SENILITA', di Italo Svevo - pagina 33
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Ella disse di no e negò anche che in città vi potesse essere un'altra famiglia di quel nome.
Lo negò tanto risolutamente, ch'egli dovette crederle.
Perciò anche durante quella notte il suo pensiero fu attratto da Angiolina.
Come nell'epoca che gli pareva tanto lontana in cui Amalia sana non era per lui altro che una persona inquietante, di cui si doveva evitare la vicinanza, egli fu invaso da un desiderio cocente di correre da Angiolina per rimproverarla di tanto tradimento, il maggiore ch'ella avesse ordito.
Quei Deluigi erano saltati fuori al principio della loro relazione ed erano stati creati i singoli membri della famiglia a seconda del bisogno.
Prima era stata la vecchia signora Deluigi, che amava Angiolina come una madre, poi la figlia che la teneva per amica, e infine il vecchio che aveva tentato d'ubbriacarla.
Una menzogna ch'era stata ripetuta ad ogni loro colloquio, e per essa scompariva ogni dolcezza dal ricordo di Angiolina.
Anche quei rari tratti d'amore ch'ella aveva saputo simulare si rivelavano con limpida evidenza per quello che erano, delle menzogne.
Eppure anche quel nuovo tradimento egli lo sentì ben presto quale un nuovo legame.
Amalia si moveva invano, affannosamente, nel suo letto di dolore; per lungo tempo egli non la vide.
Quando riconquistò un po' di calma, ebbe il dolore di dover riconoscere che quando fosse scomparsa la malattia di Amalia o Amalia stessa, egli sarebbe corso di nuovo da Angiolina.
Lungamente, per esercitare su se stesso una pressione si irrigidì al suo posto e giurò di non ricadere mai più in quei lacci: - Mai più, mai più
Anche quell'interminabile notte, la più penosa che egli mai avesse vegliata e che pure poteva divenire oggetto di rimpianto, fuggiva.
Un orologio batté le due.
La signora Elena pregò Emilio di procurarle una pezzuola per asciugare la faccia di Amalia.
Per non dover lasciare quella stanza, egli - trovate le chiavi - aperse l'armadio della sorella.
Fu subito colpito da uno strano odore di medicinali profumati.
La poca biancheria era distribuita nei grandi cassetti ch'erano poi riempiti di boccette di varia grandezza.
Egli non comprese subito e per vedere meglio prese la candela.
Qualche cassetto era pieno fino all'orlo di boccette brillanti lietamente con dei bagliori gialli misteriosi di tesoro rinchiuso; in altri cassetti c'era ancora posto, e la distribuzione era fatta in modo che s'indovinava i proposito di completare ordinatamente la strana collezione.
Una sola boccetta era fuori di posto, e in quella c'era ancora un resto di liquido trasparente.
L'odore del liquido non lascio luogo a dubbi; doveva essere dell'etere profumato.
Il dottor Carini aveva avuto ragione: Amalia aveva cercato l'oblio nell'ebrietà.
Non ebbe del rancore verso la sorella neppure per un attimo perché la conclusione a cui corse subito la sua mente fu una sola: Amalia era perduta.
Quella scoperta valse perciò a ricondurlo finalmente a lei.
Richiuse accuratamente l'armadio.
Non aveva saputo tutelare la vita della sorella; avrebbe ora tentato di conservarne intatta la riputazione.
L'aurora s'avanzava fosca, esitante, triste.
Sbiancava la finestra ma lasciava intatta la notte nell'interno della stanza.
Parve che un raggio solo vi penetrasse, perché sui cristalli sul tavolo, la luce del giorno si franse colorandovisi, azzurrina e verde, fine e mite.
Sulla via soffiava ancora il vento, cogli stessi suoni regolari, trionfali, che aveva avuti quando Emilio aveva abbandonato Angiolina.
Nella stanza invece v'era una grande quiete.
Da parecchie ore il delirio di Amalia non si traduceva che in parole mozze.
S'era quietata sul fianco destro, la faccia vicinissima alla parete, gli occhi sempre aperti.
Il Balli andò a riposare nella stanza di Emilio.
Aveva pregato di non lasciarlo dormire più di un'ora.
Emilio s'assise di nuovo al tavolo.
Si scosse terrorizzato: Amalia non respirava più.
Anche la signora Elena se n'era accorta e si era rizzata.
L'ammalata guardava sempre con gli occhi spalancati la parete, e qualche istante appresso riprese a respirare.
I primi quattro o cinque respiri parvero di persona sana, e Emilio ed Elena si guardarono sorridendo e pieni di speranza.
Ma ben presto quel sorriso morì sulle labbra, perché il respiro di Amalia andò accelerandosi, per appesantirsi poi e quindi cessare di nuovo.
La sosta questa volta durò tanto ch'Emilio dallo spavento gridò.
Il respiro riprese come prima, calmo per breve tempo, e poi subito affannoso vertiginosamente.
Fu uno stadio dolorosissimo per Emilio.
Per quanto, dopo un'ora d'intensa attenzione, egli si fosse potuto accertare che quella momentanea cessazione di respiro non era la morte e che la respirazione regolare che seguiva non preludiava alla salute, egli, dall'ansia, tratteneva anche lui il respiro quando cessava quello di Amalia, si abbandonava a sperare pazzamente quando sentiva riprendere quel respiro calmo e ritmico, e soffriva fino alle lagrime al disinganno di vederla ritornare all'affanno.
L'alba illuminava oramai anche il letto.
La nuca grigia della signora Elena che, accontentandosi di un riposo superficiale da buona infermiera, teneva reclinata la testa sul petto, appariva tutta d'argento.
Per Amalia la notte non sarebbe cessata più.
La testa spiccava ora coi contorni precisi sul guanciale.
I capelli neri non avevano mai avuta tanta importanza su quella testa come durante la malattia.
Pareva un profilo di persona energica, con gli zigomi sporgenti e il mento aguzzo.
Emilio puntellò le braccia sul tavolo e poggiò la fronte sulle mani.
L'ora in cui egli aveva maltrattata Angiolina gli pareva lontana lontana, perché di nuovo egli non si riteneva capace di un'azione simile; non trovava in sé l'energia né la brutalità che c'erano volute a compierla.
Chiuse gli occhi e s'addormentò.
Gli parve poi d'aver sempre percepito anche nel sonno il respiro di Amalia e di aver continuato a risentirne come prima spavento, speranza e disinganno.
Quando si destò era giorno fatto.
Amalia con gli occhi spalancati guardava la finestra.
Egli s'alzò e, sentendolo muoversi, ella lo guardò.
Quale sguardo! Non più di febbre, ma di persona stanca a morte, che dell'occhio proprio non interamente disponga e le occorra sforzo e ricerca per guidarlo.
- Ma che cosa ho, Emilio? Io muoio!
L'intelligenza era ritornata ed egli, dimenticata l'osservazione fatta su quell'occhio, riebbe intera la speranza.
Le disse ch'ella era stata molto male, ma che adesso - si capiva - risanava.
L'affetto che si sentiva in cuore traboccò e si mise a piangere dalla consolazione.
Baciandola gridò che da allora sarebbero vissuti insieme uniti, uno per l'altro.
Gli pareva che tutta quella notte tormentosa non ci fosse stata che per prepararlo a tale inaspettata felice soluzione.
Poi ricordò tale scena con vergogna.
Pareva a lui stesso di aver voluto approfittare di quel solo lampo di intelligenza in Amalia per quetare la propria coscienza.
La signora Elena accorse per calmarlo e ammonirlo di non agitare l'ammalata.
Disgraziatamente Amalia non capiva.
Pareva tanto fissa in un'idea unica da averne occupati tutti i sensi: - Dimmi - pregò - che cosa è accaduto? Ho tanta paura! Ho visto te e Vittoria e...
- Il sogno s'era mescolato alla realtà; e la sua povera mente fiaccata non sapeva sciogliere la complicata matassa.
- Cerca di capire! - pregò Emilio con calore.
- Hai sognato ininterrottamente da ieri.
Riposa adesso, e poi penserai.
- L'ultima frase era stata detta in seguito a un nuovo gesto della signora Elena la quale perciò attirò a sé l'attenzione di Amalia - Non è Vittoria - disse la poverina evidentemente tranquillata.
Oh, quella non era l'intelligenza che poteva essere considerata quale il nunzio della salute; si manifestava con soli lampi che minacciavano d'illuminare e rendere sensibile il dolore.
Emilio ne ebbe altrettanta paura come prima del delirio.
Entrò il Balli.
Aveva udita la voce d'Amalia e veniva anche lui, sorpreso dell'insperato miglioramento.
- Come sta, Amalia? - le domandò affettuosamente.
Ella lo guardò con un'espressione di sorpresa incredula: - Ma dunque non era un sogno? - Considerò lungamente Stefano; guardò poi il fratello e di nuovo il Balli come se avesse voluto confrontare i due corpi e cercare se a uno dei due fosse mancato l'aspetto della realtà.
- Ma Emilio - esclamò, - io non capisco!
- Sapendoti ammalata - spiegò Emilio - ha voluto farmi compagnia questa notte.
E sempre il vecchio amico di casa nostra.
Ella non udiva bene: - E Vittoria? - domandò.
- Non è mai stata qui questa donna - disse Emilio.
- Egli ha diritto di far così.
E tu resta pure con loro - borbottò ella ed ebbe negli occhi un lampo di rancore.
Poi dimenticò tutto e tutti guardando la luce alla finestra.
Stefano le disse: - Mi ascolti, Amalia! Io non ho mai conosciuta quella Vittoria di cui ella parla.
Sono il suo devoto amico e sono rimasto qui per assisterla.
Ella non ascoltava.
Guardava la luce alla finestra con un evidente sforzo per acuire l'occhio semispento.
Guardava estatica, ammirando.
Ebbe una brutta smorfia che pure rassomigliò a un sorriso.
- Oh - disse - quanti bei fanciulli.
- Ammirò lungamente.
Il delirio era ritornato.
Ci fu però una sosta fra i sogni della notte e le immagini luminose ch'erano vestite del colore dell'aurora.
Vedeva bimbi rosei ballare al sole.
Un delirio di poche parole.
Designava l'oggetto che vedeva e null'altro.
La propria vita era dimenticata.
Non nominò il Balli, né Vittoria, né Emilio.
- Quanta luce - disse affascinata.
Anch'ella s'illuminò.
Sotto alla pelle diafana si vide salire il sangue rosso e colorarle le gote e la fronte.
Ella mutava ma non sentiva se stessa.
Guardava le cose che sempre più s'allontanavano da lei.
Il Balli propose di chiamare il medico.
- E' inutile - disse la signora Elena che da quel rossore aveva capito a qual punto si fosse.
- Inutile? - domandò Emilio spaventato di sentir ripetuto da altri il proprio pensiero.
Infatti, poco dopo, la bocca d'Amalia si contrasse in quello strano sforzo in cui pare che da ultimo anche i muscoli, inetti a ciò, vengano costretti a lavorare per la respirazione.
L'occhio guardava ancora.
Ella non disse più alcuna parola.
Ben presto al respiro s'unì il rantolo, un suono che pareva un lamento, proprio il lamento di quella persona dolce che moriva.
Pareva risultato da una desolazione mite; pareva voluto, un'umile protesta.
Era infatti il lamento della materia che, già abbandonata disorganizzandosi, emette i suoni appresi nel lungo dolore cosciente.
XIV
L'immagine della morte è bastevole ad occupare tutto un intelletto.
Gli sforzi per trattenerla o per respingerla sono titanici, perché ogni nostra fibra terrorizzata la ricorda dopo averla sentita vicina, ogni nostra molecola la respinge nell'atto stesso di conservare e produrre la vita.
Il pensiero di lei è come una qualità, una malattia dell'organismo.
La volontà non lo chiama né lo respinge.
Di questo pensiero Emilio lungamente visse.
La primavera era passata, ed egli non se n'era accorto che per averla vista fiorire sulla tomba della sorella.
Era un pensiero cui non andava congiunto alcun rimorso.
La morte era la morte; non più terribile per le circostanze che l'avevano accompagnata.
Era passata la morte, il grande misfatto, ed egli sentiva che i propri errori e misfatti erano stati del tutto dimenticati.
In quel periodo, per quanto poté, visse solitario.
Evitò anche il Balli, il quale dopo di essersi contenuto tanto bene al letto di Amalia, aveva già perfettamente dimenticato il breve entusiasmo ch'ella aveva saputo inspirargli.
Emilio non gli sapeva perdonare di non essergli più simile in questo.
Era oramai la sola cosa che gli rimproverasse.
Quando la sua commozione s'affievolì, gli sembrò di perdere equilibrio.
Corse al cimitero.
La strada polverosa lo fece soffrire, e indicibilmente, il caldo.
Sulla tomba prese la posa del contemplatore, ma non seppe contemplare.
La sua sensazione più forte era il bruciore della cute irritata dal sole, dalla polvere e dal sudore.
A casa si lavò e, rinfrescata la faccia, perdette ogni ricordo di quella gita.
Si sentì solo, solo.
Uscì col vago proposito d'attaccarsi a qualcuno, ma sul pianerottolo dove un giorno aveva trovato il soccorso invocato, ricordò che poco distante poteva trovare una persona che gli avrebbe insegnato a ricordare, la signora Elena.
Egli - se lo disse salendo le scale egli non aveva dimenticata Amalia, la ricordava anche troppo, ma aveva dimenticata la commozione della sua morte.
Invece che vederla rantolare nell'ultima lotta, la ricordava quando triste, spossata, con gli occhi grigi lo rimproverava del suo abbandono, oppure quando, sconfortata, riponeva la tazza preparata per il Balli o, infine, ricordava il suo gesto, la sua parola, il suo pianto d'ira e di disperazione.
Erano tutti ricordi della propria colpa.
Bisognava coprire il tutto con la morte d'Amalia; la signora Elena gliel'avrebbe rievocata.
Amalia stessa era stata insignificante nella sua vita.
Non ricordava neppure ch'ella avesse dimostrato il desiderio di riavvicinarsi a lui quando egli, per salvarsi da Angiolina, aveva tentato di rendere più affettuosa la loro relazione.
La sua morte sola era stata importante per lui; quella almeno l'aveva liberato dalla sua vergognosa passione
- La signora Elena è in casa? - domandò alla serva ch'era venuta ad aprire.
In quella casa non si doveva essere abituati a ricevere molte visite.
La serva - una biondina gentile - gli impedì il passo e si mise a chiamare ad alta voce la signora Elena.
Questa venne nel corridoio oscuro da una porta laterale e si fermò nella luce che usciva dalla stanza.
«Come ho fatto bene a venire! », pensò Emilio giocondamente, sentendosi commosso al vedere la testa grigia di Elena, illuminata debolmente, mandare proprio quei riflessi che lo avevano colpito la mattina della morte di Amalia.
La signora Elena lo accolse con grande affetto.
- E' tanto tempo ch'io speravo di vederla.
Mi fa proprio piacere.
- Lo sapevo - disse Emilio con le lagrime nella voce.
L'amicizia offertagli da quella donna al letto di morte d'Amalia lo commoveva.
- Ci conosciamo da poco, ma abbiamo passata insieme tale una giornata da sentircene legati più che non da anni d'intimità.
La signora Elena lo fece entrare nella stanza da cui era uscita, della forma del tinello del Brentani, sul quale era situata.
L'arredo ne era semplice, anzi scarso, ma tutto era tenuto con grande accuratezza, e non vi si sentiva il bisogno di altri mobili.
La semplicità appariva un po' eccessiva sulle pareti lasciate nude del tutto.
La serva portò una lampada a petrolio accesa, augurando ad alta voce la buona sera.
Quindi uscì.
La signora le guardò dietro con un buon sorriso: - Non posso levarle l'abitudine un po' campagnuola d'augurare la buona sera quando porta il lume.
Del resto è un uso che non dispiace.
Giovanna è tanto buona.
Troppo ingenua.
E' strano di trovare ai nostri tempi una persona ingenua.
Viene voglia di guarirla da una malattia tanto adorabile.
Quando le racconto qualche cosa dei costumi moderni, fa tanto d'occhi.
- Ella rise di cuore.
Imitava la persona di cui parlava spalancando i buoni piccoli occhi; pareva la studiasse per goderne di più.
La biografia della serva aveva interrotta la commozione di Emilio.
Per chiarire un dubbio che gli venne, raccontò d'essere stato quel giorno al cimitero.
Infatti il suo dubbio fu subito risolto, perché, senz'alcuna esitazione, la signora disse - Io al cimitero non vado mai.
Non ci sono stata dal giorno della morte di sua sorella.
- Dichiarò poi ch'ella sapeva oramai che con la morte non si lotta.
- Chi è morto è morto e il conforto non può venire che dai vivi.
- Aggiunse senz'alcuna amarezza: - Purtroppo, ma è così.
- Disse poi ch'era stata tolta all'incanto dei ricordi dalla breve assistenza prestata ad Amalia.
La tomba del figliuolo non le dava più quella commozione che sconvolge e rinnova.
Parlava veramente i pensieri d'Emilio; certo non più, quando concluse con un assioma morale.
- Vi sono i vivi che hanno bisogno di noi.
Riparlò di Giovanna.
Costei, per sua fortuna, era stata colta da una malattia ed Elena l'aveva assistita e salvata.
Si erano trovate durante quella malattia.
Quando la fanciulla risanò, la signora comprese che suo figlio riviveva in lei.
- Più mite, più buono, più riconoscente, oh, tanto riconoscente - Anche il suo nuovo affetto le dava pensieri e dolori: - Giovanna era innamorata...
Emilio non l'udiva più.
Era occupato tutto dalla soluzione di un grave problema.
Andandosene salutò con rispetto sulla porta la serva, quella che aveva trovato il modo di salvare dalla disperazione un suo simile.
- Strano - pensò, - sembrerebbe che metà dell'umanità esista per vivere e l'altra per essere vissuta.
- Ritornò subito col pensiero al proprio caso concreto: - Angiolina esiste forse solo acciocché io viva.
Camminò tranquillo, rinato, nella notte fresca che era seguita alla giornata afosa.
L'esempio della signora Elena gli aveva provato che anche lui poteva trovare ancora nella vita il suo pane quotidiano, la ragione d'essere.
Questa speranza l'accompagnò per parecchio tempo; aveva dimenticato tutti gli elementi di cui si componeva la sua misera vita, e credeva che il giorno in cui avesse voluto, avrebbe potuto rinnovarla.
Le prime prove che fece fallirono.
Aveva tentato di nuovo l'arte e non gliene era risultata alcuna commozione.
Avvicinò delle donne e le trovò poco importanti.
- Io amo Angiolina! pensò.
Un giorno il Sorniani gli raccontò che Angiolina era fuggita col cassiere infedele di una Banca.
Il fatto aveva destato scandalo in città.
Fu una sorpresa dolorosissima per lui.
Si disse: - M'è fuggita la vita.
- Invece, per qualche tempo, la fuga d'Angiolina lo ripose in piena vita, nel più vivace dei dolori e dei risentimenti.
Sognò vendette e amore, come la prima volta in cui l'aveva abbandonata.
Andò dalla madre d'Angiolina, quando già questo risentimento s'era affievolito, come era andato da Elena quando il ricordo d'Amalia aveva minacciato d'attenuarsi.
Anche questa visita gli fu imposta da un suo preciso stato d'animo che domandava in quel dato momento un nuovo impulso, tant'è vero che la fece in ore d'ufficio, incapace di ritardarla neppure di minuti.
La vecchia l'accolse con l'antica gentilezza.
La stanza d'Angiolina aveva cambiato un po' d'aspetto, denudata di tutte le cianfrusaglie che l'Angiolina aveva raccolte nella sua lunga carriera.
Anche le fotografie erano scomparse e dovevano oramai adornare la parete di qualche stanza in altro paese.
- E' dunque fuggita? - domandò Emilio con amarezza e ironia.
Gustava quell'istante come se avesse parlato ad Angiolina stessa.
La Zarri negò che Angiolina fosse fuggita.
Era andata a stare in casa di parenti che abitavano a Vienna.
Emilio non protestò, ma poco dopo, cedendo al suo imperioso desiderio, riprese il tono d'accusatore che si era tentato di togliergli.
Disse ch'egli aveva previsto tutto.
Aveva tentato di correggere Angiolina e di segnarle la via retta.
Non vi era riuscito e ne rimaneva scorato; ma era ben peggio per Angiolina, ch'egli non avrebbe lasciata mai, se ella l'avesse trattato altrimenti.
Non avrebbe poi saputo ripetere le parole ch'egli pronunziò in quel momento tanto importante, ma dovettero essere efficacissime, perché la signora Zarri si mise a singhiozzare con certi singhiozzi strani, secchi; gli volse le spalle e se ne andò.
Egli la seguì con lo sguardo un po' sorpreso dell'effetto prodotto.
I singhiozzi erano certo sinceri; la scuotevano tutta fino ad impedirle il passo.
- Buon giorno, signor Brentani - gli disse, entrando con un bell'inchino e offrendogli la mano, la sorella d'Angiolina.
- Mamma è andata di là perché sta poco bene.
Se ella vuole ritorni un altro giorno.
- No! - disse Emilio solennemente come se stesse per abbandonare Angiolina.
- Io non ritornerò mai più.
- Accarezzò i capelli della fanciulla, più scarsi, ma del colore identico di quelli di Angiolina - Mai più! - ripeté, e con intensa compassione bacio la fanciulla sulla fronte.
- Perché? - domandò lei gettandogli le braccia al collo.
Stupefatto egli si lasciò coprire la faccia di baci tutt'altro che infantili.
Quando riuscì a togliersi da quell'abbraccio, la nausea aveva distrutta in lui qualsiasi commozione.
Non sentì alcun bisogno di continuare la predica incominciata e se ne andò dopo di aver fatta una carezza paterna, indulgente alla fanciulla, ch'egli non voleva lasciare afflitta.
Una grande tristezza lo colse quando si trovò solo sulla via.
Sentiva che la carezza fatta per compiacenza a quella fanciulla segnava proprio la fine della sua avventura.
Egli stesso non sapeva quale periodo importante della sua vita si fosse chiuso con quella carezza.
Lungamente la sua avventura lo lasciò squilibrato, malcontento.
Erano passati per la sua vita l'amore e il dolore e, privato di questi elementi, si trovava ora col sentimento di colui cui è stata amputata una parte importante del corpo.
Il vuoto però finì coll'essere colmato.
Rinacque in lui l'affetto alla tranquillità, alla sicurezza, e la cura di se stesso gli tolse ogni altro desiderio.
Anni dopo egli s'incantò ad ammirare quel periodo della sua vita, il più importante, il più luminoso.
Ne visse come un vecchio del ricordo della gioventù.
Nella sua mente di letterato ozioso, Angiolina subì una metamorfosi strana.
Conservò inalterata la sua bellezza, ma acquistò anche tutte le qualità d'Amalia che morì in lei una seconda volta.
Divenne triste, sconsolantemente inerte, ed ebbe l'occhio limpido ed intellettuale.
Egli la vide dinanzi a sé come su un altare, la personificazione del pensiero e del dolore e l'amò sempre, se amore è ammirazione e desiderio.
Ella rappresentava tutto quello di nobile ch'egli in quel periodo avesse pensato od osservato.
Quella figura divenne persino un simbolo.
Ella guardava sempre dalla stessa parte, l'orizzonte, l'avvenire da cui partivano i bagliori rossi che si riverberavano sulla sua faccia rosea, gialla e bianca.
Ella aspettava! L'immagine concretava il sogno ch'egli una volta aveva fatto accanto ad Angiolina e che la figlia del popolo non aveva compreso.
Quel simbolo alto, magnifico, si rianimava talvolta per ridivenire donna amante, sempre però donna triste e pensierosa.
Sì! Angiolina pensa e piange! Pensa come se le fosse stato spiegato il segreto dell'universo e della propria esistenza; piange come se nel vasto mondo non avesse più trovato neppure un Deo gratias qualunque.
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