SENILITA', di Italo Svevo - pagina 10
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L'aveva trovata tanto simile al ritratto che gliene era stato fatto, che gli era stato facile d'indovinarla subito, tutta.
Ma l'altro che sentiva ripetere le proprie parole non ne rimase affatto convinto.
Rispose ch'egli faceva all'amore a quel modo e che non avrebbe saputo contenersi altrimenti perché gli pareva che la dolcezza fosse la condizione essenziale per poter godere.
Ciò non significava mica ch'egli volesse prendere quella donna troppo sul serio.
Le aveva forse promesso di sposarla?
Stefano rise di cuore.
Emilio aveva mutato straordinariamente nelle ultime ore.
Pochi giorni prima - non se ne ricordava più? - appariva talmente impensierito del proprio stato da chiedere aiuto ai passanti.
- Non ho nulla in contrario che tu ti diverta, ma non mi pare che tu abbia la cera di divertirti assai.
Emilio aveva infatti la cera stanca.
La sua vita era stata sempre poco lieta, ma, dalla morte del padre in poi, molto tranquilla, e il suo organismo soffriva del nuovo regime.
Discreta come un'ombra, Amalia volle passare per la stanza.
Emilio la fermò per far tacere Stefano, ma poi i due uomini non seppero subito abbandonare il discorso incominciato.
Scherzosamente il Balli disse che la sceglieva per arbitra in una questione ch'ella non doveva conoscere.
Fra loro due, vecchi amici, sorgeva una disputa.
Il meglio che si potesse fare era di risolverla alla cieca, fidandosi in un giudizio di Dio che per quei casi doveva essere stato inventato.
Ma il giudizio di Dio non poteva più essere cieco perché Amalia aveva già capito di che si trattasse.
Ebbe un'occhiata di riconoscenza per il Balli, un'espressione intensa che non si sarebbe creduta possibile in quei piccoli occhi grigi.
Ella trovava finalmente un alleato, e l'amarezza che da tanto tempo le pesava sul cuore, si risolse in una grande speranza.
Fu sincera: - Ho già capito di che cosa si tratti.
Ella ha tanto ragione - il suono della voce invece che dare ragione chiedeva soccorso - basta vederlo sempre distratto e triste, stampata in faccia la fretta di abbandonare questa casa in cui mi lascia tanto sola.
Emilio l'ascoltava inquieto temendo che quelle lagnanze non degenerassero, come sempre, in pianti e singhiozzi.
Invece, parlando al Balli del proprio grande dolore, ella restò calma e sorridente.
Il Balli, che nel dolore di Amalia non scorgeva altro che un alleato nel suo litigio con Emilio, ne accompagnava le parole con gesti di rimprovero rivolti all'amico.
Ma le parole d'Amalia non s'accompagnarono più a quei gesti.
Ridendo lieta, ella raccontò: giorni prima era stata al passeggio con Emilio e aveva potuto osservare ch'egli si faceva inquieto quando vedeva in lontananza delle figure femminili di una certa statura e di un certo colore, alte alte, bionde bionde.
- Ho visto bene? - e rise, lieta che il Balli assentisse.
- Tanto lunga, tanto bionda? - Non v'era niente di offensivo per Emilio in questa derisione.
Ella era andata ad appoggiarsi a lui e gli teneva la bianca mano sulla testa, fraternamente.
Il Balli confermò: - Lunga come un soldato del re di Prussia, bionda tanto che può dirsi incolore.
Emilio rise, ma era ancora sempre col pensiero alla sua gelosia: -Basterebbe esser sicuro che non piaccia a te.
- E' geloso di me, capisce, del suo miglior amico! - urlò il Balli indignato.
- Si può capire - disse Amalia mitemente e quasi pregando il Balli di usar indulgenza con l'amico.
- Non si capisce! - disse Stefano protestando.
- Come può dire che si capisca una simile infamia?
Ella non rispose, ma restò della propria opinione con l'aspetto sicuro della persona che sa quello che si dice.
Credeva di aver pensato intensamente, e perciò di aver intuito lo stato d'animo del disgraziato fratello; lo aveva percepito invece nel proprio sentimento.
Ella era rossa, rossa.
Certi accenti di quel colloquio echeggiarono nell'anima sua come il suono delle campane nel deserto; lungi, lungi, percorsero spazi vuoti enormi, li misurarono, riempiendoli improvvisamente tutti, rendendoli sensibili, distribuendovi abbondantemente gioia e dolore.
Lungamente ella tacque.
Dimenticò che s'era parlato del fratello e pensò a se stessa.
Oh, cosa strana, meravigliosa! Ella aveva parlato altre volte d'amore, ma altrimenti, senz'indulgenza, perché non si doveva.
Come aveva preso sul serio quelimperativo che le era stato gridato nelle orecchie sin dall'infanzia.
Aveva odiato, disprezzato coloro che non avevano obbedito e in se stessa aveva soffocato qualunque tentativo di ribellione.
Era stata truffata! Il Balli era la virtù e la forza, il Balli che dell'amore parlava tanto serenamente, dell'amore che per lui non era stato mai un peccato.
Quanto doveva aver amato! Con la voce dolce e con quegli occhi azzurri, sorridenti, egli amava sempre tutto e tutti, anche lei.
Stefano restò a pranzo.
Un po' turbata, Amalia aveva annunziato che ci sarebbe stato poco da mangiare, ma il Balli ebbe anzi la sorpresa di trovare che in quella casa si mangiava molto bene.
Da anni Amalia passava una buona parte della sua giornata al focolare e s'era fatta una buona cuciniera quale occorreva al palato delicato d'Emilio.
Stefano era rimasto volentieri.
Gli pareva d'essere stato soccombente nella discussione con Emilio e gli restava accanto in attesa della rivincita, soddisfatto che Amalia gli desse ragione, lo scusasse e appoggiasse, tutta sua.
Per lui e per Amalia quel pranzo fu lietissimo.
Egli fu ciarliero.
Raccontò della sua prima gioventù ricca di avventure sorprendenti.
Quando la penuria che lo costringeva ad aiutarsi con espedienti più o meno delicati, ma sempre allegri, minacciava di farsi miseria, era capitato sempre il soccorso.
Raccontò in tutt'i dettagli un'avventura che lo aveva salvato dalla fame facendogli guadagnare una mancia per un cane trovato.
E sempre così: terminati gli studi, girovagava per Milano in procinto d'accettare il posto d'ispettore offertogli in un'azienda commerciale.
Come scultore era difficile d'incominciare la carriera; subito, agli esordii, sarebbe morto di fame.
Passando un giorno dinanzi ad un palazzo nel quale erano esposte le opere di un artista morto da poco, egli vi andò per dare l'ultimo addio alla scultura.
Vi trovò un amico e in due si misero a demolire senza pietà le opere esposte.
Con l'amarezza che gli derivava dalla sua posizione disperata, il Balli trovava tutto mediocre, insignificante.
Parlava ad alta voce, con grande calore; quella critica doveva essere l'ultima sua opera di artista.
Nell'ultima stanza, dinanzi al lavoro che il defunto maestro non aveva potuto finire per la malattia da cui era stato colto, il Balli si fermò meravigliato di non poter finire la sua critica sul tono su cui l'aveva tenuta sino allora.
Quel gesso rappresentava una testa di donna dal profilo energico, dalle linee decise rudemente sbozzate, eppure significanti fortemente dolore e pensiero.
Il Balli si commosse rumorosamente.
Scopriva che nel defunto scultore l'artista era esistito fino all'abbozzo e che l'accademico era sempre intervenuto a distruggere l'artista, dimenticando le prime impressioni, il primo sentimento per non ricordare che dei dogmi impersonali: i pregiudizi dell'arte.
- Sì, è vero! - disse un vecchietto occhialuto che gli stava accanto, e poggiò quasi la punta del naso sul bozzetto.
Il Balli sempre più s'accanì nella sua ammirazione ed ebbe delle parole commoventi per quell'artista ch'era morto vecchio portando il proprio segreto nella tomba, meno una volta sola in cui precisamente la morte non gli aveva concesso di celarlo.
Il vecchio lasciò guardare il gesso e si volse a considerare il critico.
Fu un caso che Stefano si presentò quale scultore e non quale ispettore commerciale.
Il vecchio, un originale ricco come un personaggio di fiaba, gli commise il proprio busto da prima, poi un monumento funebre e infine lo ricordò nel testamento.
Il Balli ebbe perciò del lavoro per due anni e del denaro per dieci.
Amalia disse: - Come dev'essere bello di conoscere delle persone tanto intelligenti e tanto buone.
Il Balli protestò.
Descrisse il vecchio con sentita antipatia.
Quel mecenate pretensioso gli era stato eternamente accanto imponendogli di fornire ogni giorno quella data quantità di lavoro.
Vero borghese privo di un gusto proprio, non aveva amato dell'arte che quanto gli veniva spiegato, dimostrato.
Ogni sera il Balli era stanco di lavorare e di parlare, e gli era parso talvolta d'essere capitato in quel posto d'ispettore commerciale cui era sfuggito solo per un caso.
Aveva preso il lutto quando il vecchio era morto, ma, per piangerlo più allegramente, non aveva toccato argilla per molti mesi.
Come era bello il destino del Balli: non era neppure obbligato a riconoscenza per i benefici che gli piovevano dal cielo.
La ricchezza e la felicità erano i portati del suo destino; perché avrebbe dovuto sorprendersene o esserne grato a chi era inviato dalla provvidenza a portargli i suoi doni? Amalia, incantata, stava a sentire quel racconto che le confermava la vita essere ben differente di quella che aveva conosciuta.
Era naturale che a lei e al fratello fosse stata tanto dura e naturalissimo che al Balli fosse toccata tanto lieta.
Ella ammirò la felicità del Balli e amò in lui la forza e la serenità che erano le sue prime grandi fortune.
Invece il Brentani stava ad udire con amarezza e invidia.
Pareva che il Balli si vantasse della fortuna come di propria virtù.
A Emilio non era toccato mai niente di lieto anzi neppure niente d'inaspettato.
Anche la sventura gli si era annunziata da lontano, si era delineata avvicinandosi; egli aveva avuto il tempo di guardarla lungamente in faccia, e quando ne era stato colpito - la morte dei suoi più cari o la povertà - egli vi era già preparato.
Perciò aveva sofferto più a lungo ma con meno intensità e le tante sventure non lo avevano mai scosso dalla sua triste inerzia ch'egli attribuiva a quel destino disperantemente incolore e uniforme.
Ed egli non aveva mai ispirato niente di forte, né amore, né odio; il vecchio tanto ingiustamente odiato dal Balli non era intervenuto nella sua vita.
La gelosia, nel suo animo, crebbe in modo ch'egli ne provò persino per l'ammirazione che al Balli dedicava Amalia.
Il pranzo divenne molto animato perché anche lui vi collaborò.
Lottò per conquistarsi l'attenzione di Amalia.
Ma non vi riuscì.
Che cosa avrebbe potuto dire che stesse degnamente accanto alla bizzarra autobiografia del Balli? Nient'altro che la sua passione presente, e non potendo parlare di quella, immediatamente egli fu confinato alla seconda parte ch'era sua per destino.
Lo sforzo fatto da Emilio non produsse altro che qualche idea che andò ad ornare il racconto dell'amico.
Il quale poi, senz'esserne consapevole, sentì la lotta e divenne sempre più vario, colorito, animato.
Mai Amalia era stata l'oggetto di tante attenzioni.
Ella stava ad ascoltare le confidenze che le faceva lo scultore, e non s'ingannava: le erano fatte proprio per conquistarla ed ella infatti si sentiva tutta sua.
Per la mente della grigia fanciulla non passarono speranze per l'avvenire.
Era proprio del presente che ella gioiva, di quell'ora in cui ella si sentiva desiderata, importante.
Uscirono insieme.
Emilio avrebbe voluto andarsene col Balli, ma ella gli ricordò la promessa fattale il giorno innanzi di condurla con sé.
Quella festa non doveva ancora terminare.
Stefano la spalleggiò.
A lui pareva che l'attaccamento per Amalia avrebbe potuto combattere nel Brentani l'influenza di Angiolina, e non ricordava più che pochi minuti prima aveva lottato per porsi tra fratello e sorella.
Ella fu pronta in un batter d'occhio, e aveva trovato anche il tempo di rassettare sulla fronte i ricci dei capelli fini ma piuttosto variamente macchiati che coloriti.
Quando, infilando i guanti, invitò il Balli ad uscire, ebbe per lui un sorriso col quale pregava di piacergli.
Sulla via ella era più insignificante che mai, vestita tutta di nero, una piccola piuma bianca nel cappellino.
Il Balli scherzò sulla piuma.
Disse però che gli piaceva e seppe celare il malumore che lo colse all'idea di dover attraversare la città accanto a quella donnetta di un gusto tanto perverso da porre un segnale bianco a sì piccola distanza da terra.
L'aria era tepida ma, coperto di una fitta bianca nebbia, tutta una cappa dello stesso colore, il cielo era veramente invernale e Sant'Andrea con quegli alberi dai lunghi rami nudi, secchi, non ancora tagliati, e il suolo bianco per la luce impedita e diffusa, sembrava un paesaggio di neve.
Riproducendolo e non potendo ridare la mitezza dell'aria, un pittore avrebbe stampata quell'erronea illusione.
- Fra noi tre conosciamo tutta la città - mormorò il Balli.
Sul passeggio avevano dovuto rallentare il passo.
Così festiva e romorosa e ufficiale, nel grande triste paesaggio e accanto al vasto mare bianco, quella folla era poco seria; aveva del formicaio.
- E' lei che conosce tutti, non noi, - disse Amalia che ricordava d'essere venuta spesso a quel passeggio senz'aver avuto per ciò da stancarsi troppo nei saluti.
Tutte le persone che passavano avevano il saluto amichevole o rispettoso per il Balli, e i saluti gli venivano anche dagli equipaggi.
Ella si sentiva bene accanto a lui e gioiva di quella passeggiata trionfale come se una parte della riverenza che veniva dimostrata allo scultore fosse stata destinata a lei.
- Guai se non fossi venuto! - disse il Balli rispondendo con un bel saluto misurato ad una vecchia signora che s'era sporta dalla carrozza per vederlo.
- La gente sarebbe ritornata a casa delusa.
- Si era sicuri di trovarlo al passeggio della domenica ch'egli festeggiava come un operaio col Brentani il quale gli altri giorni era chiuso in ufficio.
- Ange! - mormorò Amalia ridendo con discrezione.
L'aveva riconosciuta alla descrizione che gliene era stata fatta e al turbamento di Emilio.
- Non ridere! - pregò Emilio con calore e confermando la scoperta di Amalia.
Anche lui vedeva qualche cosa di nuovo: il sarto Volpini, un esile omino più insignificante ancora per colpa della splendida figura femminile accanto alla quale marciava con un suo passo allungato con isforzo e vanto.
I due uomini salutarono ed il Volpini rispose con esagerata gentilezza.
- Ha il colore di Angiolina, - rise il Balli.
Emilio protestò: come si poteva confrontare la paglia del Volpini con l'oro di Angiolina? Si volse e vide che l'Angiolina china, parlava al suo compagno il quale guardava in alto, finalmente non gobbo.
Parlavano certo di loro.
Soltanto più tardi, quando si trovarono di nuovo in città e in procinto di dividersi, Amalia che improvvisamente era ammutolita sentendosi di nuovo vicina alla sua abituale solitudine, per dire qualche cosa e rompere il silenzio che già incombeva su lei, domandò chi fosse l'uomo che accompagnava Angiolina.
- Suo zio - disse il Brentani, serio serio, dopo una lieve esitazione, mentre Stefano lo guardava con occhio ironico vedendolo arrossire.
L'occhio innocente della sorella lo faceva vergognare.
Come Amalia sarebbe stata sorpresa che il grande amore del fratello, quell'amore pel quale ella già tanto aveva sofferto, fosse fatto a quel modo.
- Grazie! - disse Amalia congedandosi da Stefano.
Oh, quale ricordo dolce di quelle ore le sarebbe rimasto se, per disgrazia, non si fosse accorta che in quel momento il Balli non poteva parlare perché in lotta con uno sbadiglio che gli paralizzava la bocca.
- Ella s'è annoiato.
Tanto più la ringrazio.
Umile e buona tanto, commosse Stefano il quale si sentì subito di volerle bene.
Spiegò che lo sbadiglio in lui era affare di nervi.
Le avrebbe provato ch'egli non s'annoiava in loro compagnia, se lo sarebbero trovato molto spesso fra' piedi.
Infatti mantenne la parola.
Sarebbe stato difficile dire perché egli ogni giorno facesse quelle scale per andare a prendere il caffè dai Brentani.
Era gelosia, probabilmente; egli lottava per conservarsi l'amicizia d'Emilio.
Ma Amalia non poteva indovinare tutto ciò.
Ella riteneva ch'egli venisse più spesso da loro per il più semplice affetto per il fratello, affetto di cui ella stessa godeva perché una parte riverberava su di lei.
Tra fratello e sorella non vi furono più diverbi.
Emilio - e cieco com'era non ne ebbe alcuna sorpresa, - sentì che la sorella lo sopportava, lo comprendeva meglio; anzi sentì che la novella benevolenza si estendeva persino al suo amore.
Quando egli le parlava di questo, il volto di Amalia si rischiarava, luceva.
Ella cercava di farlo parlare d'amore, e non gli diceva mai ch'egli si guardasse o che dovesse lasciare Angiolina.
Perché avrebbe dovuto lasciare Angiolina visto ch'ella era la felicità? Un giorno domandò di conoscerla, e più volte ne espresse poi il desiderio; ma Emilio si guardò bene dal compiacerla.
Ella non sapeva di quella donna se non ch'era un essere molto differente da lei, più forte, più vitale, e ad Emilio piacque di aver creata nella sua mente un'Angiolina ben diversa dalla reale.
Quando si trovava con la sorella, amava quell'immagine, l'abbelliva, vi aggiungeva tutte le qualità che gli sarebbe piaciuto di trovare in Angiolina, e quando capì che anche Amalia collaborava a quella costruzione artificiale, ne gioì vivamente.
Sentendo parlare di una donna che, per appartenere ad un uomo che amava, aveva vinti tutti gli ostacoli, pregiudizi di casta e d'interessi, ella disse in un orecchio ad Emilio: - Somiglia ad Angiolina.
«Oh, le somigliasse! », pensò Emilio mentre atteggiava la faccia a consenso.
Poi si convinse che le somigliava di fatto o almeno, che, cresciuta in altro ambiente, le sarebbe somigliata, e finì col sorridere.
Perché avrebbe dovuto supporre che Angiolina si sarebbe lasciata fermare da pregiudizi? Attraverso al pensiero nobilitante di Amalia, il suo amore per Angiolina s'adornò in qualche momento di tutte le illusioni.
Invece quella donna che abbatteva tutti gli ostacoli somigliava ad Amalia stessa.
Nelle sue mani lunghe e bianche essa sentiva una forza enorme, tale da spezzare le più forti catene.
Nella sua vita non c'erano però catene; ella era del tutto libera, e nessuno le chiedeva né risoluzione, né forza, né amore.
Come avrebbe finito coll'espandersi quella grande forza chiusa in quel debole organismo?
Intanto il Balli centellinava il caffè, sdraiato nel vecchio seggiolone, in un grande benessere, ricordando che in quell'ora egli aveva avuta la mala abitudine di discutere con gli artisti al caffè.
Come si stava meglio là, fra quelle persone miti che lo ammiravano e amavano!
Altrettanto disgraziato fu l'intervento del Balli fra i due amanti.
Nella sua breve relazione con Angiolina, egli s'era conquistato il diritto di dirle un mondo d'insolenze ch'ella subiva sorridente, nient'affatto offesa.
Dapprima s'era accontentato di dirgliele in toscano, aspirando e addolcendo, e a lei erano sembrate carezze; ma anche quando le capitarono addosso in buon triestino, dure e sboccate, ella non se ne adontò.
Ella sentiva - anche Emilio lo sentiva - ch'erano dette senza fiele di sorta, un modo qualunque d'atteggiare la bocca, un'abitudine innocua di muoverla.
E quest'era il peggio.
Una sera, Emilio, non potendone più, pregò il Balli finalmente di non accompagnarsi a loro.
- Soffro troppo di vederla vilipendere a quel modo.
- Davvero? - chiese il Balli facendo tanto d'occhi.
Egli, come sempre dimentico, di nuovo aveva creduto di dover comportarsi così per curare Emilio.
Si lasciò convincere e per qualche tempo non andò a turbare i loro amori.
- Io non so comportarmi altrimenti con una donna simile.
- Ma allora Emilio si vergognò e piuttosto che confessarsi tanto debole, si rassegnò a sopportare il contegno dell'amico.
- Vieni talvolta con Margherita.
La cosidetta cena dei vitelli si ripeté di frequente, negli episodi molto simile alla prima, Emilio condannato al silenzio, Margherita e Angiolina in ginocchio dinanzi al Balli.
Una sera però il Balli non gridò, non comandò, non si fece adorare e fu per la prima volta il compagno ch'Emilio avrebbe potuto sopportare.
- Come devi sentirti amato da Margherita! - gli disse quest'ultimo al ritorno per dirgli qualche cosa di gradito.
Le due donne camminavano a pochi passi da loro.
- Disgraziatamente - disse il Balli con pacatezza, - credo ch'ella ami anche molti altri come ama me.
E' un animo gentilissimo.
- Emilio cadeva dalle nuvole.
- Sta zitto adesso! - disse il Balli vedendo che le due donne s'erano fermate per attenderli.
Il giorno appresso, in un istante in cui Amalia aveva dovuto andare in cucina, il Balli raccontò che per un caso, l'errore di un fattorino, egli aveva scoperto che Margherita dava degli appuntamenti ad un altro - precisamente un artista - disse egli con rabbia.
- Ciò mi rattristò profondamente.
E' un'infamia d'esser trattato così.
Mi posi a fare delle indagini e quando credetti di aver scoperto il mio rivale, trovai che nel frattempo erano divenuti due.
La cosa diventava molto più innocente.
Allora per la prima volta mi degnai di fare delle indagini sulla famiglia di Margherita e trovai ch'era composta della madre e di una caterva di sorelle giovanissime.
Capisci? Ella deve provvedere all'educazione di tutte quelle ragazze.
- Poi il Balli, con voce profonda dalla commozione, concluse: - Figurati che da me ella non ha voluto accettare un centesimo.
Voglio che confessi, mi racconti tutto.
La bacierò un'ultima volta, le dirò di non serbarle alcun rancore, e la lascerò conservando di essa il più dolce ricordo.
- Poi, subito, fumando egli si rasserenò e quando Amalia rientrò, egli cantarellava a mezza voce:
Pria confessi il delitto e poscia muoia!
La stessa sera Emilio raccontò la storia di Margherita ad Angiolina.
Ella ebbe un impeto di gioia che le fu impossibile di celare.
Poi capì essa stessa che doveva farsi perdonare da Emilio un tale movimento.
Ma fu difficile.
Come era doloroso per lui di veder lo scultore conquistarsi giuocando e ridendo quello ch'egli non poteva ottenere a prezzo di tanti dolori!
Del resto egli passava allora un periodo di strana illusione con Angiolina.
Un sogno, di quelli cui egli era tanto esposto in piena veglia, gli faceva credere d'essere stato lui il corruttore della fanciulla.
Infatti, subito, le prime sere in cui l'aveva avvicinata, egli le aveva tenuti quei magnifici discorsi sulle donne oneste e sull'interesse.
Egli non poteva sapere come ella fosse stata prima di venire alla sua scuola.
Come non aveva capito che Angiolina onesta significava Angiolina sua? Ricominciò il sermone che aveva interrotto, ma su tutt'altro tono.
Ben presto s'accorse che le teorie fredde e complesse non facevano per Angiolina.
Lungamente pensò il metodo da seguire per rieducarla.
Nel sogno egli l'accarezzava come se già l'avesse resa degna di lui.
Tentò di fare altrettanto nella realtà.
Infatti il miglior metodo doveva consistere nel farle sentire che dolcezza sia il rispetto per darle il desiderio di conquistarselo.
Perciò egli si trovava allora eternamente in ginocchio dinanzi a lei proprio nella posizione in cui sarebbe stato più facilmente abbattuto il giorno in cui Angiolina avesse creduto opportuno di dargli un calcio.
VI
Una sera, al principio di Gennaio, il Balli, con un infinito malumore, camminava soletto l'Acquedotto.
Gli mancava la compagnia d'Emilio il quale aveva accompagnata la sorella ad una visita, e Margherita ancora non era stata rimpiazzata.
Il cielo era chiaro ad onta dello scirocco che incombeva già dalla mattina sulla città.
Pareva impossibile che a quella temperatura fredda e umida resistesse il tisico carnevale iniziatosi quella sera con un primo ballo mascherato.
- Oh, avere qui un cane per far addentare quei polpacci! - pensò il Balli vedendo passare due pierrettes con le gambe nude.
Quel carnevale, perché meschino, gli dava un'ira da moralista; più tardi, molto più tardi, anche lui vi avrebbe partecipato, dimentico del tutto di quell'ira, innamorato del lusso e dei colori.
Ma intanto ricordava d'assistere al preludio di una triste commedia.
Incominciava a formarsi il vortice che per un istante avrebbe sottratto l'operaio, la sartina, il povero borghese alla noia della vita volgare per condurli poi al dolore.
Ammaccati, sperduti, alcuni sarebbero ritornati all'antica vita divenuta però più greve; gli altri non avrebbero trovato mai più la quaresima.
Sbadigliò di nuovo; anche il proprio pensiero l'annoiava.
- Sa di scirocco - pensò e guardò di nuovo la luna luminosa che poggiava sul monte come su un piedestallo.
Ma il suo occhio si fermò su tre figure che scendevano l'Acquedotto.
Lo colpirono perché subito s'accorse che tutt'e tre si tenevano per mano.
Un uomo tozzo e piccolo in mezzo, due donne, due figure slanciate, ai lati; pareva un'ironia ch'egli si propose di scolpire.
Avrebbe vestite le due donne alla greca, l'uomo in una giubba moderna; avrebbe dato alle donne il riso forte delle baccanti, all'uomo avrebbe stampato in faccia la fatica e la noia.
Ma avvicinatesi le figure, egli dimenticò del tutto quella visione.
Una delle donne era Angiolina, l'altra certa Giulia, una ragazza non bella che Angiolina aveva fatta conoscere al Balli e ad Emilio.
Non conosceva l'uomo che passò a pochi passi da lui, la testa alta e sorridente, veneranda per una grande barba bruna.
Non era il Volpini ch'era fulvo
Giolona rideva di cuore col suo riso sonoro e dolce; certo l'uomo era là per lei, e a Giulia veniva premuta la mano soltanto in grazia sua.
Il Balli lo credette fermamente senza però saperne dire il perché, la propria forza d'osservazione lo divertì tanto che dimenticò la noia di tutta la serata.
- Ecco un'occupazione originale; farò la spia! - Li seguì tenendosi nell'ombra sotto gli alberi.
Giolona rideva assai, quasi ininterrottamente, mentre Giulia, per prendere parte alla conversazione, si protendeva perché i due alla sua destra troppo spesso si dimenticavano di lei.
Presto non ci fu più bisogno di grande forza d'osservazione.
A pochi passi dal caffè all'Acquedotto s'erano fermati.
L'uomo lasciò la mano di Giulia, che discretamente si trasse in disparte e prese nelle sue ambe le mani di Angiolina.
Cercava di ottenere qualche cosa da lei, e ad ogni tratto portava la sua ispida barba accanto alla faccia di Angiolina; da lungi parevano baci.
Poscia i tre si riunirono ed entrarono nel caffè.
S'erano seduti nella prima stanza accanto alla porta d'ingresso, ma in modo che il Balli non vedeva che la testa dell'uomo.
Quella però in piena luce.
Una faccia nera nera incorniciata dalla barba abbondante che gli arrivava fin sotto agli occhi, ma la testa calva e lucente e gialla.
- L'ombrellaio di via Barriera! - rise il Balli.
Un ombrellaio rivale di Emilio Brentani.
Ma tanto meglio perché quel mestiere avrebbe guarito Emilio.
Il Balli penso che gli avrebbe saputo rendere l'avventura tanto ridicola che Emilio ne avrebbe riso e non sofferto.
Il Balli non dubitava affatto del proprio spirito.
L'ombrellaio guardava solo da una parte e, con la sua coscienza di spia onesta, il Balli volle accertarsi che da quella parte si trovasse Angiolina; perciò entrò.
Era proprio dessa che sedeva addossata alla parete; Giulia, seduta in faccia, perfettamente isolata, centellinava da un bicchierino un liquor trasparente e denso.
Ma, tuttavia, ad onta della grande attenzione che ci metteva, ella era meno distratta degli altri due.
Fu lei ad accorgersi del Balli e a dar l'allarme.
Troppo tardi.
Egli s'era potuto accorgere che le due mani s'erano unite di nuovo sotto il tavolo ed era stato colpito dall'espressione affettuosa con cui Angiolina guardava l'ombrellaio Emilio aveva ragione; quegli occhi crepitavano come se nella loro fiamma qualche cosa bruciasse.
Il Balli invidiò l'ombrellaio.
Come egli si sarebbe trovato meglio a quel posto che non al proprio!
Giulia lo salutò: - Buona sera! - Egli fu indignato all'accorgersi ch'ella si aspettava di essere avvicinata da lui.
Per poter stare con Emilio e con Angiolina egli l'aveva sopportata per una sera.
Lentamente uscì, salutando Angiolina con un breve cenno del capo.
Ella s'era quasi rannicchiata al suo posto per sembrare lontana dal suo compagno e guardava il Balli con grandi occhi espressivi, pronta a sorridergli solo ch'egli gliene avesse dato l'esempio.
Ma egli non sorrise e, guardando altrove, senza rispondere ad un saluto dell'ombrellaio, passò oltre.
«Come siamo stati espressivi! », pensò.
«Ella m'ha pregato di non parlare ad Emilio di quest'incontro ed io le ho risposto che gliene avrei parlato non appena lo avessi veduto.
»
Guardò di nuovo l'ombrellaio, in mezzo a quella calvizie e a quel pelo una faccia di cuor contento.
- Oh, se Emilio l'avesse vista!
- Buona sera signor Balli - sentì dietro di sé un saluto riverente.
Si volse.
Era Michele.
Capitava in buon punto.
Con sùbita decisione, il Balli lo pregò di andare da Emilio Brentani; se era in casa di condurlo subito con sé, e se non c'era di attenderlo finché non fosse venuto.
Michele si prese appena il tempo di ascoltare l'ordine e si mise a correre.
Impaziente, il Balli s'appoggiò ad un albero di faccia al caffè.
Avrebbe saputo impedire lui che Emilio se la prendesse con l'ombrellaio o con Angiolina.
Sperava di saper renderlo calmo e libero per sempre da quel legame.
Giulia era venuta alla porta e guardò attentamente a sé d'intorno; ma, trovandosi in piena luce e il Balli nell'ombra, non lo scorse.
Il Balli stette immobile non importandogli di celarsi.
Giulia rientrò e uscì poi accompagnata da Angiolina e dall'ombrellaio che ora non osava più tenere per mano la sua amata.
Si diressero con passo più celere verso il caffè Chiozza.
Fuggivano! Fino al Chiozza il compito del Balli restò facile perché Emilio doveva venire per quella via; ma quando piegarono a destra, verso la stazione, allora il Balli si trovò in grande imbarazzo.
L'impazienza lo rese iroso.
- Se Emilio non viene in tempo, congedo Michele.
Fino a un certo punto fu aiutato dalla sua ottima vista.
- Ah, canaglie! - mormorò irritato accorgendosi che l'ombrellaio si sentiva di nuovo sicuro tanto da riafferrare la mano d'Angiolina.
Poco dopo li perdette di vista nell'ombra proiettata dalle alte case, e quando capitò finalmente Emilio, sapendo di non poter più raggiungerli, lo accolse con le parole: - Peccato! Hai perduto uno spettacolo che sarebbe stato salutifero per te.
Poi si mise a canticchiare.
- Si, vendetta, tremenda vendetta... e, forse sperando ch'essi si sarebbero fermati ad aspettarli, trascinò seco Emilio verso la stazione.
Emilio aveva capito che si trattava di Angiolina.
Acconsentì a camminare accanto al Balli facendo delle domande come se non avesse avuto il più lontano sospetto della verità.
Poi comprese: il nodo che gli serrava la gola era prodotto dal duro ridicolo che lo colpiva.
Oh, prima di tutto liberarsi da quello! Si fermò ostinato.
Voleva sapere di che cosa si trattasse altrimenti non si sarebbe mosso di là.
Gli dicesse tutto con franchezza.
Si trattava di Angiolina nevvero? - Tutto quanto me ne puoi dire tu non arriva certo a quanto ne so io - e rise.
- Cessa dunque da questa commedia.
Fu soddisfatto di se stesso specialmente quando si accorse d'aver subito ottenuto dal Balli quello che voleva.
Divenuto serio, costui gli raccontò del caso per cui s'era imbattuto in Angiolina e l'aveva colta in flagrante.
In un'alcova la cosa non sarebbe potuta essere più chiara.
- Quell'uomo era là per Angiolina e non per Giulia, anzi Angiolina era là per lui.
Come gli accarezzava le mani e come la guardava! Non era mica il Volpini, sai.
- S'interruppe per guardare Emilio ed esaminare se forse la calma che gli scorgeva non fosse derivata dalla presunzione che l'uomo col quale lo si tradiva fosse il Volpini
Emilio continuava a prestar orecchio fingendo di essere sorpreso da tale notizia.
- Ne sei poi sicuro? - chiese coscienziosamente.
Sapeva che il Volpini non si trovava a Trieste, e perciò non aveva neppure pensato a lui.
- Oh, bella! Conosco il Volpini e poi conosco anche quest'altro.
L'ombrellaio di Barriera Vecchia.
Quello delle ombrelle ordinarie, colorite.
- Qui venne una descrizione particolareggiata dell'ombrellaio alla doppia luce gialla del gas e degli occhi di Angiolina.
Calvo e pur tanto nero! - E' un mostro in natura perché resta nero in qualunque luce lo si vegga.
- Il Balli terminò il suo racconto: - Giacché non v'è ragione di aver compassione di te, ne provo unicamente per quella povera Giulia.
L'ombrellaio non ha un amico come me cui addossare le brutte appendici delle sue belle avventure.
Fu lei la maltrattata! Dovette contentarsi di un bicchierino di rosolio, mentre Angiolina con grande apparato si fece dare un cioccolatte e una grande quantità di focacce.
Ed Emilio sembrava prendere interesse a tutte le spiritose osservazioni dell'amico.
Non aveva più neppur bisogno di sforzo per simulare indifferenza; si era quasi cristallizzato nel primo sforzo e avrebbe potuto dormire conservando stereotipato quel sorriso e quella calma.
Era tale quella simulazione da penetrare molto più in là dell'epidermide.
Invano egli cercava in se qualche cosa d'altro fuori di essa, e non trovava che una grande stanchezza.
Nient'altro! Forse la noia di sé, del Balli e d'Angiolina.
E pensò: « Quando sarò solo starò certo meglio di così ».
Il Balli disse: - Adesso andiamo a dormire.
Tu sai già dove potrai trovare Angiolina domani.
Le dirai poche parole d'addio e poi la sia finita come tra me e Margherita.
Il suggerimento era buono; tuttavia forse non ci sarebbe stato bisogno di darlo.
- Sì, farò così - disse Emilio.
Con sincerità aggiunse: - Forse non domani però.
- Avrebbe voluto dormire lungamente indomani.
- Va là che sei degno mio amico - disse il Balli con profonda ammirazione.
- In una sola sera hai riconquistata tutta la stima che avevi perduta con le sciocchezze commesse nel corso di più mesi.
Mi accompagni verso casa mia?
- Un piccolo tratto - disse Emilio sbadigliando.
- E' tardi ed io ero là là per coricarmi allorché fui chiamato da Michele.
Evidentemente deplorava quella chiamata intempestiva.
Non si ritrovò neppure quando fu solo.
Che cosa gli restava da fare per quella sera? Si diresse verso casa per andare a coricarsi.
Ma, giunto al Chiozza, si fermò a guardare verso la stazione, la parte della città ove Angiolina faceva all'amore con l'ombrellaio.
- Eppure - pensò e pensò l'idea e le parole - sarebbe bello ch'ella passasse per di qua ed io potessi subito dirle che fra di noi tutto è finito.
Allora sì che tutto sarebbe finito ed io potrei andare a dormire veramente calmo.
Per di qua deve passare!
S'appoggiò ad un paracarro e quanto più attendeva, tanto più forte si faceva la sua speranza di vederla quella stessa notte.
Per essere pronto pensò anche le parole che le avrebbe dirette.
Dolci.
Perché no? - Addio Angiolina.
Io volevo salvarti e tu mi hai deriso.
- Deriso da lei, deriso dal Balli! Una rabbia impotente gli gonfiò il petto.
Finalmente egli si destava e tutta la rabbia e la commozione non lo addoloravano tanto come l'indifferenza di poco prima, una prigionia del proprio essere impostagli dal Balli.
Dolci parole ad Angiolina? Ma no! Poche e durissime e fredde.
- Io sapevo già ch'eri fatta così.
Non mi sorprese affatto.
Domandalo al Balli.
Addio.
Camminò per calmarsi perché al pensare quelle fredde parole s'era sentito bruciare.
Non offendevano abbastanza! Con quelle parole non offendeva che se stesso; si sentiva venire le vertigini.
- Così si uccide - pensò - non si parla.
- Una grande paura di se stesso lo calmò.
Sarebbe stato ugualmente ridicolo anche uccidendola, si disse, come se egli avesse avuto un'idea da assassino.
Non la aveva avuta; ma, rassicuratosi, si divertì a figurarsi vendicato con la morte di Angiolina.
Quella sarebbe stata la vendetta che avrebbe fatto obliare tutto il male di cui ella era stata l'origine.
Dopo, egli avrebbe potuto rimpiangerla, e lo pervase una commozione che gli cacciò le lagrime agli occhi.
Pensò che con Angiolina egli avrebbe dovuto seguire lo stesso sistema adottato col Balli.
Quei due suoi nemici dovevano essere trattati nello stesso modo.
A lei egli avrebbe detto che non l'abbandonava causa il tradimento ch'egli s'era atteso, ma per il sozzo individuo ch'ella aveva scelto a suo rivale.
Egli non voleva più baciare dove aveva baciato l'ombrellaio.
Finché s'era trattato del Balli, del Leardi e magari del Sorniani, aveva chiuso un occhio, ma l'ombrellaio! Nell'oscurità studiò la smorfia di schifo con cui avrebbe detta questa parola.
Qualunque parola egli immaginasse di dirigerle, sempre veniva colto da un convulso riso.
Avrebbe continuato a parlarle così tutta la notte? Era dunque necessario di parlarle subito.
Ricordò ch'era probabile che Angiolina rincasasse dalla parte di via Romagna.
Col suo passo rapido egli avrebbe ancora potuto raggiungerla.
Non aveva finito di pensare tutto questo e, già, lieto di poter prendere una decisione che tagliasse il dubbio che gli annebbiava la mente, si mise a correre.
Il movimento dapprima gli diede un po' di sollievo.
Poi rallentò il passo reso esitante da una nuova idea.
Se essi rincasavano da quella parte, non sarebbe stato più sicuro, per ritrovarli, di salire alla via Fabio Severo dalla parte del Giardino Pubblico e discenderne andando loro incontro per via di Romagna? La corsa non gli faceva paura e avrebbe impreso quel giro enorme; ma in quella gli parve di veder passare dinanzi al caffè Fabris Angiolina accompagnata da Giulia e da un uomo che doveva essere l'ombrellaio.
A tanta distanza riconobbe la fanciulla saltellante graziosamente come quando voleva piacere a lui.
Cessò di correre perché aveva tutto il tempo per raggiungerli.
Poté anche pensare senza esasperarsi le parole che le avrebbe dirette subito.
Perché circondare quell'avventura di tanti particolari e pensieri strani? Era un'avventura solita, e di là a pochi minuti sarebbe stata liquidata nel modo più semplice.
Giunto sotto all'erta di via Romagna, non vide più le persone che dovevano averla già passata.
Camminò più presto colto da un dubbio che l'affannò quanto la salita.
E se non fosse stata Angiolina? Come avrebbe potuto lottare contro la propria agitazione, sempre rinascente, per tutta una notte?
Quantunque ora si trovassero a pochi passi da lui, nell'oscurità egli continuò a credere che quelle tre persone fossero quelle che egli cercava.
Perciò ebbe un momento di calma.
Era tanto facile di calmarsi quando poteva procedere subito ad un'azione!
Quel gruppo ricordava quell'altro di cui il Balli gli aveva fatta la descrizione.
In mezzo a due donne camminava un uomo grosso e tarchiato che dava il braccio a quella ch'egli aveva creduta Angiolina, e che ora però non aveva niente di caratteristico nel suo modo di muoversi.
La guardò in faccia con lo sguardo calmo e ironico preparato con tanta fatica.
Ebbe una grande sorpresa vedendo una faccia ignota, di vecchia, asciutta asciutta.
Una delusione dolorosa.
Nel desiderio di non lasciare così quel gruppo cui l'aveva attaccato tanta speranza, ebbe l'idea di chiedere a quella gente se forse non avessero visto Angiolina, e pensava già il modo con cui l'avrebbe descritta.
Si vergognò! Una sola parola che avesse detta, e tutti avrebbero indovinato tutto.
Continuò a camminare con passo celere che presto degenerò in corsa.
Vedeva dinanzi a sé un lungo tratto di strada bianca e ricordò che, quando avrebbe girato, ne avrebbe visto un altro altrettanto lungo e poi un altro.
Interminabile! Ma bisognava uscire dal dubbio e per il momento il dubbio era se Angiolina si trovasse su quella strada o altrove.
Un'altra volta pensò le frasi ch'egli le avrebbe dirette quella notte stessa o la mattina appresso.
Dignitosamente (quanto più aumentava la sua agitazione, tanto più calmo egli si sognava) dignitosamente le avrebbe detto che per liberarsi di lui le sarebbe bastato di dirgli una parola, una sola parola.
Non sarebbe occorso deriderlo.
- Io mi sarei ritirato subito.
Non mi occorreva di esser cacciato dal mio posto da un ombrellaio.
Ripeté più volte questa frase, modificandone qualche parola e cercando di perfezionare anche il suono della voce che diveniva sempre più ironico e tagliente.
Cessò quando s'accorse che, per lo sforzo di trovare l'espressione, urlava.
Per evitare la densa fanghiglia nel centro della via, si trasse da parte, sulla ghiaia, ma sul suolo poco livellato fece un passo falso, e per salvarsi dalla caduta si contuse le mani sulla grezza muraglia.
Il dolore fisico lo agitò, aumentò il suo desiderio di vendetta.
Si sentiva più deriso che mai, come se quella sua caduta fosse stata una nuova colpa di Angiolina.
In lontananza, di nuovo, gli parve di vederla muoversi.
Un riflesso, un'ombra, un movimento, tutto assumeva la forma, l'espressione del fantasma che lo fuggiva.
Egli si mise a correre per raggiungerla, non calmo e preparato all'ironia come sull'erta di via Romagna, ma con la ferma intenzione di trattarla brutalmente.
Per fortuna non era dessa e allo sciagurato parve che tutta la violenza cui era stato in procinto di abbandonarsi, fosse ora diretta contro se stesso, gli chiudesse il respiro e gli togliesse ogni possibilità di pensare e di frenarsi.
Si morse una mano come un forsennato.
Si trovò alla mèta della lunga corsa.
La casa di Angiolina grande e solitaria, una caserma, la facciata bianca illuminata dalla luna, era tutta chiusa, avvolta nel silenzio; sembrava abbandonata.
Egli sedette su un muricciuolo e cercò di proposito degli argomenti per calmarsi.
A vederlo in quello stato si sarebbe potuto credere che quella sera egli fosse stato avvisato del tradimento di una donna fedele.
Guardò le proprie mani ferite: - Queste ferite non c'erano prima - pensò.
In quel modo ella non l'aveva ancora trattato.
Forse tutto quell'affanno e quel dolore preludiavano alla guarigione.
Ma pensò con dolore: - Se l'avessi posseduta non soffrirei tanto.
- Se egli avesse voluto, voluto energicamente, sarebbe stata sua.
Invece era stato solo intento a mettere in quella relazione un'idealità che aveva finito col renderlo ridicolo anche ai propri occhi.
S'alzò da quel muricciuolo più quieto ma più affranto di quando vi si era seduto.
Tutta la colpa era sua.
Era lui l'individuo strano, l'ammalato, non Angiolina.
E questa conclusione avvilente lo accompagnò fino a casa.
Dopo di aver atteso ancora una volta per esaminare una donna che aveva la figura di Angiolina, ebbe l'energia di chiudere dietro di sé la porta di casa.
Era finita per quella sera.
Il caso, in cui egli fino ad allora aveva sperato, non poteva più avverarsi colà.
Accese la candela, lento nei movimenti per ritardare quanto più poteva il momento in cui si sarebbe trovato sdraiato in quel letto senz'aver più nulla a fare e senza poter dormire.
Gli parve che nella stanza di Amalia si parlasse.
Da prima credette fosse un'allucinazione.
Non erano grida eccitate; parevano delle calme parole di conversazione.
Socchiuse con prudenza la porta della stanza e non ebbe più dubbi.
Amalia parlava con qualcuno: - Sì, sì, è proprio quello ch'io voglio aveva detto con voce chiarissima e calma.
Egli corse a prendere la candela e ritornò.
Amalia era sola.
Sognava.
Giaceva supina, uno dei bracci esili denudato piegato sotto il capo, l'altro steso sulla coperta grigia lungo il corpo.
La mano cerea era incantevole sulla coperta grigia.
Non appena la sua faccia fu tocca dalla luce, ella tacque, il suo respiro divenne più affannoso; fece più volte il tentativo di lasciare quella posizione divenutale incresciosa.
Egli riportò il lume nella propria stanza e s'accinse a coricarsi.
I suoi pensieri avevano presa finalmente una nuova direzione.
Povera Amalia! Neppure per lei la vita doveva essere troppo lieta.
Il sogno che, a quanto potevasi arguire dalla voce, doveva essere lieto, non era altro che la naturale reazione alla triste realtà.
Poco dopo, quelle stesse parole, calme, quasi sillabate, echeggiarono di nuovo nella stanza vicina.
Seminudo tornò alla porta.
Un certo nesso non v'era fra le singole parole, ma (come dubitarne?) ella parlava con persona che amava molto.
Nel suono e nel senso v'era una grande dolcezza, una grande condiscendenza.
Per la seconda volta ella disse che l'altra persona - quella cui ella immaginava di parlare - aveva indovinati i suoi desideri: - E proprio così che faremo? Non lo speravo! - Poi un intervallo, interrotto però da suoni indistinti, per cui si capiva che il sogno continuava sempre, e di nuovo altre parole ch'esprimevano sempre lo stesso concetto.
Lungamente egli stette là ad origliare.
Quando stava per ritirarsi una frase completa lo fermò: - In viaggio di nozze tutto è permesso
Disgraziata! Ella sognava nozze.
Egli si vergognò di sorprendere a quel modo i segreti della sorella e chiuse la porta Avrebbe dimenticato di aver udite quelle parole.
Mai la sorella avrebbe dovuto sospettare ch'egli sapesse qualche cosa di quei suoi sogni.
Coricatosi non tornò col pensiero ad Angiolina.
Lungamente stette a sentire le parole che gli pervenivano attutite, calme e dolci dall'altra stanza.
Stanco, la mente chiusa a qualunque emozione, egli si sentì quasi felice.
Rotta la relazione con Angiolina egli si sarebbe potuto dedicare interamente alla sorella.
Sarebbe vissuto al dovere.
VII
Si svegliò dopo poche ore, in pieno giorno, ed ebbe immediata coscienza degli avvenimenti della sera prima.
Ma non di tutto il dolore, ed egli si lusingò gli avesse dato tanto affanno l'impossibilità di poter vendicarsi subito, non il tradimento stesso di quella donna.
Presto, presto ella avrebbe conosciuta la sua ira e poi il suo abbandono.
Sfogato il suo rancore sarebbe scomparso quello ch'era ormai il maggior legame.
Uscì senza salutare la sorella.
Fra poco egli sarebbe ritornato a lei per guarirla dei sogni che aveva spiati.
Soffiava un po' di vento e, accanto al Giardino Pubblico, egli faticò contro il vento e nella salita; ma quella fatica non aveva nulla a vedere con quella affannosa e dolorosa della notte.
Nella chiara, fresca mattina, egli pareva lieto di fare dell'esercizio muscolare all'aria aperta.
Non pensava alle parole che avrebbe dirette ad Angiolina.
Era troppo sicuro del fatto suo per aver bisogno di preparazione, troppo sicuro di saperla ferire e abbandonare.
Venne ad aprirgli la madre di Angiolina.
Lo condusse nella stanza della figlia che stava vestendosi in quella accanto, e poi, come al solito, si offerse di fargli compagnia.
Questa nuova dilazione, sia pure di pochi minuti, lo fece soffrire.
- Angiolina è venuta tardi a casa questa notte? - chiese con un vago proposito di fare delle indagini.
- E' stata col Volpini in caffè fino alla mezzanotte - rispose la vecchia d'un fiato e la frase parve conglutinata in quella voce nasale.
- Ma Volpini non è partito ieri? - chiese Emilio sorpreso dell'accordo fra madre e figlia.
- Aveva da partire, ma perdette il treno e dovrebb'essere partito adesso adesso.
Egli non volle far capire alla vecchia di non crederle, e stette zitto.
La cosa era divenuta molto chiara e non c'era la possibilità d'ingannarlo o di renderlo dubbioso.
La menzogna che avevano inventata era stata prevista dal Balli.
Dinanzi alla madre gli fu anche facile di accogliere Angiolina con la faccia dell'amante soddisfatto.
Provava una vera soddisfazione.
L'aveva finalmente afferrata, ed ora non voleva cedere al suo impeto solito di chiarire e semplificar subito le cose.
Era lei che doveva parlare.
L'avrebbe lasciata sciorinare le sue bugie per poterla cogliere proprio in flagrante.
Rimasti soli, ella si mise dinanzi allo specchio a comporsi i ricci e, senza guardarlo, gli raccontò della serata passata in caffè e dello spionaggio del Balli.
Ne rideva allegramente ed era così rosea e fresca ch'Emilio se ne indignò più che per le bugie.
Gli raccontò che l'improvviso ritorno del Volpini le aveva fatto un grande dispetto.
La frase con cui l'aveva salutato rivedendolo, sarebbe stata formulata così: - Non sei dunque ancora stanco di seccarmi?
Ella parlava così per fargli molto piacere.
Invece egli sentiva che fra lui e il Volpini era lui il più deriso.
Per ingannare lui doveva esserci stato maggior sforzo: furberie e inganni ch'egli probabilmente solo in parte aveva scoperti.
L'altro s'era lasciato ingannare bonariamente, e c'era voluto poco a truffarlo.
Se i fasti di Angiolina, come pareva, servivano a divertire anche la madre, era molto probabile che lui fosse l'oggetto di risa, mentre il Volpini tuttavia doveva essere temuto.
Lo prese una di quelle violenti crisi che lo facevano sbiancare e tremare.
Ma ella parlava, parlava, quasi avesse voluto stordirlo, e gli diede il tempo di rimettersi.
Perché disperarsi, perché indignarsi di leggi di natura? Angiolina era stata perduta già nel ventre della madre.
L'accordo con la madre era in lei la cosa più odiosa.
Perciò essa non meritava rimbrotti, vittima essa stessa di una legge universale.
Rinasceva finalmente in lui l'antico naturalista convinto.
Non seppe però rinunziare alla vendetta.
Angiolina s'era dovuta finalmente accorgere del suo strano contegno.
Si volse a lui: - Non m'hai dato neppure un bacio disse con aria di rimprovero.
- Io non ti bacerò mai più! - rispose egli calmo, guardando quelle labbra rosse, cui rinunziava.
Non trovava altro e si alzò.
Non aveva neppur lontanamente l'idea di andarsene perché quella breve frase non poteva esser tutto, non era ancora un giusto compenso a tante sofferenze.
Voleva però far credere che con quella frase egli volesse abbandonarla.
Infatti sarebbe stato un atto dignitosissimo che avrebbe chiusa quella bassa relazione.
Ella indovinò tutto e, credendo ch'egli non volesse darle tempo alla difesa, soggiunse seccamente: - Infatti ho fatto male a dirti che quell'uomo fosse Volpini.
Non era lui! Fu Giulia che mi pregò si dicesse così.
Quell'uomo era in nostra compagnia per lei.
Ella fece compagnia a noi, ed era perciò giusto che per una volta non le rifiutassi di accompagnarla io.
Non si crederebbe.
Egli è tanto innamorato! Più ancora che non tu di me.
S'interruppe.
Aveva capito dall'espressione della sua faccia quanto egli fosse lontano dal crederle e tacque mortificata di aver detto due patenti bugie.
Poggiò le mani sullo schienale di una sedia vicina e vi esercitò uno sforzo violento Aveva sulla faccia una mancanza assoluta di espressione, e guardava con ostinazione una macchia grigia sulla parete.
Doveva essere quello il suo aspetto quando soffriva
Allora egli provò una strana compiacenza a provarle che sapeva proprio tutto e che ai suoi occhi ella era definitivamente perduta.
Poco prima si sarebbe quasi accontentato di poche parole: il triste imbarazzo di Angiolina lo rese ciarliero.
Ebbe la piena coscienza di un grande godimento.
Dal lato sentimentale era la prima volta che Angiolina lo soddisfacesse perfettamente.
Così, senza parole, ella era proprio una donna amante convinta di tradimento.
Poco dopo ci fu però un istante in cui la conversazione minacciò di divenire allegra, allegra.
Per ferirla, egli ricordò le cose ch'ella aveva prese al caffè a spese dell'ombrellaio.
- Giulia un bicchierino di un liquore trasparente, tu una tazza di cioccolata con una batteria di focacce.
Allora - oh, dolore! - ella si difese energicamente, e il suo volto si colorò per qualche cosa che doveva somigliare la virtù calunniata.
Finalmente le era attribuita una colpa che non aveva, ed Emilio capì che il Balli doveva essersi ingannato su quel punto.
- Cioccolata! Io che non la posso soffrire! Cioccolata io! Presi un bicchierino di non so che cosa e neanche lo bevetti.
Ella metteva in questa dichiarazione tale energia che non avrebbe potuto impiegarne di più per asserire la propria perfetta innocenza.
Era però visibile un certo suo tono di rammarico, quasi avesse deplorato di non aver mangiato di più giacché quella rinunzia non era bastata a salvarla agli occhi di Emilio.
Era proprio a lui ch'ella aveva fatto quel sacrificio.
Egli fece un violento sforzo per annullare quella nota falsa che gli guastava gli ultimi addii.
- Basta! Basta! - disse con disprezzo.
- Io non le dirò altro che questo: - le dava del lei per aggiungere solennità a quel momento - io le ho voluto bene e per questo solo fatto avevo il diritto di essere trattato altrimenti.
Quando una ragazza permette ad un giovine di dirle d'amarla, ella è già sua e non più libera.
- Questa frase era alquanto debole ma molto esatta, in un rimprovero amoroso anche troppo.
Infatti egli non aveva altro diritto al quale appellarsi che il fatto di averle detto d'amarla.
Sentendo che la parola, causa il proprio spirito analitico, in quella situazione lo tradiva, ricorse immediatamente a quello ch'egli sapeva essere la sua forza principale: l'abbandono.
Fino a poco prima, godendo della tristezza di Angiolina, aveva pensato di non lasciarla che molto più tardi.
Aveva sperato in una scena ben diversa.
Ora sentiva una minaccia.
Egli stesso aveva alluso alla propria mancanza di diritti, ed era possibilissimo ch'ella, essendo a corto d'argomenti, accettasse il suggerimento e gli chiedesse: - E tu che cosa hai fatto per me per esigere ch'io mi conformi al tuo volere? - Fuggì questo pericolo: - Io la saluto - disse gravemente.
- Quando avrò riacquistata la mia calma potremo anche rivederci.
Ma per lungo tempo è meglio che restiamo divisi.
Uscì, ma non senza averla ammirata per un'ultima volta pallida com'era, gli occhi sbarrati quasi per spavento, e forse indecisa se dirgli ancora qualche bugia per tentare di fermarlo.
Lo slancio con cui uscì da quella casa lo portò lontano.
Ma, sempre camminando con lo stesso aspetto di risolutezza, egli rimpiangeva amaramente di non poter vederla più a lungo nel dolore.
Nelle orecchie gli si ripercoteva il suono d'angoscia ch'ella aveva emesso al vederlo allontanarsi, ed egli l'ascoltava per imprimerselo sempre meglio nella memoria.
Bisognava conservarlo.
Era stato il maggior dono ch'ella gli avesse fatto.
Il ridicolo non poteva più colpirlo.
Non di fronte ad Angiolina stessa, almeno.
Ella poteva essere quale si voleva, ma per lunghi anni si sarebbe ricordata di un uomo che l'aveva amata non col solo scopo di baciarla, bensì con tutta l'anima, tanto che una prima offesa fatta al suo amore l'aveva ferito in modo da rinunziare a lei.
Chissà? Sarebbe bastato forse un ricordo simile per nobilitarla.
L'angoscia nella voce d'Angiolina gli aveva fatto dimenticare di bel nuovo qualunque conclusione scientifica.
Oh, gli era difficile di andare a chiudere in ufficio agitazione che si sentiva addosso.
Ritornò a casa con intenzione di coricarsi.
Nel riposo del letto e nel silenzio della sua stanza, avrebbe potuto continuare a godere della scena avuta con Angiolina come se fosse continuata.
Forse nell'eccitazione di quel giorno si sarebbe confidato con la sorella; ma ricordò quanto aveva scoperto quella notte e sentendola lontana da lui, tutta occupata dai propri desideri, non le disse nulla.
Certo sarebbe venuto il tempo in cui egli avrebbe di nuovo circondato di cure la sorella, però ancora qualche giorno di vita voleva riservare a sé, alla propria passione.
Chiudersi in casa, esporsi alle domande di Amalia gli parve intollerabile.
Mutò proposito
Era indisposto, disse alla sorella, ma sarebbe andato a cercar giovamento all'aria aperta.
Ella non credette ai mali ch'egli si attribuì.
Fino allora aveva sempre indovinate le fasi per le quali passavano gli amori d'Emilio; quel giorno, per la prima volta, errò e credette si fosse liberato dall'ufficio per passare tutta intera la giornata con Angiolina.
Perché egli aveva sulla faccia seria un'aria di soddisfazione ch'ella non vi aveva vista da lungo tempo.
Non chiese nulla.
Spesse volte aveva tentato d'ottenere da lui delle confidenze e oramai gli serbava rancore unicamente perché egli le aveva rifiutate.
Quando Emilio si trovò di nuovo sulla via, solo, nell'orecchio ancora sempre il gemito d'angoscia di Angiolina, egli fu in procinto di andare immediatamente da lei.
Che cosa avrebbe fatto tutto il giorno, ozioso, con quell'agitazione che per quanto non fosse dolorosa, non era altro che un desiderio acuto, un'aspettativa impaziente come se ogni istante avesse dovuto apportare delle novità, una speranza nuova quale Angiolina non li aveva mai data prima?
Gli sarebbe stato impossibile di andare dal Balli e desiderava di non imbattersi in lui.
Lo temeva, anzi l'unica sensazione dolorosa in lui era quel timore.
Si disse che tale timore derivava dal sapere ch'egli non avrebbe saputo imitare la calma del Balli allorché costui aveva dovuto lasciare Margherita.
Si avviò verso il Corso.
Era possibile che Angiolina passasse di là per andare al lavoro dai Deluigi.
Egli non aveva avuto il tempo di chiederle ove si recasse; ma, certo, non era restata a casa.
Sulla via le avrebbe fatto un saluto misurato ma gentile.
Non le aveva detto che, calmatosi, sarebbe voluto divenire il suo buon amico? Oh, venisse presto presto questa calma e il tempo in cui egli avrebbe potuto avvicinarla di nuovo! Guardava intorno a sé per vederla in tempo se si fosse imbattuto in lei.
- Addio Brentani! Come va? Sei ancora vivo e non ti si vede mai! - Era il Sorniani, arzillo come sempre, ma sempre giallo, la faccia da malato meno gli occhi pieni di vita, non si sapeva bene se per vivacità o per irrequietezza.
Quando il Brentani si volse a lui, il Sorniani lo guardò lungamente alquanto sorpreso.
- Sei indisposto? Hai una cera curiosa - Non era la prima volta che il Sorniani gli avesse detto di trovargli l'aspetto di malato; certo vedeva riverberarsi sulle facce altrui un po' del proprio giallo.
Emilio fu lieto di apparire malato; poteva lagnarsi di qua che cosa che non fosse la sua sventura giacché di questa non poteva parlare.
- Pare ch'io sia malato di stomaco - disse accorato.
- Non di questo mi lagno, ma della tristezza che me ne deriva.
- Ricordava d'aver udito dire che il male di stomaco produceva tristezza.
Poi si compiacque di descrivere tale tristezza perché ad alta voce l'analizzava meglio.
- Strano! Non potevo mai immaginare che un'indisposizione fisica si tramutasse, senza che io ne potessi avere la coscienza, in una sensazione morale.
L'indifferenza che provo per tutto mi rattrista.
Credo che se anche tutte queste case sul Corso si mettessero a ballare, io non le guarderei neppure.
E se minacciassero di cadermi addosso, lascerei fare.
- S'interruppe, vedendo avvicinarsi una donna che somigliava un po' ad Angiolina.
- Oggi fa bel tempo, nevvero? Il cielo dovrebb'essere azzurro, aria dolce, il sole splendido.
Io lo capisco ma non lo sento.
Vedo grigio e sento grigio.
- Io non sono mai stato tanto ammalato, - disse il Sorniani con una soddisfazione che non riuscì a celare- credo anzi d'essere guarito definitivamente, ora.
- Parlò poi di vari medicinali da cui eran da ripromettersi mirabilia.
Emilio ebbe improvvisamente un grande desiderio di liberarsi da quell'importuno che non sapeva neppure star ad ascoltare.
Gli tese la mano senza dirgli nulla e facendo già il primo passo per allontanarsi.
Anche l'altro lo salutava, ma, tendendogli la mano, gli chiese: - Come vanno i tuoi amori?
Emilio finse di non capire: - Quali amori?
- Quella tizia.
La bionda.
Angiolina.
- Ah, sì - fece Emilio con aspetto d'indifferente.
- Non l'ho più vista.
- Hai fatto benissimo, - esclamò il Sorniani con grande calore e subito ravvicinandosi.
- Non è donna quella per giovani come te e che, per di più, non abbiano una salute più solida.
Ha fatto impazzire il Merighi e poi, certo, s'è fatta sbaciucchiare da mezza città.
Il verbo sbaciucchiare ferì il Brentani.
Se con esso l'omino giallo non avesse colto nel segno, qualificando l'espansività amorosa di Angiolina, egli non avrebbe badato alle sue chiacchiere, ma così, tutto ebbe subito l'aspetto di grande verità.
Protestò, disse che per quanto poco la conoscesse la riteneva molto seria, e riuscì nello scopo d'attizzare il Sorniani il quale, fattosi più pallido - lo stomaco doveva pur averci la sua parte, ne fece sentire di belle all'imprudente che l'aveva provocato.
Angiolina seria? Anche prima dell'entrata in scena del Merighi, ella doveva aver cominciato a far le sue esperienze sui maschi.
Già da giovinetta la si vedeva trottare per le vie di città vecchia in compagnia di ragazzi - le piacevano gl'imberbi - ad ore non permesse.
Il Merighi capitò in tempo per portarla in città nuova che, dopo, restò il campo della sua attività.
Ella si fece vedere a braccetto di tutti i giovani più ricchi, sempre col medesimo dolce abbandono di sposa novella.
E giù l'elenco dei nomi che il Brentani già conosceva, dal Giustini al Leardi, tutti i fotografati che facevano bella mostra sulla parete della stanza da letto di Angiolina.
Non un nome nuovo.
Era impossibile che il Sorniani inventasse con tanta esattezza.
Un dubbio angoscioso gli spinse il sangue alle gote; continuando a parlare con tanto calore, il Sorniani avrebbe forse nominato anche se stesso? Continuò ad ascoltarlo con grande ansietà mentre la sua destra si stringeva a pugno pronta a picchiare.
Ma l'altro s'interruppe per chiedergli: - Ti senti poco bene?
- No - disse Emilio - io sto benissimo.
- Si fermò e pensò se gli convenisse di farlo ciarlare ancora.
- Ma è evidente che devi sentirti poco bene.
Hai cambiato di cera due o tre volte.
Emilio riaperse il pugno.
Non era il caso di picchiare.
- Sì, infatti non sto bene.
- Picchiare il Sorniani! Bella vendetta! Avrebbe dovuto picchiare se stesso.
Oh, come l'amava! Se lo confessò con un'angoscia che non aveva mai provata.
Vigliaccamente, egli si disse che sarebbe ritornato da lei.
Al più presto.
Quella mattina egli s'era mosso risoluto ed energico alla vendetta.
L'aveva rimproverata e poi lasciata.
Oh, quale azione intelligente! Aveva punito se stesso.
Tutti l'avevano posseduta meno lui.
Perciò il deriso fra tutti quegli uomini non era che lui.
Ricordò che fra giorni il Volpini sarebbe venuto a prendersi l'anticipazione pattuita; proprio a tempo egli s'era pensato d'adirarsi di cose che aveva sempre sospettate.
Che cosa avrebbe fatto Angiolina dopo di essersi data al sarto? Era troppo naturale ch'essendosi data a costui per tradirlo più facilmente, ella l'avrebbe tradito con altri visto ch'Emilio giusto allora l'aveva abbandonata.
Per lui era perduta.
Vedeva tutto il futuro dinanzi agli occhi come se stesse succedendo a pochi passi da lui, sul Corso.
La vedeva uscire dalle braccia del Volpini nauseata di costui e cercare immediatamente un posto di rifarsi altrove di tanta infamia.
Ella lo avrebbe tradito e questa volta con ragione.
E non era il solo mancato possesso che formava la sua disperazione.
Fino allora egli s'era beato al ricordo di quel suono d'angoscia ch'egli aveva tratto da lei.
Ma che cosa poteva significare quello, nella vita di una donna che fra le braccia d'altri avrebbe ben altrimenti goduto e sofferto? Non c'era la possibilità di ritornare sui propri passi.
Gli bastava, per respingere questa tentazione, di ricordare quello che ne avrebbe detto il Balli.
Pensò che se non avesse avuto accanto quel giudice severo, egli non si sarebbe curato della dignità ora che comprendeva che con quel tentativo di risollevarla, aveva legato più abiettamente che mai ogni suo pensiero, ogni desiderio ad Angiolina.
Era già scorso parecchio tempo dacché egli aveva parlato col Sorniani, e il tumulto che le parole di costui avevano suscitato nel suo petto non s'era ancora quietato.
Forse ella avrebbe fatto qualche tentativo per riavvicinarsi a lui.
La dignità non gli avrebbe impedito allora d'accoglierla a braccia aperte.
Ma non come una volta.
Sarebbe corso immediatamente alla verità, cioè al possesso.
Giù la finzione! - Io so che tu fosti l'amante di tutti costoro, - le avrebbe gridato - e ti amo lo stesso.
Sii mia e dimmi la verità acciocché io non abbia altri dubbi.
- La verità? Anche sognando la più rude franchezza egli idealizzava Angiolina.
La verità? Poteva essa dirla, sapeva dirla? Se il Sorniani aveva detto anche soltanto una parte del vero, la menzogna doveva essere tanto connaturata in quella donna, ch'ella non se ne sarebbe liberata mai.
Egli dimenticava quanto in altri momenti aveva percepito tanto chiaramente, cioè il fatto ch'egli aveva stranamente collaborato a vedere in Angiolina ciò ch'ella non era, ch'era stato lui a creare la menzogna.
- Come non ho riconosciuto - andava dicendosi - che l'unica ragione di ridicolo era la menzogna! Sapendo tutto, dicendoglielo in faccia, spariva il ridicolo.
Ognuno può amare chi gli pare e piace.
- Gli pareva di dire tutto questo al Balli.
Il vento era cessato del tutto, e la giornata aveva assunto un vero aspetto primaverile.
In altro stato d'animo una giornata simile di libertà sarebbe stata una gioia per lui; ma era libertà quella per cui non gli era concesso di andare da Angiolina?
Eppure ci sarebbero stati dei pretesti per andarci subito.
Se non altro, egli poteva avvicinarla per farle dei nuovissimi rimproveri.
Infatti egli non aveva mai sospettata l'esistenza di quegli imberbi che avevano preceduto il Merighi e di cui gli aveva parlato quel giorno il Sorniani.
- No! - disse ad alta voce - Una debolezza simile mi getterebbe in sua balìa.
Pazienza; Dieci o quindici giorni.
Ella s'avvicinerà per la prima.
- Ma in tanto che cosa avrebbe fatto quella prima mattina?
Leardi! Il bel giovane, biondo e robusto, dal colorito di giovinetta su un organismo virile, passava il Corso, serio come sempre, vestito di un soprabito chiaro che faceva proprio per quella tepida giornata d'inverno.
Il Brentani ed il Leardi appena appena si salutavano, tutt'e due molto superbi quantunque per ragioni molto differenti.
Emilio di fronte a quel giovanotto elegante ricordava d'essere il letterato di una certa riputazione; l'altro invece credeva di poter trattarlo dall'alto al basso perché lo vedeva vestito meno accuratamente e non l'aveva mai trovato in nessuna delle grandi case della città ove egli invece era accolto a braccia aperte.
Avrebbe però amato che tale sua superiorità fosse riconosciuta anche dal Brentani, e rispose cortesemente al saluto che gli fu fatto.
Lo accolse poi con maggior gentilezza che sorpresa quando lo vide avvicinarglisi con la mano stesa.
Il Brentani aveva ceduto ad un istinto imperioso.
Visto che non gli era permesso di cercare Angiolina, il meglio che gli restava da fare era d'attaccarsi a chi nel suo pensiero era perennemente legato a lei.
- Anche ella approfitta del bel tempo per fare una passeggiata?
- Faccio due passi prima di colazione - disse il Leardi accettando così la compagnia del Brentani.
Emilio parlò poi del bel tempo, di una propria indisposizione, e della malattia del Sorniani.
Disse poi ch'egli non amava quest'ultimo perché gli pareva si vantasse troppo di aver delle buone fortune con le donne.
Parlava con abbondanza di parole.
Egli aveva lo strano presentimento d'essere accanto a persona che molto importasse nella sua vita, ed ogni sua parola avrebbe desiderato andasse a conquistargliene l'amicizia.
Lo guardò con ansietà allorché si trovò d'aver parlato delle buone fortune del Sorniani.
Il Leardi non mosse ciglio mentre Emilio s'era atteso ad un sorriso di superiorità.
Per lui un simile sorriso a quel proposito sarebbe equivalso alla confessione di un legame con Angiolina.
Ma anche il Leardi fu discorsivo.
Certo voleva dimostrare al Brentani la propria coltura.
Si lagnò che sul Corso si vedessero sempre le stesse facce e a questo proposito trovò anche deplorevole che la vita di Trieste fosse poco vivace e poco artistica.
Non gli si confaceva quella città.
Il Brentani intanto fu preso da un violento desiderio di farlo ciarlare di Angiolina.
Di quanto l'altro gli diceva, egli non sentiva che le singole parole, quasi meccanicamente per cercarvi un suono che ricordasse il nome d'Angiolina, e gli desse l'opportunità di attaccarvisi per parlare di lei.
Per sua fortuna non lo trovò, ma tutt'ad un tratto, indignato di dover star a sentire tante sciocchezze che l'altro snocciolava lentamente per farle gustare meglio, ruvidamente l'interruppe: - Guarda, guarda, disse con aria di sorpresa seguendo con l'occhio un'elegante figura di donna che non somigliava affatto ad Angiolina - la signorina Angiolina Zarri.
- Ma che! - protestò il Leardi seccato di essere stato interrotto - l'ho vista in faccia, non è lei.
Ricominciava già a parlare di teatri poco frequentati e di donne di società poco spiritose, ma il Brentani aveva già deciso di non subire più quegl'insegnamenti: - Conosce la signorina Zarri?
- Anche lei la conosce? - chiese l'altro con una sorpresa sincera.
Per il Brentani fu un momento di dubbio angoscioso.
Non era certo con l'astuzia ch'egli poteva sperare di far parlare un uomo come il Leardi.
Visto che gl'importava tanto di dissipare ogni menzogna che gl'impedisse di scorgere Angiolina quale era, non si sarebbe potuto rivolgere con tutta sincerità al Leardi e supplicarlo di dirgli tutta la verità? Fu indotto alla riserva unicamente dall'antipatia che provava per il Leardi.
- Sì, un amico me l'ha presentata giorni or sono.
- Io ero amico del Merighi.
Anni addietro la conoscevo molto bene.
Subito calmo e padrone dell'espressione della propria faccia, il Brentani ammiccò - Molto bene, eh?
- Oh, no - fece il Leardi con grande serietà.
- Come può credere una cosa simile? - Fece molto bene la sua parte, contentandosi di quest'espressione di sorpresa.
Il Brentani capì quale fosse il partito preso dal Leardi, e non insistette.
Si comportò come se avesse dimenticata la domanda indiscreta fatta poco prima e, serio serio, disse: - Mi racconti un po' quella storia del Merighi.
Perché l'abbandonò?
- In seguito ad imbarazzi finanziari.
Mi scrisse di aver dovuto ridonare la parola ad Angiolina.
Del resto pochi giorni or sono ho udito dire ch'ella sia fidanzata di nuovo, ad un sarto mi pare.
Gli pareva? Oh, non si poteva fare la commedia meglio di così.
Ma per farla così, per costringersi ad una finzione tanto accuratamente calcolata e che doveva costargli fatica e dispiacere (perché avrebbe parlato di Angiolina solo quando v'era obbligato?) egli doveva avere ancora dei buoni motivi, dei recentissimi legami con quella donna.
Il Leardi parlava già d'altro argomento, e poco dopo Emilio lo lasciò.
Per allontanarsi addusse di nuovo a pretesto un'improvvisa indisposizione, e il Leardi lo vide tanto sconvolto che gli credette ed anzi gli dimostrò una partecipazione amichevole che costrinse il Brentani a dirgli una parola di riconoscenza.
Invece come sentiva d'odiarlo! Avrebbe voluto poter spiarlo almeno per quella giornata; certo sarebbe finito con lo scoprirlo accanto ad Angiolina.
Un'ira insensata gli fece digrignare i denti e subito dopo si rimproverò quell'ira con amarezza e ironia.
Chissà con chi Angiolina lo avrebbe tradito quel giorno, forse con delle persone ch'egli non conosceva neppure.
Come era superiore a lui il Leardi, quell'imbecille privo di idee! Quella calma era la vera scienza della vita.
- Sì, - pensò il Brentani, e gli parve di dire una parola che avrebbe dovuto far vergognare insieme a lui l'umanità più eletta - l'abbondanza d'immagini nel mio cervello forma la mia inferiorità.
- Infatti se il Leardi avesse pensato che Angiolina lo tradiva, non se la sarebbe saputa rappresentare in un'immagine così piena di rilievo, di colore e di movimento come faceva lui figurandosela accanto al Leardi.
Allora appena si scopriva la nudità ch'egli aveva soltanto intravvista e il più comune facchino vi trovava immediata la soddisfazione e la pace.
Un atto breve, brutale, la derisione di tutti i sogni, di tutti i desideri.
Quando al sognatore l'ira ottenebrò la vista, la visione scomparve lasciandogli nell'orecchio l'eco lunga di una sonora risata.
A pranzo Amalia dovette accorgersi che la novità che agitava Emilio non era lieta.
Egli la sgridò con violenza perché il pranzo non era pronto: aveva fame e fretta.
Ebbe poscia la tortura di dover mangiare essendosi compromesso con tale dichiarazione.
Ma, dopo mangiato, restò fermo, indeciso dinanzi al piatto vuoto.
Aveva deciso; quel giorno non sarebbe andato da Angiolina, anzi non le si sarebbe avvicinato mai più.
Il più forte dolore che allora provasse era di aver offesa la sorella.
La vedeva triste e pallida.
Avrebbe voluto chiederle scusa.
Ma non osò.
Sentiva che, se avesse pronunziate delle parole dolci, avrebbe pianto come un bambino.
Finì col dirle ruvidamente ma con l'evidente intento di rabbonirla: - Dovresti uscire, fa un tempo bellissimo.
- Ella non rispose e lasciò la stanza.
Allora egli si adirò: - Non sono abbastanza disgraziato? Ella deve aver già compreso in quale stato d'animo io mi trovi.
Quel mio invito amorevole sarebbe dovuto bastarle per ridivenire gentile e non turbarmi col suo rancore.
Si sentiva stanco.
Si coricò vestito e subito cadde in un torpore che non gli toglieva di ricordare la propria sventura.
Una volta alzò la testa per asciugarsi gli occhi pieni di lagrime, e pensò con amarezza che quelle lagrime gli venivano spremute da Amalia.
Poi dimenticò tutto.
Quando si svegliò, trovò che calava la notte, uno di quei tristi tramonti di bella giornata invernale.
Restò di nuovo indeciso, seduto sul letto.
Altre volte, in quelle ore, egli aveva studiato.
I suoi libri dallo scaffale gli si offrivano invano.
Tutti quei titoli annunziavano della roba morta, non bastevole a far dimenticare neppure per un istante la vita, il dolore ch'egli sentiva muoversi nel seno.
Guardò nel tinello vicino, - e vide Amalia seduta accanto alla finestra, china al telaio.
Si finse allegro e le disse affettuosamente: - Mi hai perdonato le mie escandescenze di oggi?
Ella alzò per un solo istante gli occhi: - Non se ne parli più disse con dolcezza, e continuò a lavorare.
Egli era preparato a subire dei rimproveri, e fu disilluso al vederla tanto calma.
Tutto dunque intorno a lui era calmo meno lui stesso? Sedette accanto a lei e ammirò lungamente come la seta si adagiasse esattamente sul disegno.
Cercava invano altre parole.
Ma ella nulla chiedeva.
Ella non soffriva più affatto di quell'amore che le aveva sconvolta l'esistenza e di cui da principio s'era tanto lagnata.
Emilio ancora una volta si domandò: - Perché veramente ho abbandonata Angiolina?
VIII
Il Balli s'era proposto di curare definitivamente l'amico.
La sera stessa venne ad assistere alla cena di Emilio.
Incominciò col non mostrare alcuna fretta di conoscere l'avvenuto e soltanto una volta che Amalia s'allontanò, chiese, continuando a fumare e guardando il soffitto: - Le hai fatto capire con chi aveva a fare?
Emilio disse di sì con qualche vanteria, ma poi sarebbe stato imbarazzato di dire anche una sola altra parola su quel tono.
Amalia ritornò molto presto.
Raccontò della disputa che aveva avuta col fratello a mezzodì.
Disse ch'era un grave torto di dar colpa ad una donna che il pranzo non fosse pronto.
Dipendeva dalla forza del fuoco, e nelle cucine il termometro non era stato ancora introdotto.
- Del resto - aggiunse sorridendo affettuosamente al fratello - non c'è da fargliene carico.
Era venuto a casa di tale umore che se non avesse trovato uno sfogo gli avrebbe fatto male.
Non parve che il Balli volesse mettere in relazione il malumore di cui gli si parlava, con gli avvenimenti della sera prima.
- Anch'io oggi ero di pessimo umore - disse per tenere la conversazione su un tono leggero.
Emilio protestò d'essere stato d'umore ottimo.
- Non ricordi l'allegria che avevo questa mane?
Amalia aveva raccontata la storia della loro disputa con molta grazia; si capiva che parlandone aveva voluto soltanto divertire il Balli.
Aveva dimenticato ogni risentimento, e non ricordava neppure ch'egli le avesse domandato scusa.
Egli se ne sentiva profondamente offeso.
Quando i due uomini si trovarono soli sulla via, il Balli disse - Guarda come siamo liberi ora tutt'e due, non è meglio così - e s'appoggiò affettuosamente al braccio dell'amico.
Ma l'altro non l'intendeva così.
Comprese ch'era suo dovere di mostrarsi altrettanto affettuoso e disse: - Certo.
E' meglio così, ma io saprò apprezzare questo novello stato soltanto di qui a molto tempo.
Per il momento mi sento molto solo anche accanto a te.
- Senz'esserne stato richiesto, raccontò della visita fatta la mattina in via Fabio Severo.
Non disse d'esserci stato anche la notte.
Parlò del suono d'angoscia percepito nella voce d'Angiolina.
- E stato solo quello che m'ha commosso.
Era duro di lasciarla proprio nel momento in cui me ne sentivo amato.
- Conserva quel ricordo - gli disse il Balli insolitamente serio - e non vederla mai più.
Accanto a quel suono d'angoscia ricorda sempre anche lo stato in cui venivi posto dalla tua gelosia e ti passerà ogni desiderio di avvicinarla più.
- Eppure- confessò Emilio sinceramente commosso dall'affetto del Balli - non ho mai sofferto tanto di gelosia quanto ora.
- Fermandosi in faccia a Stefano, gli disse con voce profonda: - Promettimi che tu mi racconterai sempre quanto sul conto suo apprenderai; ma tu non l'avvicinerai mai, mai e se la vedessi sulla via me lo racconteresti subito.
Promettimelo formalmente.
Il Balli esitò solo perché gli pareva strano di dover dare una promessa di quella specie.
- Io sono ammalato di gelosia, solo di gelosia.
Sono geloso anche di altri, ma prima di tutto di te.
All'ombrellaio mi sono abituato, a te non mi abituerei mai.
- Nella sua voce non c'era nessun tono scherzoso; cercava di destar compassione per ottenere più facilmente quella promessa.
Se il Balli gliel'avesse rifiutata, egli era già deciso a correre immediatamente da Angiolina.
Non voleva che l'amico potesse approfittare di quello stato di cose che era in gran parte opera sua.
Guardò Stefano con un lampo di minaccia negli occhi.
Il Balli indovinò facilmente quanto passava per la mente di Emilio, e ne provò una forte compassione.
Gli fece perciò solennemente la promessa domandata.
Poi raccontò - al solo scopo di distrarre il Brentani - che gli dispiaceva di non poter più avvicinare Angiolina.
- Credendo di farti piacere, avevo lungamente sognato di ricavare da lei un bozzetto.
- Ebbe per un istante l'occhio da sognatore come se gli si delineasse in mente la figura pensata.
Emilio s'impaurì.
Puerilmente ricordò al Balli la promessa fatta pochi minuti prima: - La promessa l'hai già fatta.
Procura ora d'ispirarti altrove.
Il Balli rise di cuore.
Ma poi, commosso - aveva avuto un'altra prova della violenza della passione in Emilio - disse: - Chi avrebbe potuto prevedere che un'avventura simile potesse acquistare tale importanza nella tua vita! Se non fosse tanto doloroso, sarebbe ridicolo.
Allora Emilio si lagnò del proprio triste destino con un'ironia di se stesso che toglieva ogni ridicolo da lui.
Disse che tutti coloro che lo conoscevano dovevano sapere che cosa pensasse della vita.
In teoria la vedeva priva di qualsiasi contenuto serio, ed infatti egli non aveva creduto in nessuna delle felicità che gli erano state offerte; non ci aveva creduto e veramente non aveva mai cercato la felicità.
Ma come era più difficile di sottrarsi al dolore! Nella vita priva di qualsiasi contenuto serio, diveniva seria e importante anche Angiolina.
In quella prima sera l'amicizia del Balli fu utilissima ad Emilio.
La compassione che il Brentani sentiva nell'amico lo tranquillava molto.
Prima di tutto egli poteva essere sicuro che, per il momento, Stefano ed anche Angiolina non si sarebbero trovati; poi egli aveva una natura mansueta che abbisognava di carezze.
Dalla sera prima aveva cercato invano dove puntellarsi.
Era stata forse la mancanza di appoggio la causa per cui l'agitazione lo aveva tanto spesso padroneggiato dispoticamente.
Avrebbe potuto resistere se gli fosse stata data l'opportunità di spiegare e ragionare, e se fosse stato obbligato ad ascoltare.
Ritornò a casa molto più tranquillo di quando ne era uscito.
Era sorta in lui l'ostinazione di cui egli era disposto di vantarsi come di una forza.
Non avrebbe avvicinata Angiolina che nel caso in cui ella ne lo avesse pregato.
Egli poteva attendere, e quella relazione non poteva e non doveva essere ripresa da lui con un atto di sommissione.
Ma il sonno non voleva venire.
Nei vani tentativi di conquistarlo, la sua agitazione crebbe come nella corsa della sera innanzi.
La sua fantasia agitata architettò intero il sogno di un tradimento del Balli.
Sì, il Balli lo tradiva.
Stefano aveva poco prima confessato di aver sognato di far posare Angiolina per un bozzetto.
Ora, sorpreso nel suo studio da Emilio, con essa, mentre la copiava seminuda, si scusava, ricordando quella confessione.
Ed Emilio, per punirlo, trovava delle frasi roventi d'odio e di disprezzo.
Erano ben diverse da quelle ch'egli aveva dirette ad Angiolina perché qui egli aveva tutti i diritti: la lunga amicizia prima di tutto, e poi la formale promessa.
E come erano complesse quelle frasi! Erano finalmente dirette a persona che le poteva comprendere come chi le diceva.
Fu strappato a questi sogni dalla voce di Amalia ch'echeggiava tranquilla e sonora nella stanza vicina.
Egli provò un sollievo ad esser stato tratto dal suo incubo e saltò dal letto.
Si appostò ad origliare.
Udì per lungo tempo delle parole in cui non scopriva altro nesso che una grande dolcezza; nient'altro! La sognatrice voleva di nuovo qualche cosa che altri voleva; ad Emilio parve di scoprire ch'ella volesse anche di più di quanto le si chiedesse: voleva che altri esigesse.
Era proprio un sogno di sommissione.
Forse il medesimo della notte prima? Quella disgraziata s'era costruita una seconda vita; la notte le concedeva quel po' di felicità che il giorno le rifiutava.
Stefano! Ella aveva pronunziato il nome di battesimo del Balli.
- Anche costei! - pensò Emilio con amarezza.
Come non se ne era accorto prima? Amalia non si animava che quando veniva il Balli.
Anzi ora s'accorgeva ch'ella aveva sempre per lo scultore quella stessa sommissione che ora gli tributava in sogno.
Nel suo occhio grigio brillava una nuova luce quando lo posava sullo scultore.
Non v'era alcun dubbio.
Anche Amalia amava il Balli.
Fu una sventura ch'Emilio, ricoricatosi, non pigliasse sonno.
Ricordava con amarezza come il Balli si vantasse degli amori ch'egli destava e come, con un sorriso di persona soddisfatta, dicesse che l'unico successo che gli mancasse nella vita era il successo artistico.
Poi, nel lungo dormiveglia in cui piombò, fece dei sogni assurdi.
Il Balli abusava della sommissione d'Amalia, e rifiutava ridendo qualsiasi riparazione.
Il sognatore, ritornato in sé, non derise se stesso per quei sogni.
Fra un uomo tanto corrotto come il Balli e una donna tanto ingenua come Amalia, tutto era possibile.
Risolse d'imprendere la guarigione d'Amalia.
Avrebbe incominciato coll'allontanare di casa lo scultore, il quale, da qualche tempo, benché senza sua colpa, era divenuto apportatore di sventura.
Se non ci fosse stato lui, la relazione con Angiolina sarebbe stata più dolce, non complicata da tanta amara gelosia.
Anche la separazione sarebbe stata ora più facile.
La vita di Emilio in ufficio era dolorosissima.
Gli costava un grande sforzo dedicare la propria attenzione al lavoro.
Ogni pretesto gli era buono per lasciare il suo tavolo, e dedicare ancora qualche istante ad accarezzare, cullare il proprio dolore.
La sua mente sembrava destinata a questo e quando poteva cessare dallo sforzo di attendere ad altre cose, essa ritornava da sé alle idee predilette, se ne riempiva come un vaso vuoto, ed egli provava proprio il sentimento di chi s'è potuto togliere dalle spalle un peso insopportabile.
I muscoli si riànno, si stendono, ritornano alla loro posizione naturale.
Quando finalmente batteva l'ora in cui egli poteva lasciare l'ufficio, si sentiva addirittura felice, sebbene per pochissimo tempo.
Dapprima s'ingolfava con voluttà nei suoi rimpianti e desideri che divenivano sempre più evidenti e ragionati; ne godeva finché non s'imbatteva in qualche pensiero di gelosia che lo faceva fremere dolorosamente.
Il Balli lo attendeva sulla via.
- Ebbene, come va?
- Così così - rispose Emilio stringendosi nelle spalle.
- Ho passato una mattina atrocemente noiosa.
Stefano lo vide pallido e abbattuto e credette di capire che sorta di noia avesse provato Emilio.
Aveva preso il partito di essere molto dolce con l'amico.
Gli si propose a compagno per il pranzo; nel pomeriggio sarebbero andati insieme a passeggio.
Con un'esitazione che al Balli sfuggì, Emilio accettò.
Per un istante aveva pesata la possibilità di respingere la proposta del Balli, e di dirgli subito quello ch'egli oramai sentiva di dover dirgli.
Sarebbe stata infatti una vigliaccheria non salvare la sorella per la paura di perdere l'amico; nell'azione ch'egli meditava non vedeva più che un esperimento di coraggio.
Non lo fece, solo per il dubbio di poter ancora essersi ingannato sui sentimenti di Amalia.
- Sì, sì, vieni! - ripeté al Balli e mentre Stefano attribuiva la ripetizione dell'invito a gratitudine, Emilio era conscio di averla fatta per il piacere che gli fosse data immediatamente l'occasione di dissipare ogni dubbio.
Durante il pranzo, infatti, poté acquistare tutta la certezza di cui abbisognava.
Come gli somigliava Amalia! A lui parve di veder se stesso a cena con Angiolina.
Il desiderio di piacere la metteva in un imbarazzo che le toglieva ogni naturalezza.
La vide persino aprire la bocca per parlare e poi pentirsi e tacere.
Come pendeva dalle labbra del Balli! Forse neppure udiva quello ch'egli diceva.
Rideva e stava seria per un'involontaria soggezione.
Emilio cercò di distrarla; ma non fu ascoltato.
Non lo udì neppure il Balli il quale, per quanto non si fosse accorto del sentimento ispirato alla fanciulla, ne subiva una specie di fascino che si tradiva nell'eccitamento cerebrale in cui cadeva sempre quando si sentiva assoluto padrone di qualcuno.
Con una grande freddezza Emilio studiava e misurava l'amico.
Il Balli aveva dimenticato perfettamente lo scopo per cui era venuto.
Raccontava delle storie ch'Emilio già conosceva; si capiva che parlava per la sola Amalia.
Erano storie di un genere che già aveva provato sulla disgraziata.
Raccontava di quella triste e lieta bohème della quale Amalia amava tanto la gioia disordinata e la spensieratezza.
Quando Stefano ed Emilio uscirono insieme, nell'animo di quest'ultimo era cresciuto enorme l'amaro rancore per l'amico, che in seno gli dormiva da tanto tempo; una frase incauta del Balli, lo fece traboccare: - Vedi che abbiamo passata un'ora gradevolissima.
Emilio avrebbe voluto potergli dire delle insolenze.
Un'ora gradevole? Per lui certo no.
Egli avrebbe ricordata quell'ora col medesimo ribrezzo che provava per quelle passate col Balli e con Angiolina.
Aveva provata infatti a quel pranzo la stessa nota, dolorosa gelosia.
Rimproverava all'amico prima di tutto di non essersi accorto del suo mutismo, d'averlo ignorato tanto da credere ch'egli si fosse divertito.
Ma poi: come non s'accorgeva che Amalia in sua presenza era colta addirittura da una morbosa confusione e da un'agitazione che, a volte, la facevano balbettare? Egli era però tanto in chiaro in quel momento sui propri sentimenti, che temette che anche il Balli non s'accorgesse che gli si parlava di Amalia per vendicarsi del contegno da lui avuto con Angiolina.
Bisognava prima di tutto evitare di tradire un risentimento; egli doveva apparire un buon padre di famiglia ch'è mosso ad agire dal solo scopo di proteggere i suoi cari.
Incominciò col raccontare una bugia, e con l'aria di dire una cosa indifferente.
Disse che, quella mattina, una vecchia parente lo aveva fermato per chiedergli se fosse vero che il Balli era promesso sposo di Amalia.
Non era tutto, ma Emilio provò un sollievo per aver detto un tanto.
Era avviato diritto diritto, a spiegare al Balli che non era né la persona superiore né l'ottimo fra gli amici ch'egli si credeva.
- Ah, davvero? - esclamò il Balli molto sorpreso e ridendo con tutt'ingenuità.
- Infatti - disse Emilio facendo una smorfia che voleva essere un sorriso - la gente è tanto maligna che fa persino da ridere.
- Aveva detto così che l'ilarità del Balli era offensiva.
- Capirai però che bisognerà avere un po' di riguardo, perché a noi non può garbare che si dica questo della povera Amalia.
Quel plurale noi, rappresentava un tentativo di diminuire la propria responsabilità per le parole ch'egli diceva.
Contemporaneamente però aveva alzato la voce con grande calore: non poteva permettere che il Balli prendesse tanto alla leggera quell'argomento che a lui bruciava le labbra.
Stefano non seppe più quale contegno tenere.
Non doveva essergli accaduto molto spesso nella sua vita di venir accusato a torto.
Si sentiva innocente come un neonato.
Il rispetto ch'egli portava e aveva sempre dimostrato alla famiglia Brentani, e la bruttezza di Amalia, avrebbero dovuto salvarlo da ogni sospetto.
Conosceva molto bene Emilio e non lo credeva capace d'indispettirsi per qualche parola dettagli da una vecchia parente; ma aveva sentito nella voce di Emilio una violenza e forse di più, dell'odio, un tono che lo aveva fatto trasalire.
Corse subito col pensiero alla verità.
Ricordò come da tanto tempo tutti i pensieri, anzi tutta la vita di Emilio si fosse concentrata intorno ad Angiolina.
Che quella violenza e quell'odio nella voce di Emilio fossero da attribuirsi alla sua gelosia per Angiolina per quanto egli non parlasse che di Amalia? - Non credevo che alla nostra età, la mia cioè e quella della signorina, si potesse essere creduti capaci di commettere delle sciocchezze.
- Parlava con imbarazzo.
L'argomento scottava anche a lui.
- Che vuoi? E' il mondo...
Ma il Balli, che a quel mondo non credeva, gridò irosamente: - Lascia stare; ho già capito di che si tratti.
Parliamo d'altro.
Tacquero per un pezzo.
Emilio esitava a parlare, proprio per paura di compromettersi.
Che cosa aveva già capito il Balli? Il segreto suo, cioè il suo risentimento, oppure il segreto d'Amalia? Guardò l'amico e lo vide ancora più eccitato di quanto le sue parole avessero potuto far supporre.
Era molto rosso, e i suoi occhi azzurri guardavano torbidi nel vuoto.
Pareva che improvvisamente si fosse accaldato, perché aveva provato il bisogno di denudare l'alta fronte spingendo il cappello verso la nuca.
Evidentemente l'aveva con lui; le arti impiegate per celare il proprio rancore dietro supreme ragioni di famiglia non erano bastate.
Allora egli fu preso da una puerile paura di perdere l'amico.
Separatosi da Angiolina e dal Balli, egli non avrebbe più potuto sorvegliarli, ed essi, certo, si sarebbero prima o poi ritrovati.
Risoluto, si attaccò affettuosamente al braccio del Balli: - Senti, Stefano.
Capirai che, se io ti ho parlato a questo modo, debbo esservi stato spinto da ragioni fortissime.
Per me è un grande sacrificio di rinunciare a vederti più spesso in casa mia.
- Si commosse al timore di non riuscire a commuovere l'amico.
Il Balli si mitigò subito: - Ti credo - gli disse - ma ti prego di non nominarmi mai più quella tua vecchia parente.
Strano che avendo a parlarmi di cose tanto serie, tu abbia provato il bisogno di dirmi delle bugie.
Parla adesso con franchezza.
- Riacquistata la sua calma, ritrovò intero l'interesse amichevole che aveva portato sempre agli affari di Emilio.
Che cosa succedeva di nuovo a quel disgraziato?
Come sentiva l'amicizia il Balli! Emilio ne arrossì.
Era stato ingiusto a dubitare.
Volle cancellare qualunque ombra avessero potuto gettare le sue parole nell'animo dell'amico, e per il segreto di Amalia non ci fu più salvezza.
- Sono molto disgraziato - dichiarò compiangendosi per aumentare la compassione che aveva già percepita nelle parole del Balli.
Non raccontò di avere scoperta la sorella mentre sognava ad alta voce di Stefano, ma parlò soltanto dei mutamenti che avvenivano in Amalia quando il Balli varcava la soglia della loro casa.
Quando egli non c'era, ella appariva ammalata, stanca, distratta.
Bisognava prendere una risoluzione che la guarisse.
Al Balli bastò di udire dalla bocca di Emilio una confessione simile per crederci assolutamente.
Egli sospettò persino che Amalia si fosse confidata col fratello.
Non l'aveva mai vista tanto brutta come in quell'istante.
Spariva l'incanto ch'era messo sulla grigia faccia di Amalia dalla supposta sua mitezza.
Ora la vedeva aggressiva, dimentica del suo aspetto e della sua età.
Come doveva stonare l'amore su quella faccia! Era una seconda Angiolina che lo veniva a turbare nelle sue abitudini, ma un'Angiolina che gli faceva ribrezzo.
L'affettuosa compassione che egli provava per Emilio aumentò come quest'ultimo aveva voluto.
Disgraziato! Aveva anche da sorvegliare una sorella isterica.
Fu lui a chiedere scusa del movimento d'ira che aveva avuto.
Fu sincero come sempre: - Se non ci fosse stata una novità tale, quale io non potevo supporre, questa sarebbe stata l'ultima volta che ci saremmo visti.
Figurati: credevo che nella tua pazzia per Angiolina, tu non mi sapessi perdonare la simpatia ch'io le avevo ispirata, e cercassi un pretesto per aver lite con me.
Emilio fu colto da un profondo malessere.
Il Balli gli aveva spiegati gl'intimi moventi della sua mala azione.
Protestò energicamente, tanto che il Balli dovette chiedergli scusa di quel sospetto, ma verso se stesso quell'energia mancò d'efficacia.
Per un istante fu tutto col pensiero ad Amalia: - Strano! Angiolina aveva parte nel destino della sorella.
- Si quietò dicendosi che col tempo avrebbe saputo riparare, facendo prima di tutto capire al Balli quale essere stimabile fosse Amalia, e dedicando poi a quest'ultima tutto il proprio affetto.
Ma come darle una prova di tale affetto nello stato in cui egli si trovava? Anche quella sera stette parecchio tempo fermo dinanzi al tavolo su cui aveva sperato di trovare una lettera di Angiolina.
Guardava quel tavolo come se avesse voluto farne scaturire una carta.
Il desiderio di Angiolina era aumentato in lui.
Perché veramente? Ancora più che il giorno prima sentiva quanto fosse vano e triste il gioco di tenersi lontano da lei.
Oh, gioconda Angiolina! Ella non dava a nessuno dei rimorsi.
Poi, quando nella stanza vicina percepì chiara e sonora la voce di quell'altra sognatrice, il suo rimorso fu cocentissimo.
Che male ci sarebbe stato a lasciar continuare quei sogni innocenti nei quali si concentrava tutta la vita d'Amalia? Vero è che quel rimorso finì col mutarsi in una grande compassione di se stesso che lo fece piangere e trovare un grande sollievo in quello sfogo.
Quella notte dunque il rimorso gli fece trovare il sonno.
IX
Quanto era superiore a lui Amalia! Ella rivelò sorpresa il giorno appresso di non veder comparire il Balli, ma con tale indifferenza che sarebbe stato difficile di scoprirvi il minimo dispiacere.
- E' forse indisposto? - chiese ad Emilio, e costui ricordò che ella aveva avuto sempre una grande disinvoltura parlando con lui di Stefano.
Egli però non ebbe alcun dubbio di essersi ingannato.
- No rispose e non ebbe il coraggio di dire altro.
Un'intensa compassione lo prese al pensare che a quella debole personcina sovrastava, tanto imminente e senza ch'ella ne dubitasse, un dolore simile a quello che pativa lui.
Era lui stesso che stava per picchiarla.
Il colpo era già partito dalla sua mano, ma stava ancora sospeso in aria e fra poco si sarebbe abbattuto su quella testina grigia a piegarla, e la faccia mite avrebbe perduta quella serenità dimostrata chissà con quale eroico sforzo.
Egli avrebbe voluto prendere la sorella fra le braccia e incominciare a consolarla prima che fosse arrivato a lei il dolore.
Ma non poteva.
Senza arrossire non poteva dire in presenza sua neppure il nome dell'amico.
Tra fratello e sorella c'era oramai una barriera: la colpa di Emilio.
Egli non se ne accorgeva, e si riprometteva di poter arrivare alla sorella quando, certo, ella avrebbe cercato intorno a sé qualche appoggio.
Allora egli non avrebbe avuto da far altro che aprire le proprie braccia.
Ne era sicuro.
Amalia era fatta come lui che quando soffriva s'appoggiava su tutte le persone che gli stavano accanto.
Perciò egli lasciava ch'ella aspettasse il Balli.
Doveva essere un'aspettativa che Emilio non avrebbe sopportata; ci volle certo un grande eroismo per non chiedere nulla, all'infuori della solita domanda: - Il Balli non verrà? - C'era un bicchiere di più sulla tavola, preparato pel Balli; veniva riposto lentamente in un cantuccio dell'armadio che ad Amalia serviva di dispensa.
Quel bicchiere veniva poi seguito dalla tazzina destinata al Balli pel caffè e, riposta anche questa, Amalia chiudeva l'armadio a chiave.
Era calma, calma, ma molto lenta.
Quando ella gli volgeva le spalle, egli osava guardarla fisso, e allora la sua fantasia gli faceva vedere dei segni di sofferenza in ogni singolo segno di debolezza fisica.
Quelle spalle cadenti erano state sempre così? Quel collo magro non s'era dimagrito vieppiù negli ultimi giorni?
Ella ritornava a tavola a sedersi accanto a lui, ed egli pensava: - Ecco! Con quell'aspetto calmo, ella ha deciso di aspettare altre ventiquattr'ore.
- Ammirava! Egli non aveva saputo aspettare neppure una notte.
- Perché non viene più il signor Balli? - chiese essa il giorno appresso riponendo il bicchiere.
- Io credo che con noi non si diverta abbastanza, - disse Emilio dopo una breve esitazione, deciso di dire qualche cosa che facesse capire ad Amalia lo stato d'animo del Balli.
Non parve ch'ella desse molta importanza a tale osservazione, e pose il bicchiere con grande attenzione nel solito cantuccio.
Egli intanto aveva risolto di non lasciarla più in quei dubbi.
Quando vide sul vassoio tre tazze in luogo di due, le disse: - Potresti risparmiarti la fatica di preparare il caffè per Stefano.
E' probabile che per lungo tempo egli non venga più.
- Perché? - chiese essa con la tazza in mano, pallidissima.
A lui mancò il coraggio di dire le parole già preparate: - Perché non vuole.
- Non era meglio aiutarla nella sua finzione, e permetterle di domare lentamente il suo dolore senza trascinarla a tradirsi, con una rivelazione cui ella non era ancora preparata? Le disse che non credeva che il Balli potesse venire più a quell'ora perché s'era messo a lavorare accanitamente.
- Accanitamente? - ripeté essa volgendosi all'armadio.
La tazza le scivolò di mano, ma non si ruppe.
Ella la rialzò, la pulì accuratamente e la pose al suo posto.
Sedette poi accanto ad Emilio.
«Altre ventiquattr'ore» pensò egli.
Il giorno appresso Emilio non seppe impedire al Balli di accompagnarlo fino alla porta di casa.
Stefano guardò un momento per distrazione le finestre del primo piano, ma riabbassò prontamente gli occhi.
Certo su una delle finestre doveva aver scorta Amalia e non l'aveva salutata! Poco dopo Emilio osò guardare anche lui, ma, se c'era stata, ella doveva essersi già ritirata.
Avrebbe voluto fare un rimprovero a Stefano di non aver salutato, ma non gli era più possibile di verificare il fatto.
Molto oppresso, salì da Amalia.
Ella doveva aver compreso.
Non la trovò nel tinello.
Poco dopo ella venne, con passo rapido; si fermò dandosi da fare intorno alla porta che non voleva chiudersi.
Doveva aver pianto.
Aveva gli zigomi rossi e i capelli bagnati; certo, s'era bagnata la faccia per cancellare ogni traccia di lagrime.
Ella non chiese nulla quantunque durante il pranzo egli si sentisse continuamente minacciato da una domanda.
Evidentemente agitata, non trovava il coraggio di parlare.
Volle spiegare la propria agitazione, e raccontò di aver dormito poco.
Il bicchiere e la tazza del Balli non comparvero in tavola.
Amalia non aspettava più.
Ma Emilio aspettava.
Sarebbe stato un grande sollievo per lui vederla piangere, udirne qualche suono di dolore.
Ma per molto tempo non ebbe tale soddisfazione.
Rincasava ogni giorno preparato al dolore di vederla piangere, confessare la sua disperazione, e invece la trovava tranquilla, abbattuta, sempre gli stessi movimenti lenti di persona stanca.
Ella attendeva con la solita apparente cura ai lavori di casa, e ne parlava di nuovo ad Emilio come altre volte quando i due giovani, trovatisi soli, avevano cercato di abbellire la piccola loro dimora.
Era un incubo di sentirsi accanto tanta tristezza senza parole.
E come doveva essere forte quel dolore certo rincrudito dai dubbi più diversi.
Ad Emilio sembrava persino ch'ella potesse dubitare della verità, e si sentiva in pericolo di dover spiegare l'azione da lui commessa, la quale a lui stesso pareva già incredibile.
Talvolta ella posava su lui gli occhi grigi, sospettosi, indagatori.
Oh, quegli occhi là non crepitavano.
Guardavano le cose, gravi e fisi, a cercarvi la causa di tanti dolori.
Egli non ne poteva più.
Una sera in cui il Balli era impegnato - con qualche donna probabilmente - egli risolse di restare con la sorella.
Ma poi gli fu penoso di starle accanto nel silenzio che regnava fra loro tanto di frequente, condannati com'erano a tacere di quello ch'era il loro pensiero dominante.
Prese il cappello per uscire.
- Dove vai? - chiese ella che si divertiva a picchiare sul piatto con la forchetta, la testa abbandonata su un braccio.
Bastò perché egli perdesse il coraggio di andarsene.
Veniva chiamato.
Se in due quelle ore erano tanto dolorose, che cosa sarebbero state per Amalia sola?
Gettò via il cappello, e disse: - Volevo portare a spasso la mia disperazione.
- L'incubo sparì.
Era stata una trovata.
Se non poteva parlare dei suoi dolori poteva almeno distrarla col racconto dei proprii.
Ella aveva cessato immediatamente di picchiare e s'era tutta rivolta a lui per guardarlo bene in faccia, e vedere quale aspetto avesse in altri il proprio dolore.
- Poveretto - mormorò scoprendolo pallido, sofferente, inquieto anche per le ragioni ch'ella non poteva sapere.
Poi volle delle confidenze: - Da quel giorno non l'hai più riveduta?
Con un'espansione quasi gioconda egli raccontò.
Mai non l'aveva vista.
Quand'era all'aperto, senza voler sembrare, cioè senza fermarsi nei luoghi ove sapeva ch'ella a date ore doveva passare, non faceva altro che aspettarla.
Ma non l'aveva vista mai.
Sembrava proprio che, dacché era stata lasciata da lui, ella evitasse di farsi vedere per le vie.
- Potrebbe anche essere così - disse Amalia ch'era tutta, devotamente, intenta a studiare la sciagura del fratello.
Emilio rise di cuore.
Disse che Amalia non poteva figurarsi di quale pasta fosse fatta Angiolina.
Erano trascorsi otto giorni dacché l'aveva lasciata, ed egli doveva assolutamente ritenere d'essere stato già del tutto dimenticato.
- Ti prego, non deridermi - pregò quantunque s'accorgesse ch'ella fosse ben lontana dal ridere di lui.
- Ella è fatta proprio così.
- E qui capitò una biografia di Angiolina.
Parlò della sua leggerezza, della sua vanità, di tutto ciò che costituiva la propria sventura, ed Amalia stette a sentirlo silenziosa e senza tradire la minima meraviglia.
Emilio pensò ch'ella studiasse il suo amore per scoprirvi delle analogie col proprio.
Avevano passato in tal modo un quarto d'ora delizioso.
Pareva che tutto quanto li aveva divisi fosse sparito o anzi venisse ad unirli, tant'è vero ch'egli aveva parlato d'Angiolina non per il bisogno di sollevarsi dal peso d'amore e di desiderio che fino a quell'ora lo aveva fatto ciarlare tanto, ma unicamente per far piacere alla sorella.
Per Amalia provava una grande tenerezza; gli pareva che, ascoltandolo, ella gli avesse dato formalmente il suo perdono.
Fu questa tenerezza che lo condusse a dire delle parole che fecero terminare in tutt'altro modo quella serata.
Aveva finito di raccontare e, senza alcuna esitazione, chiese: - E tu? - Non aveva esitato e non aveva neppure riflettuto.
Dopo aver resistito per tanti giorni al desiderio di chiedere alla sorella delle confidenze, in quell'ora d'abbandono vi cedette.
Avendo provato un tale sollievo di fare lui delle confidenze, gli pareva troppo naturale d'indurre anche Amalia a confidarsi nello stesso modo.
Ma Amalia non l'intendeva così.
Lo guardò con gli occhi sbarrati da un grande terrore: - Io? Non ti capisco! - Se anche veramente non avesse capito, avrebbe potuto indovinare tutto dall'imbarazzo in cui egli fu gettato al vederla tanto sconvolta.
- Tu sei pazzo, mi pare.
- Aveva capito, ma evidentemente non sapeva ancora spiegarsi come Emilio fosse riuscito a indovinare il segreto tanto gelosamente custodito.
- Chiedevo se tu...
- balbettò Emilio egualmente sconvolto.
Cercava una bugia, ma intanto Amalia s'era trovata la spiegazione più ovvia e la disse a tanto di lettere: - Il signor Balli ti ha parlato di me.
- Ella gridava.
Il suo dolore aveva trovata la parola.
La sua faccia era colorita dal sangue sferzato da un violento disdegno, e le sue labbra si arcuarono.
Ella ridiveniva forte per un istante.
In questo ella somigliava perfettamente ad Emilio.
Si capiva ch'ella riviveva potendo convertire il suo dolore in un'ira.
Non era più abbandonata senza parole; era vilipesa.
Ma la forza non era fatta per lei, e durò poco.
Emilio giurò: il Balli non gli aveva mai parlato di Amalia in modo da far capire che credesse d'esserne amato.
Ella non gli credette, ma il debolissimo dubbio ch'egli le aveva messo nell'animo le tolse la forza, e si mise a piangere: - Perché non viene più in casa nostra?
- E' un caso, - disse Emilio.
- Fra giorni certo verrà
- Non verrà! - gridò Amalia e riacquistò la violenza nella discussione.
- Non mi saluta neppure.
- I singhiozzi le impedivano di pronunziare delle frasi più lunghe.
Emilio corse ad abbracciarla ma la compassione le fece male.
Ella si alzò violentemente, si svincolò e corse nella sua stanza a calmarsi.
I singhiozzi erano divenuti gridi.
Poco dopo cessarono del tutto, ed ella ritornò e poté parlare interrotta solo da qualche sussulto represso.
S'era fermata alla porta: - Non so neppure io stessa perché pianga così.
Un'inezia qualunque mi getta in tale orgasmo.
E' certo che sono malata.
Io non ho fatto nulla che potesse dare a quel signore il diritto di contenersi così.
Tu ne sei convinto, nevvero? Ebbene, mi basta! E del resto che cosa potevo dire o fare? - Andò a sedere e si rimise a piangere più dolcemente.
Era evidente che Emilio doveva prima di tutto scolpare l'amico e lo fece, ma non era possibile di riuscirvi.
L'opposizione non fece altro che agitare di più Amalia.
- Ch'egli venga! - ella gridò.
- Se lo desidera non mi vedrà neppure, non mi lascerò vedere da lui.
Ad Emilio parve d'aver trovata una buona idea:
- Sai la ragione del mutamento nel contegno del Balli? Dinanzi a me gli fu chiesto se stesse per fidanzarsi con te.
Ella lo guardava indagando se potesse fidarsi di lui; non comprendeva neppur bene, e per analizzare più facilmente quelle parole, le ripeté: - Altri gli ha detto ch'egli stia per fidanzarsi con me? - Rise forte, ma con la sola voce.
Egli aveva dunque paura di essere compromesso e di doverla sposare? Ma chi gli aveva messa un'idea simile in quella testa che pure di solito non appariva una delle più stolide? E lei, era forse una ragazzina da innamorarsi perdutamente per due parole ed una occhiata? - Certo - la sua ammirabile forza di volontà le permise perfino di trovare un tono di vera indifferenza - certo, la compagnia del Balli non le era stata discara, ma non l'aveva saputa tanto pericolosa.
- Volle di nuovo ridere, ma questa volta la sua voce si ruppe nel pianto.
- Non vedo dunque che ci sia una ragione di piangere - disse Emilio timidamente.
Avrebbe ora voluto far cessare quelle confidenze che con tanta leggerezza aveva provocate.
La parola non guariva Amalia; ne inaspriva il dolore.
In questo ella non gli somigliava.
- Non ho ragione di piangere quando vengo trattata in questo modo? Egli fugge come se io gli fossi corsa dietro.
- Di nuovo aveva gridato, ma, dallo sforzo, fu subito spossata.
Le parole di Emilio erano capitate proprio inaspettate perché, dopo tanto tempo, ella ancora non aveva trovato un contegno.
Un'altra volta ella cercò di attenuare l'impressione che tutta la scena doveva aver prodotta su Emilio.
- La mia debolezza è la causa prima della mia agitazione - disse poggiando la testa sulle due mani.
- Non m'hai già vista piangere per cose molto meno importanti?
Senza dirselo, ambedue corsero col pensiero a quella sera in cui ella era scoppiata in pianto solo perché quell'Angiolina le portava via il fratello.
Si guardarono molto serii.
Allora, ella pensò, aveva davvero pianto per nulla, e proprio perché ancora non aveva conosciuto lo scoramento senza rimedio in cui ora si trovava.
Egli, invece, ricordò quanto quella scena fosse somigliata a questa, e sentì un nuovo peso piombare sulla propria coscienza.
Questa scena era evidentemente la continuazione dell'altra.
Ma Amalia aveva deciso.
- Credo che tocca a te difendermi, nevvero? Ora non mi pare che tu possa continuare ad essere l'amico di chi m'offende senza alcun motivo
- Egli non t'offende - protestò Emilio.
- Pensa come vuoi! Ma egli deve ritornare in questa casa o tu saresti obbligato a voltargli le spalle.
Da parte mia poi, ti prometto ch'egli non troverà niente di mutato nel mio contegno; farò uno sforzo e lo tratterò diversamente da quello che si merita.
Emilio dovette riconoscere ch'ella aveva ragione e disse che, pur non annettendo alla cosa tanta importanza da indurlo a rompere i rapporti col Balli, gli avrebbe fatto capire che intendeva vederlo frequentare di nuovo casa sua.
Neppure questa promessa bastò alla mite Amalia.
- A te dunque pare un'inezia l'insulto fatto a tua sorella? Comportati allora come ti pare e piace, ma anch'io farò a modo mio.
- Minacciava fredda e sdegnosa.
- Domani mi raccomanderò all'agenzia qui di faccia per un posto da governante o da serva.
C'era tanta freddezza nelle sue parole da far credere nella serietà della sua intenzione.
- Ho forse detto di non voler fare quello che tu desideri? disse Emilio spaventato.
- Domani parlerò col Balli, e se domani stesso non viene da noi, io saprò allentare i miei rapporti con lui.
Quell'allentare suonò male ad Amalia.
- Allentare? Farai quello che vorrai.
- S'alzò e, senza salutarlo, andò nella sua stanza ove ancora ardeva la candela ch'ella ci aveva portata la prima volta che vi si era rifugiata
Emilio pensò ch'ella continuava a dimostrarsi risentita perché le era più facile di padroneggiarsi: il momento stesso in cui Si fosse mitigata fino a dire una parola di ringraziamento od anche soltanto di consenso, sarebbe stata vinta di nuovo dalla commozione.
Volle seguirla, ma capì ch'ella stava svestendosi e, dal di fuori, le augurò la buona notte.
Ella rispose a mezza voce e con una dura indifferenza
Del resto Amalia aveva ragione.
Il Balli doveva almeno qualche volta venire in casa sua.
Quella cessazione improvvisa delle visite era offensiva e si capiva che per poter guarire Amalia fosse necessario prima di tutto di toglier l'offesa.
Uscì nella speranza di trovare il Balli.
Fuori, alla porta stessa di casa, trovò la più potente delle distrazioni.
Per un caso strano s'imbatté faccia a faccia con Angiolina.
Come dimenticò subito la sorella, il Balli e i propri rimorsi! Fu una sorpresa per lui.
In quei pochi giorni egli aveva dimenticato il colore di quei capelli che rendevano tanto bionda tutta la figura, gli occhi azzurri che ora veramente guardavano per indagare.
Egli le fece un saluto breve che per voler essere freddo fu violento.
Nello stesso tempo le aveva sgranati addosso gli occhi sì che, se ella stessa non fosse stata sorpresa e agitata, ella avrebbe potuto averne paura.
Sì! Ella era agitata.
Aveva risposto al suo saluto confusa e arrossendo.
Era accompagnata dalla madre e, fatti pochi passi, s'era voltata tanto verso la propria compagna da poter vedere anche dietro di