STORIE ALLEGRE, di Carlo Collodi - pagina 4
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A quella vista, Pipì spalancò tanto d'occhi e rimase come incantato.
"Oh!" diceva dentro di sé "se potessi avere una pipa anch'io!...
Oh se potessi anch'io farmi uscire que' bei nuvoli di fumo dalla bocca!...
Oh se potessi tornarmene a casa, fumando come un camminetto acceso! Chi lo sa con che occhi d'invidia mi guarderebbero i miei quattro fratelli!"
Mentre allo scimmiottino frullavano per il capo queste bellissime cose, ecco che il giovinetto, un po' per la stanchezza e un po' per il gran bollore della giornata, lasciò andare due sonori sbadigli, e posata la sua pipa sull'erba, si addormentò.
Che cosa fece allora quel birichino di Pipì?
Si avvicinò pian pianino, in punta di piedi, al giovinetto che dormiva: e rattenendo perfino il fiato...
allungò adagino adagino una zampa...
prese con una velocità incredibile la pipa che era posata sull'erba...
e poi, via a gambe come il vento.
Appena arrivato a casa, chiamò subito, tutt'allegro, il babbo, la mamma e i fratelli; e in presenza a loro, infilatosi quel pipone fra i labbri, cominciò a fumare con lo stesso garbo e con la stessa disinvoltura, come avrebbe fatto un vecchio marinaio.
La mamma e i fratelli, a vedergli uscir di bocca quelle nuvole di fumo, ridevano come matti: ma il suo babbo che era uno scimmione pieno di giudizio e di esperienza di mondo, gli disse in tono di avvertimento salutare:
«Bada, Pipì! A furia di scimmiottare gli uomini, un giorno o l'altro diventerai un uomo anche tu...
e allora! Allora te ne pentirai amaramente, ma sarà troppo tardi!»
Impensierito da queste parole, Pipì gettò via la pipa di bocca e non fumò più.
Eppure bisogna convenire che quella pipa rubata gli portò disgrazia.
Difatti, pochi giorni dopo, Pipì venne colpito da un orribile infortunio! Lo sciagurato perdé per sempre la sua bellissima coda: una coda così bella, che bastava averla vista una volta, per non potersela mai più dimenticare.
Come andò che Pipì perdé la sua magnifica coda?
È una storia crudele e dolorosa, che fa venire le lacrime agli occhi soltanto a pensarvi; e io ve la racconterò in quest'altro capitolo.
2.
Come andò che Pipì perse la sua bellissima coda
Bisogna dunque sapere che, appena usciti fuori di quella foresta, dove stavano di casa Pipì e la sua famigliola, si trovava subito un gran lago abitato da un vecchio coccodrillo, che contava oramai duemil'anni di vita.
Arabà-Babbà (così chiamavasi il vecchio coccodrillo), divenuto cieco degli occhi a cagione dell'età decrepita, e non potendo più guadagnarsi un boccon di pane col sudore della sua fronte, era condannato a starsene dalla mattina alla sera rasente alla riva del lago, con la testa fuori dell'acqua e con la bocca sempre spalancata, aspettando che tutti quelli che passavano di là, uomini o bestie che fossero, mossi a compassione di lui, gli gettassero in bocca qualche cosa di masticabile, tanto da non morir di fame e da tirarsi avanti almeno per un altro migliaio d'anni.
E tutti i passanti, uomini o bestie che fossero, bisogna dir la verità, non mancavano mai di fare un po' di elemosina al povero vecchio.
E anche Pipì lo soccorreva frequentemente: ma quella birba, spesso e volentieri, invece di dargli o una frutta o un pesciolino morto, si divertiva a mettergli in bocca ora una manciata di sassolini, ora un fastello di stecchi e di ortica, ora un chiodo o un arpione arrugginito, trovati per caso lungo la strada.
Ma il vecchio coccodrillo non si arrabbiava per questi scherzi sguaiati.
Tutt'altro.
Risputava tranquillamente i sassolini, gli stecchi, le ortiche e i chiodi, e soltanto scoteva leggermente il capo, come per dire:
«Bada, monello! O prima o poi, una le paga tutte!...».
Un giorno Pipì, quasi impermalito di vedere che i suoi scherzi non facevano né caldo né freddo, domandò al coccodrillo, atteggiandosi a ingenuo e a innocentino:
«Dite, Arabà: dacché siete al mondo, ne avete trovati mai degl'impertinenti, che vi abbiano fatto qualche dispetto o qualche burla sgarbata?»
«Se ne ho trovati, scimmiottino mio! Nel mondo, per tua regola, c'è più impertinenti che mosche.»
«Dite, Arabà: e quando i monelli vi fanno qualche dispetto, voi non vi risentite mai?»
«Caro mio! In tanti anni di vita ho imparato che la più gran virtù dei vecchi è quella di saper sopportare i giovani con pazienza e rassegnazione.»
«Dunque, dacché siete al mondo, non vi siete arrabbiato mai, mai, mai?»
Il coccodrillo, prima di rispondere, ci pensò un poco, e poi disse:
«Una volta sola.
E sai chi fu che mi fece andare su tutte le furie? Fu uno scimmiottino, su per giù, della tua età....»
«E che cosa vi fece questo scimmiottino?» domandò Pipì, con una curiosità vivissima.
«Questo monellaccio, non saprei dirti come, era venuto a sapere che io curavo moltissimo il solletico sulla punta del naso.
Allora che cosa inventò per darmi noia? Salì sopra uno di questi alberi, che circondano il lago, e, calandosi di ramo in ramo, arrivò con la punta della sua coda a farmi il pizzicorino sul naso.
Figurati io! Mi trovai attaccato da una tal convulsione di riso, che durai a ridere e a ballare nell'acqua per una settimana intera! Credevo quasi di morire!»
«Davvero?...
Oh povero Arabà!...», disse Pipì con falsa compassione.
E dopo se ne andò di corsa: e a quante scimmie e scimmiottini incontrava per la strada, ripeteva a tutti ridendo queste parole:
«Volete divertirvi? volete veder ballare il vecchio Arabà? Venite domattina sul lago e io vi farò assistere a questo bellissimo spettacolo».
La mattina dopo, come potete immaginarvelo, c'era sulla riva del lago una folla immensa.
Tutti aspettavano che Arabà ballasse il trescone.
Quand'ecco Pipì che salito sopra un albero sporgente sull'acqua, cominciò a calarsi giù di ramo in ramo, e tenendosi penzoloni per aria, si allungò e si distese tanto, da poter toccare con la punta della sua coda il naso del coccodrillo.
Ma il coccodrillo, appena sentì la coda di Pipì, chiuse la bocca e zaff...
con un semplice morso dato a tempo, gliela staccò di netto fin dal primo nodello.
Lo scimmiottino cacciò un grido acutissimo di dolore: e buttandosi di sotto all'albero, si dette a scappare verso la foresta.
Arrivato vicino a casa, vi lascio pensare come rimase, quando, portandosi una mano di dietro, si accorse che la sua coda non c'era più.
La coda era rimasta in bocca al coccodrillo, che a quell'ora l'aveva bell'e digerita.
Preso dalla disperazione e vergognandosi a farsi vedere dalla sua famiglia in quello stato compassionevole di scimmiottino scodato, Pipì infilò per una viottola solitaria, camminando all'impazzata fino a notte chiusa, senza sapere neanche lui dove andasse a battere il capo.
Finalmente, non potendone più dalla stanchezza e dal sonno, si sdraiò sopra un monticello di frasche secche per riposarsi un poco.
E in quel mentre che era lì lì per appisolarsi, sentì negli orecchi una voce minacciosa, che gli gridò imperiosamente:
«Rendimi la mia pipa!...».
Lo scimmiottino, svegliandosi tutto spaventato, voleva fuggire; ma non poté: perché in men che non si dice, si trovò preso, rinchiuso in un sacco e caricato sulla groppa di una bestia con quattro zampe, che cominciò a correre di gran carriera.
"Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?", pensava lo scimmiottino tremando dalla paura.
"Se per caso è un leone, sono bell'e perduto!...
Se per disgrazia è una tigre, peggio che mai!...
Se è una iena o un leopardo, non c'è più scampo per me!...
Oh me disgraziato! Che bestia sarà mai quella che mi porta via con tanta foga?..."
Per buona fortuna, la bestia ragliò...
e allora Pipì sentì allargarsi il cuore dalla contentezza.
Quel raglio fu l'unica consolazione che avesse il povero Pipì durante il suo misterioso viaggio, rinchiuso in un sacco!
3.
Pipì cade in un gran fiume e vien ripescato
Dopo aver camminato tre giorni e tre notti, senza prendere un minuto di riposo, finalmente la bestia che portava in groppa il sacco con lo scimmiottino dentro, si fermò tutt'a un tratto, e data una gropponata, scaricò il sacco in mezzo a una solitaria campagna.
E la gropponata fu così brusca e violenta, che il sacco, cadendo a terra, seguitò a ruzzolare sull'erba per un mezzo chilometro.
Figuratevi quante capriole dové fare, al buio, il povero scimmiottino.
Ma il momento più brutto per lui fu quando si provò a rompere il sacco per uscir fuori.
Adoperò gli unghioli, e non concluse nulla: adoperò i denti, e nulla.
Rifinito allora dallo strapazzo e dalla fame, cominciò a piangere come un bambino.
«Chi è che piange?», domandò un grosso topo, che passava per caso da quella parte.
«Sono io!...
sono un povero scimmiottino che muore di fam...»
Ma non poté finire la parola, perché gli fu troncata a mezzo da un lunghissimo e sonoro sbadiglio, che gli scappò di bocca.
«Esci fuori, e mangerai.»
«Si fa presto a dire esci fuori: ma la vuoi intendere che non posso uscire?»
«Perché?»
«Perché non mi riesce di rompere il sacco.»
«Lascia fare: il sacco lo romperò io.»
Detto fatto, il topo si distese lungo sull'erba, e cominciò a rosicchiare con quanta forza aveva ne' denti.
Ma il sacco non cedeva, perché era più duro del cuoio.
«Quanto tempo ti ci vorrà per bucarlo?», domandò lo scimmiottino.
»Il sacco resiste: ma in quattro o cinque mesi spero di averlo bucato!»
«Cinque mesi?», strillò di dentro il povero Pipì, «ma dopo cinque mesi troverai nel sacco appena i miei ossi e i miei unghioli!...»
E ricominciò a piangere più forte che mai.
«Chi è che piange?», domandò un vitello, che pascolava lì vicino.
«È un disgraziato scimmiottino, che non può uscire di dentro da quel sacco», rispose il topo.
«Perché non può uscire?»
«Perché il sacco è così duro, che non c'è verso di romperlo.»
«Lascia fare a me, che con un cozzo delle mie corna, lo sfonderò, come se fosse fatto di foglie di lattuga.»
E il vitello, senza stare a dir altro, si tirò indietro; e presa la rincorsa, andò a testa bassa a battere una terribile cornata nel sacco.
«Ohi! son morto!...», gridò di dentro il povero Pipì: e non disse altro.
Intanto il sacco, a quell'urto screanzato, riprese di nuovo a ruzzolare per terra, come una vescica piena d'aria: e il topo e il vitello a corrergli dietro per fermarlo: e il sacco via...
ruzzolava sempre più lesto...
e il topo e il vitello a rincorrerlo a salti e con la lingua di fuori.
E dopo aver corso una giornata intera, e, quando erano proprio lì lì per raggiungerlo, il sacco fece altri due ruzzoloni e giù...
cadde in un fiume così profondo e così largo, che non si vedevano le sponde da una parte all'altra.
La mattina dopo alcuni pescatori bussarono alla porta di un bel palazzo, e al servitore che veniva ad aprire, chiesero premurosamente:
«È alzato il padroncino Alfredo?»
«Il padroncino», rispose il portiere, «è nella sala terrena, che prende il caffè e latte.»
«Avvisatelo, che stamani all'alba abbiamo pescato nel fiume il famoso sacco...»
«Che cos'è mai questo sacco?»
«Gli è quello che il padroncino aspetta da parecchi giorni.»
Appena il portiere ebbe fatta l'imbasciata, tornò in un attimo sulla porta e disse ai pescatori:
«Passate subito.»
I pescatori entrarono col sacco sulle spalle, e giunti alla presenza del padrone, lo posarono delicatamente sul pavimento.
«Apritelo!», disse il giovinetto Alfredo.
«È impossibile, signor padrone.
Ci siamo provati a sfondarlo con gli scalpelli, con le scuri e co' trapani...
ma il sacco è più duro del macigno.»
«Prendete questo spillo, e bucatelo.»
E nel dir così, il giovinetto Alfredo si levò dal fazzoletto da collo uno spillo d'oro, sormontato da una grossa perla, sulla quale (cosa singolarissima!) si vedeva dipinta la testa di una bella bambina coi capelli turchini.
I pescatori presero lo spillo in mano, e guardandosi fra loro stupefatti, pareva che volessero dire: "Com'è possibile che con questo spilluccio d'oro si possa forare un sacco, che ha resistito ai trapani e agli scalpelli?".
«Bucate subito quel sacco» ripeté Alfredo con voce di comando.
I pescatori, per atto di ubbidienza, si chinarono, provandosi a infilare la punta dello spillo: e immaginatevi quale fu la loro meraviglia, quando si accorsero che lo spillo entrava con tanta facilità, come se il sacco fosse stato di polenta o di panna montata.
Appena bucato leggermente, il sacco si aprì in due parti, e lasciò vedere un povero scimmiottino, tutto malconcio, che dava appena gli ultimi segni di vita.
Alfredo prese lo scimmiottino in collo e gli bagnò la bocca con un po' di latte tiepido.
A poco per volta Pipì si riebbe ed aprì la bocca.
Allora Alfredo gli pose in bocca una pallina di zucchero e un crostino imburrato.
Pipì inghiottì il crostino e lo zucchero, senza far nemmeno l'atto di masticarli.
Poi aprì gli occhi e li fissò negli occhi di quel simpatico giovinetto, che aveva per lui tante cure e tante attenzioni: e pareva quasi che volesse ringraziarlo.
Alla fine, quando a furia di latte, di crostini e di palline di zucchero, Pipì ebbe ripreso tutte le sue forze, allora saltò in terra, e stando ritto sulle gambe di dietro, cominciò a coprir di baci la mano del suo piccolo benefattore.
I pescatori, tutta gente d'ottimo cuore, commossi a questa scena, facevano i luccioloni e si rasciugavano gli occhi: ma il padroncino Alfredo disse loro:
4.
Pipì diventa l'amico del giovinetto Alfredo
Quando Alfredo e Pipì si trovarono soli, cominciarono a guardarsi l'uno con l'altro, senza fiatare e senza fare il più piccolo gesto.
E si guardarono per un pezzo.
Alla fine Alfredo, non potendo più star serio, dette in una gran risata: e lo scimmiottino fece altrettanto.
E risero tutt'e due sgangheratamente, senza sapere il perché, come ridono i ragazzi un po' giuccherelli, quando si lasciano prendere dalle convulsioni del riso.
Sfogati che si furono, Alfredo disse allo scimmiottino:
«Come ti chiami di nome?»
«Pipì.»
«E il tuo casato?»
Lo scimmiottino ci pensò un poco; e poi, grattandosi lesto lesto il capo, rispose:
«Pipì senza casato.»
«Quanti anni hai?»
«Sono il più piccino de' miei fratelli.»
«E i tuoi fratelli che età hanno?»
«Sono più giovani del babbo e della mamma.»
«Ho capito tutto», disse il giovinetto ridendo.
Poi gli domandò:
«E la coda dove l'hai lasciata?»
«Non lo so.»
«Come non lo sai?»
«L'avrò perduta per la strada! Sono così scapato!...»
«Eh via! ti par possibile che uno scimmiottino possa perdere la coda per la strada?»
«Allora vuol dire che l'avrò lasciata a casa.
Sono partito con tanta fretta, che non ho avuto il tempo di vedere se avevo preso con me tutto il bisognevole.»
«Dimmi Pipì; le dici mai le bugie?»
«Qualche volta...
specialmente quando mi vergogno a dire la verità...»
«Ti fa torto: le bugie non vanno dette mai.»
«Non le dirò più.»
«Raccontami dunque la verità.
Com'è che hai perduta la coda?»
Pipì, invece di rispondere, cominciò a strofinarsi gli occhi, poi disse piangendo:
«Me...
l'hanno...
mangiata!...».
«E chi te l'ha mangiata?»
«Arabà-Babbà, un coccodrillaccio, che mangerebbe anche il fuoco!...»
«E come avvenne che te la mangiò?»
«Io volevo fare il chiasso...
e lui fece per davvero.»
«Oh povero Pipì!»
«E che bella coda! Una coda, lo creda, signore...
Come si chiama lei?»
«Alfredo.»
«E il casato?»
«Alfredo senza casato.»
«Lo creda, signor Alfredo senza casato, una coda che faceva gola soltanto a vederla.
Quella coda era tutto il mio patrimonio.»
«E perché sei scappato di casa?»
«Non sono scappato...
mi hanno chiuso in un sacco e mi hanno portato via.»
«E ora che cosa pensi di fare?»
«Qualche cosa farò.
Io mi accomodo a tutto.»
«Per esempio?»
«Io mi contento di poco.
A me mi basta di mangiare, di bere e di andare a spasso.
Non domando nulla di più.»
«Sei discreto davvero! Ma chi ti darà da mangiare?»
«Io confido in lei.»
«Perché no? Io son pronto a darti da mangiare: a patto però che tu sappia guadagnartelo.
Sei avvezzo a lavorare?»
«Se debbo dir la verità, invece di lavorare, io mi diverto molto più a veder lavorare gli altri.»
«Vuoi prendere il posto di mio cameriere?»
«Si figuri!», rispose Pipì, stropicciandosi insieme le due zampine davanti per la grande allegrezza.
«Fra pochi giorni», rispose il giovinetto Alfredo, «io partirò per fare un lungo viaggio.
Durante questo viaggio, vuoi tu essere il mio cameriere, il mio compagno di avventure?»
«Si figuri!»
«A colazione ti darò ogni mattina cinque pere, cinque albicocche e un bel cantuccio di pan fresco: ti piace il pan fresco?»
«Si figuri!»
«A desinare mangerai alla mia tavola, e ti farò portare un piatto di pesche, di susine e di albicocche: ti piacciono le albicocche?»
«Si figuri!»
«A cena mangerai otto noci e quattro fichi dottati: ti piacciono i fichi dottati?»
«Si figuri!»
«Tutte le volte poi che farai qualche balordaggine o qualche cattiveria, allora con questo frustino ti affibbierò una carezza sulle gambe: ti piacciono le carezze fatte col frustino?»
«Mi piacciono di più i fichi dottati», mugolò Pipì grattandosi il capo con tutt'e due le zampe.
«Accetti dunque i miei patti?» domandò Alfredo.
«Accetto tutto...
fuori però che quelle carezze...»
«Anche le carezze col frustino: se no, vattene!...»
«Ma le carezze...
me le affibbierà adagino...
senza farmi male...
non è vero?»
«Te le affibbierò secondo i tuoi meriti.
Dunque?...»
«Dunque fin da questo momento, io sono il suo cameriere, il suo segretario e il suo compagno di viaggio.»
Allora Alfredo andò verso la tavola e sonò un campanello d'argento.
A quella chiamata si presentò il solito servo sulla porta.
«Fate passare subito il sarto, con la paniera di tutto il vestiario.»
Il servo uscì: e dopo due minuti entrò il sarto con la paniera.
«Vestitemi quello scimmiottino con la livrea di mio cameriere», disse Alfredo.
Il sarto, senza farselo ripetere, prese dalla paniera due scarpine scollate di pelle lustra, con un bel fiocchetto di seta sul davanti e le calzò in piedi a Pipì.
Poi gl'infilò un paio di calzoncini rossi da legarsi al ginocchio: e dal ginocchio in giù gli abbottonò un paio di piccole ghette color di uliva fradicia.
Poi gli avvolse intorno al collo un fazzoletto bianco, inamidato e stirato a uso cravatta: lo aiutò a infilarsi una sottoveste di panno giallo e una giubbettina a coda di rondine, di panno nero, che gli tornava una pittura: e finalmente gli accomodò in testa un cappellino a cilindro, col suo bravo brigidino da una parte, come hanno tutti i camerieri dei grandi signori.
Quando Pipì fu vestito tutto da capo ai piedi, Alfredo gli disse:
«Su, da bravo, vieni qua da me e va' a guardarti in quello specchio».
Lo scimmiottino si mosse franco e spedito; ma non essendo avvezzo a portare le scarpe, fece un bellissimo sdrucciolone e cadde lungo disteso.
Figuratevi le risate di Alfredo e del sarto.
Il povero Pipì faceva di tutto per rizzarsi, ma non gli riusciva.
Puntava con sforzi inauditi i piedi in terra, ma i piedi scivolavano sui mattoni inverniciati: ed era subito un'altra musata battuta sul pavimento.
Alla fine si rizzò: e toccandosi il naso che era tutto sbucciato, disse piangendo al padroncino:
«Io...
con le scarpe non so camminare...
Io voglio andare scalzo».
«Fatti coraggio», disse Alfredo, «con un po' di pazienza ti avvezzerai anche alle scarpe.
In questo mondo ci si avvezza a tutto.»
«Ma io ci patisco troppo.»
«Pazienza! In questo mondo ci si avvezza anche a patire, diceva il mio babbo.
Su, su: vieni a guardarti allo specchio.»
Lo scimmiottino si mosse una seconda volta: ma camminava a sentita, con passo di formica, pianin pianino, come se avesse camminato sulle uova.
Giunto dinanzi allo specchio, diè appena una prima occhiata a volo; e tiratosi indietro spaventato, cominciò a strillare disperatamente:
«Oh come sono brutto!...
Oh povera mamma mia, come hanno sciupato il tuo scimmiottino!...
Non sono più io!...
Non sono più Pipì!...
Mi hanno vestito da uomo...
e sono diventato un mostro da far paura.
Non voglio più star qui: voglio andarmene...
voglio tornarmene a casa mia.
Non voglio più questi vestitacci; no, no, no!...».
E, gridando e avvoltolandosi per terra, si levò le scarpe e le buttò nel camminetto: tirò il cappello sul viso del sarto, si strappò il fazzoletto bianco dal collo: e spiccato un gran salto, uscì fuori dalla finestra e si dette a correre per i campi.
Povero Pipì! correva e correva: ma non aveva ancora fatto cento passi, che sentì afferrarsi per i calzoncini dalla parte di dietro, e si trovò sollevato da terra, in bocca a un grosso cane di Terranuova.
5.
Pipì promette all'amico Alfredo di accompagnarlo in un lungo viaggio, ma promette, senza credersi obbligato a mantenere
Il cane di Terranuova era uno di quei cani pasticcioni, intelligenti, amorosi, che si affezionano al padrone, come l'amico all'amico.
Non gli mancava altro che la parola per essere quasi un uomo.
Di soprannome lo chiamavano Filiggine, a motivo del suo pelame nero morato, come la cappa del camino.
Quando Alfredo si accorse che Pipì tirava a scappare, fece un fischio a Filiggine: e Filiggine, in quattro salti, raggiunse lo scimmiottino, e presolo, come già s'è detto, per i calzoncini dalla parte di dietro, lo riportò pari pari in casa del padrone.
«Perché volevi scappare?», gli domandò Alfredo in tono di rimprovero.
«Perché...
perché...»
«Su, su! Rispondi con franchezza.»
«Perché io voglio tornare a far lo scimmiottino insieme col mio babbo, con la mia mamma e coi miei fratelli...
e non voglio mascherarmi da uomo...»
«E allora perché, poco fa, hai accettato di essere il mio compagno di viaggio?»
«Perché credevo che fosse una cosa...
e invece è un'altra.»
«Vuoi dunque proprio andartene?»
«Anche subito...
Ma lei mi faccia il piacere di non mandarmi dietro quel solito canaccio nero...
perché se no, Filiggine, dopo cinque minuti, mi riporta di peso in questa stanza.»
«Non aver paura.
Filiggine senza il mio comando, non si muove di qui.
E quanto sei lontano da casa tua?»
«Dimolti, ma dimolti chilometri.»
«E prima di metterti in viaggio, non senti bisogno di mangiar qualche cosa?»
A dirla schietta, lo scimmiottino non aveva l'ombra della fame: ma tentato dalla sua gran ghiottoneria, rispose abbassando gli occhi e facendo finta di vergognarsi:
«Un bocconcino lo mangerei volentieri...».
Alfredo sonò il campanello d'argento, e il servo portò in tavola un cestino pieno ricolmo di bellissime pesche.
Lo scimmiottino non le mangiò, ma le divorò in un baleno.
Dopo le pesche, vide presentarsi un canestro di ciliegie così grosse, così mature e così rilucenti, che facevano venire l'acquolina in bocca soltanto a guardarle.
Pipì se le sgranocchiò tutte, a tre e quattro per volta: ma non volendo passare per uno scimmiottino ineducato, lasciò nel canestro i nòccioli, le foglie e i gambi.
Quando si sentì pieno fino agli occhi, allora si alzò da tavola, e fatta una bella riverenza, disse al padroncino di casa:
«Arrivedella signor Alfredo: scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
«Addio, Pipì.
Fa' buon viaggio, e tanti saluti a casa.»
Lo scimmiottino si avviò per andarsene: ma in quel mentre vide entrare il cameriere con un paniere di frutta, che mandavano un odorino da far resuscitare un morto.
«E quelle che frutta sono?», domandò, tornando due passi indietro.
«Quelle son nespole del Giappone», rispose Alfredo.
«Le avevo fatte preparare per la tua cena di stasera.»
Pipì rimase un po' pensieroso: e poi disse:
«Pazienza!».
E fattosi un animo risoluto, si avviò di nuovo per partire.
Giunto però sulla porta di sala, si trattenne alcuni minuti.
Quindi, volgendosi al giovinetto, gli chiese:
«Scusi, signor Alfredo, che ore sono?»
«Mezzogiorno preciso.»
«Mezzogiorno?...
A dir la verità, mi pare un po' tardi per mettersi in viaggio.»
«Tutt'altro che tardi.
Ti restano ancora sette ore di giorno chiaro, e in sette ore si fa dimolta strada.»
«Ha ragione e dice bene.
Dunque arrivedella, signor Alfredo, scusi tanto l'incomodo e mille grazie della sua cortesia.»
E questa volta partì davvero.
Ma dopo un quarto d'ora Alfredo se lo vide ricomparire in sala, tutto ansante e trafelato.
«Che cosa c'è di nuovo?», gli domandò il giovinetto.
«C'è di nuovo», rispose Pipì, «che questo sole sfacciato mi dà una gran noia e mi fa abbarbagliare gli occhi.
Non potrebbe, di grazia, prestarmi un ombrellino di tela da pararmi il sole?»
«Volentieri.»
Alfredo chiamò il cameriere: e il cameriere portò subito un grazioso parasole, dipinto con grandi fogliami di bellissimi colori azzurri e verdi.
Pipì prese l'ombrellino, l'aprì, e cominciò a girare intorno alla stanza, dando continuamente delle lunghissime occhiate al canestro delle nespole giapponesi.
«Amico mio», disse allora Alfredo, «se indugi un altro poco, farai notte senza avvedertene, e ti toccherà a viaggiare al buio.»
«Io di giorno non so camminare», rispose Pipì.
«O non sarebbe meglio che partissi questa sera dopo cena?»
«Padronissimo di fare come credi meglio.»
E nel dir così, Alfredo lasciò balenare in pelle in pelle un risolino canzonatorio, che pareva volesse dire:" Caro il mi' ghiottone! Ho bell'e capito qual è il tuo debole: lascia fare a me, che ti domerò io!".
Quando fu l'ora della cena, Pipì, senza nemmeno aspettare di essere invitato, andò a sedersi alla tavola dov'era seduto Alfredo: ma questi pigliando un tono di voce serio e padronale, gli disse:
«Che cosa fate costì?»
«Vengo a cena anch'io.»
«Le persone che vengono alla mia tavola, le voglio veder vestite decentemente.
Andate subito a mettervi la giubba.»
«Io...
con la giubba...
non so mangiare.
La giubba non me la metto.»
«Allora ritiratevi là, in fondo alla sala, e contentatevi di assistere alla mia cena.»
Quando Pipì si accorse che Alfredo diceva sul serio, si dette a piangere e a strillare: e piangendo e strillando scappò dalla stanza: ma dopo poco tornò.
Quando rientrò nella stanza, aveva la sua giubbettina infilata e tutta abbottonata, come un piccolo milorde.
«Così va bene», disse Alfredo.
«Mettetevi ora a sedere, e buon appetito!»
Il canestro delle nespole fu portato in tavola.
Inutile starvi a dire che, dopo un quarto d'ora, il canestro era vuoto, e lo scimmiottino era pieno, da non poterne più.
«Ora poi me ne vado davvero», disse alzandosi da tavola con grandissima fretta.
Ma nel mentre che stava armeggiando per levarsi di dosso la giubbettina, il cameriere si presentò in sala con un magnifico vassoio di melagrane.
«Che odorino!», gridò Pipì, annusando e lasciando gli occhi sul vassoio delle frutta.
«O quelle melagrane per chi sono?»
«Erano per la tua colazione di domani.
Ma ormai tu parti, e le mangerò io.»
«Io...
partirei volentieri, ma di notte non so camminare.
O non sarebbe meglio che partissi domattina, dopo fatto colazione?»
«La tua camerina è già preparata.
Buona notte.»
La mattina dopo, all'ora di colazione, lo scimmiottino si presentò puntualmente vestito con la giubba di panno nero: ma il signor Alfredo, dopo averlo squadrato da capo ai piedi, gli disse con accento vivace e risentito:
«Chi vi ha insegnato a presentarvi alla tavola di un gentiluomo, senza scarpe ai piedi e senza fazzoletto al collo? Andate subito a mettervi le scarpe e la cravatta.»
Pipì, confuso e mortificato, cominciò a grattarsi la testa e il naso, e piagnucolando disse:
«Ih...
ih...
ih...
le scarpe mi fanno male...
e il fazzoletto mi serra la gola.
Piuttosto voglio andar via subito...
voglio tornarmene a casa mia.»
«Levatevi dunque dalla mia presenza.»
Pipì si avviò mogio mogio verso la porta della sala: ma prima di uscire, si voltò per dare un'ultima occhiata al vassoio delle melagrane.
Poi se ne andò.
«Questa volta è partito davvero», disse Alfredo tutto afflitto.
«E me ne dispiace.
Gli volevo bene a quello scimmiottino.
Che cosa dirà la mia buona fata, quando saprà che l'ho scacciato? Eppure, era lei che me l'aveva fatto capitare fin qui, proprio in casa, consigliandomi a prenderlo per mio segretario e per mio compagno di viaggio!...
Ma oramai quel che è fatto, è fatto, e ci vuol pazienza.»
Mentre Alfredo parlava in questo modo fra sé e sé, gli parve che fosse bussato alla porta della sala e nel tempo stesso si udì una vocina di fuori che disse:
«Signor Alfredo, che mi ha chiamato?»
«Chi è?», gridò il giovinetto rizzandosi in piedi.
«Sono io.»
La porta si aprì e comparve lo scimmiottino.
Aveva in piedi le sue scarpettine scollate e portava la testa ritta e impalata, perché il fazzoletto da collo, moltissimo inamidato, gli segava terribilmente la gola.
A quella vista inaspettata, è impossibile immaginarsi l'allegrezza di Alfredo.
Andò incontro a Pipì, lo abbracciò, lo baciò, gli fece un mondo di carezze, come si farebbero a un carissimo amico, dopo vent'anni di lontananza.
Giurarono di non lasciarsi mai più e di fare insieme questo gran viaggio intorno alla terra.
Il bastimento sul quale dovevano imbarcarsi, era aspettato di giorno in giorno.
Finalmente il bastimento arrivò.
La sera della partenza, Alfredo e Pipì pranzarono insieme, come erano soliti di fare.
E durante il pranzo parlarono di mille cose, dissero un visibilio di barzellette, e risero e stettero allegrissimi come due ragazzi alla vigilia delle vacanze autunnali.
Alzatisi da tavola, Alfredo disse guardando l'orologio:
«Il bastimento parte a mezzanotte.
Dunque abbiamo appena un'ora di tempo per dare un'occhiata ai bauli e per vestirci tutti e due in abito da viaggio».
In cinque minuti io son pronto, disse Pipì, e ballando e saltando entrò nella sua camerina.
E quando fu lì, cominciò subito a levarsi la giubbettina di panno nero per infilare una piccola giacca di tela bianca; invece delle scarpine calzò un paio di stivaletti a doppio suolo, e invece del solito cappello si ficcò in testa un elegante berrettino di seta celeste.
Poi andò a guardarsi allo specchio: ma nel mentre che se ne stava tutto contento, pavoneggiandosi e facendo con la bocca e con gli occhi mille versacci grotteschi, sentì un piccolo rumore, come se qualcuno di fuori si arrampicasse per salire fino alla sua finestra di camera.
Da principio ebbe una gran paura: ma, fattosi coraggio, aprì la finestra e vide...
vide due zampe che lo abbracciarono stretto intorno al collo e intese una voce soffocata dalla consolazione e dalla gioia, che mugolava teneramente.
«Oh mio povero Pipì!...
Finalmente ti ho ritrovato.»
6.
Pipì mancando alla sua promessa, corre a far baldoria
Pipì riconobbe subito la voce di suo padre e tutto commosso gridò:
«Che cosa fate qui, babbo mio, a quest'ora?»
«È un mese che ti cerco da per tutto.»
«E la mia mamma, dov'è?»
«È laggiù!»
«Dove?»
«In fondo a questo campo.»
«E i miei fratellini?»
«Sono laggiù anche loro.»
«E che cosa fanno in fondo al campo?»
«Ti aspettano a braccia aperte.»
«Oh come li rivedrei volentieri!»
«Vieni dunque a vederli!»
«Se ci verrei!...
Figuratevelo voi! Ma in questo momento non posso...
proprio non posso...»
E dicendo così lo scimmiottino cominciò a piangere dirottamente e a graffiarsi per disperazione gli orecchi.
«E perché non puoi?», gli domandò singhiozzando il vecchio genitore.
«Perché ho promesso a un amico...»
«E che promessa gli hai fatto?»
«Gli ho promesso di partire questa sera con lui, e di accompagnarlo in un gran viaggio che egli deve fare intorno al mondo.»
«E tu, per tener compagnia a un amico, avrai il coraggio di abbandonare la tua povera famiglia? Senza di te, noi moriremo tutti di dolore!»
«Oh! non dite così: se no mi metterete al punto di mancare alla promessa...»
«E a che ora dovresti partire?»
«Fra pochi minuti.»
«Vieni almeno a dire addio a' tuoi fratelli, che ti aspettano in fondo al campo.»
«E se il signor Alfredo in questo frattempo mi chiamasse?»
«Chi è il signor Alfredo?»
«È l'amico.»
«Se ti chiama...
e tu lascialo chiamare.»
«E se il bastimento partisse?...»
«E tu lascialo partire.»
Lo scimmiottino, tutto contento di aver trovato una buona scusa per non mantenere la sua promessa, rispose scotendo il capo:
«Sarà quel che sarà...
A buon conto prima di partire per questo gran viaggio, voglio rivedere la mia mamma e i miei fratellini.»
Detto fatto, montò sulla finestra, e spiccando un gran salto, si buttò di sotto.
Allora si sentì un tonfo, come quello di un grosso pietrone cascato in un fosso pieno d'acqua e di mota.
«Babbo mio, aiutatemi, se no son morto!» grido Pipì con urlo disperato.
Che cos'era avvenuto?
Era avvenuto che la terra di quel campo, a cagione delle grandi piogge dei giorni precedenti, era così rammollita e fangosa, che lo scimmiottino, cadendovi sopra, vi era rimasto affondato fino alla gola.
Per buona fortuna suo padre fece in tempo a salvarlo: ma quando Pipì uscì fuori dal pantano, non aveva più in piedi gli stivaletti.
Gli stivaletti erano rimasti seppelliti un metro sotto terra.
«Pazienza!», disse ridendo.
«Me ne ricomprerò un altro paio, prima di montare sul bastimento.»
E senza stare a perder tempo, babbo e figliolo presero una viottola lungo il campo, e cominciarono a correre.
Ma non avevano ancora fatto venti passi, che Pipì sentì volarsi al disopra della testa un uccello notturno, il quale con una beccata gli portò via il berrettino da viaggio.
«Uccellaccio del mal'augurio, rendimi subito il mio berretto», urlò lo scimmiottino.
«Cucù!», fece l'uccello, e continuò il suo volo.
«Pazienza! Mi ricomprerò un altro berrettino prima di montare sul bastimento.»
E babbo e figliolo ripresero a correre: ma sul più bello, un grosso pruno uscito dalla siepe, afferrò co' suoi spunzoni i calzoncini e il giubbettino di Pipì, e li ridusse in minutissimi stracci.
«Ora eccomi qui senza calzoni e senza giubbettino!...»
«Pazienza!», gli disse il suo babbo.
«Te li ricomprerai prima di montare sul bastimento.»
«Oh povero me! povero me!», gridò lo scimmiottino simulando un gran dispiacere.
«Di tutto il mio bel vestiario da viaggio, non mi è rimasto altro che la camicia e il fazzoletto da collo.»
E nel dir così, fece l'atto di cercarsi la camicia, ma invece della camicia si trovò addosso un camiciotto di foglie d'ortica.
Tastò con le mani per accertarsi se almeno il fazzoletto da collo c'era sempre, ma invece del fazzoletto sentì sgusciarsi fra le dita una serpe grossa come un'anguilla di mare.
7.
Pipì comincia a pentirsi di aver mancato alla sua promessa
Il povero Pipì, nel toccar quella serpe, che si trovò avvoltolata al collo invece della cravatta, fu preso da uno spavento indicibile.
Avrebbe voluto urlare, ma la lingua gli era rimasta appiccicata al palato: avrebbe voluto correre e fuggir via, ma le gambe gli facevano giacomo-giacomo, ossia gli ciondolavano avanti e indietro, tale e quale come se fossero le gambe d'un morto, che si fosse provato a camminare.
Alla fine, non potendosi più reggere in piedi, si lasciò cascare per terra come un cencio, dicendo con un fil di voce:
«Muoio!...».
«Che cosa ti senti?», gli domandò suo padre, tutto sgomento.»
«Un gran male!...»
«E dove lo senti?»
«In tutta la persona.»
«E che male sarebbe?...»
«Il male della paura!...»
«Un gran brutto male, bambino mio: l'unico male per il quale i medici non abbiano saputo trovare ancora una medicina.
Prova a farti un po' di coraggio...»
«Ho provato.»
«E ora come ti par di stare?»
«Peggio di prima.»
«Ma qual è la cagione di tutto questo spavento?»
«Una gran disgrazia, babbo mio, sta per cascarmi addosso!»
«E come fai a saperlo?»
«Ho avuto, in pochi minuti, troppi indizi...
troppi segnali.
Vi ricordate i miei stivaletti nuovi rimasti affogati nella mota? E il giubbettino e i calzoni fatti in pezzi da quel dispettosaccio di pruno? E la camicia di tela fina diventata, tutt'a un tratto, di foglie di ortica? E quella brutta serpe, che or ora mi è scappata di mano? Eccola sempre lì, eccola sempre lì!...
Guardatela!...»
«Chi?»
«La serpe...»
Il babbo di Pipì si voltò a guardare verso il punto indicato, e vide difatti in mezzo alla profonda oscurità della notte, una grossa serpe, che risplendeva tutta di vivissima luce rossa, come se fosse stata una serpe di cristallo, con in corpo un lampione acceso da tranvai.
La serpe, stando a collo ritto, teneva i suoi occhi fissi in quelli dello scimmiottino.
«Che cosa vuoi da me?», gli domandò Pipì, facendosi un coraggio da leone.
«Vengo a portarti i saluti del signor Alfredo», rispose la serpe.
«Povero signor Alfredo!...
È forse partito per il suo viaggio?»
«È partito pochi minuti fa, e mi ha raccontato che tu avevi promesso di accompagnarlo.»
«È vero, è vero, è vero!...
Domani forse partirò anch'io e spero di poterlo raggiungere in alto mare.»
«Speriamolo davvero! A buon conto, ricordati, scimmiottino mio bello, che quando si promette una cosa, bisogna mantenerla! Hai capito?»
Appena dette queste parole, la serpe sparì nel buio della notte e non si vide più.
Allora Pipì, tormentato in cuore da una specie di rimorso, fu quasi sul punto di dire addio a suo padre e di prendere la strada più corta, che menava alla spiaggia del mare: ma mentre stava lì per decidersi, vide lontano lontano alcune fiaccole accese, che si movevano in qua e in là, e sentì una musica allegra di pifferi, di tamburi e di mandolini.
«Che cos'è quella musica e quei lumi?», domandò tutto meravigliato.
«Come? Non ti riesce d'indovinarlo?»
«No.»
«Sono i tuoi fratellini, che vengono a incontrarti con la fiaccolata e a suon di banda!...»
«Oh che piacere! Oh che bello spettacolo! Corriamo, babbo, corriamo...»
E tutti e due si dettero a correre lungo la viottola: e Pipì, che aveva riacquistata in un attimo la forza delle sue gambine svelte e sottili, non solo correva, ma si sarebbe detto che volava come un uccello.
E ora chi mi dà le parole adatte per descrivere la scena del primo incontro? Credetelo a me: fu una scena così affettuosa e commovente, che è impossibile immaginarsela senza averla veduta coi propri occhi.
Basti dire che l'allegrezza dei quattro fratelli nel rivedere il loro fratellino minore, che oramai credevano perduto per sempre, fu così tempestosa e smodata, che gli saltarono addosso tutti insieme e ci corse poco che non lo soffocassero sotto un diluvio di baci, di abbracciamenti e di carezze.
Quand'ebbero sfogati gli affetti del loro cuore, cominciarono a strillare in coro: curacà! curacà! curacà! (nel dialetto familiare delle scimmie bisogna sapere che curacà vuol dire: a cena! a cena! a cena!).
Detto fatto, si posero seduti per terra intorno a una gran cesta di pesche, di albicocche e di fichi d'India, e lì, ridendo, grattandosi e facendo con la bocca mille smorfie e mille versacci in segno di grande esultanza, mangiarono a più non posso, come se fossero digiuni da due settimane.
E non solo mangiarono, ma bevvero allegramente: e bevvero un certo liquore spiritoso, fatto d'uva rossa strizzata, che somigliava come due gocciole d'acqua al nostro vino.
E ne bevvero così a spugna, che dopo mezz'ora, dormivano tutti e russavano come tante marmotte.
Quand'ecco che, sul più bello del sonno, furono svegliati da un'orribile voce che gridò: «Guai, a chi si muove!...».
8.
Il terribile assassino Golasecca e i suoi compagni.
Golasecca si mette in tasca il povero Pipì e lo porta via
Lascio ora pensare a voi come rimanessero, quando, balzando in piedi e spalancando gli occhi, si videro circondati da una masnada di brutti figuri, neri come l'inchiostro e tutti armati di sciabole e di bastoni.
«Pover'a noi, siamo bell'e morti!», gridarono gli scimmiottini.
«Che morti e non morti?», replicò Pipì.
«Per vostra regola, a morire c'è sempre tempo.»
«Ma chi saranno quei ceffi affumicati?», domandò un di loro.
«Ci vuol poco a indovinarlo: saranno assassini» rispose un altro.
«E che cosa vogliono da noi?»
«Ci vorranno derubare.»
«Derubare?», disse Pipì, ridendo.
«Scusate, miei cari fratelli: quanti quattrini avete?»
«Nemmen'uno.»
«Allora il più ricco di tutti sono io...»
«O tu quanto hai?»
«A me», rispose Pipì, «mi mancano solamente cinque centesimi per fare un soldo.» Poi continuò, grattandosi il naso: «Che assassini originali! Nessuno di loro ha il coraggio di farsi avanti».
E diceva la verità.
Difatti, tutti que' brutti figuri, che riuniti assieme formavano una specie di cerchio, se ne stavano lì ritti impalati, senza fare un gesto, senza batter occhio, senza brontolare una mezza parola.
Allora Pipì, avanzandosi in mezzo, disse con bella maniera:
«Scusino, signori assassini; che ci farebbero il piacere di lasciarci passare?».
Nessuno rispose: nessuno fiatò.
«Grazie tante della loro cortesia», soggiunse lo scimmiottino.
«Debbono dunque sapere che noi siamo una povera famiglia: il babbo, la mamma, e cinque figlioli, e vorremmo tornare a casa nostra: che si contentano lor signori?»
Al solito, nessuna risposta.
«Ho capito: e grazie tante della loro cortesia.
Su, babbo, da bravo! Poiché questi signori sono contenti, spiccate un bel salto, e passando loro di sopra al capo, andate ad aspettarci sulla strada.»
Lo scimmione fece il salto: e dopo lui, lo fece la moglie: poi i quattro figlioli.
«Ora tocca a me», disse Pipì, che era rimasto solo in mezzo al cerchio formato dagli assassini: ma quando fu sul punto di prendere la rincorsa e di slanciarsi...
che è, che non è...
tutti quegli assassini diventarono così lunghi e così alti, che parevano tanti campanili.
«Pipì! Pipì!», gridavano di fuori i suoi fratelli, chiamandolo con urli disperati.
Ma il povero scimmiottino non aveva più fiato di rispondere.
«Che cosa pensi di fare?», gli domandò allora il capo della masnada, uscendo finalmente dal suo ostinato silenzio.
«Penso di tornarmene a casa mia...»
«T'inganni, povero Pipì! Tu non tornerai a casa.»
«Pazienza! Resterò qui.»
«Nemmeno: tu verrai con me...»
«Con lei?...
Neanche se mi fa legare...»
«Tu verrai con me.»
«Neanche se mi regala cento panieri di ciliegie.»
«Tu verrai con me.»
«Neanche morto!»
Il capo della masnada, senza aggiungere altre parole, si chinò, e preso il povero scimmiottino per la collottola, se lo pose nella tasca della sua casacca.
Poi abbottonò la tasca con tre bottoni, che parevano tre ruote da carrozza.
«Ora possiamo andare», disse ai suoi compagni: e tutti insieme si avviarono verso la strada maestra.
È impossibile ridire la disperazione, i pianti e gli urli dei fratellini di Pipì.
Lo chiamavano con acutissime grida: ma non ebbero altra consolazione che quella di vedere le zampettine del povero scimmiottino, che uscivano fuori dalla tasca del capo-masnada, e si movevano con una lestezza vertiginosa, come se volessero raccomandarsi e chiedere aiuto.
9.
All'Osteria delle Mosche.
Quando gli assassini si furono allontanati una ventina di chilometri, il terribile Golasecca (era questo il soprannome del capo-masnada) si fermò in mezzo a un campo e, voltandosi ai suoi compagni, disse loro con una vociaccia roca, che pareva il brontolio d'un tuono lontano:
«Ora potete ritornarvene alla Capanna Nera.
Aspettatemi là, e fra quattro o cinque giorni ci rivedremo».
«Scusate, maestro», gli domandò uno di quei brutti ceffi, «avete pensato a portare con voi qualche cosa da mangiare?»
«Non ho portato nulla.»
«Male! E se per la strada vi viene un po' d'appetito?»
«Pazienza! Se non trovo altro, mi rassegnerò a mangiare questo scimmiottino, che ho qui in tasca.»
Il povero Pipì, udendo tali parole, cominciò dalla passione a grattarsi il naso e gli orecchi.
«Ma se voi mangiate lo scimmiottino», riprese il solito brutto ceffo, «che cosa vi dirà la Fata dai capelli turchini?»
«La Fata non potrà farmi nessun rimprovero: perché io le ho promesso di portarglielo vivo o morto.
In ogni caso se mi verrà voglia di mangiarmelo per la strada, serberò intatta la pelle, perché la Fata possa vederla con i propri occhi e accertarsi così che ho adempito lealmente i suoi comandi.»
«Avete ragione, maestro.
Dunque buon viaggio e sollecito ritorno.»
Appena gli assassini ebbero preso congedo dal loro condottiero, si attaccarono sotto le braccia delle grandi ali di tela incerata e, spiccato il volo, si alzarono in aria con grandissimo fracasso, come un branco di corvi spaventati.
Golasecca, rimasto solo, seguitò il suo viaggio attraverso ai campi, ai fiumi, e alle boscaglie, senza fermarsi mai, mai, mai!
Dopo aver camminato due giorni e due notti, sentì uscire dalla tasca della sua giacca una vocina soffocata, che pareva venisse di sottoterra, la quale disse con tono di piagnisteo:
«Ho fame!...
Ho tanta fame!».
Golasecca, invece di rispondere, si accarezzò la sua lunghissima barba di caprone, e raddoppiando il passo, tirò diritto per i fatti suoi.
Ma dopo pochi minuti, ecco la solita vocina, che diceva raccomandandosi:
«Sor assassino, che mi darebbe un chicco d'uva, o una ciliegia, o anche una mezza pera solamente? Sono digiuno da tanti giorni, e sento che lo stomaco mi va via.
Lo creda, sor assassino, ho una fame così grande, che la vedo anche al buio!...».
«Se hai fame», rispose Golasecca, ridendo di un riso sguaiato e canzonatore, «fruga nella mia tasca, e ci troverai tante ghiottonerie, da prendere un'indigestione.»
«Sono tre giorni che frugo: ma non mi riesce di trovarci nulla.»
«Allora mangia la fodera della mia tasca.»
«La prima fodera l'ho bell'e mangiata: la seconda è troppo dura e non mi riesce di roderla.»
«L'hai mangiata davvero?», urlò Golasecca, andando su tutte le furie.
«Brutto scimmiottino! Lasciami arrivare all'Osteria delle Mosche, e non dubitare che aggiusteremo i nostri conti!...»
Intanto si era fatto notte.
E che notte orribile e indiavolata! Il cielo appariva tutto coperto di nuvoloni; lampeggiava e tonava: e gli alberi della foresta, sbatacchiati da un violentissimo vento, si divincolavano, cigolavano e urlavano, come tante anime disperate.
A mezzanotte in punto, Golasecca arrivò dinanzi all'Osteria delle Mosche: ma l'osteria era chiusa.
Picchiò alla porta una volta, due volte, tre volte: e nessuno rispose.
Allora, con quanto fiato aveva ne' polmoni, si diè a gridare:
«Apri, Moccolino!...
Apri!...
Sono io!».
Moccolino era il nome dell'oste; e tutti lo chiamavano così, perché a cagione della sua figura sottile sottile, lunga lunga, e sbiancata sbiancata, somigliava tale e quale a un moccolino di cera gialla.
La sua osteria stava aperta solamente di giorno.
Appena si faceva notte, Moccolino a scanso di seccature e di dispiaceri, chiudeva prudentemente la porta, spengeva il fornello e i lumi e se ne andava a letto.
E una volta entrato a letto, non apriva più a nessuno, anche se fosse rovinato il mondo.
Dato il caso che qualche disgraziato, smarritosi di nottetempo nella foresta, avesse bussato all'osteria, Moccolino non se ne dava per inteso: o dormiva o faceva finta di dormire.
Quando Golasecca si accorse che l'oste, prendendosi gioco di lui, si ostinava a non volergli aprire, che cosa fece? Cominciò a distendere le braccia e le gambe, e a furia di distendersi e di allungarsi, diventò di una statura così alta e gigantesca, che il tetto dell'osteria gli arrivava appena a mezza vita.
Allora, lavorando con tutte e due le mani, si dette a scoperchiare il tetto; e i mattoni, gli embrici e i tegoli volavano via, come foglie portate dal vento.
Moccolino, impaurito da tutto quel fracasso infernale, cacciò il capo fuori delle lenzuola, e fingendo di essersi svegliato lì per lì, gridò con voce tremante:
«Chi è che mi chiama?»
«Sono io», rispose Golasecca, piegandosi e infilando il capo dentro la buca che aveva aperta nel tetto.
Per l'appunto questa buca rispondeva nella stanza dove dormiva l'oste, il quale sentì gelarsi il sangue, quando al fioco chiarore del lumino da notte, vide affacciata al soffitto della sua camera la minacciosa ghigna del terribile capo-masnada.
«Che cosa volete da me, maestro Golasecca?», domandò Moccolino, che dallo spavento non aveva più fiato in corpo.
«Che cosa voglio?...
Voglio prenderti per un ciuffo dei capelli e scagliarti lontano mille miglia.»
«Deh! non lo fate!...
Abbiate pietà di me.»
«Non meriti pietà.»
«Abbiate almeno pietà del mio bambino.
Povero Guiduccio! Se rimanesse solo in questa casa, me lo mangerebbero i lupi.»
«No, no...
io non voglio essere mangiato...
dai lupi», disse fra il sonno il figlioletto dell'oste, che dormiva nella stessa camera del babbo, in un lettino a parte.
Alle parole di quel bambino, Golasecca mutò fisonomia: e preso un tono di voce un po' più umano, disse all'oste:
«Su da bravo! Salta subito il letto e preparami da cena.»
Moccolino ubbidì alla prima: ma era tanta la paura e la confusione che aveva addosso, che non sapeva nemmeno lui come fare a vestirsi.
Credé di aver preso le calze, e invece si ostinava a infilare i piedi nel ber
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