SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Sentiva forse ancora il peso del sacrifizio ch'ella aveva fatto per lui? si sentiva forse vincolato da questo sacrifizio per tutta la vita, condannato a sacrificare a sua volta la propria gioventú, la libertà dei proprii sentimenti alla sorella? E aveva voluto parlargli a cuore aperto:
- Non prenderti nessun pensiero di me, Giorgio! Io voglio soltanto vederti lieto, contento...
capisci?
Ma egli le aveva troncato subito in bocca le parole:
- Zitta, zitta! Che dici? So quel che debbo fare.
Ora spetta a me.
- Ma come? cosí? - avrebbe voluto gridargli, lei, che, senza pensarci due volte, s'era sacrificata col sorriso sempre su le labbra e il cuor leggero.
Conoscendo la chiusa, dura ostinazione di lui, non aveva insistito.
Ma, intanto, non si sentiva di durare in quella tristezza soffocante.
Egli raddoppiava di giorno in giorno i guadagni della professione; la circondava d'agi; aveva voluto che smettesse di dar lezioni.
In quell'ozio forzato, che la avviliva, aveva allora accolto, malauguratamente, un pensiero che, dapprincipio, quasi l'aveva fatta ridere:
"Se trovassi marito!".
Ma aveva già trentanove anni, e poi con quel corpo...
oh via! - avrebbe dovuto fabbricarselo apposta, un marito.
Eppure, sarebbe stato l'unico mezzo per liberar sé e il fratello da quell'opprimente debito di gratitudine.
Quasi senza volerlo, s'era messa allora a curare insolitamente la persona, assumendo una cert'aria di nubile che prima non s'era mai data.
Quei due o tre che un tempo l'avevano chiesta in matrimonio, avevano ormai moglie e figliuoli.
Prima, non se n'era mai curata; ora, a ripensarci, ne provava dispetto; provava invidia di tante sue amiche che erano riuscite a procurarsi uno stato.
Lei sola era rimasta cosí...
Ma forse era in tempo ancora: chi sa? Doveva proprio chiudersi cosí la sua vita sempre attiva? in quel vuoto? doveva spegnersi cosí quella fiamma vigile del suo spirito appassionato? in quell'ombra?
E un profondo rammarico l'aveva invasa, inasprito talvolta da certe smanie, che alteravano le sue grazie spontanee, il suono delle sue parole, delle sue risa.
Era divenuta pungente, quasi aggressiva nei discorsi.
Si rendeva conto lei stessa del cangiamento della propria indole; provava in certi momenti quasi odio per se stessa, repulsione per quel suo corpo vigoroso, ribrezzo dei desiderii insospettati in cui esso, ora, all'improvviso, le s'accendeva turbandola profondamente.
Il fratello, intanto, coi risparmii, aveva di recente acquistato un podere e vi aveva fatto costruire un bel villino.
Spinta da lui, vi era andata dapprima per un mese in villeggiatura; poi, riflettendo che il fratello aveva forse acquistato quel podere per sbarazzarsi di tanto in tanto di lei, aveva deliberato di ritirarsi colà per sempre.
Cosí, lo avrebbe lasciato libero del tutto: non gli avrebbe piú dato la pena della sua compagnia, della sua vista, e anche lei a poco a poco, là, si sarebbe tolta quella strana idea dal capo, di trovar marito all'età sua.
I primi giorni eran trascorsi bene, e aveva creduto che le sarebbe stato facile seguitare cosí.
Aveva già preso l'abitudine di levarsi ogni giorno all'alba e di fare una lunga passeggiata per i campi, fermandosi di tratto in tratto, incantata, ora per ascoltare nell'attonito silenzio dei piani, ove qualche filo d'erba vicino abbrividiva alla frescura dell'aria, il canto dei galli, che si chiamavano da un'aja all'altra; ora per ammirare qualche masso tigrato di gromme verdi, o il velluto del lichene sul vecchio tronco stravolto di qualche olivo saraceno.
Ah, lí, cosí vicina alla terra, si sarebbe presto rifatta un'altr'anima, un altro modo di pensare e di sentire; sarebbe divenuta come quella buona moglie del mezzadro che si mostrava cosí lieta di tenerle compagnia e che già le aveva insegnato tante cose della campagna, tante cose pur cosí semplici della vita e che ne rivelano tuttavia un nuovo senso profondo, insospettato.
Il mezzadro, invece, era insoffribile: si vantava d'aver idee larghe, lui: aveva girato il mondo, lui; era stato in America, otto anni a Benossarie; e non voleva che il suo unico figliuolo, Gerlando, fosse un vile zappaterra.
Da tredici anni, pertanto, lo manteneva alle scuole; voleva dargli "un po' di lettera", diceva, per poi spedirlo in America, là, nel gran paese, dove senza dubbio avrebbe fatto fortuna.
Gerlando aveva diciannove anni e in tredici di scuola era arrivato appena alla terza tecnica.
Era un ragazzone rude, tutto d'un pezzo.
Quella fissazione del padre costituiva per lui un vero martirio.
Praticando coi compagni di scuola, aveva preso, senza volere, una cert'aria di città, che però lo rendeva piú goffo.
A forza d'acqua, ogni mattina, riusciva a rassettarsi i capelli ispidi, a tirarvi una riga da un lato; ma poi quei capelli, rasciugati, gli si drizzavan compatti e irsuti di qua e di là, come se gli schizzassero dalla cute del cranio; anche le sopracciglia pareva gli schizzassero poco piú giú dalla fronte bassa, e già dal labbro e dal mento cominciavano a schizzare i primi peli dei baffi e della barba, a cespuglietti.
Povero Gerlando! faceva compassione, cosí grosso, cosí duro, cosí ispido, con un libro aperto davanti.
Il padre doveva sudare una camicia, certe mattine, per scuoterlo dai saporiti sonni profondi, di porcellone satollo e pago, e avviarlo ancora intontito e barcollante, con gli occhi imbambolati, alla vicina città; al suo martirio.
Venuta in campagna la signorina, Gerlando le aveva fatto rivolgere dalla madre la preghiera di persuadere al padre che la smettesse di tormentarlo con questa scuola, con questa scuola, con questa scuola! Non ne poteva piú!
E difatti Eleonora s'era provata a intercedere; ma il mezzadro, - ah, nonononò - ossequio, rispetto, tutto il rispetto per la signorina; ma anche preghiera di non immischiarsi.
Ed allora essa, un po' per pietà, un po' per ridere, un po' per darsi da fare, s'era messa ad ajutare quel povero giovanotto, fin dove poteva.
Lo faceva, ogni dopo pranzo, venir su coi libri e i quaderni della scuola.
Egli saliva impacciato e vergognoso, perché s'accorgeva che la padrona prendeva a goderselo per la sua balordaggine, per la sua durezza di mente; ma che poteva farci? il padre voleva cosí.
Per lo studio, eh, sí: bestia; non aveva difficoltà a riconoscerlo; ma se si fosse trattato d'atterrare un albero, un bue, eh perbacco...
- e Gerlando mostrava le braccia nerborute, con certi occhi teneri e un sorriso di denti bianchi e forti...
Improvvisamente, da un giorno all'altro, ella aveva troncato quelle lezioni; non aveva piú voluto vederlo; s'era fatto portare dalla città il pianoforte e per parecchi giorni s'era chiusa nella villa a sonare, a cantare, a leggere, smaniosamente.
Una sera, in fine, s'era accorta che quel ragazzone, privato cosí d'un tratto dell'ajuto di lei, della compagnia ch'ella gli concedeva e degli scherzi che si permetteva con lui, s'appostava per spiarla, per sentirla cantare o sonare: e, cedendo a una cattiva ispirazione, aveva voluto sorprenderlo, lasciando d'un tratto il pianoforte e scendendo a precipizio la scala della villa.
- Che fai lí?
- Sto a sentire...
- Ti piace?
- Tanto, sí signora...
Mi sento in paradiso.
A questa dichiarazione era scoppiata a ridere; ma, all'improvviso, Gerlando, come sferzato in faccia da quella risata, le era saltato addosso, lí, dietro la villa, nel bujo fitto, oltre la zona di luce che veniva dal balcone aperto lassú.
Cosí era stato.
Sopraffatta a quel modo, non aveva saputo respingerlo; s'era sentita mancare - non sapeva piú come - sotto quell'impeto brutale e s'era abbandonata, sí, cedendo pur senza voler concedere.
Il giorno dopo, aveva fatto ritorno in città.
E ora? come mai Giorgio non entrava a svergognarla? Forse il D'Andrea non gli aveva detto ancor nulla: forse pensava al modo di salvarla.
Ma come?
Si nascose il volto tra le mani, quasi per non vedere il vuoto che le s'apriva davanti.
Ma era pur dentro di lei quel vuoto.
E non c'era rimedio.
La morte sola.
Quando? come?
L'uscio, a un tratto, s'aprí, e Giorgio apparve su la soglia scontraffatto, pallidissimo, coi capelli scompigliati e gli occhi ancora rossi di pianto.
Il D'Andrea lo teneva per un braccio.
- Voglio sapere questo soltanto, - disse alla sorella, a denti stretti, con voce fischiante, quasi scandendo le sillabe: - Voglio sapere chi è stato.
Eleonora, a capo chino, con gli occhi chiusi, scosse lentamente il capo e riprese a singhiozzare.
- Me lo dirai, - gridò il Bandi, appressandosi, trattenuto dall'amico.
- E chiunque sia, tu lo sposerai!
- Ma no, Giorgio! - gemette allora lei, raffondando vie piú il capo e torcendosi in grembo le mani.
- No! non è possibile! non è possibile!
- È ammogliato? - domandò lui, appressandosi di piú, coi pugni serrati, terribile.
- No, - s'affrettò a risponder lei.
- Ma non è possibile, credi!
- Chi è? - riprese il Bandi, tutto fremente, stringendola da presso.
- Chi è? subito, il nome!
Sentendosi addosso la furia del fratello, Eleonora si strinse nelle spalle, si provò a sollevare appena il capo e gemette sotto gli occhi inferociti di lui:
- Non posso dirtelo...
- Il nome, o t'ammazzo! - ruggí allora il Bandi, levando un pugno sul capo di lei.
Ma il D'Andrea s'interpose, scostò l'amico, poi gli disse severamente:
- Tu va'.
Lo dirà a me.
Va', va'...
E lo fece uscire, a forza, dalla camera.
III
Il fratello fu irremovibile.
Ne' pochi giorni che occorsero per le pubblicazioni di rito, prima del matrimonio, s'accaní nello scandalo.
Per prevenir le beffe che s'aspettava da tutti, prese ferocemente il partito d'andar sbandendo la sua vergogna, con orribili crudezze di linguaggio.
Pareva impazzito; e tutti lo commiseravano.
Gli toccò, tuttavia, a combattere un bel po' col mezzadro, per farlo condiscendere alle nozze del figliuolo.
Quantunque d'idee larghe, il vecchio, dapprima, parve cascasse dalle nuvole: non voleva creder possibile una cosa simile.
Poi disse:
- Vossignoria non dubiti: me lo pesterò sotto i piedi; sa come? come si pigia l'uva.
O piuttosto, facciamo cosí: glielo consegno, legato mani e piedi; e Vossignoria si prenderà tutta quella soddisfazione che vuole.
Il nerbo, per le nerbate, glielo procuro io, e glielo tengo prima apposta tre giorni in molle, perché picchi piú sodo.
Quando però comprese che il padrone non intendeva questo, ma voleva altro, il matrimonio, trasecolò di nuovo:
- Come! Che dice, Vossignoria? Una signorona di quella fatta col figlio d'un vile zappaterra?
E oppose un reciso rifiuto.
- Mi perdoni.
Ma la signorina aveva il giudizio e l'età; conosceva il bene e il male; non doveva far mai con mio figlio quello che fece.
Debbo parlare? Se lo tirava sú in casa tutti i giorni.
Vossignoria m'intende...
Un ragazzaccio...
A quell'età, non si ragiona, non si bada...
Ora ci posso perdere cosí il figlio, che Dio sa quanto mi costa? La signorina.
Con rispetto parlando, gli può esser madre...
Il Bandi dovette promettere la cessione in dote del podere e un assegno giornaliero alla sorella.
Cosí il matrimonio fu stabilito; e, quando ebbe luogo, fu un vero avvenimento per quella cittaduzza.
Parve che tutti provassero un gran piacere nel far pubblicamente strazio dell'ammirazione, del rispetto per tanti anni tributati a quella donna; come se tra l'ammirazione e il rispetto, di cui non la stimavano piú degna, e il dileggio, con cui ora la accompagnavano a quelle nozze vergognose, non ci potesse esser posto per un po' di commiserazione.
La commiserazione era tutta per il fratello; il quale, s'intende, non volle prender parte alla cerimonia.
Non vi prese parte neanche il D'Andrea, scusandosi che doveva tener compagnia, in quel triste giorno, al suo povero Giorgio.
Un vecchio medico della città, ch'era già stato di casa dei genitori d'Eleonora, e a cui il D'Andrea, venuto di fresco dagli studii, con tutti i fumi e le sofisticherie della novissima terapeutica, aveva tolto gran parte della clientela, si profferse per testimonio e condusse con sé un altro vecchio, suo amico, per secondo testimonio.
Con essi Eleonora si recò in vettura chiusa al Municipio; poi in una chiesetta fuorimano, per la cerimonia religiosa.
In un'altra vettura era lo sposo, Gerlando, torbido e ingrugnato, coi genitori.
Questi, parati a festa, stavano su di sé, gonfi e serii, perché, alla fin fine, il figlio sposava una vera signora, sorella d'un avvocato, e gli recava in dote una campagna con una magnifica villa, e denari per giunta.
Gerlando, per rendersi degno del nuovo stato, avrebbe seguitato gli studii.
Al podere avrebbe atteso lui, il padre, che se n'intendeva.
La sposa era un po' anzianotta? Tanto meglio! L'erede già c'era per via.
Per legge di natura ella sarebbe morta prima, e Gerlando allora sarebbe rimasto libero e ricco.
Queste e consimili riflessioni facevano anche, in una terza vettura, i testimonii dello sposo, contadini amici del padre, in compagnia di due vecchi zii materni.
Gli altri parenti e amici dello sposo innumerevoli, attendevano nella villa, tutti parati a festa, con gli abiti di panno turchino, gli uomini; con le mantelline nuove e i fazzoletti dai colori piú sgargianti, le donne; giacché il mezzadro, d'idee larghe, aveva preparato un trattamento proprio coi fiocchi.
Al municipio, Eleonora, prima d'entrare nell'aula dello stato civile, fu assalita da una convulsione di pianto; lo sposo che si teneva discosto, in crocchio coi parenti, fu spinto da questi ad accorrere; ma il vecchio medico lo pregò di non farsi scorgere, di star lontano, per il momento.
Non ben rimessa ancora da quella crisi violenta, Eleonora entrò nell'aula; si vide accanto quel ragazzo, che l'impaccio e la vergogna rendevano piú ispido e goffo; ebbe un impeto di ribellione; fu per gridare: - No! No! - e lo guardò come per spingerlo a gridar cosí anche lui.
Ma poco dopo dissero sí tutti e due, come condannati a una pena inevitabile.
Sbrigata in gran fretta l'altra funzione nella chiesetta solitaria, il triste corteo s'avviò alla villa.
Eleonora non voleva staccarsi dai due vecchi amici; ma le fu forza salire in vettura con lo sposo e coi suoceri.
Strada facendo, non fu scambiata una parola nella vettura.
Il mezzadro e la moglie parevano sbigottiti: alzavano di tanto in tanto gli occhi per guardar di sfuggita la nuora; poi si scambiavano uno sguardo e riabbassavano gli occhi.
Lo sposo guardava fuori, tutto ristretto in sé, aggrottato.
In villa, furono accolti con uno strepitoso sparo di mortaretti e grida festose e battimani.
Ma l'aspetto e il contegno della sposa raggelarono tutti i convitati, per quanto ella si provasse anche a sorridere a quella buona gente, che intendeva farle festa a suo modo, come usa negli sposalizi.
Chiese presto licenza di ritirarsi sola; ma nella camera in cui aveva dormito durante la villeggiatura, trovando apparecchiato il letto nuziale, s'arrestò di botto, su la soglia: - Lí? con lui? No! Mai! Mai! - E, presa da ribrezzo, scappò in un'altra camera: vi si chiuse a chiave; cadde a sedere su una seggiola, premendosi forte, forte, il volto con tutt'e due le mani.
Le giungevano, attraverso l'uscio, le voci, le risa dei convitati, che aizzavano di là Gerlando, lodandogli, piú che la sposa, il buon parentado che aveva fatto e la bella campagna.
Gerlando se ne stava affacciato al balcone e, per tutta risposta, pieno d'onta, scrollava di tratto in tratto le poderose spalle.
Onta sí, provava onta d'esser marito a quel modo, di quella signora: ecco! E tutta la colpa era del padre, il quale, per quella maledetta fissazione della scuola, lo aveva fatto trattare al modo d'un ragazzaccio stupido e inetto dalla signorina, venuta in villeggiatura, abilitandola a certi scherzi che lo avevano ferito.
Ed ecco, intanto, quel che n'era venuto.
Il padre non pensava che alla bella campagna.
Ma lui, come avrebbe vissuto d'ora in poi, con quella donna che gl'incuteva tanta soggezione, e che certo gliene voleva per la vergogna e il disonore? Come avrebbe ardito d'alzar gli occhi in faccia a lei? E, per giunta, il padre pretendeva ch'egli seguitasse a frequentar la scuola! Figurarsi la baja che gli avrebbero data i compagni! Aveva venti anni piú di lui, la moglie, e pareva una montagna, pareva...
Mentre Gerlando si travagliava con queste riflessioni, il padre e la madre attendevano agli ultimi preparativi del pranzo.
Finalmente l'uno e l'altra entrarono trionfanti nella sala, dove già la mensa era apparecchiata.
Il servizio da tavola era stato fornito per l'avvenimento da un trattore della città che aveva anche inviato un cuoco e due camerieri per servire il pranzo.
Il mezzadro venne a trovar Gerlando al balcone e gli disse:
- Va' ad avvertire tua moglie che a momenti sarà pronto.
- Non ci vado, gnornò! - grugní Gerlando, pestando un piede.
- Andateci voi.
- Spetta a te, somarone! - gli gridò il padre.
- Tu sei il marito: va'!
- Grazie tante...
Gnornò! non ci vado! - ripeté Gerlando, cocciuto, schermendosi.
Allora il padre, irato, lo tirò per il bavero della giacca e gli diede uno spintone.
- Ti vergogni, bestione? Ti ci sei messo, prima? E ora ti vergogni? Va'! È tua moglie!
I convitati accorsero a metter pace, a persuadere Gerlando a andare.
- Che male c'è? Le dirai che venga a prendere un boccone...
- Ma se non so neppure come debba chiamarla! - gridò Gerlando, esasperato.
Alcuni convitati scoppiarono a ridere, altri furono pronti a trattenere il mezzadro che s'era lanciato per schiaffeggiare il figlio imbecille che gli guastava cosí la festa preparata con tanta solennità e tanta spesa.
- La chiamerai col suo nome di battesimo, - gli diceva intanto, piano e persuasiva, la madre.
- Come si chiama? Eleonora, è vero? e tu chiamala Eleonora.
Non è tua moglie? Va', figlio mio, va'...
E, cosí dicendo, lo avviò alla camera nuziale.
Gerlando andò a picchiare all'uscio.
Picchiò una prima volta, piano.
Attese.
Silenzio.
Come le avrebbe detto? Doveva proprio darle del tu, cosí alla prima? Ah, maledetto impiccio! E perché, intanto, ella non rispondeva? Forse non aveva inteso.
Ripicchiò piú forte.
Attese.
Silenzio.
Allora, tutto impacciato, si provò a chiamare a bassa voce, come gli aveva suggerito la madre.
Ma gli venne fuori un Eneolora cosí ridicolo, che subito, come per cancellarlo, chiamò forte, franco:
- Eleonora!
Intese alla fine la voce di lei che domandava dietro l'uscio di un'altra stanza:
- Chi è?
S'appressò a quell'uscio, col sangue tutto rimescolato.
- Io, - disse - io Ger...
Gerlando...
È pronto.
- Non posso, - rispose lei.
- Fate senza di me.
Gerlando tornò in sala, sollevato da un gran peso.
- Non viene! Dice che non viene! Non può venire!
- Viva il bestione! - esclamò allora il padre, che non lo chiamava altrimenti.
- Le hai detto ch'era in tavola? E perché non l'hai forzata a venire?
La moglie s'interpose: fece intendere al marito che sarebbe stato meglio, forse, lasciare in pace la sposa, per quel giorno.
I convitati approvarono.
- L'emozione...
il disagio...
si sa!
Ma il mezzadro che s'era inteso di dimostrare alla nuora che, all'occorrenza, sapeva far l'obbligo suo, rimase imbronciato e ordinò con mala grazia che il pranzo fosse servito.
C'era il desiderio dei piatti fini, ch'ora sarebbero venuti in tavola, ma c'era anche in tutti quei convitati una seria costernazione per tutto quel superfluo che vedevano luccicar sulla tovaglia nuova, che li abbagliava: quattro bicchieri di diversa forma e forchette e forchettine, coltelli e coltellini, e certi pennini, poi, dentro gl'involtini di cartavelina.
Seduti ben discosti dalla tavola, sudavano anche per i grevi abiti di panno della festa, e si guardavano nelle facce dure, arsicce, svisate dall'insolita pulizia; e non osavano alzar le grosse mani sformate dai lavori della campagna per prendere quelle forchette d'argento (la piccola o la grande?) e quei coltelli, sotto gli occhi dei camerieri che, girando coi serviti, con quei guanti di filo bianco incutevano loro una terribile soggezione.
Il mezzadro, intanto, mangiando, guardava il figlio e scrollava il capo, col volto atteggiato di derisoria commiserazione:
- Guardatelo, guardatelo! - borbottava tra sé.
- Che figura ci fa, lí solo, spajato, a capo tavola? Come potrà la sposa aver considerazione per uno scimmione cosí fatto? Ha ragione, ha ragione di vergognarsi di lui.
Ah, se fossi stato io al posto suo!
Finito il pranzo fra la musoneria generale, i convitati, con una scusa o con un'altra, andarono via.
Era già quasi sera.
- E ora? - disse il padre a Gerlando, quando i due camerieri finirono di sparecchiar la tavola, e tutto nella villa ritornò tranquillo.
- Che farai, ora? Te la sbroglierai tu!
E ordinò alla moglie di seguirlo nella casa colonica, ove abitavano, poco discosto dalla villa.
Rimasto solo, Gerlando si guardò attorno, aggrondato, non sapendo che fare.
Sentí nel silenzio la presenza di quella che se ne stava chiusa di là.
Forse, or ora, non sentendo piú alcun rumore, sarebbe uscita dalla stanza.
Che avrebbe dovuto far lui, allora?
Ah, come volentieri se ne sarebbe scappato a dormire nella casa colonica, presso la madre, o anche giú all'aperto.
Sotto un albero, magari!
E se lei intanto s'aspettava d'esser chiamata? Se, rassegnata alla condanna che aveva voluto infliggerle il fratello, si riteneva in potere di lui, suo marito, e aspettava che egli la...
sí, la invitasse a...
Tese l'orecchio.
Ma no: tutto era silenzio.
Forse s'era già addormentata.
Era già bujo.
Il lume della luna entrava, per il balcone aperto, nella sala.
Senza pensar d'accendere il lume, Gerlando prese una seggiola e si recò a sedere al balcone, che guardava tutt'intorno, dall'alto, l'aperta campagna declinante al mare laggiú in fondo, lontano.
Nella notte chiara splendevano limpide le stelle maggiori; la luna accendeva sul mare una fervida fascia d'argento; dai vasti piani gialli di stoppia si levava tremulo il canto dei grilli, come un fitto, continuo scampanellío.
A un tratto, un assiolo, da presso, emise un chiú languido, accorante; da lontano un altro gli rispose, come un'eco, e tutti e due seguitarono per un pezzo a singultar cosí, nella chiara notte.
Con un braccio appoggiato alla ringhiera del balcone, egli allora, istintivamente, per sottrarsi all'oppressione di quell'incertezza smaniosa, fermò l'udito a quei due chiú che si rispondevano nel silenzio incantato dalla luna; poi, scorgendo laggiú in fondo un tratto del muro che cingeva tutt'intorno il podere, pensò che ora tutta quella terra era sua; suoi quegli alberi: olivi, mandorli, carrubi, fichi, gelsi; sua quella vigna.
Aveva ben ragione d'esserne contento il padre, che d'ora in poi non sarebbe stato piú soggetto a nessuno.
Alla fin fine, non era tanto stramba l'idea di fargli seguitare gli studii.
Meglio lí, meglio a scuola, che qua tutto il giorno, in compagnia della moglie.
A tenere a posto quei compagni che avessero voluto ridere alle sue spalle, ci avrebbe pensato lui.
Era un signore, ormai, e non gl'importava piú se lo cacciavano via dalla scuola.
Ma questo non sarebbe accaduto.
Anzi egli si proponeva di studiare d'ora innanzi con impegno, per potere un giorno, tra breve, figurare tra i "galantuomini" del paese, senza piú sentirne soggezione, e parlare e trattare con loro, da pari a pari.
Gli bastavano altri quattro anni di scuola per aver la licenza dell'Istituto tecnico: e poi, perito agronomo o ragioniere.
Suo cognato allora, il signor avvocato, che pareva avesse buttato là, ai cani, la sorella, avrebbe dovuto fargli tanto di cappello.
Sissignori.
E allora egli avrebbe avuto tutto il diritto di dirgli: "Che mi hai dato? A me, quella vecchia? Io ho studiato, ho una professione da signore e potevo aspirare a una bella giovine, ricca e di buoni natali come lei!".
Cosí pensando, s'addormentò con la fronte sul braccio appoggiato alla ringhiera.
I due chiú seguitavano, l'uno qua presso, l'altro lontano, il loro alterno lamentío voluttuoso; la notte chiara pareva facesse tremolar su la terra il suo velo di luna sonoro di grilli, e arrivava ora da lontano, come un'oscura rampogna, il borboglío profondo del mare.
A notte avanzata, Eleonora apparve, come un'ombra, su la soglia del balcone.
Non s'as
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