STORIE ALLEGRE, di Carlo Collodi - pagina 3
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Gigino cadde, come un fagotto di cenci, fra la polvere della strada, e il cavallo, senza darsene per inteso, andò a mangiar erba nel campo vicino.
«S'è fatto molto male?» gli domandò Cecco, che era corso a gran carriera per aiutarlo.
«E perché mi dovrei esser fatto male?»
«È stata una brutta cascata!»
«Povero grullo! Che credi che sia cascato? Neanche per sogno.
Volevo scendere, e nello scendere ho messo un piede in fallo e sono sdrucciolato.
È una disgrazia che può accadere a tutti.»
«Davvero! L'altro giorno, per esempio, sdrucciolai anch'io...»
«Scendendo da cavallo?»
«No: mettendo un piede sopra una buccia di fico.
E questo corno, che gli è venuto qui sulla fronte?...»
Gigino si toccò la fronte con la mano, e sentito che c'era davvero un piccolo gonfio, disse con la solita disinvoltura:
«Si vede che, nello scendere, ho battuto un ginocchio.
Basta che io batta un ginocchio, perché mi venga subito un corno nella testa.
Ho la pelle così delicata!...».
6.
Il sigaro.
Volete saperne un'altra? Pochi giorni dopo, sull'ora del desinare, il nostro amico entrò in casa del contadino e trovò tutta la famigliola a tavola: vale a dire, Tonio, il capoccia, la sua moglie Betta, e i due ragazzi Cecco e Formicola, quest'ultimo chiamato così, perché (come già sapete) era piccolino e minuto quanto un baco da seta.
Che cos'era andato a fare il signor Gigino?
Oh! non abbiate paura che il suo bravo perché ce l'aveva! Altro se ce l'aveva!
Tonio e la Betta, tanto per far vedere il buon cuore, gli domandarono subito se voleva favorire, ossia se voleva prendere un morso di pane e di formaggio fresco.
Gigino ringraziò, e atteggiandosi a persona annoiata, s'intrattenne a cinguettare del più e del meno.
Appena però si accorse che il desinare stava per finire, tirò fuori di tasca un bel sigaro toscano, e spezzandolo nel mezzo col garbo di un vecchio fumatore, ne offerse la metà al capoccia Tonio.
«Mi dispiace», disse il contadino tutto complimentoso, «mi dispiace di non poter fare onore alle sue grazie...»
«Perché?»
«Perché non fumo, e non ho mai fumato.»
«Davvero?»
«Il sigaro, con rispetto parlando, m'è parso sempre una gran porcheria.
Lo dice anche il nostro medico...»
«Bravo furbo! E tu sei tanto bono da dar retta al medico?»
«Gli do retta sicuro! Cred'ella che il nostro medico sia uno zuccone? La se lo levi dal capo: è un omo che la sa lunga dimolto e ci vede bene, e quando i suoi malati moiono, gli è proprio segno che non volevano più campare.»
«E che cosa dice il vostro medico dei sigari?»
«Dice che i sigari sono la peste del genere umano e la sorgente di tutti i malanni che vengono sulla lingua, in gola e in fondo allo stomaco.»
«Grullerie! Ti pare che se i sigari facessero male davvero, il governo li lascerebbe vendere in tutte le botteghe?»
«Scusi: e lei che fuma?»
«Altro se fumo!»
Gigino, dicendo così, diceva al solito una grossa bugia, perché fino a quel giorno non aveva fumato mai.
«E il sigaro non gli guasta l'appetito?»
«Guastarmi l'appetito? a me? Per tua regola ho una salute di bronzo, e quando ho fumato un mazzo di sigari, sto meglio di prima.
E tu, Cecco, sei fumatore?»
«Vorrei vedere anche questa!», gridò la Betta inviperita, alzandosi in piedi e puntando le mani sulla tavola.
«Io», rispose il ragazzo ridendo, «fumo qualche volta: ma fumo i sigari di cioccolata...»
«Ti compatisco!», disse Gigino.
«Sei ancora troppo ragazzo per i nostri sigari...
Mi vuoi dare un fiammifero acceso?»
«Volentieri.»
Cecco accese un fiammifero di legno e lo presentò al padroncino; il quale, trovandosi oramai all'impegno, si armò di un coraggio da leoni e ficcatosi mezzo sigaro fra le labbra, cominciò a fumarlo.
Tutti, com'è naturale, lo guardavano con maraviglia, come si guarderebbe una bestia rara: quand'ecco il bambinetto chiamato Formicola, che voltandosi alla mamma, disse con una vocina piagnucolosa:
«Mamma, lo fai smettere il sor Gigino?»
«Che cosa ti fa il sor Gigino?»
«Mi fa le boccacce!»
E Formicola aveva ragione: perché il nostro amico, fra una fumata e l'altra, faceva con la bocca certi versacci sguaiati, da metter quasi paura.
Poi tutt'a un tratto diventò bianco come un panno lavato.
Avrebbe voluto rizzarsi in piedi, ma le gambe gli si ripiegavano.
«Si sente male?» gli domandò premurosamente la Betta.
Gigino si provò a rispondere qualche cosa: ma non ebbe fiato.
Invece sbadigliò, e dopo uno sbadiglio lungo lungo, sputò tre o quattro volte e fece con la bocca un certo garbo...
mi sono spiegato?
Allora Tonio corse subito a prendere una catinella...
Fosse almeno arrivato a tempo!
Povero Gigino! Dopo un'ora di trambusto di stomaco, che somigliava alla morte, se ne tornò alla villa mezzo intontito: e salendo le scale, diceva fra sé e sé: "Quanto avrei fatto meglio a fumare un sigaro di cioccolata!..."
7.
La giubba a coda di rondine.
Finita la villeggiatura, il bravo Gigino dové presentarsi agli esami per essere ammesso alla terza ginnasiale.
A sentir lui, era sicurissimo di uscir vittorioso: ma invece, come suol dirsi, rimase schiacciato.
Credete forse che se ne accorasse?
Nemmeno per sogno.
Anzi, quando il babbo e la mamma lo rimproverarono per aver fatto una meschina figura e per aver perduto inutilmente un anno di scuola, volete sapere come rispose?
«Che cosa fa un anno di più o un anno di meno? Sono forse un vecchio? Ho appena nove anni, e non mi manca il tempo per ricattarmi.»
Sissignori! Quel monello, quando era spinto dalla vanità di vestirsi da giovinotto, si cresceva gli anni a manciate: quando poi voleva scusarsi della poca voglia di studiare, allora, a lasciarlo discorrere, ridiventava un bambino di nove o dieci anni appena.
Per altro, trovandosi qualche volta solo, andava rimuginando col pensiero la storia burrascosa del famoso cappello a tuba, la risata delle galline per il suo golettone inamidato, gli scapaccioni avuti dal Biondo, sebbene il Biondo non sapesse la scherma, la cascata da cavallo con l'accompagnamento d'un bel corno in mezzo alla testa, e le fumate di quel sigaro traditore, che lo aveva costretto a fare i gattini...
modo pulito per non dire che lo aveva costretto a rimetter fuori alla luce del sole tutta la colazione divorata con tanto gusto poche ore prima.
E ripensando a tutte queste cose, e facendo nella sua testina un piccolo calcolo a mezz'aria, venne finalmente a capacitarsi che questa vanità di atteggiarsi a giovinotto prima del tempo, gli aveva fruttato più dispiaceri, che vere consolazioni di amor proprio soddisfatto.
E giurò sul serio di voler mutar vita e di rassegnarsi oramai a rimaner ragazzo fino a tanto che il calendario non gli avesse regalato qualche anno di più.
E mantenne il giuramento per parecchi mesi.
Ebbe in questo periodo di prova molte tentazioni: ma riuscì a spuntarle, e rimase sempre padrone del campo.
Ma purtroppo una sera...
Vi racconterò quest'ultima disgrazia di Gigino, ma ve la racconterò con parole quasi allegre per non farvi piangere.
Una sera, in casa sua, c'era festa da ballo.
Gigino, non volendo sfigurare di fronte agli altri, andò per tempo a chiudersi in camera: e lì si pettinò, si lisciò, e si agghindò, come un vero figurino di Parigi.
Aveva una bella camicia bianca, col goletto rovesciato, e una giacchettina di panno nero, che gli tornava a pennello.
Quando sentì che il pianoforte accennava i primi preludi della polca e della marzurka, corse subito...
ma prima di entrare in sala, fece capolino alla porta e vide...
Vide un brulichio di cravatte bianche e di giubbe a coda di rondine.
La giubba a coda di rondine era stata sempre la sua gran passione, il suo sogno dorato.
Prova ne sia che una volta, essendo venuto il sarto a riportargli una giacchettina di velluto, gli domandò in tutta segretezza:
«Scusi: a questa giacchettina non si potrebbero attaccare di dietro due falde?».
«Volendo, si può far tutte: ma le pare che la giubba sia un vestito adattato per i ragazzi della sua età?»
«Quanti anni bisogna avere per mettersi la giubba?»
«Per lo meno, diciotto o vent'anni.»
«Mi pare una bella prepotenza! Dunque, perché siamo ragazzi, dovremo sempre vestire a modo degli altri?...»
«Arrivedella sor Gigino.»
E il sarto se ne andò scrollando il capo e mordendosi i baffi.
La sera della festa da ballo, il nostro amico sentendosi rinfocolare la passione per la giubba, almanaccò col suo cervellino di grillo questo bellissimo ragionamento:
«Se mi mettessi la giubba del mio fratello Augusto?...
Augusto è a Roma...
e fino a lunedì non ritorna.
La sua giubba mi torna benissimo...
un po' larga, se vogliamo, un po' lunga...
ma in mezzo a quella folla di ballerini e di ballerine, chi se ne avvede?».
E lì, fatto un animo risoluto, entrò nella camera del fratello, prese la giubba e se la infilò.
Figuratevi quando fece la sua comparsa in sala! Scoppiò una risata, che non finiva più.
Ridevano tutti: anche il pianoforte.
Una signorina, fra le altre, rise tanto e poi tanto, che venne presa da un singhiozzo convulso, e fu portata fuori della sala quasi svenuta.
Allora nacque un mezzo scompiglio.
Il pianoforte smesse di suonare: le coppie che ballavano, si sciolsero: la quadriglia rimase a mezzo, e tutti si affollarono per conoscere la causa di quello svenimento.
«Povera giovinetta! Ha riso troppo! e il troppo ridere qualche volta fa male!», dicevano alcuni.
«E il motivo di quel riso convulso?» domandavano altri.
«La giubba del sor Gigino.»
«Vediamola questa famosa giubba.»
«Vediamola davvero.»
E lì dintorno a Gigino, il quale impermalito di far da zimbello ai curiosi, dètte in uno scoppio di pianto e fuggì dalla sala come un gatto frustato.
Da quella sera in poi, Gigino, messo il capo a partito, si liberò dalla ridicola passione di vestirsi a uso giovinotto, prima del tempo.
E fece bene: perché i ragazzi, vestiti da ragazzi, figurano molto più di quel marmocchi, che hanno la pretesa di mascherarsi da omini anticipati.
Pipì.
O lo scimmiottino color di rosa
1.
Perché a Pipì fu dato il soprannome di «scimmiottino color di rosa»
Nel famosissimo bosco di Vattel'a pesca, c'era una volta una piccola famigliola composta di sette scimmie: il babbo, la mamma e cinque scimmiottini alti quanto un soldo di cacio.
Questa famigliola abitava fra i rami di un albero gigantesco, in mezzo a una foresta, e pagava quindici susine l'anno di pigione a un vecchio gorilla prepotente, che si era messo in capo di essere il padrone di casa.
Dei cinque scimmiottini, quattro avevano il pelame di un colore scuro come la cioccolata; ma il quinto, invece, ossia il più piccolo di loro, fosse scherzo di natura o altro, fatto sta che era tutto ricoperto, salvo il musino, da una finissima lanugine di color vermiglio carnicino, come le foglie della rosa maggese.
Ed è per questa ragione che in casa e fuori di casa lo chiamavano tutti in canzonatura col soprannome di Pipì, parola che nella lingua parlata delle scimmie, vuol dire precisamente color di rosa.
Pipì non somigliava punto né a' suoi fratelli, ne agli altri scimmiottini del vicinato.
Aveva un musino vispo e intelligente; un par di occhietti furbi, che non stavano fermi un minuto: una bocchina che rideva sempre, e un personalino asciutto e flessibile, come un gambo di giunco.
Era, insomma, come suol dirsi, uno scimmiottino fatto proprio col pennello.
Vedendolo così di prim'acchito, si poteva quasi scambiarlo per un ragazzino di otto o nove anni, per la gran ragione che Pipì faceva il chiasso e i balocchi, come un ragazzo: correva dietro alle farfalle e andava in cerca di nidi, come i ragazzi: era ghiottissimo delle frutta acerbe, come i ragazzi: mangiava ogni cosa e mangiava sempre, come i ragazzi: e dopo aver mangiato ben bene, si ripuliva la bocca con le mani, come fanno i ragazzi e segnatamente i ragazzi poco puliti.
Ma la più gran passione di Pipì volete sapere qual era?
Era quella di scimmiottare tutto quello che vedeva fare agli uomini.
Un giorno, fra gli altri, mentre andava per la foresta a caccia di cicale e di grilli, vide a poca distanza un giovanetto seduto a piè d'un albero, che se ne stava tranquillamente fumando la sua pipa.
A quella vista, Pipì spalancò tanto d'occhi e rimase come incantato.
"Oh!" diceva dentro di sé "se potessi avere una pipa anch'io!...
Oh se potessi anch'io farmi uscire que' bei nuvoli di fumo dalla bocca!...
Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d'invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!"
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po' per la stanchezza e un po' per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull'erba, si addormentò.
Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?
Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e rattenendo perfino il fiato...
allungò adagino adagino una zampa...
prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull'erba...
e poi, via a gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt'allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:
«Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l'altro diventerai un uomo anche tu...
e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi!»
Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.
Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?
È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest'altro capitolo.
2.
Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda
Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil'anni di vita.
Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli occhi a cagione dell'età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell'acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d'anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po' di elemosina al povero vecchio.
E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati.
Tutt'altro.
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:
«Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!...».
Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano né caldo né freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:
«Dite, Arabà: dacché siete al mondo, ne avete trovati mai degl'impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?»
«Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c'è più impertinenti che mosche.»
«Dite, Arabà: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?»
«Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.»
«Dunque, dacché siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?»
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:
«Una volta sola.
E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua età....»
«E che cosa vi fece questo scimmiottino?» domandò Pipì, con una curiosità vivissima.
«Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso.
Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e, calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso.
Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell'acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!»
«Davvero?...
Oh povero Arabà!...», disse Pipì con falsa compassione.
E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:
«Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo».
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c'era sulla riva del lago una folla immensa.
Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.
Quand'ecco Pipì che salito sopra un albero sporgente sull'acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca e zaff...
con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all'albero, si dette a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c'era più.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell'ora l'aveva bell'e digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all'impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:
«Rendimi la mia pipa!...».
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non poté: perché in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.
"Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?", pensava lo scimmiottino tremando dalla paura.
"Se per caso è un leone, sono bell'e perduto!...
Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!...
Se è una iena o un leopardo, non c'è più scampo per me!...
Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?..."
Per buona fortuna, la bestia ragliò...
e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.
Quel raglio fu l'unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!
3.
Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato
Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tutt'a un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu così brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sull'erba per un mezzo chilometro.
Figuratevi quante capriole dové fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.
Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti, e nulla.
Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.
«Chi è che piange?», domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.
«Sono io!...
sono un povero scimmiottino che muore di fam...»
Ma non poté finire la parola, perché gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.
«Esci fuori, e mangerai.»
«Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?»
«Perché?»
«Perché non mi riesce di rompere il sacco.»
«Lascia fare: il sacco lo romperò io.»
Detto fatto, il topo si distese lungo sull'erba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva ne' denti.
Ma il sacco non cedeva, perché era più duro del cuoio.
«Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?», domandò lo scimmiottino.
»Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!»
«Cinque mesi?», strillò di dentro il povero Pipì, «ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!...»
E ricominciò a piangere più forte che mai.
«Chi è che piange?», domandò un vitello, che pascolava lì vicino.
«È un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco», rispose il topo.
«Perché non può uscire?»
«Perché il sacco è così duro, che non c'è verso di romperlo.»
«Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga.»
E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
«Ohi! son morto!...», gridò di dentro il povero Pipì: e non disse altro.
Intanto il sacco, a quell'urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena d'aria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via...
ruzzolava sempre più lesto...
e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lì lì per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giù...
cadde in un fiume così profondo e così largo, che non si vedevano le sponde da una parte all'altra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:
«È alzato il padroncino Alfredo?»
«Il padroncino», rispose il portiere, «è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.»
«Avvisatelo, che stamani all'alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco...»
«Che cos'è mai questo sacco?»
«Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.»
Appena il portiere ebbe fatta l'imbasciata, tornò in un attimo sulla porta e disse ai pescatori:
«Passate subito.»
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
«Apritelo!», disse il giovinetto Alfredo.
«È impossibile, signor padrone.
Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e co' trapani...
ma il sacco è più duro del macigno.»
«Prendete questo spillo, e bucatelo.»
E nel dir così, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo d'oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: "Com'è possibile che con questo spilluccio d'oro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?".
«Bucate subito quel sacco» ripeté Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilità, come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si aprì in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la bocca con un po' di latte tiepido.
A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca.
Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
Pipì inghiottì il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l'atto di masticarli.
Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pipì ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.
I pescatori, tutta gente d'ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
«Andate alle vostre faccende e chiudete la porta di sala: ho grandissimo desiderio di parlare a quattr'occhi con questo scimmiottino».
4.
Pipì diventa l'amico del giovinetto Alfredo
Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l'uno con l'altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.
E risero tutt'e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po' giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.
Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:
«Come ti chiami di nome?»
«Pipì.»
«E il tuo casato?»
Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:
«Pipì senza casato.»
«Quanti anni hai?»
«Sono il più piccino de' miei fratelli.»
«E i tuoi fratelli che età hanno?»
«Sono più giovani del babbo e della mamma.»
«Ho capito tutto», disse il giovinetto ridendo.
Poi gli domandò:
«E la coda dove l'hai lasciata?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«L'avrò perduta per la strada! Sono così scapato!...»
«Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?»
«Allora vuol dire che l'avrò lasciata a casa.
Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.»
«Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?»
«Qualche volta...
specialmente quando mi vergogno a dire la verità...»
«Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.»
«Non le dirò più.»
«Raccontami dunque la verità.
Com'è che hai perduta la coda?»
Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:
«Me...
l'hanno...
mangiata!...».
«E chi te l'ha mangiata?»
«Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!...»
«E come avvenne che te la mangiò?»
«Io volevo fare il chiasso...
e lui fece per davvero.»
«Oh povero Pipì!»
«E che bella coda! Una coda, lo creda, signore...
Come si chiama lei?»
«Alfredo.»
«E il casato?»
«Alfredo senza casato.»
«Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla.
Quella coda era tutto il mio patrimonio.»
«E perché sei scappato di casa?»
«Non sono scappato...
mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.»
«E ora che cosa pensi di fare?»
«Qualche cosa farò.
Io mi accomodo a tutto.»
«Per esempio?»
«Io mi contento di poco.
A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso.
Non domando nulla di più.»
«Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?»
«Io confido in lei.»
«Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo.
Sei avvezzo a lavorare?»
«Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.»
«Vuoi prendere il posto di mio cameriere?»
«Si figuri!», rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.
«Fra pochi giorni», rispose il giovinetto Alfredo, «io partirò per fare un lungo viaggio.
Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?»
«Si figuri!»
«A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?»
«Si figuri!»
«A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?»
«Si figuri!»
«A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?»
«Si figuri!»
«Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?»
«Mi piacciono di più i fichi dottati», mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt'e due le zampe.
«Accetti dunque i miei patti?» domandò Alfredo.
«Accetto tutto...
fuori però che quelle carezze...»
«Anche le carezze col frustino: se no, vattene!...»
«Ma le carezze...
me le affibbierà adagino...
senza farmi male...
non è vero?»
«Te le affibbierò secondo i tuoi meriti.
Dunque?...»
«Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio.»
Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d'argento.
A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.
«Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.»
Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.
«Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere», disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.
Poi gl'infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:
«Su, da bravo, vieni qua da me e va' a guardarti in quello specchio».
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.
Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva.
Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:
«Io...
con le scarpe non so camminare...
Io voglio andare scalzo».
«Fatti coraggio», disse Alfredo, «con un po' di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe.
In questo mondo ci si avvezza a tutto.»
«Ma io ci patisco troppo.»
«Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo.
Su, su: vieni a guardarti allo specchio.»
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:
«Oh come sono brutto!...
Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!...
Non sono più io!...
Non sono più Pipì!...
Mi hanno vestito da uomo...
e sono diventato un mostro da far paura.
Non voglio più star qui: voglio andarmene...
voglio tornarmene a casa mia.
Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!...».
E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.
Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.
5.
Pipì promette all'amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma promette, senza credersi obbligato a mantenere
Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi, che si affezionano al padrone, come l'amico all'amico.
Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo.
Di soprannome lo chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del camino.
Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scappare, fece un fischio a Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e presolo, come già s'è detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo riportò pari pari in casa del padrone.
«Perché volevi scappare?», gli domandò Alfredo in tono di rimprovero.
«Perché...
perché...»
«Su, su! Rispondi con franchezza.»
«Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la mia mamma e coi miei fratelli...
e non voglio mascherarmi da uomo...»
«E allora perché, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?»
«Perché credevo che fosse una cosa...
e invece è un'altra.»
«Vuoi dunque proprio andartene?»
«Anche subito...
Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito canaccio nero...
perché se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di peso in questa stanza.»
«Non aver paura.
Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui.
E quanto sei lontano da casa tua?»
«Dimolti, ma dimolti chilometri.»
«E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?»
A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l'ombra della fame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di vergognarsi:
«Un bocconcino lo mangerei volentieri...».
Alfredo sonò il campanello d'argento, e il servo portò in tavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.
Lo scimmiottino non le mangiò, ma le divorò in un baleno.
Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie così grosse, così mature e così rilucenti, che facevano venire l'acquolina in bocca soltanto a guardarle.
Pipì se le sgranocchiò tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo passare per uno scimmiottino ineducato, lasciò nel canestro i nòccioli, le foglie e i gambi.
Quando si sentì pieno fino agli occhi, allora si alzò da tavola, e fatta una bella riverenza, disse al padroncino di casa:
«Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
«Addio, Pipì.
Fa' buon viaggio, e tanti saluti a casa.»
Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far resuscitare un morto.
«E quelle che frutta sono?», domandò, tornando due passi indietro.
«Quelle son nespole del Giappone», rispose Alfredo.
«Le avevo fatte preparare per la tua cena di stasera.»
Pipì rimase un po' pensieroso: e poi disse:
«Pazienza!».
E fattosi un animo risoluto, si avviò di nuovo per partire.
Giunto però sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti.
Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese:
«Scusi, signor Alfredo, che ore sono?»
«Mezzogiorno preciso.»
«Mezzogiorno?...
A dir la verità, mi pare un po' tardi per mettersi in viaggio.»
«Tutt'altro che tardi.
Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette ore si fa dimolta strada.»
«Ha ragione e dice bene.
Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
E questa volta partì davvero.
Ma dopo un quarto d'ora Alfredo se lo vide ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.
«Che cosa c'è di nuovo?», gli domandò il giovinetto.
«C'è di nuovo», rispos
...
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