RAGIONAMENTO, di Pietro Aretino - pagina 5
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E intanto avendo la mano di fra Galasso calate le vele dello schivo del garzonetto, che avvedutasene madama, postasi a sedere, spalancata la gabbia e misoci dentro il lusignolo, si tirò a dosso il fascio con gran contentezza d'ognuno: e ti so dire che stette a crepacuore co sì gran mappamondo in su la pancia che la gualcò come è gualcata dalla gualchiera una pezza di panno.
In ultimo ella scaricò le some, ed essi il balestro; e finito il giuoco, non ti potrei dire il vino che tracannaro e le confezioni che divoraro.
ANTONIA.
Come ti potevi tu raffrenare nel desiderio dello uomo vedendo tante chiavi?
NANNA.
Io venni in succhio fortemente a questo assalto badessale e avendo pure in mano il pugnale vetrigno...
ANTONIA.
Io credo che lo tenevi fiutandolo spesso, come si fiuta un garofano.
NANNA.
Ah! ah! ah! Dico che sendo in frega per le battaglie che io vedea, votai la tampella della orina fredda, ed empitola di nuovo, mi ci posi suso a sedere: e misa la fava nel baccello me la avrei spinto nel coliseo per provare ogni cosa perché non si può sapere a che modo ella abbia andare per noi.
ANTONIA.
Tu facesti bene, cioè aresti fatto bene.
NANNA.
E così calcandomi sopra la sua schiena, mi sentiva tutta confortare la sporta dinanzi, bontà del frugatoio che mi bruniva il secchio; e standomi fra due, contendea meco il sì e il no circa il ricever tutto l'argomento o vero una parte: e credo che avrei lasciato ire il cane nel covile se non fosse che udendo chiedere licenza dal confessore, rivestito col suo allevo, alla ben contenta badessa, corsi a vedere le cacarie sue nel patirsi.
Ella facea la bambina, e vezzeggiando dicea: "Quando ritornerete? O Dio a chi voglio io bene? chi adoro io?"; e il padre giurava per le letanie e per lo avvento che ritorneria la sera seguente: e il fanciullo, che ancora si ristringava le calze, con tutta la lingua in bocca le disse addio.
E udi' che il confessore al partir cominciò quel pecora campi che è nel vespro ,
ANTONIA.
Che, il cialtrone fingeva di dire compieta, eh?
NANNA.
Tu lo hai indovinato.
E appena partì il sopradetto che per il capestio che udi', intesi che i giostranti ancora avean finito la giornata e ritornavano a casa con la vettoria, facendo stallare i cavalli di maniera che mi parea la prima pioggia d'agosto.
ANTONIA.
Il sangue!
NANNA.
Odi, odi questa.
Le due che aveano imballato le cose loro erano ritornate in camera: e la cagione, secondo che brontolando diceano, era per aver trovato chiuso a chiave l'uscio dietro per commissione della badessa, alla quale diedero più maledizioni che non aranno i cattivi nel dì del giudicio.
Ma elle non andaro indarno, perché nello scendere della scala videro sonnacchiare il mulattiere che duo dì inanzi avea tolto il monistero; e fattoci disegno sopra, disse l'una a l'altra: "Tu anderai a destarlo con dire che ti porti una bracciata di legne in cocina ed egli stimandoti la cuoca, verà via; e tu mostrandogli questa camera, gli dirai "Portale là": come il brigante è dentro lascialo pure intertenere alla tua fratellina"; e per non aver dato così fatto avviso né a muta né a sorda, tosto fu ubbidita.
In questo scopro un altro agguato.
ANTONIA.
Che scopristi?
NANNA.
Scoprii, allato alla stanza delle predette, una camerina imbossolata alla cortigiana, molto leggiadra, nella quale erano due suore divine: e aveano apparecchiato un tavolino in su le grazie e postovi suso una tovaglia che parea di damasco bianco, e sapea più di spigo che di zibetto gli animali che lo fanno; e acconciatovi tovaglini, piatti, coltelli e forchette per tre persone sì pulitamente che non te lo potrei dire, e tratto fuora d'un panieretto molte varietà di fiori, givano ricamando con gran diligenza la tavola.
Una delle suore avea nel mezzo d'essa composto un festoncello tutto di frondi di lauro, e spartoci dove meglio campeggiavano alcune rose bianche e vermiglie; e di fiorancio dipinte le fasce che legavano il festone, le quali per lo spazio della tavola si distendevano; e dentro del festone co' fiori di borrana scritto il nome del vicario del vescovo, che con il suo monsignore era venuto il dì proprio: e per lui più che per la sua mitera si fecero le scampanate che mi tolsero delle orecchie, con il loro don din don, mille cose belle da raccontare.
Dico che pel vicario si apparecchiavano le nozze, e ciò seppi da poi.
Ora l'altra monica avea in ogni quadro della tavola ritratto una cosa bella: nel primo fece il nodo di Salomone di viole mammole, nel secondo il laberinto di fiori di sambuco; nel terzo un core di rose incarnate trapassato da un dardo che era del gambo d'un garofano, e la sua boccia lo servia per ferro: che, mezza aperta, parea tinta nel sangue del core; e sopra d'esso, di fiori di bugalossa avea ritratti i suoi occhi lividi per il piangere e le lagrime che versavano erano di quei bottoncini di aranci spuntati pur allora per le cime dei rami loro; nell'ultimo avea fatto due mani di gelsomini congiunte insieme, con un fides di viole gialle.
Dopo questo una si diede a lavare alcuni bicchieri con le foglie del fico, e gli forbì sì bene che pareano trasformati di cristallo in ariento; intanto la compagna, gittato sopra una panchettina la tovaglietta di rensa, pose con pari ordine i bicchieri su lo scanno avendoci nel mezzo d'essi acconcio una guastadetta piena d'acqua nanfa, simile a un pero, dalla quale pendea un pannetto di lino sottile che ella serbava per asciugar le mani, come dalle tempie dei vescovi pendono le bande delle mitere.
A piè dello scanno stava un vaso di rame che ci si potea specchiare dentro sì ben lo avea polito l'arena, l'aceto e la mano: egli, colmo d'acqua fresca, tenea in seno dui orcioletti di vetro schietto che pareano non tenere vino vermiglio e bianco, ma robini e iacinti stillati.
E finito di acconciare il tutto, questa trasse de un cofano il pane che parea bambagia rappresa, e lo porse a quella, la quale lo mise al luogo suo; e così si riposaro alquanto.
ANTONIA.
Veramente la diligenza usata nello imbellettare il tavolino non volea essere opra se non di suore, le quali gettano il tempo dietro al tempo.
NANNA.
Stando a sedere, ecco che scroccano le tre ore, onde disse la più galluta: "Il vicario è più lungo che la messa di Natale"; rispose l'altra: "Non è maraviglia il suo indugiare, perché il vescovo, che domane vuol cresimare, lo debbe avere miso a qualche faccenda"; e favellando di mille fanfalughe acciò che l'aspettare non gli rincrescesse, passando l'ora a fatto e a fine, a gara tutte due dissero di lui quello che dice maestro Pasquino dei preti: e gaglioffo e porco e poltrone era il nome dal dì delle feste; e una di loro corse al fuoco dove bollivano dui capponi che per le gotti non poteano più muoversi, ai quali facea la guardia uno spedone piegato nel mezzo per il peso d'un pavone allevato da esse: e gli avrebbe tratti per la finestra se la compagna non glielo vetava.
E in cotal loro scompiglio, il mulattiere che dovea scaricar le legne nella camera di quella che alla sua sorella d'animo avea dato il buon consiglio fallì la porta che gli mostrò colei che gli pose il fascio in su le spalle; ed entrato dove era aspettato il messere, ivi lo asino lasciò ir giù le legne: che udendo, le due compagne si cacciaro le unghie nel viso e tutte si laceraro.
ANTONIA.
Che dissero quelle dal piantone?
NANNA.
Che avresti detto tu?
ANTONIA.
Arei presa la ventura per il ciuffetto.
NANNA.
Così ferno esse: che, rallegrate per la non aspettata ventura del mulattiere (co)me si rallegrano i colombi per l'esca, gli fecero un'accoglienza da re; e stangata la porta perché il volpone non iscappasse della trappola, sel misero a sedere in mezzo forbendolo con un sciugatoio di bucato.
Il mulattiere era d'un venti anni o circa, sbarbato, paffuto con la fronte come il fondo d'uno staio, con duo lombi badiali, grandone, biancone, un certo caca-pensieri , un cotale guarda-feste, troppo buono per il proposito loro.
Egli facea le più scimonie risa del mondo quando si vide alloggiare intorno ai capponi e al pavone: e trangugiava bocconi smisurati, e bevea da mietitore.
Ed esse che mille anni gli parea di scardassare il pelo con il battaglio suo dileggiavano le vivande nella foggia che le dileggia un che non ha fame: e se non che la più ingorda, perduta la pacienza come la perde un che si fa romito, si gli avventò al pifero come il nibbio al polcino, il mulattiere facea un pasto da vetturale.
Egli non fu sì tosto tocco, che spinse fuora un pezzo di giannettone che togliea il vanto a quel di Bivilacqua: e parve quel trombone che ritira fuora colui che lo suona in Castello; e mentre questa tenea il bacchettone in mano quella scansò la tavoletta; onde la sua sozia, recatosi il bambolino fra le gambe si lasciò tutta sul flauto del mulattiere che sedea, e spingendo con quella discrezione che si spinge l'un l'altro sul Ponte data la benedizione, cadde la sede, il mulattiere ed ella: e tomaro come una scimia; e schiavatosi il catenaccio dalla porta, l'altra suora, che biasciava come una mula vecchia, perché il bambolino che non avea nulla in testa non infreddasse, lo incappellò con il verbigrazia: talché la compagna dischiodata venne in tanta collera, che la prese per la gola, onde vomitò quel poco che avea mangiato; ed ella rivolta a lei, sanza curarsi di compire altrimenti il camino, se ne diero più che i beati Paoli.
ANTONIA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
Appunto il mestolone si levava suso per partir la zuffa, quando ecco che io mi sento appoggiare le mani su la spalla e dir piano piano: "Buona notte, animetta mia"; io tutta mi scossi per la paura, e tanto più n'ebbi, quanto più attendendo al fatto d'arme delle infoiate (io lo dirò pure!), non pensavo ad altro, e nel sentirmi por le mani a dosso mi rivolsi e dissi: "Oimè chi è questo?"; e nello aprir la bocca per gridare "acorruomo" veggio il baccelliere che mi lasciò per gire incontra al vescovo e mi riebbi tutta.
Pure gli dissi: "Padre, io non son di quelle che vi credete, fatevi in costà, io non voglio, orsù mo', io griderò; prima mi lascerei segar le vene, Dio me ne guardi; nol farò mai, non mai, io dico di no; vi dovereste aggricciare: bella cosa, ben si saperà bene", ed egli a me: "Come può essere che in un carobino, in un trono e in un sarafino alberghi crudeltà? Io vi son servo, io vi adoro perché voi sola sète il mio altare, il mio vespro, la mia compieta e la mia messa, e quando sia che vi piaccia che io muoia, ecco il coltello: trapassatemi il petto, e vedrete nel mio core il vostro soave nome scritto a lettere d'oro".
E così dicendomi volea pormi in mano un bellissimo coltello col manico d'ariento indorato, col ferro lavorato fino al mezzo alla damaschina: io non lo volsi mai tòrre e sanza rispondere tenea il viso fitto in terra, onde egli con quelle esclamazioni che si cantano al passio mi ruppe tanto il capo che mi lascia vincere.
ANTONIA.
Peggio fanno quelli che si lasciano condurre a uccidere e avelenare gli uomini: e festi una opra più pia che non è il monte della pietà; e ogni donna da bene dovria pigliare lo essempio da te.
Segue pure.
NANNA.
E lasciatami vincere dal suo proemio fratino, nel quale dicea maggior bugie che non dicono gli oriuoli stemperati, egli mi entrò a dosso con un laudamus te che parea che egli avesse a benedir le palme: e con i suoi canti mi incantò sì, che ce lo lasciai ire...
Ma che volevi tu che io facessi, Antonia?
ANTONIA.
Non altro, Nanna.
NANNA.
...dico dinanzi; e crederesti una cosa?
ANTONIA.
Che?
NANNA.
Egli mi parse meno aspro quello di carne che quello di vetro.
ANTONIA.
Gran segreto!
NANNA.
Sì, per questa croce!
ANTONIA.
Che bisogna giurare, se io tel credo e stacredo?
NANNA.
Io pisciai sanza pisciare...
ANTONIA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
...una certa pania bianca che parea bava di lumache.
Ora egli me lo fece tre volte, con riverenza parlando: due alla antica e una alla moderna; e questa usanza, abbila trovata chi vuole, non mi piace punto: meffé no, che ella non mi piace.
ANTONIA.
Tu hai il torto.
NANNA.
Stiamo freschi se io ho il torto; e chi la trovò ebbe dello svogliato: né potea girci gusto veruno se non quello...
tu me lo farai dire.
ANTONIA.
Nol mentovare invano, perché è un boccone che se ne fa alla grappa più che delle lamprede; è una vivanda da gran maestri.
NANNA.
Abbinsela.
Ora al proposito nostro: poi che il baccelliere mi ebbe piantato due volte lo stendardo nella rocca e una nel rivellino, mi dimandò se io avea cenato io che al fiato mi avvidi che egli era pasciuto come l'oche dei Giudei, gli risposi di sì: onde egli mi si recò in grembo, e con un braccio mi cingeva il collo e con la mano dello altro mi festeggiava ora le gote e ora le poppe, mescolando le carezze con basci saporiti al possibile; di modo che fra me stessa ringraziava l'ora e il punto del mio farmi suora, giudicando il vero paradiso quello delle suore.
E così stando, venne un gricciolo al baccelliere, e si deliberò di menarmi a processione per il monestero, dicendo: "Dormiremo poi il giorno", e io che avea visto tanti miracoli in quattro camere, mi parea cento anni di vederne degli altri per le altre.
Egli si cavò le scarpe e io le pianelle e tenendomi egli per mano, gli giva dietro ponendo il piede in terra come avessi a porlo sopra l'uova.
ANTONIA.
Ritorna indietro.
NANNA.
Perché?
ANTONIA.
Perché ti sei dimenticata di quelle due rimase in secco per lo errore del mulattiere
NANNA.
Io certamente ho dato le cervella al cimatore.
Le meschine, le sfortunate, sfogaro la rabbia suso le palle dei capofuochi: e infilzatesi in esse, ci scambiettavano sopra come i rei nei pali turcheschi; e se non che quella che finì il ballo prima soccorse la compagnetta sua, la palla le saria uscita per bocca.
ANTONIA.
O questa sì che è grande ah! ah! ah!
NANNA.
Io me ne andava dietro al drudo cheta come un olio, ed ecco che vediamo la celletta della cuoca mezza chiusa dalla smemorata, e dandogli una occhiata, la vedemmo scherzare in cagnesco con un peregrino che chiedendole (mi stimo io) la carità per gire a San Iacopo di Galizia, lo avea raccolto dentro: e la schiavina sua si stava sopra la cassa ripiegata, e il bordone, sul quale era una tavoletta col miracolo, appoggiato al muro, e la tasca piena di tozzi dava da trastullarsi a una gatta alla quale gli amanti giolivi, occupati, non davano cura; né al barlotto, caduto sottosopra, che tuttavia versava il vino.
Noi non degnammo perdere il tempo in così lordo amorazzo: ma arrivati alle fessure della camera di madonna celleraia, che mancatole la speranza del venir del suo piovano, si condusse in tanto furore che, acconcio un fune ad una travetta, salita suso un trespolo e adattatosi il capestro al collo, si arrischiava di dar col piede nel sostegno, e già apriva la bocca per dire al piovano "Io ti perdono", quando egli, giunto all'uscio e sospintolo, entrò dentro e visto la sua vita al termine detto, lanciatosi a lei e ricoltola nelle braccia, disse: "Che cose son queste? Adunque io da voi, cor mio, sono tenuto un mancatore di fede? e dove è la divinità della prudenza vostra? dove è ella?".
A quelle dolci parole ella rilevò la testa come si rilievano gli stramortiti nello spruzzargli l'acqua fredda nel viso, e risentissi proprio come si risentono i membri assiderati al calor del fuoco, e il piovano gittato la corda e 'l trespolo, la pose nel letto, ed ella, datogli un bascio, lentamente gli dice: "Le orazioni mie sono state esaudite, e voglio che mi fate porre di cera dinanzi alla imagine di san Gimignano, con lettere che dicano "raccomandossi e fu liberata"", e ciò detto, allo uncino delle sue forche impiccò il pietoso piovano: che, stucco al primo boccone della capra, dimandò il capretto.
ANTONIA.
Io te lo ho voluto dire, ed emmisi scordato: parla alla libera, e dì "cu', ca', po' e fo'", che non sarai intesa se non dalla Sapienza Capranica con cotesto tuo "cordone nello anello", "guglia nel coliseo", "porro nello orto", "chiavistello ne l'uscio", "chiave nella serratura", "pestello nel mortaio", "rossignuolo nel nido", "piantone nel fosso", "sgonfiatoio nella animella", "stocco nella guaina"; e così "il piuolo", "il pastorale", "la pastinaca", "la monina", "la cotale", "il cotale", "le mele", "le carte del messale", "quel fatto", "il verbigrazia", "quella cosa", "quella faccenda", "quella novella", "il manico", "la freccia", "la carota", "la radice" e la merda che ti sia non vo' dire in gola, poi che vuoi andare su le punte dei zoccoli; ora dl sì al sì e no al no: se non, tientelo.
NANNA.
Non sai tu che l'onestà è bella in chiasso?
ANTONIA.
Dì a tuo modo, e non ti corruccerai.
NANNA.
Dico che, ottenuto il capretto, e fittoci dentro il coltello proprio da cotal carne, godea come un pazzo del vederlo entrare e uscire; e nel cavare e nel mettere avea quel sollazzo che ha un fante di ficcare e sficcare le pugna nella pasta.
Insomma il piovano Arlotto, facendo prova della schiena del suo papavero, ci portò suso di peso la serpolina fino al letto; e calcando il suggello nella cera a più potere, si fece da un capo del letto, rotolando, fino al piede, poi fino al capo; e di nuovo ritornando in suso e in giuso, una volta veniva la suora a premere la faccenda del piovano, e una volta il piovano a premere la faccenda della suora; e così, tu a me e io a te, ruotolaro tanto, che venne la piena: e allagato il piano delle lenzuola, caddero uno in qua e l'altro in là, sospirando come i mantici abandonati da chi gli alza, che soffiando s'arrestano.
Noi non ci potemmo tenere di ridere quando, schiavata la serratura, il venerabil prete ne fece segno con una sì orrevole correggia (salvo il tuo naso) che rimbombò per tutto il monestero: e se non che ci serravamo la bocca con la mano l'uno a l'altro, saremmo stati scoperti.
ANTONIA.
Ah! ah! ah! E chi non avrebbe smacellato?
NANNA.
E partitici a tentoni dalla ciancia che facea le cose sue da dovero, vedemmo la maestra delle novizie che traeva di sotto il letto un facchino più sporco che non è un monte di cenci e gli dicea: "Vieni fuora il mio Ettor troiano, il mio Orlando dal quartiere, eccomi tua servitrice, e perdonami del disagio che nello asconderti ti ho dato: egli mi fu forza a farlo".
E il manigoldone, alzando gli stracci suoi, le respondea col cenno del membro, ed ella, non avendo torcimanno che le spianasse le sue cifere, le diede a interpretrare alla sua fantasia: e il zoticone, cacciatole il roncone nella siepe, le fe' veder mille lucciole, e la pigliava con le zanne di lupo nelle labbra con tanta piacevolezza che le facea venir giù le lagrime a quattro a quattro; onde noi, per non vedere la fragola in bocca allo orso, gimmo altrove.
ANTONIA.
Dove giste?
NANNA.
A un fesso che ci mostrò una suora che parea la madre della disciplina, la zia della bibbia e la suocera del testamento vecchio appena che io soffersi di guatarla: ella avea in capo da venti capelli simili a quelli di una spelatoia, tutti lendinosi, e forse cento crespe nella fronte; le sue ciglia folte e canute, gli occhi che gocciavano una certa cosa gialla.
ANTONIA.
Tu hai una acuta vista, se insino ai lendini scorgi di lontano .
NANNA.
Attendi a me.
Ella avea bavosa e moccicosa la bocca e il naso, e pareano le sue mascelle un pettine d'osso da pidocchiosi con duo denti i labbri secchi e il mento aguzzo come il capo d'un genovese: ii quale avea per sua grazia alcuni peli che spuntavano fuora a guisa di quei d'una leona, ma pungenti (mi penso io) come spine, le poppe pareano borse d'uomo sanza granelli, che nel petto le stavano attaccate con due cordelle, il corpo (misericordia), tutto scropuloso, ritirato in dentro e con il bilico in fuora.
Vero è che ella avea intorno al pisciatoio una ghirlanda di foglie di cavoli che parea che fossero stati un mese nella testa a un tignoso.
ANTONIA.
Ancora santo Nofrio portava un cerchio da taverna intorno alla sua vergogna.
NANNA.
Tanto meglio.
Le cosce erano fuscelli ricoperti di carta pecorina, e le ginocchia le tremavano sì, che stava tuttavia per cadere; e mentre ti imagini gli stinchi suoi e le braccia e i piedi, ti dico che le unghie delle sue mani erano lunghe come quella che avea il Roffiano nel dito picciolo, la quale portava per nimicizia, ma piene di mestura.
Ora ella, chinata in terra, con un carbone facea stelle, lune, quadri, tondi, lettere e mille altre cantafavole, e ciò facendo chiamava i demoni per certi nomi che i diavoli non gli terrebero a mente; poi, aggirandosi tre volte intorno alle catarattole dipinte, si volgea al cielo tuttavia borbottando seco; poi, tolta una figurina di cera nuova nella quale erano fitti cento aghi (e se tu hai mai visto la mandragola, tu vedi la figura) e postola tanto allato al fuoco che lo potea sentire, e volgendola come si volgono gli ortolani e i beccafichi perché cuochino e non si abbruscino, dicea queste parole:
Fuoco, mio fuoco strugge
quel crudel che mi fugge;
e voltandola con più furia che non si dà il pane allo spedale, soggiungea:
Il mio gran pizzicore
mova il mio dio d'amore;
e cominciando la imagine a scaldarsi forte, dicea con il viso fitto nello spazzo:
Fà, demonia, mia gioia,
ch'ei venga o che si muoia.
Al fin di questi versetti, eccoti uno che le batte la porta alitando come uno che co' piedi abbia (sendo stato giunto a far danno in cocina) risparagnato un monte di bastonate alle sue spalle: onde ella riposti tosto tosto gl'incantesimi, gli aperse.
ANTONIA.
Così ignuda?
NANNA.
Così ignuda e il poveruomo, sforzato dalla negromanzia come la fame dalla carestia, le gittò le braccia al collo, e basciandola non men saporitamente che se ella fosse stata la Rosa e l'Arcolana, dava quelle lode alla beltà sua che danno quelli che fanno i sonetti alle Lorenzine, e la maladetta fantasima, dimenandosi tutta e gongolando, gli dicea: "Son queste carni da dormirsi sole?".
ANTONIA.
Ohibò!
NANNA.
Non ti guasterò più lo stomaco con la vecchia trentina, che non so altro di lei perché non ne volli vedere altro: e quando lo affatturato secolare giovane di prima barba la calcò suso uno scabello, feci la gatta di Masino, che serrava gli occhi per non pigliare i topi.
Ora al rimanente.
Dopo la vecchia pervenimmo alla sarta, che era ai ferri col sarto suo maestro: e scopertolo tutto ignudo, gli basciava la bocca, le mammelle, il battitoio e il tamburo come bascia la balia al suo figliuolo di latte il visetto, il bocchino, le manine, il corpicello, il pinchino e 'l culetto, che pare che se lo voglia succiare nel modo che egli sugge a lei le poppe.
Certo volevamo acconciar l'occhiolino alle scommessure per veder tagliare dal sarto i lembi della tonica della sarta, ma udivamo un grido, e dopo il grido uno strido, e appresso dello strido uno "oimè", e finito l'"oimè", uno "o Dio" che ci percosse tutto il core.
E avviatici ratti donde uscivano le voci che ricoprivano il calpestio dei nostri passi, vedemmo una che avea mezza una creatura fuora della canova: che poi col capo inanzi la pisciò a fatto al suono di molte peta profumate.
E visto che era maschio, chiamaro il padre d'esso, don guardiano, che venne accompagnato da due suore di mezza età: alla venuta del quale si cominciaro a squinternare allegrezze signorili.
Dicea il guardiano: "Poiché qui, in questo desco, è carta, penna e inchiostro, io vo' fare la sua natività", e disegnato un milione di punti, tirando certe righe infra essi, dicendo non so che della casa di Venere e di Marte, si volse a quella brigata e disse: "Sappiate, sorelle, che mio figliuolo naturale, carnale e spirituale sarà un Messia, uno Antecristo o Melchisedech"; e volendo vedere la buca di donde egli era apparso, tirandomi il mio baccelliere per i panni, gli feci cenno che mi spiaceva vedere altri sanguinacci che quelli del porco sparato.
ANTONIA.
Và fatti suora, và.
NANNA.
Ora odi questa.
Sei giorni inanzi a me, dai suoi fratelli era stata misa dove io fui posta una non-vo'-dir donzella, e una robba-che-dio-tel-dica, e per gelosia d'uno dei primi della terra innamorato d'essa (secondo che mi fu detto), la badessa la tenea in una camera sola, e la notte, riserratala, ne portava seco la chiave.
E il giovane amante, accortosi che una finestra serrata della camera sua rispondea nello orto, aggrappandosi su per il muro di quella finestra come un picchio, al meglio che potea dava da beccare alla papera, e a punto in questa notte che io ti conto venne a lei: e acconciatosi alla ferrata, abeverava il bracco alla tazza che si gli sporgeva in fuore, tenendo però le braccia intrecciate con i ferri traditori.
E venendo il mèle sul fiadone, la dolcitudine gli tornò più amara che non è una medecina.
ANTONIA.
A che modo?
NANNA.
Lo sventurato venne in tanto sfinimento in sul fà-che-io-fo, che, abbandonate le braccia, cadde dal balcone sopra un tetto, e del tetto in un pollaio, e del pollaio in terra, di maniera che si ruppe una coscia.
ANTONIA.
Oh le avesse rotte tutte due la strega badessa, poiché volea che ella osservasse castità in bordello!
NANNA.
Ella lo facea per paura dei fratelli che aveano giurato di abbrusciarla con tutto il monestero udendone biasimo.
E per tornare a dirti, il giovane che ebbe il lavorar dei cani, misse a romore tutto il mondo: e corsero ciascuna per le finestrette alzando le impannate, scorgendo per il lume della luna il ruinato e fracassato meschino.
Fecero scovare duo seculari del letto con le posticce mogli loro, e mandatogli nell'orto, lo ricolsero su le braccia e lo portaro di fuora: e ti so dire che ci fu che dir per la terra di cotal caso.
Dopo questo scandolo, ritornandoci in cella per paura che il dì non ci giungesse a spiare i fatti d'altri, udimmo un frate buonissimo brigante, bisuntone, che contava una fola a non so quante suore e preti e secolari che aveano giocato a dadi e a carte tutta notte: finito di sbevazzare, erano entrati a chiacchiarare, scongiurando il frate che dicesse una novella; ed egli, dicendo "Io vi vo' contare una istoria che cominciò in riso e finì in pianto per un cagnaccio stallone", impetrò udienza e cominciò: "Dui dì fa, passando per piazza mi fermai a vedere una cagnoletta in frega che avea due dozzine di cagnoletti tratti allo odore della fregna sua, tutta enfiata e sì rossa, che parea di corallo che ardesse: e tuttavia fiutandola or questo e ora quello, cotal gioco avea ragunati una gran frotta di fanciulli a vedere ora salir suso questo e dar due menatine, e or questo altro e darne due altre.
Io a tale spasso facea viso proprio fratesco, ed ecco che comparisce un cane da pagliaio, che parea il luogotenente delle beccarie di tutto il mondo: e afferratone uno, lo trasse in terra rabbiosamente, e lasciatolo, ne prese un altro, né gli rimasse a dosso il cuoio intero; in questo, chi fugge di qua e chi di là, e il cagnone, fatto arco della schiena, arricciando il pelo come il porco le setole con occhi guerci, digrignendo i denti, rignendo con la schiuma alla bocca, guardava la cagnola male arrivata, e fiutatole un tratto la bella bellina, le diede due spinte che la fecero abbaiare da cagna grande: ma sguizzatagli di sotto, si diede a correre.
E i cagnoletti, che stavano alla vedetta, le trottàr dietro, il cagnaccio, in collera, la seguitava: e così la cagna, veduta la fessura d'una porta chiusa, di subito ci saltò dentro, e i cagnuoli seco.
Il cane poltrone si rimase fuoruscito, imperò che egli era cotanto sconcio che non capiva dove gir gli altri, onde rimaso di fuora, mordeva la porta, zappava in terra, urlava che parea un leone che avesse la febbre.
E stato così gran pezzo, sbuca fuora un dei poverini: e il can traditore, ciuffatolo, gli staccò una orecchia; e apparendo il secondo, gli fece peggio, e di mano in mano gli castigò tutti nello uscire, e gli fece disgombrare il paese come sgombrano i villani per la venuta dei soldati.
Alla fine la sposa venne fuora, ed egli presola nella gola le ficcò le zanne nella canna e strozzolla, mandandone i fanciulli, con il popolo raccolto alla festa canina, i gridi al cielo...", onde noi non ci curando di vedere né di udire più altro, entrati in camera nostra e caminato un miglio per il letto, ci adormentammo.
ANTONIA.
Perdonimi il Centonovelle: egli si può andare a riporre.
NANNA.
Questo non dico io; ma voglio che egli confessi almeno che le mie son cose vive, e le sue dipinte.
Ma non ti ho io da dire?
ANTONIA.
Che?
NANNA.
Levatami a nona, sendosi non so come partito a buona otta il gallo della mia parrocchia, e andando a desinare non potea contener i ghigni vedendo quelle che erano le notte gite in carnafau: e domesticata in pochi dì con tutte, fui chiarita che sì come i' vidi altri, altri vide me: cioè in tresca col baccelliere.
E disnato che avemmo, salì in pergamo un fra luteriano che avea una voce da far guardie, e sì penetrativa e tonante, che si sarìa udita da Campidoglio a Testaccio, e fece una essortazione alle suore, di così fatta maniera che arìa convertito la stella Diana.
ANTONIA.
Che cose diceva egli?
NANNA.
Egli diceva che non era cosa più in odio alla natura che vedere perdere il tempo alla gente, però che ella ce lo ha dato perché lo spendiamo in consolazione d'essa; e che gode del vedere le sue creature crescere e multiplicare, e sopra ogni altra cosa si rallegra quando scorge una donna che, giunta nella vecchiezza, può dir "Mondo, fatti con Dio", e che oltre le altre la natura tiene per gioie care le monicelle le quali fanno i zuccherini allo dio Cupido: onde i piaceri che ci dona son più dolci che mille che ne dia alle mondane, affermando ad alta voce che i figliuoli che nascono di frate e di suora sono parenti del Disitte e del Verbumcaro.
Ed entrato poi nello amore fino delle mosche e delle formiche, era forte riscaldato nel volere che fosse di bocca della verità tutto quello che usciva della sua.
Non è ascoltato sì attentamente un canta-in-panca dagli scioperati, come ascoltavano le buone massaie il cicalone e data la benedizione con uno di quelli, tu mi intendi, di vetro lungo tre spanne, scese giuso, e infrescandosi facea del vino quello che fanno i cavalli della acqua, divorando le confezioni con la ingordigia che divora un asinaccio i sermenti; e gli fu donato più cose che non dona il parentado a chi canta la messa novella, o vero una madre alla figlia che va a marito; e partitosi, chi si diede a fare una bagattella e chi un'altra.
E io, tornata in camera, non stei molto che odo percuotermi la porta; onde apro, ed ecco a me il fanciullo del baccelliere che con uno inchino cortigiano mi porge una cosa inguluppata e una lettera piegata nel modo che sono quelle penne con tre cantoni, o spicchi che si gli debba dire, che stanno in cima alle frecce.
La soprascritta dicea..., io non so se mi ricorderò delle parole...; aspetta, sì, sì, così dicevano:
Queste mie poche e semplici parole
sciutte co' miei sospir, scritte col pianto,
sien date in paradiso in man del Sole.
ANTONIA.
O buono!
NANNA.
Dentro ci era una diceria lunga lunga; e cominciava da quei capegli che mi fur tagliati in chiesa, dicendo che gli avea ricolti e fattosene un laccio intorno al collo; e che la mia fronte era più serena che il cielo, assimigliandomi le ciglia a quel legno nero di che si fanno i pettini; e che le mie guance faceano aschio al latte e al cremisi; a una filza di perle mi agguagliò i denti, e le labbra a' fiori delle melagrane; facendo un gran proemio su le mie mani: e fino le unghie lodò; e che la mia voce era simile al canto del gloria in eccelsis: e venendo al petto, disse mirabilia, e che tenea duo pomi candidi come la neve calda.
Alla fine si lasciò sdrucciolare alla fonte, dicendo averci bevuto indegnamente, e che ella stillava manuscristi e manna, e che di seta erano i peluzzi suoi.
Del rovescio della medaglia tacque, scusandosi che bisogneria che rinascesse il Burchiello a dirne una minima particella, e venne a finirla col rendermi grazie per infinita secula della liberalità che io gli avea fatto del mio tesoro, e giurando che verria tosto a me; e con uno "addio coricino mio", si sottoscrisse a punto così:
Quel(lo) che nel bel petto vostro vive,
spinto da troppo amor, questa vi scrive.
ANTONIA.
E chi non si arìa alzato i palmi a sì bella canzona?
NANNA.
Letta la novella, ripiego la carta e, prima che io me la ponga in seno, la bascio; e tratta la cosa dello invoglio, veggio che egli è uno ufficiuolo molto vago che lo amico mi manda, cioè lo ufficiuolo che io credea che mi mandasse: egli era coperto di velluto verde, che significava amore, con i suoi nastri di seta.
E lo piglio sorridendo e di fuora lo vagheggio, tuttavia basciandolo e lodandolo per il più bello che avesse mai visto.
E licenciato il messo con dirgli che in vece mia basciasse il suo maestro, rimasa sola apro il libricciuolo per leggere la magnificat: e apertolo, veggiolo pieno di dipinture che si trastullano nella foggia che fanno le savie moniche; e scoppiai in tanto riso nel vedere una che, spingendo le sue cose fuora di una cesta senza fondo, per una fune si calava su la fava di uno sterminato baccello, che ci corse una sorella che più di alcuna altra si era domesticata meco; e dicendomi "Che significano coteste tua risa?", sanza corda le dico il tutto, e mostratole il libretto, ce ne demmo insieme uno spasso che ci mise in tanta voglia di provare i modi dipinti, che ci fu forza a consigliarcene col manico di vetro: il quale acconciossi fra le cosce la mia compagnetta sì bene, che parea il cotale di uno uomo drizzato inverso la sua tentazione; onde io gittatami là come una di quelle di ponte Santa Maria, le pongo le gambe in su le spalle; ed ella ficcandomelo ora a buon modo e ora a tristo, mi fece far tosto quello che io avea a fare, e arrecatasi ella alla foggia che mi recai io, le fu renduto da me migliaccio per torta.
ANTONIA.
Sai tu, Nanna, quello che interviene a me udendoti ragionare?
NANNA.
No.
ANTONIA.
Quello che interviene a uno che odora una medicina: che sanza prenderla altrimenti, va due e tre volte del corpo.
NANNA.
Ah! ah! ah!
ANTONIA.
Dico che mi paiono tanto veri i tuoi ragionamenti, che mi hai fatto pisciare sanza che io abbia gustato né tartufo né cardo.
NANNA.
Tu mi riprendi del parlare a fette, e poi usi anche tu la favella di chi narra le novelluzze alle bambine dicendo: "Io ho una mia cosa che è bianca come una oca: oca non è, or dimmi ciò ch'ella è".
ANTONIA.
Io favello per compiacerti, perciò uso le oscurità.
NANNA.
Ti ringrazio.
Ora seguiamo la antifana.
Dopo gli scherzi che ci facemmo l'una a l'altra, ci venne voglia di farci vedere alla grata e alla ruota: dove non potemmo aver luogo, perché tutte erano corse ivi come corrono le lucertole al sole, e la chiesa parea San Piero e San Paolo il dì della stazzone, e fino a monaci e a soldati si dava udienza; e se me lo vuoi credere credimelo, io vidi Iacob ebreo che con una gran securtà cianciava con la badessa.
ANTONIA.
Il mondo è corrotto.
NANNA.
Io lo dirò, escane che vuole: ci vidi anco uno di quei Turchi disgraziati che si lasciò dare nella ragna in Ungaria.
ANTONIA.
Egli dovea esser fatto cristiano.
NANNA.
Basta che vi lo vidi, né ti saprei dire se col battesimo o sanza.
Ma sono stata una bestia a prometterti di raccontare in un dì la vita delle suore perciò che elle in una ora fanno cose che non si narrerebero in uno anno.
Il sole si mette in ordine per tramontare, onde io abbreviando farò conto di essere uno che ha fretta di cavalcare: che, benché abbia appitito grande appena assaggia quattro bocconi bevendo un tratto, e via al suo camino.
ANTONIA.
Lasciami dire un poco.
Tu mi dicesti da principio che il mondo non è più quello ch'egli era al tuo tempo: io pensava che tu mi avessi a contare delle suore di allora di quelle cose che sono in sul libro dei santi Padri.
NANNA.
Ho errato io, se ti ho detto cotesto: io volli forse dire che non son più come erano al tempo antico.
ANTONIA.
Errò adunque la lingua, non il core.
NANNA.
Sia come vuole, io ora non l'ho in mente: attendiamo a questo, che importa più.
Dico che tentandomi il demonio, mi lasciai porre il basto da un frate che era venuto da Studio, guardandomi però dal baccelliere: e come la fortuna volse, egli mi menava spesso a cena fuora del monastero, non sapendo che io fossi maritata al baccelliere.
E fra le altre, venne per me una sera dopo le avemarie allo improviso e disse: "Cara la mia putta, fammi grazia di venir meco in questo punto, che ti vo' menare in un luogo che averai grandissimo piacere: e udirai non pure musiche angeliche, ma recitare una comedietta molto gentile".
Io che avea il capo pieno di grilli, sanza indugiarmi mi spoglio, aitandomi lui; e trattimi i panni sacrati, mi vesto i profumati, cioè i panni da garzone, i quali mi fece fare il primo amante; e postomi in capo un cappelletto di seta verde con una pennetta rossa e un fermaglio d'oro, con la cappa indosso men vado seco.
E caminato un tirar di sasso, egli entra in una stradetta lunga e larga mezzo passo, sanza uscita; e fischiando soave soave, udimmo ratto scendere una scala e poi aprire uno uscio, sul quale posto che avemmo il piede, apparse un paggio con un torchio di cera bianca acceso, e salita la scala al lume comparimmo in una sala ornatissima, tenendomi il mio studiante per mano; e alzando il paggio dal torchio la portiera della camera con dirci "Entrino le Signorie vostre", entrammo, e tosto che io giunsi, vedesti levarsi suso le persone con la berretta in mano, come fanno le brigate nel dar la benedizione del predicatore.
Ivi era il ricetto di tutti i fottisteri sacrati, alla similitudine di una baratteria, e ivi si riducea ogni sorte di suore e di frati, come alla noce di Benevento ogni generazione di streghe e di stregoni.
E ripostosi ciascuno a sedere, non si udiva altro che bisbigliare del visetto mio: che ancora che non stia bene a dirlo a me, sappi Antonia che egli fu bello.
ANTONIA.
È da credere, sendo tu bellissima vecchia, che tu sia stata bellissima giovane.
NANNA.
E stando in sui vezzi, arrivò la virtù della musica che mi fece risentire fino alla anima: erano quattro che guardavano sopra un libro, e uno, con un liuto argentino accordato con le voci loro, cantava "Divini occhi sereni...".
Dopo questo venne una ferrarese che ballò sì gentilmente, che fece maravigliare ognuno: ella facea cavriole che non le avria fatte un cavriuolo con una destrezza, Dio, con una grazia, Antonia, che non avresti voluto vedere altro.
Che miracolo era, raccogliendosi la gamba mancina a usanza della grue, e fermatasi tutta nella dritta, vederla girare come un torno: di modo che la sua veste gonfiata per il presto rivolgimento, spiegatasi in un bel tondo, tanto si vedea quanto le girelle mosse dal vento sopra d'una capanna, o vogliamo dire quelle di carta poste dai fanciulli in cima ad una canna, che, distesa la mano dandosi a correre, godono di vederle girare sì che appena si scorgono.
ANTONIA.
Dio la benedica.
NANNA.
Ah! ah! ah! Io mi rido di uno che lo dimandavano "il fio di Giampolo", secondo me veneziano, che tiratosi dentro a una porta contrafece una brigata di voci.
Egli facea un facchino che ogni bergamasco gliene avrebbe data vinta, e il facchino, dimandando a una vecchia della madonna, in persona della vecchia dicea: "E che vuoi tu da madonna?", ed egli a lei: "Le vorria parlare", e da cattivo le dicea: "Madonna, o madonna, io moro, io sento il polmon che mi bolle come un laveggio di trippe"; egli facea un lamento alla facchina il più dolce del mondo e cominciando a toccarla, ridea con alcuni detti proprio atti a farle guastar la quaresima o a rompere il digiuno.
E in questa ciancia, eccoti il suo marito vecchio rimbambito che, visto il facchino, levò un romore che parve un villano che vedesse mettere a sacco il suo ciriegio; e il facchino gli dicea: "Messere, o messere, ah! ah! ah!"; e ridendo e facendo cenni e atti da balordo, "Và con Dio" gli disse il vecchio, "imbriaco, asino".
E fattosi scalzare dalla fante, contava alla moglie non so che del sofì e del Turco; e facea scompisciare delle risa ognuno quando, tirando alcuna di quelle con le quali egli si affibbiava, facea sagramento di non mangiare più cibi ventosi, e lasciatosi colcare, e addorméntosi ronfando, ritornò il predetto nella forma del facchino: e con la madonna tanto pianse e tanto rise, che si mise a scuoterle il pelliccione.
ANTONIA.
Ah! ah! ah!
NANNA.
Riso averesti tu udendo il dibattimento del rimenarsi loro mescolato con alcuni ladri detti del facchino, che campeggiavano troppo bene con quelli di madonna fàmmelo.
Finito il vespro delle voci, ci riducemmo in sala, dove era uno apparato per coloro che aveano a recitare la comedia: e già la tenda si dovea scoprire, quando uno percosse fortemente la porta, perché il romore del favellare non lo averia lasciato udire percotendola piano; e restando di mandar giù la tenda, fu aperto al baccelliere.
Ché il baccelliere era quello che, a caso passando, batté allo uscio, non sapendo che io gli fossi traditrice; e venuto suso e vistami fare gli amori con lo studiante, mosso da quel maladetto martello che accieca altrui, con quella furia che si avventò il cagnaccio che uccise la cagnuola (come raccontò la novella del frate), mi prese per i ciuffi: e trascinandomi per la sala e poi giù per la scala, non dando cura ai preghi che per me facea ognuno, salvo lo studiante che, tosto che vide il baccelliere, sparve come un raggio dalla girandola, mi condusse sempre percotendomi al monistero; e in presenza di tutte le suore mi diede un cavallo con quella discrizione che dimostrano i frati nel punire un frate da meno di loro se avviene che egli abbia sputato in chiesa, e fur tali e tante le scorreggiate che con la correggia del leggio mi diede, che mi s'alzò la carne per le natiche una spanna: e quello che più mi dolse fu che la badessa tenea la ragione del baccelliere.
Onde io, stata otto giorni ungendomi spesso e bagnandomi con acqua rosa, feci intendere a mia madre che, se mi volea veder viva, venisse tosto: e trovandomi che non parea più dessa, credendosi che io fossi caduta inferma per le astinenze e per i mattutini, a tutti i patti del mondo volse che allora allora io fossi portata a casa, né valse ciance di suora né di monica a farmici rimanere pure un dì.
E sendo a casa mia, mio padre che temea più mia madre che non temo io non so che, di subito volea correre per il medico: e non fu lasciato per buon rispetto.
E non potendo io celare il male da basso, dove lo staffile si era maneggiato come si maneggiano le mazze dei fanciulli la sera della settimana santa per le predelle degli altari e per le porte delle chiese dopo gli uffici, dissi che per macerare la carne, sedendo sopra un pettine dalla stoppa, ciò mi era avvenuto: ghignò mia madre alla scusa magra, perché i denti del pettine mi avrieno passato il core, non pure il culo (sano il tuo sia), e per lo meglio si tacque.
ANTONIA.
Io comincio a credere che sia il vero che tu abbia dei guai per la Pippa in quanto al farla monica, e ora mi ricorda che quella benedetta anima di mia madre solea dire che una suora di un monestero, acciò che tutti i medici le mettessero lo orinale nella vesta fingea ogni terzo dì di avere tutti i mali.
NANNA.
Io so ben chi ella fu, e non la ho conta per lunghezza.
Ora, da che io ti ho tenuta tuttodì oggi con le ciance, vo' che ne venga istasera meco.
ANTONIA.
Ciò che ti piace.
NANNA.
E mi aiterai a sbrigar di alcune cosette; e poi domane dopo disinare, in questa mia vigna, sotto a questa proprio ficaia, entreremo alla vita delle maritate.
ANTONIA.
Eccomi per servirti.
E così detto, sanza ingombrarsi di veruna cosa della vigna, si avviaro a casa di Nanna che stava alla Scrofa: dove giunte in su lo annottarsi, la Pippa fece alla Antonia molte carezze e così venuta la ora di cena, cenaro; e state così un poco, giro a dormire.
FINE DE LA PRIMA GIORNATA.
LA SECONDA GIORNATA DEL CAPRICCIO ARETINO NELLA QUALE LA NANNA NARRA ALLA ANTONIA LA VITA DELLE MARITATE.
La Nanna e la Antonia si levaro appunto in quello che Titone becco rimba(m)bito volea ascondere la camiscia alla sua signora perché il giorno roffiano non la desse nelle mani del Sole suo bertone: che di ciò accorta, strappandola di mano al vecchio pazzo, lasciandolo gracchiare ne venne a lui più imbellettata che mai, risoluta di farsi chiavare alla barba sua .XII.
volte e di tal cosa farne rogare ser Oriuolo notaio publico.
E vestite che furo, Antonia fece, inanzi che le campanelle sonassero tutte quelle faccendette che alla Nanna mettevano più pensiere che non mette la sua fabrica a san Pietro.
Dipoi alzato il fianco come lo alza uno alloggiato a discrezione, ritornaro alla vigna; e riposte nel luogo dove sederno il dì inanzi e sotto la medesima ficaia, sendo ora di cacciare il caldo col ventaglio delle ciance, Antonia posato le palme sopra le ginocchia, fitto il viso nel volto di Nanna, disse: "Veramente son chiara delle suore: dopo il primo sonno non ho mai più potuto chiudere occhio solo pensando alle pazze madri e ai semplici padri che si credono che le figliuole che fanno moniche non abbiano denti da rodere come quelle che maritono, poveretta la vita loro! dovrebbeno pur sapere che son di carne e d'ossa anche esse, e che non è cosa che accresca più il desiderio che il vietare di una cosa; e io per me allora muoio di sete quando non ho vino in casa.
E poi i proverbi non sono da farsene beffe, e bisogna credere a quello che dice che le suore son le mogli dei frati anzi del popolo; e non pensai a tal detto ieri, che non ti arei dato lo impaccio che ti diedi in farmi contare gli andamenti loro".
NANNA.
Ogni cosa per il meglio.
ANTONIA.
Da che mi destai, aspettando che si facesse dì mi storcea come un di questi tuoi giocatori quando cade un dado o una carta, o si gli spegne la candela, che arrabbiano fino che non si gli ricoglie e non si gli raccende; e ringrazio me stessa del venire che feci alla tua vigna, la quale mi è sempre aperta tua bontà, e più me ne ringrazio del dimandarti del ciò che tu avevi che io ti feci allo improviso: onde per la tua gentilezza mi rispondesti quello che tu mi rispondesti.
Ora alla buona ora sia.
Da che quelle maladette sferzate ti fecero fare il mal pro' gli amori e il monestero, che partito prese tua madre di te?
NANNA.
Diede voce di maritarmi, trovando ora una novella ora una altra circa il mio essermi dismonicata dando ad intendere a molte persone che gli spirti erano a centinaia nel monestero come i biricuocoli a Siena.
E venendo questo alle orecchie di uno che vivea perché mangiava, deliberò di avermi per moglie o di morire; ed essendo egli benestante, mia madre, che come ti ho detto portava le brache di mio padre (che morì, come Dio volse), conchiuse il matrimonio.
E reducendola di mille in una venne la notte dello accompagnarci carnalmente, che il dorme-al-fuoco aspettava come aspetta la ricolta il lavoratore, e fu bella l'astuzia della mia mamma dolce: ella che sapea che la mia verginità era rimasa nelle peste, scannò un di quei capponi delle nozze; ed empito del sangue un guscio di uovo, insegnandomi prima la arte che dovea usare nello stare in su le continenze, nel mettermi in letto me ne unse la bocca di donde uscì Pippa mia.
E così coricata io si coricò egli: e stendendosi per abbracciarmi, mi trova tutta in un groppo raccolta nella sponda; e volendomi porre la mano su la cetera, mi lasciai cader giuso in terra; onde egli lanciatosi ad aitarmi, comincio a dire non sanza pianto: "Io non voglio far le tristizie, lasciatemi stare"; e alzando le voci, odo mia madre che, aperta la camera con un lume in mano vien dentro: e tanto mi lusingò, che mi accordai col buon pastore; che, volendome aprir le cosce, sudò più che non fa chi batte il grano: onde mi squarciò la camiscia e disse mille mali.
Alla fine, scongiurata più che non si scongiura uno spiritato alla colonna, brontolando e piangendo e maladicendo, apersi la cassa della viola, ed egli adattandomisi di sopra, tremando per la volontà della carne mia, volea mettere la tasta nella piaga: ma gli diedi una scossa così fatta, che lo discavalcai; ed egli paziente mi si racconcia in su la sella, e ritentando con la tasta, tanto pinse che vi entrò.
Io non mi potendo tenere, gustando il pane unto, di non mi abandonare come una porchetta grattata, non gridai se non quando la menchia mi uscì di casa.
Allora sì che i gridi fecero correre su le finestre i vicini e mia madre di nuovo in camera: che, visto il sangue del pollo che avea tinti i lenzuoli e la camiscia allo sposo, fece tanto che quella notte egli si contentò che io andassi a dormir seco; e la mattina tutto il vicinato era in conclave per la mia onestà, né si parlava d'altro per la contrada.
Passate le sposarie, alle chiese e alle feste presi ' andare come vanno le altre; e pigliando pratica con questa e con quella, diventai secretaria di questa e di quella.
ANTONIA.
Io son perduta nello ascoltarti.
NANNA.
Diventai tutta tutta di una cittadina ricca, bella e moglie di un gran mercatante, giovane, grazioso, motteggere e sì innamorato di lei, che sognava la notte quello che ella volea la mattina.
E sendo un dì seco in camera, porsi a caso gli occhi in uno studiuolo: e veggio balenare un non so che per il buco della chiave.
ANTONIA.
Che sarà?
NANNA.
E attendendo con l'occhio al buco, scorgo un non so chi.
ANTONIA.
Sta bene.
NANNA.
La amica si accorge del mio guardare, e io mi accorgo del suo essersi accorta di quello che guardava, e mirando io ella ed ella me, le dico: "Quando sarà qui il vostro marito che ieri se ne andò in villa?", "Ci sarà quando Dio vorrà" rispose ella, "ma se ci fusse quando volessi io, non ci sarebbe mai", "O perché?" le domando io, "Per il malanno e la mala pasqua che dia Dio a chi ne fece motto.
Egli non è quello che altri si crede, non per questa croce", e facendone una con le dita, la basciò.
"Come no?" le dico io, "ciascuno vi ha invidia di esso, e da che viene il vostro discontentarvene? ditemelo, se si può", ed ella a me: "Vuoi tu che io te lo dica a lettere di spiziale? Egli è un bello-in-campo, e buono solamente a pascermi di fogge; altro ci bisogna, dice il Vangelo in volgare, perché solo del pane non vive l'uomo"; e parendomi che ella avesse ragion da vendere, le dico: "Voi sète savia, e sapete che si sta duo dì in questo mondo", "E perché tu sia più certa della mia saviezza" mi disse ella, "ti voglio mostrare il mio ingegno"; e aperto lo studiuolo, mi fa toccare la mano a uno che al giudicio mio era di questi che hanno più carne che pane: e fu pure il vero che ella in sul mio viso si gli coricò sopra, e ponendo la casa in sul camino gli fece fare duo chiodi a un caldo e due schiacciate in un fiato, dicendo: "Io voglio piuttosto che si sappia che io sia trista e consolata che buona e disperata".
ANTONIA.
Parola da scrivere a lettere di oro.
NANNA.
E chiamata la fanticella depositaria delle sue contentezze lo fece partire per quella via che venne, ornandolo prima di una catenella che avea al collo.
Io basciatola nella fronte, nella bocca e in tutte due le gote, mi ritorno a casa per provare, inanzi che venisse il mio marito, se il fante di casa era ben fornito a panni lini; e trovato l'uscio mandato oltre, spinta la mia cameriera su di sopra me ne vado al suo alberghetto a terreno; e movendomi pian piano, facendo vista di esser gita a fare un poco di acqua al nessario che era ivi, odo un parlar cheto cheto, e datoci orecchio, mi accorgo che mia madre avea pensato prima di me al fatto suo: e dandole la benedizione, come diede ella a me la maladizione quando io fingea di non volere consentire al mio marito torno indietro.
E salita la scala, struggendomi per le cose vedute, eccoti il mio perdi-giornata: col quale sfogai la bizzarria, non a mio modo, ma il meglio che potei.
ANTONIA.
Perché non a tuo modo?
NANNA.
Perché ogni cosa è meglio che marito: e pigliane lo essempio dal mangiare fuora di casa.
ANTONIA.
Certo è che il variare delle vivande accresce lo appetito: e te lo credo, perché ancora si dice che ogni cosa è meglio che moglie.
NANNA.
Accaddemi andare in villa mia, dove avea a fare una gentildonna grande, io ti dico grande e basta, la quale facea disperare il suo marito col volere tutto lo anno starsi in contado, e quando egli le ponea inanzi le magnificenze della città e le disonoranze della villa, ella dicea: "Io non mi curo di pompe, io non voglio far peccare con la invidia le genti, io non prezzo le feste né le compagnie, io non voglio che niuno mi faccia fiaccare il collo, la messa mi basta la domenica, e so bene il risparagno che si fa stando qui, e il gittar via nelle tue città: dove ti stà, se vuoi; se non, qui statti".
Il gentiluomo, che non potea far di meno a non ritornarvi anco che non volesse bisognava che la lasciasse sola alcuna volta per i bei quindici dì.
ANTONIA.
Mi pare vedere dove riesce il suo intendimento.
NANNA.
Il suo intendimento riusciva in un prete cappellano della villa: che, se la entrata sua fosse stata grossa come lo spargolo col quale diede lo olio santo al giardino della gentildonna (che se lo fece da esso innaffiare come udirai), si saria stato meglio che un monsignore.
Oh egli avea il gran manico di sotto il corpo! oh egli lo avea sodo! oh egli lo avea bestiale!
ANTONIA.
Taruoli!
NANNA.
Madonna sta-in-villa lo vide un dì pisciare disavvedutamente sotto la finestra sua, ed ella propria me lo disse da che mi fece consapevole del tutto: e vedendogli un braccio di coda bianca, con una testa corallina e fessa per man del maestro, con una vena galante a traverso della schiena, né in piè né a sedere, ma bagianotta bagianotta, con una corona di peli innanellati biondi come lo oro, la quale si stava in mezzo di duo sonagli raccolti, tondi, vivi, più belli che quelli di ariento che tiene a' piedi lo aquilone che sta su la porta dello imbasciadore; e tosto che ella vide il carbonchio, pose le mani in terra per non farla segnata.
ANTONIA.
Che bella cosa se ella, pregna, nel vederlo si fosse toccata il naso, partorendo poi una figliuola col segnale delle balle nel viso.
NANNA.
Ah! ah! ah! Posta la mano in terra, cadde in tanta smania per la voglia della coda del castrone, che venne meno di sorte che fu portata nel letto; e il marito, maravigliandosi di sì strano accidente, fece tosto venire dalla cittade un medico a staffetta che, toccatole il polso, le dimandò se ella andava del corpo.
ANTONIA.
Alla fede buona che non san che dirsi, tosto che intendeno che lo ammalato sciorina bene per il lambicco di sotto.
NANNA.
Tu dici il vero.
Infine ella rispose di no; onde il medicastro ordina uno argomento: il quale, rigettato subito, fece venire le lagrime in sugli occhi al buon marito, udendole chiedere il prete.
Ella disse: "Io mi voglio confessare; e poiché a Dio piace che io muoia, vo' che piaccia anche a me: mi sa ben male di lasciarti, marito mio".
A cotal suono il pecorone le si gittò al collo, piangendo che parea battuto; ed ella basciandolo dicea "Pacienza"; poi traendo uno strido parve che volesse gir via; e richiedendo il prete, corse un famiglio per lui che venne tutto sbigottito.
E appunto al giunger suo il medico le avea il braccio in mano per intendere che pensiere facesse il polso del fatto suo; e sentendolo risuscitare nello apparir del prete, ne stupì; e il prete, fattosi inanzi, disse: "Dio vi renda la vostra sanità"; ed ella, ficcandogli gli occhi nella brachetta che spuntava fuore il capo di una sua gonnella di rascia che portava cinta, venne un'altra volta in angoscia; e bagnatole i polsi con aceto rosato, si riebbe alquanto, onde il suo marito, che era un cotale infarina-pastinache, facendo sgombrare la camera, tirò la porta a sé acciò che la confessione non fosse udita: e postosi a ragionar col medico del caso, ne ritraeva gran frapperie.
E mentre il castra-porcelli disputava con lo sguscia-lumache, il prete, accónciosi a sedere in sul letto, fattole il segno della croce di sua mano perché ella non si disagiasse, le volea dimandare quanto era che ella si confessò: ed ella, postogli le unghie nel cordone rassodato in un baleno, se lo tirò sul corpo.
ANTONIA.
Bella prova.
NANNA.
Che dici tu dello averle il prete tratto i capogirli da dosso con due menate?
ANTONIA.
Dico che merita gran laude per non essere di quelle cacasotto che non le basta lo animo di pisciare nel letto e dire "Noi siamo sudate".
NANNA.
Compita la confessione, si ritornò il prete a sedere, e nel porle la mano in capo il marito pose un pocolin pocolino la testa dentro: e veduto la assoluzione, venne a lei, e trovandola tutta rischiarata nel volto, disse infine: "Ei non ci è il miglior medico di messer Domeneddio, madenò: tu sei ristorata tutta quanta, e ci fu d'ora che mi ti credetti perdere".
Ed ella, volta a lui, disse sospirando: "Io mi sono riavuta" e masticando il confiteor, con le mani giunte, fingea di dire la penitenza.
E licenziato il prete, gli fece mettere in pugno un ducato e duo giuli, dicendo: "I giuli sono la limosina della confessione, e il ducato perché me ne diciate le messe di san Gregorio".
ANTONIA.
Béccati questa altra.
NANNA.
Odi chi merita di star di sopra a quella del prete, una madrona di un .XL.
anni, che nella villa nostra avea un podere di gran rendita, la quale era di parentado dignissimo, e moglie di un dottore che facea miracoli con la sua letteratura della quale avea empiti di gran libri.
Costei che io ti dico giva vestita di bigio, e quella mattina che ella non avesse udite cinque o sei messe, non averia riposato in quel dì: ella era una avemaria infilzata, una graffia-santi e una scopa-chiese, e sempre digiunava i venerdì di tutti i mesi, non pur di marzo; e alla messa rispondea come il cherico, cantando il vespro in sul tenore dei frati; e si dicea che portava fino a una cinta di ferro in su le carni.
ANTONIA.
Ne impiscio santa Verdiana.
NANNA.
Ella facea astinenze cento volte più di lei, or và; e non portava se non zoccoli, e la vigilia di San Francesco dalla Vernia e di quello di Ascesi mangiava tanto pane quanto potea serrar nel pugno, non bevendo altro che una volta acqua pura; e stava fino a mezzanotte in orazione, e quel poco che dormiva era sopra un fascio di ortiche.
ANTONIA.
Sanza camiscia?
NANNA.
Non ti so dire.
Ora egli occorre che un romito scannapenitenze, standosi in un ermetto presso della villa un miglio, e forse dui, se ne veniva quasi ogni dì fra noi procacciandosi qualche cosetta per vivere; e non ritornava al romitorio mai vòto, perciò che quel suo sacco che lo copria, quella sua faccia magra, quella sua barba fino alla cintura, quella sua chioma rabbuffata, con un certo suo sasso che portava in mano alla usanza di san Girolamo, movea a pietà tutto il comune.
A questo romito venerabile pose lo animo la moglie del dottore, che allora procurava nella città per le liti di molti; e gli facea di gran carità; e spesso se ne andava allo ermo suo certamente divoto e dilettevole, donde riportava alcune insalatucce amare facendosi coscienza di assaggiare delle dolci.
ANTONIA.
Come era fatto lo ermo?
NANNA.
Egli si stava suso uno monticello rilevato, e gli avea posto nome "il Calvario", in mezzo del quale era un crocione con tre chiodacci di legname che impaurivano le donnicciuole: e detta croce tenea al collo la corona di spine, e nelle braccia due sferze pendenti di corda annodate, e nel piede una testa di morto, e da un lato fitta in terra la spugna sopra la canna, e dallo altro un ferro di chiaverina rugginosa in cima di una asta di partigiana vecchia.
Dove il monte si sedea, era uno orticello al quale i rosai facevano muricciuolo, che avea la porticella di verghe di salci intrecciate con la sua chiave di legno: e in tutto un dì non so si saria nel suo seno trovato un sassolino, sì bene lo tenea mondo il romito.
I quadretti dello orto, diviso da alcune belle viette, erano pieni di varie erbe: qua lattuche crespe e sode, là pimpinelle fresche e tenere; alcuni erano di aglietti che il compasso non ne potria né levare né porre; altri dei più bei cavoli del mondo; la nepitella, la menta, lo aneto, la magiorana e il prezzemolo aveano anche loro il luogo suo nel giardinetto, in mezzo del quale facea ombra un mandrolo di quelle grandi sanza pelo.
E per alcuni viottoli correva acqua chiara che usciva di una vena fra pietruzze vive dal pi
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