SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 13
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Lo Scala vi fissò gli occhi e strinse nel pugno le briglie fino a farsi male.
Gli parve che il sole salutasse per l'ultima volta il verde della collina.
Forse egli, dall'alto di quello stradone, non avrebbe mai piú riveduto la collina, come ora la vedeva.
Fra vent'anni, quelli che sarebbero venuti dopo di lui, da quel punto dello stradone, avrebbero veduto là un colle calvo, arsiccio, livido, sforacchiato dalle zolfare.
"E dove sarò io, allora?" pensò, provando un senso di vuoto, che subito lo richiamò al pensiero del figlio lontano, sperduto, randagio per il mondo, se pure era ancor vivo.
Un impeto di commozione lo vinse, e gli occhi gli s'empirono di lagrime.
Per lui, per lui egli aveva trovato la forza di rialzarsi dalla miseria in cui lo aveva gettato il Chiarenza, quel ladro infame che ora gli toglieva la campagna.
- No, no! - ruggí, tra i denti, al pensiero del Chiarenza.
- Né io né lui!
E spronò la giumenta, come per volare là a distruggere d'un colpo la campagna che non poteva piú esser sua.
Era già sera, quando pervenne ai piedi della collina.
Dové girarla per un tratto, prima d'imboccar la via mulattiera.
Ma era sorta la luna, e pareva che a mano a mano raggiornasse.
I grilli, tutt'intorno, salutavano freneticamente quell'alba lunare.
Attraversando le campagne, lo Scala si sentí pungere da un acuto rimorso, pensando ai proprietarii di quelle terre, tutti suoi amici, i quali in quel momento non sospettavano certo il tradimento ch'egli aveva fatto loro.
Ah, tutte quelle campagne sarebbero scomparse tra breve: neppure un filo d'erba sarebbe piú cresciuto lassú; e lui, lui sarebbe stato il devastatore della verde collina! Si riportò col pensiero al balcone della sua prossima cascina, rivide il limite della sua angusta terra, pensò che gli occhi suoi ora avrebbero dovuto arrestarsi là, senza piú scavalcare quel muro di cinta e spaziar lo sguardo nella terra accanto: e si sentí come in prigione, quasi piú senz'aria, senza piú libertà in quel campicello suo, col suo nemico che sarebbe venuto ad abitare là.
No! No!
- Distruzione! distruzione! Né io né lui! Brucino!
E guardò attorno gli alberi, con la gola stretta d'angoscia: quegli olivi centenarii, dal grigio poderoso tronco stravolto, immobili, come assorti in un sogno misterioso nel chiarore lunare.
Immaginò come tutte quelle foglie, ora vive, si sarebbero aggricciate ai primi fiati agri della zolfara, aperta lí come una bocca d'inferno; poi sarebbero cadute; poi gli alberi nudi si sarebbero anneriti, poi sarebbero morti, attossicati dal fumo dei forni.
L'accetta, lí, allora.
Legna da ardere, tutti quegli alberi...
Una brezza lieve si levò, salendo la luna.
E allora le foglie di tutti quegli alberi, come se avessero sentito la loro condanna di morte, si scossero quasi in un brivido lungo, che si ripercosse su la schiena di don Mattia Scala, curvo su la giumenta bianca.
IL TABERNACOLO
I
Coricatosi accanto alla moglie, che già dormiva, voltata verso il lettuccio, su cui giacevano insieme i due figliuoli, Spatolino disse prima le consuete orazioni, s'intrecciò poi le mani dietro la nuca; strizzò gli occhi, e - senza badare a quello che faceva - si mise a fischiettare, com'era solito ogni qual volta un dubbio o un pensiero lo rodevano dentro.
- Fififí...
fififí...
fififí...
Non era propriamente un fischio, ma uno zufolío sordo, piuttosto; a fior di labbra, sempre con la medesima cadenza.
A un certo punto, la moglie si destò:
- Ah! ci siamo? Che t'è accaduto?
- Niente.
Dormi.
Buona notte.
Si tirò giú, voltò le spalle alla moglie e si raggricchiò anche lui da fianco, per dormire.
Ma che dormire!
- Fififí...
fififí...
fififí...
La moglie allora gli allungò un braccio sulla schiena, a pugno chiuso.
- Ohé, la smetti? Bada che mi svegli i piccini!
- Hai ragione.
Sta' zitta! M'addormento.
Si sforzò davvero di scacciare dalla mente quel pensiero tormentoso che diventava cosí, dentro di lui, come sempre, un grillo canterino.
Ma, quando già credeva d'averlo scacciato:
- Fififí...
fififí...
fififí...
Questa volta non aspettò neppure che la moglie gli allungasse un altro pugno piú forte del primo; saltò dal letto, esasperato.
- Che fai? dove vai? - gli domandò quella.
E lui:
- Mi rivesto, mannaggia! Non posso dormire.
Mi metterò a sedere qua davanti la porta, su la strada.
Aria! Aria!
- Insomma, - riprese la moglie - si può sapere che diavolo t'è accaduto?
- Che? Quella canaglia, - proruppe allora Spatolino, sforzandosi di parlar basso, - quel farabutto, quel nemico di Dio...
- Chi? chi?
- Ciancarella.
- Il notajo?
- Lui.
M'ha fatto dire che mi vuole domani alla villa.
- Ebbene?
- Ma che può volere da me un uomo come quello, me lo dici? Porco, salvo il santo battesimo! porco, e dico poco! Aria! aria!
Afferrò, cosí dicendo, una seggiola, riaprí la porta, la riaccostò dietro di sé e si pose a sedere sul vicoletto addormentato, con le spalle appoggiate al muro del suo casalino.
Un lampione a petrolio, lí presso, sonnecchiava languido, verberando del suo lume giallastro l'acqua putrida d'una pozza, seppure era acqua, giú tra l'acciottolato, qua gobbo là avvallato, tutto sconnesso e logoro.
Dall'interno delle casupole in ombra veniva un tanfo grasso di stalla e, a quando a quando, nel silenzio, lo scalpitare di qualche bestia tormentata dalle mosche.
Un gatto, che strisciava lungo il muro, s'arrestò, obliquo, guardingo.
Spatolino si mise a guardare in alto, nella striscia di cielo, le stelle che vi fervevano; e, guardando, si recava alla bocca i peli dell'arida barbetta rossiccia.
Piccolo di statura, quantunque fin da ragazzo avesse impastato terra e calcina, aveva un che di signorile nell'aspetto.
A un tratto, gli occhi chiari rivolti al cielo gli si riempirono di lagrime.
Si scosse su la seggiola e, asciugandosi il pianto col dorso della mano, mormorò nel silenzio della notte:
- Ajutatemi voi, Cristo mio!
II
Dacché nel paese la consorteria clericale era stata battuta e il partito nuovo, degli scomunicati, aveva invaso i seggi del Comune, Spatolino si sentiva come in mezzo a un campo nemico.
Tutti i suoi compagni di lavoro, come tante pecore, s'erano messi dietro ai nuovi caporioni; e stretti ora in corporazione, spadroneggiavano.
Con pochi altri operai rimasti fedeli alla santa Chiesa, Spatolino aveva fondato una Società Cattolica di Mutuo Soccorso tra gl'Indegni Figli della Madonna Addolorata.
Ma la lotta era impari; e le beffe dei nemici (e anche degli amici) e la rabbia dell'impotenza avevano fatto perdere a Spatolino il lume degli occhi.
S'era intestato, come presidente di quella Società Cattolica, a promuovere processioni e luminarie e girandole, nella ricorrenza delle feste religiose, osservate prima e favorite dall'antico Consiglio Comunale, e tra i fischi, gli urli e le risate del partito avversario ci aveva rimesso le spese, per S.
Michele Arcangelo, per S.
Francesco di Paola, per il Venerdí Santo, per il Corpus Domini e insomma per tutte le feste principali del calendario ecclesiastico.
Cosí il capitaluccio, che gli aveva finora permesso d'assumer qualche lavoro in appalto, s'era talmente assottigliato, ch'egli prevedeva non lontano il giorno che da capomastro muratore si sarebbe ridotto a misero giornante.
La moglie, già da un pezzo, non aveva piú per lui né rispetto né considerazione: s'era messa a provvedere da sé ai suoi bisogni e a quelli dei figliuoli, lavando, cucendo per conto d'altri, facendo ogni sorta di servizii.
Come se lui stesse in ozio per piacere! Ma se la corporazione di quei figli di cane assumeva tutti i lavori! Che pretendeva la moglie? ch'egli rinunziasse alla fede, rinnegasse Dio, e andasse a iscriversi al partito di quelli? Ma si sarebbe fatto tagliar le mani piuttosto!
L'ozio intanto lo divorava, gli faceva di giorno in giorno crescere l'orgasmo e il puntiglio, e lo inveleniva contro tutti.
Ciancarella, il notajo, non aveva mai parteggiato per nessuno; ma era pur notoriamente nemico di Dio; ne faceva professione, dacché non esercitava piú quell'altra del notajo.
Una volta, aveva osato finanche d'aizzare i cani contro un santo sacerdote, don Lagàipa, che s'era recato da lui per intercedere in favore d'alcuni parenti poveri, che morivano addirittura di fame, mentr'egli, nella splendida villa che s'era fatta costruire all'uscita del paese, viveva da principe, con la ricchezza accumulata chi sa come e accresciuta da tant'anni d'usura.
Tutta la notte Spatolino (per fortuna era d'estate), un po' seduto, un po' passeggiando per il vicoletto deserto, meditò (fififí...
fififí...
fififí...) su quell'invito misterioso del Ciancarella.
Poi, sapendo che questi era solito lasciare il letto per tempo, e sentendo che la moglie già s'era levata, con l'alba, e sfaccendava per casa, pensò d'avviarsi, lasciando lí fuori la seggiola ch'era vecchia, e nessuno se la sarebbe presa.
III
La villa del Ciancarella era tutta murata come una fortezza, e aveva il cancello su lo stradone provinciale.
Il vecchio, che pareva un rospaccio calzato e vestito, oppresso da una cisti enorme su la nuca, che lo obbligava a tener sempre giú e piegato da un lato il testone raso, vi abitava solo, con un servitore; ma aveva molta gente di campagna ai suoi ordini, armata, e due mastini che incutevano paura, solo a vederli.
Spatolino sonò la campana.
Subito quelle due bestiacce s'avventarono furibonde alle sbarre del cancello, e non si quietarono neppure quando il servitore accorse a rincorare Spatolino che non voleva entrare.
Bisognò che il padrone, il quale prendeva il caffè nel chioschetto d'edera, a un lato della villa, in mezzo al giardino, li chiamasse col fischio.
- Ah, Spatolino! Bravo, - disse il Ciancarella.
- Siedi lí.
E gl'indicò uno degli sgabelli di ferro disposti, giro giro, nel chioschetto.
Ma Spatolino rimase in piedi, col cappelluccio roccioso e ingessato tra le mani.
- Tu sei un indegno figlio, è vero?
- Sissignore, e me ne vanto: della Madonna Addolorata.
Che comandi ha da darmi?
- Ecco, - disse Ciancarella; ma, invece di seguitare, si recò la tazza alle labbra e trasse tre sorsi di caffè.
- Un tabernacolo - (e un altro sorso).
- Come dice?
- Vorrei costruito da te un tabernacolo - (ancora un sorso).
- Un tabernacolo, Vossignoria?
- Sí, su lo stradone, di fronte al cancello - (altro sorso, l'ultimo; posò la tazza, e - senza asciugarsi le labbra - si levò in piedi.
Una goccia di caffè gli scese da un angolo della bocca di tra gl'irti peli della barba non rifatta da parecchi giorni).
- Un tabernacolo, dunque, non tanto piccolo, perché ci ha da entrare una statua, grande al vero, di Cristo alla colonna.
Alle pareti laterali ci voglio allogare due bei quadri, grandi: di qua, un Calvario; di là, una Deposizione.
Insomma, come un camerotto agiato, su uno zoccolo alto un metro, col cancelletto di ferro davanti, e la croce sú, s'intende.
Hai capito?
Spatolino chinò piú volte il capo, con gli occhi chiusi; poi, riaprendo gli occhi e traendo un sospiro, disse:
- Ma Vossignoria scherza, è vero?
- Scherzo? Perché?
- Io credo che Vossignoria voglia scherzare.
Mi perdoni.
Un tabernacolo, Vossignoria, all'Ecce Homo?
Ciancarella si provò ad alzare un po' il testone raso, se lo tenne con una mano e rise in un suo modo speciale, curiosissimo, come se frignasse, per via di quel malanno che gli opprimeva la nuca.
- Eh che! - disse.
- Non ne son forse degno, secondo te?
- Ma nossignore, scusi! - s'affrettò a negare Spatolino, stizzito, infiammandosi.
- Perché dovrebbe Vossignoria commettere cosí, senza ragione, un sacrilegio? Si lasci pregare, e mi perdoni se parlo franco.
Chi vuol gabbare, Vossignoria? Dio, no; Dio non lo gabba; Dio vede tutto, e non si lascia gabbare da Vossignoria.
Gli uomini? Ma vedono anche loro e sanno che Vossignoria...
- Che sanno, imbecille? - gli gridò il vecchio, interrompendolo.
- E che sai tu di Dio, verme di terra? Quello che te n'hanno detto i preti! Ma Dio...
Vah, vah, vah, io mi metto a ragionare con te, adesso...
Hai fatto colazione?
- Nossignore.
- Brutto vizio, caro mio! dovrei dartela io, ora, eh?
- Nossignore.
Non prendo nulla.
- Ah, - esclamò Ciancarella con uno sbadiglio.
- Ah! I preti, figliuolo, i preti ti hanno sconcertato il cervello.
Vanno predicando, è vero? che io non credo in Dio.
Ma sai perché? perché non do loro da mangiare.
Ebbene, sta' zitto: ne avranno, quando verranno a consacrare il nostro tabernacolo.
Voglio che sia una bella festa, Spatolino.
Perché mi guardi cosí? Non credi? O vuoi sapere come mi sia venuto in mente? In sogno, figliuolo! Ho avuto un sogno, l'altra notte.
Ora certo i preti diranno che Dio m'ha toccato il cuore.
Dicano pure; non me n'importa nulla! Dunque, siamo intesi, eh? Parla...
smuoviti...
Sei allocchito?
- Sissignore, - confessò Spatolino, aprendo le braccia.
Ciancarella, questa volta, si prese la testa con tutt'e due le mani, per ridere a lungo.
- Bene, - poi disse.
- Tu sai com'io tratto.
Non voglio impicci di nessun genere.
So che sei un bravo operajo e che fai le cose ammodo e onestamente.
Fa' da te, spese e tutto, senza seccarmi.
Quando avrai finito, faremo i conti.
Il tabernacolo...
hai capito come lo voglio?
- Sissignore.
- Quando ti metterai all'opera?
- Per me, anche domani.
- E quando potrà esser finito?
Spatolino stette un po' a pensare.
- Eh, - poi disse, - se dev'essere cosí grande, ci vorrà almeno..., che so, un mese.
- Sta bene.
Andiamo ora a vedere insieme il posto.
La terra, dall'altra parte dello stradone, apparteneva pure al Ciancarella, che la lasciava incolta, in abbandono: l'aveva acquistata per non aver soggezioni lí davanti alla villa; e permetteva che i pecoraj vi conducessero le loro greggiole a pascolare, come se fosse terra senza padrone.
Per costruirvi il tabernacolo non si doveva dunque chieder licenza a nessuno.
Stabilito il posto, lí, proprio dirimpetto al cancello, il vecchio rientrò nella villa, e Spatolino, rimasto solo, - fififí...
fififí...
fififí...
- non la finí piú.
Poi s'avviò.
Cammina e cammina, si ritrovò, quasi senza saperlo, dinanzi la porta di don Lagàipa, ch'era il suo confessore.
Si ricordò, dopo aver bussato, che il prete era da parecchi giorni a letto, infermo: non avrebbe dovuto disturbarlo con quella visita mattutina; ma il caso era grave; entrò.
IV
Don Lagàipa era in piedi e, tra la confusione delle sue donne, la serva e la nipote, che non sapevano come obbedire agli ordini ch'egli impartiva, stava, in calzoni e maniche di camicia, in mezzo alla camera a pulire le canne d'un fucile.
Il naso vasto e carnoso, tutto bucherato dal vajuolo come una spugna, pareva gli fosse divenuto, dopo la malattia, piú abbondante.
Di qua e di là, divergenti quasi per lo spavento di quel naso, gli occhi lucidi, neri, pareva volessero scappargli dalla faccia gialla, disfatta.
- Mi rovinano, Spatolino, mi rovinano! È venuto poco fa il garzone, baccalà, a dirmi che la mia campagna è diventata proprietà comune, già! roba di tutti.
I socialisti, capisci? mi rubano l'uva ancora acerba; i fichidindia, tutto! Il tuo è mio, capisci? Il tuo è mio! Gli mando questo fucile.
Alle gambe! gli ho detto; tira loro alle gambe: cura di piombo, ci vuole! (Rosina, papera, papera, papera, un altro po' d'aceto t'ho detto, e una pezzuola pulita.) Che volevi dirmi, figliuolo mio?
Spatolino non sapeva piú da che parte cominciare.
Appena gli uscí di bocca il nome di Ciancarella, una furia di male parole; all'accenno della costruzione del tabernacolo, vide don Lagàipa trasecolare.
- Un tabernacolo?
- Sissignore: all'Ecce Homo.
Vorrei sapere da Vostra Reverenza se debbo farglielo.
- Lo domandi a me? Pezzo d'asino, che gli hai risposto?
Spatolino ripeté quanto aveva detto al Ciancarella e altro aggiunse che non aveva detto, infervorandosi alle lodi del prete battagliero.
- Benissimo! E lui? Muso di cane!
- Ha avuto un sogno, dice.
- Imbroglione! Non starci a credere! Imbroglione! Se Dio veramente gli avesse parlato in sogno, gli avrebbe suggerito piuttosto di ajutare un po' quei poveretti dei Lattuga, che non vuol riconoscere per parenti solo perché son divoti e fedeli a noi, mentre protegge i Montoro, capisci? quegli atei socialisti, a cui lascerà tutte le sue ricchezze.
Basta.
Che vuoi da me? Fagli il tabernacolo.
Se non glielo fai tu, glielo farà un altro.
Tanto, per noi, sarà sempre bene, che un tal peccatore dia segno di volere in qualche modo riconciliarsi con Dio.
Imbroglione! Muso di cane!
Tornato a casa, Spatolino, per tutto quel giorno, disegnò tabernacoli.
Verso sera si recò a provvedere i materiali, due manovali, un ragazzo calcinajo.
E il giorno appresso, all'alba, si mise all'opera.
V
La gente che passava a piedi o a cavallo o coi carri per lo stradone polveroso, si fermava a domandare a Spatolino che cosa facesse.
- Un tabernacolo.
- Chi ve l'ha ordinato?
E lui, cupo, alzando un dito al cielo:
- L'Ecce Homo.
Non rispose altrimenti, per tutto il tempo che durò la fabbrica.
La gente rideva o scrollava le spalle.
- Giusto qua? - gli domandava però qualcuno, guardando verso il cancello della villa.
A nessuno veniva in mente che il notajo potesse avere ordinato quel tabernacolo: tutti, invece, ignorando che quel pezzo di terra appartenesse pure al Ciancarella, e conoscendo il fanatismo religioso di Spatolino, pensavano che questi, o per incarico del vescovo o per voto della Società Cattolica, costruisse lí quel tabernacolo, per far dispetto al vecchio usurajo.
E ne ridevano.
Intanto, come se Dio veramente fosse sdegnato di quella fabbrica, capitarono a Spatolino, lavorando, tutte le disgrazie.
Già, quattro giorni a sterrare, prima di trovare il pancone per le fondamenta; poi liti lassú alla cava, per la pietra; liti per la calce, liti col fornaciajo; e infine, nell'assettar la centina per costruir l'arco, cade la centina e per miracolo non accoppa il ragazzo calcinajo.
All'ultimo, la bomba.
Il Ciancarella, proprio nel giorno che Spatolino doveva mostrargli il tabernacolo bell'e finito, un colpo apoplettico, di quelli genuini, e in capo a tre ore, morto.
Nessuno allora poté piú levar dal capo a Spatolino che quella morte improvvisa del notajo fosse la punizione di Dio sdegnato.
Ma non credette, dapprima, che lo sdegno divino dovesse rovesciarsi anche su lui, che - pur di contraggenio - s'era prestato a innalzare quella fabbrica maledetta.
Lo credette quando, recatosi dai Montoro, eredi del notajo, per aver pagata l'opera sua, s'udí rispondere che nulla essi ne sapevano e che non volevano perciò riconoscere quel debito non comprovato da nessun documento.
- Come! - esclamò Spatolino.
- E il tabernacolo dunque per chi l'ho fatto io?
- Per l'Ecce Homo.
- Di testa mia?
- Oh insomma, - gli dissero quelli, per cavarselo di torno.
- Noi crederemmo di mancare di rispetto alla memoria di nostro zio supponendo anche per un momento ch'egli abbia potuto davvero darti un incarico cosí contrario al suo modo di pensare e di sentire.
Non risulta da nulla.
Che vuoi dunque da noi? Tienti il tabernacolo; e, se non t'accomoda, ricorri al tribunale.
Ma subito, come no? ricorse al tribunale, Spatolino.
Poteva forse perdere? Potevano forse credere sul serio i giudici che egli avesse costruito di testa sua un tabernacolo? E poi c'era il servo, per testimonio, il servo del Ciancarella appunto, ch'era venuto a chiamarlo per incarico del padrone; e don Lagàipa c'era, con cui era andato a consigliarsi quel giorno stesso; c'era la moglie poi, a cui egli l'aveva detto, e i manovali che avevano lavorato con lui, tutto quel tempo.
Come poteva perdere?
Perdette, perdette, sissignori.
Perdette, perché il servo del Ciancarella, passato ora al servizio dei Montoro, andò a deporre che aveva chiamato sí Spatolino per incarico del padrone, sant'anima; ma non certo perché il padrone, sant'anima, avesse in mente di dargli l'incarico di costruire quel tabernacolo lí, bensí perché dal giardiniere, ora morto, (guarda combinazione!) aveva sentito dire che Spatolino aveva lui l'intenzione di costruire un tabernacolo proprio lí, dirimpetto al cancello, e aveva voluto avvertirlo che il pezzo di terra dall'altra parte dello stradone gli apparteneva, e che dunque si fosse guardato bene dal costruirvi una minchioneria di quel genere.
Soggiunse che anzi, avendo egli un giorno detto al padrone, sant'anima, che Spatolino, non ostante il divieto, scavava di là con tre manovali, il padrone, sant'anima, gli aveva risposto: - E lascialo scavare, non lo sai ch'è matto? Cerca forse il tesoro per terminare la chiesa di Santa Caterina! - A nulla giovò la testimonianza di don Lagàipa, notoriamente ispiratore a Spatolino di tante altre follie.
Che piú? Gli stessi manovali deposero che non avevano veduto mai il Ciancarella e che la mercede giornaliera l'avevano ricevuta sempre dal capomastro.
Spatolino scappò via dalla sala del tribunale come levato di cervello; non tanto per la perdita del suo capitaluccio, buttato lí, nella costruzione di quel tabernacolo; non tanto per le spese del processo a cui, per giunta, era stato condannato; quanto per il crollo della sua fede nella giustizia divina.
- Ma dunque, - andava dicendo, - dunque non c'è piú Dio?
Istigato da don Lagàipa, s'appellò.
Fu il tracollo.
Il giorno che gli arrivò la notizia che anche in Corte d'appello aveva perduto, Spatolino non fiatò: con gli ultimi soldi che gli erano rimasti in tasca, comprò un metro e mezzo di tela bambagina rossa, tre sacchi vecchi e ritornò a casa.
- Fammi una tonaca! - disse alla moglie, buttandole i tre sacchi in grembo.
La moglie lo guardò, come se non avesse inteso.
- Che vuoi fare?
- T'ho detto: fammi una tonaca...
No? Me la faccio da me.
In men che non si dica, sfondò due sacchi e li cucí insieme, per lungo; fece, a quello di su, uno spacco davanti; col terzo sacco fece le maniche e le cucí intorno a due buchi praticati nel primo sacco, a cui chiuse la bocca per un tratto di qua e di là, per modo che vi restasse il largo per il collo.
Ne fece un fagottino, prese la tela bambagina rossa e, senza salutar nessuno, se n'andò.
Circa un'ora dopo, si sparse per tutto il paese la notizia che Spatolino, impazzito, s'era impostato da statua di Cristo alla colonna, là, nel tabernacolo nuovo, su lo stradone, dirimpetto alla villa del Ciancarella.
- Come impostato? che vuol dire?
- Ma sí, lui, da Cristo, là dentro il tabernacolo!
- Dite davvero?
- Davvero!
E tutto un popolo accorse a vederlo, dentro il tabernacolo, dietro il cancello, insaccato in quella tonaca con le marche del droghiere ancora lí stampate, la tela bambagia rossa su le spalle a mo' di mantello, una corona di spine in capo, una canna in mano.
Teneva la testa bassa, inclinata da un lato, e gli occhi a terra.
Non si scompose minimamente né alle risa, né ai fischi, né a gli urli indiavolati della folla che cresceva a mano a mano.
Piú d'un monello gli tirò qualche buccia; parecchi, lí, sotto il naso, gli lanciarono crudelissime ingiurie: lui, sordo, immobile, come una vera statua; solo che sbatteva di tanto in tanto le palpebre.
Né valsero a smuoverlo le preghiere, prima, le imprecazioni, poi, della moglie accorsa con le altre donne del vicinato, né il pianto dei figliuoli.
Ci volle l'intervento di due guardie che, per porre fine a quella gazzarra, forzarono il cancelletto del tabernacolo e trassero Spatolino in arresto.
- Lasciatemi stare! Chi piú Cristo di me? - si mise allora a strillare Spatolino, divincolandosi.
- Non vedete come mi beffano e come m'ingiuriano? Chi piú Cristo di me? Lasciatemi! Questa è casa mia! Me la son fatta io, col mio danaro e con le mie mani! Ci ho buttato il sangue mio! Lasciatemi, giudei!
Ma que' giudei non vollero lasciarlo prima di sera.
- A casa! - gli ordinò il delegato.
- A casa, e giudizio, bada!
- Sí, signor Pilato, - gli rispose Spatolino, inchinandosi.
E, quatto quatto, se ne ritornò al tabernacolo.
Di nuovo, lí, si parò da Cristo; vi passò tutta la notte, e piú non se ne mosse.
Lo tentarono con la fame; lo tentarono con la paura, con lo scherno; invano.
Finalmente lo lasciarono tranquillo, come un povero matto che non faceva male a nessuno.
VI
Ora c'è chi gli porta l'olio per la lampada; c'è chi gli porta da mangiare e da bere; qualche donnicciola, pian piano, comincia a dirlo santo e va a raccomandarglisi perché preghi per lei e pe' suoi; qualche altra gli ha recato una tonaca nuova, men rozza, e gli ha chiesto in compenso tre numeri da giocare al lotto.
I carrettieri, che passano di notte per lo stradone, si sono abituati a quel lampadino ch'arde nel tabernacolo, e lo vedono da lontano con piacere; si fermano un pezzo lí davanti, a conversare col povero Cristo, che sorride benevolmente a qualche loro lazzo; poi se ne vanno; il rumor dei carri si spegne a poco a poco nel silenzio; e il povero Cristo si riaddormenta, o scende a fare i suoi bisogni dietro al muro, senza piú pensare in quel momento che è parato da Cristo, con la tonaca di sacco e il mantello di bambagina rossa.
Spesso però qualche grillo, attirato dal lume, gli schizza addosso e lo sveglia di soprassalto.
Allora egli si rimette a pregare; ma non è raro il caso che, durante la preghiera, un altro grillo, l'antico grillo canterino si ridesti ancora in lui.
Spatolino si scosta dalla fronte la corona di spine, a cui già s'è abituato, e - grattandosi lí, dove le spine gli han lasciato il segno - con gli occhi invagati, si rimette a fischiettare:
- Fififí...
fififí...
fififí...
DIFESA DEL MÈOLA
(Tonache di Montelusa)
Ho tanto raccomandato ai miei concittadini di Montelusa di non condannare cosí a occhi chiusi il Mèola, se non vogliono macchiarsi della piú nera ingratitudine.
Il Mèola ha rubato.
Il Mèola s'è arricchito.
Il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sí.
Ma pensiamo, signori miei, a chi e perché ha rubato il Mèola.
Pensiamo che è niente il bene che il Mèola ha fatto a se stesso rubando, se lo confrontiamo col bene che da quel suo furto è derivato alla nostra amatissima Montelusa.
Io per me non so tollerare in pace che i miei concittadini, riconoscendo da un canto questo bene, seguitino dall'altro a condannare il Mèola e a rendergli se non proprio impossibile, difficilissima la vita nel nostro paese.
Ragion per cui m'appello al giudizio di quanti sono in Italia liberali equanimi e ben pensanti.
Un incubo orrendo gravava su tutti noi Montelusani, da undici anni: dal giorno nefasto che Monsignor Vitangelo Partanna, per istanze e mali uffizii di potenti prelati a Roma, ottenne il nostro vescovado.
Avvezzi com'eravamo da tempo al fasto, alle maniere gioconde e cordiali, alla copiosa munificenza dell'Eccell.mo nostro Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), tutti noi Montelusani ci sentimmo stringere il cuore, allorché vedemmo per la prima volta scendere dall'alto e vetusto Palazzo Vescovile, a piedi tra i due segretarii, incontro al sorriso della nostra perenne primavera, lo scheletro intabarrato di questo vescovo nuovo: alto, curvo su la sua trista magrezza, proteso il collo, le tumide e livide labbra in fuori, nello sforzo di tener ritta la faccia incartapecorita, con gli occhialacci neri su l'adunco naso.
I due segretarii, il vecchio don Antonio Sclepis, zio del Mèola, e il giovane don Arturo Filomarino (che durò poco in carica), si tenevano un passo indietro e andavano interiti e come sospesi, consci dell'orribile impressione che Sua Eccellenza destava in tutta la cittadinanza.
E infatti parve a tutti che il cielo, il gajo aspetto della nostra bianca cittadina s'oscurassero a quell'apparizione ispida, lugubre.
Un brulichío sommesso, quasi di raccapriccio, si propagò al passaggio di lui per tutti gli alberi del lungo e ridente viale del Paradiso, vanto della nostra Montelusa, terminato laggiú da due azzurri: quello aspro e denso del mare, quello tenue e vano del cielo.
Difetto precipuo di noi Montelusani è senza dubbio l'impressionabilità.
Le impressioni, a cui andiamo cosí facilmente soggetti, possono a lungo su le nostre opinioni, su i nostri sentimenti, e ci inducono nell'animo mutamenti sensibilissimi e durevoli.
Un vescovo a piedi? Da che il Vescovado sedeva lassú come una fortezza in cima al paese, tutti i Montelusani avevan sempre veduto scendere in carrozza i loro vescovi al viale del Paradiso.
Ma vescovado, disse Monsignor Partanna fin dal primo giorno, insediandosi, è nome d'opera e non d'onore.
E smise la vettura, licenziò cocchieri e lacchè, vendette cavalli e paramenti, inaugurando la piú gretta tirchieria.
Pensammo dapprima:
"Vorrà fare economia.
Ha molti parenti poveri nella sua nativa Pisanello."
Se non che, venne un giorno da Pisanello a Montelusa uno di questi parenti poveri, un suo fratello appunto, padre di nove figliuoli, a pregarlo in ginocchio a mani giunte, come si pregano i santi, perché gli desse ajuto, tanto almeno da pagare i medici che dovevano operar la moglie moribonda.
Non volle dargli nemmeno da pagarsi il ritorno a Pisanello.
E lo vedemmo tutti, sentimmo tutti quel che disse il pover'uomo con gli occhi gonfi di lagrime e la voce rotta dai singhiozzi nel Caffè di Pedoca, appena sceso dal Vescovado.
Ora, la Diocesi di Montelusa - è bene saperlo - è tra le piú ricche d'Italia.
Che voleva fare Monsignor Partanna con le rendite di essa, se negava con tanta durezza un cosí urgente soccorso a' suoi di Pisanello?
Marco Mèola ci svelò il segreto.
L'ho presente (potrei dipingerlo), quella mattina che ci chiamò tutti, noi liberali di Montelusa, nella piazza innanzi al Caffè Pedoca.
Gli tremavano le mani; le ciocche ricciute della testa leonina, rizzandosi, lo costringevano piú del solito a rincalcarsi con manate furiose il cappelluccio floscio, che non gli vuol mai sedere in capo.
Era pallido e fiero.
Un fremito di sdegno gli arricciava il naso di tratto in tratto.
Vive orrenda tuttora negli animi dei vecchi Montelusani la memoria della corruzione seminata nelle campagne e in tutto il paese, con le prediche e la confessione, dei Padri Liguorini, e dello spionaggio, dei tradimenti operati da essi negli anni nefandi della tirannia borbonica, di cui segretamente s'eran fatti strumento.
Ebbene, i Liguorini, i Liguorini voleva far tornare a Montelusa Monsignor Partanna, i Liguorini cacciati a furia di popolo quando scoppiò la rivoluzione.
Per questo egli accumulava le rendite della Diocesi.
Ed era una sfida a noi Montelusani, che il fervido amore della libertà non avevamo potuto dimostrare altrimenti, che con quella cacciata di frati, giacché, al primo annunzio dell'entrata di Garibaldi a Palermo, s'era squagliata la sbirraglia, e con essa la scarsa soldatesca borbonica di presidio a Montelusa.
Quell'unico nostro vanto voleva dunque fiaccare Monsignor Partanna.
Ci guardammo tutti negli occhi, frementi d'ira e di sdegno.
Bisognava a ogni costo impedire che un tal proposito si riducesse a effetto.
Ma come impedirlo?
Parve che da quel giorno il cielo s'incavernasse su Montelusa.
La città prese il lutto.
Il Vescovado lassú, ove colui covava il reo disegno e di giorno in giorno ne avvicinava l'attuazione, ce lo sentimmo tutti come un macigno sul petto.
Nessuno, allora, pur sapendo che Marco Mèola era nipote dello Sclepis, segretario del vescovo, dubitava della sua fede liberale.
Tutti anzi ammiravano la sua forza d'animo quasi eroica, comprendendo di quanta amarezza dovesse in fondo esser cagione quella fede per lui, allevato e cresciuto come un figliuolo da quello zio prete.
I miei concittadini di Montelusa mi domandano adesso con aria di scherno: - Ma se veramente gli sapeva di sale il pane dello zio prete, perché non si allibertava lavorando?
E dimenticano che, per esser scappato, giovinetto, dal seminario, lo Sclepis, che lo voleva a ogni costo prete come lui, lo aveva tolto dagli studii; dimenticano che tutti allora compiangevamo amaramente che per la bizza d'una chierica stizzita si dovesse perdere un ingegno di quella sorte.
Io ricordo bene che cori d'approvazione e che applausi e quanta ammirazione, allorché, sfidando i fulmini del Vescovado e l'indignazione e la vendetta dello zio, Marco Mèola, facendosi cattedra d'un tavolino del Caffè Pedoca, si mise per un'ora al giorno a commentare ai Montelusani le opere latine e volgari di Alfonso Maria de' Liguori, segnatamente i Discorsi sacri e morali per tutte le domeniche dell'anno e Il libro delle Glorie di Maria.
Ma noi vogliamo far scontare al Mèola le frodi della nostra illusione, le aberrazioni della nostra deplorabilissima impressionabilità.
Quando il Mèola, un giorno, con aria truce, levando una mano e ponendosela poi sul petto, ci disse: - "Signori, io prometto e giuro che i liguorini non torneranno a Montelusa!" - voi, Montelusani, voleste per forza immaginare non so che diavolerie: mine, bombe, agguati, assalti notturni al Vescovado e Marco Mèola come Pietro Micca con la miccia in mano pronto a far saltare in aria vescovo e Liguorini.
Ora questo, con buona pace e sopportazione vostra, vuol dire avere una concezione dell'eroe alquanto grottesca.
Con tali mezzi avrebbe potuto mai il Mèola liberar Montelusa dalla calata dei Liguorini? Il vero eroismo consiste nel sapere attemprare i mezzi all'impresa.
E Marco Mèola seppe.
Sonavano nell'aria che inebriava, satura di tutte le fragranze della nuova primavera, le campane delle chiese, tra i gridi festivi delle rondini guizzanti a frotte nel luminoso ardore di quel vespero indimenticabile.
Io e il Mèola passeggiavamo per il nostro viale del Paradiso, muti e assorti nei nostri pensieri.
Il Mèola a un tratto si fermò e sorrise.
- Senti, - mi disse.
- queste campane piú prossime? Sono della badia di Sant'Anna.
Se tu sapessi chi le suona!
- Chi le suona?
- Tre campane, tre colombelle!
Mi voltai a guardarlo, stupito del tono e dell'aria con cui aveva proferito quelle parole.
- Tre monache?
Negò col capo, e mi fe' cenno d'attendere.
- Ascolta, - soggiunse piano.
- Ora, appena tutt'e tre finiranno di sonare, l'ultima, la campanella piú piccola e piú argentina, batterà tre tocchi, timidi.
Ecco...
ascolta bene!
Difatti, lontano, nel silenzio del cielo, rintoccò tre volte - din din din - quella timida campanella argentina, e parve che il suono di quei tre tintinni si fondesse beato nell'aurea luminosità del crepuscolo.
- Hai inteso? - mi domandò il Mèola.
- Questi tre rintocchi dicono a un felice mortale: "Io penso a te!".
Tornai a guardarlo.
Aveva socchiuso gli occhi, per sospirare, e alzato il mento.
Sotto la folta barba crespa gli s'intravedeva il collo taurino, bianco come l'avorio.
- Marco! - gli gridai, scotendolo per un braccio.
Egli allora scoppiò a ridere; poi, aggrottando le ciglia, mormorò:
- Mi sacrifico, amico mio, mi sacrifico! Ma sta' pur sicuro che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
Non potei strappargli altro di bocca per molto tempo.
Che relazione poteva esserci tra quei tre rintocchi di campana, che dicevano Io penso a te, e i Liguorini che non dovevano tornare a Montelusa? E a qual sacrifizio s'era votato il Mèola per non farli tornare?
Sapevo che nella badia di Sant'Anna egli aveva una zia, sorella dello Sclepis e della madre; sapevo che tutte le monache delle cinque badie di Montelusa odiavano anch'esse cordialmente Monsignor Partanna, perché appena insediatosi vescovo, aveva dato per esse tre disposizioni, una piú dell'altra crudele:
1a che non dovessero piú né preparare né vendere dolci o rosolii (quei buoni dolci di miele e di pasta reale, infiocchettati e avvolti in fili d'argento! quei buoni rosolii, che sapevano d'anice e di cannella!);
2a che non dovessero piú ricamare (neanche arredi e paramenti sacri), ma far soltanto la calzetta;
3a che non dovessero piú avere, in fine, un confessore particolare, ma servirsi tutte, senza distinzione, del Padre della comunità.
Che pianti, che angoscia disperata in tutte e cinque le badie di Montelusa, specialmente per quest'ultima disposizione! che maneggi per farla revocare!
Ma Monsignor Partanna era stato irremovibile.
Forse aveva giurato a se stesso di far tutto il contrario di quel che aveva fatto il suo Eccell.mo Predecessore.
Largo e cordiale con le monache, Monsignor Vivaldi (Dio l'abbia in gloria!), si recava a visitarle almeno una volta la settimana, e accettava di gran cuore i loro trattamenti, lodandone la squisitezza, e si intratteneva a lungo con esse in lieti e onesti conversari.
Monsignor Partanna, invece, non si era mai recato piú d'una volta al mese in questa o in quella badia, sempre accompagnato dai due segretarii, arcigno e duro, e non aveva mai voluto accettare, non che una tazza di caffè, neppure un bicchier d'acqua.
Quante riprensioni avevano dovuto fare alle monache e alle educande le madri badesse e le vicarie per ridurle all'obbedienza e farle scendere giú nel parlatorio, quando la portinaja per annunziar la visita di Monsignore strappava a lungo la catena del campanello che strillava come un cagnolino a cui qualcuno avesse pestato una piota! Ma se le spaventava tutte con quei segnacci di croce! con quella vociaccia borbottante: - Santa, figlia, - in risposta al saluto che ciascuna gli porgeva, facendosi innanzi alla doppia grata, col viso vermiglio e gli occhi bassi:
- Vostra Eccellenza benedica!
Nessun discorso, che non fosse di chiesa.
Il giovine segretario don Arturo Filomarino aveva perduto il posto per aver promesso un giorno nel parlatorio di Sant'Anna alle educande e alle monacelle piú giovani, che se lo mangiavano con gli occhi dalle grate, una pianticina di fragole da piantare nel giardino della badia.
Odiava ferocemente le donne, Monsignor Partanna.
E la donna, la donna piú pericolosa, la donna umile, tenera e fedele, egli scopriva sotto il manto e le bende della monaca.
Perciò ogni risposta che dava loro era come un colpo di ferula su le dita.
Marco Mèola sapeva, per via dello zio segretario, di quest'odio di Monsignor Partanna per le donne.
E quest'odio gli parve troppo e che, come tale, dovesse avere una ragione recondita e particolare nell'animo e nel passato di Monsignore.
Si mise a cercare; ma presto troncò le ricerche, all'arrivo misterioso di una nuova educanda alla badia di Sant'Anna, d'una povera gobbetta che non poteva neanche reggere sul collo la grossa testa dai grandi occhi ovati nella macilenza squallida del viso.
Questa gobbetta era nipote di Monsignor Partanna; ma una nipote di cui non sapevano nulla i parenti di Pisanello.
E difatti non era arrivata da Pisanello, ma da un altro paese dell'interno, ove alcuni anni addietro il Partanna era stato parroco.
Lo stesso giorno dell'arrivo di questa nuova educanda alla badia di Sant'Anna, Marco Mèola gridò solennemente in piazza a tutti noi compagni della sua fede liberale:
- Signori, io prometto e giuro che i Liguorini non torneranno a Montelusa.
E vedemmo, stupiti, subito dopo quel giuramento solenne, cambiar vita a Marco Mèola; lo vedemmo ogni domenica e in tutte le feste del calendario ecclesiastico entrare in chiesa e sentirsi la messa; lo vedemmo a passeggio in compagnia di preti e di vecchi bigotti; lo vedemmo in gran faccende ogni qual volta si preparavano le visite pastorali nella Diocesi, che Monsignor Partanna faceva con la massima vigilanza a' tempi voluti dai Canoni, non ostante la gran difficoltà delle vie e la mancanza di comunicazioni e di veicoli; e lo vedemmo con lo zio far parte del seguito in quelle visite.
Tuttavia, io non volli - io solo - credere a un tradimento da parte del Mèola.
Come rispose egli ai primi nostri rimproveri, alle prime nostre rimostranze? Rispose energicamente:
- Signori, lasciatemi fare!
Voi scrollaste le spalle, indignati; diffidaste di lui; credeste e gridaste al voltafaccia.
Io seguitai a essergli amico e mi ebbi da lui in quel vespro indimenticabile, quando la timida campanella argentina sonò i tre rintocchi nel cielo luminoso, quella mezza confessione misteriosa.
Marco Mèola, che non era mai andato piú di una volta l'anno a visitare quella sua zia monaca a Sant'Anna, cominciò a visitarla ogni settimana in compagnia della madre.
La zia monaca, nella badia di Sant'Anna, era preposta alla sorveglianza delle tre educande.
Le tre educande, le tre colombelle, volevano molto bene alla loro maestra; la seguivano per tutto come i pulcini la chioccia; la seguivano anche quand'essa era chiamata in parlatorio per la visita della sorella e del nipote.
E un giorno si vide il miracolo, Monsignor Partanna, che aveva negato alle monache di quella badia la licenza, che esse avevano sempre avuta, di entrare due volte l'anno in chiesa, la mattina, a porte chiuse, per pararla con le loro mani nelle ricorrenze del Corpus Domini e della Madonna del Lume, tolse il veto, riconcesse la licenza, per le preghiere insistenti delle tre educande e segnatamente della sua nipote, quella povera gobbetta nuova arrivata.
Veramente, il miracolo si vide dopo: quando venne la festa della Madonna del Lume.
La sera della vigilia, Marco Mèola si nascose nella chiesa, a tradimento, e dormí nel confessionale del Padre della comunità.
All'alba, una vettura era pronta nella piazzetta innanzi alla badia; e quando le tre educande, due belle e vivaci come rondinine in amore, l'altra gobba e asmatica, scesero con la loro maestra a parar l'altare della Madonna del Lume...
Ecco, voi dite: il Mèola ha rubato; il Mèola s'è arricchito; il Mèola probabilmente domani si metterà a far l'usurajo.
Sí.
Ma pensate, signori miei, pensate che di quelle tre educande non una delle due belle, ma la terza, la terza, quella misera sbiobbina asmatica e cisposa toccò a Marco Mèola di rapirsi, quand'era invece amato fervidamente anche dalle altre due! quella, proprio quella gobbetta, per impedire che i padri Liguorini tornassero a Montelusa.
Monsignor Partanna infatti - per costringere il Mèola alle nozze con la nipote rapita - dovette convertire in dote a questa nipote il fondo raccolto per il ritorno dei padri Liguorini.
Monsignor Partanna è vecchio e non avrà piú tempo di rifare quel fondo.
Che aveva promesso Marco Mèola a noi liberali di Montelusa? Che i Liguorini non sarebbero tornati.
Ebbene, o signori, e non è certo ormai che i Liguorini non torneranno a Montelusa?
I FORTUNATI
(Tonache di Montelusa)
Una commovente processione in casa del giovine sacerdote don Arturo Filomarino.
Visite di condoglianza.
Tutto il vicinato stava a spiare dalle finestre e dagli usci di strada il portoncino stinto imporrito fasciato di lutto, che cosí, mezzo chiuso e mezzo aperto, pareva la faccia rugosa di un vecchio che strizzasse un occhio per accennar furbescamente a tutti quelli che entravano, dopo l'ultima uscita - piedi avanti e testa dietro - del padrone di casa.
La curiosità, con cui il vicinato stava a spiare, faceva nascere veramente il sospetto che quelle visite avessero un significato o, piuttosto, un intento ben diverso da quello che volevano mostrare.
A ogni visitatore che entrava nel portoncino, scattavano qua e là esclamazioni di meraviglia:
- Uh, anche questo?
- Chi, chi?
- L'ingegner Franci!
- Anche lui?
Eccolo là, entrava.
Ma come? un massone? un trentatré? Sissignori, anche lui.
E prima e dopo di lui, quel gobbo del dottor Niscemi, l'ateo, signori miei, l'ateo; e il repubblicano e libero pensatore avvocato Rocco Turrisi, e il notajo Scimè e il cavalier Preato e il commendator Tino Laspada, consigliere di prefettura, e anche i fratelli Morlesi che, appena seduti, poverini, come se avessero le anime avvelenate di sonno, si mettevano tutt'e quattro a dormire, e il barone Cerrella, anche il barone Cerrella: i meglio, insomma, i pezzi piú grossi di Montelusa: professionisti, impiegati, negozianti...
Don Arturo Filomarino era arrivato la sera avanti da Roma, dove, appena caduto in disgrazia di Monsignor Partanna, per la pianticina di fragole promessa alle monacelle di Sant'Anna, s'era recato a studiare per addottorarsi in lettere e filosofia.
Un telegramma d'urgenza lo aveva richiamato a Montelusa per il padre colto da improvviso malore.
Era arrivato troppo tardi.
Neanche l'amara consolazione di rivederlo per l'ultima volta!
Le quattro sorelle maritate e i cognati, dopo averlo in fretta in furia ragguagliato della sciagura fulminea e avergli rinfacciato con certi versacci di sdegno, anzi di schifo, di abominazione, che i preti suoi colleghi di Montelusa avevano preteso dal moribondo ventimila lire, venti, ventimila lire per amministrargli i santi sacramenti, come se la buon'anima non avesse già donato abbastanza a opere pie, a congregazioni di carità, e lastricato di marmo due chiese, edificato altari, regalato statue e quadri di santi, profuso a piene mani denari per tutte le feste religiose; se n'erano andati via, sbuffanti, indignati, dichiarandosi stanchi morti di tutto quello che avevano fatto in quei due giorni tremendi; e lo avevano lasciato solo, là, solo, santo Dio, con la governante, piuttosto...
sí, piuttosto giovine, che il padre, buon'anima, aveva avuto la debolezza di farsi venire ultimamente da Napoli, e che già con collosa amorevolezza lo chiamava don Arturí.
Per ogni cosa che gli andasse attraverso, don Arturo aveva preso il vezzo d'appuntir le labbra e soffiare a due, a tre riprese, pian piano, passandosi le punte delle dita su le sopracciglia.
Ora, poverino, a ogni don Arturí...
Ah, quelle quattro sorelle! quelle quattro sorelle! Lo avevano sempre malvisto, fin da piccino, anzi propriamente non lo avevano mai potuto soffrire, forse perché unico maschio e ultimo nato, forse perché esse, poverette, erano tutt'e quattro brutte, una piú brutta dell'altra, mentre lui bello, fino fino, biondo e riccioluto.
La sua bellezza doveva parer loro doppiamente superflua, sí perché uomo e sí perché destinato fin dall'infanzia, col piacer suo, al sacerdozio.
Prevedeva che sarebbero avvenute scene disgustose, scandali e liti al momento della divisione ereditaria.
Già i cognati avevano fatto apporre i suggelli alla cassaforte e alla scrivania nel banco del suocero, morto intestato.
Che c'entrava intanto rinfacciare a lui ciò che i ministri di Dio avevano stimato giusto e opportuno pretendere dal padre perché morisse da buon cristiano? Ahi, per quanto crudele potesse riuscire al suo cuore di figlio, doveva pur riconoscere che la buon'anima aveva per tanti anni esercitato l'usura e senza in parte neppur quella discrezione che può almeno attenuare il peccato.
Vero è che con la stessa mano, con cui aveva tolto, aveva poi anche dato, e non poco.
Non erano però, a dir proprio, denari suoi.
E per questo appunto, forse, i sacerdoti di Montelusa avevano stimato necessario un altro sacrifizio, all'ultimo.
Egli, da parte sua, s'era votato a Dio per espiare con la rinunzia ai beni della terra il gran peccato in cui il padre era vissuto e morto.
E ora, per quel che gli sarebbe toccato dell'eredità paterna, era pieno di scrupoli e si proponeva di chieder lume e consiglio a qualche suo superiore, a Monsignor Landolina per esempio, direttore del Collegio degli Oblati, sant'uomo, già suo confessore, di cui conosceva bene l'esemplare, fervidissimo zelo di carità.
Tutte quelle visite, intanto, lo imbarazzavano.
Per quel che volevano parere, data la qualità dei personaggi, rappresentavano per lui un onore immeritato; per il fine recondito che le guidava, un avvilimento crudele.
Temeva quasi d'offendere a ringraziare per quell'apparenza d'onore che gli si faceva; a non ringraziare affatto, temeva di scoprir troppo il proprio avvilimento e d'apparir doppiamente sgarbato.
D'altra parte, non sapeva bene che cosa gli volessero dire tutti quei signori, né che cosa doveva rispondere, né come regolarsi.
Se sbagliava? se commetteva, senza volerlo, senza saperlo, qualche mancanza?
Egli voleva ubbidire ai suoi superiori, sempre e in tutto.
Cosí, ancor senza consiglio, si sentiva proprio sperduto in mezzo a quella folla.
Prese dunque il partito di sprofondarsi su un divanuccio sgangherato in fondo allo stanzone polveroso e sguarnito, quasi bujo, e di fingersi almeno in principio cosí disfatto dal cordoglio e dallo strapazzo del viaggio, da non potere accogliere se non in silenzio tutte quelle visite.
Dal canto loro i visitatori, dopo avergli stretto la mano, sospirando e con gli occhi chiusi, si mettevano a sedere giro giro lungo le pareti e nessuno fiatava e tutti parevano immersi in quel gran cordoglio del figlio.
Schivavano intanto di guardarsi l'un l'altro, come se a ciascuno facesse stizza che gli altri fossero venuti là a dimostrare la sua stessa condoglianza.
Non pareva l'ora, a tutti, di andarsene, ma ognuno aspettava che prima se n'andassero via gli altri, per dir sottovoce, a quattr'occhi, una parolina a don Arturo.
E in tal modo nessuno se ne andava.
Lo stanzone era già pieno e i nuovi arrivati non trovavan piú posto da sedere e tutti gonfiavano in silenzio e invidiavano i fratelli Morlesi che almeno non s'avvedevano del tempo che passava, perché, al solito, appena seduti, s'erano addormentati tutt'e quattro profondamente.
Alla fine, sbuffando, s'alzò per primo, o piuttosto scese dalla seggiola il barone Cerrella, piccolo e tondo come una balla, e dri dri dri, con un irritatissimo sgrigliolío delle scarpe di coppale, andò fino al divanuccio, si chinò verso don Arturo, e gli disse piano:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Quantunque abbattuto, don Arturo balzò in piedi:
- Eccomi, signor barone!
E lo accompagnò, attraversando tutto lo stanzone, fino alla saletta d'ingresso.
Ritornò poco dopo, soffiando, a sprofondarsi nel divanuccio; ma non passarono due minuti, che un altro si alzò e venne a ripetergli:
- Con permesso, padre Filomarino, una preghiera.
Dato l'esempio, cominciò la sfilata.
A uno a uno, di due minuti in due minuti, s'alzavano, e...
ma dopo cinque o sei, don Arturo non aspettò piú che venissero a pregarlo fino al divanuccio in fondo allo stanzone; appena vedeva uno alzarsi, accorreva pronto e servizievole e lo accompagnava fino alla saletta.
Per uno che se n'andava però, ne sopravvenivano altri due o tre alla volta, e quel supplizio minacciava di non aver piú fine per tutta la giornata.
Fortunatamente, quando furono le tre del pomeriggio, non venne piú nessuno.
Restavano nello stanzone soltanto i fratelli Morlesi, seduti uno accanto all'altro, tutt'e quattro nella stessa positura, col capo ciondoloni sul petto.
Dormivano lí da circa cinque ore.
Don Arturo non si reggeva piú su le gambe.
Indicò con un gesto disperato alla giovine governante napoletana quei quattro dormienti là.
- Voi andate a mangiare, don Arturí, - disse quella.
- Mo' ci pens'io.
Svegliati, però, dopo aver volto un bel po' in giro gli occhi sbarrati e rossi di sonno per raccapezzarsi, i fratelli Morlesi vollero dire anch'essi la parolina in confidenza a don Arturo, e invano questi si provò a far loro intendere che non ce n'era bisogno; che già aveva capito e che avrebbe fatto di tutto per contentarli, come gli altri, fin dove gli sarebbe stato possibile.
I fratelli Morlesi non volevano soltanto pregarlo come tutti gli altri di fare in modo che venisse a lui la loro cambiale nella divisione dei crediti per non cadere sotto le grinfie degli altri eredi; avevano anche da fargli notare che la loro cambiale non era già, come figurava, di mille lire, ma di sole cinquecento.
- E come? perché? - domandò, ingenuamente, don Arturo.
Si misero a rispondergli tutt'e quattro insieme, correggendosi a vicenda e ajutandosi l'un l'altro a condurre a fine il discorso:
- Perché suo papà, buon'anima, purtroppo...
- No, purtroppo...
per...
per eccesso di...
- Di prudenza, ecco!
- Già, ecco...
ci disse, firmate per mille...
- E tant'è vero che gli interessi...
- Come risulterà dal registro...
- Interessi del ventiquattro, don Arturí! del ventiquattro! del ventiquattro!
- Glieli abbiamo pagati soltanto per cinquecento lire, puntualmente, fino al quindici del mese scorso.
- Risulterà dal registro...
Don Arturo, come se da quelle parole sentisse ventar le fiamme dell'inferno, appuntiva le labbra e soffiava, passandosi la punta delle mani immacolate su le sopracciglia.
Si dimostrò grato della fiducia che essi, come tutti gli altri, riponevano in lui, e lasciò intravedere anche a loro quasi la speranza che egli, da buon sacerdote, non avrebbe preteso la restituzione di quei denari.
Contentarli tutti, purtroppo, non poteva: gli eredi erano cinque, e dunque a piacer suo egli non avrebbe potuto disporre che di un quinto dell'eredità.
Quando in paese si venne a sapere che don Arturo Filomarino, in casa dell'avvocato scelto per la divisione ereditaria, discutendo con gli altri eredi circa gli innumerevoli crediti cambiarii, non si era voluto contentare della proposta dei cognati, che fosse cioè nominato per essi un liquidatore di comune fiducia, il quale a mano a mano, concedendo umanamente comporti e rinnovazioni, li liquidasse agli interessi piú che onesti del cinque per cento, mentre il meno che il suocero soleva pretendere era del ventiquattro; piú che piú si raffermò in tutti i debitori la speranza che egli generosamente, con atto da vero cristiano e degno ministro di Dio, avrebbe non solo abbonato del tutto gl'interessi a quelli che avrebbero avuto la fortuna di cadere in sua mano, ma fors'anche rimessi e condonati i debiti.
E fu una nuova processione alla casa di lui.
Tutti pregavano, tutti scongiuravano per esser compresi tra i fortunati, e non rifinivano di porgli sotto gli occhi e di fargli toccar con mano le miserande piaghe della loro esistenza.
Don Arturo non sapeva piú come schermirsi; aveva le labbra indolenzite dal tanto soffiare; non trovava un minuto di tempo, assediato com'era, per correre da Monsignor Landolina a consigliarsi; e gli pareva mill'anni di ritornarsene a Roma a studiare.
Aveva vissuto sempre per lo studio, lui, ignaro affatto di tutte le cose del mondo.
Quando alla fine fu fatta la difficilissima ripartizione di tutti i crediti cambiarii, ed egli ebbe in mano il pacco delle cambiali che gli erano toccate, senza neppur vedere di chi fossero per non rimpiangere gli esclusi, senza neppur contare a quanto ammontassero, si recò al Collegio degli Oblati per rimettersi in tutto e per tutto al giudizio di Monsignor Landolina.
Il consiglio di questo sarebbe stato legge per lui.
Il Collegio degli Oblati sorgeva nel punto piú alto del paese ed era un vasto, antichissimo edificio quadrato e fosco esternamente, roso tutto dal tempo e dalle intemperie; tutto bianco, all'incontro, arioso e luminoso, dentro.
Vi erano accolti i poveri orfani e i bastardelli di tutta la provincia, dai sei ai diciannove anni, i quali vi imparavano le varie arti e i varii mestieri.
La disciplina era dura, segnatamente sotto Monsignor Landolina, e quando quei poveri Oblati alla mattina e al vespro cantavano al suono dell'organo nella chiesina del Collegio, le loro preghiere sapevan di pianto e, a udirle da giú, provenienti da quella fabbrica fosca nell'altura, accoravano come un lamento di carcerati.
Monsignor Landolina non pareva affatto che dovesse avere in sé tanta forza di dominio e cosí dura energia.
Era un prete lungo e magro, quasi diafano, come se la gran luce di quella bianca ariosa cameretta in cui viveva, lo avesse non solo scolorito ma anche rarefatto, e gli avesse reso le mani d'una gracilità tremula quasi trasparenti e su gli occhi chiari ovati le palpebre piú esili d'un velo di cipolla.
Tremula e scolorita aveva anche la voce e vani i sorrisi su le lunghe labbra bianche, tra le quali spesso filava qualche grumetto di biascia.
- Oh Arturo! - disse, vedendo entrare il giovine: e, come questi gli si buttò sul petto piangendo:
- Ah, già! un gran dolore...
Bene bene, figliuolo mio! Un gran dolore, mi piace.
Ringraziane Dio! Tu sai com'io sono per tutti gli sciocchi che non vogliono soffrire.
Il dolore ti salva, figliuolo! E tu, per tua ventura, hai molto, molto da soffrire, pensando a tuo padre che, poveretto, eh...
fece tanto, tanto male! Sia il tuo cilizio, figliuolo, il pensiero di tuo padre.
E di', quella donna? quella donna? Tu l'hai ancora in casa?
- Andrà via domani, Monsignore, - s'affrettò a rispondergli don Arturo, finendo d'asciugarsi le lagrime.
- Ha dovuto preparar le sue robe...
- Bene bene, subito via, subito via.
Che hai da dirmi, figliuolo mio?
Don Arturo trasse fuori il pacco delle cambiali, e subito cominciò a esporre il piato per esse coi parenti, e le visite e le lamentazioni delle vittime.
Ma Monsignor Landolina, come se quelle cambiali fossero armi diaboliche o immagini oscene, appena gli occhi si posavano su esse, tirava indietro il capo e muoveva convulsamente tutte le dita delle gracili mani diafane, quasi per paura di scottarsele, non già a toccarle, ma a vederle soltanto, e diceva al Filomarino che le teneva su le ginocchia:
- Non lí sull'abito, caro, non lí sull'abito...
Don Arturo fece per posarle su la seggiola accanto.
- Ma no, ma no...
per carità, dove le posi? Non tenerle in mano, caro, non tenerle in mano...
- E allora? - domandò sospeso, perplesso, avvilito, don Arturo, anche lui con un viso disgustato e tenendole con due dita e scostando le altre, come se veramente avesse in mano un oggetto schifoso.
- Per terra, per terra, - gli suggerí Monsignor Landolina.
- Caro mio, un sacerdote, tu intendi...
Don Arturo, tutto invermigliato in volto, le posò per terra e disse:
- Avevo pensato, Monsignore, di restituirle a quei poveri disgraziati...
- Disgraziati? No, perché? - lo interruppe subito Monsignor Landolina.
- Chi ti dice che sono disgraziati?
- Mah...
- fece don Arturo.
- Il solo fatto, Monsignore, che han dovuto ricorrere a un prestito...
- I vizii, caro, i vizii! - esclamò Monsignor Landolina.
- Le donne, la gola, le triste ambizioni, l'incontinenza...
Che disgraziati! Gente viziosa, caro, gente viziosa.
Vuoi darla a conoscere a me? Tu sei ragazzo inesperto.
Non ti fidare.
Piangono, si sa! È cosí facile piangere...
Difficile è non peccare! Peccano allegramente; e, dopo aver peccato, piangono.
Va' va'! Te li insegno io quali sono i veri disgraziati, caro, poiché Dio t'ha ispirato a venir da me.
Sono tutti questi ragazzi sotto la mia custodia qua, frutto delle colpe e dell'infamia di codesti tuoi signori disgraziati.
Da' qua, da' qua!
E, chinandosi, con le mani fe' cenno al Filomarino di raccattar da terra il fascio delle cambiali.
Don Arturo lo guardò, titubante.
Come, ora sí? Doveva prenderle con le mani?
- Vuoi disfartene? Prendile! Prendile! - s'affrettò a rassicurarlo Monsignor Landolina.
- Prendile pure con le mani, sí! Leveremo subito da esse il sigillo del demonio, e le faremo strumento di carità.
Puoi ben toccarle ora, se debbono servire per i miei poverini! Tu le dai a me, eh? Le dai a me; e li faremo pagare, li faremo pagare, caro mio; vedrai se li faremo pagare, codesti tuoi signori disgraziati!
Rise, cosí dicendo, d'un riso senza suono, con le bianche labbra appuntite e con uno scotimento fitto fitto del capo.
Don Arturo avvertí, a quel riso, come un friggío per tutto il corpo, e soffiò.
Ma di fronte alla sicurezza sbrigativa con cui il superiore si prendeva quei crediti a titolo di carità, non ardí replicare.
Pensò a tutti quegli infelici, che si stimavano fortunati d'esser caduti in sua mano e tanto lo avevano pregato e tanto commosso col racconto delle loro miserie.
Cercò di salvarli almeno dal pagamento degli interessi.
- E no! E perché? - gli diede subito su la voce Monsignor Landolina.
- Dio si serve di tutto, caro mio, per le sue opere di misericordia! Di' un po', di' un po', che interessi faceva tuo padre? Eh, forti, lo so! Almeno del ventiquattro, mi par d'aver inteso.
Bene; li tratteremo tutti con la stessa misura.
Pagheranno tutti il ventiquattro per cento.
- Ma...
sa, Monsignore...
veramente, ecco...
- balbettò don Arturo su le spine, - i miei coeredi, Monsignore, hanno stabilito di liquidare i loro crediti con gl'interessi del cinque, e...
- Fanno bene! ah! fanno bene! - esclamò pronto e persuaso Monsignor Landolina.
- Loro sí, benissimo, perché questo è denaro che va a loro! Il nostro no, invece.
Il nostro andrà ai poveri, figliuolo mio! Il caso è ben diverso, come vedi! È denaro che va ai poveri, il nostro; non a te, non a me! Ti pare che faremmo bene noi, se defraudassimo i poveri di quanto possono pretendere secondo il minimo dei patti stabiliti da tuo padre? Sian pur patti d'usura, li santifica adesso la carità! No no! Pagheranno, pagheranno gli interessi, altro che! gl'interessi del ventiquattro.
Non vengono a te; non vengono a me! Denaro dei poveri, sacrosanto! Va' pur via senza scrupoli, figliuolo mio; ritorna subito a Roma ai tuoi diletti studii, e lascia fare a me, qua.
Tratterò io con codesti signori.
Denaro dei poveri, denaro dei poveri...
Dio ti benedica, figliuolo mio! Dio ti benedica!
E Monsignor Landolina, animato da quell'esemplare, fervidissimo zelo di carità, di cui meritamente godeva fama, arrivò fino al punto di non voler neppure riconoscere che la cambiale dei quattro poveri fratelli Morlesi che dormivano sempre, firmata per mille, fosse in realtà di cinquecento lire; e pretese da loro, come da tutti gli altri, gl'interessi del ventiquattro per cento anche su le cinquecento lire che non avevano mai avute.
E li voleva per giunta convincere, filando tra le labbra bianche que' suoi grumetti di biascia, che fortunati erano davvero, fortunati, fortunati di fare, anche nolenti, un'opera di carità, di cui certamente il Signore avrebbe loro tenuto conto un giorno, nel mondo di là...
Piangevano?
- Eh! Il dolore vi salva, figliuoli!
VISTO CHE NON PIOVE...
(Tonache di Montelusa)
Era ogni anno una sopraffazione indegna, una sconcia prepotenza di tutto il contadiname di Montelusa contro i poveri canonici della nostra gloriosa Cattedrale.
La statua della SS.
Immacolata, custodita tutto l'anno dentro un armadio a muro nella sagrestia della chiesa di S.
Francesco d'Assisi, il giorno otto dicembre, tutta parata d'ori e di gemme, col manto azzurro di seta stellato d'argento, dopo le solenni funzioni in chiesa, era condotta sul fercolo in processione per le erte vie di Montelusa, tra le vecchie casupole screpolate, pigiate, quasi l'una sull'altra; sú, sú, fino alla Cattedrale in cima al colle; e lí lasciata, la sera, ospite del patrono S.
Gerlando.
Nella Cattedrale, la SS.
Immacolata avrebbe dovuto rimanere dalla sera del giovedí alla mattina della domenica: due giorni e mezzo.
Ma ormai, per consuetudine, parendo troppo breve questo tempo, si lasciava stare per quella prima domenica dopo la festa, e si aspettava la domenica seguente per ricondurla con una nuova e piú pomposa processione alla chiesa di S.
Francesco.
Se non che, quasi ogni anno avveniva che il trasporto, quella seconda domenica, non si potesse fare per il cattivo tempo e si dovesse rimandare a un'altra domenica; e, di domenica in domenica, talvolta per piú mesi di seguito.
Ora, questo prolungamento d'ospitalità, per se stesso, non sarebbe stato niente, se la SS.
Immacolata non avesse goduto per antichissimo privilegio d'una prebenda durante tutto il tempo della sua permanenza alla Cattedrale.
Per tutti i giorni che la SS.
Immacolata vi stava, era come se nel Capitolo ci fosse un canonico in piú: tirava, su le esequie e su tutto, proprio quanto un canonico; e i deputati della Congregazione sorvegliavano con tanto d'occhi perché nulla Le fosse detratto di quanto Le spettava, affinché piú splendida, anche coi frutti di quella prebenda, potesse ogni anno riuscire la festa in Suo onore.
Questo, oltre a tutte le altre spese che gravavano sul Capitolo per quella permanenza; spese e fatiche: cioè, funzioni ogni giorno, ogni giorno predica, e spari di mortaretti e di razzi e, anche per il povero sagrestano, lunghe scampanate tutte le mattine e tutte le sere.
Forse, per amore della SS.
Vergine, i canonici della Cattedrale avrebbero sopportato in pace e sottrazione e spese e fatiche, se nel contadiname di Montelusa non si fosse radicata la credenza che la SS.
Immacolata volesse rimanere nella Cattedrale uno e due mesi a loro marcio dispetto; e che essi ogni anno pregassero a mani giunte il cielo che non piovesse almeno la domenica che si doveva fare il trasporto.
Giusto in quel tempo accadeva che i contadini per i loro seminati non fossero mai paghi dell'acqua che il cielo mandava; e se davvero qualche anno non pioveva, ecco che la colpa era dei canonici della Cattedrale, a cui non pareva l'ora di levarsi d'addosso la SS.
Immacolata.
Ebbene, a lungo andare e a furia di sentirselo ripetere, i canonici della Cattedrale in verità s'erano presi a dispetto, non propriamente la Vergine, ma quegli zotici villanacci, e piú quei mezzi signori della Congregazione che, non contenti di tener desta nell'animo dei contadini quella sconcia credenza del loro dispetto per la Vergine, spingevano la tracotanza fino a spedirne tre o quattro ogni sabato, sul far della sera, tra i piú sfrontati, su alla piazza innanzi alla Cattedrale, con l'incarico di mettersi a passeggiare con le mani dietro la schiena e il naso all'aria, in attesa che uno del Capitolo uscisse dalla chiesa, per domandargli con un riso scemo su le labbra:
- Scusi, signor Canonico, che prevede? pioverà o non pioverà domani?
Era, come si vede, anche un'intollerabile irriverenza.
Monsignor Partanna avrebbe dovuto farla cessare a ogni costo.
Tanto piú ch'era notorio a tutti che quei fratelloni della Congregazione, nella frenesia di far denari comunque, arrivavano fino a speculare indegnamente su la Madonna, mettendo anche in pegno alla banca cattolica di San Gaetano gli ori, le gemme e finanche il manto stellato, che la Madonna aveva ricevuto in dono dai fedeli divoti.
Monsignor Vescovo avrebbe dovuto ordinare che il ritorno della SS.
Immacolata alla chiesa di San Francesco non andasse mai oltre la seconda domenica dopo la festa, comunque fosse il tempo, piovesse o non piovesse.
Tanto, non c'era pericolo che si bagnasse sotto il magnifico baldacchino sorretto a turno dai seminaristi di piú robusta complessione.
Erano invece le donne dei contadini, le femmine dei popolo o - come ripetevano i reverendi canonici del Capitolo - le sgualdrinelle, le sgualdrinelle, che avevano paura di bagnarsi; e dicevano la Vergine! Non volevano sciuparsi gli abiti di seta, con cui si paravano per quella processione dando uno spettacolo di sacrilega vanità atteggiate tutte come la SS.
Immacolata, con le mani un po' levate e aperte innanzi al seno, piene d'anelli in tutte le dita, con lo scialle di seta appuntato con gli spilli alle spalle, gli occhi volti al cielo, e tutti i pendagli e tutti i lagrimoni degli orecchini e delle spille e dei braccialetti, ciondolanti a ogni passo.
Ma Monsignor Vescovo non se ne voleva dar per inteso.
Forse, ora ch'era vecchio e cadente, aveva paura di bagnarsi anche lui e di prendere un malanno, seguendo a capo scoperto il fercolo, sotto la pioggia; e poco gl'importava che il povero vicario capitolare, Monsignor Lentini, fosse ridotto, quell'anno, per le tante prediche, una al giorno, sempre su lo stesso argomento, in uno stato da far compassione finanche alle panche della chiesa.
Erano già undici domeniche, undici, dall'otto dicembre, che il pover'uomo, levando il capo dal guanciale, chiedeva con voce lamentosa alla Piconella, sua vecchia casiera, la quale ogni mattina veniva a recargli a letto il caffè:
- Piove?
E la Piconella non sapeva piú come rispondergli.
Perché pareva veramente che il tempo si fosse divertito a straziare quel brav'uomo con una incredibile raffinatezza di crudeltà.
Qualche domenica era aggiornato sereno, e allora la Piconella era corsa tutta esultante a darne l'annunzio al suo Monsignor Vicario:
- Il sole, il sole! Monsignor Vicario, il sole!
E il sagrestano della Cattedrale dàgli a sonare a festa le campane, din don dan, din don dan, ché certo la SS.
Immacolata quella mattina, prima di mezzogiorno, se ne sarebbe andata via.
Se non che, quando già alla piazza della Cattedrale era cominciata ad affluir la gente per la processione e s'era finanche aperta la porta di ferro su la scalinata presso il seminario, donde la SS.
Vergine soleva uscire ogni anno, e dal seminario erano arrivati a due a due in lungo ordine i seminaristi parati coi camici trapunti, e tutt'in giro alla piazza erano stati disposti i mortaretti, ecco sopravvenire in gran furia dal mare fra lampi e tuoni una nuova burrasca.
Il sagrestano, dàgli di nuovo a sonar tutte le campane per scongiurarla, sul fermento della folla che s'era messa intanto a protestare, indignata perché sotto quella incombente minaccia del tempo i canonici volessero mandar via a precipizio la Madonna.
E fischi e urli e invettive sotto il palazzo vescovile, finché Monsignor Vescovo, per rimettere la calma, non aveva fatto annunziare da uno de' suoi segretarii che la processione era rimandata alla domenica seguente, tempo permettendo.
Per ben cinque domeniche su undici s'era ripetuta questa scena.
Quell'undicesima domenica, appena la piazza fu sgombra, tutti i canonici del Capitolo irruppero furenti nella casa del vicario capitolare, Monsignor Lentini.
A ogni costo, a ogni costo bisognava trovare un rimedio contro quella soperchieria brutale!
Il povero vicario capitolare si reggeva la testa con le mani e guardava tutti in giro come se fosse intronato.
S'erano avventati contro lui, piú che contro gli altri, i fischi, gli urli, le minacce della folla.
Ma non era intronato per questo il povero vicario capitolare.
Dopo undici settimane, un'altra settimana di prediche su la SS.
Immacolata! In quel momento il pover'uomo non poteva pensare ad altro, e a questo pensiero, si sentiva proprio levar di cervello.
Il rimedio lo trovò Monsignor Landolina, il rettore terribile del Collegio degli Oblati.
Bastò che egli proferisse un nome, perché d'improvviso si sedasse l'agitazione di tutti quegli animi.
- Il Mèola! Qua ci vuole il Mèola! Amici miei, bisogna ricorrere al Mèola!
Marco Mèola, il feroce tribuno anticlericale, che quattr'anni addietro aveva giurato di salvar Montelusa da una temuta invasione di padri Liguorini, aveva ormai perduto ogni popolarità.
Perché, pur essendo vero da una parte che il giuramento era stato mantenuto, non era men vero dall'altra che i mezzi adoperati e le arti che aveva dovuto usare per mantenerlo, e poi quel ratto, e poi la ricchezza che glien'era derivata, non erano valsi a dar credito alla dimostrazione ch'egli voleva fare, che il suo, cioè, era stato un sacrifizio eroico.
Se la nipote di Monsignor Partanna, infatti, la educanda rapita, era brutta e gobba, belli e ballanti e sonanti erano i denari della dote che il Vescovo era stato costretto a dargli; e, in fondo, i pezzi grossi del clero montelusano, ai quali non era mai andata a sangue quella promessa del loro Vescovo di far tornare i padri Liguorini, se non amici apertamente, avevano di nascosto, anche dopo quella scappata, anzi appunto per quella scappata, seguitato a veder di buon occhio Marco Mèola.
Tuttavia, ora, a costui doveva senza dubbio piacere che, senza rischio di guastarsi coi segreti amici, gli si offrisse un'occasione per riconquistar la stima degli antichi compagni, il prestigio perduto di tribuno anticlericale.
Orbene, bisognava mandar furtivamente al Mèola due fidati amici a proporgli a nome dell'intero Capitolo di tenere per la ventura domenica una conferenza contro le feste religiose in genere, contro le processioni sacre in ispecie, togliendo a pretesto i deplorati disordini delle scorse domeniche, quegli urli, quei fischi, quelle minacce del popolo per impedire il trasporto della SS.
Immacolata dalla Cattedrale alla chiesa di S.
Francesco.
Sparso per tutto il paese con molto rumore l'annunzio di quella conferenza, si sarebbe facilmente indotto il Vescovo a pubblicare un'indignata protesta contro la patente violazione che della libertà del culto avevano in animo di tentare i liberali di Montelusa, nemici della fede, e un invito sacro a tutti i fedeli della diocesi perché la ventura domenica, con qualunque tempo, piovesse o non piovesse, si raccogliessero nella piazza della Cattedrale a difendere da ogni possibile ingiuria la venerata immagine della SS.
Immacolata.
Questa proposta di Monsignor Landolina fu accolta e approvata unanimemente dai canonici del Capitolo.
Solo quel sant'uomo del vicario, Monsignor Lentini, osò invitare i colleghi a considerare se non fosse imprudente sollevar disordini anche dall'altra parte, andare a stuzzicar quel vespajo.
Ma, suggeritagli l'idea che da quella conferenza del Mèola avrebbe tratto argomento di predica per la settimana ventura contro l'intolleranza che voleva impedire ai fedeli di manifestare la propria divozione alla Vergine, con parecchi: - "Capisco, ma...
capisco, ma..." - alla fine si arrese.
La trovata di Monsignor Landolina ebbe un effetto di gran lunga superiore a quello che gli stessi canonici del Capitolo se ne ripromettessero.
Dopo quattr'anni di silenzio, Marco Mèola si scagliò in piazza con le furie d'un leone affamato.
Dopo due giorni di vociferazioni nel circolo degli impiegati civili, nel caffè di Pedoca, riuscí a promuovere una tale agitazione, che Monsignor Vescovo fu costretto veramente a rispondere con una fierissima pastorale e, nell'invito sacro, chiamò a raccolta per la ventura domenica non solo tutti i fedeli di Montelusa ma anche quelli dei paesi vicini.
"Piova pure a diluvio,- concludeva l'invito, - noi siamo sicuri che la piú fiera tempesta non smorzerà d'un punto il vostro sacro e fervidissimo ardore.
Piova pure a diluvio, domenica ventura la SS.
Immacolata uscirà dalla nostra gloriosa Cattedrale, e scortata e difesa da tutti i fedeli della Diocesi, la SS.
Ospite rientrerà nella sua sede."
Ma, neanche a farlo apposta, quella dodicesima domenica recò, dopo tanta e cosí lunga intemperie, il riso della primavera, il primo riso, e con tale dolcezza, che ogni turbolenza cadde d'un tratto, come per incanto, dagli animi.
Al suono festivo delle campane, nell'aria chiara, tutti i Montelusani uscirono a inebriarsi del voluttuoso tepore del primo sole della nuova stagione; ed era su tutte le labbra un liquido sorriso di beatitudine e in tutte le membra un delizioso languore, un'accorata voglia d'abbandonarsi in cordiali abbracci fraterni.
Allora il vicario capitolare Monsignor Lentini, che dal lunedí al sabato di quella dodicesima settimana aveva dovuto fare altre sei prediche su la SS.
Immacolata, con un filo di voce chiamò attorno a sé i canonici del Capitolo e domandò loro, se non si potesse in qualche modo impedire lo scandalo ormai inutile di quella conferenza anticlericale del Mèola, per cui si sentiva come una spina nel cuore.
Si poteva esser certi che né per quel giorno sarebbe piovuto, né piú per mesi.
Non poteva il Mèola darsi per ammalato e rimandar la conferenza ad altro tempo, all'anno venturo magari, per la seconda domenica di pioggia dopo l'otto dicembre?
- Eh già! Sicuro! - riconobbero subito i canonici.
- Cosí il rimedio non andrebbe sciupato!
I due fidati amici dell'altra volta furono rimandati in gran fretta dal Mèola.
Un raffreddore, una costipazione, un attacco di gotta, un improvviso abbassamento di voce:
- Visto che non piove...
Il Mèola recalcitrò, inferocito.
Rinunziare? rimandare? Ah no, perdio, si pretendeva troppo da lui, ora ch'era riuscito a riacciuffare il favore dei liberali di Montelusa!
- Va bene, - gli dissero quei due amici.
- Se pioveva...
Ma visto che non piove...
- Visto che non piove, - tuonò il Mèola - il signor Prefetto della provincia che fa? Potrebbe lui solo, lui solo per ragioni d'ordine pubblico, proibire ormai la conferenza! Andate subito dal Prefetto, visto che non piove, e io potrò anche ricevere a letto, fra un'ora, con un febbrone da cavallo, l'annunzio della proibizione!
Cosí la SS.
Immacolata ritornò, senz'alcun disordine, alla chiesa di S.
Francesco d'Assisi dopo dodici domeniche di permanenza alla Cattedrale, il giorno 25 di febbrajo.
E il giubilo del popolo fu quell'anno veramente straordinario per la sconfitta data dal bel tempo ai liberali di Montelusa.
FORMALITÀ
I
Nell'ampio scrittojo del Banco Orsani, il vecchio commesso Carlo Bertone con la papalina in capo, le lenti su la punta del naso come per spremere dalle narici quei due ciuffetti di peli grigi, stava a fare un conto assai difficile in piedi innanzi a un'alta scrivania, su cui era aperto un grosso libro mastro.
Dietro a lui, Gabriele Orsani, molto pallido e con gli occhi infossati, seguiva l'operazione, spronando di tratto in tratto con la voce il vecchio commesso, a cui, a mano a mano che la somma ingrossava, pareva mancasse l'animo d'arrivare in fondo.
- Queste lenti...
maledette! - esclamò a un certo punto, con uno scatto d'impazienza, facendo saltare con una ditata le lenti dalla punta del naso sul registro.
Gabriele Orsani scoppiò a ridere:
- Che ti fanno vedere codeste lenti? Povero vecchio mio, vah! Zero via zero, zero...
Allora il Bertone, stizzito, prese dalla scrivania il grosso libro:
- Vuol lasciarmi andare di là? Qua, con lei che fa cosí, creda, non è possibile...
Calma ci vuole!
- Bravo Carlo, sí, - approvò l'Orsani ironicamente.
- Calma, calma...
E intanto - aggiunse, indicando il registro, - ti porti appresso codesto mare in tempesta.
Andò a buttarsi su una sedia a sdrajo presso la finestra e accese una sigaretta.
La tenda turchina, che teneva la stanza in una grata penombra, si gonfiava a quando a quando a un buffo d'aria che veniva dal mare.
Entrava allora con la subita luce piú forte il fragore del mare che si rompeva alla spiaggia.
Prima d'uscire, il Bertone propose al principale di dare ascolto a un signore "curioso" che aspettava di là: nel frattempo lui avrebbe atteso in pace a quel conto molto complicato.
- Curioso? - domandò Gabriele.
- E chi è?
- Non so: aspetta da mezz'ora.
Lo manda il dottor Sarti.
- E allora fallo passare.
Entrò, poco dopo, un ometto su i cinquant'anni, dai capelli grigi, pettinati a farfalla, svolazzanti.
Sembrava un fantoccio automatico, a cui qualcuno di là avesse dato corda per fargli porgere quegli inchini e trinciar quei gesti comicissimi.
Mani, ne aveva ancora due; occhi, uno solo; ma egli forse credeva sul serio di dare a intendere d'averne ancora due, riparando l'occhio di vetro con una caramella, la quale pareva stentasse terribilmente a correggergli quel piccolo difetto di vista.
Presentò all'Orsani il suo biglietto da visita cosí concepito:
LAPO VANNETTI
Ispettore della
LONDON LIFE ASSURANCE SOCIETY LIMITED
(Capit.
sociale L.
4.500.000 - Capit.
versato L.
2.559.400)
- Prezatissimo signore! - cominciò, e non la finí piú.
Oltre al difetto di vista, ne aveva un altro di pronunzia; e come cercava di riparar quello dietro la caramella, cercava di nasconder questo appoggiando una risatina sopra ogni zeta ch'egli pronunziava in luogo della c e della g.
Invano l'Orsani si provò piú volte a interromperlo.
- Son di passazzo per questa rispettabilissima provinzia, - badava a dir l'ometto imperterrito, con vertiginosa loquela, - dove che per merito della nostra Sozietà, la piú antica, la piú autorevole di quante ne esistano su lo stesso zenere, ho concluso ottimi, ottimi contratti, sissignore, in tutte le spezialissime combinazioni che essa offre ai suoi assoziati, senza dire dei vantazzi ezzezionali, che brevemente le esporrò per ogni combinazione, a sua scelta.
Gabriele Orsani si avvilí; ma il signor Vannetti vi pose subito riparo: cominciò a far tutto da sé: domande e risposte, a proporsi dubbii e a darsi schiarimenti:
- Qui Lei, zentilissimo signore, eh, lo so! potrebbe dirmi, obbiettarmi: Ecco, sí, caro Vannetti, d'accordo: piena fiduzia nella vostra Compagnia; ma, come si fa? per me è un po' troppo forte, poniamo, codesta tariffa; non ho tanto marzine nel mio bilanzio, e allora...
(ognuno sa gli affari di casa sua, e qui Lei dize benissimo: Su questo punto, caro Vannetti, non ammetto discussioni).
Ecco, io però, zentilissimo signore, mi permetto di farle osservare: E gli spezialissimi vantazzi che offre la nostra Compagnia? Eh, lo so, dize Lei: tutte le Compagnie, qual piú qual meno, ne offrono.
No, no, mi perdoni, signore, se oso mettere in dubbio codesta sua asserzione.
I vantazzi...
A questo punto, l'Orsani, vedendogli trarre da una cartella di cuojo un fascio di prospettini a stampa, protese le mani, come in difesa:
- Scusi, - gridò.
- Ho letto in un giornale che una Compagnia ha assicurato non so per quanto la mano d'un celebre violinista: è vero?
Il signor Lapo Vannetti rimase per un istante sconcertato: poi sorrise e disse:
- Americanate! Sissignore.
Ma noi...
- Glielo domando, - riprese, senza perder tempo, Gabriele, - perché anch'io, una volta, sa?...
E fece segno di sonare il violino.
Il Vannetti, ancora non ben rimesso, credette opportuno congratularsene:
- Ah, benissimo! benissimo! Ma noi, scusi, veramente, non fazziamo di queste operazioni.
- Sarebbe molto utile, però! - sospirò l'Orsani levandosi in piedi.
- Potersi assicurare tutto ciò che si lascia o si perde lungo il cammino della vita: i capelli! i denti, per esempio! E la testa? La testa che si perde cosí facilmente...
Ecco: il violinista, la mano; uno zerbinotto, i capelli; un crapulone, i denti; un uomo d'affari, la testa...
Ci pensi! È una trovata.
Si recò a premere un campanello elettrico alla parete, presso la scrivania, soggiungendo:
- Permetta un momento, caro signore.
Il Vannetti, mortificato, s'inchinò.
Gli parve che l'Orsani, per cavarselo dai piedi, avesse voluto fare un'allusione, veramente poco gentile, al suo occhio di vetro.
Rientrò nello scrittojo il Bertone, con un'aria vie piú smarrita.
- Nel casellario del palchetto della tua scrivania, - gli disse Gabriele, - alla lettera Z...
- I conti della zolfara? - domandò il Bertone.
- Gli ultimi, dopo la costruzione del piano inclinato...
Carlo Bertone chinò piú volte il capo:
- Ne ho tenuto conto.
L'Orsani scrutò negli occhi del vecchio commesso; rimase accigliato, assorto; poi gli domandò:
- Ebbene?
Il Bertone, impacciato, guardò il Vannetti.
Questi allora comprese ch'era di troppo, in quel momento; e, riprendendo il suo fare cerimonioso, tolse commiato.
- Non z'è bisogno d'altro, con me.
Capisco a volo.
Mi ritiro.
Vuol dire che, se non Le dispiaze, io vado a prendere un bocconzino qui presso, e ritorno.
Non se ne curi.
Stia comodo, per carità! So la via.
A rivederla.
Ancora un inchino, e via.
II
- Ebbene? - domandò di nuovo Gabriele Orsani al vecchio commesso, appena uscito il Vannetti.
- Quella...
quella costruzione...
giusto adesso, - rispose, quasi balbettando, il Bertone.
Gabriele s'adirò.
- Quante volte me l'hai detto? Che volevi che facessi, d'altra parte? Rescindere il contratto, è vero? Ma se per tutti i creditori quella zolfara rappresenta ancora la speranza della mia solvibilità...
Lo so! lo so! Sono state piú di centotrenta mila lire buttate lí, in questo momento, senza frutto...
Lo so meglio di te!...
Non mi far gridare.
Il Bertone si passò piú volte le mani su gli occhi stanchi; poi, dandosi buffetti su la manica, dove non c'era neppur l'ombra della polvere, disse piano, come a se stesso:
- Ci fosse modo, almeno, d'aver danaro per muovere ora tutto quel macchinario, che...
che non è neanche interamente pagato.
Ma abbiamo anche le scadenze delle cambiali alla Banca...
Gabriele Orsani, che s'era messo a passeggiare per lo scrittojo, con le mani in tasca, accigliato, s'arrestò:
- Quanto?
- Eh...
- sospirò il Bertone.
- Eh...
- rifece Gabriele; poi, scattando: - Oh, insomma! Dimmi tutto.
Parla franco: è finita? capitombolo? Sia lodata e ringraziata la buona e santa memoria di mio padre! Volle mettermi qua, per forza: io ho fatto quello che dovevo fare: tabula rasa: non se ne parli piú!
- Ma no, non si disperi, ora...
- disse il Bertone, commosso.
- Certo lo stato delle cose...
Mi lasci dire!
Gabriele Orsani posò le mani su le spalle del vecchio commesso:
- Ma che vuoi dire, vecchio mio, che vuoi dire? Tremi tutto.
Non cosí, ora; prima, prima, con l'autorità che ti veniva da codesti capelli bianchi, dovevi opporti a me, ai miei disegni, consigliarmi allora, tu che mi sapevi inetto agli affari.
Vorresti illudermi, ora, cosí? Mi fai pietà!
- Che potevo io?...
- fece il Bertone, con le lagrime agli occhi.
- Nulla! - esclamò l'Orsani.
- E neanche io.
Ho bisogno di pigliarmela con qualcuno, non te ne curare.
Ma, possibile? io, io, qua, messo agli affari? Se non so vedere ancora quali siano stati, in fondo, i miei sbagli...
Lascia quest'ultimo della costruzione del piano inclinato, a cui mi son veduto costretto con l'acqua alla gola...
Quali sono stati i miei sbagli?
Il Bertone si strinse nelle spalle, chiuse gli occhi e aprí le mani, come per dire: Che giova adesso?
- Piuttosto, i rimedii...
- suggerí con voce opaca, di pianto.
Gabriele Orsani scoppiò di nuovo a ridere.
- Il rimedio lo so! Riprendere il mio vecchio violino, quello che mio padre mi tolse dalle mani per dannarmi qua, a questo bel divertimento, e andarmene come un cieco, di porta in porta, a far le sonatine per dare un tozzo di pane ai miei figliuoli.
Che te ne pare?
- Mi lasci dire, - ripeté il Bertone, socchiudendo gli occhi.
- Tutto sommato, se possiamo superare queste prossime scadenze, restringendo, naturalmente, tutte, tutte le spese (anche quelle...
mi scusi!...
su, di casa), credo che...
almeno per quattro o cinque mesi potremo far fronte agli impegni.
Nel frattempo...
Gabriele Orsani scrollò il capo, sorrise; poi, traendo un lungo sospiro, disse:
- Fra Tempo è un monaco, vecchio mio, che vuol crearmi illusioni!
Ma il Bertone insistette nelle sue previsioni e uscí dallo scrittojo per finir di stendere l'intero quadro dei conti.
- Glielo farò vedere.
Mi permetta un momento.
Gabriele andò a buttarsi di nuovo su la sedia a sdrajo presso la finestra e, con le mani intrecciate dietro la nuca, si mise a pensare.
Nessuno ancora sospettava di nulla; ma per lui, ormai, nessun dubbio: qualche mese ancora di disperati espedienti, e poi il crollo, la rovina.
Da circa venti giorni, non si staccava piú dallo scrittojo.
Come se lí, dal palchetto della scrivania, dai grossi libri di cassa, aspettasse al varco qualche suggerimento.
La violenta, inutile tensione del cervello a mano a mano però, contro ogni sforzo, gli s'allentava, la volontà gli s'istupidiva; ed egli se ne accorgeva sol quando, alla fine, si ritrovava attonito o assorto in pensieri alieni, lontani dall'assiduo tormento.
Tornava allora a rimpiangere, con crescente esasperazione, la sua cieca, supina obbedienza alla volontà del padre, che lo aveva tolto allo studio prediletto delle scienze matematiche, alla passione per la musica, e gettato lí in quel torbido mare insidioso dei negozii commerciali.
Dopo tanti anni, risentiva ancor vivo lo strazio che aveva provato nel lasciar Roma.
Se n'era venuto in Sicilia con la laurea di dottore in scienze fisiche e matematiche, con un violino e un usignuolo.
Beata incoscienza! Aveva sperato di potere attendere ancora alla scienza prediletta, al prediletto strumento, nei ritagli di tempo che i complicati negozii del padre gli avrebbero lasciato liberi.
Beata incoscienza! Una volta sola, circa tre mesi dopo il suo arrivo, aveva cavato dalla custodia il violino, ma per chiudervi dentro, come in una degna tomba, l'usignoletto morto e imbalsamato.
E ancora domandava a se stesso come mai il padre, tanto esperto nelle sue faccende, non si fosse accorto dell'assoluta inettitudine del figliuolo.
Gli aveva forse fatto velo la passione ch'egli aveva del commercio, il desiderio che l'antica ditta Orsani non venisse a cessare, e s'era forse lusingato che, con la pratica degli affari, con l'allettamento dei grossi guadagni, a poco a poco il figlio sarebbe riuscito ad adattarsi e a prender gusto a quel genere di vita.
Ma perché lagnarsi del padre, se egli si era piegato ai voleri di lui senza opporre la minima resistenza, senza arrischiar neppure la piú timida osservazione, come a un patto fin dalla nascita stabilito e concluso e ormai non piú discutibile? se egli stesso, proprio per sottrarsi alle tentazioni che potevano venirgli dall'ideale di vita ben diverso, fin allora vagheggiato, s'era indotto a prender moglie, a sposar colei che gli era stata destinata da gran tempo: la cugina orfana, Flavia?
Come tutte le donne di quell'odiato paese, in cui gli uomini, nella briga, nella costernazione assidua degli affari rischiosi, non trovavan mai tempo da dedicare all'amore, Flavia, che avrebbe potuto essere per lui l'unica rosa lí tra le spine, s'era invece acconciata subito, senza rammarico, come d'intesa, alla parte modesta di badare alla casa, perché nulla mancasse al marito dei comodi materiali, quando stanco, spossato, ritornava dalle zolfare o dal banco o dai depositi di zolfo lungo la spiaggia, dove, sotto il sole cocente, egli aveva atteso tutto il giorno all'esportazione del minerale.
Morto il padre quasi repentinamente, era rimasto a capo dell'azienda, nella quale ancora non sapeva veder chiaro.
Solo, senza guida, aveva sperato per un momento di poter liquidare tutto e ritirarsi dal commercio.
Ma sí! Quasi tutto il capitale era impegnato nella lavorazione delle zolfare.
E s'era allora rassegnato ad andare innanzi per quella via, togliendo a guida quel buon uomo del Bertone, vecchio scritturale del banco, a cui il padre aveva sempre accordato la massima fiducia.
Che smarrimento sotto il peso della responsabilità piombatagli addosso d'improvviso, resa anche piú grave dal rimorso d'aver messo al mondo tre figliuoli, minacciati ora dalla sua inettitudine nel benessere, nella vita! Ah egli, fino allora, non ci aveva pensato: bestia bendata, alla stanga d'una macina.
Era stato sempre doglioso il suo amore per la moglie, pe' figliuoli, testimonii viventi della sua rinunzia a un'altra vita; ma ora gli attossicava il cuore d'amara compassione.
Non poteva piú sentir piangere i bambini o che si lamentassero minimamente; diceva subito a se stesso: - "Ecco, per causa mia!" - e tanta amarezza gli restava chiusa in petto, senza sfogo.
Flavia non s'era mai curata nemmeno di cercar la via per entrargli nel cuore; ma forse, nel vederlo mesto, assorto e taciturno, non aveva mai neppur supposto ch'egli chiudesse in sé qualche pensiero estraneo agli affari.
Anch'ella forse si rammaricava in cuor suo dell'abbandono in cui egli la lasciava; ma non sapeva muovergliene rimprovero, supponendo che vi fosse costretto dalle intricate faccende, dalle cure tormentose della sua azienda.
E certe sere vedeva la moglie appoggiata alla ringhiera dell'ampio terrazzo della casa, alle cui mura veniva quasi a battere il mare.
Da quel terrazzo che pareva il cassero d'una nave, ella guardava assorta nella notte sfavillante di stelle, piena del cupo eterno lamento di quell'infinita distesa d'acque, innanzi a cui gli uomini avevano con fiducia animosa costruito le lor piccole case, ponendo la loro vita quasi alla mercé d'altre lontane genti.
Veniva di tanto in tanto dal porto il fischio roco, profondo, malinconico di qualche vapore che s'apparecchiava a salpare.
Che pensava in quell'atteggiamento? Forse anche a lei il mare, col lamento delle acque irrequiete, confidava oscuri presagi.
Egli non la richiamava: sapeva, sapeva bene che ella non poteva entrare nel mondo di lui, giacché entrambi a forza erano stati spinti a lasciar la propria via.
E lí, nel terrazzo, sentiva riempirsi gli occhi di lagrime silenziose.
Cosí, sempre, fino alla morte, senza nessun mutamento? Nell'intensa commozione di quelle tetre sere, l'immobilità della condizione della propria esistenza gli riusciva intollerabile, gli suggeriva pensieri subiti, strani, quasi lampi di follia.
Come mai un uomo, sapendo bene che si vive una volta sola, poteva acconciarsi a seguire per tutta la vita una via odiosa? E pensava a tanti altri infelici, costretti dalla sorte a mestieri piú aspri e piú ingrati.
Talvolta, un noto pianto, il pianto di qualcuno dei figliuoli lo richiamava d'improvviso a sé.
Anche Flavia si scoteva dal suo fantasticare; ma egli si affrettava a dire: - Vado io! - Toglieva dal lettuccio il bambino e si metteva a passeggiare per la camera, cullandolo tra le braccia, per riaddormentarlo e quasi per addormentare insieme la sua pena.
A poco a poco, col sonno della creaturina, la notte diveniva piú tranquilla anche per lui; e, rimesso sul lettuccio il bambino, si fermava un tratto a guardare attraverso i vetri della finestra, nel cielo, la stella che brillava di piú...
Erano passati cosí nove anni.
Sul principio di quest'anno, proprio quando la posizione finanziaria cominciava a infoscarsi, Flavia s'era messa a eccedere un po' troppo in certe spese di lusso; aveva voluto anche per sé una carrozza; ed egli non aveva saputo opporsi.
Ora il Bertone gli consigliava di limitar tutte le spese e anche, anzi specialmente, quelle di casa.
Certo il dottor Sarti, suo intimo amico fin dall'infanzia, aveva consigliato a Flavia di cangiar vita, di darsi un po' di svago, per vincere la depressione nervosa che tanti anni di chiusa, monotona esistenza le avevano cagionato.
A questa riflessione, Gabriele si scosse, si levò dalla sedia a sdrajo e si mise a passeggiare per lo scrittojo, pensando ora all'amico Lucio Sarti, con un sentimento d'invidia e con dispetto.
Erano stati insieme a Roma, studenti.
Tanto l'uno che l'altro, allora, non potevano stare un sol giorno senza vedersi; e, fino a poco tempo addietro, quel legame antico di fraterna amicizia non si era affatto rallentato.
Egli si vietava assolutamente di fondar la ragione di tal cambiamento su una impressione avuta durante l'ultima malattia d'uno dei suoi bambini: che il Sarti cioè avesse mostrato esagerate premure per sua moglie: impressione e null'altro, conoscendo a prova la rigidissima onestà dell'amico e della moglie.
Era vero e innegabile tuttavia che Flavia s'accordava in tutto e per tutto col modo di pensare del dottore: nelle discussioni, da qualche tempo molto frequenti, ella assentiva sempre col capo alle parole di lui, ella che, di solito, in casa, non parlava mai.
Se n'era stizzito.
O se ella approvava quelle idee, perché non gliele aveva manifestate prima? perché non s'era messa a discutere con lui intorno all'educazione dei figliuoli, per esempio, se approvava i rigidi criterii del dottore, anziché i suoi? Ed era arrivato finanche ad accusar la moglie di poco affetto pe' figli.
Ma doveva pur dire cosí, se ella, stimando in coscienza che egli educasse male i figliuoli, aveva sempre taciuto, aspettando che un altro ne movesse il discorso.
Il Sarti, del resto, non avrebbe dovuto immischiarsene.
Da un pezzo in qua, pareva a Gabriele che l'amico dimenticasse troppe cose: dimenticasse per esempio di dover tutto, o quasi tutto, a lui.
Chi, se non lui, infatti, lo aveva sollevato dalla miseria in cui le colpe dei genitori lo avevano gettato? Il padre gli era morto in galera, per furti; dalla madre, che lo aveva condotto con sé nella prossima città, era fuggito, non appena con l'uso della ragione aveva potuto intravedere a quali tristi espedienti era ricorsa per vivere.
Ebbene, egli lo aveva tolto da un misero caffeuccio in cui s'era ridotto a prestar servizio e gli aveva trovato un posticino nel banco del padre; gli aveva prestato i suoi libri, i suoi appunti di scuola, per farlo studiare; gli aveva insomma aperto la via, schiuso l'avvenire.
E ora, ecco: il Sarti s'era fatto uno stato tranquillo e sicuro col suo lavoro, con le sue doti naturali, senza dover rinunziare a nulla: era un uomo; mentre lui...
lui, all'orlo di un abisso!
Due colpi all'uscio a vetri, che dava nelle stanze riserbate all'abitazione, riscossero Gabriele da queste amare riflessioni.
- Avanti, - disse.
E Flavia entrò.
III
Indossava un vestito azzurro cupo, che pareva dipinto su la flessibile e formosa persona, alla cui bellezza bionda dava un meraviglioso risalto.
Portava in capo un ricco e pur semplice cappello scuro; si abbottonava ancora i guanti.
- Volevo domandarti, - disse, - se non ti occorreva la carrozza, perchè il bajo oggi non si può attaccare alla mia.
Gabriele la guardò, come se ella venisse, cosí elegante e leggera, da un mondo fittizio, vaporoso, di sogno, dove si parlasse un linguaggio ormai per lui del tutto incomprensibile.
- Come? - disse.
- Perché?
- Mah, pare che l'abbiano inchiodato, poverino.
Zoppica da un piede.
- Chi?
- Il bajo, non senti?
- Ah, - fece Gabriele, riscotendosi.
- Che disgrazia, perbacco!
- Non pretendo che te ne affligga, - disse Flavia, risentita.
- Ti ho domandato la carrozza.
Andrò a piedi.
E s'avviò per uscire.
- Puoi prenderla; non mi serve, - s'affrettò allora a soggiungere Gabriele.
- Esci sola?
- Con Carluccio, Aldo e la Titti sono in castigo.
- Poveri piccini! - sospirò Gabriele, quasi senza volerlo.
Parve a Flavia che questa commiserazione fosse un rimprovero per lei, e pregò il marito di lasciarla fare.
- Ma sí, sí, se hanno fatto male, - diss'egli allora.
- Pensavo che, senza aver fatto nulla, si sentiranno forse, tra qualche mese, cader sul capo un ben piú grosso castigo.
Flavia si voltò a guardarlo.
- Sarebbe?
- Nulla, cara.
Una cosa lievissima, come il velo o una piuma di codesto cappello.
La rovina, per esempio, della nostra casa.
Ti basta?
- La rovina?
- La miseria, sí.
E peggio forse, per me.
- Che dici?
- Ma sí, fors'anche...
Ti fo stupire?
Flavia s'appressò, turbata, con gli occhi fissi sul marito, come in dubbio ch'egli non dicesse sul serio.
Gabriele, con un sorriso nervoso su le labbra, rispose piano, con calma, alle trepide domande di lei, come se non si trattasse della propria rovina; poi nel veder la moglie sconvolta:
- Eh, mia cara! - esclamò.
- Se ti fossi curata un tantino di me, se avessi, in tanti anni, cercato d'intendere che piacere mi procurava questo mio grazioso lavoro, non proveresti ora tanto stupore.
Non tutti i sacrifizi sono possibili.
E quando un pover'uomo è costretto a farne uno superiore alle proprie forze...
- Costretto? Chi t'ha costretto? - disse Flavia, interrompendolo, poiché egli con la voce aveva pigiato su quella parola.
Gabriele guardò la moglie, come frastornato dall'interruzione e dall'atteggiamento di sfida, ch'ella, dominando ora l'interna agitazione, assumeva di fronte a lui.
Sentí come un rigurgito di bile salirgli alla gola e inaridirgli la bocca.
Riaprendo tuttavia le labbra al sorriso nervoso di prima, ora piú squallido, domandò:
- Spontaneamente, allora?
- Io, no! - soggiunse con forza Flavia, guardandolo negli occhi.
- Se per me, avresti potuto risparmiartelo, codesto sacrifizio.
La miseria piú squallida io l'avrei mille volte preferita...
- Sta' zitta! - gridò egli infastidito.
- Non lo dire, finché non sai che cosa sia!
- La miseria? Ma che n'ho avuto io, della vita?
- Ah, tu? E io?
Rimasero un pezzo accesi e vibranti, l'uno di fronte all'altra, quasi sgomenti del loro odio intimo reciproco, covato per tanti anni nascostamente e scoppiato ora, all'improvviso, senza la loro volontà.
- Perché dunque ti lagni di me? - riprese Flavia con impeto.
- Se io di te non mi sono mai curata, e tu quando di me? Mi rinfacci ora il tuo sacrificio, come se non fossi stata sacrificata anch'io, e condannata qua a rappresentare per te la rinunzia alla vita che tu sognavi! E per me doveva esser questa, la vita? Non dovevo sognar altro, io? Tu, nessun dovere d'amarmi.
La catena che t'imprigionava qua, a un lavoro forzato.
Si può amar la catena? E io dovevo esser contenta, è vero? che tu lavorassi, e non pretendere altro da te.
Non ho mai parlato.
Ma tu mi provochi, ora.
Gabriele s'era nascosto il volto con le mani, mormorando di tratto in tratto: - Anche questo!...
anche questo!...
- Alla fine proruppe:
- E anche i miei figli, è vero? verranno qua, adesso, a buttarmi in faccia, come uno straccio inutile, il mio sacrifizio?
- Tu falsi le mie parole, - rispose ella, scrollando una spalla.
- Ma no! - seguitò Gabriele con foga mordace.
- Non merito altro ringraziamento.
Chiamali! Chiamali! Io li ho rovinati; e me lo rinfacceranno con ragione!
- No! - s'affrettò a dir Flavia, intenerendosi per i figliuoli.
- Poveri piccini, non ti rinfacceranno la miseria...
no!
Strizzò gli occhi, s'afferrò le mani e le scosse in aria.
- Come faranno? - esclamò.
- Cresciuti cosí...
- Come? - scattò egli.
- Senza guida, è vero? Anche questo mi butteranno in faccia? Va', va' ad imbeccarli! Anche i rimproveri di Lucio Sarti, per giunta?
- Che c'entra Lucio Sarti? - fece Flavia, stordita da quell'improvvisa domanda.
- Ripeti le sue parole, - incalzò Gabriele, pallidissimo, sconvolto.
- Non ti resta che da metterti sul naso le sue lenti da miope.
Flavia trasse un lungo sospiro e, socchiudendo gli occhi con calmo disprezzo, disse:
- Chiunque sia per poco entrato nell'intimità della nostra casa, ha potuto accorgersi...
- No, lui! - la interruppe Gabriele, con maggior violenza.
- Lui soltanto! lui che è cresciuto come un aguzzino di se stesso, perché suo padre...
S'arrestò, pentito di ciò che stava per dire, e riprese:
- Non gliene fo carico; ma dico che lui aveva ragione di vivere com'ha vissuto, vigilando, pauroso, rigido, ogni suo minimo atto: doveva sollevarsi, sotto gli occhi della gente, dalla miseria, dall'ignominia, in cui lo avevano gettato i suoi genitori.
Ma i miei figliuoli, perché? Perché avrei dovuto essere un tiranno, io, per i miei figliuoli?
- Chi dice tiranno? - si provò a osservare Flavia.
- Ma liberi, liberi! - proruppe egli.
- Io volevo che crescessero liberi i miei figliuoli, poiché io ero stato dannato qua da mio padre, a questo supplizio! E come un premio mi ripromettevo, unico premio! di godere della loro libertà, almeno, procacciata a costo del mio sacrifizio, della mia esistenza spezzata...
inutilmente, ora, inutilmente spezzata...
A questo punto, come se l'orgasmo a mano a mano cresciuto gli si fosse a un tratto spezzato dentro, egli scoppiò in irrefrenabili singhiozzi; poi, in mezzo a quel pianto strano, convulso, quasi rabbioso, alzò le braccia tremanti, soffocato, e s'abbandonò, privo di sensi.
Flavia, smarrita, atterrita, chiamò ajuto.
Accorsero dalle stanze del banco il Bertone e un altro scritturale.
Gabriele fu sollevato e adagiato sul canapè, mentre Flavia, vedendogli il volto soffuso d'un pallore cadaverico e bagnato del sudore della morte, smaniava, disperata:
- Che ha? che ha? Dio, ma guardi...
Ajuto!...
Ah, per causa mia!...
Lo scritturale corse a chiamare il dottor Sarti, che abitava lí vicino.
- Per causa mia!...
per causa mia!...
- ripeteva Flavia.
- No, signora, - le disse il Bertone, tenendo amorosamente un braccio sotto il capo di Gabriele.
- Da stamattina...
Ma già, da un pezzo, qua...
Povero figliuolo...
Se lei sapesse!
- So! so!
- E che vuole, dunque? Per forza!
Intanto urgeva, urgeva un rimedio.
Che fare? Bagnargli le tempie? Sí...
ma meglio forse un po' d'etere.
Flavia sonò il campanello; accorse un cameriere:
- L'etere! la boccetta dell'etere: su, presto!
- Che colpo...
che colpo, povero figliuolo! - si rammaricava piano il Bertone, contemplando tra le lagrime il volto del padrone.
- La rovina...
proprio? - gli domandò Flavia, con un brivido.
- Se m'avesse dato ascolto!...
- sospirò il vecchio commesso.
- Ma egli, poverino, non era nato per stare qui...
Ritornò di corsa il cameriere, con la boccetta dell'etere.
- Nel fazzoletto?
- No: meglio nella stessa boccetta! Qua...
qua...
- suggerí il Bertone.
- Vi metta il dito sú...
cosí, che possa aspirare pian piano...
Sopravvenne poco dopo, ansante, Lucio Sarti, seguito dallo scritturale.
Alto, dall'aspetto rigido, che toglieva ogni grazia alla fine bellezza dei lineamenti quasi femminili, il Sarti portava, molto aderenti a gli occhi acuti, un pajo di piccole lenti.
Quasi senza notare la presenza di Flavia, egli scostò tutti, e si chinò a osservare Gabriele; poi, rivolto a Flavia che affollava di domande e d'esclamazioni la sua ansia angosciosa, disse con durezza:
- Non fate cosí, vi prego.
Lasciatemi ascoltare.
Scoprí il petto del giacente, e vi poggiò l'orecchio, dalla parte del cuore.
Ascoltò un pezzo; poi si sollevò, turbato, e si tastò in petto, come per cercare nelle tasche interne qualcosa.
- Ebbene? - chiese ancora Flavia.
Egli trasse lo stetoscopio, e domandò:
- C'è caffeina, in casa?
- No...
io non so, - s'affrettò a rispondere Flavia.
- Ho mandato a prender l'etere...
- Non giova.
S'appressò alla scrivania, scrisse una ricetta, la porse allo scritturale.
- Ecco.
Presto.
Subito dopo, anche il Bertone fu spedito di corsa alla farmacia per una siringhetta da iniezioni, che il Sarti non aveva con sé.
- Dottore...
- supplicò Flavia.
Ma il Sarti, senza darle retta, s'appressò di nuovo al canapè.
Prima di chinarsi a riascoltare il giacente, disse, senza voltarsi:
- Fate disporre per portarlo sú.
- Va', va'! - ordinò Flavia al cameriere: poi, appena uscito questi, afferrò per un braccio il Sarti e gli domandò, guardandolo negli occhi: - Che ha? È grave? Voglio saperlo!
- Non lo so bene ancora neanche io, - rispose il Sarti con calma forzata.
Poggiò lo stetoscopio sul petto del giacente e vi piegò l'orecchio per ascoltare.
Ve lo tenne a lungo, a lungo, serrando di tratto in tratto gli occhi, contraendo il volto, come per impedirsi di precisare i pensieri, i sentimenti che lo agitavano, durante quell'esame.
La sua coscienza turbata, sconvolta da ciò che percepiva nel cuore dell'amico, era in quel punto incapace di riflettere in sé quei pensieri e quei sentimenti, né egli voleva che vi si riflettessero, come se ne avesse paura.
Quale un febbricitante che, abbandonato al bujo, in una camera, senta d'improvviso il vento sforzar le imposte della finestra, rompendone con fracasso orribile i vetri, e si trovi d'un tratto smarrito, vaneggiante, fuor del letto, contro i lampi e la furia tempestosa della notte, e pur tenti con le deboli braccia di richiudere le imposte; egli cercava d'opporsi affinché il pensiero veemente dell'avvenire, la luce sinistra d'una tremenda speranza non irrompessero in lui, in quel momento: quella stessa speranza, di cui tanti e tanti anni addietro, liberatosi dall'incubo orrendo della madre, lusingato dall'incoscienza giovanile, s'era fatta come una meta luminosa, alla quale gli era parso d'aver qualche diritto d'aspirare per tutto quello che gli era toccato soffrire senza sua colpa.
Allora, ignorava che Flavia Orsani, la cugina del suo amico e benefattore, fosse ricca, e che il padre di lei, morendo, avesse affidato al fratello le sostanze della figliuola: la credeva un'orfana accolta per carità in casa dello zio.
E dunque, forte della testimonianza di ogni atto della sua vita, intesa tutta a cancellare il marchio d'infamia che il padre e la madre gli avevano inciso su la fronte; quando sarebbe ritornato in paese, con la laurea di medico, e si sarebbe formata un'onesta posizione, non avrebbe potuto chiedere agli Orsani, in prova dell'affetto che gli avevano sempre dimostrato, la mano di quell'orfana, di cui già si lusingava di goder la simpatia? Ma Flavia, poco dopo il ritorno di lui dagli studii, era diventata moglie di Gabriele, a cui egli, è vero, non aveva mai dato alcun motivo di sospettare il suo amore per la cugina.
Sí; ma gliel'aveva pur tolta; e senza fare la propria felicità, né quella di lei.
Ah, non per lui soltanto quelle nozze, ma per se stesse erano state un delitto; datava da allora la sciagura di tutti e tre.
Per tanti anni, come se nulla fosse stato, egli aveva assistito in qualità di medico, in ogni occasione, la nuova famigliuola dell'amico, celando sotto una rigida maschera impassibile lo strazio che la triste intimità di quella casa senza amore gli cagionava, la vista di quella donna abbandonata a se stessa, che pur dagli occhi lasciava intendere quale tesoro d'affetti serbasse in cuore, non richiesti e neppur forse sospettati dal marito; la vista di quei bambini che crescevano senza guida paterna.
E si era negato perfino di scrutar negli occhi di Flavia o d'avere da qualche parola di lei un cenno fuggevole, una prova anche lieve che ella, da fanciulla, si fosse accorta dell'affetto che gli aveva ispirato.
Ma questa prova, non cercata, non voluta, gli s'era offerta da sé in una di quelle occasioni, in cui la natura umana spezza e scuote ogni imposizione, infrange ogni freno sociale e si scopre qual è, come un vulcano che per tanti inverni si sia lasciato cader neve e neve e neve addosso, a un tratto rigetta quel gelido mantello e scopre al sole le fiere viscere infocate.
E l'occasione era stata appunto la malattia del bambino.
Tutto immerso negli affari, Gabriele non aveva neppur sospettato la gravità del male e aveva lasciato sola la moglie a trepidare per la vita dei figliuolo; e Flavia in un momento di suprema angoscia, quasi delirante, aveva parlato, s'era sfogata con lui, gli aveva lasciato intravedere che ella aveva tutto compreso, sempre, sempre, fin dal primo momento.
E ora?
- Ditemi, per carità, dottore! - insistette Flavia, esasperata, nel vederlo cosí sconvolto e taciturno.
- È grave assai?
- Sí, - rispose egli, cupo, bruscamente.
- Il cuore? Che male? Cosí all'improvviso? Ditemelo!
- Vi giova saperlo? Termini di scienza: che c'intendereste?
Ma ella volle sapere.
- Irreparabile? - chiese poi.
Egli si tolse le lenti, strizzò gli occhi, poi esclamò:
- Ah, non cosí, non cosí, credetemi! Vorrei potergli dare la mia vita.
Flavia diventò pallidissima; guardò il marito, e disse piú col cenno che con la voce:
- Tacete.
- Voglio che lo sappiate, - aggiunse egli.
- Ma già m'intendete, non è vero? Tutto, tutto quello che mi sarà possibile...
Senza pensare a me, a voi...
- Tacete, - ripeté ella, come inorridita.
Ma egli seguitò:
- Abbiate fiducia in me.
Non abbiamo nulla da rimproverarci.
Del male ch'egli mi fece, non ha sospetto, e non ne avrà.
Avrà tutte le cure che potrà prestargli l'amico piú devoto.
Flavia, ansante, vibrante, non staccava gli occhi dal marito.
- Si riscuote! - esclamò a un tratto.
Il Sarti si volse a guardare.
- No...
- Sí, s'è mosso, - aggiunse ella piano.
Rimasero un pezzo sospesi, a spiare.
Poi egli si accostò al canapè, si chinò sul giacente, gli prese il polso e chiamò:
- Gabriele...
Gabriele...
IV
Pallido, ancora un po' affannato per tutti i respiri che s'era affrettato a trarre appena rinvenuto, Gabriele pregò la moglie di andarsene.
- Non mi sento piú nulla.
Prendi, prendi la carrozza e vai pure a passeggio, - disse, per rassicurarla.
- Voglio parlare con Lucio.
Va'.
Flavia, per non dargli sospetto della gravità del male, finse d'accettar l'invito; gli raccomandò tuttavia di non agitarsi troppo, salutò il dottore e rientrò in casa.
Gabriele rimase un pezzo assorto, guardando la bussola per cui ella era uscita; poi si recò una mano al petto, sul cuore, e seguitando a tener fissi gli occhi, mormorò:
- Qua, è vero? Tu mi hai ascoltato...
Io...
Che cosa buffa! Mi pareva che quel signor...
come si chiama?...
Lapo, sí: quell'ometto dall'occhio di vetro, mi tenesse legato, qua; e non potevo svincolarmi; tu ridevi e dicevi: Insufficienza...
è vero?...
insufficienza delle valvole aortiche...
Lucio Sarti, nel sentir proferire quelle parole da lui dette a Flavia, allibí.
Gabriele si scosse, si voltò a guardarlo e sorrise:
- T'ho sentito, sai?
- Che...
che hai sentito? - balbettò il Sarti, con un sorriso squallido su le labbra, dominandosi a stento.
- Quello che hai detto a mia moglie, - rispose, calmo, Gabriele, fissando di nuovo gli occhi, senza sguardo.
- Vedevo...
mi pareva di vedere, come se avessi gli occhi aperti...