SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 4
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Non s'aspettava di trovarvi il giovine addormentato.
Ne provò pena e timore insieme.
Rimase un pezzo a pensare se le convenisse svegliarlo per dirgli quanto aveva tra sé stabilito e toglierlo di lí; ma, sul punto di scuoterlo, di chiamarlo per nome, sentí mancarsi l'animo e si ritrasse pian piano, come un'ombra, nella camera dond'era uscita.
IV
L'intesa fu facile.
Eleonora, la mattina dopo, parlò maternamente a Gerlando: lo lasciò padrone di tutto, libero di fare quel che gli sarebbe piaciuto, come se tra loro non ci fosse alcun vincolo.
Per sé domandò solo d'esser lasciata lí, da canto, in quella cameretta, insieme con la vecchia serva di casa, che l'aveva vista nascere.
Gerlando, che a notte inoltrata s'era tratto dal balcone tutto indurito dall'umido a dormire sul divano della sala da pranzo, ora, cosí sorpreso nel sonno, con una gran voglia di stropicciarsi gli occhi coi pugni, aprendo la bocca per lo sforzo d'aggrottar le ciglia, perché voleva mostrare non tanto di capire, quanto d'esser convinto, disse a tutto di sí, di sí, col capo.
Ma il padre e la madre, quando seppero di quel patto, montarono su tutte le furie, e invano Gerlando si provò a far intender loro che gli conveniva cosí, che anzi ne era piú che contento.
Per quietare in certo qual modo il padre, dovette promettere formalmente che, ai primi d'ottobre, sarebbe ritornato a scuola.
Ma, per ripicco, la madre gl'impose di scegliersi la camera piú bella per dormire, la camera piú bella per studiare, la camera piú bella per mangiare...
tutte le camere piú belle!
- E comanda tu, a bacchetta, sai! Se no, vengo io a farti ubbidire e rispettare.
Giurò infine che non avrebbe mai piú rivolto la parola a quella smorfiosa che le disprezzava cosí il figlio, un cosí bel pezzo di giovanotto, che colei non era neanco degna di guardare.
Da quel giorno stesso, Gerlando si mise a studiare, a riprendere la preparazione interrotta per gli esami di riparazione.
Era già tardi, veramente: aveva appena ventiquattro giorni innanzi a sé; ma, chi sa! mettendoci un po' d'impegno, forse sarebbe riuscito a prendere finalmente quella licenza tecnica, per cui si torturava da tre anni.
Scosso lo sbalordimento angoscioso dei primi giorni, Eleonora, per consiglio della vecchia serva, si diede a preparare il corredino per il nascituro.
Non ci aveva pensato, e ne pianse.
Gesa, la vecchia serva, la ajutò, la guidò in quel lavoro, per cui era inesperta: le diede la misura per le prime camicine, per le prime cuffiette...
Ah, la sorte le serbava questa consolazione, e lei non ci aveva ancora pensato; avrebbe avuto un piccino, una piccina a cui attendere, a cui consacrarsi tutta! Ma Dio doveva farle la grazia di mandarle un maschietto.
Era già vecchia, sarebbe morta presto, e come avrebbe lasciato a quel padre una femminuccia, a cui lei avrebbe ispirato i suoi pensieri, i suoi sentimenti? Un maschietto avrebbe sofferto meno di quella condizione d'esistenza, in cui fra poco la mala sorte lo avrebbe messo.
Angosciata da questi pensieri, stanca del lavoro, per distrarsi, prendeva in mano uno di quei libri che l'altra volta s'era fatti spedire dal fratello, e si metteva a leggere.
Ogni tanto, accennando col capo, domandava alla serva:
- Che fa?
Gesa si stringeva nelle spalle, sporgeva il labbro, poi rispondeva:
- Uhm! Sta con la testa sul libro.
Dorme? Pensa? Chi sa!
Pensava, Gerlando: pensava che, tirate le somme, non era molto allegra la sua vita.
Ecco qua: aveva il podere, ed era come se non lo avesse; la moglie, e come se non l'avesse; in guerra coi parenti; arrabbiato con se stesso, che non riusciva a ritener nulla, nulla, nulla di quanto studiava.
E in quell'ozio smanioso, intanto, si sentiva dentro come un fermento d'acri desiderii; fra gli altri, quello della moglie, perché gli s'era negata.
Non era piú desiderabile, è vero, quella donna.
Ma...
che patto era quello? Egli era il marito, e doveva dirlo lui, se mai.
Si alzava; usciva dalla stanza; passava innanzi all'uscio della camera di lei; ma subito, intravedendola, sentiva cadersi ogni proposito di ribellione.
Sbuffava e, tanto per non riconoscere che sul punto gliene mancava l'animo, diceva a se stesso che non ne valeva la pena.
Uno di quei giorni, finalmente tornò dalla città sconfitto, bocciato, bocciato ancora una volta agli esami di licenza tecnica.
E ora basta! basta davvero! Non voleva piú saperne! Prese libri, quaderni, disegni, squadre, astucci, matite e li portò giú, innanzi alla villa per farne un falò.
Il padre accorse per impedirglielo; ma Gerlando, imbestialito, si ribellò:
- Lasciatemi fare! Sono il padrone!
Sopravvenne la madre; accorsero anche alcuni contadini che lavoravano nella campagna.
Una fumicaja prima rada, poi a mano a mano piú densa si sprigionò, tra le grida degli astanti, da quel mucchio di carte; poi un bagliore; poi crepitò la fiamma e si levò.
Alle grida, si fecero al balcone Eleonora e la serva.
Gerlando, livido e gonfio come un tacchino, scagliava alle fiamme, scamiciato, furibondo, gli ultimi libri che teneva sotto il braccio, gli strumenti della sua lunga inutile tortura.
Eleonora si tenne a stento di ridere, a quello spettacolo, e si ritrasse in fretta dal balcone.
Ma la suocera se ne accorse e disse al figlio:
- Ci prova gusto, sai? la signora; la fai ridere.
- Piangerà! - gridò allora Gerlando, minaccioso, levando il capo verso il balcone.
Eleonora intese la minaccia e impallidí: comprese che la stanca e mesta quiete, di cui aveva goduto finora, era finita per lei.
Nient'altro che un momento di tregua le aveva concesso la sorte.
Ma che poteva voler da lei quel bruto? Ella era già esausta: un altro colpo, anche lieve, l'avrebbe atterrata.
Poco dopo, si vide innanzi Gerlando, fosco e ansante.
- Si cangia vita da oggi! - le annunziò.
- Mi son seccato.
Mi metto a fare il contadino, come mio padre; e dunque tu smetterai di far la signora costà.
Via, via tutta codesta biancheria! Chi nascerà sarà contadino anche lui, e dunque senza tanti lisci e tante gale.
Licenzia la serva: farai tu da mangiare e baderai alla casa, come fa mia madre.
Inteso?
Eleonora si levò, pallida e vibrante di sdegno:
- Tua madre è tua madre, - gli disse, guardandolo fieramente negli occhi.
- Io sono io, e non posso diventare con te, villano, villana.
- Mia moglie sei! - gridò allora Gerlando, appressandosi violento e afferrandola per un braccio.
- E farai ciò che voglio io; qua comando io, capisci?
Poi si volse alla vecchia serva e le indicò l'uscio:
- Via! Voi andate subito via! Non voglio serve per la casa!
- Vengo con te, Gesa! - gridò Eleonora cercando di svincolare il braccio che egli le teneva ancora afferrato.
Ma Gerlando non glielo lasciò; glielo strinse piú forte; la costrinse a sedere.
- No! Qua! Tu rimani qua, alla catena, con me! Io per te mi son prese le beffe: ora basta! Vieni via, esci da codesto tuo covo.
Non voglio star piú solo a piangere la mia pena.
Fuori! Fuori!
E la spinse fuori della camera.
- E che hai tu pianto finora? - gli disse lei con le lagrime a gli occhi.
- Che ho preteso, io da te?
- Che hai preteso? Di non aver molestie, di non aver contatto con me, quasi che io fossi...
che non meritassi confidenza da te, matrona! E m'hai fatto servire a tavola da una salariata, mentre toccava a te a servirmi, di tutto punto, come fanno le mogli.
- Ma che n'hai da fare tu, di me? - gli domandò, avvilita, Eleonora.
- Ti servirò, se vuoi, con le mie mani, d'ora in poi.
Va bene?
Ruppe, cosí dicendo, in singhiozzi, poi sentí mancarsi le gambe e s'abbandonò.
Gerlando, smarrito, confuso, la sostenne insieme con Gesa, e tutt'e due la adagiarono su una seggiola.
Verso sera, improvvisamente, fu presa dalle doglie.
Gerlando, pentito, spaventato, corse a chiamar la madre: un garzone fu spedito in città per una levatrice; mentre il mezzadro, vedendo già in pericolo il podere, se la nuora abortiva, bistrattava il figlio:
- Bestione, bestione, che hai fatto? E se ti muore, adesso? Se non hai piú figli? Sei in mezzo a una strada! Che farai? Hai lasciato la scuola e non sai neppur tenere la zappa in mano.
Sei rovinato!
- Che me ne importa? - gridò Gerlando.
- Purché non abbia nulla lei!
Sopravvenne la madre, con le braccia per aria:
- Un medico! Ci vuole subito un medico! La vedo male!
- Che ha? - domandò Gerlando, allibito.
Ma il padre lo spinse fuori:
- Corri! Corri!
Per via, Gerlando, tutto tremante, s'avvilí, si mise a piangere, sforzandosi tuttavia di correre.
A mezza strada s'imbatté nella levatrice che veniva in vettura col garzone.
- Caccia! caccia! - gridò.
- Vado pel medico, muore!
Inciampò, stramazzò; tutto impolverato, riprese a correre, disperatamente, addentandosi la mano che s'era scorticata.
Quando tornò col medico alla villa, Eleonora stava per morire, dissanguata.
- Assassino! assassino! - nicchiava Gesa, attendendo alla padrona.
- Lui è stato! Ha osato di metterle le mani addosso.
Eleonora però negava col capo.
Si sentiva a mano a mano, col sangue, mancar la vita, a mano a mano le forze raffievolendo scemare; era già fredda...
Ebbene: non si doleva di morire; era pur dolce cosí la morte, un gran sollievo, dopo le atroci sofferenze.
E, col volto come di cera, guardando il soffitto, aspettava che gli occhi le si chiudessero da sé, pian piano, per sempre.
Già non distingueva piú nulla.
Come in sogno rivide il vecchio medico che le aveva fatto da testimonio; e gli sorrise.
V
Gerlando non si staccò dalla sponda del letto, né giorno né notte, per tutto il tempo che Eleonora vi giacque tra la vita e la morte.
Quando finalmente dal letto poté esser messa a sedere sul seggiolone, parve un'altra donna: diafana, quasi esangue.
Si vide innanzi Gerlando, che sembrava uscito anch'esso da una mortale malattia, e premurosi attorno i parenti di lui.
Li guardava coi begli occhi neri ingranditi e dolenti nella pallida magrezza, e le pareva che ormai nessuna relazione esistesse piú tra essi e lei, come se ella fosse or ora tornata, nuova e diversa, da un luogo remoto, dove ogni vincolo fosse stato infranto, non con essi soltanto, ma con tutta la vita di prima.
Respirava con pena; a ogni menomo rumore il cuore le balzava in petto e le batteva con tumultuosa repenza; una stanchezza greve la opprimeva.
Allora, col capo abbandonato su la spalliera del seggiolone, gli occhi chiusi, si rammaricava dentro di sé di non esser morta.
Che stava piú a farci, lí? perché ancora quella condanna per gli occhi di veder quei visi attorno e quelle cose, da cui già si sentiva tanto, tanto lontana? Perché quel ravvicinamento con le apparenze opprimenti e nauseanti della vita passata, ravvicinamento che talvolta le pareva diventasse piú brusco, come se qualcuno la spingesse di dietro, per costringerla a vedere, a sentir la presenza, la realtà viva e spirante della vita odiosa, che piú non le apparteneva?
Credeva fermamente che non si sarebbe rialzata mai piú da quel seggiolone; credeva che da un momento all'altro sarebbe morta di crepacuore.
E no, invece; dopo alcuni giorni, poté levarsi in piedi, muovere, sorretta, qualche passo per la camera; poi, col tempo, anche scendere la scala e recarsi all'aperto, a braccio di Gerlando e della serva.
Prese infine l'abitudine di recarsi sul tramonto fino all'orlo del ciglione che limitava a mezzogiorno il podere.
S'apriva di là la magnifica vista della piaggia sottostante all'altipiano, fino al mare laggiú.
Vi si recò i primi giorni accompagnata, al solito, da Gerlando e da Gesa; poi, senza Gerlando; infine, sola.
Seduta su un masso, all'ombra d'un olivo centenario, guardava tutta la riviera lontana che s'incurvava appena, a lievi lunate, a lievi seni, frastagliandosi sul mare che cangiava secondo lo spirare dei venti; vedeva il sole ora come un disco di fuoco affogarsi lentamente tra le brume muffose sedenti sul mare tutto grigio, a ponente, ora calare in trionfo su le onde infiammate, tra una pompa meravigliosa di nuvole accese; vedeva nell'umido cielo crepuscolare sgorgar liquida e calma la luce di Giove, avvivarsi appena la luna diafana e lieve; beveva con gli occhi la mesta dolcezza della sera imminente, e respirava, beata, sentendosi penetrare fino in fondo all'anima il fresco, la quiete, come un conforto sovrumano.
Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e la moglie riprendevano a congiurare a danno di lei, istigando il figliuolo a provvedere a' suoi casi.
- Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre.
- Non t'accorgi che lei, ora, dopo la malattia, t'è grata dell'affezione che le hai dimostrata? Non la lasciare un momento, cerca d'entrarle sempre piú nel cuore; e poi...
e poi ottieni che la serva non si corichi piú nella stessa camera con lei.
Ora lei sta bene e non ne ha piú bisogno, la notte.
Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi suggerimenti.
- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa piú neanche per il capo che io possa...
Ma che! Mi tratta come un figliuolo...
Bisogna sentire che discorsi mi fa! Si sente già vecchia, passata e finita per questo mondo.
Che!
- Vecchia? - interloquiva la madre.
- Certo, non è piú una bambina; ma vecchia neppure; e tu...
- Ti levano la terra! - incalzava il padre.
- Te l'ho già detto: sei rovinato, in mezzo a una strada.
Senza figli, morta la moglie, la dote torna ai parenti di lei.
E tu avrai fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto questo tempo, cosí, senza nessuna soddisfazione...
Neanche un pugno di mosche! Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne hai perduto...
Che speri?
- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre.
- Tu devi andarci con le buone, e magari dirglielo: "Vedi? che n'ho avuto io, di te? t'ho rispettato, come tu hai voluto; ma ora pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu mi lasci cosí?".
Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla guerra!
- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre, - puoi soggiungere: "Vuoi far contento tuo fratello che t'ha trattata cosí? farmi cacciar via di qua come un cane, da lui?".
È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai cacciato, a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.
Gerlando non rispondeva nulla.
Ai consigli della madre provava quasi un sollievo, ma irritante, come una vellicazione; le previsioni del padre gli movevano la bile, lo accendevano d'ira.
Che fare? Vedeva la difficoltà dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente.
Bisognava a ogni modo tentare.
Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui.
Una sera, a cena, vedendolo con gli occhi fissi su la tovaglia, pensieroso, gli domandò:
- Non mangi? che hai?
Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda provocata dal suo stesso contegno, non seppe sul punto rispondere come aveva deliberato, e fece un gesto vago con la mano.
- Che hai? - insistette Eleonora.
- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando.
- Mio padre, al solito...
- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per spingerlo a parlare.
- No: peggio, - diss'egli.
- Mi pone...
mi pone davanti tante ombre, m'affligge col...
col pensiero del mio avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io cosí, senza né arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi...
poi, niente, dice...
- Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora, socchiudendo gli occhi, quasi per non vedere il rossore di lui, - di' a tuo padre che non se ne dia pensiero.
Ho provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo.
Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi a mancare d'un tratto - siamo della vita e della morte - nel secondo cassetto del canterano, nella mia camera, troverai in una busta gialla una carta per te.
- Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire, confuso di vergogna.
Eleonora accennò di sí col capo, e soggiunse:
- Non te ne curare.
Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferí ai genitori quanto gli aveva detto Eleonora; ma quelli, specialmente il padre, non ne furono per nulla soddisfatti.
- Carta? Imbrogli!
Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione cioè del podere al marito.
E se non era fatta in regola e con tutte le forme? Il sospetto era facile, atteso che si trattava della scrittura privata d'una donna, senza l'assistenza d'un notajo.
E poi, non si doveva aver da fare col cognato, domani, uomo di legge, imbroglione?
- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La giustizia non è per i poverelli.
E quello là, per la rabbia, sarà capace di farti bianco il nero e nero il bianco.
E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del canterano? O glie l'aveva detto per non esser molestata?
- Tu l'hai veduta? No.
E allora? Ma, ammesso che te la faccia vedere, che ne capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre con un figliuolo...
là! Non ti lasciare infinocchiare: da' ascolto a noi! Carne! carne! che carta!
Cosí un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a quell'olivo sul ciglione, si vide all'improvviso accanto Gerlando, venuto furtivamente.
Era tutta avvolta in un ampio scialle nero.
Sentiva freddo, quantunque il febbrajo fosse cosí mite, che già pareva primavera.
La vasta piaggia, sotto, era tutta verde di biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le campagne in ombra parevano smaltate.
Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia di colori, Eleonora aveva appoggiato il capo al tronco dell'olivo.
Dallo scialle nero tirato sul capo si scopriva soltanto il volto, che pareva anche piú pallido.
- Che fai? - le domandò Gerlando.
- Mi sembri una Madonna Addolorata.
- Guardavo...
gli rispose lei, con un sospiro, socchiudendo gli occhi.
Ma lui riprese:
- Se vedessi come...
come stai bene cosí, con codesto scialle nero...
- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente.
- Sento freddo!
- No, dico, bene di...
di...
di figura, - spiegò egli, balbettando, e sedette per terra accanto al masso.
Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi, sorrise per non piangere, assalita dal rimpianto della sua gioventú perduta cosí miseramente.
A diciott'anni, sí, era stata pur bella, tanto!
A un tratto, mentre se ne stava cosí assorta, s'intese scuotere leggermente.
- Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con occhi lustri.
Ella comprese; ma finse di non comprendere.
- La mano? Perché? - gli domandò.
- Io non posso tirarti su: non ho piú forza, neanche per me...
È già sera, andiamo.
E si alzò.
- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da terra.
- Restiamo qua, al bujo; è tanto bello...
Cosí dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi, sorridendo nervosamente, con le labbra aride.
- No! - gridò lei.
- Sei pazzo? Lasciami!
Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui e lo respinse indietro.
Ma lo scialle, a quell'atto, si svolse, e, com'ella se ne stava curva su lui sorto in ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro.
- No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro, stringendola vieppiú con un braccio, mentre con l'altro le cercava, piú su, la vita, avvolto nell'odore del corpo di lei.
Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscí a svincolarsi; corse fino all'orlo del ciglione; si voltò; gridò:
- Mi butto!
In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro, precipitò giú dal ciglione.
Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia levate.
Udí un tonfo terribile, giú.
Sporse il capo.
Un mucchio di vesti nere, tra il verde della piaggia sottostante.
E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava a cadere mollemente, cosí aperto, piú in là.
Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa campestre; ma fu colpito negli occhi improvvisamente dall'ampia faccia pallida della Luna sorta appena dal folto degli olivi lassú; e rimase atterrito a mirarla, come se quella dal cielo avesse veduto e lo accusasse.
PRIMA NOTTE
quattro camíce,
quattro lenzuola,
quattro sottane,
quattro, insomma, di tutto.
E quel corredo della figliuola, messo sú, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d'un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
- Roba da poverelli, ma pulita.
Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d'abete, lunga e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse l'ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio, con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli altri tre, pure di lana, ma piú modesti; metteva tutto in vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: ( Roba da poverelli...
( e la gioja le tremava nelle mani e nella voce.
- Mi sono trovata sola sola, - diceva.
- Tutto con queste mani, che non me le sento piú.
Io sotto l'acqua, io sotto il sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle, raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da serva e da acquajola...
Non importa.
Dio, che ha contato le mie lagrime e sa la vita mia, m'ha dato forza e salute.
Tanto ho fatto, che l'ho spuntata; e ora posso morire.
A quel sant'uomo che m'aspetta di là, se mi domanda di nostra figlia, potrò dirglielo: "Sta' in pace, poveretto; non ci pensare: tua figlia l'ho lasciata bene; guaj non ne patirà.
Ne ho patiti tanti io per lei...".
Piango di gioja, non ve ne fate...
E s'asciugava le lagrime, Mamm'Anto', con una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.
Quasi quasi non pareva piú lei, quel giorno, cosí tutta vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a sentirla parlare come sempre.
Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara.
Ma la figlia Marastella, già parata da sposa con l'abito grigio di raso (una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo, in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per l'avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre, scoppiò in singhiozzi anche lei.
- Maraste', Maraste', che fai?
Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir la sua:
- Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange...
Sai come si dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d'un soldo.
- Penso a mio padre! - disse allora Marastella, con la faccia nascosta tra le mani.
Morto di mala morte, sett'anni addietro! Doganiere del porto, andava coi luntri, di notte, in perlustrazione.
Una notte di tempesta, bordeggiando presso le Due Riviere, il luntro s'era capovolto e poi era sparito, coi tre uomini che lo governavano.
Era ancora viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio.
E ricordavano che Marastella, accorsa con la madre, tutt'e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere, mormorando, con le mani incrociate sul petto:
- Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto...
Mamm'Anto', i parenti del giovane annegato, la gente accorsa, erano restati, a quell'inattesa rivelazione.
E la madre dell'annegato ( che si chiamava Tino Sparti (vero giovane d'oro, poveretto!) ( sentendola gridar cosí, le aveva subito buttato le braccia al collo e se l'era stretta al cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte grida:
- Figlia! Figlia!
Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: "Penso a mio padre", si scambiarono uno sguardo d'intelligenza, commiserandola in silenzio.
No, non piangeva per il padre, povera ragazza.
O forse piangeva, sí, pensando che il padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.
Quanto aveva dovuto lottare Mammm'Anto' per vincere l'ostinazione della figlia!
- Mi vedi? sono vecchia ormai: piú della morte che della vita.
Che speri? che farai sola domani, senz'ajuto, in mezzo a una strada?
Sí.
La madre aveva ragione.
Ma tant'altre considerazioni faceva lei, Marastella, dal suo canto.
Brav'uomo, sí, quel don Lisi Chírico che le volevano dare per marito, ( non lo negava ( ma quasi vecchio, e vedovo per giunta.
Si riammogliava, poveretto, piú per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d'una donna lassú, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera.
Ecco perché si riammogliava.
- E che te n'importa? - le aveva risposto la madre.
- Questo anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato.
Vecchio? Non ha ancora quarant'anni.
Non ti farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego.
Cinque lire al giorno: una fortuna!
- Ah sí, bell'impiego! bell'impiego!
Qui era l'intoppo: Mamm'Anto' lo aveva capito fin da principio: nella qualità dell'impiego del Chírico.
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine ( lei, poveretta! ( a una scampagnata lassú, sull'altipiano sovrastante il paese.
Don Lisi Chírico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassú, sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva invitate a entrare.
- Vedi? Che cos'è? Pare un giardino, con tanti fiori...
- aveva detto Mamm'Anto' a Marastella, dopo la visita al camposanto.
- Fiori che non appassiscono mai.
E qui, tutt'intorno, campagna.
Se sporgi un po' il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci...
E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d'aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un'altra.
Che vai pensando?
E le vicine, dal canto loro:
- Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà piú impressione.
I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti.
E tu che sei piú piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una.
Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.
Quella visita lassú, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell'anima di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a essa s'era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l'anima le si oscurava e le tremava di paura.
S'asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chírico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia quasi irriconoscibile.
- Madonna! - gridò Mamm'Anto'.
- E che avete fatto, santo cristiano?
- Io? Ah sí...
La barba...
- rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e livide labbra nude.
Ma non s'era solamente raso, don Lisi: s'era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l'aspetto d'un vecchio capro scorticato.
- Io, io, gliel'ho fatta radere io, - s'affrettò a intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell'abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.
- Ho fatto male? - seguitò quella, liberandosi dello scialle.
- Deve dirlo la sposa.
Dov'è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange...
Hai ragione, figliuola mia.
Abbiamo troppo tardato.
Colpa sua, di Lisi.
"Me la rado? Non me la rado?" Due ore per risolversi.
Di' un po', non ti sembra piú giovane cosí? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle nozze...
- Me la farò ricrescere, - disse Chírico interrompendo la sorella e guardando triste la giovane sposa.
- Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, piú brutto.
- L'uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! - sentenziò allora la sorella stizzita.
- Guarda intanto: l'abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura delle paste ch'egli reggeva ancora nei due cartocci.
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar l'assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera.
Don Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.
- Ci vogliono i suoni! S'è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l'orbo...
Chitarre e mandolini!
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.
- Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.
La sorella gli sgranò in faccia due occhi cosí.
- Come? Anzi! Perché?
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
- Pensa che è appena un anno che quella poveretta...
- Ci pensi ancora davvero? - lo interruppe donna Nela con una sghignazzata.
- Se stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!
- Riprendo moglie, - disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo, - ma non voglio né suoni né balli.
Ho tutt'altro nel cuore.
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.
- Lo sapete, debbo sonare l'avemaria, lassú.
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir piú.
Non se la sentiva, non se la sentiva di andar lassú, sola con lui...
- T'accompagneremo tutti noi, non piangere, - la confortava la madre.
- Non piangere.
sciocchina!
Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant'altre vicine.
( Partenza amara!
Solo donna Nela, la sorella del Chírico, piú rubiconda che mai, non era commossa: diceva d'aver assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non erano mancate mai.
- Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia.
Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via ché Lisi ha fretta.
Si misero in via.
Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale.
E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: - Povera sposa!
Lassú, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl'invitati si trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo.
Il sole tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva arroventato.
Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come d'un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassú nel silenzio.
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar l'ave, fu come il segnale della partenza per gli invitati.
A tutti parve piú bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto.
Forse perché l'aria s'era fatta piú scura.
Bisognava andar via per non far tardi.
E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa.
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le piú intime amiche.
Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.
- Volete entrare? - disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.
Ma subito Mamm'Anto' con una mano gli fece segno di star zitto e d'aspettare.
Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giú in paese con sé.
- Per carità! per carità!
Non gridava; glielo diceva cosí piano e con tanto tremore nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il cuore.
Il tremore della figlia ( lei lo capiva ( era perché dal cancello aveva intraveduto l'interno del camposanto, tutte quelle croci là, su cui calava l'ombra della sera.
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell'entrata; volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po' incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a entrare.
Comprendeva e compativa.
Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.
Fino alla sera avanti s'era buttato ginocchioni a piangere come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima moglie.
Non doveva pensarci piú.
Ora sarebbe stato tutto di quest'altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant'anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassú sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare.
La madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia nell'intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del luogo.
E veramente la vista degli oggetti familiari parve confortasse alquanto Marastella.
- Su, levati lo scialle, - disse Mamm'Anto'.
- Aspetta, te lo levo io.
Ora sei a casa tua...
- La padrona, - aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e affettuoso.
- Lo senti? - riprese Mamm'Anto' per incitare il genero a parlare ancora.
- Padrona mia e di tutto, - continuò don Lisi.
- Lei deve già saperlo.
Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma.
E non deve aver paura di niente.
- Di niente, di niente, si sa! - incalzò la madre.
- Che è forse una bambina piú? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso...
È vero? È vero?
Marastella chinò piú volte il capo, affermando; ma appena Mamm'Anto' e le due vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre, aggrappandosi.
Questa, con dolce violenza si sciolse dalle braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d'aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d'aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
Ancora con le mani sul volto, ella non se n'accorse: le parve invece che tutt'a un tratto ( chi sa perché ( le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentí un lontano, tremulo scampanellío di grilli, una fresca inebriante fragranza di fiori.
Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un chiarore, piú che d'alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.
Don Lisi accorse per richiudere la porta.
Ma, subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell'angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
- Per carità, non mi toccate!
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
- Non ti toccavo, - disse.
- Volevo richiudere la porta.
- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano.
- Lasciatela pure aperta.
Non ho paura!
- E allora?...
- balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d'un contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassú, sotto la luna, nella frescura tutta impregnata dell'odore del fieno verde, falciato da poco.
- Se vuoi che passi, - riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato, - vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.
Marastella non si mosse dall'angolo in cui s'era ristretta.
Lisi Chírico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt'a un tratto.
- Dov'è, dov'è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.
- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose egli cupamente.
- Ogni sera, io faccio il giro prima d'andare a letto.
Obbligo mio.
Questa sera non lo facevo per te.
Andiamo.
Non c'è bisogno di lanternino.
C'è la lanterna del cielo.
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.
Spiccavano bianche tutt'intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere, le croci di ferro dei poveri.
Piú distinto, piú chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglío continuo del mare.
- Qua, - disse il Chírico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere.
- C'è anche lo Sparti, - aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante.
- Tu piangi qua...
Io andrò piú là; non è lontano...
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l'altipiano.
Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d'un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d'aprile.
Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie, singhiozzava:
- Nunzia', Nunzia', mi senti?
IL "FUMO"
I
Appena i zolfatari venivan sú dal fondo della "buca" col fiato ai denti e le ossa rotte dalla fatica, la prima cosa che cercavano con gli occhi era quel verde là della collina lontana, che chiudeva a ponente l'ampia vallata.
Qua, le coste aride, livide di tufi arsicci, non avevano piú da tempo un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare come da tanti enormi formicaj e bruciate tutte dal fumo.
Sul verde di quella collina, gli occhi infiammati, offesi dalla luce dopo tante ore di tenebra laggiú, si riposavano.
A chi attendeva a riempire di minerale grezzo i forni o i "calcheroni", a chi vigilava alla fusione dello zolfo, o s'affaccendava sotto i forni stessi a ricevere dentro ai giornelli che servivan da forme lo zolfo bruciato che vi colava lento come una densa morchia nerastra, la vista di tutto quel verde lontano alleviava anche la pena del respiro, l'agra oppressura del fumo che s'aggrappava alla gola, fino a promuovere gli spasimi piú crudeli e le rabbie dell'asfissia.
I carusi, buttando giú il carico dalle spalle peste e scorticate, seduti su i sacchi, per rifiatare un po' all'aria, tutti imbrattati dai cretosi acquitrini lungo le gallerie o lungo la lubrica scala a gradino rotto della "buca", grattandosi la testa e guardando a quella collina attraverso il vitreo fiato sulfureo che tremolava al sole vaporando dai "calcheroni" accesi o dai forni, pensavano alla vita di campagna, vita lieta per loro, senza rischi, senza gravi stenti là all'aperto, sotto il sole, e invidiavano i contadini.
- Beati loro!
Per tutti, infine, era come un paese di sogno quella collina lontana.
Di là veniva l'olio alle loro lucerne che a mala pena rompevano il crudo tenebrore della zolfara; di là il pane, quel pane solido e nero che li teneva in piedi per tutta la giornata, alla fatica bestiale; di là il vino, l'unico loro bene, la sera, il vino che dava loro il coraggio, la forza di durare a quella vita maledetta, se pur vita si poteva chiamare: parevano, sottoterra, tanti morti affaccendati.
I contadini della collina, all'incontro, perfino sputavano: - Puh! - guardando a quelle coste della vallata.
Era là il loro nemico: il fumo devastatore.
E quando il vento spirava di là, recando il lezzo asfissiante dello zolfo bruciato, guardavano gli alberi come a difenderli e borbottavano imprecazioni contro quei pazzi che s'ostinavano a scavar la fossa alle loro fortune e che, non contenti d'aver devastato la vallata, quasi invidiosi di quell'unico occhio di verde, avrebbero voluto invadere coi loro picconi e i loro forni anche le belle campagne.
Tutti, infatti, dicevano che anche sotto la collina ci doveva esser lo zolfo.
Quelle creste in cima, di calcare siliceo e, piú giú, il briscale degli affioramenti lo davano a vedere; gl'ingegneri minerarii avevano piú volte confermato la voce.
Ma i proprietarii di quelle campagne, quantunque tentati insistentemente con ricche profferte, non solo non avevan voluto mai cedere in affitto il sottosuolo, ma neanche alla tentazione di praticar loro stessi per curiosità qualche assaggio, cosí sopra sopra.
La campagna era lí, stesa al sole, che tutti potevano vederla: soggetta sí alle cattive annate, ma compensata poi anche dalle buone; la zolfara, all'incontro, cieca, e guaj a scivolarci dentro.
Lasciare il certo per l'incerto sarebbe stata impresa da pazzi.
Queste considerazioni, che ciascuno di quei proprietarii della collina ribadiva di continuo nella mente dell'altro, volevano essere come un impegno per tutti di resistere uniti alle tentazioni, sapendo bene che se uno di loro avesse ceduto e una zolfara fosse sorta là in mezzo, tutti ne avrebbero sofferto; e allora, cominciata la distruzione, altre bocche d'inferno si sarebbero aperte e, in pochi anni, tutti gli alberi, tutte le piante sarebbero morti, attossicati dal fumo, e addio campagne!
II
Tra i piú tentati era don Mattia Scala che possedeva un poderetto con un bel giro di mandorli e d'olivi a mezza costa della collina, ove, per suo dispetto, affiorava con piú ricca promessa il minerale.
Parecchi ingegneri del R.
Corpo delle Miniere eran venuti a osservare, a studiare quegli affioramenti e a far rilievi.
Lo Scala li aveva accolti come un marito geloso può accogliere un medico, che gli venga in casa a visitare qualche segreto male della moglie.
Chiudere la porta in faccia a quegli ingegneri governativi che venivan per dovere d'ufficio, non poteva.
Si sfogava in compenso a maltrattare quegli altri che, o per conto di qualche ricco produttore di zolfo o di qualche società mineraria, venivano a proporgli la cessione o l'affitto del sottosuolo.
- Corna, vi cedo! - gridava.
- Neanche se m'offriste i tesori di Creso; neanche se mi diceste: Mattia, raspa qua con un piede, come fanno le galline; ci trovi tanto zolfo, che diventi d'un colpo piú ricco di...
che dico? di re Fàllari! Non rasperei, parola d'onore.
E se, poco poco, quelli insistevano:
- Insomma, ve n'andate, o chiamo i cani?
Gli avveniva spesso di ripetere questa minaccia dei cani, perché il suo poderetto aveva il cancello su la trazzera, cioè su la via mulattiera che traversava la collina, accavalcandola, e che serviva da scorciatoja agli operai delle zolfare, ai capimastri, a gl'ingegneri direttori, che dalla prossima città si recavano alla vallata o ne tornavano.
Ora, quest'ultimi segnatamente pareva avessero preso gusto a farlo stizzire; e, almeno una volta la settimana, si fermavano innanzi al cancello, vedendo don Mattia lí presso, per domandargli:
- Niente, ancora?
- Tè, Scampirro! Tè, Regina!
Don Mattia, per chiasso, chiamava davvero i cani.
Aveva avuto anche lui un tempo la mania delle zolfare, per cui s'era ridotto - eccolo là - scannato miserabile! Ora non poteva veder neanche da lontano un pezzo di zolfo che subito, con rispetto parlando, non si sentisse rompere lo stomaco.
- E che è, il diavolo? - gli domandavano.
E lui:
- Peggio! Perché vi danna l'anima, il diavolo, ma vi fa ricchi, se vuole! Mentre lo zolfo vi fa piú poveri di Santo Giobbe; e l'anima ve la danna lo stesso!
Parlando, pareva il telegrafo.
(Il telegrafo s'intende come usava prima, ad asta.) Lungo lungo, allampanato, sempre col cappellaccio bianco in capo, buttato indietro, a spera; e portava agli orecchi un pajo di catenaccetti d'oro, che davano a vedere quello che, del resto, egli non si curava di nascondere, come fosse cioè venuto sú da una famiglia mezzo popolana e mezzo borghese.
Nel volto raso, pallido, di quel pallore proprio dei biliosi, gli spiccavano stranamente le sopracciglia enormi, spioventi, come un gran pajo di baffi che si fosse sfogato a crescer lí, visto che giú, sul labbro, non gli era nemmen permesso di spuntare.
E sotto, all'ombra di quelle sopracciglia, gli lampeggiavano gli occhi chiari, taglienti, vivi vivi, mentre le narici del gran naso aquilino, energico, gli si dilatavano di continuo e fremevano.
Tutti i possidenti della collina gli volevano bene.
Ricordavano com'egli, molto ricco un giorno, fosse venuto lí a pigliar possesso di quei pochi ettari di terra comperati dopo la rovina, col denaro ricavato dalla vendita della casa in città e di tutte le masserizie di essa e delle gioje della moglie morta di crepacuore; ricordavano come si fosse prima rintanato nelle quattro stanze della casa rustica annessa al podere, senza voler vedere nessuno, insieme con una ragazza di circa sedici anni, Jana, che tutti in principio avevano creduto sua figlia e che poi s'era saputo esser la sorella minore d'un tal Dima Chiarenza, cioè proprio di quell'infame che lo aveva tradito e rovinato.
C'era tutta una storia sotto.
Lo Scala aveva conosciuto questo Chiarenza ragazzo, e lo aveva sempre ajutato, sapendolo orfano di padre e di madre, con quella sorellina molto piú piccola di lui; se l'era anzi preso con sé per farlo lavorare; poi, avendolo sperimentato veramente esperto e amante del lavoro, aveva voluto averlo anche socio nell'affitto d'una zolfara.
Tutte le spese per la lavorazione se l'era accollate lui; Dima Chiarenza doveva soltanto star lí, sul posto, vigilare all'amministrazione e ai lavori.
Intanto Jana (Januzza, come la chiamavano) gli cresceva in casa.
Ma don Matria aveva anche un figlio (unico!) quasi della stessa età, che si chiamava Neli.
Si sa, presto padre e madre s'erano accorti che i due ragazzi avevano preso a volersi bene, non come fratello e sorella; e per non tener la paglia accanto al fuoco e dare tempo al tempo, avevano pensato giudiziosamente d'allontanare dalla casa Neli, che non aveva ancora diciotto anni, e lo avevano mandato alla zolfara, a tener compagnia e a prestare ajuto al Chiarenza.
Fra due, tre anni, li avrebbero sposati, se tutto, come pareva, fosse andato bene.
Poteva mai sospettare don Mattia Scala che Dima Chiarenza, di cui si fidava come di se stesso, Dima Chiarenza, ch'egli aveva raccolto dalla strada, trattato come un figliuolo e messo a parte degli affari, Dima Chiarenza lo dovesse tradire, come Giuda tradí Cristo?
Proprio cosí! S'era messo d'accordo, l'infame, con l'ingegnere direttore della zolfara, d'accordo coi capimastri, coi pesatori, coi carrettieri, per rubarlo a man salva su le spese d'amministrazione, su lo zolfo estratto, finanche sul carbone che doveva servire ad alimentar le macchine per l'eduzione delle acque sotterranee.
E la zolfara, una notte, gli s'era allagata, irreparabilmente, distruggendo l'impianto del piano inclinato, che allo Scala costava piú di trecento mila lire.
Neli, che in quella notte d'inferno s'era trovato sul luogo e aveva partecipato agl'inutili sforzi disperati per impedire il disastro, presentendo l'odio che il padre da quell'ora avrebbe portato al Chiarenza, e in cui forse avrebbe coinvolto Jana, la sorella innocente, la sua Jana; temendo che avrebbe chiamato anche lui, forse, responsabile della rovina per non essersi accorto o per non aver denunziato a tempo il tradimento di quel Giuda che doveva esser tra poco suo cognato; nella stessa notte, era fuggito come un pazzo, in mezzo alla tempesta; e scomparso, senza lasciar nessuna traccia di sé.
Pochi giorni dopo la madre era morta, assistita amorosamente da Jana, e lo Scala s'era trovato solo, in casa, rovinato, senza piú la moglie, senza piú il figlio, solo con quella ragazza, la quale, come impazzita dall'onta e dal cordoglio, s'era stretta a lui, non aveva voluto lasciarlo, aveva minacciato di buttarsi da una finestra s'egli la avesse respinta in casa del fratello.
Vinto da quella fermezza e reprimendo la repulsione che la sua vista ora gli destava, lo Scala aveva condisceso a condurla con sé, vestita di nero, come una figliuola due volte orfana, là, nel poderetto acquistato allora.
Uscendo a poco a poco, con l'andar del tempo, dal suo lutto, s'era messo a scambiare qualche parola coi vicini e a dar notizie di sé e della ragazza.
- Ah, non è figlia vostra?
- No.
Ma come se fosse.
Si vergognava dapprima a dir chi era veramente.
Del figlio, non diceva nulla.
Era una spina troppo grande.
E del resto, che notizie poteva darne? Non ne aveva.
Se n'era tanto occupata la questura, ma senza venire a capo di nulla.
Dopo alcuni anni, però, Jana, stanca d'aspettar cosí senza speranza il ritorno del fidanzato, aveva voluto tornarsene in città, in casa del fratello, il quale, sposata una vecchia di molti denari, famigerata usuraja, s'era messo a far l'usurajo anche lui, ed era adesso tra i piú ricchi del paese.
Cosí lo Scala era restato solo, lí, nel poderetto.
Otto anni erano già trascorsi e, almeno apparentemente, aveva ripreso l'umore di prima; era divenuto amico di tutti i proprietarii della collina c
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