PROFUGIORUM AB AERUMNA, di Leon Battista Alberti - pagina 3
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Se negli animi umani abita la carità, se v'ha luogo l'amore, convien che vi cappia l'ira e la indignazione e simili.
Che maraviglia adunque se uno animo umano desidera e' suoi? Miracolo sarà, anzi immanità non gli desiderare, e desiderandogli non dolersi di non gli avere.
Se v'è sentimento delle cose nocue e nimiche, chi sarà che nulla si dolga in le sue calamità? E' si vuole ben consigliarsi colla ragione, adattar l'animo a virtù.
O Agnolo, rammentavi quel detto di quello antico Gione: «tanto duole a un calvo quanto a un ben capillato quando tu lo peli».
Ma che noi pure ne trastulliamo con parole dove bisognerebbono e' fatti? Dicea Cesare presso a Sallustio: qualunque consiglia conviene che sia libero d'ogni perturbazione.
E noi vorremo che l'animo urtato dagli impeti avversi, caduto in miseria, perturbato dal dolore, ben consigli sé stessi.
L'animo non sano, dicea Ennio poeta, erra sempre.
Ma non voglio estendermi, ch'io sarei prolisso.
Tanto vorrei da questi dotti come da un duttore e addirizzatore del naviglio, non che e' mi disputasse, - e' si vuole alla tempesta ridursi in porto e ivi fuggire ogni impeto di venti avversi, - ma mostrassi qual via e modo mi riduca là dove io mi riposi in ozio e tranquillità.
Così questi filosofi, medicatori delle menti umane e moderatori de' nostri animi, vorre' io m'insegnassero non fingere e dissimulare col volto fuori, ma entro evitare le perturbazioni ed espurgare dall'animo con certa ragione e modo quello che essi giurano potersi.
AGNOLO.
Vedi, Niccola, queste sono materie dove bisognerebbe ragionarne con più ozio e con più premeditata ragion di disputare.
Io resterò d'oppormiti com'io cominciai, ché ti vedo apparecchiato a confutarmi, e sento l'ingegno tuo acuto e pronto; e non m'è occulta quest'arte tua con quale tu studi nascondere quell'arte vulgata dello argumentare disputando; e dilettami.
Ma credi tu ch'io non conosca che tu giudichi di queste cose quello che giudicano tutti e' dotti, che chi vuole opporsi alla fortuna, sostenere e' casi avversi e curare nulla altro che la virtù, può? Non insistiamo più in questo, ma consideriamo questo potere quale e di che natura e' sia.
Io non potrei dipingere né fingere di cera uno Ercole, un fauno, una ninfa, perché non sono essercitato in questi artifici.
Potrebbe questo forse qui Battista quale se ne diletta e scrissene.
Tu, Niccola, come neanche io, non potresti atto schermire, lanciare, lottare.
Potrebbe questo qui Battista in questa sua età robusta, quale in simile cose diede opera ed essercizio.
Non potrebbe, no, Battista, come quel Milone atleta, portare uno bue vivo in ispalla, né, come Aulo Numerio, centurione e commilitone di divo Iulio Augusto, contenere con una mano l'impeto di più giumenti, né come quello Atamante qual Plinio vide andare pel teatro vestito di cinquanta corazze di piombo e calzato con coturni che pesavano libbre cinquecento.
Né forse potrebbe Cicerone ben lodare Clodio suo capital nimico, sendogli in odio e in dispetto suoi detti e fatti.
Così compreendiamo che alcune cose da natura non si possono; alcune non da natura non si possono, ma da nostra inerzia, desidia e concetta opinione sono da noi stessi vetate.
Tu dicesti, ciascuno vorrebbe vivere soluto e libero in queste cose quali più sono facili a disputarne che a sofferirle.
Ma quel ch'è difficile a questi disputatori, a noi non par possibile.
Guarda, Niccola, s'egli è così, che dove ogn'uomo può, rari vogliono ben meritare di sua virtù.
Raccontasti uno e un altro splendido e curioso delle cose caduce.
Chi ti loda in loro quello che non fu loro debito? E di che disputiamo noi, di quello che fecero, o pur di quello che e' poteano e potendo doveano fare? E se dalla vita e costumi loro dobbiamo argumentare e statuire le ragioni e modo del vivere bene e lodati, raccontiamo quegli altri molti più che questi, pur filosofi, quali furono contenti d'una sola e trita vesta, quali per loro diversorio abitavano un vaso putrido e abietto, quali vissero non d'altro che di cavoli, quali sì abdicorono da sé ogni cosa fragile e caduca che né pure una scodella volsero ritenere a sé.
Non te li racconto, ché fuggo anche io esser prolisso; ma tu, omo litterato, riducetegli a memoria e teco pensa donde questi miei così poterono quello che que' tuoi non volsero, e pensa donde que' tuoi non volsero quello che volendo poteano pari a' miei.
Troverrai che questi così poterono perché volseno vincere sé imprima e' suoi appetiti e volontà; quelli non volseno frenare e moderare sé stessi, però soluti e sciolti meno poterono contenersi in suo officio.
Seneca fuggì cadere in insidie e veneno di Nerone.
Dicea quel prudentissimo Agamenon, presso ad Omero, doversi riprendere niuno quale o dì o notte che fusse, fuggissi di non incontrarsi al male.
Altra cosa è vitare gl'incommodi, altra vinto succombere sanza prima concertare e provare sé stessi e sua virtù.
Quello è prudenza provedere e schifare el dispiacere; questo si è ignavia abbandonare sé stessi.
E sarà fortezza fare come e' dicono che fa la palma, legno qual sempre s'accurva e impinge contro al suo incarco.
Questo ti confesso potrà meglio chi più sarà essercitato nelle durezze de' tempi, nella asperità del vivere, e chi già fece e' calli sofferendo.
Diresti; che cagione adunque perturba in noi tanta ragione e officio? Rispondere'ti quello che testé m'occorre a mente; e considerianci, Niccola, s'io m'abatto al vero.
Gli animi nostri gli fece la natura atti ad eternità, simplici, nulla composti, non da altri mossi che da sé stessi.
La eternità credo io non sia altro che una certa perfezione e continuazione inviolabile di vita e d'esser sempre uno e medesimo.
Quello che fu prima coniunto e ascritto alla vita si pruova essere el moto.
E' movimenti dell'animo non accade raccontarli qui, ma restici persuaso che l'animo può mai starsi ocioso, sempre si volge e avvolge in sé qualche investigazione o disposizione o appreensione di cose, quali se saranno gravi, degne e tali ch'elle adempiano l'animo, nulla più altro vi si potrà immergere; se saranno lievi, galleggeranno mezzo a' flutti della mente nostra, e, come avviene, di cosa in cosa ondeggeranno e' nostri pensieri persino che picchieranno a qualche scoglio di qualche aspra memoria o dura alcuna volontà, onde poi ivi noi sentiamo gli urti dentro al nostro petto iterati e gravi.
Perturbasi ancora in noi l'animo dissoluto dalla ragione e condutto dalla opinione a iudicare falso delle cose buone o non buone, come tutto el dì vediamo non rari infetti da questa commune corruttela del vivere, quali e piangono e godono più per satisfare al giudicio e sensi altrui che a sé stessi.
Ma io di me voglio esplicarvi in qual numero io sia infra e' mortali.
Io, Niccola mio, s'io fussi uno di que' calamitosi, desidererei le mie care cose, e non affermerei essere in me sì assoluta e perfetta virtù che non mi dolesse la perdita de' miei; ma cercherei le vie e modi da levarmi ogni molestia dell'animo.
E per quanto e' mi paia conoscere, egli è in pronto e quasi in grembo di ciascuno el potersi acquietare da ogni perturbazione e prima ch'elle offendano e poi che tu le concepesti.
E poi che 'l ragionare ne condusse a questo, riconosciamo insieme s'io erro.
Comincianci da questo capo.
Le perturbazioni, voglio favellare così, piovono e versansi nell'animo nostro vacuo.
Onde? Certo diranno alcuni surgere o dalla perversità de' tempi, o dalla nostra propria iniqua fortuna, o da qualche duro caso, o dalla nequizia e improbità degli altri uomini, o da qualche nostro errore.
Altronde non vedo che in noi possa insurgere acerbità o tedio alcuno.
Ma, dirò io, cosa niuna estrinseca potrà ne' nostri animi se non quanto noi patiremo ch'ella possa.
E parmi accommodata similitudine questa.
Come alle tempeste del verno ne addestriamo e apparecchiamo, coperti e difesi dalle veste, dalle mura, da' nostri refugi e ridutti, e se pure el tedio delle nevi, la molestia de' venti, le durezze de' freddi ne assedia e ostringe, noi oppogniamo e' vetri alle finestre, e' tappeti agli usci, e precludiamo ogni adito onde a noi possa espirare alcuna ingiuria del verno; e se saremo robusti e fermi, vinceremo ogni sua asprezza e acerbità e rigore essercitandoci ed eccitando in noi quel calore innato e immessoci dalla natura a perseverar vita alle nostre membra; se forse saremo malfermi e imbecilli, ne accomandaremo al fuoco e al sole e alle terme: così alle volubilità e impeti e tempeste della fortuna bisogna addestrarsi e apparecchiarsi con l'animo, e precludersi dalle perturbazione ogni adito, ed eccitare e susservare in noi quello ignicolo innato e insito ne' nostri animi quale v'aggiunse e infuse la natura ad immortale eternità.
Addesterremo e apparecchieremo l'animo nostro contro a' commovimenti de' tempi e contro alle ruine de' casi avversi, in prima col premeditare e riconoscere noi stessi, poi col giudicare e statuire delle cose caduce e fragili, non secondo l'errore della opinione, ma secondo la verità e certezza della ragione.
Dicea Tales filosofo essere difficile el conoscere sé stessi.
Non so in qual parte sia da interpretare questo suo detto, ma a me non pare difficile conoscermi uomo simile agli altri uomini, tali quali gli descrive Apulegio.
E chi dubita nell'uomo esservi ragione? Sentilo ragionare, ed etti persuaso che l'animo dell'uomo sia immortale.
Vedi e' suoi membri atti a mancare e perire; conosci quanto sia suo mente lieve e volubile e quasi mai senza ansietà; affermi el corpo suo essergli in molti modi noioso; discerni infra gli uomini costumi al tutto vari e molto dissimili.
Non puoi negare che in loro gli errori sono simili: ardiscono troppo, sperano con pertinacia, affaticansi in cose non certe né utili; loro beni caduci a uno a uno muoiono; la moltitudine perpetuo vive; mutansi di prole in prole; vola loro età; tardi a sapienza, presti a morte, queruli in vita, abitano la terra.
Adunque premeditando e riconoscendo noi stessi, ne accoglieremo pensando: a che nacqui io? venni io in vita forse per tradur mia età vacua e disoporosa? Questo intelletto, questa cognizione e ragione e memoria, donde venne in me sì infinita e immortale se non da chi sia infinito e immortale? E io, lascerò io me simile a un ferraccio macerare e marcire in ozio, sepulto in mezzo el loto delle delizie e voluttà? Non giudicherò io mio debito, essercitandomi in cose pregiate e degne, ben cultivare me stessi e ben meritare di mia industria e virtù? Resterò io di spogliare e astergere da me assiduo ogni improbità e ruggine di vizi? Queste due cose qual dicea Seneca filosofo esserci date da Dio sopra tutte l'altre validissime, la ragione e la società, lascerolle io estinguere per desidia e inerzia e nulla valere in me? O forse le adoperrò solo in servire a questo corpo mio e a queste membra noiose e incommode? Non mi diletterà più adattarle a gloria e immortalità del nome, fama e degnità mia, della famiglia mia e della patria mia? Non premediterò io assiduo me essere nato non solo, come rispose Anassagora, a contemplare el cielo, le stelle e la universa natura, ma e ancora in prima, come affermava Lattanzio, per riconoscere e servire a Dio, quando servire a Dio non sia altro che darsi a favoreggiare e' buoni e a mantenere giustizia? Così mi si richiede; e io così sponte e volonteroso delibero.
Su, dianci coll'animo a queste opere ottime e gratissime al nostro padre e procreatore Iddio.
A' buoni, a' quali deliberammo favoreggiare, non attaglieranno l'opere nostre non buone; né ben potremo mantenere giustizia se non saremo nimici d'ogn'ingiustizia.
Adunque dedichiamo l'animo nostro a esser vacuo d'ogn'ingiustizia e pieno di bontà.
Quinci saremo in ogni officio d'umanità e culto di virtù ben composti, e ben serviremo alla naturale società e vera religione, e preporrenci in ogni nostra vita esser constanti e liberi.
Dicono la levità esser vizio nimico a ogni quiete.
Alla libertà ascrive Lisia oratore esser proprio far cosa niuna contro a sua volontà.
Niuno si truova più lieve che colui el quale non ferma el suo volere a qualche certezza; e fa niuno tanto contro alle voglie sue quanto colui che pur vuole quel che e' non ha, però che ciò che e' fa per averlo vorrebbe non lo fare.
E a precludere queste moleste voglie gioverà considerare le cose con ragione e verità, non con quella opinione qual biasimava Aristones filosofo in noi mortali, e meravigliavasi donde fusse che gli uomini si dessono a intendere d'esser beati più dalle cose superflue che dalle necessarie.
E molto gioverà in noi statuire che le cose buone e necessarie sono e poche e facili, dove, contro, le non necessarie sono molte e fallaci e fragili e difficili e raro oneste.
Quale, se ben fussero da pregiarle, dobbiamo riconoscere in noi quello che ne ammonia Pittagora, che cosa niuna fuori di noi si truovi nostra; e non che nostra, ma né volle la natura noi omicciuoli esser d'altro che di noi stessi custodi, quando di tante sue cose la natura solo a noi lasciò un picciolo uso d'una minima parte.
E quando ben fussero ottime e nostre, riconosciamoci mortali ed assiduo penderci da molti vari casi sopra capo e non lungi la morte.
E se bene vivessimo gli anni di Nestore o di qualvuoi altro che più visse, ricordianci assidui, come disse Manilio quel poeta:
...labor ingenium miseris dedit et sua quemque
advigilare iussit fortuna premendo.
E certo, come disse Crisippo, troverrai niuno infra e' mortali a cui non spesso occorrano cose da dolorarlo.
Adunque pensaremo che ogni volubilità della fortuna possa in noi di dì in dì quel ch'ella suole in tutti gli altri mortali.
Ma in questo pensiero non però ci attristeremo quasi come tuttora aspettassimo qualche ruina in nostre fortune e cose.
Né ancora solliciteremo noi stessi a curare ogni minimo movimento de' tempi e delle cose, perché, come scrisse Augusto principe ad Liviam questo sarebbe un perpetuo estuare coll'animo e un quasi straccare sé stesso.
Ma ben ci prepareremo e offirmerenci coll'animo a sopportare senza contumacia ciò che possa avvenire.
E se pur cosa verrà contro tua volontà, prepàrati che non venga contro a tua opinione.
Stima che in te potranno le avversità quanto poterono in ciascuno degli altri uomini.
Con questo premeditare che tu se' mortale e che ogni duro caso può avvenirti, asseguiremo quel che molto si loda presso de' prudenti, quali ne ricordano: diamo opera ch'e' tempi passati e questi presenti giovino a que' che ancor non vennero, e ricordianci che ne' tempi della seconda fortuna prepariamo e' rimedi contro l'avversità.
Così noi in questa tranquillità d'animo assettianci a un curare poco e a un quasi dimenticarci le ingiurie della fortuna prima che ne offendano.
E interverracci simile a quel Bion filosofo, qual morendo si gloriava mai avere in sua vita sofferto cose contro a sua voglia.
E così addestrati col tempo impreenderemo non dedicarci a stimare e amare le cose più che a loro si convenga.
Modera la oppinione e iudizio, tempererai gli affetti e' moti dell'animo.
Temperato l'amore, si spegne la volontà.
Estinta la volontà, non desidererai; non desiderando, non ti duole el non avere o avere quello che tu nulla stimi.
Dicono: ama la patria, ama e' tuoi sì in far loro bene quanto e' vogliano.
Ma e' dicono ancora che la patria dell'uomo si è tutto el mondo, e che 'l savio, in qualunque luogo sarà constituto, farà quel luogo suo; non fuggirà la sua patria, ma addotterassene un'altra, e quivi arà bene assai dove e' non abbia male, e fuggirà sempre essere a sé stessi molesto.
E lodano quel detto antiquo di quel Teucer, uomo prudentissimo tanto nominato, qual dicea che la patria sua era dov'egli bene assedesse.
E sono miei quegli pe' quali io viva contento e quieto coll'animo; quelli vero pe' quali io viva discontento e perturbato, sono non miei, ma più tosto alieni e da connumera'gli fra' nostri nimici.
Aggiugni a queste che per escludere da noi ogni gravezza d'animo, molto s'acconfarà fuggire que' luoghi, quelle cose, quelle persone, quali siano atte a importarci molestia e perturbazione.
Fra la moltitudine puoi né stare né andare che tu non sia urteggiato.
Sentenza di Crasso oratore: le volontà di colui non esser libere, quale sia osservato da molti.
La solitudine sempre fu amica della quiete; e questo vero quando la sia non oziosa.
L'ozio, - chi dubita? - nutrisce ogni vizio; e nulla più perturba che 'l vizio.
Dicea Ovidio:
et capiunt vitium, ni moveantur, aquae.
Molto più l'animo, nato a mobilità e varietà, più che ogni onda.
Sarà adunque la solitudine con qualche essercizio, de' quali più giù diremo.
E poiché tante cose aduniamo e facciamo e ordiniamo per salute del corpo per gratificare alle nostre membra, curiamo quando che sia la salute dell'animo nostro.
Dicea Omero poeta che agli uomini nascono molti mali dal ventre; e noi pur ci diamo a servire al ventre, onde a noi resultano infiniti incommodi.
Dianci adunque a vivere non alle membre nostre ma a noi stessi, cioè a ben fruttare el nostro ingegno.
Quando vediamo che sollecitarci in curare le cose di fuori di noi, sono nostre opere e nostri pensieri tanto d'altrui e non nostre quanto quella e quell'altra cosa la richiede e adopra, lascianle guidare alla fortuna di chi elle sono.
Non però voglio posporre la salute del corpo; volo sustentare, non saziarlo.
Dicea Diogenes cinico: se col grattarsi el ventre si sedasse la fame, forse sì farebbe per gli uomini e forse che no.
La fame, se non gli satisfai, infesta e fassi ubidire.
Apulegio, accusato, negava sé esser pallido per le cure amatorie, ma affermava che le fatiche degli studi lo allassavano.
Quattro cose connumerano e' fisici esterminare e prosternere in noi le forze della natura: il dolore, le vigilie, el fetore, le cure dell'animo.
E non so come, indebolite le membra, l'animo sia men libero e men suo.
Adunque daremo al corpo quantunche bisogna, e ritrarremolo dalle cose nocive alla sanità.
E per non eccitare all'animo altre cure, schifaremo d'avere più d'una faccenda qual sia nulla grave o difficile più che possino le forze nostre.
Non però in questa porremo ogni nostro studio, ogni opera, ogni assiduità; anzi interlasseremo qualche ora, e poseremo quando che sia quella veemente contenzione d'animo e perseveranza di nostro studio.
Asinio Pollione, nobile oratore, scrive Seneca, sino all'ora del dì decima sé essercitava in ogni laboriosa industria: doppo all'ora decima sé contenea in tanto ozio che neppure leggea le lettere scrittegli da' suoi amici.
E non senza onestissima ragione e' nostri maggiori patrizi in Roma vetavano si facesse in Senato dopo certa ora nuova relazione, ché voleano a tante faccende interporvi qualche ozio e quiete.
Antioco re, dopo che perdé l'Asia, ringraziò el Senato di Roma e fu lieto gli si minuissero faccende.
E noi poco prudenti non solo con troppa sollicitudine ci affanniamo in più nostre faccende, ma e non richiesti intraprendiamo le faccende altrui.
Antiquo proverbio: chi s'impaccia rimane impacciato.
E dispiacemi la stultizia di molti quali, nulla curiosi d'addestrare se stessi a virtù, mai restano investigare e' fatti e detti altrui.
E interviene loro come a chi ama, quale scrive quel vezzosissimo poeta Properzio:
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rursus puerum quaerendo audita fatigat,
quem, quae scire timet, quaerere plura jubet.
Interverratti forse che ti converrà inframettere a qualche faccenda aliena dall'ozio tuo.
Tu qui pon quello studio in pensar di non la ricevere a te qual tu porresti in essequirla ricevendola.
Argumentava Aristotile in questa forma: come la guerra si soffre a fine di pace, così le faccende si pigliano per assettarci in ozio.
Qual cosa non potremo se non satisfarèno alle necessità, e per adempiere la necessità cerchiamo l'utile.
Ma cosa niuna disonesta sarà mai necessaria.
Per vivere adunque in ozio onesto intrapreenderemo le fatiche, non per agitarci ambiziosi e ostentosi.
Onde a me coloro paiono pessime consigliati quali curano fra le prime cose la repubblica e spesso abbandonano le sue faccende per agitarsi in quella ambizione de' magistrati; e ripresi rispondono così doversi dove chi si sta sia lasciato stare, e pare loro non essere uomini se non sono sollicitati e richiesti da molti.
Questi a me paiono poco prudenti se fuggono starsi contenti di sé stessi e pertanto liberi e beati.
Solea dire Galba, quello uno de' dodici principi romani: niuno mai sarà sforzato a rendere ragione dell'ozio suo.
Né senza cagione ascrivea l'Epicuro agli dii summa beatitudine el convenirli far nulla altro che contemplar sé stessi.
Né mi dispiace quel detto di Crasso, qual negava parerli omo libero colui qual talora non possa far nulla.
E in una nave, come argomenta Platone, se al governo siede omo atto e destro a quello essercizio, che arroganza sarà quella di chi ne lo lievi e prepongasi ad amministrare le cose? E se non v'è atto, che a te? Non voler tu solo di quello che è publico più che se ne vogliano tutti gli altri.
Ma quello temerario qual non sa regger sé in quiete e in tranquillità, come reggerà gli altri? Come più uomini? Come uno intero popolo e moltitudine? Non mi stenderò in questa parte.
E non racconto quante perturbazioni apporti seco ogni ambizione e ostentazione di nostra virtù e prudenza e dottrina, onde, lasciamo le invidie quante elle siano in altrui, e certo in noi insurge cagion di contendere e gareggiare, e ogni contenzione e gara tiene in sé faville di rissa, quale agitate accendono grave odio e inimicizia.
Atqui amat victoria curam, dicea Catullo; e colle gare e colle concertazioni sempre fu iunta la indignazione; e gli sdegni sono nella vita dell'uomo mala cosa, e troppo atti a troppo perturbar e' nostri animi.
Ateglies Samio atleta, nato muto, sendogli ratto el premio e titolo della vittoria in teatro, acceso d'indegnazione ruppe in voce e sgroppò la lingua a favellare e condolersi.
Cleopatra, spreta da Cesare Augusto, sé stessi uccise.
Tanto possono in noi gli sdegni non solo commuovere gli animi atti e quasi fatti a perturbazione, ma ancora travaricare e pervertere ogni instituto e ordine di natura.
Ma di questo altrove.
Alcuni da natura sono suspiziosi, acerbi, proni ad iracundia.
Voglionsi schifare, però che come l'altrui incendio scalda e' nostri prossimi parieti, così l'altrui infiammata ira nuoce a chi, e cedendoli e vitandoli, non se allontana.
E sopratutto que' che sono inerti, oziosi e insieme lascivi e prosecutori delle voglie sue.
E in prima si voglion fuggire e' raportatori, e massime e' bugiardi, que' potissime che sono versuti e callidi; da qual sorte di gente mai ti resterà se non che lagnarti e indegnarti.
E con tutti conviensi esser tardi al credere e persuaderti ch'ogni uomo sia buono.
E chi ti referisce male d'altri, quasi protesta non amarlo; e chi non ama chi tu reputi buono, mostra te essere imprudente iudicatore delle altrui virtù, e d'altra parte mostra sé esser non buono.
Non si li vuol credere.
Per gli orecchi, dicono, entra la sapienza; ma e ancora indi, non meno che per gli occhi, entra perturbazione e tempesta non poca a' nostri animi.
Adunque otturiàngli.
Fu chi volle viver cieco per meglio filosofare e per non vedere d'ora in ora cose quale lo distraessero dalle sue ottime cogitazioni e distogliessero dalle continue sue investigazioni di cose occultissime e rarissime.
Non ardirei biasimare tanto filosofo, ma né ancora saprei imitarlo.
Più mi diletterebbe quel Cotis principe a cui recita Plutarco che fu presentato alcuni vasi di terra bellissimi e lavorati con figure e cornici maravigliose; el quale accettò el dono con ogni grazia, e molto gli mirò e lodò, poi gli ruppe per non avere a crucciarsi se un de' suoi forse gli avesse lui rotti.
Così noi; e faremo come a Vinegia que' che seggono iudici a' litigi: quando e' si consigliano per pronunziare la sentenza, oppongono una tavoletta, e ivi dopo iunti e' capi si consigliano.
Noi per intercluderci e nasconderci da molte inezie e fastidi del volgo e degli insolenti, ne opporremo el libro in quale occupati acquiesceremo.
E poi che oggi così si vive che nulla si fa o dice non fitto e simulato, prima ne consiglieremo e col tempo e con noi stessi quanto sia da credere o refutare ogni altrui parola o fatto; e delle nostre saremo massai più che di cosa alcuna, però che la parola uscita mai si può revocare: se taci, sempre puoi non tacere.
Sentenza d'Ippocrates: el tacer non dà sete.
Né qui ancora mi stendo in raccontare come la natura oppose due valli e siepi alle parole nostre, denti e labbra; all'udire diede due aperte vie e patentissime.
Piaceracci adunque ubidire la natura: udiremo di qua e di qua; el parlare nostro lo riconosceremo datoci non per detraere, non per eccitar discordie e danno ad altri, ma per commutare nostri affetti, nostri sensi e cognizione a bene e beato vivere.
Un precetto approvano gli antichi a vivere in pura tranquillità e quiete d'animo: che mai pure pensi far cosa quale tu non facessi presente gli amici e nimici tuoi.
Ma a me pare potere affermare questo, che chi viverà disposto di mai dir parola non verissima, a costui mai verrà in mente cosa non da volerla fare palese in mezzo della moltitudine, in teatro.
Quanto sia la verità degna e utilissima a ogni ferma quiete, e contro, quanto sia impedimento e forza a disturbarci nella busia, altrove sarà da ragionarne.
E poi che facemmo menzione degli amici, prestaremo ogni diligenza in non accoppiarsi a familiarità di chi a te comandi in le voglie sue, dove tu ne' tuoi bisogni abbi a pregare lui.
Aurea sentenza de' nostri maggiori, qual racconta Seneca: cosa niuna costa caro quanto quello che tu comperi co' prieghi.
Co' pari a te vivi lieto.
Ma fa come quel .....
presso a Terenzio comico, qual negava essere alcuno de' suoi a cui e' volesse ogni sua cosa esser palese.
Studia perseverare in benivolenza, ma stima potere, quando che sia, essergli men coniunto che tu non fusti.
Sopra tutti gli altri ricordi non voglio preterire questo: dico a te, Battista, fuggi ogni commerzio, fuggi trame e lezi di qualunque femmina.
Apresso a Omero, quel sapientissimo Agamennon afferma infra' mortali essere animal veruno più scelesto che la femmina.
Tutte sono pazze e piene di pulce le femmine, e da loro mai riceverai se non dispiacere e impaccio e indignazione.
Vogliolose, audaci, inconstante, suspiziose, ostinate, piene di simulazione e crudelità.
Così di dì in dì precludendo in noi e tagliando la via alle perturbazioni in modo ch'elle trovino chiuso ogni addito e otturato ogni fenestra per donde elle possino entrare ne' nostri animi, daremo ogni opera e industria di vivere liberi e vacui d'ogni molestia.
E insieme studieremo, qual facea Alessandro, essercitando le sue gente e commilitoni in ogni preludio e movimento atto a bene adoperarsi in arme contro a' loro nimici, così noi studieremo essercitare nostre membra e sensi in ogni tolleranza e fortezza, per la quale ne rendiamo fermi e constanti contro ogni impeto della fortuna e de' casi avversi.
E saranno e' primi nostri essercizi tutti addiritti a profugar lungi da noi ogni vizio, però che da' vizi nascono agli animi nostri manifestissime ruine.
E qui in due cose mi par bisogni essercitarci: in moderar le volontà, e temperar l'ira.
A tutt'e due daremo e modo e freno se statuiremo curar meno e meno tuttora stimare qualunque piacere nostro e qualunque dispiacere.
Avvederenci d'esser bene composti coll'animo a questa una opera quando accettaremo da noi stessi niuna eccezione contraria.
Oggi siede el popolo allo spettacolo, e io voglio essercitarmi in curar nulla questa voluttà; rinchiuderommi tra' miei libri e starommi solo.
Se così deliberasti fare, niuna suasione d'altrui, nulla cosa potrà avvenirti in mente che ti distolga dal tuo instituto.
Ma tu quanto darai orecchie o fede a cosa che ti disduca da questo proposito, quanto penderai coll'animo verso dove la voluttà t'alletta, tanto sarai non ben costituto né bene addritto a sostenere te stessi; e quanto non atuterai le voglie tue e dara'ti a non repugnarle, tanto dispiacerai a te stessi, e tanto sarai non tuo né libero.
Spegni, succulca quel pensiero.
Refuta ogni cagione e condizione quale interrumpa e' tuoi culti a virtù.
Scrive, presso a Erodoto istorico, Amasis re d'Egitto a Policrate tiranno fortunatissimo: «S'egli è chi desideri bene a' suoi amici, io sono uno di que' tali.
Né stimo che tu creda me esserti amico per rispetto delle tue fortune; ma poiché 'nsino alli dii par che non possino patire in noi mortali troppa felicità, sempre iudicai commodissimo ausarsi a tollerare ora le cose seconde ora le avverse.
Questi vivuti sempre in felicità, che sanno essi quello che possa la fortuna? Che possono essi o pensare con ragione o statuire con diritto o integro iudicio? Niente.
Adunque, se tu mi crederai come ad amico fedele e non in tutto imprudente, piglierai da me qualche argomento contro la fortuna; e a quelle cose che apresso di te sono carissime, e quali perdute molto ti dorrebbono, gittale da te, e quinci comincia imparare soffrire te stessi contro al dolore e contro la ingiuria de' tempo avversi.
Vale».
Così adunque a noi; e in questo così essercitarci faremo come fa el musico che insegna ballare alla gioventù: prima sussequita col suono el moto di chi impara.
e così di salto in salto meno errando insegna a quello imperito meno errare.
Così noi, se non così a perfetta misura, potremo nei gravi nostri moti subito adattare noi stessi.
Nondimeno errando cureremo tradurci sì che ogni dì si aggiunga in noi qualche parte a esser più compiuti e perfetti in virtù; e accrescerassi alla virtù quanto scemeremo al vizio.
Sono alcuni da natura proclivi e addritti a qualche affetto d'animo non lodato.
Cinna fu crudele, Silla fu concitato e veemente, Mario perseverò in sua iracundia.
A simili bisogna nelle picciole e lieve cose avvezzarsi a quasi edificare in sé un'altra natura.
Furono tra e' filosofi chi per ausarsi a non isdegnarsi se altri non li compiacea e conferiva quel che e' pregava, solea con molta instanza e con lunghe suasioni chiedere dalle statue più cose.
E Crates filosofo irritava una e un'altra vilissima e procacissima trecca o meretrice a garrire seco; e questo facea per avvezzarsi a udire sanza stomaco e perturbazione parole villane e rissose contro a sé.
Leggesi che ad Epaminunda, illustrissimo principe e lume di Grecia, fu dato una faccenda vilissima per dispettarlo, che provedesse a certe strade.
Rise e lieto si die' a quanto gli fu imposto.
Così tu simile godi ti sia dato materia in quale tu impari vincere te stessi.
Le dure condizioni de' tempi sono materia ad informarci a virtù.
Tigranes, nipote del re Archelou, perché più tempo visse stadico in Roma, dimenticò el fastu e superbia regia e divenne paziente quasi fino a essere servile.
Udisti da chi t'odia un morso di parole.
Vedesti quello insolente onteggiarti.
Tu, delibera sofferirlo, almeno simular d'essere sofferente.
E interverratti come fra gli amici, che servendo ad altri obbliga lui, contro, a pari servire sé.
Così tu usandoti gratificare alla virtù, ella ti si darà pronta a mai abbandonarti; e interverracci che simulando diventerremo quali vorremo parere.
Ottima simulazione sarà qui fare quello che fa chi non si perturba né si commuove.
A Plutarco parea che con moderare la lingua si spenga l'ira; e in ogni vita sarà utilissimo el moderarla.
Dicea Platone che gli dii rendeano in premio delle parole inconsiderate e lievi, pena gravissima.
Scauro non volle che 'l servo dello inimico suo gli referissi e' malefici del patrone suo.
Filippo re de' Macedoni, escluso la notte dalla moglie, tacque.
M.
Babio rimise salvi e liberi a Cleopatra que' duo militi Gabbiani che gli aveano ucciso el figliuolo.
Così fa chi sia bene consigliato e ben offirmato e constante: modera e comprime quelle cose per donde s'accenda l'ira e le perturbazioni, e più gode e mostra non satisfarsi crucciato ove e potea saziarsi.
Né sia chi stimi non essercitandosi abituare in sé virtute alcuna.
Non scrivendo, non pingendo, mai diventeresti pittore o scrittore.
E scrivendo non bene s'impara scriver bene, pur che facendo curi fuggir quello che in te facea scriverti non bene.
E per adattarci a virtù intrapreenderemo qualche essercizio virtuoso, in quale occupati ne esserciteremo assiduo pensando, investigando, adunando, componendo e commentando, e accomandando alla posterità nostra fatica e vigilie.
E così ne distorremo e separaremo da ogni contagione e macula del vizio, e viveremo lieti e contenti.
Oh dolce cosa quella gloria quale acquistiamo con nostra fatica! Degne fatiche le nostre per quale possiamo a que' che non sono in vita con noi mostrare d'esser vivuti con altro indizio che colla età, e a quelli che verranno lasciargli di nostra vita altra cognizione e nome che solo un sasso a nostra sepoltura inscritto e consignato.
Dicea Ennio poeta: non mi piangete, non mi fate essequie, ch'io volo vivo fra le parole degli uomini dotti.
Ma non mi stendo in lodare l'affaticarsi in cose pregiate e degne.
Solo ammonisco qui Battista quanto io stimo bisogni essercitarsi.
Chi vive senza faccende, dicea Plauto quel poeta, ha più che fare che chi è faccendoso; e' va su e va giù, e non sta qui né quivi, erra e combatte sé stessi.
E noi, produtti in vita quasi come la nave, non per marcirsi in porto ma per sulcare lunghe vie in mare, sempre tenderemo collo essercitarci a qualche laude e frutto di gloria.
E gioverà imporre a noi stessi qualche necessità di così essercitarci in virtù.
Io deliberai un tempo riconoscere tutto quello che scrisse Aristotile in filosofia.
Chiamai alcuni studiosi e a me imposi legger loro ogni dì due ore.
Quella ascrittami quasi necessità mi fece assiduo più ch'io forse non sarei stato.
Scrive Solino che 'l cervo ausa e' suoi nati a correre e fuggire.
E se el cervo e l'altre bestie da natura cognoscono e' suoi bisogni e utilità, noi nati uomini a che ne addestreremo? Adunque noi in ogni attitudine a bene vivere, ma in prima in quel che più bisogna più ne auseremo.
E non sia chi dubiti che sopra tutto bisogna ausarsi ad odiare e fuggire ogni vizio prossimo molto.
E molto giova darsi a meritare fama e immortalità di suo nome e memoria.
Ma sopra ogni cosa conviensi ben curare e cultivare l'animo con buona instituzione e degna erudizione.
E' vezzi del corpo infracidano l'animo e rendonlo vizioso.
Però sarà nostra precipua e assidua opera essercitarci a vita qual si contenti di cose e poche e facili a trovarle.
Scrive Iulio Capitolino che Marco Aurelio Antonino, rettore dello imperio di Roma, per imparare a sofferire se stessi dormiva in terra, e cose molte altre facea simili a Diogene filosofo, quale e' recitano che a mezzo inverno abbracciava le statue marmoree cariche di ghiaccio solo per ausarsi a sofferire le cose avverse.
Appresso Silio poeta, Serano lodava Regulo in questi versi:
Illuviem atque inopes mensas durumque cubile
et certare malis urgentibus hoste putabat
devicto maius; nec tam fugisse cavendo
adversa egregium, quam perdomuisse ferendo.
E' nostri maggiori Latini assuefacieno gli esserciti suoi a quel cibo militare e castrense quale era simplice e senza apparato, ed era non altro che lardo e cacio.
Voleano questi essere espediti alle faccende virili e disoccupati da questi altri impacci servili.
Così noi avvezzeremo le nostre membra a esser contente del poco e a soffrire senza delicatezza, e coll'uso asseguiremo ogni gran cosa.
Scriveno che a Iulio Viatore, eques romano, e' medici proibirono le cose umide; e lui con ausarsi divenne che in senettù bevea nulla.
Qui Battista solea non potere senza gran molestia e perturbazione della sanità sua stare colla testa discoperta tanto quanto egli adorasse el sacrificio.
Vedilo testé che d'astate in astate avezzo non può in mezzo dell'alpe e al nevischio soffrir coperto el capo; e quel che non potette l'arte e cura de' medici, può lui col ridursi in questo suo uso.
Ma quanto possa ne' mortali ogni uso altrove sarà da recitarlo.
Solo qui resti suaso che se l'uso può, bisogna distorci da ogni uso per quale mancandoci quella e quell'altra cosa a noi venga perturbazione, e confer
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