PAMELA NUBILE, di Carlo Goldoni - pagina 9
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Sedati dopo dieci anni i tumulti, e cessate le persecuzioni, calai dall'altezza de' monti, e scesi al colle men aspro e men disastroso, ove, cogli avanzi di alcune poche monete, comprai un pezzo di terra da cui coll'aiuto delle mie braccia raccolgo il vitto per la mia famiglia.
Mandai sino in Iscozia ad offerire alla mia cara moglie la metà del mio pane, ed ella ha preferito un marito povero a' suoi doviziosi parenti ed è venuta a farmi sembrare assai bella la pace del mio ritiro.
Ella dopo due anni diede alla luce una figlia, e questa è la mia adorata Pamela.
Miledi vostra madre, che villeggiava sovente co' suoi congiunti poco lungi da noi, me la chiese in età di dieci anni.
Figuratevi con qual ripugnanza mi lasciai staccare dal seno l'unica cosa che di prezioso abbia al mondo; ma il rimorso di dover allevare una figlia nobile, villanamente nel bosco, m'indusse a farlo; ed ora lo stesso amore che ho per essa, e le belle speranze suggeritemi dalla vostra pietà, m'obbligano a svelare un arcano sinora con tanta gelosia custodito, e che se penetrato fosse anche in oggi dal partito del Re, non mi costerebbe nulla men della vita.
Un unico amico io aveva in Londra, il quale tre mesi sono morì.
Ora in voi unicamente confido; in voi, Milord, che siete cavaliere, e che spero avrete quella pietà per il padre, che mostrate aver per la figlia.
BON.
(chiama) Ehi! (viene Isacco) Di' a Pamela, che venga subito.
Va poscia da miledi Daure, e dille che, se può, mi favorisca di venir qui.
(Isacco parte)
AND.
Signore, voi non mi dite nulla?
BON.
Vi risponderò brevemente.
Il vostro ragionamento mi ha consolato.
Prendo l'impegno di rimettervi in grazia del Re; e la vostra Pamela, e la mia cara Pamela, sarà mia sposa.
AND.
Ah! signore.
Voi mi fate piangere dall'allegrezza.
BON.
Ma quali prove mi darete dell'esser vostro?
AND.
Questa canuta barba dovrebbe meritar qualche fede.
L'esser io vicino a terminare la vita, non dovrebbe far dubitare ch'io volessi morir da impostore.
Ma grazie al cielo ho conservato meco un tesoro, la cui vista mi consolava sovente nella mia povertà.
Ecco in questi fogli di pergamena registrati i miei veri titoli, i miei perduti feudi, le parentele della mia casa, che sempre è stata una delle temute di Scozia; e pur troppo per mia sventura, mentre l'uomo superbo si val talvolta della nobiltà e della fortuna per rovinar se medesimo.
Eccovi oltre ciò due lettere del mio defunto amico Guglielmo Artur, le quali mi lusingavano del perdono, se morte intempestiva non troncava con la sua vita le mie speranze.
BON.
Conoscete voi milord Artur, figlio del fu Guglielmo?
AND.
Lo vidi in età giovanile; bramerei con esso lui favellare.
Chi sa che il di lui padre non m'abbia ad esso raccomandato?
BON.
Milord è cavalier virtuoso; è il mio più fedele amico.
Ma oh Dio! quanto tarda Pamela! Andiamola a ritrovare.
(si alzano)
AND.
Signore, vi raccomando a non espor la mia vita.
Son vecchio, è vero, poco ancor posso vivere, ma non vorrei morire sotto la spada d'un manigoldo.
BON.
In casa mia potete vivere in quiete.
Qui niuno vi conosce, e niuno saprà chi voi siate.
AND.
Ma dovrò vivere sempre rinchiuso? Son avvezzo a godere l'aria spaziosa della campagna.
BON.
Giuro sull'onor mio, tutto farò perchè siate rimesso nella primiera libertà.
AND.
Avete voi tanta forza presso di Sua Maestà?
BON.
So quanto comprometter mi possa della clemenza del Re e dell'amore de' ministri.
Milord Artur s'unirà meco a proteggere la vostra causa.
AND.
Voglia il cielo ch'egli abbia per me quell'amore, con cui il padre suo mi trattava.
BON.
Ma tarda molto Pamela.
Corriamo ad incontrarla.
AND.
Io non posso correre.
BON.
Datemi la mano.
AND.
Oh benedetta la provvidenza del cielo!
BON.
Cara Pamela, ora non fuggirai vergognosetta dalle mie mani.
(parte con Andreuve)
SCENA VII
Pamela da viaggio col cappellino all'inglese, e Jevre.
JEV.
Presto, Pamela, che il padrone vi domanda.
PAM.
Sarà meglio ch'io parta senza vederlo.
JEV.
Avete paura degli occhi suoi?
PAM.
Quando si adira, mi fa tremare.
JEV.
Dunque siete risoluta d'andare?
PAM.
È venuto a posta mio padre.
JEV.
Cara Pamela, non ci vedremo mai più?
PAM.
Per carità, non mi fate piangere.
SCENA VIII
Monsieur Longman e dette.
LON.
(esce guardando se vi è Milord) Pamela.
PAM.
Signore.
LON.
Partite?
PAM.
Parto.
LON.
Quando?
PAM.
Questa sera.
LON.
(sospira) Ah!
PAM.
Pregate il cielo per me.
LON.
Povera Pamela!
PAM.
Vi ricorderete di me?
LON.
Non me ne scorderò mai.
JEV.
Monsieur Longman, le volete bene a Pamela?
LON.
Madama, io l'amo teneramente.
JEV.
Poverina! Prendetela voi per moglie.
PAM.
Ah!
JEV.
Che dite, Pamela? Lo prendereste?
PAM.
Madama, perdonatemi, voi mi dite cose, alle quali non vi posso rispondere.
JEV.
Eppure monsieur Longman...
LON.
Zitto, madama, che se viene il padrone povero me.
JEV.
Mi dispiace non averci pensato prima, ma siamo ancora a tempo.
Pamela, ne parlerò a vostro padre.
Che ne dite, monsieur Longman?
LON.
Ah! madama Jevre, non so che dire.
JEV.
Se Pamela parte, mi porta via il cuore.
LON.
Ed io resto senz'anima.
SCENA IX
Milord Bonfil e detti.
BON.
Pamela?
PAM.
Signore?
LON.
(vuol partire senza dir nulla)
BON.
(a Longman) Dove andate?
LON.
Signore...
BON.
Buon vecchio.
(dolcemente) Pamela vi sta sul cuore?...
LON.
Perdonate.
(parte)
JEV.
(piano a Pamela) (Il padrone mi sembra gioviale.)
PAM.
(piano a Jevre) (Sarà lieto, perchè io parto.
Pazienza.)
BON.
Pamela, io vi ho mandata a chiamare, e voi non siete venuta.
PAM.
Perdonatemi questa nuova colpa.
BON.
Perchè quell'abito così succinto?
PAM.
Adattato al luogo dove io vado.
BON.
Perchè quel cappellino così grazioso?
PAM.
Per ripararmi dal sole.
BON.
Quando si parte?
PAM.
Stasera.
BON.
Non sarebbe meglio partir adesso?
PAM.
(piano a Jevre) (Non mi può più vedere.)
JEV.
(piano a Pamela) (Questa è una gran mutazione.)
BON.
Jevre, preparate l'appartamento per la mia sposa.
JEV.
Per quando, signore?
BON.
Per questa sera.
PAM.
(piano a Jevre) (Ora intendo, perchè ei sollecita la mia partenza.)
JEV.
Un matrimonio fatto sì presto?
BON.
Sì, fate che le stanze siano magnificamente addobbate.
Unite tutte le gioje che sono in casa; e per domani fate che vengano de' mercanti e de' sarti, per dar loro delle commissioni.
PAM.
(da sè) (Io mi sento morire.)
JEV.
Signore, perdonate l'ardire.
Posso io sapere chi sia la sposa?
BON.
Sì, ve lo dirò.
È la contessa d'Auspingh, figlia di un cavaliere scozzese.
PAM.
(da sè, sospirando) (Fortunatissima dama!)
BON.
Che avete, Pamela, che piangete?
PAM.
Piango per l'allegrezza di vedervi contento.
BON.
Ah Jevre, quant'è mai bella la mia contessa!
JEV.
Prego il cielo, che sia altrettanto buona.
BON.
Ella è la stessa bontà.
JEV.
(Povera Pamela! Or ora mi muore qui.)
BON.
Sapete voi com'ella ha nome?
JEV.
Certamente io non lo so.
BON.
Non è ancor tempo che lo sappiate.
(a Jevre) Partite.
JEV.
Signore...
BON.
Partite, vi dico.
PAM.
Madama, aspettatemi.
BON.
Ella parta, e voi restate.
PAM.
Perchè, signore?...
BON.
Non più; (a Jevre) obbeditemi.
JEV.
(da sé) (Pamela mia, il cielo te la mandi buona.) (parte)
SCENA X
Milord Bonfil e Pamela.
PAM.
(Oh Dio!)
BON.
Volete voi sapere il nome della mia sposa?
PAM.
Per obbedirvi, l'ascolterò.
BON.
Ella ha nome...
Pamela.
PAM.
Signore, voi vi prendete spasso crudelmente di me.
BON.
Porgetemi la vostra mano...
(a Pamela)
PAM.
Mi maraviglio di voi.
BON.
Voi siete la mia cara sposa...
PAM.
V'ingannate, se vi lusingate sedurmi.
BON.
Voi siete la contessa d'Auspingh.
PAM.
Ah, troppo lungo è lo scherno.
(va per uscir di camera)
SCENA XI
Andreuve e detti.
AND.
Figlia, dove ten vai?
PAM.
Ah! padre, andiamo subito per carità.
AND.
Dove?
PAM.
Lungi da questa casa.
AND.
Per qual cagione?
PAM.
Il padrone m'insidia.
AND.
Milord?
PAM.
Sì, egli stesso.
AND.
Sai tu chi sia Milord?
PAM.
Sì, lo so, è il mio padrone.
Ma oramai...
AND.
No, Milord è il tuo sposo.
PAM.
Oh Dio! Padre, che dite mai?
AND.
Sì, figlia, ecco l'arcano che svelar ti dovea.
Io sono il conte d'Auspingh, tu sei mia figlia.
Le mie disavventure mi hanno confinato in un bosco, ma non hanno cambiato nelle mie vene quel sangue che a te diede la vita.
PAM.
Oimè! Lo posso credere?
AND.
Credilo all'età mia cadente, credilo a queste lagrime di tenerezza, che m'inondano il petto.
BON.
Pamela, rivolgetevi una volta anche a me.
PAM.
Oh Dio! Che è mai questo nuovo tremore, che mi assale le membra? Ah, che vuol dir questo gelo, che mi circonda le vene? Oimè, come dal gelo si passa al fuoco! Io mi sento ardere, io mi sento morire.
BON.
Via, cara, accomodate l'animo vostro ad una fortuna che per tanti titoli meritate.
PAM.
Signore, vi prego per carità, lasciatemi ritirare per un momento.
Non mi assalite tutt'ad un tratto con tante gioje, ognuna delle quali avrebbe forza di farmi morire.
BON.
Sì, bell'idolo mio, prendete fiato.
Ritiratevi pure nel mio appartamento.
PAM.
Padre, non mi abbandonate.
(parte)
AND.
Eccomi, cara figlia, sono con te.
Signore, permettetemi...
BON.
Sì, consolatela, disponetela a non mirarmi più con timore.
AND.
Eh Milord, farete più voi con due parole, di quello possa far io con cento.
(parte)
BON.
Ah, che la virtù di Pamela dovea farmi avvertito che abietto il di lei sangue non fosse!
SCENA XII
Isacco, poi Milord Artur, e detto.
ISAC.
Signore.
Milord Artur.
(Isacco parte)
BON.
Venga.
Che belle massime! Che nobili sentimenti! Oh me felice! Oh fortunato amor mio! Deh, caro amico, venite a parte delle mie contentezze.
(ad Artur)
ART.
Fate che io le sappia, per potermene rallegrare.
BON.
Fra poco voi mi vedrete sposar Pamela.
ART.
Vi riverisco.
(vuol partire)
BON.
Fermatevi.
ART.
Voi vi prendete spasso di me.
BON.
Ah, caro amico, ascoltatemi.
Io son l'uomo più felice di questa terra.
Ho scoperto un arcano, che m'ha data la vita.
Pamela è figlia d'un cavaliere di Scozia.
ART.
Non vi lasciate adulare dalla passione.
BON.
Non è possibile.
Il padre suo a me si scoprì, ed eccone gli attestati autenticati da due lettere di vostro padre.
(gli fa vedere le carte)
ART.
Come! il conte d'Auspingh?
BON.
Sì, un amico del vostro buon genitore.
Siete forse dei di lui casi informato?
ART.
Tutto mi è noto.
Mio padre faticò tre anni per ottenergli il perdono, e pochi giorni prima della sua morte uscir doveva il favorevol rescritto.
BON.
Oh cieli! Il conte ha ottenuta la grazia?
ART.
Sì, non manca che farne spedire il decreto dal segretario di Stato.
Ciò rilevai da una lettera di mio padre non terminata, ma non potei avvisar il Conte, essendomi ignoto il luogo di sua dimora.
BON.
Ah! questo solo mancava per rendermi pienamente felice.
ART.
Or sì, che giustamente sono eccitato a rallegrarmi con voi.
BON.
Ecco felicitato il mio cuore.
ART.
Ecco premiata la vostra virtù.
BON.
La virtù di Pamela, che ha saputo resistere alle mie tentazioni.
ART.
La virtù vostra, che ha saputo superare le vostre interne passioni; ma ora che siete vicino ad esser contento, calmerete lo sdegno vostro contro il cavaliere Ernold che vi ha offeso?
BON.
Non mi parlate di lui.
ART.
Egli è pentito d'avervi pazzamente irritato.
BON.
Ha insultato me, ha insultato Pamela.
SCENA XIII
Isacco, poi Miledi Daure, e detti.
ISAC.
Signore! Miledi Daure.
BON.
Venga.
(Isacco parte)
ART.
Ella verrà a parlarvi per suo nipote.
BON.
Viene, perchè io l'ho invitata a venire.
MIL.
Milord, so che sarete acceso di collera contro di me, ma se voi mi mandaste a chiamare, non credo che l'abbiate fatto per insultarmi.
BON.
V'invitai per darvi un segno d'affetto.
MIL.
Mi adulate?
BON.
No, dico davvero.
Vi partecipo le mie nozze vicine.
MIL.
Con chi?
BON.
Con una dama di Scozia.
MIL.
Di qual famiglia?
BON.
De' Conti d'Auspingh.
MIL.
Voi mi consolate.
Quando avete concluso?
BON.
Oggi.
MIL.
Quando verrà la sposa?
BON.
La sposa non è lontana.
MIL.
Desidero di vederla.
BON.
Milord, date voi questo piacere a Miledi mia sorella.
Andate a prendere la contessa mia sposa; indi datevi a conoscere al di lei padre, e colmatelo di contentezza.
ART.
Vi servo con straordinario piacere.
(parte)
MIL.
Ma come! Ella è in Londra, ella è in casa, ella è vostra sposa, ed io non so nulla di questo?
BON.
Vi basti saperlo, prima ch'io le abbia data la mano.
MIL.
Sì, son contentissima, purchè vi leviate d'attorno quella svenevole di Pamela.
BON.
Di Pamela parlatene con rispetto.
SCENA XIV
Milord Artur, Pamela, e detti.
ART.
Eccola; non vuole che io la serva di braccio.
BON.
Cara Pamela, ciò disconvenire non sembra ad una onestissima sposa.
PAM.
Tale ancora non sono.
MIL.
Come! Che sento! La vostra sposa è Pamela?
BON.
Sì, riverite in lei la contessa d'Auspingh.
MIL.
Chi l'ha fatta contessa? Voi?
BON.
Tal è per ragione di sangue.
Milord Artur ve ne faccia fede.
ART.
Miledi, credetelo sull'onor mio.
Il conte suo padre ha vissuto trent'anni incognito, in uno stato povero ma onorato.
MIL.
Contessa, vi chiedo scusa delle ingiurie, che, non conoscendovi, ho contro di voi proferite.
Siccome il mio sdegno era prodotto dallo zelo d'onore, spero saprete ben compatirlo voi, che dell'onore avete formato il maggior idolo del vostro cuore.
PAM.
Sì, Miledi, compatisco, approvo e do lode alla vostra delicatezza.
Pamela rustica poteva formare un ostacolo alla purezza del vostro sangue.
Pamela, che ha migliorato di condizione, può lusingarsi della vostra bontà.
MIL.
Vi chiamo col vero nome d'amica, vi stringo al seno col dolce titolo di cognata.
PAM.
Questo generoso titolo che voi mi accordate, a me non ancora si aspetta.
MIL.
E che vi resta per istabilirlo?
PAM.
Oh Dio! Che il vostro caro fratello me ne assicuri.
BON.
Adorata Pamela, eccovi la mia mano.
PAM.
Ah, non mi basta.
BON.
Che volete di più?
PAM.
Il vostro cuore.
BON.
È da gran tempo, che a voi lo diedi.
PAM.
Voi mi avete donato un cuore che non è il vostro; nè io mi contento di quello.
Sì, voi mi avete donato un cuore che pensava di rovinarmi, se il cielo non mi assisteva.
Datemi il cuore di sposo fedele, di amante onesto; bellissimo cuore, adorabile cuore, dono singolare e prezioso, dovuto da un cavalier generoso ad una povera sventurata, ma che in dote porta il tesoro d'una esperimentata onestà.
BON.
Sì, adorata mia sposa, quest'è il cuore ch'io vi dono.
L'altro me l'ho strappato dal seno, dopo che l'eroiche vostre ripulse mi hanno fatto arrossire di avervelo una fiata offerto.
Miledi, udite i sentimenti di quest'anima singolare.
Ecco la virtuosa femmina sconosciuta, che avete ardito insultare.
Ecco l'onesta giovine, a cui il temerario vostro nipote ha proferite esecrabili ingiurie.
Voi da questo giorno non vi lascerete più vedere da me.
Il cavaliere pagherà il suo ardire altrimenti.
MIL.
Deh! placate lo sdegno.
Se mio nipote vi ha offeso, egli non è lontano, disposto a chiedervi scusa.
ART.
Caro amico, non funestate sì lieto giorno con immagini di vendetta.
Ricevete le scuse del cavaliere.
BON.
No, compatitemi.
PAM.
Milord.
BON.
Questo non è il titolo con cui mi dovete chiamare.
PAM.
Caro sposo, permettetemi che in questo giorno, in cui a pro di una femmina fortunata siete liberale di grazie, una ve ne chieda di più.
BON.
Ah! voi mi volete chiedere ch'io perdoni al cavaliere.
PAM.
Sì; vi chiedo forse una cosa che vi avvilisca? Il perdonare è atto magnanimo e generoso, che rende gli uomini superiori all'umanità.
BON.
Il cavaliere ha offesa voi, che mi siete più cara di me medesimo.
PAM.
Se riguardate l'offesa mia, con più coraggio vi pregherò di scordarvene.
BON.
Generosa Pamela, in grazia vostra perdono al cavaliere le offese.
PAM.
Non basta; rimettete nel vostro amore anche la vostra cara sorella.
BON.
Sì, lo farò, per far conoscere quanto vi stimi e quanto vi ami.
Miledi, tutto pongo in oblio per cagione di Pamela.
Ammiratela, imitatela, se potete.
MIL.
Caro fratello, potrei imitarla in tutto, fuorchè nel tollerare con tanta bontà gl'impeti della vostra collera.
BON.
Perchè i vostri sono peggiori dei miei.
SCENA XV
Monsieur Longman, Isacco e detti.
ISAC.
Signore, il cavaliere Ernold desidera di passare.
BON.
Venga.
Non sarebbe venuto mezz'ora prima.
LON.
Gran cose ho intese, signore!
BON.
Pamela è la vostra padrona.
LON.
Il cielo mi dia vita, per farle conoscere il mio rispetto e la mia obbedienza.
BON.
(Longman è un uomo da bene.)
SCENA XVI
Madama Jevre, e detti.
JEV.
È permesso che una serva antica di casa sia a parte anch'essa di tanto giubilo?
BON.
Ah Jevre! Ecco la vostra cara Pamela.
JEV.
Oh Dio! Che consolazione! Che siate benedetta! Lasciate che vi baci la mano.
PAM.
No, cara; tenete un bacio.
JEV.
Siete la mia padrona.
PAM.
Vi amerò sempre come mia madre.
JEV.
L'allegrezza mi toglie il respiro.
SCENA XVII
Il Cavaliere Ernold, e detti.
ERN.
Milord, io ho sentito nell'anticamera delle cose straordinarie; delle cose che m'hanno inondato il cuore di giubilo.
Viva la vostra sposa, viva la contessa d'Auspingh! Deh! permettetemi, Madama, che in attestato del mio rispetto vi baci umilmente la mano.
PAM.
Signore, questo complimento secondo me non si usa.
ERN.
Oh perdonatemi, io che ho viaggiato, non ho ritrovato sì facilmente chi abbia negata a' miei labbri la mano.
PAM.
Tutto quello che dalla gente si fa, non è sempre ben fatto.
ERN.
Baciar la mano è un atto di rispetto.
PAM.
È vero, lo fanno i figli coi genitori e i servi coi loro padroni.
ERN.
Voi siete la mia sovrana.
BON.
Cavaliere, basta così.
ERN.
Eh! Milord, tanto è lontano ch'io voglia spiacervi, che anzi dei dispiaceri dativi senza pensare, vi chieggo scusa.
BON.
Prima di operare, pensate, se non volete aver il rossore di chiedere scusa.
ERN.
Procurerò di ritornar Inglese.
BON.
Cara sposa, andiamo a consolare del tutto il vostro buon genitore.
Venite a prendere il possesso, come padrona, in quella casa in cui soffriste di vivere come serva.
PAM.
Nel passare che io fo dal grado di serva a quel di padrona, credetemi che non mi sento a' fianchi nè la superbia, nè l'ambizione.
Ah! signore, osservate che voi solo siete quello che mi rende felice; e apprezzo l'origine de' miei natali, quanto ella vale a farmi conseguire la vostra mano, senza il rossore di vedervi per me avvilito.
Apprenda il mondo, che la Virtù non perisce; ch'ella combatte, e si affanna; ma finalmente abbatte e vince, e gloriosamente trionfa.
FINE DELLA COMMEDIA.
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