STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 121
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Era la libertà del pensiero, della parola, della proprietà e del lavoro, l'eguaglianza de' dritti e de' doveri.
Era la fine de' tempi divini ed eroici e feudali, il rivelarsi di quella «età umana», così ammirabilmente descritta da Vico.
Il medio evo finiva: cominciava l'evo moderno.
E che cosa era questa vecchia società, soprapposta a tutto il resto? Ci era alla cima il papato assoluto e la monarchia assoluta, che si pretendevano amendue di dritto divino, ed erano stampati sullo stesso modello.
Il papato pretendea ancora al dominio universale, ma in parola e conscio della scemata possanza.
Pur si facea valere mediante i gesuiti, e mantenea vigorosamente la sua influenza e la sua giurisdizione in tutti gli Stati.
Come re, il papa governava in modi così assoluti come tutti i monarchi.
L'assolutismo dominava in tutta Europa.
Quello che era la corte romana al Cinquecento, erano allora tutte le corti: scostumatezza, dissipazione, ignoranza.
I conventi screditati, chiamati «covi del vizio», «asilo dell'ozio e dell'ignoranza».
Il clero, scemato di coltura e di riputazione, aumentato di numero e di ricchezza.
I vescovi, adulatori in corte, tiranni nelle diocesi, signori feudali.
I nobili, a' piedi del trono, e co' piedi sopra i vassalli.
Altare e trono, appoggiati sul clero e sulla nobiltà: lì era la libertà, lì era il dritto; tutto il resto era poco o meno che cosa, e valeva assai poco.
La fonte del dritto era nella concessione papale o sovrana: era investitura, privilegio, immunità, esenzione.
Le leggi erano un caos.
Leggi romane, longobarde, canoniche, feudali, usi, costumanze.
Un altro caos erano le imposte.
Ce n'erano del papa, del clero, de' baroni, del re, sotto molti nomi e molte forme.
Che cosa era il popolo? Materia «taillable et corvèable a merci».
Nessuna sicurezza per le proprietà e le persone, nessuna protezione nelle leggi, nessuna guarentigia nei giudizi, secrete le procedure, sproporzionate e arbitrarie le pene.
Si può dire di quella vecchia società quello che allora già si diceva della proprietà feudale.
Era manomorta, l'uomo così immobilizzato, come la terra.
La palude non era solo nel territorio, era nel cervello.
Dirimpetto a queste classi privilegiate, cristallizzate dal dommatismo, cioè a dire da un complesso d'idee ammesse per tradizione e fuori di ogni discussione, sorgeva lo scetticismo della borghesia, che tutto ponea in dubbio, di tutto facea discussione.
La borghesia faceva in grandi proporzioni quello che prima compirono i comuni italiani.
Era il «medio ceto», avvocati, medici, architetti, letterati, artisti, scienziati, professori, prevalenti già di coltura, che non si contentavano più di rappresentanze nominali, e volevano il loro posto nella società.
Non è già che si affermassero anch'essi come classe, e volessero privilegi.
Volevano libertà per tutti, uguaglianza di dritti e doveri, parlavano in nome di tutto il popolo.
Qui era il progresso.
Ma nel fatto erano essi la classe predestinata, e in buona fede, parlando per tutti, lavoravano per sè.
La loro arma di guerra era lo scetticismo.
Alla fede e all'autorità opponevano il dubbio e l'esame.
Oggi è moda declamare contro lo scetticismo.
Pure non dobbiamo dimenticare che di là uscì l'emancipazione del pensiero umano.
Esso cancellò l'intolleranza religiosa, la credulità scientifica, e la servilità politica.
Il movimento, che usciva dalle fila della borghesia, non era solo popolare, cioè nelle sue idee e nelle sue tendenze comune a tutte le classi, ma era ancora cosmopolitico, o, come si dice oggi, «internazionale».
L'accento era umano, più che nazionale.
L'America e l'Europa si abbracciavano in un linguaggio che esprimeva idee e speranze comuni; lo svizzero, l'olandese, il francese, il tedesco, l'inglese parevano nati nello stesso paese, educati alle stesse idee.
Il movimento era universale nel suo obbiettivo e nel suo contenuto.
L'obbiettivo erano tutte le classi e tutte le nazioni.
Il contenuto era non solo una riforma religiosa, politica, morale e civile, ma un radicale mutamento nelle stesse condizioni economiche della società, ciò che oggi direbbesi «riforma sociale», correndo nel suo lirismo sino alla comunione de' beni.
Nato dal costante lavoro di tre secoli, il movimento per la sua universalità contenea in idea o in germe tutta la storia futura del mondo pel corso di molti secoli.
Pure, ciò che era appena un principio, sembrava esser la fine: tanto parea cosa facile effettuare di un colpo tutto il programma.
Dove il movimento si mostrava più energico e concentrato, e di natura assolutamente cosmopolitica, era in Francia.
Ed essendo la lingua francese già molto divulgata, la propaganda era irresistibile.
Nelle altre nazioni appariva appena, e nelle sue forme più modeste.
La forma più temperata di questo movimento era l'antica lotta tra papato e impero, divenuta lotta giurisdizionale tra la corte romana e le monarchie.
In questo terreno i novatori avevano per sè i principi, e all'ombra loro spandevano le nuove idee.
Nel campo avverso erano i gesuiti, inframmettenti, intolleranti, che invelenivano la lotta e ne allargavano le proporzioni.
Erano essi lo sprone che stuzzicava l'ingegno.
In quel contrasto si formò Paolo Sarpi; da quel contrasto uscirono le Provinciali di Pascal, e il giansenismo e la scuola di Portoreale e le libertà gallicane, preludi di quel movimento, che prendeva allora in Francia proporzioni così vaste.
Ma in Italia il movimento iniziato con tanta larghezza e ardire nel Cinquecento, arrestato e snaturato dalla reazione trentina, si manteneva ancora in quella forma, era lotta giurisdizionale tra papa e principi.
Il pensiero era ito molto innanzi, ma in pochi o tra pochi: ci erano fantasie solitarie; mancava l'eco, non ci era ancora la moltitudine.
Ma il movimento in quella forma così circoscritta guadagnava terreno, e costituiva un vero partito politico, intorno al quale stava schierata tutta la borghesia.
Era un liberalismo a buon mercato, via a fortuna e favori principeschi, quando rimaneva in quei limiti, e, attaccando curia e gesuiti, si mostrava riverente al papa e alla Chiesa.
In Napoli la coltura avea preso questo aspetto, e mentre il buon Vico fantasticava una storia dell'umanità e andava col pensiero così lungi, fervea la lotta giurisdizionale, dov'erano principali attori giureconsulti eminenti, Capasso, D'Andrea, D'Aulisio, Argento, Pietro Giannone.
I gesuiti cercavano appoggio nell'ignoranza popolare, e li predicavano empi e nemici del papa.
L'avevano principalmente contro il Giannone, e tanto gli aizzarono contro il minuto popolo, che fu più volte a rischio della vita.
Scomunicato dall'arcivescovo, per aver lasciato stampar la sua Storia senza il suo permesso, riparò a Vienna, nè osò più tornare a Napoli, ancorchè l'arcivescovo ci avesse avuto torto, e fosse stata ritrattata la scomunica.
I giureconsulti sostenevano bastare per la stampa la licenza regia, non avere alcun valore la proibizione ecclesiastica, ed essere invalide le scomuniche senza fondamento di ragione.
Era il libero esame applicato alla giurisdizione e agli atti ecclesiastici.
E ci era sotto altro, lo spirito laico che si ridestava, e lo spirito borghese che si annunziava, il medio ceto, che all'ombra del principe, interessato anche lui nella lotta, si facea valere così contro la nobiltà, come e più contro il clero.
Da questa lotta uscì la Storia civile del regno di Napoli, e più tardi il Triregno, di Pietro Giannone.
La Storia per la sua universalità fu tradotta in molte lingue, riguardando principalmente la quistione giurisdizionale, ardente in tutti gli Stati cattolici.
Giannone lasciò gli argomenti e venne a' fatti, prendendo il potere temporale fino nelle origini, e seguendolo ne' suoi ingrandimenti e nelle sue usurpazioni.
È una requisitoria, tanto più formidabile, quanto maggiore è la calma dell'esposizione istorica e l'imparzialità continuamente ostentata dell'erudizione e della dottrina.
Non mancano sarcasmi e punture, ma protesta sempre che è contro gli abusi e le esorbitanze, e affetta il maggior rispetto verso le istituzioni.
Vedi prominente l'universalità della Chiesa, tutta la comunione dei fedeli, insino a che sorge usurpatore l'episcopato, assorbito a sua volta dal papato.
Il concetto è questo, che il dritto è nella universalità de' fedeli: è la democrazia applicata alla Chiesa.
Ma il concetto democratico è annacquato in quest'altro, che i principi, come capi della società laica, hanno ereditato i suoi dritti.
Il popolo sparisce, ed entra in iscena Cesare con quel famoso motto: «Date a Cesare quel che è di Cesare».
I gesuiti ritorcevano l'argomento, sostenendo che la fonte del dritto non è ne' principi, ma ne' popoli.
Così democratizzavano i gesuiti per difendere il papato, e democratizzavano i giannonisti per combattere il papato.
Erano inconseguenti gli uni e gli altri, e la vera conseguenza doveva tirarla il popolo contro il papato e la monarchia assoluta.
S'immagini quale propaganda inconscia facevano.
Era facile conchiudere, che se la fonte del dritto è nel popolo, sovrana legittima è la democrazia, l'universalità de' fedeli e l'universalità de' cittadini.
Il vero padrone mettea il capo fuori, salutando gesuiti e giannonisti come suoi precursori, benemeriti tutti e due, perchè lavoravano gli uni a scalzare il principato assoluto, gli altri a scalzare il papato assoluto.
Erano «istrumenti della provvidenza», avrebbe dettoVico, la quale tirava dall'opera loro risultati superiori a' loro fini.
Si era sempre parlato dell'età primitiva della Chiesa.
Una immagine confusa ne rimanea alle moltitudini, come dell'età dell'oro Dante, Machiavelli, Sarpi, Campanella richiamavano la Chiesa a quei tempi evangelici, più conformi alla purità del Vangelo.
Quello era anche il cavallo di battaglia per gli eretici.
Ecco quella età divenuta storia particolareggiata, accertata e in buono e chiaro volgare nelle pagine del Giannone.
I primi tre secoli della Chiesa sono descritti coll'immaginazione vòlta alla Chiesa di quel tempo.
Scrittore e lettore facevano il paragone.
Di mezzo alla narrazione germogliava l'allusione, la confutazione, l'epigramma.
Allora la gerarchia era molto semplice, e non ci erano che vescovi, preti, e diaconi, e i preti non erano soggetti a' vescovi, ma erano il loro senato, i loro consiglieri, e alla cima non ci era nessuno che comandasse: comandava il sinodo, l'assemblea de' vescovi.
La legge era la sacra Scrittura; i provvedimenti presi nei sinodi erano semplici regolamenti per l'amministrazione delle chiese, e non ci era la ragion canonica,
«la quale, col lungo correr degli anni, emula della ragion civile, maneggiata da' romani pontefici, ardì non pur pareggiare, ma interamente sottomettersi le leggi civili».
La Chiesa non avea alcuna giurisdizione: la sua giustizia era chiamata «notio», «iudicium», «audientia», non «iurisdictio»; ed era censura di costumi, e arbitrato volontario.
Clero e popolo eleggevano i vescovi, e anche nell'elezione de' preti e de' diaconi clero e popolo vi avevano lor parte.
La Chiesa vivea di offerte volontarie, non avea stabili, e non decime Ciò che soverchiava, si dava a' poveri.
Tale era la Chiesa primitiva:
«ma assai mostruosa e con più strane forme sarà mirata nell'età meno a noi lontane, quando, non bastandole d'avere in tante guise trasformato lo stato civile e temporale de' principi, tentò anche di sottoporre interamente l'imperio al sacerdozio.»
I monaci erano pochi, solitari, e religiosi, ma la corruzione venne subito, e
« non senza stupore scorgerassi come in queste nostre provincie abbiano potuto germogliar tanti e sì vari ordini, fondandovi sì numerosi e magnifici monasteri, che ormai occupano la maggior parte della repubblica e de' nostri averi, formando un corpo tanto considerabile, che ha potuto mutar lo stato civile e temporale di questo nostro reame.»
Come non avea la Chiesa giustizia contenziosa nè giurisdizione, così non avea foro, nè territorio; perchè ciò «non dipende dalle chiavi, nè è di diritto divino, ma più tosto di diritto umano e positivo, procedendo dalla concessione o permissione de' principi temporali, ai quali solamente «Dio ha dato in mano la giustizia», come dice il Salmista: «Deus iudicium suum regi dedit».
Nè avea potere d'imponer pene afflittive di corpo, d'esilio, e molto meno di mutilazione di membra o di morte; e ne' delitti più gravi di eresia toccava a' principi di punire con temporali pene i delinquenti.
Degli abusi della Chiesa spettava il rimedio a' principi, che facevano leggi per porvi un freno, specialmente per gli acquisti de' beni temporali; e «i padri della Chiesa», come sant'Ambrogio e san Girolamo, «non si dolevano di tali leggi, nè che i principi non potessero stabilirle, nè lor passò mai per pensiero che per ciò si fosse offesa l'immunità o libertà della Chiesa».
Federico secondo proibì l'acquisto de' beni stabili alle chiese, monasteri, templari ed altri luoghi religiosi.
«Ma essendosi nel tempo degli Angioini introdotte presso di noi altre massime, che persuasero non potere il principe rimediare a questi abusi, e riputata perciò la costituzione di Federico empia ed ingiuriosa all'immunità delle chiese si ritornò a' disordini di prima.
E se la cosa fosse stata ristretta a que' termini, sarebbe stata comportabile; ma da poi si videro le chiese e i monasteri abbondare di tanti stati e ricchezze, ed in tanto numero, che piccola fatica resta loro d'assorbire quel poco ch'è rimaso in potere de' secolari.»
Il potere temporale «appartiene allo Stato in corpo»; ma i principi hanno guadagnata e ottenuta la signoria in tutt'i paesi del mondo.
E, se il romano pontefice e i prelati della Chiesa hanno «potere temporale», non è già
«perchè fosse stato prodotto dalla sovranità spirituale, e fosse una delle sue appartenenze necessarie, ma si è da loro acquistato di volta in volta per titoli umani, per concessioni di principi, o per prescrizioni legittime, non già apostolico iure, come dice san Bernardo: «Nec enim ille tibi dare quod non habebat, potuit».
Questo quadro della Chiesa primitiva accompagnato con tali riscontri ti dà come in iscorcio tutto il processo della storia.
La lotta tra le leggi canoniche e le civili è come il centro di un vasto ordito, che abbraccia tutta la storia della legislazione, illuminata dalla storia de' governi e delle mutazioni politiche.
Vico e Giannone erano contemporanei.
Giannone era di otto anni più giovane.
Ma non parlano l'uno dell'altro, come non si conoscessero.
Pure lavoravano su di un fondo comune, le leggi, e riuscivano per diversa via alle stesse conclusioni.
L'uno era il filosofo, l'altro lo storico del mondo civile.
Tutti e due avvocati mediocri, profondi giureconsulti.
Vico si tenea alto nelle sue speculazioni filosofiche e nelle sue origini, e non scendeva in mezzo agl'interessi e alle passioni, e passò inosservato.
Ma grandissima fu la fama e l'influenza dell'altro, perchè scende nelle quistioni più delicate di quel tempo, ed è scrittore militante, animato dallo stesso spirito de' combattenti.
Parla ardito, e già con quel motteggio, che era proprio del secolo: sente dietro di sè tutta la sua classe, e tutti gli uomini colti.
La persecuzione fece di lui un eroe, lo confermò nella sua via, lo spinse fino al Triregno, la più radicale negazione del papato e dello spiritualismo religioso, a volerne giudicare da' sunti.
Il manoscritto fu seppellito negli archivi dell'Inquisizione.
Il suo motto era: - Bisogna demolire il regno celeste -.
Non gli basta più la polizia ecclesiastica: vuole colpire il papato nella sua radice, rompendo il legame che stringe gli uomini al cielo.
Fa perciò una storia del regno celeste, come prima avea fatto una storia delle leggi ecclesiastiche; e, come questa è il centro di un quadro più vasto, quella è il centro di un quadro che abbraccia tutta l'umanità.
Mostrare i dogmi nella loro origine, nelle loro alterazioni, nella loro negazione, scuotere la fede nel dogma della risurrezione degli uomini: questo fa con grande erudizione e con sottili considerazioni.
Ma l'ambiente in Italia non era ancora tale, che vi potessero trovar favore idee così radicali, elaborate a Vienna e a Ginevra.
La coltura avea sviluppato l'ingegno, ma non avea ancora formato il carattere.
In Giannone stesso l'uomo era inferiore allo scrittore.
Nè i tempi erano così feroci nella persecuzione, e così assoluti nella proibizione, che rendessero possibili le disperate resistenze sino al martirio.
Ci era una mezza libertà, e perciò una mezza opposizione.
Ci era il liberalismo del medio ceto, rivolto contro i baroni e i chierici, favorito dal sovrano, e perciò in certi limiti cortigiano, ipocrita, e, come si dice oggi, in guanti gialli.
Un saggio delle idee di quel tempo e di questo modo di opposizione ce lo dà il seguente brano di uno scrittore napolitano di quella età:
«La giusta idea che fossero i chierici ministri del regno del cielo gli aveva esentati da tutt'i pesi del regno della terra; e la cura destinata loro delle anime e del culto divino gli ha oltre misura arricchiti di beni e privilegi in questo mondo.
Non è già nostra intenzione di diminuire in nulla la vantaggiosa opinione del clero presso il popolo: quEi ministri della religione li rispettiamo nel fondo del cuore.
La religione è una delle prime leggi fondamentali dello Stato; e il senso di tali leggi non deve mai formare l'oggetto della discussione del semplice cittadino.
Al consiglio del sovrano appartiene il decidere delle loro inutilità e vantaggi; siccome la sua suprema potestà ne crea o depone i ministri, ne fissa o sospende l'esercizio, i riti, le funzioni, ne spiega o vela le dottrine, o le vendica, altera ed abroga, conformemente a' lumi che su di ciò la divinità, di cui è il rappresentante, gl'ispira.
Dico la «divinità», perchè altrimenti che significherebbe quel «Dei gratia rex»? Ascoltare e ubbidire, ecco in questo caso il dovere del suddito.
Ma la religione, e soprattutto la vera religione, ordina agli uomini di amarsi, vuole che ciaschedun popolo abbia le migliori leggi politiche, le migliori leggi civili.
Ella impone a' suoi ministri l'osservanza di queste leggi.
Essi devono dare l'esempio: la loro condotta è la base della purità delle coscienze de' popoli.
Ma, parlando a cuore aperto, hanno eglino da più secoli mai dato, o danno tuttora un tale esempio? Le loro immunità personali, l'esenzione de' loro beni da' tributi, le giurisdizioni usurpate, gl'immensi acquisti sorpresi, la maniera rigogliosa con la quale hanno sempre sostenuto tali giurisdizioni ed acquisti, le dottrine bizzarre da loro insegnate a tal fine, e tanti altri loro pretesi privilegi, dritti e riguardi non sono nel fondo tante manifeste infrazioni delle leggi politiche e civili? Essi sono troppo ragionevoli onde volere sottrarsi all'evidenza di questo argomento.
Noi non parliamo a' sacerdoti di Cibele o di Bacco, e molto meno ai preti di Hume e di Rousseau: noi ci lusinghiamo di ragionare co' ministri della vera religione, e fra questi soprattutto con quei d'Italia, li quali si son quasi sempre distinti per l'affabilità e dolcezza del loro carattere, non meno che per l'aborrimento pel bigottismo e l'intolleranza.
Non vi ha una contea, baronia o altro simile feudo, non vi ha una rendita stabile e fissa, un'abitazione comoda e decorosa destinata a compensare i sudori di un ministro di Stato, di un presidente, di un consigliere o di un generale; dove tanti guardiani, priori, vescovi ed abati possedono sotto questo titolo de' pingui feudi e rendite fisse intatte da' pesi de' sovrani ed intangibili, e le loro abitazioni fanno scorno a quelle de' principi.
I frati, comechè giurino solennemente di osservare una maggior povertà del clero secolare, sono andati più oltre nell'accumulare, e han tolto a' poveri secolari i mezzi da potere sussistere.
In coscienza potrebbono essi occupare nell'università le cattedre, nella Corte le cariche, nelle parrocchie i pulpiti, e fino nelle case l'intendenza degli affari domestici? Potrebbero senz'arrossire far da speziale, da mercante e da banchiere? In quanto al loro numero, è divenuto così eccessivo, che, se i principi non vi mettono presto rimedio, il loro vortice inghiottirà l'intiero Stato.
Onde viene che il minimo villaggio d'Italia debba esser retto da cinquanta o sessanta preti, senza contare gl'iniziati di altro rango.
Le città vi pullulano di campanili e i conventi fanno ombra al sole.
Vi ha in qualcheduna di esse venticinque conventi di frati o suore di san Domenico, sette collegi di gesuiti, altrettante case di teatini, una ventina o trentina di monasteri di frati francescani, forse cinquanta altri di diversi ordini religiosi di ambi i sessi, e più di quattro o cinquecento altre chiese e cappelle di minor conto; ma non vi sono all'incontro che trentasei smilze parrocchie, verun osservatorio astronomico, verun'accademia di pittura, di scoltura, di architettura, di chirurgia, di agricoltura e di altre arti e scienze, veruna buona fabbrica di panni o di tele, veruna buona manifattura di seta o di cotone, veruna biblioteca appartenente al pubblico, verun orto botanico o gabinetto di curiosità naturali o teatro anatomico, veruna cura per rendere i porti netti, le strade comode ed agiate, gli alberghi propri e le città illuminate, il commercio più vivo.
Pensano i chierici di dover sempre sentire i comodi della società senza mai sentirne alcun peso? che la bilancia penderà sempre a lor favore? che non vi sarà mai da sperar l'equilibrio?»
Pittura viva di quel tempo nelle sue idee e nel suo linguaggio Si sente a mille miglia il laico, il borghese e l'avvocato.
Il sovrano è per lui l'infallibile.
Dovere del suddito è «ascoltare» e «ubbidire».
Rispetta la religione; ha il maggiore ossequio verso i suoi ministri; li accarezza anche; e fra tante dolcezze che botte da orbo! Il suo dispetto è che quelli sieno così ricchi; e lui, cioè loro, fra tante strettezze.
Se anche loro avessero un feudo, passi.
Ci si vede l'effetto della coltura.
Il confronto fra tante chiese e conventi, e tanta negligenza di scienze, arti, industrie e commerci, è eloquente.
Si sente il progresso dello spirito con un carattere ancora volgare.
L'animo è ancora servile, lo spirito si è emancipato.
Tali erano i giureconsulti, da' quali usciva il movimento liberale, in quella forma un po' grottesca, tra l'insolenza verso il prete e la servilità verso il sovrano.
Pure, teneri com'erano delle leggi, doveano essere portati naturalmente, per necessità della loro professione, a combattere l'arbitrio non solo ne' chierici, ma anche ne' laici, e a promovere una monarchia non più assoluta, ma legale, se non liberale.
Questa tendenza è già manifesta in Giannone.
Adora le leggi romane, ma adora innanzi tutto la legge, ed è inesorabile verso l'arbitrio:
«Fin da' primi tempi - egli dice - della repubblica niente altro bramavasi dalla licenziosa gioventù romana, salvo che non esser governati dalle leggi, ma che dovesse al re ogni cosa rimettersi ed al suo arbitrio, Né ciò per altra ragione se non per quella che...
vien rapportata da Livio: «Regem hominem esse, a quo impetres, ubi ius, ubi iniuria opus sit.
Leges rem surdam, inexorabilem esse».
Sentimenti pur troppo licenziosi e dannevoli.
Meglio sarà che nella repubblica abbondino le leggi, che rimetter tutto all'arbitrio de' magistrati.»
Così la quistione ecclesiastica si allargava, e diveniva quistione legale, combattere l'arbitrio sotto ogni forma.
Le usurpazioni de' nobili e de' chierici erano contrastate come illegittime, contrarie alle leggi politiche e civili.
E del pari erano biasimati gli atti arbitrari nelle autorità secolari, e anche nel monarca.
In questo pendio si andava molto innanzi.
Arbitrio erano non solo gli atti fuori delle leggi, ma le leggi stesse non conformi a giustizia ed equità.
Gli scrittori cominciarono a notare tutt'i disordini e abusi nelle leggi civili e criminali, e i principi lasciavano dire, perchè non si toccava della forma de' governi, nè era messa in dubbio la loro potestà, anzi si facea loro appello per isradicare gli abusi.
Il moto liberale in Italia non veniva dalla filosofia o da «ragioni metafisiche», come dicea Giannone, ma da un intimo sentimento di legalità e di giustizia.
Al Cinquecento il motto de' riformatori era la «corruttela de' costumi».
Allora fu l'«ingiustizia delle leggi».
Quel moto era religioso ed etico, questo era politico, quello stesso moto sviluppato nelle sue premesse e allargato nelle sue conseguenze.
Il movimento, rimasto in gran parte speculativo e senza immediate applicazioni in Bruno, in Campanella, in Vico, quasi ancora un'utopia, allargandosi nella classe colta, si concretava nello scopo e ne' mezzi, per opera principalmente de' giureconsulti.
Scopo era combattere i privilegi ecclesiastici e feudali in nome dell'eguaglianza, combattere l'arbitrio in nome della legge, e riformare la legge in nome della giustizia e dell'equità.
La leva era il principato civile, elemento laico, legale e riformatore, sul quale si appoggiavano le speranze de' novatori.
Le idee erano sviluppate con grande erudizione, con molta sottigliezza d'interpretazioni e di argomentazioni, come di gente avvezzata alle dispute forensi.
In Germania il movimento era appena spuntato, rimasto nelle alte regioni della speculazione.
Il sensismo di Locke avea generato lo scetticismo di Hume, e n'era nata una nuova speculazione sull'intelletto umano, una filosofia o una critica dell'intelletto, del quale Locke avea scritta la storia.
Kant e poi Fichte concentravano lo spirito in quegli ardui problemi, e attendevano a gittare profonde le radici prima di alzare l'albero; pensavano alla base, sulla quale dovea sorgere la civiltà nazionale.
Di questi filosofi in Italia era appena penetrato Locke, e in una traduzione mutilata dalla censura.
Il movimento, come si andava sviluppando nell'Inghilterra e in Germania, aveva appena qualche eco in Italia, anzi anche colà penava a farsi via, dominato dagl'influssi francesi.
La Francia era la grande volgarizzatrice delle idee dal secolo anteriore elaborate: era non la dimostrazione, ma l'epilogo; non la ricerca, ma la formola; non la speculazione, ma l'applicazione; la scienza già assodata ne' suoi princìpi e divenuta catechismo, in una forma letteraria e popolare, che rendeva la propaganda irresistibile.
La negazione giungeva all'ultima sua efficacia nell'ironia bonaria di Voltaire, con tanto buon senso sotto tanta malizia.
L'affermazione giungeva alla precisione di un catechismo in Rousseau, che combatteva quella società convenzionale in nome della società naturale, dalla quale scaturivano i dritti dell'uomo, il suffragio universale e la sovranità del popolo.
Già la sua non era quasi più una speculazione filosofica: era una bibbia, filosofia divenuta sentimento, e calata nell'immaginazione.
Montesquieu sollevava i più ardui problemi di politica e di legislazione, in una forma incisiva, la quale, più che scienza, era sapienza condensata e formolata.
Intorno a questi centri si aggruppavano gli enciclopedisti, e una moltitudine di scrittori diversi d'ingegno e di coltura, ma tenuti tutti a quel tempo grandi uomini.
Ben presto non ci fu più uomo colto in Italia che non li leggesse avidamente.
Abbondarono i «filosofi», i «filantropi» e gli «spiriti forti», i nuovi nomi de' liberali o degli uomini nuovi, o novatori.
I filosofi erano filantropi o amici dell'uomo, o umanitari, e insieme spiriti forti o liberi pensatori, che in nome della ragione o della scienza condannavano tutto ciò che nelle idee o ne' fatti se ne allontanava.
La loro azione pubblica era avvalorata dalle associazioni secrete de' franchi muratori, mossi dagli stessi fini e dagli stessi sentimenti.
Emancipare il pensiero e l'azione da ogni ostacolo esteriore, religioso o sociale, uguagliare giuridicamente le classi, provvedere all'istruzione e al benessere delle classi inferiori, queste erano le basi del nuovo edificio che si voleva costruire.
Credevasi che tutto questo si potesse ottenere con articoli di leggi, a quel modo che avevano fatto Solone, Licurgo, Numa.
E blandivano i sovrani, e li predicavano istrumenti provvidenziali per il rinnovamento del mondo.
Si formò una pubblica opinione, il cui centro era Parigi, la cui voce erano i filosofi.
Seguire la pubblica opinione, fare alcune riforme secondo i dettami de' filosofi era un mezzo di governo, un modo di acquistarsi fama e popolarità a buon mercato, come era nel secolo decimosesto il proteggere letterati e artisti.
Il gran delitto del secolo, il violento attentato alla nazionalità polacca rimase seppellito sotto quel nembo di fiori che i filosofi sparsero sulla memoria di Elisabetta e Caterina seconda, di Maria Teresa e Giuseppe secondo e di Federico secondo, i cortigiani e i corteggiati di Voltaire, di D'Alembert, di Raynal, e degli enciclopedisti.
Nè voglio già dire che fossero riformatori solo per calcolo: chè sarebbe calunniare la natura umana.
Riforme benefiche, e non pericolose alla loro autorità, anzi buone a rafforzarla, le facevano volentieri, cospirando insieme l'utile proprio e l'interesse pubblico: il calcolo si accompagnava col desiderio del bene, col piacere delle lodi, e con l'intima persuasione, imbevuti com'erano delle stesse idee.
Il simile avveniva in Italia.
I principi gareggiarono nelle riforme, Carlo terzo e Ferdinando quarto, Maria Teresa e Giuseppe secondo, Leopoldo, Carlo Emmanuele, e fino papa Ganganelli, che alla pubblica opinione offerse in olocausto i gesuiti.
I filosofi, domandando in nome della libertà e della uguaglianza l'abolizione di tutt'i privilegi feudali, ecclesiastici, comunali, provinciali, e di ogni distinzione di classi, o di ordini sociali, avevano seco i principi, che lottavano appunto da gran tempo per conseguire questo scopo, fondando il loro potere assoluto sulla soppressione di ogni libertà o privilegio locale.
Fin qui filosofia e monarchia assoluta andavano di conserva.
Lo stesso accordo era per le riforme economiche, amministrative e giuridiche, come semplicizzare le imposte, unificare le leggi, svincolare la proprietà, promovere l'industria e il commercio e l'agricoltura, assicurare contro l'arbitrio la vita e le sostanze de' cittadini.
I principi ci stavano, e qual più, qual meno erano innanzi in quella via.
Pensavano che, fiaccato il clero e la nobiltà, sciolte le maestranze, rimosse tutte le resistenze locali, sarebbe rimasta nelle loro mani la signoria assoluta, assicurata da' due nuovi ordigni che succedevano a quella compagine disfatta del medio evo, la burocrazia e l'esercito.
E non pensavano che i princìpi da cui movevano quelle riforme, e che costituivano la pubblica opinione, menavano a conseguenze più lontane, essendo impossibile che abolendo i privilegi rimanesse salvo il privilegio più mostruoso, ch'era la monarchia assoluta e di dritto divino, e che, frenando l'arbitrio ne' preti, ne' baroni e ne' magistrati, potessero essi governare a lungo co' biglietti regi e i motupropri.
Erano conseguenze inevitabili, che presto o tardi avrebbero condotta la rivoluzione anche se la Francia non ne avesse dato l'esempio.
Ma per allora nessuno ci badava, e si procedeva allegramente nelle riforme, persuasi tutti che bastassero ministri «illuminati» e principi «paterni» per potere pacificamente e per gradi rinnovare la società.
Gli scrittori non impediti, anzi incoraggiati e protetti, lasciavano le speculazioni astratte, e trattavano i problemi più delicati e di applicazione immediata con quella sicurezza che veniva e dall'applauso pubblico e dalla benevolenza de' principi, «direttori della pubblica felicità».
Beccaria dice:
«I grandi monarchi, i benefattori dell'umanità, che ci reggono, amano le verità esposte dall'oscuro filosofo,...
e i disordini presenti...
sono la satira e il rimprovero delle passate età, non già di questo secolo e de' suoi legislatori.»
E Filangieri con entusiasmo meridionale così conchiude il libro secondo della sua Scienza della legislazione:
«Il filosofo dee essere l'apostolo della verità e non l'inventore de' sistemi.
Il dire che «tutto si è detto» è il linguaggio di coloro che non sanno cosa alcuna produrre, o che non hanno il coraggio di farlo.
Finchè i mali che opprimono l'umanità non saranno guariti; finchè gli errori e i pregiudizi che li perpetuano troveranno de' partigiani; finchè la verità conosciuta da pochi uomini privilegiati sarà nascosta alla maggior parte del genere umano; finchè apparirà lontana da' troni; il dovere del filosofo è di predicarla, di sostenerla, di promuoverla, d'illustrarla.
Se i lumi ch'egli sparge non sono utili pel suo secolo e per la sua patria, lo saranno sicuramente per un altro paese.
Cittadino di tutti i luoghi, contemporaneo di tutte le età, l'universo è la sua patria, la terra è la sua scuola, i suoi contemporanei e i suoi posteri sono i suoi discepoli.»
La filosofia è già oltrepassata.
Non la si dimostra più, è un antecedente generalmente ammesso.
Lo scopo non è fare una filosofia, inventare un sistema.
Lo scopo è un apostolato, propagare e illustrare la filosofia, cioè la verità conosciuta da pochi uomini privilegiati.
È la verità annunziata con tuono di oracolo, col calore della fede, come facevano gli apostoli.
È una nuova religione.
Ritorna Dio tra gli uomini.
Si rifà la coscienza.
Rinasce l'uomo interiore.
E rinasce la letteratura.
La nuova scienza già non è più scienza: è letteratura.
XX
LA NUOVA LETTERATURA
L' uomo che rappresenta lo stato di transizione tra la vecchia e la nuova letteratura è Metastasio.
L'antica letteratura, non essendo oramai più che forma cantabile e musicabile, ha come ultima espressione il dramma in musica, dove non è più fine, ma mezzo: è melodia, e serve alla musica.
Ma non vi si rassegna, e vuol conservare la sua importanza, rimanere letteratura.
Quest'ultima forma della vecchia letteratura è Metastasio.
La sua vita si stende dal 1698 al 1782.
Vincenzo Gravina che l'educò, a quel modo che richiamava lo studio delle leggi alle fonti romane illustrandole, e tentando una prima filosofia del dritto, voleva ritirare l'arte alla greca semplicità, purgandola della corruzione seicentistica, e scrisse tragedie a modo di Sofocle, e tentò una teoria dell'arte che chiamò Ragion poetica.
Il buon uomo vedea il male, ma non le sue cause e non i suoi rimedi.
La semplicità è la forma della vera grandezza, di una grandezza inconscia e divenuta natura.
Niente era più contrario al secolo, manierato e pretensioso al di fuori, vacuo al di dentro.
Per combattere il manierismo, Gravina soppresse il colorito e vi supplì con la copia delle sentenze morali e filosofiche.
L'intenzione era buona; parea volesse dire: - Cose e non parole -.
Nè altra è la tendenza della sua Ragion poetica, dove il vero è rappresentato come sostanza dell'arte, e il vero ignudo, non «condito in molli versi».
Così, volendo esser semplice, riuscì arido.
La teoria non era nuova, anzi era la vecchia teoria di Dante ringiovanita dal Tasso; ma parve nuova in un tempo che lo sforzo dell'ingegno era tutto intorno alla frase.
Metastasio fu educato secondo queste idee.
Il severo pedagogo gli proibì la lettura del Tasso e de' poeti posteriori, lo ammaestrò di buon'ora nel greco e nel latino, e lo volse allo studio delle leggi, vagheggiando se stesso redivivo in un Metastasio giureconsulto e letterato.
Ma il giovine era poeta nato.
E morto il Gravina, si gettò avidamente sul frutto proibito, e la Gerusalemme Liberata, l'Aminta, il Pastorfido, soprattutto l'Adone, furono il suo cibo.
Quella prima educazione classica non gli fu inutile, perchè lo avvezzò alla naturalezza e alla semplicità, e lo nutrì di buoni esempi e di solida dottrina.
Ma, lasciato a sè medesimo, si sviluppò in lui, come in tutti quelli che hanno ingegno, il senso della vita contemporanea.
Il maestro volea farne un tragico a uso greco, o piuttosto a uso suo.
Ma la tragedia non era la sua vocazione, e l'autore del Giustino preferì Ovidio a Sofocle, e, come era moda, fece la sua comparsa trionfale in Arcadia con sonetti, canzonette, idilli, i cui eroi d'obbligo erano Cloe, Nice, Fille, Tirsi, Irene e Titiro.
Il Sogno della gloria è l'ultimo lavoro a uso Gravina, ammassato di sentenze che sono luoghi comuni, e pieno di reminiscenze classiche e dantesche.
Il Ritorno della primavera, scritto l'anno appresso, 1719, ti mostra già i vestigi dell'Aminta e dell'Adone, facilmente impressi in quell'anima ricca di armonie e d'immagini.
L'ideale del tempo era l'idillio, il riposo e l'innocenza della vita campestre, in antitesi alla vita sociale, così come l'avevano sviluppato il Tasso, il Guarini e il Marino.
L'idillio era un certo equilibrio interiore, uno stato di pace e di soddisfazione a cui il dolore serviva come di salsa.
L'Arcadia, volendo riformare il gusto, avea tolto all'idillio quella tensione intellettuale che si chiamava il «seicentismo», sì che la forma era rimasta una pura effusione musicale dell'anima beatamente oziosa, cullata da molli cadenze tra l'elegiaco e il voluttuoso: ciò che dicevasi «melodia».
La musica penetrava già in questa forma così apparecchiata a riceverla, e la canzone diveniva la canzonetta la cantata e l'arietta, e il dramma pastorale diveniva il dramma in musica.
Le canzonette del Rolli erano in molta voga, ma già si disputava quale ne facesse di migliori, o il Metastasio o il Rolli.
Sciupata l'eredità del Gravina, il nostro Metastasio, visto che l'Arcadia non gli dava pane, ricordò i consigli del maestro, e andò a Napoli col proposito di far l'avvocato.
Ma Napoli era già il paese della musica e del canto.
E le sue arringhe furono cantate ed epitalami.
In occasione di nozze prima si scrivevano sonetti e canzoni: allora erano in voga epitalami, cantate e feste teatrali.
Il Metastasio fu poeta di nozze, e restano di lui tre epitalami, storie mitologiche e idilliche, dove è visibile l'imitazione del Tasso e del Marino.
Canta le nozze di Antonio Pignatelli e Anna de' Sangro, evocando gli amori di Venere e Marte, a' quali intreccia gli amori degli sposi, e naturalmente Anna è Venere, e Antonio è Marte.
Vi trovi il monte dell'Amore, che ricorda il giardino di Armida, e tutto il vecchio repertorio mitologico, immagini e concetti.
Ecco come descrive Anna:
Se in giro in liete danze il passo mena,
se tace o ride, o se favella o canta,
porta in ogni suo moto Amore accolto,
Pallade in seno e Citerea nel volto.
Vicino al lato suo siedono al paro
con la dolce consorte il genitore,
coppia gentil d'illustre sangue e chiaro,
vivi esempli di senno e di valore:
alme che prima in ciel si vagheggiaro,
e poi quaggiù le ricongiunse Amore:
e dier tal frutto, che non vede il sole
più nobil pianta e più leggiadra prole.
Sono ottave mediocrissime e poco limate, ma dove già trovi facilità di verso e di rima e molta chiarezza.
Un'ottava, dove descrive Anna che canta, rivela nell'evidenza e nel brio del colorito una certa genialità:
La voce pria nel molle petto accolta,
con maestra ragion spigne o sospende;
ora in rapide fughe e in groppi avvolta,
velocissimamente in alto ascende;
ora in placido corso e più disciolta,
soavissimamente in giù discende;
i momenti misura, annoda e parte,
e talor sembra fallo, ed è tutt'arte.
Qui lascia le solite generalità, entra nel vivo de' particolari, e vi mostra la forza di chi sa già tutto dire e nel modo più felice.
Gli epitalami non sono in fondo che idilli, col solito macchinismo, Amore, Venere, Marte, Diana, Minerva, Vulcano.
Nè altro sono le prime sue azioni teatrali, rappresentate in Napoli, come la Galatea, l'Endimione, gli Orti Esperidi, l'Angelica.
Diamo un'occhiata all'Angelica.
Di rincontro a' protagonisti, Angelica e Orlando, stanno Licori e Tirsi.
C'è il solito antagonismo tra la città e la campagna, la scaltrezza di Angelica e l'ingenuità di Licori: onde nasce un intrighetto che riesce nel più schietto comico.
Le furie di Orlando non possono turbare la pace idillica diffusa su tutto il quadro, e lo stesso Orlando finisce idillicamente:
Torna, torna ad amarmi e ti perdono.
Aurette leggiere
che intorno volate,
tacete, fermate,
chè torna il mio ben.
Angelica lascia per sempre quegli ameni soggiorni con quest'arietta:
Io dico all'antro - Addio! -
ma quello al pianto mio
sento che, mormorando:
- Addio! - risponde.
Sospiro, e i miei sospiri
ne' replicati giri
Zeffiro rende a me
da quelle fronde.
La canzonetta di Licori, penetrata di una malinconia dolce e molle, è già canto e musica, una pura esalazione melodica, una espressione sentimentale rigirata in se stessa, come un ritornello:
Ombre amene,
amiche piante,
il mio bene,
il caro amante
chi mi dice ove ne andò?
Zeffiretto lusinghiero
a lui vola messaggiero.
di' che torni e che mi renda
quella pace che non ho.
Concetti e immagini oramai comunissime, senza più alcun valore letterario, e rimaste interessanti solo come combinazioni melodiche.
L'effetto non è nelle idee, ma in quel canto di due amanti a una certa lontananza e nascosti tra le fronde; perchè, mentre Licori cerca Tirsi, Tirsi cerca Licori con la stessa melodia:
La mia bella
pastorella,
chi mi dice ove ne andò?
È notabile che in questa cheta atmosfera idillica penetra una cert'aria di buffo, un certo movimento vivace e allegro, come è la dichiarazione amorosa di Licori a Orlando, ascoltatore non visto Tirsi.
La Bulgarelli, celebre cantante, che negli Orti Esperidi rappresentava la parte di Venere, prese interesse al giovane autore, e lo addestrò in tutt'i misteri del teatro.
Il maestro Porpora gl'insegnò la musica.
Questa fu la seconda educazione di Metastasio, corrispondente alla sua vocazione.
Roma ne avea fatto un arcade.
Napoli ne fece un poeta.
La Didone abbandonata, scritta sotto l'ispirazione e la guida della Bulgarelli, fissò l'opinione, e Metastasio prese posto d'un tratto accanto ad Apostolo Zeno, che tenea il primato, poeta cesareo alla corte di Vienna.
Più tardi, a proposta dello stesso Zeno, occupò egli quell'ufficio, e menò a Vienna vita pacifica e agiata, universalmente stimato, e tenuto senza contrasto principe della poesia melodrammatica.
La sua vita fu un idillio, e se questo è felicità, visse felicissimo sino alla tarda età di ottantaquattro anni.
Vivo ancora, fu divinizzato.
Lo chiamarono il «divino Metastasio».
Se guardiamo al meccanismo, il suo dramma è congegnato a quel modo che avea già mostrato Apostolo Zeno.
Ma il meccanismo non è che la semplice ossatura.
Metastasio spirò in quello scheletro le grazie e le veneri di una vita lieta e armoniosa.
E fu il poeta del melodramma, di cui lo Zeno era stato l'architetto.
La sua idea fissa fu di costruire il melodramma come una tragedia, tale cioè che anche senz'accompagnamento musicale avesse il suo effetto.
E la sua ambizione fu di lasciare le basse regioni dell'idillio e del buffo, e tentare i più alti e nobili argomenti del «genere tragico», come se la nobiltà fosse nell'argomento.
Questo si vede già nella Didone e nel Catone in Utica.
Più tardi volle gareggiare co' grandi poeti francesi, e il Cinna di Corneille ebbe il suo riscontro nella Clemenza di Tito, e l'Atalia di Racine nel Gioas.
Su questa via porse il fianco alla critica, e sorsero dispute se e fino a qual punto i suoi drammi fossero tragedie.
Ed ecco in mezzo l'inevitabile Aristotele e le famose quistioni delle unità drammatiche.
Metastasio si mescolò nella contesa, e nell'Estratto dell'«Arte poetica» di Aristotile addusse indirettamente argomenti in suo favore.
La critica era ancora così impastoiata nell'esterno meccanismo, che molti seriamente domandarono come potesse esser tragedia un dramma, che aveva soli tre atti.
A Metastasio pareva quasi una degradazione scendere dall'alto seggio di poeta tragico, ed essere rilegato fra' melodrammatici.
Pregiudizio instillatogli dal Gravina, che non vedea di là dalla tragedia classica.
La Merope del Maffei, che allora levava molto rumore, l'offuscava, e nol lasciava dormire la gloria di Corneille e di Racine.
Ranieri de' Calsabigi, celebre per la polemica ch'ebbe poi con Alfieri intorno al Filippo, sosteneva che quei drammi fossero proprie e vere tragedie.
E nella medaglia, che dopo la sua morte i Martinez fecero incidere in suo onore, si leggeva questo motto: «Sophocli Italo».
Ma il pubblico, che lo idolatrava, si ostinò a chiamare le sue opere teatrali non tragedie, e neppur melodrammi, ma drammi, come quelli che avevano un valore in sè, anche fuori della musica.
E il pubblico avea ragione.
Sono una poesia già penetrata e trasformata dalla musica, ma che si fa ancora valere come poesia.
Stato di transizione, che dà una fisonomia al nostro «Sofocle».
Più tardi, quei drammi, come letteratura paiono troppo musicali, e ne nasce la reazione di Alfieri; come musica paiono troppo letterari, e ne nasce la reazione del melodramma in due atti.
Si potrebbe conchiudere che perciò appunto quei drammi sono cosa imperfetta, troppo musicali come poesia, e troppo poetici come musica: perciò abbandonati dalla musica, e offuscati dalla nuova letteratura.
Il che avviene facilmente a chi sta tra due e non ha chiara coscienza di quello che vuol fare.
Pure è certo che quei drammi ebbero al lor tempo un successo maraviglioso, e che anche oggi, in una società così profondamente mutata, producono il loro effetto.
È noto l'entusiasmo di Rousseau e l'ammirazione di Voltaire per questo poeta.
In Italia i critici, dopo un breve armeggiare, gli s'inchinarono, tratti dall'onda popolare.
Certi luoghi, che fanno sorridere il critico, movono oggi ancora il popolo, gli tirano applausi.
Nessun poeta è stato così popolare, come il Metastasio, nessuno è penetrato così intimamente nello spirito delle moltitudini.
Ci è dunque ne' suoi drammi un valore assoluto, superiore alle occasioni, resistente alla stessa critica dissolvente del secolo decimonono.
Gli è che quella sua oscura coscienza, quel distacco tra quello che vuol fare e quello che fa, quella poesia che non è ancora musica e non è più poesia, è non capriccio, pregiudizio o pedanteria individuale, ma la forma stessa del suo genio e del suo tempo.
Perciò non è costruzione artificiosa, come la tragedia del Gravina o il poema del Trissino, ma è composizione piena di vita, che nella sua spontaneità produce risultati superiori alle intenzioni del compositore.
Ciò ch'egli vi mette con intenzione e con coscienza, non è il pregio, ma il difetto del lavoro.
E intorno a questo difetto arzigogolavano lui e i critici.
Se vogliamo gustarlo, facciamo come il popolo.
Non domandiamo cosa ha voluto fare, ma cosa ha fatto, e abbandoniamoci alla schiettezza delle nostre impressioni.
Anche il critico, se vuol ben giudicare, dee abbandonarsi alla sua spontaneità, come l'artista.
Prendiamo il primo suo dramma, la Didone.
Volea fare una tragedia.
Studiò l'argomento in Virgilio, e più in Ovidio.
Ma andate a fare una tragedia con quell'uomo e con quella società.
Non capiva che a quella società e a lui stesso mancava la stoffa da cui può uscire una tragedia.
Fare una tragedia con la Bulgarelli consigliera, con maestro Porpora direttore, con quel Sarro compositore, e col pubblico dell'Angelica e degli Orti Esperidi, e in presenza della sua anima elegiaca, idillica, melodica, impressionabile e superficiale, come il suo pubblico! Ne uscì non una tragedia, che sarebbe stata una pedanteria nata morta, ma un capolavoro, tutto caldo della vita che era in lui e intorno a lui, e che anche oggi si legge con avidità da un capo all'altro.
La Didone virgiliana è sfumata.
Le reminiscenze classiche sono soverchiate da impressioni fresche e contemporanee.
Sotto nome di «Didone» qui vedi l'Armida del Tasso, messa in musica.
La donna olimpica o paradisiaca cede il posto alla donna terrena, come l'ha abbozzata il Tasso in questa tra le sue creature la più popolare, dalla quale scappan fuori i più vari e concitati moti della passione femminile, le sue smanie e le sue furie.
Ma è un'Armida col comento della Bulgarelli, alla cui ispirazione appartengono i movimenti comici penetrati in questa natura appassionata, com'è nella scena della gelosia, applauditissima alla rappresentazione.
Una Didone così fatta non ha niente di classico, qui non ci è Virgilio, e non Sofocle: tutto è vivo, tutto è contemporaneo.
La passione non ha semplicità e non ha misura, e nella sua violenza rompe ogni freno, perde ogni decoro.
Se in Didone fosse eminente il patriottismo, il pudore, la dignità di regina, l'amore de' suoi, la pietà verso gl'iddii, se in lei fosse più accentuata l'eroina, il contrasto sarebbe drammatico, altamente tragico.
Ma l'eroina c'è a parole, e la donna è tutto: la passione, unica dominatrice, diviene come una pazzia del cuore, cinica e sfrontata sino al grottesco, e scende dritta la scala della vita sino alle più basse regioni della commedia.
Al buon Pindemonte danno fastidio alcuni tratti comici, e non vede che sotto forme tragiche la situazione è sostanzialmente comica sicchè, se in ultimo Enea si potesse rappattumare con l'amata, sarebbe il dramma, con lievi mutazioni, una vera commedia.
E non già una commedia costruita artificialmente, ma colta dal vero, perchè è la donna come poteva essere concepita in quel tempo, ispirata dalla Bulgarelli e da quel pubblico nell'anima conforme del poeta, e contro le sue intenzioni, e senza sua coscienza.
A Metastasio, che voleva fare una tragedia, dire che aveva partorito una commedia in forma tragica, sarebbe stato come dire una bestemmia.
Il comico è in quei sì e no della passione, in quei movimenti subitanei, irrefrenabili, che scoppiano improvvisi e contro l'aspettazione, nell'irragionevole, spinto sino all'assurdo, negl'intrighi e nelle scaltrezze, di bassa lega, più da donnetta che da regina, e tutto così a proposito, così naturale, con tanta vivacità, che il pubblico ride e applaude, come volesse dire: - È vero.
- Fu per il poeta un trionfo.
Alcuni motti rimasero proverbiali, come:
Temerario! Ch'ei venga!
Quando allora allora avea detto:
mai più non mi vedrà quell'alma rea.
O come:
Passato è il tempo, Enea,
che Dido a te pensò.
La sua sortita contro Arbace, quasi nello stesso punto che gli aveva promessa la sua mano, quel cacciar via da sè Osmida e Selene nella cecità del suo furore, le sue credulità, le sue dissimulazioni, le sue astuzie, tutto ciò è tanto più comico, quanto è meno intenzionale, contemperato co' moti più variati di un'anima impressionabile e subitanea: sdegni che son tenerezze, e minacce che sono carezze.
C'è della Lisetta e della Colombina sotto quel regio manto.
E tutto il quadro è conforme.
Iarba con le sue vanterie e le sue pose rasenta il bravo della commedia popolare; Selene, ch'è l'«Anna, soror mea», rappresenta la parte della «patita», con molta insipidezza; e il pio Enea nella sua parte di amoroso attinge il più alto comico, massime quando Didone lo costringe a tenerle la candela.
Il nodo stesso dell'azione ha l'aria di un intrigo di bassa commedia, co' suoi equivoci e i suoi incontri fortuiti.
La Didone fece il giro de' teatri italiani.
E dappertutto piacque.
Metastasio indovinava il suo pubblico, e trovava se stesso.
Quel suo dramma, a superficie tragica, a fondo comico, coglieva la vita italiana nel più intimo, quel suo contrasto tra il grandioso del di fuori e la vacuità del di dentro.
Il tragico non era elevazione dell'anima, ma una semplice fonte del maraviglioso, così piacevole alla plebe, come incendii, duelli, suicidii.
Il comico riconduceva quelle magnifiche apparenze di una vita fantastica nella prosaica e volgare realtà, piccoli intrighi, amori pettegoli, stizze, braverie.
Concordare elementi così disparati, fondere insieme fantastico e reale, tragico e comico, sembra poco meno che impossibile: pure qui è fatto con una facilità piena di brio e senz'alcuna coscienza, com'è la vita nella sua spontaneità.
L'illusione è perfetta.
Una vita così fatta pare un'assurdità: pure è là, fresca, giovane, vivace, armonica, e t'investe e ti trascina.
Il povero Metastasio, inconscio del grande miracolo, si difendeva con Aristotile e con Orazio; alle vecchie critiche si aggiunsero le nuove.
Oggi la ragione e l'estetica condannano quella vita, come convenzionale e incoerente.
Ma essa è là, nella sua giovanezza immortale, e le basta rispondere: - Io vivo.
- E, se l'estetica non l'intende, tanto peggio per l'estetica.
Metastasio aveva tutte le qualità per produrre quella vita.
Brav'uomo, buon cristiano, nel suo mondo interiore ci erano tutte le virtù, ma in quel modo tradizionale e abituale ch'era possibile allora, senza fede, senza energia, senza elevatezza d'animo, perciò senza musica e senza poesia.
Così erano Vico e Muratori, bonissima gente, ma senza quella fiamma interiore, dove si scalda il genio del filosofo e del poeta.
Erano personaggi idillici, veneranda immagine di una società tranquilla e prosaica.
Vico agitava i più grandi problemi sociali con la calma di un erudito.
E si comprende come la poesia si cercasse in quel tempo fuori della società, nell'età dell'oro e nella vita pastorale.
Ma nessuno può fuggire alla vita che lo circonda.
Patria, religione, onore, amore, libertà operavano in quella vita posticcia, come in quella pacifica società, con perfetto riposo ed equilibrio dell'anima.
Metastasio, che cercava la tragedia con la testa, era per il carattere un arcade, tutto Nice e Tirsi, tutto sospiri e tenerezze.
Da questa natura idillica poteva uscire l'elegia, non la tragedia.
Aveva, come il Tasso, grande sensibilità, molta facilità di lacrime, ma superficiale sensibilità, che poteva increspare, non turbare il suo mondo sereno.
Non si può dir che la sua sensibilità fosse malinconia, la quale richiede una certa durata e consistenza: era emozione nata da subitanei moti interni, e che passava con quella stessa facilità che veniva.
Questo difetto di analisi e di profondità nel sentimento manteneva al suo mondo il carattere idillico, non lo trasformava, ma lo accentuava e lo coloriva nel suo movimento; perchè l'idillio senza elegia è insipido.
Una immaginazione non penetrata dalla serietà di un mondo interiore, appena ventilata dal sentimento, scorre leggiera su questo mondo idillico, e vi annoda e snoda una folla di accidenti, che gli danno varietà e vivacità.
Sembrano sogni che svaniscono appena formati, ma con tale chiarezza plastica ne' sentimenti e nelle immagini, che vi prendi la più viva partecipazione.
Il poeta vi s'intenerisce, vi si trastulla, vi si dimentica:
Sogni e favole io fingo; e pure in carte
mentre favole e sogni orno e disegno,
in lor, folle ch'io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango e mi sdegno.
Di sogni e favole ce n'era tutto un arsenale nelle nostre infinite commedie e novelle, dove attingevano anche i forestieri, e dove attinge Metastasio.
Ciò a cui mira è sorprendere, fare un colpo di scena, guidato dalla sua grand'esperienza del teatro e del pubblico.
Ingegno svegliato e rapido, non perde mai di vista lo scopo, non s'indugia per via, divora lo spazio, sopprime, aggruppa, combina, producendo effetti subitanei e perciò irresistibili.
Combinazioni drammatiche, che appunto perchè mirano a uno scopo meramente teatrale, mancano di serietà interiore, e spesso hanno aria d'intrighi comici, con que' viluppi, con quegli equivoci, con quei parallelismi.
Nè solo il comico è nella logica stessa di quelle combinazioni, ma nella natura de' fatti, che spesso sono episodi della vita comune nella sua forma più pettegola e civettuola.
Così un eroico puramente idillico andava a finire ne' bassi fondi della commedia.
Cesare sonava il violino e faceva all'amore.
Tale era Metastasio, e tale era il suo tempo, idillico, elegiaco e comico, vita volgare in abito eroico, vellicata dalle emozioni dell'elegia e idealizzata nell'idillio.
Si può ora comprendere il meccanismo del dramma metastasiano.
Sta in cima l'eroe o l'eroina, Zenobia o Issipile, Temistocle o Tito.
L'eroe ha tutte le perfezioni che la poesia ha collocate nell'età dell'oro, e sveglia l'eroismo intorno a sè, rende eroici anche i personaggi secondari.
Più l'età è prosaica, più esagerato è l'eroismo, abbandonato a una immaginazione libera, che ingrandisce le proporzioni a arbitrio, con non altro scopo che di eccitare la maraviglia.
Il maraviglioso è in questo, che l'eroe è un'antitesi accentuata e romorosa alla vita comune, offrendo in olocausto alla virtù tutt'i sentimenti umani, come Abramo pronto a uccidere il figlio.
Così Enea abbandona Didone per seguire la gloria, Temistocle e Regolo vanno incontro a morte per amor della patria, Catone si uccide per la libertà, Megacle offre la vita per l'amico, e Argene per l'amato.
Questa forza di soffocare i sentimenti umani e naturali, che regolano la vita comune, era detta «generosità» o «magnanimità», «forza» o «grandezza di animo», com'è il perdono delle offese, il sacrificio dell'amore, o della vita.
Situazione tragica se mai ce ne fu, anzi il fondamento della tragedia.
Ma qui rimane per lo più elegiaca, feconda di emozioni superficiali, momentanee e variate, che in ultimo sgombrano a un tratto e lasciano il cielo sereno.
La generosità degli uni provoca la generosità degli altri, l'eroismo opera come corrente elettrica, guadagna tutt'i personaggi, e tutto si accomoda come nel migliore de' mondi, tutti eroi e tutti contenti.
Di questa superficialità che resta ne' confini dell'idillio e dell'elegia, e di rado si alza alla commozione tragica, la ragione è questa, che la virtù vi è rappresentata non come il sentimento di un dovere preciso e obbligatorio per tutti, corrispondente alla vita pratica, ma come un fatto maraviglioso, che per la sua straordinarietà tolga il pubblico alla contemplazione della vita comune.
Perciò è una virtù da teatro, un eroismo da scena.
Più le combinazioni sono straordinarie, più le proporzioni sono ingrandite, e più cresce l'effetto.
I personaggi posano, si mettono in vista, sentenziano, si atteggiano, come volessero dire: - Attenti! Ora viene il miracolo.
- Temistocle dice:
...
...
Sentimi, o Serse;
Lisimaco, m'ascolta; udite, o voi,
popoli spettatori,
di Temistocle i sensi; e ognun ne sia
testimonio e custode.
In questo meccanismo trovi sempre la collisione, il contrasto tra l'eroismo e la natura.
L'eroismo ha la sua sublimità nello splendore delle sentenze.
La natura ha il suo patetico nelle tenere effusioni dei sentimenti.
Ne nasce un urto vivace di sentimenti e di sentenze, con alterna vittoria e con crescente sospensione, come nel soliloquio di Tito; insino a che natura ed eroismo fanno la loro riconciliazione in un modo così inaspettato e straordinario, com'è tutto l'intrigo.
Tito fa condurre Sesto all'arena, deliberato già di perdonargli: non basta la virtù, vuole lo spettacolo e la sorpresa.
Questa, che a noi pare una moralità da scena, era a quel tempo una moralità convenuta, ammessa in teoria, ammirata, applaudita, a quel modo che le romane battevano le mani ai gladiatori che morivano per i loro begli occhi.
Si direbbe che Tito facesse il possibile per meritarsi gli applausi del pubblico.
Appunto perchè questo eroismo non aveva una vera serietà di motivi interni e non veniva dalla coscienza, quel mondo atteggiato all'eroica aveva del comico, ed era possibile che vi penetrasse senza stonatura la società contemporanea nelle sue parti anche buffe e volgari.
Prendiamo l'Adriano.
Vincitore de' Parti, proclamato imperatore, Adriano si trova in una delle situazioni più strazianti, promesso sposo di Sabina, amante di Emirena figlia del suo nemico, e rivale di Farnaspe, l'amato di Emirena.
Situazione molto avviluppata, e che diviene intricatissima per opera di un quarto personaggio, Aquilio, confidente di Adriano, amante secreto di Sabina, e che perciò fomenta la passione del suo padrone.
Emirena per salvare il padre offre la mano ad Adriano.
La generosità di Emirena eccita la generosità di Sabina, che scioglie Adriano dalla data fede.
La generosità di Sabina eccita la generosità di Adriano, che libera il padre di Emirena, rende costei al suo amato, e sposa Sabina.
E tutti felici, e il coro intuona le lodi di Adriano.
Ma guardiamo in fondo a questi personaggi eroici.
Adriano è una buona natura d'uomo, tutt'altro che eroica, voltato in qua e in là dalle impressioni, mobile, superficiale, credulo, in somma un buon uomo che rasenta l'imbecille.
Non è lui che opera: egli è il paziente, anzi che l'agente del melodramma, e come colui che dà ragione a chi ultimo parla, dà sempre ragione all'ultima impressione.
Si trova eroe per occasione, un eroe così equivoco, che impedisce ad Emirena di baciargli la mano, tremando di una nuova impressione.
Maggiori pretensioni all'eroismo ha Osroa, il re de' Parti, reminiscenza di Iarba.
Un patriota, che appicca l'incendio alla reggia, che uccide un creduto Adriano, che è condannato a morte, che supplica la figlia di ucciderlo, sarebbe un carattere interessantissimo, se nel pubblico e nel poeta ci fosse il senso del patriottismo.
Ma Osroa ha più dell'avventuriere che dell'eroe, e di un avventuriere sciocco e avventato, che non sa proporzionare i mezzi allo scopo, e nelle situazioni più appassionate della vita discute, sentenzia.
A Emirena, la sua figlia, che ricusa di ucciderlo, risponde:
Non è ver che sia la morte
il peggior di tutt'i mali:
è il sollievo de' mortali
che son stanchi di soffrir.
È una caricatura di Iago, un basso e sciocco intrigante da commedia.
Sabina, Emirena, Farnaspe sono nature superficialissime, incalzate dagli avvenimenti, senza intima energia negli affetti, e tratte ad atti generosi per impeti subitanei.
Se dunque ci approfondiamo in questo mondo eroico, vediamo con quanta facilità si sdrucciola nel comico e come, sotto un contrasto apparente, in verità questa vita eroica è in se stessa di quella mezzanità, che può accogliere nel suo seno il volgare e il buffo della società contemporanea.
Di tal natura è la scena in cui Emirena finge di non riconoscere il suo innamorato, che rimane lì stupido e col naso allungato; o l'altra in cui Aquilio insegna ad Emirena l'arte della cortigiana, ed Emirena, botta e risposta, gli fa il ritratto del cortigiano; o quando Adriano si fa menare pel naso da Osroa, o l'arrivo improvviso di Sabina da Roma, e l'imbarazzo di Adriano, o quando Adriano giura di non vedere più Emirena, e gli si annunzia: - Vieni Emirena.
- Tutto questo, che in fondo è comico, non è sviluppato comicamente, nè c'è l'intenzione comica; perciò non c'è stonatura: è la società contemporanea nel suo spirito, nella sua volgarità e mezzanità, vestita di apparenze eroiche.
Se Metastasio avesse il senso dell'eroico, e lo rappresentasse seriamente e profondamente, la mescolanza sarebbe insopportabile, anzi mescolanza non ci sarebbe; ma concepisce l'eroico come era concepito e sentito in quella volgarità contemporanea.
Il poeta è in perfetta buona fede; non sente ciò che di basso e di triviale è sotto quell'apparato eroico, uno di spirito e di carattere col suo pubblico.
Ben ne ha una coscienza confusa, e non è proprio contento, e tenta talora alcun che di più elevato, come nel Regolo e nel Gioas, senza riuscirvi: si scopre l'antico Adamo.
E fu ventura, perchè così non ci die' costruzioni artificiose e imitazioni aliene dalla sua natura, ma riuscì artista originale e geniale, l'artista indimenticabile di quella società.
Questa vita così assurda nella sua profondità ha tutta l'illusione del vero nella sua superficie.
Approfondire i sentimenti, sviluppare i caratteri, graduare le situazioni sarebbe una falsificazione.
La superficialità è la sua condizione di esistenza.
È una vita, di cui vedi le punte e ignori tutto il processo di formazione, una specie di vita a vapore, che nella rapida corsa divora spazi infiniti e non ti mostra che i punti di arrivo.
Sbucciano sentimenti e situazioni così di un tratto, e spesso ti trovi di un balzo da un estremo all'altro.
Sei in un continuo flutto d'impressioni variatissime, di poca durata e consistenza, libate appena, con sentimenti vivacissimi, penetranti gli uni negli altri, come onde tempestose.
Scusano questa superficialità con la musica, quasi che la musica potesse o compiere, o sviluppare, o approfondire i sentimenti; ma la musica metastasiana non era se non il prolungamento e l'eco del sentimento, il semplice trillo della poesia, il suo accompagnamento, perchè quella poesia è già in sè musica e canto.
Una vita così superficiale non può essere che esteriore.
È vita per lo più descritta, come già si vede nel Guarini e nel Marino.
I personaggi nella maggior violenza de' loro sentimenti si descrivono, si analizzano, com'è proprio di una società adulta, in cui la riflessione e la critica ti segue nel momento stesso dell'azione.
Ti trovi nel più acuto della concitazione; e quando alla fine ti aspetti quasi un delirio, ti sopraggiunge un'analisi, una sentenza, un paragone, una descrizione psicologica.
Licida snuda il brando; vuole uccidere il suo offensore; poi lo volge in sè, e si arresta, e fa la sua analisi:
Rabbia, vendetta,
tenerezza, amicizia,
pentimento, pietà, vergogna, amore
mi trafiggono a gara.
Ah chi mai vide
anima lacerata
da tanti affetti e sì contrari.
Io stesso
non so come si possa
minacciando tremare, arder gelando,
piangere in mezzo all'ire,
bramar la morte e non saper morire.
Il drammatico va a riuscire in un sonetto petrarchesco.
Aristea così si descrive a Megacle:
Caro, son tua così,
che per virtù d'amor
i moti del tuo cor
risento anch'io.
Mi dolgo al tuo dolor,
gioisco al tuo gioir,
ed ogni tuo desir
diventa il mio.
E Megacle, seguendo l'amico Licida nella sua sventura, esce in questo bel paragone:
Come dell'oro il fuoco
scopre le masse impure,
scoprono le sventure
de' falsi amici il cor.
Questi riposi musicali sono come l'arpa di David, che calmava le furie di Saul: rinfrescano l'anima e la tengono in equilibrio fra passioni così concitate.
E sono sopportabili, appunto perchè mescolati co' moti più vivaci, con la più impetuosa spontaneità del sentimento, offrendoti lo spettacolo della vita nelle sue più varie apparenze.
Argene che sfida la morte per salvare l'amato, e si sente alzare su di sè, come invasata da un iddio, è sublime:
Fiamma ignota nell'alma mi scende;
sento il nume; m'inspira, mi accende,
di me stessa mi rende maggior.
Ferri, bende, bipenni, ritorte,
pallid 'ombre, compagne di morte,
già vi guardo, ma senza terror.
Commovente è la gioia quasi delirante di Aristea nel rivedere l'amato.
Di un elegiaco ineffabile è il cànto di Timante, quando la madre gli presenta il suo bambino:
Misero pargoletto,
il tuo destin non sai.
Ah! Non gli dite mai
qual era il genitor.
Come in un punto, o Dio,
tutto cambiò d'aspetto!
Voi foste il mio diletto,
voi siete il mio terror.
Alcuni motti tenerissimi sono rimasti proverbiali, come:
Ne' giorni tuoi felici ricordati di me.
Questa vita nei suoi moti alterni di spontaneità e di riflessione così equilibrata, essendo superficiale ed esteriore, ha per suo carattere la chiarezza, è visibile e plastica.
Le gradazioni più fine, i concetti più difficili sono resi con una estrema precisione di contorni, e perciò non hanno riverbero: appagano e saziano lo sguardo, lo tengono sulla superficie, non lo gittano nel profondo.
Questa chiarezza metastasiana, tanto vantata e così popolare perchè il popolo è tutto superficie, è la forma nell'ultimo stadio della sua vita, quando a forza di precisione diviene massiccia e densa come il marmo.
La vecchia letteratura vi raggiunge l'ultima perfezione; l'espressione perde ogni trasparenza, e non è che se stessa e sola, e vi si appaga, come un infinito.
Stato di petrificazione, che oggi dicesi «letteratura popolare», come se la letteratura debba scendere al popolo, e non il popolo debba salire a lei.
Metastasio vi spiega un talento miracoloso.
Quella vecchia forma prima di morire manda gli ultimi splendori.
La chiarezza non è in lui superficie morta, ma è la vita nella sua superficie, paga e contenta della sua esteriorità, con una facilità e una rapidità, con un giuoco pieno di grazia e di brio.
Il periodo perde i suoi giri, la parola perde le sue sinuosità, liscia, scorrevole, misurata come una danza, accentuata come un canto, melodiosa come una musica.
Le impressioni che te ne vengono, sono vivaci, ma labili, e ti lasciano contento, ma vuoto, come dopo una festa brillante che ti ha divertito, e a cui non pensi più.
Il mondo metastasiano può parere assurdo innanzi alla filosofia, come innanzi alla filosofia pareva assurda la società ch'esso rappresentava.
Come arte, niente è più vero per coerenza, per armonia, per interna vivacità.
È il ritratto più finito di una società vicina a sciogliersi, le cui istituzioni erano ancora eroiche e feudali, materia vuota dello spirito che un tempo l'animò, e che sotto quelle apparenze eroiche era assonnata, spensierata, infemminita, idillica, elegiaca e plebea.
Guardatela.
Essa è tutta profumata, incipriata, col suo codino, col suo spadino, cascante, vezzosa, sensitiva come una donna, tutta «idolo mio», «mio bene», e «vita mia».
La poesia di Metastasio l'accompagna con la sua declamazione, con la sua cantilena; la parola non ha più niente a dirle; essa è il luogo comune, che acquista valore trasformata in trillo, con le sue fughe e le sue volate, co' suoi bassi e i suoi acuti; non è più un'idea, è un suono raddolcito dagli accenti, dondolato dalle rime, attenuato in quei versetti, ridotto un sospiro.
Una poesia che cerca i suoi mezzi fuori di sè, che cerca i motivi e i suoi pensieri nella musica, abdica già, pronunzia la sua morte.
Ben presto Metastasio sembra troppo poeta al maestro di musica, nè il pubblico sa più che farsi della parola, e non domanda cosa dice, ma come suona.
La parola, dopo di avere tanto abusato di sè, non val più nulla, e la stessa parola metastasiana, così leggiera, così rapida, non può essere sopportata.
La parola è la nota, e i nuovi poeti si chiamano Pergolese, Cimarosa, Paisiello.
Così terminava il periodo musicale della vecchia letteratura, iniziato nel Tasso, sviluppato nel Guarini e nel Marino, giunto alla sua crisi in Pietro Metastasio.
Oramai si viene a questo, che prima si fa la musica, e poi Giuseppe secondo dice al suo nuovo poeta cesareo, all'abate Casti: - Ora fatemi le parole.
-
In seno a questa società in dissoluzione si formava laboriosamente la nuova società.
E che ce ne fosse la forza, si vedeva da questo: che non teneva più gran conto della forma letteraria, stata suo idolo, e che cercava nuove impressioni nel canto e nella musica.
Il letterato, che aveva rappresentata una parte così importante, cade in discredito.
I nuovi astri sono Farinello e Caffarello, Piccinni, Leo, Iommelli.
La musica ha un'azione benefica sulla forma letteraria, costringendola ad abbreviare i suoi periodi, a sopprimere il suo cerimoniale e la sua solennità, i suoi aggettivi, i suoi ripieni, le sue perifrasi, i suoi sinonimi, i suoi parallelismi, le sue trasposizioni, tutte le sue dotte inutilità, e a prendere un'aria più spedita e andante.
Gli orecchi, avvezzi alla rapidità musicale non possono più sopportare i periodi accademici e le tirate rettoriche.
E se Metastasio è chiamato «divino», è per la musicalità della sua poesia, per la chiarezza, il brio e la rapidità dell'espressione.
Il pubblico abbandonando la letteratura, la letteratura è costretta a seguire il pubblico.
E il pubblico non è più l'accademia, ancorchè di accademie fosse ancora grande il numero, prima l'Arcadia.
E non è più la corte, ancorchè i principi avessero ancora intorno istrioni e giullari sotto nome di «poeti».
La coltura si è distesa, i godimenti dello spirito sono più variati: i periodi e le frasi non bastano più.
Compariscono sulla scena filosofi e filantropi, giureconsulti, avvocati e scienziati, musici e cantanti.
La parola acquista valore nell'ugola e nella nota, ed è più interessante nelle pagine di Beccaria, o di Galiani, che ne' libri letterari.
Oramai non si dice più «letterato», si dice «bell'ingegno» o «bello spirito».
Il «letterato» diviene sinonimo di parolaio, e la parola come parola è merce scadente.
La parola non può ricuperare la sua importanza, se non rifacendosi il sangue, ricostituendo in sè l'idea, la serietà di un contenuto.
E questo volea dire il motto che era già in tutte le labbra: «Cose e non parole».
Già nella critica vedi i segni di questa grande rigenerazione.
Rimasta fino allora nel vuoto meccanismo e tra regole convenzionali, la critica si mette in istato di ribellione, spezza audacemente i suoi idoli.
Mentre ferveva la lotta giurisdizionale tra papa e principi, e i filosofi combattevano il passato nelle sue idee e nelle sue istituzioni, essa apre il fuoco contro la vecchia letteratura, battezzandola senz'altro «pedanteria».
L'obbiettivo de' filosofi e de' critici era comune.
Combattevano entrambi la forma vacua, gli uni nelle istituzioni, gli altri nell'espressione letteraria, ancorchè senza intesa.
E come i filosofi, così i critici erano avvalorati e riscaldati nella loro lotta dagli esempi francesi e inglesi.
Il Baretti veniva da Londra tutto Shakespeare; l'Algarotti, il Bettinelli, il Cesarotti, il Beccaria, il Verri erano in comunione intima con Voltaire e con gli enciclopedisti.
Locke, Condillac, Dumarsais avevano allargate le idee, e introdotto il gusto delle grammatiche ragionate e delle rettoriche filosofiche.
Si vede la loro influenza nella Filosofia delle lingue del Cesarotti e nello Stile del Beccaria.
Cosa dovea parere il Crescimbeni, o il Mazzuchelli, o il Quadrio, cosa lo stesso Tiraboschi, il Muratori della nostra letteratura, dirimpetto a questi uomini, che pretendevano ridurre a scienza ciò che fino allora era sembrato non altro che uso e regola? E non si contentarono i critici de' trattati e de' ragionamenti, ma vollero accostarsi un po' più al pubblico, usando forme spigliate e correnti, che preludevano ai nostri giornali.
Tali erano le Lettere virgiliane del Bettinelli, la Difesa del Gozzi, la Frusta letteraria, il Caffè, l'Osservatore.
Così la nuova critica dava a un tempo l'esempio di una nuova letteratura, gittando in circolazione molte idee nuove in una forma rapida, nutrita, spiritosa, vicina alla conversazione, in una forma che prendea dalla logica il suo organismo e dal popolo il suo tuono.
Certo questi critici non si accordavano fra loro, anzi si combattevano, come facevano anche i filosofi; ma erano tutti animati dalla stessa tendenza, uno era lo spirito.
E lo spirito era l'emancipazione dalle regole o dall'autorità, la reazione contro il grammaticale, il rettorico, l'arcadico e l'accademico, e, come in tutte le altre cose, così anche qui non ammettere altro giudice che la logica e la natura.
Secondo il solito la critica passò il segno, e nella sua foga contro le superstizioni letterarie toccò anche il sacro Dante: onde venne la bella Difesa che ne scrisse Gaspare Gozzi.
Ma la critica veniva dalla testa, e non aveva radice nell'educazione letteraria ch'era stata anzi tutto l'opposto.
Il che spiega come i critici, giudici ingegnosi de' vivi e de' morti, volendo essere scrittori, facevano mala prova, dando un po' di ragione a' retori e a' grammatici, i quali, chiamati da loro «pedanti», chiamavano loro «barbari».
Posti tra il vecchio, che censuravano, ed un nuovo modo di scrivere, chiaro nella loro testa, ma affatto personale, estraneo allo spirito nazionale, e non preparato, anzi contraddetto nella loro istruzione, si gittarono alla maniera francese, sconvolsero frasi, costrutti, vocaboli, e, come fu detto poi, «imbarbarirono la lingua».
Gaspare Gozzi tenne una via mezzana, e facendo buona accoglienza in gran parte alle nuove idee, non accettò sotto nome di libertà la licenza, e si studiò di tenersi in bilico tra quella pedanteria e quella barbarie, usando un modo di scrivere corretto, puro, classico, e insieme disinvolto.
Ma il buon Gozzi, misurato, elegante, savio, rimase solo, come avviene a' troppo savi nel fervore della lotta, quando la via di mezzo non è ancora possibile, standosi di fronte avversari appassionati, confidenti nella loro forza e disposti a nessuna concessione.
Stavano nell'un campo i puristi, che non potendo invocare l'uso toscano, intorbidato anch'esso dall'imitazione straniera, invocavano la Crusca e i classici, e, come non era potuta più tollerare la prolissità vacua del Cinquecento, rimettevano in moda il Trecento, quale esempio di scrivere semplice, conciso e succoso; onde venne quel motto felice: «Il Trecento diceva, il Cinquecento chiacchierava».
Costoro erano, il maggior numero, cruscanti, arcadi, accademici, puri letterati, tutti brava gente, che avevano in sospetto ogni novità, e non volevano essere turbati nelle loro abitudini.
Nell'altro campo erano i filosofi, che non riconoscevano autorità di sorta e tanto meno quella della Crusca; che invocavano la loro ragione, e vagheggiavano una nuova Italia così in letteratura, come nelle istituzioni e in tutti gli ordini sociali.
I critici rappresentavano la parte della filosofia nelle lettere, senza occuparsi di politica; anzi spesso la loro insolenza letteraria era mantello alla loro servilità politica, come fu del gesuita Bettinelli e del Cesarotti.
In prima fila tra' contendenti erano l'abate Cesari e l'abate Cesarotti.
Il Cesari nella sua superstizione verso i classici cancellò in sè ogni vestigio dell'uomo moderno.
Il Cesarotti, di molto più spirito e coltura, nella sua irreligione verso gli antichi andò così oltre, che volle fare il pedagogo a Omero e Demostene, e andò in cerca di una nuova mitologia nelle selve calidonie.
Quando comparve l'Ossian, girò la testa a tutti: tanto eran sazii di classicismo.
Il bardo scozzese fu per qualche tempo in moda, e Omero stesso si vide minacciato nel suo trono.
Si sentiva che il vecchio contenuto se ne andava insieme con la vecchia società, e in quel vuoto ogni novità era la benvenuta.
Quei versi armoniosi e liquidi in tanto cozzo di spade scintillanti tra le nebbie fecero dimenticare i Frugoni, gli Algarotti e i Bettinelli.
Cominciava una reazione contro l'idillio, espressione di una società sonnolenta e annoiata in grembo a Galatea e a Clori, e piacevano quei figli della spada, quelle nebbie e quelle selve, e quei signori de' brandi, e quelle vergini della neve.
Gli arcadi si scandalizzavano; ma il pubblico applaudiva.
Per vincere Cesarotti non bastava gridargli la croce: bisognava fare e piacere al pubblico.
Ora l'attività intellettuale era tutta dal canto de' novatori: chi aveva un po' d'ingegno, «si gittava al moderno», come si diceva, nelle dottrine e nel modo di scrivere, e si acquistava nome di «bello spirito», dispregiando i classici, come di «spirito forte», dispregiando le credenze.
La vecchia letteratura, come la vecchia credenza, era detta pregiudizio, e combattere il pregiudizio era la divisa del secolo illuminato, del secolo della filosofia e della coltura.
Chi ricorda l'entusiasmo letterario del Rinascimento, può avere un giusto concetto di questo entusiasmo filosofico del secolo decimottavo.
I fenomeni erano i medesimi.
Allora si chiamava «barbarie» il medio evo; ora si chiama «barbarie» medio evo e Rinascimento.
Lo stesso impeto negativo e polemico è ne' due movimenti, foriero di guerre e di rivoluzioni.
E ci erano le stesse idee, maturate e sviluppate oltralpe, strozzate presso di noi e rivenuteci dal di fuori.
Anzi il movimento non è che un solo, prolungatosi per due secoli con diverse vicissitudini nelle varie nazioni, procedente sempre attraverso alle più sanguinose resistenze, e ora accentrato e condensato sotto nome di «filosofia», fatto della letteratura suo istrumento.
Questo volea dire il motto: «Cose e non parole».
Volea dire che la letteratura, stata trastullo d'immaginazione, senza alcuna serietà di contenuto, e divenuta perfino un semplice giuoco di frasi, dovea acquistare un contenuto, essere l'espressione diretta e naturale del pensiero e del sentimento, della mente e del cuore: onde nacque più tardi il barbaro vocabolo «cormentalismo».
Messa la sostanza nel contenuto, quell'ideale della forma perfetta, gloria del Rinascimento, e rimasto visibile nelle stesse opere della decadenza, come nel Pastor fido, nell'Adone, nel dramma di Metastasio, cesse il posto alla forma naturale, non convenzionale, non manifatturata, non tradizionale, non classica, ma nata col pensiero e sua espressione immediata.
Perciò il Cesarotti, rispondendo al libro del conte Napione Sull'uso e su' pregi della lingua italiana, sostenea nel suo Saggio sulla filosofia delle lingue che la lingua non è un fatto arbitrario, e regolato unicamente dall'uso e dall'autorità, ma che ha in sè la sua ragion d'essere; che la sua ragion d'essere è nel pensiero, e quella parola è migliore che meglio renda il pensiero, ancorchè non sia toscana e non classica, e sia del dialetto, o addirittura forestiera con inflessione italiana.
Cosa era quel Saggio? Era l'emancipazione della lingua dall'autorità e dall'uso in nome della filosofia e della ragione, come si volea in tutte le istituzioni sociali; era la ragione, il senso logico, che penetrava nella grammatica e nel vocabolario; era lo spirito moderno, che violava quelle forme consacrate e fossili, logore per lungo uso, e dava loro un'aria cosmopolitica, l'aria filosofica, a scapito del colore locale e nazionale.
Aggiungendo l'esempio al precetto, il Cesarotti pigliò tutte le parole che gli venivano innanzi, senza domandar loro onde venivano, e, come era uomo d'ingegno, e avea mente chiara e spirito vivace, formò di tutti gli elementi stranieri e indigeni della conversazione italiana una lingua animata, armonica, vicina al linguaggio parlato, intelligibile dall'un capo all'altro d'Italia.
Gli scrittori, intenti più alle cose che alle parole, e stufi di quella forma in gran parte latina che si chiamava «letteraria», screditata per la sua vacuità e insipidezza, si attennero senza più all'italiano corrente e locale, così com'era, mescolato di dialetto e avvivato da vocaboli e frasi e costruzioni francesi: lingua corrispondente allo stato della coltura.
Così si scriveva nelle parti settentrionali e meridionali d'Italia, a Venezia, a Padova, a Milano, a Torino, a Napoli: così scrivevano Baretti, Beccaria, Verri, Gioia, Galiani, Galanti, Filangieri, Delfico, Mario Pagano.
Resistenza ci era, massime a Firenze, patria della Crusca, e a Roma, patria dell'Arcadia: schiamazzi di letterati e di accademici abbandonati dal pubblico.
Lo stesso era per lo stile.
Si cercavano le qualità opposte a quelle che costituivano la forma letteraria.
Si voleva rapidità, naturalezza e brio.
Tutto ciò che era finimento, ornamento, riempitura, eleganza, fu tagliato via come un ingombro.
Non si mirò più ad una perfezione ideale della forma, ma all'effetto, a produrre impressioni sul lettore, tenendo deste e in moto le sue facoltà intellettive.
I secreti dello stile furono chiesti alla psicologia, a uno studio de' sentimenti e delle impressioni, base del Trattato dello stile del Beccaria.
Al vuoto meccanismo, dottamente artificioso, solletico dell'orecchio, detto «stile classico», e ridotto oramai un frasario pesante e noioso, succedeva un modo di scrivere alla buona e al naturale, vispo, rotto, ineguale, pieno di movimenti, imitazione del linguaggio parlato.
Tipo dell'uno era il trattato; tipo dell'altro era la gazzetta.
Il principio da cui derivava quella rivoluzione letteraria, era l'imitazione della natura, o, come si direbbe, il realismo nella sua verità e nella sua semplicità, reazione alla declamazione e alla rettorica, a quella maniera convenzionale, che si decorava col nome d'«ideale» o di «forma perfetta».
La vecchia letteratura era assalita non solo nella sua lingua e nel suo stile, ma ancora nel suo contenuto.
L'eroico, l'idillico, l'elegiaco, che ancora animava quelle liriche, quelle prediche, quelle orazioni, quelle tragedie, non attecchiva più, se n'era sazii sino al disgusto.
L'eroico era esagerazione; l'idillio era noia; l'elegia era insipidezza; pastori e pastorelle, eroi romani e greci, erano giudicati un mondo convenzionale, già consumato come letteratura, buono al più a esser messo in musica, come facea Metastasio.
Si volea rinnovare l'aria, rinfrescare le impressioni, si cercava un nuovo contenuto, un'altra società, un altro uomo, altri costumi.
Vennero in moda i turchi, i cinesi, i persiani.
Si divoravano le Lettere persiane di Montesquieu.
L'Ossian era preferito all'Iliade.
Comparve l'uomo naturale, l'uomo selvaggio, l'uomo di Hobbes e di Grozio, l'uomo che fa da sè, Robinson Crusoè.
Il cavaliere errante divenne il borghese avventuriere, tipo Gil Blas.
E ci fu anche la donna errante, la filosofessa, la «lionne» di oggi, che stimava pregiudizio ogni costume e decoro femminile.
Ci fu l'uomo collocato in società, in lotta con essa in nome delle leggi naturali, e spesso sua vittima, come donne maritate o monacate a forza o sedotte, figli naturali calpestati da' legittimi, poveri oppressi dai ricchi, scienza soverchiata da ciarlatani, le Clarisse, le Pamele, gli Emilii, i Chatterton.
Questo nuovo contenuto, conforme al pensiero filosofico che allora investiva la vecchia società in tutte le sue direzioni, veniva fuori in romanzi, novelle, lettere, tragedie, commedie, una specie di repertorio francese, che faceva il giro d'Italia.
Il concetto fondamentale era la legge di natura in contrasto con la legge scritta, la proclamazione sotto tutte le forme de' dritti dell'uomo dirimpetto la società che li violava.
I capiscuola erano Rousseau, Voltaire, Diderot.
Seguiva la turba.
Tra questi Mercier ebbe molto séguito in Italia, e vi furono rappresentati i suoi drammi: il Disertore, l'Amor Familiare, il Jevenal, l'Indigente.
Nel Disertore hai un giovine virtuoso e amabile, che per soccorrere il padre e per amore lascia il suo reggimento, ed è dannato a morte: è il grido della natura contro la legge scritta.
Nell'Amor familiare è descritta con vivi colori l'oppressione degli eretici ne' paesi cattolici.
Jeneval è il contrario della Clarissa: è un don Giovanni femmina, una Rosalia, che seduce il giovine e inesperto Jeneval fino al delitto.
Nell'Indigente è vivo il contrasto tra il ricco ozioso, libidinoso, corteggiato e potente, che fa mercato di tutto, anche del matrimonio; e il povero operoso e virtuoso, disprezzato e oppresso.
A contenuto nuovo nomi nuovi.
Commedia e tragedia parve l'uomo mutilato e ingrandito, veduto da un punto solo ed oltre il naturale.
La critica da' bassi fondi della lingua e dello stile si alzava al concetto dell'arte, alla sua materia e alla sua forma, al suo scopo e a' suoi mezzi.
Iniziatore di quest'alta critica, che fu detta «estetica», era Diderot.
Da lui usciva l'affermazione dell'ideale nella piena realtà della natura, che è il concetto fondamentale della filosofia dell'arte.
L'ideale scendeva dal suo piedistallo olimpico, e non era più un di là, si mescolava tra gli uomini, partecipava alle grandezze e alle miserie della vita; non era un iddio sotto nome di uomo, era l'uomo; non era tragedia e non commedia, era il dramma.
La poesia era storia, come la storia era poesia.
L'ideale era la stessa realtà, non mutilata, non ingrandita, non trasformata, non scelta; ma piena, concreta, naturale, in tutte le sue varietà, la realtà vivente.
La tragedia ammetteva il riso, e la commedia ammetteva la lacrima; s'inventò la «commedia lacrimosa», e la «tragedia borghese».
Il nuovo ideale non era l'idillio o l'eroe de' tempi feudali: era il semplice borghese in lotta con la vita e con la società, e che sente della lotta tutt'i dolori e le passioni.
Come il bambino entra nel mondo tra le lacrime, così l'ideale uscendo dalla sua astrazione serena entrava nella vita lacrimoso, era patetico e sentimentale.
Le Notti di Young ispiravano ad Alessandro Verri le Notti romane.
Rousseau col suo sentimentalismo rettorico faceva una impressione così profonda, come col suo naturalismo filosofico.
Questi concetti e questi lavori, frutto di una lunga elaborazione presso i francesi, giungevano a noi tutt'in una volta, come una inondazione, destando l'entusiasmo degli uni, le collere degli altri.
Le quistioni di lingua e di stile si elevavano, divenivano quistioni intorno allo stesso contenuto dell'arte: in breve tempo la critica meccanica diveniva psicologica, e la critica psicologica si alzava all'estetica.
La vecchia letteratura, combattuta ne' suoi mezzi tecnici, era ancora contraddetta nella sua sostanza, nel suo contenuto.
Ritrarre dal vero era la demolizione dell'eroico, com'era concepito e praticato fra noi: cosa divenivano gli eroi di Metastasio? Il patetico e il sentimentale era la condanna di quegl'ideali oziosi, sereni, noiosi, che costituivano l'idillio: cosa diveniva l'Arcadia? Il teatro, si diceva, non è un passatempo, è una scuola di nobili sentimenti e di forti passioni: cosa divenivano le commedie a soggetto? Tutto era riforma.
L'abate Genovesi, Verri, Galiani davano addosso al vecchio sistema economico; la vecchia legislazione era combattuta da Beccaria; tutti gli ordini sociali erano in quistione; Filangieri, andando alla base, proponeva la riforma dell'istruzione e dell'educazione nazionale; principi e ministri, sospinti dalla opinione, iniziavano riforme in tutt'i rami dell'azienda pubblica.
La vecchia letteratura non poteva durare così: ci voleva anche per lei la riforma.
Già non produceva più, non destava più l'attenzione: tutto era canto e musica, tutto era filosofia.
Si concepisce in questo stato degli spiriti il maraviglioso successo de' romanzi e delle commedie dell'abate Chiari, che per sostentare la vita adulava il pubblico e gli offriva quell'imbandigione che più desiderava.
Sarebbe interessante un'analisi delle infinite opere, già tutte dimenticate, del Chiari, perchè mostrerebbe qual era il genio del tempo.
Donne erranti, filosofesse, gigantesse, figli naturali, ratti di monache, scontri notturni, finestre scalate, avvenimenti mostruosi, caratteri impossibili, un eroico patetico e un patetico sdolcinato, una filosofia messa in rettorica, un impasto di vecchio e di nuovo, di ciò che il nuovo avea di più stravagante, e di ciò che il vecchio avea di più volgare: questo era il cibo imbandito dal Chiari.
Il Martelli aveva inventato il verso alla francese, come prima si era inventato il verso alla latina.
Parve cosa stupenda al Chiari, e ne fece molto uso, e fino la Genesi voltò in versi martelliani.
Questo impiastricciatore del Chiari è l'immagine di un tempo, che la vecchia letteratura se ne andava, e la nuova fermentava appena in quella prima confusione delle menti; sicchè egli ha tutt'i difetti del vecchio e tutte le stranezze del nuovo.
Ben presto si trovò fra' piedi Carlo Goldoni, costretto dalle stesse necessità della vita a servire e compiacere al pubblico.
Per qualche tempo si accapigliarono i partigiani del Chiari e del Goldoni.
E tra' due contendenti sorse un terzo, che die' addosso all'uno e all'altro: dico Carlo Gozzi, fratello di Gaspare.
Uscì a Parigi la Tartana degl'influssi, caricatura di due comici:
Il primo si chiamava «Originale»,
ed il secondo «Saccheggio» s'appella...
I partigiani ogni giorno crescevano,
chi vuole Originale e chi Saccheggio;
tutto il paese a romore mettevano...
Il parlar mozzo e lo stare intra due
niente vale per trarsi di tedio:...
dir bisognava: - Saccheggio è migliore, -
ovvero: - Originale è più dottore.
-
Gozzi avea maggior coltura del Chiari e del Goldoni, era d'ingegno svegliatissimo, avea fatto buoni studi, come il fratello, apparteneva all'accademia de' Granelleschi, che si proponeva di ristaurare la buona lingua, della quale quei due si mostravano ignorantissimi.
Tutto quel mondo nuovo letterario, predicato con tanta iattanza e venuto fuori con tanta stravaganza, non gli parea una riforma, gli parea una corruzione, e non solo letteraria, ma religiosa, politica e civile:
Usciti son certi autorevol dotti,
con un tremuoto di nuova scienza,
che han tutti gli scrittori mal condotti.
Tratto il lor, di saper non ci è semenza,
dicono che gli autor morti fur cotti,
e condannano i vivi all'astinenza...
Leggonsi certe nuove «Marianne»,
certi «baron», certe «marchese» impresse,
certe fraschette buse come canne,
e le battezzan poi «filosofesse»,
che il mal costume introducono a spanne:
credo il dimonio al torchio le mettesse.
Chi dice: - Egli è un comporre alla francese.
-
Certo è peggior del mal di quel paese.
La sua Marfisa è una caricatura de' nuovi romanzi, alla maniera del Chiari.
Carlo magno e i paladini diventano oziosi e vagabondi; Bradamante una spigolistra casalinga; Marfisa, l'eroina, guasta da' libri nuovi, vaporosa, sentimentale, isterica, bizzarra, e finisce tisica e pinzochera.
La mira era alle donne del Chiari e de' romanzi in voga.
Gli parea che quel predicar continuo «dritti naturali», «leggi naturali», «religione naturale», «uguaglianza», «fratellanza», dovesse render gli uomini cattivi sudditi, ammaestrandoli di troppe cose, e avvezzandoli a guardare con invidia al di sopra della loro condizione.
Questo pericolo era più grave, quando massime tali fossero predicate in teatro, che non era una scola, ma un passatempo; e invocava contro i predicatori di così nuova morale la severità dei governi.
Il povero Chiari non ci capiva nulla.
Goldoni, che era un puro artista, come il Metastasio, buon uomo e pacifico, e che di tutto quel movimento del secolo non vedeva che la parte letteraria, dovea trasecolare a sentirsi dipingere poco meno che un ribelle, un nemico della società.
Vi si mescolarono gl'interessi delle compagnie comiche, che si disputavano furiosamente gli scarsi guadagni.
Gozzi difendeva la compagnia Sacchi, tornata di Vienna, e trovato il suo posto preso dalle compagnie Chiari e Goldoni.
Il Sacchi era l'ultimo di quei valenti improvvisatori comici, che giravano l'Europa e mantenevano la riputazione della commedia italiana a Vienna, a Parigi, a Londra.
Musici, cantanti e improvvisatori erano la merce italiana che ancora avea corso di là dalle Alpi.
La commedia a soggetto, alzatasi sulle rovine delle commedie letterarie, accademiche e noiose, era padrona del campo a Roma, a Napoli, a Bologna, a Milano, a Venezia.
Era della vecchia letteratura il solo genere vivo ancora, considerato gloria speciale d'Italia, e solo che ricordasse ancora in Europa l'arte italiana.
Gli attori venuti in qualche fama andavano a Parigi, dov'erano meglio retribuiti.
Ma, come a Parigi Molière fondava la commedia francese, combattendo le commedie a soggetto italiane; così a Venezia Goldoni, vagheggiando a sua volta una riforma della commedia, l'avea forte con le maschere e con le commedie a soggetto.
Questo pareva al Gozzi quasi un delitto di lesa-nazione, un attentato ad una gloria italiana.
La contesa oggi sembra ridicola, e pare che potevano vivere in buon'amicizia l'uno e l'altro genere.
Ma ci era la passione, e ci era l'interesse, e i sangui si scaldarono, e molte furono le dispute, insino a che Goldoni, cedendo il campo, andò a Parigi.
La sua fama s'ingrandì, e impose silenzio al Baretti e rispetto al Gozzi, soprattutto quando Voltaire lo ebbe messo accanto a Molière.
Da tutto quell'arruffio non uscì alcun progresso notabile di critica, essendo i Ragionamenti del Gozzi pieni più di bile che di giudizio, e vuote e confuse generalità, come di uomo che non conosca con precisione il valore de' vocaboli e delle quistioni.
Ma ne uscirono i primi tentativi della nuova letteratura, le commedie del Goldoni e le fiabe del Gozzi, la commedia borghese e la commedia popolana.
Carlo Goldoni era, come Metastasio, artista nato.
Di tutti e due se ne volea fare degli avvocati.
Anzi Goldoni fece l'avvocato con qualche successo.
Ma alla prima occasione correva appresso agli attori, insino a che il natural genio vinse.
Tentò parecchi generi, prima di trovare se stesso.
Zeno e Metastasio erano le due celebrità del tempo; il dramma in musica era alla moda.
Scrisse l'Amalasunta, il Gustavo, l'Oronte, più tardi il Festino e qualche altro melodramma buffo; scrisse anche tragedie, la Rosmonda, la Griselda, l'Enrico, e tragicommedie, come il Rinaldo.
Poeta stipendiato di compagnie comiche, costretto in ciascuna stagione teatrale di dare parecchie opere nuove, e in una stagione ne die' sedici, saccheggiò, raffazzonò, tolse di qua e di là ne' repertori italiani e francesi, e anche ne' romanzi.
Non ci era ancora il poeta, ci era il mestierante; ci era Chiari, non ci era ancora Goldoni.
Trattava ogni maniera di argomento secondo il gusto pubblico, commedie sentimentali, commedie romanzesche, come la Pamela, Zelinda e Lindoro, la Peruviana, la Bella selvaggia, la Bella georgiana, la Dalmatina, la Scozzese, l'Incognita, l'Ircana, raffazzonamenti la più parte e imitazioni francesi.
Scrisse anche commedie a soggetto, come il Figlio di Arlecchino perduto e ritrovato, le Trentadue disgrazie di Arlecchino.
Si rivelò a se stesso e al pubblico nella Vedova scaltra.
Cominciarono le critiche, e cominciò lui ad avere una coscienza d'artista.
La vecchia letteratura ondeggiava tra il seicentismo e l'arcadico, il gonfio e il volgare.
Goldoni nelle sue Memorie dice:
«I miei compatriotti erano accostumati da lungo tempo alle farse triviali e agli spettacoli giganteschi.
La mia versificazione non è mai stata di stil sublime; ma ecco appunto quel che bisognava per ridurre a poco a poco nella ragione un pubblico accostumato alle iperboli, alle antitesi, ed al ridicolo del gigantesco e romanzesco.»
Per sua ventura gli capitò una buona compagnia.
«- Ora, - diceva io a me medesimo - ora sto bene, e posso lasciare il campo libero alla mia fantasia.
Ho lavorato quanto basta sopra vecchi soggetti.
Avendo presentemente attori che promettono molto, convien creare, conviene inventare.
Ecco forse il momento di tentare quella riforma, che ho in vista da così lungo tempo.
Convien trattare soggetti di carattere: essi sono la sorgente della buona commedia; ed è appunto con questi che il gran Molière diede principio alla sua carriera, e pervenne a quel grado di perfezione, che gli antichi ci avevano soltanto indicato, e che i moderni non hanno ancor potuto eguagliare.
-»
Goldoni conosceva pochissimo Plauto e Terenzio; faceva di cappello a Orazio e Aristotile; rispettava per tradizione le regole; ma dice: «Non ho mai sacrificata una commedia che poteva esser buona ad un pregiudizio che la poteva render cattiva».
Ciò che chiama «pregiudizio» è l'unità di luogo.
La sua scarsa coltura classica avea questo di buono: che tenea il suo spirito sgombro da ogni elemento che non fosse moderno e contemporaneo.
Ciò ch'egli vagheggia non è la commedia dotta, regolata, letteraria, alla latina o alla toscana, di cui ultimo esempio dava il Fagiuoli; ma la buona commedia, com'egli la concepiva: «La commedia essendo stata la mia tendenza, la buona commedia dee esser la mia meta.» E il suo concetto della buona commedia è questo: «Tutta l'applicazione che ho messa nella costruzione delle mie commedie, è stata quella di non guastar la natura».
Carattere idillico, superiore a' pettegolezzi e alle invidiuzze provinciali del letterato italiano, pigliandosi la buona e la cattiva fortuna con eguaglianza d'animo, quest'uomo che visse i suoi bravi ottantasei anni e morì a Parigi pochi anni dopo il Metastasio, morto a Vienna, dice di sè:
«Il morale da me è analogo al fisico; non temo nè il freddo nè il caldo e non mi lascio infiammar dalla collera, nè ubbriacar dalla gioia.»
Con questo temperamento più di spettatore che di attore, mentre gli altri operavano, Goldoni osservava e li coglieva sul fatto.
La natura bene osservata gli pareva più ricca che tutte le combinazioni della fantasia.
L'arte per lui era natura, era ritrarre dal vero.
E riuscì il Galileo della nuova letteratura.
Il suo telescopio fu l'intuizione netta e pronta del reale, guidata dal buon senso.
Come Galileo proscrisse dalla scienza le forze occulte, l'ipotetico, il congetturale, il soprannaturale, così egli volea proscrivere dall'arte il fantastico, il gigantesco, il declamatorio e il rettorico.
Ciò che Molière avea fatto in Francia, lui voleva tentare in Italia, la terra classica dell'accademia e della rettorica.
La riforma era più importante che non apparisse; perchè, riguardando specialmente la commedia, avea a base un principio universale dell'arte, cioè il naturale nell'arte, in opposizione alla maniera e al convenzionale.
Goldoni avea da natura tutte le qualità che si richiedevano al difficile assunto: finezza di osservazione e spirito inventivo, misura e giustezza nella concezione, calore e brio nella esecuzione.
La Mandragola, capitatagli ch'era giovanissimo, gli avea fatta molta impressione.
Il Misantropo, l'Avaro, il Tartufo, le Preziose, e simili commedie di Molière compirono la sua educazione.
Il fondamento della commedia italiana era l'intreccio; la buona commedia, come la concepiva lui, dovea avere a fondamento il carattere.
- Voi avete la commedia d'intreccio; io voglio darvi la commedia di carattere - diceva Goldoni.
E commedia di carattere era tirare l'effetto non dalla moltiplicità di avvenimenti straordinari, ma dallo svolgimento di un carattere nelle situazioni anche più ordinarie della vita.
Era tutt'un altro sistema, e non solo nella commedia, ma nello scopo e ne' mezzi dell'arte.
Il protagonista nel primo sistema è il caso o l'accidente, le cui bizzarre combinazioni generano il maraviglioso.
Gli uomini ci stanno come figure o comparse, appena schizzati, avvolti nel turbine degli avvenimenti.
La vita è nella superficie: l'interno è occulto.
In questa superficialità ottusa si era consunta la vecchia letteratura, ed, esaurite tutte le forme del maraviglioso, non bastava più a conseguire l'effetto con mezzi propri, senza il sussidio del canto, della musica, del ballo, della mimica, della declamazione.
La parola non era più il principale: era l'accessorio, il semplice tema, l'occasione.
Anche la commedia si credea inetta a conseguire il suo effetto senza il sussidio delle maschere, senza quell'improvviso de' lazzi degli Arlecchini, de' Truffaldini, de' Brighella e de' Pantaloni.
Ora l'idea fissa di Goldoni era che la commedia potea per sè sola interessare il pubblico, e che non le era necessario a ciò lo spettacoloso, il gigantesco, il maraviglioso in maschera e senza maschera.
La sua riforma era in fondo la restaurazione della parola, la restituzione della letteratura nel suo posto e nella sua importanza, la nuova letteratura.
E vide chiaramente che a ristaurare la parola bisognava non lavorare intorno alla parola, ma intorno al suo contenuto, rifare il mondo organico o interiore dell'espressione.
Questo vide nella commedia, e mirò a instaurarvi non gli elementi formali e meccanici, ma l'interno organismo, sopra questo concetto, che la vita non è il gioco del caso o di un potere occulto, ma è quale ce la facciamo noi, l'opera della nostra mente e della nostra volontà.
Concetto del Machiavelli, dal quale usciva la Mandragola.
Perciò il protagonista è l'uomo, con le sue virtù e le sue debolezze, che crea o regola gli avvenimenti, o cede in balìa di quelli.
Manca a Goldoni non la chiarezza, ma l'audacia della riforma, obbligato spesso a concessioni e a mezzi termini per contentare il pubblico, la compagnia e gli avversari.
E, come era il suo carattere, vinse talora più con la pazienza o la destrezza, che con la risoluta tenacità de' propositi.
Di queste concessioni trovi i vestigi nelle sue migliori commedie, dove non rifiuta certi mezzi volgari e grossolani di ottenere gli applausi della platea.
E mi spiego come insino all'ultimo continuò nel romanzesco, nel sentimentale e nell'arlecchinesco: le necessità del mestiere contrastavano alle aspirazioni dell'artista.
D'altra parte, intento all'interno organismo della commedia, neglesse troppo l'espressione, e per volerla naturale la fece volgare, sì che le sue concezioni si staccano vigorose da una forma più simile a pietra grezza che a marmo.
Ciò che in lui rimane è quel mondo interno della commedia, tolto dal vero e perfettamente sviluppato nelle situazioni e nel dialogo.
Il centro del suo mondo comico è il carattere.
E questo non è concepito da lui come un aggregato di qualità astratte, ma è còlto nella pienezza della vita reale, con tutti gli accessorii.
Base è la società veneziana nella sua mezzanità, più vicina al popolo che alle classi elevate: ciò che dà più presa al comico per quei moti improvvisi, ineducati, indisciplinati, che son propri della classe popolana, alla quale si accostava molto la borghesia veneta, non giunta ancora a quel raffinamento e delicatezza di forme, che sono come l'aria della civiltà.
I caratteri, come il maldicente, il bugiardo, l'avaro, l'adulatore, il cavalier servente, inviluppati in quest'atmosfera, escono fuori vivi, coloriti, originali, nuovi, vi contraggono la forma della loro esistenza.
Ci è nel loro impasto del grossolano e dell'improvviso; anzi qui è la fonte del comico.
Cadendo in nature di uomini non disciplinate dall'educazione, paion fuori in modo subitaneo, e senza freno o ritegno o riguardo, in tutta la loro forza primigenia, e producono con quella loro improvvisa grossolanità la più schietta allegria, tipo il Burbero benefico.
Non essendo concezioni subbiettive e astratte, ma studiate dal vero e colte nel movimento della vita, il comico non si sviluppa per via di motti, riflessioni e descrizioni (ciò che dicesi propriamente «spirito», e appartiene a una società più colta e raffinata) ma erompe nella brusca vivacità delle situazioni e dei contrasti.
Il Goldoni è felicissimo a trovare situazioni tali che il carattere vi possa sviluppare tutte le sue forze.
La situazione è per lo più unica, semplice, naturalissima, sobriamente variata, messa in rilievo da qualche contrasto, di rado complicata o inviluppata, graduata con un crescendo di movimenti drammatici, e ti porta rapidamente alla fine tra la più viva allegria.
Indi viene la superiorità del suo dialogo, che è azione parlata, di rado interrotta o raffreddata per soverchio uso di riflessioni e di sentenze.
La situazione non è mai perduta di vista, non digressioni, non deviazioni, rari intermezzi o episodi; nessuna parte troppo accarezzata o rilevata; onde è che l'interesse è nell'insieme, e di rado se ne stacca un personaggio, una scena, un motto.
Tutto è collegato saldamente con tutto: la situazione è il carattere stesso in posizione, nelle sue determinazioni; l'azione è la stessa situazione nel suo sviluppo; il dialogo è la stessa azione ne' suoi movimenti.
Questo mondo poetico ha il difetto delle sue qualità: nella sua grossolanità è superficiale, e nella sua naturalezza è volgare.
In quel suo correre diritto e rapido il poeta non medita, non si raccoglie, non approfondisce; sta tutto al di fuori, gioioso e spensierato, indifferente al suo contenuto, e intento a caricarlo quasi per suo passatempo, e con l'aria più ingenua, senza ombra di malizia e di mordacità: onde la forma del suo comico è caricatura allegra e