SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 28
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E allora, di nuovo, domando e dico che conforto e che consolazione ci può venire da questa speciosa grandezza, se non debba aver altra conseguenza che quella di saperci qua condannati alla disperazione di veder grandi le cose piccole (tutte le cose nostre, qua, della terra) e piccole le grandi, come sarebbero le stelle del cielo.
E non varrà meglio allora per ogni sciagura che ci occorra, per ogni pubblica o privata calamità, guardare in sú e pensare che dalle stelle la terra, signori miei, ma neanche si suppone che ci sia, e che alla fin fine tutto è dunque come niente?
Voi dite:
- Benissimo.
Ma se intanto, qua sulla terra, mi fosse morto, per esempio, un figliuolo?
Eh, lo so.
Il caso è grave.
E piú grave diventerà, ve lo dico io, quando comincerete a uscire dal vostro dolore e sotto gli occhi che non vorrebbero piú vedere v'accadrà di scorgere, che so? la grazia timida di questi fiorellini bianchi e celesti che spuntano ora nei prati ai primi soli di marzo; e appena la dolcezza di vivere che, pur non volendo, sentirete ai nuovi tepori inebrianti della stagione, vi si tramuterà in una piú fitta ambascia pensando a lui che, intanto, non la può piú sentire.
Ebbene?...
Ma che consolazione, in nome di Dio, vorreste voi avere della morte del vostro figliuolo? Non è meglio niente? Ma sí, niente, credete a me.
Questo niente della terra, non solo per le sciagure, ma anche per questa dolcezza di vivere che pur ci dà: il niente assoluto, insomma, di tutte le cose umane che possiamo pensare guardando in cielo Sirio o l'Alpha del Centauro.
Non è facile.
Grazie.
E che forse vi sto dicendo che è facile? La scienza astronomica, vi prego di credere, è difficilissima non solo a studiare, ma anche ad applicare ai casi della vita.
Del resto, vi dico che siete incoerenti.
Volete avere, di questo nostro pianeta, l'opinione ch'esso meriti un certo rispetto, e che non sia poi tanto piccolo in rapporto alle passioni che ci agitano, e che offra molte belle vedute e varietà di vita e di climi e di costumi; e poi vi chiudete in un guscio e non pensate neppure a tanta vita che vi sfugge, mentre ve ne state tutti sprofondati in un pensiero che v'affligge o in una miseria che v'opprime.
Lo so; voi adesso mi rispondete che non è possibile, quando una cura prema veramente, quando una passione accechi, sfuggire col pensiero e frastornarsene immaginando una vita diversa, altrove.
Ma io non dico di porre voi stessi con l'immaginazione altrove, né di fingervi una vita diversa da quella che vi fa soffrire.
Questo lo fate comunemente, sospirando: Ah, se non fossi cosí! Ah, se avessi questo o quest'altro! Ah, se potessi esser là! E son vani sospiri.
Perché la vostra vita, se potesse veramente esser diversa, chi sa che sentimenti, che speranze, che desiderii vi susciterebbe altri da questi che ora vi suscita per il solo fatto che essa è cosí! Tanto è vero, che quelli che sono come voi vorreste essere, o che hanno quello che voi vorreste avere, o che sono là dove voi vi desiderereste, vi fanno stizza, perché vi sembra che in quelle condizioni da voi invidiate non sappiano esser lieti come voi sareste.
Ed è una stizza - scusatemi - da sciocchi.
Perché quelle condizioni voi le invidiate perché non sono le vostre, e se fossero, non sareste piú voi, voglio dire con codesto desiderio di esser diversi da quelli che siete.
No, no, cari miei.
Il mio rimedio è un altro.
Non facile certo neanche questo, ma possibilissimo.
Tanto, che ho potuto io stesso farne esperienza.
Lo intravidi quella notte - una delle tante tristissime - che mi toccò vegliare una lunga, eterna agonia: quella in cui la mia povera madre per mesi e mesi s'era quasi incadaverita viva.
Per mia moglie, era la suocera; per i miei figliuoli moriva una, di cui il figlio ero io.
Dico cosí, perché quando morrò io, mi veglierà qualcuno di loro, si spera.
Avete capito? Quella volta moriva mia madre; e dunque non toccava a loro, ma a me.
- Ma come! - dite.
- La nonna!
Già.
La nonnina.
La cara nonnina...
E poi anche per me, che - v'assicuro - potevo meritarmela un po' di considerazione, di non farmi stare in piedi anche la notte, con tutto quel freddo, che cascavo a pezzi dalla stanchezza, dopo una giornata di faticosissimo lavoro.
Ma sapete com'è? Il tempo della nonnina, della cara nonnina era finito da un pezzo.
S'era guastato per i nipotini il giocattolo della cara nonnina, da che l'avevano veduta, dopo l'operazione della cateratta, con un occhio grosso grosso e vano nella concavità del vetro degli occhiali; e l'altro piccolo.
A presentare una nonnina cosí non c'era piú niente di bello.
E a poco a poco era divenuta anche sorda come una pietra, la povera nonnina; aveva ottantacinque anni e non capiva piú niente: una balla di carne, che ansimava e si reggeva appena, pesante e traballante; e obbligava a cure, per cui ci voleva un'adorazione come la mia, a vincer la pena e il ribrezzo che costavano.
Si pensava, vedendola, a uno spaventoso castigo, di cui nessuno meglio di me sapeva che la mia povera madre era immeritevole; lasciata lí, senza piú nulla di ciò che un tempo era stata, neppur la memoria; sola carne, vecchia carne disfatta che pativa, che seguitava a patire, chi sa perché...
Ma il sonno, signori miei...
Non c'è piú nessun affetto che tenga, quando una necessità crudele costringa a trascurar certi bisogni, che si debbono per forza soddisfare.
Provatevi a non dormire per parecchie e parecchie notti di fila, dopo aver faticato tutto il giorno.
Il pensiero dei miei figliuoli, che durante l'intera giornata non avevano fatto nulla e ora dormivano saporitamente, al caldo, mentr'io tremavo e spasimavo di freddo, in quella camera ammorbata dal lezzo dei medicinali, mi faceva saltar dalla rabbia come un orso, e venir la tentazione di correre a strappar le coperte dai loro lettucci e dal letto di mia moglie per vederli balzar dal sonno in camicia a quel freddo.
Ma poi, sentendo in me come avrebbero tremato, e pensando che avrei voluto esser io al loro posto, perché tremassero loro in vece mia, non piú contro essi, ma mi rivoltavo contro la crudeltà di quella sorte, che teneva ancora là, rantolante e insensibile a tutto, il corpo, il solo corpo ormai, e anch'esso quasi irriconoscibile, di mia madre; e pensavo, sí, sí, pensavo che, Dio, poteva finalmente finir di rantolare.
Finché una volta, nel terribile silenzio sopravvenuto nella camera a una momentanea sospensione di quel rantolo, non mi sorpresi nello specchio dell'armadio, voltando non so perché il capo, curvo sul letto di mia madre e intento a spiare davvicino, se non fosse morta.
Vidi con orrore in quello specchio la mia faccia.
Proprio come per farsi vedere da me, essa conservava, mentr'io me la guardavo, la stessa espressione con cui stava sospesa a spiare in un quasi allegro spavento la liberazione.
La ripresa del rantolo mi incusse in quel punto un tale raccapriccio di me, che mi nascosi quella faccia, come se avessi commesso un delitto.
Ma cominciai a piangere come un bambino: come il bambino che ero stato per quella mia mamma santa, di cui sí, sí, volevo ancora la pietà per il freddo e la stanchezza che sentivo, pur avendo or ora finito di desiderar la sua morte, povera mamma santa, che n'aveva perdute di notti per me, quand'ero piccino e malato...
Ah! Strozzato dall'angoscia, mi diedi a passeggiare per la camera.
Ma non potevo guardar piú nulla, perché mi parevano vivi, nella loro immobilità sospesa, gli oggetti della camera: là lo spigolo illuminato dell'armadio, qua il pomo d'ottone della lettiera su cui avevo poc'anzi posato la mano.
Disperato, cascai a sedere davanti alla scrivanietta della piú piccola delle mie figliuole, la nipotina che si faceva ancora i compiti di scuola nella camera della nonna.
Non so quanto tempo rimasi lí.
So che a giorno chiaro, dopo un tempo incommensurabile, durante il quale non avevo piú avvertito minimamente né la stanchezza, né il freddo, né la disperazione, mi ritrovai col trattatello di geografia della mia figliuola sotto gli occhi, aperto a pagina 75, sgorbiato nei margini e con una bella macchia d'inchiostro cilestrino su l'emme di Giamaica.
Ero stato tutto quel tempo nell'isola di Giamaica, dove sono le Montagne Azzurre, dove dal lato di tramontana le spiagge s'innalzano grado grado fino a congiungersi col dolce pendio di amene colline, la maggior parte separate le une dalle altre da vallate spaziose piene di sole, e ogni vallata ha il suo ruscello e ogni collina la sua cascata.
Avevo veduto sotto le acque chiare le mura delle case della città di Porto Reale sprofondate nel mare da un terribile terremoto; le piantagioni dello zucchero e del caffè, del grano d'India e della Guinea; le foreste delle montagne; avevo sentito e respirato con indicibile conforto il tanfo caldo e grasso del letame nelle grandi stalle degli allevamenti; ma proprio sentito e respirato, ma proprio veduto tutto, col sole che è là su quelle praterie, con gli uomini e con le donne e coi ragazzi come sono là, che portano con le ceste e rovesciano a mucchi sugli spiazzi assolati il raccolto del caffè ad asciugarsi; con la certezza precisa e tangibile che tutto questo era vero, in quella parte del mondo cosí lontana; cosí vero da sentirlo e opporlo come una realtà altrettanto viva a quella che mi circondava là nella camera di mia madre moribonda.
Ecco, nient'altro che questa certezza d'una realtà di vita altrove, lontana e diversa, da contrapporre, volta per volta, alla realtà presente che v'opprime; ma cosí, senza alcun nesso, neppure di contrasto, senz'alcuna intenzione, come una cosa che è perché è, e che voi non potete fare a meno che sia.
Questo, il rimedio che vi consiglio, amici miei.
Il rimedio che io mi trovai inopinatamente quella notte.
E per non divagar troppo, e sistemarvi in qualche modo l'immaginazione, che non abbia a stancarvisi soverchiamente, fate come ho fatto io, che a ciascuno dei miei quattro figliuoli e a mia moglie ho assegnato una parte di mondo, a cui mi metto subito a pensare, appena essi mi diano un fastidio o una afflizione.
Mia moglie, per esempio, è la Lapponia.
Vuole da me una cosa ch'io non le posso dare? Appena comincia a domandarmela, io sono già nel golfo di Bòtnia, amici miei, e le dico seriamente come se nulla fosse:
- Umèa, Lulèa, Pitèa, Skelleftèa...
- Ma che dici?
- Niente, cara.
I fiumi della Lapponia.
- E che c'entrano i fiumi della Lapponia?
- Niente, cara.
Non c'entrano per niente affatto.
Ma ci sono, e né tu né io possiamo negare che in questo preciso momento sboccano là nel golfo di Bòtnia.
E vedessi, cara, vedessi come vedo io la tristezza di certi salici e di certe betulle, là...
D'accordo, sí, non c'entrano neanche i salici e le betulle; ma ci sono anch'essi, cara, e tanto tanto tristi attorno ai laghi gelati tra le steppe.
Lap o Lop, sai? è un'ingiuria.
I Lapponi da sé si chiamano Sami.
Sudici nani, cara mia! Ti basti sapere...
- sí, lo so, tutto questo veramente non c'entra - ma ti basti sapere che, mentr'io ti tengo cosí cara, essi tengono cosí poco alla fedeltà coniugale, che offrono la moglie e le figliuole al primo forestiere che capita.
Per conto mio, puoi star sicura: non son tentato per nulla, cara, a profittarne.
- Ma che diavolo dici? Sei pazzo? Io ti sto domandando...
- Sí, cara.
Tu mi stai domandando, non dico di no.
Ma che triste paese, la Lapponia!...
RISPOSTA
Ti sei sfogato bene, amico mio!
Veramente è da rimpiangere che tu, facendo violenza alla tua nativa disposizione, non abbia potuto dedicarti alle Muse.
Quanto calore nelle tue espressioni, e con quale trasparente evidenza, in pochi tocchi, fai balzar vivi innanzi agli occhi luoghi, fatti e persone!
Sei addolorato, sei indignato, povero Marino mio; e non vorrei che questa mia risposta ti accrescesse il dolore e l'indignazione.
Ma tu vuoi che io ti esponga francamente quel che penso del tuo caso.
Lo farò per contentarti, pur essendo sicuro che non ti contenterò.
Seguo il mio metodo, se permetti.
Prima, riassumo in breve i fatti, poi ti espongo, con la franchezza che desideri, il mio parere.
Dunque, con ordine.
I - PERSONE, CONNOTATI E CONDIZIONI.
a) La signorina Anita.
- Ventisei anni (ne dimostra appena venti; va bene; ma sono intanto ventisei e sonati).
Bruna; occhi notturni:
Negli occhi suoi la notte si raccoglie,
profonda...
Labbra di corallo; e va bene.
Ma il naso, amico mio? Tu non mi parli del naso.
Alle brune, innanzi tutto, guardare il naso; e segnatamente le pinne del naso.
Io sono sicuro che la signorina Anita l'ha un po' in sú.
Non dico brutto; diciamo anzi nasino; ma in sú.
E con due pinne piuttosto carnosette, che le si dilatano molto, quando serra i denti, quando fissa gli occhi nel vuoto e trae per le nari un lungo lungo sospiro silenzioso.
Hai notato come gli occhi le si velano e le cangiano di colore, quando trae qualcuno di questi sospiri silenziosi?
Ha molto sofferto la signorina Anita, perché molto intelligente.
Era agiata, quando il padre era vivo; ora, morto il padre, è povera.
E ventisei anni.
Nasino ritto e occhi notturni.
Andiamo avanti.
b) Il mio amico Marino.
- Ventiquattro anni, due di meno della signorina Anita, che forse perciò ne dimostra appena venti.
Povero anche lui; orfano di padre anche lui.
Cose tristi, ma care quando si hanno in comune con una persona cara.
Identità, che pajono predestinazioni!
Ma l'amico Marino, orfano e povero com'è, ha la mamma e una sorella da mantenere.
Orfana e povera, la signorina Anita ha anche lei la mamma, ma non la mantiene.
Pensa al mantenimento il commendator Ballesi.
Il mio amico Marino odia, naturalmente, questo commendatore Ballesi.
Testa accesa, cuore ardente.
Facilissima loquela, colorita, affascinante, come lo sguardo dei begli occhi cerulei.
Diciamo che il mio amico Marino è il giorno e che la signorina Anita è la notte.
Quello ha il biondo del sole nei capelli e il cielo azzurro negli occhi; questa, negli occhi, due stelle, e nei capelli la notte.
Mi pare che, parlando con un poeta, non potrei esprimermi meglio di cosí.
Proseguiamo.
Costretto dalla necessità a esser saggio, l'amico Marino non può commettere la follia, finché durano le presenti condizioni (e dureranno per un pezzo!), di assumersi il fardello di un'altra donna; e deve lasciar quella che meno gli peserebbe.
Forse questo terzo peso gli farebbe sentir piú lievi quegli altri due, ch'egli non può, né oserebbe mai togliersi d'addosso.
Ma c'è chi pensa che in tre sulle spalle di uno non si può star comodamente e di buon accordo.
E anch'egli, saggio per forza, deve riconoscerlo.
c) Il commendator Ballesi.
- Vecchio amico della buon'anima.
S'intende, del babbo d'Anita.
Sessantasei anni.
Piccoletto, fino fino; gambette come due dita, ma armate da tacchettini imperiosi.
Testa grossa, grossi baffi spioventi, sotto i quali sparisce non solo la bocca, ma anche il mento, dato che si possa dire che il commendator Ballesi abbia davvero un mento.
Folte ciglia sempre aggrottate, e un dito spesso nel naso.
Quel dito pensa.
Pensano anche i peli delle sue sopracciglia.
È come un cannoncino carico di pensieri, il commendator Ballesi.
Le sorti finanziarie della nuova Italia sono ne' suoi piccoli pugni ferrigni.
Ora, non si sa come né perché, tutt'a un tratto il commendator Ballesi ha creduto di dover cangiare l'amor paterno per la signorina Anita in un amore d'altro genere.
E l'ha chiesta in isposa.
La signorina Anita ha strappato parecchi fazzoletti, con le mani e coi denti.
Piú che sdegno, ha provato onta, ribrezzo, orrore.
La mamma ha pianto.
Perché ha pianto la mamma? Per la gioja, ha detto.
Ma di gioja, ammesso che si pianga, si piange poco, e poi si ride.
La mamma della signorina Anita ha pianto molto e non ride piú.
Honni soit qui mal y pense.
E veniamo all'ultimo personaggio.
d) Nicolino Respi.
- Trent'anni, solido, atletico, nuotatore e cavalcatore famoso, canottiere, spadaccino; e poi impudente, ignorante come un pollo d'India, biscazziere, donnajolo...
Di' sú, di' sú, amico mio: te le passo tutte.
Conosco Nicolino Respi e condivido i tuoi apprezzamenti e la tua indignazione.
Ma non credere, con questo, che gli dia torto.
Do dunque torto a te? No.
Alla signorina Anita? Neppure.
Oh Dio, lasciami dire, lasciami seguire il mio metodo.
Credi, amico mio, che il tuo caso è vecchissimo.
Di nuovo, di originale, qui, non c'è altro che il mio metodo, e la spiegazione che ti darò.
Proseguiamo per ordine.
II - IL LUOGO E IL FATTO.
La spiaggia d'Anzio, d'estate, in una notte di luna.
Me n'hai fatto una tale descrizione, che non m'arrischio a descriverla anch'io.
Soltanto, troppe stelle, caro.
Con la luna quasi in quintadecima, se ne vedono poche.
Ma un poeta può anche non badare a queste cose, che son di fatto.
Un poeta può veder le stelle anche quando non si vedono, e viceversa poi non vedere tant'altre cose, che tutti gli altri vedono.
Il commendator Ballesi ha preso in affitto un villino su la spiaggia, e la signorina Anita è con la mamma ai bagni.
Occupato a Roma, il Commendatore va e viene.
Nicolino Respi è fisso ad Anzio, per i bagni e per la bisca; e dà ogni mattina, in acqua, e ogni sera al tappeto verde, spettacolo delle sue bravure.
La signorina Anita ha bisogno di smorzare la fiamma dello sdegno, e s'indugia perciò molto nel bagno.
Non può competere certamente con Nicolino Respi, ma tuttavia, da brava nuotatrice, una mattina s'allontana, in gara con lui, dalla spiaggia.
Vanno e vanno.
Tutti i bagnanti seguono ansiosi dalla spiaggia quella gara, prima a occhio nudo, poi coi binocoli.
La mamma, a un certo punto, non vuole piú guardare; comincia a smaniare, a trepidare.
Oh Dio, come farà adesso la figliuola a ritornare a nuoto da cosí lontano? Certo la lena non le basterà...
Oh Dio, oh Dio! Dov'è? Dio, com'è lontana...
non si vede piú...
Bisogna mandare subito un ajuto, per carità! una lancia, una lancia! qualcuno subito in ajuto!
E tanto fa e tanto dice, che alla fine due bravi giovanotti balzano eroicamente su una lancia, e via a quattro remi.
Santa ispirazione! Perché la signorina Anita, poco dopo che i giovani sono partiti, è colta da un crampo a una gamba, e dà un grido; Nicolino Respi accorre con due bracciate e la sorregge; ma la signorina Anita è per svenire e gli s'aggrappa al collo disperatamente; Nicolino si vede perduto; sta per affogare con lei; nella rabbia, per farsi lasciare, le dà un morso feroce al collo.
Allora la signorina Anita s'abbandona inerte; egli può sostenerla; le forze stanno per mancargli quando la lancia sopravviene.
Il salvataggio è compiuto.
Ma la signorina Anita deve curarsi per piú d'una settimana del morso al collo di Nicolino Respi.
Sono impressioni che rimangono.
Marino mio!
Per parecchi giorni la signorina Anita, appena muove il collo, non può negare che Nicolino Respi morde bene.
E quel morso non può dispiacerle, perché deve a esso la sua salvezza.
Tutto questo è, veramente, antefatto.
Eppure no, forse.
È e non è.
Perché tutto sta dove e come si tagliano i fatti.
Quando tu, Marino mio, nella magnifica sera di luna arrivasti ad Anzio con la morte nel cuore, per avere un ultimo abboccamento con la signorina Anita già ufficialmente fidanzata al commendator Ballesi, ella aveva ancora nel collo l'impressione dei denti di Nicolino Respi.
Per tua stessa confessione, ella ti seguí docile lungo la spiaggia, si perdette con te nella lontananza delle sabbie deserte, fino al grande scoglio inarenato, laggiú laggiú.
Tutti e due, sotto la luna, a braccetto, inebriati dalla brezza marina, storditi dal sommesso perpetuo fragorío delle spume d'argento.
Che le dicesti? Lo so, tutto il tuo amore e tutto il tuo tormento; e le proponesti di ribellarsi all'infame imposizione di quel vecchio odioso e di accettare la tua povertà.
Ma ella, amico mio, infiammata, sconvolta, straziata dalle tue parole, non poteva accettare la tua povertà; voleva sí, invece, accettare il tuo amore e vendicarsi con esso anticipatamente, quella sera stessa, dell'infame imposizione del vecchio, che sopra di lei, cosí, da usurajo, voleva pagarsi dei lunghi benefizii.
Tu, onestamente, nobilmente, le hai impedito questa vendetta.
Amico mio, ti credo: sarai scappato via come un pazzo.
Ma alla signorina Anita, rimasta sola lí, su la sabbia, all'ombra dello scoglio, non sembrasti un pazzo, te l'assicuro io, in quella fuga scomposta lungo la spiaggia, sotto la luna.
Sembrasti uno sciocco e un villano.
E purtroppo, povero Marino, su quello scoglio, quella sera, a godersi zitto zitto, in grazia delle tasche vuote, il bel chiaro di luna, e poi anche lo spettacolo della tua fuga, c'era Nicolino Respi, quello del morso e del salvataggio.
Gli bastarono tre parole e una risata, di lassú:
- Che sciocco, è vero, signorina?
E saltò giú.
Tu avesti, poco dopo, la soddisfazione di sorprendere, insieme col commendator Ballesi, arrivato tardi da Roma in automobile, Nicolino Respi, sotto la luna, a braccetto con la signorina Anita.
Tu, nell'andata, e lui nel ritorno.
Piú dolce l'andata o il ritorno?
Ed ecco, amico mio, che viene adesso il punto originale.
III - SPIEGAZIONE.
Tu credi, caro Marino, d'aver sofferto un'atroce disillusione, perché hai veduto all'improvviso la signorina Anita orribilmente diversa da quella che conoscevi tu, da quella ch'era per te.
Sei ben certo, adesso, che la signorina Anita era un'altra.
Benissimo.
Un'altra, la signorina Anita è di certo.
Non solo; ma anche tante e tante altre, amico mio, quanti e quanti altri son quelli che la conoscono e che lei conosce.
Il tuo errore fondamentale, sai dove consiste? Nel credere che, pur essendo un'altra per come tu credi, e tante altre per come credo io, la signorina Anita non sia anche, tuttora, quella che conoscevi tu.
La signorina Anita è quella, e un'altra, e anche tante altre, perché vorrai ammettere che quella che è per me non sia quella che è per te, quella che è per sua madre, quella che è per il commendator Ballesi, e per tutti gli altri che la conoscono, ciascuno a suo modo.
Ora, guarda.
Ciascuno, per come la conosce, le dà - è vero? - una realtà.
Tante realtà, dunque, amico mio, che fanno "realmente", e non per modo di dire, la signorina Anita una per te, una per me, una per la madre, una per il commendator Ballesi, e via dicendo; pur avendo l'illusione ciascuno di noi che la vera signorina Anita sia quella sola che conosciamo noi; e anche lei, anzi lei soprattutto, l'illusione d'esser una, sempre la stessa, per tutti.
Sai da che nasce questa illusione, amico mio? Dal fatto che crediamo in buona fede d'esser tutti, ogni volta, in ogni nostro atto; mentre purtroppo non è cosí.
Ce ne accorgiamo quando, per un caso disgraziatissimo, all'improvviso restiamo agganciati e sospesi a un atto solo tra i tanti che commettiamo; ci accorgiamo bene, voglio dire, di non esser tutti in quell'atto, e che un'atroce ingiustizia sarebbe giudicarci da quello solo, tenerci agganciati e sospesi a esso, alla gogna, per l'intera esistenza, come se questa fosse tutta assommata in quell'atto solo.
Ora questa ingiustizia appunto stai commettendo tu, amico mio, contro la signorina Anita,
L'hai sorpresa in una realtà diversa da quella che le davi tu, e vuoi credere adesso, che la sua vera realtà non sia quella bella che tu le davi prima, ma questa brutta in cui l'hai sorpresa insieme col commendator Ballesi di ritorno dallo scoglio con Nicolino Respi.
Non per nulla, amico mio, guarda, tu non mi hai parlato del nasino all'insú della signorina Anita!
Quel nasino non ti apparteneva.
Quel nasino non era della tua Anita.
Erano tuoi gli occhi notturni, il cuore appassionato, la raffinata intelligenza di lei.
Non quel nasino ardito dalle pinne piuttosto carnosette.
Quel nasino fremeva ancora al ricordo del morso di Nicolino Respi.
Quel nasino voleva vendicarsi dell'odiosa imposizione del vecchio commendator Ballesi.
Tu non gli hai permesso di fare con te la sua vendetta, e allora essa l'ha fatta con Nicolino.
Chi sa come piangono adesso quegli occhi notturni, e come sanguina quel cuore appassionato, e come si rivolta quella raffinata intelligenza: voglio dire tutto quello che di lei appartiene a te.
Ah, credi, Marino, fu assai piú dolce per lei l'andata con te allo scoglio, che il ritorno da esso con Nicolino Respi.
Bisogna che tu te ne persuada e ti disponga a imitare il Commendatore, il quale - vedrai - perdonerà e sposerà la signorina Anita.
Ma non pretendere che ella sia una e tutta per te.
Sarà una e tutta per te sincerissimamente; e un'altra per il commendator Ballesi, non meno sinceramente.
Perché non c'è una sola signorina o signora Anita, amico mio.
Non sarà bello, ma è cosí.
E procura che Nicolino Respi, mostrando i denti, non vada a far visita a quel nasino all'insú.
IL PIPISTRELLO
Tutto bene.
La commedia, niente di nuovo, che potesse irritare o frastornare gli spettatori.
E congegnata con bell'industria d'effetti.
Un gran prelato tra i personaggi, una rossa Eminenza che ospita in casa una cognata vedova e povera, di cui in gioventú, prima d'avviarsi per la carriera ecclesiastica, era stato innamorato.
Una figliuola della vedova, già in età da marito, che Sua Eminenza vorrebbe sposare a un giovine suo protetto, cresciutogli in casa fin da bambino, apparentemente figlio di un suo vecchio segretario, ma in realtà...
- insomma, via, un certo antico trascorso di gioventú, che non si potrebbe ora rimproverare a un gran prelato con quella crudezza che necessariamente deriverebbe dalla brevità d'un riassunto, quando poi è per cosí dire il fulcro di tutto il second'atto, in una scena di grandissimo effetto con la cognata, al bujo, o meglio, al chiaro di luna che inonda la veranda, poiché Sua Eminenza, prima di cominciar la confessione, ordina al suo fidato servitore Giuseppe: "Giuseppe, smorzate i lumi".
Tutto bene, tutto bene, insomma.
Gli attori, tutti a posto; e innamorati a uno a uno della loro parte.
Anche la piccola Gàstina, sí.
Contentissima, contentissima della parte della nipote orfana e povera, che naturalmente non vuol saperne di sposare quel protetto di Sua Eminenza, e fa certe scene di fiera ribellione, che alla piccola Gàstina piacevano tanto, perché se ne riprometteva un subisso d'applausi.
Per farla breve, piú contento di cosí nell'aspettazione ansiosa d'un ottimo successo per la sua nuova commedia l'amico Faustino Perres non poteva essere alla vigilia della rappresentazione.
Ma c'era un pipistrello.
Un maledetto pipistrello, che ogni sera, in quella stagione di prosa alla nostra Arena Nazionale, o entrava dalle aperture del tetto a padiglione, o si destava a una cert'ora dal nido che doveva aver fatto lassú, tra le imbracature di ferro, le cavicchie e le chiavarde, e si metteva a svolazzar come impazzito non già per l'enorme vaso dell'Arena sulla testa degli spettatori, poiché durante la rappresentazione i lumi nella sala erano spenti, ma là, dove la luce della ribalta, delle bilance e delle quinte, le luci della scena, lo attiravano: sul palcoscenico, proprio in faccia agli attori.
La piccola Gàstina ne aveva un pazzo terrore.
Era stata tre volte per svenire, le sere precedenti, nel vederselo ogni volta passar rasente al volto, sui capelli, davanti agli occhi, e l'ultima volta - Dio che ribrezzo! - fin quasi a sfiorarle la bocca con quel volo di membrana vischiosa che stride.
Non s'era messa a gridare per miracolo.
La tensione dei nervi per costringersi a star lí ferma a rappresentare la sua parte mentre irresistibilmente le veniva di seguir con gli occhi, spaventata, lo svolazzío di quella bestia schifosa, per guardarsene, o, non potendone piú, di scappar via dal palcoscenico per andare a chiudersi nel suo camerino, la esasperava fino a farle dichiarare ch'ella ormai, con quel pipistrello lí, se non si trovava il rimedio d'impedirgli che venisse a svolazzar sul palcoscenico durante la rappresentazione, non era piú sicura di sé, di quel che avrebbe fatto una di quelle sere.
Si ebbe la prova che il pipistrello non entrava da fuori, ma aveva proprio eletto domicilio nelle travature del tetto dell'Arena, dal fatto che, la sera precedente la prima rappresentazione della commedia nuova di Faustino Perres, tutte le aperture del tetto furono tenute chiuse, e all'ora solita si vide il pipistrello lanciarsi come tutte le altre sere sul palcoscenico col suo disperato svolazzío.
Allora Faustino Perres, atterrito per le sorti della sua nuova commedia, pregò, scongiurò l'impresario e il capocomico di far salire sul tetto due, tre, quattro operai, magari a sue spese, per scovare il nido e dar la caccia a quella insolentissima bestia; ma si sentí dare del matto.
Segnatamente il capocomico montò su tutte le furie a una simile proposta, perché era stufo, ecco, stufo stufo stufo di quella ridicola paura della signorina Gàstina per i suoi magnifici capelli.
- I capelli?
- Sicuro! sicuro! i capelli! Non ha ancora capito? Le hanno dato a intendere che, se per caso le sbatte in capo, il pipistrello ha nelle ali non so che viscosità, per cui non è piú possibile distrigarlo dai capelli, se non a patto di tagliarli.
Ha capito? Non teme per altro! Invece d'interessarsi alla sua parte, d'immedesimarsi nel personaggio, almeno fino al punto di non pensare a simili sciocchezze!
Sciocchezze, i capelli d'una donna? i magnifici capelli della piccola Gàstina? Il terrore di Faustino Perres alla sfuriata del capocomico si centuplicò.
Oh Dio! oh Dio! se veramente la piccola Gàstina temeva per questo, la sua commedia era perduta!
Per far dispetto al capocomico, prima che cominciasse la prova generale, la piccola Gàstina, col gomito appoggiato sul ginocchio d'una gamba accavalciata sull'altra e il pugno sotto il mento, seriamente domandò a Faustino Perres, se la battuta di Sua Eminenza al secondo atto: - "Giuseppe, smorzate i lumi" - non poteva essere ripetuta, all'occorrenza, qualche altra volta durante la rappresentazione, visto e considerato che non c'è altro mezzo per fare andar via un pipistrello, che entri di sera in una stanza, che spegnere il lume.
Faustino Perres si sentí gelare.
- No, no, dico proprio sul serio! Perché, scusate, Perres: volete dare veramente, con la vostra commedia, una perfetta illusione di realtà?
- Illusione? No.
Perché dice illusione, signorina? L'arte crea veramente una realtà.
- Ah, sta bene.
E allora io vi dico che l'arte la crea, e il pipistrello la distrugge.
- Come! perché?
- Perché sí.
Ponete il caso che, nella realtà della vita, in una stanza dove si stia svolgendo di sera un conflitto familiare, tra marito e moglie, tra una madre e una figlia, che so! o un conflitto d'interessi o d'altro, entri per caso un pipistrello.
Bene: che si fa? Vi assicuro io, che per un momento il conflitto s'interrompe per via di quel pipistrello che è entrato; o si spenge il lume, o si va in un'altra stanza, o qualcuno anche va a prendere un bastone, monta su una seggiola e cerca di colpirlo per abbatterlo a terra; e gli altri allora, credete a me, si scordano lí per lí del conflitto e accorrono tutti a guardare, sorridenti e con schifo, come quella odiosissima bestia sia fatta.
- Già! Ma questo, nella vita ordinaria! - obiettò, con un sorriso smorto sulle labbra, il povero Faustino Perres.
- Nella mia opera d'arte, signorina, il pipistrello, io, non ce l'ho messo.
- Voi non ce l'avete messo; ma se lui ci si ficca?
- Bisogna non farne caso!
- E vi sembra naturale? V'assicuro io, io che debbo vivere nella vostra commedia la parte di Livia, che questo non è naturale; perché Livia, lo so io, lo so io meglio di voi, che paura ha dei pipistrelli! La vostra Livia, - badate - non piú io.
Voi non ci avete pensato, perché non potevate immaginare il caso che un pipistrello entrasse nella stanza, mentr'ella si ribellava fieramente all'imposizione della madre e di Sua Eminenza.
Ma questa sera, potete esser certo che il pipistrello entrerà nella camera durante quella scena.
E allora io vi domando, per la realtà stessa che voi volete creare, se vi sembri naturale che ella, con la paura che ha dei pipistrelli, col ribrezzo che la fa contorcere e gridare al solo pensiero d'un possibile contatto, se ne stia lí come se nulla fosse, con un pipistrello che le svolazza attorno alla faccia, e mostri di non farne caso.
Voi scherzate! Livia se ne scappa, ve lo dico io; pianta la scena e se ne scappa, o si nasconde sotto il tavolino, gridando come una pazza.
Vi consiglio perciò di riflettere, se proprio non vi convenga meglio di far chiamare Giuseppe da Sua Eminenza e di fargli ripetere la battuta: - "Giuseppe, smorzate i lumi".
- Oppure...
aspettate! oppure...
- ma sí! meglio! sarebbe la liberazione! - che gli ordinasse di prendere un bastone, montare su una seggiola, e...
- Già! sí! proprio! interrompendo la scena a metà, è vero? tra l'ilarità fragorosa di tutto il pubblico.
- Ma sarebbe il colmo della naturalezza, caro mio! Credetelo.
Anche per la vostra stessa commedia, dato che quel pipistrello c'è e che in quella scena - è inutile - vogliate o non vogliate - ci si ficca: pipistrello vero! Se non ne tenete conto, parrà finta, per forza, Livia che non se ne cura, gli altri due che non ne fanno caso e seguitano a recitar la commedia come se lui non ci fosse.
Non capite questo?
Faustino Perres si lasciò cader le braccia, disperatamente.
- O Dio mio, signorina, - disse.
- Se volete scherzare, è un conto...
- No no! Vi ripeto che sto discutendo con voi sul serio, sul serio, proprio sul serio! - ribatté la Gàstina.
- E allora io vi rispondo che siete matta, - disse il Perres alzandosi.
- Dovrebbe far parte della realtà che ho creato io, quel pipistrello, perché io potessi tenerne conto e farne tener conto ai personaggi della mia commedia; dovrebbe essere un pipistrello finto e non vero, insomma! Perché non può, cosí, incidentalmente, da un momento all'altro, un elemento della realtà casuale introdursi nella realtà creata, essenziale, dell'opera d'arte.
- E se ci s'introduce?
- Ma non è vero! Non può! Non s'introduce mica nella mia commedia, quel pipistrello, ma sul palcoscenico dove voi recitate.
- Benissimo! Dove io recito la vostra commedia.
E allora sta tra due: o lassú è viva la vostra commedia; o è vivo il pipistrello.
Il pipistrello, vi assicuro io che è vivo, vivissimo, comunque.
Vi ho dimostrato che con lui cosí vivo lassú non possono sembrar naturali Livia e gli altri due personaggi, che dovrebbero seguitar la loro scena come se lui non ci fosse, mentre c'è.
Conclusione: o via la vostra commedia, o via il pipistrello.
Se stimate impossibile eliminare il pipistrello, rimettetevi in Dio, caro Perres, quanto alle sorti della vostra commedia.
Ora vi faccio vedere che la mia parte io la so e che la recito con tutto l'impegno, perché mi piace.
Ma non rispondo dei miei nervi stasera.
Ogni scrittore, quand'è un vero scrittore, ancor che sia mediocre, per chi stia a guardarlo in un momento come quello in cui si trovava Faustino Perres la sera della prima rappresentazione, ha questo di commovente, o anche, se si vuole, di ridicolo: che si lascia prendere, lui stesso prima di tutti, lui stesso qualche volta solo fra tutti, da ciò che ha scritto, e piange e ride e atteggia il volto, senza saperlo, delle varie smorfie degli attori sulla scena, col respiro affrettato e l'animo sospeso e pericolante, che gli fa alzare or questa or quella mano in atto di parare o di sostenere.
Posso assicurare, io che lo vidi e gli tenni compagnia, mentre se ne stava nascosto dietro le quinte tra i pompieri di guardia e i servi di scena, che Faustino Perres per tutto il primo atto e per parte del secondo non pensò affatto al pipistrello, tanto era preso dal suo lavoro e immedesimato in esso.
E non è a dire che non ci pensava perché il pipistrello non aveva ancor fatto la sua consueta comparsa sul palcoscenico.
No.
Non ci pensava perché non poteva pensarci.
Tanto vero, che quando, sulla metà del second'atto, il pipistrello finalmente comparve, egli nemmeno se n'accorse; non capí nemmeno perché io col gomito lo urtassi e si voltò a guardarmi in faccia come un insensato:
- Che cosa?
Cominciò a pensarci solo quando le sorti della commedia, non per colpa del pipistrello, non per l'apprensione degli attori a causa di esso, ma per difetti evidenti della commedia stessa, accennarono di volgere a male.
Già il primo atto, per dir la verità, non aveva riscosso che pochi e tepidi applausi.
- Oh Dio mio, eccolo, guarda...
- cominciò a dire il poverino, sudando freddo; e alzava una spalla, tirava indietro o piegava di qua, di là il capo, come se il pipistrello svoltasse attorno a lui e volesse scansarlo; si storceva le mani; si copriva il volto.
- Dio, Dio, Dio, pare impazzito...
Ah, guarda, a momenti in faccia alla Rossi!...
Come si fa? come si fa? Pensa che proprio ora entra in iscena la Gàstina!
- Sta' zitto, per carità! - lo esortai, scrollandolo per le braccia e cercando di strapparlo di là.
Ma non ci riuscii.
La Gàstina faceva la sua entrata dalle quinte dirimpetto, e il Perres, mirandola, come affascinato, tremava tutto.
Il pipistrello girava in alto, attorno al lampadario che pendeva dal tetto con otto globi di luce, e la Gàstina non mostrava d'accorgersene, lusingata certo dal gran silenzio d'attesa, con cui il pubblico aveva accolto il suo apparire sulla scena.
E la scena proseguiva in quel silenzio, ed evidentemente piaceva.
Ah, se quel pipistrello non ci fosse stato! Ma c'era! c'era! Non se n'accorgeva il pubblico, tutto intento allo spettacolo; ma eccolo lí, eccolo lí, come se, a farlo apposta, avesse preso di mira la Gàstina, ora, proprio lei che, poverina, faceva di tutto per salvar la commedia, resistendo al suo terrore di punto in punto crescente per quella persecuzione ostinata, feroce, della schifosa, maledettissima bestia.
A un tratto Faustino Perres vide l'abisso spalancarglisi davanti agli occhi sulla scena, e si recò le mani al volto, a un grido improvviso, acutissimo della Gàstina, che s'abbandonava tra le braccia di Sua Eminenza.
Fui pronto a trascinarmelo via, mentre dalla scena gli attori si trascinavano a loro volta la Gàstina svenuta.
Nessuno, nel subbuglio del primo momento, là sul palcoscenico in iscompiglio, poté pensare a ciò che intanto accadeva nella sala del teatro.
S'udiva come un gran frastuono lontano, a cui nessuno badava.
Frastuono? Ma no, che frastuono! Erano applausi.
- Che? - Ma sí! Applausi! applausi! Era un delirio d'applausi! Tutto il pubblico, levato in piedi, applaudiva da quattro minuti freneticamente, e voleva l'autore, gli attori al proscenio, per decretare un trionfo a quella scena dello svenimento, che aveva preso sul serio come se fosse nella commedia, e che aveva visto rappresentare con cosí prodigiosa verità.
Che fare? Il capocomico, su tutte le furie, corse a prendere per le spalle Faustino Perres, che guardava tutti, tremando d'angosciosa perplessità, e lo cacciò con uno spintone fuori delle quinte, sul palcoscenico.
Fu accolto da una clamorosa ovazione, che durò piú di due minuti.
E altre sei o sette volte dovette presentarsi a ringraziare il pubblico che non si stancava d'applaudire, perché voleva alla ribalta anche la Gàstina.
- Fuori la Gàstina! Fuori la Gàstina!
Ma come far presentare la Gàstina, che nel suo camerino si dibatteva ancora in una fierissima convulsione di nervi, tra la costernazione di quanti le stavano attorno a soccorrerla?
Il capocomico dovette farsi al proscenio ad annunziare, dolentissimo, che l'acclamata attrice non poteva comparire a ringraziare l'eletto pubblico, perché quella scena, vissuta con tanta intensità, le aveva cagionato un improvviso malore, per cui anche la rappresentazione della commedia, quella sera, doveva essere purtroppo interrotta.
Si domanda a questo punto, se quel dannato pipistrello poteva rendere a Faustino Perres un servizio peggiore di questo.
Sarebbe stato in certo qual modo un conforto per lui attribuire a esso la caduta della commedia; ma dovergli ora il trionfo, un trionfo che non aveva altro sostegno che nel pazzo volo di quelle sue ali schifose!
Riavutosi appena dal primo stordimento, ancora piú morto che vivo, corse incontro al capocomico che lo aveva spinto con tanta mala grazia sul palcoscenico a ringraziare il pubblico, e con le mani tra i capelli gli gridò:
- E domani sera?
- Ma che dovevo dire? che dovevo fare? - gli urlò furente, in risposta, il capocomico.
- Dovevo dire al pubblico che toccavano al pipistrello quegli applausi, e non a lei? Rimedii piuttosto, rimedii subito; faccia che tocchino a lei domani sera!
- Già! Ma come? - domandò, con strazio, smarrendosi di nuovo, il povero Faustino Perres.
- Come! Come! Lo domanda a me, come?
- Ma se quello svenimento nella mia commedia non c'è e non c'entra, commendatore!
- Bisogna che lei ce lo faccia entrare, caro signore, a ogni costo! Non ha veduto che po' po' di successo? Tutti i giornali domattina ne parleranno.
Non se ne potrà piú fare a meno! Non dubiti, non dubiti che i miei attori sapranno far per finta con la stessa verità ciò che questa sera hanno fatto senza volerlo.
- Già...
ma, lei capisce, - si provò a fargli osservare il Perres, - è andato cosí bene, perché la rappresentazione, lí, dopo quello svenimento, è stata interrotta! Se domani sera, invece, deve proseguire...
- Ma è appunto questo, in nome di Dio, il rimedio che lei deve trovare! - tornò a urlargli in faccia il commendatore.
Se non che, a questo punto:
- E come? e come? - venne a dire, calcandosi con ambo le mani sfavillanti d'anelli il berretto di pelo sui magnifici capelli, la piccola Gàstina già rinvenuta.
- Ma davvero non capite che qua deve dirlo il pipistrello e non voi, signori miei?
- Lei la finisca col pipistrello! - fremette il capocomico, facendolesi a petto, minaccioso.
- Io, la finisco? Deve finirla lei, commendatore! - rispose, placida e sorridente, la Gàstina, sicurissima di fargli cosí, ora, il maggior dispetto.
- Perché, guardi, commendatore, ragioniamo: io potrei aver sotto comando uno svenimento finto, al secondo atto, se il signor Perres, seguendo il suo consiglio, ce lo mette.
Ma dovreste anche aver voi allora sotto comando il pipistrello vero, che non mi procuri un altro svenimento, non finto ma vero al primo atto.
O al terzo, o magari nel secondo stesso, subito dopo quel primo finto! Perché io vi prego di credere, signori miei, che sono svenuta davvero, sentendomelo venire in faccia, qua, qua, sulla guancia! E domani sera non recito, no, no, non recito, commendatore, perché né lei né altri può obbligarmi a recitare con un pipistrello che mi sbatte in faccia!
- Ah no, sa! Questo si vedrà! questo si vedrà! - le rispose, crollando il capo energicamente, il capocomico.
Ma Faustino Perres, convinto pienamente che la ragione unica degli applausi di quella sera era stata l'intrusione improvvisa e violenta di un elemento estraneo, casuale, che invece di mandare a gambe all'aria, come avrebbe dovuto, la finzione dell'arte, s'era miracolosamente inserito in essa, conferendole lí per lí, nell'illusione del pubblico, l'evidenza d'una prodigiosa verità, ritirò la sua commedia, e non se ne parlò piú.
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