SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 24
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Correva per il cielo una trama fitta d'infinite nuvolette lievi, basse, cineree, come se fossero chiamate in fretta di là, di là, verso levante, a un misterioso convegno, e pareva che la luna, dall'alto, le passasse in rassegna.
Il Bronner stette un pezzo col volto in sú a contemplar quella fuga, che animava con cosí misteriosa vivacità il silenzio luminoso di quella notte di luna.
A un tratto udí un rumor di passi sul vicino ponte Margherita e si volse a guardare.
Il rumore dei passi cessò.
Forse qualcuno, come lui, s'era messo a contemplare quelle nuvolette e la luna che le passava in rassegna, o il fiume con quei tremuli riflessi dei lumi nell'acqua nera fluente.
Trasse un lungo sospiro e tornò a guardare in cielo, un po' infastidito della presenza di quell'ignoto, che gli turbava il triste piacere di sentirsi solo.
Ma egli, qua, era nell'ombra degli alberi: pensò che colui, dunque, non avrebbe potuto scorgerlo; e quasi per accertarsene, si voltò di nuovo a guardare.
Presso un fanale imbasato sul parapetto del ponte scorse un uomo in ombra.
Non comprese dapprima che cosa colui stesse a far lí, silenziosamente.
Gli vide posare come un involto su la cimasa, a piè del fanale.
- Involto? No: era il cappello.
E ora? che! Possibile? Ora scavalcava il parapetto.
Possibile?
Istintivamente il Bronner si trasse indietro col busto, protendendo le mani e strizzando gli occhi; si restrinse tutto in sé; udí il tonfo terribile nel fiume.
Un suicidio? Cosí?
Riaprí gli occhi, riaffondò lo sguardo nel bujo.
Nulla.
L'acqua nera.
Non un grido.
Nessuno.
Si guardò attorno.
Silenzio, quiete.
Nessuno aveva veduto? nessuno udito? E quell'uomo intanto affogava...
E lui non si moveva, annichilito.
Gridare? Troppo tardi, ormai.
Raggomitolato nell'ombra, tutto tremante, lasciò che la sorte atroce di quell'uomo si compisse, pur sentendosi schiacciare dalla complicità del suo silenzio con la notte, e domandandosi di tratto in tratto: - Sarà finito? sarà finito? - come se con gli occhi chiusi vedesse quell'infelice dibattersi nella lotta disperata col fiume.
Riaprendo gli occhi, risollevandosi, dopo quel momento d'orribile angoscia, la quiete profonda della città dormente, vegliata dai fanali, gli parve un sogno.
Ma come guizzavano ora quei riflessi dei lumi nell'acqua nera! Rivolse paurosamente lo sguardo al parapetto del ponte: vide il cappello lasciato lí da quell'ignoto.
Il fanale lo illuminava sinistramente.
Fu scosso da un lungo brivido alle reni, e col sangue che gli frizzava ancora per le vene, in preda a un tremito convulso di tutti i muscoli, come se quel cappello là potesse accusarlo, scese e, cercando l'ombra, s'avviò rapidamente verso casa.
- Diego, che hai?
- Nulla, mamma.
Che ho?
- No, mi pareva...
È già tardi...
- Non voglio che tu m'aspetti, lo sai; te l'ho detto tante volte.
Lasciami rincasare quando mi fa comodo.
- Sí, sí.
Ma vedi, stavo a cucire...
Vuoi che t'accenda il lumino da notte?
- Dio, me lo domandi ogni sera!
La vecchia madre, come sferzata da questa risposta alla domanda superflua, corse, curva, trascinando un po' una gamba, ad accendergli in camera il lumino da notte e a preparargli il letto.
Egli la seguí con gli occhi, quasi con rancore; ma, com'ella scomparve dietro l'uscio, trasse un sospiro di pietà per lei.
Subito però il fastidio lo riprese.
E rimase lí ad aspettare, senza saper perché, né che cosa, in quella tetra saletta d'ingresso che aveva il soffitto basso basso, di tela fuligginosa, qua e là strappata e con lo strambello pendente, in cui le mosche s'eran raccolte e dormivano a grappoli.
Vecchi arredi decaduti, mescolati con rozzi mobili e oggetti nuovi di sartoria, stipavano quella saletta: una macchina da cucire, due impettiti manichini di vimini, una tavola liscia massiccia per tagliarvi le stoffe, con un grosso pajo di forbici, il gesso, il metro e alcuni smorfiosi giornali di moda.
Ma, ora, il Bronner percepiva appena tutto questo.
S'era portato con sé, come uno scenario, lo spettacolo di quel cielo corso da quelle nuvolette basse e lievi; e del fiume con quei riflessi dei fanali; lo spettacolo di quelle alte case nell'ombra, là dirimpetto stagliate nel chiarore della città, e di quel ponte con quel cappello...
E l'impressione spaventosa, come di sogno, dell'impassibilità di tutte quelle cose ch'erano con lui là, presenti, piú presenti di lui, perché lui, anzi, nascosto nell'ombra degli alberi, era veramente come se non ci fosse.
Ma il suo orrore, lo sconvolgimento, adesso, erano appunto per questo, per esser egli rimasto lí in quell'attimo come quelle cose, presente e assente, notte, silenzio, argine, alberi, lumi, senza gridare ajuto, come se non ci fosse; e il sentirsi ora qua stordito, stralunato, come se quello che aveva veduto e sentito, lo avesse sognato.
A un tratto vide venire a posarsi con un balzo agile e netto, là su la tavola massiccia, il grosso gatto bigio di casa.
Due occhi verdi, immobili e vani.
Ebbe un momentaneo terrore di quegli occhi, e aggrottò le ciglia, urtato.
Pochi giorni addietro, quel gatto era riuscito a far cadere dal muro di quella saletta una gabbia col cardellino, di cui sua madre aveva cura amorosa.
Con industriosa e paziente ferocia, cacciando le granfie di tra le gretole, l'aveva tratto fuori e se l'era mangiato.
La madre non se ne sapeva ancora dar pace; anche lui pensava tuttora allo scempio di quel cardellino; ma il gatto, eccolo là: del tutto ignaro del male che aveva fatto.
Se egli lo avesse cacciato via da quella tavola sgarbatamente, non ne avrebbe mica capito il perché.
Ed ecco già due prove contro di lui, quella sera.
Due altre prove.
E questa seconda gli balzava innanzi all'improvviso, con quel gatto; come all'improvviso gli era venuta l'altra, con quel suicidio dal ponte.
Una prova: che egli non poteva essere come quel gatto là che, compiuto uno scempio, un momento dopo non ci pensava piú; l'altra prova: che gli uomini, alla presenza d'un fatto, non potevano restare impassibili come le cose, per quanto come lui si forzassero, non solo a non parteciparvi, ma anche a tenersene quasi assenti.
La dannazione del ricordo in sé, e il non poter sperare che gli altri dimenticassero.
Ecco.
Queste due prove.
Una dannazione e una disperazione.
Che modo nuovo di guardare avevano acquistato da un pezzo in qua i suoi occhi? Guardava sua madre, ritornata or ora dall'avergli apparecchiato il letto di là e acceso il lumino da notte, e la vedeva non piú come sua madre, ma come una povera vecchia qualunque, quale essa era per sé, con quel grosso porro accanto alla pinna destra del naso un po' schiacciato, le guance esangui e flaccide, striate da venicciuole violette, e quegli occhi stanchi che subito, sotto lo sguardo di lui cosí stranamente spietato, le s'abbassavano, ecco, dietro gli occhiali, quasi per vergogna, di che? Ah, egli lo sapeva bene, di che.
Rise d'un brutto riso; disse:
- Buona notte, mamma.
E andò a chiudersi in camera.
La vecchia madre, piano piano per non farsi sentire, si rimise a sedere nella saletta e a cucire: a pensare.
Dio, perché cosí pallido e stravolto, quella notte? Bere, non beveva, o almeno dal fiato non si sentiva.
Ma se fosse ricaduto in mano dei cattivi compagni che lo avevano rovinato, o fors'anche di peggiori?
Questa era la paura sua piú grave.
Tendeva di tanto in tanto l'orecchio per sentire che cosa egli facesse di là, se si fosse coricato, se già dormisse; e intanto ripuliva gli occhiali, che a ogni sospiro le s'appannavano.
Lei, prima d'andare a letto, voleva finire quel lavoro.
La pensioncina che il marito le aveva lasciato, non bastava piú, ora che Diego aveva perduto l'impiego.
E poi accarezzava un sogno, che pur sarebbe stato la sua morte: metter tanto da parte, lavorando e risparmiando, da mandare il figlio lontano, in America.
Perché qua, lo capiva, il suo Diego, ora, non avrebbe trovato piú da collocarsi, e nel triste ozio, che da sette mesi lo divorava, si sarebbe perduto per sempre.
In America...
là - oh, il suo figliuolo era tanto bravo! sapeva tante cose! scriveva, prima, anche nei giornali...
- in America, là, - lei magari ne sarebbe morta - ma il suo figliuolo avrebbe ripreso la vita, avrebbe dimenticato, cancellato il suo fallo di gioventú, di cui erano stati cagione i cattivi compagni: quel Russo, o Polacco che fosse, pazzo, crapulone, capitato a Roma per la sciagura di tante oneste famiglie.
Giovinastri, si sa! Invitati a casa da questo forestiere, riccone e scostumato, avevano fatto pazzie: vino, donnacce...
s'ubriacavano...
Ubriaco, quello voleva giocare a carte, e perdeva...
Se l'era procacciata da sé, con le sue mani, la rovina: che c'entrava poi l'accusa a tradimento dei suoi compagni di crapula, quel processo scandaloso, che aveva sollevato tanto rumore e infamato tanti giovanotti, scapati, sí, ma di famiglie onorate e per bene?
Le parve di sentire un singhiozzo di là e chiamò:
- Diego!
Silenzio.
Rimase un pezzo con l'orecchio teso e gli occhi intenti.
Sí: era sveglio ancora.
Che faceva?
Si alzò, e, in punta di piedi, s'accostò all'uscio, a origliare; poi si chinò per guardare attraverso il buco della serratura: - Leggeva...
Ah, ecco! quei maledetti giornali ancora! il resoconto del processo...
- Come mai, come mai s'era dimenticata di distruggerli, quei giornali, comperati nei tremendi giorni del processo? - E perché, quella notte, a quell'ora, appena rincasato, li aveva ripresi e tornava a leggerli?
- Diego! - chiamò di nuovo, piano; e schiuse timidamente l'uscio.
Egli si voltò di scatto, come per paura.
- Che vuoi? Ancora in piedi?
- E tu?...
- fece la madre.
- Vedi, mi fai rimpiangere ancora la mia stolidaggine...
- No.
Mi diverto, - rispose egli, stirando le braccia.
Si alzò; si mise a passeggiare per la stanza.
- Stracciali, buttali via, te ne prego! - supplicò la madre a mani giunte.
- Perché vuoi straziarti ancora? Non ci pensare piú!
Egli si fermò in mezzo alla stanza; sorrise e disse:
- Brava.
Come se, non pensandoci piú io, per questo poi non dovessero piú pensarci gli altri.
Dovremmo metterci a fare i distratti, tutti quanti...
per lasciarmi vivere.
Distratto io, distratti gli altri...
- Che è stato? Niente.
Sono stato tre anni "in villeggiatura".
Parliamo d'altro...
- Ma non vedi, non vedi come mi guardi anche tu?
- Io? - esclamò la madre.
- come ti guardo?
- Come mi guardano tutti gli altri!
- No, Diego! ti giuro! Guardavo...
ti guardavo, perché...
dovresti passare dal sarto, ecco...
Diego Bronner si guardò addosso il vestito, e tornò a sorridere.
- Già, è vecchio.
Per questo tutti mi guardano...
Eppure, me lo spazzolo bene, prima d'uscire; mi aggiusto...
Non so, mi sembra che potrei passare per un signore qualunque, per uno che possa ancora indifferentemente partecipare alla vita...
Il guajo è là, è là...
- aggiunse, accennando i giornali su la scrivania.
- Abbiamo offerto un tale spettacolo, che, via, sarebbe troppa modestia presumere che la gente se ne sia potuta dimenticare...
Spettacolo d'anime ignude, gracili e sudicette, vergognose di mostrarsi in pubblico, come i tisici alla leva.
E cercavamo tutti di coprirci le vergogne con un lembo della toga dell'avvocato difensore.
E che risate il pubblico! Vuoi che la gente, per esempio, si dimentichi che il Russo, noi, quel cagliostro, lo chiamavamo Luculloff e che lo paravamo da antico romano, con gli occhiali d'oro a stanghetta sul naso rincagnato? Quando lo han veduto là con quel faccione rosso brozzoloso, e han saputo come noi lo trattavamo, che gli strappavamo i coturni dai piedi e lo picchiavamo sodo sul cranio pelato, e che lui, sotto a quei picchi sodi, rideva, sghignava, beato...
- Diego! Diego, per carità! - scongiurò la madre.
- ...Ubriaco.
Lo ubriacavamo noi...
- Tu no!
- Anch'io, va' là, con gli altri.
Era uno spasso! E allora venivano le carte da giuoco.
Giocando con un ubriaco, capirai, facilissimo barare...
- Per carità, Diego!
- Cosí...
scherzando...
Oh, questo, te lo posso giurare.
Là risero tutti, giudici, presidente; finanche i carabinieri; ma è la verità.
Noi rubavamo senza saperlo, o meglio, sapendolo e credendo di scherzare.
Non ci pareva una truffa.
Erano i denari d'un pazzo schifoso, che ne faceva getto cosí...
E del resto, neppure un centesimo ne rimaneva poi nelle nostre tasche: ne facevamo getto anche noi, come lui, con lui, pazzescamente...
S'interruppe; s'accostò allo scaffale dei libri; ne trasse uno.
- Guarda.
Questo solo rimorso.
Con quei denari comprai una mattina, da un rivendugliolo, questo libro qua.
E lo buttò su la scrivania.
Era La corona d'olivo selvaggio del Ruskin, nella traduzione francese.
- Non l'ho aperto nemmeno.
Vi fissò lo sguardo, aggrottando le ciglia.
Come mai, in quei giorni, gli era potuto venire in mente di comprare quel libro? S'era proposto di non leggere piú, di non piú scrivere un rigo; e andava lí, in quella casa, con quei compagni, per abbrutirsi, per uccidere in sé, per affogare nel bagordo un sogno, il suo sogno giovanile, poiché le tristi necessità della vita gl'impedivano d'abbandonarsi a esso, come avrebbe voluto.
La madre stette un pezzo a guardare anche lei quel libro misterioso; poi gli chiese dolcemente:
- Perché non lavori? perché non scrivi piú, come facevi prima?
Egli le lanciò uno sguardo odioso, contraendo tutto il volto, quasi per ribrezzo.
La madre insistette, umile:
- Se ti chiudessi un po' in te...
Perché disperi? Credi tutto finito? Hai ventisei anni...
Chi sa quante occasioni ti offrirà la vita, per riscattarti...
- Ah sí, una, proprio questa sera! - sghignò egli.
- Ma sono rimasto lí, come di sacco.
Ho visto un uomo buttarsi nel fiume...
- Tu?
- Io.
Gli ho veduto posare il cappello sul parapetto del ponte; poi l'ho visto scavalcare, quietamente, poi ho udito il tonfo nel fiume.
E non ho gridato, non mi son mosso.
Ero nell'ombra degli alberi, e ci sono rimasto, spiando se nessuno avesse veduto.
E l'ho lasciato affogare.
Sí.
Ma poi ho scorto lí, sul parapetto del ponte, sotto il fanale, il cappello, e sono scappato via, impaurito...
- Per questo...
- mormorò la madre.
- Che cosa? Io non so nuotare.
Buttarmi? tentare? La scaletta d'accesso al fiume era lí, a due passi.
L'ho guardata, sai? e ho finto di non vederla.
Avrei potuto...
ma già era inutile...
troppo tardi...
Sparito!...
- Non c'era nessuno?
- Nessuno.
Io solo.
- E che potevi fare tu solo, figlio mio? È bastato lo spavento che ti sei preso, e quest'agitazione...
Vedi? tremi ancora...
Va', va' a letto, va' a letto...
È molto tardi...
Non ci pensare!...
La vecchia madre gli prese una mano e gliela carezzò.
Egli le fe' cenno di sí col capo e le sorrise.
- Buona notte, mamma.
- Dormi tranquillo, eh? - gli raccomandò la madre, commossa dalla carezza a quella mano, che egli s'era lasciata fare e, asciugandosi gli occhi, per non guastarsi questa tenerezza angosciosa, se n'uscí.
Dopo circa un'ora, Diego Bronner era di nuovo seduto sull'argine del fiume, al posto di prima, con le gambe penzoloni.
Continuava per il cielo la fuga delle nuvolette lievi, basse, cineree.
Il cappello di quell'ignoto sul parapetto del ponte non c'era piú.
Forse eran passate di là le guardie notturne e se l'erano preso.
All'improvviso, si girò verso il viale, ritraendo le gambe; scese dalla spalletta dell'argine e si recò là, sul ponte.
Si tolse il cappello e lo posò allo stesso posto di quell'altro.
- E due! - disse.
Ma come se facesse per giuoco; per un dispetto alle guardie notturne che avevano tolto di là il primo.
Andò dall'altra parte del fanale, per vedere l'effetto del suo cappello, solo là, su la cimasa, illuminato come quell'altro.
E rimase un pezzo, chinato sul parapetto, col collo proteso, a contemplarlo, come se lui non ci fosse piú.
A un tratto rise orribilmente: si vide là appostato come un gatto dietro il fanale: e il topo era il suo cappello...
Via, via, pagliacciate!
Scavalcò il parapetto: si sentí drizzare i capelli sul capo: sentí il tremito delle mani che si tenevano rigidamente aggrappate: le schiuse; si protese nel vuoto.
AMICISSIMI
Gigi Mear, in pipistrello quella mattina (eh, con la tramontana, dopo i quaranta non ci si scherza piú!), il fazzoletto da collo tirato sú e rinvoltato con cura fin sotto il naso, un pajo di grossi guanti inglesi alle mani; ben pasciuto, liscio e rubicondo, aspettava sul Lungo Tevere de' Mellini il tram per Porta Pia, che doveva lasciarlo, come tutti i giorni, in Via Pastrengo, innanzi alla Corte dei Conti, ove era impiegato.
Conte di nascita, ma purtroppo senza piú né contea né contanti, Gigi Mear aveva nella beata incoscienza dell'infanzia manifestato al padre il nobile proposito d'entrare in quell'ufficio dello Stato credendo allora ingenuamente che fosse una Corte, in cui ogni conte avesse il diritto d'entrare.
È noto a tutti ormai che i tram non passano mai, quando sono aspettati.
Piuttosto si fermano a mezza via per interruzione di corrente, o preferiscono d'investire un carro o di schiacciare magari un pover'uomo.
Bella comodità, non pertanto, tutto sommato.
Quella mattina intanto tirava la tramontana, gelida, tagliente, e Gigi Mear pestava i piedi guardando l'acqua aggricciata del fiume, che pareva sentisse un gran freddo anch'esso, poverino, lí, come in camicia, tra quelle dighe rigide, scialbe, della nuova arginatura.
Come Dio volle, dindín, dindín: ecco il tram.
E Gigi Mear si disponeva a montarvi senza farlo fermare, quando, dal nuovo Ponte Cavour, si sentí chiamare a gran voce:
- Gigin! Gigin!
E vide un signore che gli correva incontro gestendo come un telegrafo ad asta.
Il tram se la filò.
In compenso, Gigi Mear ebbe la consolazione di trovarsi tra le braccia d'uno sconosciuto, suo intimo amico, a giudicarne dalla violenza con cui si sentiva baciato, là, là, sul fazzoletto di seta che gli copriva la bocca.
- T'ho riconosciuto subito, sai, Gigin! Subito! Ma che vedo? Già venerando? Ih, ih, tutto bianco! E non ti vergogni? un altro bacio, permetti, Gigione mio? per la tua santa canizie! Stavi qua fermo - mi pareva che stessi ad aspettarmi.
Quando t'ho visto alzar le braccia per montare su quel demonio, m'è parso un tradimento, m'è parso!
- Già! - fece il Mear, forzandosi a sorridere.
- Andavo all'ufficio.
- Mi farai il piacere di non parlare di porcherie in questo momento!
- Come?
- Cosí! Te lo comando io.
- Pregare sempre, che c'entra! Sai che sei un bel tipo?
- Sí, lo so.
Ma tu non m'aspettavi, è vero? Eh, ti vedo all'aria; non m'aspettavi.
- No...
per dire la verità...
- Sono arrivato jersera.
E ti porto i saluti di tuo fratello, il quale...
ti faccio ridere! voleva darmi un biglietto di presentazione per te.
- Come! dico.
Per Gigione? Ma sa che io l'ho conosciuto prima di lei, per modo di dire: amici d'infanzia, perdio, ci siamo rotti tante volte reciprocamente la testa...
Compagni poi d'Università...
La gran Padova, Gigione, ti ricordi? il campanone, che tu non sentivi mai, mai, dormendo come un...
diciamo ghiro, eh? ti toccherebbe porco, però.
Basta.
Una volta sola lo sentisti, e ti parve che chiamassero al fuoco! Bei tempi! Tuo fratello sta benone, sai, grazie a Dio.
Abbiamo combinato insieme un certo affaruccio, e sono qua per questo.
Oh, ma tu che hai? Sei funebre.
Hai preso moglie?
- No, caro! - esclamò Gigi Mear, riscotendosi.
- Stai per prenderla?
- Sei matto? Dopo i quaranta? Neanche per sogno!
- Quaranta? E se fossero cinquanta, Gigione, e sonati? Ma già, tu hai la specialità di non sentir sonare mai niente: né le campane né gli anni, me ne scordavo.
Cinquanta, cinquanta, caro, te l'assicuro io, sonati.
Sospiriamo! la faccenda comincia a farsi un po' seria.
Sei nato...
aspetta: nell'aprile del 1851, è vero o non è vero? 12 aprile.
- Maggio, se permetti, e mille ottocento cinquantadue, se permetti, - corresse il Mear, sillabando, indispettito.
- O vuoi saperlo meglio di me, adesso? Dodici maggio 1852.
Dunque, finora, quarantanove anni e qualche mese.
- E niente moglie! Benissimo.
Io sí, sai? Ah, una tragedia: ti farò schiattare dalle risa.
Restiamo intesi, intanto, oh! che tu mi hai invitato a pranzo.
Dove divori di questi tempi? Sempre dal vecchio Barba?
- Ah, - esclamò con crescente stupore Gigi Mear, - sai anche del vecchio Barba? C'eri forse anche tu?
- Io? Da Barba? Come vuoi ci fossi, se sto a Padova? Me l'hanno detto e mi hanno raccontato le belle prodezze che vi fai, con gli altri commensali, in quella vecchia...
debbo dire bettola, macelleria, trattoria?
- Bettola, bettolaccia, - rispose il Mear, - ma adesso...
eh, se devi desinare con me, bisogna che avverta a casa mia, la serva...
- Giovane?
- Eh no, vecchia, caro, vecchia! E da Barba, sai? non ci vado piú, e prodezze, basta, da tre anni ormai.
A una certa età...
- Dopo i quaranta!
- Dopo i quaranta, bisogna avere il coraggio di voltar le spalle a un cammino che, seguitando, ti porterebbe al precipizio.
Scendere, va bene, ma pian pianino, pian pianino, senza ruzzolare.
Ecco, vieni sú.
Sto qua.
Ti fo vedere come mi son messa per benino la casetta.
- Pian pianino...
per benino...
la casetta...
- cominciò a dire l'amico, salendo la scala, dietro Gigi Mear.
- Ma tu mi parli anche in diminutivi, adesso, e sei cosí grosso, cosí superlativo, povero Gigione mio! Che t'hanno fatto? T'hanno bruciato la coda? Vuoi farmi piangere?
- Mah! - fece il Mear, aspettando sul pianerottolo che la serva venisse ad aprire la porta.
- Bisogna prenderla ormai con le buone questa vitaccia, carezzarla, carezzarla coi diminutivi, o te la fa.
Non voglio mica ridurmi alla fossa a quattro piedi, io.
- Ah tu credi l'uomo bipede? - scattò l'altro, a questo punto.
- Non lo dire, Gigione! So io che sforzi faccio certi momenti a tenermi ritto su due zampe soltanto.
Credi, amico mio: a lasciar fare alla natura, noi saremmo, per inclinazione, tutti quadrupedi.
La meglio cosa! Piú comodi, ben posati, sempre in equilibrio...
Quante volte mi butterei a camminare a terra, cosí con le mani puntate, gattoni! Questa maledetta civiltà ci rovina! Quadrupede, io sarei una bella bestia selvaggia; quadrupede, ti sparerei un pajo di calci nel ventre per le bestialità che hai detto; quadrupede, non avrei moglie, né debiti, né pensieri...
Vuoi farmi piangere? Me ne vado!
Gigi Mear, intontito dalla buffonesca loquela di quel suo amico piovuto dal cielo, lo osservava mettendo a tortura la memoria per sapere come diamine si chiamasse, come e quando lo avesse conosciuto, a Padova, da ragazzo o da studente d'Università; e passava e ripassava in rassegna tutti i suoi intimi amici d'allora, invano: nessuno rispondeva alla fisonomia di questo.
Non ardiva intanto di domandargli uno schiarimento.
L'intimità che esso gli dimostrava era tanta e tale, che temeva d'offenderlo.
Si propose di riuscirvi con l'astuzia.
La serva tardava ad aprire: non s'aspettava il padrone cosí presto di ritorno.
Gigi Mear sonò di nuovo, e quella venne alla fine, ciabattando.
- Vecchia mia, - le disse il Mear.
- Eccomi di ritorno, e in compagnia.
Apparecchierai per due, oggi, e disimpégnati! Con questo mio amico, che ha un nome curiosissimo, non si scherza, bada!
- Antropofago Capribarbicornípede! - esclamò l'altro con un versaccio, che lasciò la vecchietta perplessa, se sorriderne o farsi la croce.
- E nessuno vuol piú saperne, di questo mio bel nome, vecchia! I direttori delle banche arricciano il naso, gli strozzini strabiliano.
Soltanto mia moglie è stata felicissima di prenderselo; ma il nome soltanto, veh! le ho lasciato prendere.
Me, no! me, no! Son troppo bel giovine, per l'anima di tutti i diavoli! Su, Gigione, poiché hai codesta debolezza, mostrami adesso le tue miserie.
Tu vecchia, subito: - Biada alla bestia!
Il Mear, sconfitto, se lo portò in giro per le cinque stanzette del quartierino arredate con cura amorosa, con la cura di chi non voglia trovar piú nulla da desiderare fuori della propria casa, fatto il proponimento di diventar chiocciola.
Salottino, camera da letto, stanzino da bagno, sala da pranzo, studiolo.
Nel salottino, il suo stupore e la sua tortura s'accrebbero nel sentir parlare l'amico delle cose piú intime e particolari della sua famiglia, guardando le fotografie disposte su la mensola.
- Gigione! Vorrei un cognato come questo tuo.
Sapessi quant'è birbone il mio!
- Tratta forse male tua sorella?
- Tratta male me! E gli sarebbe cosí facile ajutarmi, in questi frangenti...
Ma!
- Scusa, - disse il Mear, - non ricordo piú come si chiami tuo cognato...
- Lascia fare! non te lo puoi ricordare: non lo conosci.
Sta a Padova da due anni appena.
Sai che m'ha fatto? Tuo fratello, tanto buono con me, m'aveva promesso ajuto, se quella canaglia m'avesse avallato le cambiali...
Lo crederesti? M'ha negato la firma! E allora tuo fratello, che alla fin fine, benché amicissimo, è un estraneo, ne ha fatto a meno, tanto se n'è indignato...
È vero che il nostro negozio è sicuro...
Ma se ti dicessi la ragione del rifiuto di mio cognato! Sono ancora un bel giovine: non puoi negarlo: simpaticone, non fo per dire.
Bene: la sorella di mio cognato ha avuto la cattiva ispirazione d'innamorarsi di me, poverina.
Ottimo gusto, ma poco discernimento.
Figúrati se io...
Basta.
S'è avvelenata.
- Morta? - domandò il Mear, restando.
- No.
Ha vomitato un pochino ed è guarita.
Ma io, capirai, non ho potuto metter piú piede in casa di mio cognato, dopo questa tragedia.
Mangiamo, santo Dio, sí o no? Io non ci vedo piú dalla fame.
Allupo!
Poco dopo, a tavola, Gigi Mear, oppresso dalle espansioni d'affetto dell'amico, che lo caricava di male parole e per miracolo non lo picchiava, cominciò a domandargli notizie di Padova e di questo e di quello, sperando di fargli uscir di bocca il proprio nome, cosí per caso, o sperando almeno, nell'esasperazione crescente di punto in punto, che gli avvenisse di distrarsi dalla fissazione di venirne a capo, parlando d'altro.
- E di' un po', e quel Valverde, direttore della Banca d'Italia, con quella moglie bellissima e quel magnifico mostro di sorella, guercia, per giunta, se non m'inganno? Ancora a Padova?
L'amico, a questa interrogazione, scoppiò a ridere a crepapelle.
- Che cos'è? - riprese il Mear, incuriosito.
- Non è forse guercia?
- Sta' zitto! sta' zitto! - pregò l'altro che non riusciva a frenar le risa, come in una convulsione.
- Guercissima.
E con un naso, Dio liberi, che le lascia vedere il cervello.
È quella!
- Quella, chi?
- Mia moglie!
Gigi Mear restò intronato e poté a mala pena balbettare qualche sciocca scusa.
Ma quegli riprese a ridere piú forte e piú a lungo di prima.
Alla fine si quietò, aggrottò le ciglia, trasse un profondo sospiro.
- Caro mio, - disse, - ci sono eroismi ignorati nella vita, che la piú sbrigliata fantasia di poeta non potrà mai arrivare a concepire!
- Eh sí! - sospirò il Mear.
- Hai ragione...
comprendo...
- Non comprendi un corno! - negò subito l'altro.
- Credi che io voglia alludere a me? Io, l'eroe? Tutt'al piú, la vittima potrei essere.
Ma neppure.
L'eroismo è stato quello di mia cognata: la moglie di Lucio Valverde.
Senti un po': cieco, stupido, imbecille...
- Io?
- No, io, io: potei lusingarmi che la moglie di Lucio Valverde si fosse innamorata di me, fino al punto di fare un torto al marito che, in coscienza, puoi crederlo, Gigin, se lo sarebbe meritato.
Ma che! Ma che! Sai che era invece? Disinteressato spirito di sacrificio.
Sta' a sentire.
Valverde parte, o meglio, finge di partire come si fa di solito (d'intesa, certo, con lei).
E lei allora mi riceve in casa.
Venuto il momento tragico della sorpresa, mi caccia in camera della cognata guercia, la quale, accogliendomi tutta tremante e pudibonda, aveva l'aria di sacrificarsi anche lei per la pace e per l'onore del fratello.
Io ebbi appena il tempo di gridare: "Ma abbia pazienza, signora mia, com'è possibile che Lucio creda sul serio...".
Non potei finire; Lucio irruppe, furibondo, nella camera, e il resto te lo puoi immaginare.
- E come? - esclamò Gigi Mear, - tu, col tuo spirito...
- E le mie cambiali? - gridò l'altro.
- Le mie cambiali in sofferenza, di cui Valverde m'accordava la rinnovazione per le finte buone grazie della moglie? Ora me le avrebbe protestate ipso facto, capisci? E mi avrebbe rovinato.
Vilissimo ricatto! Non ne parliamo piú, ti prego.
In fin de' conti, visto e considerato che non ho neppure un soldo di mio e che non ne avrò mai, visto e considerato che non ho intenzione di prender moglie...
- Come! - lo interruppe, a questo punto, Gigi Mear.
- Se hai sposato!
- Io? Ah, io no, davvero! Lei mi ha sposato, lei sola.
Io, per conto mio, gliel'ho detto avanti.
Patti chiari, amici cari: "Lei, signorina, vuole il mio nome? E se lo pigli pure: non so proprio che farmene! Ma basta, eh?".
- Cosicché, - arrischiò Gigi Mear, gongolante, - non c'è altro; prima si chiamava Valverde e ora si chiama...
- Purtroppo! - sbuffò l'altro, alzandosi di tavola.
- Ah no, senti! - esclamò Gigi Mear, non potendone piú e prendendo il coraggio a due mani.
- Tu m'hai fatto passare una mattinata deliziosa: io ti ho accolto come un fratello: ora mi devi fare un favore...
- Vorresti, per caso, in prestito, mia moglie?
- No, grazie! Voglio che tu mi dica come ti chiami.
- Io? come mi chiamo io? - domandò l'amico, sentendosi cascar dalle nuvole e appuntandosi l'indice d'una mano sul petto, quasi non credesse a se stesso.
- E che vuol dire? non lo sai? Non ti ricordi piú?
- No - confessò, avvilito, il Mear.
- Scusami, chiamami l'uomo piú smemorato della terra; ma io proprio potrei giurare di non averti mai conosciuto.
- Ah sí? Ah, benissimo! benissimo! - riprese quegli.
- Caro Gigione mio, qua la mano.
Ti ringrazio con tutto il cuore del pranzo e della compagnia, e me ne vado senza dirtelo.
Figúrati!
- Tu me lo dirai, perdio! - scattò Gigi Mear, balzando in piedi.
- Mi sono torturato il cervello un'intera mattinata! Non ti faccio uscire di qua, se non me lo dici.
- Ammazzami, - rispose l'amico impassibile, - tagliami a pezzi; non te lo dirò.
- Via, sii buono! - riprese, cangiando tono, il Mear.
- Non avevo mai sperimentato prima d'ora...
guarda, questa mia mancanza di memoria, e ti giuro che mi fa una penosissima impressione: tu, in questo momento, rappresenti un incubo per me.
Dimmi come ti chiami, per carità!
- Vattelapesca.
- Te ne scongiuro! Vedi: la dimenticanza non m'ha impedito di farti sedere alla mia tavola; e, del resto, quand'anche non t'avessi mai conosciuto, quand'anche tu non fossi mai stato amico mio, lo sei diventato adesso e carissimo, credi! sento per te una simpatia fraterna, ti ammiro, ti vorrei sempre con me: dunque, dimmi come ti chiami!
- È inutile, sai, - concluse l'altro, - non mi seduci.
Sii ragionevole: vuoi che mi privi adesso di questo inatteso godimento, di farti restare cioè con un palmo di naso, senza sapere a chi tu abbia dato da mangiare? No, via: pretendi troppo, e si vede proprio che non mi conosci piú.
Se vuoi che non ti serbi rancore dell'indegna dimenticanza, lasciami andar via cosí.
- Vattene via subito, allora, te ne scongiuro! - esclamò Gigi Mear, esasperato.
- Non ti posso piú vedere innanzi a me!
- Me ne vado, sí.
Ma prima un bacetto, Gigione: me ne riparto domani...
- Non te lo do! - gridò il Mear, - se non mi dici...
- Basta, no, no, basta.
E allora, addio, eh? - troncò l'altro.
E se n'andò ridendo e voltandosi per la scala a salutarlo con la mano, ancora una volta.
SE...
- Parte o arriva? - domandò a se stesso il Valdoggi, udendo il fischio d'un treno e guardando da un tavolino innanzi allo chalet in Piazza delle Terme l'edificio della stazione ferroviaria.
S'era appigliato al fischio del treno, come si sarebbe appigliato al ronzío sordo continuo che fanno i globi della luce elettrica, pur di riuscire a distrarre gli occhi da un avventore, il quale, dal tavolino accanto, stava a fissarlo con irritante immobilità.
Per qualche minuto vi riuscí.
Si rappresentò col pensiero l'interno della stazione, ove il fulgore opalino della luce elettrica contrasta con la vacuità fosca e cupamente sonora sotto l'immenso lucernario fuligginoso; e si diede a immaginare tutte le seccature d'un viaggiatore, sia che parta, sia che arrivi.
Inavvertitamente però gli cadde di nuovo lo sguardo su quell'avventore del tavolino accanto.
Era un uomo sui quarant'anni, vestito di nero, coi capelli e i baffetti rossicci, radi, spioventi, la faccia pallida e gli occhi tra il verde e il grigio, torbidi e ammaccati.
Gli stava a fianco una vecchierella mezzo appisolata, alla cui placidità dava un'aria molto strana la veste color cannella diligentemente guarnita di cordellina nera a zig-zag, e il cappellino logoro e stinto su i capelli lanosi, i cui grossi nastri neri terminati in punta da una frangia a grillotti d'argento, che li faceva sembrar due nastri tolti a una corona mortuaria, erano annodati voluminosamente sotto il mento.
Il Valdoggi distrasse subito, di nuovo, lo sguardo da quell'uomo, ma questa volta in preda a una vera esasperazione, che lo fece rigirar su la seggiola sgarbatamente e soffiar forte per le nari.
Che voleva insomma quello sconosciuto? Perché lo guardava a quel modo?
Si rivoltò: volle guardarlo anche lui, con l'intenzione di fargli abbassare gli occhi.
- Valdoggi - bisbigliò quegli allora, quasi tra sé, tentennando leggermente il capo, senza muover gli occhi.
Il Valdoggi aggrottò le ciglia e si sporse un po' avanti per discerner meglio la faccia di colui che aveva mormorato il suo nome.
O s'era ingannato? Eppure, quella voce...
Lo sconosciuto sorrise mestamente e ripeté:
- Valdoggi: è vero?
- Sí...
- disse il Valdoggi smarrito, provandosi a sorridergli, indeciso.
E balbettò: - Ma io...
scusi...
lei...
- Lei? Io son Griffi!
- Griffi? Ah...
- fece il Valdoggi, confuso, vieppiú smarrito, cercando nella memoria un'immagine che gli si ravvivasse a quel nome.
- Lao Griffi...
tredicesimo reggimento fanteria...
Potenza...
- Griffi!...
tu? - esclamò il Valdoggi a un tratto, sbalordito.
- Tu?...
cosí...
Il Griffi accompagnò con un desolato tentennar del capo le esclamazioni di stupore del ritrovato amico; e ogni tentennamento era forse insieme un cenno e un saluto lagrimevole ai ricordi del buon tempo andato.
- Proprio io...
cosí! Irriconoscibile, è vero?
- No...
non dico...
ma t'immaginavo...
- Di', di', come m'immaginavi? - lo interruppe subito il Griffi; e, quasi spinto da un'ansia strana, con moto repentino gli s'accostò, battendo piú e piú volte di seguito le palpebre e tenendosi le mani, come per reprimer la smania.
- M'immaginavi? Eh, certo...
di', di'...
come?
- Che so! - fece il Valdoggi.
- A Roma? Ti sei dimesso?
- No, dimmi come m'immaginavi, te ne prego! - insisté il Griffi vivamente.
- Te ne prego...
- Mah...
ancora ufficiale, che so! - riprese il Valdoggi alzando le spalle.
- Capitano, per lo meno...
Ti ricordi? Oh, e Artaserse?...
ti ricordi d'Artaserse, il tenentino?
- Sí...
sí...
- rispose Lao Griffi, quasi piangendo.
- Artaserse...
Eh, altro!
- Chi sa che ne è!
- Chi sa! - ripeté l'altro con solenne e cupa gravità, sgranando gli occhi.
- Io ti credevo a Udine...
- riprese il Valdoggi, per cambiar discorso.
Ma il Griffi sospirò, astratto e assorto:
- Artaserse...
Poi si scosse di scatto e domandò:
- E tu? Anche tu dimesso, è vero? Che t' è accaduto?
- Nulla a me, - rispose il Valdoggi.
- Terminai a Roma il servizio,..
- Ah, già! Tu, allievo ufficiale...
Ricordo benissimo: non ci badare...
Ricordo, ricordo...
La conversazione languí.
Il Griffi guardò la vecchierella che gli stava a fianco appisolata.
- Mia madre! - disse, accennandola con espressione di profonda tristezza nella voce e nel gesto.
Il Valdoggi, senza saper perché, sospirò.
- Dorme, poverina...
Il Griffi contemplò un pezzo sua madre in silenzio.
Le prime sviolinate d'un concerto di ciechi nel Caffè lo scossero, e si rivolse al Valdoggi.
- A Udine, dunque.
Ti ricordi? io avevo domandato che mi s'ascrivesse o al reggimento di Udine, perché contavo, in qualche licenza d'un mese, di passare i confini (senza disertare), per visitare un po' l'Austria...
Vienna: dicono ch'è tanto bella!...
e un po' la Germania; oppure al reggimento di Bologna per visitar l'Italia di mezzo: Firenze, Roma...
Nel peggior dei casi, rimanere a Potenza - nel peggiore dei casi, bada! Orbene, il Governo mi lasciò a Potenza, capisci? A Potenza, a Potenza! Economie...
economie...
E si rovina, si assassina cosí un pover'uomo!
Pronunziò quest'ultime parole con voce cosí cangiata e vibrante, con gesti cosí insoliti, che molti avventori si voltarono a guardarlo dai tavolini intorno, e qualcuno zittí.
La madre si destò di soprassalto e, accomodandosi in fretta il gran nodo sotto il mento, gli disse:
- Lao, Lao...
ti prego, sii buono...
Il Valdoggi lo squadrò, tra stordito e stupito, non sapendo come regolarsi.
- Vieni, vieni Valdoggi, - riprese il Griffi, lanciando occhiatacce alla gente che si voltava.
- Vieni...
Alzati, mamma.
Ti voglio raccontare...
O paghi tu, o pago io...
Pago io, lascia fare...
Il Valdoggi cercò d'opporsi, ma il Griffi volle pagar lui: si alzarono e si diressero tutti e tre verso Piazza dell'Indipendenza.
- A Vienna, - riprese il Griffi, appena si furono allontanati dal Caffè, - è come se io ci fossi stato veramente.
Sí...
Ho letto guide, descrizioni...
ho domandato notizie, schiarimenti a viaggiatori che ci sono stati...
ho veduto fotografie, panorami, tutto...
posso insomma parlarne benissimo, quasi con cognizione di causa, come si dice.
E cosí di tutti quei paesi della Germania che avrei potuto visitare, passando i confini, nel mio giretto d'un mese.
Sí...
Di Udine, poi, non ti parlo: ci sono stato addirittura; ci son voluto andare per tre giorni, e ho veduto tutto, tutto esaminato: ho cercato di viverci tre giorni la vita che avrei potuto viverci, se il Governo assassino non m'avesse lasciato a Potenza.
Lo stesso ho fatto a Bologna.
E tu non sai ciò che voglia dire vivere la vita che avresti potuto vivere, se un caso indipendente dalla tua volontà, una contingenza imprevedibile, non t'avesse distratto, deviato, spezzato talvolta l'esistenza, com'è avvenuto a me, capisci? a me...
- Destino! - sospirò a questo punto con gli occhi bassi la vecchia madre.
- Destino!...
- si rivolse a lei il figlio, con ira.
- Tu ripeti sempre codesta parola che mi dà ai nervi maledettamente, lo sai! Dicessi almeno imprevidenza, predisposizione...
Quantunque, sí - la previdenza! a che ti giova? Si è sempre esposti, sempre, alla discrezione della sorte.
Ma guarda, Valdoggi, da che dipende la vita d'un uomo...
Forse non potrai intendermi bene neanche tu; ma immagina un uomo, per esempio, che sia costretto a vivere, incatenato, con un'altra creatura, contro la quale covi un intenso odio, soffocato ora per ora dalle piú amare riflessioni: immagina! Oh, un bel giorno, mentre sei a colazione - tu qui, lei lí - conversando, ella ti narra che, quand'era bambina, suo padre fu sul punto di partire, poniamo, per l'America, con tutta la famiglia, per sempre; oppure, che mancò poco ella non restasse cieca per aver voluto un giorno ficcare il naso in certi congegni chimici del padre.
Orbene: tu che soffri l'inferno a cagione di questa creatura, puoi sottrarti alla riflessione che, se un caso o l'altro (probabilissimi entrambi) fosse avvenuto, la tua vita non sarebbe quella che è: "Oh fosse avvenuto! Tu saresti cieca, mia cara; io non sarei certamente tuo marito!".
E immagineresti, magari commiserandola, la sua vita da cieca e la tua da scapolo, o in compagnia di un'altra donna qualsiasi...
- Ma perciò ti dico che tutto è destino - disse ancora una volta, convintissima, senza scomporsi, la vecchierella, a occhi bassi, andando con passo pesante.
- Mi dài ai nervi! - urlò questa volta, nella piazza deserta, Lao Griffi.
- Tutto ciò che avviene doveva dunque fatalmente avvenire? Falso! Poteva non avvenire, se...
E qui mi perdo io: in questo se! Una mosca ostinata che ti molesti, un movimento che tu fai per scacciarla, possono di qui a sei, a dieci, a quindici anni, divenir causa per te di chi sa quale sciagura.
Non esagero, non esagero! È certo che noi, vivendo, guarda, esplichiamo - cosí - lateralmente, forze imponderate, inconsiderate - oh, premetti questo.
Da per sé, poi, queste forze si esplicano, si svolgono latenti, e ti tendono una rete, un'insidia che tu non puoi scorgere, ma che alla fine t'avviluppa, ti stringe, e tu allora ti trovi preso, senza saperti spiegar come e perché.
È cosí! I piaceri d'un momento, i desiderii immediati ti s'impongono, è inutile! La natura stessa dell'uomo, tutti i tuoi sensi te li reclamano cosí spontaneamente e imperiosamente, che tu non puoi loro resistere; i danni, le sofferenze che possono derivarne non ti s'affacciano al pensiero con tal precisione, né la tua immaginativa può presentir questi danni, queste sofferenze, con tanta forza e tale chiarezza, che la tua inclinazione irresistibile a soddisfar quei desiderii, a prenderti quei piaceri ne è frenata.
Se talvolta, buon Dio, neppure la coscienza dei mali immediati è ritegno che basti contro ai desiderii! Noi siamo deboli creature...
Gli ammaestramenti, tu dici, dell'esperienza altrui? Non servono a nulla.
Ciascuno può pensare che l'esperienza è frutto che nasce secondo la pianta che lo produce e il terreno in cui la pianta è germogliata; e se io mi credo, per esempio, rosajo nato a produr rose, perché debbo avvelenarmi col frutto attossicato colto all'albero triste della vita altrui? No, no.
- Noi siamo deboli creature...
- Non destino, dunque, né fatalità.
Tu puoi sempre risalire alla causa de' tuoi danni o delle tue fortune; spesso, magari, non la scorgi; ma non di meno la causa c'è: o tu o altri, o questa cosa o quella.
È proprio cosí, Valdoggi; e senti: mia madre sostiene ch'io sono aberrato, ch'io non ragiono...
- Ragioni troppo, mi pare...
- affermò il Valdoggi, già mezzo intontito.
- Sí! E questo è il mio male! - esclamò con viva spontanea sincerità Lao Griffi, sbarrando gli occhi chiari.
- Ma io vorrei dire a mia madre: senti, io sono stato imprevidente, oh! - quanto vuoi...
- ero anche predisposto, predispostissimo al matrimonio - concedo! Ma è forse detto che a Udine o a Bologna avrei trovato un'altra Margherita? (Margherita era il nome di mia moglie).
- Ah, - fece il Valdoggi.
- T'è morta?
Lao Griffi si cangiò subito in volto e si cacciò le mani in tasca, stringendosi nelle spalle.
La vecchierella chinò il capo e tossí leggermente.
- L'ho uccisa! - rispose Lao Griffi seccamente.
Poi domandò: - Non hai letto nei giornali? Credevo che sapessi...
- Non...
non so nulla...
- disse il Valdoggi sorpreso, impacciato, afflitto d'aver toccato un tasto che non doveva, ma pur curioso di sapere.
- Te lo racconterò, - riprese il Griffi.
- Esco adesso dal carcere.
Cinque mesi di carcere...
Ma, preventivo, bada! Mi hanno assolto.
Eh sfido! Ma se mi lasciavano dentro, non credere che me ne sarebbe importato! Dentro o fuori, ormai, carcere lo stesso! Cosí ho detto ai giurati: "Fate di me ciò che volete: condannatemi, assolvetemi; per me è lo stesso.
Mi dolgo di quel che ho fatto, ma in quell'istante terribile non seppi, né potei fare altrimenti.
Chi non ha colpa, chi non ha da pentirsi, è uomo libero sempre; anche se voi mi date la catena, sarò libero sempre, internamente: del di fuori ormai non m'importa piú nulla".
E non volli dir altro, né volli discolpe d'avvocato.
Tutto il paese però sapeva bene che io, la temperanza, la morigeratezza in persona, avevo fatto per lei un monte di debiti...
ch'ero stato costretto a dimettermi...
E poi...
ah poi...
Me lo sai dire come una donna, dopo esser costata tanto a un uomo, possa far quello che mi fece colei? Infame! Ma sai? con queste mani...
Ti giuro che non volevo ucciderla; volevo sapere come avesse fatto, e glielo domandavo, scotendola, afferrata, cosí, per la gola...
Strinsi troppo.
Lui s'era buttato giú dalla finestra, nel giardino...
Il suo ex-fidanzato...
Sí, lo aveva prima piantato, come si dice, per me: per il simpatico ufficialetto...
E guarda, Valdoggi! Se quello sciocco non si fosse allontanato per un anno da Potenza, dando cosí agio a me d'innamorarmi per mia sciagura di Margherita, a quest'ora quei due sarebbero senza dubbio marito e moglie, e probabilmente felici...
Sí.
Li conoscevo bene tutti e due: erano fatti per intendersi a meraviglia.
Posso benissimo, guarda, immaginarmi la vita che avrebbero vissuto insieme.
Me l'immagino, anzi.
Posso crederli vivi entrambi, quando voglio, laggiú a Potenza, nella loro casa...
So finanche la casa dove sarebbero andati ad abitare, appena sposi.
Non ho che da metterci Margherita, viva, come tante volte, figúrati, nelle varie occorrenze della vita l'ho veduta...
Chiudo gli occhi e la vedo per quelle stanze, con le finestre aperte al sole: vi canta con la sua vocina tutta trilli e scivoli.
Come cantava! Teneva, cosí, le manine intrecciate sul capo biondo.
"Buon dí, sposa felice!" - Figli, non ne avrebbero, sai? Margherita non poteva farne...
Vedi? Se follia c'è, è questa la mia follia...
Posso veder tutto ciò che sarebbe stato, se quel che è avvenuto non fosse avvenuto.
Lo vedo, ci vivo; anzi vivo lí soltanto...
Il se, insomma, il se, capisci?
Tacque un buon tratto, poi esclamò con tanta esasperazione, che il Valdoggi si voltò a guardarlo, credendo che piangesse:
- E se mi avessero mandato a Udine?
La vecchierella non ripeté questa volta: Destino! Ma se lo disse certo in cuore.
Tanto vero, che scosse amaramente il capo e sospirò piano, con gli occhi sempre a terra, movendo sotto il mento tutti i grillotti d'argento di quei due nastri da corona mortuaria.
RIMEDIO: LA GEOGRAFIA
La bussola, il timone...
Eh, sí! Volendo navigare...
Dovreste dimostrarmi però che anche sia necessario, voglio dire che conduca a una qualsiasi conclusione, prendere una rotta anziché un'altra, o anziché a questo porto approdare a quello.
- Come! - dite, - e gli affari? senza una regola, senza un criterio direttivo? E la famiglia? l'educazione dei figliuoli? la buona reputazione in società? l'obbedienza che si deve alle leggi dello Stato? l'osservanza dei proprii doveri?
Con quest'azzurro che si beve liquido, oggi...
Per carità! E che non bado forse regolarmente ai miei affari? La mia famiglia...
Ma sí, vi prego di credere, mia moglie mi odia.
Regolarmente e né piú né meno di quanto vostra moglie odii voi.
E anche i miei piccini, ma volete che non li educhi regolarmente, come voi i vostri? Con un profitto, credete, non molto diverso di quello che la vostra saggezza riesce a ottenere.
Obbedisco a tutte le leggi dello Stato e scrupolosamente osservo i miei doveri.
Soltanto, ecco, io porto - come dire? - una certa elasticità spirituale in tutti questi esercizii; profitto di tutte quelle nozioni scientifiche, positive, apprese nell'infanzia e nell'adolescenza, delle quali voi, che pur le avete apprese come me, dimostrate di non sapere o di non volere profittare.
Con molto danno, v'assicuro, della vostra salute.
Certo non è facile valersi opportunamente di quelle nozioni che contrastino, ad esempio, con le illusioni dei sensi.
Che la terra si muove, ecco, se ne potrebbe valere opportunamente, come di elegante scusa, un ubriaco.
Noi, in realtà, non la sentiamo muovere, se non di tanto in tanto, per qualche modesto terremoto.
E le montagne, data la nostra statura, cosí alte le vediamo che - capisco - pensarle piccole grinze della crosta terrestre non è facile.
Ma santo Dio, domando e dico perché abbiamo allora studiato tanto da piccoli? Se costantemente ci ricordassimo di ciò che la scienza astronomica ci ha insegnato, l'infimo, quasi incalcolabile posto che il nostro pianeta occupa nell'universo...
Lo so; c'è anche la malinconia dei filosofi che ammettono, sí, piccola la terra, ma non piccola intanto l'anima nostra se può concepire l'infinita grandezza dell'universo.
Già.
Chi l'ha detto? Biagio Pascal.
Bisognerebbe pur tuttavia pensare che questa grandezza dell'uomo, allora, se mai, è solo a patto d'intendere, di fronte a quell'infinita grandezza dell'universo, la sua infinita piccolezza, e che perciò grande è solo quando si sente piccolissimo, l'uomo, e non mai cosí piccolo come quando si sente grande.
E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se non debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo.
E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in sú e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?
Voi dite:
- Benissimo.
Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto, per esempio, un figliuolo?
Eh, lo so.
Il caso è grave.
E piú grave diventerà, ve lo dico io, quando comincerete a uscire dal vostro dolore e sotto gli occhi che non vorrebbero piú vedere v'accadrà di scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli di marzo; e appena la dolcezza di vivere che, pur non volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti della stagione, vi si tramuterà in una piú fitta ambascia pensando a lui che, intanto, non la può piú sentire.
Ebbene?...
Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi avere della morte del vostro figliuolo? Non è meglio niente? Ma sí, niente, credete a me.
Questo niente della terra, non solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di vivere che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose umane che possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l'Alpha del Centauro.
Non è facile.
Grazie.
E che forse vi sto dicendo che è facile? La scienza astronomica, vi prego di credere, è difficilissima non solo a studiare, ma anche ad applicare ai casi della vita.
Del resto, vi dico che siete incoerenti.
Volete avere, di questo nostro pianeta, l'opinione ch'esso meriti un certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v'affligge o in una miseria che v'opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove.
Ma io non dico di porre voi stessi con l'immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire.
Questo lo fate comunemente, sospirando: Ah, se non fossi cosí! Ah, se avessi questo o quest'altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri.
Perché la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è cosí! Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste.
Ed è una stizza - scusatemi - da sciocchi.
Perché quelle condizioni voi le invidiate perché non sono le vostre, e se fossero, non sareste piú voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei.
Il mio rimedio è un altro.
Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo.
Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.
Lo intravidi quella notte - una delle tante tristissime - che mi toccò vegliare una lunga, eterna agonia: quella in cui la mia povera madre per mesi e mesi s'era quasi incadaverita viva.
Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli moriva una, di cui il figlio ero io.
Dico cosí, perché quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro, si spera.
Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque non toccava a loro, ma a me.
- Ma come! - dite.
- La nonna!
Già.
La nonnina.
La cara nonnina...
E poi anche per me, che - v'assicuro - potevo meritarmela un po' di considerazione, di non farmi stare in piedi anche la notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla stanchezza, dopo una giornata di faticosissimo lavoro.
Ma sapete com'è? Il tempo della nonnina, della cara nonnina era finito da un pezzo.
S'era guastato per i nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che l'avevano veduta, dopo l'operazione della cateratta, con un occhio grosso grosso e vano nella concavità del vetro degli occhiali; e l'altro piccolo.
A presentare una nonnina cosí non c'era piú niente di bello.
E a poco a poco era divenuta anche sorda come una pietra, la povera nonnina; aveva ottantacinque anni e non capiva piú niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva appena, pesante e traballante; e obbligava a cure, per cui ci voleva un'adorazione come la mia, a vincer la pena e il ribrezzo che costavano.
Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lí, senza piú nulla di ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perché...
Ma il sonno, signori miei...
Non c'è piú nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare.
Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno.
Il pensiero dei miei figliuoli, che durante l'intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al caldo, mentr'io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo.
Ma poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro posto, perché tremassero loro in vece mia, non piú contro essi, ma mi rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch'esso quasi irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sí, sí, pensavo che, Dio, poteva finalmente finir di rantolare.
Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell'armadio, voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.
Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia.
Proprio come per farsi vedere da me, essa conservava, mentr'io me la guardavo, la stessa espressione con cui stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la liberazione.
La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale raccapriccio di me, che mi nascosi quella faccia, come se avessi commesso un delitto.
Ma cominciai a piangere come un bambino: come il bambino che ero stato per quella mia mamma santa, di cui sí, sí, volevo ancora la pietà per il freddo e la stanchezza che sentivo, pur avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera mamma santa, che n'aveva perdute di notti per me, quand'ero piccino e malato...
Ah! Strozzato dall'angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.
Ma non potevo guardar piú nulla, perché mi parevano vivi, nella loro immobilità sospesa, gli oggetti della camera: là lo spigolo illuminato dell'armadio, qua il pomo d'ottone della lettiera su cui avevo poc'anzi posato la mano.
Disperato, cascai a sedere davanti alla scrivanietta della piú piccola delle mie figliuole, la nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella camera della nonna.
Non so quanto tempo rimasi lí.
So che a giorno chiaro, dopo un tempo incommensurabile, durante il quale non avevo piú avvertito minimamente né la stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi ritrovai col trattatello di geografia della mia figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato nei margini e con una bella macchia d'inchiostro cilestrino su l'emme di Giamaica.
Ero stato tutto quel tempo nell'isola di Giamaica, dove sono le Montagne Azzurre, dove dal lato di tramontana le spiagge s'innalzano grado grado fino a congiungersi col dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate le une dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e ogni vallata ha il suo ruscello e ogni collina la sua cascata.
Avevo veduto sotto le acque chiare le mura delle case della città di Porto Reale sprofondate nel mare da un terribile terremoto; le piantagioni dello zucchero e del caffè, del grano d'India e della Guinea; le foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con indicibile conforto il tanfo caldo e grasso del letame nelle grandi stalle degli allevamenti; ma proprio sentito e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole che è là su quelle praterie, con gli uomini e con le donne e coi ragazzi come sono là, che portano con le ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il raccolto del caffè ad asciugarsi; con la certezza precisa e tangibile che tutto questo era vero, in quella parte del mondo cosí lontana; cosí vero da sentirlo e opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi circondava là nella camera di mia madre moribonda.
Ecco, nient'altro che questa certezza d'una realtà di vita altrove, lontana e diversa, da contrapporre, volta per volta, alla realtà presente che v'opprime; ma cosí, senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz'alcuna intenzione, come una cosa che è perché è, e che voi non potete fare a meno che sia.
Questo, il rimedio che vi consiglio, amici miei.
Il rimedio che io mi trovai inopinatamente quella notte.
E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo l'immaginazione, che non abbia a stancarvisi soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno dei miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato una parte di mondo, a cui mi metto subito a pensare, appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.
Mia moglie, per esempio, è la Lapponia.
Vuole da me una cosa ch'io non le posso dare? Appena comincia a domandarmela, io sono già nel golfo di Bòtnia, amici miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:
- Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa...
- Ma che dici?
- Niente, cara.
I fiumi della Lapponia.
- E che c'entrano i fiumi della Lapponia?
- Niente, cara.
Non c'entrano per niente affatto.
Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Bòtnia.
E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là...
D'accordo, sí, non c'entrano neanche i salici e le betulle; ma ci sono anch'essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi gelati tra le steppe.
Lap o Lop, sai? è un'ingiuria.
I Lapponi da sé si chiamano Sami.
Sudici nani, cara mia! Ti basti sapere...
- sí, lo so, tutto questo veramente non c'entra - ma ti basti sapere che, mentr'io ti tengo cosí cara, essi tengono cosí poco alla fedeltà coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo forestiere che capita.
Per conto mio, puoi star sicura: non son tentato per nulla, cara, a profittarne.
- Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto domandando...
- Sí, cara.
Tu mi stai domandando, non dico di no.
Ma che triste paese, la Lapponia!...
RISPOSTA
Ti sei sfogato bene, amico mio!
Veramente è da rimpiangere che tu, facendo violenza alla tua nativa disposizione, non abbia potuto dedicarti alle Muse.
Quanto calore nelle tue espressioni, e con quale trasparente evidenza, in pochi tocchi, fai balzar vivi innanzi agli occhi luoghi, fatti e persone!
Sei addolorato, sei indignato, povero Marino mio; e non vorrei che questa mia risposta ti accrescesse il dolore e l'indignazione.
Ma tu vuoi che io ti esponga francamente quel che penso del tuo caso.
Lo farò per contentarti, pur essendo sicuro che non ti contenterò.
Seguo il mio metodo, se permetti.
Prima, riassumo in breve i fatti, poi ti espongo, con la franchezza che desideri, il mio parere.
Dunque, con ordine.
I - PERSONE, CONNOTATI E CONDIZIONI.
a) La signorina Anita.
- Ventisei anni (ne dimostra appena venti; va bene; ma sono intanto ventisei e sonati).
Bruna; occhi notturni:
Negli occhi suoi la notte si raccoglie,
profonda...
Labbra di corallo; e va bene.
Ma il naso, amico mio? Tu non mi parli del naso.
Alle brune, innanzi tutto, guardare il naso; e segnatamente le pinne del naso.
Io sono sicuro che la signorina Anita l'ha un po' in sú.
Non dico brutto; diciamo anzi nasino; ma in sú.
E con due pinne piuttosto carnosette, che le si dilatano molto, quando serra i denti, quando fissa gli occhi nel vuoto e trae per le nari un lungo lungo sospiro silenzioso.
Hai notato come gli occhi le si velano e le cangiano di colore, quando trae qualcuno di questi sospiri silenziosi?
Ha molto sofferto la signorina Anita, perché molto intelligente.
Era agiata, quando il padre era vivo; ora, morto il padre, è povera.
E ventisei anni.
Nasino ritto e occhi notturni.
Andiamo avanti.
b) Il mio amico Marino.
- Ventiquattro anni, due di meno della signorina Anita, che forse perciò ne dimostra appena venti.
Povero anche lui; orfano di padre anche lui.
Cose tristi, ma care quando si hanno in comune con una persona cara.
Identità, che pajono predestinazioni!
Ma l'amico Marino, orfano e povero com'è, ha la mamma e una sorella da mantenere.
Orfana e povera, la signorina Anita ha anche lei la mamma, ma non la mantiene.
Pensa al mantenimento il commendator Ballesi.
Il mio amico Marino odia, naturalmente, questo commendatore Ballesi.
Testa accesa, cuore ardente.
Facilissima loquela, colorita, affascinante, come lo sguardo dei begli occhi cerulei.
Diciamo che il mio amico Marino è il giorno e che la signorina Anita è la notte.
Quello ha il biondo del sole nei capelli e il cielo azzurro negli occhi; questa, negli occhi, due stelle, e nei capelli la notte.
Mi pare che, parlando con un poeta, non potrei esprimermi meglio di cosí.
Proseguiamo.
Costretto dalla necessità a esser saggio, l'amico Marino non può commettere la follia, finché durano le presenti condizioni (e dureranno per un pezzo!), di assumersi il fardello di un'altra donna; e deve lasciar quella che meno gli peserebbe.
Forse questo terzo peso gli farebbe sentir piú lievi quegli altri due, ch'egli non può, né oserebbe mai togliersi d'addosso.
Ma c'è chi pensa che in tre sulle spalle di uno non si può star comodamente e di buon accordo.
E anch'egli, saggio per forza, deve riconoscerlo.
c) Il commendator Ballesi.
- Vecchio amico della buon'anima.
S'intende, del babbo d'Anita.
Sessantasei anni.
Piccoletto, fino fino; gambette come due dita, ma armate da tacchettini imperiosi.
Testa grossa, grossi baffi spioventi, sotto i quali sparisce non solo la bocca, ma anche il mento, dato che si possa dire che il commendator Ballesi abbia davvero un mento.
Folte ciglia sempre aggrottate, e un dito spesso nel naso.
Quel dito pensa.
Pensano anche i peli delle sue sopracciglia.
È come un cannoncino carico di pensieri, il commendator Ballesi.
Le sorti finanziarie della nuova Italia sono ne' suoi piccoli pugni ferrigni.
Ora, non si sa come né perché, tutt'a un tratto il commendator Ballesi ha creduto di dover cangiare l'amor paterno per la signorina Anita in un amore d'altro genere.
E l'ha chiesta in isposa.
La signorina Anita ha strappato parecchi fazzoletti, con le mani e coi denti.
Piú che sdegno, ha provato onta, ribrezzo, orrore.
La mamma ha pianto.
Perché ha pianto la mamma? Per la gioja, ha detto.
Ma di gioja, ammesso che si pianga, si piange poco, e poi si ride.
La mamma della signorina Anita ha pianto molto e non ride piú.
Honni soit qui mal y pense.
E veniamo all'ultimo personaggio.
d) Nicolino Respi.
- Trent'anni, solido, atletico, nuotatore e cavalcatore famoso, canottiere, spadaccino; e poi impudente, ignorante come un pollo d'India, biscazziere, donnajolo...
Di' sú, di' sú, amico mio: te le passo tutte.
Conosco Nicolino Respi e condivido i tuoi apprezzamenti e la tua indignazione.
Ma non credere, con questo, che gli dia torto.
Do dunque torto a te? No.
Alla signorina Anita? Neppure.
Oh Dio, lasciami dire, lasciami seguire il mio metodo.
Credi, amico mio, che il tuo caso è vecchissimo.
Di nuovo, di originale, qui, non c'è altro che il mio metodo, e la spiegazione che ti darò.
Proseguiamo per ordine.
II - IL LUOGO E IL FATTO.
La spiaggia d'Anzio, d'estate, in una notte di luna.
Me n'hai fatto una tale descrizione, che non m'arrischio a descriverla anch'io.
Soltanto, troppe stelle, caro.
Con la luna quasi in quintadecima, se ne vedono poche.
Ma un poeta può anche non badare a queste cose, che son di fatto.
Un poeta può veder le stelle anche quando non si vedono, e viceversa poi non vedere tant'altre cose, che tutti gli altri vedono.
Il commendator Ballesi ha preso in affitto un villino su la spiaggia, e la signorina Anita è con la mamma ai bagni.
Occupato a Roma, il Commendatore va e viene.
Nicolino Respi è fisso ad Anzio, per i bagni e per la bisca; e dà ogni mattina, in acqua, e ogni sera al tappeto verde, spettacolo delle sue bravure.
La signorina Anita ha bisogno di smorzare la fiamma dello sdegno, e s'indugia perciò molto nel bagno.
Non può competere certamente con Nicolino Respi, ma tuttavia, da brava nuotatrice, una mattina s'allontana, in gara con lui, dalla spiaggia.
Vanno e vanno.
Tutti i bagnanti seguono ansiosi dalla spiaggia quella gara, prima a occhio nudo, poi coi binocoli.
La mamma, a un certo punto, non vuole piú guardare; comincia a smaniare, a trepidare.
Oh Dio, come farà adesso la figliuola a ritornare a nuoto da cosí lontano? Certo la lena non le basterà...
Oh Dio, oh Dio! Dov'è? Dio, com'è lontana...
non si vede piú...
Bisogna mandare subito un ajuto, per carità! una lancia, una lancia! qualcuno subito in ajuto!
E tanto fa e tanto dice, che alla fine due bravi giovanotti balzano eroicamente su una lancia, e via a quattro remi.
Santa ispirazione! Perché la signorina Anita, poco dopo che i giovani sono partiti, è colta da un crampo a una gamba, e dà un grido; Nicolino Respi accorre con due bracciate e la sorregge; ma la signorina Anita è per svenire e gli s'aggrappa al collo disperatamente; Nicolino si vede perduto; sta per affogare con lei; nella rabbia, per farsi lasciare, le dà un morso feroce al collo.
Allora la signorina Anita s'abbandona inerte; egli può sostenerla; le forze stanno per mancargli quando la lancia sopravviene.
Il salvataggio è compiuto.
Ma la signorina Anita deve curarsi per piú d'una settimana del morso al collo di Nicolino Respi.
Sono impressioni che rimangono.
Marino mio!
Per parecchi giorni la signorina Anita, appena muove il collo, non può negare che Nicolino Respi morde bene.
E quel morso non può dispiacerle, perché deve a esso la sua salvezza.
Tutto questo è, veramente, antefatto.
Eppure no, forse.
È e non è.
Perché tutto sta dove e come si tagliano i fatti.
Quando tu, Marino mio, nella magnifica sera di luna arrivasti ad Anzio con la morte nel cuore, per avere un ultimo abboccamento con la signorina Anita già ufficialmente fidanzata al commendator Ballesi, ella aveva ancora nel collo l'impressione dei denti di Nicolino Respi.
Per tua stessa confessione, ella ti seguí docile lungo la spiaggia, si perdette con te nella lontananza delle sabbie deserte, fino al grande scoglio inarenato, laggiú laggiú.
Tutti e due, sotto la luna, a braccetto, inebriati dalla brezza marina, storditi dal sommesso perpetuo fragorío delle spume d'argento.
Che le dicesti? Lo so, tutto il tuo amore e tutto il tuo tormento; e le proponesti di ribellarsi all'infame imposizione di quel vecchio odioso e di accettare la tua povertà.
Ma ella, amico mio, infiammata, sconvolta, straziata dalle tue parole, non poteva accettare la tua povertà; voleva sí, invece, accettare il tuo amore e vendicarsi con esso anticipatamente, quella sera stessa, dell'infame imposizione del vecchio, che sopra di lei, cosí, da usurajo, voleva pagarsi dei lunghi benefizii.
Tu, onestamente, nobilmente, le hai impedito questa vendetta.
Amico mio, ti credo: sarai scappato via come un pazzo.
Ma alla signorina Anita, rimasta sola lí, su la sabbia, all'ombra dello scoglio, non sembrasti un pazzo, te l'assicuro io, in quella fuga scomposta lungo la spiaggia, sotto la luna.
Sembrasti uno sciocco e un villano.
E purtroppo, povero Marino, su quello scoglio, quella sera, a godersi zitto zitto, in grazia delle tasche vuote, il bel chiaro di luna, e poi anche lo spettacolo della tua fuga, c'era Nicolino Respi, quello del morso e del salvataggio.
Gli bastarono tre parole e una risata, di lassú:
- Che sciocco, è vero, signorina?
E saltò giú.
Tu avesti, poco dopo, la soddisfazione di sorprendere, insieme col commendator Ballesi, arrivato tardi da Roma in automobile, Nicolino Respi, sotto la luna, a braccetto con la signorina Anita.
Tu, nell'andata, e lui nel ritorno.
Piú dolce l'andata o il ritorno?
Ed ecco, amico mio, che viene adesso il punto originale.
III - SPIEGAZIONE.
Tu credi, caro Marino, d'aver sofferto un'atroce disillusione, perché hai veduto all'improvviso la signorina Anita orribilmente diversa da quella che conoscevi tu, da quella ch'era per te.
Sei ben certo, adesso, che la signorina Anita era un'altra.
Benissimo.
Un'altra, la signorina Anita è di certo.
Non solo; ma anche tante e tante altre, amico mio, quanti e quanti altri son quelli che la conoscono e che lei conosce.
Il tuo errore fondamentale, sai dove consiste? Nel credere che, pur essendo un'altra per come tu credi, e tante altre per come credo io, la signorina Anita non sia anche, tuttora, quella che conoscevi tu.
La signorina Anita è quella, e un'altra, e anche tante altre, perché vorrai ammettere che quella che è per me non sia quella che è per te, quella che è per sua madre, quella che è per il commendator Ballesi, e per tutti gli altri che la conoscono, ciascuno a suo modo.
Ora, guarda.
Ciascuno, per come la conosce, le dà - è vero? - una realtà.
Tante realtà, dunque, amico mio, che fanno "realmente", e non per modo di dire, la signorina Anita una per te, una per me, una per la madre, una per il commendator Ballesi, e via dicendo; pur avendo l'illusione ciascuno di noi che la vera signorina Anita sia quella sola che conosciamo noi; e anche lei, anzi lei soprattutto, l'illusione d'esser una, sempre la stessa, per tutti.
Sai da che nasce questa illusione, amico mio? Dal fatto che crediamo in buona fede d'esser tutti, ogni volta, in ogni nostro atto; mentre purtroppo non è cosí.
Ce ne accorgiamo quando, per un caso disgraziatissimo, all'improvviso restiamo agganciati e sospesi a un atto solo tra i tanti che commettiamo; ci accorgiamo bene, voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che un'atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per l'intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quell'atto solo.
Ora questa ingiustizia appunto stai commettendo tu, amico mio, contro la signorina Anita,
L'hai sorpresa in una realtà diversa da quella che le davi tu, e vuoi credere adesso, che la sua vera realtà non sia quella bella che tu le davi prima, ma questa brutta in cui l'hai sorpresa insieme col commendator Ballesi di ritorno dallo scoglio con Nicolino Respi.
Non per nulla, amico mio, guarda, tu non mi hai parlato del nasino all'insú della signorina Anita!
Quel nasino non ti apparteneva.
Quel nasino non era della tua Anita.
Erano tuoi gli occhi notturni, il cuore appassionato, la raffinata intelligenza di lei.
Non quel nasino ardito dalle pinne piuttosto carnosette.
Quel nasino fremeva ancora al ricordo del morso di Nicolino Respi.
Quel nasino voleva vendicarsi dell'odiosa imposizione del vecchio commendator Ballesi.
Tu non gli hai permesso di fare con te la sua vendetta, e allora essa l'ha fatta con Nicolino.
Chi sa come piangono adesso quegli occhi notturni, e come sanguina quel cuore appassionato, e come si rivolta quella raffinata intelligenza: voglio dire tutto quello che di lei appartiene a te.
Ah, credi, Marino, fu assai piú dolce per lei l'andata con te allo scoglio, che il ritorno da esso con Nicolino Respi.
Bisogna che tu te ne persuada e ti disponga a imitare il Commendatore, il quale - vedrai - perdonerà e sposerà la signorina Anita.
Ma non pretendere che ella sia una e tutta per te.
Sarà una e tutta per te sincerissimamente; e un'altra per il commendator Ballesi, non meno sinceramente.
Perché non c'è una sola signorina o signora Anita, amico mio.
Non sarà bello, ma è cosí.
E procura che Nicolino Respi, mostrando i denti, non vada a far visita a quel nasino all'insú.
IL PIPISTRELLO
Tutto bene.
La commedia, niente di nuovo, che potesse irritare o frastornare gli spettatori.
E congegnata con bell'industria d'effetti.
Un gran prelato tra i personaggi, una rossa Eminenza che ospita in casa una cognata vedova e povera, di cui in gioventú, prima d'avviarsi per la carriera ecclesiastica, era stato innamorato.
Una figliuola della vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe sposare a un giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin da bambino, apparentemente figlio di un suo vecchio segretario, ma in realtà...
- insomma, via, un certo antico trascorso di gioventú, che non si potrebbe ora rimproverare a un gran prelato con quella crudezza che necessariamente deriverebbe dalla brevità d'un riassunto, quando poi è per cosí dire il fulcro di tutto il second'atto, in una scena di grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al chiaro di luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza, prima di cominciar la confessione, ordina al suo fidato servitore Giuseppe: "Giuseppe, smorzate i lumi".
Tutto bene, tutto bene, insomma.
Gli attori, tutti a posto; e innamorati a uno a uno della loro parte.
Anche la piccola Gàstina, sí.
Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva un subisso d'applausi.
Per farla breve, piú contento di cosí nell'aspettazione ansiosa d'un ottimo successo per la sua nuova commedia l'amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della rappresentazione.
Ma c'era un pipistrello.
Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione di prosa alla nostra Arena Nazionale, o entrava dalle aperture del tetto a padiglione, o si destava a una cert'ora dal nido che doveva aver fatto lassú, tra le imbracature di ferro, le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar come impazzito non già per l'enorme vaso dell'Arena sulla testa degli spettatori, poiché durante la rappresentazione i lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena, lo attiravano: sul palcoscenico, proprio in faccia agli attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore.
Era stata tre volte per svenire, le sere precedenti, nel vederselo ogni volta passar rasente al volto, sui capelli, davanti agli occhi, e l'ultima volta - Dio che ribrezzo! - fin quasi a sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che stride.
Non s'era messa a gridare per miracolo.
La tensione dei nervi per costringersi a star lí ferma a rappresentare la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir con gli occhi, spaventata, lo svolazzío di quella bestia schifosa, per guardarsene, o, non potendone piú, di scappar via dal palcoscenico per andare a chiudersi nel suo camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch'ella ormai, con quel pipistrello lí, se non si trovava il rimedio d'impedirgli che venisse a svolazzar sul palcoscenico durante la rappresentazione, non era piú sicura di sé, di quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma aveva proprio eletto domicilio nelle travature del tetto dell'Arena, dal fatto che, la sera precedente la prima rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres, tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all'ora solita si vide il pipistrello lanciarsi come tutte le altre sere sul palcoscenico col suo disperato svolazzío.
Allora Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua nuova commedia, pregò, scongiurò l'impresario e il capocomico di far salire sul tetto due, tre, quattro operai, magari a sue spese, per scovare il nido e dar la caccia a quella insolentissima bestia; ma si sentí dare del matto.
Segnatamente il capocomico montò su tutte le furie a una simile proposta, perché era stufo, ecco, stufo stufo stufo di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i suoi magnifici capelli.
- I capelli?
- Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno dato a intendere che, se per caso le sbatte in capo, il pipistrello ha nelle ali non so che viscosità, per cui non è piú possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto di tagliarli.
Ha capito? Non teme per altro! Invece d'interessarsi alla sua parte, d'immedesimarsi nel personaggio, almeno fino al punto di non pensare a simili sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d'una donna? i magnifici capelli della piccola Gàstina? Il terrore di Faustino Perres alla sfuriata del capocomico si centuplicò.
Oh Dio! oh Dio! se veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua commedia era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la prova generale, la piccola Gàstina, col gomito appoggiato sul ginocchio d'una gamba accavalciata sull'altra e il pugno sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se la battuta di Sua Eminenza al secondo atto: - "Giuseppe, smorzate i lumi" - non poteva essere ripetuta, all'occorrenza, qualche altra volta durante la rappresentazione, visto e considerato che non c'è altro mezzo per fare andar via un pipistrello, che entri di sera in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentí gelare.
- No, no, dico proprio sul serio! Perché, scusate, Perres: volete dare veramente, con la vostra commedia, una perfetta illusione di realtà?
- Illusione? No.
Perché dice illusione, signorina? L'arte crea veramente una realtà.
- Ah, sta bene.
E allora io vi dico che l'arte la crea, e il pipistrello la distrugge.
- Come! perché?
- Perché sí.
Ponete il caso che, nella realtà della vita, in una stanza dove si stia svolgendo di sera un conflitto familiare, tra marito e moglie, tra una madre e una figlia, che so! o un conflitto d'interessi o d'altro, entri per caso un pipistrello.
Bene: che si fa? Vi assicuro io, che per un momento il conflitto s'interrompe per via di quel pipistrello che è entrato; o si spenge il lume, o si va in un'altra stanza, o qualcuno anche va a prendere un bastone, monta su una seggiola e cerca di colpirlo per abbatterlo a terra; e gli altri allora, credete a me, si scordano lí per lí del conflitto e accorrono tutti a guardare, sorridenti e con schifo, come quella odiosissima bestia sia fatta.
- Già! Ma questo, nella vita ordinaria! - obiettò, con un sorriso smorto sulle labbra, il povero Faustino Perres.
- Nella mia opera d'arte, signorina, il pipistrello, io, non ce l'ho messo.
- Voi non ce l'avete messo; ma se lui ci si ficca?
- Bisogna non farne caso!
- E vi sembra naturale? V'assicuro io, io che debbo vivere nella vostra commedia la parte di Livia, che questo non è naturale; perché Livia, lo so io, lo so io meglio di voi, che paura ha dei pipistrelli! La vostra Livia, - badate - non piú io.
Voi non ci avete pensato, perché non potevate immaginare il caso che un pipistrello entrasse nella stanza, mentr'ella si ribellava fieramente all'imposizione della madre e di Sua Eminenza.
Ma questa sera, potete esser certo che il pipistrello entrerà nella camera durante quella scena.
E allora io vi domando, per la realtà stessa che voi volete creare, se vi sembri naturale che ella, con la paura che ha dei pipistrelli, col ribrezzo che la fa contorcere e gridare al solo pensiero d'un possibile contatto, se ne stia lí come se nulla fosse, con un pipistrello che le svolazza attorno alla faccia, e mostri di non farne caso.
Voi scherzate! Livia se ne scappa, ve lo dico io; pianta la scena e se ne scappa, o si nasconde sotto il tavolino, gridando come una pazza.
Vi consiglio perciò di riflettere, se proprio non vi convenga meglio di far chiamare Giuseppe da Sua Eminenza e di fargli ripetere la battuta: - "Giuseppe, smorzate i lumi".
- Oppure...
aspettate! oppure...
- ma sí! meglio! sarebbe la liberazione! - che gli ordinasse di prendere un bastone, montare su una seggiola, e...
- Già! sí! proprio! interrompendo la scena a metà, è vero? tra l'ilarità fragorosa di tutto il pubblico.
- Ma sarebbe il colmo della naturalezza, caro mio! Credetelo.
Anche per la vostra stessa commedia, dato che quel pipistrello c'è e che in quella scena - è inutile - vogliate o non vogliate - ci si ficca: pipistrello vero! Se non ne tenete conto, parrà finta, per forza, Livia che non se ne cura, gli altri due che non ne fanno caso e seguitano a recitar la commedia come se lui non ci fosse.
Non capite questo?
Faustino Perres si lasciò cader le braccia, disperatamente.
- O Dio mio, signorina, - disse.
- Se volete scherzare, è un conto...
- No no! Vi ripeto che sto discutendo con voi sul serio, sul serio, proprio sul serio! - ribatté la Gàstina.
- E allora io vi rispondo che siete matta, - disse il Perres alzandosi.
- Dovrebbe far parte della realtà che ho creato io, quel pipistrello, perché io potessi tenerne conto e farne tener conto ai personaggi della mia commedia; dovrebbe essere un pipistrello finto e non vero, insomma! Perché non può, cosí, incidentalmente, da un momento all'altro, un elemento della realtà casuale introdursi nella realtà creata, essenziale, dell'opera d'arte.
- E se ci s'introduce?
- Ma non è vero! Non può! Non s'introduce mica nella mia commedia, quel pipistrello, ma sul palcoscenico dove voi recitate.
- Benissimo! Dove io recito la vostra commedia.
E allora sta tra due: o lassú è viva la vostra commedia; o è vivo il pipistrello.
Il pipistrello, vi assicuro io che è vivo, vivissimo, comunque.
Vi ho dimostrato che con lui cosí vivo lassú non possono sembrar naturali Livia e gli altri due personaggi, che dovrebbero seguitar la loro scena come se lui non ci fosse, mentre c'è.
Conclusione: o via la vostra commedia, o via il pipistrello.
Se stimate impossibile eliminare il pipistrello, rimettetevi in Dio, caro Perres, quanto alle sorti della vostra commedia.
Ora vi faccio vedere che la mia parte io la so e che la recito con tutto l'impegno, perché mi piace.
Ma non rispondo dei miei nervi stasera.
Ogni scrittore, quand'è un vero scrittore, ancor che sia mediocre, per chi stia a guardarlo in un momento come quello in cui si trovava Faustino Perres la sera della prima rappresentazione, ha questo di commovente, o anche, se si vuole, di ridicolo: che si lascia prendere, lui stesso prima di tutti, lui stesso qualche volta solo fra tutti, da ciò che ha scritto, e piange e ride e atteggia il volto, senza saperlo, delle varie smorfie degli attori sulla scena, col respiro affrettato e l'animo sospeso e pericolante, che gli fa alzare or questa or quella mano in atto di parare o di sostenere.
Posso assicurare, io che lo vidi e gli tenni compagnia, mentre se ne stava nascosto dietro le quinte tra i pompieri di guardia e i servi di scena, che Faustino Perres per tutto il primo atto e per parte del secondo non pensò affatto al pipistrello, tanto era preso dal suo lavoro e immedesimato in esso.
E non è a dire che non ci pensava perché il pipistrello non aveva ancor fatto la sua consueta comparsa sul palcoscenico.
No.
Non ci pensava perché non poteva pensarci.
Tanto vero, che quando, sulla metà del second'atto, il pipistrello finalmente comparve, egli nemmeno se n'accorse; non capí nemmeno perché io col gomito lo urtassi e si voltò a guardarmi in faccia come un insensato:
- Che cosa?
Cominciò a pensarci solo quando le sorti della commedia, non per colpa del pipistrello, non per l'apprensione degli attori a causa di esso, ma per difetti evidenti della commedia stessa, accennarono di volgere a male.
Già il primo atto, per dir la verità, non aveva riscosso che pochi e tepidi applausi.
- Oh Dio mio, eccolo, guarda...
- cominciò a dire il poverino, sudando freddo; e alzava una spalla, tirava indietro o piegava di qua, di là il capo, come se il pipistrello svoltasse attorno a lui e volesse scansarlo; si storceva le mani; si copriva il volto.
- Dio, Dio, Dio, pare impazzito...
Ah, guarda, a momenti in faccia alla Rossi!...
Come si fa? come si fa? Pensa che proprio ora entra in iscena la Gàstina!
- Sta' zitto, per carità! - lo esortai, scrollandolo per le braccia e cercando di strapparlo di là.
Ma non ci riuscii.
La Gàstina faceva la sua entrata dalle quinte dirimpetto, e il Perres, mirandola, come affascinato, tremava tutto.
Il pipistrello girava in alto, attorno al lampadario che pendeva dal tetto con otto globi di luce, e la Gàstina non mostrava d'accorgersene, lusingata certo dal gran silenzio d'attesa, con cui il pubblico aveva accolto il suo apparire sulla scena.
E la scena proseguiva in quel silenzio, ed evidentemente piaceva.
Ah, se quel pipistrello non ci fosse stato! Ma c'era! c'era! Non se n'accorgeva il pubblico, tutto intento allo spettacolo; ma eccolo lí, eccolo lí, come se, a farlo apposta, avesse preso di mira la Gàstina, ora, proprio lei che, poverina, faceva di tutto per salvar la commedia, resistendo al suo terrore di punto in punto crescente per quella persecuzione ostinata, feroce, della schifosa, maledettissima bestia.
A un tratto Faustino Perres vide l'abisso spalancarglisi davanti agli occhi sulla scena, e si recò le mani al volto, a un grido improvviso, acutissimo della Gàstina, che s'abbandonava tra le braccia di Sua Eminenza.
Fui pronto a trascinarmelo via, mentre dalla scena gli attori si trascinavano a loro volta la Gàstina svenuta.
Nessuno, nel subbuglio del primo momento, là sul palcoscenico in iscompiglio, poté pensare a ciò che intanto accadeva nella sala del teatro.
S'udiva come un gran frastuono lontano, a cui nessuno badava.
Frastuono? Ma no, che frastuono! Erano applausi.
- Che? - Ma sí! Applausi! applausi! Era un delirio d'applausi! Tutto il pubblico, levato in piedi, applaudiva da quattro minuti freneticamente, e voleva l'autore, gli attori al proscenio, per decretare un trionfo a quella scena dello svenimento, che aveva preso sul serio come se fosse nella commedia, e che aveva visto rappresentare con cosí prodigiosa verità.
Che fare? Il capocomico, su tutte le furie, corse a prendere per le spalle Faustino Perres, che guardava tutti, tremando d'angosciosa perplessità, e lo cacciò con uno spintone fuori delle quinte, sul palcoscenico.
Fu accolto da una clamorosa ovazione, che durò piú di due minuti.
E altre sei o sette volte dovette presentarsi a ringraziare il pubblico che non si stancava d'applaudire, perché voleva alla ribalta anche la Gàstina.
- Fuori la Gàstina! Fuori la Gàstina!
Ma come far presentare la Gàstina, che nel suo camerino si dibatteva ancora in una fierissima convulsione di nervi, tra la costernazione di quanti le stavano attorno a soccorrerla?
Il capocomico dovette farsi al proscenio ad annunziare, dolentissimo, che l'acclamata attrice non poteva comparire a ringraziare l'eletto pubblico, perché quella scena, vissuta con tanta intensità, le aveva cagionato un improvviso malore, per cui anche la rappresentazione della commedia, quella sera, doveva essere purtroppo interrotta.
Si domanda a questo punto, se quel dannato pipistrello poteva rendere a Faustino Perres un servizio peggiore di questo.
Sarebbe stato in certo qual modo un conforto per lui attribuire a esso la caduta della commedia; ma dovergli ora il trionfo, un trionfo che non aveva altro sostegno che nel pazzo volo di quelle sue ali schifose!
Riavutosi appena dal primo stordimento, ancora piú morto che vivo, corse incontro al capocomico che lo aveva spinto con tanta mala grazia sul palcoscenico a ringraziare il pubblico, e con le mani tra i capelli gli gridò:
- E domani sera?
- Ma che dovevo dire? che dovevo fare? - gli urlò furente, in risposta, il capocomico.
- Dovevo dire al pubblico che toccavano al pipistrello quegli applausi, e non a lei? Rimedii piuttosto, rimedii subito; faccia che tocchino a lei domani sera!
- Già! Ma come? - domandò, con strazio, smarrendosi di nuovo, il povero Faustino Perres.
- Come! Come! Lo domanda a me, come?
- Ma se quello svenimento nella mia commedia non c'è e non c'entra, commendatore!
- Bisogna che lei ce lo faccia entrare, caro signore, a ogni costo! Non ha veduto che po' po' di successo? Tutti i giornali domattina ne parleranno.
Non se ne potrà piú fare a meno! Non dubiti, non dubiti che i miei attori sapranno far per finta con la stessa verità ciò che questa sera hanno fatto senza volerlo.
- Già...
ma, lei capisce, - si provò a fargli osservare il Perres, - è andato cosí bene, perché la rappresentazione, lí, dopo quello svenimento, è stata interrotta! Se domani sera, invece, deve proseguire...
- Ma è appunto questo, in nome di Dio, il rimedio che lei deve trovare! - tornò a urlargli in faccia il commendatore.
Se non che, a questo punto:
- E come? e come? - venne a dire, calcandosi con ambo le mani sfavillanti d'anelli il berretto di pelo sui magnifici capelli, la piccola Gàstina già rinvenuta.
- Ma davvero non capite che qua deve dirlo il pipistrello e non voi, signori miei?
- Lei la finisca col pipistrello! - fremette il capocomico, facendolesi a petto, minaccioso.
- Io, la finisco? Deve finirla lei, commendatore! - rispose, placida e sorridente, la Gàstina, sicurissima di fargli cosí, ora, il maggior dispetto.
- Perché, guardi, commendatore, ragioniamo: io potrei aver sotto comando uno svenimento finto, al secondo atto, se il signor Perres, seguendo il suo consiglio, ce lo mette.
Ma dovreste anche aver voi allora sotto comando il pipistrello vero, che non mi procuri un altro svenimento, non finto ma vero al primo atto.
O al terzo, o magari nel secondo stesso, subito dopo quel primo finto! Perché io vi prego di credere, signori miei, che sono svenuta davvero, sentendomelo venire in faccia, qua, qua, sulla guancia! E domani sera non recito, no, no, non recito, commendatore, perché né lei né altri può obbligarmi a recitare con un pipistrello che mi sbatte in faccia!
- Ah no, sa! Questo si vedrà! questo si vedrà! - le rispose, crollando il capo energicamente, il capocomico.
Ma Faustino Perres, convinto pienamente che la ragione unica degli applausi di quella sera era stata l'intrusione improvvisa e violenta di un elemento estraneo, casuale, che invece di mandare a gambe all'aria, come avrebbe dovuto, la finzione dell'arte, s'era miracolosamente inserito in essa, conferendole lí per lí, nell'illusione del pubblico, l'evidenza d'una prodigiosa verità, ritirò la sua commedia, e non se ne parlò piú.
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