STORIA DELLA LETTERATURA ITALIANA, di Francesco De Sanctis - pagina 17
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Una vera intenzione artistica si scorge nello Specchio di penitenza di Iacopo Passavanti, una raccolta di prediche ridotte in forma di trattati morali, accompagnati con leggende e visioni dell'altro mondo.
Il frate mira a fare effetto, inducendo a penitenza i fedeli con la viva rappresentazione de' vizi e delle pene.
La musa del Cavalca è l'amore, e la sua materia è il paradiso, che tu pregusti in quello spirito di carità e di mansuetudine, che comunica alla prosa tanta soavità e morbidezza di colorito.
La musa del Passavanti è il terrore, e la sua materia è il vizio e l'inferno, rappresentato meno nel suo grottesco e nella sua mitologia, che nel suo carattere umano, come il rimorso è il grido della coscienza.
Intralciato e monotono nel discorso, il suo stile è rapido, liquido pittoresco nel racconto.
Diresti che provi voluttà a spaventare e tormentare l'anima: cerca immagini, accessorii, colori, come istrumenti della tortura, e ti lascia sgomento e assediato da fantasmi.
Il periodo spesso ben congegnato, svelto e libero, la cura de' nessi e de' passaggi, la distribuzione degli accessorii e de' colori, l'intelligenza delle gradazioni, un sentimento di armonia cupo che accompagna lo spettacolo, fanno del Passavanti l'artista di questo mondo ascetico.
Ma ecco fra tante vite di santi il santo in persona, scrittore e pittore di sè medesimo, Caterina da Siena.
Abbandonata la madre e i fratelli, resasi monaca, macerato il corpo co' cilizii e digiuni, vive una vita di estasi e di visioni, e scrive in astrazione anzi dètta con una lucidità di spirito maravigliosa.
Scrive a papi a principi, a re e regine, come alla madre, a' fratelli, a frati e suore, dall'altezza della sua santità, con lo stesso tono di amorevole superiorità.
Nelle più intricate faccende prende il suo partito risolutamente, consigliando e quasi comandando quella condotta che le pare conforme alla dottrina di Cristo.
Ho detto «pare», e dovrei dire «è»: perchè nessun dubbio o esitazione è nel suo spirito, e le dottrine più astruse e mentali le sono così chiare e sicure come le cose che vede e tocca.
Ha la visione dell'astratto, e lo rende come corpo, anzi fa del corpo la luce e la faccia di quello.
Indi un linguaggio figurato e metaforico, spesso sazievole, talora continuato sino all'assurdo.
È un po' il fare biblico; un po' vezzo de' tempi; ma è pure forma naturale della sua mente.
Vivendo in ispirito, le cose dello spirito le si affacciano palpabili e visibili come materia, e così come vede Cristo e angioli, vede le idee e i pensieri.
È una regione spirituale, divenutale per lungo uso così familiare, che ne ha fatto il suo mondo e il suo corpo.
Questa chiarezza d'intuizione, accompagnata con la squisita sensibilità e la perfetta sincerità della fede le fanno trovare forme delicate e peregrine, degne di un artista.
Ma le spesse ripetizioni, l'esposizione didattica, quell'incalzare di consigli, di esortazioni e di precetti senza tregua o riposo rendono il libro sazievole e monotono.
In queste lettere di Caterina quel mondo morale, rappresentato nelle vite, nelle estasi, nelle visioni de' santi, è sviluppato come dottrina in tutta la sua rigidità ascetica.
È il codice d'amore della cristianità.
La perfezione è «morire a se stesso» secondo la sua frase energica, morire alla volontà, alle inclinazioni, agli affetti umani, sino all'amore de' figli, e tutto riferire a Dio, di tutto fare olocausto a Dio.
Il suo amore verso Cristo ha tutte le tenerezze di un amore di donna, che si sfoga a quel modo, lei inconscia.
L'ultima frase di ogni sua lettera è: «Annegatevi, bagnatevi nel sangue di Cristo».
Ardente è la sua carità pel prossimo: «Amatevi, amatevi», grida la santa, e predica pace, concordia, umiltà, perdono, voce inascoltata.
La regina Giovanna rispondea alla santa con riverenza, e continuava la vita immonda.
Lo scisma giungeva al sangue nelle vie di Roma.
Più alto e puro era l'ideale della santa, meno era efficace sugli uomini.
La sua vita si può compendiare in due parole: amore e morte.
Celebre è la sua lettera sul condannato a morte, da lei assistito negli ultimi momenti: «Teneva il capo suo sul petto mio.
Io allora sentivo un giubilo e un odore del sangue suo; e non era senza l'odore del mio, il quale io desidero di spandere per lo dolce sposo Gesù».
Il sangue di Cristo la esalta, la inebbria di voluttà.
Ad una serva di Dio scrive: «Inebriatevi del sangue, saziatevi del sangue, vestitevi del sangue».
«Sudare sangue», «trasformarsi nel sangue», «bere l'affetto e l'amore nel sangue», sono immagini di questo lirismo.
Della cella «si fa un cielo», e vi gusta «il bene degl'immortali, obumbrandola Dio di un gran fuoco d'amore».
Nella estasi o visione o esaltazione di mente, è gittata giù, e le pare come se l'anima sia partita dal corpo.
Il corpo pareva quasi venuto meno.
Le membra del corpo, dice Caterina, si sentivano dissolvere e disfare come la cera nel fuoco.
E altrove: «Nel corpo a me non pareva essere, ma vedevo il corpo mio come se fosse stato un altro».
Questi ardori d'anima, queste illuminazioni di mente, questi martìri d'amore sono espressi con una semplicità ed evidenza, che testimoniano la sua sincerità.
L'anima «innamorata e ansietata d'amore, affocata» dal desiderio «crociato» o della croce, «annegata la propria volontà» nell'amore del «dolce e innamorato Verbo», vive nel corpo come fosse fuori di quello.
Posto il suo amore al di là della vita, vive morendo, dimorando con la mente al di là della vita.
Ma questa morte spirituale non l'appaga: «muoio e non posso morire», dice la santa.
Gli ultimi giorni furono battaglie con le dimonia e colloquii con Cristo, e a trentatrè anni finì la vita, consumata dal desiderio.
La «Commedia dell'anima» è ora pienamente realizzata nel suo aspetto religioso, come espressione letteraria.
Quell'anima ora ha un nome, è una persona, Alessio, Eugenia, Caterina.
Il demonio e la carne sono un mondo pieno di vita ne' racconti del Passavanti.
Quelle virtù allegoriche che escono in processione sulla scena sono le opere, le volontà, le passioni e i pensieri de' santi.
E la Divina Commedia, la trasfigurazione e la glorificazione dell'anima, la Beatrice che torna bianca nuvoletta in cielo tra i canti degli angioli, qui sono estasi, rapimenti dell'anima, colloquii con Dio, mistica unione con Cristo, e dopo la morte la santificazione e la contemplazione nell'eterna luce.
Quel concetto è uscito dall'astrattezza della scienza e dell'allegoria, dalla sua vuota generalità, e si è incarnato, è divenuto uomo.
La prosa italiana in questa letteratura acquista evidenza, colorito, caldezza di affetto, in un andar semplice e naturale, specialmente quando vi si esprimono sentimenti dolci e ingenui.
È perfetto esemplare di stile cristiano, guasto di poi.
Alla sua perfezione manca un più sicuro nesso logico, maggiore sobrietà e scelta di accessorii, ed una formazione grammaticale e meccanica più corretta.
Con lievi correzioni molti brani possono paragonarsi a ciò che di più perfetto è nella prosa moderna.
L'Imitazione di Cristo è certo prosa superiore, scritta in tempo di maggior coltura.
Ci è una maggiore virilità intellettuale, una logica più stretta, e pura di quella pedanteria scolastica che inseguiva i frati fino nel convento.
Ma non è superiore, quanto a quelle qualità organiche, dove è il segreto della vita, la schiettezza dell'ispirazione e il calore dell'affetto; e spesso in quella prosa, mirabile di precisione e di proprietà, desideri l'energia e l'intuizione di Caterina.
Nè questa prosa era già fattura di un solo, o di pochi, perchè la trovi anche ne' minori che scrivevano delle cose dello spirito.
Citerò una lettera di un discepolo di Caterina, che annunzia la sua morte:
«Credo che tu sappi come la nostra reverendissima e carissima mamma se ne andò in paradiso domenica, addì 29 di aprile (1380); lodato ne sia il Salvatore nostro, Gesù Cristo crocifisso benedetto.
A me ne pare essere rimaso orfano, però che di lei avevo ogni consolazione, e non mi posso tenere di piangere.
E non piango lei, piango me, che ho perduto tanto bene.
Non potevo fare maggiore perdita, e tu 'l sai...
.Della mamma si vuol fare allegrezza e festa, quanto che è per lei; ma di quelli suoi e di quelle che sono rimasi in questa misera vita, ène da piangere e da avere compassione grandissima.
Con veruna persona mi so dare dolore, quanto che con teco, che mi fusti cagione di acquistare tanto bene.
Prendo alcuno conforto, perchè nel mio cuore ène rimasa e incarnata la mamma nostra assai più che non era in prima; e ora me la pare bene conoscere.
Chè noi miseri ne avevamo tanta copia, che non la conoscevamo e non savamo degni della sua presenzia...
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Carissimo fratello, io sono fatto tanto smemoriato del bene che ho perduto, ch'io ti scrivo anfanando.
E però di ciò non ti scrivo più.»
Lo stesso stile è in Giovanni dalle Celle, Stefano Maconi e altri frati.
Ecco in che modo commovente e semplice sono raccontati alcuni particolari della fine di Caterina:
«Nella domenica di sessaggesima svenne, e perdè il vigore di sanità, mantenutole dalla forza dello spirito, e che non pareva scemarsi per inedia.
Il dì poi, un altro svenimento la lasciò lungamente come morta: se non che, risentitasi, stette in piede come se nulla fosse.
Cominciò la quaresima colle solite pratiche, esercizio a lei di consolazioni angosciose.
Ogni mattina, dopo la comunione le è forza rimettersi, sfinita, a letto.
Di lì a due ore usciva a San Pietro un buon miglio di strada, e lì stava orando infino a vespro.
Così fino alla terza domenica di quaresima, quando il male la spossò.
E per otto settimane giacque senza potere alzare il capo, tutta dolori.
A ogni nuovo spasimo alzando il capo, ne ringraziava Iddio lieta.
Alla domenica innanzi l'Ascensione, Il corpo non era omai più che uno scheletro, nel mezzo in giù senza moto, ma nel volto raggiante la vita.
Debole; un alito di respiro; pareva in fine; e le fu data l'estrema unzione.»
Questa eccellenza di dettato trovi pure ne' volgarizzamenti de' classici o di romanzi e storie allora in voga, come sono i volgarizzamenti di Livio e di Sallustio, i Fatti di Enea, gli Ammaestramenti degli antichi, voltati da Bartolomeo da San Concordio con un nerbo ed una vigoria degna del traduttore di Sallustio.
È una prosa adulta, spedita, calda, immaginosa, spesso colorita, con tutto l'andare di lingua viva e parlata, già nel suo fiore.
I romanzi operavano sul popolo non meno vivamente che la letteratura spirituale.
Nella sua immaginazione si confondea il cavaliere di Cristo e il cavaliere di Carlomagno, e con la stessa avidità leggea la vita di Alessio e i fatti di Enea, e gli amori di Lancillotto e Ginevra.
Caterina trae dalla cavalleria molte sue immagini.
Chiama Cristo un «dolce cavaliere», «cavaliere dolcemente armato»; chiama la Redenzione un «torneo della morte colla vita».
Ma la letteratura cavalleresca rimase stazionaria e non produsse alcun lavoro originale.
Le traduzioni sono fatte senza intenzione seria, in prosa scarna e trascurata, posto il diletto nel maraviglioso de' fatti.
Agli stessi traduttori è materia frivola, buona per passare il tempo, e non vi partecipano, non sentono colà dentro il loro mondo e la loro vita.
Accanto a questo mondo dello spirito e dell'immaginazione c'era il mondo reale, il mondo della carne o della vita terrena, come si dicea, che si potea maledire, ma non uccidere.
Era la cronaca, memoria dì per dì de' fatti che succedevano, inanime come il dizionario, o come la lista delle spese.
Quelli che ne scrivevano con qualche intenzione artistica, la dettavano in latino e la chiamavano storia.
Latini erano anche i trattati scientifici e i lavori propriamente d'arte.
Quella letteratura spirituale e cavalleresca rimanea circoscritta al popolo ed era tenuta in poco conto da' dotti.
Costoro spregiavano il volgare, come buono solo a dir d'amore e di cose frivole, e le gravi faccende della vita le trattavano in latino.
Di questi illustre per ingegno, per coltura e per patriottismo fu Albertino Mussato, coronato poeta in Padova, sua patria.
Abbiamo di lui molte opere, alcune ancora inedite.
Scrisse in quattordici libri De gestis Henrici septimi Caesaris, e anche De gestis italicorum post mortem Henrici septimi, in dodici libri, de' quali alcuni sono in versi esametri.
Fece epistole, egloghe, elegie e due tragedie, l'Achilleis e l'Eccerinis.
Quest'ultima rappresenta la tirannide di Ezzelino, creduto per la sua ferocia figlio del demonio, e la vittoria de' comuni collegati contro di lui.
È narrazione più che azione, come ne' misteri, un narrare serrato e nervoso, le cui impressioni patetiche e morali sono espresse dal coro.
Sotto a quel latino ossuto e asciutto palpita l'anima del medio evo.
Senti una società ancor rozza, selvaggia negli odii e nelle vendette, senza misura nelle passioni, poco riflessiva, di proporzioni epiche anche in forma drammatica.
Il carattere di Ezzelino non è sviluppato in modo che n'esca fuori un personaggio drammatico.
Egli rimane ravvolto nel suo manto epico, come Farinata.
È figlio de demonio, e lo sa e se ne gloria, e opera come genio del male, con piena coscienza: ciò che gli dà proporzioni colossali.
Invoca il padre e dice:
Nullis tremiscet sceleribus fidens manus;
annue, Satan, et filium talem proba.
E quest'uomo rimane così intero e tutto di un pezzo: manca l'analisi, senza di cui non è dramma.
Il concetto della tragedia è più morale che politico, quantunque il fatto sia altamente politico, rappresentando la lotta tra i comuni liberi e i tirannetti feudali.
Certo, in Mussato c'è il guelfo e ci è il padovano, che l'ispira e l'appassiona.
Ma il motivo tragico è affatto morale.
Ezzelino è punito non perchè offende la libertà, ma perchè opera scelleratamente, e «qui gladio ferit, gladio perit»: ciò che è in bocca al coro la conclusione del fatto:
Consors operum
meritum sequitur quisque suorum.
È il concetto ascetico dell'inferno applicato anche alla vita terrestre.
Questa nella sua prima apparizione letteraria è ancora nella sua generalità morale, non è sviluppata nei suoi interessi, ne' suoi fini, nelle sue passioni e nelle sue idee politiche: di che solo può nascere il dramma.
Il senso del reale era ancora troppo scarso, perchè il dramma fosse possibile.
Non ci è il sentimento collettivo non il partito e non la società: ci è l'individuo appena analizzato, rappresentato buono o cattivo e retribuito secondo le opere, forma elementare della vita reale.
Il feroce e il grottesco delle pene infernali hanno qui un riscontro nelle immani crudeltà di Ezzelino e nella immane punizione.
Questo concetto morale, ancorchè non ancora penetrato e sviluppato in tutti gli aspetti della vita, pure non è più un motto, un proverbio, un ammaestramento, un «fabula docet», una esposizione didattica in prosa o in verso, come nel secolo scorso, ma la vita in atto, con tutt'i caratteri della personalità, così nella vita contemplativa come nella vita attiva, così nel carbonaio del Passavanti come nell'Ezzelino del Mussato.
Onori straordinari furono conferiti al Mussato, tenuto pari a' classici, quando i classici erano ancora così poco noti.
Anche Venezia ebbe i suoi latinisti, che scrissero la sua storia, Andrea Dandolo e Martin Sanuto.
Nell'Italia settentrionale abbondano le cronache latine.
Il volgare vi si era poco sviluppato.
E dappertutto teologia, filosofia, giurisprudenza, medicina era insegnata e trattata in latino.
Scrissero le loro opere in questa lingua Marsilio da Padova, Cino da Pistoia, Bartolo e Baldo.
Ma in Toscana il Malespini avea già dato l'esempio di scrivere la cronaca in volgare.
E Dino Compagni seguì l'esempio, scrivendo in volgare i fatti di Firenze dal 1270 al 1312.
Attore e spettatore, prende una viva partecipazione a quello che narra, e schizza con mano sicura immortali ritratti.
Non è questa una cronaca, una semplice memoria di fatti: tutto si move, tutto è rappresentato e disegnato, costumi, passioni, luoghi, caratteri, intenzioni, e a tutto lo scrittore è presente, si mescola in tutto, esprime altamente le sue impressioni e i suoi giudizi.
Così è uscita di sotto alla sua penna una storia indimenticabile.
Questa storia è una immane catastrofe.
Da lui preveduta e non potuta impedire.
E non si accorge che di quella catastrofe cagione non ultima fu lui.
O piuttosto ne ha un'oscura coscienza, quando con quel tale «senno di poi» dice: - Oh se avessi saputo! Ma chi poteva pensare? - Ma Dino peccò per soverchia bontà d'animo; gli altri peccarono per malizia, e Dino li flagella a sangue.
Era Bianco; ma più che Bianco, era onesto uomo e patriota.
Gli pareva che que' Neri e que' Bianchi, quei Donati e quei Cerchi, non fossero divisi da altro che da gara d'uffici, e gli parea che, partendo ugualmente gli uffici, quelle discordie avessero a cessare.
Gli parea pure che tutti amassero la città, come facea lui, e fossero pronti per la sua libertà e il suo decoro a fare il sacrificio de' loro odii e delle loro cupidigie.
E gli parea che uomo di sangue regio non potesse mentire nè spergiurare, e che nessuno potesse mancare alle promesse, quando fossero messe in carta.
E anche questo gli parea, che gli amici stessero saldi intorno a lui e che ad un suo cenno tutti gli avessero ad ubbidire.
Che cosa non parea al buon Dino? E con queste opinioni si mise al governo della repubblica.
È la prima volta che si trova in presenza la morale com'era in Albertano giudice e come fu poi in Caterina, la morale de' libri e la morale del mondo.
E la contraddizione balza fuori con tutta l'energia di una prima impressione.
Il brav'uomo al contatto del mondo reale cade di disinganno in disinganno, e ciascuna volta rivela la sua ingenuità con un accento di maraviglia e d'indignazione.
Immaginatevelo alle prese con Bonifazio ottavo, Carlo di Valois e Corso Donati, ciò che di più astuto e violento era a quel tempo.
L'energia del sentimento morale offeso è il secreto della sua eloquenza.
Qui non ci è nessuna intenzione letteraria: la narrazione procede rapida, naturale, sino alla rozzezza.
Vi è un materiale crudo e accumulato e mescolato, senza ordine o scelta o distribuzione; ignota è l'arte del subordinare e del graduare; mancano i passaggi e le giunture; il fatto è spesso strozzato; spesso il colorito è un po' risentito e teso difetti di composizione gravi.
Pure le qualità essenziali che rendono un libro immortale stanno qui dentro, la sincerità dell'ispirazione, l'energia e la purità del sentimento morale, la compiuta personalità dello scrittore e del tempo, la maraviglia, l'indignazione, il dolore, la passione del cronista, che comunica a tutto moto e vita.
In tempi meno torbidi, Giovanni Villani scrisse la sua Cronaca di Firenze sino al 1348, continuata dal fratello Matteo e dal nipote Filippo.
Mira a dar memoria de' fatti, pigliandoli dove li trova, e spesso copiando o compendiando i cronisti che lo precessero.
Sono nudi fatti, raccolti con scrupolosa diligenza, anche i più minuti e familiari, della vita fiorentina, come le derrate, i drappi, le monete, i prestiti: materiale prezioso per la storia.
Ma questa cruda realtà, scompagnata dalla vita interiore che la produce, è priva di colorito e di fisonomia e riesce monotona e sazievole.
La Cronaca di Dino e le tre Cronache de' Villani comprendono il secolo.
La prima narra la caduta de' Bianchi, le altre raccontano il regno de' Neri.
Tra, vinti erano Dino e Dante.
Tra, vincitori erano i Villani.
Questi raccontano con quieta indifferenza, come facessero un inventario.
Quelli scrivono la storia col pugnale.
Chi si appaga della superficie, legga i Villani.
Ma chi vuol conoscere le passioni, i costumi, i caratteri, la vita interiore da cui escono i fatti, legga Dino.
Finora non abbiamo creduto necessario di entrare nel vivo della storia, perchè gli scrittori, o ascetici o cavallereschi o didattici, scrivono come segregati dal mondo.
Ma Dino vive nel mondo e col mondo; i fatti che racconta sono i fatti suoi, parte della sua vita, e la sua Cronaca è lo specchio del tempo, non nelle regioni astratte della scienza o nel fantastico della cavalleria e dell'ascetica, ma nella realtà della vita pubblica.
I partiti che straziavano Firenze con nomi venuti da Pistoia erano detti i Neri e i Bianchi, gli uni capitanati da' Donati e gli altri da' Cerchi, famiglie potentissime di ricchezza e di aderenze.
Dante sperò di poter pacificare la città, mandando in esilio i due più potenti e irrequieti capi delle due fazioni, Corso Donati e Guido Cavalcanti.
Venuto malato, il Cavalcanti fu richiamato, ma non Corso Donati: di che si menò molto scalpore, massime che Dante era Bianco e amico del Cavalcanti.
I Neri erano guelfi puri, e si appoggiavano sui popolani e sul papa, vicino, influente, e centro di tutti gl'intrighi e le cospirazioni guelfe.
Bonifazio ottavo, venuto dopo il giubileo in maggior superbia, avea chiamato a sè con molte promesse Carlo di Valois, detto per dispregio «senza terra», e mandatolo a Firenze sotto colore di pacificare la città, ma col proposito di ristorarvi la parte nera.
Qui comincia il dramma, esposto con sì vivi colori dal nostro Dino nel libro secondo.
Dante si lasciò persuadere di andare legato a Roma.
Si dice abbia detto: - Se io vado, chi resta? - Restò il povero Dino.
Certo, l'opera di Dante sarebbe stata più utile a Firenze, dove lasciò il campo libero agli avversari.
A Roma fu tenuto con belle parole da Bonifazio e non concluse nulla.
Dino comincia il racconto con stile concitato.
Sembra un profeta o un predicatore che tuoni sopra Gomorra o Gerosolima:
«Levatevi, o malvagi cittadini, pieni di scandali, e pigliate il ferro e il fuoco con le vostre mani e distendete le vostre malizie.
Non penate più: andate e mettete in ruina le bellezze della vostra città.
Spandete il sangue de' vostri fratelli, spogliatevi della fede e dell'amore; nieghi l'uno all'altro aiuto e servigio.
Credete voi che la giustizia di Dio sia venuta meno? Pur quella del mondo rende una per una...
Non v'indugiate, o miseri: chè più si consuma un dì nella guerra, che molti anni non si guadagna in pace, e piccola è quella favilla che a distruzione mena un gran regno.»
Qui non ci è l'uomo politico.
Ci è la realtà vista da un aspetto puramente morale e religioso, come gli ascetici; il concetto è lo stesso; la materia è diversa.
Considerata così, la realtà riesce al buon Dino altra che non pensava, e in luogo di riconoscere il suo errore, se la prende con la realtà e la maledice.
I suoi errori nascono dal concetto falso che avea degli uomini e delle cose, sì che divenne il trastullo degli uni e degli altri, perdette lo stato e fu calunniato, come avviene a' vinti.
Allora prende la penna, e li maledice tutti, Neri e Bianchi, raccontando i fatti con tale ingenuità che se le male passioni degli altri son manifeste, non è men chiara la sua soverchia bontà.
Mentre gli ambasciatori armeggiano con Bonifazio, largo promettitore purchè «sia ubbidita la sua volontà», furono in Firenze eletti i nuovi signori, e Dino fu di quelli.
Piacque la scelta, perchè «uomini non sospetti e buoni, e senza baldanza, e avevano volontà d'accomunare gli uffici, dicendo: - Questo è l'ultimo rimedio».
Questo è il giudizio che porta Dino di sè e de' suoi colleghi.
Ma i loro avversari «n'ebbono speranza», perchè li conosceano «uomini deboli e pacifici, i quali sotto spezie di pace credeano leggiermente di poterli ingannare».
Che buon Dino! Egli stesso pronunzia la sua sentenza.
I Neri «a quattro e a sei insieme, preso accordo fra loro», li andavano a visitare e diceano: «Voi siete buoni uomini e di tali avea bisogno la nostra città.
Voi vedete la discordia de' cittadini vostri: a voi la conviene pacificare, o la città perirà.
Voi siete quelli che avete la balìa, e noi a ciò fare vi profferiamo l'avere e le persone di buono e leale animo».
E benchè «di così false profferte dubitassero, credendo che la loro malizia coprissero con falso parlare», pure Dino per commessione de' suoi compagni rispose: «Cari e fedeli cittadini, le vostre profferte noi riceviamo volentieri, e cominciar vogliamo a usarle: e richieggiamvi che voi ci consigliate, e pogniate l'animo a guisa che la nostra città debba posare».
Che scellerati! E che buoni uomini! Non si può meglio rappresentare la malizia degli uni e l'innocenza degli altri.
Scrivendo dopo i fatti, Dino si picchia il petto e dice il mea culpa: «E così perdemmo il primo tempo, perchè non ardimmo a chiudere le porte, nè a cessare l'udienza ai cittadini.
Demmo loro intendimento di trattar pace, quando si convenia arrotare i ferri».
Poichè si trattava la pace, i Bianchi smessero dalle offese e i Neri presero baldanza.
E Dino confessa questo primo effetto della sua bontà: «La gente, che tenea co' Cerchi, ne prese viltà, dicendo: - Non è da darsi fatica, chè pace sarà.
- E i loro avversari pensavano pur di compiere le loro malizie».
La voce che Bonifazio ottavo si fosse chiarito contrario a' Cerchi e che Carlo di Valois veniva in Firenze, dovea aver tanto imbaldanzito i Neri, che a costoro pareva un atto di debolezza e di paura quello che in Dino era ispirato da sincero amore di concordia.
E quelle pratiche di pace spacciavano covare sotto un tradimento.
La forza materiale era ancora in mano di Dino; ma la forza morale passava agli avversari, più audaci, e confidenti in vicina vittoria.
Già ci era un'altra aria in città.
Non pur gl'indifferenti, ma anche noti seguaci de' Cerchi mutavano lingua.
Sicchè l'oratore di Carlo riferì che «la parte de' Donati era assai innalzata e la parte de' Cerchi era assai abbassata», veggendo come dopo le sue parole «molti dicitori si levarono in piè affocati per dire e magnificare messer Carlo».
Dino, volendo negare l'ingresso a Carlo e non osando prendere su di sè la cosa, «essendo la novità grande», si rimise al suffragio de' suoi concittadini.
Fu un plebiscito fatto dal debole e che riuscì in favore de' forti: solito costume de' popoli, e il buon Dino nol sapea.
I soli fornai si mostrarono uomini, dicendo che «nè ricevuto, nè onorato fusse, perchè venìa per distruggere la città».
Dino credette trovare il rimedio, chiedendo a Carlo «lettere bollate, che non acquisterebbe ...
niuna giurisdizione, nè occuperebbe niuno onore della città nè per titolo d'imperio, nè per altra cagione, nè le leggi della città muterebbe, nè l'uso».
Dino pensava che Carlo non farebbe la lettera, e provvide che il passo gli fosse negato e «vietata la vivanda».
Ma la lettera venne, e «io la vidi e fecila copiare, e quando fu venuto, io lo domandai se di sua volontà era scritta.
Rispose: - Sì, certamente -».
Ora che Dino ha la lettera in tasca, può viver sicuro.
E gli viene «un santo e onesto pensiero, immaginando: Questo signore verrà, e tutt'i cittadini troverà divisi, di che grande scandalo ne seguirà».
Onde li rauna nella chiesa di San Giovanni, e loro fa un fervorino, perchè «sopra quel sacrato fonte onde trassero il santo battesimo», giurino buona e perfetta pace.
Le parole di Dino sono di quella eloquenza semplice e commovente che viene dal cuore.
In quei tempi di lotte così accese il sentimento della concordia era tanto più vivo negli animi buoni e onesti, da Albertano a Caterina.
E non so che in Caterina si trovino parole nella loro semplicità così affettuose come queste di Dino: «Signori, perchè volete voi confondere e disfare una così buona città? Contro a chi volete pugnare? Contro a' vostri fratelli? Che vittoria avrete? Non altro che pianto».
Tutti giurarono; e Dino aggiunge con amarezza: «I malvagi cittadini, che di tenerezza mostravano lacrime, e baciavano il libro, ...
furono i principali alla distruzione della città».
Povero Dino! E si affligge il brav'uomo e si pente, e «di quel sacramento molte lacrime sparsi, pensando quante anime ne sono dannate per la loro malizia».
Carlo quintoenne, e diètrogli, dicendo che venìano a onorare il signore, lucchesi, perugini, e Cante d'Agobbio e molti altri, a sei e dieci per volta, tutti avversari de' Cerchi: e «ciascuno si mostrava amico».
Dino fece il ponte d'oro al nemico che entra, contro il proverbio.
E Carlo ebbe in Firenze milledugento cavalli.
Che fa Dino? Sceglie quaranta cittadini di amendue le parti, perchè provveggano alla salvezza della terra.
Ciò che ci era negli animi è qui scolpito in pochi tratti: «Quelli che avevano reo proponimento, non parlavano; gli altri aveano perduto il vigore.
Baldino Falconieri, uom vile, dicea: - Signori, io sto bene, perchè io non dormia sicuro».
Lapo Saltarelli, per riamicarsi il papa, ingiuria la Signoria, e tiene in casa nascosto un confinato.
Albertano del Giudice monta in ringhiera, e biasima i signori.
Pare coraggio civile, ed è viltà e diserzione.
I nemici tacciono.
Gli amici ingiuriano, per farsi grazia.
Cominciano i tradimenti.
«I priori scrissero al papa segretamente; ma tutto seppe la parte nera, perocchè quelli che giurarono credenza non la tennono».
Alfine Dino si risolve ad accomunare gli uffici, parlando «umilmente e con gran tenerezza» dello scampo della città.
Ma era troppo tardi.
I Neri non volevano parte, ma tutto.
«E Noffo Guidi parlò e disse: - Io dirò cosa che tu mi terrai crudele cittadino.
- E io li dissi che tacesse: e pur parlò, e fu di tanta arroganza, che mi domandò che mi piacesse far la loro parte nell'ufficio, maggiore che l'altra; che tanto fu a dire, quanto: - Disfa' l'altra parte - e me porre nel luogo di Giuda.
E io li risposi che innanzi io facessi tanto tradimento, darei i miei figliuoli a mangiare a' cani.»
Carlo quintoolea in mano i Signori, e li facea spesso invitare a mangiare.
E quelli si ricusavano, adducendo che la legge li costringea che fare non lo potevano; ma era «perchè stimavano che contro a loro volontà li avrebbe ritenuti».
Un giorno disse che in Santa Maria Novella fuori della terra volea parlamentare, e che piacesse alla Signoria esservi.
Dino vi mandò tre soli de' compagni: «a' quali niente disse, come colui che non volea parole, ma sì uccidere».
«Molti cittadini si dolsono con noi di quella andata, parendo loro che andassono al martirio.
E quando furono tornati, lodavano Dio, che da morte gli avea scampati.»
Volevano, se la Signoria vi fosse ita tutta, «ucciderli fuori della porta e correre la terra per loro».
E Dino che facea?
C'è un brano stupendo, che è una pittura.
Vedi come Dino passava i giorni; la sua incapacità e i suoi affanni:
«I Signori erano stimolati da ogni parte.
I buoni diceano che guardassero ben loro, e la loro città.
I rei li contendeano con quistioni.
E tra le domande e le risposte il dì se ne andava.
I baroni di messer Carlo gli occupavano con lunghe parole.
E così viveano con affanno.»
Un rimedio gli è suggerito da frate Benedetto: - Fate fare processione, e del pericolo cesserà gran parte -.
E Dino fece la processione, e molti lo schernirono, dicendo che «meglio era arrotare i ferri».
E Dino conchiude, parlando di sè e de' colleghi: «Niente giovò, perchè usarono modi pacifici, e voleano essere repenti e forti.
Niente vale l'umiltà contro alla grande malizia».
Tutto ti è messo sott'occhio, come in una rappresentazione drammatica.
Vedi i Neri in istrada, corrompere, far gente, mostrare la loro potenza.
Diceano:
«- Noi abbiamo un signore in casa; il papa è nostro protettore; gli avversari nostri non sono guerniti nè da guerra, nè da pace; danari non hanno; i soldati non sono pagati.
-»
E misero in ordine «tutto ciò che a guerra bisognava, ...
invitati molti villani d'attorno e tutti gli sbanditi».
I Neri si armavano; i Bianchi no, perchè era contro la legge, e Dino minacciava di punirli.
E ora che scrive, a scolparsi nota che fu per avarizia, perchè fece dire a' Cerchi: «- Fornitevi, e ditelo agli amici vostri -».
I Neri, «conoscendo i nemici loro vili e che aveano perduto il vigore», vengono a' ferri.
I Medici lasciano per morto Orlandi, un valoroso popolano.
Si grida a' priori: - Voi siete traditi, armatevi -.
Ecco finalmente sventolare sulle finestre il gonfalone di giustizia.
Molti vanno nascosamente ...
dal lato di parte nera.
Ma traggono alla Signoria i soldati che non erano corrotti, e altre genti, e amici a piè e a cavallo.
Era il momento di operare con vigore.
Ma «i Signori non usi a guerra erano occupati da molti che voleano essere uditi; e in poco stante si fe' notte».
Il podestà non si fe' vivo.
Il capitano non si mosse, come «uomo più atto a riposo e a pace che a guerra.» «La raunata gente non consigliò».
Il giorno finì: e non si concluse nulla, e la gente stanca se ne andò, e ciascuno pensò a se stesso.
E Dino cosa facea? Dava udienza.
I Neri lusingavano e indugiavano i Bianchi con buone parole.
Li Spini diceano alli Scali:
«- Deh! Perchè facciamo noi così? Noi siamo pure amici e parenti e tutti guelfi; noi non abbiamo altra intenzione che di levarci la catena di collo, che tiene il popolo a voi e a noi.
E saremo maggiori che noi non siamo.
Mercè per Dio, siamo una cosa, come noi dovemo essere.
- ...
Quelli che riceveano tali parole, s'ammollavano nel cuore, e i loro seguaci invilirono».
I ghibellini, credendosi abbandonati, si smarrirono, e gli sbanditi si avvicinavano alla città.
Come farli entrare? Carlo primonstava presso la Signoria, perchè si desse a lui la guardia della città e delle porte: che farebbe de' malfattori aspra giustizia.
E sotto questo nascondea la sua malizia, nota l'arguto Dino.
Ma l'arguto Dino gli dà la guardia delle porte d'Oltrarno! Bisogna proprio sentir lui:
«Le chiavi gli furono negate, e le porte di Oltrarno gli furono raccomandate, e levati ne furono i fiorentini, e furonvi messi i franciosi.
E il cancelliere e il manescalco di messer Carlo giurarono nelle mani a me Dino ricevente per lo comune....
E mai credetti che un tanto signore e della casa reale di Francia rompesse la sua fede: perchè passò piccola parte della seguente notte che per la porta che noi gli demmo in guardia, die' l'entrata a ...
molti ...
sbanditi.»
Fatta la breccia, entrano gli altri.
E i signori, venuta meno tutta la loro speranza, «deliberarono, quando i villani fossero venuti in loro soccorso, prendere la difesa.» Che erà quel prender tempo e non risolversi degli animi deboli.
Furono vinti senza combattere.
Tutti si gettarono là dov'era la forza:
«I malvagi villani gli abbandonarono...
e i ...
famigli li tradirono....
Molti soldati si volsono a servire i loro avversari.
Il podestà ...
andava procurando in aiuto di messer Carlo.»
Carlo manda i suoi a' priori, «per occupare il giorno e il loro proponimento con lunghe parole».
Giuravano che il loro signore si tenea tradito», e che farebbe la vendetta grande.
- Tenete per fermo che se il nostro signore non ha cuore di vendicare il misfatto a vostro modo, fateci levare la testa.
- E ora che scrive, Dino aggiunge: «E non giurò messer Carlo primol vero, perchè [Corso Donati] di sua saputa venne».
Carlo è pronto ad armare i suoi cavalieri e vendicare il comune, ma ad un patto, che si dieno a lui in custodia i più potenti uomini delle due parti.
E Dino consente.
«I Neri vi andarono con fidanza, i Bianchi con temenza.
Messer Carlo li fece guardare; i Neri lasciò partire, ma i Bianchi ritenne presi quella notte senza paglia e senza materasse, come uomini micidiali.»
Qui Dino non ne può più e prorompe:
«O buono re Luigi, che tanto temesti Iddio, ov'è la fede della real casa di Francia, caduta per mal consiglio, non temendo vergogna? O malvagi consiglieri, che avete il sangue di così alta corona fatto non soldato, ma assassino, imprigionando i cittadini a torto, e mancando della sua fede, e falsando il nome della real casa di Francia!»
L'indignazione è uguale alla maraviglia del buon uomo.
Come pensare che il sangue di san Luigi, un Reale di Francia, fosse spergiuro e assassino?
Quando non ci era più il rimedio, si corse al rimedio.
Dino fa sonare la campana grossa, che era un chiamare alle armi.
Ma nessuno uscì: «La gente sbigottita non trasse di casa i Cerchi.
Non uscì uomo a cavallo, nè a pie armato».
Anche il cielo vi si mescola.
Apparisce una croce vermiglia sopra il palagio de' priori:
«Onde la gente che la vide, e io che chiaramente la vidi, potemmo comprendere che Dio era fortemente contro alla nostra città crucciato.»
La città per sei giorni fu messa a ruba.
In pochi tocchi ti sta innanzi il quadro:
«Gli uomini che temeano i loro avversari si nascondeano per le case de' loro amici.
L'uno nimico offendea l'altro; le case si cominciavano ad ardere; le ruberie si faceano, e fuggivansi gli arnesi alle case degl'impotenti.
I Neri potenti domandavano danaro a' Bianchi; maritavansi le fanciulle a forza; uccideansi uomini; e quando una casa ardea forte, messer Carlo domandava: - Che fuoco è quello? - Eragli risposto che era una capanna, quando era un ricco palazzo.»
I priori, multiplicando il mal fare, e non avendo rimedio, lasciarono il priorato.
E venne al governo la parte nera.
Dino fu il Pier Soderini di quel tempo, e fu a se stesso il suo Machiavelli.
Nessuno può dipingerlo meglio che non fa egli medesimo.
In questa maravigliosa cronaca non ci è una parola di più.
Tutto è azione, che corre senza posa sino allo scioglimento.
Ma è azione, dove paion fuori caratteri e passioni.
Un motto, un tratto è un carattere.
Carlo, dopo di aver tratto da' fiorentini molti danari, va a Roma e chiede danari a Bonifazio.
- Ma io ti ho mandato alla fonte dell'oro, - risponde il papa.
È una risposta, che è un ritratto dell'uno e dell'altro.
I discorsi sono sostanziosi, incisivi, non meno pittoreschi: vedi personaggi vivi, con la loro natura e i loro intendimenti, e fanno più effetto che non le studiate e classiche orazioni venute poi.
Uomo d'impressione più che di pensiero, Dino intuisce uomini e cose a prima vista, e ne rende la fisonomia che non la puoi dimenticare.
Di Bonifazio ottavo dice:
«Fu di grande ardire e alto ingegno, e guidava la Chiesa a suo modo, e abbassava chi non li consentia.»
Di Corso Donati fa questo magnifico ritratto:
«Un cavaliere della somiglianza di Catilina romano, ma più crudele di lui, gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore; adorno di belli costumi, sottile d'ingegno, coll'animo sempre intento a mal fare (col quale molti masnadieri si raunavano, e gran sèguito avea) molte arsioni e molte ruberie fece fare;...
molto avere guadagnò e in grande altezza salì.
Costui fu messer Corso Donati che per sua superbia fu chiamato il barone, che, quando passava per la terra, molti gridavano: - Viva il barone.
- E parea la terra sua.
La vanagloria il guidava e molti servigi facea.»
La stessa sicurezza è nella rappresentazione delle cose.
Rapido, arido, tutto fatti, che balzan fuori coloriti dalle sue vivaci impressioni, dalla sua maraviglia, dalla sua indignazione.
Una cosa soprattutto lo colpisce, che «molte lingue si cambiarono in pochi giorni».
Non vi si sa rassegnare, e li chiama ad uno ad uno, e ricorda loro quello che diceano e quello che erano.
Il mutarsi dell'animo secondo gli eventi non gli potea entrare:
«Donato Alberti, ...
dove sono le tue arroganze, che ti nascondesti in una vile cucina? O messer Lapo Salterelli, minacciatore e battitore de' rettori che non ti serviano nelle tue quistioni, ove t'armasti? In casa i Pulci, stando nascoso, ...
O messer Manetto Scali, che volevi esser tenuto sì grande e temuto, ove prendesti le armi? ...
O voi popolani, che desideravate gli ufici e succiavate gli onori, e occupavate i palagi de' rettori, ove fu la vostra difesa? Nelle menzogne, simulando e dissimulando, biasimando gli amici e lodando i nemici, solamente per campare.
Adunque piangete sopra voi e la vostra città.»
I soliti fenomeni delle rivoluzioni brutali e ingenerose sono da lui rappresentati con lo stesso accento di maraviglia, come di cose non viste mai, e svegliano nel suo animo onesto una indignazione eloquente.
Ed è da quei sentimenti che è uscito questo capolavoro di descrizione:
«Molti nelle pie opere divennero grandi, i quali avanti nominati non erano, e nelle crudeli opere regnando, cacciarono molti cittadini e feciongli rubelli, e sbandeggiarono nell'avere e nella persona.
Molte magioni guastarono, e molti ne puniano, secondo che tra loro era ordinato e scritto.
Niuno ne campò che non fosse punito.
Non valse parentado nè amistà; nè pena si potea minuire, nè cambiare a coloro a cui determinate erano.
Nuovi matrimoni niente valsero, ciascuno amico divenne nimico; i fratelli abbandonavano l'un l'altro, il figliuolo il padre, ogni amore, ogni umanità si spense.
...
Patto, pietà nè mercè in niuno mai si trovò.
Chi più dicea: - Muoiano, muoiano i traditori -, colui era il maggiore.»
Tra' proscritti fu Dante.
Condannato in contumacia, non rivide più la sua patria.
Ira, vendetta, dolore, disdegno, ansietà pubbliche e private, tutte le passioni che possono covare nel petto di un uomo, lo accompagnarono nell'esilio.
Chi ha visto l'indignazione di Dino, può misurare quella di Dante.
Il priorato fu il principio della sua rovina, com'egli dice, ma fu anche il principio della sua gloria.
Non era uomo politico; mancavagli flessibilità e arte di vita; era tutto un pezzo, come Dino.
Priore, volle procurare una concordia impossibile, e non riuscì che a farsi ingannare da' Neri in Firenze e da Bonifazio in Roma.
Esule, non valse a mantenere quella preminenza che era debita al suo ingegno e alla sua virtù, si lasciò soverchiare da' più audaci e arrischiati, e non potendo impedire e non volendo accettare molti disegni, si segregò e si fece parte per se stesso.
Toltosi alle faccende pubbliche, ripiegatosi in sè, sviluppò tutte le sue forze intellettive e poetiche.
Dopo la morte di Beatrice erasi dato con tale ardore allo studio che la vista ne fu debilitata.
Finisce la Vita Nuova con la speranza «di dire di lei quello che non fu mai detto di alcuna».
E fece di questo suo primo e solo amore «la bellissima e onestissima figlia dell'Imperatore dell'universo, alla quale Pitagora pose nome Filosofia».
Frutto di questi nuovi studi furono le sue canzoni allegoriche e scientifiche.
Tra questi studi nacque la seconda Beatrice, luce spirituale, unità ideale, l'amore che congiunge insieme intelletto e atto, scienza e vita.
Intelletto, amore, atto, era questa la trinità, che fu il suo secondo amore, la sua filosofia.
Beatrice divenne un simbolo, e la poesia vanì nella scienza.
Quel mondo lirico, che a noi pare troppo astratto, parve poco spirituale ai contemporanei, che chiamavano «sensuale» quel primo amore di Dante, e poco intendevano questo suo secondo amore.
E Dante, per cessare da sè l'infamia e per mostrare la dottrina «nascosa sotto figura di allegoria», volle illustrare e comentare le sue canzoni egli medesimo.
Era dottissimo.
Teologia, filosofia, storia, mitologia, giurisprudenza, astronomia, fisica, matematica, rettorica, poetica, di tutto lo scibile avea notizia e non superficiale: perchè di tutto parlò con chiarezza e con padronanza della materia.
Il disegno gli si allargò: al poeta tenne dietro lo scienziato; e pensò di chiudere in quattordici trattati, quante erano le canzoni, tutta la scienza nella sua applicazione alla vita morale.
Un lavoro simile, che Brunetto chiamò Tesoro, e altri chiamavano Fiore o Giardino, egli chiamò Convito, quasi mensa dov'è imbandito «il pane degli angeli», il cibo della sapienza.
Brunetto avea scritto il Tesoro in francese, gli altri trattavano la scienza in latino.
La prosa volgare era tenuta poco acconcia a questa materia, massime dopo l'infelice versione dell'Etica di Aristotile, fatta da un tal Taddeo, celebre medico, nominato «l'ippocratista».
Bisogna vedere quante sottili ragioni adduce Dante per scusarsi di scrivere in volgare.
Celebra il latino come «perpetuo e non corruttibile», e perchè «molte cose manifesta concepute nella mente, che il volgare non può», e perchè «il ...
volgare seguita uso e il latino arte»; onde il latino è «più bello, più virtuoso e più nobile».
Ma appunto per questo il comento latino non sarebbe stato «suggetto alle canzoni» scritte in volgare, ma «sovrano», e il comento per sua natura è servo e non signore, e dee ubbidire e non comandare.
Ora il latino non può ubbidire, perchè «comandatore» e sovrano del volgare.
Oltrechè, come può il latino comentare il volgare, non conoscendo il volgare? E che il latino non è conoscente del volgare, si vede: «chè uno abituato di latino non distingue, s'egli è d'Italia, lo volgare provenzale dal tedesco nè il tedesco lo volgare italico o provenzale ».
Ecco le opinioni, le forme e le sottigliezze della scuola.
Questa novità di scrivere di scienza in volgare, che è come dare a' convitati «pane di biado e non di formento», gli pare così grande che a difendersene spende otto capitoli, modello di barbarie scolastica.
Lasciando stare le sottigliezze, la sostanza è questa, ch'egli usa «il volgare di sì», perchè loquela propria e «delli suoi generanti», e suo «introducitore» nello studio del latino, e perciò «nella via di scienza, ch'è ultima perfezione».
Scrisse in volgare le rime, il volgare usò «deliberando, interpretando e quistionando»; dal principio della vita ebbe con esso «benivolenza e conversazione»; il volgare è l'amico suo, dal quale non si sa dividere.
Coloro «fanno vile lo parlare italico e prezioso quello di Provenza», che per «iscusarsi del non dire o dire male accusano e incolpano la materia, cioè lo volgare proprio».
La plebe, o come dice egli, le «popolari persone» cadono «nella fossa» di questa falsa opinione per poca discrezione: «per che incontra che molte volte gridano: - Viva la loro morte - e: - Muoia la loro vita -, purchè alcuno cominci», e sono da chiamare «pecore, e non uomini».
Gli altri vi caggiono per vanità o per vanagloria, o per invidia o per pusillanimità.
Questo disamare lo volgare proprio e pregiare l'altrui, gli pare un adulterio, conchiudendo con queste sdegnose parole: «E tutti questi cotali sono gli abbominevoli cattivi d'Italia, che hanno a vile questo prezioso volgare, lo quale, se è vile in alcuna cosa, non è se non in quanto egli suona nella bocca meretrice di questi adulteri».
E però egli scrive questo comento in volgare, per fargli avere «in atto e palese quella bontade che ha in potere e occulto», mostrando che la sua virtù si manifesta anche in prosa, senza le accidentali adornezze della rima e del ritmo, come donna «bella per natural bellezza e non per gli adornamenti dell'azzimare e delle vestimenta», e che altissimi e novissimi concetti convenientemente, sufficientemente e acconciamente, «quasi come per esso latino», vi si esprimono.
E finisce con queste profetiche parole: «Questo sarà luce nuova, sole nuovo, il quale surgerà, ove l'usato tramonterà».
Tanta veemenza nell'accusare, tanto ardore nel magnificare può fare intendere quanto radicata e sparsa era l'opinione degl'infiniti «ciechi», com'egli li chiama, che tenevano il volgare inetto alla prosa.
E non ottenne l'intento.
Il latino continuò a prevalere: egli medesimo, lasciato a mezza via il Convito, trattò in latino la rettorica e la politica, che insieme con l'etica era la materia ordinaria dei trattati scientifici.
Il libro De vulgari eloquio non è un fior di rettorica, quale si costumava allora, un accozzamento di regole astratte cavate dagli antichi, ma è vera critica applicata ai tempi suoi, con giudizi nuovi e sensati.
La base di tutto l'edifizio è la lingua nobile, aulica, cortigiana, illustre, che è dappertutto e non è in alcuna parte, di cui ha voluto dare esempio nel Convito.
Questo ideale parlare italico è illustre, in quanto si scosta dagli elementi locali, ove prendono forma i dialetti e si accosta alla maestà e gravità del latino, la lingua modello.
Voleva egli far del volgare quello che era il latino, non la lingua delle persone popolari, ma la lingua perpetua e incorruttibile degli uomini colti.
Sogno assai simile a quello di una lingua universale, fondata con procedimenti artificiali della scienza.
Scegliere il meglio di qua e di là e far cosa una e perfetta, sembra cosa facile e assai conforme alla logica, ma è contro natura.
Le lingue, come le nazioni, vanno all'unità per processi lenti e storici; e non per fusioni preconcette, ma per graduale assorbimento e conquista degli elementi inferiori.
Il ghibellino che dispregiava i dialetti comunali e voleva un parlare comune italico, di cui abbozzava l'immagine, ti rivelava già lo scrittore della Monarchia.
Il trattato, De Monarchia, è diviso in tre libri.
Nel primo dimostra la perfetta forma di governo essere la monarchia; nel secondo prova questa perfezione essere incarnata nell'impero romano, sospeso, non cessato, perchè preordinato da Dio; nel terzo stabilisce le relazioni tra l'impero e il sacerdozio, l'unico imperatore e l'unico papa.
L'eccellenza della monarchia è fondata sull'unità di Dio.
Uno Dio, uno imperatore.
Le oligarchie e le democrazie sono «polizie oblique», governi «per accidente», reggimenti difettivi.
Fin qui tutti erano d'accordo, guelfi e ghibellini.
Non ci erano due filosofie: le premesse erano comuni ai due partiti.
E tutti e due ammettevano la distinzione tra lo spirito e il corpo, e la preminenza di quello, base della filosofia cristiana.
E ne inferivano che nella società sono due poteri, lo spirituale e il temporale, il papa e l'imperatore.
Il contrasto era tutto nelle conseguenze.
Se lo spirito è superiore al corpo, dunque, conchiudeva Bonifazio ottavo, il papa è superiore all'imperatore.
«Il potere spirituale - dic'egli - ha il diritto d'instituire il potere temporale e di giudicarlo, se non è buono.
E chi resiste, resiste all'ordine stesso di Dio, a meno ch'egli non immagini, come i manichei, due princìpi, Ciò che sentenziamo errore ed eresia.
Adunque ogni uomo dee essere sottoposto al pontefice romano, e noi dichiariamo che questa sottomissione è necessaria per la salute dell'anima».
Filosofia chiara, semplice, popolare, irresistibile per il carattere indiscusso delle premesse consentite da tutti e per l'evidenza delle conseguenze.
Quando lo spirito era il sostanziale e il corpo in se stesso era il peccato, e non valea se non come apparenza o organo dello spirito, cos'altro potevano essere i re e gl'imperatori, che erano il potere temporale, se non gl'investiti dal papa, gli esecutori della sua volontà? I guelfi, che, salve le franchigie comunali, ammettevano premesse e conseguenze, erano detti «la parte di santa Chiesa».
Dante ammetteva le premesse, e per fuggire alla conseguenza suppone che spirito e materia fossero ciascuno con sua vita propria, senza ingerenza nell'altro, e da questa ipotesi deduce l'indipendenza de' due poteri, amendue «organi di Dio» sulla terra, di diritto divino, con gli stessi privilegi, «due soli», che indirizzano l'uomo, l'uno per la via di Dio, l'altro per la via del mondo, l'uno per la celeste, l'altro per la terrena felicità.
Perciò il papa non può unire i due reggimenti in sè, congiungere il pastorale e la spada; anzi, come vero servo di Dio e immagine di Cristo, dee dispregiare i beni e le cure di questo mondo, e lasciare a Cesare ciò che è di Cesare.
L'imperatore dal suo canto dee usar riverenza al papa, appunto per la preminenza dello spirito sul corpo; e poichè il popolo è corrotto e usurpatore, e la società è viziosa e anarchica, il suo uffizio è di ridurre il mondo a giustizia e concordia, ristaurando l'impero della legge.
Nè è a temere che sia tiranno, perchè nella stessa sua onnipotenza troverà il freno a se stesso: perciò rispetterà le franchigie de' comuni e l'indipendenza delle nazioni.
Questa era l'utopia dantesca o piuttosto ghibellina.
Dante ne ha fatto un sistema e ne è stato il filosofo.
Scendendo alle applicazioni, Dante mostra nel secondo libro che la monarchia romana fu di tutte perfettissima.
La sua storia risponde alle tre età dell'uomo.
Nell'infanzia ebbe i re: adulta, e rettasi a popolo, con geste maravigliose, una serie di miracoli che attestano la sua missione provvidenziale, si apparecchiò alla età virile, ordinandosi a monarchia sotto Augusto, che san Tommaso chiama vicario di Cristo, e che Dante, seguendo la tradizione virgiliana, dice discendente da Enea fondatore dell'impero, per disegno divino.
E fu a quel tempo che nacque Cristo, e «fu suddito dell'impero», e compì l'opera della redenzione delle anime, mentre Augusto componeva il mondo in perfetta pace.
Da queste premesse storiche Dante conchiude che Roma per dritto divino dee essere la capitale del mondo, e che giustizia e pace non può venire in terra se non con la ristaurazione dell'impero romano, «la monarchia predestinata» di cui la più bella parte il giardino, era l'Italia.
In apparenza, questo era un ritorno al passato, ma ci era in germe tutto l'avvenire: ci era l'affrancamento del laicato e l'avviamento a più larghe unità.
I guelfi si tenevano chiusi nel loro comune; ma qui al di là del comune vedi la nazione, e al di là della nazione l'umanità, la confederazione delle nazioni.
Era un'utopia che segnava la via della storia.
Guelfi e ghibellini aveano comune la persuasione che la società era corrotta e disordinata, e chiedevano il paciere.
La selva, immagine della corruzione, è un punto di partenza comune a Brunetto guelfo e a Dante ghibellino.
I guelfi chiamavano paciere nelle loro discordie un legato del papa, come Carlo di Valois, «che giostrò con la lancia di Giuda», come dice Dante.
I ghibellini invocavano l'imperatore.
E credesi che Dante abbia scritto questo trattato per agevolare la via all'imperatore Arrigo settimo di Lucemburgo, sceso a pacificare l'Italia e morto al principio dell'impresa, glorificato da Dante, celebrato da Mussato, lacrimato da Cino.
Non avevano ancora imparato, e guelfi e ghibellini, che chiamar pacieri è mettersi a discrezione altrui, e che metter l'ordine e salvar la società dalle fazioni è antico pretesto di tutt'i conquistatori.
Dante scrisse lettere anche in latino.
Una ne scrisse appunto ad Arrigo nella sua venuta.
Raccogliendo insieme le sue opere latine, di cui la più originale è quella De vulgari eloquio, e unendovi il Convito, si può avere un giusto concetto del suo lavoro intellettuale.
Era uomo dottissimo, ma non era un filosofo.
Nè la filosofia fu la sua vocazione, lo scopo a cui volgesse tutte le forze dello spirito.
Fu per lui un dato, un punto di partenza.
L'accettò come gli veniva dalla scuola, e ne acquistò una piena notizia.
Seppe tutto, ma in nessuna cosa lasciò un'orma del suo pensiero, posto il suo studio meno in esaminare che in imparare.
Accoglie qualsiasi opinione anche più assurda, e gran parte degli errori e de' pregiudizi di quel tempo.
Cita con uguale riverenza Cicerone e Boezio, Livio e Paolo Orosio, scrittori pagani e cristiani.
La citazione è un argomento.
Il suo filosofare ha i difetti dell'età.
Dimostra tutto, anche quello che non è controverso; dà pari importanza a tutte le quistioni.
Ammassa argomenti di ogni qualità, anche i più puerili; spesso non vede la sostanza della quistione, e si perde in minuterie e sottigliezze.
Aggiungi il gergo scolastico e le infinite distinzioni.
Pure, se fra tanti viottoli ti regge ire sino alla fine, troverai nella sua Monarchia un'ampiezza ed unità di disegno ed una concordanza di parti, che ti fa indovinare il grande architetto dell'altro mondo.
I difetti delle opere latine sono comuni al Convito, e gl'intralciano lo stile, e gl'impediscono quell'andamento naturale e piano del discorso, che potea renderlo accessibile agl'illetterati, a' quali era destinato.
La sua teoria della lingua illustre lo allontana da quell'andare soave e semplice della prosa volgare, e quando gli altri volgarizzano il latino, egli latinizza il volgare, cercando nobiltà e maestà nelle perifrasi, ne' contorcimenti e nelle inversioni.
Usa una lingua ibrida, non italiana e non latina, spogliata di tutte le movenze e attitudini vivaci del dialetto, e lontana da quella dignità e misura, che ammira nel latino e a cui tende con visibile e infelice sforzo.
Se la natura gli avesse concesso un più squisito senso artistico, avrebbe forse potuto essere fondatore della prosa.
Ma gli manca la grazia, e senti la rozzezza nello sforzo della eleganza.
Salvo qualche raro intervallo, che la passione lo scalda e lo fa eloquente, la sua prosa, come la sua lirica, fa desiderare l'artista.
Vocazione di Dante non fu la filosofia e non fu la prosa.
Quello ch'egli cercava, non potè realizzarlo come scienza e come prosa.
- Che cerchi? - Gli domandò un frate.
Rispose: - Pace.
- E questo cercavano tutt'i contemporanei.
Pace era concordia del regno terrestre col regno celeste, dell'anima con Dio, il regno di Dio sulla terra.
«Adveniat regnum tuum.» Pace vera quaggiù non può essere; vera pace è in Dio, nel mondo celeste; Beatrice morendo parea che dicesse: «Io sono in pace».
La vita è una prova, un tirocinio, per accostarsi quanto si può all'ideale celeste e meritarsi l'eterna pace.
Lo scopo della vita è la salvazione dell'anima, la pace dell'anima nel mondo celeste.
Vivere è morire alla terra per vivere in cielo.
La vita è la storia dell'anima, è un «mistero».
Uscita pura dalle mani di Dio «che la vagheggia», è sottoposta quaggiù al male e al dolore, e non può tornare nella patria che purificata di ogni macula terrestre.
Per giungere a pace bisogna passare per tre gradi, personificati ne' tre esseri, Umano, Spoglia e Rinnova, e a' quali rispondono i tre mondi, inferno, purgatorio e paradiso.
Il «mistero» o la storia finisce al primo grado, quando l'anima sopraffatta dall, Umano e vinta nella sua battaglia col demonio viene in potere di questo: è la tragedia dell'anima, la tragedia di Fausto, prima che Goethe, ispirato da Dante, lo avesse riscattato.
Ma quando l'anima vince le tentazioni del demonio, e si spoglia e si purga dell'Umano, hai la sua glorificazione nell'eterna pace: hai la «commedia» dell'anima.
Questo è il mistero, ora tragedia, ora commedia, secondo che prevale l'umano o il divino, il terrestre o il celeste, che giace in fondo a tutte le rappresentazioni e a tutte le leggende di quell'età.
Messo in iscena, era detto «rappresentazione»: narrato.
Era «leggenda» o «vita», esposto in figura era «allegoria», rappresentato in modo diretto e immediato, era «visione»; anzi le due forme si compenetravano, e spesso l'allegoria era una visione, e la visione era allegorica.
Allegorie, visioni, leggende, rappresentazioni erano diverse forme di questo mistero dell'anima, del quale i teologi erano i filosofi, e i predicatori erano gli oratori, che aggiungevano spesso alla dottrina l'esempio, qualche leggenda o visione, com'è nello Specchio di vera penitenza.
Il mistero dell'anima era in fondo tutta una metafisica religiosa, che comprendeva i più delicati e sostanziali problemi della vita, e produceva una civiltà a sè conforme.
Ci entrava l'individuo e la società, la filosofia e la letteratura.
La letteratura volgare in senso prettamente religioso si stende per due secoli da Francesco di Assisi e Iacopone sino a Caterina.
L'Allegoria dell'anima, la rappresentazione del Giovane monaco, l'Introduzione alle virtù, la Commedia dell'anima sono in forma letteraria la teoria di questo mistero, che nelle lettere di Caterina raggiunge la sua perfezione dottrinale, ed acquista la sua individuazione o realtà storica ne' Fioretti, nelle leggende e nelle visioni del Cavalca e del Passavanti.
Ma questa letteratura era senza eco nella classe colta da cui esce l'impulso della vita intellettuale.
Dante spregiava il latino della Bibbia, come privo di dolcezza e di armonia.
Quello scrivere così alla buona e come si parla era tenuto barbarie e rozzezza.
Vagheggiavano una forma di dire illustre e nobile, prossima alla maestà del latino, della quale Dante die' nel Convito un saggio poco felice.
Nè potea piacere quella semplicità di ragionamento con tanta scarsezza di dottrina ad uomini che uscivano dalle scuole con tanta filosofia in capo, con tanta erudizione sacra e profana.
Ma se aveano in poco conto quella letteratura, giudicata povera e rozza, non era diverso il concetto che essi avevano della vita.
I teologi filosofavano e i filosofi teologizzavano.
La rivelazione rimaneva integra nelle sue basi essenziali, ammesse come assiomi indiscutibili.
Tali erano l'unità e personalità di Dio, l'immortalità dello spirito e lo scopo della vita oltre terreno.
Ma se il concetto era lo stesso, la materia era più ampia, abbracciando la coltura, oltre la Bibbia e i santi Padri, quanto del mondo antico era noto, e la forma era più libera, paganizzando sotto lo scudo dell'allegoria e voltando il linguaggio cristiano nelle formole di Aristotile e Platone.
Il regno di Dio chiamavano regno della filosofia.
E realizzare il regno di Dio era conformare il mondo a' dettati della filosofia unificare intelletto e atto.
Il mediatore era l'Amore, principio delle cose divine e umane, e non l'amore sensuale, ch'era peccato, ma un amore intellettuale, l'amore della filosofia.
Il frutto dell'amore è la sapienza, che non è puro intelletto, ma intelletto e atto congiunti, la virtù.
Il regno di Dio in terra era dunque il regno della virtù, o come dicevano, della giustizia e della pace.
A realizzare questo regno erano istrumenti i due Soli, i due organi di Dio, il papa e l'imperatore.
La politica era l'arte di realizzare questo regno della giustizia e della pace, rendendo gli uomini virtuosi e felici.
Il criterio politico era puramente etico, come s'è visto in Albertano giudice, in Egidio Colonna, in Mussato, in Dino Compagni.
All'effettuazione di questo regno etico concorreva la tradizione virgiliana; perchè Virgilio era un testo non meno rispettabile che la Bibbia.
E si attendeva la monarchia predestinata da Dio, la ristorazione dell'impero romano.
In questi due secoli abbiamo due letterature quasi parallele, e persistenti l'una accanto all'altra: una schiettamente religiosa, chiusa nella vita contemplativa, circoscritta alla Bibbia e a' santi Padri, e che ha per risultato inni e cantici e laude, rappresentazioni, leggende, visioni, e l'altra che vi tira entro tutto lo scibile e lo riduce a sistema filosofico, e abbraccia i vari aspetti della vita, e dà per risultato somme, enciclopedie, trattati, cronache e storie, sonetti e canzoni.
Tra queste due letterature erra la novella e il romanzo, eco della cavalleria, rimasti senza seguito e senza sviluppo, quasi cosa profana e frivola.
Gli uomini istrutti si studiavano di render popolare la cultura, specialmente nella sua parte più accessibile e pratica, l'etica e la morale.
Indi le tante versioni e raccolte di precetti etici sotto nome di Fiori, Giardini, Tesori, Ammaestramenti.
Un tentativo di questo genere fu il Tesoretto.
Nella prima parte della lirica dantesca hai la storia ideale della santa, nella sua purezza soppresso il demonio e le tentazioni della carne.
È il mistero dell'anima così come è rappresentato nella Commedia dell'anima.
L'anima, che uscita pura dalle mani di Dio, dopo breve pellegrinaggio ritorna in cielo bellezza spirituale, o luce intellettuale, è Beatrice; e Beatrice è la santa della gente colta, è la donna platonica e innominata de' poeti, battezzata e santificata.
Nella seconda parte Beatrice è la filosofia, che riceve la sua esplicazione dottrinale nelle Canzoni e nel Convito.
La poesia va a metter capo nella pura scienza, nell'esposizione scolastica di un mondo morale, dell'etica.
La letteratura popolare va a finire nelle lettere dottrinali e monotone di Caterina: il suo difetto ingenito è l'astrazione dell'ascetismo.
La letteratura dotta va a finire nelle sottigliezze scolastiche del Convito: il suo difetto intrinseco è l'astrazione della scienza.
Tutte e due hanno una malattia comune, l'astrazione, e la sua conseguenza letteraria, l'allegoria.
Ma il mondo di Dante non potea rimaner chiuso in questi limiti, o piuttosto non era questo il suo mondo naturale e geniale, conforme alle qualità del suo spirito e del suo genio, e ci sta a disagio.
La sua forza non è l'ardore della ricerca e della investigazione, che è il genio degli spiriti speculativi.
La scienza è per lui un dogma: il cervello rimane passivo in quelle scolastiche esposizioni.
Avea troppa immaginazione, perchè potesse rimaner nell'astratto, e studia più a figurarlo e colorirlo che a discuterlo e interrogarlo.
La fantasia creatrice, il vivo sentimento della realtà, le passioni ardenti del patriota disingannato e offeso, le ansietà della vita pubblica e privata, non poteano avere appagamento in quella regione astratta della scienza, che pur gli era tanto cara.
Sentiva il bisogno meno di esporre che di realizzare.
E volle realizzare questo regno della scienza o regno di Dio che tutti cercavano, farne un mondo vivente.
Il mondo è una selva oscura, corrotto dal vizio e dall'ignoranza.
Rimedio è la scienza, secondo i cui princìpi dovrebb'esser conformato.
La scienza è il mondo ideale, non qual è, ma quale dee essere.
Questo ideale si trova realizzato nell'altra vita, nel regno di Dio, conforme alla verità e alla giustizia.
Perciò ad uscir dalla selva non ci è che una via, la contemplazione e la visione dell'altra vita.
Per questa via l'anima, superate le battaglie del senso e purificatasi, ha la sua pace, la sua eterna commedia, la beatitudine.
Da questo concetto semplice e popolare uscì la contemplazione o visione, detta la Commedia, rappresentazione allegorica del regno di Dio, il «mistero dell'anima» o la «Commedia dell'anima.»
VII
LA COMMEDIA
Chi mi ha seguito vede che la «Divina Commedia» non è un concetto nuovo, nè originale, nè straordinario, sorto nel cervello di Dante e lanciato in mezzo a un mondo maravigliato.
Anzi il suo pregio è di essere il concetto di tutti, il pensiero che giaceva in fondo a tutte le forme letterarie, rappresentazioni, leggende, visioni, trattati, tesori, giardini, sonetti e canzoni.
L'Allegoria dell'anima e la Commedia dell'anima sono gli schemi, le categorie, i lineamenti generali di questo concetto.
Nel Convito la sostanza è l'etica, che Dante cerca di rendere accessibile agl'illetterati, esponendola in prosa volgare.
Qui il problema è rovesciato.
La sostanza sono le tradizioni e le forme popolari rannodate intorno al mistero dell'anima, il concetto di tutt'i misteri e di tutte le leggende, ed è in questo quadro che Dante gitta tutta la coltura di quel tempo.
Con questa felice ispirazione, pigliando a base della coltura le tradizioni e le forme popolari, riunisce le due letterature, che si contendevano il campo, intorno al comune concetto che le ispirava, il mistero dell'anima.
La rappresentazione e la leggenda esce dalla sua rozza volgarità e si alza a' più alti concepimenti della scienza; la scienza esce dal santuario e si fa popolo, si fa mistero e leggenda.
Indi l'immensa popolarità di questo libro, che gl'illetterati accettavano nel senso letterale e i dotti comentavano come un libro di scienza, come la Somma di san Tommaso.
Il popolo vedeva in quei versi quel medesimo che sentiva nelle prediche, nelle divozioni e rappresentazioni, nè è maraviglia che qualcuno guardando Dante con quella faccia pensosa e come alienata, dicesse: - Costui par veramente uscito ora dall'inferno.
- Gli eruditi si affannavano a cercare il senso de' versi strani, e il Boccaccio iniziava quella serie di comenti che spesso in luogo di squarciare il velo lo fanno più denso.
In effetti la Divina Commedia è una visione dell'altro mondo allegorica.
Cristianamente, la visione e la contemplazione dell'altra vita è il dovere del credente, la perfezione.
Il santo vive in ispirito nell'altro mondo; le sue estasi, le sue visioni si riferiscono alla seconda vita, a cui sospira.
Dante accetta questa base ascetica, popolarissima: contemplare e vedere l'altro mondo è la via della salvazione.
Per campare dalla selva del vizio e dell'ignoranza, egli si getta alla vita contemplativa, vede in ispirito l'altro mondo e narra quello che vede.
Questo è il motivo ordinario di tutte le visioni, è la storia di tutt'i santi, è il tema di tutt'i predicatori, è la lettera della Commedia, visione dell'altro mondo, come via a salute.
Ma la visione è allegoria.
L'altro mondo è allegoria e immagine di questo mondo, è in fondo la storia o il mistero dell'anima ne' suoi tre stati, detti nell'Allegoria dell'anima Umano, Spoglia, Rinnova, che rispondono a' tre mondi, Inferno, Purgatorio e Paradiso.
È l'anima intenebrata dal senso, nello stato puramente umano, che spogliandosi e mondandosi della carne si rinnova, ritorna pura e divina.
Questa allegoria era popolare e comune non meno che la lettera.
Ciascuno vedeva un po' l'altro mondo con l'occhio di questo mondo, con le sue passioni e interessi.
I predicatori, soprattutto nella descrizione delle pene infernali, cercavano immagini delle passioni terrene.
Il mistero dell'anima era la base di tutte le invenzioni, la leggenda delle leggende.
L'uomo, caduto nell'errore e nella miseria, che finisce o vendendo l'anima al demonio o purgandosi e salvandosi, era il fondamento di tutte le storie popolari, come s'è visto nell'Introduzione alle virtù e nella Commedia dell'anima.
La Commedia dell'anima è l'anima uscita dalle mani di Dio pura, che in terra combatte le sue battaglie con la carne e col demonio, e vince assistita dalla grazia di Dio.
Vizi e virtù combattono, come gli dei di Omero, intorno all'anima; le virtù vincono e l'anima è salva.
Nell'Introduzione alle virtù è un giovane caduto in miseria, a cui apparisce confortatrice la Filosofia, sua maestra e signora, e gli mostra la battaglia de' Vizi e delle Virtù; e il giovane, spregiando i beni terrestri, si leva al cielo.
La filosofia è anche la divina consolatrice di Boezio, così popolare, e di Dante, a cui dopo la morte di Beatrice apparve questa «nobilissima figlia dell'Imperatore dell'universo», facendolo suo amico e servo.
Il vizio e l'ignoranza, la conversione per opera di Dio o della filosofia, la redenzione e beatificazione, visione di Dio e della scienza, era il luogo comune delle due letterature, de' semplici e degli uomini colti.
E Dante fonde insieme le due forme, e tira nella sua allegoria filosofia e teologia, ragione e grazia, Dio e scienza, e fa un mondo armonico, assegnando a ciascuno il suo luogo.
L'anima nell'inferno e nel purgatorio, non essendo uscita ancora dal terreno ha a guida il lume naturale, la ragione o la filosofia; ma la ragione è insufficiente senza la grazia di Dio: fatta libera e monda e leggiera, ha nel paradiso maestra la grazia o la teologia, luce intellettuale, che le mostra la scienza senza velo, o Dio nella sua essenza.
Perchè l'altro mondo è allegorico, figura dell'anima nella sua storia, il poeta è sciolto da' vincoli liturgici e religiosi e spazia nel mondo libero dell'immaginazione.
Prendendo a base le tradizioni e le forme cristiane, adopera alla sua costruzione tutt'i materiali della scienza, sacra e profana, e le tradizioni e favole del mondo pagano, mescolando insieme Enea e san Paolo, Caronte e Lucifero, figure classiche e cristiane.
Così ha realizzato quel mondo universale della coltura, tanto desiderato dalle classi colte e fino allora tentato invano, cristiano nel suo spirito e nella sua lettera, ma dove già penetra da tutte le parti il mondo antico.
Mescolanza che in molti contemporanei pare strana e grottesca, legittimata qui dall'allegoria, che concede al poeta libertà di forme ch'egli creda più acconce a significare i suoi concetti.
Il mondo pagano e la scienza profana sono qui materiali di costruzione, usati a edificare un tempio cristiano, a quel modo che colonne egizie e greche si veggono talora nelle costruzioni moderne divenire simbolo e figure de' nuovi tempi e delle nuove idee.
Così a questa costruzione gigantesca prendon parte tutte le età e tutte le forme, fuse insieme e battezzate, penetrate da un solo concetto, il concetto cristiano.
L'ordito è semplicissimo: è la storia o mistero dell'anima nella sua espressione elementare, come si trova nella rappresentazione della Commedia dell'anima; e l'hai già tutta e chiara innanzi, fin dal primo canto.
Dante nel giorno del Giubileo, quando Bonifazio facea mostra di tutta la sua possanza e il mondo cristiano si raccoglieva intorno a lui, si trova smarrito in una selva oscura, e sta per soggiacere all'assalto delle passioni, figurate nella lonza, il leone e la lupa, quando a camparlo dal luogo selvaggio esce Virgilio, e lo mena seco a contemplare l'inferno e il purgatorio, ove, confessati i suoi falli, guidato da Beatrice, sale in paradiso e di luce in luce giunge alla faccia di Dio.
Allegoricamente, Dante è l'anima, Virgilio è la ragione, Beatrice è la grazia, e l'altro mondo è questo mondo stesso nel suo aspetto etico e morale, è l'etica realizzata, questo mondo quale dee essere secondo i dettati della filosofia e della morale, il mondo della giustizia e della pace, il regno di Dio.
Dante è l'anima non solo come individuo, ma come essere collettivo, come società umana, o umanità.
Come l'individuo, così la società è corrotta e discorde, e non può aver pace se non instaurando il regno della giustizia o della legge, riducendosi dall'arbitrio de' molti sotto unico moderatore.
E qui entra la tradizione virgiliana: la monarchia prestabilita da Dio, fondata da Augusto, discendente di Enea, e Roma per diritto divino capo del mondo.
Questo concetto politico non è intruso e soprapposto, ma è, come si vede, lo stesso concetto etico, applicato all'individuo e alla società.
È tale la medesimezza, che la stessa allegoria si può interpretare in un senso puramente etico, per rispetto all'individuo, e in un senso politico, per rispetto alla società.
E non è perciò maraviglia che la stessa materia si presti con tanta docilità alle più diverse interpretazioni.
Se l'allegoria ha reso possibile a Dante una illimitata libertà di forme, gli rende d'altra parte impossibile la loro formazione artistica.
Dovendo la figura rappresentare il figurato, non può essere persona libera e indipendente, come richiede l'arte, ma semplice personificazione o segno d'idea, sicchè non contenga se non i tratti soli che hanno relazione all'idea, a quel modo che il vero paragone non esprime di se stesso se non quello solo che sia immagine della cosa paragonata.
L'allegoria dunque allarga il mondo dantesco, e insieme lo uccide, gli toglie la vita propria e personale, ne fa il segno o la cifra di un concetto a sè estrinseco.
Hai due realtà distinte, l'una fuori dell'altra, l'una figura e adombramento dell'altra, perciò amendue incompiute e astratte.
La figura, dovendo significare non se stessa, ma un altro, non ha niente d'organico e diviene un accozzamento meccanico mostruoso, il cui significato è fuori di sè, com'è il grifone del Purgatorio, l'aquila del Paradiso, e il Lucifero, e Dante con le sette «P» incise sulla fronte.
La poesia non s'era ancora potuta sciogliere dall'allegoria.
Il cristianesimo in nome del Dio spirituale facea guerra non solo agl'idoli, ma anche alla poesia, tenuta lenocinio e artifizio: voleva la nuda verità.
E verità era filosofia o storia: la verità poetica non era compresa.
La poesia era stimata un tessuto di menzogne, e «poeta» e «mentitore», come dice il Boccaccio, era la stessa cosa; i versi erano chiamati, come dice san Girolamo, «cibo del diavolo».
La poesia perciò non fu accettata se non come simbolo e veste del vero: l'allegoria fu una specie di salvacondotto, pel quale potè riapparire fra gli uomini.
Erano detti «poeti solenni», a distinzione de' «popolari», i dotti che esprimevano in poesia la dottrina sotto figura, o in forma diretta.
Dante definisce la poesia «banditrice del vero», sotto «il velame della favola ascoso», di modo che il lettore «sotto alla dura corteccia, sotto favoloso e ornato parlare, trovi salutari e dolcissimi ammaestramenti».
La poesia è in sè una «bella menzogna», che non ha alcun valore, se non come figura del vero.
Con questa falsa poetica, di cui abbiamo visto l'influenza ne' nostri lirici, Dante lavora sopra idee astratte: trova una serie di concetti, e poi ti forma una serie corrispondente di oggetti.
Le menti erano assuefatte a questo processo, a correre al generale.
Il campo ordinario della filosofia scolastica era l'Ente con tutte le altre generalità, e la pratica del sillogismo avea avvezzi tutti, anche i poeti, a cercare in ogni cosa la maggiore, la proposizione generale.
Ora quel mondo di concetti è la maggiore dell'altro mondo.
Quali sieno questi concetti, io dirò quasi con le stesse parole di Dante.
La patria dell'anima è il cielo, e come dice Dante, discende in noi da altissimo abitacolo.
Essa partecipa della natura divina.
L'anima, uscendo dalle mani di Dio, è «semplicetta», «sa nulla»; ma ha due facoltà innate, la ragione e l'appetito, «la virtù che consiglia», e l'esser «mobile ad ogni cosa che piace», l'esser «presta ad amare».
L'appetito (affetto, amore) la tira verso il bene.
Ma nella sua ignoranza non sa discernere il bene, segue la sua falsa immagine e s'inganna.
L'ignoranza genera l'errore, e l'errore genera il male.
Il male o il peccato è posto nella materia, nel piacere sensuale.
Il bene è posto nello spirito: il sommo Bene è Dio, puro spirito.
L'uomo dunque, per esser felice, dee contrastare alla carne e accostarsi al sommo Bene, a Dio.
A questo fine gli è stata data la ragione come consigliera: indi nasce il suo libero arbitrio e la moralità delle sue azioni.
La ragione per mezzo della filosofia ci dà la conoscenza del bene e del male.
Lo studio della filosofia è perciò un dovere, è via al bene, alla moralità.
La moralità è la «bellezza della filosofia»: è l'etica, «regina delle scienze», «il primo cielo cristallino».
A filosofare è necessario amore.
L'Amore (appetito) può esser sementa di bene e di male, secondo l'oggetto a cui si volge.
Il falso amore è «appetito non cavalcato dalla ragione».
Il vero amore è studio della filosofia, «unimento spirituale dell'anima con la cosa amata».
Filosofia è «amistanza a sapienza», amicizia dell'anima con la sapienza.
Nelle nature inferiori l'amore è «sensibile dilettazione».
Solo l'uomo, come «natura razionale, ha amore alla verità e alla virtù» (alla filosofia).
Ciò è vera felicità, che per contemplazione della verità si acquista.
In questi concetti si trova il succo della morale antica.
Già i filosofi pagani aveano mostrato la filosofia come unico porto fra le tempeste della vita: esser filosofo significava e significa anche oggi resistere alle passioni ed a' piaceri, vincer se stesso, serbare l'eguaglianza dell'animo nelle umane vicissitudini.
Ma ecco ora sopraggiungere il cristianesimo.
L'umanità per il peccato d'origine cadde in servitù dei sensi (del male o del peccato), e la ragione e l'amore non furono più sufficienti a salvarla.
La ragione andava a tentoni e menava all'errore; «i filosofi andavan e non sapevan dove»; l'amore rimaso senza «rettore» divenne appetito sensuale.
Era necessaria una redenzione soprannaturale.
Dio si fece uomo e redense l'umanità, offrendosi vittima espiatoria per lei.
Mediante questo sacrificio, la ragione è stata avvalorata dalla fede, l'amore avvalorato dalla grazia, la filosofia è stata compiuta dalla teologia, la rivelazione.
Redenta l'umanità, ciascun uomo ha acquistato la virtù di salvarsi con l'aiuto di Dio.
Guidato dalla ragione e dalla fede, fortificato dall'amore e dalla grazia, può affrancarsi da' sensi e levarsi di mano in mano sino a Dio, al sommo Bene.
Questo cammino dalla materia o dal peccato sino allo spirito o al bene comprende tutto il circolo della morale o etica.
La conoscenza della morale (naturale e rivelata, filosofia e teologia) è perciò necessaria a salute.
La morale è il «Nosce te ipsum», la conoscenza di se stesso.
L'uomo si trova in questa vita in uno de' tre stati di cui tratta la morale, stato di peccato, stato di pentimento, stato di grazia.
L'altro mondo è figura della morale.
L'inferno è figura del male o del vizio; il paradiso è figura del bene o della virtù; il purgatorio è il passaggio dall'uno all'altro stato mediante il pentimento e la penitenza.
L'altro mondo è perciò figura de' diversi stati ne' quali l'uomo si trova in questa vita.
La rappresentazione dell'altro mondo è dunque un'etica applicata, una storia morale dell'uomo, com'egli la trova nella sua coscienza.
Ciascuno ha dentro di sè il suo inferno e il suo paradiso.
Il viaggio nell'altro mondo è figura dell'anima nel suo cammino a redenzione.
Ed è Dante stesso che fa questo viaggio.
Si trova in una selva oscura (stato d'ignoranza e di errore, la selva erronea del Convito), vede il dilettoso colle, principio e cagione di tutta gioia (la beatitudine), illuminato dal sole che mena dritto altrui per ogni calle (la scienza), ma tre fiere (la carne, gli appetiti sensuali) gli tengono il passo.
L'uomo da sè non può salire il calle, non può giungere a salute: viene dunque il deus ex machina, l'aiuto soprannaturale.
Si richiede non solo ragione, ma fede, non solo amore, ma grazia.
Virgilio (ragione e amore) lo guida, insino a che, confesso e pentito e purgato d'ogni macula terrena, succede Beatrice (ragione sublimata a fede, amore sublimato a grazia).
Con questo aiuto esce dallo stato d'ignoranza e di errore (la selva), e prende il cammino della scienza (l'altro mondo, il mondo etico e morale).
Gli si affaccia prima l'inferno (l'anima nello stato del male) e conosce il male nella sua natura, nelle sue specie, ne' suoi effetti (vedi canto XI).
Entra allora in purgatorio (pentimento ed espiazione), dove ancor vive la memoria e l'istinto del male, e conosciuto il suo stato, pentito e mondo, diventa libero (dalla carne o dal peccato).
Si trova allora ricondotto allo stato d'innocenza, nel quale era l'uomo avanti il peccato d'origine, e vede il paradiso terrestre e vede Beatrice (fede e grazia) Con la sua guida sale in paradiso (l'anima nello stato di beatitudine), di grado in grado si leva sino alla conoscenza e amore (contemplazione beatifica) di Dio, del sommo Bene, e in questa mistica congiunzione dell'umano e del divino si riposa (è beato).
La redenzione della società ha luogo nello stesso modo che degl'individui.
La società serva della materia è anarchia, discordia sviata dall'ignoranza e dall'errore.
E come l'uomo non può ire a pace, se non vinca la carne ed ubbidisca alla ragione, così la società non può ridursi a concordia, se non presti ubbidienza ad un supremo moderatore (l'imperatore) che faccia regnare la legge (la ragione), guida e freno dell'appetito.
Con questo fondo generale si lega tutto lo scibile di quel tempo, metafisica, morale, politica, storia, fisica, astronomia, ecc
Il centro intorno a cui gira questa vasta enciclopedia è il problema dell'umana destinazione che si trova in fondo a tutte le religioni e a tutte le filosofie, il mistero dell'anima, pensiero della letteratura volgare sotto tutte le sue forme.
Il problema è posto ed è sciolto cristianamente.
L'umanità ha perduto ed ha racquistato il paradiso; questa storia epica di Milton è l'antecedente del problema.
L'umanità ha racquistato il paradiso, cioè ciascun uomo ha acquistato la forza di salvarsi.
Ma in che modo? Qual è la via di salvazione? La Commedia è la risposta a questa domanda, la soluzione del problema.
Il cristianesimo ne' primi tempi di fervore rispondea: - L'uomo si salva, imitando Cristo che ha salvato l'umanità, si salva con l'amore.
Bisogna volger le spalle alla vita terrena e seguire Dio, lui amare, lui contemplare.
- Di qui la preminenza della vita contemplativa, che Dante chiama eccellentissima e simile alla vita divina.
Il che dovea menar dritto alla visione estatica, alla comunione tra l'anima e Dio, al misticismo, tanta parte della letteratura volgare.
Gli uomini stanchi del mondo cercavano pace e obblio nei monasteri, e nutrivano l'anima del pensiero della morte, della meditazione dell'altra vita; i santi Padri esortano spesso i fedeli a volger la mente all'altro mondo; anche oggi le prediche, i libri ascetici, i libri di preghiera non sono che un continuo «Memento mori»; è famoso il «Pensa, anima mia», frase formidabile, a cui il lettore vede già in aria venir dietro il giudizio universale e le fiamme dell'inferno.
Se le cose di quaggiù sono caduche e «nulla promission rendono intera», se il significato serio della vita è nell'altro mondo, se là è il vero, è la realtà: l'Iliade, il poema della vita è la Commedia, la storia dell'altro mondo.
In quei primi tempi la scienza non è necessaria a salute, anzi i cristiani menavano vanto della loro ignoranza: «Beati pauperes spiritu».
Avendo per avversari gli uomini più dotti del paganesimo, rispondevano ex abundantia cordis, con la sicurezza e l'eloquenza della fede, la loro lingua di fuoco.
Ma questo amore di cuori semplici, che spesso umiliava l'orgoglio di una scienza vòta e arida, non bastò più appresso.
Aristotele dominava nelle scuole; la scienza si era introdotta nella teologia e ne avea fatto un cumulo di sottigliezze: lo stesso misticismo avea preso forme scientifiche, divenuto ascetismo, scienza della santificazione, in Agostino, Bernardo e Bonaventura.
L'Amore dunque prende un contenuto, diviene scienza, e la loro unità è la filosofia, uso amoroso di sapienza.
La scienza però non contraddice, non annulla, anzi fortifica e dimostra lo stesso concetto della vita.
Anche per Dante la santificazione è posta nella contemplazione; l'oggetto della contemplazione è Dio; la beatitudine è la visione di Dio; al sommo della scala de' beati mette i contemplanti, non gli operanti; ma per giungere all'unione con Dio non basta volere, bisogna sapere, ci vuole la sapienza che è amore e scienza, unità del pensiero e della vita.
Perciò Virgilio non può esser ragione, che non sia anche amore, e Beatrice non può esser fede, che non sia anche grazia; Dante stesso conosce e vuole a un tempo; ogni suo atto del conoscere mena a un suo atto del volere.
L'intelletto è in cima della scala: l'amore dee essere inteso, se ne dee avere intelletto.
Tale è la soluzione dantesca.
A quattro secoli di distanza il problema si ripresenta, ma i termini sono mutati.
Il punto di partenza non è più l'ignoranza, la selva oscura, ma la sazietà e vacuità della scienza, l'insufficienza della contemplazione, il bisogno della vita attiva.
La sapiente Beatrice si trasforma nell'ignorante e ingenua Margherita; e Fausto non contempla ma opera; anzi il suo male è stato appunto la contemplazione, lo studio della scienza, e il rimedio che cerca è ribattezzarsi nelle fresche onde della vita.
Ma al tempo di san Tommaso la ragione entrava appena nella sua giovinezza; sorgea da lungo ozio, curiosa, credula, acuta, tanto più confidente, quanto meno esperta della misura di sè e delle cose; le si domandava tutto e prometteva tutto.
Dovea ella darci la pietra filosofale del mondo morale, la felicità.
Lo scopo della scienza non era speculativo solamente, ma pratico.
Nell'ordine speculativo era già conseguito il suo scopo, divenuta per Dante un libro chiuso, di cui tutte le pagine sono scritte.
Ma la scienza dee operare anche sulla volontà, menare a virtù e felicità.
E se questo miracolo non era ancora avvenuto, se la realtà era tanto disforme alla scienza, doveasene recare la cagione, secondo Dante e i contemporanei, all'ignoranza.
Bisognava dunque volgarizzare la scienza, darle uno scopo morale, drizzarla all'opera.
Indi l'importanza che ebbe l'etica e la rettorica, la scienza de' costumi e l'arte della persuasione.
I tentativi fatti, compreso il Convito, furono infelici.
Trattandosi di verità da esporre e non da cercare, manca lo spirito e l'ardore scientifico, manca in tutti, anche in Dante.
La stessa esposizione non è libera, predeterminata da forme scolastiche.
Da queste condizioni non potea uscire una letteratura filosofica, quella forma, propria degli uomini meditativi, che ti rivela non solo l'idea, ma come in te nasce, come la si presenta, con esso i sentimenti che l'accompagnano, pregna di altre idee, le quali per la potenza comprensiva della parola intravvedi, ancora senza contorni, mobili, nasciture.
Qui sta la vita superiore della forma filosofica, generata immediatamente dal travaglio del pensiero, che mette in moto tutte le altre facoltà, compresa l'immaginazione.
In quei tentativi il contenuto scientifico ci sta, non nel punto che tu lo trovi e vi metti sopra la mano, ma già trovato, divenuto nello spirito un antecedente non esaminato, tolto pesolo e grezzo dalla scuola.
La terra si manifesta meglio al coltivatore che al proprietario.
Dante sa di avere i tali fondi, ma non ci va, non entra in comunione con quelli, non vive della vita de' campi, non li lavora, li conosce sulla carta.
Rimane una proprietà astratta, senza effettiva possessione, senza assimilazione, un mio che non è me, non è fatto parte dell'anima mia.
Non ci è investigazione e non ci è passione, dico la passione che è generata da un amoroso lavoro intellettuale.
Il filosofo fora la superficie e si seppellisce nel mondo sotterraneo, dove, come dice Mefistofele, stanno le profonde radici della scienza.
Ma qui la scienza è salita sulla superficie, e se ne coglie i frutti senza fatica.
Tutto è dato, la scienza con esso le sue prove e il suo linguaggio; sì che, ferme e intangibili le parti superiori della scienza, non riman libera che l'ultima e più bassa operazione dell'intelletto, distinguere e sottilizzare.
Essendo la scienza base di tutto l'edificio, ne seguitò quella falsa poetica di cui è detto.
La letteratura solenne e dotta divenne un istrumento della scienza, un modo di volgarizzarla.
E tenne due vie, l'esposizione diretta o l'allegorica.
Nè altro fu l'intendimento di Dante nella rappresentazione dell'altro mondo.
Come que' filosofi che sotto nome di utopia costruiscono un mondo dove sia realizzato il loro sistema, Dante costruisce il mondo allegorico della scienza, dove pur trova modo di esporla in forma diretta nelle sue parti sostanziali.
Egli ha aria di dire: - Volete salvarvi l'anima? Venite appresso a me nell'altro mondo; ivi impareremo dalla bocca de' morti la filosofia morale, la scienza della salvazione.
- E i morti parlano ed espongono la scienza, soprattutto in paradiso, i cui stalli sembrano convertiti in vere cattedre o pulpiti.
Nè la scienza è solo nelle parole de' morti, ma anche nella costruzione e rappresentazione dell'altro mondo, dove essa è sposta sotto figura, in forma allegorica.
Il sistema insegue il poeta in mezzo a' suoi fantasmi, e dice: - Bada che tu non passeggi per curiosità, per osservare e dipingere: il tuo scopo è l'insegnamento della scienza per la salute dell'anima; non ti dimenticare della scienza.
- E la poetica gli soggiunge: - Pensa che tutte le tue invenzioni, belle che sieno e maravigliose, sono nè più nè meno che sciocche bugie, quando non rendano odore di scienza: la poesia è un velo sotto il quale si dee nascondere la dottrina.
- Ond'è che il poeta costringe la stessa realtà a produrre un contenuto scientifico: dietro la realtà ci è la scienza, come dietro l'ombra ci è il corpo; qui la scienza è il corpo, e la realtà è l'ombra, «ombrifero prefazio del vero», anzi è meno che ombra, perchè nell'ombra ci è pure l'immagine del corpo.
È l'alfabeto della scienza, come la parola è del pensiero, un alfabeto composto non di lettere, ma di oggetti, ciascuno segno della tale e tale idea.
Questi erano i concetti, e queste le forme, a cui lo spirito era giunto.
Perciò quel concetto fondamentale dell'età, il mistero dell'anima o dell'umana destinazione, non era ancora realizzato come arte; perchè l'arte è realtà vivente, che abbia il suo valore e il suo senso in se stessa, e qui la scienza, in luogo di calare nel reale ed obbliarvisi, lo tira e lo scioglie in sè.
Il mistero dell'anima era dunque o rozza e greggia realtà nella letteratura popolare, o trattato e allegoria nella letteratura dotta e solenne.
Dante s'impadronì di questo concetto e tentò realizzarlo come arte.
Ma ci si mise con le stesse intenzioni e con le stesse forme.
Prese quella rozza realtà degli ascetici, e volle farne l'ombrifero prefazio del vero, l'allegoria della scienza.
Da questa intenzione non potea uscir l'arte.
Neppure l'esposizione della scienza in forma diretta è arte.
Il poeta che vuole esporre la scienza, e vuol pur fare una poesia, si propone un problema assurdo, voler dare corpo a ciò che per sua natura è fuori del corpo.
La poesia si riduce dunque a un puro abbigliamento esteriore, non penetra l'idea, non se l'incorpora; l'idea rimane invitta nella sua astrazione.
Dante spiega in questo assunto tutte le forze della sua immaginazione; nessuno più di lui ha saputo con tanta potenza assalire la scienza nel proprio campo e farle forza; ma questo connubio della poesia e della scienza, ch'egli chiama nel Convito un «eterno matrimonio», non è uno di due, è un eterno due.
La poesia può farle preziosi doni, può vestirla sontuosamente, ingemmarla, girarle attorno carezzevole, può abbigliarla, non possederla.
E la possiede allora solamente, quando non la vede più fuori di sè, perchè è divenuta la sua vita e anima, la realtà.
L'allegoria è una prima forma provvisoria dell'arte.
È già la realtà, che però non ha valore in se stessa, ma come figura, il cui senso e il cui interesse è fuori di sè, nel figurato, oggetto o concetto che sia.
E poichè nel figurato ci è qualche cosa che non è nella figura, e nella figura ci è qualche cosa che non è nel figurato, la realtà divenuta allegorica vi è necessariamente guasta e mutilata.
O il poeta le attribuisce qualità non sue, ma del figurato come il veltro che si ciba di sapienza e di virtude, o esprime di lei solo alcune parti, e non perchè sue, ma perchè si riferiscono al figurato, come il grifone del Purgatorio.
In tutti e due i casi la realtà non ha vita propria, o per dir meglio non ha vita alcuna: l'interesse è tutto nel figurato, nel pensiero.
Ora, o il pensiero è oscuro, e cessa ogni interesse; o è dubbio, di maniera che ti si affaccino più sensi, e tu rimani sospeso e raffreddato; o è chiaro, e lo hai innanzi nella sua generalità, senza carattere poetico.
La selva è figura della vita terrena.
E la vita terrena, appunto perchè figurato, ti si porge spoglia di ogni particolare, per cui e in cui è vita, generale e immobile come un concetto.
Questo povero figurato è condannato, come Pier delle Vigne, a guardarsi il suo corpo penzolare innanzi senza che mai sen rivesta; e non propriamente suo, perchè quel corpo singolare, che chiamasi figura, serve a due padroni, è sè ed un altro, è insieme lettera e figura, un corpo a due anime, rappresentato in guisa, che prima paia se stesso, la selva, e considerato attentamente mostri in sè le orme di un altro.
Talora la figura fa dimenticare il figurato; talora il figurato strozza la figura.
Per lo più nel senso letterale penetrano particolari estranei che lo turbano e lo guastano, e per volerci procurare un doppio cibo ci si fa stare digiuni.
Adunque in queste forme non ci è ancora arte.
La realtà ci sta o come immagine del pensiero astratto ed estrinseco, o come figura di un figurato parimente astratto ed estrinseco.
Non ci è compenetrazione dei due termini.
Il pensiero non è calato nell'immagine; il figurato non è calato nella figura.
Hai forme iniziali dell'arte non hai ancora l'arte.
Dante si è messo all'opera con queste forme e con queste intenzioni.
Se l'allegoria gli ha dato abilità a ingrandire il suo quadro e a fondere nel mondo cristiano tutta la coltura antica, mitologia, scienza e storia, ha d'altra parte viziato nell'origine questo vasto mondo, togliendogli la libertà e spontaneità della vita, divenuto un pensiero e una figura, una costruzione a priori, intellettuale nella sostanza, allegorica nella forma.
E se la Commedia fosse assolutamente in questi termini, sarebbe quello che fu il Tesoretto prima e il Quadriregio poi, grottesca figura d'idee astratte.
Ma dirimpetto a quel mondo della ragione astratta viveva un mondo concreto e reale, la cui base era la storia del vecchio e nuovo Testamento nella sua esposizione letterale e allegorica, e che nelle allegorie, nei misteri, nei cantici, nelle laude, nelle visioni, nelle leggende avea avuta già tutta una letteratura.
Era la letteratura degli uomini semplici, poveri di spirito.
A costoro la via a salute era la contemplazione non di esseri allegorici, figurativi della scienza ma reali; Dio, la Vergine, Cristo, gli angioli, i santi, l'inferno, il purgatorio, il paradiso; ciò che essi chiamavano l'altra vita, non figura di questa, anzi la sola che essi chiamavano realtà e verità.
Il contemplante o il veggente era il santo, il profeta, l'apostolo, banditore della parola di Dio; Dante, l'amico della filosofia, contemplando il regno divino, se ne fa non solo il filosofo, ma il profeta e l'apostolo, rivelandolo e predicandolo agli uomini; diviene il missionario dell'altro mondo, ed è san Pietro che gli apre la bocca e lo investe della sacra missione:
Apri la bocca,
e non asconder quel ch'io non ascondo.
Ora questo mondo cristiano, di cui si faceva il profeta, era per lui una cosa così seria, come per tutt'i credenti, seria nel suo spirito e nella sua lettera.
Ne parla col linguaggio della scienza, lo intravvede attraverso la scienza, ma la scienza non lo dissolveva, anzi lo illustrava e lo confermava.
Supporre che esso fosse una figura, una forma trovata per adombrarvi i suoi concetti scientifici, è un anacronismo, è un correre sino a Goethe.
La scienza penetra in questo mondo come ragionamento o come allegoria, e spiega la sua costruzione e il suo pensiero, a quel modo che il filosofo spiega la natura.
E come la natura, così l'altro mondo è per Dante più che figura, è vivace e seria realtà, che ha in se stessa il suo valore e il suo significato.
Nè quel mondo cristiano rimane nella sua generalità religiosa, com'è nei cantici, nelle prediche e ne' misteri e leggende.
Dalla vita contemplativa cala nella vita attiva e si concreta nella vita reale.
Essendo la perfezione religiosa nel dispregio de' beni terreni, i credenti, da Francesco d'Assisi a Caterina, non poteano vedere con animo quieto i costumi licenziosi de' chierici e de' frati, la corruzione della città santa, dove Cristo si mercava ogni giorno, il papa divenuto sovrano temporale e dominato da fini e interessi terreni, in tresca adultera co' re.
Su questo punto i santi sono così severi, come Dante; più avean fede, e maggiore era l'indignazione.
Venendo più al particolare, abbiam visto Bonifazio legarsi con Filippo il Bello contro l'imperatore, ciò che Dante chiama un adulterio, inviare Carlo di Valois a Firenze, cacciarne i Bianchi, instaurarvi i guelfi.
Il guelfismo era allora la Chiesa, fatta meretrice del re di Francia, che la trasse poco poi in Avignone, divenuta pietra di scandalo e aizzatrice di tutte le discordie civili.
Come potere e interesse temporale, era essa non solo radice e causa della corruzione del secolo, ma impedimento alla costituzione stabile delle nazioni, e massime d'Italia, in quella unità civile o imperiale, che rendea immagine dell'unità del regno di Dio.
A questo mondo guasto contrapponevano la purezza de' tempi evangelici e primitivi e il vivere riposato e modesto delle città, prima che vi entrasse la corruzione e la licenza de' costumi, di cui la Chiesa dava il mal esempio.
Come si vede, il mondo politico entrava per questa via nel mondo cristiano, e ne facea parte sostanziale.
La politica non era ancora una scienza con fini e mezzi suoi: era un'appendice dell'etica e della rettorica.
E come vita reale il suo modello era il mondo cristiano, di cui si ricordava un'immagine pura in tempi più antichi, una specie di età dell, oro della vita cristiana.
Questo mondo cristiano-politico non era già per Dante una contemplazione astratta e filosofica.
Mescolato nella vita attiva, egli era giudice e parte.
Offeso da Bonifazio, sbandito da Firenze, errante per il mondo tra speranze e timori, fra gli affetti più contrari, odio e amore, vendetta e tenerezza, indignazione e ammirazione, con l'occhio sempre volto alla patria che non dovea più vedere, in quella catastrofe italiana c'era la sua catastrofe, le sue opinioni contraddette, la sua vita infranta nel fiore dell'età e offesi i suoi sentimenti di uomo e di cittadino.
Le sue meditazioni, le sue fantasie mandano sangue.
Non è Omero, contemplante sereno e impersonale; è lui in tutta la sua personalità, vero microcosmo, centro vivente di tutto quel mondo, di cui era insieme l'apostolo e la vittima.
Se dunque, come filosofo e letterato, involto nelle forme e ne' concetti dell'età, volea costruire un mondo etico o scientifico in forma allegorica, come entra in quel mondo, non vi trova più la figura.
Simile a quel pittore che s'inginocchia innanzi al suo san Girolamo, trasformatasi nell'immaginazione la figura nella persona del santo, egli cerca la figura e trova una realtà piena di vita, trova se stesso.
Oltre a ciò, Dante era poeta.
Invano afferma che «poeta» vuol dire «profeta», banditore del vero.
Sublime ignorante, non sapea dov'era la sua grandezza.
Era poeta e si ribella all'allegoria.
La favola, ciò ch'egli chiama «bella menzogna», lo scalda, lo soverchia, e vi si lascia ir dietro come innamorato, nè sa creare a metà, arrestarsi a mezza via.
Nel caldo dell'ispirazione non gli è possibile starsi col secondo senso innanzi e formar figure mozze, che vi rispondano appuntino, particolare con particolare, accessorio con accessorio, come riesce a' mediocri.
La realtà straripa, oltrepassa l'allegoria, diviene se stessa; il figurato scompare, in tanta pienezza di vita, fra tanti particolari.
Indi la disperazione de' comentatori: egli fece il suo mondo, e lo abbandonò alle dispute degli uomini.
Per metter d'accordo la sua poetica con la sua poesia, Dante sostiene nel Convito che il senso letterale dee essere indipendente dall'allegorico, di modo che sia intelligibile per se stesso.
Con questa scappatoia si è salvato dalle strette dell'allegoria, ed ha conquistato la sua libertà d'ispirazione, la libertà e indipendenza delle sue creature.
Sia pure l'altro mondo figura della scienza; ma è prima e innanzi tutto l'altro mondo, e Virgilio è Virgilio, e Beatrice è Beatrice, e Dante è Dante, e se di alcuna cosa ci dogliamo, è quando il secondo senso vi si ficca dentro e sconcia l'immagine e guasta l'illusione.
Sicchè nella Commedia, come in tutt'i lavori d'arte, si ha a distinguere il mondo intenzionale e il mondo effettivo, ciò che il poeta ha voluto e ciò che ha fatto.
L'uomo non fa quello che vuole, ma quello che può.
Il poeta si mette all'opera con la poetica, le forme, le idee e le preoccupazioni del tempo; e meno è artista, più il suo mondo intenzionale è reso con esattezza.
Vedete Brunetto e Frezzi.
Ivi tutto è chiaro, logico e concorde: la realtà è una mera figura.
Ma se il poeta è artista, scoppia la contraddizione vien fuori non il mondo della sua intenzione, ma il mondo dell'arte.
Come l'argomento siasi affacciato a Dante non è chiaro.
Le memorie secrete del genio non sono scritte ancora e mal si può indovinare da quello che è espresso quello che è preceduto nello spirito d'un autore.
È difficile far la geologia di un lavoro d'arte, trovare nel definitivo le tracce del provvisorio.
È probabile che la Commedia sia stata vagamente concepita fin dalla giovinezza, ad imitazione di quelle «commedie dell'anima», di quelle visioni dell'altra vita, così in voga; e che dapprima il poeta pensasse solo alla glorificazione di Beatrice e alla rappresentazione pura e semplice dell'altro mondo; e forse de' frammenti e anche de' canti furono scritti prima che un disegno ben chiaro e concorde gli entrasse in mente.
Questo è il tempo oscuro alla critica e altamente drammatico, il tempo de' tentennamenti, del silenzioso contendere con se stesso, degli abbozzi, del va e vieni, storia intima del poeta.
Il quale, quando gli si mostra l'argomento, vede per prima cosa dissolversi quella parte di realtà che vi risponde, fluttuante come in una massa di vapori guardata da alto, dove gli alberi, i campanili, i palazzi, tutte le figure si decompongono e si offrono a frammenti.
Chi non ha la forza di uccidere la realtà, non ha la forza di crearla.
Ma sono frammenti già penetrati di virtù attrattiva, amorosi, che si cercano, si congregano, con desiderio, con oscuro presentimento della nuova vita a cui sono destinati.
La creazione comincia veramente, quando quel mondo tumultuario e frammentario trovi un centro intorno a cui stringersi.
Allora esce dall'illimitato che lo rende fluttuante, e prende una forma stabile; allora nasce e vive, cioè si sviluppa gradatamente secondo la sua essenza.
Ora il mondo dantesco trovò la sua base nella idea morale.
La idea morale non è concetto arbitrario ed estrinseco all'argomento, è insito nell'altro mondo, è il suo concetto; perchè senza di quella l'altro mondo non ha ragion d'essere.
La base dunque è vera, è nell'argomento; e se difetto c'è, il difetto è nella natura dell'argomento.
Ma Dante meditandovi sopra, e non come poeta ma come filosofo, valicò l'argomento.
Non è contento che la ci sia, ma la mostra e la spiega.
E non si contenta neppure di questo.
Quella idea diviene la filosofia, tutto un sistema di concetti ben coordinato, e non è più la base, il senso interiore dell'altro mondo a quel modo che lo spirito è nella natura, ma è essa il contenuto, essa l'argomento, essa lo scopo.
Così quella vivace realtà si va ad evaporare in una generalità filosofica, e il lavoro diviene un insegnamento morale-politico sotto il velo dell'altro mondo.
Il poeta spontaneo e popolare si volta nel poeta dotto e solenne.
Descrivere l'altro mondo così alla semplice e nel suo senso immediato gli pare un frivolo passatempo, la maniera de' narratori volgari.
La lettera ci è, ma è per i profani, per gli uomini semplici, che non vedono di là dell'apparenza.
Ma egli scrive per gl'iniziati, per gl'intelletti sani, e loro raccomanda di non fermarsi alla corteccia, di guardare di là! E tutti si son messi a guardare di là.
Così sono nati due mondi danteschi, uno letterale e apparente, l'altro occulto, la figura e il figurato.
E poichè l'interesse è in questo senso occulto, in questo di là, i dotti si son messi a cercarlo.
L'hanno cercato, e non l'hanno trovato, e dopo tante dispute