati al registratore generale, e passò al ministero di guerra l'amministrazione civile.
Là adunque fu aggregato l'interprete, e questa incombenza fu annessa all'uffizio dei signor Campi primo commesso per gli affari contenziosi.
Procurò adunque mio nipote di rendersi utile, ed ebbe la sorte di non dispiacere ai superiori, che gli diedero anzi mille prove della loro bontà; per lo che, quando il mio viaggio in Francia non avesse prodotto altro che il collocamento di questo mio diletto nipote, io mi loderei sempre di averlo intrapreso.
Propenso alla Francia per inclinazione, divenni maggiormente per tale riconoscenza; dimodo che il signor cavalier Gradenigo, ambasciatore di Venezia, quantunque impegnatissimo per farmi apprezzare le proposizioni de' suoi compatrioti, trovò giusta nulladimeno la mia resistenza, e s'incaricò anzi di giustificarmi con i suoi amici, miei degni protettori.
Questo ministro era prossimo al termine della sua commissione, poiché il periodo degli ambasciatori della Repubblica è limitato a quattr'anni.
Essendo egli amato dalla corte non meno che dal ministero francese, si desiderava perciò che egli proseguisse anche per maggior tempo l'esercizio della sua carica.
Disposto il re a richiederlo, il ministro era quasi sul punto di spedire un corriere espressamente alla Repubblica.
Ma l'ambasciatore, pieno di rispetto e riconoscenza, non poteva in alcun modo acconsentirvi: le leggi della Repubblica sono immutabili; il successore era già per viaggio; il signor Gradenigo doveva partire, ed i preparativi della sua udienza di congedo erano già troppo avanti.
Il duca di Choiseul, ministro degli affari esteri, vedeva che questa ceremonia era dispendiosa, incomoda, e totalmente inutile.
Il re era dell'istesso pensiero; onde il signor Gradenigo fu dichiarato cavaliere da Sua Maestà senza l'ordinaria pompa, e fece perciò le sue visita alla famiglia reale ed ai principi del sangue in privato.
Questa è l'epoca della soppressione delle udienze pubbliche degli ambasciatori ordinari.
Al cavalier Gradenigo subentrò il signor cavaliere Sebastiano Mocenigo, proveniente di Spagna, ove la Repubblica di Venezia lo avevo inviato per la sua prima ambasciata.
Discendeva egli da illustre famiglia, antichissima e ricchissima: aveva ingegno e criterio; era amabile, buon dilettante di musica, aveva il dono di una voce graziosissima; con tutto questo egli ebbe a sopportare dispiaceri, che forse non meritava.
CAPITOLO XIII.
Mia corrispondenza cogl'impresari dell'Opera a Londra.
- Vittorina, opera buffa.
- Il Re alla caccia, altra opera buffa per Venezia.
- Qualche parola sopra gli attori ed autori dell'Opera buffa di Parigi.
- Idea di un'operetta in due atti.
Ero chiamato a Londra.
Questo è l'unico paese in Europa, che può disputare il primato a Parigi.
Per me avrei avuto caro di vederlo, ma siccome avevo inteso parlare a Versailles di sposalizi grandiosi, ed avevo assistito a tutte le funzioni funebri della corte, volevo trovarmi anche in tempo d'allegria.
E poi la richiesta della mia persona non proveniva dal re d'Inghilterra, ma bensì dai direttori dell'Opera, che volevano valersi di me pel loro spettacolo.
Procurai dunque di trar partito dall'opinione vantaggiosa che di me avevano, addussi delle buone ragioni per far gradire le mie scuse, ed esibii loro la mia servitù senz'obbligo di lasciar la Francia Accettate le mie proposizioni, mi fu subito chiesta un'opera buffa nuova, e fui incaricato di raggiustare tutti i vecchi drammi ch'erano stati scelti per il corso dell'anno.
Riguardo alla ricompensa, non se ne fece parola, ed io nemmeno ne feci menzione.
Lavorai; gl'Inglesi furono contenti di me, ed io fui soddisfatissimo della loro onestà.
Questa corrispondenza durò più anni, e cessò allorquando passò in altre mani la direzione dell'impresa; in questa occasione ricevei una prova sicura della loro soddisfazione, poiché mi fu pagata un'Opera, della quale non erano in caso più di servirsi: la direzione era allora in mano di donne, e le donne sono amabili in ogni luogo.
La composizione più piacevole, ed eseguita con la maggiore diligenza, che io spedii loro, fu, a mio parere, un'opera buffa intitolata Vittorina, per la quale ricevetti da Londra congratulazioni e ringraziamenti senza fine.
Il signor Piccini, incaricato della musica, scrisse da Napoli, che non aveva mai letto dramma buffo con maggior piacere del mio, ma la riuscita non corrispose alla espettazione dei direttori e mia.
È sempre vero che fa d'uopo mettere insieme un'infinità di bellezze per procurare una buona riuscita ad una commedia, essendo capace talvolta anche il più piccolo inconveniente di farla cadere.
In Venezia però, ove avevo spedita quasi nel tempo medesimo un'opera buffa col titolo Il Re alla caccia; fui assai più fortunato.
Il soggetto di questa composizione era eguale a quello del Re e del Fittuario del signor Sedaine, e della Caccia d'Enrico IV del signor Collé.
Pareva bensì che le composizioni di questi due autori francesi avessero imitato quella del Re ed il Mugnaio, commedia inglese del Mansfield; ma la sorgente vera di tutti questi soggetti trovasi nell'Alcade di Zalamea, commedia spagnuola di Calderon.
Nella commedia dell'autore spagnuolo vi è molto intreccio; havvi infatti una figlia violata, un padre vendicato, un uffiziale strangolato, e l'Alcade è giudice, parte, e carnefice a un tempo medesimo.
In quella poi dell'autore inglese evvi filosofia, politica, critica, ma troppa semplicità, e pochissima azione.
L'autore dunque della Caccia di Enrico IV ha formato di essa un'opera savissima e piacevolissima; e poi basta che si tratti di questo buon re, perché in Francia abbia un buon esito e riscuota l'universale approvazione.
Il signor Sedaine vi ha di fatto introdotta e più azione e maggior vivezza.
Vidi Il Re e il Fittuario nella sua prima recita, e ne fui estremamente contento, onde provavo rincrescimento scorgendo questa composizione prossima al pericolo di cadere; tornò per altro a poco a poco a sostenersi, e le fu resa la ben degna giustizia, dimodo che ebbe in séguito un infinito numero di rappresentazioni, e si vede ancora con piacere.
Bisogna anche dire, che il signor Sedaine fu benissimo secondato dal maestro di cappella.
Non mi vanto di essere intelligente di musica, ma il mio orecchio è la mia guida.
Trovo la musica del signor Monsigny espressiva, armoniosa, piacevole, ed i suoi motivi ed accompagnamenti mi rapiscono; e se avessi avuto disposizione per comporre qualche opera buffa in francese, questo compositore sarebbe stato assolutamente uno di quelli ai quali io mi sarei indirizzato a preferenza d'ogni altro.
Ma io mi sentiva inetto per questo genere di composizioni.
Avevo fatte quaranta o cinquanta opere buffe per l'Italia, ne avevo fatte per l'Inghilterra, per la Germania, per il Portogallo; ma con tutto questo sentivo di non poterne fare una per Parigi.
Vedevo talvolta al teatro di questa metropoli drammi seri o lugubri avere il titolo di commedia, ed in essi gli attori piangere cantando, e singhiozzare in cadenza; ed altre volte, rappresentazioni annunziate col titolo di piazzata, come effettivamente sarebbero tali senza il prestigio della musica e della graziosa azione degli attori.
Ora vedevo andar alle stelle inezie che nulla promettevano, ora andare a terra composizioni benissimo scritte, e per la sola ragione, che il soggetto non era tristo abbastanza per far piangere, o bastantemente allegro per far ridere.
Quali sono dunque i precetti dell'opera buffa? Quali sono le sue regole? Non ve n'è alcuna: tuttociò che si fa, si fa per pratica; io lo so per esperienza, onde mi si deve credere, experto crede Roberto.
Mi si dirà forse che le opere buffe italiane non sono altro che farse, affatto immeritevoli di esser messe a confronto in Francia con i così detti poemi? Ebbene, tutti quelli che intendono l'italiano si diano dunque la pena di leggere i sei volumi contenenti la raccolta delle Mie opere in questo genere ed essi forse troveranno che il fondo e lo stile non sono da disprezzarsi.
Non già che queste possano dirsi drammi ben composti, né di fatto possono esser tali, poiché mai ebbi in animo di farne alcune per passione, o di mia propria scelta, avendovi sempre lavorato per sola compiacenza, e in qualche occasione per guadagno.
Quando si ha ingegno, bisogna trarne profitto: un pittore di storie non ricuserà di dipingere uno scimiotto, quando venga ben pagato.
Malgrado questa specie d'avversione che io sento per l'opera buffa, confesso però che i comici italiani di Parigi mi han sempre fatto un piacere infinito.
Io sono costretto a riconoscere la superiorità degli autori francesi in questo genere, come in tutti gli altri.
Il signor Marmontel, il signor Laujon, il signor Favart, il signor Sedaine, il signor d'Hell hanno recato l'opera buffa a tutta quella perfezione di cui era suscettibile, come l'hanno ornata di eccellente musica i signori Philidor, Monsigny, Duni, Gretri, Martini e Doséides.
Il signor Piccini poi ha ultimamente confermato la superiorità del suo ingegno musicando una composizione scritta dal figlio suo.
Quantunque gli autori tutto giorno aumentino in numero, in zelo e in merito, ciò nonostante il signor Clairval è sempre lo stesso: è un autore immortale; la signora Drial è succeduta con tutte le grazie possibili alla signora Ruette, e la signorina Colomba unitamente ad Adelina sua sorella, la prima per la sua bella voce, l'altra per la elegante maniera della sua azione, fanno del pari onore all'Italia ove son nate.
La signora Du Gazon può dirsi la delizia di questo spettacolo.
La signorina Desbrosses va inoltrandosi a gran passi sulle tracce di lei; e la signorina Renaud, di quindici anni, arricchisce con la perfezione del suo canto e la naturalezza delle sue grazie il sopraddetto spettacolo, e annunzia disposizioni nell'arte, che non possono svolgersi se non col tempo.
Fui presente, un anno fa, alle prime prove della signorina Rinaldi, che fu dal pubblico molto applaudita, ed il giornale di Parigi ne ha detto il giorno dopo tutto il bene possibile.
Essa fu scritturata a provvisione, ma dopo la prima volta non si vide più comparire sulla scena; la quantità di principianti accettate in quell'anno, ne potrebbe essere stata la causa; ma è sperabile che la signorina Rinaldi torni a sostenere una qualche parte nella commedia, e che per conseguenza sia nuovamente resa giustizia ai suoi meriti, ai suoi costumi, e alla sua condotta.
Il Teatro italiano è fortunato in autori quanto in attori, e gli uni e gli altri sono in egual modo ben trattati e ben ricompensati; infatti i poeti ed i maestri di cappella hanno diritto alla nona parte dell'introito per un lavoro drammatico di tre o di cinque atti, del duodecimo per una composizione di due, e del decimo ottavo per una di un atto solo.
Havvi inoltre al Teatro Comico italiano il fondo di due pensioni annue, una per il poeta, l'altra per il maestro di cappella che più si erano resi celebri.
Vi è anche in questo teatro un altro vantaggio considerevole per gli autori, ed è che non perdono mai i diritti sulle loro composizioni, poiché sono sempre a parte della stabilita ripartizione, distribuiscono gratis biglietti ad ogni rappresentazione delle loro opere, e quelle che il pubblico non ha male accolte sono inserite nel repertorio settimanale; dimodochè non vanno mai a terra.
In conseguenza di tali vantaggi ho avuto più di una volta la tentazione di cedere alle istigazioni di alcuni maestri di cappella, che spessissimo, anzi quasi ogni giorno mi dimandavano qualche composizione per il teatro buffo; onde dopo aver veduto, riveduto e bene esaminato credei di essere al possesso della maniera necessaria per piacere ai Francesi, e feci tutti gli sforzi possibili per mettere insieme un'operetta in due atti intitolata la Bouillotte.
Questo vocabolo non si trova in alcun dizionario, ma è notissimo a Parigi: è un gioco di carte; è in sostanza un brelan in cinque, i cui giri non sono né fissi, né segnati.
Chi perde il suo banco, esce, e vi subentra un altro.
In queste partite vi sono ordinariamente tre o quattro persone, che non entrano in gioco da principio, ma aspettano che i più sfortunati escano per prender posto; così gli uni entrano successivamente dopo gli altri.
Questo moto perpetuo, e il numero delle persone interessata in un'istessa partita cagionano una specie di bollore, d'onde appunto deriva il nome di bouillotte.
Nel capitolo seguente si vedrà che cos'era l'operetta da me immaginata.
CAPITOLO XIV.
Estratto della Bouillotte.
- Ragioni che hanno impedito di esporla.
Ecco il soggetto della mia composizione.
La signora da la Biche è moglie di un negoziante; ricca, capricciosa e giocatrice a buono.
Isabella sua figlia detesta il gioco, benchè qualche volta per mancanza di giocatori sia costretta ad accomodar la partita di sua madre, e profitti dell'occasione per vedere un giovane della conversazione, per cui nutre una passione innocente.
La signora de la Biche riceve in casa molta gente.
Alcuni vanno per giocare, altri per far la corte alla ragazza - convien peraltro che chiunque o per forza o per amore si adatti al gioco, non sapendo la signora che cosa farsi della gente che sbadiglia e fa sbadigliare.
La sua conversazione è composta d'ogni sorte di giocatori: vi è il giocator bello, il cattivo, il nobile, il prudente e il flemmatico, che di solito intasca il denaro di tutti.
Quando Isabella non è della partita, sua madre la fa sedere accanto a sé - ma se si dà il caso che perda, non altri che la figlia è cagione della sua disgrazia, e perciò l'allontana.
Allora il giovine amante procura di finir presto il suo denaro, allo scopo di cedere il posto e andare al caminetto a tener compagnia alla signorina; intanto la madre riscaldata dal gioco non fa più attenzione a chi va scaldandosi in altra guisa.
Gli avvenimenti del gioco somministrano vari soggetti per ariette graziose.
Nel tempo in cui si gioca, si parla, si canta, la signorina e l'amico hanno scene piacevoli per cantare essi pure; onde la partita va avanti a meraviglia, né reca la minima noia agli spettatori.
Finalmente vengono a dire alla signora che hanno servito in tavola.
Tutti si alzano per andare a cena.
I discorsi sul gioco da una parte, le affettuose e tenere espressioni dall'altra, fanno entrare la conversazione nel canto e nel maggior brio.
Così termina il primo atto.
Il secondo è aperto dal signor de la Biche, di ritorno dalle sue terre; fa chiamare Caterina, e le chiede conto dell'andamento di casa sua, di cui ben si è accorto nel rientrare.
La vecchia, da lungo tempo affezionata alla famiglia, non omette d'informare il padrone della cattiva condotta della signora, non meno che dei pericoli ai quali viene esposta la giovane Isabella.
A tali notizie il signor de la Biche è sdegnatissimo contro sua moglie, a cui aveva proibito il gioco grosso, ed entra in gran timore per la figlia.
Sopraggiunge il vicino, che è zio dell'amante d'Isabella; a nome del nipote ne chiede la mano.
Il signor de la Biche trova conveniente il partito, e promette la figlia al nipote del vicino ed amico.
Ma ecco nuovamente la brigata che ritorna.
Essi escono all'oggetto per concludere l'affare.
Ritornati i giocatori, la partita ricomincia: la signora de la Biche tiene banco.
Il giocator flemmatico si pone davanti cinquanta luigi d'oro; la signora non si spaventa.
E dà carte; si apre il gioco, ed egli le fa un va-tout.
La signora, che ha un brelan d'asso, non retrocede, ma che! incontra un brelan quadro, perde, ed eccola nella maggior furia.
In questo tempo giunge il marito.
- Ah! ah! ella dice, dandogli un'occhiata; non mi meraviglio più se ho perduto: ecco qua la mia disgrazia.
- In così dire si alza, e parte.
Ad alcuni dispiace, altri ridono.
Frattanto il signor de la Biche interroga la figlia circa la sua inclinazione, ed essa la manifesta con schiettezza; ne fa parola anche al giovane; poi fa entrare lo zio: e così resta concluso il matrimonio.
Informata, la signora ritorna, ma per sua unica consolazione riceve dal marito l'alternativa o di lasciare il gioco per sempre, o di andarsene a vivere con i suoi parenti.
Ella accetta l'ultima proposta, e prega la solita compagnia di andare il giorno dopo a far la partita nella sua casa paterna.
La passione del gioco e le stravaganze dei giocatori formano il soggetto della fine.
Ecco l'abbozzo della commedia.
Perché dunque non l'ho condotta a termine? Finché non si trattava che di dialogo, sapevo levarmene bene e confidavo di poter francamente arrischiare la mia prosa a teatro, ove il pubblico aveva per i forestieri molta indulgenza.
Ma in un'opera buffa ci volevano le ariette, e per avere buona musica è assolutamente necessaria una buona poesia.
Conoscevo benissimo il meccanismo dei versi francesi, avevo superate tutte le difficoltà inevitabili a un orecchio straniero, e mi ero proposto eccellenti modelli da imitare.
Mi provai, lavorai e composi strofette, quartine, ariette intere; ma a dispetto di tutta la cura che mi ero data, vidi chiaramente che la mia musa, vestita alla francese, non aveva l'estro bizzarro, la grazia e la facilità che un autore acquista in gioventù e perfeziona nella virilità.
Seppi purtroppo rendermi giustizia da me; dimodochè lasciai da parte la composizione e rinunciai per sempre alle attrattive della poesia francese.
Avrei anche potuto affidare il soggetto a qualche persona che si incaricasse della versificazione; ma a chi mai avrei dovuto indirizzarmi? Un autore di prim'ordine avrebbe mutato tutta l'orditura della composizione, e un autore mediocre l'avrebbe guastata.
E poi era una bagatella di cui non facevo gran caso, onde l'avevo posta in dimenticanza senza pena e dispiacere.
La trovai casualmente nello scartabellare i miei fogli in cerca dei ricordi necessari a queste mie Memorie, e volendo partecipare ai lettori tutte le mie produzioni, ho creduto di non occultar loro questa specie di aborto.
Se qualcuno trovasse mai degno d'attenzione il soggetto, lo lascio padrone di farne liberamente ciò che gliene parrà; e ove egli abbia la bontà di consultarmi, gli dirò il mio parere con tutta schiettezza, a rischio anche di dispiacergli, come in simili casi mi è avvenuto parecchie volte.
Guardatevi sempre, amici miei, da quei giovani e da quei mediocri autori che a voi ricorrono per consultarvi, e persuadetevi che essi non vogliono consigli, ma congratulazioni e applausi.
Provatevi a correggerli, e vedrete con qual tenacia sostengono la loro opinione e qual colorito danno ai loro sbagli; e se avvenga che insistiate, passerete per stolti.
CAPITOLO XV.
Matrimonio del Delfino.
- Apertura del gran teatro di corte.
- Osservazioni sopra questo monumento.
- Folla di poeti concorsi in quest'occasione.
- Il Burbero benefico, commedia in prosa di tre atti.
- Buon successo.
- Giustizia resa agli attori ch'ebbero parte in questa commedia.
Ho detto nel capitolo XIII che si preparavano grandi matrimoni alla corte: io parlavo dell'anno 1770; e fu in quei fortunatissimi giorni che l'arciduchessa d'Austria Maria Antonietta di Lorena venne in qualità di Delfina a colmare il regno di Francia di gran giubilo, gloria e grande speranza.
Con le nobili qualità della sua mente e del suo animo si guadagnò tutta la stima del re, il cuore del suo sposo, l'affetto della famiglia reale e colla beneficenza l'ammirazione del pubblico.
Questa virtù, divenuta oggi giorno passione dominante dei Francesi, sembra che abbia risvegliato nelle anime sensitive, mediante l'esempio di questa augusta principessa, la più virtuosa emulazione.
Le sue nozze furono celebrate con pompa degna di un nipote del monarca delle Gallie e di una figlia dell'imperatrice d'Alemagna.
In tale occasione vidi il tempio riccamente parato, l'imponente e magnifico colpo d'occhio del banchetto reale, il festino nella galleria, le diverse partite di gioco nei regi appartamenti.
Dovunque illuminazioni, fuochi artificiali di straordinaria bellezza.
Torre, fuochista italiano, recò in questa occorrenza l'arte pirotecnica al maggior grado di perfezione.
Seguì anche contemporaneamente l'apertura del nuovo teatro di corte: è questo un ricco monumento, la cui architettura offre agli spettatori maggior magnificenza che comodità.
Convien vederlo quando vi si danno feste da ballo di gala o con maschere.
In tali occasioni il palcoscenico vien preparato con la medesima decorazione e ornamenti della platea.
Compare allora un immenso salone ricco di colonne, di specchi, di dorature: ciò che prova la magnificenza del sovrano che l'ha ordinato, non meno che il buon gusto dell'artista che l'ha eseguito.
Fra tutte le allegrezze che si godevano nell'occorrenza di quest'augusto matrimonio, i poeti francesi facevano risuonare la città e la corte coi loro canti; anche la mia musa aveva desiderio di risvegliarsi.
Procurai di appagarla e composi versi italiani, ma non osai stamparli.
Nel numero infinito delle composizioni che comparivano tutti i giorni, ve n'erano di eccellenti, e altre che non potevan leggersi.
Io non volevo aumentare il numero di quest'ultime; in conseguenza credetti bene di presentare i miei manoscritti.
La principessa Delfina si degnò di accoglierli con somma bontà, facendomi comprendere in ottimo italiano che non le ero ignoto.
La felice costellazione che diffondeva allora le sue propizie influenze sopra il regno, sembra che a me pure inspirasse zelo, ambizione e coraggio.
Difatti mi venne in pensiero di comporre una commedia francese, ed ebbi anche la temerità di volerla far rappresentare al Teatro francese.
Il vocabolo temerità non è troppo, essendo realmente tale quella d'uno straniero che, arrivato in Francia nell'età di cinquantatré anni con cognizioni superficiali e confuse di questa lingua, ha l'ardire al termine di nove anni di comporre una commedia per il primo teatro della nazione.
Si sarà accorto ognuno che parlo del Bourru bienfaisant (Burbero benefico), felice commedia che ha coronato le mie fatiche e assicurato la mia reputazione.
Essa fu rappresentata per la prima volta a Parigi il 4 novembre 1771, e il giorno dopo a Fontainebleau: ebbe il medesimo successo alla corte che in città.
Per questo lavoro ebbi una gratificazione di 150 luigi d'oro, fruttandomi poi moltissimo a Parigi il diritto d'autore, poiché venni trattato dal mio libraio con molta onestà, e mi vidi colmato d'onori, di piaceri, di giubilo.
Dico la verità, sembrandomi odiosa la falsa modestia al pari della vanità.
Non starò dunque a dar l'estratto d'una commedia che si rappresenta ovunque ed è per le mani di tutti.
Ma non posso dispensarmi dal porgere qui un attestato di riconoscenza agli attori che moltissimo cooperarono alla sua buona riuscita.
Non è possibile rappresentare con più verità la parte del Burbero benefico del signor Préville.
Quest'attore inimitabile, estremamente gaio e di fisionomia ridente, seppe così ben nascondere il suo naturale e le sue maniere proprie, che negli sguardi e nei moti si vedeva l'asprezza del carattere, e nello stesso tempo la bontà di cuore del protagonista.
Costava minor fatica al signor Bellecour il carattere di Dorval, perché flemmatico al pari dell'attore medesimo; con tutto questo egli vi si adoperò con quella intelligenza e perfezione d'arte che si richiedevano per farlo spiccare, e faceva un meraviglioso contrasto con la vivacità di Geronte.
La parte di Dalancour non era di un'importanza conveniente alla capacità e all'alto ingegno del signor Molé; tuttavia la recitò per compiacenza e la cedette pochi giorni dopo.
Ma alla morte del signor Bellecour prese quella di Durval, e la sostenne a perfezione.
Benché stimassi molto il signor Molé, tuttavia confesso con sincerità che in questa occasione mi riempì di meraviglia; e avendolo veduto sempre superare tutti gli altri nella rappresentazione dei caratteri vivaci, nelle energiche passioni, nelle scene più importanti, ero stupito nel vederlo prendere il tono, il gesto e la freddezza d'animo di un personaggio tanto opposto al suo naturale e al suo gusto; ed ecco l'uomo abile, ecco il vero comico.
Nuova affatto per il teatro, e anche non facile a sostenersi, era la parte della Dalancour recitata dalla signora Préville; mai per un'attrice di tanto merito nulla poteva osservi di difficile.
Difatti ella rappresentava ugualmente bene parti tanto diverse quanto sono quelle di civetta, di semplice e di donna sensata.
La signorina Doligny poi diede in questa commedia nuove prove del suo ingegno, zelo e precisione, non essendo possibile rappresentare con più verità e grazia la parte di amante timida e onesta.
La signora Bellecour, con la sua naturale allegria e l'elegante azione, diede tutto il brio immaginabile alla parte di governante; il signor Feuilli fece sì ben valere la piccola parte di servitore, che partecipò agli applausi del pubblico come gli altri.
Fin dalla prima lettura tutti i comici presero passione per la commedia.
Al Teatro francese l'accoglienza o disapprovazione della composizioni si comunica per biglietti segreti, sottoscritti dai componenti l'assemblea.
In quel giorno tutti questi biglietti altro non erano che elogi per me e per la mia opera.
Infatti l'approvazione del pubblico ha dimostrato in seguito che i comici avevano dato il loro giudizio con intelligenza; e se talvolta accettavano cattive commedie, ciò dipendeva da cause estranee che li inducevano a operare contro il proprio convincimento.
CAPITOLO XVI.
Osservazioni riguardanti il Bourru bienfaisant.
- Colloquio con Gian Giacomo Rousseau.
Il mio Burbero benefico non poteva incontrare miglior fortuna, e io ebbi veramente sorte nel trovare in natura un carattere nuovo per il teatro, un carattere che si presenta ovunque, e nondimeno era sfuggito alle ricerche degli autori antichi e moderni.
Ne sarà stata forse causa l'opinione che un uomo burbero, siccome riesce tedioso alla civile società, sia per essere sgradevole anche sulla scena; e certamente, quando si voglia riguardare sotto questo aspetto, convien dire che abbian fatto benissimo a non valersene punto nelle loro opere: anzi me ne sarei astenuto anch'io, se altre mire non mi avessero fatto sperare di trarne profitto.
L'oggetto principale della commedia è la beneficenza; e la vivacità dell'uomo benefico fornisce la parte comica, inseparabile nella commedia.
Virtù dell'animo è la beneficenza; difetto di temperamento è il rozzo e scortese tratto; l'uno e l'altro però son benissimo conciliabili in uno stesso soggetto; secondo questi principi architettai il mio disegno; ed è la sensibilità che ha reso sopportabile il mio Burbero.
Alla prima rappresentazione mi ero nascosto, come avevo sempre fatto in Italia, dietro la tela che chiude la decorazione: nulla vedevo, ma udivo gli attori e gli applausi del pubblico.
Passeggiavo nel tempo dello spettacolo da un lato all'altro, accelerando il passo nelle scene più vivaci e rallentando nei momenti di maggior affetto e passione, contentissimo degli attori e facendo eco agli applausi del pubblico.
Terminata la rappresentazione, sento battimani e grida senza fine.
Mi si appressa il signor Dauberval, quegli appunto che doveva condurmi a Fontainebleau; al primo vederlo, credo che mi cerchi per farmi partire; ma niente affatto; mi dice anzi: - Signore, venite, bisogna farsi vedere.
- Farmi vedere? a chi? - Al pubblico, che assolutamente vi domanda.
- No, no certamente, amico caro; partiamo piuttosto, partiamo subito; non sarebbe possibile che io sostenessi...
- Sopraggiungono i signori le Kain e Brizard, che mi prendono per la braccia e mi tirano per forza sul palcoscenico.
Benché avessi veduto molti altri autori sostenere con coraggio una simile cerimonia, io non vi ero assuefatto, non essendovi uso in Italia di congratularsi con i poeti in pubblico.
Non potevo concepire come un uomo potesse tacitamente dire agli spettatori: - Signori, eccomi qua, applauditemi.
- Dopo aver sostenuto per alcuni secondi quella condizione, per me singolare e scomoda, rientro fra le scene, attraverso le sale d'aspetto e vado a trovare la carrozza che mi attendeva, e in questo passaggio incontro un'infinità di gente che viene a cercarmi.
Non conosco nessuno, discendo con la persona che mi accompagna, entro nella mia carrozza ove la moglie e il nipote avevano già preso posto.
Piangevano entrambi di consolazione per il felice successo della commedia, e li faceva ridere come matti la mia comparsa sul palcoscenico.
Ero stanco, avevo bisogno di dormire.
Contento il cuore e tranquilla la mente, avrei passato nel mio letto una notte soave, ma in un legno di posta chiudevo appena l'occhio, che a ogni istante ero svegliato dalle scosse; insomma dormicchiando, discorrendo, sbadigliando, giungemmo alfine a Fontainebleau.
Qui mi riposo, poi desino, passeggio e vo a vedere la rappresentazione della mia commedia, sempre però dietro la scena.
Nel capitolo precedente ho fatto menzione del suo buon incontro alla corte.
Benchè non fosse allora permesso di applaudire nella casa del re, tuttavia si scorgeva benissimo, da certi moti naturali e permessi, l'effetto grande che la commedia produceva sull'animo degli spettatori.
Il giorno dopo ebbi l'onore di essere presentato al re, nel suo gabinetto particolare, dal signor maresciallo di Duras.
Sua Maestà e tutta quanta la famiglia reale mi diedero segni della solita loro benignità.
Non ritornai a Parigi se non in occasione della seconda recita della commedia, durante la quale vi fu qualche agitazione in platea, che indicava un principio di malumore.
Ero nel solito mio posto, quando il signor Feuilli venne a farmi questo discorso: - No, non vi date pena, è tutto una cabala.
- Come? risposi.
Eppure non c'è stata nella prima rappresentazione.
- Non c'è stata perché i gelosi non vi temevano, burlandosi di uno straniero che aveva la pretesa di presentare una commedia in francese, onde la cabala non era ancora preparata.
Con tutto questo, state pur certo che nulla avete a temere; il colpo è fatto, ed è assicurato il felice successo.
- Difatti la commedia andò sempre di bene in meglio fino alla duodecima rappresentazione, dimodoché i comici e io d'accordo non la ritirammo, se non per farla nuovamente comparire in una stagione più vantaggiosa.
Nessuno diceva male del mio Bourru bienfaisant, ma se ne parlò in diverse maniere: taluni credevano che fosse un lavoro tratto dal mio Teatro italiano, e altri sospettavano che l'avessi scritta in italiano e poi tradotta in francese.
I primi potevano persuadersi del contrario riscontrando la collezione delle mie Opere; gli ultimi, seppur tuttora ve ne sono, mi è facile disingannarli.
Non solo mi proposi di scrivere la commedia in francese, ma ebbi di mira la maniera francese nell'immaginarla, e infatti essa porta fedelmente l'indole della sua origine tanto nei pensieri come nelle immagini, tanto nei costumi come nello stile.
Se ne son fatte due differenti traduzioni in Italia, le quali, benchè non siano cattive, non s'avvicinano all'originale.
Io medesimo mi son provato per divertimento a tradurne alcune scene, e posso dire di aver sentita tutta la fatica di tal lavoro, non meno che la difficoltà di riuscirvi; vi son certe frasi, certi modi convenzionali che nella traduzione perdono ogni sale.
Esaminiamo per esempio nella scena XVII del secondo atto, il vocabolo jeune homme pronunciato da Angelica, e vedremo che non vi è l'equivalente in italiano.
La parola giovane è troppo modesta e al disotto della condizione di Angelica; giovinetto sarebbe affettato in bocca a una ragazza timida e morigerata; per ben tradurlo sarebbe necessario valersi di una perifrasi, che altro non sarebbe che dar troppa chiarezza al senso sospeso, e conseguentemente guastare la scena.
I caratteri del signore e della signora Dalancour sono immaginati e trattati con una delicatezza, conosciuta soltanto in Francia.
In tutta la mia commedia questi due personaggi sono quelli di cui più mi compiaccio.
Una moglie che rovina manifestamente il marito, un marito che inganna sua moglie per soverchio affetto, sono esseri che purtroppo esistono, né son rari nelle famiglie; onde io me ne valsi come episodi, benchè avessi potuto farne soggetti principali da riuscir forse nuovi al pari del Burbero benefico.
Ho dunque immaginato e scritto questa commedia in francese, ma non sono stato tanto ardito da produrla senza aver preventivamente consultato le persone che erano in grado d'istruirmi e correggermi, e ho tratto profitto dai loro pareri.
Circa a quel tempo era di ritorno a Parigi il signor Rousseau ginevrino.
Tutti si affrettavano a vederlo; ma egli non era visibile a tutti.
Io lo conosceva unicamente per fama, e avevo gran desiderio di aver un colloquio con lui, allo scopo di sottoporre la mia commedia al giudizio di un uomo tanto profondo conoscitore della lingua e della letteratura francese.
Per essere sicuro di venir bene accolto, era necessario avvertirlo; a tale effetto presi l'espediente di scrivergli, manifestandogli il vivo desiderio che avevo di fare la sua conoscenza.
Mi rispose garbatissimamente che non usciva di casa, e mai andava in luogo alcuno; se volevo prendermi l'incomodo di salir quattro scale in via Plâtrière, alla locanda Plâtrière, gli avrei fatto sommo piacere.
Accetto l'invito, e ci vo pochi giorni dopo.
Mi pare a proposito render qui conto del mio colloquio col cittadino di Ginevra.
Il risultato della nostra conversazione non fu molto importante, e non si parlò della mia commedia se non incidentalmente.
Mi valgo però di questa opportunità per parlare di un uomo straordinario, che aveva ingegno straordinario, debolezza e pregiudizi incredibili.
Salgo dunque al quarto piano della locanda indicatami, picchio: aprono, e mi si presenta una donna, né giovane, né bella, né graziosa.
Domando se il signor Rousseau è in casa.
- C'è e non c'è, risponde la donna, che credevo tutt'al più la sua governante; e domanda il mio nome.
Mi fo conoscere ed ella allora risponde: - Oh! Appunto vi si aspettava.
Vado subito ad avvisare mio marito.
-
Entro un momento dopo, vedo il celebre autore dell'Emilio che sta copiando musica.
Quantunque avvertito, non potevo tenermi dal fremere tra me di sdegno.
Mi accoglie con modi schietti e amichevoli; si alza, e tenendo un quaderno in mano: - Guardate, dice, se vi è alcuno, che copi la musica come me.
Sfido, che dal torchio esca uno spartito così bello ed esatto come esce di casa mia.
Andiamo, andiamo a scaldarci, prosegue.
- E non si doveva fare che un passo per accostarci al caminetto.
Non essendovi fuoco domanda un ceppo, che è portato dalla Signora Rousseau.
Io mi alzo, faccio posto e offro una sedia alla signora: - No, no, non v'incomodate, risponde il marito: mia moglie ha da fare; è occupata.
- Sentivo lacerarmi il cuore.
Veder fare il copista a un letterato di quella fatta, e a sua moglie la serva, era veramente per i miei occhi uno spettacolo desolante, né potevo celare la mia pena e la mia meraviglia, benchè non dicessi nulla.
Quest'uomo, che non era un balordo, purtroppo si accorse che il mio animo era angustiato; onde fattemi diverse domande, fui forzato a confessargli la cagione del mio silenzio e sbalordimento.
- Come? prese a dire.
Voi mi compiangete perché mi occupo a copiare? Siete dunque di parere che facessi meglio a comporre libri per gente che non sa leggere, o a somministrare materia per articoli a giornalisti maligni? Siete in errore: io amo la musica per passione, copio eccellenti originali, ciò mi dà da vivere e mi diverte, e questo è quanto basta per me.
Ma voi, voi medesimo, proseguì sempre, che cosa andate facendo? Siete venuto a Parigi a lavorare per i comici italiani; costoro sono tanti infingardi: non si curano delle vostre commedie.
Eh via! Andatevene, ritornate a casa vostra, so che siete desiderato, siete aspettato...
- Signore, gli risposi interrompendolo, avete ragione: io per la negligenza dei miei comici avrei dovuto abbandonare Parigi, ma mi trattennero altre considerazioni.
Ho di recente composto una commedia in francese...
- Voi avete composto una commedia in francese? rispose subito in aria di grande stupore.
Che cosa volete farne? - Darla a teatro.
- A quale? - Al francese.
- E voi siete quello che mi rimprovera ch'io perdo tempo: siete ben voi che lo perdete, e senza frutto.
- Ma la mia commedia è già accettata.
- Possibile? Basta; non mi maraviglio: i comici non hanno senso comune, ricevono e ricusano a capriccio; sta bene che il vostro lavoro sia stato ricevuto, ma non sarà rappresentato, e peggio per voi se mai lo fosse.
- Ma, signore, come potete dar giudizio di un'opera, che non avete veduta? - Io conosco il gusto degli Italiani tanto bene quanto quello dei Francesi; c'è troppa distanza dall'uno all'altro, e col vostro permesso non è possibile cominciare all'età vostra a scrivere e comporre in una lingua straniera.
- Le vostre considerazioni, signore, sono giustissime, non lo nego; ma si possono superare benissimo le difficoltà che dite.
Ho affidato la mia commedia a gente d'ingegno, a persone intelligenti che ne sembrano contente.
- Eh, siete adulato, siate ingannato, ne porterete la pena.
Fatemi un po' vedere la vostra commedia; io son franco, sincero, e vi dirò la verità.
-
Qui appunto volevo condurlo, non già per consultarlo, ma per vedere se dopo la lettura del mio lavoro avesse sempre persistito nella poca fiducia che mi dimostrava.
Siccome, il manoscritto era in mano del copista del Teatro francese, promisi al signor Rousseau di rimetterglielo non appena mi fosse stato restituito; era di fatto mia intenzione di mantener la parola.
Nel capitolo seguente si vedrà la ragione che me ne distolse.
CAPITOLO XVII.
Seguita il capitolo precedente.
- Aneddoti che riguardano Gian Giacomo Rousseau.
- Alcune considerazioni sopra questo soggetto.
Comparve, sono già tre anni, un libro intitolato Confessioni di Gian Giacomo Rousseau, cittadino di Ginevra, le quali altro non sono che aneddoti riguardanti la sua vita di lui scritti da lui medesimo.
In quest'opera non ha avuto per sé stesso il minimo riguardo, anzi ha cavato fuori delle singolarità che potrebbero fargli torto, quando la celebrità del suo nome non lo difendesse da ogni critica.
Mi è però nota un'avventura accadutagli negli ultimi anni della sua vita e che non si trova nelle sue Confessioni; egli l'aveva forse dimenticata, oppure non ebbe tempo di collocarla con le altre in questo libro, che è postumo.
Benché l'aneddoto non mi riguardi direttamente, ne fo menzione perché fu appunto la causa che m'impedì di comunicare al signor Rousseau il mio Burbero benefico.
Questo dotto straniero aveva a Parigi molti amici e ammiratori.
Nel numero d'entrambi era il signor *** che lo amava, stimava e compiangeva nel tempo medesimo, conoscendo bene le angustie della sua vita, non meno che il suo ingegno.
Questo signor *** offrì un giorno al letterato di Ginevra un appartamento ben ammobiliato, bellissimo, comodissimo, prossimo al giardino delle Tuileries, e per non offendere la delicatezza dell'amico gliel'offrì al prezzo medesimo che egli pagava alla locanda.
Rousseau si accorse bene dell'intenzione di quest'uomo generoso, e ricusando bruscamente ogni esibizione, gridò ad alta voce che non voleva essere ingannato.
Il signor ***, che pure era filosofo, ma essendo Francese sapeva unire la gentilezza alla filosofia, non ebbe a sdegno la ripulsa; conosceva troppo bene quell'uomo e gli perdonava di buon animo ogni sua debolezza; onde non cessò di vederlo e di salire tranquillamente a un quarto piano per trattenersi con lui.
Siccome aveva inteso parlare delle Confessioni, aveva desiderio di vederle, o interamente o in parte, e rammentandosi di aver nel suo portafoglio alcuni Caratteri del secolo, da lui medesimo composti alla maniera di Teofrasto e La Bruyère, propose all'amico la lettura reciproca delle due opere.
Fu dal Rousseau accettata la proposta a patto che il signor *** gradisse una cena frugale alla locanda Plâtrière.
A tale invito questi fece intendere che sarebbero stati più comodi a casa sua.
- Non importa, rispose l'altro; ciò deve seguire a casa mia, o altrimenti non si leggerà; vi permetto al più di portare una bottiglia del vostro vino, giacché in questa locanda me lo danno molto cattivo.
- A tutto si adatta il docile Francese; ma essendo per sua disgrazia troppo garbato e troppo cortese, manda a Rousseau un paniere di sei bottiglie di eccellente vino e altre sei di malaga perfetto.
Una tale improvvisata cagionò al Ginevrino un pessimo umore.
Giunge il Francese, se ne accorge e ne chiede la cagione.
- Non sarà mai possibile, risponde l'uomo sdegnato, che tra noi due si bevano dodici bottiglie di vino.
Dunque ne ho levato dal vostro paniere una soltanto, e questa basta per una piccola refezione.
Rimandato perciò subito il restante, se volete cenare in mia casa.
- La minaccia non era da recar spavento, ma quello che importava sommamente al commensale era la promessa lettura.
Per buona sorte aveva appunto seco il servitore, onde rimandò indietro il paniere.
Rousseau allora fu contento, e incominciò a leggere per primo.
Questo rinvio del vino fece loro perder tempo, e la lettura restò dalla signora Rousseau, che aveva bisogno della tavola alla quale erano i due amici, per apparecchiare.
Si sarebbe potuto leggere anche senza tavola, ma la cena fu allestita in un momento: consisteva in una pollastra e in un'insalata.
Finita la cena, tocca a leggere al signor ***.
Egli legge un capitolo che va a meraviglia ed è applaudito; ne legge un secondo: a questo Rousseau si alza e, in aria di persona inquieta e sommamente irritata, si mette a passeggiare per la stanza.
Interrogato sul motivo della repentina collera: - No, non si viene in casa di gente dabbene per insultare.
- Come! rispose l'altro; e di che cosa vi lagnate mai? - Eh, non avete a che fare con un balordo.
Nel vostro scritto altro non fate che delineare con un colorito anche troppo caricato e con modi satirici il mio ritratto.
Questa è un'azione empia e indegna.
- Piano, dice il Francese; io vi amo, vi stimo, e voi mi conoscete; è un uomo duro, collerico, fastidioso quello che ho voluto ritrarre...
se ne incontrano spesso nella civile società.
- Sì sì, so benissimo, risponde Rousseau, che nell'animo degli ignoranti io passo per tale.
Li compiango, e li disprezzo: ma non soffrirò mai, che un uomo come voi, un amico, vero o falso che sia, venga a prendersi gioco di me.
- Insomma il signor *** ebbe un bel dire e un bel fare, ma non potè ottenere nulla.
Gian Giacomo era troppo indispettito; terminarono corrucciandosi sul serio, e corsero poi lettere pungentissime da una parte e dall'altra.
Essendo io in amicizia col letterato francese, e avendolo veduto il giorno dopo la contesa avuta con Rousseau in una conversazione dove ci trovavamo spesso, fummo informati di quanto gli era accaduto.
Taluni risero, altri fecero le loro osservazioni, e io pure non mancai di fare le mie.
Rousseau era burbero come da sé stesso aveva confessato nella controversia sostenuta col suo amico; non aveva che ad appropriarsi la beneficenza, per dire che anch'io avevo voluto rappresentarlo nel Burbero benefico.
Mi guardai bene dall'espormi al pericolo di soffrire le sue stravaganze, e non lo vidi più.
Quest'uomo era nato con disposizioni felicissime, e infatti ne ha dato le maggiori prove; ma siccome era di religione protestante e aveva fatto opere non ortodosse, fu costretto ad abbandonare la Francia, da lui adottata per patria; sciagura che lo rese appunto irrequieto.
Credeva gli uomini ingiusti e li disprezzava; ma il disprezzo non poteva tornare a suo vantaggio.
Quante generose esibizioni, quante protezioni ha ricusato! Il suo lettuccio gli era assai più caro di un palazzo.
Taluni nella sua fierezza scorgevano grandezza d'animo; altri solo orgoglio.
Comunque sia, egli è da compiangere; le sue debolezze non offendevano nessuno, mentre il suo ingegno lo rendeva rispettabile.
È morto da filosofo com'era vissuto, onde la repubblica delle lettere deve essere grata all'uomo generoso che onorò le sue ceneri.
CAPITOLO XVIII.
Matrimonio di Monsieur, fratello del re.
- Il parco di Versailles.
- Vestizione della principessa Luisa nel convento delle Carmelitane di S.
Dionigi.
Nel maggio 1771 si celebrò a Versailles il matrimonio del conte di Provenza, nipote di Luigi XV e fratello del Delfino, con Maria Luisa di Savoia, primogenita del re di Sardegna.
Quest'avvenimento raddoppiò la gioia dei Francesi; questo principe era caro allo stato, e le sue virtù intellettuali e morali lo rendevano maggiormente caro.
La principessa poi, per l'ingegno e le cognizioni, era la delizia del suo sposo.
Il conte di Provenza si chiama oggi solamente Monsieur, e la sua consorte Madame: in Francia questi sono i titoli del primo fratello e della cognata del re.
Tre quarti del mondo devono saperlo; io dunque non pretendo d'istruire se non gli stranieri, che forse potrebbero ignorarlo.
Le feste di giubilo date in occasione di questo matrimonio furono magnifiche al pari di quelle dell'anno precedente; e siccome nelle nozze del Delfino passai tutto il tempo negli appartamenti, in questi volli godere i giardini.
Il parco di Versailles è per sé stesso delizioso.
Io non ne ho fin qui fatto menzione: ecco l'opportunità di parlarne.
La sua vastità è immensa; eleganti e variati gli appartamenti; e in ogni parte si scorge una profusione preziosa di marmi e statue originali di diversi celebri artisti moderni, o copie esattissime degli antichi capolavori della statuaria.
S'incontrano poi ovunque viali bene assettati e decorati, i quali colla lor verdura formano alcuni rustici e ombrosi nascondigli; vi sono vasche riccamente adorne, aiole graziosamente disegnate, fontane magnifiche, zampilli d'acqua di altezza meravigliosa.
Il recinto degli agrumi è un capolavoro, essendo straordinaria la quantità e grossezza degli alberi ad onta della contrarietà del clima.
Quello però che forma la bellezza e ricchezza principale di questi giardini d'incanto sono i boschetti.
Questa specie di sale o stanze non è aperta a tutti; si vede solo seguendo la corte nei giorni solenni o per l'arrivo di qualche illustre forestiero.
Negli altri tempi sono chiusi, essendovi bensì qualcuno cui per grazia si affida la chiave; e io aveva la fortuna di possederne una, con la quale potevo percorrerli a mio piacere e farne godere gli amici.
I boschetti sono dodici: la Sala da ballo, la Girandola, la Colonnata, le Cupole, l'Encelado, l'Obelisco, la Stella, il Teatro d'acqua, i Bagni d'Apollo, le Tre fontane, l'Arco trionfale e il Labirinto.
Quest'ultimo è stato disfatto al principio di questo regno e vi si è sostituito un giardino all'inglese.
Si osservano in questi boschetti capolavori di scultura e d'architettura.
I più degni di attenzione sono i Bagni d'Apollo e la Colonnata.
Si vede nel primo un gruppo di sette figure di marmo bianco, unico per grandezza e perfezione, e si ammira nell'altro un peristilio circolare composto da trentadue colonne di diversi marmi scelti.
Il giorno delle nozze, di cui parlo, tutti questi boschetti erano aperti.
Vi era festino in quello dalla Sala da Ballo e in quello della Colonnata, oltre che nella sala dei Castagni.
Gli altri poi offrivano vari divertimenti per trattenere il pubblico, essendosi fatti venire apposta i piccoli spettacoli di Parigi.
I forestieri che non conoscono questa capitale, saranno forse desiderosi di sapere in che consistono i piccoli spettacoli di cui parlo.
Nel seguente capitolo li soddisferò, e termino il presente riportando un tratto eroico che concerne la religione non meno che l'umanità.
In questo medesimo anno 1771, in mezzo alle grandiose feste ed altre allegrie della corte, la principessa Luisa, figlia del re Luigi XIV, abbandonò il mondo e andò a chiudersi per tutto il tempo di sua vita in un chiostro, scegliendo l'ordine più umile ed austero.
Nel convento delle Carmelitane di San Dionigi la devota principessa vestì l'abito di santa Teresa; non già per timore che il soggiorno reale fosse d'impedimento all'esercizio della sua pietà e virtù, ma perché la corruzione del nostro secolo aveva bisogno di un luminoso e imponente esempio per ricondurre le anime timide sul sentiero della pietà e della cristiana perfezione.
Dio volle scegliere una principessa del sangue Borbonico per servir loro d'incoraggiamento.
CAPITOLO XIX.
I piccoli spettacoli di Parigi.
- I Boulevard, le fiere, le passeggiate di questa capitale e dei dintorni.
Si chiamano in Parigi piccoli spettacoli, quelli che accompagnano le diverse fiere della città, e nel resto dell'anno si vedono sui boulevard.
Non entrerò a parlare della loro origine; mi limiterò a come li trovai al mio arrivo e al loro successivo progresso.
Tanto nelle fiere come sul boulevard del Tempio la platea di Nicolet aveva allora il primo posto.
Erano funamboli con patente del re, e dopo i soliti esercizi d'agilità davano alcune piccole rappresentazioni in dialogo.
I boulevard erano la mia passeggiata favorita: li riguardavo come un sollievo salubre e dilettevole in una città vasta e popolatissima, ove le strade non sono troppo larghe e l'altezza degli edifici impedisce di goder l'aria.
Sono bastioni spaziosissimi che circondano la città.
Quattro filari di grossi alberi formano in mezzo una larga e magnifica strada per le carrozze, e due viali laterali quella per i pedoni.
Si scopre la campagna, si godono punti di vista deliziosi e vari nei dintorni di Parigi, e vi si trovano riuniti diversi divertimenti graziosissimi.
Una folla di popolo infinita, una quantità di carrozze da sbalordire e una turba immensa di piccoli mercanti, che scappano fra la ruote e le carrozze con ogni genere di mercanzia, palchi eretti sui marciapiedi per le persone che gradiscono di vedere ed esser vedute, botteghe da caffè ben accomodate, orchestre e voci italiane e francesi, pasticcieri, trattori, ristoratori, burattini, ballerini da corda, ciarlatani che annunziano giganti, nani, bestie feroci, mostri marini, figure in cera, automi, ventriloqui, il gabinetto di Comus, dotto fisico e matematico, meraviglioso e dilettevole.
Vidi un giorno alla porta della platea di Nicolet, che per terza commedia vi si esponeva Coriolano, tragedia di un atto solo.
Il cartello mi parve tanto straordinario che entrai subito, per timore che potesse mancarmi posto, ma poi mi trovai nella galleria quasi solo.
Pochi minuti dopo vidi avvicinarsi un giovine ben formato e malissimo vestito.
La gente cominciava già a venire, onde credendolo uno spettatore come me, mi ritirai per fargli posto; costui era un attore della compagnia di Nicolet, che doveva sostenere la parte di Coriolano; non avendo di proprio una decente spada, veniva a pregarmi di prestargli la mia.
Non conoscendolo stetti un poco indeciso, facendogli diverse domande per assicurarmi che fosse veramente addetto allo spettacolo.
Gli domandai se il Coriolano annunziato nell'affisso fosse una tragedia o una parodia, ed egli mi accertò esser un'opera serissima e benissimo fatta; mi disse quanto bastava per tranquillarmi, onde gli detti la spada, contentissimo di vederla poi lampeggiare nella destra di questo valoroso capitano.
Aspettai un pezzo, e con molta impazienza, l'esecuzione della commedia che mi aveva là richiamato.
I ballerini sulla corda mi fecero fremere, e le due prime composizioni a dialogo dormire dalla noia.
Finalmente.
ecco la tanto desiderata composizione del Coriolano.
Ma che! vedo attori malissimo vestiti, odo versi malissimo recitati; con tutto questo m'accorsi che l'opera non era priva di merito, e che l'autore aveva trattato con molto accorgimento il suo soggetto.
In tutta la storia di Coriolano non si trova che un solo istante di effetto, ed è quando il condottiero viene per far vendetta dell'ingratitudine della sua patria, e si lascia disarmare dalle lagrime di Volunia sua madre e di Veturia sua consorte.
Sopra questo stesso soggetto abbiamo sette o otto tragedie in cinque atti, quasi tutte mal riuscite.
Il solo de La Harpe ha saputo rendere importanti e dilettevoli i primi quattro atti del suo Coriolano; ciò non ostante, io sosterrò sempre che l'autore della tragedia di un atto solo aveva saputo dare al suo soggetto tutta l'estensione di cui la storia era suscettibile, evitando il pericolo di diventar noioso.
Non dirò del suo stile, perché fu più quel che indovinai di quello che intesi.
Posso bensì dire che gli attori di Nicolet non erano fatti per questo genere di rappresentazioni, e lo spettacolo in generale era malissimo ordinato.
Oggi la cosa va molto meglio, poiché i piccoli spettacoli stabiliti in seguito a Parigi hanno destato la sua emulazione, e l'hanno messo nella necessità di provvedersi di migliori soggetti.
L'Ambigu-comique fu il primo divertimento che comparisse sui boulevard dopo quello di Nicolet.
Lo spettacolo ebbe principio con burattini, chiamati comici di legno, e vi era un'orchestra benissimo montata dalla quale erano eseguite arie note; i burattini facevano la caricatura degli attori dei grandi spettacoli dove quelle arie erano state cantate.
La novità piacque moltissimo ed ebbe un concorso grande; ma era tale da non poter andare molto avanti, onde il direttore pensò di mutare i comici di legno in altrettanti piccoli attori viventi, benissimo istruiti nell'azione e nel ballo.
Vi furono autori che non sdegnarono di comporre alcuni graziosi drammi proporzionati agli attori e al teatro.
Insomma l'Ambigu-comique era divenuto lo spettacolo di moda; non saprei dire se il direttore sia ricco, ma ha avuto tempo e mezzi per divenirlo.
Alcuni anni dopo si aprì un terzo spettacolo sul boulevard di San Martino col titolo di Variétés amusantes.
Esso era meglio provveduto di attori, superò tutti gli altri e fu in seguito trasferito al Palazzo Reale, ove godè sempre lo stesso credito e fortuna.
La sala dei Piccoli Comici, stabilita nel luogo stesso, non è meno frequentata.
Sono ragazzi e ragazze che accompagnano sì destramente coi loro gesti la voce degli uomini e delle donne che cantano fra le quinte, che a prima vista fu creduto e scommesso che erano i ragazzi medesimi che cantavano.
I due spettacoli e alcune altre curiosità che si vedono al Palazzo reale godono il privilegio di essere esenti dal seguire le fiere della città, sostenute più dall'interesse dei proprietari dei terreni che da quello del commercio.
Torre, macchinista italiano, fu il primo che aprisse un Vauxhall d'estate sui boulevard, che però non ebbe lunga durata.
Vi fu eretta un'immensa fabbrica vicino ai Campi Elisi sotto il titolo di Colosseo, e gl'impresari andarono in rovina; infatti far pagare l'ingresso in un passaggio chiuso, angusto e senza diletti, in un paese ove vi sono tante passeggiate pubbliche, spaziose, amene e dilettevoli, era una pessima speculazione.
Indipendentemente dalle Tuileries e dai boulevard, si trovano passeggiate amenissime senza uscire di città.
Il giardino del Luxembourg è vastissimo e molto frequentato: anzi questo è il luogo di concorso della gente sensata, dei religiosi, dei filosofi e delle famiglie dabbene.
All'Arsenale si gode la vista della campagna e del fiume; e la stessa veduta e aria si trova tanto al giardino dell'Infanta come a quello detto Cour la Reine; gli altri due giardini del Tempio e del Palazzo Soubise sono utilissimi per le loro situazioni.
I luoghi per altro più importanti, in cui ci si può istruire e divertire nello stesso tempo, sono il Giardino delle piante e il Gabinetto del re.
Contiene il primo tutti i semplici più rari e utili, e l'altro offre una collezione immensa d'animali d'ogni specie e di minerali di diverse regioni.
Il signor conte di Buffon, sovrintendente del Giardino e Gabinetto, si è reso celebre per la sua Storia naturale.
Istruito in tutti i sistemi compresi nei tre regni della natura, li ha tutti esaminati profondamente, sommamente delucidati e ne ha assegnati dei nuovi, con un dottissimo e soddisfacente metodo.
La nobiltà e chiarezza del suo stile hanno reso tale studio non meno piacevole che importante.
Il signor conte de la Billarderie di Angeviller, nominato a questo ufficio in sopravvivenza, dà ora prove del suo merito e delle sue cognizioni nella carica che occupa di direttore e sovrintendente generale delle fabbriche del re e delle accademie reali.
Ebbi l'onore di far la sua conoscenza a Versailles, e mi ha sempre onorato della sua cortese bontà.
Sono perciò lieto di aver trovato l'opportunità di professargli la dovuta riconoscenza.
Mi resta ancora qualcosa da dire intorno alle passeggiate di questa capitale e dei suoi dintorni.
I Campi Elisi, per esempio, meritano di essere menzionati.
Sono un luogo immenso, ombreggiato da alberi distribuiti in simmetria, ove la folla che lo frequenta è tale che sembra aver spopolata la città.
Tuttavia si trova grandissimo popolo dappertutto.
Vi è grande affluenza nel bosco di Boulogne, nel parco di Saint-Cloud, e Belleville, al prato di San Gervasio, e ovunque si scorge il gusto e il brio nazionale.
Parigi è bella, i suoi dintorni deliziosi, amabili gli abitanti; malgrado ciò vi sono taluni che non vi sanno trovare alcun piacere.
Si dice che per godere occorre molto danaro; e questo è falso, perché nessuno ha meno danaro di me: eppure godo, mi diverto e sono contento.
Vi sono divertimenti per tutti i ceti: limitate i vostri desideri, misurate i vostri mezzi, e se non starete bene qui, starete male in qualunque luogo.
CAPITOLO XX.
L'Avare fastueux, commedia di cinque atti.
- Estratto.
Dopo il fortunato successo del Bourru bienfaisant non avevo composto nessun'altra cosa, poiché scherzando dicevo di voler riposare tranquillamente all'ombra degli allori; ma in sostanza era il timore di non riuscire la seconda volta bene come la prima che mi tratteneva dall'arrendermi ai desideri degli amici e di soddisfare me stesso.
Cedetti finalmente alle altrui sollecitazioni e agl'impulsi dell'amor proprio.
Posi gli occhi sopra l'Avare fastueux.
Un carattere simile è tanto in natura, che non mi dava fastidio se non per la quantità troppo grande di originali; onde credetti bene di ricavare il mio protagonista dalla classe delle persone divenute facoltose per guadagni, al fine evitare il rischio d'offendere i grandi.
La commedia, pochissimo nota e che molti avrebbero desiderato conoscere, fu soggetta a singolari peripezie.
Ne esporrò il soggetto e parlerò degli aneddoti che la riguardano.
Il signor di Casteldoro, divenuto ricchissimo, ha col variare della sorte variato anche nome.
L'avarizia ha contribuito alla sua ricchezza, e questa al fasto.
Egli è giovane e può ammogliarsi, ma lo sgomenta la spesa del matrimonio.
Avendo per altro comprato una carica che lo nobilita, crede di aver male impiegato il denaro se non ha eredi; onde si determina ad accasarsi, ed eccolo perplesso sulla scelta della sposa.
La nobiltà fomenta il suo orgoglio, ma vince l'interesse.
Dorimene, sua sorella, prende l'assunto di trovargli un partito.
Conoscendo ella la signora Araminta, che ha cento mila scudi da dare in dote a sua figlia, fa venire entrambe a Parigi e le alloggia in casa sua al secondo piano nella casa dove abita col fratello.
La sua mediazione è felice, poiché pare che le due parti vadano d'accordo; ma la singolarità del contratto forma l'azione principale della commedia.
Apre la scena il signor di Casteldoro, fa osservazioni che informano il pubblico del suo stato e dei suoi disegni, e chiama Frontino, suo cameriere, agente e uomo di fiducia.
Trattasi di dare un pranzo; occorre far grande sfoggio di apparecchio, ma molta economia nei piatti.
Poi fa chiamare Dorimene, e Frontino esce.
Il fratello e la sorella discorrono intorno al matrimonio; Dorimene ha caro di esser riuscita in quest'affare, benché tema che Eleonora non sarà troppo contenta dello sposo.
Casteldoro scherza e fa vedere che i centomila scudi gli stanno a cuore assai più dell'affetto della signorina.
Poi informa la sorella del magnifico pranzo, ed essa esce.
Entra Fortino e annuncia che è arrivato il sarto in carrozza.
L'equipaggio di costui spaventa Casteldoro: - Ma io avrò, dice fra sé, abiti ricchi e tutti si rallegreranno con me; converrà nominare il sarto che li ha fatti.
- Compare il sarto, Casteldoro fa l'ordinazione di quattro abiti di panno con ricami sfarzosissimi, ma posti in maniera da poterli staccare; e propone al sarto di restituirglieli nello spazio di otto giorni, pagando la somma convenuta.
L'artigiano che si muove in carrozza sdegna la meschina proposta, onde l'avaro manda a chiamare il suo sartuccio ordinario, e così termina il primo atto.
Il secondo atto è cominciato da Eleonora e Dorimene, che è riuscita ad allontanare per poco la figlia dalla madre per interrogarla sulla sua inclinazione.
La giovane tergiversa, ma Dorimene la circuisce con tale destrezza che Eleonora è forzata a confessare di avere il cuore già occupato.
Giunge Araminta, la quale si lagna di sua figlia ch'è divenuta insopportabile per la malinconia, la rimprovera e le dà precetti sul matrimonio.
Ecco il signor di Casteldoro con uno scrignetto in mano, seguito da un mercante di gioie; apre lo scrigno, mostra ad Araminta i diamanti che ha intenzione di acquistare, e le chiede consiglio.
Ella se ne intende assai, avendo mercanteggiato anche in questo genere.
Li trova bellissimi, stupendamente assortiti, ma giudica che il prezzo eccessivo, e consiglia di non fare la pazzia di comprarli.
Il signor di Casteldoro parla sottovoce al gioielliere e lo prega di affidargli i diamanti per qualche giorno; il gioielliere acconsente e se ne va.
Casteldoro presenta a Eleonora lo scrignetto, essa lo ricusa; Araminta non può astenersi dal condannare la prodigalità del futuro genero; ma siccome i diamanti son già comprati, persuade la figlia ad accettare il dono del futuro sposo.
Regalati i diamanti, Casteldoro prega Eleonora di comparire con i medesimi al sontuoso pranzo di quel giorno.
Araminta trova ridicola l'ostentazione, mentre l'uomo fastoso la trova necessaria per comparire a un pranzo di trenta persone.
Questa sontuosità irrita maggiormente la futura suocera, perché crede di aver a fare con un dissipatore, ed è in timore per sua figlia.
Ecco nuovamente Frontino, che consegna al padrone una lettera.
È scritta dal marchese di Courbois, che sta per giungere a Parigi in compagnia del visconte suo figlio e gli chiede un invito a cena.
Egli gradirebbe sommamente che il marchese si trovasse al suo banchetto, e prova dispiacere che arrivi di sera.
Partecipa alle dame l'arrivo del marchese e di suo figlio, e questi appunto è il giovine amante di Eleonora.
Ella si turba, e parte con Dorimene; Araminta la segue e torna un momento dopo.
Ecco una scena che forse al lettore non dispiacerà di veder recata per intiero.
ARAMINTA E CASTELDORO
ARA.
Niente, niente, grazie al cielo spero che non sia niente.
CON.
Ho piacere che la signorina stia bene, ma conviene aver cura della sua salute.
Ho mandato ad avvertire i convitati, e li ho pregati per questa sera.
ARA.
E avrete trenta persone a cena?
CON.
Così spero, signora.
ARA.
Permettete ch'io parli a cuore aperto, e vi dica tutto quello che penso.
CON.
Anzi mi fate un piacere grandissimo.
ARA.
Non è una follia manifesta dar da pranzo e cena a trenta persone, delle quali venti almeno si burleranno di voi?
CON.
Si burleranno di me?
ARA.
Sì, senza dubbio.
Non crediate che sia avara, grazie al cielo non ho questo difetto; ma non posso soffrire che si getti il denaro male a proposito.
CON.
Ma, signora mia, in un giorno come questo, in una tal circostanza...
ARA.
Sono vostri parenti quelli che avete invitati?
CON.
No, signora.
Avremo nobili, letterati, persone togate: una compagnia scelta, tutte persone distinte di merito.
ARA.
Male, malissimo: vanità, ostentazione, follia.
Amico, voi non conoscete il valore del denaro.
CON.
Io non conosco il valor del danaro? (meravigliato)
ARA.
No, non lo conoscete.
Vostra sorella mi ha fatto credere che eravate economo, e io l'ho creduto.
Se avessi saputo la verità, non avrei accordato mia figlia a un uomo che getta il suo denaro come fate voi.
CON.
Voi credete ch'io getti il mio denaro?
ARA.
Oh! Me ne sono accorta quando ho saputo che avevate speso una somma considerevole per comprare un titolo che non rende che vanità, e nessun beneficio reale.
CON.
Come! Non vedete voi con piacere che il titolo e il rango da me acquistato imprimeranno un carattere rispettabile al sangue di vostra figlia?
ARA.
Tutto al contrario.
Vi avrei dato mia figlia più volentieri quando eravate il signor Anselmo Colombani, commerciante, piuttosto che adesso che siete divenuto il conte di Casteldoro, gentiluomo novello.
CON.
Ma, signora mia....
ARA.
I vostri vecchi hanno accumulato e voi distruggete.
CON.
Distruggo? Io? Voi siete in errore, voi non mi conoscete.
ARA.
Sì, sì, vi conosco.
Scommetto che, senza avere alcuna cognizione di diamanti e senza consigliarvi con chi potrebbe istruirvi, sarete solennemente gabbato dal gioielliere.
CON.
Oh circa quei diamanti...
ARA.
Oh! circa quei diamanti.
So quel che volete dirmi.
Sono destinati per l'ornamento della contessa di Casteldoro.
E che cos'é la signora contessa di Casteldoro? Mia figlia, signore, è stata allevata bene, comodamente, ma modestamente.
Noi abbiamo sempre accordato tutto e con abbondanza alla convenienza, alla decenza, e niente al fasto, niente alla vanità.
L'ornamento di mia figlia è sempre stata la modestia, l'obbedienza, il rispetto, e son certa ch'ella non si scorderà mai l'educazione ch'io ho procurato di darle.
CON.
Ma signora...
(un poco alterato).
ARA.
(con calore).
Ma, padron mio...
(raddolcendosi un poco).
Vi domando scusa.
Mi riscaldo un po' troppo forse, ma vi vedo ingolfato in un eccesso di spese che mi fan tremare.
Si tratta di mia figlia; le do centomila scudi di dote.
CON.
(in un tono un po' alto).
Non ho io fondi bastanti per assicurarla?
ARA.
Sì, sì, fondi.
I fondi si mangiano.
Voi principalmente che avete la vanità di esser grande, magnifico, generoso.
CON.
Ma vi replico, madama, che non mi conoscete.
ARA.
Eh! Se foste differente da quel che siete, avevo in mente di proporvi il più bel progetto del mondo.
Grazie al cielo, ho venticinquemila lire di rendita per me sola.
Mi sarei accomodata con voi; avrei vissuto con mia figliuola, e avremmo fatto di due famiglie una sola famiglia; ma con un uomo come voi, il ciel me ne guardi!
CON.
(da sé.) (Mi farebbe dar la testa nelle muraglie.) Ascoltatemi di grazia (ad Araminta).
Voi mi prendete in isbaglio.
Vi sono pochi al mondo che conoscano l'economia come io la conosco, e voi vedrete e toccherete con mano...
(piano e con ansietà).
ARA.
Non vedrò niente.
Voi vorreste darmi ad intendere una cosa per l'altra, ma non ci riuscite.
Circa a mia figlia...
L'ho promessa...
le parlerò...
vedremo...
ma non fate alcun capitale sopra di me.
Non vorrei, per tutto l'oro del mondo, aver a fare con un uomo che ha le mani forate, che spende a rotta di collo, come voi fate (parte).
CON.
Non avrei mai creduto di dover passare per prodigo (parte).
Fine dell'atto secondo.
Vedremo il resto nel seguente capitolo.
CAPITOLO XXI.
Seguito del capitolo precedente.
ATTO III.
Frontino annuncia al padrone un autore di poco credito, Giacinto.
Questi entra, e dopo aver parlato di una sua commedia respinta dai comici, si vanta di aver fatto la genealogia del signor di Casteldoro, della famiglia di Colombier, che egli fa discendere da Cristoforo Colombo.
L'idea non dispiace all'uomo fastoso, onde anche l'autore è pregato di rimanere a cena; ma siccome si tratta di sborsar denaro, l'autore è rimandato bruscamente.
Uscito Giacinto, la Fleur, servitore del marchese di Courbois, annuncia l'arrivo dei suoi padroni.
Padre e figlio fan conto di stare in casa del signor di Casteldoro, e mandano dalla zia la signorina Courbois, che è con loro.
Ma non è troppo contento Casteldoro che gli si chieda ospitalità con tanta franchezza; non lo dimostra però, ed esce per aver nuove della salute dalla futura sposa.
Rimangono in scena Frontino e la Fleur, e ognuno fa il quadro del carattere del proprio padrone.
Quello di la Fleur è ridicolo; parla in un modo particolare, non termina mai le frasi: ne dice solo metà, e il resto bisogna indovinarlo; ha poi frequenti intercalari, come - bene, bene, benissimo - che caccia dappertutto.
La casa non è ricca, ma il servizio non è grave anzi vi si sta benissimo.
Frontino si lagna sommamente del suo stato: il padrone è avaro.
La Fleur avrebbe delle occasioni molto buone per meglio allogarlo, ma considerato il tempo che serve Casteldoro, lo crede affezionato al suo padrone.
- È vero, ho per lui molta affezione, risponde Frontino; ma non per questo voglio essere uno schiavo in catene.
Il colloquio è interrotto dal marchese e dal visconte, che ambedue chiedono del padrone di casa; mentre lo si va a cercare, i due ospiti rendono palese il motivo del loro viaggio.
Il visconte ama Eleonora, e il marchese avrebbe una grande consolazione se potesse effettuarsi questo matrimonio.
Casteldoro è loro amico, onde sperano entrambi di poter giungere all'intento per suo mezzo.
Entra frattanto Casteldoro.
Dopo le solite cerimonie prega il visconte di recarsi a far visita a sua sorella, e parla delle due forestiere senza nominarle, e senza sapere come stiano le cose fra il giovane visconte e la signorina.
Il marchese resta solo con Casteldoro.
Riporto la scena che segue fra loro, per far meglio conoscere il carattere del marchese.
Il CONTE e il MARCHESE.
MAR.
Orsù, giacché siamo...
(guardando intorno.) Avete tempo?
CON.
Sono agli ordini vostri, signor marchese.
MAR.
Siete mio amico.
CON.
Quest'è un titolo di cui mi onoro.
MAR.
Bene, bene, benissimo.
CON.
(È ridicolo qualche volta.)
MAR.
Vorrei dunque pregarvi....
ma....
amico, liberamente, francamente....
CON.
(Scommetto che è venuto per domandarmi denaro in prestito.)
MAR.
Voi conoscete la mia casa.
CON.
Sicuramente.
MAR.
Ho due figlioli e conviene ch'io pensi....
la figlia è ancora...: bene, bene, benissimo...
ma il cavaliere...
è in un'età ...
mi capite?
CON.
Comprendo press'a poco, signore, che voi pensate seriamente a collocare la vostra famiglia, e vi lodo moltissimo.
Ma a proposito di collocamento, mi credo anch'io in dovere di parteciparvi il mio prossimo matrimonio.
MAR.
Ah, ah! siete disposto anche voi ancora....
bene.
Bene, benissimo.
CON.
Oggi si deve sottoscrivere il contratto, e mi reputo fortunato che il signor marchese mi faccia l'onore....
MAR.
A meraviglia.
Ma...
nel medesimo tempo...
se voi voleste farmi il piacere...
CON.
Se sapeste, signor marchese, quanto ho dovuto spendere in questa occasione!...
non si finisce mai.
Sono...
in verità...
sono esausto affatto.
MAR.
Bene, bene, benissimo.
CON.
Male, male, malissimo.
NAR.
Ascoltate.
Voi siete amico della signora Araminta.
CON.
Sì, signore.
Oh! ella, per esempio, è una donna ricca.
Ella potrebbe esser al caso vostro.
MAR.
Sì, così è...
precisamente per questo....
Se voi voleste parlare alla signora Araminta....
ma senza....
come si chiama sua figlia?
CON.
Signorina Eleonora.
MAR.
Ah, sì, signorina Eleonora.
CON.
(Eh che uomo singolare! Convien capirlo per discrezione.) Parlerò segretamente alla signora Araminta.
MAR.
Ma bisognerebbe che ciò fosse fatto in maniera....
Voi mi capite.
COM.
Vi metterò tutta la premura possibile, e mi lusingo che acconsentirà al vostro desiderio, purché abbia le sue sicurezze.
MAR.
Cospetto!...
s'ella mi dà...
io non ho..
io non sono...
ma...
i miei beni.
CON.
Quanto vorreste signor marchese?
MAR.
Mi hanno detto che....
centomila scudi, mi pare.
Non chiedo di più.
CON.
(Centomila scudi!) Il prestito è troppo forte.
Non so se la signora Araminta vorrà acconsentire.
MAR.
Quando le parlerete? Perché quando ho una cosa in testa...
detto fatto...
Sono così di natura.
CON.
Oggi le parlerò assolutamente.
MAR.
E vi lusingate che ella voglia...
bene, bene, benissimo.
CON.
Credo che se la signora Araminta si trova in stato di soddisfare il vostro desiderio, lo farà volentieri, prima per me, che son vicino a diventare suo genero.
MAR.
(con sorpresa) Come...
che....
voi?...
CON.
Sì, signore, quella che devo sposare è sua figlia.
MAR.
Ah! questa sì....
da quando?...
È ben vero....
È possibile?
CON.
Ma donde viene, signor marchese, questo eccesso di meraviglia? Avete qualcosa da obiettare al mio matrimonio?
MAR.
Non dico...
ma mio figlio...
con qual fondamento?...
(Oh, che sciocchezza!)
CON.
La signora Araminta destina, è vero, centomila scudi di dote a sua figlia; ma credete voi che per questo non avrà denaro da prestarvi?
MAR.
(ancor più meravigliato) A prestarmi? A me? A prestarmi?
SCENA X.
Il CAVALIERE, e detti.
CAV.
(ritorna dalla porta da cui era uscito.
Accenna coll'azione la sorpresa e ilrammarico.
Passa dietro al conte, senza farsi vedere, e fa cenno al marchese di non parlare.)
CON.
(al marchese) Se volete, le parlerò.
MAR.
(al cavaliere in maniera che il Conte crede che parli con lui) Sì, sì, ho capito.
CAV.
(entra nell'appartamento).
CON.
Dirò dunque alla signora Araminta....
MAR.
No, no.
Non crediate che...
no, vi dico, no.
CON.
Sì o no? signore, non vi capisco.
MAR.
Prestarmi!...
a me?...
come?...
Io sono, è vero....
ma non sono poi....
bene, bene, benissimo.
Non sono poi....
CON.
Signore, vi chiedo scusa.
Ho degli affari.
Devo uscir di casa.
Ecco là il vostro appartamento.
(Non vi è in tutto il mondo un uomo ridicolo come questo.) (parte).
MAR.
Al diavolo....
non sa quel che dice (entra nell'appartamento).
Fine dell'atto terzo.
Nella prima scena dell'atto quarto il visconte si lagna dell'impegno contratto da Eleonora, e nella terza Casteldoro si lagna delle cattive maniere usategli dalla futura sposa e dalla madre, onde gli vien desiderio di sciogliersi.
Ha veduto la signorina di Courbois e ne è rimasto incantato, prova solo dispiacere per i centomila scudi della signora Araminta.
Qui ha luogo una scena tra il marchese e Casteldoro.
nella quale l'avaro fastoso fa pompa delle sue ricchezze e si vanta di aver regalato alla sua sposa centomila franchi di diamanti.
Il marchese resta sbalordito, e parte ripetendo più volte: - Centomila franchi, in diamanti! bene, bene, benissimo.
Casteldoro peraltro nutre la speranza di poter sposare la signorina di Courbois senza perdere i centomila scudi della signora Araminta; rende intesa di tutto la sorella, ed ecco le sue idee.
- Farò in modo, egli dice, che la signora Araminta conceda al visconte la figlia unitamente ai centomila scudi, e che il marchese conceda a me sua figlia con la stessa somma; in questo modo il padre appaga le brame del figlio, e la signora la figlia senza levarsi nulla di tasca, e tutti restano contenti.
-
Dorimene, che aveva a cuore il fratello non meno che il bene dell'amica, desidera vivamente che questo disegno, quantunque strano, riesca.
Ma ecco Eleonora e il visconte; la scena tra loro è piacevolissima, ma viene interrotta dalla signora Araminta, col pretesto ch'ella vada a parlare colla modista che l'aspetta.
Eleonora esce con Dorimene.
Restata sola col visconte, Araminta gli parla colla solita franchezza: ella conosce la sua inclinazione per Eleonora e ha molta stima per lui; gli darebbe con piacere la figlia, giacché l'impegno con Casteldoro non sarebbe d'impedimento.
La difficoltà è che gli affari della casa di Courbois sono in pessimo stato, ed è già noto il loro dissesto.
Il visconte vede che ella ha ragione.
Confessa che quando suo padre gli cedesse la direzione di tutti gli affari, spererebbe di assestarli in modo da proseguire poi senza ostacolo la sua via nel servizio, che per mancanza di mezzi si vede in procinto di abbandonare.
Araminta rimane commossa dalla condizione del giovane, di cui conosce il merito e la probità.
- Voi dunque, dice, non siete in grado di ammogliarvi.
Rimanete libero, e lasciate pure che mia figlia segua il suo destino; quando vi possano riuscir gradite le prove dalla mia sincera amicizia, vi offro di buon cuore la somma che vi occorre per comprare un decoroso posto nel reggimento, né altre garanzie vi domando che la vostra parola d'onore.
-
Commosso il visconte risponde: - E se morissi, signora? - Ebbene, se moriste, risponde Araminta, avrei perduto il mio danaro, ma non il piacere di aver favorito un uomo dabbene.
- Dopo ciò vanno insieme a casa di Dorimene; il visconte intanto chiama La Fleur perché avvisi il padre, nel caso che chieda di lui.
Ecco il marchese; ordina la carrozza ed è in furia contro il cocchiere.
La Fleur lo difende dicendogli che quello di Casteldoro gli ha negato la paglia per i cavalli; il marchese non può crederlo.
- No, Casteldoro non è avaro.
- La Fleur sostiene il contrario, e racconta al padrone ciò che Frontino gli ha comunicato in confidenza.
Il marchese rammenta i centomila franchi in diamanti; La Fleur scopre il mistero dei diamanti presi in prestito.
- Come! esclama il marchese; un avaro nascosto, un uomo falso! Egli è...
così va bene...
l'uomo il più meschino del mondo.
Mia figlia?...
No, egli non avrà...
Centomila franchi in diamanti, e niente paglia? -
Nel quinto atto, facendosi notte, Casteldoro fa accendere le lumiere e i candelabri.
Frontino chiama La Fleur per farsi aiutare.
Egli acconsente, sperando di passarsela bene.
Frontino però non gli promette gran cose.
Almeno una bottiglia di vino, dice La Fleur; ma l'altro risponde che neppur questa è sicura: - Il mio padrone ha sempre in tasca pallottole di carta, e ne cava fuori una ogni volta che compare in tavola una bottiglia; di modo che alla fine del pranzo sa quante se ne son portate ed è difficilissimo trafugarne.
-
Ma ecco nuovamente Casteldoro in aria furiosa e brusca, perché tutti lo disprezzano, perché vien respinto da ogni parte.
Manda via La Fleur e ordina a Frontino di spegnere tutti i lumi.
Frontino obbedisce con rincrescimento, e Casteldoro spegne da sé col fazzoletto l'ultimo lume; restano al buio.
Egli vuole uscire, ma sentendo gente che entra, si nasconde.
È questi La Fleur, meravigliato di veder spenti tutti i lumi.
Incontra Frontino, si riconoscono, cominciano di nuovo a chiacchierare.
Casteldoro è testimone di quel che si dice di lui, e ciò somministra materia a parecchie scene comiche, i cui particolari riuscirebbero troppo prolissi; eccone una.
Il MARCHESE, poi ARAMINTA
MAR.
È vero, è vero...
senza un grano di biada!
ARA.
Sì, sì, andrò nel suo gabinetto...
(parlando verso la scena da cui viene) Oh! riverisco il signor marchese.
MAR.
Servitore.
Come va?...
Si sta bene?
ARA.
Ai vostri comandi.
E voi, signore?
MAR.
Io...
bene, bene, benissimo...
desideravo per l'appunto...
mio figlio vi avrà parlato.
ARA.
Vostro figlio, madama Dorimene e mia figlia non hanno fatto che stordirmi, tormentarmi...
sono così stanca che non ne posso più.
MAR.
Voi dite dunque, madama...
ma...
voi mi conoscete...
Io non ho..
è vero, ma...
i miei beni, le mie terre...
il bosco.
Il marchesato, sette fontane, contea costa, bassa contea, campo verde, baronia...
bene, bene, benissimo...
due milioni, madama.
ARA.
A che servono i vostri milioni? Il mio povero marito con niente ha fatto milioni, e voi con i milioni non avete niente.
Il punto è che mio marito non perdeva di vista i propri interessi, e aveva una moglie che sapeva dirigere la famiglia.
Ma per voi, signor marchese, sia detto fra noi, tutto è in disordine in casa vostra.
MAR.
È vero che la marchesa, buona memoria...
era un po' troppo portata...
e la povera donna sempre perdeva.
Io...
non ho altro piacere...
ho questa passione...
ho bravi cani...
ho caccie superbe...
ma...
mio figlio, bene, bene, benissimo...
oh! mio figlio è un ragazzo...
che un giorno..
un giorno...
i nostri feudi, le nostre terre.
ARA.
Eh! se i beni vostri, se le vostre terre fossero nelle mie mani, questo giorno non tarderebbe ad arrivare.
MAR.
Bene, bene, benissimo...
prendete...
fate...
Io mi abbandono a voi...
oh, di buon cuore!
ARA.
Credete, signor marchese, che una donna della mia sorte sia fatta per essere l'agente di un privato? (con un poco di alterezza).
MAR.
No...
non dico questo...
voi siete ancora...
e io...
non sono così vecchio che...
mi capite.
ARA.
Voi scherzate, signor marchese.
MAR.
Io?...
oh! quando dico...
bene, bene, benissimo.
ARA.
Non ho alcuna idea di maritarmi; ma se mai dovessi fare la corbelleria, io non fo caso ai titoli, ma ai fondi e ai capitali.
MAR.
Tutto, tutto...
se voi voleste...
non ci sareste che voi...
padrona di tutto...
Carta bianca, madama, carta bianca: bene, bene, benissimo.
Carta bianca.
ARA.
Carta bianca?
MAR.
Assoluta.
Sopraggiunge il visconte, viene informato e aggiunge le sue alle preghiere del padre, perché Araminta s'incarichi della direzione dei loro affari in qualità di signora marchesa di Courbois.
Ciò nonostante ella è indecisa; ma, gettatasi ai suoi piedi Eleonora, si determina ad accettare.
Frattanto Dorimene intende ciò che accade, è lieta del bene di Eleonora, ma le dispiace che il matrimonio sia fatto senza renderne consapevole suo fratello.
- Egli avrebbe avuto mia figlia, - dice la signora Araminta, - se non fosse stato così fastoso.
- E io gli avrei dato la mia, - dice il marchese, - se non fosse così avaro.
Nel tempo di questo diverbio, entra l'Avaro fastoso.
Informato di tutto, prende il suo partito.
La cena è pronta e non conviene perderla.
I commensali si trovan già tutti insieme, e non vuole che si burlino di lui; onde, fattili passare, annuncia loro che l'oggetto per cui li ha invitati è di festeggiare il matrimonio del visconte di Courbois.
Essi però non si lascian così facilmente ingannare: i servitori hanno già parlato, i difetti e i vizi del signor Casteldoro sono palesi; egli è aborrito per la sua avarizia, non meno che disprezzato per il suo fasto e orgoglio.
CAPITOLO XXII.
Seguito dei due capitoli precedenti.
- Aneddoti riguardanti L'Avaro fastoso.
La persona cui feci vedere prima d'ogni altro la mia composizione, quando la credetti in stato di poter comparire in pubblico, fu il signor Préville, a cui appunto avevo destinato la parte del marchese.
Gradivo di sapere il suo sentimento riguardo a questo personaggio e al complesso della commedia.
A me parve contento dell'uno e dell'altra.
Gli feci osservare la difficoltà di sostenere al naturale la parte: - Conosco, mi rispose, un così bel carattere in natura.
- In conseguenza dell'incoraggimento di questo attore stimabile, feci fare la lettura della mia commedia all'assemblea del Teatro francese, la quale ebbe voti pro e contro; insomma, venne accettata salvo correzione.
Io non ero assuefatto a questa sorta di accoglienza; ciò nonostante dissi a me stesso: non mostriamo orgoglio né ostinazione.
Indi, ripreso sott'occhio il mio scritto, tolgo qualcosa, ne aggiungo qualche altra, correggo, pulisco, lo rendo migliore, se ne fa una seconda lettura, è bene accolta e viene inclusa nel repertorio per la villeggiatura di Fontainebleau.
Doveva appunto esser recitata fra le prime al teatro della corte.
Ma che! il signor Préville si ammala lo stesso giorno dell'arrivo, ed è obbligato a stare in letto per un mese, né migliora che verso la fine della villeggiatura; ed ecco L'Avaro fastoso destinato pel giorno antecedente alla partenza del re.
Allora tutti i ministri, i forestieri, gl'impiegati erano già partiti; oltre a ciò i comici erano affaticati, e non avevano gran voglia d'imparare, e ancor meno di provare.
Conoscendo dunque la condizione critica in cui si trovava la mia commedia, chiedo rispettosamente di sospenderne l'esecuzione; ma siccome nel repertorio non ve ne erano altre, mi si fece credere indispensabile il rappresentarla.
Vo dunque alla recita e mi metto nel solito posto del teatro, cioè dietro alla tenda.
Vi era in platea sì poca gente che non poteva in alcun modo ritrovarsi il buono o cattivo effetto della composizione; insomma, ella terminò senza alcun segno di approvazione né disapprovazione.
Torno a casa senza veder nessuno: tutti erano occupati a fare i loro fagotti.
Io pure faccio i miei; tutti partono, parto anch'io.
Ebbi tutto il tempo di fare per strada le mie considerazioni.
La freddezza glaciale con cui era stata ascoltata la commedia poteva benissimo derivare, sia dalla scarsità degli spettatori, come dal momento in cui fu rappresentata; ma conobbi che anche qualche attore si era ingannato nell'esecuzione della sua parte.
La signora Drouin, attrice eccellente per le parti caricate, rappresentò quella di Araminta da nobile matrona; ma è tutta mia la colpa: si rammenti il lettore quella scena nella quale la signora Araminta, alla presenza del visconte, compie quel grand'atto di generosità; ebbene, fondandosi su questo, l'attrice si figurò che la sua parte dovesse esser grave e sostenuta.
L'onoratezza, la beneficenza e la generosità possono trovarsi in tutti i ceti egualmente.
Una commerciante che fa una bell'azione lascia ella per questo di essere una rivendugliola? La signora Araminta ne fa una proporzionata alle sue facoltà, ma non lascia per questo di essere una madre austera e un'amica petulante.
La sua parte dunque poteva essere importante per incidenza, e comica per carattere.
Il signor Bellecour recitò l'Avaro fastoso quasi all'eroica, sostenendo le scene di fasto a meraviglia, ed essendo impacciatissimo in quelle d'avarizia.
Qui pure la colpa è mia: avrei dovuto assegnare questa parte a un attore capace di rappresentare i personaggi gravi e le parti caricate.
Riguardo al signor Préville non ho per verità nulla a dire, poiché la sua parte era di una difficoltà straordinaria, né aveva avuto tempo di rendersi familiari tutte quelle espressioni tronche, che esigevano un'infinita destrezza, per far comprendere ciò che l'attore non finiva di pronunziare.
Lo sbaglio fu tutto mio: poiché dovevo fare le mie rimostranze, e ricorrere alle mie protezioni, affinchè la mia commedia non fosse rappresentata a Fointanebleau.
Insomma, ricapitolando le inavvertenze da me commesse, giunto appena a Parigi scrissi ai comici e ritirai la mia composizione.
Gli amici erano impazienti di vedere sul teatro di Parigi L'Avare fastueux, e a loro dispiacque molto la notizia che l'avevo ritirato.
Mi rimproveravano, erano meco in collera, mi tormentavano perché ne permettessi la rappresentazione; e per incoraggirmi dicevano che molte composizioni, cadute nella prima rappresentazione, erano poi salite in credito.
Non avevan forse torto, e io di buon animo avrei secondato i loro consigli e appagati i loro desideri, se i comici avessero dimostrato la determinazione di tornare a recitarla; ma forse ne erano scontenti quanto me.
La composizione era nata sotto una cattiva stella; bisognava temerne le sinistre influenze, bisognava condannarla all'oblio, e il mio rigore andò tant'oltre che arrivai perfino a negarla a parecchie persone, che me la chiedevano per leggere soltanto.
Peraltro non fu possibile opporsi alla richiesta d'uno dei più gran signori del regno, le cui preghiere sono comandi.
Recatomi a fargli omaggio della mia commedia, una rispettabile signora s'incaricò della lettura, che adempì con la grazia e facilità, che a lei erano tanto naturali; ma alla prima entrata del marchese fu stupita della singolarità della parte di cui non era avvisata.
Allora il signor *** afferrò l'originale, e lesse egli stesso la scena come tutte le altre riguardanti il personaggio, con speditezza, facilità e precisione tali, che si sarebbe preso assolutamente per autore della commedia.
Confesso che non seppi in quel momento por freno né alla gioia né all'ammirazione.
Terminata la lettura, tutti parvero contenti: ma era quello il soggiorno della bontà e della garbatezza, e non potevo incontrarvi che buone grazie.
CAPITOLO XXIII.
Matrimonio del conte d'Artois fratello del re.
- Arrivo a Parigi del cavalier Giovanni Mocenigo, nuovo ambasciatore di Venezia.
- Suo felice negoziato per la soppressione del diritto fiscale sull'eredità dei non nazionali.
- Mie attenzioni per gl'Italiani.
- Nuova edizione del Metastasio.
- Incisori italiani che vi si sono resi chiari.
Nel novembre 1773 fu celebrato a Versailles il matrimonio del conte d'Artois, fratello di Luigi XVI, con Maria Teresa di Savoia, figlia del re di Sardegna e sorella di Madama.
Le feste ordinate per tale occasione furono eseguite con la solita pompa e magnificenza.
Quando la stagione fu contraria agli spettacoli campestri del parco, altrettanto riuscirono splendidi gli appartamenti per le diverse sale da ballo e da gioco, come pure per la quantità di forestieri accorsi da ogni parte per ritrovarsi a queste nozze e passar l'inverno a Parigi.
Circa a quel tempo il cavalier Giovanni Mocenigo venne in qualità d'ambasciatore di Venezia, per subentrare al cavalier Sebastiano Mocenigo suo fratello, che terminava i quattro anni di ambasceria.
Il nuovo ministro della Repubblica era appunto uno dei miei antichi protettori; avevo infatti ricevuto da lui prove di benevolenza, essendosi compiaciuto di alloggiarmi nella sua casa per molto tempo con tutta la mia famiglia.
Egli inoltre, unitamente ai Balbi, Querini, Valier, Berengan e Barbarigo, protesse la mia prima edizione di Firenze, facilitandone l'introduzione a Venezia ad onta della crudele e ostinata guerra che mi facevano i librai.
Ma ecco qui una nova e più significante conferma della sua bontà a mio riguardo.
Nell'occorrenza del matrimonio con la nipote del doge Loredan, ebbe la degnazione di scrivermi il seguente biglietto: "Il serenissimo doge mi ha permesso d'invitare alle mie nozze alcuni dei miei amici.
Voi siete in questo numero: vi prego dunque d'intervenire, che vi sarà la vostra posata." Non mancai.
Vi era una tavola di cento persone nella sala chiamata dei Banchetti, e un'altra di ventiquattro alla quale il nipote del doge faceva gli onori di casa.
Io ero appunto a quest'ultima.
Al secondo servito lasciammo tutti il nostro posto e andammo nella gran sala, a fare il giro di quell'immenso convito, fermandoci or dietro gli uni or dietro gli altri.
Io specialmente godetti tutte le gentilezze che si profondevano a un autore che aveva la sorte di piacere.
Il cavalier Giovanni Mocenigo, durante il corso dell'ambasciata, rese alla sua nazione un importante servigio.
Trattò con la corte di Francia l'estinzione reciproca del diritto di fisco sui beni ereditari dei non nazionali, e vi riuscì.
La notizia di tal successo fu per me di soddisfazione grandissima, e quantunque non ci avessi molto interesse, non ritrovandomi nulla da lasciare dopo morte ai miei eredi, godevo assai per quei Veneziani che hanno affari in Francia.
Ho sempre riguardato i miei compatrioti amichevolmente, ed essi in casa mia sono sempre stati i benvenuti.
Mi son trovato, è vero, più di una volta ingannato, ma i cattivi non mi hanno mai potuto privare del pacere di rendermi utile; e spero che nessun Italiano sia partito malcontento di me.
Soddisfattissimo del mio soggiorno in Francia, amo molto conversare di tempo in tempo con la gente della mia nazione, o con Francesi che posseggano la lingua italiana.
Il luogo dove più frequentemente ne incontro è la casa della signora Boccage.
Non vi è infatti forestiero ragguardevole per qualità o per meriti che, arrivato a Parigi, non procuri di fare la corte a questa rispettabilissima dama.
In casa appunto della signora feci una scoperta della maggior importanza e piacevolissima per me.
Un giorno che dovevo pranzarvi, la signora contessa Bianchetti, nipote della signora Boccage, mi presenta una signora che avrei dovuto conoscere, ma che in veruna maniera riconoscevo, e restai meravigliato sentendomi salutare in ottimo veneziano da questa stessa persona, che fino allora aveva parlato perfettamente il francese.
Era la moglie del signor de La Borde, amministratore generale dei regi beni e sorella del signor Le Blond, che successe al padre nel consolato di Francia a Venezia.
Avevo conosciuto questa signora nella sua prima gioventù, ed era la minore di tre sorelle chiamate le tre bellezze di Venezia.
Dopo il dialetto toscano e veneziano, quello che mi diverte più d'ogni altro è il genovese.
Iddio (dicono gl'Italiani) nell'assegnare a ciascuna nazione il suo linguaggio, dimenticò i Genovesi; essi dunque ne composero uno a loro capriccio, che risente ancora la confusione delle lingue della torre di Babele.
Questo linguaggio è quello di mia moglie; io lo capisco e lo parlo abbastanza bene.
Avevo avuto occasione altre volte di parlare frequentemente con un Genovese mio amico, allontanatosi da Parigi per alcuni suoi affari; se ho perduto il piacere di trattenermi con lui, mi è restato quello di pranzare spesso da sua moglie.
Frequenta la casa di lei una brigata graziosissima.
Il signor Valmont de Bomare, il naturalista, che non ricusa di istruire e di divertire nel tempo stesso i commensali, quando lo si interroga intorno alle sue vaste cognizioni.
Il signor Coqueley de Chaussepierre, avvocato al parlamento, che adorna col suo brio i ragionamenti seri e i galanti.
V'intervengono pure altre amabili e rispettabili persone.
A tavola si ragiona, si passano in rassegna le notizie del giorno, si parla di spettacoli, di recenti scoperte, di proposte, di avvenimenti.
Ognuno dice il suo parere e, se mai insorge qualche discussione, la padrona di casa, piena di cognizioni e discernimento, prende le parti della riconciliazione.
Se le mie Memorie hanno la sorte di valicare i mari, il mio amico *** vedrà che non mi sono scordato di lui; altro in sostanza non fo che render giustizia alla verità, nulla essendovi di più caro per me dell'opportunità di parlare degli amici che amo e amerò costantemente, siano essi Italiani o Francesi.
La nazione francese oggidì mi è cara al pari della mia, ed è un gran piacere per me quando incontro Francesi che parlano l'italiano.
Ne rammenterò alcuni, che, per quanto valgo a giudicarne, lo parlano e lo scrivono meglio degli altri.
La signora Pothouin, vedova da poco tempo del signor Pothouin, avvocato al parlamento di Parigi, è donna amabile non meno che rispettabile per il brio e l'ingegno, quanto era il consorte per la scienza e l'integrità.
Sebbene non sia mai stata in Italia e abbia cominciato lo studio della lingua italiana molto tardi, né lo abbia continuato che per due soli anni, la signora Pothouin è certamente in grado di sostenere con gl'Italiani qualunque lungo colloquio, valendosi dei migliori vocaboli, dei modi più usati, delle frasi meglio composte.
Anche il signor presidente Tachar aggiunge alle sue vastissime cognizioni e al gusto della letteratura francese, quello della lingua e letteratura italiana.
Quando occupava l'importantissima e laboriosa carica di soprintendente all'Isole del Vento in America, trovava tempo per scrivermi, e la nostra corrispondenza era sempre in italiano.
In quel tempo non era, a dir vero, troppo sicuro nel dialetto toscano, ma sbagliava di rado.
Dopo il suo ritorno d'America fece un viaggio in Italia, compiuto il quale non parve più in tutti i suoi discorsi e lettere un Francese imitatore degl'Italiani, ma uno che appartenesse alle due nazioni in ugual modo.
La signora baronessa de Bordic ha molto gusto e facilità per la lingua italiana.
Ebbi l'onore di vederla e fare la sua conoscenza a Parigi, ove ella si rese per qualche tempo la delizia di quanti la frequentavano: era stimata per le sue qualità, ammirata per l'ingegno, affettuosamente amata e gradita per la dolcezza dei suoi versi; insomma era adorata.
La signora de Bordic si trova ora a Nimes, e io tuttora mi dolgo della privazione della sua compagnia.
Ma la sua corrispondenza me ne dà qualche compenso, e le lettere di cui mi onora di tempo in tempo provano lo studio ch'ella fa della nostra lingua e dei nostri autori.
Il signor Cousin, avvocato del re nel baliaggio di Caux, è parimente un gran dilettante di lingua italiana: io non ho mai avuto l'onore di vederlo, ma egli mi ha fatto quello di scrivermi da Dieppe ove dimora, sempre in italiano e qualche volta anche nel dialetto veneziano.
La letteratura italiana è molto gustata in Francia; i nostri libri vi son bene accolti, benissimo pagati, e le biblioteche di Parigi ne sono riccamente fornite.
Il fu signor Floncel ne aveva una di sedici mila volumi, tutti quanti in lingua italiana, e il signor Molini, libraio italiano in questa capitale, ne fa un commercio considerevole.
La quantità degli esemplari delle mie commedie spacciate in questo paese è prodigiosa, e la premura con cui si è ora aperta la soscrizione della nuova edizione dell'Opere del Metastasio è anche maggiore.
Questa stupenda edizione, condotta ed eseguita dalla diligente cura del signor Pezzana, è ornata di tutte le grazie dell'arte tipografica.
Essa è bella, ma è anche cara; due cose, che mai non vanno disgiunte.
Vi sono rami preziosissimi, e vi si ammira fra l'altre cose un Polifemo del Bartolozzi, e in parecchie stampe l'eccellenza del disegno e del bulino del signor Martini.
È questi uno dei migliori allievi del signor Le Bas, parmigiano, uomo onestissimo, savissimo e sommamente istruito, artista che fa onore all'Italia.
Presentemente trovasi a Parigi, dove ha stabilito la sua dimora come me, e ha fatto benissimo.
CAPITOLO XXIV.
Morte di Luigi XV.
- Incoronazione di Luigi XVI.
- Nascita del duca di Angoulême.
- Malattia delle principesse di Francia.
- Loro convalescenza a Choisy.
- Matrimonio della principessa Clotilde, sorella del re.
- Servigi da me prestati a lei e alla principessa Elisabetta.
- Nuovi benefici del re a mio riguardo.
Alla gioia che il matrimonio tra i principi aveva diffuso per tutto il regno successe la più cupa tristezza.
Cadde malato Luigi XV, e presto si palesò in lui il vaiolo del genere più maligno e complicato.
Questo sovrano, benché fosse molto vigoroso e ben conformato, dovette soccombere alla violenza di questo flagello dell'umanità.
Quale afflizione per la Francia, che gli aveva conferito il titolo di bien-aimé, qual desolazione per la famiglia che lo adorava, qual perdita per i suoi antichi servi, affezionati a lui più per sentimento che per dovere.
Egli era il più clemente tra i re, il padre più tenero, il padrone più dolce che vi fosse mai stato.
Eccellenti erano le doti del suo cuore e felicissime quelle della mente.
Ma tergete pure una volta, Francesi, le vostre lacrime.
La Provvidenza vi diede un successore le cui virtù formeranno la vostra felicità.
Voi avete sempre avuto costume di qualificare parecchi dei vostri re con titoli e nomi eternati poi dalla posterità; quale sarà pertanto l'epiteto che ora sceglierete per Luigi XVI? La bontà, la giustizia, la clemenza, la beneficenza sono doveri assoluti per tutti quelli che Dio ha destinato a governare gli uomini.
È dunque necessario che la scelta del titolo che può convenirgli sia dedotta dalle sue qualità personali.
I suoi costumi, la condotta, lo zelo per il bene pubblico, la pace e perfetta calma d'Europa, la sua religione, la moderazione, la probità che esige, l'esempio che ne dà: eccovi virtù rare, essenziali, di gran lunga più utili allo Stato che non l'amore della conquista; ecco sorgenti inesauribili di lode, ecco monumenti sacri all'immortalità.
All'età di trentatré anni non può la pubblica voce determinare gli onori e i titoli dovuti al carattere di un sovrano che aspira alla gloria di meritarli; ma io sono ormai troppo vecchio per attendere la scelta, onde me ne anticipo il contento nominandolo in cuore Luigi il Saggio.
Ahimè! quante vicende avvengono mai all'umanità! Sono ora costretto a ricordare un nuovo soggetto di spavento e di dolore.
Le tre figlie di Luigi XV, che mai aveano lasciato il letto dell'augusto loro genitore in tutto il corso della malattia, furono assalite dai medesimi sintomi e corsero lo stesso pericolo.
Queste principesse destavano troppa simpatia per non tener tutti in inquietudine riguardo al loro stato di salute; ma Dio ce le preservò, strappando dalle fauci della morte questo esempio eroico di amor filiale.
A Choisy passarono il tempo della convalescenza; e siccome non meno degli altri avevo sofferto in quella terribile occasione, andai col loro seguito a respirare io pure l'aria salubre di quel luogo delizioso.
Un giorno, trovandomi a pranzo dalle principesse e dame di compagnia, alla cui tavola non vi era altr'uomo che il principe di Condé, madama Adelaide mi fece l'onore di nominarmi a questo principe del sangue, che subito ebbe la degnazione di guardarmi con bontà.
Mi accostai rispettosamente, mi parlò del Burbero benefico.
Mi era già noto che egli stesso l'aveva recitato a Chantilly, e che aveva a meraviglia sostenuto la parte di Geronte, onde mi valsi dell'occasione per tributargli congratulazioni e ringraziamenti.
Ritornato a Parigi, intesi parlare del matrimonio proposto tra la principessa Clotilde, sorella del re di Francia, e il principe di Piemonte, erede presuntivo della corona di Sardegna.
Questa novità essendo per me importantissima, andai a Versailles per esserne meglio informato; la proposta era vera, ma se ne faceva mistero, e solo sette mesi avanti la celebrazione del matrimonio ebbi ordine di portarmi dalla principessa per darle qualche istruzione nella lingua italiana.
Obbedii: ma che poteva ella imparare in sette mesi? Ben mi guardai di farle percorrere la via consueta.
Essa conoscendo benissimo la grammatica francese, non le proposi altro da imparare che i verbi ausiliari della grammatica italiana.
La facevo legger molto, e le osservazioni e brevi digressioni che opportunamente frammischiavo alla lettura, valevano a mio parere più della lunga e noiosa litania delle regole e delle scolastiche difficoltà.
Le mie letture tendevano anche a uno scopo più importante, che era di farle conoscere gli autori classici italiani per i loro nomi, alcuni aneddoti e i titoli delle loro opere, procurando di erudirla nel tempo stesso intorno ai costumi d'Italia.
La principessa, sommamente docile e compiacente, era dotata di una portentosa facilità a imparare e di una memoria felicissima.
Le davo lezione ogni giorno, ed essa faceva progressi mirabili, benché le nostre conferenze fossero spesso interrotte da gioiellieri, orefici, pittori e mercanti.
Entravo talvolta nel suo quartiere per esser testimone della scelta delle stoffe, del prezzo delle gioie, della somiglianza dei ritratti.
Tuttavia m'ingegnavo di trar profitto anche da questi inconvenienti, facendole ripetere in italiano i nomi delle cose vedute, che erano state contrattate per lei e indi comprate o respinte.
Avemmo altre distrazioni: un viaggio a Reims per la consacrazione del re e la nascita del duca d'Angoulême.
Questo principe, figlio del conte d'Artois, essendo il primo frutto di tre matrimoni dei principi di Francia, importava molto allo Stato: infatti le dimostrazioni di gioia corrisposero al contento del pubblico.
Malgrado tutte queste interruzioni, la mia augusta scolara sapeva mettere così utilmente a profitto il suo tempo, che pronunziava l'italiano assai bene e lo leggeva ancor meglio; era senza dubbio in grado di leggere e intendere gli epitalami che i poeti piemontesi dovevano già averle destinato.
Il suo matrimonio fu celebrato per procura verso il fine del mese d'agosto del 1775 nella cappella di Versailles; nella quale occasione vi furono feste splendide e spettacoli magnifici.
La principessa partì adorata e pianta.
Tutti quelli che l'avevano servita e le erano stati vicini ebbero dimostrazioni della sua bontà; né deve sembrare cosa straordinaria se in questa gran folla passasse in dimenticanza qualcuno; la disgrazia fu che questa dimenticanza andò appunto a cadere sopra di me.
Riguardo ai miei servigi e spese non avevo domandato nulla, e nulla avevo ricevuto; ma nella persuasione che non avrei perduto nulla, me ne stavo tranquillo, né ardivo far parola.
Varie persone che s'adopravano per me, impazientite dal mio silenzio, non perdettero tempo per sapere a qual partito dovessi attenermi: avevano più coraggio di me, e la loro mediazione mi fu utilissima.
Si credeva a corte che la mia pensione di tremilaseicento franchi mi obbligasse al servizio di tutta la famiglia reale, ignorando essere questa una ricompensa largitami per avere insegnato l'italiano alle principesse; onde gl'incaricati alle spese riguardanti la principessa di Piemonte furono convinti che dovessi essere remunerato; ma siccome gli affari che appartenevano a questa signora erano terminati, fui perciò obbligato ad aspettare.
Dovevo essere nuovamente impiegato dalla principessa Elisabetta, altra sorella del re, alla quale occasione dovevo serbare le mie domande.
Attesi dunque lungo tempo, stando sempre nel mio quartiere a Versailles.
Finalmente giunse il giorno che ebbi ordine di recarmi da madama Elisabetta.
Questa giovane vivace, allegra, amabile, era in età più adatta al divertimento che alle occupazioni.
Ritrovatomi qualche volta presente alle sue lezioni di lingua latina, mi ero accorto che aveva molte disposizione per imparare, ma le rincresceva approfondire le difficoltà spinose.
Seguii all'incirca il metodo adottato per la principessa di Piemonte, né la tormentai con declinazioni e coniugazioni che le avrebbero recato fastidio.
Essa voleva fare della sua occupazione un divertimento: onde procurai che le mie lezioni fossero dilettevoli trattenimenti.
Si leggevano spesso le mie commedie; e nelle scene a due personaggi ne facevano lettura la principessa e la sua dama d'onore, traducendo ognuna la sua parte; se erano a tre, vi suppliva la dama di conversazione; e se ve ne erano di più, traducevo io tutte le altre.
Questo esercizio era utile e piacevole; ma si può sperare che la gioventù si diverta per lungo tempo di una cosa medesima? Passammo dalla prosa ai versi: e Metastasio tenne occupata la mia augusta scolara per qualche tempo.
Mi davo ogni cura per accontentarla, ed essa lo meritava; questo era il servizio più dolce e piacevole del mondo.
Ma io invecchiavo, e l'aria di Versailles non mi era favorevole; i venti che vi dominano e soffiano quasi perpetuamente assalivano i miei nervi, risvegliavano le antiche malinconie e mi cagionavano palpitazioni di cuore; sicchè fui costretto ad abbandonare la Corte e ritirarmi in Parigi, dove respirai un'aria meno pungente e più confacente al mio temperamento.
Mio nipote, benchè impiegato nel dipartimento della guerra, poteva benissimo prendere il mio posto; egli lo aveva già occupato con le principesse, ed ero sicuro di tutto il favore di madama Elisabetta.
Era questo il momento