PROFUGIORUM AB AERUMNA, di Leon Battista Alberti - pagina 7
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E come alle infermità del corpo uno solo modo di curarlo basta, così alla malattia dell'animo una qualche sola curazione forse basterà.
Ma donde cominceremo noi? Investigheremo noi quante siano le perturbazioni dell'animo, opera né facile né picciolissima? Se, come si dice, ogni animo perturbato sente d'insania, e infinite sono le spezie della pazzia, saranno e infinite le perturbazioni.
A Biante filosofo parea morboso quello animo quale appetisse le cose impossibili.
Rido.
E guardiamo, Niccola, ancora noi che questa nostra non sia manifesta infermità d'animo volere col nostro ingegno, a tanta opera debolissimo, trattar quello che sia impossibile pur connumerarlo.
NICCOLA.
E' si legge appresso de' poeti che quel Sileno insegnò a Mida non temer la morte.
Non referisco Platone e gli altri simili quali con suoi ammonimenti e ricordi giovorono a chi forse gli ascoltò.
Così voi, non dubito, con tanta vostra copia, quanta ieri ne esplicasti, pari potrete giovarci e satisfarci.
Né fie questa cosa a voi difficile e non atta.
Vedemmo già prove maggiori del vostro ingegno, e preghiamovi e aspettiamo ne satisfacciate.
AGNOLO.
A che penso io testé? A tutti quando siamo vacui di merore ci duole el dolore altrui; e quando siamo oppressi da dolore, ci agrata el dolore altrui, e ne' nostri mali pigliamo conforto da' mali altrui.
Quinci el vendicare, el punire e rendere alle offese.
Donde vien questo?
NICCOLA.
E intendiamovi, Agnolo, e dilettaci.
Seguite.
Voi fate come fece Dario in Asia, qual dispargea qua e là fuggendo l'oro, le gemme e le cose preziosissime per meglio suttrarsi in fuga e per arrestare e ritardare chi lo perseguia.
Così voi, per distorci da quanto ci promettesti, ora interponete nuove quistioni, degne certo ma da considerarle altrove.
Noi vi preghiamo; donateci questa opera.
E quanto sino a qui motteggiasti, sia quasi come proemio a questa materia.
AGNOLO.
Così vi piace, e Dio ne aspiri.
Su, convienci resummere una delle divisioni nostre d'ieri in questa materia; e diremo che le perturbazioni accorreno e insisteno ne' nostri animi o dalla commozione de' tempi, o dalla durezza della fortuna nostra, o da qualche sinistro caso, o da malignità e protervia degli uomini co' quali ne abbiamo in vita, o da qualche nostro detto o fatto con poca maturità e consiglio.
Questa fu nostra divisione ieri.
Aggiugniànvi quest'altra, che alcuni sono rimedi che giovano a non più una che un'altra perturbazione.
Alcuni giovano a una e non pari a un'altra nostra commozione e perversione di mente e ragione.
Addurremo adunque prima a ciascun morbo que' propri rimedi quali adattati e bene accommodati svelgano e diradichino ed espurghino da noi ogni concetto e infisso rancore.
Poi accoglieremo insieme que' tutti rimedi quali stimeremo atti a sedare ed estinguere qualunque molesto agitamento e furore fusse eccitato e commosso in le nostre menti e pensieri.
E cominceremo a curare quelle contusioni e punture d'animo quali importò in noi la nostra imprudenza e temerità.
Qui non bisogna preterire uno commune e grave errore di molti, quali si reputano constituti in vita quieta e tranquilla, succedendogli la fortuna e le cose grate secondo li suoi pensieri e voglie.
E non s'avveggono costoro così sé essere in mezzo avvinti da veementissime oppressioni, e stimansi poi iniuriati dalla fortuna e affannati dalle avversità dove essi sono a sé stessi gravezza e molestia.
Ed eccovi come a colui, omo fortunatissimo, diletta la casa, la villa, gli ornamenti; stima l'amplitudine, la dignità, el potere in sue voglie e sentenze più che altri; agradagli la moglie; gode vedersi fatto padre; gloriasi in ogni buona indole e speranza de' suoi nati.
Oh inezia degli uomini! Oh ragione mal compensata! Questi sono, o mortali, questi a voi sono e' veneni dell'animo.
Quinci insurge quello che corrumpe a' nostri petti la vera e degna virilità; onde poi effeminati non tolleriamo noi stessi e inculpiamo la innocenza altrui de' nostri errori.
Fu el troppo amare quella e quell'altra cosa, fu el troppo ricevere a te questa e quest'altra voluttà, seme e ignicolo di tanta e sì importuna fiamma qual t'incende ad ira e a dolerti d'avere interlassato e perduto quello che tanto ti contentava.
Ad uno che volea fuggire la patria e irne in essilio, disse Socrate: «Più tosto, per mio consiglio, fuggi questa morosità dell'animo tuo, qual fa che dovunque tu sia abbi te non bene».
Voglionsi adunque in prima deporre queste affezioni e adempimenti d'ogni suo diletto, qual cose son radici e capo di tante nostre ansietà e tormenti.
Deporremole consigliandoci col vero e ubbidendo alla ragione.
Queste a te mostreranno onde tu possa riconoscere le volontà e instituti di chi tu ami essere da natura volubile e inconstante; e mostrerannoti gli animi di chi ti si porge amico essere iunti a benivolenza teco solo tanto quanto fra voi durerà quel vincolo quale vi strinse ad amarvi insieme.
Ché se vi collegò a tanta coniunzione qualche utilità o qualche gratissima ragione di convivervi insieme con festa e sollazzo, non voglio ti persuada avere la fortuna tra voi sempre equabile e secunda.
Né dubitare, a te succederanno e' tempi tali quali per sua usanza e natura sino a questo dì succedereno a te e agli altri mortali.
E tu riconoscilo quanto d'ora in ora e' furono vari e mutabili.
Onde conoscerai che queste tue fortune, questo fiore e grazia di vostra età e forma, quando che sia, voleranno fra le cose perdute e spente.
Adunque, non preporre alle espettazioni tue tanta speranza, che tu escluda ogni ragione e consiglio per quale possi dubitare e presentire in te quello che può e suole avvenire ad altri con suo gravezza e tristezza.
Eccoti padre a questi e questi figliuoli; eccoti fra' tuoi cittadini e altrove non rari amici, molti coniunti a familiarità, innumerabili conoscenze e commerzi; eccoti ricchezze pari a un re, amplitudine, autorità, dignità, quanto si può desiderare fra' mortali.
Oh! te uomo e infelice, se forse arai ogni altra cosa, e non arai te stessi.
Né pensare aver te stessi ove non possi moderarti molto più in le cose seconde che in le avverse.
E non sempre, no, rimane el figliuolo erede al padre; né so se molti più furono padri e madre quali facessero essequie a' suoi minori che non furono figliuoli quali piangessero e' suoi maggiori.
E questi nostri amici, chi affermerà che ne apportino in vita più piaceri che dispiaceri? Ben disse Valerio Marziale: Nemini feceris te nimium sodalem: amabis minus, dolebis etiam minus.
Dico, Niccola, e dico a te, Battista: Oh perniziosissima peste a' mortali el troppo amore! Scrive Plinio che Publio Catineio Filotimo, lasciato erede in tutte le fortune di colui a cui e' fu servo in vita e molto amato, per troppo desiderio del padrone suo si gittò in mezzo del fuoco dove s'ardea e onorava el morto.
Fu cosa questa d'animo impotente e furioso.
Ma quali siano e' furori che tuttora traportino que' miseri mortali in quali arde troppo amore, altrove ne disputeremo.
E queste nostre speranze e contentamenti quant'elle siano certe e stabili, lascio considerarlo a chi più spera e gode che non si li conviene.
Questo bene ricorderei a chi mi volesse udire, che in ogni suo accogliere suo ragione e summa in questa causa, soscrivesse insieme le durezze e maninconie qual sono aggiunte e asperse con tante sue voluttà e letizie.
E chi non vede ch'ogni umano piacere, altro che quello qual sia posto in pura e semplice virtù, sempre sta pieno d'infinite suspizioni e paure e dolori, ora di non asseguire, ora di perdere quello che gli dilettava e satisfacea? Appresso di Virgilio, Eneas fuggendo da Troia suo patria incesa ed eversa col padre in collo e col figliuolo a mano, non e' suoi armati nimici, ma e' coniuntissimi lo perturbavano.
Leggiadro poeta!, namque inquit:
et me, quem dudum non ulla iniecta movebant
tela neque adverso glomerati ex agmine Grai;
nunc omnes terrent aure, sonus excitat omnis
suspensum et pariter comitique onerique timentem.
Ma non mi estenderò in demostrarvi che 'l gaudio e lo sperare sono per sé all'animo perturbazione e morbo non meno che si sia la paura e insieme el dolore.
Altrove sarà da disputarne.
Basti avervi, quasi accennando, mostrato che per vivere vita quieta e tranquilla, bisogna moderarci e frenarci in ogni nostra voluttà e successo d'ogni nostra opinione ed espettazione.
E se da qualche nostro o detto o fatto inconsiderato e immoderato, o da qualche passata desidia e inerzia nostra ne perturbiamo, siaci non ingrato quel pentimento per quale impariamo odiare e fuggire ogni immodestia e intemperanza.
E se, come dice Catullo poeta, a ciascuno è attribuito el suo errore, ma niun vede quanto a lui sia magro el dorso, giovici qualche volta avere errato dove indi ne riconosciamo fragili e non più divini che gli altri mortali.
E così indi a noi stia un certo eccitamento e stimolo a meglio meritar di nostra industria e solerzia: Me dolor et lacrimae, - dicea Properzio poeta, - merito fecere disertum.
E quanti, perché fastidirono suoi brutti costumi passati, divennero ornatissimi di vita e virtù! Scrive Elio Sparziano istorico che Adriano principe, beffato in Senato per una orazione quale e' pronunziò con troppa inezia, deliberò emendarsi, e datosi con assiduità e diligenza agli studi divenne ottimo oratore.
E non senza ragione Peto Trasea, presso a Cornelio storico, dicea che tutte le egregie leggi e onesti essempli quali sono infra e' buoni, nacquero da' delitti e mancamenti de' non buoni.
Adunque si vuole non solo come dicea ....., presso a Terenzio, dalla vita altrui emendare la sua, ma in prima dal nostro proprio vivere e costumi si vuole di dì in dì prendere argumento e via a miglior stato di mente e d'animo, e succedere emendandoci e godendo in ogni nostro acquisto e accrescimento in virtù e laude.
Dicemmo delle perturbazioni quale in noi insurgono non altronde che da noi stessi.
Seguita testé luogo da investigare in che modo rendiamo e' nostri animi quieti e tranquilli se forse da iniuria e improbità d'altrui fussimo concitati e vessati.
Ma prima assolveremo quanto a questa parte bisogna intendere, che non raro crediamo nulla errare ed erriamo, che ne adduciamo in perturbazione e grave molestia col nostro inconsiderato discorso di ragione e imprudenza.
E simile spesso ne stimiamo offesi da altri dove siamo d'ogni nostro dispiacere autori e apparecchiatori.
Che credi tu, Niccola, che sia facile a noi mortali schifare e non ricevere a sé invidia quando ella si succenda e infiammisi da tante parti, or dalle cose quali in altrui vediamo e sentiamo, ora da cose quali in noi riconosciamo? Grave, hui! Grave perturbazione l'invidia! Ma quanto ella possi ne' nostri animi assai ne scrisse el tuo Leonardo tragico, omo integrissimo e tuo amantissimo, Battista, in quel suo Hiensale, quale egli apparecchiò per questo vostro secondo certame coronario, instituzione ottima, utile al nome e dignità della patria, atta ad eccitare preclarissimi ingegni, accommodata a ogni culto di buoni costumi e di virtù.
Oh lume de' tempi nostri! Ornamento della lingua toscana! Quinci fioriva ogni pregio e gloria de' nostri cittadini.
Ma dubito non potrete, Battista, recitare vostre opere; tanto può l'invidia in questa nostra età fra e' mortali e perversità.
Quel che niuno può non lodare e approvare, molti studiano vituperarlo e interpellarlo.
O cittadini miei, seguirete voi sempre essere iniuriosi a chi ben v'ami? E dovete sì certo, dovete favoreggiare a' buoni ingegni e meglio gratificare a' virtuosi che voi non fate.
Son questi e' frutti delle vigilie e fatiche di chi studia beneficarvi? Ma della invidia e degli incommodi quali sono in le lettere, altrove sarà da disputarne.
Tu, Battista, seguita con ogni opera e diligenza esser utile a' tuoi cittadini.
Dopo noi sarà chi t'amerà, se questi t'offendono.
Per ora qui basti al nostro proposito constituire che la invidia in molti modi nuoce alle cose pubbliche e alle private: ed è un male occulto quale prima n'ha infetti e compresi che noi sentiamo le sue insidie.
E nasce la invidia non tanto da quel che in altrui abbunda, quanto e da quel che in noi forse manca.
E surge ancora l'invidia da quello che invero né qui manca né quivi abbunda, ma da quel che la nostra inetta opinione e immoderato appetito e libidine ne suade.
E può la invidia questo ne' petti ancora di quelli che si stimano savi e prudenti, che e' si reputano iusti e pii dove e' sono pure invidi, iudicano indegno di tante fortune colui quale appare sordido e troppo astretto a porgere beneficio di sé e gratitudine; e credono el suo dolore essere iusto ove a sé manchi quel che ad altri superabunda; né misurano e' suoi commodi con quel che si richiede, né pesano le sue copie col bisogno, ma terminan queste cose non colla ragione ma sì con la volontà e collo intemperato appetito; e vogliono non quel che a bene e beato vivere loro manchi, ma sì quello che a loro pare, per qualsiasi o iusta o iniusta ragione, di volerlo; e sono queste cose volute le più volte tali che elle né gioverebbono loro avendole né nuocono non le avendo.
Così adunque ne avviene che, abbagliati dalle faci della invidia, non discerniamo in che modo questi nostri sinistri movimenti siano in noi non addutti da ragione ma commossi e impinti da perturbazione e perversità di mente.
Udisti che non so chi Filippides in due dì corse da Atene persino a Lacedemonia, spazio di stadi MCXL: e Filonio, corriere d'Alessandro, mosso da Sitione, in quel dì giunse ad Elim, che furono stadi MCCCV.
E quel Strabo leggesti presso a Varrone che da lungi spazio incredibile vide l'armata uscire del porto di Cartagine.
E dicono che Erodes fu cacciatore e pugnatore tale che non era da poterlo sostenere, e che egli uccise in uno solo dì fere circa XL.
Vorresti e simile tu potere, e ancora a tuo posta forse vorresti come Icaro volare sopra l'acque, o come forse quella Pantasilea scorrere sopra alle somme spiche del grano.
Se qui fusse la natura e proccurator delle cose apparecchiata a satisfarti in ogni tuo iusto desiderio, credo periteresti chiedergli simili cose immoderate e superchie.
E se pur le chiedessi, ti risponderebbe: assai ti basta per viver lieto e contento quanto io ti diedi, e composi in te ogni loda e prestanza delle mie cose: a te el corpo formosissimo più che agli altri animali; a te e' movimenti atti e vari più che non sapresti desiderargli; a te ogni senso acutissimo, destissimo, nettissimo; in te ingegno, ragion, memoria, pari agli iddii immortali: quest'altre cose disoneste e non accommodate a beatitudine e felicità, in che parte potranno elle farti migliore e più fermo in virtù? E non ti rendendo migliore, che potranno elle mai ben contentarti?
Avvedianci adunque del nostro errore, e non insistiamo in questa perturbazione di compensare quel che in altrui ci pare male assettato, e desiderarlo a noi ove e' non bisogna credendoci eccitati non da invidia ma da iusto e libero sdegno.
E così riconosciuto in noi che 'l nostro male vien non altronde che dalla nostra male addutta opinione, facile ne emenderemo e rassetteremoci a più quiete.
Succede ancora che non raro per esser troppo indulgenti a' nostri errori, induciamo a noi stessi gravezza e acerbità, e duolci se altri forse non si ritiene di narrare e predicare quello che noi non ci contenemmo dire o fare con poca ragione e precipitata volontà.
Se quel ch'altri referisce di te non è bello, incolpane te che a lui desti materia e istoria di così ragionarne, e inculpane chi prima errò, non chi ora dice el vero.
Sentenza d'Agamenon presso di Euripide poeta tragico: tu che ardisti peccare, bisogna sostegni coll'animo non turbato molte cose ingrate.
Aggiugni a questo che spesso la troppa cupidità d'essere lodato e il troppo studio di vedersi onorato e riputato, sta pieno di gravissima perturbazione.
E certo bisogna qui non dimenticarci quel che e' prudenti dicono, che il volere piacere a molti non è altro che un volere dispiacere a' buoni e a' savi.
Bastici tanto acquistar fama e asseguir gloria fra el vulgo con nostre fatiche e vigilie quanto intendiamo per noi essere satisfatto a' nostri ozii, e quanto conosciamo che chi ci loda e stima invero può affermarci iusti e temperanti e virtuosi.
E de' biasimi e favoleggiamenti qual forse venissero in nostro detrimento da' nostri emuli, invidi e inimici, vorrebbesi potere essere di tanta maturità che noi statuissimo in noi uno animo qual più curasse essere in sé e buono e dotto che parere apresso degli altri.
Dicono che all'uomo savio la coscienza sua è un grande celeberrimo teatro.
Né cerca l'uom savio altri arbitri di suo vita e fatti che sé stessi.
E aggiugneva Bion filosofo a queste sentenze che all'uomo perfetto in virtù era dovuto udire e' detti altrui verso di sé iniuriosi, non con altro fronte e stomaco che se si recitasse una commedia in scena.
E vorrebbesi, non niego, come e' dicono, dall'infestazione degli inimici imparar mansuetudine per sapere poi viver lieto e iocondo co' buoni amici.
E certo quando e' sia opera d'animo forte più el sofferire con mente equabile e non commossa e' detti acerbi d'altrui, che con animo turbato vendicarsi, lodere' io chi in questo frenasse sé stessi e moderassi gl'impeti e movimenti dell'animo suo.
Ma poi che oggi così si vive come dicea quel poeta comico: lupo è l'uno uomo all'altro, - forse bisogna contro alle offese e sentirle e refutarle e vendicarle.
Vendetta si potrà fare niuna maiore che coll'opere buone render bugiardo chi di te mal parli.
E sarà vendetta rara e massima se chi nulla vorrebbe, molto convenga lodarti, e chi molto vorrebbe, nulla possa biasimarti.
Tu, voglio, scrisse Cicerone a Dolobella, coll'animo sia forte e saputo in modo che la tua moderanza e gravità infami l'iniuria altrui.
E Planco a Cicerone scrive: «In questo piglio io voluttà che certo quanto più e' mi odiano questi miei nemici, tanto maggior dolore apporta loro el non potere biasimarmi».
E Socrate, offeso da que' suoi poeti, ridea e dicea: «Voi con questi vostri motti illustriate ogni mia vita, e morsecchiandomi mostrate qual siano e' vostri lezi, e qual sia la mia virtù.
Tal porrà or mente a' miei costumi che prima non mi curava; e tal mi amerà che mi conoscerà virtuoso, qual prima di me iudicava sol quello che egli udia.
Io, come un scoglio a mezzo el mare, persevero sopportando le vostre onte, e sofferendo vinco, in modo che quanto più arditi mi pettoreggiate, tanto più infrangerete voi stessi, ed evvi tanto più acerbo poi el pentirvene».
Così faremo e noi: colla pazienza e col soffrire la insolenza altrui vinceremo; e imiteremo Antonio oratore, qual dicono che col frenarsi e ritenersi facea che chi l'aizzava con parole immoderate parea al tutto furioso.
Marco Ottavio ruppe colla tolleranza e' furiosi impeti di Tito Gracco.
E appresso di Iosefo istorico, dicea quell'Agrippa re de' Ierosolomitani che chi è offeso e soffre, facile induce col suo soffrire a chi l'offende un vergognarsi di tanto perseverare in sua malignità.
Numa re de' Romani, abducendo e' cittadini suoi dall'uso ed essercizio dell'arme al culto e osservanza della religione, gli rendè meno infestati e meno molestati da' suoi finittimi e vicini, e acquistò loro amore e reverenza.
E vuolsi sapere perdere qualche volta quando il vincere sia non necessario; ed è in guadagno quella perdita onde pello avvenire segue che tu men perda.
Ma se forse questi tuoi avversari e inimici cominciassero pur aversi teco con loro ingiurie e malignità troppo infesti e molesti, non sono io quello qual voglia da uno animo umano cosa alcuna non umana.
Scrive Iulio Capitolino che ad alcuni quali vetavano piangere un calamitoso in sua presenza, disse Antonino Pio: «Lasciatelo essere uomo, imperoché gli affetti dell'animo non si possono con imperio togliere né con alcuna filosofia in tutto distenere».
Così io non vieto che tu non senta le cose acerbe agli uomini quando e tu sia uomo.
Proverbio antiquo presso de' Greci: chi non sente le iniurie, si è più di sei volte bue.
E come diceano, presso a Livio istorico, que' Tarquini: egli è cosa pur pericolosa vivere fra' mortali non con altro che colla sola innocenza.
Conviensi alle volte mostrare che 'l tuo stomaco ha collera come quello del compagno.
Un che avea l'occhio non sincero e netto, rispose a un zembo e zoppo: «Ben dicesti ch'io veggo male quando io ti stimai diritto ed equale».
Così noi.
E per non lasciare oltre errare ad altri, e per non cadere, come dicea Laberio poeta, che la spesso offesa pazienza diventa furore, con modo scuoteremo e distorremo da noi chi troppo assiduo fusse mordace e petulante, per non abbatterci poi a rompere in qualche superchio cruccio; e piacerammi provegga di non esser sempre quel cantuccio dove ogni botolo scompisci.
Ma voglio in questo servi modestia; e quel detto di Senofonte, qual dicea che del vincere molto mai fu da pentirsi, voglio interpetri in migliore parte che tu forse non stimi.
Assai molto vince e' suoi malivoli chi nulla perde; e perderesti a te stessi ove tu te precipitassi ad immatura alcuna ira e cruccio.
Non cedere all'iracundia, ma serbati a qualche attemperata e adattata occasione e stagione di satisfarti, dove tu in tempo possi spiegare le tue copie e forze.
Intanto quasi come in insidie contieni, qual fece Socrate appresso di Platone in quel Gorgias morso di parole contumeliose da ....., non rispose allora, ma dopo molto ragionare, ove accadde gli rendè suo merito e con bel modo gli rimproverò ch'egli era temulento, e disse: «Tu che farai quando sarai vecchio, se ora giovane non ti ricordi di qui quivi?».
Simile noi, dove bisogni non altro che parole, gioverà per una volta sfogarsi, versarvi quanto vorremo ogni impeto, qual fece Tullio in Vatinium testem.
E poi, spenta quella vampa e evaporato l'incendio, sarà da rivocarsi e raccogliersi.
E dove forse bisogni altro che parole, Niccola, le ingiurie sono mala cosa; ma non conviensi stizza e subitezza, ma consiglio e maturità.
Col tardo consiglio si fanno e' fatti presto.
L'ira si è nimica d'ogni consiglio, però che l'ira è una breve insania; né condicesi l'insania col consigliarsi.
E fie quella via brevissima a satisfarti qual sia sicura.
Que' buoni Sabini, spogliati con fraude da' Romani, per vendicare la ingiuria acerbissima ricevuta in loro moglie e figliuole, nulla con furore, nulla con ostentazione, ma con ragione e modo si preparorono; onde in tempo ruppono con tanto impeto d'animo e d'arme che chi gli offese gli conobbe uomini e virili e indegni di tanta ingiuria e contumelia.
Così noi non precipiteremo le nostre faccende, ma comporremole e porgeremole a miglior fine.
E se il tempo e occasione non ci si presta come forse desideriamo, non però faremo come Iunone dea presso a Virgilio poeta, quale offesa serbava eternum sub pectore vulnus; ma faremo secondo che ammoniva Fenix quel buon vecchio presso di Omero, qual dicea ad Achille: «Doma questo tuo animo sbardellato, quando gli dii, quali certo ti superano di virtù e dignità, sono flessibili».
Domeremo noi stessi, fletteremo più a facilità e indulgenza che a severità e austerità.
E forse non rarissimo gioverà fare come fece Agrippina, quale, avvedutasi in quella nave del suo pericolo sotto le macchine tese da Nerone per opprimerla e sfracellarla, iudicò utile e solo rimedio de' suoi mali el mostrare di non le conoscere e dimenticarle.
Ultimo e ottime fine di qualunque ingiuria sempre fu el dimenticarla.
E quando pure el conceputo sdegno ne contamini in modo che a nulla ci sia lecito el dimenticarlo, almeno lo asconderemo o dissimuleremo.
Presso a Curzio istorico, quello Eustemon, uno de' iiij M.
presi e stagliuzzati da' Persi, quando e' si consigliavano insieme se dovessero ritornare in Grecia così deformati, senza naso, senza occhi e senza mani, dicea: «Coloro sopportano bene le sue miserie quali le ascondono; agli afflitti la patria è solitudine; niuno ama chi e' fastidia; e la calamità si è querula, e la felicità è superba.
Ciascuno si consiglia colla fortuna sua quando e' delibera della fortuna altrui.
Se noi non fussimo insieme così a un modo miseri, l'uno sarebbe fastidio all'altro.
Che maraviglia se e' fortunati cercano e' pari a sé fortunati».
Parole degne di memoria; però le raccontai.
Ma quanto a noi bisogni, così faremo: consiglierenci colla nostra fortuna, e in le calamità saremo non queruli, e in le buone speranze del vendicarci saremo non rigidi né superbi.
E intanto asconderemo e' nostri mali aspettando qualche accommodata occasione e luogo di satisfarci.
E faremo come presso a Silio poeta fece Annibal, udita la morte del fratello, quale:
compescit lacrimas...
vincitque ferendo
constanter mala, et inferias in tempore longo
missurum fratri, clauso immurmurat ore.
E se pur ti duole né puoi sofferire te stessi, e forse te conosci tale quale conoscea Tibullo poeta sé, ove e' dicea:
Non ego firmus in hoc, non haec patientia nostro
ingenio, frangit fortia corda dolor,
farai come presso d'Omero fece Ulisses, quando quel citarista cantava in cena cose a lui forse iniocunde, che si coperse el capo e lacrimò; poi, finito el cantare, si discoperse e mostrossi lieto bevendo a grazia degli dii.
Così noi cederemo alla nostra imbecillità quanto potremo occulto e coperto.
Ma che cerchiamo noi in questi nostri ricordi? Onde possiamo noi accogliere altronde erudizione accommodatissima che da Omero, poeta certo divino, qual sì atto e con tanta grazia esplicò quello si debba in vita dove esso scrive in qual modo e con quanta ragione Ulisses tradusse e' casi suoi? Vide Ulisses costumi di molti uomini, e vide le consuetudine di molte città; scorse lontani paesi, e sofferse varie e dure e molte fatiche in vita, fra l'arme, in mezzo l'onde e tempesta del mare, con tanto e sì intero consiglio che egli acquistò indi nome e immortale fama; e pertanto affermano che fu uno sopra tutti gli altri prudentissimo ed essercitatissimo.
Riconosciamo adunque gli andamenti suoi per meglio sapere in tempo seguire e' suoi vestigi bisognando.
Doppo a tanti suoi naufragi Ulisses, tornato alle gente sue sconosciuto e mal vestito, vide la casa sua fatta quasi come una taverna pubblica, piena di gente lasciva e immodesta qual dissipava e consumava ogni sua domestica entrata.
Addolorò, e deliberò vendicarsi; ma intanto si contenne e seco disse: o cuore che altrove già tempo obdurasti nei tuoi mali, sostieni.
Fu chi diede a Ulisses un calcio, e Ulisses quieto e muto, e per più dissimulare, simile a un gaglioffo porgendo la mano pregò a uno a uno chiunche ivi era in sala; in qual sala forse più volte avea ricevuto e onorato e' principi di Grecia.
Ancora di nuovo percosso con uno deschetto, e lui pur quieto e saldo, niuna parola, niuno atto, se non quasi come fusse un sasso; nulla più che un poco mosse el capo.
Vollono que' temerari pacchiatori che facesse a' pugni con quello Irone, omo abiettissimo, qual volea cacciar Ulisses di casa; e lui nulla ricusò, e pugnando non volle quel che e' potea; ma per non impedire quello dove e' tendeva a maggior fatti, gli diede un pugno de' suoi lieve.
Ancora di nuovo Ethisippus gittò uno stinco di bue per ferire Ulisses nel capo, e Ulisses, quieto, solo acclinò el capo.
Oh pazienza in uno uomo incredibile, fermezza inaudita e rarissima! Oh essemplo degno di memoria fra e' mortali! In casa sua da gente insolentissima e perfino da' gaglioffi mal ricevuto, svilito, percosso, ributtato, e lui né in parole né in gesti mai scoprirsi.
Tutte le ubriachezze degli altri sofferse, con tutti dissimulò el suo sdegno, a tutti si diede giuoco e strazio, a ogni altrui iniuria tacito e paziente, perché così bisognava al suo instituto.
Lui solo: quella brigata e molta e bestiale.
Lui non atto per ancora a vendicarsi: coloro presti e pronti a superchiarlo d'iniurie.
Lui né discoprirsi sanza estremo suo pericolo né partirsi sanza intollerabile tristezza e acerbità d'animo: loro e ivi lieti e pieni di vino, e altrove molti e pertanto quasi insuperabili.
Adunque deliberò soffrire e dissimulando aspettare se il tempo o la stultizia di chi l'offese aportasse occasione e luogo alcuno di rimeritarli e vendicarsi.
Solo a quella Melancum, fanticella di Penolopes, quale infestava Ulisses con parole femminili e proterve, si rivolse col piglio grave e collo sguardo sì terribile ch'ella impaurì.
Prudentissimo Ulisses non volle quella molestia quale e' potea deporre sanza interturbare suo incetto.
Fece come amonia Plutarco, che non si vuole ultro et sponte offerirsi alle molestie e maninconie non bisognando.
Ma dove così attagli, fie nostro officio non recusare occasione alcuna per quale ne adopriamo in virtù.
Così adunque fece Ulisses.
Ultimo, quando fu tempo, quella brigata inzuppata di vino, stracchi del ridere, lassi dalla sazietà e pienezza; e Ulisses pronto e sobbrio coll'arco in mano prima tenta le cocche, rivede la corda e ogni suo nervo, prepara e sé e sue saette a quel che avvenne.
Nulla volle preterire onde potesse per sua negligenza o precipitata voglia di vendicarsi avvenire che e' forse meno si satisfacesse in tanta impresa.
Indi vedi con quanta virilità e' rende opera a chi da lui meritava male.
Simile faremo e noi.
Se forse al tutto deliberiamo satisfare a' nostri sdegni, provederemo col maturo consiglio quel che bisogni, aspetteremo con sofferenza quel che attagli, useremo non stizza, non subitezza, ma virilità e fermezza d'animo dove e quando così ci si presti luogo e tempo a satisfarci; e in ogni nostro discurso escluderemo ogni fretta e ardore di volontà.
Mai venne tardi quel frutto qual venne in tempo; e persino alle pine, frutto durissimo e tardissimo, hanno suo tempo e maturità.
E piacciati bene sperare delle voglie tue quando elle sono giuste.
Favoreggiano e' cieli alle iuste imprese.
In questo mezzo seda te stessi, e non aggiugnere al tuo dolore nuovo stimolo e cruccio; ma ripensa una e un'altra volta quanto e' sia necessario teco statuire tanta impresa.
Ciò che tu potevi restare e ricusare di fare, questo fu non necessario.
Ma tu forse stimi questa offesa, e misurila col viver tuo, e pesila co' tuoi costumi.
Oh cosa dolce el viver nostro, se tutti e' mortali fossero e buoni e simili a te! Ma forse tu argumenti così: questo mai feci io, né questo fare' io.
Non torresti el suo capro a Dameta, né Dameta torrebbe el bracco ad Atteone, né Atteone torrebbe a Platone que' libri pittagorici tanto pregiati.
Trahit sua quemque voluptas.
E molto più la necessità, e non meno la natura e consuetudine del vivere alletta e tira e' nostri animi a vari costumi e vita.
Ma non ci stendiamo.
Vuolsi tanto diminuire alla ricevuta offesa quanto a chi offese s'aggiunse o ragione o condizione di così farti e così trattarti.
Era Codro povero; però tolse a Crasso.
Era M.
Celio formosissimo; però accedette a quegli amori di quella Clodia.
E simile, in questo comparare e accogliere tutti e' calculi, forse t'occorrerà che l'offesa ti si presenterà maggiore fatta in quel tempo, fatta in quel luogo, fatta da costui quale tu amavi e di dì in dì obligavi ad amarti con assiduo beneficio e grazia.
Non insistere quivi, però che ogni tempo è alieno, e in ogni luogo è indegno d'usarvi iniustizia.
E se cosa niuna, come si dice, a noi sta acerba se non quanto la stimiamo, né stanno e' tuoi incommodi posti nella stultizia altrui, ma seggono in la tua opinione, a lui qual fu incontinente e immoderato se ne aggradi el biasimo non a te s'aggravi el dolore.
E scopertasi occasione di vendicarti, qual sarà maggiore vendetta che adducerlo a pentersi d'avere offeso chi e' non dovea? Questa vendetta fie più facile essequirla col beneficare chi t'è iniquo che col superchiarlo d'offese.
E sarà beneficio gratissimo e laude prestantissima donar questa nuova grazia alla amicizia antiqua; e sarà officio d'animo degno d'imperio con questo rarissimo beneficio fundare nuova benevolenza.
Ma qualunque siano e' tuoi pensieri, tanto ti rammento che in ogni tuo deliberare e statuire tua impresa, mai acceda dove la perturbazione t'alletta; ma come chi navica, se 'l vento preme questa banda, tu in quell'altra osta e offirmati.
Non favoreggiar sempre alla causa tua, ma confirma teco ogni ragione e scusa di chi ti spiacque.
Così seguiranno tuo corsi in vita, sopra e' flutti e tempesta del vivere, equabili e sicurissimi.
Dicemmo de' dispiaceri quali in noi occorsero da noi stessi, e dicemmo de' dispetti e iniurie ricevute dagli altri uomini.
Ora investigheremo ragioni e modo di sedarci e acquietarci dalle perturbazioni commosse in noi da' tempi communi, da' casi e fortune nostre.
Ma qui prima interporrò quanto mi si porge a mente che noi non rarissimo in nostre molestie e affanni incolpiamo forse e questo e quell'altro uomo di cose quali in prima surgono d'altronde che da chi noi le riputiamo.
Et tu, dicea Valerio Marziale,
sub principe duro,
temporibusque malis ausus es esse bonus.
E quale imperitissimo non conosce quanto possano e' tempi e ragion pubblice negli animi de' privati cittadini? Quinci avviene forse che tu truovi costumi perversissimi e modi di vivere pieni di fizione e falsità.
Pènsavi tu se mai fusti in terra alcuna ove quanti vi siano uomini, tante vi siano trappole, quante vi s'usano parole, tante vi siano bugie e periuri.
E conviensi fra simili uomini pendere col viver pubblico.
E che la fortuna possa in noi mortali, o Niccola, che in noi mortali possa la fortuna, tu, o Battista, riconosci.
Riconosci e' tempi nostri, quanti buoni vivono vita misera e non degna alle loro virtù.
E contro, mira che monstri e quanto inauditi e incredibili crebbero nelle cose della fortuna; che dicea Iuvenale satiro poeta:
Si Fortuna volet, fies de rhetore consul;
si volet haec eadern, fies de consule rhetor.
E se così è che non pochissimo in noi possino e' cieli, fia nostra opera fare come chi giuoca: se gli avviene buono, vinca; se forse caddero sinistri partiti, moderigli con qual vi si adatti ragion migliore.
E certo conviensi, secondo quell'ottimo proverbio antiquo, vivere oggi come si vive oggi.
Dicono che ben consigliarsi e ben mantenersi son cose felicissime in vita.
Sì; ma chi stimasse ben consigliato colui qual con dolersi de' suoi casi e fortune pur non volesse quel che a lui è necessità sofferire? Dicea Tales Milesio che la necessità vince.
E qual si truova cosa che adduca necessità pari a' cieli? Onde ben disse Mannilio poeta:
Heu nihil invitis fas quemquam fidere divis.
E che così sia, vedi a Vergilio quel Laocon sacerdote, qual curando la salute della patria sua percosse col dardo quella macchina di quel cavallo di legno sacrato a e pregno d'armati.
Erano e' tempi fatali in eccidio di Troia, e però non gli fu creduto.
Non vorrei errare adducendo da' cieli in tutte le cose de' mortali necessità inevitabile, e quel ch'io al tutto niego essere.
Forse come e' medici allo infermo danno per giovargli quel che nocerebbe a' sani, e quel che e' vietano in altri, come incanti e filaterie, aggiungono a sé quando e' duole loro; così e noi, in nostre perturbazioni e mala fermezza d'animo, non senza qualche utilità ascolteremo chi forse disse che ciò che ora è, mai potrà non essere stato, e ciò che avvenne, qualche himarmones e fatal condizione e cagione fu, onde e' non potea non avvenire.
E poi che quella e quell'altra cosa accrebbe, ella durerà non più nulla se non solo quanto in lei potranno que' suoi cieli e fati quali sono volubili e instabili.
Adunque saranno le cose né sempre in uno essere né continuo in una quadra.
Dicea Properzio:
Tempora vertuntur; certe vertuntur amores.
Et deus, et durus vertitur ipse dies.
Qual volubilità vediamo pari in le cose pubbliche come nelle private.
Non fu sempre la fortuna pubblica de' Romani seconda e vittoriosa: trovorono Annibale quale in molta parte gli domò e distrinse.
Né fu sempre la fortuna propizia ad Annibale contro e' Romani: abbattèssi a Marcello, qual mostrò ch'e' cartaginesi esserciti si poteano vincere.
Adunque facciamo colla fortuna come scrive Laerzio Diogene che facea quel Demofon in mensis prefetto d'Alessandro Macedone, quale al sole abrigidava e in umbra sudava.
Quando e' tempi e successi delle cose appaiono gravi, si vuole opporvi consiglio e prudenza in evitare gl'impeti avversi; e dove forse le cose sinistre ti si presentano inevitabili, bisogna opporvi fortezza d'animo e pararsi a sofferirli, e non fare come alcuni enervati quali alla prima ombra avversa caggiono in tristezza e addolorati languiscono e giaciono perduti.
In quel numero furono da biasimare que' Gallogreci racconti da Iustino, quali perché in loro sacrifici vedeano segni di fortuna prossima non lieta, timidi non cadere alle mani de' loro inimici, uccisero suo madri e suoi figliuoli, e perderono ogni sua cosa, e arsero casa e suoi beni e sé.
Furore immanissimo, per dubbio di male farsi male.
Molte cose accennano da' suoi principi esser dure e dannose, qual poi riescono contro a ogni tua opinione a fine buono e commodo.
Piacemi di quei tuoi cento apologi, Battista, a questo proposito, quello LXXXVIII, quando e' laghi credeano ch'e' nuvoli fussero montagne per aria e pendessero sopra loro in capo tuttora per cadere, e per questo e' laghi eran divenuti pallidi, squallidi, e tremavano; poi quando videro che que' nuvoli si colliquifaceano in pioggia e acqua, tutti si sullevorono e grilleggiorono di letizia.
E come dicea colui in Eunuco presso a Terenzio, qualche volta el male suole essere cagione di molto bene.
E intervenne a non rarissimi che chi volea loro fare male, gli fece bene.
Qual caso avvenne a molti altri, e fra loro a quel Fedro Iasone, quale da' suoi nimici ricevette una ferita in luogo che per quella tagliatura e' guarì da morbo prima non sanabile per cura de' medici.
Adunque a' nostri preveduti mali opporremo consiglio e ragione ad evitarli e a prepararci a bene soffrirli.
E in prima sarà utile preparare a se stessi buona espettazione delle cose che hanno a venire, ché quando bene avvenisse la cosa in male, almeno in quel mezzo viverai sanza quella sollicitudine e ansietà d'animo.
Così quando appaiono e' tempi lieti, interpognianci qualche suspizione di cose avverse quasi come temperamento di tanta letizia.
E se alle tue iuste e lodate imprese ti si attraversa qualche sinistro intoppo, non abbandonare te stessi: fa come disse la Sibilla ad Enea:
Tu ne cede malis, sed contra audentior ito,
quam tua te fortuna sinet.
Via prima salutis,
quod minime credis, Graia pandetur ab urbe.
Dicono che nulla si truova fidissimo renditore quanto la terra.
Ella ciò che tu gli accomandasti rende, secondo el precetto di Esiodo, non a pari ma a maggior misura.
Ancora più troverai fedele la industria e vigilanza tua, presertim quella qual tu porrai a cose oneste e degne, quando in queste e' cieli e ogni fato si adopera in satisfare a' tuoi meriti.
Mai fu la virtù senza premio di lode e grazia.
E gustate, priegovi, questo argumento: le cose di quaggiù sono rette o da noi uomini o da altri che noi mortali.
S'altri le regge che noi, lasciànne la cura a chi già tanto numero d'anni le resse e con ragione e bene.
Ma se forse, come tu scrivi in una delle tue iocundissime intercenali, Battista, la fortuna di noi mortali non viene dal cielo ma nasce dalla stultizia degli uomini, ricevianle fatte come dagli uomini simili a te, proclivi e dati a ogni passione d'animo e inconstanza.
Qual tua sentenza mi diletta, e confermola; già che se Cesare non avesse tratto Ottaviano in tanta amplitudine, e que' suoi commilitoni non si fussero sottomessi a Cesare, sarebbe né questo né quello stati principi e ministri di tanto imperio.
Anzi l'uno forse sarebbe stato simile al padre argentiero, e l'altro forse causidico.
Adunque, se le cose di noi uomini conseguono contro a nostra voluntà, elle succedono secondo el volere di chi così le guida.
E certo sarebbe intollerabile arroganza la mia, se io pur volessi ch'ogni cosa isse a mio arbitrio, e nulla uscisse del mio disegno e proponimento.
Tante nostre volontà adempiemmo altrove; ora lasciamo che altri ancora in qualcuna sua voglia si contenti.
Ma poi che giugnemmo a questo religiosissimo tempio, entriamo a salutare el nome e figura di Dio.
E, quel che sopra tutti e' documenti e ammonimenti de' prudentissimi scrittori giova, preghianlo che e' non ci adduca dura alcuna condizione di vivere, e prestici buona sanità di mente e buon consiglio e intera fermezza a nostre membra, e concedaci animo virile e constante a sostenere e soffrire ogni impeto e gravezza delle cose avverse.
LIBRO III
Ne' duo libri di sopra investigammo vari e utili rimedi a non ricevere a sé perturbazione alcuna; e vedesti non pochissimi particulari e succinti rimedi atti a sedare e' sinistri movimenti dell'animo, quando forse insurgessono in noi o da nostro errore, o da vizio altrui, o dalla condizione de' tempi e volubilità della fortuna e durezza de' casi nostri.
Restavano ora certi ammonimenti generali accommodati ad espurgare qualunque fusse in noi insita e obdurata grave maninconia, - materia certo utile e degna, qual vederai disputata in questo terzo libro dal nostro Agnolo e dal nostro Niccola, uomini civilissimi e peritissimi, non forse con quanta dignità si converrebbe alla autorità e prestanza loro, però che in me, confesso, non è tanta eloquenza né tanto ingegno ch'io possa imitare la gravità e maturità d'Agnolo Pandolfini in miei scritti e sentenze, e affermo non potrei esprimere la suttilità d'ingegno e prestezza d'intelletto quale io conosco essere in Niccola.
Né mi sento essercitato in modo ch'io possa coniungere e conchiudere con arte e ordine tanta esquisita dottrina e maravigliosa erudizione qual ciascuno de' nostri cittadini sente e già più tempo conobbe essere in ciascuno di que' due.
Ma saranno e' documenti raccolti e referiti da costoro per sé sì approbatissimi che non dubito ti diletterà riconoscerli presso di noi, qualunque sia in me eloquenza e adattezza a dire.
E udirai da questi due uomini dottissimi cose degne, grate e utilissime.
Leggimi, come sino a qui facesti, con avidità e attenzione, e proponti quasi essere quarto fra noi a questi ragionamenti del nostro Agnolo, omo integrissimo e prudentissimo, quale alle disputazioni prossime di sopra, usciti che noi fummo di chiesa e iti due e due altri passi, si fermò, e prese a mano di qua e di qua Niccola e me, e commovendo qualche poco el capo disse: - Io mi credea avervi assoluta e prefinita questa impresa, e stimava restasse nulla altro in questa causa che l'ultimo epilogo e breve enumerazione delle cose recitate da noi.
Ma ora m'avveggo in più modi del mio errore, e vorrei non aver cominciato quello ch'io non seppi con ordine e via conducere sino a qui.
Né qui so dirizzarmi a tradurlo dove io da lungi scorgo bisognerebbe tragettarlo.
Dissi cose assai, e forse non inutili; ma e' mi intervenne come a chi truovò nella vigna quasi el cucuzzolo d'un gran sasso, e parsegli da scoprirlo, ma poi si pentì del sudore e tempo perdutovi sino a qui, ove e' lo scorge maggiore e men da poterlo muovere e transportarlo che e' non si fidava.
Così disse Agnolo, e poi di nuovo tacendo oltre s'avviò passeggiando.
Adunque Niccola, uomo acutissimo, verso me ritenne el passo e disse: - Concederemo noi, Battista, qui ad Agnolo quel che e' dice che 'l suo disputare sino a qui sia stato senza ordine? E tanta copia di varie, degnissime e rarissime cose accolte da lui, diremole noi non esposte in luogo e porte e assettate dove bello si condicea e convenia? Molti appresso de' nostri maggiori Latini e ancor molti presso de' Greci, Agnolo, scrissero simile parte e luoghi di filosofia.
Non però vidi in tanta frequenza alcuno di loro più che voi composto e assettato.
E notai in ogni vostra argumentazione e progresso del disputare esservi una incredibile brevità, iunta con una maravigliosa copia e pienezza di gravissimi e accommodatissimi detti e sentenze.
E quello che a me pare da pregiare in chi scrive o come voi qui disputa e ragiona di queste dottrine dovute a virtù e atte a viver bene e beato, Agnolo, si è quello che in prima in voi mi parse bellissimo.
Non so se fu Cipreste, del quale Vitruvio scrive tanta lode, o se fu altro architetto inventore di questo pingere e figurare, come oggi fanno, el pavimento.
Ma costui qualunque e' fu trovatore di cosa sì vezzosa, forse fu a quel tempio ornatissimo di , quale tutta l'Asia construsse in anni non meno che settecento; e vide costui a tanto edificio coacervati e accresciuti e' suoi parieti con squarci grandissimi di monti marmorei, e videvi di qua e di là colonne altissime; e videvi sopra imposti e' travamenti e la copertura fatta di bronzo e inaurata; e vide che dentro e fuori erano e' gran tavolati di porfiro e diaspro a suoi luoghi distinti e applicati, e ogni cosa gli si porgea splendido; e miravavi ogni sua parte collustrata e piena di maraviglie: solo el spazzo stava sotto e' piedi nudo e negletto.
Adunque, e per coadornare e per variare el pavimento dagli altri affacciati del tempio, tolse que' minuti rottami rimasi da' marmi, porfidi e diaspri di tutta la struttura, e coattatogli insieme, secondo e' loro colori e quadre compose quella e quell'altra pittura, vestendone e onestandone tutto el pavimento.
Qual opera fu grata e iocunda nulla meno che quelle maggiori al resto dello edificio.
Così avviene presso de' litterati.
Gl'ingegni d'Asia e massime e' Greci, in più anni, tutti insieme furono inventori di tutte l'arte e discipline; e construssero uno quasi tempio e domicilio in suoi scritti a Pallade e a quella Pronea, dea de' filosofi stoici, ed estesero e' pareti colla investigazione del vero e del falso: statuironvi le colonne col discernere e annotare gli effetti e forze della natura, apposervi el tetto quale difendesse tanta opera dalle tempeste avverse; e questa fu la perizia di fuggire el male, e appetire e conseguire el bene, e odiare el vizio, chiedere e amare la virtù.
Ma che interviene? Proprio el contrario da quel di sopra.
Colui accolse e' minuti rimasugli, e composene el pavimento.
Noi vero, dove io come colui e come quell'altro volli ornare un mio picciolo e privato diversorio tolsi da quel pubblico e nobilissimo edificio quel che mi parse accommodato a' miei disegni, e divisilo in più particelle distribuendole ove a me parse.
E quinci nacque come e' dicono: Nihil dictum quin prius dictum.
E veggonsi queste cose litterarie usurpate da tanti, e in tanti loro scritti adoperate e disseminate, che oggi a chi voglia ragionarne resta altro nulla che solo el raccogliere e assortirle e poi accoppiarle insieme con qualche varietà dagli altri e adattezza dell'opera sua, quasi come suo instituto sia imitare in questo chi altrove fece el pavimento.
Qual cose, dove io le veggo aggiunte insieme in modo che le convengano con suoi colori a certa prescritta e designata forma e pittura, e dove io veggo fra loro niuna grave fissura, niuna deforme vacuità, mi diletta, e iudico nulla più doversi desiderare.
Ma chi sarà sì fastidioso che non approvi e lodi costui, quale in sì compositissima opera pose sua industria e diligenza? E noi, Agnolo, che vediamo raccolto da voi ciò che presso di tutti gli altri scrittori era disseminato e trito, e sentiamo tante cose tante varie poste in uno e coattate e insite e ammarginate insieme, tutte corrispondere a un tuono, tutte aguagliarsi a un piano, tutte estendersi a una linea, tutte conformarsi a un disegno, non solo più nulla qui desideriamo, né solo ve ne approviamo e lodiamo, ma e molto ve ne abbiamo grazia e merito.
Aggiugni che non tanto el tessere e connodare in un sieme vari detti e grave sentenze appresso di voi fu cosa rara e maraviglia, ma fu e in prima quasi divino el concetto e descrizione di tutta la causa agitata da voi, qual compreendesti faccenda da niuno de' buoni antiqui prima attinta, e mostrasti in che modo si propulsino e in che modo si escludano le maninconie.
E confessovi in ogni vostro successo del ragionare troppo mi dilettasti e tenestimi di cosa in cosa continuo sospeso e attentissimo, e ogni vostro detto molto mi si persuase.
E ricordommi di quello che e' referiscono di Alessandro Macedone, quale essendogli presentato un forzerino bellissimo lavorato, non sapea che imporvi cosa preziosissima e condegna d'allogarla in sì maravigliosa cassetta.
Pertanto comandò vi riponessero e serbassono entro e' libri di Omero, quali certo, non nego, sono specchio verissimo della vita umana.
Ma che volle Omero fingendo sì inaudita e ostinata pazienza in quel suo Ulisses? Se la pazienza è quella quale rende noi simili a chi nulla curi le offese, non sarà e' più lode al tutto nulla curarle e lasciarne altrui non solo el giudicio e determinazione, ma e ancora la fatica di punire e punendo render migliore chi teco mal visse? E se la pazienza sarà in noi quale fu in Ulisses in dissimulare di sentire quello che lo accuori, non io sono colui che tanto appruovi e preferisca questo instituto di vendicarsi in vita ch'io, per valermi di una onta, sostenga più e più strazi di me e di mia dignità.
Né seppi mai meco sì adattarmi a non curare e sopportare la temerità e protervia altrui, che a me non paresse in quel tanto essere omo servile e da biasimarmi.
Questi la lodano e prepongonla alle prime virtù, e dicono che la pazienza col starsi cortese vince le squadre delle Furie armate.
Se egli è vittoria el ricevere assidui fastidi e trovarsi oppresso da gravissime e intollerabili molestie, essi dicono el vero.
Io veggo e provo questo in me tutto el dì, che 'l mio essere sofferente a me frutta non altro che solo iniurie.
El soffrire apre via e alletta la insolenza altrui esserti noioso: el soffrire d'ora in ora t'adduce e oppone nuove traverse e dure offese: el soffrire mai non fu utile se non quanto el mostrarsi e libero e uomo era periculoso.
E quanto e' sia insuave, molesto, difficile e tedioso el sopportare la stultizia altrui, altrove sarà da disputarne.
Ma giovi, quando che sia, fra 'l vivere e conversare della moltitudine questo dissimulare di nostre voluntà e questo negligere noi stessi e trascurare ogni nostra dignità, qual cosa voi chiamate pazienza.
Dite, qual virtù sarà quella che noi sollievi oppressi da e' nostri casi avversi e dalle ruine de' nostri tempi? Diranno que' savi: non curare e' tuoi dolori.
Facile precetto a dirlo, facile a dirlo.
Ma colui el quale perdette e' noti a sé, domestici, coniunti, amici, e perdette l'altre sue commodità e onestamenti, e perdette sue fortune domestiche, amplitudine, autorità publica e luogo di dignità, e ora si truova in solitudine, assediato da ogni necessità, abietto, destituto, e forse malfermo e poco intero in suoi nervi e membra, come aiterà e soverrà a sé stessi? Voi forse a costui adducerete que' detti vulgatissimi e notissimi: non ti dispiaccia la cecità tua, non ti aggravi la surdità.
Quando molte cose testé non vedi e non odi quali soleano adolorarti, assai vedi quando tu discerni le buone cose dalle non buone, le degne dalle non degne, e assai odi quando tu odi te stessi in quelle cose che faccino a virtù e laude.
E bene hassi la notte in sé ancora e' suoi diletti.
Le fortune, el nome, lo stato, la felicità del vivere, direte che siano cose caduce e fragili.
Ed elle pur sono quelle per quali tutti e' mortali contendono col ferro e col fuoco, e per quali espongono suo sudore e sangue e vita; e voi vorrete ch'io non le curi né desideri? E pure mi duole, Agnolo, e duolmi non le avere.
E bench'io mi disponga coll'animo e al tutto m'affermi a non curare e non desiderare quello che a me sia vetato e perduto, pur quando spesso ora vedo e' luoghi e cose, quando odo e sento questo e quest'altro, quando nel mio pensare trascorro di cosa in cosa, allora, come non solo dicea Dido presso a Virgilio: agnosco veteris vestigia flammae, ma e in prima mi si rinnuovano mie triste memorie e raccendonmisi insieme e' miei dispiaceri oltramodo; e dico anche io:
dulces exuviae, dum fata deusque sinebant;
e viemmi lacrimato prima ch'io m'avegga del mio o volete errore o volete dolore.
Diresti: e perché piagni? Rispondere'ti come rispose Solone filosofo: piango perché sento che 'l pianger nulla giova al mio dolore.
Ma in questo chi mi ripreendesse? Noi vediamo natural desiderio fino alle fere silvestre intorno a' nidi e presso a' covili suoi dar segni manifesti de' loro incommodi.
E prudentissimo fu quel detto del figliuolo di Nestorre presso del nostro Omero: io non lodo el piangere.
E piangere nulla e' morti suoi mi par biasimo, quando questo solo onore si debba a' miseri mortali usciti di vita.
Vedi che Priamo, re prudentissimo, alle essequie del suo Ettor, fortissimo figliuolo, comandò si celebrassero e' pianti interi nove dì, poi el decimo dì si sepellisse e facessonsi le essequie, e l'undecimo dì ordinò se gli construisse el sepolcro onoratissimo.
Ed ebbe in queste funerali cerimonie chi con modi e canti e versi piangiosi eccitava mestizia e sospiri a chi udiva e vedea.
Simile lodano Marco Fabio che, perduto el fratello, recusò la grillanda, insigne publico onoratissimo.
Ma che raccontiamo noi essempli de' principi mortali, o donde meglio compreenderemo quel che in questo s'appruovi presso de' dotti e famosissimi scrittori, quando la Dea degl'iddii, presso a Omero, prese el velo nero nel suo merore e cordoglio?
AGNOLO.
Or così fa, Niccola; tu omo qual sopra gli altri sempre fusti in ogni tuo vita sempre pazientissimo, segui meco argumentando e dissuadendo la pazienza.
S'io volessi mostrarti quanto el sapere, come e' dicono, vorare la inezia del volgo e piegarsi alle temerità de' venti e aure populare sempre fu cosa commodissima, e s'io volessi esplicarti quanto l'essere non subito, non precipitoso, non aventato in suoi movimenti d'animo e volontà, sia cosa necessaria in vita, atta a virtù, conveniente a bene e beato traducere ogni suo età piena d'officio, piena di frutto, piena di merito, nulla difficile, nulla iniocunda, nulla disconveniente a chi sia ben confirmato con ragione e bene instituito ad onestà, e dato ad acquistar lode e buona grazia fra i mortali e posterità, non mi basterebbe el dì; tanta copia d'ottimi argumenti mi si inondarebbe e suppeditarebbe.
Forse altrove a tuo posta ne disputaremo.
Per ora, quanto accade al nostro proposito, a me nulla dispiacerà ti consigli colla necessità e colla opportunità de' tempi tuoi.
Che dici tu? E' mi dolgono le offese.
Io desidero le cose pregiate.
Che adunque? E che faremo? Al primo impeto ne scopriremo e ostaremo armati.
Guarda, Niccola, quanto sia utile questo consiglio.
Dirai: e a te, Agnolo, che ti pare? Vedi quanto io mi ti dia facile e largo.
Non vorrei essere udito da questi miei filosofi.
Dico, Niccola, e tu, Battista, della sofferenza si vuole avere o nulla o troppo.
Nell'altre cose giovi usare mediocrità.
In questa, dove tu non puoi presentarti e averti libero, ubbidisci a chi più può.
Ad Euripide poeta parea la inobbidienza della moltitudine più che 'l fuoco valida, e più atta a destruere e consumare le cose.
E dicono che la moltitudine sempre fu insuperabile.
Omero dicea che 'l male sempre vince; ma quanto e dove e a chi bisogni cedere t'insegnerà la necessità.
E iudica necessario el cedere sempre dove tu cedendo non peggiori tuo stato; e quello che per ora si può mutare se non in peggio, iudicalo ottimo.
Nel resto ti concedo che dove a te sia lecito, mostrati uomo non al tutto sanza stomaco.
Spegni, attuta l'arroganza di qualunque te incende ad ira.
E così adunque a me non dispiacerà ti consigli colla necessità e colla opportunità de' tempi tuoi in ogni tua impresa e faccenda.
Né ti distolgo da' tuoi sensi e proclività umane; né ti interdico che a te non dolga perdere e non avere tuo care cose e amate.
Ben ti rammento non perseveri col dolerti, né pur seguiti essere e a te grave e a' tuoi bisogni inutile e sinistro, e che desideri e che chiedi quel che e' mortali pregiano e prepongono, e per quale s'espone el sudore, el sangue, la vita.
Questo, s'egli è possibile acquistarlo e recuperarlo col dolerti e col piangere, come molti fanno, segui; vivi in assiduo e profondissimo dolore tanto che tu a te satisfaccia e asseguisca e' tuoi desideri ed espettazione.
Fa come fece quel M.
Livio, uomo onoratissimo in Roma, quale sperava e a sé stessi promettea el consolato, ma poi repudiato dal populo e caduto dalle sue espettazioni in quella petizione del consolato se lo reputò ad ignominia, e per questo si commise in solitudine, e fuggì piazza, teatri e templi, e fuggì ciascuno luogo pubblico e celebre, e fuggì la patria, e visse anni otto in villa vita cordogliosa e squallida.
E se tu pur vedi che 'l tuo lagnarti, e questo tuo condolerti entro a te e questo tuo vivere in tristezza e merore nulla t'apporti d'alcuna di tante cose qual tu vorresti, che stultizia sarà la tua non abdicare da te quel che ti strazia e atterra? Nulla si truova grave e molesto a' nostri animi quanto l'attristarsi dell'altre perturbazioni.
La libidine ha in sé un certo ardore, la immodesta letizia ha in sé una inetta levità, la paura ha in sé non so che diffidarsi e troppo umiliarsi.
Ma questa egritudine d'animo qual chiamano tristezza, questo dolersi e vivere tedioso a se stessi, ha in sé maggior mali insiti e infissi.
Dicea Omero che la miseria presto c'invecchia.
E tu così vedi e' cordogliosi deformati, languidi e fedissimi contorcersi ne' loro intimi crucciati, e simile a un trave annoso e corroso da tarli putrirsi e insordidirsi.
Adunque e che insania fie la tua pur nutrire in te quel che ti seduce e distiene da ogni tua speme ed espettazione? Che pur segui tu ove nulla giova e molto nuoce el condolerti e attristirti? Non senti tu che questo tuo involgerti e sospignerti col pensiere in questa ortica di tuo triste e ingrate memorie ti rende inabile a discernere e distinguere quel che al bene a te s'acconfaccia in vita, e rendeti inutile ad escogitare e preordinare le cose buone e opportune e abili per evitare e propulsare e' pericoli e difficoltà quale tuttora incorsano e da molte parti noi urtano in vita.
Se a te dolgono e' tuoi incommodi, tu a te stesso in questo ne dai cagione quale dolendoti male curi e' fatti tuoi.
Se a te dolgono le tue voluttà perdute, riconosciti omai in colpa, ove tu non fughi da te ogni tristezza, e te dai ad altri nuovi diletti e amenità e piaceri.
S'e' tuoi onestamenti e gradi perduti ti perturbano, tu in questo rimanti di sinestrar te stessi ove dimostri non esserti per tua prudenza persuaso già più tempo che tu eri non dissimile dagli altri mortali, e sentivi e riconoscevi te subietto ed esposto a' casi vari e volubilità della fortuna.
E che giustizia fie la tua se tu pure obdurerai recusando in te alcuna delle condizioni dovute a chi vive? E che officio di prudenza sarà la tua non riconoscerti uomo? E che modestia sarà la tua non por, quando che sia, fine e termine alle tue querele? E che lode d'animo grande e fermo sarà la tua, se tu nato a imperare e regger gli altri, non saprai moderare te stessi? E se in cose alcune bisogna moderazione e ragione e virtù, certo bisogna contro al dolore.
Oreste per dolore divenne furioso.
Cleobolo filofoso, estinto da sue grave maninconie, uscì di vita.
Eccuba fingono che per acerbissimi morsi de' suoi dolori diventò cane e arrabbiò.
Niobe fingono che addolatara si convertì in sasso.
Adunque se pel dolore si diventa e furioso uomo e arrabbiata bestia e insensato sasso, qual sarà che non curi con ogni sua opera e forza lunge propulsare da sé questo dolersi? Ma tu, Niccola, in ogni mia argumentazione vedi tu come io a te nulla vieto che tu non sia in tue opinioni e volontà uomo sì, ma proibisco non diventi efferato e immanissimo.
E tu pur quivi t'affolti, e come la coturnice rinchiusa nella gabbia pur vorrebbe uscire per quel poco che a lei pare non bene intero, tu così quinci forse vorresti uscire in maggior disputazione ed estenderti in più lati campi d'argumentare contro a' detti miei.
Oh! egli è cosa molesta e veemente el dolore, e vince: egli è cosa difficile e dura el non sentire e non cedere a' mali suoi.
Eschilo poeta tragico, quando egli adduce uno e uno altro degli dii venuti a consolare Prometeo relegato e alligato a quel sasso al Caucaso, non diceano: O Prometeo, non curare e' tuoi mali e non gli sentire; ma diceano: Quello che a te è imposto dal summo Iove, quello che tu non puoi recusare, quello che a te è necessità soffrire, soffrilo con quanto men puoi agitare e infuriare te stessi.
E Prometeo pur si lagnava con parole immoderate, e dicea: Io pur feci ch'e' mortali mai più morranno.
Io imposi loro molta speranza e molto cieca; e insieme aggiunsi quel vivo e celeste ardore.
E qui l'Occeano, massimo degli dii, li rispondea: «Tu, o Prometeo, lascia questo tuo fasto ed elazione antiqua.
Usurpa testé nuovi costumi quando el cielo serve a nuovi tiranni, e al tutto modera a questa tua lingua e procacità.
L'ira di chi può tanto in te quanto tu pruovi, si sederà colla tua summissione molto più che coll'alterezza.
L'ira che ti incuoce si spegne e medica colle umili parole; e gioveratti non raro parere men savi e men dotti che noi non siamo.
Della Necessità sono ministri e' Fati triformi e le mai dimentiche Erine».
Così dicea l'Occeano a Prometeo.
E appresso di Euripide, pur greco poeta e tragico, dicea Ulisses ad Eccuba quando e' gli nunziava che l'essercito de' Greci constituiva per utile e salute del nome di Grecia sacrificare agl'iddii la sua figliuola: «Pensa tu, o Eccuba, ora non più lungi a' tuoi mali, e dà senza contumacia quello che tu non puoi denegare a' casi tuoi».
Sempre fu opera di savio usare senno ancora in le cose non buone.
E noi che faremo in le nostre avversità? Nulla udiremo questi ottimi ammonimenti degnissimi di mandarli e osservàlli a perpetua memoria? Anzi, come el puledro, pur ne combatteremo e straccheremo subagitando e resteggiando qua e qua, obdurati in nostra contumacia contro a chi ne osserva a regge? E non ci mitigheremo né sosterremo chi ci contiene legati e frena? Indi e come reputeremo noi, disposti a nulla desiderare quello che fia irrecuperabile, costui a cui da ogni minima favilla di sue già estinte memorie si raccendono maggiori cure al petto, né s'avvegga del suo errore altronde che dalle sue proprie lacrime? E che piangi, uomo effemminato? Perdetti; non ho; vorrei.
E' fanciugli vezzosi imparano piangere dalla troppa indulgenza della mamma, e quando e' non impetrano da lei quello ch'essi chieggono, allora giova el piangere per satisfarsi.
E noi in questo siamo e più leziosi e con men senno ch'e' fanciugli, dove pur perseveriamo contorcendoci e singhiozzando in nostri convenevoli e piagnisteri, e vediamo e conosciamo che nulla giova.
Quando a casa di Febe convenirono molti dii per confortarlo nel caso di Fetonte suo figliuolo, piacque a Febo convitarli, e apparecchiò loro secondo el costume antiquo quello epulo e lettisternio consueti.
Erano infra que' divi el Pianto e ancora el Riso, fratelli gemini e nati in un solo parto, figliuoli nati della dea Mollizie e di quello Fauno quale e' chiamano Stolidasperum.
Pirteo, ordinatore dello apparecchio, procedeva disponendo a' convivati loro luoghi e seggi.
Quando e' divenne a questi duoi fratelli, e' si fermò, ché non potea non maravigliarsi mirando quanto e' fussero in ogni loro effigie e liniamenti troppo simili; né appena discerneva indizio alcuno per quale e' riconoscessi l'un dall'altro, che stavano ambedue simili colla faccia straformata dagli altri dii.
Vedevigli colla bocca di qua e di qua inversata, collo ciglio contratto e innodato, con gli occhi lucciolosi e rappresi, colle mani e petto e umeri implicati e discommessi.
Solo una differenza vi s'aggiugneva: questo è che l'uno di loro ti si porgea tutto bavoso e tutto muccilutoso; l'altro era non in tutto quanto costui a vederlo sozzo e iniocundo.
Miravagli Pirteo e dicea: «Non saprei chi mandarmi di voi inanzi a sedere; ma qualunque di voi si move prima, l'altro lo seguiti».
E questi due stavano pur quasi stupidi, né cosa favellavano, ma rompevano in voce e gesti inettissimi e disonestissimi.
Pirteo, vedendogli così osceni e transformati, si maravigliò che 'nfra 'l numero degli dii ottimi e massimi fussero due sì osceni e iniocundissimi monstri.
E nel maravigliarsi, quando esso guardava fiso costui, gl'intervenia che fingeva per maraviglia in sé viso simile a chi e' pendea col guardo e colla mente.
E quanto summirava quest'altro, simile imitava quest'altro.
Gli dii chi surrise della inezia loro, chi forse si condolse di tanta loro disadattaggine, ed esclusongli dicendo: «Né tu hai viso da onorare un simile convito, né tu hai faccia da consolare e' calamitosi».
E certo pur sì, chi vedesse se stessi quando e' piange, o befferebbe tanta svenevolezza o dorrebbegli tanta sua bruttezza.
Dirai: e chi può tenere le lacrime nei suoi mali? Natural desiderio.
Vedi sino alle bestie pe' boschi e pe' diserti danno segni manifestissimi del loro furore.
Forse come per altre molte cose, e per questo ancora in prima sono bestie, se desiderano quello ch'elle nulla possono trovare, o se credono col suo urlare e accanirsi trovar più tosto e con men fatica quello ch'elle siano forse per asseguire.
E tu, uomo, che piangi? Se tu avessi altro che fare, certo non piangeresti.
E' Ierosolimitani in quel suo ultimo eccidio in quale perirono più di secentomilia conosciuti ebrei oppressi dalla fame, non solo non piangeano, ma si dimenticavano sepellire e' suoi cari e amati.
Ulisses presso a Omero, - non senza voluttà rammento spesso el nostro Omero, quando anche a te e' pare specchio della vita umana, - in cena, a chi chiedea da lui che recitasse e' casi suoi, pregò che lasciassino prima ch'e' satisfacesse alla fame e sete sua quando la fame fa dimenticarmi ogni altro merore.
E que' compagni di Ulisses non prima che doppo cena appresso l'isola Hyperionis cominciorono a piangere e' suoi perduti cari e amici.
E chi troverai tu a chi non superabbundino tuttora cose maggiori e più necessarie e utili e più degne che 'l piangere? E se pur questa insania del piangere ti diletta, almeno fuss'ella con qualche scusa.
Lasciamo a dietro l'altre cose in pronto esposte e manifeste quale, quando che sia, onesterebbono le nostre lacrime.
Chi è che mai pianga pur uno di tanti suoi dì perduti oziosi o adoperati in vizio e vituperio? E qual ti pare mal maggiore o perdere quello che mai si possa, non dico recuperare ma né ristorare, o perdere quelle cose quali siano e nate per perdere e atte a riaverle? Non voglio stendermi in amplificare e coadornare questo luogo.
Tanto dico che se pur lice el piangere a noi uomini tinti di lettere, sarà quando o perderemo tempo o commetteremo qualche errore.
Ma né qui ancora voglio teco essere rigido e austero.
Come in la battaglia el fortissimo milite, ove e' si sente stracco e oppresso, così tu cedi alquanto ad secundos, at non inter triarios ordines, e ivi astergi el sudor e priemi fuori el sangue circumpresso a quella scalfittura ricevuta in te dove tu non eri bene armato.
E ancora non ti inculperò se tu darai qualche lacrimetta delle tue all'uso e l'oppinioni degli altri, quasi segno e testificazione della umanità tua.
Ma in questo odi e tu el tuo Omero dove Ulisses dicea: conviensi por modo a' nostri pianti acciò che di queste femminelle qualcuna vedendoci col viso madido e mezzo non ci reputi forse ebbri.
E certo sarà alienissimo d'ogni constanza virile porgersi tale che sia o simile alle femminelle o simile a chi sia poco sobbrio e continente.
E sarà nostro officio e proprio d'uomo far non più che solo come fece Enea presso a Virgilio, quale in tanti pericoli suoi e circumstanti mali solo ingemuit et palmas ad sidera tendit.
Le molte lacrime, gli acerbi pianti, l'urla e stridi femminili, a nulla sono degni d'uomo.
Appresso de' Litii, populi civilissimi, era una legge che chi pur volesse piangere si vestisse con veste di qualche femmina.
Ma tu, se pure a que' gemiti virili forse v'aggiugni una e un'altra lacrima, e sfoghi qualche intimo sospiro, ponvi modo.
Numa re de' Romani, omo religiosissimo e piissimo, vetò ch'e' morti si piangessero più mesi a numero che fussero gli anni quali que' morti erano stati in vita; né volse ch'e' fanciugli da anni tre in giù punto si piangessero.
Il Senato di Roma, ricevuta la clade apud Cannas gravissima e da viverne tutta quella età adolorati, comandò si sedasse ogni lutto in Roma, né più si protraessero e' pianti loro che sino al trigesimo dì.
Cesare dittatore el terzo dì impose fine a ogni lutto domestico e pubblico con qual si degnasse e onestasse le essequie della sua morta figliuola.
Così e noi, quanto potremo subito, porremo fine a queste inutilissime inezie.
Né pero tanto mi fastidia questa levità femminile del piangere e scalfirsi le guance e pelarsi el capo, quanto mi pare da odiare e fuggire quella insania di molti quali per loro concette maninconie sviano el sonno, interlassano el cibo, perdono se stessi, fuggono e vedere ed essere veduti dagli altri uomini, e in sua solitudine e umbra stanno stupidi e quasi stolidi, dolgonsi e predicano essere sé sopra tutti e' mortali miseri e infelicissimi; né però restano aggiugnere a sé stessi continua infelicità e miseria mentre che così si crucciano e tormentano con sue triste memorie e conceputi dispetti e dispiaceri.
Ma noi siamo e imprudentissimi ove male conosciamo lo stato nostro.
Se, come dicea Socrates, tutti accumulassimo in un sieme e' nostri mali, a ciascuno parrebbe men peso riportarsi que' suoi antichi incarchi quali e' portò quivi, che di nuovo entrare sotto a questo inusitato peso e molestia quale a lui converrebbe se tutta la summa de' mali universi de' mortali si distribuisse per sorte equale a tutti.
E quanto sarebbe somma più abile quella di Priamo, di cui si cantano que' versi troppo teneri e molto veementi ad eccitarci a compassione de' mali altrui, e a contenerci e ritrarci da ogni nostro inconsulto discurso in nostri effetti e immoderata voluntà:
Haec finis Priami fatorum; hic exitus illum
sorte tulit, Troiam incensam et prolapsa videntem
Pergama, tot quondam populis terrisque superbum
regnatorem Asiae...
Non mi estendo in raccontarti le calamità sue.
Felice lui, se di tutta quella summa qual dicea Socrate, non più a lui fusse stata imposta dalla fortuna sua che solo la parte sua.
Appresso .....
era una consuetudine che gl'infermi giaceano fuori a' vestibuli e intrate del tempio.
Chi entrava a salutare Iddio, vedea e udia ogni progresso di quella infermità, e dicea: questo medesimo intervenne al tale, e intervenne a me: fecivi quello e quell'altro rimedio, e sanificammo.
Contrario uso mi pare el nostro ch'e' medici, onde impariamo sanificarci, stanno a' vestiboli de' tempî nostri.
Quanto mi sollievano, Niccola, questi afflitti e lassi dalla sua fortuna e morbo, quali tu vedi nudi, sauciati, in età stracca, imbecillissimi, sedere e giacere su dove tu poni e' piedi, e pregarti limosina e pietà.
Indi, Battista, indi prenderemo ottimi e salutiferi rimedi.
Colui povero e priegami; io ricco, e dono: colui ogni suo membro nudo; io persino alle mani e molta parte del viso (membra da volerle espeditissime) tengo vestite e obinvolute: colui scabbioso, leproso, immundissimo, tutto carco di malattie e lutoso di fetido e virulento umore; io nitido splendido e tutto vezzi.
Di tanta oscenità e fedità toccherebbe parte a me, se ogni cosa si distribuisse per sorte; e non si distribuendo, io pur sono lungi molto più felice che costui.
O costui è poltrone, gaglioffo, e piacegli essere non altri che e' si sia omo; e pure è di quel medesimo luto che tu.
E tanto più debba moverti a pietà, e insieme tanto più debba muoverti a riconoscere la tua sorte e la sua calamità, quanto in lui sono e membra e mente men sane che in te.
E appresso dimmi: quello antiquo Mecenas nobilissimo, editus atavis regibus, quello amico e nutritore di tutti e' buoni studiosi, quanto ti parse egli per tanta sua nobiltà degno della sua assidua molestia? Costui molta sua età sostenne in sé perpetua febbre, sanza dormire solo uno minimo momento d'ora.
Troppo sarebbe cosa troppa divina non esser gaglioffo, se solo quella generazione di uomini soffrissero gli ultimi mali.
Ma non mi stendo, già che in recitare le miserie dei mortali mancherebbe el dì.
Tanto dico che non solo riconoscerci uomini e pensare alle sorte e condizioni umane, come ieri dicemmo, fanno escludere le maninconie, ma e ancora giovano a espurgare le già concepute e al tutto infisse miserie entro all'animo.
E non solo questo riconoscere te stessi, ma insieme qualunque cosa propulsa e distiene da noi le perturbazioni; questa medesima le evacua, e risanifica l'animo nostro già contaminato e corrutto.
E massime quei luoghi d'argumentare, quali tu usurparesti in consolare altrui, que' tutti adduceranno a te stessi molta utilità.
Quali forse saranno questi: se uno de' mortali fu quello da cui tu ricevesti ingiuria, - mala cosa la ingiuria, perché mai fu ingiuria sanza vizio, né vizio sanza colpa, - ma el vizio e la ingiuria rimane a lui, ed è non tua, ma sua di chi la fece.
Se il male è d'altrui, non bisogna ch'e' dogga a te; e se forse furono e' cieli e que' ministri della volontà di Dio, quali e' teologi antiqui appellavano dii, quelli che così t'addussero in calamità, accettalo in miglior parte, quando tanti beni ricevesti da loro, quali per loro natura sempre furono benefici e liberali e cupidi di vederti migliore.
Aggiugni che sempre fu officio de' prudenti provedere a sé che nulla gli oppressi.
E simile sempre fu officio d'animo forte soffrire qualunque cosa avvenga avversa.
Voglio ne' tuoi mali invochi aito da Dio.
Ma non voglio in questo t'abbandoni e diati a intendere non potere in te di te quello che tu puoi.
Resta, quando che sia, sollicitare gli dii con tanti tuoi voti e chieste.
Eccita in te la tua virtù: Sat sit mens sana in corpore sano.
La mente nostra sarà sana quanto la vorremo esser sana.
La fortuna buona ben possiamo appetere dagli dii.
Ma da noi conviensi chiedere la virtù, da noi, dal nostro studio, da nostra diligenza impetreremo sapienza, ornamenti d'animo e lode di ben composta mente.
Chiederai ne' tuoi casi avversi forse dagli dii sapienza e virtù, subito ti si presentarà la prudenza, quale a te veterà perseverare in questo tuo condolerti, onde a te niuno resulti profitto; ed eccoti colla prudenza insieme la temperanza, a quale null'agrada ogni tuo fatto e detto immoderato e non maturissimo.
E in prima la giustizia, lume e splendore di tutte le virtù, e accusa e appellasi deserta da te, dove tu così quasi in pruova degeneri dalla virilità e dal giusto e retto stato di ben vivere, abbandonando te stessi e tuo officio.
E alla fortitudine, a cui fastidia ogni tua imbecillità, e vilipende qualunque sia cosa non eccelsa ed erta, come sarai tu bene accetto, mentre che tu giacerai in solitudine e in umbra, marcendo te stessi? Sollievati adunque omai, e aita te stessi, e adattati a vincere, e vincerai per tua virtù quando vorrai, e aiteratti a vincere chi tu meno credi.
Questa tua fortuna avversa t'insegnerà essere paziente; la pazienza confermerà la virilità, e colla virilità si vince, e vincendo in ogni milizia si diventa fortissimo e insuperabile.
La fortuna per sé, non dubitare, sempre fu e sempre sarà imbecillissima e debolissima a chi se gli opponga.
Ma tu, non aggiugnere a' reflui e ritrosi della fortuna e' sinistri impeti di te stessi.
Pure intraversandoti contro a te e contro all'ozio tuo, e contro a ogni dovuta quiete dell'animo tuo, fuggi combattere contro a te, e resta ferire assiduo ivi dove tu ti senti più debile e men provisto e armato.
Fuggi in ogni tuo ragionamento, quale tu hai fra te, ogni parola in condolerti e ogni gesto e ogni gratificazione a te stessi, quale tu, presente gli amici e inimici tuoi, altrove non useresti.
E come in mare l'ancora, così in ogni estuazione tua d'animo e mente fondavi e affermati con integra ragione e virilità.
E a questo molto insieme a te gioverà consolar te stessi con qualche lieta memoria delle cose passate o qualche grata espettazione delle cose che siano per avenire, contraponendo a' mali tuoi ogni tuo bene e lode quale a te sia o dalle tue fortune addutto o alle membra tue aggiunto o imposto nel tuo ingegno.
E gioveratti far come Eneas, quale ne' duri suoi casi ed errori: fatis (inquit) fata rependo meis.
A tanti espettati beni, non ingiuria, si debbono queste e maggior fatiche.
Quanti meno sono che potessero soffrire coll'animo non rotto ed equabile queste durezze, tanta sarà lode maggiore la mia bene averle sofferte.
E quanto bello assettò Virgilio, ottimo poeta, in più luoghi questa ragione di consolarsi afflitto e mestissimo.
Sono versi qui di Battista in suoi poemi toscani in quali imitò Virgilio:
Grave più cose già soffrimmo altrove,
e darà el tempo a queste ancor suo fine.
Ed Eneas presso a Virgilio:
Forsitan (inquit) et haec olim meminisse juvabit.
In tanto suo furore e ultima immanità Dido adiudicatasi e precipitosa in morte non potette quinci non consolarsi:
Urbem praeclaram statui, mea moenia vidi.
Appresso d'Omero, Ettor ferito a morte consolava sé stessi con sperare a sé gloria immortale ed eterna fama; e dicea: «satisfeci al mio fato, esco di vita forse in età non matura, ma esco non sanza qualche piena e bene appresa gloria quando feci più e più cose degne di memoria e posterità».
E Ulisses, sofferti a sé molti oltraggi da Alcinoo re Feicorum, quando e' vide seco reconciliati gli dii e secundargli commodi e' venti al suo principiato corso in mare, dimenticava seco stessi ogni cosa avversa passata, e molto seco si consolava con tanta presenza d'ogni bene.
Così a noi converrebbe e castigarci con giuste amonizioni, e confirmarci con vere e integrissime ragioni, e consolarci con buona speranza, ioconde memorie e dolci contentamenti d'animo.
Ma noi desidiosi e ignavi, quali tante ragioni e ammonimenti addutti da me sino a qui, e tanti modi di vendicarci in libertà e sottrarci dalle ingratissime nostre molestie, non attagliano forse, giacendo e gemitando desideriamo a' nostri sconci aver chi con sua qualche arte e senza alcuna nostra opera e diligenza noi restituisca ad integrità e a fermo stato d'animo e di mente.
Vorrebbesi aver quaggiù fra noi quel Peion medico degli dii, qual mai si parte dalla presenza di Giove, e assistegli continuo in cena; e costui non però so se e' potesse in noi quello che non potemo noi in noi stessi, se già quella Elena, figliuola di Giove, presso ad Omero, non gli porgesse quella pozione con quale ella inducea oblivione d'ogni male a chiunque ne bevesse.
Questa sarebbe cosa utile fra noi mortali; benché Diodoro, greco istorico, dice trovarsi una certa spezie di farmaco chiamato elena, composto dalla moglie di Tono medico, qual farmaco spegne le lacrime ed estingue il merore.
Ma voglio ridere con voi, Niccola; né però dirò cosa non accommodata a questi ragionamenti, quando dagli dii ministri della natura e compensatori della condizione umana interviene, come dicea Ulisse ad Achille, che a' nostri mali d'animo non è chi per ingegno o per impiastri o medicamenti alcuni possa rimediarvi.
Dianci a qualunque aito e amminiculo ci sollievi fiacchi e afflitti da sinistri incarchi.
Rido.
E' dicono che Bacchus fra 'l numero degli dii si chiamava Liber pater, po' che e' liberava l'animo dalle cure e sedavagli el dolore e rendevalo ringiovanito.
E questo facea solo col vino, frutto della terra alacre e iocundissimo.
Molti impongono a Flacco, poeta lirico, calunnia quale s'ascrive a tutti noi vecchi, e accusanlo che fu bevitore; e questo arguiscono perché in molte sue ode e' loda el vino.
Certo, come e' dicono di noi stracchi omai del vivere, aquilae senectus.
Pertanto non vorrei in mie parole parere men sobbrio ch'io mi sia sempre stato in ogni mia vita.
Voglio in questa causa da me essere preiudicato e preconstituito questo, che io in ogni altro uso del vivere biasimo la immodestia del vino.
E vidi e notai in molti altrove robusti e vivacissimi uomini che la intemperanza del vino gli atterrò e abbreviò loro vita e privogli di sanità.
E non mi estenderò di raccontargli in quanti modi l'essere poco sobbrio oppressi e' nostri corpi di gravissime infermità.
Ma Omero chiama el sonno domatore d'ogni acerbità, e introduce che ad Ulisses, dopo quel suo miserabile naufragio, giunto che fu el terzo dì al lito, la dea Atena, qual una sempre lo sovenne in ogni sua avversità, sopragiunse e trovollo giacere in su un suo quasi covile quale e' s'avea fatto di frasche e di frondi; e forse lo trovò repetendo e' suoi mali condolersi della sua calamità.
Per questo mossa a pietà la dea Atena, non come in quel suo naufragio, gli sustese el velo o la vesta ove e' posasse el petto e le sua membra; ma solo gl'indusse, per suttrarlo alquanto da tante miserie, el sonno, e adormentollo.
Stratonices presso a Iesippo istorico, presa da' nemici vincitori, deliberò uscire di servitù e uccidersi; ma in quel curare e procacciare quanto forse ella cercava per satisfarsi con men dolore e con più degnità, fu interpellata e compresa dal sonno.
Dormì, e in quel dormire si spense tanto suo furore e immanità.
Bene adunque dicono che 'l sonno è dolce dimenticatore d'ogni male.
Allettatore ottimo del sonno pare pure a me, il dirò, Niccola, el vino.
Consiglio di Diomede: bei e mangia; poi dormendo ti racconsolerai.
Benché appresso del nostro comico, Cherea dica in le sue cure amatorie: «Io in villa mi straccherò facendo qualche opera, tanto che lasso poi dormirò».
Omero trovò a questo nuovi rimedi, dove egli introduce quella Tetis che suade al figliuolo suo adolorato cosa quale io non voglio dire, ché sapete gli dice: «Figliuol mio, trastullati con qualche tenera fanciulla stanotte».
E altrove afferma el tuo gravissimo Omero che 'l coito introduce sonno dolcissimo e innocuo.
E' Greci chiamano le cure dell'animo acidos.
Indi nominorono Venere acidalia, ditta che lievi le cure dell'animo.
Ma che diremo del vino? Rammentati in quanti luoghi egli adoperi el vino a sollevare le triste gravezze dell'animo.
Iunone si lagnava non essere stata, quanto ella desiderava, accetta a Iove, e Vulcano, pincerna degli dii, gli diede el vino col quale ella dilavasse ogni tristezza.
E Laodices, moglie di Elicanore, al figliuolo stracco in fatti d'arme diede el vino dolce, e disse: «el bere restaura le forze e rafferma l'animo».
Scrive Iulio istorico che Massimino, uno de' successori a Cesare moderatore dello imperio romano, quel che solea in un dì mangiare quaranta libre di carne lui solo e bere una anfora di vino, e solea ricevere in certe tazze el suo sudore quando e' s'affaticava, e spesso monstrava tre sestari vasi pieni del suo sudore, - costui iudicato inimico della patria dal Senato, essarse in tanta ira che percosse per furore el capo al parete e corse per cavar l'occhio al figliuolo.
Solo uno ottimo rimedio giovò a tanta sua estuazione: inebbriossi.
E quanto io, non ardisco a biasimare questo rimedio, qual pur giova, benché a me e' non sia bello.
Molte cose fatte piacciono quali sono non belle mentre ch'elle si fanno.
E ancor veggo che questo uso del vino non in tutto dispiacque a più e a più ottimi e degnissimi uomini.
Solone e Archelao, nominatissimi e filosofi e principi, e Catone, vivo simulacro di severità e austerità in Roma, soleano lassare le cure dure e acerbe dell'animo e ammezzarle col vino.
Piaccia questo rimedio del vino a chi e' forse s'attagli.
A me aggradono alcuni altri rimedi forse non dissimili da questi, ma più degni e più convenienti a uno uomo moderato e constantissimo.
E in prima mi piace quello omerico Achille, quale per requiescere dalle molte sue faccende militari solea sedare l'animo cantando insieme col plettro e colla lira, instrumento musico.
Quinci credo el nostro Virgilio introdusse quel suo Polifemo in antro, quem
Lanigerae comitantur oves; ea sola voluptas
solamenque mali de collo fistula pendet.
E certo in questo convengo io colla opinione de' pittagorici quali affermavano che 'l nostro animo s'accoglieva e componeva a tranquillità e a quiete revocato e racconsolato dalle suavissime voci e modi d
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