RAGIONAMENTO, di Pietro Aretino - pagina 2
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ANTONIA.
Che, tu avevi degli amanti inanzi che ti facessi monica?
NANNA.
Qualche sciocca non gli avrebbe auti: ma sanza libidine.
Ora io fui posta a sedere in cima all'altre donne; e stata alquanto, cominciò La messa cantando: e io fui acconcia inginocchioni in mezzo a mia madre Tina e alla mia zia Ciampolina; e un cherico cantò in sugli organi una laldetta; e dopo la messa, benedetti i miei panni monachili che erano in su l'altare, il prete che avea detto la pistola, e quello che avea detto il vangelo mi levaro suso e fecero ripormi inginocchioni in su la predella dell'altar grande: allora quello che disse la messa mi dette l'acqua santa, e cantato con gli altri sacerdoti il Te deum laudamus con forse cento ragioni di salmi, mi spogliaro le mondanità e vestiro dello abito spirituale; e la gente, calcando l'un l'altro faceva un romore che si assimigliava a quello ch'è in San Pietro e in Santo Ianni quando alcuna, o per pazzia, o per disperazione, o per malizia, si fa murare come feci una volta io.
ANTONIA.
Sì, sì, mi ti par vedere con quella turba intorno.
NANNA.
Finite le cerimonie e datomi l'incenso con il benedicamus e con lo oremus e con lo alleluia, si aprì una porta che fece il medesimo stridore che fanno le cassette delle limosine, allora fui rizzata in piedi e menata all'uscio dove da venti suore con la badessa mi aspettavano; e tosto che la vidi, le feci una bella riverenza; ed ella, basciatami nella fronte, disse non so che parole a mio padre e a mia madre e a' miei parenti, che tutti piangevano dirottamente; e a un tratto riserrato la porta, udii uno "oimè" che fece risentire ognuno.
ANTONIA.
E donde uscì lo "oimè"?
NANNA.
Da un mio amante poveretto, che dell'altro dì si fece frate dei zoccoli o romito dal sacco, salvo il vero.
ANTONIA.
Meschino.
NANNA.
Ora nel serrar della porta, che fu sì ratto che non mi lasciò dire pure "a dio" al sangue mio, credetti certo di entrare viva viva in una sepoltura, e mi pensava di vedere donne morte nelle discipline e ne' digiuni; e non più dei parenti, ma di me stessa piangeva.
E andando con gli occhi fissi in terra e con il core vòlto a quello che avea a essere del fatto mio, giunsi nel refettorio dove una schiera di suore mi corsero ad abbracciare e dandomi della sorella per il capo, mi fecero alzare il viso alquanto: e visto alcuni volti freschi, lucidi e coloriti, tutta mi rincorai; e riguardandole con più sicutà, dicea meco: "Certamente i diavoli non debbeno esser brutti come si dipingono".
E stando in questo, eccoti uno stuolo di frati e di preti, e alcuno secolare mescolato con essi, i più bei giovani, i più forbiti e i più lieti che mai vedessi: e pigliando per mano ciascuno la sua amica, pareano angeli che guidassero i balli celestiali.
ANTONIA.
Non por bocca nel Cielo.
NANNA.
Pareano innamorati che scherzasseno con le lor ninfe.
ANTONIA.
Cotesta è più lecita comperazione.
Séguita.
NANNA.
E pigliatele per mano, gli davano i più dolci basciozzi del mondo, e faceano a gara nel dargli più melati.
ANTONIA.
E chi gli dava con più zucchero, secondo il giudizio tuo?
NANNA.
I frati, sanza dubbio.
ANTONIA.
Per che ragione?
NANNA.
Per le ragioni che allega la leggenda della Puttana errante di Vinegia.
ANTONIA.
E poi?
NANNA.
E poi ciascuno si puose a sedere ad una delle più dilicate tavole che mi paresse mai vedere: nel più onorato luogo stava madonna la badessa tenendo a man sinistra messer l'abate; e dopo la badessa era la tesoriera, e appresso di lei il baccelliere, allo incontra sedea la sacrestana, e allato a essa il maestro dei novizi, e seguiva di mano in mano una suora, un frate e un secolare, e giuso a' piedi non so quanti cherici e altrettanti fratini , e io fui posta tra il predicatore e il confessore del monistero.
E così vennero le vivande, e di sorte che il papa (mi farai dire) non ne mangiò mai tali.
Nel primo assalto le ciance fur poste da canto, di maniera che parea che il "Silenzio" scritto dove i padri hanno la piatanza si fosse insignorito delle bocche d'ognuno: anzi delle lingue, ché le bocche facevano il medesimo mormorio che fanno quelle dei vermi della seta finiti di crescere quando, indugiato il cibo, divorano le frondi di quelli arbori sotto l'ombra dei quali si solea trastullare quel poveretto di Piramo e quella poverina di Tisbe, che Dio gli accompagni di là come gli accompagnò di qua.
ANTONIA.
Delle frondi del moro bianco vuoi dir tu.
NANNA.
Ah! ah! ah!
ANTONIA.
A che fine cotesto tuo ridere?
NANNA.
Rido d'un frate poltrone, Dio mel perdoni, che mentre macinava con due macine, e che avea le gote gonfiate come colui che suona la tromba, pose la bocca a un fiasco e lo tracannò tutto.
ANTONIA.
Domine affogalo.
NANNA.
E cominciandosi a saziare, cominciaro a cicalare: e mi parea essere, a mezzo del desinare, come nel mezzo del mercato di Navona, che si ode in qua e in là il romore del comperare che fa questo e quello con quello e con questo giudeo, e sendo già sazi, andavansi scegliendo le punte delle ali delle galline e alcune creste e qualche capo, e porgendolo l'uno a l'altra e l'altra a l'uno, simigliavano rondini che imbeccassero i rondinini.
E non ti potrei contare le risa e voci che si udivano nel donare di un culo di cappone, né sarebbe possibile a poter dire le dispute che sopra di ciò si faceano.
ANTONIA.
Che poltroneria.
NANNA.
Mi veniva voglia di recere quando vedea masticare un boccone da una suora, e porgelo con la propria bocca all'amico suo.
ANTONIA.
Gaglioffe.
NANNA.
Ora, sendo il piacere del mangiare converso in quel fastidio che si converte altrui di subito che ha fatto quella cosa, contrafecero i Tedeschi con il brindisi: e pigliando il generale un gran bicchiere di corso, invitando a fare il simile alla badessa, lo mandò giù come un sacramento falso.
E già gli occhi di ciascuno rilucevano per il troppo bere come le bambole degli specchi; poi velati dal vino come dal fiato un diamante, si sarieno chiusi, talché la turba, cadendo sonnacchiosa sopra le vivande, arìa fatto della tavola letto, se non era un bel fanciullo che vi sopragiunse: egli avea un paniere in mano coperto d'uno il più bianco e il più sottile panno di lino che mi paia anco aver veduto: che neve? che brina? che latte? egli avanzava di bianchezza la luna in quintadecima, .
ANTONIA.
Che fece del paniere? e che c'era dentro?
NANNA.
Piano un poco; il fanciullo, con una reverenza alla spagnuola annapolitanata, disse: "Buon pro' alle Signorie vostre"; e poi soggiunse: "Un servidore di questa bella brigata vi manda dei frutti del paradiso terrestre"; e scoperto il dono, lo pose su la tavola: ed eccoti uno scoppio di risa che parve un tuono, anzi scoppiò la compagnia nel riso nel modo che scoppia nel pianto la famigliuola che ha visto serrar gli occhi al padre per sempre.
ANTONIA.
Buone e naturali fai le simiglianze.
NANNA.
Appena i frutti paradisi fur visti, che le mani di queste e di quelli, che già cominciavano a ragionare con le cosce, con le poppe, con le guance, con le pive e co' pivi di ognuno con quella destrezza che ragionano quelle de' mariuoli con le tasche dei balocchi che si lasciano imbolare le borse, si avventaro ai detti frutti nella guisa che si avventa la gente alle candele che si gittano giuso dalla loggia il dì della Ceraiuola.
ANTONIA.
Che frutti furo quelli? che cose? Dillo.
NANNA.
Erano di quei frutti di vetro che si fanno a Murano di Vinegia alla similitudine del K, salvo che hanno duo sonagli che ne sarebbe orrevole ogni gran cembalo.
ANTONIA.
Ah! ah! ah! Io t'ho per il becco, io t'afferro.
NANNA.
Ed era beata, non pure avventurata, quella a cui veniva preso il più grosso e il più largo; né si ritenne niuna di non basciare il suo, dicendo: "Questi abbassano la tentazione della carne".
ANTONIA.
Che 'l diavolo ne spenga la sementa.
NANNA.
Io che facea l'onesta-da-campi, dando alcune occhiate ai frutti, parea una gatta astuta che con gli occhi guarda la fante e con la zampa tenta di grappare la carne che ella per trascuraggine ha lasciato sola, e se non che la compagna la quale mi sedea allato, avendone tolti due, me ne diede uno, per non parere una ignocca averei preso il mio.
E per abbreviare, ridendo e cianciando la badessa si rizzò in piedi, e così fece ciascuno: e la benedicite che ella disse alla tavola fu in volgare.
ANTONIA.
Lasciamo ir le benediciti.
Levate dalla tavola, dove andaste?
NANNA.
Ora io tel dirò.
Noi andammo in una camera terrena, ampia, fresca e tutta dipinta.
ANTONIA.
Che dipinture c'erano? La penitenza della quaresima o che?
NANNA.
Che penitenza: le dipinture erano tali che avrieno intertenuto a mirarle gli ipocriti.
La camera avea quattro facce: nella prima era la vita di santa Nafissa, e ivi di dodici anni si vedea la buona fanciulla, tutta piena di carità, dispensare la sua dote a sbirri, a barri, a piovani, a staffieri e a ogni sorte di degne persone; e mancatole la robba, tutta pietosa, tutta umile, si siede verbigrazia in mezzo di ponte Sisto sanza pompa alcuna, eccetto (la seggiola), la stola e il cagnoletto, e un foglio di carta increspato in cima ad una canna fessa con la quale parea che si facesse vento e che si riparasse dalle mosche.
ANTONIA.
A che effetto stava ella in seggiola?
NANNA.
Ci stava per fare l'opre del rivestire gli ignudi; ella, così giovanetta come io ti ho detto, si stava sedendo, e con il viso in alto e la bocca aperta, diresti ella canta quella canzone che dice:
Che fa lo mio amore, che non viene?
Ella era anco dipinta in piedi, e volta a uno che per vergogna non ardiva di richiederla delle cose sue, tutta gioconda, tutta umana, gli giva incontra; e menatolo nella tomba dove consolava gli afflitti, prima gli levava la veste di dosso, e poi, snodatogli le calze e ritrovato il tortorino, gli faceva tanta festa che, entrato in superbia, con la furia che uno stallone rotta la cavezza si avventa alla cavalla, le entrava fra le gambe: ma ella, non le parendo esser degna di vederlo in viso e forse (come dicea il predicatore che spianava la sua vita a noi altre) non le bastando l'animo di vederlo sì rosso, sì fumante e sì collerico, gli volgea le spalle magnificamente.
ANTONIA.
Siale appresentato alla anima.
NANNA.
O non gli è rappresentato, essendo santa?
ANTONIA.
Tu dici la verità.
NANNA.
Chi ti potria narrare il tutto? Ivi era dipinto il popolo d'Israelle che ella graziosamente albergò e contentò sempre amore dei.
E ci si vedea dipinto alcuno che, dopo l'avere assaggiato ciò che ci è, si partiva da lei con un pugno di denari i quali l'altrui discrezione le dava per forza: che intervenia a chi la lavorava come interviene a uno che alloggia in casa di qualche prodigo uomo che non solo lo accoglie, lo pasce e lo riveste, ma gli dà ancora il modo di poter finire il viaggio suo.
ANTONIA.
O benedetta o intemerata madonna santa Nafissa, ispirami a seguitare le tue santissime pedate.
NANNA.
In conchiusione, ciò che ella fece mai e dietro e dinanzi alla porta e all'uscio, è ivi al naturale: e fino al fine suo c'è dipinto, e nella sepoltura sono ritratti tutti i Taliani che ella ripose in questo mondo per ritrovarselo nello altro; e non è di tante ragioni erbe in una insalata di maggio quante son varietà di chiavi nel suo sepolcro.
ANTONIA.
Io voglio vedere un dì queste dipinture a ogni modo.
NANNA.
Nella seconda c'è la istoria di Masetto da Lampolecchio: e ti giuro per l'anima mia che paiono vive quelle due suore che lo menaro nella capanna mentre il gaglioffone fingendo dormire, facea vela della camiscia nell'alzare della antenna carnefice
ANTONIA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
Non si potea tenere dalle risa niuno mirando le altre due che, accorte della galantaria delle compagne, prendono partito non di dirlo alla badessa, ma di entrare in lega con esse, e stupiva ciascuno contemplando Masetto che, parlando con i cenni, parea non voler consentire.
Alla fine ci fermammo tutti a vedere la savia ministra delle moniche arrecarsi alle cose oneste e convitare a cenare e a dormir seco il valente uomo: che per non si scorticare, parlando una notte, fece correre tutto il paese al miracolo, onde il monistero ne fu canonizzato per santo.
ANTONIA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
Nella terza ci erano (se ben mi ricordo) ritratte tutte le suore che fur mai di quello ordine, con i loro amanti appresso e i figliuoli nati di esse, con i nomi di ciascuno e di ciascuna.
ANTONIA.
Bella memoria.
NANNA.
Nell'ultimo quadro ci erano dipinti tutti i modi e tutte le vie che si può chiavare e farsi chiavare, e sono obligate le moniche, prima che le si mettino in campo con gli amici loro di provare di stare negli atti vivi che stanno le dipinte: e questo si fa per non rimanere poi goffe nel letto, come rimangono alcune che si piantano là in quattro sanza odore e sanza sapore, che chi ne gusta ne ha quel piacere che si ha di una minestra di fave sanza olio e sanza sale.
ANTONIA.
Adunque bisogna una maestra che insegni la scrima?
NANNA.
C'è bene la maestra che mostra a chi non sa come si deve stare, caso che la lussuria stimoli l'uomo sì che sopra una cassa, su per una scala, in una sede, in una tavola, e nello spazzo voglia cavalcarle; e quella medesima pacienza che ci ha chi ammaestra un cane, un pappagallo, uno stornello e una gazzuola ha colei che insegna le attitudini alle buone moniche: e il giocar di mano con le bagattelle è meno difficile a imparare che non è lo accarezzare lo uccello sì che ancora che non voglia si rizzi in piedi.
ANTONIA.
Certo?
NANNA.
Certissimo.
Ora, venuto a noia la dipintura e il ragionare e lo scherzare, come sparisce la strada dinanzi ai barberi che corrono il palio o, per dir meglio la vacca dinanzi a coloro che sono confinati a mangiare in tinello, o vero le lasagne dinanzi alla fame contadina, sparvero le moniche, i frati, i preti e i secolari, non lasciando perciò i cherichetti né i fratini, né meno l'apportatore dei cotali di vetro.
Solamente il baccelliere rimase meco: che sendo sola, quasi tremando restai muta, ed egli dicendomi "Suora Cristina" (che così fui rebattezzata tosto che ebbi lo abito indosso) "a me tocca menarvi alla cella vostra, nella quale si salva l'anima nei trionfi del corpo", io volea pur stare su le continenze: onde tutta ritrosetta in contegno, non rispondea nulla; ed egli presami per quella mano con cui io teneva il salsiccione di vetro, appena lo scampai che non gisse in terra, onde non potei contenermi di non ghignare: talché 'l padre santo prese animo di basciarmi; e io che era nata di madre di misericordia, e non di pietra, stetti ferma mirandolo con occhio volpino.
ANTONIA.
Saviamente.
NANNA.
E così mi lasciava guidare da lui come lo orbo dalla cagnola.
Che più? Egli mi condusse in una cameretta posta nel mezzo di tutte le camere: le quali erano divise da un ordine di semplici mattoni, e così male incalcinate le commessure del muro, che ogni poco d'occhio che si dava ai fessi, si potea vedere ciò che si operava dentro gli alberghetti di ciascuna.
Giunta ivi, il baccalaro appunto apriva la bocca per dirmi (credo io) che le mie bellezze avanzavano quelle delle fate e con quello "anima mia", "cor mio", "sangue caro", "dolce vita" e lo avanzo della filostroccola che gli va appresso, per acconciarmi sul letto come più gli piaceva, quando eccoti un tic toc tac che il baccelliere, e qualunche nel monistero l'udì, spaventò non altrimenti che al subito aprire d'una porta spaventa una moltitudine di topi ragunati intorno a un monte de noci: che intrigati nella paura, non si rementano dove abbino lasciato il buco; così i compagnoni, cercando ascondersi, urtandosi insieme, restavano smarriti nel volersi appiattare dal safruganio: ché il safruganio del vescovo protettore del monistero era quello che con il tic tac toc ci spaventò come spaventa le rane poste in un greppo, a testa alta fra l'erba, una voce o il gittare d'un sasso, al suon del quale si tuffano nel rio quasi tutte in un tempo; e poco meno che, mentre passava per il dormitorio, non entrò nella camera della badessa che col generale riformava il vespro allo ufficiuolo delle suore sue: e dice la celleraia che alzò la mano per percuoterla e ogni cosa, e poi se ne scordò per essesegli inginocchiata a' piedi una monichetta dotta come l'Ancroia e Drusiana di Buovo d'Antona in canto figurato.
ANTONIA.
Oh che bella festa s'egli entrava dentro! ah! ah! ah!
NANNA.
Ma la ventura ci prese il dì per i capegli: questo dico perché, tosto che si pose a sedere il suffraganio...
ANTONIA.
Ora tu hai detto bene.
NANNA.
...eccoti un canonico, cioè il primocerio, che gli portò la novella che il vescovo era poco lontano.
Onde levatosi suso, ratto andò al Vescovado per mettersi in ordine a girgli incontra, comandandoci prima a farne allegrezza con le campane: e così, tratto il piede fuor dell'uscio, a poco a poco ritornò ciascuno a bomba; solo il baccelliere fu costretto andare in nome della badessa a basciar la mano a sua Signoria reverendissima.
E nel comparire all'innamorate loro, simigliavano storni ritornati allo olivo donde gli avea cacciati allora allora quello "oh, oh, oh" del villano che si sente beccare il core beccandosigli una oliva.
ANTONIA.
Io sto' aspettare che tu venga ai fatti, come aspettano i bambini la balia che gli ponga la poppa in bocca, e mi pare lo indugio più aspro che non è il sabato santo a chi monda le uova avendo fatta la quaresima.
NANNA.
Veniamo al quia.
Sendo io rimasa sola, e avendo già posto amore al baccelliere non mi parendo lecito di volere contrafare alla usanza del monistero, pensava alle cose udite e vedute in cinque o sei ore che era stata ivi; e tenendo in mano quel pestello di vetro, lo presi a vagheggiare come vagheggia chi non l'ha più veduta la lucertola così terribile ch'è appiccata nella chiesa del Popolo: e mi meravigliava d'esso più che non faccio di quelle spine bestiali del pesce che rimase in secco a Corneto; e non potea ritrar meco per che conto le suore lo tenessero caro.
E in cotale dibattimento di pensiere, io odo fioccare alcune risa sì spensierate che arebbono rallegrato un morto; e tuttavia rinforzando il suono d'esse, deliberai vedere onde il riso nasceva: e levatami in piedi, accosto l'orecchia ad una fessura; e perché nell'oscuro si vede meglio con un occhio che con dui, chiuso il mancino, e fisando il dritto nel foro che era fra mattone e mattone, veggio...
ah! ah! ah!
ANTONIA.
Che vedesti? Dimmelo, di grazia.
NANNA.
Vidi in una cella quattro suore, il generale e tre fratini di latte e di sangue, i quali spogliaro il reverendo padre della tonica rivestendolo d'un saio di raso, ricoprendogli la chierica d'uno scuffion d'oro sopra del quale posero una berretta di velluto tutta piena di puntali di cristallo ornata d'un pennoncello bianco; e cintagli la spada al lato, il beato generale, parlando per "ti" e per "mi", si diede a passeggiare in sul passo grave di Bortolameo Coglioni.
Intanto le moniche cavatosi le gonne e i fratini le toniche, esse si misero gli abiti dei fratini, cioè tre di loro, ed essi quelli delle moniche: l'altra, postasi intorno la toga del generale, sedendo pontificalmente contrafacea il padre dando le leggi ai conventi.
ANTONIA.
Che bella tresca.
NANNA.
Ora si farà bella.
ANTONIA.
Perché?
NANNA.
Perché la reverenda Paternità chiamò i tre fratini e, appoggiato su la spalla a uno cresciuto inanzi ai dì tenero e lungo, dagli altri si fece cavar del nido il passerotto che stava chioccio chioccio; onde il più scaltrito e il più attrattivo lo tolse in su la palma, e lisciandogli la schiena come si liscia la coda alla gatta che ronfiando comincia a soffiare di sorte che non si puote più tenere al segno, il passerotto levò la cresta di maniera che il valente generale, poste le unghie a dosso alla monica più graziosa e più fanciulla, recatole i panni in capo le fece appoggiare la fronte nella cassa del letto: e aprendole con le mani soavemente le carte del messale culabriense, tutto astratto contemplava il sesso, il cui volto non era per magrezza fitto nell'ossa, né per grassezza sospinto in fuore, ma con la via del mezzo tremolante e ritondetto, lucea come faria un avorio che avesse lo spirito; e quelle fossettine che si veggiono nel mento e nelle guance delle donne belle, si scorgeano nelle sue chiappettine (parlando alla fiorentina); e la morbidezza sua avria vinto quella d'un topo di molino nato, creato e visso nella farina; ed erano sì lisce tutte le membra della suora, che la mano che si le ponea nelle reni sdrucciolava a un tratto sino alle gambe con più fretta che non sdrucciola un piede sopra il ghiaccio; e tanto ardiva di apparire pelo niuno in lei, quanto ardisce nello uovo.
ANTONIA.
Adunque il padre generale consumò il giorno in contemplazioni, ah?
NANNA.
Nol consumò miga: che posto il suo pennello nello scudellino del colore, umiliatolo prima con lo sputo, lo facea torcere nella guisa che si torceno le donne per le doglie del parto o per il mal della madre.
E perché il chiodo stesse più fermo nel forame, accennò dietrovia al suo erba-da-buoi, che rovesciatoli le brache fino alle calcagna, mise il cristeo alla sua Riverenza visibilium; la quale tenea fissi gli occhi agli altri dui giovanastri che, acconce due suore a buon modo e con agio nel letto, gli pestavano la salsa nel mortaio facendo disperare la loro sorellina: che per esser alquanto loschetta e di carnagion nera, refutata da tutti, avendo empito il vetriolo bernardo di acqua scaldata per lavar le mani al messere, recatasi sopra un coscino in terra, appuntando le piante dei piedi al muro della camera, pontando contra lo smisurato pastorale, se lo avea riposto nel corpo come si ripongono le spade nelle guaine.
Io all'odore del piacer loro struggendomi più che non si distruggono i pegni per le usure, fregava la monina con la mano nel modo che di gennaio fregano il culo per i tetti i gatti.
ANTONIA.
Ah! ah! ah! Che fine ebbe il giuoco?
NANNA.
Menatosi e dimenatosi mezza ora, disse il generale: "Facciamo tutti ad un'otta; e tu, pinchellon mio, basciami; così tu, colomba mia"; e tenendo una mano nella scatola dell'angeletta, e con l'altra facendo festa alle mele dell'angelone, basciando ora lui e ora lei, facea quel viso arcigno che a Belvedere fa quella figura di marmo ai serpi che l'assassinano in mezzo dei suoi figli.
Alla fine le suore del letto, e i giovincelli, e il generale, e colei alla quale egli era sopra, colui il quale gli era dietro, con quella dalla pestinaca muranese, s'accordaro di fare ad una voce come s'accordano i cantori o vero i fabbri martellando: e così, attento ognuno al compire, si udiva un "ahi ahi", un "abbracciami", un "voltamiti", "la lingua dolce", "dàmmela", "tòtela", "spinge forte", "aspetta ch'io faccio", "oimè fà", "stringemi", "aitami", e chi con sommessa voce e chi con alta smiagolando, pareano quelli dalla sol, fa, mi, rene; e faceano uno stralunare d'occhi, un alitare, un menare, un dibattere, che le banche, le casse, la lettiera, gli scanni e le scodelle se ne risentivano come le case per i terremoti.
ANTONIA .
Fuoco!
NANNA.
Eccoti poi otto sospiri ad un tratto, usciti dal fegato, dal polmone, dal core e dall'anima del reverendo e cetera, dalle suore e dai fraticelli, che ferno un vento sì grande che avrieno spenti otto torchi; e sospirando caddero per la stanchezza come gli imbriachi per il vino.
E così io che era quasi incordata per il disconcio del mirare, mi ritirai destramente, e postami a sedere, diedi uno sguardo al cotale di vetro.
ANTONIA.
Salda un poco: come può stare degli otto sospiri?
NANNA.
Tu sei troppo punteruola; ascolta pure.
ANTONIA.
Dì.
NANNA.
Mirando il cotal di vetro mi sentii tutta commovere, benché ciò che io vidi arìa commosso l'ermo di Camaldoli: e mirandolo caddi in tentazione...
ANTONIA.
E libra nos a malo.
NANNA.
...e non potendo più sofferire la volontà della carne che mi pungea la natura bestialmente, non avendo acqua calda come la suora che mi avvertì di quello che io avea a fare de' frutti cristallini, sendo fatta accorta dalla necessità, pisciai nel manico della vanga.
ANTONIA.
Come?
NANNA.
Per un bucolino fatto in esso perché si possa empire d'acqua tepida.
E che ti vado allungando la trama? Io mi alzai la tonica galantemente, e posato il pomo dello stocco su la cassa, e rivolta la punta d'esso nel corpo, cominciai pian piano a macerarmi
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