RAGIONAMENTO, di Pietro Aretino - pagina 9
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Io non mi potendo tenere, gustando il pane unto, di non mi abandonare come una porchetta grattata, non gridai se non quando la menchia mi uscì di casa.
Allora sì che i gridi fecero correre su le finestre i vicini e mia madre di nuovo in camera: che, visto il sangue del pollo che avea tinti i lenzuoli e la camiscia allo sposo, fece tanto che quella notte egli si contentò che io andassi a dormir seco; e la mattina tutto il vicinato era in conclave per la mia onestà, né si parlava d'altro per la contrada.
Passate le sposarie, alle chiese e alle feste presi ' andare come vanno le altre; e pigliando pratica con questa e con quella, diventai secretaria di questa e di quella.
ANTONIA.
Io son perduta nello ascoltarti.
NANNA.
Diventai tutta tutta di una cittadina ricca, bella e moglie di un gran mercatante, giovane, grazioso, motteggere e sì innamorato di lei, che sognava la notte quello che ella volea la mattina.
E sendo un dì seco in camera, porsi a caso gli occhi in uno studiuolo: e veggio balenare un non so che per il buco della chiave.
ANTONIA.
Che sarà?
NANNA.
E attendendo con l'occhio al buco, scorgo un non so chi.
ANTONIA.
Sta bene.
NANNA.
La amica si accorge del mio guardare, e io mi accorgo del suo essersi accorta di quello che guardava, e mirando io ella ed ella me, le dico: "Quando sarà qui il vostro marito che ieri se ne andò in villa?", "Ci sarà quando Dio vorrà" rispose ella, "ma se ci fusse quando volessi io, non ci sarebbe mai", "O perché?" le domando io, "Per il malanno e la mala pasqua che dia Dio a chi ne fece motto.
Egli non è quello che altri si crede, non per questa croce", e facendone una con le dita, la basciò.
"Come no?" le dico io, "ciascuno vi ha invidia di esso, e da che viene il vostro discontentarvene? ditemelo, se si può", ed ella a me: "Vuoi tu che io te lo dica a lettere di spiziale? Egli è un bello-in-campo, e buono solamente a pascermi di fogge; altro ci bisogna, dice il Vangelo in volgare, perché solo del pane non vive l'uomo"; e parendomi che ella avesse ragion da vendere, le dico: "Voi sète savia, e sapete che si sta duo dì in questo mondo", "E perché tu sia più certa della mia saviezza" mi disse ella, "ti voglio mostrare il mio ingegno"; e aperto lo studiuolo, mi fa toccare la mano a uno che al giudicio mio era di questi che hanno più carne che pane: e fu pure il vero che ella in sul mio viso si gli coricò sopra, e ponendo la casa in sul camino gli fece fare duo chiodi a un caldo e due schiacciate in un fiato, dicendo: "Io voglio piuttosto che si sappia che io sia trista e consolata che buona e disperata".
ANTONIA.
Parola da scrivere a lettere di oro.
NANNA.
E chiamata la fanticella depositaria delle sue contentezze lo fece partire per quella via che venne, ornandolo prima di una catenella che avea al collo.
Io basciatola nella fronte, nella bocca e in tutte due le gote, mi ritorno a casa per provare, inanzi che venisse il mio marito, se il fante di casa era ben fornito a panni lini; e trovato l'uscio mandato oltre, spinta la mia cameriera su di sopra me ne vado al suo alberghetto a terreno; e movendomi pian piano, facendo vista di esser gita a fare un poco di acqua al nessario che era ivi, odo un parlar cheto cheto, e datoci orecchio, mi accorgo che mia madre avea pensato prima di me al fatto suo: e dandole la benedizione, come diede ella a me la maladizione quando io fingea di non volere consentire al mio marito torno indietro.
E salita la scala, struggendomi per le cose vedute, eccoti il mio perdi-giornata: col quale sfogai la bizzarria, non a mio modo, ma il meglio che potei.
ANTONIA.
Perché non a tuo modo?
NANNA.
Perché ogni cosa è meglio che marito: e pigliane lo essempio dal mangiare fuora di casa.
ANTONIA.
Certo è che il variare delle vivande accresce lo appetito: e te lo credo, perché ancora si dice che ogni cosa è meglio che moglie.
NANNA.
Accaddemi andare in villa mia, dove avea a fare una gentildonna grande, io ti dico grande e basta, la quale facea disperare il suo marito col volere tutto lo anno starsi in contado, e quando egli le ponea inanzi le magnificenze della città e le disonoranze della villa, ella dicea: "Io non mi curo di pompe, io non voglio far peccare con la invidia le genti, io non prezzo le feste né le compagnie, io non voglio che niuno mi faccia fiaccare il collo, la messa mi basta la domenica, e so bene il risparagno che si fa stando qui, e il gittar via nelle tue città: dove ti stà, se vuoi; se non, qui statti".
Il gentiluomo, che non potea far di meno a non ritornarvi anco che non volesse bisognava che la lasciasse sola alcuna volta per i bei quindici dì.
ANTONIA.
Mi pare vedere dove riesce il suo intendimento.
NANNA.
Il suo intendimento riusciva in un prete cappellano della villa: che, se la entrata sua fosse stata grossa come lo spargolo col quale diede lo olio santo al giardino della gentildonna (che se lo fece da esso innaffiare come udirai), si saria stato meglio che un monsignore.
Oh egli avea il gran manico di sotto il corpo! oh egli lo avea sodo! oh egli lo avea bestiale!
ANTONIA.
Taruoli!
NANNA.
Madonna sta-in-villa lo vide un dì pisciare disavvedutamente sotto la finestra sua, ed ella propria me lo disse da che mi fece consapevole del tutto: e vedendogli un braccio di coda bianca, con una testa corallina e fessa per man del maestro, con una vena galante a traverso della schiena, né in piè né a sedere, ma bagianotta bagianotta, con una corona di peli innanellati biondi come lo oro, la quale si stava in mezzo di duo sonagli raccolti, tondi, vivi, più belli che quelli di ariento che tiene a' piedi lo aquilone che sta su la porta dello imbasciadore; e tosto che ella vide il carbonchio, pose le mani in terra per non farla segnata.
ANTONIA.
Che bella cosa se ella, pregna, nel vederlo si fosse toccata il naso, partorendo poi una figliuola col segnale delle balle nel viso.
NANNA.
Ah! ah! ah! Posta la mano in terra, cadde in tanta smania per la voglia della coda del castrone, che venne meno di sorte che fu portata nel letto; e il marito, maravigliandosi di sì strano accidente, fece tosto venire dalla cittade un medico a staffetta che, toccatole il polso, le dimandò se ella andava del corpo.
ANTONIA.
Alla fede buona che non san che dirsi, tosto che intendeno che lo ammalato sciorina bene per il lambicco di sotto.
NANNA.
Tu dici il vero.
Infine ella rispose di no; onde il medicastro ordina uno argomento: il quale, rigettato subito, fece venire le lagrime in sugli occhi al buon marito, udendole chiedere il prete.
Ella disse: "Io mi voglio confessare; e poiché a Dio piace che io muoia, vo' che piaccia anche a me: mi sa ben male di lasciarti, marito mio".
A cotal suono il pecorone le si gittò al collo, piangendo che parea battuto; ed ella basciandolo dicea "Pacienza"; poi traendo uno strido parve che volesse gir via; e richiedendo il prete, corse un famiglio per lui che venne tutto sbigottito.
E appunto al giunger suo il medico le avea il braccio in mano per intendere che pensiere facesse il polso del fatto suo; e sentendolo risuscitare nello apparir del prete, ne stupì; e il prete, fattosi inanzi, disse: "Dio vi renda la vostra sanità"; ed ella, ficcandogli gli occhi nella brachetta che spuntava fuore il capo di una sua gonnella di rascia che portava cinta, venne un'altra volta in angoscia; e bagnatole i polsi con aceto rosato, si riebbe alquanto, onde il suo marito, che era un cotale infarina-pastinache, facendo sgombrare la camera, tirò la porta a sé acciò che la confessione non fosse udita: e postosi a ragionar col medico del caso, ne ritraeva gran frapperie.
E mentre il castra-porcelli disputava con lo sguscia-lumache, il prete, accónciosi a sedere in sul letto, fattole il segno della croce di sua mano perché ella non si disagiasse, le volea dimandare quanto era che ella si confessò: ed ella, postogli le unghie nel cordone rassodato in un baleno, se lo tirò sul corpo.
ANTONIA.
Bella prova.
NANNA.
Che dici tu dello averle il prete tratto i capogirli da dosso con due menate?
ANTONIA.
Dico che merita gran laude per non essere di quelle cacasotto che non le basta lo animo di pisciare nel letto e dire "Noi siamo sudate".
NANNA.
Compita la confessione, si ritornò il prete a sedere, e nel porle la mano in capo il marito pose un pocolin pocolino la testa dentro: e veduto la assoluzione, venne a lei, e trovandola tutta rischiarata nel volto, disse infine: "Ei non ci è il miglior medico di messer Domeneddio, madenò: tu sei ristorata tutta quanta, e ci fu d'ora che mi ti credetti perdere".
Ed ella, volta a lui, disse sospirando: "Io mi sono riavuta" e masticando il confiteor, con le mani giunte, fingea di dire la penitenza.
E licenziato il prete, gli fece mettere in pugno un ducato e duo giuli, dicendo: "I giuli sono la limosina della confessione, e il ducato perché me ne diciate le messe di san Gregorio".
ANTONIA.
Béccati questa altra.
NANNA.
Odi chi merita di star di sopra a quella del prete, una madrona di un .XL.
anni, che nella villa nostra avea un podere di gran rendita, la quale era di parentado dignissimo, e moglie di un dottore che facea miracoli con la sua letteratura della quale avea empiti di gran libri.
Costei che io ti dico giva vestita di bigio, e quella mattina che ella non avesse udite cinque o sei messe, non averia riposato in quel dì: ella era una avemaria infilzata, una graffia-santi e una scopa-chiese, e sempre digiunava i venerdì di tutti i mesi, non pur di marzo; e alla messa rispondea come il cherico, cantando il vespro in sul tenore dei frati; e si dicea che portava fino a una cinta di ferro in su le carni.
ANTONIA.
Ne impiscio santa Verdiana.
NANNA.
Ella facea astinenze cento volte più di lei, or và; e non portava se non zoccoli, e la vigilia di San Francesco dalla Vernia e di quello di Ascesi mangiava tanto pane quanto potea serrar nel pugno, non bevendo altro che una volta acqua pura; e stava fino a mezzanotte in orazione, e quel poco che dormiva era sopra un fascio di ortiche.
ANTONIA.
Sanza camiscia?
NANNA.
Non ti so dire.
Ora egli occorre che un romito scannapenitenze, standosi in un ermetto presso della villa un miglio, e forse dui, se ne veniva quasi ogni dì fra noi procacciandosi qualche cosetta per vivere; e non ritornava al romitorio mai vòto, perciò che quel suo sacco che lo copria, quella sua faccia magra, quella sua barba fino alla cintura, quella sua chioma rabbuffata, con un certo suo sasso che portava in mano alla usanza di san Girolamo, movea a pietà tutto il comune.
A questo romito venerabile pose lo animo la moglie del dottore, che allora procurava nella città per le liti di molti; e gli facea di gran carità; e spesso se ne andava allo ermo suo certamente divoto e dilettevole, donde riportava alcune insalatucce amare facendosi coscienza di assaggiare delle dolci.
ANTONIA.
Come era fatto lo ermo?
NANNA.
Egli si stava suso uno monticello rilevato, e gli avea posto nome "il Calvario", in mezzo del quale era un crocione con tre chiodacci di legname che impaurivano le donnicciuole: e detta croce tenea al collo la corona di spine, e nelle braccia due sferze pendenti di corda annodate, e nel piede una testa di morto, e da un lato fitta in terra la spugna sopra la canna, e dallo altro un ferro di chiaverina rugginosa in cima di una asta di partigiana vecchia.
Dove il monte si sedea, era uno orticello al quale i rosai facevano muricciuolo, che avea la porticella di verghe di salci intrecciate con la sua chiave di legno: e in tutto un dì non so si saria nel suo seno trovato un sassolino, sì bene lo tenea mondo il romito.
I quadretti dello orto, diviso da alcune belle viette, erano pieni di varie erbe: qua lattuche crespe e sode, là pimpinelle fresche e tenere; alcuni erano di aglietti che il compasso non ne potria né levare né porre; altri dei più bei cavoli del mondo; la nepitella, la menta, lo aneto, la magiorana e il prezzemolo aveano anche loro il luogo suo nel giardinetto, in mezzo del quale facea ombra un mandrolo di quelle grandi sanza pelo.
E per alcuni viottoli correva acqua chiara che usciva di una vena fra pietruzze vive dal piede del monte, che zampillava fuora tra le erbette: e tutto il tempo che il romito rubava alle orazioni, spendea in nutrire l'orticello.
Poco lunge da esso sta la chiesetta con il suo campanile di due campanelline; e la capanna attaccata al muro della chiesa, dove riposava.
In questo paradisetto venia la dottora come io ti ho detto: e per non dare al corpo da invidiare all'anima, un dì fra gli altri, ritirati nella capanna per lo impaccio che gli dava il sole non so come fecero le male fini, e facendole un villano (la lingua dei quali taglia ed è pessima), cercando il figliuolo della sua asina smarrito dalla madre, e passando a caso dalla capannetta, vide la santa coppia attaccati insieme come si attacca il cane e la cagna; e correndo alla villa cennò con alcuni tocchi di campana il popolo, che udendogli la più parte, abandonando le loro opre comparsero alla chiesa, e non meno donne che uomini: dove trovaro il villano che contava al prete come il romito facea miracoli.
Onde il prete, vestitosi il camiscio, con la stola al collo e il libro in mano, portando il cherico inanzi la croce, con più di cinquanta persone dietro arrivaro in un credo alla capanna: nella quale trovaro la serva e il servo degli schiavi del Cielo che dormivano da zappatori; e il romito ronfando tenea il flagello dietro alle spalle della divota del cordone.
Onde la turba nella prima vista rimase muta come rimane una buona donna veduto il cavallo a dosso alla cavalla; e poi cacciaro un riso, nel veder le sue donne voltarsi in là, che averia desto i ghiri: gli ruppe il sonno.
Intanto il prete, vedendogli congiunti, gridò in sul tuono del coro: "Et incarnatus est".
ANTONIA.
Io mi credea che il puttaneto delle moniche non si potesse migliorare, ed era in errore.
Ma dimmi, il romito e la bizzoca non rimasero morti?
NANNA.
Morti, ah! Egli, tratta la lima del foro, si levò in piedi, e datosi due strette con quella vitalba attorcigliata che lo cingeva, disse: "Signori, leggete la vita dei santi Padri, e poi giudicatemi al fuoco e a quello che vi parrà: il diavolo in vece mia con la mia forma ha peccato, e non il corpo, che saria un tradimento a fargli male".
Or vuoi tu che io ti dica? Il ribaldone, che fu soldato, assassino, roffiano, e per disperazione si fe' romito, cicalò tanto che, da me in fuora, che sapea dove il demonio tiene la coda, e il prete fatto accorto dalla confessione della gentildonna, ciascuno li diede fede; però che giurò per la vitalba che lo cingea, che gli spiriti che tentano i romiti si chiamavano "succumbi" e "incumbui".
La mezza suora, che mentre il romito dal sacco frappò ebbe tempo di pensare alla malizia, cominciò a storcersi, gonfiandosi la gola col ritenersi del fiato, a travolger gli occhi, a urlare e a sbattersi di maniera che facea paura a vederla, onde il romito disse: "Ecco lo spirito maligno a dosso alla meschina", e volendola pigliare il sindico della villa si diede a mordere e a stridere terribilmente, e legata da dieci villani e condotta nella chiesa, la fecero toccare da due ossicine che dicevano essere degli Innocenti, le quali stavano in un tabernacolo goffo di rame sdorato per reliquia: e toccata da esse la terza volta tornò in sé.
E gita la novella al dottore, rimenata la santarella alla città ne fece fare un predica.
ANTONIA.
Non si udì mai la più ladra cosa.
NANNA.
Ma credi tu che non ci sieno delle altre?
ANTONIA.
Sì ah?
NANNA.
Madonna sì.
Una mia vicina nella terra, che parea una civetta nella uccellaia cotanti amadori la guardavano, e non si udiva altro che serenate tutta la notte e se non salticchiar cavalli tutto il giorno, con passeggiamenti di giovani; e quando ella andava a messa non potea passare per la strada da tanti era donneata, e chi dicea "Beato chi gode di un cotale angelo"; chi dicea "O Dio, perché mi tengo io di non dare un bascio in quel seno, e poi morire?"; altri ricoglieva la polvere che ella calpestava, e la spargea nella berretta come si sparge quella di Cipri; e alcuno la guardava sospirando sanza far motto.
Questo pelago laudato, dove pescava ognuno sanza pigliar mai nulla, si inghiottonì di un di questi pedagoghi affumicati che si tengono a insignare per le case: il più unto, il più disgraziato e il più sucido che si vedesse mai.
Egli avea una veste paonazza indosso, increspata da collo che non si ci sarebbe appiccato il pidocchio, con alcune nuote di olio in essa come hanno i guatteri dei conventi; e sotto della veste una guarnaccia di ciambelloto frustra di sorte che ogni altra cosa parea che ciambelloto: né si poté mai intendere di che colore si fosse.
Cingevasi con due liste di saia nera annodate insieme; e perché era senza maniche, si serviva di quelle del farsetto di raso di bavella tutto rotto e sfilato che da mano mostrava la fodra e nel collarino un orlo di sudore indurato talmente che parea di osso.
Vero è che le calze toglievano di biasimo la palandrana: elle erano state di rose secche, ma non erano più; e attaccate al farsetto con duo pezzi di stringhe sanza puntali, gli campeggiavano in gamba a modo di calzoni da galeotti; e facea bel vedere un calcagnetto che gli scappava fuora della scarpa al dispetto del suo dito che a ogni passo lo rispingeva dentro.
Le pianelle avea fatto di un paio di stivalacci di suo avo; le scarpette erano ben sottil, ma aveano una gran voglia di fargli mostrare le dita grosse del piede: e se la averebbero cavata se il vitello delle pantuffole lo avesse consentito.
Portava una berretta da una piega mandata giuso, con una scuffia sanza balzo, di taffettà rotto in tre luoghi; e condita dal sudiciume del capo che egli non si lavava mai, simigliava quella che ad altrui appiatta la tigna.
Quanto di buono ci si vedea era la bona grazia del suo viso, che si radea due volte la settimana.
ANTONIA.
Non ti affaticare in dipingermelo, ch'io lo veggio il boia.
NANNA.
Proprio un boia: e però se ne infernetichì la vaga femina (che, a dire la verità, noi siamo sempre il piglia-il-peggio); e non potendo trovare modo di parlargli, entrò in una cantilena una notte col suo marito lunga un miglio.
E dicendo "Noi siamo ricchissimi, Dio grazia, e sanza figliuoli e sanza speranza di averne, onde ho pensato a una gran mercè", il buon marito le dice: "A che hai tu pensato, moglie cara?"; ed ella: "Alla tua sorella carica di figliuoli e di figliuole, e voglio che ci alleviamo il fanciullo minore: che, oltra che noi ce lo ritroveremo alla anima, a chi vogliamo noi far bene, se nol faciamo alle nostre carni?".
Il marito ne lodò e ringraziò la mogliere, dicendo: "Son molti giorni ch'io aprii la bocca per dirtelo, ma dubitai che non ti dispiacesse; ma ora che so lo animo tuo, andrò, tosto che mi lievo, a dare alla poverina la buona giornata e menerollo a casa tua: perché ogni cosa è dota tua", e dicendogli ella "Anche tua e non mia", venne il dì, e levato il procuratore-delle-sue-corna con molta allegrezza della sorella ottenne il nipotino, e lo condusse a lei che gli fece gran festa.
Passati duo dì, ella sendo a tavola e ragionando col marito dopo cena, incominciò a dire: "Io voglio che facciamo insegnare qualche virtù al nostro Luigetto" (che così si chiamava il fanciullo), egli le rispose: "E chi sarebbe al proposito?"; ed ella: "Quel maestro che, secondo che lo veggio raggirare, debe cercar partito", "Qual maestro?" le dic'egli, "quello che porta la veste che gli cade dalle spalle queluomo a caso, che viene alla messa...?", e volendo dire dove, ella disse: "Sì, sì, quello è desso, e non so chi dice che egli è valente come una cronica", "Sta molto bene", risponde il suo uomo.
E gitolo a trovare, la sera istessa menò il gallo a pollaio: che la mattina andato per una sua sacchetta dove tenea due camisce, quattro fazzoletti e tre libri con le coperte di tavole, ritornò alla stanza che gli ordinò la padrona.
ANTONIA.
Che trama sarà questa?
NANNA.
Stammi pure ad ascoltare.
L'altra sera madonna, tenendo per mano il nipote il quale avea a essere, con lo imparare del saltero, il roffianello della zia, chiamò il pedagogo; e io (che quella sera cenava seco) odo che gli dice: "Maestro, voi non avete a fare altro che indottrinarmi questo più che mio figliuolo" (e ciò dicendo gli appiccò duo basci nella bocca), "e poi lasciate far a me circa il pagamento".
Il maestro cominciò a risponderle per in busse e per in basse, allegando le sue ragioni con le dita delle mani: ed entrò in un salceto fantastico.
Onde madonna, rivolta a me, disse: "Egli è un Cicerchione", e così, disputando dei cuiussi, ella mutò verso, e dicegli: "Ditemi, maestro, foste mai innamorato?".
Il castrone, che avea, se non più bella almen più buona coda che non ha il pavone, rispose: "Madonna, amore mi ha fatto studiare", e sguainato fuora tutte le anticaglie, ci contò chi si era impiccato per lui, chi avelenato e chi tratto da una torre, e così di molte donne ci nominò che, amando erano andate a porta infieri: sempre con parole puntate e spiccate.
E mentre egli gracchiava, ella mi pungeva il fianco con un gombito; e dopo i punzoni mi disse: "Che ti pare del messere?", io, che le era nella anima, non pure nel core, rispondo: "Mi pare atto a scuotere il pesco e a crollare il pero", ed ella, con uno "ah! ah! ah!", mi gittò le braccia al collo; e detto "Andate a studiare, maestro", mi trasse seco in camera.
In questo le è fatta una imbasciata che il marito non torna né a cena né a dormire (che di far così avea spesso in costume), ed ella lieta per ciò, mi dice: "Il tuo dormigione arà a pacienza che questa sera voglio che tu rimanga meco"; e mandato a dirne una parola a mia madre, ottenne la grazia.
E saziateci di una cenetta di mille frascherie, di fegati, ventricchi, colli e piedi di polli, con prezzemolo e pepe in insalata, e quasi un cappone freddo, ulive, mele rose, col raviggiuolo e cotognato per acconciarsi lo stomaco, e confetti per farci buon fiato, si mandò la provenda al maestro nella sua camera; che fu tutta di uova fresche e dure: e perché si gli cocessero dure, immaginalo tu.
ANTONIA.
Io l'ho bello e immaginato.
NANNA.
Cenato e rassettate le cose di tavola, e cacciato a dormire tutta la famiglia e il nipote del marito ancora, mi dice: "Sorella, se i nostri mariti mangerebbeno tutto l'anno, purché gli accadesse, di ogni carne, perché non debiamo noi mangiare almeno questa notte di quella del maestro che, secondo il naso lo debbe avere da imperadore? E poi non si saprà mai, perché è tanto brutto e goffo che, se ben lo dicesse, non gli sarà creduto".
Io mi storco e faccio vista di temere, ingozzando la risposta; alla fine dico: "Queste son cose di pericolo, e se il tuo marito venisse, dove ci troveremmo noi?".
Ed ella mi dice: "Matta a ciò che tu pensi: adunque tu mi hai per tanto balorda che se ben venisse il mio spensierato, non sapessi trovar modo di fargliene bere?".
"Se è così, fà tu", le rispondo io.
Intanto il maestro, più tristo di dui assi (che di tratto si accorse che era in succhio nel parlare che ella gli fece degli amori), inteso che il padrone dormiva fuora si stava ad ascoltare il ragionamento di colei che, per non si avere a impiccare e strangolarsi come fecero quelle sciocche che egli le avea dato per similitudine, prese per il migliore tirarsi in sul corpo il maestro: che solamente a vedergli pendere al fianco una di quelle scarsellacce di cuoio muffato che non si usano più, facea venire voglia di mandar fuore le budella.
Egli, udito il tutto, con una prosunzione proprio da pedagogo alzò la portiera e venne dentro sanza altro invito.
La sua padrona, che fino alle serve avea allogate, come lo vide disse: "Maestro, tenete in su la briglia la bocca e le mani, e serviteci per istanotte del vostro battisteo".
La pecora, che non avea naso da fiutare il giallo delle rose, né dita da serrare i fori del zufolo, dando poca cura di basciare o di toccare con mano, sfoderò il suo piedi-di-trespolo con la testa fumante e infocato, tutto ricamato di porri; e datogli suso un buffetto, disse: "Questo è al piacer della Signoria vostra", ed ella, recatoselo nella palma, dicea: "Il mio passerino, il mio colombino, il mio pincino, entra qui nel tuo armario, nel tuo palagio, nel tuo stato"; e cacciatoselo nella pancia accostatasi al muro, alzando una gamba volle mangiare le salcicce in piedi: e il poltroncione le dava spinte crudeli.
Io in quel mentre simigliava una mona che mastica il boccone inanzi che lo abbia in bocca: e se non che mi stuzzicai con un pestello di metallo che ivi trovai sopra una cassa (il quale, secondo che me ne venne lo odore, avea pestato canella), certo certo mi moriva per la invidia del piacere altrui.
Ora il volto-di-cavallo diede compimento alla opera; e la donna, stracca e non isfamata, si pose a sedere nel lettuccio: e preso di nuovo il can per la coda tanto lo aggirò che lo ritornò in gangheri: e facendosi schifo del viso del maestro, si voltò in là, e grappato il salvum me fac con furia se lo mise nel zero; poi lo cavò e se lo ripose nel quadro, e poi nel tondo; e così finì il secondo assalto con dirmi: "C'è ben rimasta la parte tua, sì".
Io che venia meno come un che muor di fame e non può mangiare, mi mettea a ordine per porre il dito in un luogo al volpone che drizzava il sentimento in un tratto (e imparai tal segreto dal baccelliere né te lo ho detto perché mi era scordato), quando ecco che udiamo percuoter la porta alla sicura: e si potea ben dire a chi picchiò "O tu sei pazzo o tu sei di casa".
A quel romore il capogrosso divenne nel viso come uno che ha fama di buono ed è giunto a rompere una sagrestia, e noi, che avevamo il volto invetriato, salde, al secondo battere ella conobbe il marito onde si diede a ridere forte forte, e ridea tuttavia più, e rise tanto che il marito udì.
Come ella si accorse di esser stata udita, disse: "Chi è giù?"; "Io sono", disse egli, ed ella: "O marito mio, io scendo, aspetta".
E dettoci "Niuno si parta", gli gì a aprir; e apertogli, dicea: "Uno spirito mi ha detto "non te ne andare a letto, che certo certo egli non è per dormire fuora istanotte", e perché non mi venisse addormentata ho tenuto meco la vicina nostra che, contandomi la vita che la poverina fece nel monestero mi avea fatto tutta commovere, e se non che accortami che il nostro maestro è un fa-la-ninna, me lo feci venire inanzi rallegrandomi con le sue castronaggini, la facea male".
E menato il credo in deum suso, sanza intendere altro, si pose a ridere vedendo il maestro che, sbigottito per la venuta sua, pareva un sogno rotto.
E vista che mi ebbe, fece disegno di entrare in possessione del mio poderetto, e per aver agio di domesticarsi meco, entrò a dosso al maestro, e fingendo di aver piacere di lui, gli fe' dire la A B C al contrario: e il cattivo, dicendola al contrarissimo, lo facea cadere allo indietro per le risa.
Intanto io, che sapea la fantasia delle occhiate mescolate con alcuno premere di piedi, dico: "Poiché le vostre fantesche se ne sono ite al letto, andrò a dormire fra loro" "No, no", risponde lo amico; e volto alla moglie disse: "Menala nel camerino e corcala ivi".
E ciò si fece e corcata che fui egli dice in modo che io oda, acciò non dubiti di lui: "Mi è forza, moglie mia, di ritornare donde mi sono pur ora partito; manda cotesto lasciami-stare" a letto, e poi vattici anche tu".
Ella, che le parve toccare il ciel col dito, si pose a rimescolare tutta la robba di un cassone per dimostrare di volerlo aspettare fino al dì: ed egli, sceso con fracasso la scala, diserrò la porta; e rimanendo dentro la chiuse come faria uno che fosse uscito di essa.
E ritornato suso gatton gattone, entrò dove io dormiva sanza dormire e pianamente mi si pone allato.
Io, nel pormi la mano sul petto, entrai in quella frenesia che si pate quando talvolta si dorme col corpo in suso: che pare che una cosa greve greve ti si ponga a sedere nel core, che non ti lascia né parlar né muovere.
ANTONIA.
La fantasima è cotesta.
NANNA.
Ella è dessa.
Ed egli mi dicea: "Se tu taci, buon per te"; e così dicendo mi vezzeggiava soavemente la guancia con la mano; ed io dicea pur: "Chi è questo?"; "Sono io, sono", rispondea lo spirito invisibile, e volendo aprirmi le cosce, che tenea più strette che non tengono le mani gli avari, credendomi dir piano "Madonna, o madonna", fui udita da lei.
Onde il suo marito che era meco ai ferri, uscitomi da lato corse in sala, e in quello che la moglie corse con un lume a veder ciò che io avea entrato onde ella si partì per venire a me, vide il bufolo colcato nel suo luogo che si stropicciava il manipolo aspettando di far cantare con esso la calandra.
E nel dirmi la facitrice-delle-fusa-torte "Che hai tu?" uno "oimè" più simile al ragghio dello asino che alla voce dell'uomo mi tolse la risposta di bocca: perché il marito con la paletta dal fuoco rifrustava bistialmente il maestro, e se ella venuta in suo aiuto non glielo toglieva delle branche, mal per lui.
ANTONIA.
Egli avea ragione di romperlo tutto.
NANNA.
L'avea e non l'avea.
ANTONIA.
Come diavolo no?
NANNA.
Ci è da dire assai.
E quando ella vide uscire il sangue dal naso del goffo, si acconciò le mani in sui fianchi e, voltatasi al marito che ruppe la pacienza del rispetto visto il gaglioffaccio ove lo vide, con un dimenar di capo disse: "E chi ti pare ch'io sia, ah? chi sono io, eh? Ben disse il vero la balia, che mi tratteresti non altrimenti che mi avessi ricolta degli stracci come io ho ricolto te: le sue profezie sono adempite, le quali mi dissero sempre "non lo tòrre, non lo tòrre, che sarai la malmenata".
Adunque con un pezzo di carne con gli occhi si ha da stimare che si ponga una mia pari? Dimmi, perché lo hai tu battuto? perché? Che gli hai tu visto fare? Debbe essere uno altare sagrato il nostro letto, che un pazzerone lo abbia da riguardare: come tu non sapessi che questi cotali uomini, levatogli dai libri, non sanno in qual mondo si sieno.
Orsù, io ti ho inteso, tu la vuoi così, e così sia: domattina in quel punto vo' che il notaio faccia il mio testamento, acciò che non goda del mio un mio nimico, uno che fa la sua moglie puttana sanza saper perché"; e rialzando le voci, segue piangendo "Oimè, trista me! Io son donna da ciò?", e misosi le mani nei capegli, parea che il padre le fosse stato ucciso dinanzi agli occhi.
Io rivestitami in un punto e corsa al romore le dico: "Orsù mo' non più, al grazia: non si dia da dire al vicinato; non piangete, madonna".
ANTONIA.
Che rispose il suo bravo-in-piazza?
NANNA.
Perdette la favella a quel suo minacciare del testamento: perché sapea che chi non ha oggidì della robba è peggio che un cortigiano sanza grazia, sanza favore e sanza entrata.
ANTONIA.
E non è ciancia.
NANNA.
Non potei far di non ridere nel vedere il poveruomo in camiscia accovato in un cantone tutto tremante.
ANTONIA.
Dovea parere una volpe nelle reti, che vedesse fioccarsi a dosso un nuvolo di mazzate.
NANNA.
Ah! ah! ah! Tu l'hai detto.
Insomma, il marito che non volea refutare la canna-foglia a petizione dello asino che ne avea tolto una scorpacciata, né perdere la pastura che era verde per lui tutto lo anno, le si inginocchiò ai piedi: e tanto fece e tanto disse, che ella gli perdonò, e io mangiai del pan pentito, bontà dello star mio in sul non-voglio.
E gitosi il maestro con una dozzina di palettate a letto, loro si colcaro pacificati, e io ancora.
E venuto il tempo di levarsi, eccoti mia madre che mi rimenò a casa: dove, curata la mia persona, stei tutto quel dì balorda per la mala notte che io ebbi.
ANTONIA.
Cacciossi via il pedagogo?
NANNA.
Come cacciar via? Di lì a otto giorni lo vidi in arnese come un signore.
ANTONIA.
Certo è che come un tale, un famiglio, un fattore e un domestico di casa passa i termini del vestire, dello spendere e del giocare, egli becca della padrona.
NANNA.
Non ci è dubbio.
Veniamo a una che si struggeva di farsi porre il fuso nella rocca da un villanzone che avea fama di avere la caviglia simile al toro e al mulo.
Ella era sposa di un cavaliere spron d'oro attempato, fatto da papa Ianni, che menava più puzza del suo cavalierato che non ne mena il Mainoldo da Mantova.
E in quel suo andare a man dritta si pavoneggiava e si dimenava in un modo da ridere; e a tutti i propositi dicea "Noi cavalieri", e nel comparire i dì solenni con alcune sue belle vesti, tenea tutta una chiesa con lo spasseggiare per lettera, né parlava mai se non del gran Turco e del soldano, e tutte le novelle del mondo sapea egli.
Ora la moglie di questo fastidioso, ad ogni cosa che venia dalle possessioni, borbottava, se venivano polli ella dicea: "E non più di questi? noi siamo rubati", se le erano portati frutti: "Che bella razza: i maturi son trangugiati e a noi si danno gli acerbi"; se insalate, una nidiata di uccellini, un mazzetto di fragole o simili gentilezze se le presentavano, ed ella: "Oh, stiamo freschi: queste cose non voglio io, queste ci si fanno pagare col grano, col vino e con lo olio", di modo che misse con le sue ciance in sospizione il marito, di sorte che mutò lavoratore.
E consigliato da lei, si convenne con quello che avea pertica da spazzare ogni gran camino: e fatto la scritta seco, entrò in sul podere, e venuto dell'altro dì alla città, visitò la casa tutto carico; e percosso la porta col piede, che gli fu aperta al primo, salse le scale.
Egli avea un bastone in su la spalla, dal capo di dietro del quale pendevano tre paia di anetre, e dal capo dinanzi tre paia di capponi; e nella mano dritta tenea un canestro con forse cento uova e alquanti casciuoli: egli parea una massara veniziana che con una mano tenesse il bigòlo (dicono elle) con un secchio di qua e di là, e con l'altra uno altro.
E col saluto e con lo inchino, percotendo la punta dello scarpone in terra, presenta la nuova padrona che, avendo riguardo più al calendario che allo Ogni-santi, gli fece una accoglienza che saria stata troppo al suo cavaliere.
E fattogli porre inanzi una merenda che toccava di disinare e di cena sopra la tavoletta di cocina, sollecitandolo a bere di un gran boccale di vino bianco che avea una vena di dolce, e vedutogli un volto rubicondo a suo modo, gli disse: "Quando sia che vi portiate bene delle cose nostre, goderete di esse in vita".
E non essendo il cavaliere in casa, disse "Tu non odi?" alla serva: che comparsa a lei, perché così le comandò, gì a votare il canestro, e rendutolo al lavoratore, messe le anetre dove ne avea delle altre.
Pigliando poi i capponi per mettergli fra i capponi, ella le disse "Restati qui" e facendogli pigliare al villano, se lo menò dietro in soffitta e sciolti i piedi ai polli che indogliti stettero un'ora sanza moversi, serrata la finestrella del tetto, volle vedere con che ferri si avea a lavorare il suo terreno e se la presenza di essi giungeva alla fama: e mi giurò la sua fante che udì scosse di suso che parea che ruinasse il palco.
E fattosi inestare due volte, fingendo di ragionar seco dei mali portamenti che erano stati fatti del lavoratore passato agli olivi e ai peschi, se ne vennero giuso; e non potendo egli più aspettare il cavaliere, perciò che la porta già si serrava, preso licenza dalla madonna ritornò alla villa tutto allegro; e non mancò niente che egli non raccontasse la sua ventura al domine.
Or rimasa la donna stupefatta della smisurata faccenda che le avea empita la dogana fino alla volta, ecco che si leva un romore per la terra, e chi corre in qua e chi corre in là: e si udiva gridar "Serra! serra!".
In questa ella, fattasi al balcone, vede alcuni suoi parenti in furore, con spade tratte e le cappe al braccio, altri sanza berretta con lancioni, ronche e spiedi, onde, fatta di cenere nel viso tutta si smarrì: in questo vede in su le braccia di dui portare il cavaliere tutto sanguinoso, con molta gente dietro.
Ella tramortita cadde in terra; e portato suso il poveretto, lo posaro nel letto; e mandato in furia per i medici, intanto che si trovò uova e fasce di camisce di uomo, ella rivenne in sé, e corsa al marito, che non favellando la guardava, messe a romore ciò che ci era; e vedendo che egli passava, segnandolo con candele benedette, gli diceva: "Perdonate, raccomandatevi a Dio"; ed egli, facendo segno di perdonare e di raccomandarsi, spirò.
E il medico e 'l prete vennero dopo il fatto.
ANTONIA.
Per che conto fu egli morto?
NANNA.
Perché la traditora contentò uno che lo mandò al palegro con tre ferite, onde tutta la terra gì in scompiglio per tal cosa; e fingendo poi di volersi due volte gittare delle finestre, lasciandosi perciò tenere, ordinò le essequie, le più solenni che mai fossero fatte.
E dipinte le arme per i muri della chiesa coperto di un palio di broccato riccio, portato da sei cittadini, quasi con tutta la terra in compagnia, fu posto in chiesa: dove ella, vestita di nero, con ducento donne dietro, piangendo disse cose, e con sì soave suono, che ne lagrimò ciascuno.
E fatta la diceria da uno sopra il pergamo, e contate tutte le virtù del cavaliere e tutte le sue valentie, cantando il requiem eternam più di mille preti, monaci e frati di tutti i colori, fu posto in un bel deposito dipinto, con il pitaffio letto da tutto il popolo: e sopra di esso furo appiccate le bandiere, lo stocco col fodro di velluto rosso, con le ghiere di ariento indorato, lo scudo e lo elmo pur di velluto ornato come lo stocco.
Mi sono dimenticata di dire come vennero tutti i suoi lavoratori, i quali, con la berretta nera che si gli diede, si affiocaro dietro al corpo: fra i quali era quello dalle anetre, dai capponi e dalle uova, e dalla buona ventura.
Che bisogna spendere parole indarno? Ella trovò modo di asciugare i suoi pianti seco, e sendo rimasa donna e madonna ed erede del tutto, però che il morto, avendola tolta per innamoramento, avvistosi di non potere averne figlio né figlia con malo stomaco dei suoi parenti le avea fatto donagione della sua robba...
ANTONIA.
La fu ben posta!
NANNA.
Dico che, potendo scorrere la campagna sanza rispetto niuno, rimandati gli altri a casa si ritenne il successore del cavaliere: che, col suo dente di liofante, la racconsolò di maniera che, posta da canto la vergogna, deliberò di torlo per marito inanzi che il parentado la molestasse col volergliene dare uno altro.
E dando voce di farsi monica, per avere ella da rodere agiatamente da tutti gli ordini di suore ci fatto disegno; ed ella, risoluta di darsi al villano, sanza più pensare al "che si dirà di me? che onore faccio al mio sangue?" e questo e quell'altro, sapendo che i rispetti sono i guastatori delle contentezze e che gli indugi fanno divieto e che il pentirsi è una morte, mandato per un notaio, si cavò la vogli del capo.
ANTONIA.
Ella potea pure starsi vedova, e né più né meno sfamarsi del battaglio.
NANNA.
Perché ella non si rimase vedova te lo dirò un'altra volta, però che la vita loro è tale, che vuole un ragionamento da per sé; e ti dico sol questo: esse sono venti carati più fine puttane che le suore e che le maritate e che le cantoniere.
ANTONIA.
Come così?
NANNA.
Le suore, le maritate e le puttane si fanno imbrunire dai cani e dai porci, ma le vedove son pettinate dalle orazioni dalle discipline, dalle divozioni, dalle prediche, dalle messe, dai vespri, dagli uffici, dalle limosine e da tutte le sette opre della misericordia.
ANTONIA.
Non ci son delle suore, delle maritate, delle vedove e de le puttane buone?
NANNA.
Coteste quattro generazioni son come il proverbio dei denari, senno e fede.
ANTONIA.
Stiamo bene adunque! Torna torna alle nozze della cavaliera.
NANNA.
Ella se lo tolse suso per marito: e scopertasi la cosa, se ne andò seco con vituperio di tutta la terra, non pur della casa sua e gli era morta dietro di modo che al campo, alla vigna e per tutto li portava fino al desinare.
E il villano, che era di gran parentado, avendo date delle ferite a uno suo fratello che minacciava di attossicarla, fece sì che non ardiva niun cittadino di uscire della porta.
ANTONIA.
È mala cosa lo avere a fare con essi.
NANNA.
Si suol dire "Dio mi scampi dalle mani dei villani".
Ma vegnamo un poco in su le allegrezze, e inzuccheriamo la morte del povero cavaliere con la vita di un vecchio riccone, miserone, asinone, che avea una moglie di .XVII.
anni, sostenuta da una sua la più forbita vitetta che mi paia anco aver veduto, con una grazia sì graziosa, che ciò che ella dicea e ciò che ella facea tutto era pieno di dolcezza.
E avea alcuni suoi gesti signorili alcuni suoi modi altieri, alcuni suoi atti vezzosi da spasimarne dàlle in mano il liuto, parea maestra del suono dàlle in mano il libro, simigliava una poetessa, dàlle in mano la spada, aresti giurato che ella fosse una capitana; vedila ballare, una cervietta; odila cantare, una angeletta; mirala giocare, non ti potrei dire, e con certi suoi occhietti ardenti pieni di un non so che ognuno cavava del sentimento, e mangiando pareva che indorasse il cibo, e bevendo che desse sapore al vino.
Acuta nei motti, liberale, e con tanta maestà parlava in sul savio, che le duchesse al parangone sariano parse pisciotte, e si ornava di alcune vesti a fogge trovate da lei, molto guardate, mostrandosi talora con la scuffia talora in capegli mezzi raccolti e mezzi intrecciati con un crinetto che impacciandole un occhio gliene facea chiudere, Dio, con uno uccidere gli uomini di amore e le donne di aschio, e con la sua maniera nativa sapea pur troppo astutamente farsi schiavi gli amanti, perduti nel tremolare del suo seno sul quale natura avea spruzzate stille di rose vermiglie.
Ella stendea spesso la mano quasi volesse trovarci menda: e fatto riscontrare il lume dei suoi anelli con quello dei suoi occhi, abbagliava la vista di chi più intentamente le vagheggiava la mano che ella artifiziosamente si vagheggiava.
Appena toccava terra quando caminava, ballando sempre con gli occhi; e alla acqua santa che le si spargeva in testa si inchinava con una riverenza che parea che dicesse "Così si fanno in paradiso".
E con tutte queste sue bellezze, e con tutte queste sue virtù, e con tutte queste sue grazie, non poté far sì che il suo padre bue non la maritasse ad uno di sessanta anni, secondo che egli (che non volea che si gli dicesse vecchio) confessava.
Questo suo marito si chiamava "il conte" per non so che bicocca con le mura smerlate, con duo forni, che egli avea, e per virtù di certi suoi scartabelli di cartapecora piombati, secondo che dicea datigli dallo imperadore.
Potendo dare il campo a questi civettini che hanno piacere di farsi forar la pelle, quasi ogni mese ivi si combattea, parendogli esser la potta da Modona, per vedersi sberrettare dagli sfaccendati che venivano a vedere pazzeggiare questo e quello.
E il dì degli abbattimenti si mostrava in pontificale con una giornea sparsa di tremolanti dorati di velluto pavonazzo alto e basso, non ispelata perché cotali velluti non si spelano mai, e con una berretta a tagliere; con una cappa di rosato foderata di verde, con la scapperuccia di broccato di argento simile a quella che soleano usare gli scolari a certi loro mantelli; con uno stocco al lato aguzzo aguzzo, col pomo di ottone, in una guaina antica.
E dato due giravolte per lo steccato a piedi, con venti discalzi dietro con balestre con arme da birri, parte suoi servidori e parte accattati nel suo stato, montava sopra una cavallessa piena di semola, che centomilia paia di sproni, non che uno, non gli averiano fatto spiccare un salto, e tutto si rincriccava udendo andare il bando da sua parte: e in tal dì tenea sotto la chiave la moglie, che sempre negli altri tempi il cane-dello-ortolano alla chiesa e per le feste e per tutto le fiutava la coda.
Nel letto poi le contava le valentarie che fece quando fu soldato, e nel raccontarle una battaglia dove fu prigione, fino al tuff taff delle bombarde le facea con bocca, scagiandosi come un pazzo per lo letto.
La poverina, che avea voglia di giostrare con le lance della notte, si disperava: e qualche volta per dispetto lo facea porre in terra carpone; e accomodatogli una cinta in bocca a modo di un freno, salitagli a dosso, menando i calcagni gli facea fare come faceva lui al suo cavallo.
Ora, standosi costei in sì maninconica vita, pensò una malizia galante galante.
ANTONIA.
Questo vorrei io sapere.
NANNA.
Ella cominciò la notte a parlare in sogno parole che non appiccavano l'una con l'altra: di che il vecchio facea risa sgangherate; ma venendo ella poi al menare delle mani, e datogli un pugno in uno occhio che ci bisognò la biacca con lo olio rosato, ne la riprendeva molto, ed ella, fingendo non si ricordare di ciò che facea e dicea, vi aggiunse lo uscir del letto aprendo finestre e casse; e qualche volta si vestiva, onde il menchione le giva dietro scuotendola e chiamandola ad alta voce.
E fra le altre volte avvenne che volendola seguir fuor dello uscio della camera, posto il piede nel capo di una scala credendolo porre a piano, ruinò sino a basso: e oltra che si fiaccò tutto, spezzò una gamba; e udito la famiglia sua il grido col quale destò il vicinato, corsa a lui lo riposero donde buon per lui se non se ne levava.
Ed ella, parendo destarsi alle strida del marito, inteso il caso piangea e si rammaricava maladicendo il vizio del suo levarsi; e mandò per il medico, così di notte come era, che gli rimise le ossa al luogo suo.
ANTONIA.
A che proposito finse ella il sogno?
NANNA.
Per condurlo a cadere onde ei cadde, acciò fiaccandosi non le potesse ir dietro.
Ora il rimbambito nella gelosia era ben misero oltramodo, ma tanto fumoso che a crepacuore tenea da dieci famigliacci tutti a dormire in uno suo camerone a terreno: e il più vecchio non passava .XXIV.
anni, e chi avea buona berretta, avea triste calze; chi buone calze, peggior farsetto; chi buon farsetto, sciagurata cappa, chi buona cappa, uno straccio di camiscia e mangiavano spesso spesso pane e scambietti.
ANTONIA.
Perché ci stavano i furfanti?
NANNA.
Per la libertà che gli dava.
Ora, Antonia cara, ella avea dato di occhio a questa brigatella: e fitto che ebbe il goffo nel letto, con la coscia fra due assicelle, si rimisse a sognare; e alzando le braccia saltò del letto, dicendole sempre il vecchio: "O là, o là!", e aperta la camera, lasciandolo strangolare col chiamarla, se n'andò ai famigli, che intorno ad una lucerna, che stava tuttavia per ispegnersi, giocavano alcuni quattrini rubacchiati al messere nel comprare di alcune frascherie: e dettogli "Buona notte", spense il lume; e tiratosi a dosso il primo che le venne alle mani, si cominciò seco a trastullare; e in tre ore che stette con essi gli provò tutti e dieci, due volte per uno.
E ritornatasi suso scarca degli umori che la faceano anfanare, disse: "Marito mio, volete male alla mia naturaccia che mi strascina come una strega a gire a processione la notte per casa?"
ANTONIA.
Chi ti ha detto sì minutamente ogni cosa?
NANNA.
Ella che, gittatosi lo onore nelle scarpette, divenne femina del popolo; e avendo mise le sue gentilezze in novelle, le contava a chi non le volea udire: benché uno de' dieci combattenti, scorrucciato seco però che ella si era data in preda ad uno di più sodo naturale di lui, partitosi per disperato, per le piazze, per le taverne, per le barbarie e per le botteghe ne fece istoria.
ANTONIA.
Gli stette ben cotesto, e peggio al vecchio pazzo, che dovea tòrre una di sua età, e non una che gli poteva essere figlia cento volte.
NANNA.
Tu te lo odi: egli fu così.
E non le bastando di averlo caricato di tante corna che non le averebbero portate mille cervi, sendosi guasta di un vende-leggende, con uno scartoccio di pepe, col quale gli condì la minestra, se lo levò dinanzi, e mentre moriva, in sua presenza sposò il poltroniere e seco si trafficò: così si disse per la terra, e nol giurerei, perché io non ci tenni il dito.
ANTONIA.
Debbe esser vero, purtroppo.
NANNA.
Ascolta questa.
Una delle buone della città, avea il marito più ghiotto del giuoco che la scimia delle ciriege: e la sua amorosa era la primiera.
Onde si gli riducevano di molte brigate in casa a giocare; e perché egli avea una possessione presso alla terra, una sua lavoratrice rimasa vedova venia ogni quindeci giorni a visitar sua mogliera con qualche cosellina da villa, come sarieno fichi secchi, noci, olive, uve cotte nel forno e simili novelluzze; e statasi seco buono spazio, se ne ritornava a casa.
Un dì fra gli altri sendo mezzo festa, avendo una filza di belle lumache e forse da venticinque prugnoli fra certa nepitella in un suo canestrino, venne a starsi con la padrona; e turbatosi il tempo, venne un vento con una pioggia sì terribile che le fu forza rimanersi ivi per quella sera.
Di che accortosi il zazzeone, che vivea alla sboccata e in presenzia della moglie dicea ciò che gli veniva alla lingua, un cotale bevitore, pieno di chiacchere, ci disegnò sopra; e parendogli acquistar lode di buon compagno col farle dare un trentuno, ne parlò con la brigata che in casa sua giocava, la quale con gran riso gli diede orecchia; e ordinato che dopo cena dovesse ritornare, disse alla moglie: "Metterai a dormire la lavoratora nostra nella camera dal granaio"; ed ella, rispostogli che così farebbe, si pose a cena con lui facendo sedere a piè della tavola la villanotta colorita come un mazzo di rose.
E dopo cena, stato alquanto, venne lo stuolo; onde egli, ritrattosi con esso, comandò alla moglie che se ne andasse a dormire e che ci mandasse anco la vedova.
La moglie, che sapea da qual piede zoppicava il donzellone, disse con seco: "Io ho inteso dire che chi gode una volta non istenta sempre; il mio marito, che ha i vituperi per onori, vuole mettere a saccomanno il magazzino e la guardarobba della lavoratrice nostra: onde delibero di provare che cosa sono i trentuni, di che si fanno sì schife le persone, il quale veggio apparecchiato dai seguaci dello infingardo alla buona donna", e così dicendo fece coricarla nel suo letto, ed ella si piantò in quello che fece far per lei.
In questo, eccotelo venir via a passi lunghi e sforzandosi di ritenere il fiato, nel respirare facea soffioni strani; e gli amici che doveano por mano in pasta dopo lui, non potendo celar le risa, le lasciavano andare a bottacci: e non si udiva se non uh, uh ramorzato dalle mani dell'uno e dell'altro (e non ci fu atto che non mi dicesse uno dei trentunieri che mi dava alle volte qualche strettina per un passatempo).
Ora il capocaccia dei giostranti in un soffio venne alla non-aspettò-già-mai-con-tal-disio, e postolesi allato, la ciuffa quasi dicesse "So che non mi scapperai".
Essa, facendo sembiante di destarsi tutta paurosa, finge di volersi levar suso; ed egli con tutta la forza la ritira a sé: e spalancandole le gambe col ginocchio, le suggellò la lettera, tanto accorgendosi che fosse la sua donna, quanto ci accorgiamo noi del crescere che fanno ora le foglie della ficaia che ci fa ombra.
Ella, sentendosi scuotere il susino non da marito, ma da amante, dovea ben dire: "Il gaglioffo divora con appetito il pane altrui, sbocconcellando a quello di casa".
E per dirti, egli ne le incartò due voltarelle, e tornando ai compagni, ridendo forte disse: "Oh la buona robba! oh la buona spesa! Ella ha certe carni sode e morbide da signora", infine, che le sapea il culo di mentuccia e di serbastrella.
E ciò detto, diede le mosse a uno che, con quella ingordezza che va il frate al brodo, si gì a pasturare della vaccina (disse il Romanesco); e dato il cenno al terzo, che corse al pasto come il pesce al lombrico, ci fu da ridere perché appoggiando il luccio nel serbatoio, fece tre tuoni sanza baleni; e fattole sudar le tempie, le fe' dire: "Questi trentuni son sanza discrezione".
E per non ti tenere fino a notte con questo e con quello che gliele fecero a tutti i modi, a tutte le vie, a tutte le fogge, a tutte le maniere e a tutte le guise (dicea la petrarchesca Madrema-non-vole), avutone .XX.
cominciò a far come le gatte che sborrano e imiagolano.
Intanto eccoti uno che, toccatole il fischio e la piva, parendogli che fussero stalla dei lumaconi sanza guscio stette in sé un poco, e poi gliele mise dietro; ma non toccando né di qua né di là, disse: "Madonna, forbitevi il naso e poi odoratemi il cappero".
E mentre diceva così, la turba, che a coscienza ritta ascoltava la predica, stava per avventarsi alla amica, nel partirsi dello amico, nella foggia che stanno gli artigiani, i fanciulli e i villani il giovedì, il venerdì e il sabato santo, visto assolvere dal frate quello che egli ha finito di confessare; e nello aspettare ci fu chi si menò il cane in giù e in su di sorte che gli fece sputar l'anima.
In ultimo quattro dei rimasi di dietro, più pazzi che savi, non gli bastando l'animo di notare nello unto favale sanza zucca, acceso un pezzo di torchio che si adoperava a far lume a quelli che, giocati i denari, se ne givano bestemmiando, al dispetto del padrone del trentuno entrare dove la sua moglie si stava nella grascia a mezza gamba; la quale, vistasi scoperta, con un volto di ponte Sisto disse: "Elle son fantasie quelle di questo mondo: io, udendo tuttodì dire "la tale ha avuto un trentuno, e la cotale un altro", ho voluto vedere questi .XXXI.
in viso; ora escane che vuole".
Il marito, fattosi della necessità virtù, le risposte: "Be', che te ne pare, moglie mia?"; "Me ne pare presso che bene", disse ella.
E non potendo più soffrire il pasto, si lanciò al destro: e allentate le redine, parve uno abate impastato che scaricasse le minestre del ventre, dando al limbo terrestre ventisette anime non nate.
E inteso la villanella che lo orzo apparecchiato per lei era stato mangiato da altri, se ne tornò a casa che parea che le fosse stato cotto il culo co' ceci; e tenne la favella uno anno alla padrona.
ANTONIA.
Beate quelle che si sanno cavare delle voglie.
NANNA.
Così ti dico io: ma a chi se le cava per via di questi trentuni non ho veruna invidia, e ne ho provati anche io, per grazia di chi me gli diede, qualcuni, e non ci trovo le beatitudini che la gente si crede, però che durano troppo.
Ti confesso bene che se durasseno la metà, sarebbeno una cosa sfoggiata, e farebbero un buon pro'.
Ma vegnamo a una madonna tàcciola, alla quale venne voglia di un prigione, che volea il podestà che si impiccasse per non dare quella allegrezza alle forche.
Questi fu lasciato, dal padre che morì sendo egli in su ventuno anno, erede di quattordicimilia ducati, mezzi contanti e lo avanzo in possessioni e in masserizie di un suo palagio più tosto che casa: e in tre anni si mangiò si giocò e si chiavò tutti i denari, e manomettendo i poderi, in tre altri fece del resto.
E non potendo vendere una casotta, però che il testamento glielo vietava, la disfece e vendé le pietre; e poi, scemando le mobilia, ora impegnando un lenzuolo e ora vendendo una tovaglia, alla fine questo letto e quello altro e oggi una cosa e domane una altra, rimase in asso: dando il tracollo alla bilancia talmente che, prima impegnata e poi venduta la casa, anzi gittata, divenne nudo e crudo, e datosi a tutte le sceleraggini che può non pur fare uno uomo, ma imaginare: a giuramenti falsi, a omicidi, a ladrarie, a rubarie, a carte e a dadi falsissimi, a tradire, a ingannare, a truffare e assassinare, ed era stato in diverse prigioni i quattro e cinque anni per volta, e avuto in esse più corda che cene: e allora vi era per avere sputato nel viso a un messer nol-vo'mentovare-invano .
ANTONIA.
Ribaldo traditore.
NANNA.
Egli era sì ribaldo, che lo aversi incarnato con la madre si potea dire che fosse il minore peccato che facesse mai.
E sendo mendico di ogni altro bene, era ricchissimo di tanto mal francioso che bastava per darne a mille suoi pari, e anche gliene sarebbe rimasto un mondo.
E stando lo scanna-battesimo in prigione, un medico, salariato dalla comunità per i poveri prigionieri, disse curando una gamba a uno che avea paura che il canchero non gliela mangiasse: "Io ho guarito la natura fuora di natura del tale, e non guarrò la tua gamba?".
Questa natura fuora di natura venne alle orecchie della detta madonna; e sì le entrò nel cuore la smisurata novella dello scelerato che si stava in prigione, che ne ardeva più che non si dice che fece la reina del toro: né ci essendo via né modo che ella potesse cavarsene la fantasia, pensò di fare un male onde fusse posta nella prigione medesima dove era lo sputa-in-croce.
E venendo la Pasqua, si communicò sanza confessarsi; e sendone ripresa, rispose avere ancora fatto bene.
Divolgatasi la cosa e venutone richiamo al podestà, la fece pigliare; e legatola alla corda confessò la cagione del suo fallo essere stata la sfrenata volontà della radice di colui: che avea gli occhi in drento e sì piccioli che appena ci vedea; un naso largo e schiacciato nel viso, con una percossa a traverso e due margini di Giobbe che pareano due borchie da mula; stracciato, puzzolente, schifo e tutto indeniato di lendini e di pidocchi.
Al quale il savio podestà la diede in compagnia, dicendo: "Egli sia la penitenza del tuo peccato per infinita seculorum"; e nello esserci confinata in Vita ne ebbe quella allegrezza che averia una persona di esserne liberata.
E si dice che ella disse provando la pannocchia grandissima: "Facciamo qui i tabernacoli".
ANTONIA.
Era grande, la pannocchia che tu dici, quanto quella di uno asinello?
NANNA.
Più.
ANTONIA.
Quanto quella di un muletto?
NANNA.
Più.
ANTONIA.
Come quella di un torello?
NANNA.
Più.
ANTONIA.
Come quella di un ronzinetto?
NANNA.
Dico più tre volte.
ANTONIA.
Era grande quanto una di quelle colonnette di noce che sono alle cucce?
NANNA.
Tu hai detto.
ANTONIA.
Che ti parse?
NANNA.
Ora, standosi ella nelle contentezze a gola, la terra molestò il podestà, che gli fu forza, amando la giustizia, di condennare alle forche il sopradetto malfattore; e datogli i suoi dieci dì di tempo...
Io ho lasciato robba indietro (tornerò ben poi al tristo, sì): la vogliosa non fu sì tosto in prigione per cavarsi la mascara che, sparta la novella per la città, diede da dire al popolo e all'arte, e sopra tutto alle donne: e non si udiva altro, per le strade e per le finestre e per i terrazzi, che cianciare di lei con riso e con ischifezza, e dove si potevano, intorno alla pila della acqua santa, ragunar sei di loro petegole, stavano due ore a chiacchierarne.
E fra le altre capannelle se ne fece una nel mio vicinato, che, poi che la ebbe intesa una monna-onesta-da-campi vedendo la brigata tutta sospesa in su la rocca ad ascoltarla, disse: "Noi che, per essere donne, siamo infamiate dallo atto della ribalda, doveremmo andare or ora in palagio e trarla di prigione col fuoco, e porla sopra una carretta, e attanagliarla co' denti, dovremmo lapidarla, scorticarla e crocifiggerla".
E dicendo tal parole, gonfiata come una botta si partì e ritornossi a casa sua, come tutto lo onore delle donne del mondo dipendesse da lei.
ANTONIA.
Che bestia.
NANNA Ora, dati i dieci giorni di tempo al pessimo uomo, lo venne a sapere questa non-isputa-in-chiesa, che ti dico che volea correre alla prigione e trarnela col fuoco; la quale, fatta compassionevole di lui pensò seco istessa al gran danno che pativa la terra perdendo ii suo cannone: la fama del quale, non pur la prova, tirava a sé le malsodisfatte come la calamita uno ago o un filo di paglia.
Onde venne in quella frenesia di goderne che mosse quella sprezza-sagramento (con reverenza parlando), e pensò alla più indiavolata sottigliezza di malizia che si udisse mai.
ANTONIA.
A che pensò, se Dio ti scampi da così fatte voglie?
NANNA.
Ella avea un marito infermiccio, che due ore stava levato e duo dì colcato; e talvolta gli veniva cotali sfinimenti di cuore che, strangosciato, parea che passasse; e avendo inteso che una di queste scopa-bordelli (nella malora sia) poteano scampare uno che gisse alla giustizia facendoglisi incontra con dire: "Questo è il mio marito",...
ANTONIA.
Che odo io?
NANNA.
...deliberò di dargli la stretta e poi, con la autorità delle triste, prendere lo impiccato per isposo.
E nel pensar ciò, dicendo "oimè, oimè" il malcondotto uomo suo, chiudendo gli occhi, stringendo le pugna e rannicchiando le gambe, venne meno; ed ella, che parea un caratello da tonnina per essere più larga che lunga, postogli un guanciale in su la bocca, postavisi a seder sopra, sanza altro aiuto di fante gli fece uscir la anima donde esce il pane patito.
ANTONIA.
Oh! oh! oh!
NANNA.
E levato il romor grande, scapigliatasi, ragunò tutti i vicini, che sapendo la indisposizione del poveretto non dubitaro che non fosse stato offogato dagli accidenti che gli soleano spesso venire; e sotterrato assai onorevolmente (però che era ricco onestamente), con uno animo di cagna rabbiosa se ne gì in chiasso (lo dirò pure!).
Né avendo dal canto suo, né da quel del marito parenti che valessero duo denari, ci si stette sanza impaccio giudicando la gente che fosse impazzita per il dolore della morte di esso.
Standosi così, ne viene la sera che la mattina si dovea castigare il fàllo-a-tutti: e si votò la terra di uomini e quasi di donne, e ragunossi tutta in casa del podestà per vedere annunziare la morte a quello che ne meritava mille.
Il quale rise udendosi dir dal cavaliere: "Egli piace a Dio e al magnifico podestà (che dovea dir prima) che tu muoia".
E tratto della prigione e menato in publico, co' piedi nei ceppi, con le manette sopra un pocolino di pagliaccia in mezzo a due che lo confortavano si stava, non facendo il viso arcigno alla tavoletta dipinta che gli si porgeva a basciare; e come non toccasse a lui, cianciava di mille favole, e ognuno che veniva chiamava per nome.
Giunta la mattina, la campana grande del Comune, sonando lenta lenta, fece segno della giustizia che si dovea fare: e cavato fuora gli stendardi, letta la condennagione (che durò fino a sera) da quel del malefizio, che avea la voce molto squillante, venne via con un grosso fune dorato al collo e con la corona di carta inorpellata che significava che egli era il re delle ribalderie.
E sonando la tromba sanza il suo pendaglio fu fatto avviare in mezzo a una schiera di birri, e con tutto il popolazzo dietro, sendo donde passava pieni i muricciuoli, i tetti e le finestre di donne e di bambini.
E avicinandosi già alla lupa, la quale con il cuore battente aspettava di gittarsi al collo del ghiottone con quella propria ingordigia che si gitta un riarso dalla febbre a un secchio di acqua fresca, sanza punto smarrirsi si mosse furiosamente, aprendo la turba con i gridi alti; e scapigliata, battendosi le palme, stringendolo forte, disse: "Io sono la tua moglie".
E fermatasi la giustizia, calcandosi la gente l'un l'altro, si udiva un romore che parea che tutte le campane del mondo a un tratto sonassero al fuoco, alle armi, alla predica e a festa; e andatone la novella al podestà, gli fu forza mantenere le leggi della ragione: e così, sciolto il traditore, fu menato a impiccarsi nelle forche della scelerata.
ANTONIA.
Noi siamo a finimondo.
NANNA.
Ah! ah! ah!
ANTONIA.
Di che ridi?
NANNA.
Di quella che diventò luteria per vivere in prigione seco, e ci rimase con tre coltelli al cuore: uno fu nel vederlo cavar fuora, l'altro, il credere che fusse impiccato; e quello poi dello intendere che da altrui li era posseduto il suo castello, la sua città e 'l suo stato.
ANTONIA.
Dio faccia di bene a Domeneddio che la punì con le tre coltella.
NANNA.
Odine un'altra, sorella.
ANTONIA.
Di grazia.
NANNA.
Una cotal ritrosetta, bella sanza grazia, neanco bella, ma vistosa, la quale stringeva le labbra e increspava le ciglia ad ogni cosa: una faina, una treccola, una fiuta-schifezze la più fastidiosa che nascesse mai; costei apponeva a tutti gli occhi, a tutte le fronti, a tutte le ciglia, a tutti i nasi, a tutte le bocche e a tutti i visi che ella vedea; né vide mai denti che non le paressero neri, radi e lunghi, e a giudizio suo nessuna sapea favellare, niuna sapea andare, e ognuna era sì sfatata che gli piangeva la vesta indosso.
E come vedea mirare un uomo da alcuna, dicea: "Ella è come Dio vuole, e ci chiarisce ogni dì più; chi l'averia mai creduto? io mi le sarei confessata"; e apponendo a chi non si facea alle finestre quanto a chi ci si facea, era fatta la mendatrice di tutte, e da tutte fuggita come la malaventura.
E quando andava a messa, gli puzzava fino allo incenso: e col muso inanzi dicea "Che chiesa spazzata, che chiesa addobbata", e fiutando ogni altare, col suo dire di paternostri, a tutti dava la sua: e "Che tovaglie" e "Che candellieri" e "Che predelle"; e mentre il prete diceva il vangelo, non si volendo rizzare come le altre, facea certi atti col capo, quasi il prete non ne dicesse straccio.
E alzandosi la ostia, diceva non essere di buona farina; e intingendo la punta del dito nell'acqua benedetta per farsene disgraziatamente una croce nella fronte, dicea: "Che vituperio a non mutarla".
E quanti uomini scontrava, a tutti torceva il grifo, dicendo "Che cappone", "Che gambe sottili", "Che piedacci", "Che mala grazia", "Che fantasma" "Che viso di spiritato", "Che cera di cane".
Ma costei, che volea che ciò che le parea che mancasse altrui si dicesse che fosse in lei, squadrato un converso che con la saccoccia bucata da tutti i lati in su la spalla e un picchiatoio in mano veniva per il pane a casa sua, parendole che fosse ben fatto giovane, sanza pensiere e di buona schiena, gli posse amore.
E dicendo che la carità vuole essere di mano delle padrone e non delle fanti in persona la portava al converso; e dicendole il marito "Lascia portarla alla serva", disputava seco un'ora che cosa fosse limosina, e la differenza che era a darla di mano sua, a quella d'altri.
E dimesticatasi con il brodaiuolo che le portava spesso degli agnusdei e dei nomi di Gesù dipinti col zafferano, venne a patti seco.
ANTONIA.
Che patteggiò ella?
NANNA.
Di girsene nel convento.
ANTONIA.
Come?
NANNA Vestita da fraticello.
E per coglier cagione a dosso al suo marito onde le paresse avere scusa a fuggirsi, entrò una volta a voler vincerla seco che la Madonna di agosto veniva ai sedici del mese; e lo fece venire in tanta collera, che la prese per il collo, e gliele storcea come a un pollo se la madre non gliela traeva delle mani.
ANTONIA.
Ostinata maladetta.
NANNA Appena rizzatasi suso, ch'ella alzò le voci dicendo: "Io ti ho inteso; basta, basta, tu non ne anderai netto: ben lo saperanno i miei fratelli bene; tu te ne puoi con una feminuccia: ponti con un uomo, e poi mi favella.
Ma io non ne vo' sopportar più, no che non ne sopporterò più, e mi ficcherò in un monestero, stando prima a patto di pascer le erbe che esser tuttodì lapidata da te; e forse mi gitterò in un cacatoio: che, purché mi ti lievi dinanzi, morrò contenta"; e singhiozzando e sospirando si pose a sedere col capo fra le ginocchia: e sanza altramente cenare, se ne stava a cotal modo fino alla mattina se la madre non la menava a dormire seco, ritogliendola due volte al marito che la volea sbranare.
Ora al converso, di un .XXX.
anni, tutto nerbo, tutto vita, grande, ossuto, morellotto, allegro e amico di ciascuno: egli il dì da poi se ne venne per la limosina, appostando che il marito non ci fusse; e picchiato con quel "Date del pane ai frati", la misericordiosa al solito corse a lui, e convenutasi di girsene l'altra mattina all'alba, fra Fazio se ne venne e con una cappa da fraticino comparse una ora inanzi dì allo uscio suo: né fu prima giunto, che il fornaio lo percosse, dicendo mentre lo percuoteva: "Fatelo adesso".
Onde la schifa-il-poco, levatasi tosto condire "Chi pone le mani ne' suoi fatti non le imbratta", e dato del calcio nello uscio della camera della fante con un "Lievati suso e spàcciati", scesa da basso, aprì la porta e mise dentro fra minestrone; e spogliatasi una vesticciuola che si era misa per fretta, e postola su le sponde del pozzo insieme con le pianelle, preso lo abito fratino, tirando a sé la porta in modo che si chiuse, se ne andò nel convento invisibilmente; e menatola il converso nel suo romitorietto, le diè la biada.
Egli la coricò sopra una schiavinaccia ricoperta da duo lenzoletti grossi e stretti che si stavano con un capezzaletto in su la paglia: che, sì come la schiavina sapea di lezzo, sapea di cimici; e soffiando e fremitando con la cappa alzata dinanzi, parea un maltempo che in sul fine d'agosto sì apparecchia a piovere: e sì come torbato crolla gli olivi e i ciriegi e gli allori col suo vento, così con la furia del suo menare crollava la camerina lunga duo passi; onde cadde una madonnetta da tre quattrini, attaccata sopra al letto, con un pezzo di moccolo ai piedi; ed ella travagliandosi mugolava come una gattuccia grattata.
Intanto il compagnone che macinava a raccolta diede la acqua al molino.
ANTONIA.
Anzi lo olio: parla puntata, perché parlando io con la mamma di Madrema-non-vole, fui ripresa da lei per aver detto, verbigrazia, "mugolare", "zampillare" e "trasecolare".
NANNA.
Per che cose?
ANTONIA.
Perché dice che si è trovato un favellar nuovo: e la sua figlia ne è la maestra.
NANNA.
Come favellar nuovo? e chi lo insegna?
ANTONIA.
La sua Madrema, dico, la quale si fa beffe di ognuno che non favella alla usanza.
e dice che si ha da dire "balcone", e non "finestra", "porta", e non "uscio", "tosto", non "vaccio", "viso", e non "faccia", "cuore", e non "core" "miete", e non "mete", "percuote", e non "picchia", "ciancia", e non "burla", e la "guisa" che tu hai detto non so quante volte, è il suo occhio dritto.
E intendo che quei dalla scuola vogliono che il K si metta dietro al libro, e non dinanzi: che sarà una signoria.
NANNA.
Per chi lo vuole: io, per me, lo vo' porre dove mi fu insegnato dalla potta che mi cacò, e vo' dir "treccolare", e non "berlingare", e "sciabordo", non "insensato", non per altro che per dirsi nel mio paese.
Ma torniamo al converso.
Egli lo fece due volte alla biasima-tutte sanza levare il becco da molle.
ANTONIA.
Alla barba mia.
NANNA.
Fatto che gli ebbe il servigio, la riserrò in camera, appiattandola prima sotto il letto, per i casi che potessero intervenire; e datosi ad accattar farina per le ostie, raggiratosi un pezzo per altre strade, si lasciò portare dai suoi piedi in quella di madonna merda, solo per ispiare ciò che seguisse del suo levamini.
Né fu sì tosto comparso, che ode romore in casa sua e a un tratto, gridi di fantesche e di madre che su le finestre chiamavano "Graffi, graffi" e "Funi, funi".
ANTONIA.
Perché graffi e funi?
NANNA.
Perché accorgendosi che la cervellina non ci era, e chiamatola piano e forte, di suso, di giuso, di sotto e di sopra, di qua e di là e per tutto, visto le pianelle e la vesta su la sponda del pozzo, tennero per fermo che vi si fusse gittata dentro: onde la madre datosi a gridare "Correte, correte", tutto il vicinato sbucò fuora a pescare colei che avea preso la ventura per il manico.
Ed era una pietà il vedere la povera vecchia gittare il graffio dicendo: "Appìccati figliuola cara, figliuola dolce: io sono la tua mamma buona, la tua mamma bella (il ladro, il traditore, il giuda scariotto)", e non attaccando covelle...
ANTONIA.
Dì "nulla", se vuoi favellare alla moderna.
NANNA.
Non attaccando nulla, come una disperata, lasciato il graffio, con le mani incrocchiate, guardando il cielo dicea: "Pàrti onesto, Domeneddio, che una così fatta figliuola, così saputa così avenente, e sanza un vizio al mondo, càpiti a questo modo? I miei orazioni e le mie limosine mi fanno guerra: possa io morire se te ne accendo più una"; e veduto i fratacchione che mescolatosi fra la turba facea bocca da ridere udendo il lamento, sanza nulla sospettar della figlia, credendo che fosse venuto per la farina, presolo per lo scapolare e trascinandolo fuora dello uscio, quasi si vendicasse con Dio che lasciò gittarla giù, disse: "Lecca-piatti, succia-broda, pianta-mandragole, pappalasagne, bevi-vendemmia, tira-corregge, gratta-porci, scannaminestre, rompi-quaresima", e tante altre villanie che fece scompisciare ognuno.
Ed era grande spasso ad udire i pareri della brigata circa il credersi che ella si fusse tratta nel fondo: alcune vecchiarelle dicevano ricordarsi quando il pozzo si fece; e che avea di molte tane che givano una in qua e l'altra in là, e che certo certo ella era ridotta in qualcuna.
E udendo ciò la madre levò un altro pianto con dir: "Oimè, figlia mia, che ti morrai di fame là giù, e non ti vedrò più rifare la terra con le tue bellezze, con le tue grazie, con le tue virtù", e promettendo tutto il mondo a chi volea tuffarsi per essa nel pozzo, sendo impaurito ognuno dalle tane che le vecchie dicevano, temendo non ci si perdere dentro, sanza risponderle altro le volgeano le spalle e andavansi con Dio.
ANTONIA.
Che fu del marito suo?
NANNA.
Egli parea un gatto forestiero che gli fusse stato arrostita la coda: e non gli bastava l'animo pur di lasciarsi vedere: sì perché si dicea publicamente che per i suoi mali portamenti ella si gittò, sì per paura della suocera che non si gli avventasse al viso e cavassegli gli occhi con le dita.
Ma non poté far sì che ella non gli sopragiugnesse a dosso con un "Traditore, or sei contento mo'? I tuoi imbriacamenti, i tuoi giocacchiamenti, i tuoi puttanamenti hanno affogata la mia figliuola e la mia consolazione.
Ma pòrtati il crocifisso in seno, portalo dico, perché ti vo' far tagliare a pezzi, a bocconi e a minuzzoli; aspetta, aspetta, và per qual via tu vuoi, che arai la tua: tu sarai trattato come tu meriti, tristo, assassino, nemico delle cose buone".
Il poveruomo parea una di quella paurose quando scrocca lo scoppietto, che si serrano le orecchie con le dita per non udire il tuono, e lasciandola affiocata nello sputar veleno, si chiuse in camera pensando pure alla moglie: parendogli strano fine il suo.
Standosi la cosa così, la pazza madre della giovane fastidiosa parò il pozzo come uno altare: e quante dipinture avea in casa, tutte le appiccò sopra esso, logorandoci le candele benedette di dieci anni, e ogni mattina vi dicea la corona per l'anima della figliuola.
ANTONIA.
Che fece il converso dopo la tirata dello scapolare?
NANNA.
Ritornò alla stanza; e scovata di sotto al letto la volpe, contò il tutto: e ne fecero quelle risa che si faceano alle buffonerie del nostro da bene maestro Andrea o del buono Strascino, che Dio gli faccia pace all'anima.
ANTONIA.
Per certo che la morte ebbe il torto a rubargli a Roma, che è rimasta vedova, né conosce più carnovali, né stazzoni, né vigne, né spasso alcuno.
NANNA.
Sarebbe ciò che tu dici quando Roma fusse sanza il Rosso, che fa miracoli con le sue piacevolezze.
Ma dichiamo del converso, che durò un mese caminando, fra dì e notte, le belle sette, otto, nove e dieci miglia: sempre entrando nella valle di Giusafà sodo, intero e gagliardo.
ANTONIA.
Come le dava da mangiare?
NANNA.
Come egli volea; perché, sendo il procaccino del convento, andava all'aia, al tino e alle case de' contadini, riportandone l'asino carico tre volte la settimana: e legne, e pane per i frati, e olio per la lampada; e tutto procacciando, era padrone del tutto poi, dilettandosi di lavorare al torno cavava di buoni denari di alcune trottole da fanciulli, pestelli e fusa da lino viterbese, e avea la decima della cera che si ardeva per il cimitero la mattina dei morti: ché anco i cuochi civanzano i capi, i piedi e le cose di dentro dei polli.
Ora lo idolo della savia femina (che avea posto il corpo in paradiso, dando quella cura dell'anima che diamo noi dei guelfi e dei ghibellini) mise in sospetto l'ortolano con il coglier di certe insalatucce non usate; e ponendo mente a ciò che facea e vedendolo smagrato, con gli occhi in dentro, andando a onde, sempre con uova fresche in mano, disse fra sé "Trama ci è"; e dettone una parolina al campanaio, e il campanaio fattone motto al cuoco, e il cuoco al sagrestano, e il sagrestano al priore, e il priore al provinciale, e il provinciale al generale, fu posto la guardia al camerino suo, appostando che fosse ito per la terra.
E con una chiave contrafatta lo apriro: e trovaro la pianta per morta della sua madre, che tutta si smarrì ne l'udir dirsi "Esci fuora"; uscendone con quel viso che fa una strega al fuoco che si pone al capannello sopra il quale si sta legata per ardersi.
Né si guastando i frati punto, chiamato il converso che pure allora veniva di fuora, lo legaro, disegnandolo ad altro che a mangiare sotto la tavola con le gatti.
Eglino lo posero in una prigione sanza luce, che ci era l'acqua alta una spanna, dandogli una fetta di pane di semola la mattina e una la sera, con un bicchiere di aceto adacquato e un mezzo capo di aglio.
E disputandosi di ciò che si dovea fare della donna, chi dicea "Sotterriamola viva", chi dicea "Facciamola morire seco in prigione"; altri più pietoso dicea "Rendiamola ai suoi"; e ci fu un savio che disse: "Godiamoci d'essa qualche dì, poi Dio ci spirerà".
A questa proposta risero tutti i giovanastri e anco gli attempati, non sanza un ghignetto dei vecchi: alla fine si prese per partito di vedere quanti galli bastasseno ad una gallina; e data la sentenza, non si poté tenere la ghiotta-delle-pastinache di non fare un risetto udendo avere a essere gallina di pur assai galli.
E venuta la ora del silenzio, il generale le parlò con mano; dopo lui, il provinciale, poi il priore; e di mano in mano il campanaio e l'ortolano ancora montaro in sul noce, e lo battero in modo che ella se ne cominciò a contentare: e duo dì alla fila non fecero mai altro i passerotti che salire e scendere del pagliaio.
E allargato il prigione dopo alcuni dì, perdonando a tutti uscì dello inferno, e miso il suo in comune, insieme con i padri ne godea.
Crederesti tu che uno anno intero ella stesse sotto a tante macine?
ANTONIA.
Perché non vuoi tu che io lo creda?
NANNA.
E ci si stava per sempre se non impregnava: venendo, dopo il parto di un pulicane, a noia ai frati.
ANTONIA.
A che modo a noia?
NANNA.
Per la cateratta che si le allargò troppo facendo il pulicane, che era strana cosa a vederlo: e si calculò da essi per nigromanzia, e trovossi che il cane che guardava l'orto ebbe a far seco.
ANTONIA.
È possibile?
NANNA.
Io te la vendo come io la comperai da tutto il popolo, che lo vide morto perché morto lo fece la frataia.
ANTONIA.
Che fu della fecciosa dopo il parto?
NANNA.
Si rese al marito, o per dir meglio alla madre, con la più bella astuzia del mondo.
ANTONIA.
Contamelo.
NANNA.
Un frate che incantava gli spiriti e ne avea piene le ampolle, salendo per certi muri di ortacci sopra il tetto della casa di questa smugne-conventi, fece tanto che con il trentapaia ci entrò una notte, e aspettato che ciascuno dormisse si accostò allo uscio della camera della madre che tuttavia piangeva chiamando la beata figliuola, e udendo, il frate dire "Dove sei tu ora?", contrafacendo la voce sua rispose: "In luogo di salvazione; e son viva bontà delle corone che avete dette al pozzo dove trionfo in grembo delle vostre orazioni, e fra duo giorni mi vedrete più grassa che mai", e lasciandola stupefatta, se ne partì.
E sceso di donde salse, raccontò la ciancia ai padricciuoli: che chiamata la moglie comune, il priore, in nome del convento, della umanità sua le rendé due some di grazie, chiedendole perdono del non averle fatto il debito, offerendosi a ristorarla.
E misole indosso un camiscio bianco, con la corona di ulivo e una palma in mano la mandaro due ore inanzi dì a casa con il frate che annunziò la sua venuta alla madre, che resuscitata alla visione posticcia, tutta in sapore aspettava la ingorda-della-carne-sanza-osso; che, nel lasciare i segnali di sé nel pozzo, se ne portò la chiave dell'uscio di dietro: con la quale entrata in casa, licenziò il padre dalle nigromanzie, datogliene prima una fettuccia.
E postasi a sedere sul pozzo, venne il giorno; e levatasi la fante e gita per la acqua per porre il desinare al fuoco, visto la padrona vestita come una santa Orsola dipinta, gridò: "Miracolo! miracolo!".
La madre, che sapea che la figliuola dovea fare questi miracoli, scagliatasi giù per la scala, le si gittò al collo sì gentilmente che mancò poco che non gì giuso da vero.
E levato il romor grande, correndo tuttavia brigate al miracolo nel modo che si corre quando alcuno di questi schiericati fa piangere o crocifisso o madonna...; e non credere che il suo marito stesse di non venire per la lavatura di capo della vecchia: anzi le si gittò ai piedi, e non potendo dire il miserere per il pianto che gli colava dagli occhi, stendendo le braccia facea le stimmate, ed ella basciandolo lo levò suso.
E contando nella maniera che era vissa nel pozzo, dando ad intendere che la sorella della sibilla di Norcia e la zia della fata Morgana ci abitava, mise in succhio parecchi di trarsici di bona volontà.
Ma che vuoi tu sapere altro? Il pozzo venne in tanta riputazione che ci si fece sopra una graticola di ferro: e ciascuna che avea il marito strano bevea di quella acqua, parendole che le giovasse non poco, onde cominciaro a votarsi a lui tutte quelle che si aveano a maritare, pregando la fata pozzeruola che gli desse buona ventura; e in un anno vi si attaccò più ceri, più veste, più camisciuole e più tavolette che non sono intorno alla sepoltura di santa beata Lena dallo Olio a Bologna.
ANTONIA.
Quella fu l'altra pazzia.
NANNA.
Non la mentovare invano, che sarai scommunicata: perché non so qual cardinale raguna i denari per farla canonizzare, che certo ella fu consorte del frate che purificava la gente della beata Vastalla.
ANTONIA.
Con cento buoni anni sia.
NANNA.
Ma uscendo di lungherie circa le maritate, abbrevierò: e dico che una dal più bel marito del mondo si innamorò di uno di questi che fanno bottega di se stessi con la merceria dinanzi sostenuta dalla cenghia che portano al collo, gridando "alle belle stringhe, agli aghi, agli spilletti, ai bei ditali, specchi, specchi, pettini e forbicette"; sendo sempre a mercato con questa e con quella scioperata, barattando alcuni suoi oli, saponetti e moscati salvatichi a pane, a cenci e a scarpette vecchie, dandogli alcuni soldi giunta.
E se ne imbriacò così fattamente che, gittatosi lo onore sotto ai piedi, gli trasse dietro uno avere: onde il codacciuto, mutato panni, sfoggiava da paladino; e cominciando a giocare con i gran maestri, in otto dì si gli dava del signore, e merita una corona.
ANTONIA.
Perché?
NANNA.
Perché straziava la sua tesoriera come si strazia una manigolda; e oltra che la salutava spesso col bastone, ciò che le facea bandiva per le piazze.
ANTONIA.
Molto bene.
NANNA.
Ma son ciance quelle che ti ho conto: le cose stupende sono fra le signore e fra le grandi; e se non che non voglio essere tenuta malalingua, ti direi chi è quella che si dà in preda al fattore, allo staffiere, al famiglio di stalla, al cuoco e al guattero.
ANTONIA.
Zoccoli, zoccoli.
NANNA.
A me basta che tu me lo creda.
ANTONIA.
Zoccoli, dico.
NANNA.
Or bene, Antonia, tu hai inteso.
ANTONIA.
Intesissimo ti ho.
NANNA.
Ma avvertisci che ti ho conto delle suore ciò che vidi, in pochi dì, in un solo monistero; e parte di quello che ho visto e inteso, in altrettanti, in una città sola delle maritate: o pensa ciò che saria a contarti gli andamenti di tutte le moniche di cristianità e quelli delle maritate di tutte le città del mondo.
ANTONIA.
È possibile che le buone sieno come i denari, senno e fede che tu dicesti?
NANNA.
Sono.
ANTONIA.
Le osservanti ancora?
NANNA.
Non parlo di esse; anzi ti dico che i preghi che elle porgono per le triste conventuali sono cagione che il demonio non le inghiottisce calzate e vestite: ché la loro verginità è tanto odorifera quanto puzzolente la puttanità d'esse; e messer Domeneddio si sta con loro il dì e la notte, sì come il diavolo sta con quelle vegghiando e dormendo.
E mal per noi se non fusseno le orazioni delle santarelle: mal per noi, mal per noi (io lo vo' dir tre volte); è ben vero che quelle poche di buone che sono fra le conventuali sono tanto perfette che meritano che gli abbrusciamo i piedi come al beatissimo Tizzone.
ANTONIA.
Tu sei giusta, e non favelli a passione.
NANNA.
E anco delle maritate ci sono delle buonissime: e prima si lasceriano scorticare alla san bartolomeesca che lasciarsi toccare pure un dito.
ANTONIA.
Questo anco mi piace; e se tu consideri bene la avarizia con che nasciamo noi femine, è cagione che ci rechiamo come altri vuole: non che noi siàn cattive come siamo tenute.
NANNA.
Tu non la intendi: io ti dico che noi nasciamo di carne e in su la carne muoiamo; la coda ci fa e la coda ci disfà.
E che tu sia in errore te lo pongo inanzi con lo essempio delle signore che hanno perle, catene e anelli da gittar via: e fino alle mendiche vorriano più tosto trovar Maria per Ravenna che un diamante in punta; e per una che le piace il marito, son mille che se ne fanno schife: ed è chiaro che per due persone che faccino il pane in casa, son settecento che vogliono quello del fornaio perché è più bianco.
ANTONIA.
Io te la do vinta.
NANNA.
Io l'accetto.
Or risolviamola qui: la castità donnesca è simile a una guastada di cristallo che, usata quanta diligenza tu sai, alfine ti cade di mano che non te ne avvedi, e tutta si rompe; ed è impossibile a mantenerla intera se non la tenessi sempre chiavata in un forzieri; e quella ci si mantiene si può mettere fra i miracoli che fa un bicchiere di vetro che cadendo non si spezza.
ANTONIA.
Buona ragione.
NANNA.
Alla conchiusione: io, veduto e inteso la vita delle maritate, per non essere da meno di loro, mi diedi a cavare ogni vogliuzza, e volsi provare fino ai facchini e fino ai signori, la frataria, la pretaria e la monicaria sopra tutto, e mi era di piacere che non pure il mio ser marito il sapesse, ma che lo vedesse, parendomi tuttavia udir dire: "Bene abbia la tale, che lo tratta da quel che egli è".
E una volta infra le altre che mi volse riprendere, gli misi le mani in capo e tutto lo pelai, con quella crudeltà che usa chi gli ha dato un pozzo d'oro di dota, con dirgli: "Con chi ti pare di favellare, ah? diserto imbriacone".
E andando dietro, tanto gliene feci che, uscito del suo trotto entrò in sul gigante.
ANTONIA.
Nanna, non sai tu che si dice che a voler far valente un uomo bisogna fargli delle villanie?
NANNA.
Egli fatto valente adunque, perché io gli feci ciò che tu dici, dopo mille che ne vide con gli occhi mandandole giuso come si manda un boccon caldo che fa il mal pro', trovandomi a dosso uno accatta-tozzi, non la potendo inghiottire mi corse sul viso per rompermelo con le pugna; e io, uscita di sotto al torcitoio, suainato un coltellino che avea, adirata per avermi inturbolata l'acqua che io bevea, glielo cacciai nella poppa manca: e non batté polso.
ANTONIA.
Dio gli perdoni.
NANNA.
E avendolo mia madre udito, fattami fuggire, vendé ciò che ci era e poi mi condusse qui in Roma; e ciò che ne seguì de l'avermici condotta lo saprai domane, perché oggi non voglio dirti altro: sì che leviamoci suso e andiamocene, che ho non pur sete per tanto cicalare, ma una fame che la veggio.
ANTONIA.
Io son levata.
Oimè, il granchio mi ha preso nel piede dritto.
NANNA.
Facci sopra la croce con lo sputo, che se ne andrà.
ANTONIA.
La ho fatta.
NANNA.
Gióvati?
ANTONIA.
Sì, egli se ne va, egli se n'è ito.
NANNA.
Ora avviamoci passo passo inverso casa, dove e istasera e diman da sera hai da starti meco.
ANTONIA.
Porrò questo con le altre obligazioni.
E dettole così, la Nanna serrò l'uscio della vigna; e avviàrsi, sanza dir altro, fino a casa: che vi giunsero a punto che il Sole si avea messi gli stivali per gire in poste agli Antipodi che lo aspettavano come polli balordi; e le cicale, ammutie per il suo patire, rinunziato il loro ufficio ai grilli, si stavano; onde il giorno parea un mercante fallito che adocchiasse una chiesa per balzarvi dentro.
E già gli alocchi e le nottole, pappagalli della notte, si facevano vedere a lei che, bendata, sanza parole, grave, maninconica e piena di pensieri, se ne veniva in sul passo di una matrona vedova che, ammantata di nero, sospira il marito morto un mese inanzi.
E quella che fa ferneticare gli astrologi se ne giva smascarata su per la scena, con un pezzo di lenzuolo intorno, e le stelle che stanno e non stanno in cervello, con le triste e con le buone compagne, indorate a fuoco per man di maestro Apollo orefice, si facevano alla finestra a una, a due, a tre, quattro, a cinquanta, a cento e a mille e simigliavano rose che in sul far del dì si aprano a una a una.
e poi, venuto il raggetto dello avvocato dei poeti, tutte compariscono alla mostra.
Io le arei assomigliate a un campo che pigli alloggiamento poi che i suoi soldati son giunti a dieci e a venti: e poi eccoti in un tempo la moltitudine sparsa in tutte le case (ma non saria forse piaciuta: perché sanza rosette, sanza violette e sanza erbette non sono tenute buone le minestre di oggidì)." Ora, come si sia, la Nanna e la Antonia, giunte dove aveano a giungere e fatto ciò che avevano a fare, si giro a riposare fino al dì.
Fine della seconda giornata.
LA ULTIMA GIORNATA DEL CAPRICCIO ARETINO NELLA QUALE LA NANNA NARRA ALLA ANTONIA LA VITA DELLE PUTTANE.
A punto col giorno usciro le due del letto; e fatto riporre in un canestro grande coperchiato alcune cose da mangiare cotte la sera, lo posero in capo della fante; e avviatasela inanzi con un fiasco di corso peloso in mano, portando Antonia una tovaglietta e tre tovaglini sotto al braccio per mangiarsi ciò che colei portava nella vigna, alla vigna arrivaro.
E distesa la tovaglia suso una tavola di pietra che ivi si stava sotto una pergola col suo pozzo allato, la buona fante aprì il canestro: e trattone fuora il sale, per il primo lo mise in tavola; poi i tovaglini piegati, poi i coltelli.
E cominciando il Sole a farsi vedere per tutto, perché egli non mangiasse con loro, spediro il desinare; al fine del quale si trastullaro con una mezza prevatura fresca.
E lasciato la fante a divorarsi le reliquie fino della prevatura e del vino, dicendole la Nanna "Riporrai poi ogni cosa", date due giravolte per la vigna, con la Antonia si pose a sedere dove sedero i giorni a dietro.
E riposatasi un poco, disse la Antonia: "Io pensava, mentre che mi vestiva, che sarebbe una bella cosa che qualcuno scrivesse i tuoi ragionamenti, e che ci fusse chi raccontasse la vita dei preti e dei frati e dei secolari, acciò che, udendola le mentovate da te, si ridessero di loro come eglino si rideranno di noi che, per parere di esser savie, diamo contra a noi medesime; e parmi già udire che non so chi lo faccia; le orecchie mi trombano, ei sarà vero".
NANNA.
Non può essere altrimenti.
Ma veniamo al giunger che mia madre fece in Roma con meco.
ANTONIA.
Veniamoci.
NANNA.
Con buon ricordo sia noi ci venimmo la vigilia di San Pietro: che Dio tel dica il piacer che io ebbi dei raggi che traeva e dei fuochi che facea Castello sbombardando terribilmente; sonando poi i piferi, con tutto il mondo in Ponte, in Borgo e in Banchi.
ANTONIA.
Dove alloggiaste voi la prima volta?
NANNA.
A Torre di Nona, in una camera locanda tutta impannarazzata; e stateci così otto dì, la padrona di casa, che era impazzata di me sì le parsi aggraziata, dettone una parola a un cortigiano, vedesti dello altro dì passeggiare genti, come cavalli rappresi, dintorno allo alloggiamento nostro, proverbiando il mio non mi gli lasciar vedere a lor modo: perché mi stava dentro una gelosia, e se pure la alzava, spuntando appena mezzo il viso fuora, la serrava subito.
E benché io fussi bella quel balenare delle mie bellezze mi faceano bellissima: per la qual cosa, accresciuta la voglia di vedermi alla brigata, non si diceva altro per Roma che di una forestiera venuta di nuovo talché, piacendo sempre le cose nuove come tu sai, si correa per vedermi, alla sfilata, e quella che ci tenea in casa mai non si poteva quietare tanto le era battuta la porta: e lascia pur frappare a loro circa il promettere, caso che ella mi gli desse in mano.
E la mia madre savia (che tutto ciò che feci, facea e aveva a fare, mi insegnò) non volea udirne parola, dicendo: "Adunque io vi paio di quelle? non piaccia a Dio che la mia figliuola rompa il collo: io son gentildonna, e se ben la disgrazia mi è corsa a dosso, ringraziato Iddio ci è rimaso tanto che vivacchieremo", e da queste parole nasceva tuttavia più il nome delle mie bellezze.
E se tu hai veduta una passera su le finestre d'un granaio, che beccatone dieci granelli vola via, e stata alquanto ritorna alla esca con due altre, e rivolata riviene con quattro, poi con dieci, poi con trenta, e poi col nuvolo tutto insieme, vedi gli amanti intorno a casa mia per volere porre il becco nel mio granaio.
E io, non mi potendo saziare di vedere i cortigiani, perdea gli occhi per i fori della gelosia vagheggiando la politezza loro in quei sai di velluto e di raso, con la medaglia nella berretta e con la catena al collo, e in alcuni cavalli lucenti come gli specchi andando soavi soavi con loro famigli alla staffa, nella quale teneano solamente la punta del piede, col petrarchino in mano, cantando con vezzi:
Se amor non è, che dunque è quel ch'io sento?
E fermatosi questo e quello dinanzi alla finestra dove io facea baco baco, dicevano: "Signora, sarete voi sì micidiale che lasciate morire tanti vostri servidori?"; e io alzato un pocolino la gelosia e con un risetto rimandatola giuso, mi fuggiva dentro; ed eglino, con un "bascio la mano a vostra Signoria" e con un "giuro a Dio che sète crudele", si partivano.
ANTONIA.
Io odo oggi le belle cose.
NANNA.
Standoci così, mia madre saputa volse fare un giorno una mostretta di me, fingendo che fosse a caso: e vestitami di una veste di raso pavonazzo sanza maniche, tutta schietta, e rivoltatomi i capelli intorno al capo, averesti giurato che fussero non capelli, ma una matassa interciata d'oro filato.
ANTONIA.
Perché te la vestì ella sanza maniche?
NANNA.
Perché mostrassi le braccia bianche come un fiocco di neve e fattomi lavare il viso con certa sua acqua più tosto forte che no, sanza altro smerdamento di belletto, sul più bello del passare dei cortigiani mi fece porre in su la finestra.
Come io apparsi parve che apparisse la stella ai Magi, sì se ne rallegrò ciascuno; e abbandonando le redine in sul collo del cavallo, si ricreavano a vedermi, come i furfanti allo spicchio del sole; e alzando la testa guardandomi fissi, parevano quegli animali che vengono di là dal mondo, che si pascono di aria.
ANTONIA Camaleonti vuoi dir tu.
NANNA.
È vero; e mi impregnavano con gli occhi nel modo che con le penne impregnano la nebbia quei che paiono sparvieri e non sono.
ANTONIA.
Fottiventi?
NANNA.
Madesì, fottiventi.
ANTONIA.
Che facevi tu mentre ti miravano?
NANNA.
Fingeva onestà di monica, e guardando con sicurtà di maritata, faceva atti di puttana.
ANTONIA.
Benissimo.
NANNA.
Stata un terzo di ora in mostra, nel più bello del motteggiar loro mia madre, venuta alla finestra e fattasi vedere un tratto, quasi dicesse "Ella è mia figlia", me ne fece levar seco; e rimasi gli impaniati in secco come una tirata di pesce, se ne giro saltellando nella foggia che saltellano i barbi e le lasche fuora della acqua.
E venuta la notte, ecco il tic toc tac alla porta; e andata giuso la padrona, mia madre si pose ad ascoltare ciò che dicea quello che picchiò; e ascoltando ode uno che stando turato nella cappa disse: "Chi è quella che era pur dianzi alla finestra?"; rispose ella: "Una figliuola di una gentildonna forestiera che, secondo che io posso comprendere, il padre è stato ammazzato per le parti, onde la meschina se n'è fuggita qui con alcune poche cosette che ha potuto carpire nel fuggirsene": e tutte queste ciance gliene avea date ad intendere mia madre.
ANTONIA.
Galante.
NANNA.
Udendo ciò, il camuffato le dice: "Come potrei favellare alla gentildonna?"; "A modo niuno" risponde ella, "perché non ne vuole intender niente"; e spiando egli se io era donzella, gli rispose: "Donzellissima, né le si vede altro che masticare avemarie"; "Chi mastica avemarie sputa paternostri", egli rispose; e volendo prosuntuosamente salir suso, non poté, perciò che ella non volle mai.
Onde le disse il cortigiano: "Fammi almeno una grazia: dille che quando voglia ascoltare uno, che tu le porrai cosa inanzi che te ne benedirà per sempre", e giurandoli di farlo, gli diede licenza e tornossi suso.
E statasi un pezzo, se ne venne a noi dicendo: "Certamente non ci sono i migliori trovatori del vin buono degli imbriachi: la vostra figlia è stata sentita a naso, però che questi bracchi cortigiani scovano di tratto le quaglie; questo dico per uno che in persona propria mi è venuto a richiedere la vostra udienza".
"No, no" risponde mia madre, "no, no"; ed ella, che avea una lingua serpentina, le dice: "Il primo segno di una donna prudente è il sapere pigliare la ventura quando Iddio la manda: egli è uomo che vi può far d'oro", e con dirle "Pensateci suso", ci lasciò.
E dando la mattina parecchi tratti di corda, con una tavola bene apparecchiata a mia madre rivendaiuola di consigli e troppo buona massaia del suo utile, fece tanto che ella si recò alla sua volontà; onde le promise di ascoltare lo amico che si credea sballare lane francesche a dormir meco: e fattolo venire, dopo mille giuri e scongiuri caparrò la mia verginità, promettendomi Roma e toma.
ANTONIA.
Bello.
NANNA.
Per tagliarla, venne la sera determinata, e finito un pasto che passò un banchetto (dove non assaggiai se non dieci bocconcini masticati a bocca chiusa, bevendo solamente mezzo bicchiere di vino tutto acqua in venti ciantellini), sanza niuna parola fui menata nella camera della padrona, che ne servì per quella notte per la anima di un ducato, né fui sì tosto dentro che serrò la porta sanza volere che niuno gli aiutasse a spogliare: anzi da se stesso lo fece in un soffio.
E corcatosi, mi domesticava con le più dolci ciance del mondo, mescolandoci dentro: "Io ti farò e ti dirò di modo che no averai invidia alla prima cortigiana di Roma".
E non potendo sofferire che io mettessi indugio a entrargli appresso, si levò suso e tirommi fuora di gamba le calze, facendoci io resistenza grande, e tornatosi in letto, mentre mi corcava si voltò verso il muro perché non avessi vergogna a mostrarmigli in camiscia; e dicendomi egli "Non fate, non fate", spensi il lume.
E tosto che entrai giù mi si avventò con quella volontà che si avventa una madre al figliuolo che ha già pianto per morto; e così mi basciava e mi stringeva nelle sue braccia.
E mettendomi le mani su la arpa (che era molto bene accordata), storcendomi mostrava di consentirlo malvolentiere: pure mi lasciai toccare fino allo organo; ma volendo egli mettere il fuso nella cavicchia, non volsi mai.
Egli mi dicea: "Anima mia, speranza mia, stà salda: se io ti faccio male, ammazzami"; e io soda al macchione, ed egli ai prieghi; e con i prieghi dandomi alcune punte false, tutto si disfaceva.
E messomelo in mano, diceva: "Fà da te stessa, che io non mi moverò punto"; e io quasi piangendo rispondea: "Che cotal grosso è questo? Gli altri uomini hannolo così grande? Adunque mi volete sfendere nel mezzo?"; e in tali detti stava ferma un poco poco, e in sul buono lo lasciava in succhio: onde si disperava, e rivolti i prieghi in minacci, facea tagliate crudeli, e "Al corpo, al sangue, che ti scannerò e ti affogherò", e pigliandomi nella gola mi stringea pian piano; poi ripregandomi faceva sì che mi recava a suo modo: ma volendomi mettere la pala nel forno, lo refutava di nuovo: onde rizzatosi suso e presa la camiscia per mettersela e levarsi, da me era pigliato con dire: "Orsù, corcatevi, che farò ciò che volete".
A tal parola, cadutagli l'ira nella caldaia, tutto contento mi basciava dicendomi: "Lo aspettarlo è un pizzico di mosca, e che sia il vero, senti che faccio con dolcezza", e io ci lascio entrare il terzo di una fava, e poi lo pianto, con tanto suo furore che acconciosi su la sponda del letto, spingendo il capo innanzi e il culo in fuora, rannicchiate le gambe, la voglia che volea cavarsi meco si cavò con la sua mano, e fatto a lei quello che avea a fare a me, si levò e vestissi.
E non passeggiò molto per camera che la notte che gli feci vegghiare a usanza di sparviere se ne gì, lasciandolo con un viso amaro che parea un giuocatore che avesse perduto i denari e il sonno, e con quel bestemmiare che fa uno che è stato piantato dalla sua signora, aperta la finestra della camera, col gombito appoggiato in essa e con la mano alla gota, mirava il Tevere che parea che si ridesse del suo menarsi la rilla.
Io dormito tutto il tempo che egli mise in pensamento, apro gli occhi, e volendomi levare, ecco che mi si avventa a dosso, e non so se mai nigromante scongiurò demoni con tante novelle con quante fece me: ma tutte invano come speranze dei fuorusciti; e volendo alfin ridurla in un bascio, anche il bascio gli negai; e udendo favellare mia madre per casa con la padrona, la chiamai; ed egli, apertagli la camera, disse: "Che assassinamenti son questi? a Baccano non si farebbeno", e levando le voci, la padrona lo confortava dicendogli: "Egli è il diavolo avere a fare con donzelle".
Intanto mi vestii e andai nella camera mia: e lasciai lui a gracchiare con lei.
Il poveretto entrato nella ostinazione di uno che vuole riscattare nel giuoco, esce di casa; e stato forse un'ora, manda un sartore con una pezza di ermesino verde acciò che, toltami la misura, me ne tagliasse e cuscisse una veste, credendosi la notte seguente scorrere per tutto a suo modo.
Io, accettato il dono, mi appiglio ai ricordi di mia madre che mi dice, visto il presente: "Il martello lavora; sta pur salda, che egli ti torrà casa e comprerà massericie, o creperà".
E io che sanza i suoi ricordi avrei saputo ricordarmi di quello che dovea, do una occhiata per la finestra della strada, e vedutolo dissi: "Eccolo"; e fattomigli incontra alla scala, dico: "Dio il sa che dolore ho avuto vedendovi partito sanza dirmi pur addio, e son tutta consolata poi che sete ritornato; e se dovessi morire, farò ciò che voi volete istanotte".
A bocca aperta mi corse a basciare in quel che io dissi così; e mandato per il desinare, facemmo una paciozza allegra allegra.
E venuta la sera (che, secondo me gli parse che indugiasse più che non pare che indugi la ora di una posta data a uno che l'ha desiderata dieci anni), provede alla cena, e quando fu tempo ritornò meco nel letto della notte passata: e trovandomi alle sue volontà amorevole come un giudeo a chi non ha pegno, non si poté tenere di non mi dare una frotta di pugna, e io sopportandole diceva meco: "Le ti costeranno".
E riduttolo a rimenarsi lo agresto, fatti gli atti che fece la notte passata, si levò e gitosene dove era mia madre a dormire con la padrona, durò quattro ore a minacciarmi, ed ella gli dicea: "Caro messere, non dubitate, che questa altra notte voglio che muoia o che vi contenti"; e levatasi suso gli diede una cinta di taffettà doppio lunga lunga, e disse: "Tenete, legatele le mani con questa".
Il goffo la piglia; e con la medesima spesa di desinare e di cena, si ricorcò meco la terza volta; e venne in tanta rabbia nel ritrovarmi scarsa fino del lasciarmi toccare, che fu per darmi di un pugnale: e ti confesso che ne dubitai; e mi fu forza a voltargli il sedere; e tenendogliene in grembo, per cotale invito gli raddoppiò la voglia del mangiare.
E cominciando a frugare, sto salda alle mosse finché lo sento sdrucciolare fuora via, ma quando il presuntuoso vuole entrar dentro, gli dico: "Sarà buon di destarsi"; e sguizzateli di gremo, gli mostro il viso; ed egli mi volge a contare le travicelle, e monta suso, e ce ne mette poco meno che la metà, gridando io "Oimè, oimè".
Tenendolo così distende la mano e cava la borsa che aveva appiattata sotto il capezzale; e presi da dieci ducati con non so quanti giuli, me gli mette in mano e dice "Tòtegli"; e io con "Non gli voglio" stringo il pugno, lasciandocelo ire fino al mezzo: e non potendo passar più oltre, sputò l'anima.
ANTONIA.
Perché non ti legò con la cinta?
NANNA.
Come vuoi tu che mi legasse un legato?
ANTONIA.
Tu dici il vangelo.
NANNA.
Quattro altre volte, prima che ci levassimo, il suo cavallo andò fino al mezzo del camin di nostra vita.
ANTONIA.
Sì disse il Petrarca.
NANNA.
Anzi Dante.
ANTONIA.
O il Petrarca?
NANNA.
Dante, Dante.
E contento di ciò, tutto lieto si levò, e io ancora; e non potendo restar meco a desinare, mandatomi da farlo, tornò la sera a cena pur comperata da lui.
ANTONIA.
Salda un poco: non si avvide egli che tu non facesti sangue?
NANNA.
A punto: sanno molto di questi cortigiani di vergini o di martiri; io gli diedi ad intendere che il piscio fosse sangue: che, purché lo mettino là, gli basta.
Ora la quarta nottata ce lo lasciai andar tutto: e nel sentircelo il valente uomo ci tramortì suso.
E la mattina venuta mia madre dentro, ridendo vedendoci nel letto, mi diede la sua benedizione, salutando la sua Signoria; alla quale (facendo io le maggior carezze di basci che sapea) disse: "Domani vo' partir di Roma: io ho avuto lettere dal paese, dove vo' ritornare e morir fra i miei; a ogni modo Roma è per le avventurate e non per chi non ha ventura; e certo non mi partiva mai se si potevano vendere le nostre possessioni e comprare almeno una casa qua; e mi credei poter tòrne una a pigione, e i denari non vengano; e io non son donna da stare nelle camere altrui...", e io rompendole le parole in bocca dissi: "Madre mia, io morrò in duo dì se mi parto qui dal mio core"; e datogli un bascio con due lagrimette, eccotelo rizzare a sedere in sul letto con dire: "Non sono io uomo per tòrvi casa e fornivela di tutto punto? Puttana nostra vostra", e fattosi dare i suoi panni, si levò come uno che ha fretta.
E balzato fuori di casa venne in sul vespro con una chiave in mano e con duo facchini carichi di matarazzi e di coperte e di capezzali con duo altri con lettiere e tavole, con non so quanti Giudei dietro con tapezzarie, lenzuola, stagni, secchie e fornimenti da cucina: e pareva proprio uno che sgomberasse, e menata mia madre seco, mise in ordine una casetta là dal fiume molto attillata; e ritornato a me e pagata quella che ci tenne in casa, pose le nostre cose sopra una carretta, e in sul far della notte mi ci menò, e standoci seco, spendea, per un suo pari, bene: ti dico bene.
Ora, non apparendo io più in su la finestra di prima, tosto si seppe dove era: e moresca degli amanti mi fu intorno come le pecchie al suono del bacino, o vero le api intorno ai fiori, e accettato con gli occhi per amico uno che facea il morto di me, per via di una sua ruffiana gli compiacei.
E dandomi ciò che egli avea, cominciai a volgere le spalle al primo benefattore: che, fatto stocchi e tolto in credenza le cose che mi diede, non avendo di che pagare i debiti, fu scomunicato con diavoli e appiccato come si usa in Roma, e io che era della buccia delle puttane, tanto gli scemai amore quanto gli avea scemato robba: ed egli cominciando a trovar la mia porta ghiacciata, rimproverandomi il bene che mi avea fatto, se ne partiva, come quello dalla fantasima a coda ritta.
E asciugata la borsa del secondo, mi attaccai al terzo: insomma io divenni di tutti quelli che venivano con il conquibus (disse il Gonnella); e tolto casa grande con due massare, stava in su le signorie.
E non ti credere che, studiando il puttanesimo, fussi un di questi scolari che vanno "messeri" a Studio e in capo di sette anni ritornano a casa "seri": io imparai in tre mesi, anzi in dui anzi in uno, tutto quello che si può sapere in dar martello, in farsi amici, in far trarre, in piantare, a piangere ridendo e a ridere piangendo, come dirò al suo luogo; e vendi più volte la mia verginità che non vende un di questi pretacci la messa novella attaccando per ogni città polize alle chiese del suo cantarla.
E ti vo' dire una particella dei tradimenti (che in vero così debbeno chiamare) che io ho fatti alla gente, e questo che ti narrerò son trame di me sola: e se tu sei albichista intenderai per discrezione.
ANTONIA.
Io non sono albichista e non voglio essere: io ti credo come alle quattro tempore, e più tre volte, mi farai dire.
NANNA.
Io avea fra gli altri uno al qual era obligata: ma una puttana, che non ha lo animo se non al denaio, non conosce né obligo né disobligo; e avendo lo amore che ha il tarlo, tanto gli è caro uno quanto li porge: vòltati poi in là, a Lucca ti vidi.
Dico che a questo tale facea le maggiori stranezze che io sapea e tanto più gliene feci quanto egli non mi dava più a man piene: pur mi dava.
Io dormiva seco il venere, e sempre entrava seco a gridare cenando.
ANTONIA.
Perché?
NANNA.
Per fargliene fare il mal pro'.
ANTONIA.
Che crudeltà.
NANNA.
A sua posta.
E divoratomi ogni co
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