SENILITA', di Italo Svevo - pagina 21
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Aveva forse fatto male a dimostrare tanta serenità, e, peggio, a non aver pensato al contegno da seguire per arrivare subito dove voleva, alla verità, al possesso.
Le camminò accanto tenendola per mano, ma, dopo scambiate quelle prime frasi da persone che sono liete di ritrovarsi, egli tacque esitante.
Il tono elegiaco usato altre volte con piena sincerità, sarebbe stato fuori di posto, ma anche un'indifferenza troppo grande non l'avrebbe portato allo scopo.
- Mi ha perdonato, signor Emilio? - disse lei fermandosi e gli porse da stringere anche l'altra mano.
L'intenzione era stata ottima e il gesto sorprendentemente originale per Angiolina.
Egli trovò: - Sa che cosa io non le perdonerò mai? Di non aver fatto alcun tentativo per riavvicinarsi a me.
Tanto poco le importava di me? - Era sincero e s'accorse ch'egli cercava inutilmente di far la commedia.
Forse la sincerità gli sarebbe servita meglio di qualunque finzione.
Ella si confuse un poco e, balbettando, assicurò che se egli non si fosse avvicinato, l'indomani ella gli avrebbe scritto.
- Già, in fondo che cosa ho fatto? - e non ricordava d'aver chiesto scusa poco prima.
Emilio credette opportuno mostrarsi dubbioso.
- Debbo crederle? - Disse poi un rimprovero: - Con un ombrellaio!
La parola li fece ridere di gusto entrambi.
- Geloso! - esclamò lei stringendo la mano che continuava a tenere - geloso di quel sudicio uomo! - Infatti se egli aveva fatto bene a rompere la relazione con Angiolina, certo aveva avuto torto di cogliere a pretesto quella stupida storia con l'ombrellaio.
L'ombrellaio non era il più temibile dei suoi rivali.
E perciò ebbe lo strano sentimento che doveva imputare a se stesso tutti i mali che lo avevano colpito dacché aveva abbandonata Angiolina.
Ella tacque lungamente.
Non poteva essere di proposito, perché per Angiolina sarebbe stata un'arte troppo fine.
Ella taceva probabilmente perché non trovava altre parole per scolparsi, e camminarono in silenzio uno accanto all'altra nella notte strana e fosca, il cielo tutto coperto di nubi sbiancate in un solo punto dalla luce lunare.
Arrivarono dinanzi alla casa d'Angiolina ed ella si fermò, forse per prendere congedo.
Ma egli la costrinse a procedere: Camminiamo ancora, ancora, così muti! - Allora, naturalmente, ella lo compiacque e continuò a camminare tacendo a lui da canto.
Ed egli l'amò di nuovo, da quell'istante, o da quell'istante ne fu consapevole.
Gli camminava accanto la donna nobilitata dal suo sogno ininterrotto, da quell'ultimo grido d'angoscia ch'egli le aveva strappato lasciandola, e che per lungo tempo l'aveva personificata tutta; persino dall'arte, perché ormai il desiderio fece sentire ad Emilio d'aver accanto la dea capace di qualunque nobiltà di suono o di parola.
Oltrepassata la casa d'Angiolina, essi si trovarono sulla via deserta e oscura chiusa dalla collina da una parte, dall'altra da un muricciuolo che la separava dai campi.
Ella vi sedette ed egli s'appoggiò a lei cercando la posizione che aveva preferita in passato, durante i primi tempi del loro amore.
Gli mancava il mare.
Nel paesaggio umido e grigio imperò la biondezza d'Angiolina, l'unica nota calda, luminosa.
Era tanto tempo ch'egli non sentiva quelle labbra sulle sue che n'ebbe una commozione violenta.
- Oh, cara e dolce! mormorò baciandole gli occhi, il collo e poi la mano e le vesti.
Ella lo lasciò fare dolcemente, e tanta dolcezza era talmente inaspettata ch'egli si commosse e pianse prima con sole lagrime, poi con singhiozzi.
Gli pareva che non fosse dipeso che da lui di continuare per tutta la vita quella felicità.
Tutto si scioglieva, tutto si spiegava.
La sua vita non poteva più consistere che di quel solo desiderio.
- Tanto bene mi vuoi? - mormorò essa commossa e meravigliata.
Anche lei aveva delle lagrime agli occhi.
Gli raccontò che l'aveva visto sulla via, pallido e smunto, sul volto i segni evidenti della sua sofferenza, e le si era stretto il cuore dalla compassione.
- Perché non sei venuto prima? - gli chiese rimproverandolo.
S'appoggiò a lui per discendere dal muricciuolo.
Egli non capiva perché ella troncasse quella dolce spiegazione ch'egli avrebbe voluto continuare in eterno.
- Andiamo a casa mia disse ella, risoluta.
Egli ebbe le vertigini e l'abbracciò e baciò non sapendo come dimostrarle la propria riconoscenza.
Ma la casa d'Angiolina era lontana e, camminando, Emilio si ritrovò intero con i suoi dubbi e la sua diffidenza.
Se quell'istante l'avesse legato per sempre a quella donna? Fece le scale lentamente e tutt'ad un tratto le domandò: - E Volpini?
Ella esitò e si fermò: - Volpini? - Poi, risoluta, superò i pochi scalini che la dividevano da Emilio.
Si appoggiò a lui, nascose la faccia sulla sua spalla con un'affettazione di pudore che gli ricordò l'antica Angiolina e la sua serietà da melodramma, e gli disse: - Nessuno lo sa, neppure mia madre.
- Un po' alla volta ricompariva tutto il vecchio bagaglio, anche la dolce madre.
Ella s'era data al Volpini; costui l'aveva voluto, l'aveva anzi posto a condizione per continuare i loro rapporti.
- Sentiva che non era amato - bisbigliava Angiolina - e volle una prova d'amore.
- Essa non aveva ottenuto in compenso altra garanzia all'infuori di una promessa di matrimonio.
Fece, con la solita sconsideratezza, il nome di un giovane avvocato il quale le aveva dato il consiglio d'accontentarsi di quella promessa perché la legge puniva la seduzione in quelle forme.
Così allacciati, quelle scale non terminavano più.
Ogni scalino rendeva Angiolina più simile alla donna ch'egli aveva fuggita.
Perché ora ciarlava, incominciando già ad abbandonarsi.
Ora poteva essere finalmente sua perché - questo era detto e ridetto - era per lui ch'ella s'era data al sarto.
A quella responsabilità non si sfuggiva più neppure rinunziando a lei.
Ella aperse la porta e, per il corridoio oscuro, lo diresse alla propria stanza.
Da un'altra s'udì la voce nasale della madre: - Angiolina! sei tu?
- Sì - rispose Angiolina trattenendo una risata.
- Mi corico subito.
Addio, mamma.
Accese una candela e si levò il mantello e il cappello.
Poi gli si abbandonò o, meglio, lo prese.
Emilio poté esperimentare quanto importante sia il possesso di una donna lungamente desiderata.
In quella memorabile sera egli poteva credere d'essersi mutato ben due volte nell'intima sua natura.
Era sparita la sconsolata inerzia che l'aveva spinto a ricercare Angiolina, ma erasi anche annullato l'entusiasmo che lo aveva fatto singhiozzare di felicità e di tristezza.
Il maschio era oramai soddisfatto ma, all'infuori di quella soddisfazione, egli veramente non ne aveva sentita altra.
Aveva posseduto la donna che odiava, non quella ch'egli amava.
Oh, ingannatrice! Non era né la prima, né - come voleva dargli ad intendere - la seconda volta ch'ella passava per un letto d'amore.
Non valeva la pena di adirarsene perché l'aveva saputo da lungo tempo.
Ma il possesso gli aveva data una grande libertà di giudizio sulla donna che gli si era sottomessa.
- Non sognerò mai più - pensò uscendo da quella casa.
E poco dopo, guardandola, illuminata da pallidi riflessi lunari: - Forse non ci ritornerò mai più.
- Non era una decisione.
Perché l'avrebbe dovuta prendere? Il tutto mancava d'importanza.
Ella l'aveva accompagnato sino alla porta di casa.
Non s'era accorta di alcuna sua freddezza perché egli si sarebbe vergognato di mostrarne.
Anzi, premurosamente egli aveva chiesto per la sera appresso un altro appuntamento ch'ella aveva dovuto rifiutargli essendo occupata tutta la giornata fino a tarda notte dalla signora Deluigi, che le aveva commesso un vestito da ballo.
S'accordarono di vedersi due giorni dopo: - Ma non in questa casa - disse Angiolina subito arrossata dall'ira.
- Come puoi immaginare una cosa simile? Non voglio mica espormi al pericolo di farmi ammazzare da mio padre.
- Emilio assicurò che avrebbe provveduto lui alla stanza pel prossimo ritrovo.
Gliel'avrebbe indicata domani con un biglietto.
Il possesso, la verità? La bugia continuava spudorata come prima, ed egli non scorgeva alcun modo per liberarsene.
Nell'ultimo bacio, dolcemente, ella gli raccomandò discrezione, col Balli specialmente.
Ella ci teneva alla propria fama.
Col Balli Emilio fu indiscreto subito, la stessa sera.
Parlò di proposito, con l'intenzione di reagire alle menzogne d'Angiolina, senza tener conto delle raccomandazioni di lei, intese certamente a ingannare lui e non a tener all'oscuro gli altri.
Ma poi sentì una grande soddisfazione di poter raccontare al Balli d'aver posseduto quella donna.
Fu una soddisfazione intensa, importante, che gli levò qualunque nube dalla fronte.
Il Balli lo stette a sentire da medico che vuol fare una diagnosi: - Mi pare proprio di poter essere sicuro che sei guarito.
Allora però Emilio sentì il bisogno di confidarsi, e raccontò dell'indignazione che provocava in lui il contegno di Angiolina, la quale ancora sempre voleva fargli credere di essersi data al Volpini per poter appartenere a lui.
Subito la sua parola fu troppo vivace: - Ancora adesso vuole truffarmi.
Il dolore che mi fa di vederla sempre uguale a se stessa è tale che mi toglie persino il desiderio di rivederla.
Il Balli lo indovinò tutto e gli disse: - Anche tu resti uguale a te stesso.
Non una tua parola denota indifferenza.
- Emilio protestò con calore, ma il Balli non si lasciò convincere.
- Hai fatto male, male assai di riavvicinarti a lei.
Durante la notte Emilio poté convincersi che il Balli aveva ragione.
L'indignazione, un'ira inquieta che avrebbe domandato un pronto sfogo, lo teneva desto.
Non poteva più illudersi che quella fosse l'indignazione dell'uomo onesto ferito da un'oscenità.
Egli conosceva troppo bene quello stato d'animo.
Ci era ricaduto ed era molto simile a quello provato prima dell'incidente dell'ombrellaio e prima del possesso.
La gioventù ritornava! Egli non anelava più di uccidere ma si sarebbe voluto annientare dalla vergogna e dal dolore.
All'antico dolore s'era aggiunto un peso sulla coscienza, il rimorso d'essersi legato di più a quella donna, e la paura di vederne compromessa vieppiù la propria vita.
Infatti, come avrebbe potuto spiegare la tenacità con cui ella addossava a lui la colpa della relazione col Volpini, se non col proposito d'attaccarglisi, comprometterlo, succhiargli lo scarso sangue che aveva nelle vene? Egli era legato per sempre ad Angiolina da una strana anomalia del proprio cuore, dai sensi - nel letto solitario il desiderio era rinato - e dalla stessa indignazione ch'egli attribuiva all'odio.
Quell'indignazione era la madre dei più dolci sogni.
Verso mattina il suo profondo turbamento s'era mitigato nella commozione per il proprio destino.
Non s'addormentò, ma cadde in uno stato singolare d'abbattimento che gli tolse la nozione del tempo e del luogo.
Gli parve d'essere ammalato, gravemente, senza rimedio, e che Angiolina fosse accorsa a curarlo.
Le vedeva la compostezza e la serietà della buona infermiera dolce e disinteressata.
La sentiva muoversi nella camera, ed ogni qualvolta ella gli si avvicinava, gli apportava refrigerio, toccandogli con la mano fresca la fronte scottante, oppure baciandolo, con lievi baci che non volevano essere percepiti, sugli occhi o sulla fronte.
Angiolina sapeva baciare così? Egli si rivoltò pesantemente nel letto e tornò in sé.
L'effettuazione di quel sogno sarebbe stato il vero possesso.
E dire che poche ore prima egli aveva pensato di aver perduto la capacità di sognare.
Oh, la gioventù era ritornata.
Correva le sue vene prepotente come mai prima, e annullava qualunque risoluzione la mente senile avesse fatta.
Di buon'ora s'alzò e uscì.
Non poteva attendere; voleva rivedere Angiolina subito.
Correva nell'impazienza di riabbracciarla ma si proponeva di non ciarlare troppo.
Non voleva abbassarsi con dichiarazioni che avrebbero falsato i loro rapporti.
Il possesso non dava la verità, ma esso stesso, non abbellito da sogni e neppure da parole, era la verità propria e pura e bestiale.
Invece, con un'ostinazione ammirabile, Angiolina non ne volle sapere.
Era già vestita per uscire e poi l'aveva già avvisato che ella non intendeva disonorare la propria casa.
Egli, nel frattempo, aveva fatta un'osservazione per la quale credette di dover deviare dai suoi proponimenti.
S'accorse ch'ella lo esaminava con curiosità per capire se in lui l'amore fosse diminuito o aumentato dal possesso.
Ella si tradiva con un'ingenuità commovente; doveva aver conosciuti degli uomini che provavano ripugnanza per la donna avuta.
A lui fu molto facile di provarle ch'egli non era di quelli.
Rassegnatosi al digiuno ch'ella gli imponeva, si accontentò di quei baci di cui era vissuto per tanto tempo.
Ma presto i baci soli non bastarono più, ed egli si ritrovò a mormorarle nelle orecchie tutte le dolci parole apprese nel lungo amore: - Ange! Ange! Il Balli gli aveva fornito l'indirizzo di una casa ove davano a fitto delle stanze.
Egli gliela indicò.
A lungo, per non sbagliare, ella si fece descrivere quella casa e la posizione della stanza, ciò che imbarazzò non poco Emilio il quale non l'aveva vista.
Aveva baciato troppo per saper osservare, ma quando fu solo sulla via s'accorse, con sua grande meraviglia, che soltanto allora sapeva esattamente dove bisognava andare a cercare quella stanza.
Non v'era dubbio! Era stato diretto da Angiolina.
Vi andò subito.
La proprietaria della camera si chiamava Paracci, ed era una vecchierella nauseante dalle vesti sucide sotto alle quali s'indovinavano le forme del petto abbondante, un resto di giovinezza in mezzo ad una vizza vecchiaia, la testa con pochi capelli ricci sotto ai quali luceva la pelle porosa e rossa.
Lo accolse con grande gentilezza e, subito d'accordo, gli disse ch'ella non affittava che a chi conosceva molto bene dunque a lui sì.
Egli volle vedere la stanza e vi entrò, seguito dalla vecchia, per la porta sulle scale.
Un'altra porta - sempre chiusa - disse la Paracci con l'accento di chi giura, la congiungeva al resto del quartiere.
Più che ammobiliata, era ingombrata da un enorme letto dall'apparenza pulita e da due grandi armadi; c'era un tavolo nel mezzo, un sofà e quattro sedie.
Non ci sarebbe stato posto neppure per un solo altro mobile.
La vedova Paracci stava a guardarlo, le mani sui grossi fianchi sporgenti, con l'aspetto sorridente - una brutta smorfia che metteva in mostra la bocca sdentata - di chi si attende una parola di soddisfazione.
Infatti nella stanza c'era anche qualche tentativo d'abbellimento.
In capo al letto stava piantato un ombrello chinese e sulla parete, anche qui, erano appese varie fotografie.
Gli sfuggì un grido di sorpresa vedendo accanto alla fotografia di una donna seminuda, quella di una giovanetta ch'egli aveva conosciuta, un'amica di Amalia, morta qualche anno prima.
Chiese alla vecchia donde le fossero venute quelle fotografie, ed ella rispose che le aveva comperate per adornare quella parete.
Egli guardò lungamente la faccia buona di quella povera ragazza che aveva posato tutta impettita dinanzi alla macchina del fotografo, forse l'unica volta in sua vita, per servire da ornamento a quella stanzaccia.
Eppure in quella stanzaccia, in presenza della sozza vecchia che stava a guardarlo lieta d'aver conquistato un nuovo cliente, egli sognò d'amore.
Precisamente in quelle condizioni era eccitantissimo figurarsi Angiolina che veniva a portargli l'amore desiato.
Con un fremito di febbre, egli pensò: domani avrò la donna amata!
La ebbe quantunque mai l'avesse amata meno di quel giorno.
L'attesa l'aveva reso infelice; gli pareva d'essere nell'impossibilità di godere.
Circa un'ora prima di andare all'appuntamento pensò che se non vi avesse trovata la gioia attesa, avrebbe dichiarato ad Angiolina di non volerla vedere più, e precisamente con le parole: - Sei tanto disonesta che mi ripugni.
- Aveva pensate queste parole accanto ad Amalia, invidiandola perché la vedeva disfatta ma tranquilla.
E aveva pensato che l'amore, per Amalia, restava il puro grande desiderio divino: era nell'effettuazione che la piccola natura umana si trovava bruttata, avvilita.
Ma quella sera godette.
Angiolina lo fece attendere oltre mezz'ora, un secolo.
Gli parve di sentire sola ira, un'ira impotente che aumentava l'odio ch'egli diceva di sentire per lei.
Pensava di picchiarla quando sarebbe venuta.
Non v'erano scuse possibili perché ella stessa aveva detto che quel giorno non andava a lavorare e che perciò poteva essere puntuale.
Non era anzi per la certezza di non dover ritardare, ch'ella non aveva voluto accettare l'impegno per la sera prima? Ed ora lo aveva fatto aspettare prima un giorno intero e poi tanto, tanto tempo.
Ma quando ella arrivò, egli, che già aveva disperato di vederla, fu sorpreso della propria fortuna.
Le mormorò sulle labbra e nel collo delle parole di rimprovero a cui ella neppure rispose perché avevano il suono di una preghiera, di una adorazione.
Nella penombra la stanza della vedova Paracci divenne un tempio.
Per lungo tempo nessuna parola turbò il sogno.
Angiolina dava certo più di quanto aveva promesso.
Ella aveva disciolti gli abbondanti capelli, ed egli si ritrovò con la testa appoggiata su un guanciale d'oro.
Come un bambino egli vi appoggiò il volto per fiutarne il colore.
Ella era un'amante compiacente e - in quel letto egli non sapeva lagnarsene - indovinava con un'intelligenza affinatissima i suoi desiderî.
Là tutto diveniva soddisfazione e godimento.
Appena più tardi il ricordo di quella scena gli fece digrignare i denti dall'ira.
La passione l'aveva liberato per un istante dal doloroso abito dell'osservatore, ma non gli aveva impedito d'imprimersi nella memoria ogni singolo particolare di quella scena.
Ora appena poteva dire di conoscere Angiolina.
La passione gli aveva dati dei ricordi indelebili, e su questi riusciva a ricostruire dei sentimenti che Angiolina non aveva espressi, che aveva anzi accuratamente celati.
A mente fredda egli non sarebbe riuscito a tanto.
Così, invece, egli sapeva, sapeva con certezza apodittica come se ella glielo avesse dichiarato a chiare note, ch'ella aveva conosciuto dei maschi che l'avevano soddisfatta meglio.
Aveva detto più volte: - Ma adesso basterà Non ne posso più.
- Aveva cercato un accento di ammirazione che non aveva trovato.
Egli avrebbe potuto dividere la serata in due parti.
Nella prima ella lo aveva amato; nella seconda s'era fatta forza per non respingerlo.
Quando abbandonò il letto, tradì d'essere stanca di starvi.
Allora, naturalmente, per indovinarla tutta, non occorse grande forza d'osservazione, perché, vedendolo esitante, ella lo spinse fuori dal letto dicendogli scherzosamente: - Andiamo, bell'uomo.
- Bell'uomo! La parola ironica doveva essere stata pensata da una mezz'ora circa Egli l'aveva letta sulla sua faccia.
Come sempre, egli avrebbe avuto bisogno di restare solo per avere il tempo d'ordinare le proprie osservazioni.
Per il momento percepì confusamente ch'ella non gli apparteneva più, la medesima sensazione che aveva avuta quella sera, in cui s'era trovato con Angiolina al Giardino Pubblico per aspettarvi il Balli e Margherita.
Era un dolore atroce di amor proprio ferito e d'amarissima gelosia.
Volle liberarsene, e non poté lasciarla senza aver tentato di riconquistarla.
L'accompagnò sulla via, poi, quantunque ella dichiarasse di aver fretta, l'indusse a rincasare per la via ch'egli aveva percorsa quella sera in cui ella era stata vista con l'ombrellaio.
La via di Romagna era proprio quella della serata memoranda, con i suoi alberi nudi, che si proiettavano sul cielo chiaro, e il suolo ineguale coperto di fanghiglia densa.
Una grande differenza era quella d'aver accanto Angiolina.
Ma tanto lontana! Per la seconda volta, su quella stessa via, egli la cercò.
Le descrisse la corsa fatta allora.
Le raccontò come il desiderio di vederla gliel'avesse fatta scorgere più volte dinanzi a sé, poi come una leggera ferita prodotta da una caduta l'avesse fatto piangere, perché era stata la goccia che aveva fatto traboccare il vaso.
Ella lo stette ad ascoltare lusingata di avere ispirato un tale amore e quand'egli si commosse lagnandosi che tanto soffrire non gli avesse conquistato tutto l'amore cui credeva di aver diritto, ella protestò con energia: - Come puoi dire una cosa simile? - Lo baciò per protestare con efficacia.
Poi però commise l'errore, come al solito dopo averci ben pensato: - Non mi sono data al Volpini per essere tua? - Ed Emilio piegò la testa convinto.
Quel Volpini, senza saperlo, gli avvelenava le gioie che, secondo Angiolina, gli aveva procurate.
Invece di soffrire per l'indifferenza di Angiolina, dopo di aver udito menzionare il Volpini, Emilio temette di lei e dei piani che in lei sospettava.
Nel convegno seguente, con le prime parole egli chiese quali garanzie avesse avute dal Volpini per abbandonarglisi.
- Oh, Volpini non può più fare a meno di me - disse ella sorridendo.
Per il momento anche Emilio si tranquillò e gli parve che quella garanzia fosse sufficiente.
Egli stesso, tanto più giovane del Volpini, non poteva fare a meno di Angiolina.
Durante il secondo appuntamento l'osservatore non s'assopì in lui un solo instante.
N'ebbe il premio in una scoperta dolorosissima: nel tempo in cui egli con tanto sforzo s'era tenuto lontano da Angiolina, qualcuno doveva aver occupato il suo posto.
Un altro, che non doveva somigliare ad alcuno degli uomini che egli conosceva e temeva.
Non Leardi, non Giustini, non Datti.
Doveva essere stato costui a prestarle degli accenti nuovi, bruschi, non manchevoli di spirito, e dei giuochi di parola grossolani.
Doveva essere uno studente, perché ella maneggiava con grande disinvoltura alcune parole latine volte a senso turpe.
Rispuntò quel disgraziato Merighi, il quale certamente non poteva sospettare che si continuasse ad abusare di lui; era stato lui ad insegnarle anche quelle parole latine.
Come se ella fosse stata capace di sapere di latino senza farne pompa per tanto tempo! Invece chi le aveva insegnato il latino doveva essere il medesimo che le aveva apprese anche delle canzonette veneziane liberissime.
Cantandole ella stonava, ma anche per saperle così doveva averle udite parecchie volte, tant'è vero che non avrebbe saputo rifare una sola nota delle canzonette udite più volte dal Balli.
Doveva essere un veneziano perché ella si compiaceva spesso d'imitare la pronunzia veneziana che prima, probabilmente, aveva ignorata.
Emilio lo sentiva accanto a sé, beffardo gaudente; arrivava a ricostruirlo fino a un certo punto, ma poi gli sfuggiva e non arrivò mai a conoscerne il nome.
Nella raccolta di fotografie d'Angiolina non v'era alcuna faccia nuova.
Il nuovo rivale non doveva avere il vezzo di regalare la propria fotografia, o forse ad Angiolina sembrava miglior politica di non esporre più le fotografie, alla cui raccolta ella aveva dedicata la propria vita.
Tant'è vero che sulla parete mancava anche quella di Emilio.
Egli non ebbe alcun dubbio che se si fosse imbattuto in quell'individuo, l'avrebbe riconosciuto a certi gesti ch'ella doveva aver imitati da lui.
Il peggio era che dalla sola ripetuta domanda da chi ella avesse appreso quel gesto o quella parola, ella indovinò la sua gelosia: - Geloso! - disse con un'intuizione sorprendente vedendolo serio e mesto.
Sì; egli era geloso.
Soffriva quando per un'esitazione ella si cacciava con gesto maschile le mani nei capelli, o per sorpresa gridava; - Oh, la balena! - o, quando scorgendolo triste, gli chiedeva: - Sei invelenà oggi? - Soffriva come se si fosse trovato a faccia a faccia col suo inafferrabile rivale.
Per di più, con la fantasia eccitata dell'innamorato, egli credette di scoprire nei suoni della voce d'Angiolina delle copie di quelli serii e un po' imperiosi del Leardi.
Anche il Sorniani le doveva aver insegnato qualche cosa, e persino il Balli aveva lasciato traccia di sé, essendo stato copiato accuratamente in una certa sua affettazione d'intontita sorpresa o ammirazione.
Emilio stesso non si riconosceva in alcuna parola o gesto di lei.
Con amara ironia una volta pensò: Forse per me non c'è più posto.
Il più odiato rivale restava per lui quell'ignoto.
Era strano com'ella avesse saputo non nominare quell'uomo che doveva essere passato di recente nella sua vita, mentre le piaceva tanto di vantarsi dei suoi trionfi, persino dell'ammirazione spiata negli occhi degli uomini nei quali s'imbattesse una sola volta sulla via.
Tutti erano pazzamente innamorati di lei.
- Tanto più merito ho avuto- ella asseriva - di essere rimasta sempre a casa durante la tua assenza, e ciò dopo essere stata trattata a quel modo da te.
- Sì! Ella voleva fargli credere che durante la sua lontananza ella non avesse fatto altro che pensare a lui.
Ogni sera, in famiglia, avevano ventilata la questione se ella dovesse scrivergli o no.
Suo padre cui stava molto a cuore la dignità della famiglia non aveva voluto saperne.
Visto che all'idea di quel consiglio di famiglia Emilio s'era messo a ridere, ella gridò: - Domandalo a mamma se non è vero.
Era una mentitrice ostinata benché, in verità, non conoscesse l'arte di mentire.
Era facile farla cadere in contraddizione.
Ma quando tale contraddizione le era stata provata, ella tornava con fronte serena ai suoi primi asserti, perché, in fondo, ella alla logica non ci credeva.
E forse bastava tale sua semplicità a salvarla agli occhi d'Emilio.
Non si poteva dire ch'ella fosse molto raffinata nel male, e poi a lui sembrava che ogni qualvolta lo ingannava, avesse cura di avvisarnelo.
Non v'era però la possibilità di rintracciare i motivi per cui egli era tanto indissolubilmente legato ad Angiolina.
Qualunque altro piccolo dolore che gli fosse toccato nella sua vita insignificante, divisa fra casa e ufficio, s'annullava facilmente accanto a lei.
Di tutti i dolori ch'ella gli dava, il maggiore era quello di non farsi trovare, quando egli aveva bisogno di starle accanto.
Spesso, cacciato fuori della propria casa dalla triste faccia della sorella, correva dagli Zarri quantunque sapesse che Angiolina non amava di vederlo tanto spesso in quella casa ch'ella tanto energicamente difendeva dal disonore.
Ben di rado ve la trovava, e la madre con grande gentilezza lo invitava ad attenderla perché Angiolina doveva venir subito.
Era stata chiamata cinque minuti prima da certe signore che abitavano lì accanto - un gesto vago accennava a levante o a ponente - per provare un vestito.
L'attesa gli era indicibilmente dolorosa, ma rimaneva incantato per delle ore a scrutare la dura faccia della vecchia, perché sapeva che rincasando senza aver vista l'amante, non si sarebbe quietato più.
Una sera, spazientito, sebbene la madre, cortese come sempre, volesse trattenerlo, finì coll'andarsene.
Sulle scale gli passò accanto una donna, apparentemente una fantesca, la testa coperta da una pezzuola con la quale si celava anche parte della faccia.
Egli le diede il passo, ma, quando ella volle sgattaiolare oltre, la riconobbe, insospettito prima dall'intenzione ch'ella manifestava di sfuggirgli, poi dalle movenze e alla statura.
Era Angiolina.
Al ritrovarla egli si sentì subito meglio e non badò al fatto ch'ella parlando di quelle vicine che l'avevano chiamata, segnasse tutt'altra direzione di quella indicata dalla madre, e neppure a quello, sorprendente, ch'ella non gli tenesse rancore perché una volta di più egli fosse venuto in casa sua a comprometterla.
Quella sera fu dolce, buona, come se avesse avuto da farsi perdonare qualche colpa, ma lui, in quella dolcezza di cui si beava, non seppe sospettare una colpa.
La sospettò soltanto allorché ella venne vestita a quel modo anche agli appuntamenti con lui.
Ella dichiarò che rincasando sul tardi dopo essere stata con lui, era stata vista da conoscenti e aveva paura d'essere colta proprio nell'istante in cui usciva da quella casa, che non godeva della migliore fama; perciò si mascherava a quel modo.
Oh, ingenuità! Ella non s'accorgeva di confessargli con quella chiacchierata che anche quella sera in cui egli l'aveva trovata sulle scale di casa sua, aveva avuti dei buoni motivi per travestirsi.
Una sera ella arrivò al loro ritrovo con più di un'ora di ritardo.
Acciocché ella non avesse bisogno di bussare rischiando l'attenzione degli altri inquilini, egli soleva attenderla sulle scale, tortuose e sucide, poggiato alla ringhiera e persino piegato per scorgere il punto più lontano ove ella doveva apparire.
Quando vedeva venire qualche estraneo, si rifugiava nella stanza e per tale moto continuo la sua agitazione aumentava enormemente.
Del resto gli sarebbe stato impossibile di rimaner fermo.
Quella sera, quando doveva tenersi chiuso nella stanza per lasciar passare la gente sulle scale, si gettò più volte sul letto per rialzarsi subito e perdere del tempo nel movimento ch'egli complicava ad arte.
Più tardi, ripensando allo stato in cui s'era trovato in quell'attesa, gli parve incredibile.
Doveva persino aver gridato dall'ambascia.
Quando ella alfine venne, non bastò la sua vista per calmarlo, e le fece dei violenti rimproveri.
Ella non ci abbadò e credette di poterlo calmare con qualche carezza.
Gettò via la pezzola e gli pose le braccia al collo; le maniche larghe le lasciavano del tutto nude ed egli le sentì scottanti di febbre.
La guardò meglio.
Ella aveva gli occhi lucenti e le guance arrossate.
Un sospetto orribile gli passò per la mente: -Tu sei stata or ora con un altro - urlò.
Ella lo lasciò con una protesta relativamente debole: - Sei matto! - disse, e non molto offesa, si mise a spiegargli le ragioni del suo ritardo.
La signora Deluigi non l'aveva lasciata andar via, ella aveva dovuto correre a casa per vestirsi a quel modo, e là le era stato imposto dalla madre di fare un lavoro prima di uscire.
Erano ragioni sufficienti a spiegare dieci ore di ritardo.
Ma Emilio non aveva più alcun dubbio: ella usciva dalle braccia di un altro e a lui balenò alla mente - unica via per salvarsi da tanta immondizia - un atto d'energia sovrumana.
Non doveva entrare in quel letto; doveva respingerla subito e non rivederla mai più.
Ma egli ora sapeva che cosa significasse mai più: un dolore, un rimpianto continuo, delle ore interminabili d'agitazione, altre di sogni dolorosi e poi d'inerzia, il vuoto, la morte della fantasia e del desiderio, uno stato più doloroso di qualunque altro.
Ne ebbe paura.
L'attirò a sé e, per unica vendetta, le disse: - Io non valgo mica molto più di te.
Fu lei allora a ribellarsi e, svincolandosi, disse decisa: - Non ho mai permesso a nessuno di trattarmi così.
Io me ne vado.
Volle riprendere la pezzuola ma egli glielo impedì.
La baciò e l'abbracciò pregandola di restare; non ebbe la vigliaccheria di rinnegare le sue parole con una dichiarazione, ma vedendola tanto decisa, egli, ch'era ancora sconvolto solo per aver pensata quella risoluzione, l'ammirò.
Sentendosi perfettamente riabilitata ella cedette.
Per gradi però.
Restò dichiarando che sarebbe stata l'ultima volta che si sarebbero visti e, soltanto al momento di dividersi, acconsentì a stabilire come al solito il giorno e l'ora del prossimo appuntamento.
Sentendosi appieno vittoriosa ella non aveva ricordato più l'origine della disputa e non aveva tentato di farlo ricredere.
Egli sperava ancora sempre che il possesso così pieno avrebbe finito col togliere violenza al suo sentimento.
Invece egli andava ai ritrovi sempre con la medesima violenza di desiderio e nella sua mente non s'acquietava la tendenza a ricostruire l'Ange che veniva distrutto ogni giorno.
Il malcontento lo spingeva a rifugiarsi nei sogni più dolci.
Angiolina quindi gli dava tutto: il possesso della sua carne e - essendone essa l'origine - anche il sogno del poeta.
Tanto di frequente la sognò infermiera che tentò di continuare il sogno anche accanto a lei.
Stringendosela fra le braccia col violento desiderio del sognatore, le disse, - Vorrei ammalarmi per essere curato da te.
- Oh, sarebbe bellissimo! - disse ella che in certe ore si sarebbe prestata a tutti i suoi desiderî.
Naturalmente bastò quella frase per annullare qualunque sogno.
Una sera, trovandosi con Angiolina, egli ebbe un'idea che per quella sera alleviò potentemente il suo stato d'animo.
Fu un sogno ch'egli ebbe e sviluppò accanto ad Angiolina e ad onta di questa vicinanza.
Essi erano tanto infelici causa il turpe stato sociale vigente.
Egli ne era tanto convinto che poté pensare di essere persino capace di un'azione eroica pel trionfo del socialismo.
Tutta la loro sventura era originata dalla loro povertà.
Il suo discorso presupponeva ch'ella si vendesse e ch'era spinta a farlo dalla povertà della sua famiglia Ma essa non se ne accorse e le sue parole le sembravano una carezza eppoi pareva egli volesse biasimare solo se stesso.
In una società differente egli avrebbe potuto farla sua, pubblicamente, subito, senza imporle prima di darsi al sarto.
Faceva proprie anche le menzogne di Angiolina, pur di renderla dolce e indurla a entrare in quelle idee, per sognare in due.
Ella volle delle spiegazioni ed egli gliele diede beato di poter dar voce al sogno.
Le raccontò quale lotta immane fosse scoppiata fra poveri e ricchi, i più e i meno.
Non v'era da dubitare dell'esito della lotta il quale avrebbe apportato la libertà a tutti, anche a loro.
Le parlò dell'annientamento del capitale e del mite breve lavoro che sarebbe stato l'obbligo d'ognuno.
La donna uguale all'uomo e l'amore un dono reciproco.
Ella chiese delle altre spiegazioni che già turbarono il sogno, e poi concluse: - Se tutto venisse diviso, non ci sarebbe niente per nessuno.
Gli operai sono degl'invidiosi, dei fannulloni, e non riusciranno a niente.
- Egli tentò di discutere ma poi vi rinunziò.
La figlia del popolo teneva dalla parte dei ricchi.
A lui parve ch'ella non gli avesse mai chiesto del denaro.
Quello ch'egli non poté negare neppure a se stesso era che, quando, consapevole dei suoi bisogni, egli l'abituò a ricevere del denaro in luogo di oggetti o di dolciumi, ella se ne dimostrò riconoscentissima, pur affettando sempre una grande vergogna.
E questa riconoscenza si rinnovava egualmente vivace ad ogni dono ch'egli le faceva; perciò, quando egli sentiva il bisogno di trovarla dolce e amorosa, sapeva molto bene come avesse da comportarsi.
Tale bisogno era sentito da lui tanto spesso che la sua borsa ne fu presto esausta.
Accettando, ella non dimenticò mai di protestare e visto che l'accettazione non importava mai più di un semplice atto, quello di stendere la mano, mentre la protesta era fatta con molte parole, a lui rimasero impresse più queste che quello, e continuò a ritenere che anche senza di quei doni la loro relazione sarebbe rimasta la stessa.
La penuria nella famiglia d'Angiolina doveva essere grande.
Ella aveva fatto ogni sforzo per impedirgli di venire a sorprenderla nella sua casa.
Quelle visite inaspettate non le garbavano punto.
Ma le minacce di non farsi trovare, di farlo gettare giù dalle scale dalla madre, dai fratelli o dal padre, non approdarono a nulla.
Era certo che quando egli aveva tempo, di sera, sul tardi, capitava a trovarla, e ciò sebbene molto spesso venisse a tenere compagnia alla vecchia Zarri.
Erano i sogni che lo trascinavano lassù.
Egli sperava sempre di trovare Angiolina mutata e veniva frettoloso a cancellare l'impressione - sempre triste - dell'ultimo ritrovo
Allora fece un ultimo tentativo.
Gli raccontò che il padre non le dava pace e che le era riuscito con grande fatica di trattenerlo dal fargli una scenataccia Tutto quello che aveva potuto ottenere era la promessa che si sarebbe astenuto dall'usare violenze, ma le sue ragioni il vecchio voleva dirgliele.
Cinque minuti dopo entrò il vecchio Zarri.
Ad Emilio parve che il vecchio, un uomo lungo, magro, tentennante, che appena entrato provò il bisogno di sedere, sapesse che il suo ingresso era stato annunziato Le sue prime parole parvero preparate per imporre.
Parlava lento e impacciato, ma imperioso.
Disse che credeva di poter dirigere e proteggere quella sua figliuola che ne aveva bisogno, perché se non avesse avuto lui non avrebbe avuto nessuno, visto che i fratelli - egli non voleva dirne male - degli affari di famiglia non si occupavano.
Angiolina parve si compiacesse grandemente del lungo esordio; tutt'ad un tratto disse che andava a vestirsi nella stanza accanto e uscì.
Il vecchio perdette subito ogni imponenza.
Guardò dietro alla figliuola portando al naso una presa di tabacco; fece una lunga pausa durante la quale Emilio pensava le parole con cui avrebbe risposto alle accuse che gli sarebbero mosse.
Il padre di Angiolina guardò poi dinanzi a sé, e, lungamente, le proprie scarpe.
Fu proprio per caso che alzò gli occhi e rivide Emilio.
Ah, sì- fece come persona sorpresa di ritrovare un oggetto smarrito.
Ripeté l'esordio ma con meno forza; era molto distratto.
Poi si concentrò, con uno sforzo evidente, per continuare.
Guardò Emilio a più riprese sempre evitando d'incontrarne lo sguardo e non parlò che quando si risolse a guardare la tabacchiera consunta che teneva fra le mani.
C'era della gente cattiva che perseguitava la famiglia Zarri.
Angiolina non glielo aveva detto? Aveva fatto male.
C'era dunque della gente che stava sempre sull'attenti per cogliere in fallo la famiglia Zarri.
Bisognava guardarsi! Il signor Brentani non conosceva Tic? Se lo avesse conosciuto non sarebbe venuto tanto spesso in quella casa.
Qui la predica degenerò in un'ammonizione ad Emilio, a non esporsi - così giovine - a tanti pericoli.
Quando il vecchio alzò gli occhi per guardare di nuovo Emilio, questi indovinò.
In quegli occhi stranamente azzurri sotto a una canizie argentea, brillava la follia.
Questa volta il pazzo seppe sostenere lo sguardo d'Emilio.
Sta bene che Tic abita lassù ad Opicina ma di lassù manda le percosse alle gambe e alle schiene dei suoi nemici.
Foscamente aggiunse: - Qui in casa bastona persino la piccola.
- La famiglia aveva un altro nemico: Toc.
Quello abitava in mezzo alla città.
Non bastonava, ma faceva di peggio.
Aveva portato via alla famiglia tutti i mestieri, tutto il denaro, tutto il pane.
Al colmo del furore, il vecchio gridava.
Venne Angiolina la quale indovinò subito di che cosa si trattasse.
- Vattene - disse al padre con grande malumore e lo spinse fuori.
Il vecchio Zarri si fermò sulla soglia, esitante: - Egli - disse accennando ad Emilio - non sapeva nulla né di Tic né di Toc.
- Glielo racconterò io - disse Angiolina, ridendo ora di cuore.
Poi gridò: - Mamma vieni a prendere papà.
- Chiuse la porta.
Emilio, terrorizzato dagli occhi pazzi che lo avevano guardato sì a lungo: - E ammalato? - domandò.
- Oh - fece Angiolina con disdegno - è un poltrone che non vuole lavorare.
Da una parte c'è Tic, dall'altra Toc e così egli non esce di casa e fa sgobbare noialtre donne.
- Tutt'ad un tratto rise sgangheratamente, e gli raccontò che tutta la famiglia per compiacere al vecchio, fingeva di sentire le legnate che pervenivano alla casa da parte di Tic.
Anni prima, quando la fissazione del vecchio era appena nata, essi stavano in un quinto piano al Lazzaretto Vecchio, e Tic stava al Campo Marzio e Toc in Corso.
Cambiarono di casa sperando che in tutt'altra regione della città il vecchio avrebbe di nuovo osato di andare sulla via, ma ecco che subito Tic va a stare a Opicina e Toc in via Stadion.
Lasciandosi baciare ella disse: - L'hai scampata bella.
Guai a te se egli, giusto in quel momento, non si fosse ricordato dei suoi nemici.
Così divenivano sempre più intimi.
Egli aveva oramai scoperto tutti i misteri di quella casa.
Anch'ella sentiva che nulla in lei poteva più ripugnare ad Emilio ed una volta ebbe una bellissima espressione: - A te racconto tutto come a un fratello.
- Lo sentiva ben suo, e se anche non ne abusava, perché non era del suo carattere di gioire della forza, di usarne per provarla, ma bensì di goderne per vivere meglio e più lieta, abbandonò ogni riguardo.
Giungeva in ritardo agli appuntamenti quantunque lo trovasse ogni volta con gli occhi fuori dalla testa, febbricitante, violento.
Divenne sempre più rozza.
Quando era stanca delle sue carezze lo respingeva con violenza tanto ch'egli, ridendo, le disse di temere che prima o poi ella l'avrebbe bastonato.
Non poté accertarsene, ma gli parve che Angiolina e la Paracci, la donna che gli dava a fitto quella stanza, si conoscessero.
La vecchia guardava Angiolina con una certa aria materna, ne ammirava i capelli biondi e i begli occhi.
Angiolina poi diceva bensì che l'aveva conosciuta in quei giorni, ma tradì di conoscerne la casa, ogni più recondito suo angolo.
Una sera, in cui ella arrivò più tardi del solito, la Paracci li sentì litigare e intervenne risolutamente a favore di Angiolina.
- Come si fa a rimbrottare a quel modo quest'angelo? - Angiolina che non rifiutava omaggi da qualunque parte venissero, stette a udirla, subito sorridente: - Senti? Dovresti imparare.
Egli stava a udire infatti, stupefatto dalla volgarità della donna amata.
Convinto oramai di non poterla elevare in alcun modo, sentiva talvolta, violentissimo, il bisogno di scendere a lei, al di sotto di lei.
Una sera ella lo respingeva.
S'era confessata e per quel giorno non voleva peccare.
Egli ebbe meno vivo il desiderio di possederla che di essere, almeno una volta, più rozzo di lei.
La costrinse violentemente, lottando fino all'ultimo.
Quando, senza fiato, cominciava a pentirsi di tanta brutalità, ebbe il conforto di un'occhiata d'ammirazione d'Angiolina.
Per tutta quella sera ella fu ben sua, la femmina conquistata che ama il padrone.
Egli si propose di procurarsi, nel modo stesso, delle altre serate simili, ma non seppe farlo.
Era difficile trovare una seconda volta l'occasione d'apparire brutale e violento ad Angiolina.
XI
Era proprio stabilito dal destino che il Balli dovesse sempre intervenire a rendere più dolorosa la situazione di Emilio in faccia ad Angiolina.
Erano da lungo tempo d'accordo che l'amante di Emilio avrebbe dovuto posare allo scultore.
Per incominciare il lavoro mancava solo che una buona volta Emilio si ricordasse d'avvisarne Angiolina.
Poiché era facile capire il motivo di tanta smemoratezza, Stefano si propose di non parlarne più.
Per il momento gli sembrava di non poter fare altro, tranne la figura immaginata con Angiolina e, solo per passare il tempo, compiacendosi unicamente di quell'idea, impiantò i puntelli e li coperse d'argilla segnando la figura nuda.
Avvolse il tutto in stracci bagnati, e pensò: - Un lenzuolo mortuario.
- Ogni giorno guardava quel nudo, lo sognava vestito, lo ricopriva poi dei suoi stracci e lo bagnava con cura.
I due amici non si spiegarono in proposito.
Tentando d'arrivare al suo scopo senza fare una domanda formale, una sera il Balli disse ad Emilio: - Non so più lavorare.
Dispererei, se non avessi nella mente quella figura.
- Mi sono dimenticato di nuovo di parlarne ad Angiolina, disse Emilio senza però curarsi di fingere la sorpresa di chi s'accorge di un'involontaria mancanza.
- Sai che fare? Quando la vedi, parlagliene tu; vedrai come s'affretterà a compiacerti.
C'era tanta amarezza in quest'ultima frase che al Balli fece compassione, e per allora non ne parlò più.
Egli stesso sapeva che il suo intervento fra i due amanti non era stato molto felice e non voleva più ingerirsi nelle loro faccende.
Non poteva cacciarsi fra di loro come aveva fatto ingenuamente alcuni mesi prima per il bene dell'amico, e la guarigione d'Emilio doveva essere opera del tempo.
La sua bella immagine sognata tanto, l'unica che per il momento avrebbe potuto spingerlo al lavoro, veniva ammazzata dall'incurabile bestialità d'Emilio.
Tentò di compiere l'opera con un'altra modella, ma dopo alcune sedute, disgustatosene, lasciò il lavoro in asso.
Veramente questi abbandoni bruschi d'idee vagheggiate a lungo s'erano verificati spesso nella sua carriera.
Questa volta, e nessuno avrebbe potuto dire se a torto o a ragione, egli ne dava la colpa ad Emilio.
Non v'era alcun dubbio che se avesse avuta la modella sognata, avrebbe potuto riprendere con tutta lena il lavoro fosse pure per distruggerlo qualche settimana dopo.
Si trattenne dal raccontare tutto ciò all'amico e fu l'ultimo riguardo che gli usò.
Non bisognava far capire ad Emilio quanto importante fosse divenuta anche per lui Angiolina; sarebbe equivalso ad inasprire la malattia del disgraziato.
Chi avrebbe potuto far capire ad Emilio che la fantasia dell'artista s'era fermata su quell'oggetto, proprio perché in tanta purezza di linee ci aveva scoperta un'espressione indefinibile, non creata da quelle linee, qualche cosa di volgare e di goffo, che un Raffaello avrebbe soppresso e ch'egli tanto volentieri avrebbe copiato, rilevato?
Quando camminavano insieme per le vie egli non parlava del proprio desiderio, ma Emilio non aveva alcun vantaggio del riguardo usatogli perché quel desiderio, che l'amico non osava esprimere, gli pareva anche più grande di quanto fosse e ne era geloso, dolorosamente.
Oramai il Balli desiderava Angiolina quanto egli stesso.
Come si sarebbe difeso da un nemico simile?
Non poté difendersene! Aveva già rivelato la propria gelosia, ma non voleva parlarne; sarebbe stato troppo sciocco mostrarsi geloso del Balli dopo di aver sopportata la concorrenza dell'ombrellaio.
Questo pudore lo rese inerme.
Un giorno Stefano andò a prenderlo in ufficio, come faceva di spesso, per accompagnarlo a casa.
Camminavano lungo la riva del mare, quando videro avanzarsi verso di loro Angiolina tutta illuminata dal sole meridiano che le giocava nei riccioli biondi, e sulla faccia un po' contratta dallo sforzo di tener aperti gli occhi in tanta luce.
Così il Balli si trovava a faccia a faccia col suo capolavoro ch'egli, dimenticando il contorno, vide in tutti i dettagli.
Ella s'avanzava con quel suo passo fermo che non toglieva niente della sua grazia alla figura eretta.
La gioventù incarnata e vestita si sarebbe mossa così alla luce del sole
- Oh, senti! - esclamò Stefano deciso.
- Per una tua insulsa gelosia non impedirmi di fare un capolavoro.
- Angiolina rispose al loro saluto, come da qualche tempo usava, molto seria; tutta la sua serietà si concentrava nel saluto e anche quella manifestazione di serietà doveva esserle stata insegnata da poco.
Il Balli s'era fermato e aspettava un segno di consenso dall'altro.
- Sia pure - disse Emilio, macchinalmente, esitante e sempre sperando che Stefano s'accorgesse con quanto dolore egli acconsentiva.
Ma il Balli non vedeva altro che il suo modello il quale stava sfuggendogli; lo rincorse subito non appena Emilio ebbe detto la parola di consenso.
Così il Balli e Angiolina si ritrovarono.
Quando Emilio li raggiunse li trovò già perfettamente d'accordo.
Il Balli non aveva fatto complimenti e Angiolina, rossa dal piacere, aveva subito chiesto quando dovesse venire.
L'indomani alle nove.
Ella assentì con l'osservazione che, per fortuna, il giorno appresso non aveva da andare dai Deluigi.
- Sarò puntuale - promise congedandosi.
Ella aveva l'abitudine di dire molte parole, quelle che prima le venivano alle labbra, e non pensò che quella promessa d'essere puntuale, poteva dispiacere ad Emilio perché con essa contrapponeva gli appuntamenti col Balli a quelli con Emilio.
Commessa la colpa, il Balli tornò col pensiero all'amico.
Fu subito conscio di avergli fatto torto, e ne domandò affettuosamente scusa ad Emilio: - Non potevo farne a meno, quantunque sapessi di farti dispiacere.
Io non voglio approfittare del fatto che tu fingi indifferenza.
So che soffri.
Hai torto, torto, ma so che neppure io non ho avuto ragione
Con un sorriso forzato Emilio rispose: - Allora non ho proprio niente da dirti.
Il Balli trovò ch'Emilio era con lui anche più duro di quanto egli sapesse di meritare: - Così per farmi scusare da te non mi resta altro che avvertire Angiolina di non venire? Ebbene, se lo desideri faccio anche questo.
La proposta non era da accettare perché quella povera donna - Emilio la conosceva come se l'avesse fatta lui - amava molto chi la respingeva ed egli non voleva le fossero date nuove ragioni d'amare il Balli.
- No - dichiarò più mitemente.
- Lasciamo le cose come stanno.
Io m'affido in te, anzi - aggiunse ridendo - soltanto in te.
Con grande calore Stefano assicurò che egli meritava quella fiducia.
Promise, giurò che il giorno in cui si fosse accorto d'aver dimenticata, nelle sedute con Angiolina, anche per un solo istante, l'arte, avrebbe messa la fanciulla alla porta.
Emilio ebbe la debolezza di accettare la promessa, anzi di farsela ripetere.
Il giorno appresso il Balli venne da Emilio a fargli il rapporto della prima seduta.
Aveva lavorato da indemoniato e non poteva lagnarsi d'Angiolina, la quale nella sua posa non troppo comoda, aveva resistito quanto aveva potuto.
Le mancava ancora di comprendere la posa, ma il Balli non disperava di riuscirci.
Era più innamorato che mai del proprio concetto.
Per otto o nove sedute non avrebbe avuto neppure il tempo di scambiare una parola con Angiolina.
- Quando avrò delle esitazioni per cui mi toccherà arrestarmi, ti prometto che non si ciarlerà che di te; scommetto che finirà coll'amarti di cuore
- Tutt'al più, e non sarà male, parlandole di me l'annoierai tanto, che non amerà neppur te.
Per quei due giorni egli non poté vedere Angiolina e perciò si trovò con lei soltanto il pomeriggio della domenica, nello studio del Balli.
Li trovò in pieno lavoro.
Lo studio non era altro che un vasto magazzino Gli era stata lasciata tutta la ruvidezza della sua antica destinazione perché il Balli non lo voleva elegante.
Il pavimento lastricato era rimasto sconnesso come quando ci venivano deposte le balle di merci; soltanto nel mezzo, d'inverno, un grande tappeto salvava i piedi dello scultore dal contatto del suolo.
Le pareti erano rozzamente imbiancate e qua e là, su dei sostegni, riposavano delle figurine di argilla o di gesso, non certo per esservi ammirate, ché erano accatastate piuttosto che aggruppate.
Le comodità non v'erano però trascurate.
La temperatura v'era resa mite da una stufa piramidale.
Una grande quantità di sedie e poltrone di varia forma e grandezza toglievano allo studio, con le loro forme eleganti, il suo carattere di magazzino.
Erano differenti l'una dall'altra perché il Balli diceva di aver sempre bisogno di riposare in conformità al sogno che gli occupava la mente.
Anzi trovava sempre che gli mancavano ancora delle forme di sedie di cui sentiva talvolta d'aver bisogno.
Angiolina posava su un trespolo munito di soffici cuscini bianchi; in piedi, su una sedia accanto ad un altro trespolo girevole, il Balli lavorava alla sua figura appena abbozzata.
Vedendo Emilio saltò giù per salutarlo vivacemente.
Anche Angiolina abbandonò la posa e sedette sui cuscini candidi; pareva riposasse in un nido.
Salutò Emilio con grande gentilezza.
Da tanto tempo non si vedevano.
Lo trovava un po' pallido.
Era forse indisposto? Il Brentani non seppe esserle grato di tante manifestazioni d'affetto.
Ella voleva probabilmente dimostrargli gratitudine perché la lasciava tanto sola col Balli.
Stefano s'era soffermato dinanzi al proprio lavoro.
- Ti piace? - Emilio guardò.
Su una base informe poggiava inginocchiata una figura quasi umana, le due spalle vestite, evidentemente quelle di Angiolina nella forma e nell'atteggiamento.
Fatta fino a quel punto la figura aveva qualche cosa di tragico.
Pareva fosse sepolta nell'argilla, facesse degli sforzi immani per liberarsene.
Anche la testa su cui qualche colpo di pollice aveva incavate le tempie e lisciata la fronte, appariva come un teschio coperto accuratamente di terra acciocché non gridasse.
- Vedi come la cosa sorge - disse lo scultore, gettando un'occhiata, una carezza su tutto il lavoro.
- L'idea c'è già tutta; è la forma che manca.
- Ma l'idea non la vedeva che lui.
Qualche cosa di fine, quasi inafferrabile.
Doveva sorgere da quell'argilla una prece, la prece di una persona che per un istante crede e che forse non avrebbe creduto mai più.
Il Balli spiegò anche la forma che voleva.
La base sarebbe rimasta grezza e la figura sarebbe andata affinandosi in su fino ai capelli, che dovevano essere disposti con la civetteria del parrucchiere più modernamente raffinato.
I capelli erano destinati a negare la preghiera che la faccia avrebbe espressa.
Angiolina ritornò alla posa e il Balli al lavoro.
Per una mezz'ora ella posò con tutta coscienziosità, figurandosi di pregare, come le aveva ordinato lo scultore, per avere un'espressione di supplice nella faccia.
A Stefano quell'espressione non piaceva, e non visto che da Emilio, ebbe un gesto di esecrazione.
Quella beghina non sapeva pregare.
Piuttosto che rivolgerli piamente, ella lanciava con impertinenza gli occhi in alto.
Civettava col Signor Iddio.
La stanchezza d'Angiolina cominciò a tradirsi nel respiro affannoso.
Il Balli non se ne accorgeva affatto, essendo giunto a un punto importante del suo lavoro: piegava quella povera testa sulla spalla destra, senza pietà.
- Molto stanca? - chiese Emilio ad Angiolina e, poiché il Balli non lo vedeva, le accarezzò e sorresse il mento.
Ella mosse le labbra per baciare quella mano, ma non mutò di posizione.
- Posso resistere ancora per un poco.
- Oh, come era ammirabile, sacrificandosi a quel modo per un'opera d'arte.
Se egli fosse stato l'artista, avrebbe considerato quel sacrificio come una prova d'amore.
Poco dopo, il Balli concesse un breve riposo.
Egli stesso non ne sentiva certo il bisogno e nel frattempo si diede da fare intorno alla base.
Nel suo lungo mantello di tela egli aveva un aspetto sacerdotale.
Angiolina, seduta accanto ad Emilio, guardava lo scultore con malcontenuta ammirazione.
Era un bell'uomo, con quella sua barba elegante, brizzolata, ma dai riflessi d'oro; agile e forte saltava dal bilico e vi risaliva senza che la statua si scuotesse, ed era la personificazione del lavoro intelligente, in quella sua rude veste da cui sporgeva l'elegante solino.
Anche Emilio lo ammirava, soffrendone.
Si ritornò presto al lavoro.
Lo scultore schiacciò ancora un poco la testa, senza curarsi se così le faceva perdere quel po' di forma che aveva avuta.
Aggiunse dell'argilla da una parte, ne tolse dall'altra.
Si doveva supporre che copiasse, visto che guardava spesso il modello, ma ad Emilio non parve che l'argilla riproducesse alcun tratto della faccia d'Angiolina.
Quando Stefano finì di lavorare, glielo disse, e lo scultore gl'insegnò a guardare.
Per il momento la somiglianza non esisteva, che quando si guardava quella testa da un solo punto.
Angiolina non si riconobbe e le dispiacque anzi che il Balli credesse di aver ritratta la sua faccia in quella cosa informe.
Emilio vide quella somiglianza evidentissima.
La faccia pareva addormentata, immobilizzata da una fasciatura aderente, gli occhi, non fatti, sembravano chiusi, ma si capiva che l'alito vitale stava per animare quel loto.
Il Balli avvolse la figura con un lenzuolo bagnato.
Era soddisfatto del proprio lavoro, e ne era agitato.
Uscirono insieme.
L'arte del Balli era veramente l'unico punto di contatto fra i due amici; parlando dell'idea dello scultore, si sentirono riavvicinati e, per quel pomeriggio, i loro rapporti ebbero una dolcezza, quale non avevano avuta da gran tempo.
Perciò chi fra i tre si divertì meno fu Angiolina, la quale si sentiva quasi il terzo incomodo.
Il Balli, cui non piaceva di farsi vedere in quella compagnia nelle vie ancora chiare, volle ch'ella li precedesse, ciò ch'ella fece, ritta sdegnosamente, il nasino all'aria.
Il Balli parlò sempre della statua, mentre Emilio seguiva con gli occhi i movimenti della fanciulla.
In tutte quelle ore non ci fu posto per la gelosia.
Il Balli sognava, e quando s'occupava d'Angiolina, era solo per tenersela lontana senza scherzare e senza maltrattarla.
Faceva freddo e lo scultore propose di entrare in un'osteria a bere del vino caldo.
Visto che nel locale v'era molta gente e un acre sentore di cibo e di tabacco, decisero di restare nel cortile.
Dapprima Angiolina, spaventata dal freddo, protestava ma poi, quando il Balli disse che la cosa era molto originale, ella s'avvolse nel mantiglione e si divertì a vedersi ammirata dalla gente che usciva dalla stanza calda e dal servitore che li serviva correndo.
Il Balli non s'accorgeva del freddo e guardava nel bicchiere come se ci avesse scoperta la propria idea; Emilio era occupato a scaldare le mani che Angiolina gli abbandonava.
Era la prima volta ch'ella gli permettesse di accarezzarla in presenza del Balli ed egli ne godeva intensamente.
- Dolce creatura! - mormorò e giunse fino a baciarla sulla guancia ch'ella premette contro le sue labbra.
Era una serata chiara, azzurra; il vento sibilava sopra l'alta casa da cui essi ne erano difesi.
Aiutati dalla bevanda calda, aromatica, ch'essi ingoiarono in copia, resistettero per quasi un'ora a quella rigida temperatura.
Fu per Emilio un altro episodio indimenticabile del suo amore.
Quel cortile fosco, azzurro, e il loro gruppo ad un'estremità del lungo tavolo di legno Angiolina abbandonata definitivamente a lui dal Balli, e più che docile, amante.
Al ritorno il Balli raccontò che quella sera doveva andare al veglione; ne era seccatissimo, ma ne aveva preso impegno con un amico, un dottore in medicina, che per divertirsi al veglione diceva d'aver bisogno della compagnia rispettabile di un uomo come lo scultore, acciocché i suoi clienti scusassero più facilmente la sua presenza in quel luogo.
Stefano avrebbe preferito di coricarsi di buon'ora per ritornare il giorno appresso al lavoro con la mente fresca.
Gli venivano brividi al pensiero di dover passare tutte quelle ore in mezzo al baccanale.
Angiolina chiese se egli avesse il palco per tutta la stagione e volle poi sapere esattamente in quale posizione.
- Spero bene disse il Balli ridendo - che se ti mascheri mi verrai a trovare
- Non sono mai stata ad un veglione - assicurò Angiolina con grande vigore.
Poi aggiunse, dopo averci pensato come se avesse scoperto allora che c'erano dei veglioni: - Mi piacerebbe tanto di andarci.
- Fu stabilito subito, subito: sarebbero andati al veglione che si dava la settimana ventura a scopo di beneficenza.
Angiolina spiccava dei salti dalla gioia, e parve tanto sincera che persino il Balli le sorrise con affabilità, come a un bambino cui si è lieti di aver dato con piccolo sforzo un grande piacere.
Allorché i due uomini rimasero soli, Emilio riconobbe che la seduta non gli era dispiaciuta.
Il Balli, congedandosi, convertì in fiele la dolcezza goduta quel giorno, dicendogli: - Sei stato contento di noi? Riconoscerai che ho fatto del mio meglio per soddisfarti.
Egli doveva dunque l'affabilità di Angiolina alle raccomandazioni del Balli, e ciò lo umiliò.
Era una nuova, forte ragione di gelosia.
Si propose di far capire al Balli ch'egli non amava di dover l'affetto di Angiolina all'ascendente altrui.
Con quest'ultima, poi, alla prima occasione, si sarebbe dimostrato meno grato di quelle manifestazioni d'affetto che l'avevano beato poco prima.
Era dunque chiaro perché si fosse lasciata tanto docilmente accarezzare in presenza del Balli.
Come era sottomessa allo scultore! Per lui sapeva rinunziare alle sue affettazioni d'onestà e a tutte quelle menzogne da cui Emilio non sapeva liberarsi.
Col Balli ella era tutt'altra.
Col Balli che non la possedeva, ella si smascherava, con lui no!
La mattina di buon'ora egli corse da Angiolina, ansioso di vedere come sarebbe stato trattato quando Stefano non c'era.
Ottimamente! Ella stessa, dopo essersi accertata ch'era lui, gli aperse la porta.
Di mattina era più bella.
Il riposo di una sola notte bastava a darle l'aspetto sereno di vergine sana.
La vestaglia bianca di lana, rigata di turchino, un po' consunta, secondava docile le forme precise del suo corpo e le lasciava nudo il bianco collo.
- Disturbo? - chiese lui, fosco, trattenendosi dal baciarla per non togliersi la possibilità di trovare uno sfogo nel litigio che meditava.
Ella neppure s'accorse di tutta quella musoneria.
Lo fece entrare nella sua stanza: - Vado a vestirmi perché alle nove debbo trovarmi dalla signora Deluigi.
Tu intanto leggi questa lettera - e nervosamente levò una carta da un canestro - leggila attentamente e poi mi consiglierai.
- Si rattristò e le si empirono gli occhi di lagrime: - Vedrai cosa avviene.
A te racconterò tutto.
Sei il solo che mi possa consigliare.
Ho raccontato tutto anche a mamma, ma essa, poveretta, non ha che gli occhi per piangere.
- Uscì, ma rientrò subito: - Bada per il caso che mamma venga qui e ti parli, ch'ella sa tutto tranne che io mi sia data al Volpini.
- Gli gettò un bacio colla mano e se ne andò.
La lettera era del Volpini, una formale lettera di congedo.
Incominciava col dirle che egli s'era comportato sempre onestamente, mentre ella - ora lo sapeva - l'aveva tradita fin dal principio.
Emilio si mise a leggere con maggior premura quella scrittura quasi illeggibile, temendo di trovar motivato quell'abbandono col suo nome.
In quella lettera non si parlava di lui.
Al Volpini era stato assicurato ch'ella non era stata la fidanzata ma l'amante del Merighi.
Egli non aveva voluto crederci, ma, alcuni giorni prima, aveva risaputo con piena sicurezza ch'ella era stata a parecchi veglioni in compagnia di vari zerbinotti.
Seguivano poi delle grosse frasi che, malamente connesse, davano l'impressione della perfetta sincerità del buon uomo e facevano ridere solo per qualche parolona, che doveva essere stata presa di peso da un vocabolario.
Entrò la vecchia Zarri.
Le mani al solito posto sotto al grembiale, s'appoggiò al letto e aspettò pazientemente ch'egli avesse terminato di leggere quella lettera.
- Cosa le sembra? - chiese con la sua voce nasale.
- Angiolina dice di no, ma a me sembra che la sia finita col Volpini.
Emilio era stato meravigliato da una sola delle asserzioni del Volpini.
- E vero - chiese - che Angiolina sia stata tanto spesso a veglioni? - Tutto il resto, ch'ella cioè fosse stata l'amante del Merighi e di molti altri, era per lui assolutamente vero e gli pareva anzi che per il fatto che un altro era stato ingannato come e meglio di lui, egli dovesse risentirsi meno di quelle menzogne che gli erano apparse sempre offensive.
Ma la lettera apprendeva anche a lui qualche cosa di nuovo.
Ella sapeva fingere meglio di quanto egli avesse sospettato.
Il giorno prima ella aveva ingannato persino il Balli con l'espressione di gioia che aveva avuto al pensiero di andare per la prima volta ad un veglione.
- Son tutte bugie - disse la vecchia Zarri con la calma con cui si dice cosa che si suppone già creduta da chi la ode.
- Angiolina viene ogni sera a casa direttamente dal lavoro, e si corica subito.
La vedo io andare a letto.
- L'abile vecchia! Ella certo non era stata ingannata e non ammettava si credesse ch'ella ingannasse.
La madre uscì non appena entrò la figlia.
- Hai letto? - chiese Angiolina sedendoglisi accanto.
- Che te ne sembra?
Con tanto di muso, Emilio disse rudemente che il Volpini aveva ragione, perché ad una promessa sposa non era permesso di andare ai veglioni.
Angiolina protestò.
Lei ai veglioni? Non aveva visto la gioia ch'ella aveva provato la sera prima, all'idea di andare ad un veglione, il primo in vita sua?
Citato in quel modo, l'argomento perdeva ogni vigore.
Quella gioia, ricordata come una prova, doveva esserle costata una grande fatica se poi s'era impressa tanto bene nella memoria.
Ella portò anche molte altre prove: era stata con lui tutte le sere che non aveva dovuto andare dalla Deluigi; non possedeva un solo straccio che potesse servire a mascherarsi, ed anzi contava sul suo aiuto per provvedersi del necessario per la mascherata che avevano progettata.
Non convinse Emilio, ormai sicuro ch'ella era stata tutto quel carnevale frequentatrice assidua dei veglioni, ma dalle tante prove portate con un calore seducente, egli fu rabbonito.
Ella non s'offendeva dell'offesa fattale d'aver dubitato di lei.
Ella s'attaccava a lui, cercava di convincerlo e di commuoverlo, e il Balli non c'era!
Poi capì ch'ella aveva bisogno di lui.
Ella non voleva ancora lasciar libero il Volpini e, per tenerlo, contava sui consigli d'Emilio, nel quale aveva l'enorme fiducia che hanno gli incolti per i letterati.
Quest'osservazione non tolse ad Emilio la soddisfazione per l'affetto che gli era offerto, perché era sempre meglio che doverlo al Balli.
Volle anche meritarsi quelle espansioni e si mise a studiare con tutta serietà la questione che gli era sottoposta.
Dovette subito accorgersi ch'ella la comprendeva meglio di lui.
Con grande accortezza ella osservò che per sapere come si dovesse comportarsi, bisognava prima di tutto sapere se il Volpini credesse nelle notizie ch'egli dava per sicure o se avesse scritta quella lettera tentando con essa di appurare vaghe voci raccolte; e poi, l'aveva scritta con la ferma intenzione di prendere congedo, oppure per minaccia e pronto a cedere al primo passo che Angiolina avrebbe fatto verso di lui? Emilio dovette rileggere quello scritto e gli fu forza ammettere che il Volpini affastellava troppi argomenti per averne uno solo di assolutamente buono.
Di nomi non citava che quello del Merighi.
- Quanto a questo so ben io come rispondere, - disse Angiolina con grande ira.
- Egli dovrà pur riconoscere d'avermi posseduta per primo.
Messo su quella via, Emilio fece un'osservazione che corroborò il modo di vedere di Angiolina.
Nella chiusa magniloquente, il Volpini dichiarava che la lasciava, prima di tutto perché lo tradiva, e poi perché la trovava freddissima con lui e sentiva ch'ella non lo amava.
Era quello il momento di lagnarsi di un difetto, ch'era forse il solo di carattere, se gli altri rimproveri avevano quella serietà che lo scrivente aveva voluto far credere? Ella gli fu gratissima di quell'appunto che confermava all'evidenza la giustezza della propria interpretazione e non ricordò ch'era stata lei ad avviarlo a quella ricerca.
Oh, ella non era una letterata né ci teneva ad essere lodata.
Si trovava nella lotta e impugnava con la stessa energia ogni arme che le sembrasse efficace, senza curarsi di vedere chi l'avesse costruita.
Ella non volle scrivere subito al Volpini perché aveva da correre via essendo attesa dalla signora Deluigi; ma a mezzodì si sarebbe trovata in casa e pregava Emilio di venirci anche lui.
Lo aspettava, e fino a quell'ora, tanto lui quanto lei dovevano pensare unicamente a quell'oggetto.
Anzi egli doveva portare con sé in ufficio quella lettera per studiarla con comodità.
Uscirono insieme, ma ella lo prevenne che si dovevano dividere prima d'entrare in città.
Ella non aveva più alcun dubbio che a Trieste vi fossero delle persone incaricate di spiarla per conto del Volpini: - Infame! - esclamò con enfasi.
- M'ha rovinata! - Odiava il suo antico promesso, come se fosse stato veramente lui a rovinarla.
- Ora naturalmente, egli sarebbe lieto di liberarsi del suo impegno, ma avrà da fare con me.
- Confessò ch'ella l'odiava profondamente.
Le faceva fastidio come una sucida bestia.
- Sei stato tu la colpa che mi sono data a lui - Vedendolo sorpreso di quell'incolpazione, fatta per la prima volta con violenza, ella si corresse: - Se non per tua colpa, certo per amor tuo.
Con queste dolci parole lo lasciò ed egli restò convinto che l'incolpazione non era stata fatta per altro motivo che per indurlo ad appoggiarla con tutte le forze in quella lotta ch'ella stava per imprendere contro il Volpini.
Egli la seguì per un pezzo e vedendola in mezzo alla via, offrirsi sfacciatamente con l'occhio ad ogni passante, fu ripreso dalla sua malattia che dominò ogni altro suo sentimento.
Dimenticando la paura che ella s'aggrappasse a lui, egli ebbe una gioia intensa dell'accaduto.
L'abbandono del Volpini le faceva sentire bisogno di lui e a mezzodì, per un'altra ora intera egli avrebbe potuto tenerla tutta per sé e sentirla intimamente sua.
Nella città laboriosa, in cui a quell'ora nessuno camminava per diporto, la figura di Angiolina, morbida e colorita, con quel passo calmo e quell'occhio attento a tutt'altra cosa che alla propria strada, attirava l'attenzione di tutti.
Ed egli sentì che, vedendola, si doveva immediatamente pensare all'alcova per cui ella era fatta.
Non uscì per tutta la mattina dall'eccitazione che aveva prodotta in lui quell'immagine.
Si propose di far sentire a mezzodì ad Angiolina il valore del proprio aiuto, e di fruire di tutti i vantaggi che quella posizione eccezionale gli offriva.
Fu ricevuto dalla vecchia Zarri, che con grande gentilezza lo invitò ad accomodarsi in stanza della figlia.
Egli, stanco della salita che aveva fatta rapidamente, si assise, sicuro di veder comparire Angiolina.
- Non c'è ancora disse la vecchia guardando verso il corridoio come se anche lei si fosse attesa di veder capitare la figlia.
- Non c'è? - chiese Emilio provando una delusione tanto dolorosa da indurlo persino a non credere alle proprie orecchie.
- Non capisco perché ritardi - continuò la vecchia, sempre guardando fuori della porta.
- Sarà stata trattenuta dalla signora Deluigi.
- Fino a che ora potrebbe tardare? - domandò egli.
- Non so, - rispose l'altra con una grande ingenuità.
- Potrebbe essere qui subito, ma se ha pranzato dalla signora Deluigi, allora potrebbe tardare anche fino a questa sera.
- Stette zitta per un istante, molto pensierosa e poi, più sicura, soggiunse: - Non credo però che resti a pranzo fuori di casa, perché il suo pranzo è pronto di là.
Acuto osservatore, Emilio s'accorse benissimo che tutti quei dubbi erano finti, e che la vecchia doveva sapere che Angiolina non sarebbe venuta tanto presto.
Ma, come sempre, la sua forza d'osservazione gli fu di piccola utilità.
Trattenuto dal desiderio, attese lungamente, mentre la madre di Angiolina gli faceva compagnia, silenziosa, seria tanto, che poi nel ricordo Emilio la scoperse ironica.
La più piccola delle figlie era venuta a porsi accanto alla madre e si soffregava sul fianco di costei come un gattino sullo stipite di una porta.
Egli se ne andò sconfortato, congedato dai saluti gentilissimi della vecchia e della fanciulla.
Egli accarezzò i capelli di quest'ultima, che avevano il colore di quelli dell'Angiolina.
In genere, salvo la rosea salute, ella andava somigliando alla sorella.
Pensò che forse sarebbe stato saggio partito vendicarsi di quel tiro d'Angiolina, non andando da lei finché ella non l'avesse chiamato.
Ora che ne aveva bisogno sarebbe venuta ben presto in cerca di lui.
Ma la sera, subito dopo l'ufficio, egli rifece la strada proponendosi intanto d'indagare la causa di quell'inesplicabile assenza.
Era possibilissimo che si fosse trattato di un caso di forza maggiore.
Trovò Angiolina ancora vestita come quando l'aveva accompagnata la mattina.
Era rientrata in quell'istante.
Ella si lasciò baciare ed abbracciare con la dolcezza che usava quando aveva bisogno di ottenere un perdono.
Le sue guance erano in fiamme e la sua bocca puzzava di vino.
- Infatti ho bevuto molto - disse ella subito ridendo.
- Il signor Deluigi, un vecchio cinquantenne, s'era proposto di farmi prendere una sbornia; ma non c'è riuscito mica, veh! - Eppure doveva esserci riuscito meglio di quanto ella credesse, e ne faceva fede la sua smodata allegria.
Si contorceva dalle risa.
Era bellissima, con quell'insolito rossore alle guance e gli occhi lucenti.
Egli la baciò nella bocca spalancata, sulle gengive rosse, ed ella lo lasciò fare, passiva come se il caso non fosse suo.
Continuava a ridere, e raccontava, a frasi smozzicate, che non soltanto il vecchio, ma tutta la famiglia aveva preso l'impegno di farle perdere la testa e che sebbene fossero in tanti, non c'erano riusciti.
Egli tentò di renderla ragionevole parlandole del Volpini.
- Lasciami in pace con quella roba! gridò Angiolina e, visto ch'egli insisteva, ella senza rispondere, lo baciò e abbracciò come egli aveva fatto sino allora con lei nella bocca e sul collo, aggressiva come non era stata mai e finirono sul letto, ella col cappellino ancora in testa e col soprabito indosso La porta era rimasta spalancata, ed era difficile che i suoni di quella battaglia non fossero arrivati sino alla cucina ove si trovavano il padre, la madre e la sorella d'Angiolina.
L'avevano ubbriacata davvero.
Strana casa quella di quei signori Deluigi.
Egli non portò con sé alcun rancore contro Angiolina perché la sua soddisfazione, quella sera, era stata proprio perfetta.
Il giorno dopo si ritrovarono a mezzodì ambedue di umore eccellente.
Angiolina assicurò che la madre non s'era accorta di nulla.
Poi disse che deplorava d'essersi lasciata cogliere in quello stato.
La colpa non era sua: - Quel maledetto vecchio Deluigi!
Egli la tranquillò, assicurandola che se fosse dipeso da lui ella si sarebbe ubbriacata una volta al giorno.
Poi composero la lettera al Volpini con un'accuratezza di cui non sarebbero sembrati capaci nello stato d'animo in cui si trovavano.
Angiolina era potuta sembrare superiore nell'interpretazione della lettera del Volpini; la risposta colò intera dalla penna esperta di Emilio.
Ella avrebbe voluto scrivere una lettera d'insolenze; voleva sfogare in essa soltanto l'indignazione di una ragazza onesta, sospettata a torto.
- Anzi - osservò con un'ira magnanima - se il Volpini fosse qui, gli darei uno schiaffo, senz'addurre alcuna giustificazione.
Sarebbe subito convinto d'aver avuto torto.
Non c'era male, ma Emilio voleva procedere con maggior cautela.
Con grande ingenuità e senza che ella pensasse d'offendersene, le raccontò ch'egli, per studiare con più facilità il problema, s'era posta la domanda: nei panni d'Angiolina come si sarebbe comportata una ragazza onesta? Non raccontò che aveva concretata la donna onesta in Amalia e s'era chiesto come la sorella si sarebbe comportata nel caso in cui avesse avuto da rispondere alla lettera del Volpini; le comunicò i risultati ottenuti.
La donna onesta avrebbe provato da prima una grande, enorme sorpresa; poi il dubbio che si trattasse di un malinteso e in fine, ma appena in fine, il sospetto orribile che tutta la lettera fosse da attribuirsi al desiderio dell'amante di sottrarsi ai suoi impegni.
Angiolina fu incantata di tutta quella ricostruzione di un processo psicologico, ed egli si mise subito al lavoro.
Ella gli sedette accanto zitta zitta.
Si lavorava per lei e, appoggiata con una mano sul suo ginocchio, la testa vicinissima alla sua per poter leggere subito quello ch'egli via via scriveva, gli si faceva sentire senza incomodarlo punto nello scrivere.
Quella vicinanza tolse alla lettera l'aspetto di rigida preparazione e - se non fosse stata destinata ad un uomo come il Volpini- anche l'efficacia, perché perdette la misura dignitosa ch'egli aveva pensato di dover darle.
Perciò penetrò in quelle frasi qualche cosa di Angiolina.
Gli venivano alla penna dei grossi paroloni ed egli li lasciava correre beato di vederla estatica dall'ammirazione, con la stessa espressione con la quale giorni prima aveva guardato, nello studio, il Balli.
Poi, senza rileggerla, ella si mise a copiare quella prosa, soddisfattissima di potervi apporre la propria firma.
Ella era apparsa ben più intelligente quando aveva ragionato sul modo di comportarsi, che non ora nella sua incondizionata approvazione.
Copiando non seppe dare alla lettera la sua attenzione, perché la calligrafia le dava molto da fare.
Guardando l'esterno della busta chiusa, ella chiese improvvisamente se il Balli non avesse più parlato del veglione cui aveva promesso di condurla.
Il moralista che sonnecchiava in Emilio non si destò, ma egli sconsigliò di andare a quel veglione per la paura che il Volpini lo risapesse.
Ella però aveva delle risposte che toglievano qualunque dubbio.
- Adesso poi ci vado al veglione.
Finora, per rispetto a quell'infame, non ci ero andata, ma adesso! Magari lo risapesse.
Emilio insistette per vederla quella sera.
Nel pomeriggio ella doveva posare al Balli, poi doveva correre un istante dalla signora Deluigi; perciò non potevano trovarsi che tardi.
Ella accordò l'appuntamento visto che - come dichiarò - per il momento, non sapeva negargli nulla; ma non nella stanza della Paracci, perché voleva essere a casa di buon'ora.
Come nei tempi migliori del loro amore, avrebbero passeggiato insieme a Sant'Andrea, e poi egli l'avrebbe accompagnata a casa.
Ella era ancora abbattuta - aveva bevuto tanto vino il giorno prima - e aveva bisogno di riposo.
A lui la proposta non dispiacque affatto.
Era una delle sue caratteristiche essenziali quella di compiacersi nella rievocazione sentimentale del passato.
Quella sera avrebbe analizzato di nuovo il colore del mare e del cielo e dei capelli d'Angiolina.
Ella lo congedò e, per ultimo saluto, lo pregò di imbucare la lettera al Volpini.
Così egli si trovò in mezzo alla via con quella lettera in mano, segno palpabile dell'azione più bassa ch'egli avesse compiuto in vita sua, ma di cui aveva coscienza soltanto allora che Angiolina non era più seduta accanto a lui.
XII
Era già entrato in casa, e nel tinello, col cappello in mano, stava titubante, dubbioso se sfuggire alla noia di rimanere un'ora a faccia a faccia con la muta sorella.
In quella sentì dalla stanza di Amalia il suono di due o tre parole confuse, poi una frase intera: - Via di qua, brutta bestiaccia.
- Trasalì! La voce era alteratissima dalla fatica o dall'emozione, tale che somigliava a quella della sorella soltanto come un urlo uscito involontariamente dalla gola può somigliare alla voce modulata di chi dice.
Ella ora dormiva e sognava di giorno?
Aperse la porta evitando di far rumore e gli si presentò agli occhi uno spettacolo del cui ricordo non seppe mai più liberarsi.
Durante tutta la sua vita bastò che i suoi sensi fossero colpiti dall'uno o dall'altro dei particolari di quella scena, per ricordarla immediatamente tutta, per fargliene sentire lo spavento, l'orrore.
Alcuni villici passavano cantando per una via vicina e il loro canto monotono chiamò poi sempre le lagrime agli occhi d'Emilio.
Tutti i suoni che gli giungevano erano monotoni, senza calore e senza senso.
In un appartamento vicino, un dilettante maldestro stonava sul pianoforte un valzer volgare.
Quel valzer sonato così - e lo riudì spesso - gli parve una marcia funebre.
Anche l'ora, lieta, divenne triste per lui.
Il meriggio era trascorso da poco e dalle finestre di faccia veniva riflesso nella stanza solitaria tanto sole da abbacinare.
Eppure il ricordo di quel momento andò sempre congiunto ad una sensazione di oscurità e di freddo raccapricciante.
Le vesti di Amalia giacevano sparse al suolo ed una gonna aveva impedito alla porta d'aprirsi tutta; alcuni panni giacevano sotto il letto, la camicetta era chiusa fra le due vetriate della finestra e i due stivali, con evidente accuratezza, erano posti proprio nel centro del tavolo.
Amalia seduta sulla sponda del letto, coperta della sola corta camicia, non s'era avvista della venuta del fratello e continuava a fregare con le mani le gambe sottili come fuscelli.
Dinanzi a quella nudità Emilio ebbe la sorpresa ed il fastidio di trovarla somigliante a quella di un ragazzo malnutrito.
Non comprese subito di trovarsi dinanzi ad una delirante.
Non s'accorse dell'affanno; attribuì la respirazione romorosa e congiunta a tanta fatica da moverle persino i fianchi, alla posizione affaticante.
Il primo suo sentimento fu d'ira: lasciato libero da Angiolina, trovava pronta quell'altra per dargli noie e dolori.
- Amalia! che fai? - le chiese rimproverando.
Ella non lo udì mentre doveva percepire i suoni del valzer, perché ne segnava il ritmo nel lavorìo a cui era intenta sulla propria gamba.
- Amalia! - ripeté debolmente, sbigottito dall'evidenza di quel delirio.
Le toccò con la mano la spalla.
Allora ella si volse.
Da prima guardò la mano di cui aveva sentito il contatto, poi lui in faccia; nell'occhio ravvivato dalla febbre null'altro che lo sforzo di vedere, le guance infiammate, le labbra violacee, asciutte, informi come una ferita vecchia che non sa più rimarginare.
Poi l'occhio corse alla finestra inondata di sole e subito, forse ferito da tanta luce, ritornò alle gambe nude ove si fermò con attenta curiosità.
- Oh, Amalia! - gridò egli lasciando che il suo spavento si manifestasse in quel grido, che forse avrebbe potuto richiamarla in sé.
L'uomo debole teme il delirio e la pazzia come malattie contagiose; il ribrezzo che ne provò Emilio fu tale che gli toccò di farsi forza per non abbandonare quella stanza.
Vincendo la propria violenta ripulsione, toccò di nuovo la spalla della sorella: - Amalia! Amalia! - gridò.
Chiamava aiuto.
Si sentì un po' sollevato, accorgendosi ch'ella lo aveva udito.
Lo aveva guardato una seconda volta, pensierosa, come se avesse cercato di comprendere la ragione di quei gridi e di quella replicata pressione sulla sua spalla.
Si toccò il petto, come se in quell'istante si fosse accorta dell'affanno che la tormentava.
Poi ridimenticò Emilio e l'affanno: - Oh, sempre bestie! - e la voce alterata pareva annunziasse prossimo il pianto Stropicciò con ambe le mani le gambe; con brusco movimento si chinò come se avesse voluto sorprendere un animale pronto a fuggire.
Si trovò nella destra un dito del proprio piede; lo coperse con la mano che poi sollevò chiusa come se avesse afferrato qualche cosa.
Era vuota però ed ella la guardò più volte; poi ritornò al piede pronta a curvarsi di nuovo per ritornare a quella strana caccia.
Un nuovo brivido di freddo che la colse ricordò ad Emilio ch'egli doveva indurla a ripararsi nel letto.
Vi si accinse con un fremito doloroso al pensiero di dover forse usare la forza.
Gli riuscì invece facilissimo perché ella obbedì alla prima pressione imperiosa della sua mano; portò senza pudore una gamba dopo l'altra sul letto e si lasciò ricoprire.
Ma per un'inesplicabile esitazione si puntellò con un braccio sul letto quasi non volesse adagiarvisi tutta.
Ben presto non poté resistere in quella posizione e s'abbandonò sul guanciale emettendo per la prima volta un suono intelligente di dolore: - Oh! Dio mio! Dio mio!
- Ma che cosa ti è accaduto? - domandò Emilio, che, per quel solo suono assennato, credette di poterle parlare come a persona che disponga dei suoi sensi.
Ella non rispose, di nuovo occupata ad indagare quello che la inquietava anche sotto alle coltri.
Si rannicchiò tutta, portò le mani alle gambe, e parve che, per far riuscire il tranello che meditava contro le cose o gli animali che la torturavano, sapesse perfino rendere meno romoroso il respiro.
Trasse poi a sé le mani che con una sorpresa incredula trovò di nuovo vuote.
Per qualche tempo, di sotto alle coperte, le venne un'angoscia che le faceva dimenticare quell'altra tanto violenta dell'affanno.
- Stai meglio? - le chiese Emilio, pregando.
Voleva consolarsi al suono della propria voce, che modulò dolcemente, cercando di dimenticare la minaccia di violenza che aveva pesato su di lui.
Si piegò a lei per farsi intendere meglio.
Ella lo guardò lungamente esalandogli in faccia il soffio frequente e debole del suo respiro.
Lo riconobbe.
Il calore del letto doveva pur averle aperti i sensi.
Per quanto poi ella delirasse, egli non dimenticò d'essere stato riconosciuto.
Evidentemente ella andava migliorando.
- Adesso andiamo via da questa casa - ella aveva detto facendo comprendere ogni sillaba.
Aveva stesa anche una gamba per uscire dal letto, ma, avendola egli trattenuta con troppa più violenza di quanta fosse occorsa, si rassegnò subito e dimenticò il proposito che l'aveva spinta a quell'atto.
Lo ripeté poco dopo, ma non più con la stessa energia, e pareva rammentasse che le fosse stato imposto di coricarsi e vietato di uscire dal letto.
Parlava ora.
Le pareva che avessero cambiato di casa e che ci fosse molto da fare, affannosamente da fare per mettere tante cose in ordine.
- Dio mio! Tutto è sucido qui.
Io me n'ero accorta ma tu ci sei voluto venire.
Ed ora? Non andiamo?
Egli cercò di calmarla secondandola.
L'accarezzò, dicendole che non vedeva che tutto fosse tanto sucido, e che ora che si trovavano in quella casa sarebbe stato meglio di rimanerci.
Amalia udì quello che egli disse ma udì anche delle parole ch'egli non aveva dette; poi disse: - Se tu vuoi, io devo far così.
Restiamo, ma...
tanto sudiciume...
- Le colarono due sole lagrime dagli occhi fino allora asciutti; rotolarono come due perle sulle guance infocate.
Poco dopo dimenticò quel dolore ma il delirio glie ne creò di nuovi.
Era stata in pescheria e non vi aveva trovato pesce: - Non capisco! Perché tengono la pescheria se non ci hanno del pesce? Fanno camminare tanto, tanto, con questo freddo.
L'avevano spedito via tutto e non c'era più del pesce per loro.
Tutto quel dolore e l'affanno parevano provocati da tale fatto.
Le sue parole fievoli e rese ritmiche dall'affanno erano sempre interrotte da qualche suono d'angoscia.
Egli non l'ascoltava più: bisognava uscire in qualche modo da quella situazione, bisognava trovare la maniera di chiamare un medico, Tutte le idee suggeritegli dalla disperazione furono da lui esaminate come se fosse stato possibile di metterle in atto.
Guardò intorno a sé per trovare una corda onde legare l'ammalata al letto e poter lasciarla sola; fece un passo verso la finestra, per chiamare di là soccorso, e infine, dimenticando che non era possibile di farsi comprendere da Amalia, si mise a parlarle per ottenerne la promessa che sarebbe stata tranquilla durante la sua assenza.
Premendole dolcemente le coperte sulle spalle per significarle che doveva rimanere coricata, le disse: - Starai così, Amalia? Me lo prometti?
Ella oramai parlava di vestiti.
Ne avevano per un anno e perciò non c'era da far spese per un anno intero.
- Non siamo ricchi ma abbiamo tutto, tutto.
- La signora Birlini però poteva guardarli dall'alto in basso perché aveva di più.
Ma Amalia era contenta che quella signora ne avesse di più, perché le voleva bene.
Il balbettìo continuava puerile e buono ed era straziante di udirla dichiararsi tanto lieta in mezzo a tante sofferenze.
Urgeva di prendere una risoluzione.
Il delirio di Amalia non le aveva dato né un gesto né una parola violenta e, toltosi allo stupore da cui era stato colto sin dal momento in cui l'aveva trovata in quello stato, Emilio uscì dalla stanza e corse alla porta di casa.
Avrebbe chiamato il portinaio, poi sarebbe corso da un dottore oppure dal Balli a prendere consiglio.
Non sapeva ancora quello che avrebbe fatto, ma bisognava correre per salvare quella disgraziata.
Oh, quale dolore ricordarne la compassionevole nudità!
Sul pianerottolo si fermò esitante.
Sarebbe voluto ritornare ad Amalia per vedere se ella non avesse approfittato della sua assenza per commettere qualche atto da delirante.
Si poggiò col petto sulla ringhiera per vedere se qualcuno salisse.
Si curvò per vedere più lontano e per un istante, un attimo, il suo pensiero si pervertì; dimenticò la sorella che, forse, agonizzava lì accanto, e ricordò che, proprio in quella posizione, egli usava aspettare Angiolina.
Questo pensiero in quel breve istante fu tanto potente che egli, sforzandosi di veder lontano, cercò di vedere, anziché il soccorso invocato, la figura colorita dell'amante.
Si rizzò nauseato.
Una porta al piano superiore s'aperse e si richiuse.
Qualcuno - il soccorso - scendeva a lui.
Egli salì d'un solo slancio una rampa e si trovò di fronte ad un'alta e forte figura femminile.
Alta e forte e bruna; altro non vide, ma trovò subito le parole opportune: - Oh, signora! - pregò.
- M'aiuti! lo farei per qualunque mio simile quello che domando a lei.
- Ella è il signor Brentani? - domandò con voce dolce e la bruna figura che veramente aveva fatto già atto di fuggire si fermò.
Egli raccontò che ritornato a casa poco prima, aveva trovato la sorella in preda a un delirio tale che non osava di lasciarla sola come avrebbe dovuto per chiamare un medico.
La signora discese: - La signorina Amalia? Poverina! Vengo con lei, subito, ben volentieri.
- Ella era vestita a lutto.
Emilio pensò ch'ella dovesse essere religiosa e, dopo una lieve esitazione, disse: - Dio ne la rimeriti.
La signora lo seguì nella stanza d'Amalia.
Emilio fece quei pochi passi con un'angoscia indicibile.
Chissà quale nuovo spettacolo lo attendeva.
Nella stanza vicina non si sentiva alcun rumore, mentre a lui era sembrato che il respiro d'Amalia dovesse essere udito in tutta la casa.
La trovò voltata contro il muro.
Parlava ora di un incendio; vedeva fiamme che non potevano farle altro male che mandarle un calore terribile.
Egli si chinò a lei e per richiamare la sua attenzione la baciò sulle gote infiammate.
Quando ella si volse a lui, egli volle assistere, prima d'andarsene, all'impressione che avrebbe fatta sulla fanciulla la vista della compagna che le lasciava.
Amalia guardò la nuova venuta per un solo istante, con piena indifferenza.
- Io gliel'affido - disse Emilio alla signora.
Poteva farlo.
La signora aveva una faccia dolce di madre; i suoi piccoli occhi si posavano su Amalia pieni di pietà.
- La signorina mi conosce disse ella e sedette accanto al letto.
- Sono Elena Chierici e sto qui al terzo piano.
Ricorda quel giorno in cui ella mi prestò il termometro per misurare la febbre a mio figlio?
Amalia la guardò: - Sì, ma brucia e brucerà sempre.
- Non brucerà sempre - disse la signora Elena chinandosi a lei con un buon sorriso d'incoraggiamento e gli occhi umidi dalla compassione.
Pregò Emilio di darle, prima di uscire, una boccia d'acqua e un bicchiere.
Per Emilio fu un affar serio trovare quelle cose in una casa ch'egli aveva abitata con l'incuria di chi sta in un albergo.
Non subito Amalia comprese che in quel bicchiere le era offerto un refrigerio; poi bevve a piccoli sorsi, avidamente.
Quando si lasciò ricadere sul guanciale trovò un nuovo sollievo: il morbido braccio di Elena vi si era steso e la sua testina riposava ora sorretta con pietà.
Un'onda di riconoscenza gonfiò il petto ad Emilio e, prima d'uscire, egli la tradusse in una stretta di mano ad Elena.
Corse allo studio del Balli e s'imbatté nell'amico che ne usciva.
Pensò che forse vi avrebbe trovata Angiolina; respirò trovando il Balli solo.
Sul proprio contegno durante la breve parte di quella giornata in cui egli aveva immaginato si potesse ancora intraprendere qualche cosa per Amalia, egli non ebbe mai rimorsi.
In quelle ore egli non pensò che alla sorella, e se si fosse imbattuto in Angiolina, avrebbe trasalito dolorosamente, solo perché quella vista gli avrebbe ricordata la propria colpa.
- Oh, Stefano! M'accadono delle cose tanto gravi! - Entrò nello studio, s'assise sulla sedia più vicina alla porta e, celandosi il volto nelle mani, scoppiò in singhiozzi disperati.
Non avrebbe saputo dire perché proprio allora si fosse sciolto in lagrime.
Incominciava a riaversi del fiero colpo ricevuto e otteneva dal dolore riflesso lo sfogo necessario, oppure era la vicinanza del Balli - il quale ci doveva aver la sua parte nella malattia d'Amalia, - la causa di quell'emozione tanto acuta? Certo è ch'egli stesso poi s'accorse di compiacersi d'aver dato al proprio dolore un'espressione violenta; per se stesso e pel Balli.
Tutto si mitigava e addolciva nel pianto; egli si sentiva sollevato e migliorato.
Avrebbe dedicato il resto della vita ad Amalia.
Anche se - come egli credeva - ella fosse stata pazza, l'avrebbe tenuta presso di sé non più come sorella ma come figlia.
E in quel pianto si compiacque tanto da dimenticare quale urgenza ci fosse di chiamare un medico.
Era proprio là il suo posto, era là ch'egli doveva agire a vantaggio di Amalia.
Nell'eccitazione in cui si trovava, qualunque impresa gli parve facile e, colla sola manifestazione del proprio dolore, pensò che avrebbe fatto dimenticare tutto il passato anche al Balli.
Gli avrebbe finalmente fatto conoscere Amalia, mite, buona e sventurata com'era.
Raccontò in tutti i particolari la scena di poco prima: il delirio, l'affanno di Amalia e il lungo tempo in cui egli, trovandosi solo, non s'era potuto allontanare da quella stanza fino all'intervento provvidenziale della signora Chierici.
Il Balli prese l'aspetto di persona sorpresa da una mala nuova - non certo l'aspetto sperato da Emilio - e con l'energia che in quello stato d'animo doveva essergli facile, consigliò di correre a chiamare il dottor Carini.
Gli era stato descritto quale un buon medico; per di più era suo intimo ed egli l'avrebbe saputo interessare alla sorte di Amalia.
Emilio piangeva e non accennava a muoversi dal posto.
Gli pareva di non aver ancora terminato; non si dava per vinto, e cercava una frase per commuovere l'amico.
Ne trovò una che fece rabbrividire lui stesso: - Pazza o moribonda! - Oh, la morte! Era la prima volta ch'egli immaginava Amalia morta, scomparsa ed egli che allora allora aveva appreso di non amare più Angiolina, si vedeva solo, desolato dal rimpianto di non aver saputo approfittare della felicità, che fino a quel giorno era stata a sua disposizione, di dedicare la propria vita a qualcuno che aveva bisogno di tutela e di sacrificio.
Con Amalia spariva dalla sua vita ogni speranza di dolcezza.
Disse con voce profonda: - Non so se provo maggior dolore o rimorso.
Guardò il Balli per vedere se fosse stato compreso.
Sulla faccia di Stefano s'impresse una meraviglia sincera: - Rimorso? - Aveva sempre creduto che Emilio fosse il modello dei fratelli, e lo disse.
Ricordò però che Amalia era stata un po' trascurata in causa d'Angiolina e aggiunse: - Certo è che non valeva la pena che tu ti occupassi tanto di una donna quale è Angiolina; ma sono sventure che capitano...
- Il Balli aveva capito Emilio tanto poco che dichiarò di non comprendere perché perdessero tanto tempo.
Bisognava correre dal Carini e non disperare prima di sapere quello che avrebbe detto lui dello stato di Amalia.
Poteva essere anche che i sintomi che spaventavano i profani impressionassero poco il medico.
Era la speranza, ed Emilio vi si abbandonò tutto.
Sulla via si divisero.
Al Balli sembrò consigliabile di non lasciare Amalia più a lungo sola con una straniera; Emilio ritornasse a casa: sarebbe andato lui a cercare il medico.
Ambedue si misero a correre.
La fretta d'Emilio era causata dalla grande speranza che s'era insinuata poco prima nel suo animo.
Non era affatto escluso che, a casa, egli potesse trovare Amalia, tornata in sé, a salutarlo grata dell'affetto che gli avrebbe letto in viso.
Il suo passo rapido accompagnava e spingeva il sogno ardito.
Giammai Angiolina gli aveva dato un sogno simile dettato da un desiderio sì intenso.
Non sofferse dell'aria rigida spirante da poco, tale da far dimenticare la tiepida giornata quasi primaverile che a lui era sembrata stridente contraddizione al suo dolore.
Le vie s'andavano oscurando rapidamente: il cielo era coperto di grossi nuvoloni, trascinati da una corrente d'aria, che a terra non si percepiva che nell'improvviso abbassamento della temperatura.
In lontananza Emilio vide sul cielo fosco la cima di un'altura gialla di luce morente.
Amalia delirava come prima.
Riudendone la stanca voce, dall'identico suono dolce, la stessa modulazione puerile interrotta dall'affanno, egli comprese che mentre fuori egli aveva sperato pazzamente, in quel letto l'ammalata non aveva trovato un istante di tregua.
La signora Elena era legata al letto perché la testa dell'ammalata riposava sul suo braccio.
Raccontò però che poco dopo la sua uscita, Amalia aveva respinto quel guanciale divenutole increscioso; ora l'aveva riaccettato.
Veramente l'ufficio della buona signora sarebbe stato finito, ed egli lo disse esprimendole un'infinita riconoscenza.
Ella lo guardò coi suoi buoni piccoli occhi e non mosse il braccio su cui la testina di Amalia si muoveva inquieta.
Domandò: - E chi mi sostituirà? - Udito ch'egli aveva l'intenzione di rivolgersi al dottore per un'infermiera a pagamento, ella pregò con calore: - Allora permetta a me di restare qui.
- E ringraziò quando egli, commosso, le dichiarò che non aveva mai pensato di mandarla via, ma che aveva temuto di disturbarla trattenendola.
Le domandò poi se le occorresse di avvisare qualcuno della ragione della sua assenza.
Con semplicità ella rispose: - Non ho nessuno in casa che possa essere sorpreso della mia assenza.
Si figuri che la fantesca è entrata in servizio in casa mia quest'oggi.
Poco dopo Amalia portò la testa sul guanciale e il braccio della signora fu libero.
Allora finalmente poté levarsi il cappellino di lutto e, riponendolo, Emilio ringraziò di nuovo, perché gli sembrava che quell'atto confermasse la determinazione da lei presa di rimanere accanto a quel letto.
Ella lo guardò sorpresa senza comprenderlo.
Non si sarebbe potuta comportare più semplicemente di così.
Amalia riprese a parlare, senza scuotersi, senza chiamare, come se avesse creduto di aver sempre detto ad alta voce tutto il suo sogno.
Di certe frasi diceva il principio, di altre la fine; borbottava delle parole incomprensibili, altre le sillabava chiare.
Esclamava e domandava.
Domandava con ansietà, mai soddisfatta della risposta, che forse non intendeva a pieno.
Alla signora Elena, che s'era piegata su lei, per indovinare meglio un desiderio che pareva volesse manifestare: - Ma tu non sei Vittoria? - chiese.
- Io, no - disse la signora sorpresa.
Questa risposta fu compresa e bastò per qualche tempo a quietare l'ammalata.
Poco dopo tossì.
Lottò per non tossire più e la sua faccia prese un aspetto di desolazione puerile; doveva aver sentito un forte dolore.
La signora Elena fece osservare ad Emilio quell'espressione che durante la sua assenza s'era già prodotta.
- Bisognerà parlarne al dottore; si capisce da quella tosse che la signorina deve essere ammalata di petto.
- Amalia ebbe più scoppi di tosse fievole, soffocata.
- Non ne posso più - gemette e pianse.
Ma il pianto le bagnava ancora le guance ed ella aveva già dimenticato il dolore.
Affannosamente riparlò della sua casa.
C'era un nuovo ritrovato per fare a buon prezzo il caffè.
- Fanno di tutto oramai.
Presto si potrà vivere senza denaro.
Mi dia un po' di quel caffè, per provare.
Io glielo restituirò.
A me piace la giustizia.
L'ho detto anche ad Emilio...
- Sì, me ne rammento - disse Emilio per darle riposo.
- Tu hai amata sempre la giustizia.
- Si chinò su di lei per baciarla in fronte.
Un istante di quel delirio non fu più dimenticato da Emilio.
- Sì, noi due - fece ella, guardandolo con quel tono dei deliranti, che non si sa se esclami o domandi.
- Noi due, qui, tranquilli, uniti, noi due soli.
- La serietà ansiosa della faccia accompagnava la serietà della parola e l'affanno pareva l'espressione di un dolore cocente.
Poco dopo però, ella parlava di loro due soli nella casa a buon mercato.
Suonò.
Erano il Balli e il dottor Carini.
Emilio conosceva già quest'ultimo, un uomo sulla quarantina, bruno, alto, magro.
Si diceva che i suoi anni d'università fossero stati più ricchi di divertimenti che non di studi, mentre ora, essendo benestante, non cercava clienti e s'accontentava di una posizione subalterna all'ospedale per potervi continuare gli studi non fatti prima.
Amava la medicina col fervore del dilettante; ma ne alternava lo studio con passatempi d'ogni natura, tant'è vero che contava maggior numero d'amici fra gli artisti che non fra i medici.
Si fermò nella stanza da pranzo e, osservato che sulla malattia d'Amalia il Balli non gli aveva saputo dire altro se non che doveva trattarsi di un forte accesso di febbre, pregò Emilio di dirgliene lui qualche cosa di più.
Emilio prese a raccontare dello stato in cui aveva trovata la sorella un paio d'ore prima, nella casa solitaria, ove ella doveva aver commesse delle stranezze già dalla mattina.
Descrisse con esattezza di particolari il delirio, manifestatosi prima in quell'inquietudine che la spingeva a cercare degli insetti sulle gambe, poi in quel chiacchierio incessante.
Commosso nel ricordare e analizzare tutta l'angoscia di quella giornata, parlò, piangendo, dell'affanno, poi della tosse, quel suono esile e falso che pareva prodotto da un vaso fesso, e del dolore intenso che ogni colpo di tosse produceva all'ammalata.
Il dottore cercò d'incorarlo con qualche parola amichevole, ma poi, ritornando all'argomento, fece una domanda che cagionò ad Emilio non poca angoscia: - E prima di questa mattina?
- Mia sorella è stata sempre debole, ma sempre sana.
- S'era compromesso con questa frase e soltanto dopo averla detta fu colto da dubbi.
Non erano stati certo degl'indizi di salute quei sogni ad alta voce ch'egli aveva sorpresi.
Non avrebbe dovuto parlarne? Ma come farlo dinanzi al Balli?
- Prima d'oggi la signorina si sentiva sempre bene? - chiese il Carini con aria incredula.
- Anche ieri stesso?
Emilio si confuse e non seppe rispondere.
Egli non ricordava neppur d'aver vista la sorella nei giorni precedenti.
Veramente quando l'aveva vista l'ultima volta? Forse mesi prima, quel giorno in cui l'aveva scorta sulla via vestita in modo tanto strano.
- Io non credo ch'ella sia stata ammalata prima.
Me lo avrebbe detto.
Il dottore ed Emilio entrarono nella stanza dell'ammalata, mentre il Balli, dopo una breve esitazione, si fermò nel tinello.
La signora Chierici, ch'era seduta al capezzale, si levò e andò ai piedi del letto.
L'ammalata pareva assopita ma, come al solito, parlò quasi fosse sempre in una conversazione e avesse avuto da rispondere a domande o da aggiungere delle parole ad osservazioni fatte prima: - Di qui a mezz'ora.
Sì, ma non prima.
- Spalancò gli occhi e riconobbe il Carini; disse qualche cosa che doveva essere un saluto.
- Buon giorno, signorina - rispose il dottore ad alta voce con l'evidente intenzione d'adattarsi al suo delirio.
- Volevo venire a trovarla prima, ma m'è stato impossibile.
- Il Carini era stato in casa una sola volta ed Emilio fu lieto ch'ella l'avesse riconosciuto.
Ella doveva esser migliorata di molto in quelle brevi ore, perché a mezzodì ella non aveva ravvisato neppure lui.
Comunicò tale osservazione a bassa voce al dottore.
Questi era tutto intento a studiare il polso dell'ammalata.
Poi ne denudò il petto e vi appoggiò l'orecchio in diversi punti.
Amalia taceva con gli occhi rivolti al soffitto.
Poi il dottore si fece aiutare dalla signora Elena per rizzare l'ammalata e sottoporre alla medesima disamina anche la schiena.
Amalia oppose resistenza per un istante ma quando capì che cosa si volesse da lei cercò anche di sostenersi da sola.
Ella guardava ora la finestra, che s'era rapidamente oscurata.
La porta era aperta e il Balli, che s'era soffermato sulla soglia, fu visto dall'ammalata.
- Il signor Stefano - disse ella senz'alcuna sorpresa e senza muoversi perché aveva capito che si voleva ch'ella stesse ferma.
Emilio che aveva temuta una scena, fece al Balli un cenno imperioso di ritirarsi, e soltanto il suo gesto sottolineò l'importante incontro.
Il Balli però non poteva più ritirarsi e si avanzò, mentre ella con cenni ripetuti del capo lo incoraggiava e chiamava.
- Tanto tempo - borbottò, certo volendo significare ch'era molto tempo che non si vedevano.
Quando le permisero di riadagiarsi, ella continuò a guardare il Balli ch'ella, anche nel delirio, continuava a considerare quale la persona più importante per lei in quella stanza.
L'affanno era aumentato per la fatica che le avevano data costringendola a muoversi, un lieve assalto di tosse le fece contrarre la faccia dal dolore, ma ella continuò a guardare il Balli.
Anche bevendo con voluttà l'acqua che le era stata offerta dal dottore, ella tenne gli occhi fissi sul Balli.
Chiuse gli occhi e parve volesse dormire.
- Così tutto è bene - disse ad alta voce e per qualche istante si quietò.
I tre uomini uscirono dalla stanza di Amalia e si fermarono nella vicina.
Emilio impaziente domandò: - Ebbene, dottore?
Il Carini, che aveva poca pratica di trattare con clienti, espresse con semplicità la sua opinione: una polmonite.
Trovava lo stato dell'ammalata gravissimo.
- Senza speranza? - domandò Emilio, e attese con ansietà la risposta.
Il Carini gli lanciò un'occhiata di compassione.
Disse che c'era sempre speranza e ch'egli aveva già visti dei casi simili risolversi improvvisamente addirittura nella piena salute: un fenomeno che sorprendeva anche il medico più provetto.
Allora Emilio si commosse.
Oh, perché non si sarebbe avverato anche in questo caso quel fenomeno sorprendente? Sarebbe bastato a dargli il sentimento della felicità per tutta la vita.
Non era la gioia inaspettata, il dono generoso della provvidenza quale egli s'era augurato? La speranza per un istante fu piena; se avesse visto Amalia camminare, se l'avesse udita parlare assennatamente, non ne avrebbe potuto provare una maggiore.
Ma il Carini non aveva detto tutto.
Egli non ammetteva che la malattia fosse scoppiata quel giorno.
Già violenta doveva essersi manifestata uno o forse anche due giorni prima.
Di nuovo Emilio doveva scolparsi di quel passato che giaceva tanto lontano da lui.
- Potrebbe essere - ammise - ma mi pare difficile.
Se è scoppiata ieri, deve essere stato in modo sì lieve ch'io non me ne sia potuto accorgere.
- Poi, offeso da una occhiata di rimprovero del Balli, aggiunse: - Non mi pare possibile.
Ruvidamente, col tono che tutti da lui tolleravano, il Balli disse al dottore: - Sai, noi di medicina non ne sappiamo niente.
Questa febbre durerà sempre, finché non cessi la malattia? Non vi saranno delle soste?
Il Carini rispose che sul decorso della malattia egli non poteva dir nulla.
- Mi trovo dinanzi ad un'incognita, a una malattia di cui non conosco che il momento presente.
Ci sarà crisi? E quando? Domani, questa sera, di qui a tre o quattro giorni, che ne so io?
Emilio pensò che tutto ciò autorizzava le più ardite speranze e lasciò il Balli a continuare l'interrogatorio del medico.
Egli si vedeva accanto Amalia guarita, assennata, ridivenuta capace di sentire il suo affetto.
Il peggior sintomo che il Carini osservasse in Amalia, non era la febbre né la tosse; era la forma del delirio, quel chiacchierio agitato e continuo.
Aggiunse a bassa voce: - Non sembra un organismo adatto a sopportare delle temperature elevate.
Si fece dare l'occorrente per scrivere, ma, prima di fare la ricetta, disse: - Per combattere la sete le darei del vino con dell'acqua di selz.
Ogni due o tre ore le permetterei di prendere un bicchiere di vino generoso.
Già - fece esitante - la signorina dev'essere abituata al vino.
- Con due tratti risoluti di penna scrisse la ricetta.
- Amalia non è abituata al vino - protestò Emilio.
- Anzi non lo può soffrire; non sono stato mai capace d'indurla ad abituarvisi.
Il dottore fece un gesto di sorpresa e guardò Emilio come se non avesse potuto credere che gli fosse detta la verità.
Anche il Balli guardò Emilio con occhio scrutatore.
Egli aveva già capito che il dottore aveva concluso dai sintomi presentati dalla malattia di Amalia di aver a fare con un'alcoolizzata, e ricordava d'aver osservato ch'Emilio era capace dei pudori più falsi.
Voleva indurlo a dire la verità che il dottore doveva conoscere.
Emilio indovinò il significato di quell'occhiata.
- Come puoi credere una cosa simile? Ella, bere! Non sa neppure bere dell'acqua in abbondanza.
Ci mette un'ora per un bicchiere d'acqua.
- Se ella me lo assicura - disse il dottore - tanto meglio, perché un organismo, per quanto debole, può resistere alle temperature elevate, quando non è fiaccato dall'alcool.
- Guardò la ricetta un po' esitante, ma poi la lasciò intatta, ed Emilio comprese di non essere stato creduto.
- In farmacia le daranno un liquido di cui vorrà far prendere all'ammalata un cucchiaio ogni ora.
Anzi vorrei parlare con la signora che l'assiste.
Emilio ed il Balli seguirono il dottore e lo presentarono alla signora Elena.
Il Carini spiegò che desiderava si tentasse di far sopportare all'ammalata delle compresse ghiacciate al petto, e disse che ciò sarebbe stato vantaggiosissimo per la cura.
- Oh, le sopporterà! - disse Elena con un fervore che sorprese i tre uomini.
- Adagio - fece il dottore sorridendo lieto di veder l'ammalata in mani sì pietose.
- Non desidero la si costringa, e se dimostrasse una ripulsione troppo forte pel freddo, bisognerebbe rinunziare a tale tentativo.
Il Carini se ne andò promettendo di ritornare il giorno appresso di buon'ora.
- Ebbene, dottore? - domandò ancora una volta Emilio con voce supplichevole.
Invece di una risposta il dottore disse qualche parola di conforto e di voler rimandare il suo giudizio al giorno appresso.
Il Balli uscì col Carini promettendo di ritornare subito; voleva prendere il dottore a quattr'occhi e sentire se avesse parlato ad Emilio con piena sincerità.
Emilio s'aggrappava con tutte le forze alla sua speranza.
Il dottore s'era ingannato quando aveva creduto che Amalia fosse una beona; tutta la sua prognosi poteva perciò essere errata.
Non conoscendo limiti ai sogni, Emilio pensò persino che la salute di Amalia potesse ancora dipendere da lui.
Ella era ammalata prima di tutto, perché egli aveva mancato al dovere di proteggerla; ora invece egli era là per procurarle tutte le soddisfazioni, tutti i conforti, e questo il dottore l'ignorava.
Andò al letto d'Amalia come se avesse voluto portarle soddisfazioni e conforti, ma là si sentì subito inerme.
La baciò in fronte, e stette lungamente a guardarla affannarsi per conquistare un po' d aria ai suoi poveri polmoni.
Il Balli, ritornato, sedette in un cantuccio quanto più lontano poté dal letto di Amalia.
Il dottore non aveva potuto che ripetergli quanto già aveva detto ad Emilio.
La signora Elena chiese di poter andare per un istante nel suo quartierino, ove doveva dare qualche disposizione; avrebbe mandata lei la sua fantesca in farmacia.
Uscì accompagnata da un'occhiata d'ammirazione del Balli.
Non occorreva consegnarle dei denari, perché, per una vecchia abitudine, i Brentani avevano conto aperto in farmacia.
Il Balli mormorò: - La bontà così semplice mi commuove più che non la genialità più alta.
Emilio aveva preso il posto lasciato libero da Elena.
Da parecchio tempo l'ammalata non diceva alcuna parola comprensibile; borbottava indistintamente quasi si fosse voluta esercitare a pronunciare delle parole difficili.
Emilio poggiò la testa sulla mano e stette ad ascoltare quell'affanno sempre uguale, vertiginoso.
Era dalla mattina che lo udiva, e gli pareva divenuto una qualità del proprio orecchio, un suono da cui non avrebbe saputo più liberarsi.
Ricordò, che una sera, ad onta del freddo, s'era alzato in camicia dal letto per usare una gentilezza alla povera sorella, che egli aveva sentito soffrire accanto a lui: le aveva offerto di accompagnarla la sera appresso a teatro.
Aveva sentita una grande consolazione percependo della riconoscenza nella voce di Amalia.
Poi aveva dimenticato quell'istante, e non aveva più cercato di ripeterlo.
Oh, se egli avesse saputo che nella sua vita c'era una missione tanto grave come quella di tutelare una vita affidata unicamente a lui, egli non avrebbe più sentito il bisogno di avvicinarsi ad Angiolina.
Ora, troppo tardi forse, era guarito di quell'amore.
Pianse in silenzio, nell'ombra, amaramente.
- Stefano - chiamò l'ammalata a bassa voce.
Emilio trasalì e guardò il Balli che si trovava nella parte della stanza ancora scarsamente illuminata dalla luce della finestra.
Stefano non doveva aver udito perché non s'era mosso.
- Se tu lo vuoi, voglio anch'io - disse Amalia.
Rinascevano con le identiche parole gli antichi sogni, che il brusco abbandono del Balli aveva soffocati.
L'ammalata aveva ora aperti gli occhi e guardava la parete di faccia: - Io sono d'accordo - disse - fa tu, ma presto.
- Un colpo di tosse le fece contrarre la faccia dal dolore, ma subito dopo disse: - Oh, la bella giornata! Tanto attesa! - Richiuse gli occhi.
Emilio pensò che avrebbe dovuto allontanare il Balli da quella stanza, ma non ebbe il coraggio.
Aveva fatto già tanto male una volta in cui s'era interposto fra il Balli e Amalia.
Il balbettìo dell'ammalata ridivenne, per qualche tempo, incomprensibile, ma, quando Emilio incominciava a tranquillarsi, dopo un nuovo accesso di tosse, ella disse chiaramente: - Oh, Stefano, io sto male.
- Chiamò me? - domandò il Balli alzandosi e venendo sino al letto.
- Non ho udito - disse Emilio confuso.
- Io non capisco, dottore, - disse l'ammalata, rivolta al Balli - io sto quieta, mi curo e sto sempre male.
Meravigliato di non essere riconosciuto dopo di essere stato chiamato, il Balli parlò come se fosse stato lui il dottore; le raccomandò di continuare ad essere buona e che fra poco sarebbe stata bene.
Ella continuava: - Che bisogno avevo io di tutto questo...
questo...
- e si toccò il petto e il fianco - di questo...
- L'affanno si sentiva intero solo nelle pause, ma queste erano prodotte da esitazioni, non dalla mancanza di respiro.
- Di questo male - soggiunse il Balli suggerendole la parola ch'ella invano cercava.
- Di questo male - ripeté lei riconoscente.
Ma poco dopo le ritornò il dubbio di essersi espressa male e affannosamente riprese: - Che bisogno avevo io di questo...
Oggi! Come faremo con questo...
questo...
in una giornata simile?
Il solo Emilio comprese.
Ella si sognava a nozze.
Amalia però non espresse tale pensiero.
Ripeté ch'ella non aveva avuto bisogno del male, che credeva ne