SENILITA', di Italo Svevo - pagina 6
...
.
Ella era ben lontana dal sospettare quello che avveniva nell'anima sua ed egli, per pudore, non disse le parole che gli bruciavano le labbra.
Ma come avrebbe potuto simulare la gioia cui ella s'attendeva! Era stato tanto violento il suo dolore che gli era occorso di sentirsi ricordare da lei che altre volte egli aveva amato di udirla parlare di quel progetto.
Ma quel progetto in bocca d'Angiolina gli era sembrato una carezza.
Di più egli si era baloccato con quel piano, ne aveva sognata l'attualizzazione e la conseguente felicità.
Ma quanti piani non erano passati per il suo cervello senza lasciar traccia? Aveva sognato in sua vita persino il furto, l'omicidio e lo stupro.
Del delinquente aveva sentito il coraggio e la forza e la perversità, e dei delitti aveva sognati i risultati, l'impunità prima di tutto.
Ma poi, soddisfatto del sogno, egli aveva ritrovati immutati gli oggetti che aveva voluto distruggere, e s'era chetato, la coscienza tranquilla.
Aveva commesso il delitto ma non v'era danno.
Ora invece il sogno s'era fatto realtà ed egli, che pur l'aveva voluto, se ne sorprendeva, non ravvisava il suo sogno perché prima aveva avuto tutt'altro aspetto.
- E non mi domandi chi sia lo sposo?
Con improvvisa risoluzione egli si rizzò:
- Lo ami tu?
- Come puoi farmi una simile domanda! - esclamò ella veramente stupefatta.
Per unica risposta baciò la mano con la quale egli teneva alto l'ombrello.
- Allora non sposarlo! - impose lui.
Spiegò le proprie parole a se stesso.
Egli la possedeva già; non la desiderava più.
Perché per possederla altrimenti avrebbe dovuto concederla ad altri? Vedendola sempre più sorpresa, cercò di convincerla: - Con un uomo che non ami, non potresti essere felice.
Ma ella non conosceva le sue esitazioni.
Per la prima volta si lagnò della propria famiglia.
I fratelli non lavoravano, il padre era malato; come si faceva ad andare avanti? E non era lieta casa sua, ch'egli aveva vista alla luce del sole quando non c'erano gli uomini.
Non appena venuti si bisticciavano fra di loro e con la madre e le sorelle.
Certo, il sarto Volpini, quarantenne, non era il marito che s'era augurato, ma era a modo, buono, dolce, ed ella, col tempo, forse gli avrebbe voluto bene.
Di meglio non avrebbe potuto trovare: - Tu, certo, mi vuoi bene, nevvero? Eppure non ammetti la possibilità di sposarmi.
- Egli si commosse al sentirla parlare senz'alcun risentimento del suo egoismo.
Infatti.
Forse ella faceva un buon affare.
Con la consueta debolezza, non potendo convincere lei, per andare d'accordo egli procurò di convincere se stesso.
Ella raccontò.
Aveva conosciuto il Volpini dalla signora Deluigi.
Era un omino.
- Mi arriva qui, - e accennò ridendo alla spalla.
- Uomo allegro.
Dice d'essere piccolo ma pieno di un grande amore.
- Forse sospettando - oh, quale torto gli faceva, - ch'Emilio potesse venir morso dalla gelosia, s'affrettò ad aggiungere: - Brutto assai.
Ha la faccia piena di peli del colore della paglia secca.
La barba gli arriva agli occhi, anzi agli occhiali.
- La sartoria del Volpini si trovava a Fiume, ma egli aveva detto che, dopo il matrimonio, le avrebbe permesso di venir a passare ogni settimana un giorno a Trieste e intanto, poiché la maggior parte del tempo egli era assente, essi avrebbero potuto continuare a vedersi tranquillamente.
- Saremo però molto prudenti - pregò lui.
- Molto, molto prudenti! - ripeté.
Se quella era una fortuna per lei, non sarebbe stato meglio di rinunciare addirittura a vedersi, per non comprometterla? Per tranquillare la propria coscienza inquieta, egli sarebbe stato capace di qualunque sacrificio.
Prese una mano d'Angiolina, vi appoggiò la fronte e in quella posa d'adoratore disse tutto il suo pensiero: - Per non farti del male saprei rinunziare a te.
Forse essa comprese: non fece più allusioni al tradimento ch'essi avevano concertato e, per questo solo fatto, fu quella la serata in cui si fossero amati più dolcemente.
Per un momento, per una sola volta, apparì portata all'altezza del sentimento d'Emilio.
Non ebbe nessuna nota stonata; non gli disse neppure d'amarlo.
Egli andava accarezzando il proprio dolore.
La donna ch'egli amava non era soltanto dolce e inerme; era perduta.
Si vendeva da una parte, si donava dall'altra.
Oh, egli non poteva dimenticare la voglia di ridere ch'ella aveva manifestata al principio del loro colloquio.
Se faceva a quel modo il passo più importante della sua vita, come si sarebbe comportata accanto ad un uomo che non amava?
Era perduta! Abbracciatala stretta stretta col braccio sinistro, poggiò il capo nel suo grembo e, pieno di compassione più che di amore, mormorò: - Poveretta! - Restarono così lungamente; poi ella si chinò su lui e, certo con l'intenzione ch'egli non se ne accorgesse, leggermente lo baciò sui capelli.
Fu l'atto più gentile ch'ella avesse avuto durante la loro relazione.
Poi tutto divenne brusco, orribile.
La pioggerella monotona, triste, che aveva accompagnato il dolore d'Emilio con una nota mite che gli era sembrata ora compianto ed ora indifferenza, si mutò improvvisamente in uno scroscio violento.
Un soffio di vento freddo, dal mare, aveva sconvolta l'atmosfera pregna di acqua e venne ora a scuoterli, a toglierli dal sogno che un istante felice aveva loro concesso.
Ella fu presa da una grande paura di bagnarsi il vestito, e si mise a correre dopo di aver rifiutato il braccio di Emilio; aveva bisogno di ambe le mani per tener l'ombrello contro il vento.
Nella lotta col vento e con la pioggia, ella s'adirò e non volle neppur precisare quando si sarebbero rivisti: - Adesso intanto badiamo d'arrivare a casa.
La vide salire in un carrozzone della tramvia e, dall'oscurità dove rimase, scorse nella luce gialla la bella faccia imbronciata, i dolci occhi intenti a verificare i guasti fatti dall'acqua al suo vestito.
IV
Spesso, nella loro relazione, si ripeterono quegli scrosci di pioggia che lo strappavano all'incanto cui egli con tanta voluttà si abbandonava.
Di buon'ora, il giorno appresso, andò da Angiolina.
Non sapeva neppur lui se ci andava a vendicarsi con qualche frase pungente del modo con cui ella l'aveva lasciato la sera innanzi, oppure a riavere intero, al colore di quel viso, il sentimento che nella notte era stato minato in lui da una dolorosa riflessione e del quale, - lo apprendeva all'ansietà che lo faceva correre fin lassù, - egli aveva oramai bisogno.
Venne ad aprirgli la porta la madre di Angiolina, la quale l'accolse con le solite parole gentili, la fisionomia immobile di cartapecora, la voce brutalmente sonora.
Angiolina stava vestendosi e sarebbe venuta subito.
- Che gliene sembra? - domandò la vecchia tutto ad un tratto.
Gli parlò del Volpini.
Sorpreso che anche la madre volesse la sua approvazione al matrimonio di Angiolina, egli esitò ed ella, ingannandosi sulla natura del dubbio che gli vedeva scritto in faccia, cercò di convincerlo.
- Capirà.
E' una fortuna per Angiolina.
Se anche non gli vorrà tanto bene, avrà una vita tranquilla, lieta, perché egli è molto innamorato.
Bisogna vederlo! - Ebbe un risolino breve e rumoroso ma che le contrasse le sole labbra.
Si capiva ch'era soddisfatta.
Fini di compiacersi di vedere come Angiolina avesse fatto comprendere alla madre quanto ci tenesse al suo consenso; lo diede con parole generose.
Gli doleva che Angiolina ne sposasse un altro, ma visto ch'era per suo bene...
L'altra ebbe un altro risolino, ma questo più sulla faccia che nella voce e a lui parve ironico.
Che la madre sapesse anche dei suoi patti con la figlia? Neppure questo non gli sarebbe dispiaciuto tanto.
Perché avrebbe dovuto dolersi di quelle risatine destinate all'onesto Volpini? Certo era che qui non poteva essere lui il deriso.
Angiolina venne vestita di tutto punto per uscire, aveva fretta perché alle nove doveva trovarsi dalla signora Deluigi.
Egli non volle lasciarla subito perciò, per la prima volta, camminarono insieme per la via, alla luce del sole.
- Mi pare che siamo una bella coppia - disse ella sorridendo vedendo che ogni passante aveva un'occhiata per loro.
Era impossibile passarle accanto e non guardarla.
Anche Emilio la guardò.
Il vestito bianco, che esagerava il figurino d'allora, la vita strettissima, le maniche allargate, quasi palloni rigonfi, domandava l'occhiata, era stato fatto per conquistarla.
La testa usciva da tutto quel bianco, non oscurata da esso, ma rilevata nella sua luce gialla e sfacciatamente rosea, alle labbra una sottile striscia di sangue rosso che gridava sui denti, scoperti dal sorriso lieto e dolce gettato all'aria e che i passanti raccoglievano.
Il sole le scherzava nei riccioli biondi, li indorava e incipriava.
Emilio arrossì.
Gli parve di poter leggere negli occhi di ogni passante un giudizio ingiurioso.
La guardò ancora.
Evidentemente ella aveva nell'occhio per ogni uomo elegante che passava, una specie di saluto; l'occhio non guardava, ma vi brillava un lampo di luce.
Nella pupilla qualche cosa si moveva e modificava continuamente l'intensità e la direzione della luce.
Quell'occhio crepitava! Emilio si attaccò a questo verbo che gli parve caratterizzasse tanto bene l'attività in quell'occhio.
Nei piccoli movimenti rapidi, imprevedibili della luce, pareva di sentire un lieve rumore.
- Perché civetti? - chiese egli costringendosi ad un sorriso.
Senz'arrossire e ridendo, ella rispose: - Io? Ho gli occhi per guardare, io.
- Ella era dunque consapevole del movimento del suo occhio; s'ingannava soltanto dicendolo «guardare».
Poco dopo passò un impiegatuccio, certo Giustini, bel giovinetto che Emilio conosceva di vista.
L'occhio di Angiolina si ravvivò ed Emilio si volse a guardare il fortunato mortale ch'era già passato.
L'impiegatuccio s'era fermato a guardarli.
- S'è fermato a guardarmi, eh? - chiese essa sorridendo lieta.
- Perché te ne compiaci? - chiese egli con tristezza.
Ella non lo comprese neppure.
Poi, con astuzia, volle fargli credere ch'ella di proposito cercasse di renderlo geloso, e, infine, per quietarlo, spudoratamente, alla luce del sole fece con le labbra rosse una smorfia che voleva rappresentare un bacio.
Oh, ella non sapeva fingere.
La donna ch'egli amava, Ange, era sua invenzione, se l'era creata lui con uno sforzo voluto; essa non aveva collaborato a questa creazione, non l'aveva neppure lasciato fare perché aveva resistito.
Alla luce del giorno il sogno scompariva.
- Troppa luce! - mormorò egli abbacinato.
- Andiamo all'ombra.
Essa lo guardò con curiosità vedendogli il viso sconvolto: - Il sole a te fa male? Mi dicono infatti che ci sono delle persone che non lo possono sopportare.
- Come ella aveva torto d'amare il sole.
Al momento di separarsi, egli le chiese: - E se Volpini risapesse di questa nostra passeggiata traverso la città?
- Chi gliel'avrebbe a dire? - disse essa con grande calma Gli direi che tu sei un fratello o un cugino della Deluigi.
Egli non conosce nessuno a Trieste, ed è quindi facile fargli credere ciò che si vuole.
Quando si separarono, egli volle ancora analizzare le proprie impressioni e camminò solo, senza direzione.
Un lampo d'energia rese il suo pensiero rapido e intenso.
S'era imposto un problema e subito lo risolse.
Avrebbe fatto bene a lasciarla immediatamente e non rivederla più.
Non poteva più ingannarsi sulla natura dei propri sentimenti, perché il dolore che poco prima aveva provato era troppo caratteristico con quella vergogna per lei e per se stesso.
S'avvicinò a Stefano Balli col proposito di fargli una promessa per cui la sua risoluzione fosse resa irrevocabile.
Invece la vista dell'amico bastò a fargliela abbandonare.
Perché non si sarebbe potuto divertire anche lui con le donne come faceva Stefano? Ricordò quale sarebbe stata la sua vita senz'amore.
Da una parte la soggezione al Balli, dall'altra la tristezza d'Amalia, e null'altro.
E non gli parve d'essere meno energico ora che poco prima; anzi, ora voleva vivere, godere anche a costo di soffrire.
Avrebbe dimostrato energia nel modo con cui avrebbe trattato Angiolina, non nel fuggirla vigliaccamente.
Lo scultore lo accolse con una bestemmia brutale: - Sei vivo ancora? Bada che se, come sembrerebbe dalla tua faccia contrita, ti avvicini per chiedermi un favore, sprechi fatica e fiato.
Bastardo!
Gli gridava nelle orecchie comicamente minaccioso, ma Emilio fu liberato da ogni dubbio.
L'amico, parlandogli d'appoggio, gli aveva dato un buon consiglio; e chi meglio del Balli avrebbe potuto soccorrerlo in quei frangenti? - Te ne prego supplicò, - avrei un consiglio da chiederti.
L'altro si mise a ridere.
- Si tratta d'Angiolina, nevvero? Non voglio saperne di cose che la concernono.
E capitata fra noi a dividerci e ci stia, ma non mi secchi altrimenti.
Avrebbe potuto essere più brusco ancora che Emilio cionondimeno non avrebbe rinunziato ad averne il consiglio.
Da quello doveva risultare la salvezza; Stefano, che tanto bene se ne intendeva, gli avrebbe indicata lui la via da seguirsi per continuare a godere senza più soffrire.
In un solo istante giunse così dall'altezza di quel suo primo virile proposito alla più bassa abiezione: la coscienza della propria debolezza e la perfetta rassegnazione alla stessa.
Chiamava aiuto! Avrebbe voluto conservare almeno l'aspetto della persona che domanda un semplice consiglio tanto per udire un parere altrui.
Per un effetto meccanico, invece, quei gridi nelle orecchie lo resero supplichevole.
Avrebbe avuto grande bisogno di venir accarezzato.
Stefano ne ebbe compassione.
Lo prese ruvidamente pel braccio e lo trascinò seco verso la Piazza della Legna ove aveva lo studio.
- Sentiamo.
Se c'è aiuto possibile, sai bene ch'io te lo darò.
Commosso, Emilio si confessò.
Sì.
Ora lo sentiva chiaramente.
La cosa era divenuta per lui molto seria, e descrisse il proprio amore, l'ansietà di vederla, di parlarle, la gelosia, il dubbio, il cruccio incessante e l'oblio perfetto d'ogni cosa che non avesse avuto attinenza a lei o al proprio sentimento.
Poi parlò d'Angiolina come ora la giudicava in seguito al contegno ch'ella teneva sulla via, alle fotografie appese al muro della sua stanza e alla sua dedizione al sarto e ai loro patti.
Parlandone sorrise più volte.
L'aveva evocata alla mente, la vedeva lieta, ingenuamente perversa e le sorrideva senz'ira.
Povera fanciulla! Ella ci teneva tanto a quelle fotografie da tenerle in parata sul muro, amava tanto di venir ammirata per la via da volere ch'egli stesso tenesse il registro delle occhiate lanciatele.
Parlandone sentì che in tutto ciò non v'era offesa per chi aveva dichiarato di non cercare in lei che un giocattolo.
Vero è che nel racconto non erano entrate tutte le sue osservazioni ed esperienze, ma quelle che ne erano rimaste fuori per il momento non esistettero più.
Guardò il Balli con timidezza perché temeva di vederlo scoppiare in una risata, e fu soltanto la logica che lo costrinse a proseguire.
Aveva dichiarato di volere un consiglio e doveva chiederlo.
Il suono delle proprie parole echeggiava ancora nel suo orecchio ed egli ne trasse una conclusione come da parole altrui.
Con grande calma, quasi avesse voluto far dimenticare il calore con cui aveva parlato fino a quel punto, chiese: - Non ti pare che visto che non so comportarmi come dovrei, farei bene a cessare da questa relazione? - Dissimulò di nuovo un sorriso.
Sarebbe stato comico che il Balli, in buona fede, gli avesse dato il consiglio di lasciare Angiolina.
Ma Stefano diede subito prova della sua intelligenza superiore e non volle consigliare.
- Capisci che io non posso mica consigliarti d'essere fatto altrimenti, - disse affettuosamente - Lo sapevo io che questa specie di avventure non era fatta per te.
- Emilio pensò che, poiché Balli ne parlava a quel modo, i sentimenti di cui egli poco prima s'era tanto spaventato dovessero essere una cosa comune, e ne trasse un nuovo argomento di tranquillità.
S'avvicinò Michele, il servo del Balli, un uomo in età, antico soldato.
In posizione di attenti disse al padrone qualche parola a mezza voce e s'allontanò dopo d'essersi levato il cappello con un gesto largo ma il corpo sempre immobile.
- Sono atteso nello studio, - disse il Balli con un sorriso.
- E' una donna ed è peccato che tu non possa assistere al nostro colloquio.
Sarebbe molto istruttivo per te.
- Poi ebbe una idea: - Vuoi che ci troviamo una sera in quattro? - Credette d'aver trovata la via per dare aiuto all'amico ed Emilio accettò con entusiasmo.
Naturalmente! L'unico mezzo per poter imitare il Balli era di vederlo all'opera.
La sera Emilio aveva convegno con Angiolina al Campo Marzio.
Nella giornata egli aveva meditati dei rimproveri.
Ma ella venne per essere per qualche ora tutta sua; a Sant'Andrea, a quell'ora, non v'erano dei passanti che gliene rubassero l'attenzione.
Perché avrebbe dovuto diminuire la felicità con dei litigi? Gli parve d'imitare meglio il Balli amando dolcemente e godendo di quell'amore, cui, la mattina, in un istante di follia, per poco non aveva rinunziato.
Del suo risentimento non trapelò che una eccitazione che andò a dar anima alle sue parole, a tutta la serata che fu nel principio dolcissima.
Stabilirono di dedicare una delle due ore che potevano passare insieme ad allontanarsi dalla città, l'altra a rientrare.
Fu lui che fece la proposta volendo tranquillarsi camminando accanto a lei.
Ci misero circa un'ora ad arrivare all'Arsenale, un'ora di felicità perfetta, nella notte chiara, in quell'aria limpida, rinfrescata da un autunno anticipato.
Ella sedette sul muricciuolo che fiancheggiava la via ed egli rimase in piedi dominandola tutta.
Vedeva proiettarsi quella testa, illuminata da una parte dalla luce di un fanale, sul fondo oscuro: l'Arsenale che giaceva sulla riva, tutta una città, in quell'ora morta.
- La città del lavoro! - disse egli sorpreso d'esser venuto là ad amare.
Il mare, chiuso dalla penisola di faccia, nascosto dalle case, nella notte era sparito dal panorama.
Restavano le case sparse alla riva come su una scacchiera, poi, più in là, un vascello in costruzione.
La città del lavoro pareva anche maggiore che non fosse.
Alla sinistra, dei fanali lontani parevano segnarne la continuazione.
Egli rammentò che quei fanali appartenevano ad un altro grande stabilimento situato sulla sponda opposta del vallone di Muggia.
Il lavoro continuava anche là; era giusto che alla vista apparisse come la continuazione di questo.
Anch'ella guardava e, per un istante, Emilio si trovò col pensiero ben lungi dal suo amore.
In passato egli aveva vagheggiato delle idee socialiste, naturalmente senza mai muover dito per attuarle.
Come erano lontane da lui quelle idee! Ne ebbe rimorso come di un tradimento, perché egli sentiva le cessazioni da desideri e da idee, le sole sue azioni, come apostasìe.
Il piccolo malessere presto sparì.
Ella chiedeva parecchie cose, specialmente intorno a quel colosso sospeso nell'aria ed egli le descrisse un varo.
Nella sua vita di pedante solitario egli non aveva saputo conformare giammai il pensiero e le parole alle orecchie cui erano dirette e, invano, parecchi anni prima, aveva tentato d'uscire dal suo guscio e comunicare con la folla; s'era dovuto ritirare indispettito e sprezzante.
Ora, invece, come era dolce evitare la parola o magari il concetto difficile, e farsi intendere.
Come parlava era capace di spezzettare il proprio concetto liberandolo dalla parola con cui era nato, pur di veder passare un lampo d'intelligenza in quegli occhi azzurri.
Ma una grave stonatura anche allora venne ad interrompere tutta quella musica.
Giorni prima egli aveva sentito raccontare un fatto che l'aveva assai commosso.
Un astronomo tedesco, da una diecina di anni, viveva nel suo osservatorio, su una delle punte più alte delle Alpi, fra le nevi eterne.
Il più vicino villaggio era situato un migliaio di metri sotto ai suoi piedi, e di là gli veniva portato giornalmente il cibo da una fanciulla dodicenne.
Nei dieci anni, a mille metri il giorno di salita e di discesa, la fanciulla era divenuta grande e forte e bella, e lo scienziato ne fece sua moglie.
Il matrimonio s'era celebrato poco prima nel villaggio, e, per viaggio di nozze, gli sposi erano saliti insieme alla loro abitazione.
Fra le braccia di Angiolina egli vi ripensò; così avrebbe voluto possederla, a mille metri di distanza da qualunque altro uomo; così - dato che gli fosse stato possibile come all'astronomo, di continuare a dedicare la vita ai medesimi scopi - sarebbe stato capace di legarsi definitivamente a lei, senza riserve.
- E a te - domandò con impazienza visto ch'ella non capiva ancora perché le venisse raccontata quella storiella, - e a te piacerebbe di venir a stare lassù, con me?
Ella esitò.
Evidentemente ella esitò.
Una parte della storiella, la montagna cioè, era stata capita subito da lei.
Egli non vi scorgeva che amore, mentre ella, subito, vi sentì la noia e il freddo.
Lo guardò, comprese quale risposta egli esigesse, e, proprio per compiacergli, disse senz'alcun entusiasmo: - Oh, sarebbe magnifico.
Ma egli era già profondamente offeso.
Aveva sempre creduto che quando si fosse deciso a farla sua, ella avrebbe accettato con entusiasmo qualunque condizione ch'egli le avesse imposta.
Invece, no! Tanto in alto ella non si sarebbe trovata bene neppure con lui e, nell'oscurità, egli vide dipinta su quel volto la meraviglia che si potesse proporle di andar a passare la gioventù fra la neve, nella solitudine; la sua bella gioventù, dunque i capelli, i colori della faccia, i denti, tutte le cose ch'ella amava tanto di veder ammirate dalla gente.
Le parti erano invertite.
Egli aveva proposto, sebbene per figura retorica, di farla sua ed ella non aveva accettato; ne rimase veramente costernato! - Naturalmente - disse con ironia amara - lassù non ci sarebbe nessuno che potrebbe regalarti delle fotografie, né troveresti sulla via della gente fermata a guardarti.
Ella sentì l'amarezza, ma non si offese dell'ironia perché le sembrava di aver ragione e si mise a discutere.
Lassù faceva freddo ed ella non amava il freddo; d'inverno si sentiva infelice persino in città.
Poi, a questo mondo, non si vive che una volta sola, e lassù si correva il pericolo di vivere più brevemente dopo d'esser vissuto peggio, perché non le si darebbe ad intendere che possa essere molto divertente di vedersi passare le nubi anche sotto ai piedi.
Ella aveva ragione infatti, ma come era fredda e poco intelligente! Non discusse più perché come avrebbe potuto convincerla? Guardò altrove cercando.
Le avrebbe potuto dire un'insolenza che lo vendicasse e quietasse.
Ma restò zitto, indeciso a guardare intorno a sé la notte, le luci sparse sulla fosca penisola di faccia, poi la torre che s'ergeva all'ingresso dell'Arsenale, al di sopra degli alberi, di una lividezza turchina, un'ombra immota che pareva una combinazione casuale di colore campata in aria.
- Io non dico di no, - disse Angiolina per rabbonirlo, - sarebbe magnifico, ma...
- S'interruppe; pensò che poiché egli tanto desiderava di vederla entusiasmata di quella montagna che essi, certo, non avrebbero mai vista, sarebbe stata una sciocchezza di non compiacerlo: - Sarebbe molto bello - e ripeté la frase con un crescendo d'entusiasmo.
Ma egli non distolse gli occhi dalla lividura dell'aria, offeso anche più da quella finzione tanto trasparente da sembrare uno scherzo, finché ella non lo attirò a sé.
- Se vuoi una prova, domani, subito, partiamo e vivo sola con te per sempre.
In uno stato d'animo identico a quello della mattina, egli ripensò al Balli: - Lo scultore Balli vuole fare la tua conoscenza.
- Davvero? - chiese essa giocondamente.
- Anch'io! - e pareva volesse correre subito in cerca del Balli.
- Me ne è stato parlato tanto da una signorina che gli voleva bene, che da lungo tempo ho il desiderio di conoscerlo.
Dove mi ha vista da desiderare di conoscermi?
Non era cosa nuova ch'ella, in faccia a lui, dimostrasse dell'interessamento per altri uomini, ma come era doloroso! - Non sapeva nemmeno che tu esistessi! - disse egli bruscamente.
- Ne sa quanto io gliene dissi.
- Sperava di averle fatto dispiacere mentre invece ella gli fu molto grata d'aver parlato di lei.
- Chissà, però - disse con accento comicissimo di diffidenza - che cosa tu gli avrai detto di me.
- Gli dissi che sei una traditrice, - disse egli ridendo.
La parola li fece ridere di cuore e furono immediatamente di buon umore e in buona armonia.
Si lasciò abbracciare lungamente e, tutt'ad un tratto molto commossa, gli mormorò nell'orecchio: - Sce tèm bocù. - Egli ripeté questa volta con tristezza: - Traditrice.
- Ella rise di nuovo fragorosamente, ma poi trovò qualche cosa di meglio.
Baciandolo, gli parlò sulla bocca, e, con una grazia ch'egli non dimenticò più, una voce dolce supplichevole, che mutava timbro, gli chiese più volte: - Non è vero che non è vero ch'io sia quella tal cosa? - Perciò anche la chiusa della serata fu deliziosa.
Bastava un gesto indovinato d'Angiolina per annullare ogni dubbio, ogni dolore.
Al ritorno egli si rammentò che il Balli aveva da portar con sé una donna e s'affrettò di parlarne.
Non parve ch'ella ne provasse dispiacere; poi però si informò con un aspetto d'indifferenza che non poteva essere simulato, se quella donna fosse molto amata dal Balli.
- Non credo, - disse egli sinceramente, lieto di quell'indifferenza.
- Il Balli ha un modo strano d'amare le donne; le ama molto ma tutte egualmente quando gli piacciono.
- Deve averne avute molte? - chiese essa pensierosa.
E qui egli credette di dover mentire.
- Non lo credo.
La sera appresso dovevano trovarsi al Giardino Pubblico in quattro.
I primi sul posto furono Angiolina ed Emilio.
Non era troppo gradevole d'attendere all'aperto, perché, senza che fosse piovuto, il terreno era umido per lo scirocco.
Angiolina volle celare la sua impazienza sotto un aspetto di malumore, ma non le riuscì d'ingannare Emilio il quale fu preso da un intenso desiderio di conquistare quella donna ch'egli non sentiva più sua.
Fu noioso invece, lo sentì ed ella non mancò di farglielo sentire anche meglio.
Stringendole il braccio, egli le aveva chiesto: - Mi vuoi bene almeno quanto iersera? - Sì! - disse lei bruscamente - ma non sono mica cose che si dicano ad ogni istante.
Il Balli capitò dall'Acquedotto al braccio di una donna grande come lui.
- Com'è lunga! - disse Angiolina emettendo subito su quella donna l'unico giudizio che a quella distanza se ne poteva fare.
Avvicinatosi, il Balli presentò: - Margherita! Ange! - Tentò nell'oscurità di vedere Angiolina e s'avvicinò con la faccia tanto che allungando le labbra avrebbe potuto baciarla.
- Veramente Ange? - Non ancora soddisfatto, accese un cerino e illuminò con esso la rosea faccia che, seria, seria, si prestò all'operazione.
Illuminata, essa aveva nell'oscurità delle trasparenze adorabili; gli occhi chiari, in cui il giallo della fiamma penetrava come nell'acqua più limpida, brillavano dolci, lieti, grandi.
Senza scomporsi, il Balli illuminò col cerino la faccia di Margherita, una faccia pallida, pura, due occhioni turchini, grandi e vivaci, che toglievano la possibilità di guardare altrove, un naso aquilino e, sulla piccola testa, una grande quantità di capelli castagni.
Strideva su quella faccia la contradizione fra quegli occhi arditi di monella e la serietà dei tratti di madonna sofferente.
Oltre che per farsi vedere, ella approfittò della luce del cerino per guardare con curiosità Emilio; poi, visto che la fiammella non voleva ancora spegnersi, vi soffiò sopra.
- Adesso vi conoscete tutti.
Quel coso lì - disse il Balli accennando ad Emilio - lo vedrai al chiaro.
- Precedette la compagnia con Margherita che già s'era attaccata al suo braccio.
La figura di Margherita così alta e magra, non doveva esser bella; s'accompagnava ad entrambe le espressioni della faccia di vivacità e di sofferenza.
Il suo passo era malsicuro, piccolo in proporzione alla figura.
Portava una giacchetta di un color rosso fiammante, ma sul suo dosso modesto, povero, un po' curvo, perdeva ogni arditezza; pareva una uniforme vestita da un fanciullo; mentre addosso ad Angiolina il colore più smorto s'avvivava.
- Peccato, - mormorò Angiolina con profondo rammarico, - quella bella testa infilzata su quella stanga.
Emilio volle dire qualche cosa.
S'avvicinò al Balli e gli disse: - Soddisfattissimo degli occhi della tua signorina, vorrei sapere come ti sieno piaciuti quelli della mia.
- Gli occhi non son brutti - dichiarò il Balli - il naso però non è modellato perfettamente; la linea inferiore è poco fatta.
Bisognerebbe darci ancora qualche colpo di pollice.
- Davvero! - esclamò Angiolina interdetta.
- Forse potrei ingannarmi - disse il Balli serio, serio.
- E cosa che si vedrà subito, al chiaro.
Quando Angiolina si sentì abbastanza lontana dal suo terribile critico, disse con voce cattiva: - Come se la sua zoppa fosse perfetta.
Al «Mondo Nuovo» entrarono in una stanza oblunga chiusa da una parte da un tramezzo, dall'altra, verso il vasto giardino della birreria, da una vetrata.
Al loro arrivo accorse il cameriere, un giovanotto dal vestito e dal fare contadineschi.
Montò in piedi su una seggiola e accese due fiammelle del gas, che rischiararono scarsamente la vasta stanza; restò poi lassù a stropicciarsi gli occhi assonnati, finché Stefano non accorse a trarlo giù gridando che non gli permetteva d'addormentarsi tanto in alto.
Il contadinotto, appoggiatosi allo scultore, discese dalla sedia e s'allontanò desto del tutto e di buonissimo umore.
A Margherita doleva un piede e s'era subito seduta.
Il Balli le si fece d'intorno abbastanza premuroso, e voleva non facesse complimenti, si levasse lo stivale.
Ma ella non volle dichiarando: - Già qualche male ci dev'essere sempre.
Questa sera lo sento appena, appena.
Come era differente da Angiolina quella donna.
Faceva delle dichiarazioni d'amore senza dirle, senza tradirne il proposito, affettuosa e casta, mentre l'altra, quando voleva significare la sua sensibilità, si inarcava tutta, si caricava come una macchina che per mettersi in movimento ha bisogno di una preparazione.
Ma al Balli non bastava.
Aveva detto ch'ella doveva levarsi lo stivale e insistette per essere ubbidito finché ella non dichiarò che sarebbe stata pronta a levarsi anche tutt'e due gli stivali se egli avesse ordinato, ma che non le sarebbe servito a nulla non essendo quella la causa del male.
Durante la serata ella fu obbligata parecchie volte a dare dei segni di sommissione perché il Balli voleva esporre il sistema che seguiva con le donne.
Margherita si prestava magnificamente a quella parte; rideva molto, ma ubbidiva.
Si sentiva nella sua parola una certa attitudine a pensare; ciò rendeva la sua soggezione appropriatissima quale esempio.
In principio ella cercò d'annodare il discorso con Angiolina che si provava di stare sulle punte dei piedi per vedersi in uno specchio lontano e correggersi i ricci.
Le aveva raccontato dei mali che l'affliggevano al petto ed alle gambe; non si rammentava di un'epoca in cui non avesse sentito dei dolori.
Sempre con gli occhi rivolti allo specchio, Angiolina disse: - Davvero? Poveretta! - Poi subito, con grande semplicità: - Io sto sempre bene.
- Emilio che la conosceva, trattenne un sorriso avendo sentito in quelle parole l'indifferenza più piena per le malattie di Margherita e, immediata, intera, la soddisfazione della propria salute.
La sventura altrui le faceva sentir meglio la propria fortuna.
Margherita si pose fra Stefano e Emilio; Angiolina sedette l'ultima in faccia a lei e, ancora in piedi, rivolse un'occhiata strana al Balli.
Ad Emilio parve di sfida, ma lo scultore l'interpretò meglio: - Cara Angiolina, - le disse senza complimenti, - ella mi guarda così sperando ch'io trovi bello anche il suo naso, ma non serve.
Il suo naso dovrebbe essere fatto così.
- Segnò sul tavolo, col dito bagnato nella birra, la curva che egli voleva, una linea grossa che sarebbe stato difficile figurarsi su un naso.
Angiolina guardò quella linea come se avesse voluto apprenderla, e si toccò il naso: - Sta meglio così - disse a mezza voce come se non le fosse più importato di convincere nessuno.
- Che cattivo gusto! - esclamò il Balli non potendo però tenersi dal ridere.
Si capì che da quel momento Angiolina lo divertì molto.
Continuò a dirle delle cose sgradevoli ma pareva lo facesse per provocarla a difendersi.
Ella stessa ci si divertiva.
Nel suo occhio c'era per lo scultore la medesima benevolenza che brillava in quello di Margherita; una donna copiava l'altra, ed Emilio, dopo aver cercato invano di cacciare qualche parola nella conversazione generale, era ora intento a domandarsi perché avesse organizzata quella adunanza.
Ma il Balli non lo aveva dimenticato.
Seguì il suo sistema, che pareva dovesse essere la brutalità, persino col cameriere.
Lo sgridò perché non gli offriva di cena altro che vitello in tutte le salse; rassegnatosi a prenderne, gli diede i suoi ordini e quando il cameriere stava già per uscire dalla stanza, gli gridò dietro in un nuovo comico accesso d'ira ingiustificata: - Bastardo, cane! - Il cameriere si divertì a esser sgridato da lui ed eseguì tutti i suoi ordini con una premura straordinaria.
Così, avendo domato tutti intorno a sé, al Balli parve d'aver dato ad Emilio una lezione in piena regola.
Ma a costui non riuscì d'applicare quei sistemi neppure nelle cose più piccole.
Margherita non voleva mangiare: - Bada, disse il Balli, - è l'ultima sera che passiamo insieme; non posso soffrire le smorfie io! - Ella acconsentì che si facesse da cena anche per lei; tanto presto le venne l'appetito che ad Emilio sembrò di non avere avuto giammai da Angiolina un tale segno di affetto.
Intanto anche questa, dopo lunga esitazione, aveva dichiarato di non volerne sapere di vitello
- Hai inteso, - le disse Emilio, - Stefano non può soffrire le smorfie.
- Ella si strinse nelle spalle; non le importava di piacere a nessuno, e ad Emilio parve che il disprezzo fosse diretto piuttosto a lui che al Balli
- Questa cena di vitelli - disse il Balli con la bocca piena guardando in faccia gli altri tre - non è precisamente una cosa molto armonica.
Voi due stonate insieme; tu nero come il carbone, ella bionda come una spiga alla fine di Giugno, sembrate messi insieme da un pittore accademico.
Noi due poi si potrebbe metterci sulla tela col titolo: Granatiere con moglie ferita.
Con sentimento molto giusto, Margherita disse: - Non si va mica insieme per farsi vedere dagli altri.
- Il Balli, serio e brusco anche in quell'atto affettuoso, le diede in premio un bacio sulla fronte.
Angiolina, con un pudore nuovo, s'era messa a contemplare il soffitto.
- Non faccia la schizzinosa, - le disse il Balli corrucciato.
- Come se voi due non faceste di peggio.
- Chi lo dice? - chiese Angiolina subito minacciosa verso Emilio
- Io no - protestò poco felicemente il Brentani.
- E che cosa fate insieme tutte le sere? Io non lo vedo mai dunque è con lei ch'egli passa le sue serate.
Ha da capitargli anche l'amore, in quella verde età! Addio bigliardo, addio passeggiate.
Io resto lì solo ad aspettarlo o bisogna m'accontenti del primo imbecille che mi viene per i versi.
Ci eravamo trovati tanto bene insieme! Io, la persona più intelligente della città e lui la quinta, perché dopo di me vi sono tre posti vuoti e subito al prossimo c'è lui.
Margherita, che in seguito a quel bacio aveva riacquistata tutta la sua serenità, ebbe per Emilio un'occhiata affettuosa - Davvero! Mi parla continuamente di lei.
Le vuole molto bene
Invece ad Angiolina parve che la quinta intelligenza della città fosse poca cosa, e conservò tutta la sua ammirazione per chi ne era la prima.
- Emilio mi ha raccontato ch'ella canta tanto bene.
Canti un po'.
L'udrei tanto volentieri.
- Non mi mancherebbe altro.
Dopo di cena io riposo.
Ho la digestione difficile come quella di un serpente.
Margherita sola intuì lo stato d'animo di Emilio.
I suoi occhi, posandosi su Angiolina, divennero serii; poi si rivolse ad Emilio, si dedicò a lui, ma per parlargli di Stefano: - Talvolta è brusco, certo, ma non sempre, e anche quando lo è non incute spavento.
Si fa quello che vuole lui, perché gli si vuol bene.
Poi, sempre a voce bassa, modulata dolcemente, ella disse: Un uomo che pensa è tutt'altra cosa di quelli che non pensano.
- Si capiva che parlando di quegli altri, pensava a gente in cui s'era imbattuta ed egli, distratto per un istante dal suo doloroso imbarazzo, la guardò con compassione.
Ella aveva ragione d'amare negli altri le qualità che le giovavano; da sola, così dolce e debole, non si sarebbe potuta difendere.
Ma il Balli si ricordò di nuovo di lui: - Come sei ammutolito! - Poi, rivolto ad Angiolina, chiese: - E sempre così nelle lunghe sere che passate insieme?
Ella che pareva dimentica dei suoi inni d'amore, disse con malumore: - E un uomo serio.
Il Balli ebbe la buona intenzione di risollevarlo: ne tessé la biografia caricandola: - Come bontà è lui il primo ed io il quinto.
E il solo maschio col quale io abbia saputo andar d'accordo.
E il mio alter ego, il mio altro io, pensa come me, e...
è sempre del mio parere quando io subito non so essere del suo.
- All'ultima frase aveva dimenticato il proposito col quale aveva cominciato a parlare e, di buon umore, schiacciava Emilio sotto il peso della propria superiorità.
Quest'ultimo non seppe far altro che comporre la bocca ad un sorriso.
Poi sentì che sotto quel sorriso doveva essere ben facile d'indovinare uno sforzo e, per simulare meglio disinvoltura, volle parlare.
S'era discorso, - egli non sapeva neppure da chi, - di far posare Angiolina per una figura che il Balli ideava.
Egli era d'accordo: - Si tratta già di copiare la sola testa - disse ad Angiolina come se non avesse saputo che ella avrebbe accordato anche di più.
Ma ella, senza interpellarlo, mentre egli era stato distratto dai discorsi di Margherita, aveva già accettato, e, bruscamente, interruppe le parole di Emilio, che, per nulla spontanee, s'erano disposte in una perorazione fuori di luogo, esclamando: - Ma se ho già accettato.
Il Balli ringraziò e disse che ne avrebbe sicuramente approfittato, ma soltanto di là a qualche mese, perché, per il momento, era troppo occupato con altri lavori.
La guardò lungamente sognando la posa in cui l'avrebbe ritratta e Angiolina divenne rossa dal piacere.
Almeno Emilio avesse avuto un compagno di sofferenza.
Ma no! Margherita non era affatto gelosa, e guardava Angiolina anche lei con l'occhio d'artista.
Stefano ne avrebbe fatta una cosa bella, disse, e parlò con entusiasmo delle sorprese che le aveva date l'arte, quando dall'argilla docile usciva una faccia, un'espressione, la vita.
Il Balli presto si rifece brusco.
- Lei si chiama Angiolina? Un vezzeggiativo con codesta statura da granatiere? Angiolona la chiamerò io, anzi Giolona.
- E da allora la chiamò sempre così con quelle vocali larghe, larghe, il disprezzo stesso fatto suono.
Emilio si sorprese che il nome non dispiacesse ad Angiolina; ella non se ne adirò mai e quando il Balli glielo urlava nelle orecchie, rideva come se qualcuno le avesse fatto il solletico.
Al ritorno il Balli cantò.
Aveva una voce uguale, di gran volume, ch'egli mitigava modulandola con ottimo gusto, immeritato dalle canzoncine volgari ch'egli prediligeva.
Quella sera ne cantò una di cui, per la presenza delle due donne, non poteva pronunziare tutte le parole, ma seppe farle intendere lo stesso con la malizia e la sensualità della voce e dell'occhio.
Angiolina ne fu incantata.
Quando si divisero, Emilio ed Angiolina stettero per un istante fermi a guardare l'altra coppia che s'allontanava.
- Cieco! - disse ella.
- Come fa ad amare una trave affumicata che si regge a stento?
La sera appresso ella non lasciò ad Emilio il tempo di farle i rimproveri ch'egli aveva meditati nella giornata.
Aveva di nuovo da raccontargli delle cose sorprendenti.
Il sarto Volpini le scriveva - ella aveva dimenticato di portar seco la lettera, - che egli non avrebbe potuto sposarla che di là ad un anno.
Un suo socio glielo impediva con la minaccia di disdire la società e di lasciarlo senza capitali.
- Pare che il socio voglia dargli in moglie una propria figliuola, una gobbetta che starebbe veramente bene accanto al mio futuro.
Però il Volpini assicura che entro un anno egli potrà far senza del socio e del suo denaro e allora sposerà me.
Capisci? - Egli non aveva capito.
- C'è dell'altro - disse ella dolcemente e confusa.
- Il Volpini non vuole vivere con quel desiderio per tutto un anno.
Ora egli capì.
Protestò.
Come si poteva sperare d'ottenere da lui un simile consenso? E d'altronde che cosa poteva obiettare? - Quali garanzie avrai della sua onestà?
- Quelle che vorrò.
Egli è pronto a fare un contratto da un notaio.
Dopo una breve pausa egli chiese: - Quando?
Ella rise: - La prossima domenica non può venire.
Vuole disporre tutto per il contratto che si farà di qui a quindici giorni e poi...
- S'interruppe ridendo e lo abbracciò.
Sarebbe stata sua! Non era così ch'egli aveva sognato il possesso, ma l'abbracciò anche lui con effusione e volle convincersi d'essere perfettamente felice.
Senza dubbio, doveva esserle grato! Ella gli voleva bene, o meglio voleva bene anche a lui.
Di che si sarebbe potuto lagnare?
D'altronde era forse quella la guarigione ch'egli sperava.
Insozzata dal sarto, posseduta da lui, Ange sarebbe morta , e si sarebbe divertito anche lui con Giolona, lieto com'ella voleva tutti gli uomini, indifferente e sprezzante come il Balli.
V
Come l'aveva detto il Balli, in causa d'Angiolina, fino a quella cena, i rapporti fra i due amici erano stati molto freddi.
Di rado Emilio aveva cercato l'amico e non s'era accorto neppure di trascurarlo; l'altro poi se ne era offeso e aveva cessato di corrergli dietro, per quanto quell'amicizia gli fosse stata ancora sempre cara come tutte le altre sue abitudini.
La cena tolse l'ostinazione a Stefano e gli diede invece il dubbio di aver offeso lui l'amico.
Non gli erano sfuggite le sofferenze di Emilio, e quando si dileguò in lui il piacere di sentirsi amato da tutte e due le donne, piacere intenso, ma che durava una frazione d'ora, la coscienza lo rimorse.
Per farla tacere, a mezzodì del giorno appresso corse da Emilio per tenergli un predicozzo.
Un buon ragionamento avrebbe potuto curare Emilio meglio dell'esempio e se anche non fosse servito affatto, sarebbe valso almeno a fargli riacquistare la veste di amico e consigliere e togliergli l'aspetto di rivale da lui assunto per una debolezza ch'egli diceva una distrazione.
Venne ad aprirgli la signorina Amalia.
Quella ragazza ispirava al Balli un sentimento poco gradevole di compassione.
Egli credeva fosse permesso di vivere soltanto per godere della fama, della bellezza o della forza o almeno della ricchezza, ma altrimenti no, perché si diveniva un ingombro odioso alla vita altrui.
Perché dunque viveva quella povera fanciulla? Era un errore evidente di madre natura.
Talvolta, quando veniva in quella casa e non ci trovava l'amico, adduceva qualche pretesto per andarsene subito subito perché quella faccia pallida e quella voce fioca lo rattristavano profondamente.
Ella, invece, che aveva voluto vivere la vita di Emilio, s'era considerata amica del Balli.
- E' in casa Emilio? - chiese il Balli impensierito.
- S'accomodi, signor Stefano - disse Amalia lieta.
- Emilio! - gridò.
- C'è il signor Stefano.
- Poi fece al Balli un rimprovero: - Da tanto tempo non si aveva il piacere di vederla! Anche lei ci dimentica?
Stefano si mise a ridere: - Non sono mica io che abbandono Emilio; è lui che non vuole più saperne di me.
Accompagnandolo verso la porta del tinello, ella mormorò sorridendo: - Eh, già, intendo.
- Così avevano già parlato di Angiolina.
Il quartierino si componeva di tre sole stanze alle quali, dal corridoio, si accedeva per quell'unica porta.
Perciò, quando capitava qualche visita nella stanza di Emilio, la sorella si trovava prigioniera nella propria ch'era l'ultima.
Non era facile ch'ella si presentasse spontaneamente; era più selvaggia con gli uomini che non Emilio con le donne.
Ma il Balli, dal primo giorno in cui era venuto in casa, aveva fatta eccezione alla regola.
Dopo averlo sentito spesso descrivere come un uomo rude, ella lo vide per la prima volta alla morte del padre; subito si familiarizzò con lui, meravigliato della sua mitezza.
Egli era un confortatore squisito.
Aveva saputo tacere e parlare a tempo.
Con discrezione, qua e là aveva saputo discutere e regolare l'enorme dolore della fanciulla; talvolta l'aveva aiutata, suggerendole l'espressione più precisa, più soddisfacente.
Ella s'era abituata a piangere in sua compagnia, ed egli era venuto di frequente, compiacendosi di quella parte di confortatore da lui tanto bene intuita.
Cessato quello stimolo, egli s'era ritirato.
La vita di famiglia non gli si confaceva e poi, a lui che amava soltanto le cose belle e disoneste, l'affetto fraterno offertogli da quella brutta fanciulla doveva dar noia.
Era del resto la prima volta ch'ella gli avesse mosso un rimprovero perché trovava naturale che egli si divertisse meglio altrove.
Il piccolo tinello, oltre al tavolo bellissimo di legno bruno intarsiato, l'unico mobile della casa dimostrante che in passato la famiglia era stata ricca, conteneva un sofà alquanto frusto, quattro sedie di forma simile ma non identica, una seggiola grande a braccioli ed un vecchio armadio.
L'impressione di povertà che faceva la stanza era aumentata dall'accuratezza con cui quelle povere cose erano tenute.
Entrando in quel quartiere, il Balli ripensò all'ufficio di consolatore nel quale s'era trovato tanto bene; gli pareva di passare per un luogo ove avesse sofferto lui stesso, ma sofferto dolcemente assai.
Gustava il ricordo della propria bontà, e pensò di aver avuto torto d'evitare per tanto tempo quel luogo ove si sentiva più che mai uomo superiore.
Emilio lo accolse con accurata gentilezza precisamente per celare il rancore che gli covava in fondo all'anima; non voleva che il Balli potesse avvedersi del male che gli aveva fatto, lo avrebbe sì, rimproverato e aspramente, ma studiando il modo di celare la propria ferita.
Lo trattava proprio come un nemico.
- Qual buon vento ti conduce?
- Son passato di qua e ho voluto salutare la signorina che non vedevo da tanto tempo.
La trovo d'aspetto migliorato di molto - disse il Balli guardando Amalia che aveva le guance rosse, i buoni occhi grigi animatissimi
Emilio la guardò e non vide nulla.
Il suo rancore divenne subito violento accorgendosi che Stefano non ricordava affatto gli avvenimenti della sera prima e poteva perciò contenersi con lui con tale disinvoltura: - Ti sei divertito molto, tu, iersera, e un po' anche alle mie spalle.
L'altro fu stupito del risentimento manifestatosi evidente a lui più che per altro perché quelle parole erano fuori di proposito, in presenza di Amalia.
Se ne sorprese.
Egli non aveva fatto nulla che avesse potuto offendere Emilio; le sue intenzioni, anzi, erano state tali che avrebbe creduto di meritare un inno di ringraziamento.
Per reagire meglio all'attacco perdette subito la coscienza del proprio torto e si sentì puro di ogni macchia.
Ne parleremo poi - disse per riguardo ad Amalia.
Costei se ne andò ad onta che il Balli, il quale non aveva alcuna premura di spiegarsi con Emilio, volesse trattenerla.
- Non capisco che cosa tu mi possa rimproverare
- Oh, nulla - disse Emilio che, preso di fronte, non trovò niente di meglio di quest'ironia.
Il Balli, in seguito alla convinzione della propria innocenza, fu più esplicito.
Disse ch'egli era stato quale s'era proposto di essere allorché s'era offerto di dargli degli insegnamenti.
Se si fosse messo anche lui a belare d'amore, allora sì che la cura sarebbe riuscita bene.
Giolona doveva essere trattata come aveva fatto lui, ed egli sperava che col tempo Emilio avrebbe saputo imitarlo.
Non credeva, non poteva credere che una simile donna fosse presa sul serio, e la descrisse circa con le parole stesse con cui giorni prima gliel'aveva descritta Emilio.
L'aveva trovata tanto simile al ritratto che gliene era stato fatto, che gli era stato facile d'indovinarla subito, tutta.
Ma l'altro che sentiva ripetere le proprie parole non ne rimase affatto convinto.
Rispose ch'egli faceva all'amore a quel modo e che non avrebbe saputo contenersi altrimenti perché gli pareva che la dolcezza fosse la condizione essenziale per poter godere.
Ciò non significava mica ch'egli volesse prendere quella donna troppo sul serio.
Le aveva forse promesso di sposarla?
Stefano rise di cuore.
Emilio aveva mutato straordinariamente nelle ultime ore.
Pochi giorni prima - non se ne ricordava più? - appariva talmente impensierito del proprio stato da chiedere aiuto ai passanti.
- Non ho nulla in contrario che tu ti diverta, ma non mi pare che tu abbia la cera di divertirti assai.
Emilio aveva infatti la cera stanca.
La sua vita era stata sempre poco lieta, ma, dalla morte del padre in poi, molto tranquilla, e il suo organismo soffriva del nuovo regime.
Discreta come un'ombra, Amalia volle passare per la stanza.
Emilio la fermò per far tacere Stefano, ma poi i due uomini non seppero subito abbandonare il discorso incominciato.
Scherzosamente il Balli disse che la sceglieva per arbitra in una questione ch'ella non doveva conoscere.
Fra loro due, vecchi amici, sorgeva una disputa.
Il meglio che si potesse fare era di risolverla alla cieca, fidandosi in un giudizio di Dio che per quei casi doveva essere stato inventato.
Ma il giudizio di Dio non poteva più essere cieco perché Amalia aveva già capito di che si trattasse.
Ebbe un'occhiata di riconoscenza per il Balli, un'espressione intensa che non si sarebbe creduta possibile in quei piccoli occhi grigi.
Ella trovava finalmente un alleato, e l'amarezza che da tanto tempo le pesava sul cuore, si risolse in una grande speranza.
Fu sincera: - Ho già capito di che cosa si tratti.
Ella ha tanto ragione - il suono della voce invece che dare ragione chiedeva soccorso - basta vederlo sempre distratto e triste, stampata in faccia la fretta di abbandonare questa casa in cui mi lascia tanto sola.
Emilio l'ascoltava inquieto temendo che quelle lagnanze non degenerassero, come sempre, in pianti e singhiozzi.
Invece, parlando al Balli del proprio grande dolore, ella restò calma e sorridente.
Il Balli, che nel dolore di Amalia non scorgeva altro che un alleato nel suo litigio con Emilio, ne accompagnava le parole con gesti di rimprovero rivolti all'amico.
Ma le parole d'Amalia non s'accompagnarono più a quei gesti.
Ridendo lieta, ella raccontò: giorni prima era stata al passeggio con Emilio e aveva potuto osservare ch'egli si faceva inquieto quando vedeva in lontananza delle figure femminili di una certa statura e di un certo colore, alte alte, bionde bionde.
- Ho visto bene? - e rise, lieta che il Balli assentisse.
- Tanto lunga, tanto bionda? - Non v'era niente di offensivo per Emilio in questa derisione.
Ella era andata ad appoggiarsi a lui e gli teneva la bianca mano sulla testa, fraternamente.
Il Balli confermò: - Lunga come un soldato del re di Prussia, bionda tanto che può dirsi incolore.
Emilio rise, ma era ancora sempre col pensiero alla sua gelosia: -Basterebbe esser sicuro che non piaccia a te.
- E' geloso di me, capisce, del suo miglior amico! - urlò il Balli indignato.
- Si può capire - disse Amalia mitemente e quasi pregando il Balli di usar indulgenza con l'amico.
- Non si capisce! - disse Stefano protestando.
- Come può dire che si capisca una simile infamia?
Ella non rispose, ma restò della propria opinione con l'aspetto sicuro della persona che sa quello che si dice.
Credeva di aver pensato intensamente, e perciò di aver intuito lo stato d'animo del disgraziato fratello; lo aveva percepito invece nel proprio sentimento.
Ella era rossa, rossa.
Certi accenti di quel colloquio echeggiarono nell'anima sua come il suono delle campane nel deserto; lungi, lungi, percorsero spazi vuoti enormi, li misurarono, riempiendoli improvvisamente tutti, rendendoli sensibili, distribuendovi abbondantemente gioia e dolore.
Lungamente ella tacque.
Dimenticò che s'era parlato del fratello e pensò a se stessa.
Oh, cosa strana, meravigliosa! Ella aveva parlato altre volte d'amore, ma altrimenti, senz'indulgenza, perché non si doveva.
Come aveva preso sul serio quelimperativo che le era stato gridato nelle orecchie sin dall'infanzia.
Aveva odiato, disprezzato coloro che non avevano obbedito e in se stessa aveva soffocato qualunque tentativo di ribellione.
Era stata truffata! Il Balli era la virtù e la forza, il Balli che dell'amore parlava tanto serenamente, dell'amore che per lui non era stato mai un peccato.
Quanto doveva aver amato! Con la voce dolce e con quegli occhi azzurri, sorridenti, egli amava sempre tutto e tutti, anche lei.
Stefano restò a pranzo.
Un po' turbata, Amalia aveva annunziato che ci sarebbe stato poco da mangiare, ma il Balli ebbe anzi la sorpresa di trovare che in quella casa si mangiava molto bene.
Da anni Amalia passava una buona parte della sua giornata al focolare e s'era fatta una buona cuciniera quale occorreva al palato delicato d'Emilio.
Stefano era rimasto volentieri.
Gli pareva d'essere stato soccombente nella discussione con Emilio e gli restava accanto in attesa della rivincita, soddisfatto che Amalia gli desse ragione, lo scusasse e appoggiasse, tutta sua.
Per lui e per Amalia quel pranzo fu lietissimo.
Egli fu ciarliero.
Raccontò della sua prima gioventù ricca di avventure sorprendenti.
Quando la penuria che lo costringeva ad aiutarsi con espedienti più o meno delicati, ma sempre allegri, minacciava di farsi miseria, era capitato sempre il soccorso.
Raccontò in tutt'i dettagli un'avventura che lo aveva salvato dalla fame facendogli guadagnare una mancia per un cane trovato.
E sempre così: terminati gli studi, girovagava per Milano in procinto d'accettare il posto d'ispettore offertogli in un'azienda commerciale.
Come scultore era difficile d'incominciare la carriera; subito, agli esordii, sarebbe morto di fame.
Passando un giorno dinanzi ad un palazzo nel quale erano esposte le opere di un artista morto da poco, egli vi andò per dare l'ultimo addio alla scultura.
Vi trovò un amico e in due si misero a demolire senza pietà le opere esposte.
Con l'amarezza che gli derivava dalla sua posizione disperata, il Balli trovava tutto mediocre, insignificante.
Parlava ad alta voce, con grande calore; quella critica doveva essere l'ultima sua opera di artista.
Nell'ultima stanza, dinanzi al lavoro che il defunto maestro non aveva potuto finire per la malattia da cui era stato colto, il Balli si fermò meravigliato di non poter finire la sua critica sul tono su cui l'aveva tenuta sino allora.
Quel gesso rappresentava una testa di donna dal profilo energico, dalle linee decise rudemente sbozzate, eppure significanti fortemente dolore e pensiero.
Il Balli si commosse rumorosamente.
Scopriva che nel defunto scultore l'artista era esistito fino all'abbozzo e che l'accademico era sempre intervenuto a distruggere l'artista, dimenticando le prime impressioni, il primo sentimento per non ricordare che dei dogmi impersonali: i pregiudizi dell'arte.
- Sì, è vero! - disse un vecchietto occhialuto che gli stava accanto, e poggiò quasi la punta del naso sul bozzetto.
Il Balli sempre più s'accanì nella sua ammirazione ed ebbe delle parole commoventi per quell'artista ch'era morto vecchio portando il proprio segreto nella tomba, meno una volta sola in cui precisamente la morte non gli aveva concesso di celarlo.
Il vecchio lasciò guardare il gesso e si volse a considerare il critico.
Fu un caso che Stefano si presentò quale scultore e non quale ispettore commerciale.
Il vecchio, un originale ricco come un personaggio di fiaba, gli commise il proprio busto da prima, poi un monumento funebre e infine lo ricordò nel testamento.
Il Balli ebbe perciò del lavoro per due anni e del denaro per dieci.
Amalia disse: - Come dev'essere bello di conoscere delle persone tanto intelligenti e tanto buone.
Il Balli protestò.
Descrisse il vecchio con sentita antipatia.
Quel mecenate pretensioso gli era stato eternamente accanto imponendogli di fornire ogni giorno quella data quantità di lavoro.
Vero borghese privo di un gusto proprio, non aveva amato dell'arte che quanto gli veniva spiegato, dimostrato.
Ogni sera il Balli era stanco di lavorare e di parlare, e gli era parso talvolta d'essere capitato in quel posto d'ispettore commerciale cui era sfuggito solo per un caso.
Aveva preso il lutto quando il vecchio era morto, ma, per piangerlo più allegramente, non aveva toccato argilla per molti mesi.
Come era bello il destino del Balli: non era neppure obbligato a riconoscenza per i benefici che gli piovevano dal cielo.
La ricchezza e la felicità erano i portati del suo destino; perché avrebbe dovuto sorprendersene o esserne grato a chi era inviato dalla provvidenza a portargli i suoi doni? Amalia, incantata, stava a sentire quel racconto che le confermava la vita essere ben differente di quella che aveva conosciuta.
Era naturale che a lei e al fratello fosse stata tanto dura e naturalissimo che al Balli fosse toccata tanto lieta.
Ella ammirò la felicità del Balli e amò in lui la forza e la serenità che erano le sue prime grandi fortune.
Invece il Brentani stava ad udire con amarezza e invidia.
Pareva che il Balli si vantasse della fortuna come di propria virtù.
A Emilio non era toccato mai niente di lieto anzi neppure niente d'inaspettato.
Anche la sventura gli si era annunziata da lontano, si era delineata avvicinandosi; egli aveva avuto il tempo di guardarla lungamente in faccia, e quando ne era stato colpito - la morte dei suoi più cari o la povertà - egli vi era già preparato.
Perciò aveva sofferto più a lungo ma con meno intensità e le tante sventure non lo avevano mai scosso dalla sua triste inerzia ch'egli attribuiva a quel destino disperantemente incolore e uniforme.
Ed egli non aveva mai ispirato niente di forte, né amore, né odio; il vecchio tanto ingiustamente odiato dal Balli non era intervenuto nella sua vita.
La gelosia, nel suo animo, crebbe in modo ch'egli ne provò persino per l'ammirazione che al Balli dedicava Amalia.
Il pranzo divenne molto animato perché anche lui vi collaborò.
Lottò per conquistarsi l'attenzione di Amalia.
Ma non vi riuscì.
Che cosa avrebbe potuto dire che stesse degnamente accanto alla bizzarra autobiografia del Balli? Nient'altro che la sua passione presente, e non potendo parlare di quella, immediatamente egli fu confinato alla seconda parte ch'era sua per destino.
Lo sforzo fatto da Emilio non produsse altro che qualche idea che andò ad ornare il racconto dell'amico.
Il quale poi, senz'esserne consapevole, sentì la lotta e divenne sempre più vario, colorito, animato.
Mai Amalia era stata l'oggetto di tante attenzioni.
Ella stava ad ascoltare le confidenze che le faceva lo scultore, e non s'ingannava: le erano fatte proprio per conquistarla ed ella infatti si sentiva tutta sua.
Per la mente della grigia fanciulla non passarono speranze per l'avvenire.
Era proprio del presente che ella gioiva, di quell'ora in cui ella si sentiva desiderata, importante.
Uscirono insieme.
Emilio avrebbe voluto andarsene col Balli, ma ella gli ricordò la promessa fattale il giorno innanzi di condurla con sé.
Quella festa non doveva ancora terminare.
Stefano la spalleggiò.
A lui pareva che l'attaccamento per Amalia avrebbe potuto combattere nel Brentani l'influenza di Angiolina, e non ricordava più che pochi minuti prima aveva lottato per porsi tra fratello e sorella.
Ella fu pronta in un batter d'occhio, e aveva trovato anche il tempo di rassettare sulla fronte i ricci dei capelli fini ma piuttosto variamente macchiati che coloriti.
Quando, infilando i guanti, invitò il Balli ad uscire, ebbe per lui un sorriso col quale pregava di piacergli.
Sulla via ella era più insignificante che mai, vestita tutta di nero, una piccola piuma bianca nel cappellino.
Il Balli scherzò sulla piuma.
Disse però che gli piaceva e seppe celare il malumore che lo colse all'idea di dover attraversare la città accanto a quella donnetta di un gusto tanto perverso da porre un segnale bianco a sì piccola distanza da terra.
L'aria era tepida ma, coperto di una fitta bianca nebbia, tutta una cappa dello stesso colore, il cielo era veramente invernale e Sant'Andrea con quegli alberi dai lunghi rami nudi, secchi, non ancora tagliati, e il suolo bianco per la luce impedita e diffusa, sembrava un paesaggio di neve.
Riproducendolo e non potendo ridare la mitezza dell'aria, un pittore avrebbe stampata quell'erronea illusione.
- Fra noi tre conosciamo tutta la città - mormorò il Balli.
Sul passeggio avevano dovuto rallentare il passo.
Così festiva e romorosa e ufficiale, nel grande triste paesaggio e accanto al vasto mare bianco, quella folla era poco seria; aveva del formicaio.
- E' lei che conosce tutti, non noi, - disse Amalia che ricordava d'essere venuta spesso a quel passeggio senz'aver avuto per ciò da stancarsi troppo nei saluti.
Tutte le persone che passavano avevano il saluto amichevole o rispettoso per il Balli, e i saluti gli venivano anche dagli equipaggi.
Ella si sentiva bene accanto a lui e gioiva di quella passeggiata trionfale come se una parte della riverenza che veniva dimostrata allo scultore fosse stata destinata a lei.
- Guai se non fossi venuto! - disse il Balli rispondendo con un bel saluto misurato ad una vecchia signora che s'era sporta dalla carrozza per vederlo.
- La gente sarebbe ritornata a casa delusa.
- Si era sicuri di trovarlo al passeggio della domenica ch'egli festeggiava come un operaio col Brentani il quale gli altri giorni era chiuso in ufficio.
- Ange! - mormorò Amalia ridendo con discrezione.
L'aveva riconosciuta alla descrizione che gliene era stata fatta e al turbamento di Emilio.
- Non ridere! - pregò Emilio con calore e confermando la scoperta di Amalia.
Anche lui vedeva qualche cosa di nuovo: il sarto Volpini, un esile omino più insignificante ancora per colpa della splendida figura femminile accanto alla quale marciava con un suo passo allungato con isforzo e vanto.
I due uomini salutarono ed il Volpini rispose con esagerata gentilezza.
- Ha il colore di Angiolina, - rise il Balli.
Emilio protestò: come si poteva confrontare la paglia del Volpini con l'oro di Angiolina? Si volse e vide che l'Angiolina china, parlava al suo compagno il quale guardava in alto, finalmente non gobbo.
Parlavano certo di loro.
Soltanto più tardi, quando si trovarono di nuovo in città e in procinto di dividersi, Amalia che improvvisamente era ammutolita sentendosi di nuovo vicina alla sua abituale solitudine, per dire qualche cosa e rompere il silenzio che già incombeva su lei, domandò chi fosse l'uomo che accompagnava Angiolina.
- Suo zio - disse il Brentani, serio serio, dopo una lieve esitazione, mentre Stefano lo guardava con occhio ironico vedendolo arrossire.
L'occhio innocente della sorella lo faceva vergognare.
Come Amalia sarebbe stata sorpresa che il grande amore del fratello, quell'amore pel quale ella già tanto aveva sofferto, fosse fatto a quel modo.
- Grazie! - disse Amalia congedandosi da Stefano.
Oh, quale ricordo dolce di quelle ore le sarebbe rimasto se, per disgrazia, non si fosse accorta che in quel momento il Balli non poteva parlare perché in lotta con uno sbadiglio che gli paralizzava la bocca.
- Ella s'è annoiato.
Tanto più la ringrazio.
Umile e buona tanto, commosse Stefano il quale si sentì subito di volerle bene.
Spiegò che lo sbadiglio in lui era affare di nervi.
Le avrebbe provato ch'egli non s'annoiava in loro compagnia, se lo sarebbero trovato molto spesso fra' piedi.
Infatti mantenne la parola.
Sarebbe stato difficile dire perché egli ogni giorno facesse quelle scale per andare a prendere il caffè dai Brentani.
Era gelosia, probabilmente; egli lottava per conservarsi l'amicizia d'Emilio.
Ma Amalia non poteva indovinare tutto ciò.
Ella riteneva ch'egli venisse più spesso da loro per il più semplice affetto per il fratello, affetto di cui ella stessa godeva perché una parte riverberava su di lei.
Tra fratello e sorella non vi furono più diverbi.
Emilio - e cieco com'era non ne ebbe alcuna sorpresa, - sentì che la sorella lo sopportava, lo comprendeva meglio; anzi sentì che la novella benevolenza si estendeva persino al suo amore.
Quando egli le parlava di questo, il volto di Amalia si rischiarava, luceva.
Ella cercava di farlo parlare d'amore, e non gli diceva mai ch'egli si guardasse o che dovesse lasciare Angiolina.
Perché avrebbe dovuto lasciare Angiolina visto ch'ella era la felicità? Un giorno domandò di conoscerla, e più volte ne espresse poi il desiderio; ma Emilio si guardò bene dal compiacerla.
Ella non sapeva di quella donna se non ch'era un essere molto differente da lei, più forte, più vitale, e ad Emilio piacque di aver creata nella sua mente un'Angiolina ben diversa dalla reale.
Quando si trovava con la sorella, amava quell'immagine, l'abbelliva, vi aggiungeva tutte le qualità che gli sarebbe piaciuto di trovare in Angiolina, e quando capì che anche Amalia collaborava a quella costruzione artificiale, ne gioì vivamente.
Sentendo parlare di una donna che, per appartenere ad un uomo che amava, aveva vinti tutti gli ostacoli, pregiudizi di casta e d'interessi, ella disse in un orecchio ad Emilio: - Somiglia ad Angiolina.
«Oh, le somigliasse! », pensò Emilio mentre atteggiava la faccia a consenso.
Poi si convinse che le somigliava di fatto o almeno, che, cresciuta in altro ambiente, le sarebbe somigliata, e finì col sorridere.
Perché avrebbe dovuto supporre che Angiolina si sarebbe lasciata fermare da pregiudizi? Attraverso al pensiero nobilitante di Amalia, il suo amore per Angiolina s'adornò in qualche momento di tutte le illusioni.
Invece quella donna che abbatteva tutti gli ostacoli somigliava ad Amalia stessa.
Nelle sue mani lunghe e bianche essa sentiva una forza enorme, tale da spezzare le più forti catene.
Nella sua vita non c'erano però catene; ella era del tutto libera, e nessuno le chiedeva né risoluzione, né forza, né amore.
Come avrebbe finito coll'espandersi quella grande forza chiusa in quel debole organismo?
Intanto il Balli centellinava il caffè, sdraiato nel vecchio seggiolone, in un grande benessere, ricordando che in quell'ora egli aveva avuta la mala abitudine di discutere con gli artisti al caffè.
Come si stava meglio là, fra quelle persone miti che lo ammiravano e amavano!
Altrettanto disgraziato fu l'intervento del Balli fra i due amanti.
Nella sua breve relazione con Angiolina, egli s'era conquistato il diritto di dirle un mondo d'insolenze ch'ella subiva sorridente, nient'affatto offesa.
Dapprima s'era accontentato di dirgliele in toscano, aspirando e addolcendo, e a lei erano sembrate carezze; ma anche quando le capitarono addosso in buon triestino, dure e sboccate, ella non se ne adontò.
Ella sentiva - anche Emilio lo sentiva - ch'erano dette senza fiele di sorta, un modo qualunque d'atteggiare la bocca, un'abitudine innocua di muoverla.
E quest'era il peggio.
Una sera, Emilio, non potendone più, pregò il Balli finalmente di non accompagnarsi a loro.
- Soffro troppo di vederla vilipendere a quel modo.
- Davvero? - chiese il Balli facendo tanto d'occhi.
Egli, come sempre dimentico, di nuovo aveva creduto di dover comportarsi così per curare Emilio.
Si lasciò convincere e per qualche tempo non andò a turbare i loro amori.
- Io non so comportarmi altrimenti con una donna simile.
- Ma allora Emilio si vergognò e piuttosto che confessarsi tanto debole, si rassegnò a sopportare il contegno dell'amico.
- Vieni talvolta con Margherita.
La cosidetta cena dei vitelli si ripeté di frequente, negli episodi molto simile alla prima, Emilio condannato al silenzio, Margherita e Angiolina in ginocchio dinanzi al Balli.
Una sera però il Balli non gridò, non comandò, non si fece adorare e fu per la prima volta il compagno ch'Emilio avrebbe potuto sopportare.
- Come devi sentirti amato da Margherita! - gli disse quest'ultimo al ritorno per dirgli qualche cosa di gradito.
Le due donne camminavano a pochi passi da loro.
- Disgraziatamente - disse il Balli con pacatezza, - credo ch'ella ami anche molti altri come ama me.
E' un animo gentilissimo.
- Emilio cadeva dalle nuvole.
- Sta zitto adesso! - disse il Balli vedendo che le due donne s'erano fermate per attenderli.
Il giorno appresso, in un istante in cui Amalia aveva dovuto andare in cucina, il Balli raccontò che per un caso, l'errore di un fattorino, egli aveva scoperto che Margherita dava degli appuntamenti ad un altro - precisamente un artista - disse egli con rabbia.
- Ciò mi rattristò profondamente.
E' un'infamia d'esser trattato così.
Mi posi a fare delle indagini e quando credetti di aver scoperto il mio rivale, trovai che nel frattempo erano divenuti due.
La cosa diventava molto più innocente.
Allora per la prima volta mi degnai di fare delle indagini sulla famiglia di Margherita e trovai ch'era composta della madre e di una caterva di sorelle giovanissime.
Capisci? Ella deve provvedere all'educazione di tutte quelle ragazze.
- Poi il Balli, con voce profonda dalla commozione, concluse: - Figurati che da me ella non ha voluto accettare un centesimo.
Voglio che confessi, mi racconti tutto.
La bacierò un'ultima volta, le dirò di non serbarle alcun rancore, e la lascerò conservando di essa il più dolce ricordo.
- Poi, subito, fumando egli si rasserenò e quando Amalia rientrò, egli cantarellava a mezza voce:
Pria confessi il delitto e poscia muoia!
La stessa sera Emilio raccontò la storia di Margherita ad Angiolina.
Ella ebbe un impeto di gioia che le fu impossibile di celare.
Poi capì essa stessa che doveva farsi perdonare da Emilio un tale movimento.
Ma fu difficile.
Come era doloroso per lui di veder lo scultore conquistarsi giuocando e ridendo quello ch'egli non poteva ottenere a prezzo di tanti dolori!
Del resto egli passava allora un periodo di strana illusione con Angiolina.
Un sogno, di quelli cui egli era tanto esposto in piena veglia, gli faceva credere d'essere stato lui il corruttore della fanciulla.
Infatti, subito, le prime sere in cui l'aveva avvicinata, egli le aveva tenuti quei magnifici discorsi sulle donne oneste e sull'interesse.
Egli non poteva sapere come ella fosse stata prima di venire alla sua scuola.
Come non aveva capito che Angiolina onesta significava Angiolina sua? Ricominciò il sermone che aveva interrotto, ma su tutt'altro tono.
Ben presto s'accorse che le teorie fredde e complesse non facevano per Angiolina.
Lungamente pensò il metodo da seguire per rieducarla.
Nel sogno egli l'accarezzava come se già l'avesse resa degna di lui.
Tentò di fare altrettanto nella realtà.
Infatti il miglior metodo doveva consistere nel farle sentire che dolcezza sia il rispetto per darle il desiderio di conquistarselo.
Perciò egli si trovava allora eternamente in ginocchio dinanzi a lei proprio nella posizione in cui sarebbe stato più facilmente abbattuto il giorno in cui Angiolina avesse creduto opportuno di dargli un calcio.
VI
Una sera, al principio di Gennaio, il Balli, con un infinito malumore, camminava soletto l'Acquedotto.
Gli mancava la compagnia d'Emilio il quale aveva accompagnata la sorella ad una visita, e Margherita ancora non era stata rimpiazzata.
Il cielo era chiaro ad onta dello scirocco che incombeva già dalla mattina sulla città.
Pareva impossibile che a quella temperatura fredda e umida resistesse il tisico carnevale iniziatosi quella sera con un primo ballo mascherato.
- Oh, avere qui un cane per far addentare quei polpacci! - pensò il Balli vedendo passare due pierrettes con le gambe nude.
Quel carnevale, perché meschino, gli dava un'ira da moralista; più tardi, molto più tardi, anche lui vi avrebbe partecipato, dimentico del tutto di quell'ira, innamorato del lusso e dei colori.
Ma intanto ricordava d'assistere al preludio di una triste commedia.
Incominciava a formarsi il vortice che per un istante avrebbe sottratto l'operaio, la sartina, il povero borghese alla noia della vita volgare per condurli poi al dolore.
Ammaccati, sperduti, alcuni sarebbero
...
[Pagina successiva]