SCIALLE NERO, di Luigi Pirandello - pagina 5
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Intanto, di là, nella casa colonica, il vecchio mezzadro e la moglie riprendevano a congiurare a danno di lei, istigando il figliuolo a provvedere a' suoi casi.
- Perché la lasci sola? - badava a dirgli il padre.
- Non t'accorgi che lei, ora, dopo la malattia, t'è grata dell'affezione che le hai dimostrata? Non la lasciare un momento, cerca d'entrarle sempre piú nel cuore; e poi...
e poi ottieni che la serva non si corichi piú nella stessa camera con lei.
Ora lei sta bene e non ne ha piú bisogno, la notte.
Gerlando, irritato, si scrollava tutto, a questi suggerimenti.
- Ma neanche per sogno! Ma se non le passa piú neanche per il capo che io possa...
Ma che! Mi tratta come un figliuolo...
Bisogna sentire che discorsi mi fa! Si sente già vecchia, passata e finita per questo mondo.
Che!
- Vecchia? - interloquiva la madre.
- Certo, non è piú una bambina; ma vecchia neppure; e tu...
- Ti levano la terra! - incalzava il padre.
- Te l'ho già detto: sei rovinato, in mezzo a una strada.
Senza figli, morta la moglie, la dote torna ai parenti di lei.
E tu avrai fatto questo bel guadagno; avrai perduto la scuola e tutto questo tempo, cosí, senza nessuna soddisfazione...
Neanche un pugno di mosche! Pensaci, pensaci a tempo: già troppo ne hai perduto...
Che speri?
- Con le buone, - riprendeva, manierosa, la madre.
- Tu devi andarci con le buone, e magari dirglielo: "Vedi? che n'ho avuto io, di te? t'ho rispettato, come tu hai voluto; ma ora pensa un po' a me, tu: come resto io? che farò, se tu mi lasci cosí?".
Alla fin fine, santo Dio, non deve andare alla guerra!
- E puoi soggiungere, - tornava a incalzare il padre, - puoi soggiungere: "Vuoi far contento tuo fratello che t'ha trattata cosí? farmi cacciar via di qua come un cane, da lui?".
È la santa verità, questa, bada! Come un cane sarai cacciato, a pedate, e io e tua madre, poveri vecchi, con te.
Gerlando non rispondeva nulla.
Ai consigli della madre provava quasi un sollievo, ma irritante, come una vellicazione; le previsioni del padre gli movevano la bile, lo accendevano d'ira.
Che fare? Vedeva la difficoltà dell'impresa e ne vedeva pure la necessità impellente.
Bisognava a ogni modo tentare.
Eleonora, adesso, sedeva a tavola con lui.
Una sera, a cena, vedendolo con gli occhi fissi su la tovaglia, pensieroso, gli domandò:
- Non mangi? che hai?
Quantunque da alcuni giorni egli s'aspettasse questa domanda provocata dal suo stesso contegno, non seppe sul punto rispondere come aveva deliberato, e fece un gesto vago con la mano.
- Che hai? - insistette Eleonora.
- Nulla, - rispose, impacciato, Gerlando.
- Mio padre, al solito...
- Daccapo con la scuola? - domandò lei sorridendo, per spingerlo a parlare.
- No: peggio, - diss'egli.
- Mi pone...
mi pone davanti tante ombre, m'affligge col...
col pensiero del mio avvenire, poiché lui è vecchio, dice, e io cosí, senza né arte né parte: finché ci sei tu, bene; ma poi...
poi, niente, dice...
- Di' a tuo padre, - rispose allora, con gravità, Eleonora, socchiudendo gli occhi, quasi per non vedere il rossore di lui, - di' a tuo padre che non se ne dia pensiero.
Ho provveduto io a tutto, digli, e che stia dunque tranquillo.
Anzi, giacché siamo a questo discorso, senti: se io venissi a mancare d'un tratto - siamo della vita e della morte - nel secondo cassetto del canterano, nella mia camera, troverai in una busta gialla una carta per te.
- Una carta? - ripeté Gerlando, non sapendo che dire, confuso di vergogna.
Eleonora accennò di sí col capo, e soggiunse:
- Non te ne curare.
Sollevato e contento, Gerlando, la mattina dopo, riferí ai genitori quanto gli aveva detto Eleonora; ma quelli, specialmente il padre, non ne furono per nulla soddisfatti.
- Carta? Imbrogli!
Che poteva essere quella carta? Il testamento: la donazione cioè del podere al marito.
E se non era fatta in regola e con tutte le forme? Il sospetto era facile, atteso che si trattava della scrittura privata d'una donna, senza l'assistenza d'un notajo.
E poi, non si doveva aver da fare col cognato, domani, uomo di legge, imbroglione?
- Processi, figlio mio? Dio te ne scampi e liberi! La giustizia non è per i poverelli.
E quello là, per la rabbia, sarà capace di farti bianco il nero e nero il bianco.
E inoltre, quella carta, c'era davvero, là, nel cassetto del canterano? O glie l'aveva detto per non esser molestata?
- Tu l'hai veduta? No.
E allora? Ma, ammesso che te la faccia vedere, che ne capisci tu? che ne capiamo noi? Mentre con un figliuolo...
là! Non ti lasciare infinocchiare: da' ascolto a noi! Carne! carne! che carta!
Cosí un giorno Eleonora, mentre se ne stava sotto a quell'olivo sul ciglione, si vide all'improvviso accanto Gerlando, venuto furtivamente.
Era tutta avvolta in un ampio scialle nero.
Sentiva freddo, quantunque il febbrajo fosse cosí mite, che già pareva primavera.
La vasta piaggia, sotto, era tutta verde di biade; il mare, in fondo, placidissimo, riteneva insieme col cielo una tinta rosea un po' sbiadita, ma soavissima, e le campagne in ombra parevano smaltate.
Stanca di mirare, nel silenzio, quella meravigliosa armonia di colori, Eleonora aveva appoggiato il capo al tronco dell'olivo.
Dallo scialle nero tirato sul capo si scopriva soltanto il volto, che pareva anche piú pallido.
- Che fai? - le domandò Gerlando.
- Mi sembri una Madonna Addolorata.
- Guardavo...
gli rispose lei, con un sospiro, socchiudendo gli occhi.
Ma lui riprese:
- Se vedessi come...
come stai bene cosí, con codesto scialle nero...
- Bene? - disse Eleonora, sorridendo mestamente.
- Sento freddo!
- No, dico, bene di...
di...
di figura, - spiegò egli, balbettando, e sedette per terra accanto al masso.
Eleonora, col capo appoggiato al tronco, richiuse gli occhi, sorrise per non piangere, assalita dal rimpianto della sua gioventú perduta cosí miseramente.
A diciott'anni, sí, era stata pur bella, tanto!
A un tratto, mentre se ne stava cosí assorta, s'intese scuotere leggermente.
- Dammi una mano, - le chiese egli da terra, guardandola con occhi lustri.
Ella comprese; ma finse di non comprendere.
- La mano? Perché? - gli domandò.
- Io non posso tirarti su: non ho piú forza, neanche per me...
È già sera, andiamo.
E si alzò.
- Non dicevo per tirarmi su, - spiegò di nuovo Gerlando, da terra.
- Restiamo qua, al bujo; è tanto bello...
Cosí dicendo, fu lesto ad abbracciarle i ginocchi, sorridendo nervosamente, con le labbra aride.
- No! - gridò lei.
- Sei pazzo? Lasciami!
Per non cadere, s'appoggiò con le braccia a gli omeri di lui e lo respinse indietro.
Ma lo scialle, a quell'atto, si svolse, e, com'ella se ne stava curva su lui sorto in ginocchio, lo avvolse, lo nascose dentro.
- No: ti voglio! ti voglio! - diss'egli, allora, com'ebbro, stringendola vieppiú con un braccio, mentre con l'altro le cercava, piú su, la vita, avvolto nell'odore del corpo di lei.
Ma ella, con uno sforzo supremo, riuscí a svincolarsi; corse fino all'orlo del ciglione; si voltò; gridò:
- Mi butto!
In quella, se lo vide addosso, violento; si piegò indietro, precipitò giú dal ciglione.
Egli si rattenne a stento, allibito, urlando, con le braccia levate.
Udí un tonfo terribile, giú.
Sporse il capo.
Un mucchio di vesti nere, tra il verde della piaggia sottostante.
E lo scialle, che s'era aperto al vento, andava a cadere mollemente, cosí aperto, piú in là.
Con le mani tra i capelli, si voltò a guardare verso la casa campestre; ma fu colpito negli occhi improvvisamente dall'ampia faccia pallida della Luna sorta appena dal folto degli olivi lassú; e rimase atterrito a mirarla, come se quella dal cielo avesse veduto e lo accusasse.
PRIMA NOTTE
quattro camíce,
quattro lenzuola,
quattro sottane,
quattro, insomma, di tutto.
E quel corredo della figliuola, messo sú, un filo oggi, un filo domani, con la pazienza d'un ragno, non si stancava di mostrarlo alle vicine.
- Roba da poverelli, ma pulita.
Con quelle povere mani sbiancate e raspose, che sapevano ogni fatica, levava dalla vecchia cassapanca d'abete, lunga e stretta che pareva una bara, piano piano, come toccasse l'ostia consacrata, la bella biancheria, capo per capo, e le vesti e gli scialli doppii di lana: quello dello sposalizio, con le punte ricamate e la frangia di seta fino a terra; gli altri tre, pure di lana, ma piú modesti; metteva tutto in vista sul letto, ripetendo, umile e sorridente: ( Roba da poverelli...
( e la gioja le tremava nelle mani e nella voce.
- Mi sono trovata sola sola, - diceva.
- Tutto con queste mani, che non me le sento piú.
Io sotto l'acqua, io sotto il sole; lavare al fiume e in fontana; smallare mandorle, raccogliere ulive, di qua e di là per le campagne; far da serva e da acquajola...
Non importa.
Dio, che ha contato le mie lagrime e sa la vita mia, m'ha dato forza e salute.
Tanto ho fatto, che l'ho spuntata; e ora posso morire.
A quel sant'uomo che m'aspetta di là, se mi domanda di nostra figlia, potrò dirglielo: "Sta' in pace, poveretto; non ci pensare: tua figlia l'ho lasciata bene; guaj non ne patirà.
Ne ho patiti tanti io per lei...".
Piango di gioja, non ve ne fate...
E s'asciugava le lagrime, Mamm'Anto', con una cocca del fazzoletto nero che teneva in capo, annodato sotto il mento.
Quasi quasi non pareva piú lei, quel giorno, cosí tutta vestita di nuovo, e faceva una curiosa impressione a sentirla parlare come sempre.
Le vicine la lodavano, la commiseravano a gara.
Ma la figlia Marastella, già parata da sposa con l'abito grigio di raso (una galanteria!) e il fazzoletto di seta celeste al collo, in un angolo della stanzuccia addobbata alla meglio per l'avvenimento della giornata, vedendo pianger la madre, scoppiò in singhiozzi anche lei.
- Maraste', Maraste', che fai?
Le vicine le furono tutte intorno, premurose, ciascuna a dir la sua:
- Allegra! Oh! Che fai? Oggi non si piange...
Sai come si dice? Cento lire di malinconia non pagano il debito d'un soldo.
- Penso a mio padre! - disse allora Marastella, con la faccia nascosta tra le mani.
Morto di mala morte, sett'anni addietro! Doganiere del porto, andava coi luntri, di notte, in perlustrazione.
Una notte di tempesta, bordeggiando presso le Due Riviere, il luntro s'era capovolto e poi era sparito, coi tre uomini che lo governavano.
Era ancora viva, in tutta la gente di mare, la memoria di questo naufragio.
E ricordavano che Marastella, accorsa con la madre, tutt'e due urlanti, con le braccia levate, tra il vento e la spruzzaglia dei cavalloni, in capo alla scogliera del nuovo porto, su cui i cadaveri dei tre annegati erano stati tratti dopo due giorni di ricerche disperate, invece di buttarsi ginocchioni presso il cadavere del padre, era rimasta come impietrita davanti a un altro cadavere, mormorando, con le mani incrociate sul petto:
- Ah! Amore mio! amore mio! Ah, come ti sei ridotto...
Mamm'Anto', i parenti del giovane annegato, la gente accorsa, erano restati, a quell'inattesa rivelazione.
E la madre dell'annegato ( che si chiamava Tino Sparti (vero giovane d'oro, poveretto!) ( sentendola gridar cosí, le aveva subito buttato le braccia al collo e se l'era stretta al cuore, forte forte, in presenza di tutti, come per farla sua, sua e di lui, del figlio morto, chiamandola con alte grida:
- Figlia! Figlia!
Per questo ora le vicine, sentendo dire a Marastella: "Penso a mio padre", si scambiarono uno sguardo d'intelligenza, commiserandola in silenzio.
No, non piangeva per il padre, povera ragazza.
O forse piangeva, sí, pensando che il padre, vivo, non avrebbe accettato per lei quel partito, che alla madre, nelle misere condizioni in cui era rimasta, sembrava ora una fortuna.
Quanto aveva dovuto lottare Mammm'Anto' per vincere l'ostinazione della figlia!
- Mi vedi? sono vecchia ormai: piú della morte che della vita.
Che speri? che farai sola domani, senz'ajuto, in mezzo a una strada?
Sí.
La madre aveva ragione.
Ma tant'altre considerazioni faceva lei, Marastella, dal suo canto.
Brav'uomo, sí, quel don Lisi Chírico che le volevano dare per marito, ( non lo negava ( ma quasi vecchio, e vedovo per giunta.
Si riammogliava, poveretto, piú per forza che per amore, dopo un anno appena di vedovanza, perché aveva bisogno d'una donna lassú, che badasse alla casa e gli cucinasse la sera.
Ecco perché si riammogliava.
- E che te n'importa? - le aveva risposto la madre.
- Questo anzi deve affidarti: pensa da uomo sennato.
Vecchio? Non ha ancora quarant'anni.
Non ti farà mancare mai nulla: ha uno stipendio fisso, un buon impiego.
Cinque lire al giorno: una fortuna!
- Ah sí, bell'impiego! bell'impiego!
Qui era l'intoppo: Mamm'Anto' lo aveva capito fin da principio: nella qualità dell'impiego del Chírico.
E una bella giornata di maggio aveva invitato alcune vicine ( lei, poveretta! ( a una scampagnata lassú, sull'altipiano sovrastante il paese.
Don Lisi Chírico, dal cancello del piccolo, bianco cimitero che sorge lassú, sopra il paese, col mare davanti e la campagna dietro, scorgendo la comitiva delle donne, le aveva invitate a entrare.
- Vedi? Che cos'è? Pare un giardino, con tanti fiori...
- aveva detto Mamm'Anto' a Marastella, dopo la visita al camposanto.
- Fiori che non appassiscono mai.
E qui, tutt'intorno, campagna.
Se sporgi un po' il capo dal cancello, vedi tutto il paese ai tuoi piedi; ne senti il rumore, le voci...
E hai visto che bella cameretta bianca, pulita, piena d'aria? Chiudi porta e finestra, la sera; accendi il lume; e sei a casa tua: una casa come un'altra.
Che vai pensando?
E le vicine, dal canto loro:
- Ma si sa! E poi, tutto è abitudine; vedrai: dopo un pajo di giorni, non ti farà piú impressione.
I morti, del resto, figliuola, non fanno male; dai vivi devi guardarti.
E tu che sei piú piccola di noi, ci avrai tutte qua, a una a una.
Questa è la casa grande, e tu sarai la padrona e la buona guardiana.
Quella visita lassú, nella bella giornata di maggio, era rimasta nell'anima di Marastella come una visione consolatrice, durante gli undici mesi del fidanzamento: a essa s'era richiamata col pensiero nelle ore di sconforto, specialmente al sopravvenire della sera, quando l'anima le si oscurava e le tremava di paura.
S'asciugava ancora le lagrime, quando don Lisi Chírico si presentò su la soglia con due grossi cartocci su le braccia quasi irriconoscibile.
- Madonna! - gridò Mamm'Anto'.
- E che avete fatto, santo cristiano?
- Io? Ah sí...
La barba...
- rispose don Lisi con un sorriso squallido che gli tremava smarrito sulle larghe e livide labbra nude.
Ma non s'era solamente raso, don Lisi: s'era anche tutto incicciato, tanto ispida e forte aveva radicata la barba in quelle gote cave, che or gli davano l'aspetto d'un vecchio capro scorticato.
- Io, io, gliel'ho fatta radere io, - s'affrettò a intromettersi, sopravvenendo tutta scalmanata, donna Nela, la sorella dello sposo, grassa e impetuosa.
Recava sotto lo scialle alcune bottiglie, e parve, entrando, che ingombrasse tutta quanta la stanzuccia, con quell'abito di seta verde pisello, che frusciava come una fontana.
La seguiva il marito, magro come don Lisi, taciturno e imbronciato.
- Ho fatto male? - seguitò quella, liberandosi dello scialle.
- Deve dirlo la sposa.
Dov'è? Guarda, Lisi: te lo dicevo io? Piange...
Hai ragione, figliuola mia.
Abbiamo troppo tardato.
Colpa sua, di Lisi.
"Me la rado? Non me la rado?" Due ore per risolversi.
Di' un po', non ti sembra piú giovane cosí? Con quei pelacci bianchi, il giorno delle nozze...
- Me la farò ricrescere, - disse Chírico interrompendo la sorella e guardando triste la giovane sposa.
- Sembro vecchio lo stesso e, per giunta, piú brutto.
- L'uomo è uomo, asinaccio, e non è né bello né brutto! - sentenziò allora la sorella stizzita.
- Guarda intanto: l'abito nuovo! Lo incigni adesso, peccato!
E cominciò a dargli manacciate su le maniche per scuoterne via la sfarinatura delle paste ch'egli reggeva ancora nei due cartocci.
Era già tardi; si doveva andar prima al Municipio, per non fare aspettar l'assessore, poi in chiesa; e il festino doveva esser finito prima di sera.
Don Lisi, zelantissimo del suo ufficio, si raccomandava, tenuto su le spine specialmente dalla sorella intrigante e chiassona, massime dopo il pranzo e le abbondanti libazioni.
- Ci vogliono i suoni! S'è mai sentito uno sposalizio senza suoni? Dobbiamo ballare! Mandate per Sidoro l'orbo...
Chitarre e mandolini!
Strillava tanto, che il fratello dovette chiamarsela in disparte.
- Smettila, Nela, smettila! Avresti dovuto capirlo che non voglio tanto chiasso.
La sorella gli sgranò in faccia due occhi cosí.
- Come? Anzi! Perché?
Don Lisi aggrottò le ciglia e sospirò profondamente:
- Pensa che è appena un anno che quella poveretta...
- Ci pensi ancora davvero? - lo interruppe donna Nela con una sghignazzata.
- Se stai riprendendo moglie! Oh povera Nunziata!
- Riprendo moglie, - disse don Lisi socchiudendo gli occhi e impallidendo, - ma non voglio né suoni né balli.
Ho tutt'altro nel cuore.
E quando parve a lui che il giorno inchinasse al tramonto, pregò la suocera di disporre tutto per la partenza.
- Lo sapete, debbo sonare l'avemaria, lassú.
Prima di lasciar la casa, Marastella, aggrappata al collo della madre, scoppiò di nuovo a piangere, a piangere, che pareva non la volesse finir piú.
Non se la sentiva, non se la sentiva di andar lassú, sola con lui...
- T'accompagneremo tutti noi, non piangere, - la confortava la madre.
- Non piangere.
sciocchina!
Ma piangeva anche lei e piangevano anche tant'altre vicine.
( Partenza amara!
Solo donna Nela, la sorella del Chírico, piú rubiconda che mai, non era commossa: diceva d'aver assistito a dodici sposalizii e che le lagrime alla fine, come i confetti, non erano mancate mai.
- Piange la figlia nel lasciare la madre; piange la madre nel lasciare la figlia.
Si sa! Un altro bicchierotto per sedare la commozione, e andiamo via ché Lisi ha fretta.
Si misero in via.
Pareva un mortorio, anziché un corteo nuziale.
E nel vederlo passare, la gente, affacciata alle porte, alle finestre, o fermandosi per via, sospirava: - Povera sposa!
Lassú, sul breve spiazzo innanzi al cancello, gl'invitati si trattennero un poco, prima di prender commiato, a esortare Marastella a far buon animo.
Il sole tramontava, e il cielo era tutto rosso, di fiamma, e il mare, sotto, ne pareva arroventato.
Dal paese sottostante saliva un vocio incessante, indistinto, come d'un tumulto lontano, e quelle onde di voci rissose vanivano contro il muro bianco, grezzo, che cingeva il cimitero perduto lassú nel silenzio.
Lo squillo aereo argentino della campanella sonata da don Lisi per annunziar l'ave, fu come il segnale della partenza per gli invitati.
A tutti parve piú bianco, udendo la campanella, quel muro del camposanto.
Forse perché l'aria s'era fatta piú scura.
Bisognava andar via per non far tardi.
E tutti presero a licenziarsi, con molti augurii alla sposa.
Restarono con Marastella, stordita e gelata, la madre e due fra le piú intime amiche.
Su in alto, le nuvole, prima di fiamma, erano divenute ora fosche, come di fumo.
- Volete entrare? - disse don Lisi alle donne, dalla soglia del cancello.
Ma subito Mamm'Anto' con una mano gli fece segno di star zitto e d'aspettare.
Marastella piangeva, scongiurandola tra le lagrime di riportarsela giú in paese con sé.
- Per carità! per carità!
Non gridava; glielo diceva cosí piano e con tanto tremore nella voce, che la povera mamma si sentiva strappare il cuore.
Il tremore della figlia ( lei lo capiva ( era perché dal cancello aveva intraveduto l'interno del camposanto, tutte quelle croci là, su cui calava l'ombra della sera.
Don Lisi andò ad accendere il lume nella cameretta, a sinistra dell'entrata; volse intorno uno sguardo per vedere se tutto era in ordine, e rimase un po' incerto se andare o aspettare che la sposa si lasciasse persuadere dalla madre a entrare.
Comprendeva e compativa.
Aveva coscienza che la sua persona triste, invecchiata, imbruttita, non poteva ispirare alla sposa né affetto né confidenza: si sentiva anche lui il cuore pieno di lagrime.
Fino alla sera avanti s'era buttato ginocchioni a piangere come un bambino davanti a una crocetta di quel camposanto, per licenziarsi dalla sua prima moglie.
Non doveva pensarci piú.
Ora sarebbe stato tutto di quest'altra, padre e marito insieme; ma le nuove cure per la sposa non gli avrebbero fatto trascurare quelle che da tant'anni si prendeva amorosamente di tutti coloro, amici o ignoti, che dormivano lassú sotto la sua custodia.
Lo aveva promesso a tutte le croci in quel giro notturno, la sera avanti.
Alla fine Marastella si lasciò persuadere a entrare.
La madre chiuse subito la porta quasi per isolar la figlia nell'intimità della cameretta, lasciando fuori la paura del luogo.
E veramente la vista degli oggetti familiari parve confortasse alquanto Marastella.
- Su, levati lo scialle, - disse Mamm'Anto'.
- Aspetta, te lo levo io.
Ora sei a casa tua...
- La padrona, - aggiunse don Lisi, timidamente, con un sorriso mesto e affettuoso.
- Lo senti? - riprese Mamm'Anto' per incitare il genero a parlare ancora.
- Padrona mia e di tutto, - continuò don Lisi.
- Lei deve già saperlo.
Avrà qui uno che la rispetterà e le vorrà bene come la sua stessa mamma.
E non deve aver paura di niente.
- Di niente, di niente, si sa! - incalzò la madre.
- Che è forse una bambina piú? Che paura! Le comincerà tanto da fare, adesso...
È vero? È vero?
Marastella chinò piú volte il capo, affermando; ma appena Mamm'Anto' e le due vicine si mossero per andar via, ruppe di nuovo in pianto, si buttò di nuovo al collo della madre, aggrappandosi.
Questa, con dolce violenza si sciolse dalle braccia della figlia, le fece le ultime raccomandazioni d'aver fiducia nello sposo e in Dio, e andò via con le vicine piangendo anche lei.
Marastella restò presso la porta, che la madre, uscendo, aveva raccostata, e con le mani sul volto si sforzava di soffocare i singhiozzi irrompenti, quando un alito d'aria schiuse un poco, silenziosamente, quella porta.
Ancora con le mani sul volto, ella non se n'accorse: le parve invece che tutt'a un tratto ( chi sa perché ( le si aprisse dentro come un vuoto delizioso, di sogno; sentí un lontano, tremulo scampanellío di grilli, una fresca inebriante fragranza di fiori.
Si tolse le mani dagli occhi: intravide nel cimitero un chiarore, piú che d'alba, che pareva incantasse ogni cosa, là immobile e precisa.
Don Lisi accorse per richiudere la porta.
Ma, subito, allora, Marastella, rabbrividendo e restringendosi nell'angolo tra la porta e il muro, gli gridò:
- Per carità, non mi toccate!
Don Lisi, ferito da quel moto istintivo di ribrezzo, restò.
- Non ti toccavo, - disse.
- Volevo richiudere la porta.
- No, no, - riprese subito Marastella, per tenerlo lontano.
- Lasciatela pure aperta.
Non ho paura!
- E allora?...
- balbettò don Lisi, sentendosi cader le braccia.
Nel silenzio, attraverso la porta semichiusa, giunse il canto lontano d'un contadino che ritornava spensierato alla campagna, lassú, sotto la luna, nella frescura tutta impregnata dell'odore del fieno verde, falciato da poco.
- Se vuoi che passi, - riprese don Lisi avvilito, profondamente amareggiato, - vado a richiudere il cancello che è rimasto aperto.
Marastella non si mosse dall'angolo in cui s'era ristretta.
Lisi Chírico si recò lentamente a richiudere il cancello; stava per rientrare, quando se la vide venire incontro, come impazzita tutt'a un tratto.
- Dov'è, dov'è mio padre? Ditemelo! Voglio andare da mio padre.
- Eccomi, perché no? è giusto; ti ci conduco, - le rispose egli cupamente.
- Ogni sera, io faccio il giro prima d'andare a letto.
Obbligo mio.
Questa sera non lo facevo per te.
Andiamo.
Non c'è bisogno di lanternino.
C'è la lanterna del cielo.
E andarono per i vialetti inghiajati, tra le siepi di spigo fiorite.
Spiccavano bianche tutt'intorno, nel lume della luna, le tombe gentilizie e nere per terra, con la loro ombra da un lato, come a giacere, le croci di ferro dei poveri.
Piú distinto, piú chiaro, veniva dalle campagne vicine il tremulo canto dei grilli e, da lontano, il borboglío continuo del mare.
- Qua, - disse il Chírico, indicando una bassa, rustica tomba, su cui era murata una lapide che ricordava il naufragio e le tre vittime del dovere.
- C'è anche lo Sparti, - aggiunse, vedendo cader Marastella in ginocchio innanzi alla tomba, singhiozzante.
- Tu piangi qua...
Io andrò piú là; non è lontano...
La luna guardava dal cielo il piccolo camposanto su l'altipiano.
Lei sola vide quelle due ombre nere su la ghiaja gialla d'un vialetto presso due tombe, in quella dolce notte d'aprile.
Don Lisi, chino su la fossa della prima moglie, singhiozzava:
- Nunzia', Nunzia', mi senti?
IL "FUMO"
I
Appena i zolfatari venivan sú dal fondo della "buca" col fiato ai denti e le ossa rotte dalla fatica, la prima cosa che cercavano con gli occhi era quel verde là della collina lontana, che chiudeva a ponente l'ampia vallata.
Qua, le coste aride, livide di tufi arsicci, non avevano piú da tempo un filo d'erba, sforacchiate dalle zolfare come da tanti enormi formicaj e bruciate tutte dal fumo.
Sul verde di quella collina, gli occhi infiammati, offesi dalla luce dopo tante ore di tenebra laggiú, si riposavano.
A chi attendeva a riempire di minerale grezzo i forni o i "calcheroni", a chi vigilava alla fusione dello zolfo, o s'affaccendava sotto i forni stessi a ricevere dentro ai giornelli che servivan da forme lo zolfo bruciato che vi colava lento come una densa morchia nerastra, la vista di tutto quel verde lontano alleviava anche la pena del respiro, l'agra oppressura del fumo che s'aggrappava alla gola, fino a promuovere gli spasimi piú crudeli e le rabbie dell'asfissia.
I carusi, buttando giú il carico dalle spalle peste e scorticate, seduti su i sacchi, per rifiatare un po' all'aria, tutti imbrattati dai cretosi acquitrini lungo le gallerie o lungo la lubrica scala a gradino rotto della "buca", grattandosi la testa e guardando a quella collina attraverso il vitreo fiato sulfureo che tremolava al sole vaporando dai "calcheroni" accesi o dai forni, pensavano alla vita di campagna, vita lieta per loro, senza rischi, senza gravi stenti là all'aperto, sotto il sole, e invidiavano i contadini.
- Beati loro!
Per tutti, infine, era come un paese di sogno quella collina lontana.
Di là veniva l'olio alle loro lucerne che a mala pena rompevano il crudo tenebrore della zolfara; di là il pane, quel pane solido e nero che li teneva in piedi per tutta la giornata, alla fatica bestiale; di là il vino, l'unico loro bene, la sera, il vino che dava loro il coraggio, la forza di durare a quella vita maledetta, se pur vita si poteva chiamare: parevano, sottoterra, tanti morti affaccendati.
I contadini della collina, all'incontro, perfino sputavano: - Puh! - guardando a quelle coste della vallata.
Era là il loro nemico: il fumo devastatore.
E quando il vento spirava di là, recando il lezzo asfissiante dello zolfo bruciato, guardavano gli alberi come a difenderli e borbottavano imprecazioni contro quei pazzi che s'ostinavano a scavar la fossa alle loro fortune e che, non contenti d'aver devastato la vallata, quasi invidiosi di quell'unico occhio di verde, avrebbero voluto invadere coi loro picconi e i loro forni anche le belle campagne.
Tutti, infatti, dicevano che anche sotto la collina ci doveva esser lo zolfo.
Quelle creste in cima, di calcare siliceo e, piú giú, il briscale degli affioramenti lo davano a vedere; gl'ingegneri minerarii avevano piú volte confermato la voce.
Ma i proprietarii di quelle campagne, quantunque tentati insistentemente con ricche profferte, non solo non avevan voluto mai cedere in affitto il sottosuolo, ma neanche alla tentazione di praticar loro stessi per curiosità qualche assaggio, cosí sopra sopra.
La campagna era lí, stesa al sole, che tutti potevano vederla: soggetta sí alle cattive annate, ma compensata poi anche dalle buone; la zolfara, all'incontro, cieca, e guaj a scivolarci dentro.
Lasciare il certo per l'incerto sarebbe stata impresa da pazzi.
Queste considerazioni, che ciascuno di quei proprietarii della collina ribadiva di continuo nella mente dell'altro, volevano essere come un impegno per tutti di resistere uniti alle tentazioni, sapendo bene che se uno di loro avesse ceduto e una zolfara fosse sorta là in mezzo, tutti ne avrebbero sofferto; e allora, cominciata la distruzione, altre bocche d'inferno si sarebbero aperte e, in pochi anni, tutti gli alberi, tutte le piante sarebbero morti, attossicati dal fumo, e addio campagne!
II
Tra i piú tentati era don Mattia Scala che possedeva un poderetto con un bel giro di mandorli e d'olivi a mezza costa della collina, ove, per suo dispetto, affiorava con piú ricca promessa il minerale.
Parecchi ingegneri del R.
Corpo delle Miniere eran venuti a osservare, a studiare quegli affioramenti e a far rilievi.
Lo Scala li aveva accolti come un marito geloso può accogliere un medico, che gli venga in casa a visitare qualche segreto male della moglie.
Chiudere la porta in faccia a quegli ingegneri governativi che venivan per dovere d'ufficio, non poteva.
Si sfogava in compenso a maltrattare quegli altri che, o per conto di qualche ricco produttore di zolfo o di qualche società mineraria, venivano a proporgli la cessione o l'affitto del sottosuolo.
- Corna, vi cedo! - gridava.
- Neanche se m'offriste i tesori di Creso; neanche se mi diceste: Mattia, raspa qua con un piede, come fanno le galline; ci trovi tanto zolfo, che diventi d'un colpo piú ricco di...
che dico? di re Fàllari! Non rasperei, parola d'onore.
E se, poco poco, quelli insistevano:
- Insomma, ve n'andate, o chiamo i cani?
Gli avveniva spesso di ripetere questa minaccia dei cani, perché il suo poderetto aveva il cancello su la trazzera, cioè su la via mulattiera che traversava la collina, accavalcandola, e che serviva da scorciatoja agli operai delle zolfare, ai capimastri, a gl'ingegneri direttori, che dalla prossima città si recavano alla vallata o ne tornavano.
Ora, quest'ultimi segnatamente pareva avessero preso gusto a farlo stizzire; e, almeno una volta la settimana, si fermavano innanzi al cancello, vedendo don Mattia lí presso, per domandargli:
- Niente, ancora?
- Tè, Scampirro! Tè, Regina!
Don Mattia, per chiasso, chiamava davvero i cani.
Aveva avuto anche lui un tempo la mania delle zolfare, per cui s'era ridotto - eccolo là - scannato miserabile! Ora non poteva veder neanche da lontano un pezzo di zolfo che subito, con rispetto parlando, non si sentisse rompere lo stomaco.
- E che è, il diavolo? - gli domandavano.
E lui:
- Peggio! Perché vi danna l'anima, il diavolo, ma vi fa ricchi, se vuole! Mentre lo zolfo vi fa piú poveri di Santo Giobbe; e l'anima ve la danna lo stesso!
Parlando, pareva il telegrafo.
(Il telegrafo s'intende come usava prima, ad asta.) Lungo lungo, allampanato, sempre col cappellaccio bianco in capo, buttato indietro, a spera; e portava agli orecchi un pajo di catenaccetti d'oro, che davano a vedere quello che, del resto, egli non si curava di nascondere, come fosse cioè venuto sú da una famiglia mezzo popolana e mezzo borghese.
Nel volto raso, pallido, di quel pallore proprio dei biliosi, gli spiccavano stranamente le sopracciglia enormi, spioventi, come un gran pajo di baffi che si fosse sfogato a crescer lí, visto che giú, sul labbro, non gli era nemmen permesso di spuntare.
E sotto, all'ombra di quelle sopracciglia, gli lampeggiavano gli occhi chiari, taglienti, vivi vivi, mentre le narici del gran naso aquilino, energico, gli si dilatavano di continuo e fremevano.
Tutti i possidenti della collina gli volevano bene.
Ricordavano com'egli, molto ricco un giorno, fosse venuto lí a pigliar possesso di quei pochi ettari di terra comperati dopo la rovina, col denaro ricavato dalla vendita della casa in città e di tutte le masserizie di essa e delle gioje della moglie morta di crepacuore; ricordavano come si fosse prima rintanato nelle quattro stanze della casa rustica annessa al podere, senza voler vedere nessuno, insieme con una ragazza di circa sedici anni, Jana, che tutti in principio avevano creduto sua figlia e che poi s'era saputo esser la sorella minore d'un tal Dima Chiarenza, cioè proprio di quell'infame che lo aveva tradito e rovinato.
C'era tutta una storia sotto.
Lo Scala aveva conosciuto questo Chiarenza ragazzo, e lo aveva sempre ajutato, sapendolo orfano di padre e di madre, con quella sorellina molto piú piccola di lui; se l'era anzi preso con sé per farlo lavorare; poi, avendolo sperimentato veramente esperto e amante del lavoro, aveva voluto averlo anche socio nell'affitto d'una zolfara.
Tutte le spese per la lavorazione se l'era accollate lui; Dima Chiarenza doveva soltanto star lí, sul posto, vigilare all'amministrazione e ai lavori.
Intanto Jana (Januzza, come la chiamavano) gli cresceva in casa.
Ma don Matria aveva anche un figlio (unico!) quasi della stessa età, che si chiamava Neli.
Si sa, presto padre e madre s'erano accorti che i due ragazzi avevano preso a volersi bene, non come fratello e sorella; e per non tener la paglia accanto al fuoco e dare tempo al tempo, avevano pensato giudiziosamente d'allontanare dalla casa Neli, che non aveva ancora diciotto anni, e lo avevano mandato alla zolfara, a tener compagnia e a prestare ajuto al Chiarenza.
Fra due, tre anni, li avrebbero sposati, se tutto, come pareva, fosse andato bene.
Poteva mai sospettare don Mattia Scala che Dima Chiarenza, di cui si fidava come di se stesso, Dima Chiarenza, ch'egli aveva raccolto dalla strada, trattato come un figliuolo e messo a parte degli affari, Dima Chiarenza lo dovesse tradire, come Giuda tradí Cristo?
Proprio cosí! S'era messo d'accordo, l'infame, con l'ingegnere direttore della zolfara, d'accordo coi capimastri, coi pesatori, coi carrettieri, per rubarlo a man salva su le spese d'amministrazione, su lo zolfo estratto, finanche sul carbone che doveva servire ad alimentar le macchine per l'eduzione delle acque sotterranee.
E la zolfara, una notte, gli s'era allagata, irreparabilmente, distruggendo l'impianto del piano inclinato, che allo Scala costava piú di trecento mila lire.
Neli, che in quella notte d'inferno s'era trovato sul luogo e aveva partecipato agl'inutili sforzi disperati per impedire il disastro, presentendo l'odio che il padre da quell'ora avrebbe portato al Chiarenza, e in cui forse avrebbe coinvolto Jana, la sorella innocente, la sua Jana; temendo che avrebbe chiamato anche lui, forse, responsabile della rovina per non essersi accorto o per non aver denunziato a tempo il tradimento di quel Giuda che doveva esser tra poco suo cognato; nella stessa notte, era fuggito come un pazzo, in mezzo alla tempesta; e scomparso, senza lasciar nessuna traccia di sé.
Pochi giorni dopo la madre era morta, assistita amorosamente da Jana, e lo Scala s'era trovato solo, in casa, rovinato, senza piú la moglie, senza piú il figlio, solo con quella ragazza, la quale, come impazzita dall'onta e dal cordoglio, s'era stretta a lui, non aveva voluto lasciarlo, aveva minacciato di buttarsi da una finestra s'egli la avesse respinta in casa del fratello.
Vinto da quella fermezza e reprimendo la repulsione che la sua vista ora gli destava, lo Scala aveva condisceso a condurla con sé, vestita di nero, come una figliuola due volte orfana, là, nel poderetto acquistato allora.
Uscendo a poco a poco, con l'andar del tempo, dal suo lutto, s'era messo a scambiare qualche parola coi vicini e a dar notizie di sé e della ragazza.
- Ah, non è figlia vostra?
- No.
Ma come se fosse.
Si vergognava dapprima a dir chi era veramente.
Del figlio, non diceva nulla.
Era una spina troppo grande.
E del resto, che notizie poteva darne? Non ne aveva.
Se n'era tanto occupata la questura, ma senza venire a capo di nulla.
Dopo alcuni anni, però, Jana, stanca d'aspettar cosí senza speranza il ritorno del fidanzato, aveva voluto tornarsene in città, in casa del fratello, il quale, sposata una vecchia di molti denari, famigerata usuraja, s'era messo a far l'usurajo anche lui, ed era adesso tra i piú ricchi del paese.
Cosí lo Scala era restato solo, lí, nel poderetto.
Otto anni erano già trascorsi e, almeno apparentemente, aveva ripreso l'umore di prima; era divenuto amico di tutti i proprietarii della collina che, spesso, sul tramonto venivano a trovarlo dai poderi vicini.
Pareva che la campagna avesse voluto compensarlo dei danni della zolfara.
Era pure stata una fortuna l'aver potuto acquistare quei pochi ettari di terra, perché uno dei proprietarii dei sei poderi in cui era frazionata la collina, il Butera, riccone, s'era fitto in capo di diventar col tempo padrone di tutte quelle terre.
Prestava denaro e andava a mano a mano allargando i confini del suo fondo.
Già s'era annesso quasi metà del podere di un certo Nino Mo; e aveva ridotto un altro proprietario, il Làbiso, a vivere in un pezzettino di terra largo quanto un fazzoletto da naso, anticipandogli la dote per cinque figliuole; teneva da un pezzo gli occhi anche su le terre del Lopes; ma questi, per bizza, dovendo disfarsi dopo una serie di male annate d'una parte della sua tenuta, s'era contentato di venderla, anche a minor prezzo, a un estraneo: allo Scala.
In pochi anni, buttatosi tutto al lavoro, per distrarsi dalle sue sciagure, don Mattia aveva talmente beneficato quei pochi ettari di terra, che ora gli amici, il Lopes stesso, quasi stentavano a riconoscerli; e ne facevano le meraviglie.
Il Lopes, veramente, si rodeva dentro dalla gelosia.
Rosso di pelo, dal viso lentigginoso, e tutto sciamannato, teneva di solito il cappello buttato sul naso, come per non veder piú niente, né nessuno; ma sotto la falda di quel cappello qualche occhiata obliqua gli sguisciava di tanto in tanto, come nessuno s'aspettava da quei grossi occhi verdastri che pareva covassero il sonno.
Girato il podere, gli amici si riducevano su lo spiazzetto innanzi alla cascina,
Là, lo Scala li invitava a sedere sul murello che limitava giro giro, sul davanti, la scarpata su cui la cascina era edificata.
Ai piedi di quella scarpata, dalla parte di dietro, sorgevano, come a proteggere la cascina, certe pioppe nere, alte alte, di cui don Mattia non si sapeva dar pace, perché il Lopes ce l'avesse piantate.
- Che stanno a farci? Me lo dite? Non danno frutto e ingombrano.
- E voi buttatele a terra e fatene carbone, - gli rispondeva, indolente, il Lopes.
Ma il Butera consigliava:
- Vedete un po', prima di buttarle giú, se qualcuno ve le prende.
- E chi volete che le prenda?
- Mah! Quelli che fanno i Santi di legno.
- Ah! I Santi! Guarda, guarda! Ora capisco, - concludeva don Mattia - se li fanno di questo legno, perché non fanno piú miracoli i Santi!
Su quelle pioppe, al vespro, si davano convegno tutti i passeri della collina, e col loro fitto, assordante cinguettío disturbavano gli amici che si trattenevano lí a parlare, al solito, delle zolfare e dei danni delle imprese minerarie.
Moveva quasi sempre il discorso Nocio Butera, il quale, com'era il possidente piú ricco, cosí era anche la piú grossa pancia di tutte quelle contrade.
Era avvocato, ma una volta sola in vita sua, poco dopo ottenuta la laurea, s'era provato a esercitar la professione: s'era impappinato nel bel meglio della sua prima arringa; smarrito; con le lagrime in pelle, come un bambino, lí, davanti ai giurati e alla Corte aveva levato le braccia, a pugni chiusi, contro la Giustizia raffigurata nella volta con tanto di bilancia in mano, gemendo, esasperato: - "Eh che! Santo Dio!" - perché, povero giovine, aveva sudato una camicia a cacciarsi l'arringa a memoria e credeva di poterla recitare proprio bene, tutta filata, senza impuntature.
Ogni tanto, ancora, qualcuno gli ricordava quel fiasco famoso:
- Eh che, don No', santo Dio!
E Nocio Butera figurava di sorriderne anche lui, ora, masticando: - Già...
già...
- mentre si grattava con le mani paffute le fedine nere su le guance rubiconde o s'aggiustava sul naso a gnocco o su gli orecchi il sellino o le staffe degli occhiali d'oro.
Veramente avrebbe potuto riderne di cuore, perché, se come avvocato aveva fatto quella pessima prova, come coltivatore di campi e amministratore di beni, via, portava bandiera.
Ma l'uomo, si sa, l'uomo non si vuol mai contentare, e Nocio Butera pareva godesse soltanto nel sapere che altri, come lui, aveva fatto cilecca in qualche impresa.
Veniva nel fondo dello Scala unicamente per annunziar la rovina prossima o già accaduta di questo o di quello, e per spiegarne le ragioni e dimostrare cosí, che a lui non sarebbe certo accaduta.
Tino Làbiso, lungo lungo, rinfichito, tirava dalla tasca dei calzoni un pezzolone a dadi rossi e neri, vi strombettava dentro col naso che pareva una buccina marina; poi ripiegava diligentemente il pezzolone, se lo ripassava, cosí ripiegato, parecchie volte sotto il naso, e se lo rimetteva in tasca; infine, da uomo prudente, che non si lascia mai scappar giudizii avventati, diceva:
- Può essere.
- Può essere? È è è! - scattava Nino Mo, che non poteva soffrire quell'aria flemmatica del Làbiso.
Il Lopes accennava di scuotersi dalla cupa noja e, sotto al cappellaccio buttato sul naso, consigliava con voce sonnolenta:
- Lasciate parlare don Mattia che se n'intende piú di voi.
Ma don Mattia, ogni volta, prima di mettersi a parlare, si recava in cantina per offrire agli amici un buon boccale di vino.
- Aceto, avvelenatevi!
Beveva anche lui, sedeva, s'attortigliava le gambe e domandava:
- Di che si tratta?
- Si tratta, - prorompeva al solito Nino Mo, - che sono tante bestie, tutti, a uno a uno!
- Chi?
- Ma quei figli di cane! I zolfatari.
Scavano, scavano, e il prezzo dello zolfo giú, giú, giú! Senza capire che fanno la loro e la nostra rovina; perché tutti i danari vanno a finir là, in quelle buche, in quelle bocche d'inferno sempre affamate, bocche che ci mangiano vivi!
- E il rimedio, scusate? - tornava a domandare lo Scala.
- Limitare, - rispondeva allora placidamente Nocio Butera - limitare la produzione dello zolfo.
L'unica, per me, sarebbe questa.
- Madonna, che locco! - esclamava subito don Mattia Scala sorgendo in piedi per gestire piú liberamente: - Scusate, don Nocio mio, locco, sí, locco e ve lo provo! Dite un po': quante, tra mille zolfare, credete che siano coltivate direttamente, in economia, dai proprietarii? Duecento appena! Tutte le altre sono date in affitto.
Tu, Tino Làbiso, ne convieni?
- Può essere, - ripeteva Tino Làbiso, intento e grave.
E Nino Mo:
- Può essere? È è è!
Don Mattia protendeva le mani per farlo tacere.
- Ora, don Nocio mio, quanto vi pare che duri, per l'ingordigia e la prepotenza dei proprietarii panciuti come voi, l'affitto d'una zolfara? Dite su! dite su!
- Dieci anni? - arrischiava, incerto, il Butera, sorridendo con aria di condiscendente superiorità.
- Dodici, - concedeva lo Scala - venti, anzi, qualche volta.
Bene, e che ve ne fate? che frutto potete cavarne in cosí poco tempo? Per quanto lesti e fortunati si sia, in venti anni non c'è modo neanche di rifarsi delle spese che ci vogliono per coltivare come Dio comanda una zolfara.
Questo, per dirvi che, data in commercio una minore domanda, se è possibile che il proprietario coltivatore rallenti la produzione per non rinvilire la merce, non sarà mai possibile per l'affittuario a breve scadenza, il quale, facendolo, sacrificherebbe i proprii interessi a beneficio del successore.
Dunque l'impegno, l'accanimento dell'affittuario nel produrre quanto piú gli sia possibile, mi spiego? Poi, sprovvisto com'è quasi sempre di mezzi, deve per forza smerciar subito il suo prodotto, a qualunque prezzo, per seguitare il lavoro; perché, se non lavora - voi lo sapete - il proprietario gli toglie la zolfara.
E, per conseguenza, come dice Nino Mo: lo zolfo giú, giú, giú, come se fosse pietraccia vile.
Ma, del resto, voi don Nocio che avete studiato, e tu Tino Làbiso: sapreste dirmi che diavolo sia lo zolfo e a che cosa serva?
Finanche il Lopes, a questa domanda speciosa, si voltava a guardare con gli occhi sbarrati.
Nino Mo si cacciava in tasca le mani irrequiete, come se volesse cercarvi rabbiosamente la risposta; mentre Tino Làbiso tirava al solito daccapo il pezzolone per soffiarsi il naso e prender tempo, da uomo prudente.
- Oh bella! - esclamava intanto Nocio Butera, imbarazzato anche lui.
- Serve...
serve per...
per inzolfare le viti, serve.
- E...
e anche per...
già, per i fiammiferi di legno, mi pare, - aggiungeva Tino Làbiso ripiegando con somma diligenza il fazzoletto.
- Mi pare...
mi pare...
- si metteva a sghignazzare don Mattia Scala.
- Che vi pare? È proprio cosí! Questi due soli usi ne conosciamo noi.
Domandatene a chi volete: nessuno vi saprà dire per che altro serva lo zolfo.
E intanto lavoriamo, ci ammazziamo a scavarlo, poi lo trasportiamo giú alle marine, dove tanti vapori inglesi, americani, tedeschi, francesi, perfino greci, stanno pronti con le stive aperte come tante bocche a ingojarselo; ci tirano una bella fischiata, e addio! Che ne faranno, di là, nei loro paesi? Nessuno lo sa; nessuno si cura di saperlo! E la ricchezza nostra, intanto, quella che dovrebbe essere la ricchezza nostra, se ne va via cosí dalle vene delle nostre montagne sventrate, e noi rimaniamo qua, come tanti ciechi, come tanti allocchi, con le ossa rotte dalla fatica e le tasche vuote.
Unico guadagno: le nostre campagne bruciate dal fumo.
I quattro amici, a questa vivace, lampantissima dimostrazione della cecità con cui si esercitava l'industria e il commercio di quel tesoro concesso dalla natura alle loro contrade e intorno a cui pur ferveva tanta briga, tanta guerra di lucro, insidiosa e spietata, restavano muti, come oppressi da una condanna di perpetua miseria.
Allora lo Scala, riprendendo il primo discorso, si metteva a rappresentar loro tutti gli altri pesi, a cui doveva sottostare un povero affittuario di zolfare.
Li sapeva tutti, lui, per averli purtroppo sperimentati.
Ed ecco, oltre l'affitto breve, l'estaglio, cioè la quota d'affitto che doveva esser pagata in natura, sul prodotto lordo, al proprietario del suolo, il quale non voleva affatto sapere se il giacimento fosse ricco o povero, se le zone sterili fossero rare o frequenti, se il sotterraneo fosse asciutto o invaso dalle acque, se il prezzo fosse alto o basso, se insomma l'industria fosse o no remunerativa.
E, oltre l'estaglio, le tasse governative d'ogni sorta; e poi l'obbligo di costruire, non solo le gallerie inclinate per l'accesso alla zolfara e quella per la ventilazione e i pozzi per l'estrazione e l'eduzione delle acque; ma anche i calcheroni, i forni, le strade, i caseggiati e quanto mai potesse occorrere alla superficie per l'esercizio della zolfara.
E tutte queste costruzioni, alla fine del contratto, dovevano rimanere al proprietario del suolo, il quale, per giunta, esigeva che tutto gli fosse consegnato in buon ordine e in buono stato.
Come se le spese fossero state a suo carico.
Né bastava! Neppur dentro le gallerie sotterranee l'affittuario era padrone di lavorare a suo modo, ma ad archi, o a colonne, o a pasture, come il proprietario imponeva, talvolta anche contro le esigenze stesse del terreno.
Si doveva esser pazzi o disperati, no?, per accettar siffatte condizioni, per farsi mettere cosí i piedi sul collo.
Chi erano, infatti, per la maggior parte i produttori di zolfo? Poveri diavoli, senza il becco d'un quattrino, costretti a procacciarsi i mezzi, per coltivar la zolfara presa in affitto, dai mercanti di zolfo delle marine, che li assoggettavano ad altre usure, ad altre soperchierie.
Tirati i conti, che cosa restava, dunque, ai produttori? E come avrebbero potuto dare, essi, un men tristo salario a quei disgraziati che faticavano laggiú, esposti continuamente alla morte? Guerra, dunque, odio, fame, miseria per tutti; per i produttori, per i picconieri, per quei poveri ragazzi oppressi, schiacciati da un carico superiore alle loro forze, su e giú per le gallerie e le scale della buca.
Quando lo Scala terminava di parlare e i vicini si alzavano per tornarsene alle loro abitazioni rurali, la luna, alta e come smarrita nel cielo, quasi non fosse di quella notte, ma la luna d'un tempo lontano lontano, dopo il racconto di tante miserie, illuminando le due coste della vallata ne faceva apparir piú squallida e piú lugubre la desolazione.
E ciascuno, avviandosi, pensava che là, sotto quelle coste cosí squallidamente rischiarate, cento, duecento metri sottoterra, c'era gente che s'affannava ancora a scavare, a scavare, poveri picconieri sepolti laggiú, a cui non importava se sú fosse giorno o notte, poiché notte era sempre per loro.
III
Tutti, a sentirlo parlare, credevano che lo Scala avesse già dimenticato i dolori passati e non si curasse piú di nulla ormai, tranne di quel suo pezzetto di terra, da cui non si staccava piú da anni, nemmeno per un giorno.
Del figliuolo scomparso, sperduto per il mondo - se qualche volta ne parlava, perché qualcuno gliene moveva il discorso - si sfogava a dir male, per l'ingratitudine che gli aveva dimostrata, per il cuor duro di cui aveva dato prova.
- Se è vivo, - concludeva - è vivo per sé; per me, è morto, e non ci penso piú.
Diceva cosí, ma, intanto, non partiva per l'America da tutti quei dintorni un contadino, dal quale non si recasse di nascosto, alla vigilia della partenza, per consegnargli segretamente una lettera indirizzata a quel suo figliuolo.
- Non per qualche cosa, oh! Se niente niente t'avvenisse di vederlo o d'averne notizia, laggiú.
Molte di quelle lettere gli eran tornate indietro, con gli emigranti rimpatriati dopo quattro o cinque anni, gualcite, ingiallite, quasi illeggibili ormai.
Nessuno aveva visto Neli, né era riuscito ad averne notizia, né all'Argentina, né al Brasile, né agli Stati Uniti.
Egli ascoltava, poi scrollava le spalle:
- E che me n'importa? Da' qua, da' qua.
Non mi ricordavo piú neanche d'averti dato questa lettera per lui.
Non voleva mostrare agli estranei la miseria del suo cuore, l'inganno in cui sentiva il bisogno di persistere ancora: che il figlio, cioè, fosse là, in America, in qualche luogo remoto, e che dovesse un giorno o l'altro ritornare, venendo a sapere ch'egli s'era adattato alla nuova condizione e possedeva una campagna, dove viveva tranquillo, aspettandolo.
Era poca, veramente, quella terra; ma da parecchi anni don Mattia covava, di nascosto al Butera, il disegno d'ingrandirla, acquistando la terra d'un suo vicino, col quale già s'era messo a prezzo e accordato.
Quante privazioni, quanti sacrifizii non s'era imposti, per metter da parte quanto gli bisognava per attuare quel suo disegno! Era poca, sí, la sua terra; ma da un pezzo egli, affacciandosi al balcone della cascina, s'era abituato a saltar con gli occhi il muro di cinta tra il suo podere e quello del vicino e a considerar come sua tutta quanta quella terra.
Raccolta la somma convenuta, aspettava solamente che il vicino si risolvesse a firmare il contratto e a sloggiare di là.
Gli sapeva mill'anni, allo Scala; ma, per disgrazia, gli era toccato ad aver da fare con un benedett'uomo! Buono, badiamo, quieto, garbato, remissivo, don Filippino Lo Cícero, ma senza dubbio un po' svanito di cervello.
Leggeva dalla mattina alla sera certi libracci latini, e viveva solo in campagna con una scimmia che gli avevano regalata.
La scimmia si chiamava Tita; era vecchia e tisica per giunta.
Don Filippino la curava come una figliuola, la carezzava, s'assoggettava senza mai ribellarsi a tutti i capricci di lei; con lei parlava tutto il giorno, certissimo d'esser compreso.
E quando essa, triste per la malattia, se ne stava arrampicata su la trabacca del letto, ch'era il suo posto preferito, egli, seduto su la poltrona, si metteva a leggerle qualche squarcio delle Georgiche o delle Bucoliche:
- Tityre, tu patulae...
Ma quella lettura era di tratto in tratto interrotta da certi soprassalti d'ammirazione curiosissimi: a qualche frase, a qualche espressione, talvolta anche per una semplice parola, di cui don Filippino comprendeva la squisita proprietà o gustava la dolcezza, posava il libro su le ginocchia, socchiudeva gli occhi e si metteva a dire celerissimamente: - Bello! bello! bello! bello! bello! - abbandonandosi man mano su la spalliera, come se svenisse dal piacere.
Tita allora scendeva dalla trabacca e gli montava sul petto, angustiata, costernata; don Filippino la abbracciava e le diceva, al colmo della gioja:
- Senti, Tita, senti...
Bello! bello! bello! bello! bello...
Ora don Mattia Scala voleva la campagna: aveva fretta, cominciava a essere stufo, e aveva ragione: la somma convenuta era pronta - e notare che quel denaro a don Filippino avrebbe fatto tanto comodo; ma, Dio benedetto, come avrebbe poi potuto in città gustar la poesia pastorale e campestre del suo divino Virgilio?
- Abbi pazienza, caro Mattia!
La prima volta che lo Scala s'era sentito rispondere cosí, aveva sbarrato tanto d'occhi:
- Mi burlate, o dite sul serio?
Burlare? Ma neanche per sogno! Diceva proprio sul serio, don Filippino.
Certe cose lo Scala, ecco, non le poteva capire.
E poi c'era Tita, Tita ch'era abituata a vivere in campagna, e che forse non avrebbe piú saputo farne a meno, poverina.
Nei giorni belli don Filippino la conduceva a passeggio, un po' facendola camminare pian pianino coi suoi piedi, un po' reggendola in braccio, come fosse una bambina; poi sedeva su qualche masso a piè d'un albero; Tita allora s'arrampicava sui rami e, spenzolandosi, afferrata per la coda, tentava di ghermirgli la papalina per il fiocco o di acciuffargli la parrucca o di strappargli il Virgilio dalle mani.
- Bonina, Tita, bonina! Fammi questo piacere, povera Tita!
Povera, povera, sí, perché era condannata, quella cara bestiola.
E Mattia Scala, dunque, doveva avere ancora un po' di pazienza.
- Aspetta almeno, - gli diceva don Filippino - che questa povera bestiola se ne vada.
Poi la campagna sarà tua.
Va bene?
Ma era già passato piú d'un anno di comporto, e quella brutta bestiaccia non si risolveva a crepare.
- Vogliamo farla invece guarire? - gli disse un giorno lo Scala.
- Ho una ricetta coi fiocchi!
Don Filippino lo guardò sorridente, ma pure con una cert'ansia, e domandò:
- Mi burli?
- No.
Sul serio.
Me l'ha data un veterinario che ha studiato a Napoli: bravissimo.
- Magari, caro Mattia!
- Dunque fate cosí.
Prendete quanto un litro d'olio fino.
Ne avete, olio fino? ma fino, proprio fino?
- Lo compro, anche se dovessi pagarlo sangue di papa.
- Bene.
Quanto un litro.
Mettetelo a bollire, con tre spicchi d'aglio, dentro.
- Aglio?
- Tre spicchi.
Date ascolto a me.
Quando l'olio comincerà a muoversi, prima che alzi il bollo, toglietelo dal fuoco.
Prendete allora una buona manata di farina di Majorca e buttatecela dentro.
- Farina di Majorca?
- Di Majorca, gnorsí.
Mestate; poi, quando si sarà ridotta come una pasta molle, oleosa, applicatela, ancora calda, sul petto e su le spalle di quella brutta bestia; ricopritela ben bene di bambagia, di molta bambagia, capite?
- Benissimo: di bambagia; e poi?
- Poi aprite una finestra e buttatela giú.
- Ohooo! - miaolò don Filippino.
- Povera Tita!
- Povera campagna, dico io! Voi non ci badate; io debbo guardarla da lontano, e intanto, pensate: non c'è piú vigna; gli alberi aspettano da una diecina d'anni almeno, la rimonda; i frútici crescono senza innesti, coi polloni sparpagliati, che si succhian la vita l'un l'altro e par che chiedano ajuto da tutte le parti; di molti olivi non resta che da far legna.
Che debbo comperarmi, alla fine? Possibile seguitare cosí?
Don Filippino, a queste rimostranze, faceva una faccia talmente afflitta, che don Mattia non si sentiva piú l'animo d'aggiunger altro.
Con chi parlava, del resto? Quel pover'uomo non era di questo mondo.
Il sole, il sole vero, il sole della giornata non era forse mai sorto per lui: per lui sorgevano ancora i soli del tempo di Virgilio.
Aveva vissuto sempre là, in quella campagna, prima insieme con lo zio prete, che, morendo, gliel'aveva lasciata in eredità, poi sempre solo.
Orfano a tre anni, era stato accolto e cresciuto da quello zio, appassionato latinista e cacciatore per la vita.
Ma di caccia don Filippino non s'era mai dilettato, forse per l'esperienza fatta su lo zio, il quale - quantunque prete - era terribilmente focoso: l'esperienza cioè, di due dita saltate a quella buon'anima, dalla mano sinistra, nel caricare il fucile.
Si era dato tutto al latino, lui, invece, con passione quieta, contentandosi di svenire dal piacere, parecchie volte, durante la lettura; mentre l'altro, lo zio prete, si levava in piedi, nei suoi soprassalti d'ammirazione, infocato in volto, con le vene della fronte cosí gonfie che pareva gli volessero scoppiare, e leggeva ad altissima voce e in fine prorompeva, scaraventando il libro per terra o su la faccia rimminchionita di don Filippino:
- Sublime, santo diavolo!
Morto di colpo questo zio, don Filippino era rimasto padrone della campagna; ma padrone per modo di dire.
In vita, lo zio prete aveva anche posseduto una casa nella vicina città, e questa casa aveva lasciato nel testamento al figliuolo di un'altra sua sorella, il quale si chiamava Saro Trigona.
Ora forse, costui, considerando la propria condizione di sfortunato sensale di zolfo, di sfortunatissimo padre di famiglia con una caterva di figliuoli, s'aspettava che lo zio prete lasciasse tutto a lui, la casa e la campagna, con l'obbligo, si capisce, di prendere con sé e di mantenere, vita natural durante, il cugino Lo Cícero, il quale, cresciuto sempre come un figlio di famiglia, sarebbe stato inetto, per altro, ad amministrar da sé quella campagna.
Ma, poiché lo zio non aveva avuto per lui questa considerazione, Saro Trigona, non potendo per diritto, cercava di trar profitto in tutte le maniere anche dell'eredità del cugino, e mungeva spietatamente il povero don Filippino.
Quasi tutti i prodotti della campagna andavano a lui: frumento, fave, frutta, vino, ortaggi; e, se don Filippino ne vendeva qualche parte di nascosto, come se non fosse roba sua, il cugino Saro, scoprendo la vendita, gli piombava in campagna su le furie, quasi avesse scoperto una frode a suo danno, e invano don Filippino gli dimostrava umilmente che quel denaro gli serviva per i molti lavori di cui la campagna aveva bisogno.
Voleva il denaro:
- O mi uccido! - gli diceva, accennando di cavar la rivoltella dal fodero sotto la giacca.
- Mi uccido qua, davanti a te Filippino, ora stesso! Perché non ne posso piú, credimi! Nove figliuoli, Cristo sacrato, nove figliuoli che mi piangono per il pane!
E meno male quando veniva solo, in campagna, a far quelle scenate! Certe volte conduceva con sé la moglie e la caterva dei figliuoli.
A don Filippino, abituato a vivere sempre solo, gli pareva d'andar via col cervello.
Quei nove nipoti, tutti maschi, il maggiore dei quali non aveva ancora quattordici anni, quantunque "piangenti per il pane" prendevano d'assalto, come nove demonii scatenati, la tranquilla casa campestre dello zio; gli mettevano tutto sossopra: ballavano, ballavano proprio quelle stanze, dagli urli, dalle risa, dai pianti, dalle corse sfrenate; poi s'udiva, immancabilmente, il fracasso, il rovinío di qualche grossa rottura, almeno almeno di qualche specchio d'armadio andato in briciole; allora Saro Trigona balzava in piedi, gridando:
- Faccio l'organo! faccio l'organo!
Rincorreva, acciuffava quelle birbe; distribuiva calci, schiaffi, pugni, sculacciate; poi, com'essi si mettevano a strillare in tutti i toni, li disponeva in fila, per ordine d'altezza, e cosí facevano l'organo.
- Fermi là! Belli...
belli davvero, guarda, Filippino! Non sono da dipingere? Che sinfonia!
Don Filippino si turava gli orecchi, chiudeva gli occhi e si metteva a pestare i piedi dalla disperazione.
- Mandali via! Rompano ogni cosa; si portino via casa, alberi, tutto; ma lasciatemi in pace per carità!
Aveva torto, però, don Filippino.
Perché la cugina, per esempio, non veniva mai con le mani vuote a trovarlo in campagna: gli portava qualche papalina ricamata, con un bel fiocco di seta: come no? quella che teneva in capo; o un pajo di pantofole gli portava, pur ricamate da lei: quelle che teneva ai piedi.
E la parrucca? Dono e attenzione del cugino, per guardarlo dai raffreddori frequenti, a cui andava soggetto, per la calvizie p
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