SENILITA', di Italo Svevo - pagina 14
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L'altro s'era lasciato ingannare bonariamente, e c'era voluto poco a truffarlo.
Se i fasti di Angiolina, come pareva, servivano a divertire anche la madre, era molto probabile che lui fosse l'oggetto di risa, mentre il Volpini tuttavia doveva essere temuto.
Lo prese una di quelle violenti crisi che lo facevano sbiancare e tremare.
Ma ella parlava, parlava, quasi avesse voluto stordirlo, e gli diede il tempo di rimettersi.
Perché disperarsi, perché indignarsi di leggi di natura? Angiolina era stata perduta già nel ventre della madre.
L'accordo con la madre era in lei la cosa più odiosa.
Perciò essa non meritava rimbrotti, vittima essa stessa di una legge universale.
Rinasceva finalmente in lui l'antico naturalista convinto.
Non seppe però rinunziare alla vendetta.
Angiolina s'era dovuta finalmente accorgere del suo strano contegno.
Si volse a lui: - Non m'hai dato neppure un bacio disse con aria di rimprovero.
- Io non ti bacerò mai più! - rispose egli calmo, guardando quelle labbra rosse, cui rinunziava.
Non trovava altro e si alzò.
Non aveva neppur lontanamente l'idea di andarsene perché quella breve frase non poteva esser tutto, non era ancora un giusto compenso a tante sofferenze.
Voleva però far credere che con quella frase egli volesse abbandonarla.
Infatti sarebbe stato un atto dignitosissimo che avrebbe chiusa quella bassa relazione.
Ella indovinò tutto e, credendo ch'egli non volesse darle tempo alla difesa, soggiunse seccamente: - Infatti ho fatto male a dirti che quell'uomo fosse Volpini.
Non era lui! Fu Giulia che mi pregò si dicesse così.
Quell'uomo era in nostra compagnia per lei.
Ella fece compagnia a noi, ed era perciò giusto che per una volta non le rifiutassi di accompagnarla io.
Non si crederebbe.
Egli è tanto innamorato! Più ancora che non tu di me.
S'interruppe.
Aveva capito dall'espressione della sua faccia quanto egli fosse lontano dal crederle e tacque mortificata di aver detto due patenti bugie.
Poggiò le mani sullo schienale di una sedia vicina e vi esercitò uno sforzo violento Aveva sulla faccia una mancanza assoluta di espressione, e guardava con ostinazione una macchia grigia sulla parete.
Doveva essere quello il suo aspetto quando soffriva
Allora egli provò una strana compiacenza a provarle che sapeva proprio tutto e che ai suoi occhi ella era definitivamente perduta.
Poco prima si sarebbe quasi accontentato di poche parole: il triste imbarazzo di Angiolina lo rese ciarliero.
Ebbe la piena coscienza di un grande godimento.
Dal lato sentimentale era la prima volta che Angiolina lo soddisfacesse perfettamente.
Così, senza parole, ella era proprio una donna amante convinta di tradimento.
Poco dopo ci fu però un istante in cui la conversazione minacciò di divenire allegra, allegra.
Per ferirla, egli ricordò le cose ch'ella aveva prese al caffè a spese dell'ombrellaio.
- Giulia un bicchierino di un liquore trasparente, tu una tazza di cioccolata con una batteria di focacce.
Allora - oh, dolore! - ella si difese energicamente, e il suo volto si colorò per qualche cosa che doveva somigliare la virtù calunniata.
Finalmente le era attribuita una colpa che non aveva, ed Emilio capì che il Balli doveva essersi ingannato su quel punto.
- Cioccolata! Io che non la posso soffrire! Cioccolata io! Presi un bicchierino di non so che cosa e neanche lo bevetti.
Ella metteva in questa dichiarazione tale energia che non avrebbe potuto impiegarne di più per asserire la propria perfetta innocenza.
Era però visibile un certo suo tono di rammarico, quasi avesse deplorato di non aver mangiato di più giacché quella rinunzia non era bastata a salvarla agli occhi di Emilio.
Era proprio a lui ch'ella aveva fatto quel sacrificio.
Egli fece un violento sforzo per annullare quella nota falsa che gli guastava gli ultimi addii.
- Basta! Basta! - disse con disprezzo.
- Io non le dirò altro che questo: - le dava del lei per aggiungere solennità a quel momento - io le ho voluto bene e per questo solo fatto avevo il diritto di essere trattato altrimenti.
Quando una ragazza permette ad un giovine di dirle d'amarla, ella è già sua e non più libera.
- Questa frase era alquanto debole ma molto esatta, in un rimprovero amoroso anche troppo.
Infatti egli non aveva altro diritto al quale appellarsi che il fatto di averle detto d'amarla.
Sentendo che la parola, causa il proprio spirito analitico, in quella situazione lo tradiva, ricorse immediatamente a quello ch'egli sapeva essere la sua forza principale: l'abbandono.
Fino a poco prima, godendo della tristezza di Angiolina, aveva pensato di non lasciarla che molto più tardi.
Aveva sperato in una scena ben diversa.
Ora sentiva una minaccia.
Egli stesso aveva alluso alla propria mancanza di diritti, ed era possibilissimo ch'ella, essendo a corto d'argomenti, accettasse il suggerimento e gli chiedesse: - E tu che cosa hai fatto per me per esigere ch'io mi conformi al tuo volere? - Fuggì questo pericolo: - Io la saluto - disse gravemente.
- Quando avrò riacquistata la mia calma potremo anche rivederci.
Ma per lungo tempo è meglio che restiamo divisi.
Uscì, ma non senza averla ammirata per un'ultima volta pallida com'era, gli occhi sbarrati quasi per spavento, e forse indecisa se dirgli ancora qualche bugia per tentare di fermarlo.
Lo slancio con cui uscì da quella casa lo portò lontano.
Ma, sempre camminando con lo stesso aspetto di risolutezza, egli rimpiangeva amaramente di non poter vederla più a lungo nel dolore.
Nelle orecchie gli si ripercoteva il suono d'angoscia ch'ella aveva emesso al vederlo allontanarsi, ed egli l'ascoltava per imprimerselo sempre meglio nella memoria.
Bisognava conservarlo.
Era stato il maggior dono ch'ella gli avesse fatto.
Il ridicolo non poteva più colpirlo.
Non di fronte ad Angiolina stessa, almeno.
Ella poteva essere quale si voleva, ma per lunghi anni si sarebbe ricordata di un uomo che l'aveva amata non col solo scopo di baciarla, bensì con tutta l'anima, tanto che una prima offesa fatta al suo amore l'aveva ferito in modo da rinunziare a lei.
Chissà? Sarebbe bastato forse un ricordo simile per nobilitarla.
L'angoscia nella voce d'Angiolina gli aveva fatto dimenticare di bel nuovo qualunque conclusione scientifica.
Oh, gli era difficile di andare a chiudere in ufficio agitazione che si sentiva addosso.
Ritornò a casa con intenzione di coricarsi.
Nel riposo del letto e nel silenzio della sua stanza, avrebbe potuto continuare a godere della scena avuta con Angiolina come se fosse continuata.
Forse nell'eccitazione di quel giorno si sarebbe confidato con la sorella; ma ricordò quanto aveva scoperto quella notte e sentendola lontana da lui, tutta occupata dai propri desideri, non le disse nulla.
Certo sarebbe venuto il tempo in cui egli avrebbe di nuovo circondato di cure la sorella, però ancora qualche giorno di vita voleva riservare a sé, alla propria passione.
Chiudersi in casa, esporsi alle domande di Amalia gli parve intollerabile.
Mutò proposito
Era indisposto, disse alla sorella, ma sarebbe andato a cercar giovamento all'aria aperta.
Ella non credette ai mali ch'egli si attribuì.
Fino allora aveva sempre indovinate le fasi per le quali passavano gli amori d'Emilio; quel giorno, per la prima volta, errò e credette si fosse liberato dall'ufficio per passare tutta intera la giornata con Angiolina.
Perché egli aveva sulla faccia seria un'aria di soddisfazione ch'ella non vi aveva vista da lungo tempo.
Non chiese nulla.
Spesse volte aveva tentato d'ottenere da lui delle confidenze e oramai gli serbava rancore unicamente perché egli le aveva rifiutate.
Quando Emilio si trovò di nuovo sulla via, solo, nell'orecchio ancora sempre il gemito d'angoscia di Angiolina, egli fu in procinto di andare immediatamente da lei.
Che cosa avrebbe fatto tutto il giorno, ozioso, con quell'agitazione che per quanto non fosse dolorosa, non era altro che un desiderio acuto, un'aspettativa impaziente come se ogni istante avesse dovuto apportare delle novità, una speranza nuova quale Angiolina non li aveva mai data prima?
Gli sarebbe stato impossibile di andare dal Balli e desiderava di non imbattersi in lui.
Lo temeva, anzi l'unica sensazione dolorosa in lui era quel timore.
Si disse che tale timore derivava dal sapere ch'egli non avrebbe saputo imitare la calma del Balli allorché costui aveva dovuto lasciare Margherita.
Si avviò verso il Corso.
Era possibile che Angiolina passasse di là per andare al lavoro dai Deluigi.
Egli non aveva avuto il tempo di chiederle ove si recasse; ma, certo, non era restata a casa.
Sulla via le avrebbe fatto un saluto misurato ma gentile.
Non le aveva detto che, calmatosi, sarebbe voluto divenire il suo buon amico? Oh, venisse presto presto questa calma e il tempo in cui egli avrebbe potuto avvicinarla di nuovo! Guardava intorno a sé per vederla in tempo se si fosse imbattuto in lei.
- Addio Brentani! Come va? Sei ancora vivo e non ti si vede mai! - Era il Sorniani, arzillo come sempre, ma sempre giallo, la faccia da malato meno gli occhi pieni di vita, non si sapeva bene se per vivacità o per irrequietezza.
Quando il Brentani si volse a lui, il Sorniani lo guardò lungamente alquanto sorpreso.
- Sei indisposto? Hai una cera curiosa - Non era la prima volta che il Sorniani gli avesse detto di trovargli l'aspetto di malato; certo vedeva riverberarsi sulle facce altrui un po' del proprio giallo.
Emilio fu lieto di apparire malato; poteva lagnarsi di qua che cosa che non fosse la sua sventura giacché di questa non poteva parlare.
- Pare ch'io sia malato di stomaco - disse accorato.
- Non di questo mi lagno, ma della tristezza che me ne deriva.
- Ricordava d'aver udito dire che il male di stomaco produceva tristezza.
Poi si compiacque di descrivere tale tristezza perché ad alta voce l'analizzava meglio.
- Strano! Non potevo mai immaginare che un'indisposizione fisica si tramutasse, senza che io ne potessi avere la coscienza, in una sensazione morale.
L'indifferenza che provo per tutto mi rattrista.
Credo che se anche tutte queste case sul Corso si mettessero a ballare, io non le guarderei neppure.
E se minacciassero di cadermi addosso, lascerei fare.
- S'interruppe, vedendo avvicinarsi una donna che somigliava un po' ad Angiolina.
- Oggi fa bel tempo, nevvero? Il cielo dovrebb'essere azzurro, aria dolce, il sole splendido.
Io lo capisco ma non lo sento.
Vedo grigio e sento grigio.
- Io non sono mai stato tanto ammalato, - disse il Sorniani con una soddisfazione che non riuscì a celare- credo anzi d'essere guarito definitivamente, ora.
- Parlò poi di vari medicinali da cui eran da ripromettersi mirabilia.
Emilio ebbe improvvisamente un grande desiderio di liberarsi da quell'importuno che non sapeva neppure star ad ascoltare.
Gli tese la mano senza dirgli nulla e facendo già il primo passo per allontanarsi.
Anche l'altro lo salutava, ma, tendendogli la mano, gli chiese: - Come vanno i tuoi amori?
Emilio finse di non capire: - Quali amori?
- Quella tizia.
La bionda.
Angiolina.
- Ah, sì - fece Emilio con aspetto d'indifferente.
- Non l'ho più vista.
- Hai fatto benissimo, - esclamò il Sorniani con grande calore e subito ravvicinandosi.
- Non è donna quella per giovani come te e che, per di più, non abbiano una salute più solida.
Ha fatto impazzire il Merighi e poi, certo, s'è fatta sbaciucchiare da mezza città.
Il verbo sbaciucchiare ferì il Brentani.
Se con esso l'omino giallo non avesse colto nel segno, qualificando l'espansività amorosa di Angiolina, egli non avrebbe badato alle sue chiacchiere, ma così, tutto ebbe subito l'aspetto di grande verità.
Protestò, disse che per quanto poco la conoscesse la riteneva molto seria, e riuscì nello scopo d'attizzare il Sorniani il quale, fattosi più pallido - lo stomaco doveva pur averci la sua parte, ne fece sentire di belle all'imprudente che l'aveva provocato.
Angiolina seria? Anche prima dell'entrata in scena del Merighi, ella doveva aver cominciato a far le sue esperienze sui maschi.
Già da giovinetta la si vedeva trottare per le vie di città vecchia in compagnia di ragazzi - le piacevano gl'imberbi - ad ore non permesse.
Il Merighi capitò in tempo per portarla in città nuova che, dopo, restò il campo della sua attività.
Ella si fece vedere a braccetto di tutti i giovani più ricchi, sempre col medesimo dolce abbandono di sposa novella.
E giù l'elenco dei nomi che il Brentani già conosceva, dal Giustini al Leardi, tutti i fotografati che facevano bella mostra sulla parete della stanza da letto di Angiolina.
Non un nome nuovo.
Era impossibile che il Sorniani inventasse con tanta esattezza.
Un dubbio angoscioso gli spinse il sangue alle gote; continuando a parlare con tanto calore, il Sorniani avrebbe forse nominato anche se stesso? Continuò ad ascoltarlo con grande ansietà mentre la sua destra si stringeva a pugno pronta a picchiare.
Ma l'altro s'interruppe per chiedergli: - Ti senti poco bene?
- No - disse Emilio - io sto benissimo.
- Si fermò e pensò se gli convenisse di farlo ciarlare ancora.
- Ma è evidente che devi sentirti poco bene.
Hai cambiato di cera due o tre volte.
Emilio riaperse il pugno.
Non era il caso di picchiare.
- Sì, infatti non sto bene.
- Picchiare il Sorniani! Bella vendetta! Avrebbe dovuto picchiare se stesso.
Oh, come l'amava! Se lo confessò con un'angoscia che non aveva mai provata.
Vigliaccamente, egli si disse che sarebbe ritornato da lei.
Al più presto.
Quella mattina egli s'era mosso risoluto ed energico alla vendetta.
L'aveva rimproverata e poi lasciata.
Oh, quale azione intelligente! Aveva punito se stesso.
Tutti l'avevano posseduta meno lui.
Perciò il deriso fra tutti quegli uomini non era che lui.
Ricordò che fra giorni il Volpini sarebbe venuto a prendersi l'anticipazione pattuita; proprio a tempo egli s'era pensato d'adirarsi di cose che aveva sempre sospettate.
Che cosa avrebbe fatto Angiolina dopo di essersi data al sarto? Era troppo naturale ch'essendosi data a costui per tradirlo più facilmente, ella l'avrebbe tradito con altri visto ch'Emilio giusto allora l'aveva abbandonata.
Per lui era perduta.
Vedeva tutto il futuro dinanzi agli occhi come se stesse succedendo a pochi passi da lui, sul Corso.
La vedeva uscire dalle braccia del Volpini nauseata di costui e cercare immediatamente un posto di rifarsi altrove di tanta infamia.
Ella lo avrebbe tradito e questa volta con ragione.
E non era il solo mancato possesso che formava la sua disperazione.
Fino allora egli s'era beato al ricordo di quel suono d'angoscia ch'egli aveva tratto da lei.
Ma che cosa poteva significare quello, nella vita di una donna che fra le braccia d'altri avrebbe ben altrimenti goduto e sofferto? Non c'era la possibilità di ritornare sui propri passi.
Gli bastava, per respingere questa tentazione, di ricordare quello che ne avrebbe detto il Balli.
Pensò che se non avesse avuto accanto quel giudice severo, egli non si sarebbe curato della dignità ora che comprendeva che con quel tentativo di risollevarla, aveva legato più abiettamente che mai ogni suo pensiero, ogni desiderio ad Angiolina.
Era già scorso parecchio tempo dacché egli aveva parlato col Sorniani, e il tumulto che le parole di costui avevano suscitato nel suo petto non s'era ancora quietato.
Forse ella avrebbe fatto qualche tentativo per riavvicinarsi a lui.
La dignità non gli avrebbe impedito allora d'accoglierla a braccia aperte.
Ma non come una volta.
Sarebbe corso immediatamente alla verità, cioè al possesso.
Giù la finzione! - Io so che tu fosti l'amante di tutti costoro, - le avrebbe gridato - e ti amo lo stesso.
Sii mia e dimmi la verità acciocché io non abbia altri dubbi.
- La verità? Anche sognando la più rude franchezza egli idealizzava Angiolina.
La verità? Poteva essa dirla, sapeva dirla? Se il Sorniani aveva detto anche soltanto una parte del vero, la menzogna doveva essere tanto connaturata in quella donna, ch'ella non se ne sarebbe liberata mai.
Egli dimenticava quanto in altri momenti aveva percepito tanto chiaramente, cioè il fatto ch'egli aveva stranamente collaborato a vedere in Angiolina ciò ch'ella non era, ch'era stato lui a creare la menzogna.
- Come non ho riconosciuto - andava dicendosi - che l'unica ragione di ridicolo era la menzogna! Sapendo tutto, dicendoglielo in faccia, spariva il ridicolo.
Ognuno può amare chi gli pare e piace.
- Gli pareva di dire tutto questo al Balli.
Il vento era cessato del tutto, e la giornata aveva assunto un vero aspetto primaverile.
In altro stato d'animo una giornata simile di libertà sarebbe stata una gioia per lui; ma era libertà quella per cui non gli era concesso di andare da Angiolina?
Eppure ci sarebbero stati dei pretesti per andarci subito.
Se non altro, egli poteva avvicinarla per farle dei nuovissimi rimproveri.
Infatti egli non aveva mai sospettata l'esistenza di quegli imberbi che avevano preceduto il Merighi e di cui gli aveva parlato quel giorno il Sorniani.
- No! - disse ad alta voce - Una debolezza simile mi getterebbe in sua balìa.
Pazienza; Dieci o quindici giorni.
Ella s'avvicinerà per la prima.
- Ma in tanto che cosa avrebbe fatto quella prima mattina?
Leardi! Il bel giovane, biondo e robusto, dal colorito di giovinetta su un organismo virile, passava il Corso, serio come sempre, vestito di un soprabito chiaro che faceva proprio per quella tepida giornata d'inverno.
Il Brentani ed il Leardi appena appena si salutavano, tutt'e due molto superbi quantunque per ragioni molto differenti.
Emilio di fronte a quel giovanotto elegante ricordava d'essere il letterato di una certa riputazione; l'altro invece credeva di poter trattarlo dall'alto al basso perché lo vedeva vestito meno accuratamente e non l'aveva mai trovato in nessuna delle grandi case della città ove egli invece era accolto a braccia aperte.
Avrebbe però amato che tale sua superiorità fosse riconosciuta anche dal Brentani, e rispose cortesemente al saluto che gli fu fatto.
Lo accolse poi con maggior gentilezza che sorpresa quando lo vide avvicinarglisi con la mano stesa.
Il Brentani aveva ceduto ad un istinto imperioso.
Visto che non gli era permesso di cercare Angiolina, il meglio che gli restava da fare era d'attaccarsi a chi nel suo pensiero era perennemente legato a lei.
- Anche ella approfitta del bel tempo per fare una passeggiata?
- Faccio due passi prima di colazione - disse il Leardi accettando così la compagnia del Brentani.
Emilio parlò poi del bel tempo, di una propria indisposizione, e della malattia del Sorniani.
Disse poi ch'egli non amava quest'ultimo perché gli pareva si vantasse troppo di aver delle buone fortune con le donne.
Parlava con abbondanza di parole.
Egli aveva lo strano presentimento d'essere accanto a persona che molto importasse nella sua vita, ed ogni sua parola avrebbe desiderato andasse a conquistargliene l'amicizia.
Lo guardò con ansietà allorché si trovò d'aver parlato delle buone fortune del Sorniani.
Il Leardi non mosse ciglio mentre Emilio s'era atteso ad un sorriso di superiorità.
Per lui un simile sorriso a quel proposito sarebbe equivalso alla confessione di un legame con Angiolina.
Ma anche il Leardi fu discorsivo.
Certo voleva dimostrare al Brentani la propria coltura.
Si lagnò che sul Corso si vedessero sempre le stesse facce e a questo proposito trovò anche deplorevole che la vita di Trieste fosse poco vivace e poco artistica.
Non gli si confaceva quella città.
Il Brentani intanto fu preso da un violento desiderio di farlo ciarlare di Angiolina.
Di quanto l'altro gli diceva, egli non sentiva che le singole parole, quasi meccanicamente per cercarvi un suono che ricordasse il nome d'Angiolina, e gli desse l'opportunità di attaccarvisi per parlare di lei.
Per sua fortuna non lo trovò, ma tutt'ad un tratto, indignato di dover star a sentire tante sciocchezze che l'altro snocciolava lentamente per farle gustare meglio, ruvidamente l'interruppe: - Guarda, guarda, disse con aria di sorpresa seguendo con l'occhio un'elegante figura di donna che non somigliava affatto ad Angiolina - la signorina Angiolina Zarri.
- Ma che! - protestò il Leardi seccato di essere stato interrotto - l'ho vista in faccia, non è lei.
Ricominciava già a parlare di teatri poco frequentati e di donne di società poco spiritose, ma il Brentani aveva già deciso di non subire più quegl'insegnamenti: - Conosce la signorina Zarri?
- Anche lei la conosce? - chiese l'altro con una sorpresa sincera.
Per il Brentani fu un momento di dubbio angoscioso.
Non era certo con l'astuzia ch'egli poteva sperare di far parlare un uomo come il Leardi.
Visto che gl'importava tanto di dissipare ogni menzogna che gl'impedisse di scorgere Angiolina quale era, non si sarebbe potuto rivolgere con tutta sincerità al Leardi e supplicarlo di dirgli tutta la verità? Fu indotto alla riserva unicamente dall'antipatia che provava per il Leardi.
- Sì, un amico me l'ha presentata giorni or sono.
- Io ero amico del Merighi.
Anni addietro la conoscevo molto bene.
Subito calmo e padrone dell'espressione della propria faccia, il Brentani ammiccò - Molto bene, eh?
- Oh, no - fece il Leardi con grande serietà.
- Come può credere una cosa simile? - Fece molto bene la sua parte, contentandosi di quest'espressione di sorpresa.
Il Brentani capì quale fosse il partito preso dal Leardi, e non insistette.
Si comportò come se avesse dimenticata la domanda indiscreta fatta poco prima e, serio serio, disse: - Mi racconti un po' quella storia del Merighi.
Perché l'abbandonò?
- In seguito ad imbarazzi finanziari.
Mi scrisse di aver dovuto ridonare la parola ad Angiolina.
Del resto pochi giorni or sono ho udito dire ch'ella sia fidanzata di nuovo, ad un sarto mi pare.
Gli pareva? Oh, non si poteva fare la commedia meglio di così.
Ma per farla così, per costringersi ad una finzione tanto accuratamente calcolata e che doveva costargli fatica e dispiacere (perché avrebbe parlato di Angiolina solo quando v'era obbligato?) egli doveva avere ancora dei buoni motivi, dei recentissimi legami con quella donna.
Il Leardi parlava già d'altro argomento, e poco dopo Emilio lo lasciò.
Per allontanarsi addusse di nuovo a pretesto un'improvvisa indisposizione, e il Leardi lo vide tanto sconvolto che gli credette ed anzi gli dimostrò una partecipazione amichevole che costrinse il Brentani a dirgli una parola di riconoscenza.
Invece come sentiva d'odiarlo! Avrebbe voluto poter spiarlo almeno per quella giornata; certo sarebbe finito con lo scoprirlo accanto ad Angiolina.
Un'ira insensata gli fece digrignare i denti e subito dopo si rimproverò quell'ira con amarezza e ironia.
Chissà con chi Angiolina lo avrebbe tradito quel giorno, forse con delle persone ch'egli non conosceva neppure.
Come era superiore a lui il Leardi, quell'imbecille privo di idee! Quella calma era la vera scienza della vita.
- Sì, - pensò il Brentani, e gli parve di dire una parola che avrebbe dovuto far vergognare insieme a lui l'umanità più eletta - l'abbondanza d'immagini nel mio cervello forma la mia inferiorità.
- Infatti se il Leardi avesse pensato che Angiolina lo tradiva, non se la sarebbe saputa rappresentare in un'immagine così piena di rilievo, di colore e di movimento come faceva lui figurandosela accanto al Leardi.
Allora appena si scopriva la nudità ch'egli aveva soltanto intravvista e il più comune facchino vi trovava immediata la soddisfazione e la pace.
Un atto breve, brutale, la derisione di tutti i sogni, di tutti i desideri.
Quando al sognatore l'ira ottenebrò la vista, la visione scomparve lasciandogli nell'orecchio l'eco lunga di una sonora risata.
A pranzo Amalia dovette accorgersi che la novità che agitava Emilio non era lieta.
Egli la sgridò con violenza perché il pranzo non era pronto: aveva fame e fretta.
Ebbe poscia la tortura di dover mangiare essendosi compromesso con tale dichiarazione.
Ma, dopo mangiato, restò fermo, indeciso dinanzi al piatto vuoto.
Aveva deciso; quel giorno non sarebbe andato da Angiolina, anzi non le si sarebbe avvicinato mai più.
Il più forte dolore che allora provasse era di aver offesa la sorella.
La vedeva triste e pallida.
Avrebbe voluto chiederle scusa.
Ma non osò.
Sentiva che, se avesse pronunziate delle parole dolci, avrebbe pianto come un bambino.
Finì col dirle ruvidamente ma con l'evidente intento di rabbonirla: - Dovresti uscire, fa un tempo bellissimo.
- Ella non rispose e lasciò la stanza.
Allora egli si adirò: - Non sono abbastanza disgraziato? Ella deve aver già compreso in quale stato d'animo io mi trovi.
Quel mio invito amorevole sarebbe dovuto bastarle per ridivenire gentile e non turbarmi col suo rancore.
Si sentiva stanco.
Si coricò vestito e subito cadde in un torpore che non gli toglieva di ricordare la propria sventura.
Una volta alzò la testa per asciugarsi gli occhi pieni di lagrime, e pensò con amarezza che quelle lagrime gli venivano spremute da Amalia.
Poi dimenticò tutto.
Quando si svegliò, trovò che calava la notte, uno di quei tristi tramonti di bella giornata invernale.
Restò di nuovo indeciso, seduto sul letto.
Altre volte, in quelle ore, egli aveva studiato.
I suoi libri dallo scaffale gli si offrivano invano.
Tutti quei titoli annunziavano della roba morta, non bastevole a far dimenticare neppure per un istante la vita, il dolore ch'egli sentiva muoversi nel seno.
Guardò nel tinello vicino, - e vide Amalia seduta accanto alla finestra, china al telaio.
Si finse allegro e le disse affettuosamente: - Mi hai perdonato le mie escandescenze di oggi?
Ella alzò per un solo istante gli occhi: - Non se ne parli più disse con dolcezza, e continuò a lavorare.
Egli era preparato a subire dei rimproveri, e fu disilluso al vederla tanto calma.
Tutto dunque intorno a lui era calmo meno lui stesso? Sedette accanto a lei e ammirò lungamente come la seta si adagiasse esattamente sul disegno.
Cercava invano altre parole.
Ma ella nulla chiedeva.
Ella non soffriva più affatto di quell'amore che le aveva sconvolta l'esistenza e di cui da principio s'era tanto lagnata.
Emilio ancora una volta si domandò: - Perché veramente ho abbandonata Angiolina?
VIII
Il Balli s'era proposto di curare definitivamente l'amico.
La sera stessa venne ad assistere alla cena di Emilio.
Incominciò col non mostrare alcuna fretta di conoscere l'avvenuto e soltanto una volta che Amalia s'allontanò, chiese, continuando a fumare e guardando il soffitto: - Le hai fatto capire con chi aveva a fare?
Emilio disse di sì con qualche vanteria, ma poi sarebbe stato imbarazzato di dire anche una sola altra parola su quel tono.
Amalia ritornò molto presto.
Raccontò della disputa che aveva avuta col fratello a mezzodì.
Disse ch'era un grave torto di dar colpa ad una donna che il pranzo non fosse pronto.
Dipendeva dalla forza del fuoco, e nelle cucine il termometro non era stato ancora introdotto.
- Del resto - aggiunse sorridendo affettuosamente al fratello - non c'è da fargliene carico.
Era venuto a casa di tale umore che se non avesse trovato uno sfogo gli avrebbe fatto male.
Non parve che il Balli volesse mettere in relazione il malumore di cui gli si parlava, con gli avvenimenti della sera prima.
- Anch'io oggi ero di pessimo umore - disse per tenere la conversazione su un tono leggero.
Emilio protestò d'essere stato d'umore ottimo.
- Non ricordi l'allegria che avevo questa mane?
Amalia aveva raccontata la storia della loro disputa con molta grazia; si capiva che parlandone aveva voluto soltanto divertire il Balli.
Aveva dimenticato ogni risentimento, e non ricordava neppure ch'egli le avesse domandato scusa.
Egli se ne sentiva profondamente offeso.
Quando i due uomini si trovarono soli sulla via, il Balli disse - Guarda come siamo liberi ora tutt'e due, non è meglio così - e s'appoggiò affettuosamente al braccio dell'amico.
Ma l'altro non l'intendeva così.
Comprese ch'era suo dovere di mostrarsi altrettanto affettuoso e disse: - Certo.
E' meglio così, ma io saprò apprezzare questo novello stato soltanto di qui a molto tempo.
Per il momento mi sento molto solo anche accanto a te.
- Senz'esserne stato richiesto, raccontò della visita fatta la mattina in via Fabio Severo.
Non disse d'esserci stato anche la notte.
Parlò del suono d'angoscia percepito nella voce d'Angiolina.
- E stato solo quello che m'ha commosso.
Era duro di lasciarla proprio nel momento in cui me ne sentivo amato.
- Conserva quel ricordo - gli disse il Balli insolitamente serio - e non vederla mai più.
Accanto a quel suono d'angoscia ricorda sempre anche lo stato in cui venivi posto dalla tua gelosia e ti passerà ogni desiderio di avvicinarla più.
- Eppure- confessò Emilio sinceramente commosso dall'affetto del Balli - non ho mai sofferto tanto di gelosia quanto ora.
- Fermandosi in faccia a Stefano, gli disse con voce profonda: - Promettimi che tu mi racconterai sempre quanto sul conto suo apprenderai; ma tu non l'avvicinerai mai, mai e se la vedessi sulla via me lo racconteresti subito.
Promettimelo formalmente.
Il Balli esitò solo perché gli pareva strano di dover dare una promessa di quella specie.
- Io sono ammalato di gelosia, solo di gelosia.
Sono geloso anche di altri, ma prima di tutto di te.
All'ombrellaio mi sono abituato, a te non mi abituerei mai.
- Nella sua voce non c'era nessun tono scherzoso; cercava di destar compassione per ottenere più facilmente quella promessa.
Se il Balli gliel'avesse rifiutata, egli era già deciso a correre immediatamente da Angiolina.
Non voleva che l'amico potesse approfittare di quello stato di cose che era in gran parte opera sua.
Guardò Stefano con un lampo di minaccia negli occhi.
Il Balli indovinò facilmente quanto passava per la mente di Emilio, e ne provò una forte compassione.
Gli fece perciò solennemente la promessa domandata.
Poi raccontò - al solo scopo di distrarre il Brentani - che gli dispiaceva di non poter più avvicinare Angiolina.
- Credendo di farti piacere, avevo lungamente sognato di ricavare da lei un bozzetto.
- Ebbe per un istante l'occhio da sognatore come se gli si delineasse in mente la figura pensata.
Emilio s'impaurì.
Puerilmente ricordò al Balli la promessa fatta pochi minuti prima: - La promessa l'hai già fatta.
Procura ora d'ispirarti altrove.
Il Balli rise di cuore.
Ma poi, commosso - aveva avuto un'altra prova della violenza della passione in Emilio - disse: - Chi avrebbe potuto prevedere che un'avventura simile potesse acquistare tale importanza nella tua vita! Se non fosse tanto doloroso, sarebbe ridicolo.
Allora Emilio si lagnò del proprio triste destino con un'ironia di se stesso che toglieva ogni ridicolo da lui.
Disse che tutti coloro che lo conoscevano dovevano sapere che cosa pensasse della vita.
In teoria la vedeva priva di qualsiasi contenuto serio, ed infatti egli non aveva creduto in nessuna delle felicità che gli erano state offerte; non ci aveva creduto e veramente non aveva mai cercato la felicità.
Ma come era più difficile di sottrarsi al dolore! Nella vita priva di qualsiasi contenuto serio, diveniva seria e importante anche Angiolina.
In quella prima sera l'amicizia del Balli fu utilissima ad Emilio.
La compassione che il Brentani sentiva nell'amico lo tranquillava molto.
Prima di tutto egli poteva essere sicuro che, per il momento, Stefano ed anche Angiolina non si sarebbero trovati; poi egli aveva una natura mansueta che abbisognava di carezze.
Dalla sera prima aveva cercato invano dove puntellarsi.
Era stata forse la mancanza di appoggio la causa per cui l'agitazione lo aveva tanto spesso padroneggiato dispoticamente.
Avrebbe potuto resistere se gli fosse stata data l'opportunità di spiegare e ragionare, e se fosse stato obbligato ad ascoltare.
Ritornò a casa molto più tranquillo di quando ne era uscito.
Era sorta in lui l'ostinazione di cui egli era disposto di vantarsi come di una forza.
Non avrebbe avvicinata Angiolina che nel caso in cui ella ne lo avesse pregato.
Egli poteva attendere, e quella relazione non poteva e non doveva essere ripresa da lui con un atto di sommissione.
Ma il sonno non voleva venire.
Nei vani tentativi di conquistarlo, la sua agitazione crebbe come nella corsa della sera innanzi.
La sua fantasia agitata architettò intero il sogno di un tradimento del Balli.
Sì, il Balli lo tradiva.
Stefano aveva poco prima confessato di aver sognato di far posare Angiolina per un bozzetto.
Ora, sorpreso nel suo studio da Emilio, con essa, mentre la copiava seminuda, si scusava, ricordando quella confessione.
Ed Emilio, per punirlo, trovava delle frasi roventi d'odio e di disprezzo.
Erano ben diverse da quelle ch'egli aveva dirette ad Angiolina perché qui egli aveva tutti i diritti: la lunga amicizia prima di tutto, e poi la formale promessa.
E come erano complesse quelle frasi! Erano finalmente dirette a persona che le poteva comprendere come chi le diceva.
Fu strappato a questi sogni dalla voce di Amalia ch'echeggiava tranquilla e sonora nella stanza vicina.
Egli provò un sollievo ad esser stato tratto dal suo incubo e saltò dal letto.
Si appostò ad origliare.
Udì per lungo tempo delle parole in cui non scopriva altro nesso che una grande dolcezza; nient'altro! La sognatrice voleva di nuovo qualche cosa che altri voleva; ad Emilio parve di scoprire ch'ella volesse anche di più di quanto le si chiedesse: voleva che altri esigesse.
Era proprio un sogno di sommissione.
Forse il medesimo della notte prima? Quella disgraziata s'era costruita una seconda vita; la notte le concedeva quel po' di felicità che il giorno le rifiutava.
Stefano! Ella aveva pronunziato il nome di battesimo del Balli.
- Anche costei! - pensò Emilio con amarezza.
Come non se ne era accorto prima? Amalia non si animava che quando veniva il Balli.
Anzi ora s'accorgeva ch'ella aveva sempre per lo scultore quella stessa sommissione che ora gli tributava in sogno.
Nel suo occhio grigio brillava una nuova luce quando lo posava sullo scultore.
Non v'era alcun dubbio.
Anche Amalia amava il Balli.
Fu una sventura ch'Emilio, ricoricatosi, non pigliasse sonno.
Ricordava con amarezza come il Balli si vantasse degli amori ch'egli destava e come, con un sorriso di persona soddisfatta, dicesse che l'unico successo che gli mancasse nella vita era il successo artistico.
Poi, nel lungo dormiveglia in cui piombò, fece dei sogni assurdi.
Il Balli abusava della sommissione d'Amalia, e rifiutava ridendo qualsiasi riparazione.
Il sognatore, ritornato in sé, non derise se stesso per quei sogni.
Fra un uomo tanto corrotto come il Balli e una donna tanto ingenua come Amalia, tutto era possibile.
Risolse d'imprendere la guarigione d'Amalia.
Avrebbe incominciato coll'allontanare di casa lo scultore, il quale, da qualche tempo, benché senza sua colpa, era divenuto apportatore di sventura.
Se non ci fosse stato lui, la relazione con Angiolina sarebbe stata più dolce, non complicata da tanta amara gelosia.
Anche la separazione sarebbe stata ora più facile.
La vita di Emilio in ufficio era dolorosissima.
Gli costava un grande sforzo dedicare la propria attenzione al lavoro.
Ogni pretesto gli era buono per lasciare il suo tavolo, e dedicare ancora qualche istante ad accarezzare, cullare il proprio dolore.
La sua mente sembrava destinata a questo e quando poteva cessare dallo sforzo di attendere ad altre cose, essa ritornava da sé alle idee predilette, se ne riempiva come un vaso vuoto, ed egli provava proprio il sentimento di chi s'è potuto togliere dalle spalle un peso insopportabile.
I muscoli si riànno, si stendono, ritornano alla loro posizione naturale.
Quando finalmente batteva l'ora in cui egli poteva lasciare l'ufficio, si sentiva addirittura felice, sebbene per pochissimo tempo.
Dapprima s'ingolfava con voluttà nei suoi rimpianti e desideri che divenivano sempre più evidenti e ragionati; ne godeva finché non s'imbatteva in qualche pensiero di gelosia che lo faceva fremere dolorosamente.
Il Balli lo attendeva sulla via.
- Ebbene, come va?
- Così così - rispose Emilio stringendosi nelle spalle.
- Ho passato una mattina atrocemente noiosa.
Stefano lo vide pallido e abbattuto e credette di capire che sorta di noia avesse provato Emilio.
Aveva preso il partito di essere molto dolce con l'amico.
Gli si propose a compagno per il pranzo; nel pomeriggio sarebbero andati insieme a passeggio.
Con un'esitazione che al Balli sfuggì, Emilio accettò.
Per un istante aveva pesata la possibilità di respingere la proposta del Balli, e di dirgli subito quello ch'egli oramai sentiva di dover dirgli.
Sarebbe stata infatti una vigliaccheria non salvare la sorella per la paura di perdere l'amico; nell'azione ch'egli meditava non vedeva più che un esperimento di coraggio.
Non lo fece, solo per il dubbio di poter ancora essersi ingannato sui sentimenti di Amalia.
- Sì, sì, vieni! - ripeté al Balli e mentre Stefano attribuiva la ripetizione dell'invito a gratitudine, Emilio era conscio di averla fatta per il piacere che gli fosse data immediatamente l'occasione di dissipare ogni dubbio.
Durante il pranzo, infatti, poté acquistare tutta la certezza di cui abbisognava.
Come gli somigliava Amalia! A lui parve di veder se stesso a cena con Angiolina.
Il desiderio di piacere la metteva in un imbarazzo che le toglieva ogni naturalezza.
La vide persino aprire la bocca per parlare e poi pentirsi e tacere.
Come pendeva dalle labbra del Balli! Forse neppure udiva quello ch'egli diceva.
Rideva e stava seria per un'involontaria soggezione.
Emilio cercò di distrarla; ma non fu ascoltato.
Non lo udì neppure il Balli il quale, per quanto non si fosse accorto del sentimento ispirato alla fanciulla, ne subiva una specie di fascino che si tradiva nell'eccitamento cerebrale in cui cadeva sempre quando si sentiva assoluto padrone di qualcuno.
Con una grande freddezza Emilio studiava e misurava l'amico.
Il Balli aveva dimenticato perfettamente lo scopo per cui era venuto.
Raccontava delle storie ch'Emilio già conosceva; si capiva che parlava per la sola Amalia.
Erano storie di un genere che già aveva provato sulla disgraziata.
Raccontava di quella triste e lieta bohème della quale Amalia amava tanto la gioia disordinata e la spensieratezza.
Quando Stefano ed Emilio uscirono insieme, nell'animo di quest'ultimo era cresciuto enorme l'amaro rancore per l'amico, che in seno gli dormiva da tanto tempo; una frase incauta del Balli, lo fece traboccare: - Vedi che abbiamo passata un'ora gradevolissima.
Emilio avrebbe voluto potergli dire delle insolenze.
Un'ora gradevole? Per lui certo no.
Egli avrebbe ricordata quell'ora col medesimo ribrezzo che provava per quelle passate col Balli e con Angiolina.
Aveva provata infatti a quel pranzo la stessa nota, dolorosa gelosia.
Rimproverava all'amico prima di tutto di non essersi accorto del suo mutismo, d'averlo ignorato tanto da credere ch'egli si fosse divertito.
Ma poi: come non s'accorgeva che Amalia in sua presenza era colta addirittura da una morbosa confusione e da un'agitazione che, a volte, la facevano balbettare? Egli era però tanto in chiaro in quel momento sui propri sentimenti, che temette che anche il Balli non s'accorgesse che gli si parlava di Amalia per vendicarsi del contegno da lui avuto con Angiolina.
Bisognava prima di tutto evitare di tradire un risentimento; egli doveva apparire un buon padre di famiglia ch'è mosso ad agire dal solo scopo di proteggere i suoi cari.
Incominciò col raccontare una bugia, e con l'aria di dire una cosa indifferente.
Disse che, quella mattina, una vecchia parente lo aveva fermato per chiedergli se fosse vero che il Balli era promesso sposo di Amalia.
Non era tutto, ma Emilio provò un sollievo per aver detto un tanto.
Era avviato diritto diritto, a spiegare al Balli che non era né la persona superiore né l'ottimo fra gli amici ch'egli si credeva.
- Ah, davvero? - esclamò il Balli molto sorpreso e ridendo con tutt'ingenuità.
- Infatti - disse Emilio facendo una smorfia che voleva essere un sorriso - la gente è tanto maligna che fa persino da ridere.
- Aveva detto così che l'ilarità del Balli era offensiva.
- Capirai però che bisognerà avere un po' di riguardo, perché a noi non può garbare che si dica questo della povera Amalia.
Quel plurale noi, rappresentava un tentativo di diminuire la propria responsabilità per le parole ch'egli diceva.
Contemporaneamente però aveva alzato la voce con grande calore: non poteva permettere che il Balli prendesse tanto alla leggera quell'argomento che a lui bruciava le labbra.
Stefano non seppe più quale contegno tenere.
Non doveva essergli accaduto molto spesso nella sua vita di venir accusato a torto.
Si sentiva innocente come un neonato.
Il rispetto ch'egli portava e aveva sempre dimostrato alla famiglia Brentani, e la bruttezza di Amalia, avrebbero dovuto salvarlo da ogni sospetto.
Conosceva molto bene Emilio e non lo credeva capace d'indispettirsi per qualche parola dettagli da una vecchia parente; ma aveva sentito nella voce di Emilio una violenza e forse di più, dell'odio, un tono che lo aveva fatto trasalire.
Corse subito col pensiero alla verità.
Ricordò come da tanto tempo tutti i pensieri, anzi tutta la vita di Emilio si fosse concentrata intorno ad Angiolina.
Che quella violenza e quell'odio nella voce di Emilio fossero da attribuirsi alla sua gelosia per Angiolina per quanto egli non parlasse che di Amalia? - Non credevo che alla nostra età, la mia cioè e quella della signorina, si potesse essere creduti capaci di commettere delle sciocchezze.
- Parlava con imbarazzo.
L'argomento scottava anche a lui.
- Che vuoi? E' il mondo...
Ma il Balli, che a quel mondo non credeva, gridò irosamente: - Lascia stare; ho già capito di che si tratti.
Parliamo d'altro.
Tacquero per un pezzo.
Emilio esitava a parlare, proprio per paura di compromettersi.
Che cosa aveva già capito il Balli? Il segreto suo, cioè il suo risentimento, oppure il segreto d'Amalia? Guardò l'amico e lo vide ancora più eccitato di quanto le sue parole avessero potuto far supporre.
Era molto rosso, e i suoi occhi azzurri guardavano torbidi nel vuoto.
Pareva che improvvisamente si fosse accaldato, perché aveva provato il bisogno di denudare l'alta fronte spingendo il cappello verso la nuca.
Evidentemente l'aveva con lui; le arti impiegate per celare il proprio rancore dietro supreme ragioni di famiglia non erano bastate.
Allora egli fu preso da una puerile paura di perdere l'amico.
Separatosi da Angiolina e dal Balli, egli non avrebbe più potuto sorvegliarli, ed essi, certo, si sarebbero prima o poi ritrovati.
Risoluto, si attaccò affettuosamente al braccio del Balli: - Senti, Stefano.
Capirai che, se io ti ho parlato a questo modo, debbo esservi stato spinto da ragioni fortissime.
Per me è un grande sacrificio di rinunciare a vederti più spesso in casa mia.
- Si commosse al timore di non riuscire a commuovere l'amico.
Il Balli si mitigò subito: - Ti credo - gli disse - ma ti prego di non nominarmi mai più quella tua vecchia parente.
Strano che avendo a parlarmi di cose tanto serie, tu abbia provato il bisogno di dirmi delle bugie.
Parla adesso con franchezza.
- Riacquistata la sua calma, ritrovò intero l'interesse amichevole che aveva portato sempre agli affari di Emilio.
Che cosa succedeva di nuovo a quel disgraziato?
Come sentiva l'amicizia il Balli! Emilio ne arrossì.
Era stato ingiusto a dubitare.
Volle cancellare qualunque ombra avessero potuto gettare le sue parole nell'animo dell'amico, e per il segreto di Amalia non ci fu più salvezza.
- Sono molto disgraziato - dichiarò compiangendosi per aumentare la compassione che aveva già percepita nelle parole del Balli.
Non raccontò di avere scoperta la sorella mentre sognava ad alta voce di Stefano, ma parlò soltanto dei mutamenti che avvenivano in Amalia quando il Balli varcava la soglia della loro casa.
Quando egli non c'era, ella appariva ammalata, stanca, distratta.
Bisognava prendere una risoluzione che la guarisse.
Al Balli bastò di udire dalla bocca di Emilio una confessione simile per crederci assolutamente.
Egli sospettò persino che Amalia si fosse confidata col fratello.
Non l'aveva mai vista tanto brutta come in quell'istante.
Spariva l'incanto ch'era messo sulla grigia faccia di Amalia dalla supposta sua mitezza.
Ora la vedeva aggressiva, dimentica del suo aspetto e della sua età.
Come doveva stonare l'amore su quella faccia! Era una seconda Angiolina che lo veniva a turbare nelle sue abitudini, ma un'Angiolina che gli faceva ribrezzo.
L'affettuosa compassione che egli provava per Emilio aumentò come quest'ultimo aveva voluto.
Disgraziato! Aveva anche da sorvegliare una sorella isterica.
Fu lui a chiedere scusa del movimento d'ira che aveva avuto.
Fu sincero come sempre: - Se non ci fosse stata una novità tale, quale io non potevo supporre, questa sarebbe stata l'ultima volta che ci saremmo visti.
Figurati: credevo che nella tua pazzia per Angiolina, tu non mi sapessi perdonare la simpatia ch'io le avevo ispirata, e cercassi un pretesto per aver lite con me.
Emilio fu colto da un profondo malessere.
Il Balli gli aveva spiegati gl'intimi moventi della sua mala azione.
Protestò energicamente, tanto che il Balli dovette chiedergli scusa di quel sospetto, ma verso se stesso quell'energia mancò d'efficacia.
Per un istante fu tutto col pensiero ad Amalia: - Strano! Angiolina aveva parte nel destino della sorella.
- Si quietò dicendosi che col tempo avrebbe saputo riparare, facendo prima di tutto capire al Balli quale essere stimabile fosse Amalia, e dedicando poi a quest'ultima tutto il proprio affetto.
Ma come darle una prova di tale affetto nello stato in cui egli si trovava? Anche quella sera stette parecchio tempo fermo dinanzi al tavolo su cui aveva sperato di trovare una lettera di Angiolina.
Guardava quel tavolo come se avesse voluto farne scaturire una carta.
Il desiderio di Angiolina era aumentato in lui.
Perché veramente? Ancora più che il giorno prima sentiva quanto fosse vano e triste il gioco di tenersi lontano da lei.
Oh, gioconda Angiolina! Ella non dava a nessuno dei rimorsi.
Poi, quando nella stanza vicina percepì chiara e sonora la voce di quell'altra sognatrice, il suo rimorso fu cocentissimo.
Che male ci sarebbe stato a lasciar continuare quei sogni innocenti nei quali si concentrava tutta la vita d'Amalia? Vero è che quel rimorso finì col mutarsi in una grande compassione di se stesso che lo fece piangere e trovare un grande sollievo in quello sfogo.
Quella notte dunque il rimorso gli fece trovare il sonno.
IX
Quanto era superiore a lui Amalia! Ella rivelò sorpresa il giorno appresso di non veder comparire il Balli, ma con tale indifferenza che sarebbe stato difficile di scoprirvi il minimo dispiacere.
- E' forse indisposto? - chiese ad Emilio, e costui ricordò che ella aveva avuto sempre una grande disinvoltura parlando con lui di Stefano.
Egli però non ebbe alcun dubbio di essersi ingannato.
- No rispose e non ebbe il coraggio di dire altro.
Un'intensa compassione lo prese al pensare che a quella debole personcina sovrastava, tanto imminente e senza ch'ella ne dubitasse, un dolore simile a quello che pativa lui.
Era lui stesso che stava per picchiarla.
Il colpo era già partito dalla sua mano, ma stava ancora sospeso in aria e fra poco si sarebbe abbattuto su quella testina grigia a piegarla, e la faccia mite avrebbe perduta quella serenità dimostrata chissà con quale eroico sforzo.
Egli avrebbe voluto prendere la sorella fra le braccia e incominciare a consolarla prima che fosse arrivato a lei il dolore.
Ma non poteva.
Senza arrossire non poteva dire in presenza sua neppure il nome dell'amico.
Tra fratello e sorella c'era oramai una barriera: la colpa di Emilio.
Egli non se ne accorgeva, e si riprometteva di poter arrivare alla sorella quando, certo, ella avrebbe cercato intorno a sé qualche appoggio.
Allora egli non avrebbe avuto da far altro che aprire le proprie braccia.
Ne era sicuro.
Amalia era fatta come lui che quando soffriva s'appoggiava su tutte le persone che gli stavano accanto.
Perciò egli lasciava ch'ella aspettasse il Balli.
Doveva essere un'aspettativa che Emilio non avrebbe sopportata; ci volle certo un grande eroismo per non chiedere nulla, all'infuori della solita domanda: - Il Balli non verrà? - C'era un bicchiere di più sulla tavola, preparato pel Balli; veniva riposto lentamente in un cantuccio dell'armadio che ad Amalia serviva di dispensa.
Quel bicchiere veniva poi seguito dalla tazzina destinata al Balli pel caffè e, riposta anche questa, Amalia chiudeva l'armadio a chiave.
Era calma, calma, ma molto lenta.
Quando ella gli volgeva le spalle, egli osava guardarla fisso, e allora la sua fantasia gli faceva vedere dei segni di sofferenza in ogni singolo segno di debolezza fisica.
Quelle spalle cadenti erano state sempre così? Quel collo magro non s'era dimagrito vieppiù negli ultimi giorni?
Ella ritornava a tavola a sedersi accanto a lui, ed egli pensava: - Ecco! Con quell'aspetto calmo, ella ha deciso di aspettare altre ventiquattr'ore.
- Ammirava! Egli non aveva saputo aspettare neppure una notte.
- Perché non viene più il signor Balli? - chiese essa il giorno appresso riponendo il bicchiere.
- Io credo che con noi non si diverta abbastanza, - disse Emilio dopo una breve esitazione, deciso di dire qualche cosa che facesse capire ad Amalia lo stato d'animo del Balli.
Non parve ch'ella desse molta importanza a tale osservazione, e pose il bicchiere con grande attenzione nel solito cantuccio.
Egli intanto aveva risolto di non lasciarla più in quei dubbi.
Quando vide sul vassoio tre tazze in luogo di due, le disse: - Potresti risparmiarti la fatica di preparare il caffè per Stefano.
E' probabile che per lungo tempo egli non venga più.
- Perché? - chiese essa con la tazza in mano, pallidissima.
A lui mancò il coraggio di dire le parole già preparate: - Perché non vuole.
- Non era meglio aiutarla nella sua finzione, e permetterle di domare lentamente il suo dolore senza trascinarla a tradirsi, con una rivelazione cui ella non era ancora preparata? Le disse che non credeva che il Balli potesse venire più a quell'ora perché s'era messo a lavorare accanitamente.
- Accanitamente? - ripeté essa volgendosi all'armadio.
La tazza le scivolò di mano, ma non si ruppe.
Ella la rialzò, la pulì accuratamente e la pose al suo posto.
Sedette poi accanto ad Emilio.
«Altre ventiquattr'ore» pensò egli.
Il giorno appresso Emilio non seppe impedire al Balli di accompagnarlo fino alla porta di casa.
Stefano guardò un momento per distrazione le finestre del primo piano, ma riabbassò prontamente gli occhi.
Certo su una delle finestre doveva aver scorta Amalia e non l'aveva salutata! Poco dopo Emilio osò guardare anche lui, ma, se c'era stata, ella doveva essersi già ritirata.
Avrebbe voluto fare un rimprovero a Stefano di non aver salutato, ma non gli era più possibile di verificare il fatto.
Molto oppresso, salì da Amalia.
Ella doveva aver compreso.
Non la trovò nel tinello.
Poco dopo ella venne, con passo rapido; si fermò dandosi da fare intorno alla porta che non voleva chiudersi.
Doveva aver pianto.
Aveva gli zigomi rossi e i capelli bagnati; certo, s'era bagnata la faccia per cancellare ogni traccia di lagrime.
Ella non chiese nulla quantunque durante il pranzo egli si sentisse continuamente minacciato da una domanda.
Evidentemente agitata, non trovava il coraggio di parlare.
Volle spiegare la propria agitazione, e raccontò di aver dormito poco.
Il bicchiere e la tazza del Balli non comparvero in tavola.
Amalia non aspettava più.
Ma Emilio aspettava.
Sarebbe stato un grande sollievo per lui vederla piangere, udirne qualche suono di dolore.
Ma per molto tempo non ebbe tale soddisfazione.
Rincasava ogni giorno preparato al dolore di vederla piangere, confessare la sua disperazione, e invece la trovava tranquilla, abbattuta, sempre gli stessi movimenti lenti di persona stanca.
Ella attendeva con la solita apparente cura ai lavori di casa, e ne parlava di nuovo ad Emilio come altre volte quando i due giovani, trovatisi soli, avevano cercato di abbellire la piccola loro dimora.
Era un incubo di sentirsi accanto tanta tristezza senza parole.
E come doveva essere forte quel dolore certo rincrudito dai dubbi più diversi.
Ad Emilio sembrava persino ch'ella potesse dubitare della verità, e si sentiva in pericolo di dover spiegare l'azione da lui commessa, la quale a lui stesso pareva già incredibile.
Talvolta ella posava su lui gli occhi grigi, sospettosi, indagatori.
Oh, quegli occhi là non crepitavano.
Guardavano le cose, gravi e fisi, a cercarvi la causa di tanti dolori.
Egli non ne poteva più.
Una sera in cui il Balli era impegnato - con qualche donna probabilmente - egli risolse di restare con la sorella.
Ma poi gli fu penoso di starle accanto nel silenzio che regnava fra loro tanto di frequente, condannati com'erano a tacere di quello ch'era il loro pensiero dominante.
Prese il cappello per uscire.
- Dove vai? - chiese ella che si divertiva a picchiare sul piatto con la forchetta, la testa abbandonata su un braccio.
Bastò perché egli perdesse il coraggio di andarsene.
Veniva chiamato.
Se in due quelle ore erano tanto dolorose, che cosa sarebbero state per Amalia sola?
Gettò via il cappello, e disse: - Volevo portare a spasso la mia disperazione.
- L'incubo sparì.
Era stata una trovata.
Se non poteva parlare dei suoi dolori poteva almeno distrarla col racconto dei proprii.
Ella aveva cessato immediatamente di picchiare e s'era tutta rivolta a lui per guardarlo bene in faccia, e vedere quale aspetto avesse in altri il proprio dolore.
- Poveretto - mormorò scoprendolo pallido, sofferente, inquieto anche per le ragioni ch'ella non poteva sapere.
Poi volle delle confidenze: - Da quel giorno non l'hai più riveduta?
Con un'espansione quasi gioconda egli raccontò.
Mai non l'aveva vista.
Quand'era all'aperto, senza voler sembrare, cioè senza fermarsi nei luoghi ove sapeva ch'ella a date ore doveva passare, non faceva altro che aspettarla.
Ma non l'aveva vista mai.
Sembrava proprio che, dacché era stata lasciata da lui, ella evitasse di farsi vedere per le vie.
- Potrebbe anche essere così - disse Amalia ch'era tutta, devotamente, intenta a studiare la sciagura del fratello.
Emilio rise di cuore.
Disse che Amalia non poteva figurarsi di quale pasta fosse fatta Angiolina.
Erano trascorsi otto giorni dacché l'aveva lasciata, ed egli doveva assolutamente ritenere d'essere stato già del tutto dimenticato.
- Ti prego, non deridermi - pregò quantunque s'accorgesse ch'ella fosse ben lontana dal ridere di lui.
- Ella è fatta proprio così.
- E qui capitò una biografia di Angiolina.
Parlò della sua leggerezza, della sua vanità, di tutto ciò che costituiva la propria sventura, ed Amalia stette a sentirlo silenziosa e senza tradire la minima meraviglia.
Emilio pensò ch'ella studiasse il suo amore per scoprirvi delle analogie col proprio.
Avevano passato in tal modo un quarto d'ora delizioso.
Pareva che tutto quanto li aveva divisi fosse sparito o anzi venisse ad unirli, tant'è vero ch'egli aveva parlato d'Angiolina non per il bisogno di sollevarsi dal peso d'amore e di desiderio che fino a quell'ora lo aveva fatto ciarlare tanto, ma unicamente per far piacere alla sorella.
Per Amalia provava una grande tenerezza; gli pareva che, ascoltandolo, ella gli avesse dato formalmente il suo perdono.
Fu questa tenerezza che lo condusse a dire delle parole che fecero terminare in tutt'altro modo quella serata.
Aveva finito di raccontare e, senza alcuna esitazione, chiese: - E tu? - Non aveva esitato e non aveva neppure riflettuto.
Dopo aver resistito per tanti giorni al desiderio di chiedere alla sorella delle confidenze, in quell'ora d'abbandono vi cedette.
Avendo provato un tale sollievo di fare lui delle confidenze, gli pareva troppo naturale d'indurre anche Amalia a confidarsi nello stesso modo.
Ma Amalia non l'intendeva così.
Lo guardò con gli occhi sbarrati da un grande terrore: - Io? Non ti capisco! - Se anche veramente non avesse capito, avrebbe potuto indovinare tutto dall'imbarazzo in cui egli fu gettato al vederla tanto sconvolta.
- Tu sei pazzo, mi pare.
- Aveva capito, ma evidentemente non sapeva ancora spiegarsi come Emilio fosse riuscito a indovinare il segreto tanto gelosamente custodito.
- Chiedevo se tu...
- balbettò Emilio egualmente sconvolto.
Cercava una bugia, ma intanto Amalia s'era trovata la spiegazione più ovvia e la disse a tanto di lettere: - Il signor Balli ti ha parlato di me.
- Ella gridava.
Il suo dolore aveva trovata la parola.
La sua faccia era colorita dal sangue sferzato da un violento disdegno, e le sue labbra si arcuarono.
Ella ridiveniva forte per un istante.
In questo ella somigliava perfettamente ad Emilio.
Si capiva ch'ella riviveva potendo convertire il suo dolore in un'ira.
Non era più abbandonata senza parole; era vilipesa.
Ma la forza non era fatta per lei, e durò poco.
Emilio giurò: il Balli non gli aveva mai parlato di Amalia in modo da far capire che credesse d'esserne amato.
Ella non gli credette, ma il debolissimo dubbio ch'egli le aveva messo nell'animo le tolse la forza, e si mise a piangere: - Perché non viene più in casa nostra?
- E' un caso, - disse Emilio.
- Fra giorni certo verrà
- Non verrà! - gridò Amalia e riacquistò la violenza nella discussione.
- Non mi saluta neppure.
- I singhiozzi le impedivano di pronunziare delle frasi più lunghe.
Emilio corse ad abbracciarla ma la compassione le fece male.
Ella si alzò violentemente, si svincolò e corse nella sua stanza a calmarsi.
I singhiozzi erano divenuti gridi.
Poco dopo cessarono del tutto, ed ella ritornò e poté parlare interrotta solo da qualche sussulto represso.
S'era fermata alla porta: - Non so neppure io stessa perché pianga così.
Un'inezia qualunque mi getta in tale orgasmo.
E' certo che sono malata.
Io non ho fatto nulla che potesse dare a quel signore il diritto di contenersi così.
Tu ne sei convinto, nevvero? Ebbene, mi basta! E del resto che cosa potevo dire o fare? - Andò a sedere e si rimise a piangere più dolcemente.
Era evidente che Emilio doveva prima di tutto scolpare l'amico e lo fece, ma non era possibile di riuscirvi.
L'opposizione non fece altro che agitare di più Amalia.
- Ch'egli venga! - ella gridò.
- Se lo desidera non mi vedrà neppure, non mi lascerò vedere da lui.
Ad Emilio parve d'aver trovata una buona idea:
- Sai la ragione del mutamento nel contegno del Balli? Dinanzi a me gli fu chiesto se stesse per fidanzarsi con te.
Ella lo guardava indagando se potesse fidarsi di lui; non comprendeva neppur bene, e per analizzare più facilmente quelle parole, le ripeté: - Altri gli ha detto ch'egli stia per fidanzarsi con me? - Rise forte, ma con la sola voce.
Egli aveva dunque paura di essere compromesso e di doverla sposare? Ma chi gli aveva messa un'idea simile in quella testa che pure di solito non appariva una delle più stolide? E lei, era forse una ragazzina da innamorarsi perdutamente per due parole ed una occhiata? - Certo - la sua ammirabile forza di volontà le permise perfino di trovare un tono di vera indifferenza - certo, la compagnia del Balli non le era stata discara, ma non l'aveva saputa tanto pericolosa.
- Volle di nuovo ridere, ma questa volta la sua voce si ruppe nel pianto.
- Non vedo dunque che ci sia una ragione di piangere - disse Emilio timidamente.
Avrebbe ora voluto far cessare quelle confidenze che con tanta leggerezza aveva provocate.
La parola non guariva Amalia; ne inaspriva il dolore.
In questo ella non gli somigliava.
- Non ho ragione di piangere quando vengo trattata in questo modo? Egli fugge come se io gli fossi corsa dietro.
- Di nuovo aveva gridato, ma, dallo sforzo, fu subito spossata.
Le parole di Emilio erano capitate proprio inaspettate perché, dopo tanto tempo, ella ancora non aveva trovato un contegno.
Un'altra volta ella cercò di attenuare l'impressione che tutta la scena doveva aver prodotta su Emilio.
- La mia debolezza è la causa prima della mia agitazione - disse poggiando la testa sulle due mani.
- Non m'hai già vista piangere per cose molto meno importanti?
Senza dirselo, ambedue corsero col pensiero a quella sera in cui ella era scoppiata in pianto solo perché quell'Angiolina le portava via il fratello.
Si guardarono molto serii.
Allora, ella pensò, aveva davvero pianto per nulla, e proprio perché ancora non aveva conosciuto lo scoramento senza rimedio in cui ora si trovava.
Egli, invece, ricordò quanto quella scena fosse somigliata a questa, e sentì un nuovo peso piombare sulla propria coscienza.
Questa scena era evidentemente la continuazione dell'altra.
Ma Amalia aveva deciso.
- Credo che tocca a te difendermi, nevvero? Ora non mi pare che tu possa continuare ad essere l'amico di chi m'offende senza alcun motivo
- Egli non t'offende - protestò Emilio.
- Pensa come vuoi! Ma egli deve ritornare in questa casa o tu saresti obbligato a voltargli le spalle.
Da parte mia poi, ti prometto ch'egli non troverà niente di mutato nel mio contegno; farò uno sforzo e lo tratterò diversamente da quello che si merita.
Emilio dovette riconoscere ch'ella aveva ragione e disse che, pur non annettendo alla cosa tanta importanza da indurlo a rompere i rapporti col Balli, gli avrebbe fatto capire che intendeva vederlo frequentare di nuovo casa sua.
Neppure questa promessa bastò alla mite Amalia.
- A te dunque pare un'inezia l'insulto fatto a tua sorella? Comportati allora come ti pare e piace, ma anch'io farò a modo mio.
- Minacciava fredda e sdegnosa.
- Domani mi raccomanderò all'agenzia qui di faccia per un posto da governante o da serva.
C'era tanta freddezza nelle sue parole da far credere nella serietà della sua intenzione.
- Ho forse detto di non voler fare quello che tu desideri? disse Emilio spaventato.
- Domani parlerò col Balli, e se domani stesso non viene da noi, io saprò allentare i miei rapporti con lui.
Quell'allentare suonò male ad Amalia.
- Allentare? Farai quello che vorrai.
- S'alzò e, senza salutarlo, andò nella sua stanza ove ancora ardeva la candela ch'ella ci aveva portata la prima volta che vi si era rifugiata
Emilio pensò ch'ella continuava a dimostrarsi risentita perché le era più facile di padroneggiarsi: il momento stesso in cui Si fosse mitigata fino a dire una parola di ringraziamento od anche soltanto di consenso, sarebbe stata vinta di nuovo dalla commozione.
Volle seguirla, ma capì ch'ella stava svestendosi e, dal di fuori, le augurò la buona notte.
Ella rispose a mezza voce e con una dura indifferenza
Del resto Amalia aveva ragione.
Il Balli doveva almeno qualche volta venire in casa sua.
Quella cessazione improvvisa delle visite era offensiva e si capiva che per poter guarire Amalia fosse necessario prima di tutto di toglier l'offesa.
Uscì nella speranza di trovare il Balli.
Fuori, alla porta stessa di casa, trovò la più potente delle distrazioni.
Per un caso strano s'imbatté faccia a faccia con Angiolina.
Come dimenticò subito la sorella, il Balli e i propri rimorsi! Fu una sorpresa per lui.
In quei pochi giorni egli aveva dimenticato il colore di quei capelli che rendevano tanto bionda tutta la figura, gli occhi azzurri che ora veramente guardavano per indagare.
Egli le fece un saluto breve che per voler essere freddo fu violento.
Nello stesso tempo le aveva sgranati addosso gli occhi sì che, se ella stessa non fosse stata sorpresa e agitata, ella avrebbe potuto averne paura.
Sì! Ella era agitata.
Aveva risposto al suo saluto confusa e arrossendo.
Era accompagnata dalla madre e, fatti pochi passi, s'era voltata tanto verso la propria compagna da poter vedere anche dietro di sé.
A lui parve di comprendere dagli occhi di lei ch'ella s'attendeva di venir avvicinata, e fu precisamente questo che gli diede la forza di passare oltre accelerando il passo.
Camminò per parecchio tempo senza meta, per tranquillarsi Forse Amalia aveva veduto bene e il suo abbandono era stato per Angiolina la più energica delle educazioni.
Forse ella lo amava ora! Camminando fece un sogno delizioso.
Ella lo amava, lo seguiva, s'attaccava a lui, ed egli continuava a fuggirla, a respingerla.
Quale soddisfazione sentimentale!
Quando ritornò in sé, il ricordo della sorella gli aggravò di nuovo il cuore.
In quei pochi giorni il suo destino era divenuto più doloroso, tant'è vero che il pensiero d'Angiolina, che fino allora era stato tanto doloroso per lui, gli appariva un rifugio, per quanto non tutto piacevole, dal pensiero di aver inasprita la sorte della sorella.
Per quella sera non trovò il Balli.
Sul tardi venne fermato dal Sorniani il quale ritornava dal teatro.
Dopo il saluto, subito, costui raccontò di aver vista a teatro, in prima galleria, Angiolina colla madre; bellissima davvero con una vita di seta gialla e un cappellino di cui non si vedevano che due o tre grandi rose nell'oro dei capelli.
Si dava per la prima volta la Valchiria e il Sorniani si meravigliava che Emilio, conosciuto in altra epoca per aver fatto della critica musicale avvenirista - che cosa non aveva fatto in sua vita? - non fosse stato a teatro.
Confusa ed agitata come egli l'aveva vista, ella era andata poi a teatro e in un posto di un prezzo piuttosto elevato.
Chissà chi glielo aveva pagato! Egli aveva fatto dunque un altro vanissimo sogno.
Disse al Sorniani che la sera appresso sarebbe andato anche lui al Comunale; ma non ne aveva l'intenzione.
Aveva perduta l'unica serata in cui il teatro gli sarebbe potuto piacere.
La sera seguente Angiolina non ci sarebbe andata neppure se le fosse stato pagato di nuovo il posto.
Wagner e Angiolina! Era già molto che si fossero incontrati una volta sola.
Passò una notte insonne.
Era inquieto, e non trovava nel letto una posizione comoda abbastanza per starci fermo.
S'alzò per calmarsi e ricordò che forse dalla stanza della sorella poteva venirgli una distrazione.
Ma Amalia non sognava più; ella aveva perduti anche i suoi lieti sogni.
La sentì voltarsi più volte nel letto che neppure a lei sembrava molle.
Verso la mattina ella lo sentì alla porta e gli chiese che cosa volesse.
Egli era ritornato là nella speranza di udirla parlare, di apprendere ch'ella godesse almeno una volta nelle ventiquattr'ore.
- Niente - rispose lui profondamente accorato di sentirla desta - mi pareva che ti movessi, e volevo vedere se ti occorresse qualche cosa.
- Non mi occorre niente - rispose ella mitemente.
- Grazie, Emilio.
Egli senti d'essere stato perdonato e ne provò una soddisfazione vivissima e dolce tanto che gli si inumidirono gli occhi.
- Ma perché non dormi? - L'istante era tanto felice ch'egli voleva gustarlo; lo prolungava e lo rendeva più intenso facendo sentire alla sorella il proprio affetto commosso.
- Mi sono destata or ora; ma tu?
- Io dormo pochissimo da parecchio tempo - rispose lui: credeva sempre che ad Amalia dovesse derivare un sollievo dal sapere quali dolori patisse anche lui.
Poi, ricordando le parole scambiate col Sorniani, le annunziò che aveva deciso di andare a distrarsi alla Valchiria.
- Ci vieni anche tu?
- Ben volentieri - rispose essa.
- Basta che non ti costi troppo.
Emilio protestò.
- Per una volta tanto.
- Batteva i denti dal freddo, ma su quel posto aveva trovato tanta dolce commozione ch'esitava ad abbandonarlo.
- Sei in camicia? - domandò lei e udito che sì, gli ordinò di andarsi a coricare.
Egli andò a letto malvolentieri ma, quando vi fu, trovò subito la posizione che aveva cercata invano tutta la notte, e dormì ininterrotte un paio d'ore.
Col Balli non fu punto difficile d'intendersi.
Alla mattina lo trovò mentre marciava dietro al carro del canicida, tutto commosso della sorte di tante povere bestie.
Ne era afflitto, ma ricercava quella commozione per sentirsi, diceva lui, più artista nell'affetto agli animali.
Alle parole di Emilio diede poco ascolto, avendo le orecchie intronate dai guaiti dei cani, il suono più doloroso ch'esista in natura quando è provocato da un dolore così inatteso come quello dell'improvvisa stretta violenta al collo.
- C'è dentro la paura della morte - diceva il Balli - e nello stesso tempo un'enorme, impotente indignazione.
Il Brentani ricordò con amarezza che anche nel lamento di Amalia si era sentita una sorpresa ed un'enorme, impotente indignazione.
La presenza del canicida gli facilitò però il suo compito.
Il Balli lo ascoltò distrattamente, e dichiarò di non aver niente in contrario a venire da lui quel giorno stesso.
Ebbe qualche leggero dubbio soltanto a mezzodì quando venne a prendere Emilio all'ufficio.
S'era già convinto che Amalia, innamorata di lui, si fosse confidata col fratello e che costui avesse creduto opportuno allontanarlo dalla sua casa; ora invece Emilio voleva vi ritornasse perché Amalia non capiva per quale ragione egli non si facesse più vedere.
- Lo vorranno per convenienza - pensò il Balli con la sua consueta facilità di spiegare tutto.
Erano già avviati verso casa allorché a Stefano venne un altro dubbio: - Basta che la signorina non mi serbi rancore.
Emilio, forte dell'assicurazione avuta dalla sorella, lo tranquillò.
- Sarai accolto come in passato.
Il Balli tacque.
Ci avrebbe pensato lui ad apparire diverso da quello di una volta, per non lusingarla e non essere assalito una seconda volta da quell'amore poco desiderabile.
Amalia era preparata a tutto fuorché a questo.
Si era proposta di trattarlo gentilmente ma con freddezza, ed ecco ch'era lui a dare tale intonazione ai loro rapporti.
A lei non restò altro che d'accettare e seguire passivamente il modo imposto da lui, e non poté neppure tradire un risentimento.
Egli la trattava proprio come una signorina di cui avesse fatto da poco la conoscenza, con tutti i riguardi e il più indifferente rispetto.
Non erano più le chiacchiere allegre in cui il Balli si abbandonava tutto, svelando quanto più alto si tenesse di tutte le persone che lo contornavano, con un'immodestia tanto spudorata da non potersi mostrare che accanto a persone devotissime, perché un'ironia qualunque in quei momenti gli avrebbe tolta la voce e il fiato.
Quel giorno non parlò affatto di sé, ma, invece, e brevemente, di cose che Amalia non stava neppure a udire, stupefatta di tanta indifferenza.
Raccontò che s'era annoiato molto alla Valchiria, dove una metà del pubblico era occupata a dare ad intendere all'altra di divertirsi; poi parlò anche di un'altra noia, quella del lungo carnovale che aveva ancora un mese d'agonia.
Da tanta noia egli fu indotto a sbadigliare lungamente.
Oh, così mutato era noioso anche lui.
Dove se n'era andata quella bella vivacità che Amalia aveva amata tanto perché le sembrava nata per piacere a lei?
Emilio sentì che la sorella doveva soffrire, e cercò di provocare qualche segno di maggiore interessamento da parte di Stefano.
Parlò della cattiva cera di Amalia e minacciò la sorella di chiamare il dottor Carini se ella non si fosse migliorata d'aspetto.
Il dottor Carini, amico del Balli, era stato nominato proprio per indurre quest'ultimo a parlare anche lui della salute di Amalia.
Ma Stefano, con ostinazione puerile, badò di non prender parte a un simile discorso, e Amalia rispose alle parole affettuose del fratello con una frase ruvida.
Voleva essere brusca con qualcuno, né poteva esserlo col Balli.
Del resto poco dopo si ritirò nella sua stanza, e li lasciò soli.
Per via Emilio ritornò su quelle sue disgraziate parole e tentò di spiegarle e di togliere da Amalia qualunque aspetto di colpa.
Confessò di essere stato leggero.
Doveva essersi ingannato sul sentimento di Amalia, la quale (ne fece solenne giuramento) non gli aveva mai detto una parola in proposito.
Il Balli finse di credergli.
Dichiarò ch'era tuttavia inutile di riparlare di quella faccenda che egli, da lungo tempo, aveva dimenticata.
Come sempre, egli era molto contento di se stesso.
S'era comportato come doveva per ridare la quiete ad Amalia, ed evitare fastidi all'amico.
L'altro tacque comprendendo di gettare il fiato al vento.
La stessa sera fratello e sorella andarono a teatro, ed Emilio sperava che lo svago insolito fosse perciò maggiore per la sorella.
Ma no! Nella serata il divertimento non le animò gli occhi neppure una sola volta.
Appena appena vide il pubblico.
Il pensiero sempre rivolto all'ingiustizia che le era stata fatta, ella non poteva neppure occuparsi di quelle tante donne più felici ed eleganti di lei che altre volte ella aveva seguite con tanto interessamento da trovar piacere già nel parlare di loro.
Quando ne aveva avuto l'opportunità, s'era fatte descrivere quelle fogge, ed ora non le vedeva neppure.
Una certa Birlini, una ricca signora ch'era stata amica della madre dei Brentani, dal suo palchetto vicinissimo, scorse Amalia e la salutò.
In passato Amalia era stata superba dell'affetto di alcune ricche signore.
Invece ora fu con isforzo che trovò un sorriso per rispondere alla gentilezza usatale, e presto non vide più la bionda e buona signora che evidentemente s'era compiaciuta di trovare anche Amalia in quel teatro.
Ma Amalia veramente non c'era.
Ella si lasciava cullare nei suoi pensieri da quella strana musica di cui non percepiva i particolari, ma l'insieme ardito e granitico che le sembrava una minaccia.
Emilio la strappò per un istante ai suoi pensieri per domandarle come le piacesse un motivo che continuava a risuonare nell'orchestra.
- Non capisco - ella rispose.
Infatti ella non lo aveva sentito.
Ma, assorbito da quella musica, il suo grande dolore si coloriva, diveniva ancora più importante, pur facendosi semplice, puro, perché mondato d'ogni avvilimento.
Piccola e debole, ella era stata abbattuta; chi avrebbe potuto pretendere ch'ella reagisse? Mai non s'era sentita tanto mite, liberata da ogni ira, e disposta a piangere lungamente, senza singhiozzi.
Non poteva farlo e questo mancava al sollievo.
Ella aveva avuto torto asserendo di non comprendere quella musica.
La magnifica onda sonora rappresentava il destino di tutti.
La vedeva correre giù per una china guidata dall'ineguale conformazione del suolo.
Ora una sola cascata, ora divisa in mille più piccole, colorite tutte dalla più varia luce e dal riflesso delle cose.
Un accordo di colori e di suoni in cui giaceva l'epico destino di Sieglinda, ma anche, per quanto misero, il suo, la fine di una parte di vita, l'inaridirsi di un virgulto.
E il suo non domandava più lagrime di quello degli altri, ma le stesse, e il ridicolo che l'aveva oppressa non trovava posto in quell'espressione che pure era tanto completa.
L'altro conosceva intimamente la genesi di quei suoni, ma non riusciva ad avvicinarvisi tanto quanto Amalia.
Egli credeva che il suo amore e il suo dolore si sarebbero presto trasvestiti nel pensiero del genio.
No.
Per lui si movevano sulla scena eroi e dei, e lo trascinavano con sé lontano dal mondo ove aveva sofferto.
Negl'intervalli egli cercava invano nel ricordo qualche accento che avesse meritato un travestimento simile.
L'arte forse lo guariva?
Quando, a spettacolo finito, abbandonò il teatro, era tanto animato da quella speranza che non vide che la sorella era più abbattuta del solito.
Respirando a pieni polmoni la fredda aria notturna, disse che quella serata gli aveva fatto molto bene.
Ma, mentre, verboso chiacchierone come sempre, andava raccontando di quale strana calma si fosse sentito pervaso, una grande tristezza gli salì al cuore.
L'arte non gli aveva dato che un intervallo di pace, e non glielo avrebbe potuto ridare, perché ora certi ricordi mozzi della musica s'attagliavano benissimo a certe proprie sensazioni, se non altro alla compassione di se stesso, d'Angiolina e di Amalia.
Nell'eccitazione in cui si trovava, si sarebbe voluto calmare, provocando da Amalia nuove confidenze.
Dovette capire che s'erano spiegati invano.
Ella continuò a soffrire muta, non ammettendo neppure d'avergli mai fatto intendere niente.
Certamente il loro dolore d'origine tanto simile non li aveva avvicinati.
Un giorno la sorprese sul Corso mentre ella camminava lentamente in pieno meriggio, a passeggio.
Portava un vestito che da lungo tempo non doveva aver indossato perché Emilio non l'aveva mai visto.
Dei colori azzurri, chiari, su una stoffa grezza che le vestiva goffamente il povero corpo dimagrito.
Essa si confuse vedendolo, e fu subito disposta a seguirlo a casa.
Chissà quale tristezza l'aveva spinta a quella passeggiata in cerca di svago! Egli poteva capirlo facilmente ricordando quanto spesso i suoi desideri cacciassero di casa anche lui.
Ma quale pazza speranza le aveva fatto indossare quei vestiti? Fermamente egli credette che, vestita così, avesse sperato di piacere al Balli.
Oh, una cosa sorprendente in Amalia, un pensiero simile.
Del resto, se realmente ella lo aveva avuto, fu per la prima e l'ultima volta, perché ella ritornò al suo vestito abituale, grigio come la sua figura e il suo destino
X
Tanto il suo dolore quanto il suo rimorso divennero miti, miti.
Gli elementi di cui si componeva la sua vita erano gli stessi, ma s'erano attenuati quasi visti attraverso una lente fosca che li privasse di luce e di violenza.
Una grande calma e una grande noia incombevano su lui.
Aveva percepito con piena chiarezza quanto strana fosse stata in lui l'esagerazione sentimentale, e al Balli che lo studiava con qualche ansietà, disse, credendo d'essere sincero: - Sono guarito.
Poteva crederlo perché non si poteva pretendere ch'egli ricordasse esattamente lo stato d'animo in cui s'era trovato prima di aver conosciuta Angiolina.
La differenza era tanto piccola! Aveva sbadigliato meno, e non aveva conosciuto l'impaccio doloroso che lo coglieva quando si trovava accanto ad Amalia.
Anche la stagione era molto fosca.
Da settimane non s'era visto raggio di sole, e perciò, quando egli pensava ad Angiolina, associava nel suo pensiero la dolce faccia, il caldo color dei capelli biondi, all'azzurro del cielo, alla luce del sole, tutte cose ch'erano scomparse insieme dalla sua vita.
Egli era però giunto alla convinzione che l'abbandono di Angiolina fosse stato molto salutare per lui.
- E' preferibile d'essere liberi - diceva con convinzione.
Tentò anche di approfittare della riconquistata libertà.
Sentiva e si doleva d'essere inerte, e ricordava che, anni prima, l'arte gli aveva colorita la vita sottraendolo all'inerzia in cui era caduto dopo la morte del padre.
Aveva scritto il suo romanzo, la storia di un giovane artista il quale da una donna veniva rovinato nell'intelligenza e nella salute.
Nel giovane aveva rappresentato se stesso, la propria ingenuità e la propria dolcezza.
Aveva immaginato la sua eroina secondo la moda di allora: un misto di donna e di tigre.
Del felino aveva le movenze, gli occhi, il carattere sanguinario.
Non aveva mai conosciuta una donna e l'aveva sognata così, un animale ch'era veramente difficile fosse mai potuto nascere e prosperare.
Ma con quale convinzione l'aveva descritta! Aveva sofferto e goduto con essa sentendo a volte vivere anche in sé quell'ibrido miscuglio di tigre e di donna.
Riprese ora la penna e scrisse in una sola sera il primo capitolo di un romanzo.
Trovava un nuovo indirizzo d'arte al quale volle conformarsi, e scrisse la verità.
Raccontò il suo incontro con Angiolina, descrisse i propri sentimenti, - subito però quelli degli ultimi giorni - violenti e irosi, l'aspetto di Angiolina ch'egli vide al primo incontro guastato dall'animo basso e perverso, e infine il magnifico paesaggio che aveva contornato agli esordii il loro idillio.
Stanco e annoiato, abbandonò il lavoro, contento di aver steso in una sola sera tutto un capitolo.
La sera appresso si rimise al lavoro avendo nella mente due o tre idee che dovevano bastare per una sequela di pagine.
Prima però rilesse il lavoro fatto: - Incredibile! - mormorò.
L'uomo non somigliava affatto a lui, la donna poi conservava qualche cosa della donna-tigre del primo romanzo, ma non ne aveva la vita, il sangue.
Pensò che quella verità che aveva voluto raccontare era meno credibile dei sogni che anni prima aveva saputi gabellare per veri.
In quell'istante si sentì sconsolatamente inerte, e ne provò un'angoscia dolorosa.
Depose la penna, richiuse tutto in un cassetto, e si disse che l'avrebbe ripreso più tardi, forse già il giorno appresso.
Questo proposito bastò a tranquillarlo; ma non ritornò più al lavoro.
Voleva risparmiarsi ogni dolore e non si sentiva forte abbastanza per studiare la propria inettitudine e vincerla.
Non sapeva più pensare con la penna in mano.
Quando voleva scrivere, si sentiva arrugginire il cervello, e rimaneva estatico dinanzi alla carta bianca, mentre l'inchiostro s'asciugava sulla penna.
Gli venne il desiderio di rivedere Angiolina.
Non prese la decisione di andarla a cercare; s'era detto soltanto che ora veramente non ci sarebbe stato alcun pericolo a rivederla.
Anzi, se si fosse voluto attenere esattamente alle parole che aveva dette lasciandola, sarebbe dovuto andare subito da lei.
Non era forse calmo abbastanza per stringerle la mano da amico?
Comunicò questo suo proposito al Balli, e in questa forma: - Vorrei soltanto vedere se, riavvicinandola, saprei contenermi da persona più accorta.
Il Balli aveva riso troppo spesso dell'amore di Emilio per non credere ora nella sua perfetta guarigione.
Per di più, da qualche giorno, egli stesso aveva il più vivo desiderio di rivedere Angiolina.
Aveva immaginato una figura su quei tratti e con quei vestiti.
Lo raccontò ad Emilio il quale gli promise che con le prime parole che avrebbe rivolte alla fanciulla, l'avrebbe pregata di posare per il Balli.
Non v'era da dubitare della sua guarigione.
Ormai egli non era neppur geloso del Balli.
Parve poi che il Balli pensasse ad Angiolina non meno di Emilio stesso.
Aveva dovuto distruggere un bozzetto su cui aveva spesi sei mesi di lavoro.
Anch'egli era in un periodo d'esaurimento e non ritrovava in sé altra idea che quella nata la prima sera in cui Emilio gli aveva fatto conoscere Angiolina.
Una sera, lasciando Emilio, gli chiese: - Tu non ti sei ancora riavvicinato? - Non voleva essere lui a riunirli, ma voleva sapere se Emilio non si fosse rappattumato con Angiolina a sua insaputa.
Sarebbe stato un tradimento!
La calma d'Emilio era aumentata ancora.
Tutti gli permettevano di fare quello ch'egli voleva ed egli in fondo non voleva niente.
Proprio niente.
Avrebbe cercato di rivedere Angiolina perché voleva provarsi a parlare e pensare con calore.
Doveva venirgli dal di fuori il calore ch'egli non aveva trovato in sé, e sperava di vivere il romanzo che non sapeva scrivere.
La sola inerzia gl'impedì d'andare a cercare la fanciulla.
Gli sarebbe piaciuto che altri si fosse incaricato di riunirli, e pensò perfino che avrebbe potuto invitare il Balli a farlo.
Tutto infatti sarebbe stato più facile e più semplice se il Balli si fosse procurato da solo la modella, e gliel'avesse poi consegnata quale amante.
Ci avrebbe pensato.
Esitava soltanto perché non voleva concedere al Balli una parte importante nel proprio destino.
Importante? Oh, Angiolina rimaneva sempre una persona molto importante per lui.
In proporzione al resto se non altro.
Tutto era tanto insignificante, ch'ella tutto dominava.
Ci pensava continuamente come un vecchio alla propria giovinezza Come era stato giovane quella notte in cui avrebbe dovuto uccidere per tranquillarsi! Se avesse scritto invece di arrovellarsi prima sulla via e poi altrettanto affannosamente nel letto solitario, avrebbe certo trovata la via all'arte che più tardi aveva cercata invano.
Ma tutto era passato per sempre.
Angiolina viveva, ma non poteva più dargli la giovinezza.
Una sera, accanto al Giardino Pubblico, la vide camminare dinanzi a sé.
La riconobbe al noto passo.
Ella teneva sollevate le gonne per preservarle dalla fanghiglia, e, alla luce di un gramo fanale, egli vide rilucere le scarpe nere di Angiolina.
Ne fu subito turbato.
Ricordò che al culmine della sua angoscia amorosa, egli aveva pensato che il possesso di quella donna gli avrebbe data la guarigione.
Ora invece pensò: - Mi animerebbe!
- Buona sera, signorina - disse con quanta calma poté trovare nell'affanno del desiderio che lo colse dinanzi a quella faccia da bambino roseo, con gli occhi grandi dai contorni precisi, che parevano tagliati allora allora.
Ella si fermò, afferrò la mano che le era stata offerta e rispose lieta e serena al saluto: - Come sta? E tanto che non ci vediamo.
Egli rispose, ma era distratto dal proprio desiderio.
Aveva forse fatto male a dimostrare tanta serenità, e, peggio, a non aver pensato al contegno da seguire per arrivare subito dove voleva, alla verità, al possesso.
Le camminò accanto tenendola per mano, ma, dopo scambiate quelle prime frasi da persone che sono liete di ritrovarsi, egli tacque esitante.
Il tono elegiaco usato altre volte con piena sincerità, sarebbe stato fuori di posto, ma anche un'indifferenza troppo grande non l'avrebbe portato allo scopo.
- Mi ha perdonato, signor Emilio? - disse lei fermandosi e gli porse da stringere anche l'altra mano.
L'intenzione era stata ottima e il gesto sorprendentemente originale per Angiolina.
Egli trovò: - Sa che cosa io non le perdonerò mai? Di non aver fatto alcun tentativo per riavvicinarsi a me.
Tanto poco le importava di me? - Era sincero e s'accorse ch'egli cercava inutilmente di far la commedia.
Forse la sincerità gli sarebbe servita meglio di qualunque finzione.
Ella si confuse un poco e, balbettando, assicurò che se egli non si fosse avvicinato, l'indomani ella gli avrebbe scritto.
- Già, in fondo che cosa ho fatto? - e non ricordava d'aver chiesto scusa poco prima.
Emilio credette opportuno mostrarsi dubbioso.
- Debbo crederle? - Disse poi un rimprovero: - Con un ombrellaio!
La parola li fece ridere di gusto entrambi.
- Geloso! - esclamò lei stringendo la mano che continuava a tenere - geloso di quel sudicio uomo! - Infatti se egli aveva fatto bene a rompere la relazione con Angiolina, certo aveva avuto torto di cogliere a pretesto quella stupida storia con l'ombrellaio.
L'ombrellaio non era il più temibile dei suoi rivali.
E perciò ebbe lo strano sentimento che doveva imputare a se stesso tutti i mali che lo avevano colpito dacché aveva abbandonata Angiolina.
Ella tacque lungamente.
Non poteva essere di proposito, perché per Angiolina sarebbe stata un'arte troppo fine.
Ella taceva probabilmente perché non trovava altre parole per scolparsi, e camminarono in silenzio uno accanto all'altra nella notte strana e fosca, il cielo tutto coperto di nubi sbiancate in un solo punto dalla luce lunare.
Arrivarono dinanzi alla casa d'Angiolina ed ella si fermò, forse per prendere congedo.
Ma egli la costrinse a procedere: Camminiamo ancora, ancora, così muti! - Allora, naturalmente, ella lo compiacque e continuò a camminare tacendo a lui da canto.
Ed egli l'amò di nuovo, da quell'istante, o da quell'istante ne fu consapevole.
Gli camminava accanto la donna nobilitata dal suo sogno ininterrotto, da quell'ultimo grido d'angoscia ch'egli le aveva strappato lasciandola, e che per lungo tempo l'aveva personificata tutta; persino dall'arte, perché ormai il desiderio fece sentire ad Emilio d'aver accanto la dea capace di qualunque nobiltà di suono o di parola.
Oltrepassata la casa d'Angiolina, essi si trovarono sulla via deserta e oscura chiusa dalla collina da una parte, dall'altra da un muricciuolo che la separava dai campi.
Ella vi sedette ed egli s'appoggiò a lei cercando la posizione che aveva preferita in passato, durante i primi tempi del loro amore.
Gli mancava il mare.
Nel paesaggio umido e grigio imperò la biondezza d'Angiolina, l'unica nota calda, luminosa.
Era tanto tempo ch'egli non sentiva quelle labbra sulle sue che n'ebbe una commozione violenta.
- Oh, cara e dolce! mormorò baciandole gli occhi, il collo e poi la mano e le vesti.
Ella lo lasciò fare dolcemente, e tanta dolcezza era talmente inaspettata ch'egli si commosse e pianse prima con sole lagrime, poi con singhiozzi.
Gli pareva che non fosse dipeso che da lui di continuare per tutta la vita quella felicità.
Tutto si scioglieva, tutto si spiegava.
La sua vita non poteva più consistere che di quel solo desiderio.
- Tanto bene mi vuoi? - mormorò essa commossa e meravigliata.
Anche lei aveva delle lagrime agli occhi.
Gli raccontò che l'aveva visto sulla via, pallido e smunto, sul volto i segni evidenti della sua sofferenza, e le si era stretto il cuore dalla compassione.
- Perché non sei venuto prima? - gli chiese rimproverandolo.
S'appoggiò a lui per discendere dal muricciuolo.
Egli non capiva perché ella troncasse quella dolce spiegazione ch'egli avrebbe voluto continuare in eterno.
- Andiamo a casa mia disse ella, risoluta.
Egli ebbe le vertigini e l'abbracciò e baciò non sapendo come dimostrarle la propria riconoscenza.
Ma la casa d'Angiolina era lontana e, camminando, Emilio si ritrovò intero con i suoi dubbi e la sua diffidenza.
Se quell'istante l'avesse legato per sempre a quella donna? Fece le scale lentamente e tutt'ad un tratto le domandò: - E Volpini?
Ella esitò e si fermò: - Volpini? - Poi, risoluta, superò i pochi scalini che la dividevano da Emilio.
Si appoggiò a lui, nascose la faccia sulla sua spalla con un'affettazione di pudore che gli ricordò l'antica Angiolina e la sua serietà da melodramma, e gli disse: - Nessuno lo sa, neppure mia madre.
- Un po' alla volta ricompariva tutto il vecchio bagaglio, anche la dolce madre.
Ella s'era data al Volpini; costui l'aveva voluto, l'aveva anzi posto a condizione per continuare i loro rapporti.
- Sentiva che non era amato - bisbigliava Angiolina - e volle una prova d'amore.
- Essa non aveva ottenuto in compenso altra garanzia all'infuori di una promessa di matrimonio.
Fece, con la solita sconsideratezza, il nome di un giovane avvocato il quale le aveva dato il consiglio d'accontentarsi di quella promessa perché la legge puniva la seduzione in quelle forme.
Così allacciati, quelle scale non terminavano più.
Ogni scalino rendeva Angiolina più simile alla donna ch'egli aveva fuggita.
Perché ora ciarlava, incominciando già ad abbandonarsi.
Ora poteva essere finalmente sua perché - questo era detto e ridetto - era per lui ch'ella s'era data al sarto.
A quella responsabilità non si sfuggiva più neppure rinunziando a lei.
Ella aperse la porta e, per il corridoio oscuro, lo diresse alla propria stanza.
Da un'altra s'udì la voce nasale della madre: - Angiolina! sei tu?
- Sì - rispose Angiolina trattenendo una risata.
- Mi corico subito.
Addio, mamma.
Accese una candela e si levò il mantello e il cappello.
Poi gli si abbandonò o, meglio, lo prese.
Emilio poté esperimentare quanto importante sia il possesso di una donna lungamente desiderata.
In quella memorabile sera egli poteva credere d'essersi mutato ben due volte nell'intima sua natura.
Era sparita la sconsolata inerzia che l'aveva spinto a ricercare Angiolina, ma erasi anche annullato l'entusiasmo che lo aveva fatto singhiozzare di felicità e di tristezza.
Il maschio era oramai soddisfatto ma, all'infuori di quella soddisfazione, egli veramente non ne aveva sentita altra.
Aveva posseduto la donna che odiava, non quella ch'egli amava.
Oh, ingannatrice! Non era né la prima, né - come voleva dargli ad intendere - la seconda volta ch'ella passava per un letto d'amore.
Non valeva la pena di adirarsene perché l'aveva saputo da lungo tempo.
Ma il possesso gli aveva data una grande libertà di giudizio sulla donna che gli si era sottomessa.
- Non sognerò mai più - pensò uscendo da quella casa.
E poco dopo, guardandola, illuminata da pallidi riflessi lunari: - Forse non ci ritornerò mai più.
- Non era una decisione.
Perché l'avrebbe dovuta prendere? Il tutto mancava d'importanza.
Ella l'aveva accompagnato sino alla porta di casa.
Non s'era accorta di alcuna sua freddezza perché egli si sarebbe vergognato di mostrarne.
Anzi, premurosamente egli aveva chiesto per la sera appresso un altro appuntamento ch'ella aveva dovuto rifiutargli essendo occupata tutta la giornata fino a tarda notte dalla signora Deluigi, che le aveva commesso un vestito da ballo.
S'accordarono di vedersi due giorni dopo: - Ma non in questa casa - disse Angiolina subito arrossata dall'ira.
- Come puoi immaginare una cosa simile? Non voglio mica espormi al pericolo di farmi ammazzare da mio padre.
- Emilio assicurò che avrebbe provveduto lui alla stanza pel prossimo ritrovo.
Gliel'avrebbe indicata domani con un biglietto.
Il possesso, la verità? La bugia continuava spudorata come prima, ed egli non scorgeva alcun modo per liberarsene.
Nell'ultimo bacio, dolcemente, ella gli raccomandò discrezione, col Balli specialmente.
Ella ci teneva alla propria fama.
Col Balli Emilio fu indiscreto subito, la stessa sera.
Parlò di proposito, con l'intenzione di reagire alle menzogne d'Angiolina, senza tener conto delle raccomandazioni di lei, intese certamente a ingannare lui e non a tener all'oscuro gli altri.
Ma poi sentì una grande soddisfazione di poter raccontare al Balli d'aver posseduto quella donna.
Fu una soddisfazione intensa, importante, che gli levò qualunque nube dalla fronte.
Il Balli lo stette a sentire da medico che vuol fare una diagnosi: - Mi pare proprio di poter essere sicuro che sei guarito.
Allora però Emilio sentì il bisogno di confidarsi, e raccontò dell'indignazione che provocava in lui il contegno di Angiolina, la quale ancora sempre voleva fargli credere di essersi data al Volpini per poter appartenere a lui.
Subito la sua parola fu troppo vivace: - Ancora adesso vuole truffarmi.
Il dolore che mi fa di vederla sempre uguale a se stessa è tale che mi toglie persino il desiderio di rivederla.
Il Balli lo indovinò tutto e gli disse: - Anche tu resti uguale a te stesso.
Non una tua parola denota indifferenza.
- Emilio protestò con calore, ma il Balli non si lasciò convincere.
- Hai fatto male, male assai di riavvicinarti a lei.
Durante la notte Emilio poté convincersi che il Balli aveva ragione.
L'indignazione, un'ira inquieta che avrebbe domandato un pronto sfogo, lo teneva desto.
Non poteva più illudersi che quella fosse l'indignazione dell'uomo onesto ferito da un'oscenità.
Egli conosceva troppo bene quello stato d'animo.
Ci era ricaduto ed era molto simile a quello provato prima dell'incidente dell'ombrellaio e prima del possesso.
La gioventù ritornava! Egli non anelava più di uccidere ma si sarebbe voluto annientare dalla vergogna e dal dolore.
All'antico dolore s'era aggiunto un peso sulla coscienza, il rimorso d'essersi legato di più a quella donna, e la paura di vederne compromessa vieppiù la propria vita.
Infatti, come avrebbe potuto spiegare la tenacità con cui ella addossava a lui la colpa della relazione col Volpini, se non col proposito d'attaccarglisi, comprometterlo, succhiargli lo scarso sangue che aveva nelle vene? Egli era legato per sempre ad Angiolina da una strana anomalia del proprio cuore, dai sensi - nel letto solitario il desiderio era rinato - e dalla stessa indignazione ch'egli attribuiva all'odio.
Quell'indignazione era la madre dei più dolci sogni.
Verso mattina il suo profondo turbamento s'era mitigato nella commozione per il proprio destino.
Non s'addormentò, ma cadde in uno stato singolare d'abbattimento che gli tolse la nozione del tempo e del luogo.
Gli parve d'essere ammalato, gravemente, senza rimedio, e che Angiolina fosse accorsa a curarlo.
Le vedeva la compostezza e la serietà della buona infermiera dolce e disinteressata.
La sentiva muoversi nella camera, ed ogni qualvolta ella gli si avvicinava, gli apportava refrigerio, toccandogli con la mano fresca la fronte scottante, oppure baciandolo, con lievi baci che non volevano essere percepiti, sugli occhi o sulla fronte.
Angiolina sapeva baciare così? Egli si rivoltò pesantemente nel letto e tornò in sé.
L'effettuazione di quel sogno sarebbe stato il vero possesso.
E dire che poche ore prima egli aveva pensato di aver perduto la capacità di sognare.
Oh, la gioventù era ritornata.
Correva le sue vene prepotente come mai prima, e annullava qualunque risoluzione la mente senile avesse fatta.
Di buon'ora s'alzò e uscì.
Non poteva attendere; voleva rivedere Angiolina subito.
Correva nell'impazienza di riabbracciarla ma si proponeva di non ciarlare troppo.
Non voleva abbassarsi con dichiarazioni che avrebbero falsato i loro rapporti.
Il possesso non dava la verità, ma esso stesso, non abbellito da sogni e neppure da parole, era la verità propria e pura e bestiale.
Invece, con un'ostinazione ammirabile, Angiolina non ne volle sapere.
Era già vestita per uscire e poi l'aveva già avvisato che ella non intendeva disonorare la propria casa.
Egli, nel frattempo, aveva fatta un'osservazione per la quale credette di dover deviare dai suoi proponimenti.
S'accorse ch'ella lo esaminava con curiosità per capire se in lui l'amore fosse diminuito o aumentato dal possesso.
Ella si tradiva con un'ingenuità commovente; doveva aver conosciuti degli uomini che provavano ripugnanza per la donna avuta.
A lui fu molto facile di provarle ch'egli non era di quelli.
Rassegnatosi al digiuno ch'ella gli imponeva, si accontentò di quei baci di cui era vissuto per tanto tempo.
Ma presto i baci soli non bastarono più, ed egli si ritrovò a mormorarle nelle orecchie tutte le dolci parole apprese nel lungo amore: - Ange! Ange! Il Balli gli aveva fornito l'indirizzo di una casa ove davano a fitto delle stanze.
Egli gliela indicò.
A lungo, per non sbagliare, ella si fece descrivere quella casa e la posizione della stanza, ciò che imbarazzò non poco Emilio il quale non l'aveva vista.
Aveva baciato troppo per saper osservare, ma quando fu solo sulla via s'accorse, con sua grande meraviglia, che soltanto allora sapeva esattamente dove bisognava andare a cercare quella stanza.
Non v'era dubbio! Era stato diretto da Angiolina.
Vi andò subito.
La proprietaria della camera si chiamava Paracci, ed era una vecchierella nauseante dalle vesti sucide sotto alle quali s'indovinavano le forme del petto abbondante, un resto di giovinezza in mezzo ad una vizza vecchiaia, la testa con pochi capelli ricci sotto ai quali luceva la pelle porosa e rossa.
Lo accolse con grande gentilezza e, subito d'accordo, gli disse ch'ella non affittava che a chi conosceva molto bene dunque a lui sì.
Egli volle vedere la stanza e vi entrò, seguito dalla vecchia, per la porta sulle scale.
Un'altra porta - sempre chiusa - disse la Paracci con l'accento di chi giura, la congiungeva al resto del quartiere.
Più che ammobiliata, era ingombrata da un enorme letto dall'apparenza pulita e da due grandi armadi; c'era un tavolo nel mezzo, un sofà e quattro sedie.
Non ci sarebbe stato posto neppure per un solo altro mobile.
La vedova Paracci stava a guardarlo, le mani sui grossi fianchi sporgenti, con l'aspetto sorridente - una brutta smorfia che metteva in mostra la bocca sdentata - di chi si attende una parola di soddisfazione.
Infatti nella stanza c'era anche qualche tentativo d'abbellimento.
In capo al letto stava piantato un ombrello chinese e sulla parete, anche qui, erano appese varie fotografie.
Gli sfuggì un grido di sorpresa vedendo accanto alla fotografia di una donna seminuda, quella di una giovanetta ch'egli aveva conosciuta, un'amica di Amalia, morta qualche anno prima.
Chiese alla vecchia donde le fossero venute quelle fotografie, ed ella rispose che le aveva comperate per adornare quella parete.
Egli guardò lungamente la faccia buona di quella povera ragazza che aveva posato tutta impettita dinanzi alla macchina del fotografo, forse l'unica volta in sua vita, per servire da ornamento a quella stanzaccia.
Eppure in quella stanzaccia, in presenza della sozza vecchia che stava a guardarlo lieta d'aver conquistato un nuovo cliente, egli sognò d'amore.
Precisamente in quelle condizioni era eccitantissimo figurarsi Angiolina che veniva a portargli l'amore desiato.
Con un fremito di febbre, egli pensò: domani avrò la donna amata!
La ebbe quantunque mai l'avesse amata meno di quel giorno.
L'attesa l'aveva reso infelice; gli pareva d'essere nell'impossibilità di godere.
Circa un'ora prima di andare all'appuntamento pensò che se non vi avesse trovata la gioia attesa, avrebbe dichiarato ad Angiolina di non volerla vedere più, e precisamente con le parole: - Sei tanto disonesta che mi ripugni.
- Aveva pensate queste parole accanto ad Amalia, invidiandola perché la vedeva disfatta ma tranquilla.
E aveva pensato che l'amore, per Amalia, restava il puro grande desiderio divino: era nell'effettuazione che la piccola natura umana si trovava bruttata, avvilita.
Ma quella sera godette.
Angiolina lo fece attendere oltre mezz'ora, un secolo.
Gli parve di sentire sola ira, un'ira impotente che aumentava l'odio ch'egli diceva di sentire per lei.
Pensava di picchiarla quando sarebbe venuta.
Non v'erano scuse possibili perché ella stessa aveva detto che quel giorno non andava a lavorare e che perciò poteva essere puntuale.
Non era anzi per la certezza di non dover ritardare, ch'ella non aveva voluto accettare l'impegno per la sera prima? Ed ora lo aveva fatto aspettare prima un giorno intero e poi tanto, tanto tempo.
Ma quando ella arrivò, egli, che già aveva disperato di vederla, fu sorpreso della propria fortuna.
Le mormorò sulle labbra e nel collo delle parole di rimprovero a cui ella neppure rispose perché avevano il suono di una preghiera, di una adorazione.
Nella penombra la stanza della vedova Paracci divenne un tempio.
Per lungo tempo nessuna parola turbò il sogno.
Angiolina dava certo più di quanto aveva promesso.
Ella aveva disciolti gli abbondanti capelli, ed egli si ritrovò con la testa appoggiata su un guanciale d'oro.
Come un bambino egli vi appoggiò il volto per fiutarne il colore.
Ella era un'amante compiacente e - in quel letto egli non sapeva lagnarsene - indovinava con un'intelligenza affinatissima i suoi desiderî.
Là tutto diveniva soddisfazione e godimento.
Appena più tardi il ricordo di quella scena gli fece digrignare i denti dall'ira.
La passione l'aveva liberato per un istante dal doloroso abito dell'osservatore, ma non gli aveva impedito d'imprimersi nella memoria ogni singolo particolare di quella scena.
Ora appena poteva dire di conoscere Angiolina.
La passione gli aveva dati dei ricordi indelebili, e su questi riusciva a ricostruire dei sentimenti che Angiolina non aveva espressi, che aveva anzi accuratamente celati.
A mente fredda egli non sarebbe riuscito a tanto.
Così, invece, egli sapeva, sapeva con certezza apodittica come se ella glielo avesse dichiarato a chiare note, ch'ella aveva conosciuto dei maschi che l'avevano soddisfatta meglio.
Aveva detto più volte: - Ma adesso basterà Non ne posso più.
- Aveva cercato un accento di ammirazione che non aveva trovato.
Egli avrebbe potuto dividere la serata in due parti.
Nella prima ella lo aveva amato; nella seconda s'era fatta forza per non respingerlo.
Quando abbandonò il letto, tradì d'essere stanca di starvi.
Allora, naturalmente, per indovinarla tutta, non occorse grande forza d'osservazione, perché, vedendolo esitante, ella lo spinse fuori dal letto dicendogli scherzosamente: - Andiamo, bell'uomo.
- Bell'uomo! La parola ironica doveva essere stata pensata da una mezz'ora circa Egli l'aveva letta sulla sua faccia.
Come sempre, egli avrebbe avuto bisogno di restare solo per avere il tempo d'ordinare le proprie osservazioni.
Per il momento percepì confusamente ch'ella non gli apparteneva più, la medesima sensazione che aveva avuta quella sera, in cui s'era trovato con Angiolina al Giardino Pubblico per aspettarvi il Balli e Margherita.
Era un dolore atroce di amor proprio ferito e d'amarissima gelosia.
Volle liberarsene, e non poté lasciarla senza aver tentato di riconquistarla.
L'accompagnò sulla via, poi, quantunque ella dichiarasse di aver fretta, l'indusse a rincasare per la via ch'egli aveva percorsa quella sera in cui ella era stata vista con l'ombrellaio.
La via di Romagna era proprio quella della serata memoranda, con i suoi alberi nudi, che si proiettavano sul cielo chiaro, e il suolo ineguale coperto di fanghiglia densa.
Una grande differenza era quella d'aver accanto Angiolina.
Ma tanto lontana! Per la seconda volta, su quella stessa via, egli la cercò.
Le descrisse la corsa fatta allora.
Le raccontò come il desiderio di vederla gliel'avesse fatta scorgere più volte dinanzi a sé, poi come una leggera ferita prodotta da una caduta l'avesse fatto piangere, perché era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
Ella lo stette ad ascoltare lusingata di avere ispirato un tale amore e quand'egli si commosse lagnandosi che tanto soffrire non gli avesse conquistato tutto l'amore cui credeva di aver diritto, ella protestò con energia: - Come puoi dire una cosa simile? - Lo baciò per protestare con efficacia.
Poi però commise l'errore, come al solito dopo averci ben pensato: - Non mi sono data al Volpini per essere tua? - Ed Emilio piegò la testa convinto.
Quel Volpini, senza saperlo, gli avvelenava le gioie che, secondo Angiolina, gli aveva procurate.
Invece di soffrire per l'indifferenza di Angiolina, dopo di aver udito menzionare il Volpini, Emilio temette di lei e dei piani che in lei sospettava.
Nel convegno seguente, con le prime parole egli chiese quali garanzie avesse avute dal Volpini per abbandonarglisi.
- Oh, Volpini non può più fare a meno di me - disse ella sorridendo.
Per il momento anche Emilio si tranquillò e gli parve che quella garanzia fosse sufficiente.
Egli stesso, tanto più giovane del Volpini, non poteva fare a meno di Angiolina.
Durante il secondo appuntamento l'osservatore non s'assopì in lui un solo instante.
N'ebbe il premio in una scoperta dolorosissima: nel tempo in cui egli con tanto sforzo s'era tenuto lontano da Angiolina, qualcuno doveva aver occupato il suo posto.
Un altro, che non doveva somigliare ad alcuno degli uomini che egli conosceva e temeva.
Non Leardi, non Giustini, non Datti.
Doveva essere stato costui a prestarle degli accenti nuovi, bruschi, non manchevoli di spirito, e dei giuochi di parola grossolani.
Doveva essere uno studente, perché ella maneggiava con grande disinvoltura alcune parole latine volte a senso turpe.
Rispuntò quel disgraziato Merighi, il quale certamente non poteva sospettare che si continuasse ad abusare di lui; era stato lui ad insegnarle anche quelle parole latine.
Come se ella fosse stata capace di sapere di latino senza farne pompa per tanto tempo! Invece chi le aveva insegnato il latino doveva essere il medesimo che le aveva apprese anche delle canzonette veneziane liberissime.
Cantandole ella stonava, ma anche per saperle così doveva averle udite parecchie volte, tant'è vero che non avrebbe saputo rifare una sola nota delle canzonette udite più volte dal Balli.
Doveva essere un veneziano perché ella si compiaceva spesso d'imitare la pronunzia veneziana che prima, probabilmente, aveva ignorata.
Emilio lo sentiva accanto a sé, beffardo gaudente; arrivava a ricostruirlo fino a un certo punto, ma poi gli sfuggiva e non arrivò mai a conoscerne il nome.
Nella raccolta di fotografie d'Angiolina non v'era alcuna faccia nuova.
Il nuovo rivale non doveva avere il vezzo di regalare la propria fotografia, o forse ad Angiolina sembrava miglior politica di non esporre più le fotografie, alla cui raccolta ella aveva dedicata la propria vita.
Tant'è vero che sulla parete mancava anche quella di Emilio.
Egli non ebbe alcun dubbio che se si fosse imbattuto in quell'individuo, l'avrebbe riconosciuto a certi gesti ch'ella doveva aver imitati da lui.
Il peggio era che dalla sola ripetuta domanda da chi ella avesse appreso quel gesto o quella parola, ella indovinò la sua gelosia: - Geloso! - disse con un'intuizione sorprendente vedendolo serio e mesto.
Sì; egli era geloso.
Soffriva quando per un'esitazione ella si cacciava con gesto maschile le mani nei capelli, o per sorpresa gridava; - Oh, la balena! - o, quando scorgendolo triste, gli chiedeva: - Sei invelenà oggi? - Soffriva come se si fosse trovato a faccia a faccia col suo inafferrabile rivale.
Per di più, con la fantasia eccitata dell'innamorato, egli credette di scoprire nei suoni della voce d'Angiolina delle copie di quelli serii e un po' imperiosi del Leardi.
Anche il Sorniani le doveva aver insegnato qualche cosa, e persino il Balli aveva lasciato traccia di sé, essendo stato copiato accuratamente in una certa sua affettazione d'intontita sorpresa o ammirazione.
Emilio stesso non si riconosceva in alcuna parola o gesto di lei.
Con amara ironia una volta pensò: Forse per me non c'è più posto.
Il più odiato rivale restava per lui quell'ignoto.
Era strano com'ella avesse saputo non nominare quell'uomo che doveva essere passato di recente nella sua vita, mentre le piaceva tanto di vantarsi dei suoi trionfi, persino dell'ammirazione spiata negli occhi degli uomini nei quali s'imbattesse una sola volta sulla via.
Tutti erano pazzamente innamorati di lei.
- Tanto più merito ho avuto- ella asseriva - di essere rimasta sempre a casa durante la tua assenza, e ciò dopo essere stata trattata a quel modo da te.
- Sì! Ella voleva fargli credere che durante la sua lontananza ella non avesse fatto altro che pensare a lui.
Ogni sera, in famiglia, avevano ventilata la questione se ella dovesse scrivergli o no.
Suo padre cui stava molto a cuore la dignità della famiglia non aveva voluto saperne.
Visto che all'idea di quel consiglio di famiglia Emilio s'era messo a ridere, ella gridò: - Domandalo a mamma se non è vero.
Era una mentitrice ostinata benché, in verità, non conoscesse l'arte di mentire.
Era facile farla cadere in contraddizione.
Ma quando tale contraddizione le era stata provata, ella tornava con fronte serena ai suoi primi asserti, perché, in fondo, ella alla logica non ci credeva.
E forse bastava tale sua semplicità a salvarla agli occhi d'Emilio.
Non si poteva dire ch'ella fosse molto raffinata nel male, e poi a lui sembrava che ogni qualvolta lo ingannava, avesse cura di avvisarnelo.
Non v'era però la possibilità di rintracciare i motivi per cui egli era tanto indissolubilmente legato ad Angiolina.
Qualunque altro piccolo dolore che gli fosse toccato nella sua vita insignificante, divisa fra casa e ufficio, s'annullava facilmente accanto a lei.
Di tutti i dolori ch'ella gli dava, il maggiore era quello di non farsi trovare, quando egli aveva bisogno di starle accanto.
Spesso, cacciato fuori della propria casa dalla triste faccia della sorella, correva dagli Zarri quantunque sapesse che Angiolina non amava di vederlo tanto spesso in quella casa ch'ella tanto energicamente difendeva dal disonore.
Ben di rado ve la trovava, e la madre con grande gentilezza lo invitava ad attenderla perché Angiolina doveva venir subito.
Era stata chiamata cinque minuti prima da certe signore che abitavano lì accanto - un gesto vago accennava a levante o a ponente - per provare un vestito.
L'attesa gli era indicibilmente dolorosa, ma rimaneva incantato per delle ore a scrutare la dura faccia della vecchia, perché sapeva che rincasando senza aver vista l'amante, non si sarebbe quietato più.
Una sera, spazientito, sebbene la madre, cortese come sempre, volesse trattenerlo, finì coll'andarsene.
Sulle scale gli passò accanto una donna, apparentemente una fantesca, la testa coperta da una pezzuola con la quale si celava anche parte della faccia.
Egli le diede il passo, ma, quando ella volle sgattaiolare oltre, la riconobbe, insospettito prima dall'intenzione ch'ella manifestava di sfuggirgli, poi dalle movenze e alla statura.
Era Angiolina.
Al ritrovarla egli si sentì subito meglio e non badò al fatto ch'ella parlando di quelle vicine che l'avevano chiamata, segnasse tutt'altra direzione di quella indicata dalla madre, e neppure a quello, sorprendente, ch'ella non gli tenesse rancore perché una volta di più egli fosse venuto in casa sua a comprometterla.
Quella sera fu dolce, buona, come se avesse avuto da farsi perdonare qualche colpa, ma lui, in quella dolcezza di cui si beava, non seppe sospettare una colpa.
La sospettò soltanto allorché ella venne vestita a quel modo anche agli appuntamenti con lui.
Ella dichiarò che rincasando sul tardi dopo essere stata con lui, era stata vista da conoscenti e aveva paura d'essere colta proprio nell'istante in cui usciva da quella casa, che non godeva della migliore fama; perciò si mascherava a quel modo.
Oh, ingenuità! Ella non s'accorgeva di confessargli con quella chiacchierata che anche quella sera in cui egli l'aveva trovata sulle scale di casa sua, aveva avuti dei buoni motivi per travestirsi.
Una sera ella arrivò