SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 10
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E la parrucca? Dono e attenzione del cugino, per guardarlo dai raffreddori frequenti, a cui andava soggetto, per la calvizie precoce.
Parrucca di Francia! Gli era costata un occhio, a Saro Trigona.
E la scimmia, Tita? Anch'essa, regalo della cugina: regalo di sorpresa, per rallegrare gli ozii e la solitudine del buon cugino esiliato in campagna.
Come no?
- Somarone, scusate, somarone! - gli gridava don Mattia Scala.
- O perché mi fate ancora aspettare a pigliar possesso? Firmate il contratto, levatevi da questa schiavitú! Col denaro che vi do io, voi senza vizii, voi con cosí pochi bisogni, potreste viver tranquillo, in città, gli anni che vi restano.
Siete pazzo? Se perdete ancora altro tempo per amore di Tita e di Virgilio, vi ridurrete all'elemosina, vi ridurrete!
Perché don Mattia Scala, non volendo che andasse in malora il podere ch'egli considerava già come suo, s'era messo ad anticipare al Lo Cícero parte della somma convenuta.
- Tanto, per la potatura; tanto per gl'innesti; tanto per la concimazione...
Don Filippino, diffalchiamo!
- Diffalchiamo! - sospirava don Filippino.
- Ma lasciami stare qui.
In città, vicino a quei demonii, morirei dopo due giorni.
Tanto a te non do ombra.
Non sei tu qua il padrone, caro Mattia? Puoi far quello che ti pare e piace.
Io non ti dico niente.
Basta che tu mi lasci star tranquillo...
- Sí.
Ma intanto, - gli rispondeva lo Scala - i beneficii se li gode vostro cugino!
- Che te ne importa? - gli faceva osservare il Lo Cícero.
- Questo denaro tu dovresti darmelo tutto in una volta, è vero? Me lo dai invece cosí, a spizzico; e ci perdo io, in fondo, perché, diffalcando oggi, diffalcando domani, mi verrà un giorno a mancare, mentre tu lo avrai speso qua, a beneficar la terra che allora sarà tua.
IV
Il ragionamento di don Filippino era senza dubbio convincente; ma che sicuro aveva intanto lo Scala di quei denari spesi nel fondo di lui? E se don Filippino fosse venuto a mancare d'un colpo, Dio liberi! senza aver tempo e modo di firmar l'atto di vendita, per quel tanto che oramai gli toccava, Saro Trigona, suo unico erede, avrebbe poi riconosciuto quelle spese e il precedente accordo col cugino?
Questo dubbio sorgeva di tanto in tanto nell'animo di don Mattia; ma poi pensava che, a voler forzare don Filippino a cedergli il possesso del fondo, a volerlo mettere alle strette per quei denari anticipati, poteva correre il rischio di sentirsi rispondere: "O infine, chi t'ha costretto ad anticiparmeli? Per me, il fondo poteva restar bene com'era e andar anche in malora: non me ne sono mai curato.
Non puoi mica, ora, cacciarmi di casa mia, se io non voglio".
- Pensava inoltre lo Scala che aveva da fare con un vero galantuomo, incapace di far male, neanche a una mosca.
Quanto al pericolo che morisse d'un colpo, questo pericolo non c'era: senza vizii, e viveva cosí morigeratamente, sempre sano e vegeto, che prometteva anzi di campar cent'anni.
Del resto, il termine del comporto era già fissato: alla morte della scimmia, che poco piú ormai si sarebbe fatta aspettare.
Era tal fortuna, infine, per lui, il potere acquistar quella terra a cosí modico prezzo, che gli conveniva star zitto e fidare; gli conveniva tenervi cosí, anzi, la mano sopra, con quei denari che ci veniva spendendo a mano a mano, quietamente, e come gli pareva e piaceva.
Il vero padrone, lí, era lui; stava piú lí, si può dire, che nel suo podere.
- Fate questo; fate quest'altro.
Comandava; s'abbelliva la campagna, e non pagava tasse.
Che voleva di piú?
Tutto poteva aspettarsi il povero don Mattia, tranne che quella scimmia maledetta, che tanto lo aveva fatto penare, gli dovesse far l'ultima!
Era solito lo Scala di levarsi prima dell'alba, per vigilare ai preparativi del lavoro prestabilito la sera avanti col garzone; non voleva che questi, dovendo, per esempio, attendere alla rimonda, tornasse due o tre volte dalla costa alla cascina o per la scala, o per la pietra d'affilare la ronca o l'accetta, o per l'acqua o per la colazione: doveva andarsene munito e provvisto di tutto punto, per non perder tempo inutilmente.
- Lo ziro, ce l'hai? Il companatico? Tieni, ti do una cipolla.
E svelto, mi raccomando.
Passava quindi, prima che il sole spuntasse, nel podere del Lo Cícero.
Quel giorno, a causa d'una carbonaja a cui si doveva dar fuoco, lo Scala fece tardi.
Erano già passate le dieci.
Intanto, la porta della cascina di don Filippino era ancora chiusa, insolitamente.
Don Mattia picchiò: nessuno gli rispose: picchiò di nuovo, invano; guardò sú ai balconi e alle finestre: chiusi per notte, ancora.
"Che novità?" pensò, avviandosi alla casa colonica lí vicino, per aver notizie dalla moglie del garzone.
Ma anche lí trovò chiuso.
Il podere pareva abbandonato.
Lo Scala allora si portò le mani alla bocca per farsene portavoce e, rivolto verso la campagna, chiamò forte il garzone.
Come questi, poco dopo, dal fondo della piaggia, gli diede la voce, don Mattia gli domandò se don Filippino fosse là con lui.
Il garzone gli rispose che non s'era visto.
Allora, già con un po' d'apprensione, lo Scala tornò a picchiare alla cascina; chiamò piú volte: - Don Filippino! Don Filippino! - e, non avendo risposta, né sapendo che pensarne, si mise a stirarsi con una mano quel suo nasone palpitante.
La sera avanti egli aveva lasciato l'amico in buona salute.
Malato, dunque, non poteva essere, almeno fino al punto di non poter lasciare il letto per un minuto.
Ma forse, ecco, s'era dimenticato di aprir le finestre delle camere poste sul davanti, ed era uscito per la campagna con la scimmia: il portone forse lo aveva chiuso, vedendo che nella casa colonica non c'era alcuno di guardia.
Tranquillatosi con questa riflessione, si mise a cercarlo per la campagna, ma fermandosi di tratto in tratto qua e là, dove con l'occhio esperto e previdente dell'agricoltore scorgeva a volo il bisogno di qualche riparo; di tratto in tratto chiamando:
- Don Filippino, oh don Filippííí...
Si ridusse cosí in fondo alla piaggia, dove il garzone attendeva con tre giornanti a zappare la vigna.
- E don Filippino? Che se n'è fatto? Io non lo trovo.
Ripreso dalla costernazione, di fronte all'incertezza di quegli uomini, a cui pareva strano ch'egli avesse trovata chiusa la villa com'essi la avevano lasciata nell'avviarsi al lavoro, lo Scala propose di ritornar sú tutti insieme a vedere che fosse accaduto.
- Ho bell'e capito! Questa mattina è infilata male!
- Quando mai, lui! - badava a dire il garzone.
- Di solito cosí mattiniero...
- Ma gli starà male la scimmia, vedrete! - disse uno dei giornanti.
- La terrà in braccio, e non vorrà muoversi per non disturbarla.
- Neanche a sentirsi chiamato, come l'ho chiamato io, non so piú quante volte? - osservò don Mattia.
- Va' là! Qualcosa dev'essergli accaduto!
Pervenuti su lo spiazzo innanzi alla cascina, tutti e cinque, ora l'uno ora l'altro, si provarono a chiamarlo, inutilmente; fecero il giro della cascina; dal lato di tramontana, trovarono una finestra con gli scuri aperti; si rincorarono:
- Ah! esclamò il garzone.
- Ha aperto, finalmente! È la finestra della cucina.
- Don Filippino! - gridò lo Scala.
- Mannaggia a voi! Non ci fate disperare!
Attesero un pezzo coi nasi per aria; tornarono a chiamarlo in tutti i modi; alla fine, don Mattia, ormai costernatissimo e infuriato, prese una risoluzione.
- Una scala!
Il garzone corse alla casa colonica e ritornò poco dopo con la scala.
- Monto io! - disse don Mattia, pallido e fremente al solito, scostando tutti.
Pervenuto all'altezza della finestra, si tolse il cappellaccio bianco, vi cacciò il pugno e infranse il vetro, poi aprí la finestra e saltò dentro.
Il focolare, lí, in cucina, era spento.
Non s'udiva nella casa alcun rumore.
Tutto, là dentro, era ancora come se fosse notte: soltanto dalle fessure delle imposte traspariva il giorno.
- Don Filippino! - chiamò ancora una volta lo Scala: ma il suono della sua stessa voce, in quel silenzio strano, gli suscitò un brivido, dai capelli alla schiena.
Attraversò, a tentoni, alcune stanze; giunse alla camera da letto, anch'essa al bujo.
Appena entrato, s'arrestò di botto.
Al tenue barlume che filtrava dalle imposte, gli parve di scernere qualcosa, come un'ombra, che si moveva sul letto, strisciando, e dileguava.
I capelli gli si drizzarono su la fronte; gli mancò la voce per gridare.
Con un salto fu al balcone, lo aprí, si voltò e spalancò gli occhi e la bocca, dal raccapriccio, scotendo le mani per aria.
Senza fiato, senza voce, tutto tremante e ristretto in sé dal terrore, corse alla finestra della cucina.
- Sú...
sú, salite! Ammazzato! Assassinato!
- Assassinato? Come! Che dice? - esclamarono quelli che attendevano ansiosamente, slanciandosi tutti e quattro insieme per montare.
Il garzone volle andare innanzi agli altri, gridando:
- Piano per la scala! A uno a uno!
Sbalordito, allibito, don Mattia si teneva con tutt'e due le mani la testa, ancora con la bocca aperta e gli occhi pieni di quell'orrenda vista.
Don Filippino giaceva sul letto col capo rovesciato indietro, affondato nel guanciale, come per uno stiramento spasmodico, e mostrava la gola squarciata e sanguinante: teneva ancora alzate le mani, quelle manine che non gli parevano nemmeno, orrende ora a vederle, cosí scompostamente irrigidite e livide.
Don Mattia e i quattro contadini lo mirarono un pezzo, atterriti; a un tratto, trabalzarono tutt'e cinque, a un rumore che venne di sotto al letto: si guardarono negli occhi; poi, uno di loro si chinò a guardare.
- La scimmia! - disse con un sospiro di sollievo, e quasi gli venne di ridere.
Gli altri quattro, allora, si chinarono anch'essi a guardare.
Tita, accoccolata sotto il letto, con la testa bassa e le braccia incrociate sul petto, vedendo quei cinque che la esaminavano, giro giro, cosí chinati e stravolti, tese le mani alle tavole del letto e saltò piú volte a balziculi, poi accomodò la bocca ad o, ed emise un suono minaccioso:
- Chhhh...
- Guardate! - gridò allora lo Scala.
- Sangue...
Ha le mani...
il petto insanguinati...
essa lo ha ucciso!
Si ricordò di ciò che gli era parso di scernere, entrando, e raffermò, convinto:
- Essa, sí! l'ho veduta io, con gli occhi miei! Stava sul letto...
E mostrò ai quattro contadini inorriditi le scigrigne su le gote e sul mento del povero morto:
- Guardate!
Ma come mai? La scimmia? Possibile? Quella bestia ch'egli teneva da tanti anni con sé, notte e giorno?
- Fosse arrabbiata? - osservò uno dei giornanti, spaventato.
Tutt'e cinque, a un tempo, con lo stesso pensiero si scostarono dal letto.
- Aspettate! Un bastone...
- disse don Mattia.
E cercò con gli occhi nella camera, se ce ne fosse qualcuno, o se ci fosse almeno qualche oggetto che potesse farne le veci.
Il garzone prese per la spalliera una seggiola e si chinò; ma gli altri, cosí inermi, senza riparo, ebbero paura e gli gridarono:
- Aspetta! Aspetta!
Si munirono di seggiole anche loro.
Il garzone allora spinse la sua piú volte sotto il letto: Tita balzò fuori dall'altra parte, s'arrampicò con meravigliosa agilità su per la trabacca del letto, andò ad accoccolarsi in cima al padiglione, e lassú, pacificamente, come se nulla fosse, si mise a grattarsi il ventre, poi a scherzar con le cocche d'un fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato alla gola.
I cinque uomini stettero a mirare quell'indifferenza bestiale, rimbecilliti.
- Che fare, intanto? - domandò lo Scala, abbassando gli occhi sul cadavere; ma subito alla vista di quella gola squarciata, voltò la faccia.
- Se lo coprissimo con lo stesso lenzuolo?
- Nossignore! - disse subito il garzone.
- Vossignoria dia ascolto a me.
Bisogna lasciarlo cosí come si trova.
Io sono qua, di casa, e non voglio impicci con la giustizia, io.
Anzi mi siete tutti testimoni.
- Che c'entra adesso! - esclamò don Mattia, dando una spallata.
Ma il garzone riprese ponendo avanti le mani:
- Non si sa mai, con la giustizia, padrone mio! Siamo poveretti, nojaltri, e con noi...
so io quel che mi dico...
- Io penso, invece, - gridò don Mattia, esasperato, - penso che lui, là, povero pazzo, è morto come un minchione, per la sua stolidaggine, e che io, intanto, piú pazzo e piú stolido di lui, son bell'e rovinato! Oh, ma - tutti testimoni davvero, voi qua - che in questa campagna io ho speso i miei denari, il sangue mio: lo direte...
Ora andate ad avvertire quel bel galantuomo di Saro Trigona e il pretore e il delegato, che vengano a vedere le prodezze di questa...
Maledetta! - urlò, con uno scatto improvviso, strappandosi dal capo il cappellaccio e lanciandolo contro la scimmia.
Tita lo colse al volo, lo esaminò attentamente, vi stropicciò la faccia, come per soffiarsi il naso, poi se lo cacciò sotto e vi si pose a sedere.
I quattro contadini scoppiarono a ridere, senza volerlo.
V
Niente: né un rigo di testamento, né un appunto pur che fosse in qualche registro o in qualche pezzetto di carta volante.
E non bastava il danno: toccavano per giunta a don Mattia Scala le beffe degli amici.
Eh già, perché infatti, Nocio Butera, per esempio, avrebbe facilmente immaginato, che don Filippino Lo Cícero sarebbe morto a quel modo, ucciso dalla scimmia.
- Tu, Tino Làbiso, che ne dici, eh? Può essere, è vero? Che bestia! che bestia! che bestia!
E don Mattia si calcava fin sopra gli occhi con le mani afferrate alla tesa il cappellaccio bianco, e pestava i piedi dalla rabbia.
Saro Trigona, finché il cugino non fu sotterrato, dopo gli accertamenti del medico e del pretore, non gli volle dare ascolto, protestando che la disgrazia non gli consentiva di parlar d'affari.
- Sí! Come se la scimmia non gliel'avesse regalata lui, apposta! - si sfogava a dire lo Scala, di nascosto.
Avrebbe dovuto farle coniare una medaglia d'oro, a quella scimmia, e invece - ingrato, - l'aveva fatta fucilare: proprio cosí, fu-ci-la-re, il giorno dopo, non ostante che il giovane medico, venuto in campagna insieme col pretore, avesse trovato una graziosa spiegazione del delitto incosciente della bestia.
Tita, malata di tisi, si sentiva forse mancare il respiro, anche a causa, probabilmente, di quel fazzoletto che il povero don Filippino le aveva legato al collo, forse un po' troppo stretto, o perché se lo fosse stretto lei stessa tentando di slegarselo.
Ebbene: forse era saltata sul letto per indicare al padrone dove si sentiva mancare il respiro, lí, al collo, e gliel'aveva preso con le mani; poi, nell'oppressura, non riuscendo a tirare il fiato, esasperata, forse s'era messa a scavare con le unghie, lí, nella gola del padrone.
Ecco fatto! Bestia era, infine.
Che capiva?
E il pretore, serio serio, accigliato, col testone calvo, rosso, sudato, aveva fatto ripetuti segni d'approvazione alla rara perspicacia del giovine medico - tanto carino!
Basta.
Sotterrato il cugino, fucilata la scimmia, Saro Trigona si mise a disposizione di don Mattia Scala.
- Caro don Mattia, discorriamo.
C'era poco da discorrere.
Lo Scala, con quel suo fare a scatti, gli espose brevemente il suo accordo col Lo Cícero, e come, aspettando di giorno in giorno che quella maledetta bestiaccia morisse per pigliar possesso, avesse speso nel podere, in piú stagioni, col consenso del Lo Cícero stesso, beninteso, parecchie migliaja di lire, che dovevano per conseguenza detrarsi dalla somma convenuta.
Chiaro, eh?
- Chiarissimo! - rispose il Trigona, che aveva ascoltato con molta attenzione il racconto dello Scala, approvando col capo, serio serio, come il pretore.
- Chiarissimo! E io, dal canto mio, caro don Mattia, sono disposto a rispettare l'accordo.
Fo il sensale; e, voi lo sapete: tempacci! Per collocare una partita di zolfo ci vuol la mano di Dio: la senseria se ne va in francobolli e in telegrammi.
Questo, per dirvi che io, con la mia professione, non potrei attendere alla campagna, di cui non so proprio che farmi.
Ho poi, come sapete, caro don Mattia, nove figliuoli maschi, che debbono andare a scuola: bestie, uno piú dell'altro: ma vanno a scuola.
Debbo, dunque, per forza stare in città.
Veniamo a noi.
C'è un guajo, c'è.
Eh, caro don Mattia, pur troppo! Guajo grosso.
Nove figliuoli, dicevamo, e voi non sapete, non potete farvi un'idea di quanto mi costino: di scarpe soltanto...
ma già, è inutile che stia a farvi il conto! Impazzireste.
Per dirvi, caro don Mattia...
- Non me lo dite piú, per carità, caro don Mattia, - proruppe lo Scala, irritato di quell'interminabile discorso che non veniva a capo di nulla.
- Caro don Mattia...
caro don Mattia...
basta! concludiamo! Ho già perso troppo tempo con la scimmia e con don Filippino!
- Ecco, - riprese il Trigona, senza scomporsi.
- Volevo dirvi che ho avuto sempre bisogno di ricorrere a certi messeri, che Dio ne scampi e liberi, per...
mi spiego? e, si capisce, mi hanno messo i piedi sul collo.
Voi sapete chi porta la bandiera, nel nostro paese, in questa specie d'operazioni...
- Dima Chiarenza? - esclamò subito lo Scala scattando in piedi, pallidissimo.
Scaraventò il cappello per terra, si passò furiosamente una mano sui capelli; poi, rimanendo con la mano dietro la nuca, sbarrando gli occhi e appuntando l'indice dell'altra mano, come un'arma, verso il Trigona:
- Voi? - aggiunse.
- Voi, da quel boja? da quell'assassino, che mi ha mangiato vivo? Quanto avete preso?
- Aspettate, vi dirò, - rispose il Trigona, con calma dolente, ponendo innanzi una mano.
- Non io! perché quel boja, come voi dite benissimo, della mia firma non ha mai voluto saperne...
- E allora...
don Filippino? - domandò lo Scala coprendosi il volto con le mani, come per non veder le parole che gli uscivano di bocca.
- L'avallo...
- sospirò il Trigona, tentennando il capo amaramente.
Don Mattia si mise a girar per la stanza, esclamando, con le mani per aria:
- Rovinato! Rovinato! Rovinato!
- Aspettate, - ripeté il Trigona.
- Non vi disperate.
Vediamo di rimediarla.
Quanto intendevate di dare voi, a Filippino, per la terra?
- Io? - gridò lo Scala, fermandosi di botto, con le mani sul petto.
- Diciotto mila lire, io: contanti! Son circa sei ettari di terra: tre salme giuste, con la nostra misura: sei mila lire a salma, contanti! Dio sa quel che ho penato per metterle insieme: e ora, ora mi vedo sfuggir l'affare, la terra sotto i piedi, la terra che già consideravo mia!
Mentre don Mattia si sfogava cosí, Saro Trigona si toccava le dita, accigliato, per farsi i conti:
- Diciotto mila...
oh, dunque, si dice...
- Piano, - lo interruppe lo Scala.
- Diciotto mila, se la buon'anima m'avesse lasciato subito il possesso del fondo.
Ma piú di sei mila già ce l'ho spese.
E questo è conto che si può far subito, sul luogo.
Ho i testimoni: quest'anno stesso, ho piantato due migliaja di vitigni americani, spaventosi! e poi...
Saro Trigona si levò in piedi per troncare quella discussione, dichiarando:
- Ma dodici mila non bastano, caro don Mattia.
Gliene debbo piú di venti mila a quel boja, figuratevi!
- Venti mila lire? - esclamò lo Scala, trasecolando.
- E che avete mangiato, denari, voi e i vostri figliuoli?
Il Trigona trasse un lunghissimo sospiro e, battendo una mano sul braccio dello Scala, disse:
- E le mie disgrazie, don Mattia? Non è ancora un mese, che mi è toccato a pagar nove mila lire a un negoziante di Licata, per differenza di prezzo su una partita di zolfo.
Lasciatemi stare! Furono le ultime cambiali che mi avallò il povero Filippino, Dio l'abbia in gloria!
Dopo altre inutili rimostranze, convennero di recarsi quel giorno stesso, con le dodici mila lire in mano, dal Chiarenza, per tentare un accordo.
VI
La casa di Dima Chiarenza sorgeva su la piazza principale del paese.
Era una casa antica, a due piani, annerita dal tempo, innanzi alla quale solevano fermarsi con le loro macchinette fotografiche i forestieri, inglesi e tedeschi che si recavano a veder le zolfare, destando una certa meraviglia mista di dileggio o di commiserazione negli abitanti del paese, per i quali quella casa non era altro che una cupa decrepita stamberga, che guastava l'armonia della piazza, col palazzo comunale di fronte, stuccato e lucido, che pareva di marmo, e maestoso anche, con quel loggiato a otto colonne; la Matrice di qua, il Palazzo della Banca Commerciale di là, che aveva a pianterreno uno splendido Caffè da una parte, dall'altra il Circolo di Compagnia.
Il Municipio, secondo i soci di questo Circolo, avrebbe dovuto provvedere a quello sconcio, obbligando il Chiarenza a dare almeno un intonaco decente alla sua casa.
Avrebbe fatto bene anche a lui, dicevano: gli si sarebbe forse schiarita un po' la faccia che, da quando era entrato in quella casa, gli era diventata dello stesso colore.
- Però - soggiungevano - volendo esser giusti, gliel'aveva recata in dote la moglie, quella casa, ed egli, proferendo il sí sacramentale, s'era forse obbligato a rispettare la doppia antichità.
Don Mattia Scala e Saro Trigona trovarono nella vasta anticamera quasi buja una ventina di contadini, vestiti tutti, su per giú, allo stesso modo, con un greve abito di panno turchino scuro; scarponi di cuojo grezzo imbullettati, ai piedi; in capo, una berretta nera a calza con la nappina in punta: alcuni portavano gli orecchini; tutti, essendo domenica, rasi di fresco.
- Annunziami, - disse il Trigona al servo che se ne stava seduto presso la porta, innanzi a un tavolinetto, il cui piano era tutto segnato di cifre e di nomi.
- Abbiano pazienza un momento, - rispose il servo, che guardava stupito lo Scala, conoscendo l'antica inimicizia di lui per il suo padrone.
- C'è dentro don Tino Làbiso.
- Anche lui? Disgraziato! - borbottò don Mattia, guardando i contadini in attesa, stupiti come il servo della presenza di lui in quella casa.
Poco dopo, dall'espressione dei loro volti lo Scala poté facilmente argomentare chi fra essi veniva a saldare il suo debito, chi recava soltanto una parte della somma tolta in prestito e aveva già negli occhi la preghiera che avrebbe rivolta all'usurajo perché avesse pazienza per il resto fino al mese venturo; chi non portava nulla e pareva schiacciato sotto la minaccia della fame, perché il Chiarenza lo avrebbe senza misericordia spogliato di tutto e buttato in mezzo a una strada.
A un tratto, l'uscio del banco s'aprí, e Tino Làbiso, col volto infocato, quasi paonazzo, con gli occhi lustri, come se avesse pianto, scappò via senza veder nessuno, tenendo in mano il suo pezzolone a dadi rossi e neri: l'emblema della sua sfortunata prudenza.
Lo Scala e il Trigona entrarono nella sala del banco.
Era anch'essa quasi buja, con una sola finestra ferrata, che dava su un angusto vicoletto.
Di pieno giorno, il Chiarenza doveva tenere su la scrivania il lume acceso, riparato da un mantino verde.
Seduto su un vecchio seggiolone di cuojo innanzi alla scrivania, il cui palchetto a casellario era pieno zeppo di carte, il Chiarenza teneva su le spalle uno scialletto, in capo una papalina, e un pajo di mezzi guanti di lana alle mani orribilmente deformate dall'artritide.
Quantunque non avesse ancora quarant'anni, ne mostrava piú di cinquanta, la faccia gialla, itterica, i capelli grigi, fitti, aridi che gli si allungavano come a un malato su le tempie.
Aveva, in quel momento, gli occhiali a staffa rialzati su la fronte stretta, rugosa, e guardava innanzi a sé con gli occhi torbidi, quasi spenti sotto le grosse palpebre gravi.
Evidentemente, si sforzava di dominare l'interna agitazione e di apparir calmo di fronte allo Scala.
La coscienza della propria infamità, non gl'ispirava ora che odio, odio cupo e duro, contro tutti e segnatamente contro il suo antico benefattore, sua prima vittima.
Non sapeva ancora che cosa lo Scala volesse da lui; ma era risoluto a non concedergli nulla, per non apparire pentito d'una colpa ch'egli aveva sempre sdegnosamente negata, rappresentando lo Scala come un pazzo.
Questi, che da anni e anni non lo aveva piú riveduto, neanche da lontano, rimase dapprima stupito, a mirarlo.
Non lo avrebbe riconosciuto, ridotto in quello stato, se lo avesse incontrato per via.
"Il castigo di Dio" pensò; e aggrottò le ciglia, comprendendo subito che, cosí ridotto, quell'uomo doveva credere d'aver già scontato il delitto e di non dovergli piú, perciò, nessuna riparazione.
Dima Chiarenza, con gli occhi bassi, si pose una mano dietro le reni per tirarsi sú, pian piano, dal seggiolone di cuojo, col volto atteggiato di spasimo; ma Saro Trigona lo costrinse a rimaner seduto e, subito, col suo solito opprimente garbuglio di frasi, cominciò a esporre lo scopo della visita: egli, vendendo la campagna ereditata dal cugino al caro don Mattia lí presente, avrebbe pagato, subito, dodici mila lire, a scomputo del suo debito, al carissimo don Dima, il quale, dal canto suo, doveva obbligarsi di non muovere nessuna azione giudiziaria contro l'eredità Lo Cícero, aspettando...
- Piano, piano, figliuolo, - lo interruppe a questo punto il Chiarenza, riponendosi gli occhiali sul naso.
- Già l'ho mossa oggi stesso, protestando le cambiali a firma di vostro cugino, scadute da un pezzo.
Le mani avanti!
- E il mio denaro? - scattò allora lo Scala.
- Il fondo del Lo Cícero non valeva piú di diciotto mila lire; ma ora io ce ne ho spese piú di sei mila; dunque, facendolo stimare onestamente, tu non potresti averlo per meno di ventiquattro mila.
- Bene - rispose, calmissimo, il Chiarenza.
- Siccome il Trigona me ne deve venticinque mila, vuol dire che io, prendendomi il podere, vengo a perdercene mille, oltre gl'interessi.
- Dunque...
venticinque? - esclamò allora don Mattia, rivolto al Trigona, con gli occhi sbarrati.
Questi si agitò su la seggiola, come su un arnese di tortura, balbettando:
- Ma...
co...
come?
- Ecco, figlio mio: ve lo faccio vedere, - rispose senza scomporsi il Chiarenza, ponendosi di nuovo la mano dietro le reni e tirandosi su con pena.
- Ci sono i registri.
Parlano chiaro.
- Lascia stare i registri! - gridò lo Scala, facendosi avanti.
- Qua ora si tratta de' miei denari: quelli spesi da me nel podere...
- E che ne so io? - fece il Chiarenza, stringendosi nelle spalle e chiudendo gli occhi.
- Chi ve li ha fatti spendere?
Don Mattia Scala ripeté, su le furie, al Chiarenza il suo accordo col Lo Cícero.
- Male, - soggiunse, richiudendo gli occhi, il Chiarenza, per la pena che gli costava la calma che voleva dimostrare; ma quasi non tirava piú fiato.
- Male.
Vedo che voi, al solito, non sapete trattare gli affari.
- E me lo rinfacci tu? - gridò lo Scala, - tu!
- Non rinfaccio nulla; ma, santo Dio, avreste dovuto almeno sapere, prima di spendere codesti denari che voi dite, che il Lo Cícero non poteva piú vendere a nessuno il podere, perché aveva firmato a me tante cambiali per un valore che sorpassava quello del podere stesso.
- E cosí, - riprese lo Scala - tu ti approfitterai anche del mio denaro?
- Non mi approfitto di nulla, io, - rispose, pronto, il Chiarenza.
- Mi pare di avervi dimostrato che, anche secondo la stima che voi fate della terra, io vengo a perderci piú di mille lire.
Saro Trigona cercò d'interporsi, facendo balenare al Chiarenza le dodici mila lire contanti che don Mattia aveva nel portafogli.
- Il denaro è denaro!
- E vola! - aggiunse subito il Chiarenza.
- Il meglio impiego del denaro oggi è su terre, sappiatelo, caro mio.
Le cambiali, armi da guerra, a doppio taglio: la rendita sale e scende; la terra, invece, è là, che non si muove.
Don Mattia ne convenne e, cangiando tono e maniera, parlò al Chiarenza del suo lungo amore per quella campagna contigua, soggiungendo che non avrebbe saputo acconciarsi mai a vedersela tolta, dopo tanti stenti durati per essa.
Si contentasse, dunque, il Chiarenza, per il momento, del denaro ch'egli aveva con sé; avrebbe avuto il resto, fino all'ultimo centesimo, da lui, non piú dal Trigona, tenendo anche ferma la stima di ventiquattro mila lire, come se quelle sei mila lui non ce le avesse spese, e anche fino al saldo delle venticinque mila, se voleva, cioè dell'intero debito del Trigona.
- Che posso dirti di piú?
Dima Chiarenza ascoltò, con gli occhi chiusi, impassibile, il discorso appassionato dello Scala.
Poi gli disse, assumendo anche lui un altro tono, piú funebre e piú grave:
- Sentite, don Mattia.
Vedo che vi sta molto a cuore quella terra, e volentieri ve la lascerei, per farvi piacere, se non mi trovassi in queste condizioni di salute.
Vedete come sto? I medici mi hanno consigliato riposo e aria di campagna...
- Ah! - esclamò lo Scala fremente.
- Te ne verresti là, dunque, accanto a me?
- Per altro, - riprese il Chiarenza - voi ora non mi dareste neanche la metà di quanto io debbo avere.
Chi sa dunque fino a quando dovrei aspettare per esser pagato; mentre ora, con un lieve sacrificio, prendendomi quella terra, posso riavere subito il mio e provvedere alla mia salute.
Voglio lasciar tutto in regola, io, ai miei eredi.
- Non dir cosí! - proruppe lo Scala, indignato e furente.
- Tu pensi agli eredi? Non hai figli, tu! Pensi ai nipoti? Giusto ora? Non ci hai mai pensato.
Di' franco: Voglio nuocerti, come t'ho sempre nociuto! Ah non t'è bastato d'avermi distrutta la casa, d'avermi quasi uccisa la moglie e messo in fuga per disperazione l'unico figlio, non t'è bastato d'avermi ridotto là, misero, in ricompensa del bene ricevuto; anche la terra ora vuoi levarmi, la terra dove io ho buttato il sangue mio? Ma perché, perché cosí feroce contro di me? Che t'ho fatto io? Non ho nemmeno fiatato dopo il tuo tradimento da Giuda: avevo da pensare alla moglie che mi moriva per causa tua, al figlio scomparso per causa tua: prove, prove materiali del furto non ne avevo, per mandarti in galera; e dunque, zitto; me ne sono andato là, in quei tre palmi di terra; mentre qua tutto il paese, a una voce, t'accusava, ti gridava: Ladro! Giuda! Non io, non io! Ma Dio c'è, sai? e t'ha punito: guarda le tue mani ladre come sono ridotte...
Te le nascondi? Sei morto! sei morto! e ti ostini ancora a farmi del male? Oh ma, sai? questa volta, no: tu non ci arrivi! Io t'ho detto i sacrificii che sarei disposto a fare per quella terra.
Alle corte, dunque, rispondi: - Vuoi lasciarmela?
- No! - gridò, pronto, rabbiosamente, il Chiarenza, torvo, stravolto.
- E allora, né io né tu!
E lo Scala s'avviò per uscire.
- Che farete? - domandò il Chiarenza, rimanendo seduto e aprendo le labbra a un ghigno squallido.
Lo Scala si voltò, alzò la mano a un violento gesto di minaccia e rispose, guardandolo fieramente negli occhi:
- Ti brucio!
VII
Uscito dalla casa del Chiarenza e sbarazzatosi con una furiosa scrollata di spalle del Trigona che voleva dimostrargli, tutto dolente, la sua buona intenzione, don Mattia Scala si recò prima in casa d'un suo amico avvocato per esporgli il caso di cui era vittima e domandargli se, potendo agire giudiziariamente per il riconoscimento del suo credito, sarebbe riuscito a impedire al Chiarenza di pigliar possesso del podere.
L'avvocato non comprese nulla in principio, sopraffatto dalla concitazione con cui lo Scala aveva parlato.
Si provò a calmarlo, ma invano.
- Insomma, prove, documenti, ne avete?
- Non ho un corno!
- E allora andate a farvi benedire! Che volete da me?
- Aspettate, - gli disse don Mattia, prima d'andarsene.
- Sapreste, per caso, indicarmi dove sta di casa l'ingegnere Scelzi, della Società delle Zolfare di Comitini?
L'avvocato gl'indicò la via e il numero della casa, e don Mattia Scala, ormai deciso, vi andò difilato.
Lo Scelzi era uno di quegli ingegneri che, passando ogni mattina per la via mulattiera innanzi al cancello della villa per recarsi alle zolfare della vallata, lo avevano con maggior insistenza sollecitato per la cessione del sottosuolo.
Quante volte lo Scala, per chiasso, non lo aveva minacciato di chiamare i cani per farlo scappare!
Quantunque di domenica lo Scelzi non ricevesse per affari, si affrettò a lasciar passare nello studio l'insolito visitatore.
- Voi, don Mattia? Qual buon vento?
Lo Scala con le enormi sopracciglia aggrottate si piantò di fronte al giovine ingegnere sorridente, lo guardò negli occhi, e rispose:
- Sono pronto.
- Ah! benissimo! Cedete?
- Non cedo.
Voglio contrattare.
Sentiamo i patti.
- E non li sapete? - esclamò lo Scelzi.
- Ve li ho ripetuti tante volte...
- Avete bisogno di far altri rilievi lassú? - domandò don Mattia, cupo, impetuoso.
- Eh no! Guardate...
- rispose l'ingegnere indicando la grande carta geologica appesa alla parete, ov'era tracciato per cura del R.
Corpo delle Miniere tutto il campo minerale della regione.
Fissò col dito un punto nella carta e aggiunse: - È qui: non c'è bisogno d'altro...
- E allora possiamo contrattare subito?
- Subito?...
Domani.
Domattina stesso io ne parlerò al Consiglio d'Amministrazione.
Intanto, se volete, qua, ora, possiamo stendere insieme la proposta, che sarà senza dubbio accettata, se voi non ponete avanti altri patti.
- Ho bisogno di legarmi subito! - scattò lo Scala.
- Tutto, tutto distrutto, è vero?...
sarà tutto distrutto lassú?
Lo Scelzi lo guardò meravigliato: conosceva da un pezzo l'indole strana, impulsiva, dello Scala; ma non ricordava d'averlo mai veduto cosí.
- Ma i danni del fumo, - disse saranno previsti nel contratto e compensati...
- Lo so! Non me n'importa! - soggiunse lo Scala.
- Le campagne, dico, le campagne, tutte distrutte...
è vero?
- Eh...
- fece lo Scelzi, stringendosi nelle spalle.
- Questo, questo cerco! questo voglio! - esclamò allora don Mattia, battendo un pugno sulla scrivania.
- Qua, ingegnere: scrivete, scrivete! Né io né lui! Lo brucio...
Scrivete.
Non vi curate di quello che dico.
Lo Scelzi sedette innanzi alla scrivania e si mise a scrivere la proposta, esponendo prima, man mano, i patti vantaggiosi, tante volte già respinti sdegnosamente dallo Scala, che ora, invece, cupo, accigliato, annuiva col capo, a ognuno.
Stesa finalmente la proposta, l'ingegnere Scelzi non seppe resistere al desiderio di conoscere il perché di quella risoluzione improvvisa, inattesa.
- Mal'annata?
- Ma che mal'annata! Quella che verrà, - gli rispose lo Scala - quando avrete aperto la zolfara!
Sospettò allora lo Scelzi che don Mattia Scala avesse ricevuto tristi notizie del figliuolo scomparso: sapeva che, alcuni mesi addietro, egli aveva rivolto una supplica a Roma perché, per mezzo degli agenti consolari, fossero fatte ricerche dovunque.
Ma non volle toccar quel tasto doloroso.
Lo Scala, prima d'andarsene, raccomandò di nuovo allo Scelzi di sbrigar la faccenda con la massima sollecitudine.
- A tamburo battente, e legatemi bene!
Ma dovettero passar due giorni per la deliberazione del Consiglio della Società delle zolfare, per la scrittura dell'atto presso il notajo, per la registrazione dell'atto stesso: due giorni tremendi per don Mattia Scala.
Non mangiò, non dormí, fu come in un continuo delirio, andando di qua e di là dietro allo Scelzi, a cui ripeteva di continuo:
- Legatemi bene! Legatemi bene!
- Non dubiti, - gli rispondeva sorridendo l'ingegnere.
- Adesso non ci scappa piú!
Firmato alla fine e registrato il contratto di cessione, don Mattia Scala uscí come un pazzo dallo studio notarile; corse al fondaco, all'uscita del paese, dove, nel venire, tre giorni addietro, aveva lasciato la giumenta; cavalcò e via.
Il sole era al tramonto.
Per lo stradone polveroso don Mattia s'imbatté in una lunga fila di carri carichi di zolfo, i quali dalle lontane zolfare della vallata, di là dalla collina che ancora non si scorgeva, si recavano, lenti e pesanti, alla stazione ferroviaria sotto il paese.
Dall'alto della giumenta, lo Scala lanciò uno sguardo d'odio a tutto quello zolfo che cigolava e scricchiolava continuamente agli urti, ai sobbalzi dei carri senza molle.
Lo stradone era fiancheggiato da due interminabili siepi di fichidindia, le cui pale, per il continuo transito di quei carri, eran tutte impolverate di zolfo.
Alla loro vista, la nausea di don Mattia si accrebbe.
Non si vedeva che zolfo, da per tutto, in quel paese! Lo zolfo era anche nell'aria che si respirava, e tagliava il respiro, e bruciava gli occhi.
Finalmente, a una svolta dello stradone, apparve la collina tutta verde.
Il sole la investiva con gli ultimi raggi.
Lo Scala vi fissò gli occhi e strinse nel pugno le briglie fino a farsi male.
Gli parve che il sole salutasse per l'ultima volta il verde della collina.
Forse egli, dall'alto di quello stradone, non avrebbe mai piú riveduto la collina, come ora la vedeva.
Fra vent'anni, quelli che sarebbero venuti dopo di lui, da quel punto dello stradone, avrebbero veduto là un colle calvo, arsiccio, livido, sforacchiato dalle zolfare.
"E dove sarò io, allora?" pensò, provando un senso di vuoto, che subito lo richiamò al pensiero del figlio lontano, sperduto, randagio per il mondo, se pure era ancor vivo.
Un impeto di commozione lo vinse, e gli occhi gli s'empirono di lagrime.
Per lui, per lui egli aveva trovato la forza di rialzarsi dalla miseria in cui lo aveva gettato il Chiarenza, quel ladro infame che ora gli toglieva la campagna.
- No, no! - ruggí, tra i denti, al pensiero del Chiarenza.
- Né io né lui!
E spronò la giumenta, come per volare là a distruggere d'un colpo la campagna che non poteva piú esser sua.
Era già sera, quando pervenne ai piedi della collina.
Dové girarla per un tratto, prima d'imboccar la via mulattiera.
Ma era sorta la luna, e pareva che a mano a mano raggiornasse.
I grilli, tutt'intorno, salutavano freneticamente quell'alba lunare.
Attraversando le campagne, lo Scala si sentí pungere da un acuto rimorso, pensando ai proprietarii di quelle terre, tutti suoi amici, i quali in quel momento non sospettavano certo il tradimento ch'egli aveva fatto loro.
Ah, tutte quelle campagne sarebbero scomparse tra breve: neppure un filo d'erba sarebbe piú cresciuto lassú; e lui, lui sarebbe stato il devastatore della verde collina! Si riportò col pensiero al balcone della sua prossima cascina, rivide il limite della sua angusta terra, pensò che gli occhi suoi ora avrebbero dovuto arrestarsi là, senza piú scavalcare quel muro di cinta e spaziar lo sguardo nella terra accanto: e si sentí come in prigione, quasi piú senz'aria, senza piú libertà in quel campicello suo, col suo nemico che sarebbe venuto ad abitare là.
No! No!
- Distruzione! distruzione! Né io né lui! Brucino!
E guardò attorno gli alberi, con la gola stretta d'angoscia: quegli olivi centenarii, dal grigio poderoso tronco stravolto, immobili, come assorti in un sogno misterioso nel chiarore lunare.
Immaginò come tutte quelle foglie, ora vive, si sarebbero aggricciate ai primi fiati agri della zolfara, aperta lí come una bocca d'inferno; poi sarebbero cadute; poi gli alberi nudi si sarebbero anneriti, poi sarebbero morti, attossicati dal fumo dei forni.
L'accetta, lí, allora.
Legna da ardere, tutti quegli alberi...
Una brezza lieve si levò, salendo la luna.
E allora le foglie di tutti quegli alberi, come se avessero sentito la loro condanna di morte, si scossero quasi in un brivido lungo, che si ripercosse su la schiena di don Mattia Scala, curvo su la giumenta bianca.
IL TABERNACOLO
I
Coricatosi accanto alla moglie, che già dormiva, voltata verso il lettuccio, su cui giacevano insieme i due figliuoli, Spatolino disse prima le consuete orazioni, s'intrecciò poi le mani dietro la nuca; strizzò gli occhi, e - senza badare a quello che faceva - si mise a fischiettare, com'era solito ogni qual volta un dubbio o un pensiero lo rodevano dentro.
- Fififí...
fififí...
fififí...
Non era propriamente un fischio, ma uno zufolío sordo, piuttosto; a fior di labbra, sempre con la medesima cadenza.
A un certo punto, la moglie si destò:
- Ah! ci siamo? Che t'è accaduto?
- Niente.
Dormi.
Buona notte.
Si tirò giú, voltò le spalle alla moglie e si raggricchiò anche lui da fianco, per dormire.
Ma che dormire!
- Fififí...
fififí...
fififí...
La moglie allora gli allungò un braccio sulla schiena, a pugno chiuso.
- Ohé, la smetti? Bada che mi svegli i piccini!
- Hai ragione.
Sta' zitta! M'addormento.
Si sforzò davvero di scacciare dalla mente quel pensiero tormentoso che diventava cosí, dentro di lui, come sempre, un grillo canterino.
Ma, quando già credeva d'averlo scacciato:
- Fififí...
fififí...
fififí...
Questa volta non aspettò neppure che la moglie gli allungasse un altro pugno piú forte del primo; saltò dal letto, esasperato.
- Che fai? dove vai? - gli domandò quella.
E lui:
- Mi rivesto, mannaggia! Non posso dormire.
Mi metterò a sedere qua davanti la porta, su la strada.
Aria! Aria!
- Insomma, - riprese la moglie - si può sapere che diavolo t'è accaduto?
- Che? Quella canaglia, - proruppe allora Spatolino, sforzandosi di parlar basso, - quel farabutto, quel nemico di Dio...
- Chi? chi?
- Ciancarella.
- Il notajo?
- Lui.
M'ha fatto dire che mi vuole domani alla villa.
- Ebbene?
- Ma che può volere da me un uomo come quello, me lo dici? Porco, salvo il santo battesimo! porco, e dico poco! Aria! aria!
Afferrò, cosí dicendo, una seggiola, riaprí la porta, la riaccostò dietro di sé e si pose a sedere sul vicoletto addormentato, con le spalle appoggiate al muro del suo casalino.
Un lampione a petrolio, lí presso, sonnecchiava languido, verberando del suo lume giallastro l'acqua putrida d'una pozza, seppure era acqua, giú tra l'acciottolato, qua gobbo là avvallato, tutto sconnesso e logoro.
Dall'interno delle casupole in ombra veniva un tanfo grasso di stalla e, a quando a quando, nel silenzio, lo scalpitare di qualche bestia tormentata dalle mosche.
Un gatto, che strisciava lungo il muro, s'arrestò, obliquo, guardingo.
Spatolino si mise a guardare in alto, nella striscia di cielo, le stelle che vi fervevano; e, guardando, si recava alla bocca i peli dell'arida barbetta rossiccia.
Piccolo di statura, quantunque fin da ragazzo avesse impastato terra e calcina, aveva un che di signorile nell'aspetto.
A un tratto, gli occhi chiari rivolti al cielo gli si riempirono di lagrime.
Si scosse su la seggiola e, asciugandosi il pianto col dorso della mano, mormorò nel silenzio della notte:
- Ajutatemi voi, Cristo mio!
II
Dacché nel paese la consorteria clericale era stata battuta e il partito nuovo, degli scomunicati, aveva invaso i seggi del Comune, Spatolino si sentiva come in mezzo a un campo nemico.
Tutti i suoi compagni di lavoro, come tante pecore, s'erano messi dietro ai nuovi caporioni; e stretti ora in corporazione, spadroneggiavano.
Con pochi altri operai rimasti fedeli alla santa Chiesa, Spatolino aveva fondato una Società Cattolica di Mutuo Soccorso tra gl'Indegni Figli della Madonna Addolorata.
Ma la lotta era impari; e le beffe dei nemici (e anche degli amici) e la rabbia dell'impotenza avevano fatto perdere a Spatolino il lume degli occhi.
S'era intestato, come presidente di quella Società Cattolica, a promuovere processioni e luminarie e girandole, nella ricorrenza delle feste religiose, osservate prima e favorite dall'antico Consiglio Comunale, e tra i fischi, gli urli e le risate del partito avversario ci aveva rimesso le spese, per S.
Michele Arcangelo, per S.
Francesco di Paola, per il Venerdí Santo, per il Corpus Domini e insomma per tutte le feste principali del calendario ecclesiastico.
Cosí il capitaluccio, che gli aveva finora permesso d'assumer qualche lavoro in appalto, s'era talmente assottigliato, ch'egli prevedeva non lontano il giorno che da capomastro muratore si sarebbe ridotto a misero giornante.
La moglie, già da un pezzo, non aveva piú per lui né rispetto né considerazione: s'era messa a provvedere da sé ai suoi bisogni e a quelli dei figliuoli, lavando, cucendo per conto d'altri, facendo ogni sorta di servizii.
Come se lui stesse in ozio per piacere! Ma se la corporazione di quei figli di cane assumeva tutti i lavori! Che pretendeva la moglie? ch'egli rinunziasse alla fede, rinnegasse Dio, e andasse a iscriversi al partito di quelli? Ma si sarebbe fatto tagliar le mani piuttosto!
L'ozio intanto lo divorava, gli faceva di giorno in giorno crescere l'orgasmo e il puntiglio, e lo inveleniva contro tutti.
Ciancarella, il notajo, non aveva mai parteggiato per nessuno; ma era pur notoriamente nemico di Dio; ne faceva professione, dacché non esercitava piú quell'altra del notajo.
Una volta, aveva osato finanche d'aizzare i cani contro un santo sacerdote, don Lagàipa, che s'era recato da lui per intercedere in favore d'alcuni parenti poveri, che morivano addirittura di fame, mentr'egli, nella splendida villa che s'era fatta costruire all'uscita del paese, viveva da principe, con la ricchezza accumulata chi sa come e accresciuta da tant'anni d'usura.
Tutta la notte Spatolino (per fortuna era d'estate), un po' seduto, un po' passeggiando per il vicoletto deserto, meditò (fififí...
fififí...
fififí...) su quell'invito misterioso del Ciancarella.
Poi, sapendo che questi era solito lasciare il letto per tempo, e sentendo che la moglie già s'era levata, con l'alba, e sfaccendava per casa, pensò d'avviarsi, lasciando lí fuori la seggiola ch'era vecchia, e nessuno se la sarebbe presa.
III
La villa del Ciancarella era tutta murata come una fortezza, e aveva il cancello su lo stradone provinciale.
Il vecchio, che pareva un rospaccio calzato e vestito, oppresso da una cisti enorme su la nuca, che lo obbligava a tener sempre giú e piegato da un lato il testone raso, vi abitava solo, con un servitore; ma aveva molta gente di campagna ai suoi ordini, armata, e due mastini che incutevano paura, solo a vederli.
Spatolino sonò la campana.
Subito quelle due bestiacce s'avventarono furibonde alle sbarre del cancello, e non si quietarono neppure quando il servitore accorse a rincorare Spatolino che non voleva entrare.
Bisognò che il padrone, il quale prendeva il caffè nel chioschetto d'edera, a un lato della villa, in mezzo al giardino, li chiamasse col fischio.
- Ah, Spatolino! Bravo, - disse il Ciancarella.
- Siedi lí.
E gl'indicò uno degli sgabelli di ferro disposti, giro giro, nel chioschetto.
Ma Spatolino rimase in piedi, col cappelluccio roccioso e ingessato tra le mani.
- Tu sei un indegno figlio, è vero?
- Sissignore, e me ne vanto: della Madonna Addolorata.
Che comandi ha da darmi?
- Ecco, - disse Ciancarella; ma, invece di seguitare, si recò la tazza alle labbra e trasse tre sorsi di caffè.
- Un tabernacolo - (e un altro sorso).
- Come dice?
- Vorrei costruito da te un tabernacolo - (ancora un sorso).
- Un tabernacolo, Vossignoria?
- Sí, su lo stradone, di fronte al cancello - (altro sorso, l'ultimo; posò la tazza, e - senza asciugarsi le labbra - si levò in piedi.
Una goccia di caffè gli scese da un angolo della bocca di tra gl'irti peli della barba non rifatta da parecchi giorni).
- Un tabernacolo, dunque, non tanto piccolo, perché ci ha da entrare una statua, grande al vero, di Cristo alla colonna.
Alle pareti laterali ci voglio allogare due bei quadri, grandi: di qua, un Calvario; di là, una Deposizione.
Insomma, come un camerotto agiato, su uno zoccolo alto un metro, col cancelletto di ferro davanti, e la croce sú, s'intende.
Hai capito?
Spatolino chinò piú volte il capo, con gli occhi chiusi; poi, riaprendo gli occhi e traendo un sospiro, disse:
- Ma Vossignoria scherza, è vero?
- Scherzo? Perché?
- Io credo che Vossignoria voglia scherzare.
Mi perdoni.
Un tabernacolo, Vossignoria, all'Ecce Homo?
Ciancarella si provò ad alzare un po' il testone raso, se lo tenne con una mano e rise in un suo modo speciale, curiosissimo, come se frignasse, per via di quel malanno che gli opprimeva la nuca.
- Eh che! - disse.
- Non ne son forse degno, secondo te?
- Ma nossignore, scusi! - s'affrettò a negare Spatolino, stizzito, infiammandosi.
- Perché dovrebbe Vossignoria commettere cosí, senza ragione, un sacrilegio? Si lasci pregare, e mi perdoni se parlo franco.
Chi vuol gabbare, Vossignoria? Dio, no; Dio non lo gabba; Dio vede tutto, e non si lascia gabbare da Vossignoria.
Gli uomini? Ma vedono anche loro e sanno che Vossignoria...
- Che sanno, imbecille? - gli gridò il vecchio, interrompendolo.
- E che sai tu di Dio, verme di terra? Quello che te n'hanno detto i preti! Ma Dio...
Vah, vah, vah, io mi metto a ragionare con te, adesso...
Hai fatto colazione?
- Nossignore.
- Brutto vizio, caro mio! dovrei dartela io, ora, eh?
- Nossignore.
Non prendo nulla.
- Ah, - esclamò Ciancarella con uno sbadiglio.
- Ah! I preti, figliuolo, i preti ti hanno sconcertato il cervello.
Vanno predicando, è vero? che io non credo in Dio.
Ma sai perché? perché non do loro da mangiare.
Ebbene, sta' zitto: ne avranno, quando verranno a consacrare il nostro tabernacolo.
Voglio che sia una bella festa, Spatolino.
Perché mi guardi cosí? Non credi? O vuoi sapere come mi sia venuto in mente? In sogno, figliuolo! Ho avuto un sogno, l'altra notte.
Ora certo i preti diranno che Dio m'ha toccato il cuore.
Dicano pure; non me n'importa nulla! Dunque, siamo intesi, eh? Parla...
smuoviti...
Sei allocchito?
- Sissignore, - confessò Spatolino, aprendo le braccia.
Ciancarella, questa volta, si prese la testa con tutt'e due le mani, per ridere a lungo.
- Bene, - poi disse.
- Tu sai com'io tratto.
Non voglio impicci di nessun genere.
So che sei un bravo operajo e che fai le cose ammodo e onestamente.
Fa' da te, spese e tutto, senza seccarmi.
Quando avrai finito, faremo i conti.
Il tabernacolo...
hai capito come lo voglio?
- Sissignore.
- Quando ti metterai all'opera?
- Per me, anche domani.
- E quando potrà esser finito?
Spatolino stette un po' a pensare.
- Eh, - poi disse, - se dev'essere cosí grande, ci vorrà almeno..., che so, un mese.
- Sta bene.
Andiamo ora a vedere insieme il posto.
La terra, dall'altra parte dello stradone, apparteneva pure al Ciancarella, che la lasciava incolta, in abbandono: l'aveva acquistata per non aver soggezioni lí davanti alla villa; e permetteva che i pecoraj vi conducessero le loro greggiole a pascolare, come se fosse terra senza padrone.
Per costruirvi il tabernacolo non si doveva dunque chieder licenza a nessuno.
Stabilito il posto, lí, proprio dirimpetto al cancello, il vecchio rientrò nella villa, e Spatolino, rimasto solo, - fififí...
fififí...
fififí...
- non la finí piú.
Poi s'avviò.
Cammina e cammina, si ritrovò, quasi senza saperlo, dinanzi la porta di don Lagàipa, ch'era il suo confessore.
Si ricordò, dopo aver bussato, che il prete era da parecchi giorni a letto, infermo: non avrebbe dovuto disturbarlo con quella visita mattutina; ma il caso era grave; entrò.
IV
Don Lagàipa era in piedi e, tra la confusione delle sue donne, la serva e la nipote, che non sapevano come obbedire agli ordini ch'egli impartiva, stava, in calzoni e maniche di camicia, in mezzo alla camera a pulire le canne d'un fucile.
Il naso vasto e carnoso, tutto bucherato dal vajuolo come una spugna, pareva gli fosse divenuto, dopo la malattia, piú abbondante.
Di qua e di là, divergenti quasi per lo spavento di quel naso, gli occhi lucidi, neri, pareva volessero scappargli dalla faccia gialla, disfatta.
- Mi rovinano, Spatolino, mi rovinano! È venuto poco fa il garzone, baccalà, a dirmi che la mia campagna è diventata proprietà comune, già! roba di tutti.
I socialisti, capisci? mi rubano l'uva ancora acerba; i fichidindia, tutto! Il tuo è mio, capisci? Il tuo è mio! Gli mando questo fucile.
Alle gambe! gli ho detto; tira loro alle gambe: cura di piombo, ci vuole! (Rosina, papera, papera, papera, un altro po' d'aceto t'ho detto, e una pezzuola pulita.) Che volevi dirmi, figliuolo mio?
Spatolino non sapeva piú da che parte cominciare.
Appena gli uscí di bocca il nome di Ciancarella, una furia di male parole; all'accenno della costruzione del tabernacolo, vide don Lagàipa trasecolare.
- Un tabernacolo?
- Sissignore: all'Ecce Homo.
Vorrei sapere da Vostra Reverenza se debbo farglielo.
- Lo domandi a me? Pezzo d'asino, che gli hai risposto?
Spatolino ripeté quanto aveva detto al Ciancarella e altro aggiunse che non aveva detto, infervorandosi alle lodi del prete battagliero.
- Benissimo! E lui? Muso di cane!
- Ha avuto un sogno, dice.
- Imbroglione! Non starci a credere! Imbroglione! Se Dio veramente gli avesse parlato in sogno, gli avrebbe suggerito piuttosto di ajutare un po' quei poveretti dei Lattuga, che non vuol riconoscere per parenti solo perché son divoti e fedeli a noi, mentre protegge i Montoro, capisci? quegli atei socialisti, a cui lascerà tutte le sue ricchezze.
Basta.
Che vuoi da me? Fagli il tabernacolo.
Se non glielo fai tu, glielo farà un altro.
Tanto, per noi, sarà sempre bene, che un tal peccatore dia segno di volere in qualche modo riconciliarsi con Dio.
Imbroglione! Muso di cane!
Tornato a casa, Spatolino, per tutto quel giorno, disegnò tabernacoli.
Verso sera si recò a provvedere i materiali, due manovali, un ragazzo calcinajo.
E il giorno appresso, all'alba, si mise all'opera.
V
La gente che passava a piedi o a cavallo o coi carri per lo stradone polveroso, si fermava a domandare a Spatolino che cosa facesse.
- Un tabernacolo.
- Chi ve l'ha ordinato?
E lui, cupo, alzando un dito al cielo:
- L'Ecce Homo.
Non rispose altrimenti, per tutto il tempo che durò la fabbrica.
La gente rideva o scrollava le spalle.
- Giusto qua? - gli domandava però qualcuno, guardando verso il cancello della villa.
A nessuno veniva in mente che il notajo potesse avere ordinato quel tabernacolo: tutti, invece, ignorando che quel pezzo di terra appartenesse pure al Ciancarella, e conoscendo il fanatismo religioso di Spatolino, pensavano che questi, o per incarico del vescovo o per voto della Società Cattolica, costruisse lí quel tabernacolo, per far dispetto al vecchio usurajo.
E ne ridevano.
Intanto, come se Dio veramente fosse sdegnato di quella fabbrica, capitarono a Spatolino, lavorando, tutte le disgrazie.
Già, quattro giorni a sterrare, prima di trovare il pancone per le fondamenta; poi liti lassú alla cava, per la pietra; liti per la calce, liti col fornaciajo; e infine, nell'assettar la centina per costruir l'arco, cade la centina e per miracolo non accoppa il ragazzo calcinajo.
All'ultimo, la bomba.
Il Ciancarella, proprio nel giorno che Spatolino doveva mostrargli il tabernacolo bell'e finito, un colpo apoplettico, di quelli genuini, e in capo a tre ore, morto.
Nessuno allora poté piú levar dal capo a Spatolino che quella morte improvvisa del notajo fosse la punizione di Dio sdegnato.
Ma non credette, dapprima, che lo sdegno divino dovesse rovesciarsi anche su lui, che - pur di contraggenio - s'era prestato a innalzare quella fabbrica maledetta.
Lo credette quando, recatosi dai Montoro, eredi del notajo, per aver pagata l'opera sua, s'udí rispondere che nulla essi ne sapevano e che non volevano perciò riconoscere quel debito non comprovato da nessun documento.
- Come! - esclamò Spatolino.
- E il tabernacolo dunque per chi l'ho fatto io?
- Per l'Ecce Homo.
- Di testa mia?
- Oh insomma, - gli dissero quelli, per cavarselo di torno.
- Noi crederemmo di mancare di rispetto alla memoria di nostro zio supponendo anche per un momento ch'egli abbia potuto davvero darti un incarico cosí contrario al suo modo di pensare e di sentire.
Non risulta da nulla.
Che vuoi dunque da noi? Tienti il tabernacolo; e, se non t'accomoda, ricorri al tribunale.
Ma subito, come no? ricorse al tribunale, Spatolino.
Poteva forse perdere? Potevano forse credere sul serio i giudici che egli avesse costruito di testa sua un tabernacolo? E poi c'era il servo, per testimonio, il servo del Ciancarella appunto, ch'era venuto a chiamarlo per incarico del padrone; e don Lagàipa c'era, con cui era andato a consigliarsi quel giorno stesso; c'era la moglie poi, a cui egli l'aveva detto, e i manovali che avevano lavorato con lui, tutto quel tempo.
Come poteva perdere?
Perdette, perdette, sissignori.
Perdette, perché il servo del Ciancarella, passato ora al servizio dei Montoro, andò a deporre che aveva chiamato sí Spatolino per incarico del padrone, sant'anima; ma non certo perché il padrone, sant'anima, avesse in mente di dargli l'incarico di costruire quel tabernacolo lí, bensí perché dal giardiniere, ora morto, (guarda combinazione!) aveva sentito dire che Spatolino aveva lui l'intenzione di costruire un tabernacolo proprio lí, dirimpetto al cancello, e aveva voluto avvertirlo che il pezzo di terra dall'altra parte dello stradone gli apparteneva, e che dunque si fosse guardato bene dal costruirvi una minchioneria di quel genere.
Soggiunse che anzi, avendo egli un giorno detto al padrone, sant'anima, che Spatolino, non ostante il divieto, scavava di là con tre manovali, il padrone, sant'anima, gli aveva risposto: - E lascialo scavare, non lo sai ch'è matto? Cerca forse il tesoro per terminare la chiesa di Santa Caterina! - A nulla giovò la testimonianza di don Lagàipa, notoriamente ispiratore a Spatolino di tante altre follie.
Che piú? Gli stessi manovali deposero che non avevano veduto mai il Ciancarella e che la mercede giornaliera l'avevano ricevuta sempre dal capomastro.
Spatolino scappò via dalla sala del tribunale come levato di cervello; non tanto per la perdita del suo capitaluccio, buttato lí, nella costruzione di quel tabernacolo; non tanto per le spese del processo a cui, per giunta, era stato condannato; quanto per il crollo della sua fede nella giustizia divina.
- Ma dunque, - andava dicendo, - dunque non c'è piú Dio?
Istigato da don Lagàipa, s'appellò.
Fu il tracollo.
Il giorno che gli arrivò la notizia che anche in Corte d'appello aveva perduto, Spatolino non fiatò: con gli ultimi soldi che gli erano rimasti in tasca, comprò un metro e mezzo di tela bambagina rossa, tre sacchi vecchi e ritornò a casa.
- Fammi una tonaca! - disse alla moglie, buttandole i tre sacchi in grembo.
La moglie lo guardò, come se non avesse inteso.
- Che vuoi fare?
- T'ho detto: fammi una tonaca...
No? Me la faccio da me.
In men che non si dica, sfondò due sacchi e li cucí insieme, per lungo; fece, a quello di su, uno spacco davanti; col terzo sacco fece le maniche e le cucí intorno a due buchi praticati nel primo sacco, a cui chiuse la bocca per un tratto di qua e di là, per modo che vi restasse il largo per il collo.
Ne fece un fagottino, prese la tela bambagina rossa e, senza salutar nessuno, se n'andò.
Circa un'ora dopo, si sparse per tutto il paese la notizia che Spatolino, impazzito, s'era impostato da statua di Cristo alla colonna, là, nel tabernacolo nuovo, su lo stradone, dirimpetto alla villa del Ciancarella.
- Come impostato? che vuol dire?
- Ma sí, lui, da Cristo, là dentro il tabernacolo!
- Dite davvero?
- Davvero!
E tutto un popolo accorse a vederlo, dentro il tabernacolo, dietro il cancello, insaccato in quella tonaca con le marche del droghiere ancora lí stampate, la tela bambagia rossa su le spalle a mo' di mantello, una corona di spine in capo, una canna in mano.
Teneva la testa bassa, inclinata da un lato, e gli occhi a terra.
Non si scompose minimamente né alle risa, né ai fischi, né a gli urli indiavolati della folla che cresceva a mano a mano.
Piú d'un monello gli tirò qualche buccia; parecchi, lí, sotto il naso, gli lanciarono crudelissime ingiurie: lui, sordo, immobile, come una vera statua; solo che sbatteva di tanto in tanto le palpebre.
Né valsero a smuoverlo le preghiere, prima, le imprecazioni, poi, della moglie accorsa con le altre donne del vicinato, né il pianto dei figliuoli.
Ci volle l'intervento di due guardie che, per porre fine a quella gazzarra, forzarono il cancelletto del tabernacolo e trassero Spatolino in arresto.
- Lasciatemi stare! Chi piú Cristo di me? - si mise allora a strillare Spatolino, divincolandosi.
- Non vedete come mi beffano e come m'ingiuriano? Chi piú Cristo di me? Lasciatemi! Questa è casa mia! Me la son fatta io, col mio danaro e con le mie mani! Ci ho buttato il sangue mio! Lasciatemi, giudei!
Ma que' giudei non vollero lasciarlo prima di sera.
- A casa! - gli ordinò il delegato.
- A casa, e giudizio, bada!
- Sí, signor Pilato, - gli rispose Spatolino, inchinandosi.
E, quatto quatto, se ne ritornò al tabernacolo.
Di nuovo, lí, si parò da Cristo; vi passò tutta la notte, e piú non se ne mosse.
Lo tentarono con la fame; lo tentarono con la paura, con lo scherno; invano.
Finalmente lo lasciarono tranquillo, come un povero matto che non faceva male a nessuno.
VI
Ora c'è chi gli porta l'olio per la lampada; c'è chi gli porta da mangiare e da bere; qualche donnicciola, pian piano, comincia a dirlo santo e va a raccomandarglisi perché preghi per lei e pe' suoi; qualche altra gli ha recato una tonaca nuova, men rozza, e gli ha chiesto in compenso tre numeri da giocare al lotto.
I carrettieri, che passano di notte per lo stradone, si sono abituati a quel lampadino ch'arde nel tabernacolo, e lo vedono da lontano con piacere; si fermano un pezzo lí davanti, a conversare col povero Cristo, che sorride benevolmente a qualche loro lazzo; poi se ne vanno; il rumor dei carri si spegne a poco a poco nel silenzio; e il povero Cristo si riaddormenta, o scende a fare i suoi bisogni dietro al muro, senza piú pensare in quel momento che è parato da Cristo, con la tonaca di sacco e il mantello di bambagina rossa.
Spesso però qualche grillo, attirato dal lume, gli schizza addosso e lo sveglia di soprassalto.
Allora egli si rimette a pregare; ma non è raro il caso che, durante la preghiera, un altro grillo, l'antico grillo canterino si ridesti ancora in lui.
Spatolino si scosta dalla fronte la corona di spine, a cui già s'è abituato, e - grattandosi lí, dove le spine gli han lasciato il segno - con gli occhi invagati, si rimette a fischiettare:
- Fififí...
fififí...
fififí...
DIFESA DEL MÈOLA
(Tonache di Montelusa)
Ho tanto raccomandato ai miei concittadini di Montelusa di non condannare cosí a occhi chiusi il Mèola, se non vogliono macchiarsi della piú nera ingratitudine.
Il Mèola ha rubato.
Il Mèola s'è arricchito.
Il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sí.
Ma pensiamo, signori miei, a chi e perché ha rubato il Mèola.
Pensiamo che è niente il bene che il Mèola ha fatto a se stesso rubando, se lo confrontiamo col bene che da quel suo furto è derivato alla nostra amatissima Montelusa.
Io per me non so tollerare in pace che i miei concittadini, riconoscendo da un canto questo bene, seguitino dall'altro a condannare il Mèola e a rendergli se non proprio impossibile, difficilissima la vita nel nostro paese.
Ragion per cui m'appello al giudizio di quanti sono in Italia liberali equanimi e ben pensanti.
Un incubo orrendo gravava su tutti noi Montelusani, da undici anni: dal giorno nefasto che Monsignor Vitangelo Partanna, per istanze e mali uffizii di potenti prelati a Roma, ottenne il nostro vescovado.
Avvezzi com'eravamo da tempo al fasto, alle maniere gioconde e cordiali, alla copiosa munificenza dell'Eccell.mo nostro Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), tutti noi Montelusani ci sentimmo stringere il cuore, allorché vedemmo per la prima volta scendere dall'alto e vetusto Palazzo Vescovile, a piedi tra i due segretarii, incontro al sorriso della nostra perenne primavera, lo scheletro intabarrato di questo vescovo nuovo: alto, curvo su la sua trista magrezza, proteso il collo, le tumide e livide labbra in fuori, nello sforzo di tener ritta la faccia incartapecorita, con gli occhialacci neri su l'adunco naso.
I due segretarii, il vecchio don Antonio Sclepis, zio del Mèola, e il giovane don Arturo Filomarino (che durò poco in carica), si tenevano un passo indietro e andavano interiti e come sospesi, consci dell'orribile impressione che Sua Eccellenza destava in tutta la cittadinanza.
E infatti parve a tutti che il cielo, il gajo aspetto della nostra bianca cittadina s'oscurassero a quell'apparizione ispida, lugubre.
Un brulichío sommesso, quasi di raccapriccio, si propagò al passaggio di lui per tutti gli alberi del lungo e ridente viale del Paradiso, vanto della nostra Montelusa, terminato laggiú da due azzurri: quello aspro e denso del mare, quello tenue e vano del cielo.
Difetto precipuo di noi Montelusani è senza dubbio l'impressionabilità.
Le impressioni, a cui andiamo cosí facilmente soggetti, possono a lungo su le nostre opinioni, su i nostri sentimenti, e ci inducono nell'animo mutamenti sensibilissimi e durevoli.
Un vescovo a piedi? Da che il Vescovado sedeva lassú come una fortezza in cima al paese, tutti i Montelusani avevan sempre veduto scendere in carrozza i loro vescovi al viale del Paradiso.
Ma vescovado, disse Monsignor Partanna fin dal primo giorno, insediandosi, è nome d'opera e non d'onore.
E smise la vettura, licenziò cocchieri e lacchè, vendette cavalli e paramenti, inaugurando la piú gretta tirchieria.
Pensammo dapprima:
"Vorrà fare economia.
Ha molti parenti poveri nella sua nativa Pisanello."
Se non che, venne un giorno da Pisanello a Montelusa uno di questi parenti poveri, un suo fratello appunto, padre di nove figliuoli, a pregarlo in ginocchio a mani giunte, come si pregano i santi, perché gli desse ajuto, tanto almeno da pagare i medici che dovevano operar la moglie moribonda.
Non volle dargli nemmeno da pagarsi il ritorno a Pisanello.
E lo vedemmo tutti, sentimmo tutti quel che disse il pover'uomo con gli occhi gonfi di lagrime e la voce rotta dai singhiozzi nel Caffè di Pedoca, appena sceso dal Vescovado.
Ora, la Diocesi di Montelusa - è bene saperlo - è tra le piú ricche d'Italia.
Che voleva fare Monsignor Partanna con le rendite di essa, se negava con tanta durezza un cosí urgente soccorso a' suoi di Pisanello?
Marco Mèola ci svelò il segreto.
L'ho presente (potrei dipingerlo), quella mattina che ci chiamò tutti, noi liberali di Montelusa, nella piazza innanzi al Caffè Pedoca.
Gli tremavano le mani; le ciocche ricciute della testa leonina, rizzandosi, lo costringevano piú del solito a rincalcarsi con manate furiose il cappelluccio floscio, che non gli vuol mai sedere in capo.
Era pallido e fiero.
Un fremito di sdegno gli arricciava il naso di tratto in tratto.
Vive orrenda tuttora negli animi dei vecchi Montelusani la memoria della corruzione seminata nelle campagne e in tutto il paese, con le prediche e la confessione, dei Padri Liguorini, e dello spionaggio, dei tradimenti operati da essi negli anni nefandi della tirannia borbonica, di cui segretamente s'eran fatti strumento.
Ebbene, i Liguorini, i Liguorini voleva far tornare a Montelusa Monsignor Partanna, i Liguorini cacciati a furia di popolo quando scoppiò la rivoluzione.
Per questo egli accumulava le rendite della Diocesi.
Ed era una sfida a noi Montelusani, che il fervido amore della libertà non avevamo potuto dimostrare altrimenti, che con quella cacciata di frati, giacché, al primo annunzio dell'entrata di Garibaldi a Palermo, s'era squagliata la sbirraglia, e con essa la scarsa soldatesca borbonica di presidio a Montelusa.
Quell'unico nostro vanto voleva dunque fiaccare Monsignor Partanna.
Ci guardammo tutti negli occhi, frementi d'ira e di sdegno.
Bisognava a ogni costo impedire che un tal proposito si riducesse a effetto.
Ma come impedirlo?
Parve che da quel giorno il cielo s'incavernasse su Montelusa.
La città prese il lutto.
Il Vescovado lassú, ove colui covava il reo disegno e di giorno in giorno ne avvicinava l'attuazione, ce lo sentimmo tutti come un macigno sul petto.
Nessuno, allora, pur sapendo che Marco Mèola era nipote dello Sclepis, segretario del vescovo, dubitava della sua fede liberale.
Tutti anzi ammiravano la sua forza d'animo quasi eroica, comprendendo di quanta amarezza dovesse in fondo esser cagione quella fede per lui, allevato e cresciuto come un figliuolo da quello zio prete.
I miei concittadini di Montelusa mi domandano adesso con aria di scherno: - Ma se veramente gli sapeva di sale il pane dello zio prete, perché non si allibertava lavorando?
E dimenticano che, per esser scappato, giovinetto, dal seminario, lo Sclepis, che lo voleva a ogni costo prete come lui, lo aveva tolto dagli studii; dimenticano che tutti allora compiangevamo amaramente che per la bizza d'una chierica stizzita si dovesse perdere un ingegno di quella sorte.
Io ricordo bene che cori d'approvazione e che applausi e quanta ammirazione, allorché, sfidando i fulmini del Vescovado e l'indignazione e la vendetta dello zio, Marco Mèola, facendosi cattedra d'un tavolino del Caffè Pedoca, si mise per un'ora al giorno a commentare ai Montelusani le opere latine e volgari di Alfonso Maria de' Liguori, segnatamente i Discorsi sacri e morali per tutte le domeniche dell'anno e Il libro delle Glorie di Maria.
Ma noi vogliamo far scontare al Mèola le frodi della nostra illusione, le aberrazioni della nostra deplorabilissima impressionabilità.
Quando il Mèola, un giorno, con aria truce, levando una mano e ponendosela poi sul petto, ci disse: - "Signori, io prometto e giuro che i liguorini non torneranno a Montelusa!" - voi, Montelusani, voleste per forza immaginare non so che diavolerie: mine, bombe, agguati, assalti notturni al Vescovado e Marco Mèola come Pietro Micca con la miccia in mano pronto a far saltare in aria vescovo e Liguorini.
Ora questo, con buona pace e sopportazione vostra, vuol dire avere una concezione dell'eroe alquanto grottesca.
Con tali mezzi avrebbe potuto mai il Mèola liberar Montelusa dalla calata dei Liguorini? Il vero eroismo consiste nel sapere attemprare i mezzi all'impresa.
E Marco Mèola seppe.
Sonavano nell'aria che inebriava, satura di tutte le fragranze della nuova primavera, le campane delle chiese, tra i gridi festivi delle rondini guizzanti a frotte nel luminoso ardore di quel vespero indimenticabile.
Io e il Mèola passeggiavamo per il nostro viale del Paradiso, muti e assorti nei nostri pensieri.
Il Mèola a un tratto si fermò e sorrise.
- Senti, - mi disse.
- queste campane piú prossime? Sono della badia di Sant'Anna.
Se tu sapessi chi le suona!
- Chi le suona?
- Tre campane, tre colombelle!
Mi voltai a guardarlo, stupito del tono e dell'aria con cui aveva proferito quelle parole.
- Tre monache?
Negò col capo, e mi fe' cenno d'attendere.
- Ascolta, - soggiunse piano.
- Ora, appena tutt'e tre finiranno di sonare, l'ultima, la campanella piú piccola e piú argentina, batterà tre tocchi, timidi.
Ecco...
ascolta bene!
Difatti, lontano, nel silenzio del cielo, rintoccò tre volte - din din din - quella timida campanella argentina, e parve che il suono di quei tre tintinni si fondesse beato nell'aurea luminosità del crepuscolo.
- Hai inteso? - mi domandò il Mèola.
- Questi tre rintocchi dicono a un felice mortale: "Io penso a te!".
Tornai a guardarlo.
Aveva socchiuso gli occhi, per sospirare, e alzato il mento.
Sotto la folta barba crespa gli s'intravedeva il collo taurino, bianco come l'avorio.
- Marco! - gli gridai, scotendolo per un braccio.
Egli allora scoppiò a ridere; poi, aggrottando le ciglia, mormorò:
- Mi sacrifico, amico mio, mi sacrifico! Ma sta' pur sicuro che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
Non potei strappargli altro di bocca per molto tempo.
Che relazione poteva esserci tra quei tre rintocchi di campana, che dicevano Io penso a te, e i Liguorini che non dovevano tornare a Montelusa? E a qual sacrifizio s'era votato il Mèola per non farli tornare?
Sapevo che nella badia di Sant'Anna egli aveva una zia, sorella dello Sclepis e della madre; sapevo che tutte le monache delle cinque badie di Montelusa odiavano anch'esse cordialmente Monsignor Partanna, perché appena insediatosi vescovo, aveva dato per esse tre disposizioni, una piú dell'altra crudele:
1a che non dovessero piú né preparare né vendere dolci o rosolii (quei buoni dolci di miele e di pasta reale, infiocchettati e avvolti in fili d'argento! quei buoni rosolii, che sapevano d'anice e di cannella!);
2a che non dovessero piú ricamare (neanche arredi e paramenti sacri), ma far soltanto la calzetta;
3a che non dovessero piú avere, in fine, un confessore particolare, ma servirsi tutte, senza distinzione, del Padre della comunità.
Che pianti, che angoscia disperata in tutte e cinque le badie di Montelusa, specialmente per quest'ultima disposizione! che maneggi per farla revocare!
Ma Monsignor Partanna era stato irremovibile.
Forse aveva giurato a se stesso di far tutto il contrario di quel che aveva fatto il suo Eccell.mo Predecessore.
Largo e cordiale con le monache, Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), si recava a visitarle almeno una volta la settimana, e accettava di gran cuore i loro trattamenti, lodandone la squisitezza, e si intratteneva a lungo con esse in lieti e onesti conversari.
Monsignor Partanna, invece, non si era mai recato piú d'una volta al mese in questa o in quella badia, sempre accompagnato dai due segretarii, arcigno e duro, e non aveva mai voluto accettare, non che una tazza di caffè, neppure un bicchier d'acqua.
Quante riprensioni avevano dovuto fare alle monache e alle educande le madri badesse e le vicarie per ridurle all'obbedienza e farle scendere giú nel parlatorio, quando la portinaja per annunziar la visita di Monsignore strappava a lungo la catena del campanello che strillava come un cagnolino a cui qualcuno avesse pestato una piota! Ma se le spaventava tutte con quei segnacci di croce! con quella vociaccia borbottante: - Santa, figlia, - in risposta al saluto che ciascuna gli porgeva, facendosi innanzi alla doppia grata, col viso vermiglio e gli occhi bassi:
- Vostra Eccellenza benedica!
Nessun discorso, che non fosse di chiesa.
Il giovine segretario don Arturo Filomarino aveva perduto il posto per aver promesso un giorno nel parlatorio di Sant'Anna alle educande e alle monacelle piú giovani, che se lo mangiavano con gli occhi dalle grate, una pianticina di fragole da piantare nel giardino della badia.
Odiava ferocemente le donne, Monsignor Partanna.
E la donna, la donna piú pericolosa, la donna umile, tenera e fedele, egli scopriva sotto il manto e le bende della monaca.
Perciò ogni risposta che dava loro era come un colpo di ferula su le dita.
Marco Mèola sapeva, per via dello zio segretario, di quest'odio di Monsignor Partanna per le donne.
E quest'odio gli parve troppo e che, come tale, dovesse avere una ragione recondita e particolare nell'animo e nel passato di Monsignore.
Si mise a cercare; ma presto troncò le ricerche, all'arrivo misterioso di una nuova educanda alla badia di Sant'Anna, d'una povera gobbetta che non poteva neanche reggere sul collo la grossa testa dai grandi occhi ovati nella macilenza squallida del viso.
Questa gobbetta era nipote di Monsignor Partanna; ma una nipote di cui non sapevano nulla i parenti di Pisanello.
E difatti non era arrivata da Pisanello, ma da un altro paese dell'interno, ove alcuni anni addietro il Partanna era stato parroco.
Lo stesso giorno dell'arrivo di questa nuova educanda alla badia di Sant'Anna, Marco Mèola gridò solennemente in piazza a tutti noi compagni della sua fede liberale:
- Signori, io prometto e giuro che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
E vedemmo, stupiti, subito dopo quel giuramento solenne, cambiar vita a Marco Mèola; lo vedemmo ogni domenica e in tutte le feste del calendario ecclesiastico entrare in chiesa e sentirsi la messa; lo vedemmo a passeggio in compagnia di preti e di vecchi bigotti; lo vedemmo in gran faccende ogni qual volta si preparavano le visite pastorali nella Diocesi, che Monsignor Partanna faceva con la massima vigilanza a' tempi voluti dai Canoni, non ostante la gran difficoltà delle vie e la mancanza di comunicazioni e di veicoli; e lo vedemmo con lo zio far parte del seguito in quelle visite.
Tuttavia, io non volli - io solo - credere a un tradimento da parte del Mèola.
Come rispose egli ai primi nostri rimproveri, alle prime nostre rimostranze? Rispose energicamente:
- Signori, lasciatemi fare!
Voi scrollaste le spalle, indignati; diffidaste di lui; credeste e gridaste al voltafaccia.
Io seguitai a essergli amico e mi ebbi da lui in quel vespro indimenticabile, quando la timida campanella argentina sonò i tre rintocchi nel cielo luminoso, quella mezza confessione misteriosa.
Marco Mèola, che non era mai andato piú di una volta l'anno a visitare quella sua zia monaca a Sant'Anna, cominciò a visitarla ogni settimana in compagnia della madre.
La zia monaca, nella badia di Sant'Anna, era preposta alla sorveglianza delle tre educande.
Le tre educande, le tre colombelle, volevano molto bene alla loro maestra; la seguivano per tutto come i pulcini la chioccia; la seguivano anche quand'essa era chiamata in parlatorio per la visita della sorella e del nipote.
E un giorno si vide il miracolo, Monsignor Partanna, che aveva negato alle monache di quella badia la licenza, che esse avevano sempre avuta, di entrare due volte l'anno in chiesa, la mattina, a porte chiuse, per pararla con le loro mani nelle ricorrenze del Corpus Domini e della Madonna del Lume, tolse il veto, riconcesse la licenza, per le preghiere insistenti delle tre educande e segnatamente della sua nipote, quella povera gobbetta nuova arrivata.
Veramente, il miracolo si vide dopo: quando venne la festa della Madonna del Lume.
La sera della vigilia, Marco Mèola si nascose nella chiesa, a tradimento, e dormí nel confessionale del Padre della comunità.
All'alba, una vettura era pronta nella piazzetta innanzi alla badia; e quando le tre educande, due belle e vivaci come rondinine in amore, l'altra gobba e asmatica, scesero con la loro maestra a parar l'altare della Madonna del Lume...
Ecco, voi dite: il Mèola ha rubato; il Mèola s'è arricchito; il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sí.
Ma pensate, signori miei, pensate che di quelle tre educande non una delle due belle, ma la terza, la terza, quella misera sbiobbina asmatica e cisposa toccò a Marco Mèola di rapirsi, quand'era invece amato fervidamente anche dalle altre due! quella, proprio quella gobbetta, per impedire che i padri Liguorini tornassero a Montelusa.
Monsignor Partanna infatti - per costringere il Mèola alle nozze con la nipote rapita - dovette convertire in dote a questa nipote il fondo raccolto per il ritorno dei padri Liguorini.
Monsignor Partanna è vecchio e non avrà piú tempo di rifare quel fondo.
Che aveva promesso Marco Mèola a noi liberali di Montelusa? Che i Liguorini non sarebbero tornati.
Ebbene, o signori, e non è certo ormai che i Liguorini non torneranno a Montelusa?
I FORTUNATI
(Tonache di Montelusa)
Una commovente processione in casa del giovine sacerdote don Arturo Filomarino.
Visite di condoglianza.
Tutto il vicinato stava a spiare dalle finestre e dagli usci di strada il portoncino stinto imporrito fasciato di lutto, che cosí, mezzo chiuso e mezzo aperto, pareva la faccia rugosa di un vecchio che strizzasse un occhio per accennar furbescamente a tutti quelli che entravano, dopo l'ultima uscita - piedi avanti e testa dietro - del padrone di casa.
La curiosità, con cui il vicinato stava a spiare, faceva nascere veramente il sospetto che quelle visite avessero un significato o, piuttosto, un intento ben diverso da quello che volevano mostrare.
A ogni visitatore che entrava nel portoncino, scattavano qua e là esclamazioni di meraviglia:
- Uh, anche questo?
- Chi, chi?
- L'ingegner Franci!
- Anche lui?
Eccolo là, entrava.
Ma come? un massone? un trentatré? Sissignori, anche lui.
E prima e dopo di lui, quel gobbo del dottor Niscemi, l'ateo, signori miei, l'ateo; e il repubblicano e libero pensatore avvocato Rocco Turrisi, e il notajo Scimè e il cavalier Preato e il commendator Tino Laspada, consigliere di prefettura, e anche i fratelli Morlesi che, appena seduti, poverini, come se avessero le anime avvelenate di sonno, si mettevano tutt'e quattro a dormire, e il barone Cerrella, anche il barone Cerrella: i meglio, insomma, i pezzi piú grossi di Montelusa: professionisti, impiegati, negozianti...
Don Arturo Filomarino era arrivato la sera avanti da Roma, dove, appena caduto in disgrazia di Monsignor Partanna, per la pianticina di fragole promessa alle monacelle di Sant'Anna, s'era recato a studiare per addottorarsi in lettere e filosofia.
Un telegramma d'urgenza lo aveva richiamato a Montelusa per il padre colto da improvviso malore.
Era arrivato troppo tardi.
Neanche l'amara consolazione di rivederlo per l'ultima volta!
Le quattro sorelle maritate e i cognati, dopo averlo in fretta in furia ragguagliato della sciagura fulminea e avergli rinfacciato con certi versacci di sdegno, anzi di schifo, di abominazione, che i preti suoi colleghi di Montelusa avevano preteso dal moribondo ventimila lire, venti, ventimila lire per amministrargli i santi sacramenti, come se la buon'anima non avesse già donato abbastanza a opere pie, a congregazioni di carità, e lastricato di marmo due chiese, edificato altari, regalato statue e quadri di santi, profuso a piene mani denari per tutte le feste religiose; se n'erano andati via, sbuffanti, indignati, dichiarandosi stanchi morti di tutto quello che avevano fatto in quei due giorni tremendi; e lo avevano lasciato solo, là, solo, santo Dio, con la governante, piuttosto...
sí, piuttosto giovine, che il padre, buon'anima, aveva avuto la debolezza di farsi venire ultimamente da Napoli, e che già con collosa amorevolezza lo chiamava don Arturí.
Per ogni cosa che gli andasse attraverso, don Arturo aveva preso il vezzo d'appuntir le labbra e soffiare a due, a tre riprese, pian piano, passandosi le punte delle dita su le sopracciglia.
Ora, poverino, a ogni don Arturí...
Ah, quelle quattro sorelle! quelle quattro sorelle! Lo avevano sempre malvisto, fin da piccino, anzi propriamente non lo avevano mai potuto soffrire, forse perché unico maschio e ultimo nato, forse perché esse, poverette, erano tutt'e quattro brutte, una piú brutta dell'altra, mentre lui bello, fino fino, biondo e riccioluto.
La sua bellezza doveva parer loro doppiamente superflua, sí perché uomo e sí perché destinato fin dall'infanzia, col piacer suo, al sacerdozio.
Prevedeva che sarebbero avvenute scene disgustose, scandali e liti al momento della divisione ereditaria.
Già i cognati avevano fatto apporre i suggelli alla cassaforte e alla scrivania nel banco del suocero, morto intestato.
Che c'entrava intanto rinfacciare a lui ciò che i ministri di Dio avevano stimato giusto e opportuno pretendere dal padre perché morisse da buon cristiano? Ahi, per quanto crudele potesse riuscire al suo cuore di figlio, doveva pur riconoscere che la buon'anima aveva per tanti anni esercitato l'usura e senza in parte neppur quella discrezione che può almeno attenuare il peccato.
Vero è che con la stessa mano, con cui aveva tolto, aveva poi anche dato, e non poco.
Non erano però, a dir proprio, denari suoi.
E per questo appunto, forse, i sacerdoti di Montelusa avevano stimato necessario un altro sacrifizio, all'ultimo.
Egli, da parte sua, s'era votato a Dio per espiare con la rinunzia ai beni della terra il gran peccato in cui il padre era vissuto e morto.
E ora, per quel che gli sarebbe toccato dell'eredità paterna, era pieno di scrupoli e si proponeva di chieder lume e consiglio a qualche suo superiore, a Monsignor Landolina per esempio, direttore del Collegio degli Oblati, sant'uomo, già suo confessore, di cui conosceva bene l'esemplare, fervidissimo zelo di carità.
Tutte quelle visite, intanto, lo imbarazzavano.
Per quel che volevano parere, data la qualità dei personaggi, rappresentavano per lui un onore immeritato; per il fine recondito che le guidava, un avvilimento crudele.
Temeva quasi d'offendere a ringraziare per quell'apparenza d'onore che gli si faceva; a non ringraziare affatto, temeva di scoprir troppo il proprio avvilimento e d'apparir doppiamente sgarbato.
D'altra parte, non sapeva bene che cosa gli volessero dire tutti quei signori, né che cosa doveva rispondere, né come regolarsi.
Se sbagliava? se commetteva, senza volerlo, senza saperlo, qualche mancanza?
Egli voleva ubbidire ai suoi superiori, sempre e in tutto.
Cosí, ancor senza consiglio, si sentiva proprio sperduto in mezzo a quella folla.
Prese dunque il partito di sprofondarsi su un divanuccio sgangherato in fondo allo stanzone polveroso e sguarnito, quasi bujo, e di fingersi almeno in principio cosí disfatto dal cordoglio e dallo strapazzo del viaggio, da non potere accogliere se non in silenzio tutte quelle visite.
Dal canto loro i visitatori, dopo avergli stretto la mano, sospirando e con gli occhi chiusi, si mettevano a sedere giro giro lungo le pareti e nessuno fiatava e tutti parevano immersi in quel gran cordoglio del figlio.
Schivavano intanto di guardarsi l'un l'altro, come se a ciascuno facesse stizza che gli altri fossero venuti là a dimostrare la sua stessa condoglianza.
Non pareva l'ora, a tutti, di andarsene, ma ognuno aspettava che prima se n'andassero via gli altri, per dir sottovoce, a quattr'occhi, una parolina a don Arturo.
E in tal modo nessuno se ne andava.
Lo stanzone era già pieno e i nuovi arrivati non trovavan piú posto da sedere e tutti gonfiavano in silenzio e invidiavano i fratelli Morlesi che almeno non s'avvedevano del tempo che passava, perché, al solito, appena seduti, s'erano addormentati tutt'e quattro profondamente.
Alla fine, sbuffando, s'alzò per primo, o piuttosto scese dalla seggiola il barone Cerrella, piccolo e tondo come una balla, e dri dri dri, con un irritatissimo sgrigliolío delle scarpe di coppale, andò fino al divanuccio, si chinò verso don Arturo, e gli disse piano:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Quantunque abbattuto, don Arturo balzò in piedi:
- Eccomi, signor barone!
E lo accompagnò, attraversando tutto lo stanzone, fino alla saletta d'ingresso.
Ritornò poco dopo, soffiando, a sprofondarsi nel divanuccio; ma non passarono due minuti, che un altro si alzò e venne a ripetergli:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Dato l'esempio, cominciò la sfilata.
A uno a uno, di due minuti in due minuti, s'alzavano, e...
ma dopo cinque o sei, don Arturo non aspettò piú che venissero a pregarlo fino al divanuccio in fondo allo stanzone; appena vedeva uno alzarsi, accorreva pronto e servizievole e lo accompagnava fino alla saletta.
Per uno che se n'andava però, ne sopravvenivano altri due o tre alla volta, e quel supplizio minacciava di non aver piú fine per tutta la giornata.
Fortunatamente, quando furono le tre del pomeriggio, non venne piú nessuno.
Restavano nello stanzone soltanto i fratelli Morlesi, seduti uno accanto all'altro, tutt'e quattro nella stessa positura, col capo ciondoloni sul petto.
Dormivano lí da circa cinque ore.
Don Arturo non si reggeva piú su le gambe.
Indicò con un gesto disperato alla giovine governante napoletana quei quattro dormienti là.
- Voi andate a mangiare, don Arturí, - disse quella.
- Mo' ci pens'io.
Svegliati, però, dopo aver volto un bel po' in giro gli occhi sbarrati e rossi di sonno per raccapezzarsi, i fratelli Morlesi vollero dire anch'essi la parolina in confidenza a don Arturo, e invano questi si provò a far loro intendere che non ce n'era bisogno; che già aveva capito e che avrebbe fatto di tutto per contentarli, come gli altri, fin dove gli sarebbe stato possibile.
I fratelli Morlesi non volevano soltanto pregarlo come tutti gli altri di fare in modo che venisse a lui la loro cambiale nella divisione dei crediti per non cadere sotto le grinfie degli altri eredi; avevano anche da fargli notare che la loro cambiale non era già, come figurava, di mille lire, ma di sole cinquecento.
- E come? perché? - domandò, ingenuamente, don Arturo.
Si misero a rispondergli tutt'e quattro insieme, correggendosi a vicenda e ajutandosi l'un l'altro a condurre a fine il discorso:
- Perché suo papà, buon'anima, purtroppo...
- No, purtroppo...
per...
per eccesso di...
- Di prudenza, ecco!
- Già, ecco...
ci disse, firmate per mille...
- E tant'è vero che gli interessi...
- Come risulterà dal registro...
- Interessi del ventiquattro, don Arturí! del ventiquattro! del ventiquattro!
- Glieli abbiamo pagati soltanto per cinquecento lire, puntualmente, fino al quindici del mese scorso.
- Risulterà dal registro...
Don Arturo, come se da quelle parole sentisse ventar le fiamme dell'inferno, appuntiva le labbra e soffiava, passandosi la punta delle mani immacolate su le sopracciglia.
Si dimostrò grato della fiducia che essi, come tutti gli altri, riponevano in lui, e lasciò intravedere anche a loro quasi la speranza che egli, da buon sacerdote, non avrebbe preteso la restituzione di quei denari.
Contentarli tutti, purtroppo, non poteva: gli eredi erano cinque, e dunque a piacer suo egli non avrebbe potuto disporre che di un quinto dell'eredità.
Quando in paese si venne a sapere che don Arturo Filomarino, in casa dell'avvocato scelto per la divisione ereditaria, discutendo con gli altri eredi circa gli innumerevoli crediti cambiarii, non si era voluto contentare della proposta dei cognati, che fosse cioè nominato per essi un liquidatore di comune fiducia, il quale a mano a mano, concedendo umanamente comporti e rinnovazioni, li liquidasse agli interessi piú che onesti del cinque per cento, mentre il meno che il suocero soleva pretendere era del ventiquattro; piú che piú si raffermò in tutti i debitori la speranza che egli generosamente, con atto da vero cristiano e degno ministro di Dio, avrebbe non solo abbonato del tutto gl'interessi a quelli che avrebbero avuto la fortuna di cadere in sua mano, ma fors'anche rimessi e condonati i debiti.
E fu una nuova processione alla casa di lui.
Tutti pregavano, tutti scongiuravano per esser compresi tra i fortunati, e non rifinivano di porgli sotto gli occhi e di fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro esistenza.
Don Arturo non sapeva piú come schermirsi; aveva le labbra indolenzite dal tanto soffiare; non trovava un minuto di tempo, assediato com'era, per correre da Monsignor Landolina a consigliarsi; e gli pareva mill'anni di ritornarsene a Roma a studiare.
Aveva vissuto sempre per lo studio, lui, ignaro affatto di tutte le cose del mondo.
Quando alla fine fu fatta la difficilissima ripartizione di tutti i crediti cambiarii, ed egli ebbe in mano il pacco delle cambiali che gli erano toccate, senza neppur vedere di chi fossero per non rimpiangere gli esclusi, senza neppur contare a quanto ammontassero, si recò al Collegio degli Oblati per rimettersi in tutto e per tutto al giudizio di Monsignor Landolina.
Il consiglio di questo sarebbe stato legge per lui.
Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto piú alto del paese ed era un vasto, antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal tempo e dalle intemperie; tutto bianco, all'incontro, arioso e luminoso, dentro.
Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni, i quali vi imparavano le varie arti e i varii mestieri.
La disciplina era dura, segnatamente sotto Monsignor Landolina, e quando quei poveri Oblati alla mattina e al vespro cantavano al suono dell'organo nella chiesina del Collegio, le loro preghiere sapevan di pianto e, a udirle da giú, provenienti da quella fabbrica fosca nell'altura, accoravano come un lamento di carcerati.
Monsignor Landolina non pareva affatto che dovesse avere in sé tanta forza di dominio e cosí dura energia.
Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se la gran luce di quella bianca ariosa cameretta in cui viveva, lo avesse non solo scolorito ma anche rarefatto, e gli avesse reso le mani d'una gracilità tremula quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le palpebre piú esili d'un velo di cipolla.
Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su le lunghe labbra bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.
- Oh Arturo! - disse, vedendo entrare il giovine: e, come questi gli si buttò sul petto piangendo:
- Ah, già! un gran dolore...
Bene bene, figliuolo mio! Un gran dolore, mi piace.
Ringraziane Dio! Tu sai com'io sono per tutti gli sciocchi che non vogliono soffrire.
Il dolore ti salva, figliuolo! E tu, per tua ventura, hai molto, molto da soffrire, pensando a tuo padre che, poveretto, eh...
fece tanto, tanto male! Sia il tuo cilizio, figliuolo, il pensiero di tuo padre.
E di', quella donna? quella donna? Tu l'hai ancora in casa?
- Andrà via domani, Monsignore, - s'affrettò a rispondergli don Arturo, finendo d'asciugarsi le lagrime.
- Ha dovuto preparar le sue robe...
- Bene bene, subito via, subito via.
Che hai da dirmi, figliuolo mio?
Don Arturo trasse fuori il pacco delle cambiali, e subito cominciò a esporre il piato per esse coi parenti, e le visite e le lamentazioni delle vittime.
Ma Monsignor Landolina, come se quelle cambiali fossero armi diaboliche o immagini oscene, appena gli occhi si posavano su esse, tirava indietro il capo e muoveva convulsamente tutte le dita delle gracili mani diafane, quasi per paura di scottarsele, non già a toccarle, ma a vederle soltanto, e diceva al Filomarino che le teneva su le ginocchia:
- Non lí sull'abito, caro, non lí sull'abito...
Don Arturo fece per posarle su la seggiola accanto.
- Ma no, ma no...
per carità, dove le posi? Non tenerle in mano, caro, non tenerle in mano...
- E allora? - domandò sospeso, perplesso, avvilito, don Arturo, anche lui con un viso disgustato e tenendole con due dita e scostando le altre, come se veramente avesse in mano un oggetto schifoso.
- Per terra, per terra, - gli suggerí Monsignor Landolina.
- Caro mio, un sacerdote, tu intendi...
Don Arturo, tutto invermigliato in volto, le posò per terra e disse:
- Avevo pensato, Monsignore, di restituirle a quei poveri disgraziati...
- Disgraziati? No, perché? - lo interruppe subito Monsignor Landolina.
- Chi ti dice che sono disgraziati?
- Mah...
- fece don Arturo.
- Il solo fatto, Monsignore, che han dovuto ricorrere a un prestito...
- I vizii, caro, i vizii! - esclamò Monsignor Landolina.
- Le donne, la gola, le triste ambizioni, l'incontinenza...
Che disgraziati! Gente viziosa, caro, gente viziosa.
Vuoi darla a conoscere a me? Tu sei ragazzo inesperto.
Non ti fidare.
Piangono, si sa! È cosí facile piangere...
Difficile è non peccare! Peccano allegramente; e, dopo aver peccato, piangono.
Va' va'! Te li insegno io quali sono i veri disgraziati, caro, poiché Dio t'ha ispirato a venir da me.
Sono tutti questi ragazzi sotto la mia custodia qua, frutto delle colpe e dell'infamia di codesti tuoi signori disgraziati.
Da' qua, da' qua!
E, chinandosi, con le mani fe' cenno al Filomarino di raccattar da terra il fascio delle cambiali.
Don Arturo lo guardò, titubante.
Come, ora sí? Doveva prenderle con le mani?
- Vuoi disfartene? Prendile! Prendile! - s'affrettò a rassicurarlo Monsignor Landolina.
- Prendile pure con le mani, sí! Leveremo subito da esse il sigillo del demonio, e le faremo strumento di carità.
Puoi ben toccarle ora, se debbono servire per i miei poverini! Tu le dai a me, eh? Le dai a me; e li faremo pagare, li faremo pagare, caro mio; vedrai se li faremo pagare, codesti tuoi signori disgraziati!
Rise, cosí dicendo, d'un riso senza suono, con le bianche labbra appuntite e con uno scotimento fitto fitto del capo.
Don Arturo avvertí, a quel riso, come un friggío per tutto il corpo, e soffiò.
Ma di fronte alla sicurezza sbrigativa con cui il superiore si prendeva quei crediti a titolo di carità, non ardí replicare.
Pensò a tutti quegli infelici, che si stimavano fortunati d'esser caduti in sua mano e tanto lo avevano pregato e tanto commosso col racconto delle loro miserie.
Cercò di salvarli almeno dal pagamento degli interessi.
- E no! E perché? - gli diede subito su la voce Monsignor Landolina.
- Dio si serve di tutto, caro mio, per le sue opere di misericordia! Di' un po', di' un po', che interessi faceva tuo padre? Eh, forti, lo so! Almeno del ventiquattro, mi par d'aver inteso.
Bene; li tratteremo tutti con la stessa misura.
Pagheranno tutti il ventiquattro per cento.
- Ma...
sa, Monsignore...
veramente, ecco...
- balbettò don Arturo su le spine, - i miei coeredi, Monsignore, hanno stabilito di liquidare i loro crediti con gl'interessi del cinque, e...
- Fanno bene! ah! fanno bene! - esclamò pronto e persuaso Monsignor Landolina.
- Loro sí, benissimo, perché questo è denaro che va a loro! Il nostro no, invece.
Il nostro andrà ai poveri, figliuolo mio! Il caso è ben diverso, come vedi! È denaro che va ai poveri, il nostro; non a te, non a me! Ti pare che faremmo bene noi, se defraudassimo i poveri di quanto possono pretendere secondo il minimo dei patti stabiliti da tuo padre? Sian pur patti d'usura, li santifica adesso la carità! No no! Pagheranno, pagheranno gli interessi, altro che! gl'interessi del ventiquattro.
Non vengono a te; non vengono a me! Denaro dei poveri, sacrosanto! Va' pur via senza scrupoli, figliuolo mio; ritorna subito a Roma ai tuoi diletti studii, e lascia fare a me, qua.
Tratterò io con codesti signori.
Denaro dei poveri, denaro dei poveri...
Dio ti benedica, figliuolo mio! Dio ti benedica!
E Monsignor Landolina, animato da quell'esemplare, fervidissimo zelo di carità, di cui meritamente godeva fama, arrivò fino al punto di non voler neppure riconoscere che la cambiale dei quattro poveri fratelli Morlesi che dormivano sempre, firmata per mille, fosse in realtà di cinquecento lire; e pretese da loro, come da tutti gli altri, gl'interessi del ventiquattro per cento anche su le cinquecento lire che non avevano mai avute.
E li voleva per giunta convincere, filando tra le labbra bianche que' suoi grumetti di biascia, che fortunati erano davvero, fortunati, fortunati di fare, anche nolenti, un'opera di carità, di cui certamente il Signore avrebbe loro tenuto conto un giorno, nel mondo di là...
Piangevano?
- Eh! Il dolore vi salva, figliuoli!
VISTO CHE NON PIOVE...
(Tonache di Montelusa)
Era ogni anno una sopraffazione indegna, una sconcia prepotenza di tutto il contadiname di Montelusa contro i poveri canonici della nostra gloriosa Cattedrale.
La statua della SS.
Immacolata, custodita tutto l'anno dentro un armadio a muro nella sagrestia della chiesa di S.
Francesco d'Assisi, il giorno otto dicembre, tutta parata d'ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato d'argento, dopo le solenni funzioni in chiesa, era condotta sul fercolo in processione per le erte vie di Montelusa, tra le vecchie casupole screpolate, pigiate, quasi l'una sull'altra; sú, sú, fino alla Cattedrale in cima al colle; e lí lasciata, la sera, ospite del patrono S.
Gerlando.
Nella Cattedrale, la SS.
Immacolata avrebbe dovuto rimanere dalla sera del giovedí alla mattina della domenica: due giorni e mezzo.
Ma ormai, per consuetudine, parendo troppo breve questo tempo, si lasciava stare per quella prima domenica dopo la festa, e si aspettava la domenica seguente per ricondurla con una nuova e piú pomposa processione alla chiesa di S.
Francesco.
Se non che, quasi ogni anno avveniva che il trasporto, quella seconda domenica, non si potesse fare per il cattivo tempo e si dovesse rimandare a un'altra domenica; e, di domenica in domenica, talvolta per piú mesi di seguito.
Ora, questo prolungamento d'ospitalità, per se stesso, non sarebbe stato niente, se la SS.
Immacolata non avesse goduto per antichissimo privilegio d'una prebenda durante tutto il tempo della sua permanenza alla Cattedrale.
Per tutti i giorni che la SS.
Immacolata vi stava, era come se nel Capitolo ci fosse un canonico in piú: tirava, su le esequie e su tutto, proprio quanto un canonico; e i deputati della Congregazione sorvegliavano con tanto d'occhi perché nulla Le fosse detratto di quanto Le spettava, affinché piú splendida, anche coi frutti di quella prebenda, potesse ogni anno riuscire la festa in Suo onore.
Questo, oltre a tutte le altre spese che gravavano sul Capitolo per quella permanenza; spese e fatiche: cioè, funzioni ogni giorno, ogni giorno predica, e spari di mortaretti e di razzi e, anche per il povero sagrestano, lunghe scampanate tutte le mattine e tutte le sere.
Forse, per amore della SS.
Vergine, i canonici della Cattedrale avrebbero sopportato in pace e sottrazione e spese e fatiche, se nel contadiname di Montelusa non si fosse radicata la credenza che la SS.
Immacolata volesse rimanere nella Cattedrale uno e due mesi a loro marcio dispetto; e che essi ogni anno pregassero a mani giunte il cielo che non piovesse almeno la domenica che si doveva fare il trasporto.
Giusto in quel tempo accadeva che i contadini per i loro seminati non fossero mai paghi dell'acqua che il cielo mandava; e se davvero qualche anno non pioveva, ecco che la colpa era dei canonici della Cattedrale, a cui non pareva l'ora di levarsi d'addosso la SS.
Immacolata.
Ebbene, a lungo andare e a furia di sentirselo ripetere, i canonici della Cattedrale in verità s'erano presi a dispetto, non propriamente la Vergine, ma quegli zotici villanacci, e piú quei mezzi signori della Congregazione che, non contenti di tener desta nell'animo dei contadini quella sconcia credenza del loro dispetto per la Vergine, spingevano la tracotanza fino a spedirne tre o quattro ogni sabato, sul far della sera, tra i piú sfrontati, su alla piazza innanzi alla Cattedrale, con l'incarico di mettersi a passeggiare con le mani dietro la schiena e il naso all'aria, in attesa che uno del Capitolo uscisse dalla chiesa, per domandargli con un riso scemo su le labbra:
- Scusi, signor Canonico, che prevede? pioverà o non pioverà domani?
Era, come si vede, anche un'intollerabile irriverenza.
Monsignor Partanna avrebbe dovuto farla cessare a ogni costo.
Tanto piú ch'era notorio a tutti che quei fratelloni della Congregazione, nella frenesia di far denari comunque, arrivavano fino a speculare indegnamente su la Madonna, mettendo anche in pegno alla banca cattolica di San Gaetano gli ori, le gemme e finanche il manto stellato, che la Madonna aveva ricevuto in dono dai fedeli divoti.
Monsignor Vescovo avrebbe dovuto ordinare che il ritorno della SS.
Immacolata alla chiesa di San Francesco non andasse mai oltre la seconda domenica dopo la festa, comunque fosse il tempo, piovesse o non piovesse.
Tanto, non c'era pericolo che si bagnasse sotto il magnifico baldacchino sorretto a turno dai seminaristi di piú robusta complessione.
Erano invece le donne dei contadini, le femmine dei popolo o - come ripetevano i reverendi canonici del Capitolo - le sgualdrinelle, le sgualdrinelle, che avevano paura di bagnarsi; e dicevano la Vergine! Non volevano sciuparsi gli abiti di seta, con cui si paravano per quella processione dando uno spettacolo di sacrilega vanità atteggiate tutte come la SS.
Immacolata, con le mani un po' levate e aperte innanzi al seno, piene d'anelli in tutte le dita, con lo scialle di seta appuntato con gli spilli alle spalle, gli occhi volti al cielo, e tutti i pendagli e tutti i lagrimoni degli orecchini e delle spille e dei braccialetti, ciondolanti a ogni passo.
Ma Monsignor Vescovo non se ne voleva dar per inteso.
Forse, ora ch'era vecchio e cadente, aveva paura di bagnarsi anche lui e di prendere un malanno, seguendo a capo scoperto il fercolo, sotto la pioggia; e poco gl'importava che il povero vicario capitolare, Monsignor Lentini, fosse ridotto, quell'anno, per le tante prediche, una al giorno, sempre su lo stesso argomento, in uno stato da far compassione finanche alle panche della chiesa.
Erano già undici domeniche, undici, dall'otto dicembre, che il pover'uomo, levando il capo dal guanciale, chiedeva con voce lamentosa alla Piconella, sua vecchia casiera, la quale ogni mattina veniva a recargli a letto il caffè:
- Piove?
E la Piconella non sapeva piú come rispondergli.
Perché pareva veramente che il tempo si fosse divertito a straziare quel brav'uomo con una incredibile raffinatezza di crudeltà.
Qualche domenica era aggiornato sereno, e allora la Piconella era corsa tutta esultante a darne l'annunzio al suo Monsignor Vicario:
- Il sole, il sole! Monsignor Vicario, il sole!
E il sagrestano della Cattedrale dàgli a sonare a festa le campane, din don dan, din don dan, ché certo la SS.
Immacolata quella mattina, prima di mezzogiorno, se ne sarebbe andata via.
Se non che, quando già alla piazza della Cattedrale era cominciata ad affluir la gente per la processione e s'era finanche aperta la porta di ferro su la scalinata presso il seminario, donde la SS.
Vergine soleva uscire ogni anno, e dal seminario erano arrivati a due a due in lungo ordine i seminaristi parati coi camici trapunti, e tutt'in giro alla piazza erano stati disposti i mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra lampi e tuoni una nuova burrasca.
Il sagrestano, dàgli di nuovo a sonar tutte le campane per scongiurarla, sul fermento della folla che s'era messa intanto a protestare, indignata perché sotto quella incombente minaccia del tempo i canonici volessero mandar via a precipizio la Madonna.
E fischi e urli e invettive sotto il palazzo vescovile, finché Monsignor Vescovo, per rimettere la calma, non aveva fatto annunziare da uno de' suoi segretarii che la processione era rimandata alla domenica seguente, tempo permettendo.
Per ben cinque domeniche su undici s'era ripetuta questa scena.
Quell'undicesima domenica, appena la piazza fu sgombra, tutti i canonici del Capitolo irruppero furenti nella casa del vicario capitolare, Monsignor Lentini.
A ogni costo, a ogni costo bisognava trovare un rimedio contro quella soperchieria brutale!
Il povero vicario capitolare si reggeva la testa con le mani e guardava tutti in giro come se fosse intronato.
S'erano avventati contro lui, piú che contro gli altri, i fischi, gli urli, le minacce della folla.
Ma non era intronato per questo il povero vicario capitolare.
Dopo undici settimane, un'altra settimana di prediche su la SS.
Immacolata! In quel momento il pover'uomo non poteva pensare ad altro, e a questo pensiero, si sentiva proprio levar di cervello.
Il rimedio lo trovò Monsignor Landolina, il rettore terribile del Collegio degli Oblati.
Bastò che egli proferisse un nome, perché d'improvviso si sedasse l'agitazione di tutti quegli animi.
- Il Mèola! Qua ci vuole il Mèola! Amici miei, bisogna ricorrere al Mèola!
Marco Mèola, il feroce tribuno anticlericale, che quattr'anni addietro aveva giurato di salvar Montelusa da una temuta invasione di padri Liguorini, aveva ormai perduto ogni popolarità.
Perché, pur essendo vero da una parte che il giuramento era stato mantenuto, non era men vero dall'altra che i mezzi adoperati e le arti che aveva dovuto usare per mantenerlo, e poi quel ratto, e poi la ricchezza che glien'era derivata, non erano valsi a dar credito alla dimostrazione ch'egli voleva fare, che il suo, cioè, era stato un sacrifizio eroico.
Se la nipote di Monsignor Partanna, infatti, la educanda rapita, era brutta e gobba, belli e ballanti e sonanti erano i denari della dote che il Vescovo era stato costretto a dargli; e, in fondo, i pezzi grossi del clero montelusano, ai quali non era mai andata a sangue quella promessa del loro Vescovo di far tornare i padri Liguorini, se non amici apertamente, avevano di nascosto, anche dopo quella scappata, anzi appunto per quella scappata, seguitato a veder di buon occhio Marco Mèola.
Tuttavia, ora, a costui doveva senza dubbio piacere che, senza rischio di guastarsi coi segreti amici, gli si offrisse un'occasione per riconquistar la stima degli antichi compagni, il prestigio perduto di tribuno anticlericale.
Orbene, bisognava mandar furtivamente al Mèola due fidati amici a proporgli a nome dell'intero Capitolo di tenere per la ventura domenica una conferenza contro le feste religiose in genere, contro le processioni sacre in ispecie, togliendo a pretesto i deplorati disordini delle scorse domeniche, quegli urli, quei fischi, quelle minacce del popolo per impedire il trasporto della SS.
Immacolata dalla Cattedrale alla chiesa di S.
Francesco.
Sparso per tutto il paese con molto rumore l'annunzio di quella conferenza, si sarebbe facilmente indotto il Vescovo a pubblicare un'indignata protesta contro la patente violazione che della libertà del culto avevano in animo di tentare i liberali di Montelusa, nemici della fede, e un invito sacro a tutti i fedeli della diocesi perché la ventura domenica, con qualunque tempo, piovesse o non piovesse, si raccogliessero nella piazza della Cattedrale a difendere da ogni possibile ingiuria la venerata immagine della SS.
Immacolata.
Questa proposta di Monsignor Landolina fu accolta e approvata unanimemente dai canonici del Capitolo.
Solo quel sant'uomo del vicario, Monsignor Lentini, osò invitare i colleghi a considerare se non fosse imprudente sollevar disordini anche dall'altra parte, andare a stuzzicar quel vespajo.
Ma, suggeritagli l'idea che da quella conferenza del Mèola avrebbe tratto argomento di predica per la settimana ventura contro l'intolleranza che voleva impedire ai fedeli di manifestare la propria divozione alla Vergine, con parecchi: - "Capisco, ma...
capisco, ma..." - alla fine si arrese.
La trovata di Monsignor Landolina ebbe un effetto di gran lunga superiore a quello che gli stessi canonici del Capitolo se ne ripromettessero.
Dopo quattr'anni di silenzio, Marco Mèola si scagliò in piazza con le furie d'un leone affamato.
Dopo due giorni di vociferazioni nel circolo degli impiegati civili, nel caffè di Pedoca, riuscí a promuovere una tale agitazione, che Monsignor Vescovo fu costretto veramente a rispondere con una fierissima pastorale e, nell'invito sacro, chiamò a raccolta per la ventura domenica non solo tutti i fedeli di Montelusa ma anche quelli dei paesi vicini.
"Piova pure a diluvio,- concludeva l'invito, - noi siamo sicuri che la piú fiera tempesta non smorzerà d'un punto il vostro sacro e fervidissimo ardore.
Piova pure a diluvio, domenica ventura la SS.
Immacolata uscirà dalla nostra gloriosa Cattedrale, e scortata e difesa da tutti i fedeli della Diocesi, la SS.
Ospite rientrerà nella sua sede."
Ma, neanche a farlo apposta, quella dodicesima domenica recò, dopo tanta e cosí lunga intemperie, il riso della primavera, il primo riso, e con tale dolcezza, che ogni turbolenza cadde d'un tratto, come per incanto, dagli animi.
Al suono festivo delle campane, nell'aria chiara, tutti i Montelusani uscirono a inebriarsi del voluttuoso tepore del primo sole della nuova stagione; ed era su tutte le labbra un liquido sorriso di beatitudine e in tutte le membra un delizioso languore, un'accorata voglia d'abbandonarsi in cordiali abbracci fraterni.
Allora il vicario capitolare Monsignor Lentini, che dal lunedí al sabato di quella dodicesima settimana aveva dovuto fare altre sei prediche su la SS.
Immacolata, con un filo di voce chiamò attorno a sé i canonici del Capitolo e domandò loro, se non si potesse in qualche modo impedire lo scandalo ormai inutile di quella conferenza anticlericale del Mèola, per cui si sentiva come una spina nel cuore.
Si poteva esser certi che né per quel giorno sarebbe piovuto, né piú per mesi.
Non poteva il Mèola darsi per ammalato e rimandar la conferenza ad altro tempo, all'anno venturo magari, per la seconda domenica di pioggia dopo l'otto dicembre?
- Eh già! Sicuro! - riconobbero subito i canonici.
- Cosí il rimedio non andrebbe sciupato!
I due fidati amici dell'altra volta furono rimandati in gran fretta dal Mèola.
Un raffreddore, una costipazione, un attacco di gotta, un improvviso abbassamento di voce:
- Visto che non piove...
Il Mèola recalcitrò, inferocito.
Rinunziare? rimandare? Ah no, perdio, si pretendeva troppo da lui, ora ch'era riuscito a riacciuffare il favore dei liberali di Montelusa!
- Va bene, - gli dissero quei due amici.
- Se pioveva...
Ma visto che non piove...
- Visto che non piove, - tuonò il Mèola - il signor Prefetto della provincia che fa? Potrebbe lui solo, lui solo per ragioni d'ordine pubblico, proibire ormai la conferenza! Andate subito dal Prefetto, visto che non piove, e io potrò anche ricevere a letto, fra un'ora, con un febbrone da cavallo, l'annunzio della proibizione!
Cosí la SS.
Immacolata ritornò, senz'alcun disordine, alla chiesa di S.
Francesco d'Assisi dopo dodici domeniche di permanenza alla Cattedrale, il giorno 25 di febbrajo.
E il giubilo del popolo fu quell'anno veramente straordinario per la sconfitta data dal bel tempo ai liberali di Montelusa.