PAMELA NUBILE, di Carlo Goldoni - pagina 2
...
.
Come?
BON.
Fatele sapere ch'io le voglio bene.
JEV.
La governatrice vien rimunerata col titolo di mezzana?
BON.
Non posso vivere senza Pamela.
JEV.
La volete sposare?
BON.
No.
JEV.
Ma dunque cosa volete da lei?
BON.
Che mi ami, come io l'amo.
JEV.
E come l'amate?
BON.
Orsù, trovate Pamela.
Ditele che l'amo, che voglio essere amato.
Fra un'ora al più v'attendo colla risposta.
(parte)
JEV.
Fra un'ora al più? Sì, queste sono cose da farsi così su due piedi! Ma che farò? Parlerò a Pamela? Le parlerò in favor di Milord; o per animarla ad esser savia e dabbene? Se disgusto il padrone, io perdo la mia fortuna; se lo secondo, faccio un'opera poco onesta.
Ci penserò; troverò forse la via di mezzo, e salverò, potendo, l'onore dell'una, senza irritare la passione dell'altro.
(parte)
SCENA V
Pamela sola.
Oh caro anello! Oh quanto mi saresti più caro, se dato non mi ti avesse il padrone! Ma se a me dato non lo avesse il padrone, non mi sarebbe sì caro.
Egli acquista prezzo più dalla mano che me lo porse, che dal valor della gioja.
Ma se chi me l'ha dato è padrone, ed io sono una povera serva, a che pro lo riceverò? Amo che me l'abbia dato il padrone, ma non vorrei ch'egli fosse padrone.
Oh fosse egli un servo come io sono, o foss'io una dama, com'egli è cavaliere! Che mai mi converrebbe meglio desiderare? In lui la viltà, o in me la grandezza? Se lui desidero vile, commetto un'ingiustizia al suo merito; se bramo in me la grandezza, cado nel peccato dell'ambizione.
Ma non lo bramerei per la vanità del grado.
So io il perchè, lo so io...
Ma sciocca che sono! Mi perdo a coltivare immagini più stravaganti dei sogni.
Penso a cose che mi farebbero estremamente arrossire, se si sapessero i miei pensieri.
Sento gente.
Sarà madama Jevre.
SCENA VI
Bonfil dalla porta comune, e detta.
PAM.
(Oimè! Ecco il padrone.)
BON.
(Sono impaziente.) Pamela, avete veduto madama Jevre?
PAM.
Da che vi lasciai, non l'ho veduta.
BON.
Doveva parlarvi.
PAM.
Sono pochi momenti che da voi, signore, mi licenziai.
BON.
Dite che siete da me fuggita.
Mi scordai di dirvi una cosa importante.
PAM.
Signore, permettetemi che io chiami madama Jevre.
BON.
Non c'è bisogno di lei.
PAM.
Ah signore! Che volete che dica il mondo?
BON.
Non può il padrone trattare colla cameriera di casa?
PAM.
In casa vostra non istò bene.
BON.
Perchè?
PAM.
Perchè non avete dama, a cui io abbia a servire.
BON.
Senti, Pamela, miledi Daure mia sorella vorrebbe che tu andassi al suo servizio.
V'anderesti tu di buona voglia?
PAM.
Signore, voi potete disporre di me.
BON.
Voglio sapere la tua volontà.
PAM.
Si contenterà ella della poca mia abilità? Miledi è delicata, ed io sono avvezza a servire una padrona indulgente.
BON.
Per quel ch'io sento, non ci anderesti contenta.
PAM.
(Convien risolvere).
Sì signore, vi anderò contentissima.
BON.
Ed io non voglio che tu ti allontani dalla mia casa.
PAM.
Ma per qual causa?
BON.
Mia madre ti ha lasciata in custodia mia.
PAM.
Se vado con una vostra sorella, non perdo l'avvantaggio della vostra protezione.
BON.
Mia sorella è una pazza.
PAM.
Perchè dunque, perdonatemi, me l'avete proposta?
BON.
Per sentir ciò che mi rispondevi.
PAM.
Potevate esser sicuro che avrei detto di sì.
BON.
Ed io mi lusingava che mi dicessi di no.
PAM.
Per qual ragione, signore?
BON.
Perchè sai ch'io ti amo.
PAM.
Se questo è vero, signore, andrò più presto a servire vostra sorella.
BON.
Crudele, avresti cuore di abbandonarmi?
PAM.
Voi parlate in una maniera che mi fa arrossire e tremare.
BON.
Pamela, dammi la tua bella mano.
PAM.
Non l'avrete più certamente.
BON.
Ardirai contradirmi?
PAM.
Ardirò tutto, pel mio decoro.
BON.
Son tuo padrone.
PAM.
Sì, padrone, ma non di rendermi sventurata.
BON.
Meno repliche: dammi la mano.
PAM.
(chiama forte) Madama Jevre?
BON.
Chetati.
PAM.
M'accheterò, se partite.
BON.
Impertinente! (s'avvia verso la porta comune)
PAM.
Lode al cielo, egli parte.
BON.
(chiude la porta, e torna da Pamela)
PAM.
(da sè) (Cielo, ajutami.)
BON.
Chi son io, disgraziata? Un demonio che ti spaventa?
PAM.
Siete peggio assai di un demonio, se m'insidiate l'onore.
BON.
Via, Pamela, dammi la mano.
PAM.
No certamente.
BON.
La prenderò tuo malgrado.
PAM.
Solleverò i domestici colle mie strida.
BON.
Tieni, Pamela, eccoti cinquanta ghinee, fanne quello che vuoi.
PAM.
La mia onestà vale più che tutto l'oro del mondo.
BON.
Prendile, dico.
PAM.
Non fia mai vero.
BON.
Prendile, fraschetta, prendile; che, giuro al cielo, mi sentirai bestemmiare.
PAM.
Le prenderò con un patto, che mi lasciate dire alcune parole senza interrompermi.
BON.
Sì, parla.
PAM.
Mi lascerete voi dire?
BON.
Te lo prometto.
PAM.
Giuratelo.
BON.
Da cavaliere.
PAM.
Vi credo; prendo le cinquanta ghinee, e sentite ciò che sono costretta a dirvi.
BON.
(Dica ciò che sa dire.
Ella è nelle mie mani.)
PAM.
Signore, io sono una povera serva, voi siete il mio padrone.
Voi cavaliere, io nata sono una misera donna; ma due cose eguali abbiam noi, e sono queste la ragione e l'onore.
Voi non mi darete ad intendere d'aver alcuna autorità sopra l'onor mio; poichè la ragione m'insegna esser questo un tesoro indipendente da chi che sia.
Il sangue nobile è un accidente della fortuna; le azioni nobili caratterizzano il grande.
Che volete, signore, che dica il mondo di voi, se vi abbassate cotanto con una serva? Sostenete voi in questa guisa il decoro della nobiltà? Meritate voi quel rispetto che esige la vostra nascita? Parlereste voi forse col linguaggio degli uomini scapestrati? Direste coi discoli: l'uomo non disonora se stesso disonorando una povera donna? Tutte le male azioni disonorano un cavaliere e non può darsi azion più nera, più indegna oltre quella di insidiare l'onore di una fanciulla.
Che cosa le potete voi dare in compenso del suo decoro? Denaro? Ah vilissimo prezzo per un inestimabil tesoro! Che massime indegne di voi! Che minacce indegne di me! Tenete il vostro denaro, denaro infame, denaro indegno, che vi lusingava esser da me anteposto all'onore.
(pone la borsa sul tavolino) Signore, il mio discorso eccede la brevità, ma non eccede la mia ragione.
Tutto è poco quel che io dico e quel che dir posso, in confronto della delicatezza dell'onor mio; che però preparatevi a vedermi morire, prima che io ceda ad una minima ombra di disonore.
Ma, oh Dio! parmi che le mie parole facciano qualche impressione sul vostro bellissimo cuore.
Finalmente siete un cavaliere ben nato, gentile ed onesto: e malgrado l'accecamento della vostra passione, avete poi a comprendere ch'io penso più giustamente di voi; e forse forse vi arrossirete di aver sì malamente pensato di me, e godrete ch'io abbia favellato sì francamente con voi.
Milord, ho detto.
Vi ringrazio che mi abbiate sì esattamente mantenuta la vostra parola.
Ciò mi fa sperare che abbiate, in virtù forse delle mie ragioni, cambiato di sentimento.
Lo voglia il cielo, ed io lo prego di cuore.
Queste massime delle quali ho parlato, questi sentimenti coi quali mi reggo e vivo, sono frutti principalmente della dolcissima disciplina della vostra genitrice defunta; ed è forse opera della bell'anima che mi ascolta, il rimorso del vostro cuore, il riscuotimento della vostra virtù, la difesa della mia preziosa onestà.
(si avvia verso la porta della sua camera)
BON.
(resta sospeso senza parlare)
PAM.
(Cielo; ajutami.
Se posso uscire, felice me.) (apre ed esce)
BON.
(resta ancora sospeso, poi si pone a passeggiare senza dir nulla; indi siede pensieroso.)
SCENA VII
Jevre e detto.
JEV.
Signore.
BON.
(alterato) Andate via.
JEV.
È qui, signore...
BON.
Levatemivi dagli occhi.
(come sopra)
JEV.
Vado.
(va per partire) (La luna è torbida.)
BON.
(chiama) Ehi?
JEV.
(da lontano) Signore!
BON.
Venite qui.
JEV.
Eccomi.
BON.
Dov'è andata Pamela?
JEV.
Parmi che sinora sia stata qui.
BON.
Sì; inutilmente.
JEV.
E che cosa vi ho da far io?
BON.
Cercatela: voglio sapere dov'è.
JEV.
La cercherò, ma è qui Miledi vostra sorella.
BON.
Vada al diavolo.
JEV.
Non la volete ricevere?
BON.
No.
JEV.
Ma cosa le ho da dire?
BON.
Che vada al diavolo.
JEV.
Sì sì, già ella e il diavolo credo che si conoscano.
BON.
Ah Jevre, Jevre, trovatemi la mia Pamela.
JEV.
Pamela è troppo onesta per voi.
BON.
Ah! che Pamela è la più bella creatura di questo mondo.
JEV.
Lasciatela stare, povera ragazza, lasciatela stare.
BON.
Trovatemi la mia Pamela, la voglio.
JEV.
Vi dico ch'è onesta, che morirà piuttosto...
BON.
Io non le voglio far verun male.
JEV.
Ma! la volete sposare?
BON.
Che tu sia maledetta.
La voglio vedere.
JEV.
(in atto di partire, senza parlare)
BON.
Dove vai? Dove vai?
JEV.
Da poco in qua siete diventato un diavolo ancora voi.
BON.
Ah Jevre, fatemi venire Pamela.
JEV.
In verità, che mi fate pietà.
BON.
Sì, sono in uno stato da far pietà.
JEV.
Io vi consiglierei a fare una cosa buona.
BON.
Sì, cara mia, ditemi, a che mi consigliereste?
JEV.
A far che Pamela andasse a star con vostra sorella.
BON.
Diavolo, portati questa indegna! Vattene, o che ti uccido.
JEV.
(Corda, corda.) (fugge via)
BON.
Maledetta! maledetta! Vent'anni di servizio l'hanno resa temeraria a tal segno.
(smania alquanto, poi s'acquieta) Ma Jevre non dice male.
Quest'amore non è per me.
Sposarla? Non mi conviene.
Oltraggiarla? Non è giustizia.
Che farò dunque? Che mai farò? (siede pensoso, e si appoggia al tavolino)
SCENA VIII
Miledi Daure e detto.
MIL.
Milord, perchè non mi volete ricevere?
BON.
Se sapete che non vi voglio ricevere, perchè siete venuta?
MIL.
Parmi che una sorella possa prendersi questa libertà.
BON.
Bene, sedete, se vi aggrada.
MIL.
Ho da parlarvi.
BON.
Lasciatemi pensare, mi parlerete poi.
MIL.
(Siede) (Mio fratello ha il cuore oppresso.
Assolutamente Pamela lo ha innamorato.
Se mai sognar mi potessi, che costei avesse a recar disonore alla casa, la vorrei strozzare colle mie mani.
Convien rimediarci assolutamente.) Milord.
BON.
Non ho volontà di parlare.
MIL.
(da sè) (Voglio prenderlo colle buone.)
SCENA IX
Monsieur Villiome e detti.
VIL.
(entra senza parlare, s'accosta al tavolino; presenta due lettere a Milord.
Egli le legge, e le sottoscrive, Villiome le riprende, e vuol partire)
MIL.
(a Villiome) Segretario?
VIL.
Miledi?
MIL.
Che cosa sono quei fogli?
VIL.
(parte) Perdonate, i segretarj non parlano.
MIL.
(Sarà meglio che io me ne vada.
A pranzo gli parlerò.) (si alza) Milord, addio.
BON.
Che volevate voi dirmi?
MIL.
È giunto in Londra il cavalier mio nipote.
BON.
Sì? me ne rallegro.
MIL.
Fra poco verrà a visitarvi.
BON.
Lo vedrò volentieri.
MIL.
Il giro d'Europa l'ha reso disinvolto e brillante.
BON.
Ammirerò i suoi profitti.
MIL.
(Parmi alquanto rasserenato.
Voglio arrischiarmi a parlar di Pamela.) Ditemi, fratello amatissimo, vi siete ancora determinato a concedermi per cameriera Pamela? Che dite? Avete delle difficoltà? Pamela è una buona fanciulla; nostra madre l'amava, ed io ne terrò conto egualmente.
Voi non ne avete bisogno.
Una giovine come lei non istà bene in casa con un padrone che non ha moglie.
Piuttosto quando sarete ammogliato, se vi premerà, ve la darò volentieri.
Che ne dite, Milord? Siete contento? Pamela verrà a star meco?
BON.
Sì.
Pamela verrà a stare con voi.
MIL.
Posso dunque andarla a sollecitare, perchè si disponga a venir meco?
BON.
Sì, andate.
MIL.
(Vado subito, prima ch'egli si penta.) (da sè, e parte)
BON.
Questo sforzo è necessario alla nobiltà del mio sangue! Ah! che mi sento morire.
Cara Pamela, e sarà vero che non ti veda più meco? (pensa un poco, e poi chiama) Ehi?
SCENA X
Isacco e detto.
ISAC.
(entra e s'inchina, senza parlare)
BON.
Il maggiordomo.
ISAC.
(con una riverenza parte)
BON.
Non v'è altro rimedio.
Per istaccarmi costei dal cuore, me n'anderò.
SCENA XI
Monsieur Longman e detto.
LON.
Signore?
BON.
Voglio andare alla contea di Lincoln.
LON.
Farò provvedere.
BON.
Voi verrete meco.
LON.
Come comandate.
BON.
Verranno Gionata e Isacco.
LON.
Sì, signore.
BON.
Dite a madama Jevre che venga ella pure.
LON.
Verrà anche Pamela?
BON.
No.
LON.
Poverina! Resterà qui sola?
BON.
Ah buon vecchio, vi ho capito.
Pamela non vi dispiace.
LON.
(da sè) (Ah, se non avessi questi capelli canuti!)
BON.
Pamela se n'anderà.
LON.
Dove?
BON.
Con Miledi mia sorella.
LON.
Povera sventurata!
BON.
Perchè sventurata?
LON.
Miledi Daure? Ah! Sapete chi è.
BON.
Ma che ne dite? Pamela non è gentile?
LON.
È carina, carina.
BON.
È una bellezza particolare.
LON.
Ah, se non fossi sì vecchio...
BON.
Andate.
LON.
Signore, non la sagrificate con Miledi.
BON.
(alterato) Andate.
LON.
Vado.
BON.
Preparate.
LON.
Sì signore.
(parte)
SCENA XII
Milord Bonfil, poi Isacco.
BON.
Tutti amano Pamela, ed io non la dovrò amare? Ma il mio grado...
Che grado? Sarò nato nobile, perchè la nobiltà mi abbia a rendere sventurato? Pamela val più d'un regno, e se fossi un re, amerei Pamela più della mia corona.
Ma l'amo tanto, ed ho cuor di lasciarla? Mi priverò della cosa più preziosa di questa terra? La cederò a mia sorella? Partirò per non più vederla? (resta un poco sospeso, e poi dice:) No, no; giuro al cielo, no, no.
Non sarà mai.
ISAC.
Signore.
BON.
Cosa vuoi?
ISAC.
Vi è milord Artur.
BON.
(sta un pezzo senza rispondere, poi dice): Venga.
(Isacco parte) Non sarà mai, non sarà mai.
SCENA XIII
Milord Artur e detto, poi Isacco.
ART.
Milord!
BON.
(si alza e lo saluta) Sedete.
ART.
Perdonate, se io vengo a recarvi incomodo.
BON.
Voi mi onorate.
ART.
Non vorrei aver troncato il corso dei vostri pensieri.
BON.
No, amico.
In questo punto bramava anzi una distrazione.
ART.
Vi farò un discorso, che probabilmente sarà molto distante dal pensiero che vi occupava.
BON.
Vi sentirò volentieri.
Beviamo il tè.
Ehi.
ISAC.
Signore?
BON.
Porta il tè.
(Isacco vuol partire) Ehi, porta il rak.
(Isacco via) Lo beveremo col rak.
ART.
Ottima bevanda per lo stomaco.
BON.
Che avete a dirmi?
ART.
I vostri amici, che vi amano, bramerebbono di vedervi assicurata la successione.
BON.
Per compiacerli mi converrà prender moglie?
ART.
Sì, Milord.
La vostra famiglia è sempre stata lo splendore di Londra, il decoro del Parlamento.
Gli anni passano.
Non riserbate alla sposa l'età men bella.
Chi tardi si marita non vede sì facilmente l'avanzamento de' suoi figliuoli.
BON.
Finora sono stato nemico del matrimonio.
ART.
Ed ora come pensate?
BON.
Sono agitato da più pensieri.
ART.
Due partiti vi sarebbero opportuni per voi.
Una figlia di milord Pakum, una nipote di milord Rainmur.
BON.
Per qual ragione le giudicate per me?
ART.
Sono ambe ricchissime.
BON.
La ricchezza non è il mio nume.
ART.
Il sangue loro è purissimo.
BON.
Ah, questa è una grande prerogativa! Caro amico, giacchè avete la bontà d'interessarvi per me, non vi stancate di parlar meco.
ART.
In questa sorta di affari le parole non si risparmiano.
BON.
Ditemi sinceramente: credete voi che un uomo nato nobile, volendo prender moglie, sia in necessità di sposare una Dama?
ART.
Non dico già che necessariamente ciascun debba farlo; ma tutte le buone regole insegnano, che così deve farsi.
BON.
E queste regole non sono soggette a veruna eccezione?
ART.
Sì, non vi è regola che non patisca eccezione.
BON.
Suggeritemi in qual caso, in qual circostanza, sia permesso all'uomo nobile sposare una che non sia nobile.
ART.
Quando il cavaliere sia nobile, ma di poche fortune, e la donna ignobile sia molto ricca.
BON.
Cambiar la nobiltà col denaro? È un mercanteggiare con troppa viltà.
ART.
Quando il cavaliere onorato ha qualche obbligazione verso la men nobile onesta.
BON.
Chi prende moglie per obbligo, è soggetto a pentirsi.
ART.
Quando un cavaliere privato può facilitarsi la sua fortuna, sposando la figlia d'un gran ministro.
BON.
Non si deve sagrificare la nobiltà ad una incerta fortuna.
ART.
Quando il cavaliere fosse acceso delle bellezze d'una giovine onesta...
BON.
Ah Milord, dunque l'uomo nobile può sposar per affetto una donna che non sia nobile?
ART.
Sì, lo può fare, ed abbiam varj esempi di chi l'ha fatto, ma non sarebbe prudenza il farlo.
BON.
Non sarebbe prudenza il farlo? Ditemi: in che consiste la prudenza dell'uomo?
ART.
Nel vivere onestamente, nell'osservare le leggi: nel mantenere il proprio decoro.
BON.
Nel vivere onestamente, nell'osservare le leggi, nel mantenere il proprio decoro.
Se un cavaliere sposa una figlia di bassa estrazione, ma di costumi nobili, savj e onorati, offende egli l'onestà?
ART.
No, certamente.
L'onestà conservasi in tutti i gradi.
BON.
Favoritemi: con tal matrimonio manca egli all'osservanza di alcuna legge?
ART.
Sopra ciò si potrebbe discorrere.
BON.
Manca alla legge della natura?
ART.
No, certamente.
La natura è madre comune, ed ama ella indistintamente i suoi figli, e della loro unione indistintamente è contenta.
BON.
Manca alle leggi del buon costume?
ART.
No, perchè anzi deve essere libero il matrimonio, e non si può vietarlo fra due persone oneste che si amano.
BON.
Manca forse alle leggi del Foro?
ART.
Molto meno.
Non v'è legge scritta, che osti ad un tal matrimonio.
BON.
Dunque su qual fondamento potrebbe raggirarsi il discorso, per formare obbietto alla libertà di farlo, senza opporsi alla legge?
ART.
Sul fondamento della comune opinione.
BON.
Che intendete voi per questa comune opinione?
ART.
Il modo di pensare degli uomini.
BON.
Gli uomini per lo più pensano diversamente.
Per uniformarsi all'opinione degli uomini, converrebbe variar pensiero con quanti si ha occasione di trattare.
Da ciò ne proverrebbe la volubilità, l'incostanza, l'infedeltà, cose peggiori molto all'osservanza della propria opinione.
ART.
Amico, voi dite bene, ma convien fare dei sacrifizj per mantenere il proprio decoro.
BON.
Mantenere il proprio decoro? Questi è il terzo articolo da voi propostomi dell'umana prudenza.
Vi supplico.
Un cavaliere che sposa una povera onesta, offende egli il proprio decoro?
ART.
Pregiudica alla nobiltà del suo sangue.
BON.
Spiegatevi.
Come può un matrimonio cambiar il sangue nelle vene del cavaliere?
ART.
Ciò non potrei asserire.
BON.
Dunque qual è quel sangue a cui si pregiudica?
ART.
Quello che si tramanda nei figli.
BON.
Ah, mi avete mortalmente ferito.
ART.
Milord, parlatemi con vera amicizia, sareste voi veramente nel caso?
BON.
Caro amico, i figli che nascessero da un tal matrimonio, non sarebbero nobili?
ART.
Lo sarebbero dal lato del padre.
BON.
Ma non è il padre, non è l'uomo quello che forma la nobiltà?
ART.
Amico, vi riscaldate sì fortemente, che mi fate sospettare sia la questione fatta unicamente per voi.
BON.
(si ammutolisce)
ART.
Deh, apritemi il vostro cuore; svelatemi la verità e studierò di darvi quei consigli che crederò opportuni, per porre in quiete l'animo vostro.
BON.
(da sè) (Vada Pamela con Miledi.)
ART.
Molte ragioni si dicono in astratto sopra le massime generali, le quali poi variamente si adattano alle circostanze de' casi.
La nobiltà ha più gradi; al di sotto della nobiltà vi sono parecchi ordini, i quali forse non sarebbero da disprezzarsi.
Mi lusingo che a nozze vili non sappian tendere le vostre mire.
BON.
(da sè) (Anderò alla contea di Lincoln.)
ART.
Se mai qualche beltà lusinghiera tentasse macchiare colla viltà delle impure sue fiamme la purezza del vostro sangue...
BON.
(con isdegno) Io non amo una beltà lusinghiera.
ART.
(si alza) Milord, a rivederci.
BON.
Aspettate, beviamo il tè.
Ehi?
SCENA XIV
Isacco e detti.
ISAC.
Signore.
BON.
Non t'ho io ordinato il tè?
ISAC.
Il credenziere non l'ha preparato.
BON.
Bestia, il tè, bestia! Il rak, animalaccio, il rak.
ISAC.
Ma signore...
BON.
Non mi rispondere, che ti rompo il capo.
(Isacco parte, e poi ritorna)
ART.
(Milord è agitato.)
BON.
Sediamo.
ART.
Avete voi veduto il cavaliere Ernold?
BON.
No, ma forse verrà stamane a vedermi.
ART.
Sono cinque anni che viaggia.
Ha fatto tutto il giro dell'Europa.
BON.
Il più bello studio che far possa un uomo nobile, è quello di vedere il mondo.
ART.
Sì, chi non esce dal suo paese, vive pieno di pregiudizj.
BON.
Vi sono di quelli che credono non vi sia altro mondo che la loro patria.
ART.
Col viaggiare i superbi diventano docili.
BON.
Ma qualche volta i pazzi impazziscono più che mai.
ART.
Certamente; il mondo è un bel libro, ma poco serve a chi non sa leggere.
(Isacco, col tè e il rak, varie chicchere, entra e pone tutto sul tavolino.
Bonfil versa il tè, ponendovi lo zucchero, e poi il rak, e ne dà una tazza ad Artur, una ne prende per sè, e bevono)
ISAC.
(a Bonfil) Signore.
BON.
Che c'è?
ISAC.
Milord Coubrech e il cavaliere Ernold vorrebbero riverirvi.
BON.
Passino.
(Isacco parte)
ART.
Vedremo che profitto avrà fatto il nostro viaggiatore.
BON.
Se non avrà acquistata prudenza, avrà approfittato poco.
SCENA XV
Milord Coubrech e Isacco che porta la sedia, poi parte, e detti.
COU.
Milord.
BON.
Milord.
ART.
Amico.
BON.
(a Coubrech) Favorite, bevete con noi.
COU.
Il tè non si rifiuta.
ART.
È bevanda salutare.
BON.
(a Coubrech) Volete rak?
COU.
Sì, rak.
BON.
Ora vi servo.
(gli empie la chicchera, e gliela dà) Dov'è il cavaliere?
COU.
È restato da Miledi sua zia.
Ora viene.
ART.
Com'è riuscito il Cavaliere dopo i suoi viaggi?
COU.
Parla troppo.
BON.
Male.
COU.
È pieno di mondo.
BON.
Di mondo buono, o di mondo cattivo?
COU.
V'ha dell'uno e dell'altro.
BON.
Mescolanza pericolosa.
ART.
Eccolo.
COU.
Vedetelo, come ha l'aria francese.
BON.
L'aria di Parigi non è sempre buona per navigare il canale di Londra.
SCENA XVI
Il Cavaliere Ernold ed Isacco, che accomoda un'altra sedia, e detti.
ERN.
(con aria brillante) Milord Bonfil, milord Artur, cari amici, miei buoni amici, vostro servitor di buon cuore.
BON.
Amico, siate il benvenuto.
Accomodatevi.
ART.
Mi rallegro vedervi ritornato alla patria.
ERN.
Mi ci vedrete per poco.
ART.
Per qual causa?
ERN.
In Londra non ci posso più stare.
Oh bella cosa il viaggiare! Oh dolcissima cosa il variar paese, il variare nazione! Oggi qua, domani là.
Vedere i magnifici trattamenti, le splendide corti, l'abbondanza delle merci, la quantità del popolo, la sontuosità delle fabbriche.
Che volete che io faccia in Londra?
ART.
Londra non è città che ceda il luogo sì facilmente ad un'altra.
ERN.
Eh, perdonatemi, non sapete nulla.
Non avete veduto Parigi, Madrid, Lisbona, Vienna, Roma, Firenze, Milano, Venezia.
Credetemi, non sapete nulla.
BON.
Un viaggiatore prudente non disprezza mai il suo paese.
Cavaliere, volete il tè?
ERN.
Vi ringrazio, ho bevuto la cioccolata.
In Ispagna si beve della cioccolata preziosa.
Anche in Italia quasi comunemente si usa, ma senza vainiglia, o almeno con pochissima, e, sopra ogni altra città, Milano ne porta il vanto.
A Venezia si beve il caffè squisito.
Caffè d'Alessandria vero, e lo fanno a maraviglia.
A Napoli poi conviene cedere la mano per i sorbetti.
Hanno de' sapori squisiti; e quello ch'è rimarcabile per la salute, sono lavorati con la neve, e non col ghiaccio.
Ogni città ha la sua prerogativa, Vienna per i gran trattamenti, e Parigi, oh il mio caro Parigi poi, per la galanteria, per l'amore! Bel conversare senza sospetti! Che bell'amarsi senza larve di gelosia! Sempre feste, sempre giardini, sempre allegrie, passatempi, tripudi.
Oh che bel mondo! Oh che bel mondo! Oh che piacere, che passa tutti i piaceri del mondo!
BON.
(chiama) Ehi?
ISAC.
Signore.
BON.
Porta un bicchiere d'acqua al cavaliere.
ERN.
Perchè mi volete far portare dell'acqua?
BON.
Temo che il parlar troppo v'abbia disseccata la gola.
ERN.
No, no, risparmiatevi questa briga.
Dacchè son partito da Londra, ho imparato a parlare.
BON.
S'impara più facilmente a parlar che a tacere.
ERN.
A parlar bene non s'impara così facilmente.
BON.
Ma chi parla troppo, non può parlar sempre bene.
ERN.
Caro Milord, voi non avete viaggiato.
BON.
E voi mi fate perdere il desio di viaggiare.
ERN.
Perchè?
BON.
Perchè temerei anch'io d'acquistare dei pregiudizj.
ERN.
Pregiudizio rimarcabile è l'ostentazione che alcuni fanno di una serietà rigorosa.
L'uomo deve essere sociabile, ameno.
Il mondo è fatto per chi sa conoscerlo, per chi sa prevalersi de' suoi onesti piaceri.
Che cosa volete fare di questa vostra malinconia? Se vi trovate in conversazione, dite dieci parole in un'ora; se andate a passeggiare, per lo più vi compiacete d'essere soli; se fate all'amore, volete essere intesi senza parlare; se andate al teatro, o
...
[Pagina successiva]