STORIE ALLEGRE, di Carlo Collodi - pagina 2
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Appena arrivato sulla porta del giardino, il primo a venirgli incontro fu Melampo, un grosso cane da guardia, che cominciò subito a guardarlo male e a ringhiare, come se avesse voluto mangiarlo.
«Che cos'ha Melampo?» gridò Gigino al figliuolo del giardiniere.
«Che forse non mi conosce più? Non riconosce il suo padrone?»
«Come vuol che faccia a riconoscerlo, con codesto golettone che gli fascia tutta la gola?...
Lo creda, sor Gigino, duro fatica a riconoscerlo anch'io...
Da ieri a oggi, l'è così imbruttito...
con rispetto parlando!»
«Imbruttito?...
Sarebbe a dire?...»
«Lo creda, sor Gigino, la mi pare un galletto, quando gli hanno tirato il collo...
Che gli è venuto forse un tumore, Dio ci liberi tutti?»
«È meglio che me ne vada, senza risponderti...
se no, te ne direi delle belle» masticò Gigino fra i denti: e si avviò verso il pergolato.
Ma costretto a camminare a testa alta e non potendo vedere dove metteva i piedi, inciampò dopo pochi passi in un secchione pieno d'acqua lasciato per dimenticanza nel mezzo, e cadde lungo disteso sulla ghiaia del viale.
E la sua caduta fu così divertente, che alcune galline, le quali stavano beccando lì dintorno, invece di fuggire spaventate, cominciarono a sbattere le ali e a fare coccodè coccodè, tale e quale come se ridessero di genio alla vista di quel ragazzo così buffo per il suo golettone insaldato.
Basti dire che fra quelle galline, ve ne fu una che, nello sforzo del gran ridere, scodellò senza avvedersene un bellissimo ovo fresco.
Gigino, come potete immaginarvelo, tornò a casa tutto mortificato, e c'è da compatirlo! Se col suo goletto avesse messo di buon umore solamente il ragazzo del giardiniere, pazienza! Ma far ridere anche le galline, è troppo! Veramente, è troppo!
4.
La scherma.
E qui bisogna ritornare un passo indietro, come dicono i raccontatori di novelle.
Dovete dunque sapere, miei piccoli e carissimi lettori, che il brutto caso di quel povero cappello a tuba, strapazzato, percosso e diviso in due pezzi sulla pubblica via, non rimase un segreto per i compagni di scuola del nostro amico Gigino.
Uno scolaro, per combinazione, venne a saperlo: e quando un ragazzo sa qualche cosa, potete aspettarvi che dopo cinque minuti lo sanno anche tutti gli altri ragazzi.
Così sapessero tutti l'Aritmetica, la Storia e la Geografia!
Fatto sta, che fra i compagni di scuola di Gigino trovavasi un certo Amerigo chiamato di soprannome il Biondo, perché di capelli e di carnagione era biondo come un cannello di brace.
Il Biondo non aveva che una sola passione (bruttissima passione): quella di divertirsi e di ridere alle spalle degli altri ragazzi.
Inventava per tutti qualche canzonatura o qualche scherzo impertinente.
A chi le dava, e a chi le prometteva.
Figuratevi la sua contentezza, quando gli raccontarono la storia della famosa latta cascata sul cappello a tuba del povero Gigino!
Prese subito di mira l'amico, e non gli dètte più pace; non lo lasciò più ben'avere un minuto solo.
Tutte le volte che nell'andare a scuola s'imbatteva in lui, affibbiavagli subito un bello scappellotto sul berretto: e poi, fingendosi dolente e mortificato, diceva con voce di piagnisteo:
«Scusa, sai: mi pareva che tu avessi in testa il cappello a tuba!...
Non lo farò più!...».
Il nostro Gigino, a questi scherzi sguaiati ci soffriva, proprio ci soffriva: e avrebbe dato volentieri una buona lezione al suo accanito persecutore: ma la paura era quella che lo tratteneva: e la paura è stata sempre una gran tara per tutte quelle persone che vorrebbero aver coraggio.
Alla fine, non potendone più, fece un animo risoluto, e disse al suo maestro di ginnastica:
«Senta, signor maestro, io vorrei che lei m'insegnasse subito la scherma».
«Che cosa vuoi far della scherma?»
«Voglio battermi...»
«Con chi?»
«Con nessuno.»
«Benissimo: il signor Nessuno è l'unico avversario adattato per te!» urlò il maestro, dando in una gran risata.
«Eppure anche il babbo dice sempre che, quando sarò più grande, dovrò imparare la scherma...»
«Quando sarai più grande, sì: ma che cosa vuoi far oggi della scherma? oggi che sei un ragazzino alto poco più d'un soldo di cacio? oggi che non hai nemmeno la forza di reggere in mano il fioretto?...»
«Scusi: che cosa sarebbe il fioretto?»
«Te lo spiegherò un'altra volta.»
«Scusi, signor maestro: non potrebbe darmi qualche lezione, tanto per cominciare?...»
«Voglio contentarti.
Per oggi t'insegnerò il modo di stare in guardia.»
«Mi dispiace...
ma in guardia oggi non ci posso stare, perché dopo la scuola, mi aspettano a casa».
Il maestro fece di tutto per non dare in uno scoppio di risa: quindi riprese:
«Animo! Mettiti là, ritto, impettito della persona.
Benissimo! Ora porta la mano sinistra dietro la schiena...
Nossignore! codesta non è la mano sinistra: codesta è la destra...
Va bene così: ora con la destra impugna questo bastoncino, che farà da fioretto».
«Scusi, signor Maestro, che cos'è il fioretto?»
«Te lo spiegherò un'altra volta.
Ora allunga il braccio destro, e facendo un passo in avanti, muoviti verso di me, come se tu volessi colpirmi.»
«E poi?»
«E poi la lezione è finita.»
«È tutta questa la scherma?»
«Per la tua età, ne hai imparata anche troppa e te ne avanza».
Dopo quella lezione di scherma, Gigino diventò una specie di gigante Golia.
Nessuno gli faceva più paura.
Tant'è vero che un giorno, essendosi preso a parole col Biondo, gli disse sul viso:
«Sono stufo delle tue sguajataggini: dopo la scuola ci batteremo».
Detto fatto, i due avversari si ritrovarono insieme sopra una piazzetta deserta, uno di faccia all'altro.
«Attento!» disse Gigino al Biondo.
«Allunga il braccio destro, e passa la mano sinistra dietro la schiena.»
«Parli con me? Io per tua regola non ho tempo da perdere in tanti complimenti, e mi sbrigo subito.»
E senza aggiungere altre parole, caricò sulle spalle dell'avversario un carico di pugni, quanti potrebbe portarne un ciuchino.
Il nostro amico tornò a casa tutto indolenzito: e lungo la strada si consolava di tanto in tanto, dicendo fra sé:
«È vero che ne ho toccate! Ma quella lì non era scherma, quelli erano pugni».
5.
La cascata da cavallo.
Venuto il tempo delle vacanze, Gigino andò a passare due mesi in campagna insieme con la sua mamma.
Il babbo rimase in città, perché essendo il tempo delle elezioni, e volendo riuscire eletto deputato alla Camera, aveva bisogno di girare dalla mattina alla sera come un fattorino della posta.
A poca distanza dalla villa del nostro amico c'era una casa colonica abitata dalla famigliola del contadino: vale a dire padre, madre e due ragazzetti.
Il maggiore di questi due ragazzi aveva forse la stessa età di Gigino, e si chiamava Cecco, il minore era un bambinetto di quattr'anni appena.
«Come si chiama questo bimbo?» domandò Gigino alla mamma.
«Il suo nome vero sarebbe Brandimarte: ma noi, qui in famiglia, gli si dice Formicola, perché egli è piccino come un baco da seta.»
Gigino, come potete immaginarvelo, passava tutte le sue giornate in casa del contadino, ed era diventato l'amico indivisibile di Cecco.
Una volta, fra le altre, gli domandò:
«Che cosa si potrebbe fare per divertirsi un poco?»
«Senta, sor Gigino, vuol dar retta a me? Io ci ho un bel carrettino di legno a quattro ruote: lei c'entri dentro, e farà da padrone, e io farò da cavallo e tirerò il carretto.»
«Codesti mi paiono balocchi da ragazzi!» disse Gigino, pigliando l'aria d'un uomo serio e sbadigliando senza averne voglia.
«O che lei è vecchio?»
«Non ti dirò di esser vecchio: ma oramai tutti mi scambiano per un giovinotto.»
«Io, per esempio», soggiunse Cecco, «se dovessi scambiarlo con qualcuno, lo scambierei con un ragazzo...»
«Un ragazzo io?...
Ma non sai che fra dieci anni sarò di leva e mi toccherà a fare il soldato?»
«Io non ci ho colpa», rispose Cecco stringendosi nelle spalle.
«E fuori del carretto a quattro ruote, non avresti nessun altro passatempo?...»
«L'anno passato ce l'avevo...»
«Che cosa avevi?»
«Un cavallino bianco così addomesticato e alla mano, che veniva dietro come un pulcino, quando gli si butta il panico...»
«E ora è morto?»
«È lo stesso che sia morto, perché il padrone l'ha venduto.»
«E quando lo ricomprate il cavallo?»
«Il cavallo ce l'abbiamo, ma sarebbe quasi meglio di non averlo.
Di quei cavallacci cattivi!...
La si figuri, che a fargli una carezza, abbassa subito gli orecchi e mette fori certi dentoni, che paiono manichi di coltello.»
«E corre dimolto?»
«Gli è uno scappatore peggio di un berbero.
Se l'avessi a montar io!...
Neanche se mi ci cucissero sopra con lo spago.»
«Non ti vergogni di esser tanto pauroso?»
«No».
«Hai torto: un ragazzo della tua età dovrebbe avere molto più coraggio...»
«Lo so anch'io: ma per aver coraggio, bisognerebbe non aver paura.»
«Quando avevo la tua età, non c'era cavallo che mi mettesse in soggezione: anzi quanto più erano scappatori e focosi, e più ci avevo piacere.»
«Mi levi una curiosità», rispose Cecco, guardando il padroncino con un'aria un po' canzonatoria, «che ne ha montati dimolti lei dei cavalli?»
«Te lo lascio immaginare!...»
«Per esempio...
quanti?»
«Ci vorrebb'altro a contarli tutti!...»
«Dunque lei monterebbe anche il matto?»
«Chi è il matto?»
«Gli è appunto quel cavallaccio, che abbiamo nella stalla.»
«E perché lo chiamate il matto?»
«Perché è una bestia, con la quale non si può ragionare.»
«Mi conduci a vederlo?»
«La si figuri!»
I due ragazzi, senza far altre parole, si alzarono dalla panchina dove stavano seduti e si avviarono verso la stalla.
Giunti alla porta, Gigino disse a Cecco:
«Mena fuori il matto!»
Cecco ubbidì.
Quando Gigino ebbe visto l'animale, disse scrollando il capo in atto di compassione:
«Questo, caro mio, non è un cavallo: questa è una pecora.»
«Eppure scommetto che lei...»
«Io?...
Io per tua regola ho cavalcato certi cavalli, che tu non te li sogni nemmeno.»
(Si capisce bene che Gigino, parlando così, diceva un sacco di bugie: ma le diceva per la sua solita smania di farsi credere un giovinotto.)
«Vuol provare a montarci sopra, a bisdosso?»
«A bisdosso? cioè?»
«Vale a dire, senza sella.»
«Volentieri.
Va' a prendermi una sedia.»
«Che cosa ne vuol fare?»
«Ora lo vedrai.»
«Ma che un cavallerizzo, come lei, ha bisogno della sedia? Io, quando voglio montare a cavallo, mi attacco ai peli della criniera, spicco un bel salto, e in men che si dice, mi trovo con una gamba di qui e una di là...»
«Ognuno ha le sue opinioni: io, senza una sedia, non posso montare a cavallo.»
Cecco portò una seggiolaccia tutta sgangherata: Gigino vi si arrampicò, e inforcando il cavallo con la gamba sinistra, invece che con la destra, si trovò col viso e con tutta la persona voltata verso la coda dell'animale.
Allora Cecco, sbellicandosi dalle risa, cominciò a gridare:
«No, sor Gigino, no, l'ha sbagliato uscio: la si rigiri di lì; perché la testa del cavallo è da quell'altra parte».
«Lo so, lo so» rispose Gigino con molta disinvoltura «ma per tua regola quando io monto a cavallo, ho la precauzione di voltarmi prima dalla parte della coda...»
«Perché?»
«Perché, caro mio, le precauzioni non sono mai troppe.»
«Ora ho capito», disse Cecco, che non aveva capito nulla.
Intanto, a furia di sforzi inauditi, Gigino si rivoltò con tutta la persona verso la testa del cavallo: e compiuta appena questa difficile manovra, sarebbe sceso volentieri: ma gli mancò il tempo.
L'irrequieto animale, senza aspettare l'invito del cavaliere staccò subito un mezzo galoppo.
Figuratevi Gigino! lui, che non aveva cavalcato mai altri cavalli, che un bellissimo puledro di legno, compratogli dalla sua mamma per regalo del Capo d'anno! Quanti salti e quanti balzelloni sulla groppa secca del Matto! Il povero figliuolo ora dondolava da una parte, ora dondolava dall'altra...
e Cecco! Quella birba di Cecco, a gambe larghe in mezzo alla strada, godendosi la scena del suo padroncino, che da un momento all'altro era lì lì per fare un gran capitombolo, si mandava a male dalle grandi risate.
E il momento del capitombolo arrivò pur troppo.
Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.
«S'è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.
«E perché mi dovrei esser fatto male?»
«È stata una brutta cascata!»
«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno.
Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato.
È una disgrazia che può accadere a tutti.»
«Davvero! L'altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch'io...»
«Scendendo da cavallo?»
«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico.
E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?...»
Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c'era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:
«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio.
Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa.
Ho la pelle così delicata!...».
6.
Il sigaro.
Volete saperne un'altra? Pochi giorni dopo, sull'ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest'ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.
Che cos'era andato a fare il signor Gigino?
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l'aveva! Altro se ce l'aveva!
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.
Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s'intrattenne a cinguettare del più e del meno.
Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.
«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie...»
«Perché?»
«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»
«Davvero?»
«Il sigaro, con rispetto parlando, m'è parso sempre una gran porcheria.
Lo dice anche il nostro medico...»
«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»
«Gli do retta sicuro! Cred'ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»
«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»
«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»
«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»
«Scusi: e lei che fuma?»
«Altro se fumo!»
Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.
«E il sigaro non gli guasta l'appetito?»
«Guastarmi l'appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima.
E tu, Cecco, sei fumatore?»
«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.
«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata...»
«Ti compatisco!», disse Gigino.
«Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari...
Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»
«Volentieri.»
Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all'impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.
Tutti, com'è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand'ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:
«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»
«Che cosa ti fa il sor Gigino?»
«Mi fa le boccacce!»
E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l'altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
Poi tutt'a un tratto diventò bianco come un panno lavato.
Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.
Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato.
Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo...
mi sono spiegato?
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella...
Fosse almeno arrivato a tempo!
Povero Gigino! Dopo un'ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: "Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!..."
7.
La giubba a coda di rondine.
Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.
A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
Credete forse che se ne accorasse?
Nemmeno per sogno.
Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?
«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l'accompagnamento d'un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini...
modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz'aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.
E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.
Ma purtroppo una sera...
Vi racconterò quest'ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.
Una sera, in casa sua, c'era festa da ballo.
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi.
Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito...
ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide...
Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.
Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:
«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».
«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»
«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»
«Per lo meno, diciotto o vent'anni.»
«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?...»
«Arrivedella sor Gigino.»
E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:
«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?...
Augusto è a Roma...
e fino a lunedì non ritorna.
La sua giubba mi torna benissimo...
un po' larga, se vogliamo, un po' lunga...
ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».
E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più.
Ridevano tutti: anche il pianoforte.
Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.
Allora nacque un mezzo scompiglio.
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.
«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.
«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.
«La giubba del sor Gigino.»
«Vediamola questa famosa giubba.»
«Vediamola davvero.»
E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.
Pipì.
O lo scimmiottino color di rosa
1.
Perché a Pipì fu dato il soprannome di «scimmiottino color di rosa»
Nel famosissimo bosco di Vattel'a pesca, c'era una volta una piccola famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l'anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese.
Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pipì non somigliava punto né a' suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco.
Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo così di prim'acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragione che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.
Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d'un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pipì spalancò tanto d'occhi e rimase come incantato.
"Oh!" diceva de
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