SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 18
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Era un vero fiore in mezzo a un letamaio.
L'avrebbero insultata a faccia aperta, le avrebbero messo le mani addosso, non per altro che per avvilirla, se non fosse stato il timore delle autorità di bordo.
Il cuoco medesimo era diventato furioso, e non mostrava più al finestrino che la faccia terribile d'un sultano offeso.
Per due o tre giorni le aveva ronzato intorno il toscanello di prima classe, s'era già fin anche messo in relazione col padre; e tutte quelle canaglie avevan già dato il mercato concluso e l'affare fatto; ma poi aveva smesso tutt'a un tratto, senza che si sapesse perché.
Il solo rimasto devoto, innamorato più che mai, preso fino al midollo delle ossa, poveretto, era quel tale giovane mingherlino, con una borsa di cuoio alla cintura, che pareva preso alla pania; - un modenese, scrivano di professione, - solo, - del quale s'era incapricciata pubblicamente una brutta loschetta di terza, coi capelli rossi e il viso cruscoso, ch'egli non curava.
La sua passione, cresciuta fino all'istupidimento, era diventata lo spasso di tutti: gli tiravano dei sospironi a raglio dietro le spalle, gli cantavano
sei troppo piccolo
per fare all'amor.
Ma egli era tanto innamorato che non badava a nulla, e se ne stava fermo al suo posto per dell'ore, con un gomito sul ginocchio e il mento nella mano, a guardarla, come in estasi; felice quando quegli occhi azzurri e limpidi, girando uno sguardo intorno, incontravano i suoi, per puro caso.
Ed era là anche allora, mentre il Commissario parlava di lui, immobile, con un atteggiamento del viso, con cert'occhi, da far capire che per una parola avrebbe dato la sua borsa di cuoio, la sua penna, il passaporto, l'America, l'universo.
Metteva pietà.
Certo, prima dell'arrivo, avrebbe finito di perder la testa e fatto qualche grossa corbelleria.
Quello era l'"innamorato", un personaggio che a bordo non manca mai, come diceva il Commissario, e spesso anche ce n'è vari: d'innamorati del cuore, s'intende, che gli altri non si contano.
Ma sul Galileo c'era una collezione d'altri originali assai più curiosi; ciascuno dei quali, in quei dodici giorni, aveva avuto campo di mettersi in luce, e godeva già di una certa celebrità nella repubblica di prua.
C'erano i capi ameni e i personaggi seri.
Questi stavano di preferenza sul castello di prua, ch'era una specie di Monte Aventino, dove si raccoglievano gli spiriti riottosi e i filosofi di umor tetro; e il più popolare di essi era il vecchio toscano dal gabbano verde, che aveva mostrato il pugno a Genova, la sera della partenza.
Costui aveva il diavolo in corpo; dalla mattina alla sera declamava con la voce rauca, girando per aria l'indice minaccioso, e il suo uditorio ingrossava di giorno in giorno: avrebbe voluto iniziare la rivoluzione sociale sul Galileo, predicava contro i signori di poppa, incitava i passeggieri a protestare contro l'immondizia dei dormitorii e la schifezza del vitto, e qualche volta, per dar l'esempio, buttava per aria la sua porzione, e inveiva urlando contro le cucine.
E l'uditorio approvava, ma mangiava, e allora, fuor di sé, egli trattava tutti di "venduti" e di "schiavi." Uno solo non piegava il capo davanti a lui, un sedicente contrabbandiere, piccolo e secco, con un gran ciuffo nero sopra la fronte e due occhi di girifalco, il quale s'era fatto da sé e godeva di tenersi viva intorno una riputazione tenebrosa di gran delinquente, carico d'omicidi misteriosi, e pronto a tutto: non altro che un Capitan Fracassa del delitto, forse; ma abilissimo a recitar la sua parte, tanto che era temuto da tutti, benché non avesse ancora torto un capello a nessuno, e le donne se lo segnavano a dito, dicendo che portava un lungo pugnale sotto la giacchetta, e che prima della fin del viaggio avrebbe certamente fatto una strage.
Egli passeggiava tra la folla, a braccia incrociate e a capo alto, e non voleva esser fissato in viso da alcuno.
Se qualcuno lo fissava, si fermava subito, piantando gli occhi in faccia al temerario, come per domandargli se era stanco di vivere; ma tra per paura e per prudenza, tutti voltavan il capo dall'altra parte.
Da questa pretesa in fuori, pago della sua gloria sanguinaria, non dava noia ad anima viva, ed ostentava per il vecchio toscano il disprezzo dell'uomo d'armi per l'uomo di toga.
Con questi due faceva la triade sul castello di prua quella strana figura del saltimbanco, dai capelli lunghi e dalle braccia tatuate, del quale nessuno aveva mai sentito la voce, tanto che si diceva che fosse muto: ed era capace di stare cinque ore immobile all'estrema punta del piroscafo, con quegli occhi verdi per aria, come se fissasse una stella visibile a lui solo, assorto in immaginazioni sovrumane.
I belli umori, invece, si raccoglievan quasi tutti sul castello centrale, che offriva maggior spazio a far buffonate, ed era come una piazza di villaggio, un luogo di passo, comodo ai crocchi e al pettegolezzo.
Qui, nell'angolo a sinistra, vicino al palco di comando, c'era conversazione e chiasso dal levar del sole fino a notte.
Il buffone della brigata era un contadino del Monferrato, quello stesso che aveva fatto la supposizione scandalosa sul borsone della bolognese: una faccia di brighella, a cui mancava il naso.
Tutta la terza classe sapeva come l'avesse perso: gliel'aveva portato via con una sciabolata un carabiniere briaco, che egli, stracotto pure, aveva provocato una notte, in un vicolo del suo villaggio; ma il comico stava in questo, che la mattina dopo, sperando di trar partito di quello snasamento, egli aveva ricorso, per farsi risarcire dei danni, alle Autorità, a cui il carabiniere s'era ben guardato di far rapporto; e frutto del ricorso eran stati varii giorni di carcere, dopo molte corse al tribunale del circondario, e cento lire di multa.
Costui aveva sbagliato mestiere: era pagliaccio nato: contraeva e allungava il muso come una bestia, ballava dei balli grotteschi di sua invenzione, contraffaceva la gente in maniera maravigliosa, e quando passava un'autorità di bordo, salutava con un atto di finto rispetto, che faceva crepar dalle risa.
Dopo di lui, il più famigerato era un ometto dalla testa pelata, con un grosso orzaiolo a un occhio, un ex portinaio, il quale si teneva sempre accanto una gabbia con due merli, che curava molto, contando di venderli a Buenos Ayres a ottanta lire l'uno: affare tentato da molti altri.
E doveva la sua popolarità a un tesoro pornografico che aveva ereditato da un parente: un grosso quaderno tutto pieno di caricature oscene, di sciarade sporche o di aneddoti, i quali, letti a pagina piegata, eran brani di vite di santi, e a pagina aperta, troiate dell'altro mondo.
Costui aveva sempre intorno un gruppo di dilettanti di grasso, che rileggevano cento volte al giorno le stesse lordure, buttandosi a traverso alle panche dal ridere, con gli occhi lacrimanti di gioia.
E allora egli alzava la fronte come un attore applaudito, felice.
Un terzo, un cuoco d'osteria, era un tipo frequentissimo a bordo: il sapientone che, per essere già stato una volta in America, s'arroga una superiorità professionale sui suoi compagni di viaggio, spiega a modo suo tutti i fenomeni marini e celesti, sdottora di meccanica navale, parla del nuovo mondo come di casa sua, e a tutti spaccia consigli, e da di villano ignorante a chi non gli crede: il Commissario l'aveva sorpreso una volta che spiegava il movimento rotatorio della terra, con una mela in mano, schiantando spropositi da far fermare il bastimento.
A tempo perso, sonava anche l'ocarina.
C'era infine un barbiere veneto che brillava per la sua abilità d'imitare la voce del can da pagliaio che abbaia alla luna: un ululato lamentevole che straziava i nervi, ma che avrebbe ingannato tutti i cani d'Italia.
Ma già tutti gli "specialisti" eran stati scovati e costretti a dar saggio di sé: un vecchio giardiniere, fra gli altri, s'accoccolava dietro una stia e imitava l'anelito rabbioso d'uno per cui volere non è potere, con una perfezione insuperabile: un vero artista, dicevano, ed era tenuto in gran conto.
Lì poi giocavano a tarocchi, a pila e croce e alla tombola, e cantavano per ore intere; giocavano perfino a mosca cieca, dei lanternoni coi capelli grigi, e a guancialin d'oro, come rimbambiti.
Il grande spettacolo, poi, era quando ci veniva da prua, preso da un estro di mattoide, il saltimbanco tatuato, e camminava con le gambe per aria, faceva il serpente o la ruota, in mezzo a un subisso di applausi, sempre torvo nel viso, come se facesse quello per castigo; dopo di che se n'andava senza far parola, com'era venuto.
Ma quell'allegria pareva spesso più voluta che spontanea, e quasi una specie di ubriachezza a digiuno che si procurassero per scacciare i ricordi tristi e i presentimenti cattivi; poiché era veramente un furore come coglievano a volo ogni minimo pretesto per stordirsi col baccano.
Si gittavano alle volte in cento contro il parapetto o s'affollavano in cerchio precipitatamente, levando un rumor di grida, di fischi, di miagolii, di chicchiricchì, che si spandeva per tutto il piroscafo e faceva voltare il viso inquieto agli ufficiali: ed era per un cappello caduto in mare, o perché un di loro s'era tinto il naso di nero, cadendo sopra la boccaporta d'una carboniera.
E quando passava in mezzo a loro una ragazza o una donna che non appartenesse a nessuno, era un coro di schiocchi di lingua, di trilli d'uccelli, di voci onomatopeiche d'ogni intonazione e significato, che obbligava la disgraziata a darsela a gambe.
La serva negra dei brasiliani, sopra tutto, quando passava di là per andar a mangiare o a dormire nelle terze, mostrando il bianco degli occhi e dei denti come per mordere, suscitava una tal musica di versi d'amore animaleschi, che pareva di sentire l'urlìo d'un serraglio in calore.
E avevamo il fatto nostro noi pure.
E di fatti, tolta la vernice, a chi l'aveva, della buona educazione e della cultura, c'era poi una gran differenza tra il castello centrale e il cassero di poppa? Come si sarebbero trovati facilmente i tipi gemelli e le analogie delle conversazioni! È incredibile come ci conoscevano, e con quanto fondamento di vero spettegolavano alle nostre spalle, scoprendo il lato ridicolo di tutti noi.
Per via indiretta lo venivamo tutti a risapere.
Conoscevano qualche cosa dell'indole e delle abitudini di ciascuno, per mezzo dei camerieri di bordo e dei servitori privati dei passeggieri, ed erano al corrente della nostra piccola cronaca quotidiana, come segue nelle botteghe e nelle soffitte riguardo ai casigliani dei piani signorili, e quel che non sapevano indovinavano, e commentavano ogni cosa.
Ad alcuni avevano messo dei soprannomi, di altri contraffacevano l'andatura e la voce.
Voltandoci indietro all'improvviso quando si passava di là, sorprendevamo sempre tre o quattro che si ammiccavano, o ricomponevano in fretta il viso da una smorfia di canzonatura.
Quelle eran le nostre Forche caudine.
Quella sera appunto tutto il piroscafo fu rallegrato da una celia superlativa fatta a uno di quella brigata: un passeggiero di terza che, avendo pagato il supplemento, desinava in seconda, ma passava la giornata fra i crocchianti del castello centrale.
Era un ometto tra le due età, con la faccia rugosa come una mela cotta, un buon diavolo, vestito come un sagrestano e che si dava aria di borghese agiato; ma semplice e credenzone come un fanciullo, e accarezzato da tutti perché possessore d'una cassetta di bottiglie di vino, che portava a un fratello in America, e che difendeva gelosamente da ogni insidia come un deposito sacro.
La mattina, salendo in coperta, aveva fissato l'attenzione sul quadrante telegrafico del palco di comando, che trasmette i segnali alla macchina, e come sul palco c'era il quarto ufficiale, che desinava nelle seconde con lui, gli domandò che cosa fosse quel meccanismo.
Quegli rispose che era il telegrafo.
Il buon uomo rimase stupito.
- Il telegrafo! - esclamò.
- Per telegrafare?
L'ufficiale capì a volo: era un piccolo genovese, fino come la triaca, gran maestro di corbellature, e sempre serio.
- Per telegrafare, - rispose; - s'intende.
O a che cosa deve servire? Per mezzo d'un filo mobile noi ci teniamo in continua comunicazione col cavo sottomarino, e mandiamo notizie all'armatore di quattro in quattr'ore.
L'ometto espresse la sua ammirazione; poi disse timidamente, avendo già il suo pensiero: - Già...
non servirà che per uso del piroscafo.
- In via di favore, - rispose l'uffiziale, - serve anche per i passeggieri.
- Ma allora, - esclamò l'altro con espansione, - io manderei un telegramma a mia moglie!
Un momento fu trattenuto dal pensiero della spesa; ma inteso che, per esser quella un'eccezione, si sarebbero attenuti alla tariffa ordinaria, fu tutto contento, e scrisse il dispaccio.
- Sto bene.
Mar buono.
Metà strada.
Ti abbraccio, ecc.
E domandò se sua moglie avrebbe potuto rispondere.
Sì, certo poteva rispondere.
- Perché la conosco, - disse; - è donna da levarsi il pan di bocca per mandarmi una buona parola.
- E voleva pagare; ma l'ufficiale non volle: doveva fare il calcolo dei centesimi addizionali: avrebbe pagato la sera, verso le quattro, ritornando a vedere se ci fosse risposta.
Felice, il buon diavolo se ne va, lasciando il foglio.
Ritorna alle tre: niente.
Alle tre e mezzo: niente.
Alle quattro trova dieci benedette parole: - Grazie.
Bene.
Dio ti accompagni.
Prego per te.
Torna presto.
Fuor di sé, legge due volte, bacia il foglio, vuol pagare.
- Ma che! - dice l'ufficiale.
- È una miseria da non parlarne.
E poi, farò passare il dispaccio come di servizio.
Piuttosto, poiché ha delle buone bottiglie in cassetta, ne stapperà una a tavola, e saremo pari.
- E come no? Ne stapperò una, ne stapperò due! Si dovrà star allegri.
Ah! la scienza dell'uomo a che cosa è arrivata! - Per farla breve, alle quattro, a tavola, le due bottiglie furono stappate e bevute, e il povero uomo s'esilarò tanto, che ne fece stappare una terza, una quarta, e tutta la cassetta, così ostinatamente difesa fin allora, fu asciugata.
La notizia, frattanto, s'era già sparsa, e quando egli uscì di tavola, eccitato, rosso, trionfante, e salì sul castello centrale per fare il chilo, fu ricevuto con una chiassata di carnevale.
Non capì subito perché lo beffassero; ma quando capì, mentre tutti s'aspettavano di vederlo restar fulminato, si mise a ridere di compassione, e se ne tornò verso le seconde, esclamando: - Ignorantoni!...
Bestioni!...
Asinoni!...
- beato, imperturbabile in mezzo al concerto di latrati, di gnauli e di canti di gallo che l'accompagnava.
E quella scenata seguiva davanti a uno degli aspetti più stupendi che offrano l'oceano e il cielo nella regione dei tropici.
Essendosi squarciato poco innanzi al tramonto il velo fitto di vapori che ci avvolgeva da tre giorni, il sole calava nel mare come un rubino enorme, gettando sulle acque tranquille una lunghissima striscia purpurea abbagliante come un torrente di lava accesa che corresse a incenerire il Galileo.
E quando il sole toccò l'orizzonte, le nuvole, infocate dei più pomposi colori, cominciarono a svolgersi lentamente, presentando mille forme maravigliose, che ci facevano stare a bocca aperta, e sclamare man mano che si cangiavano: - Che peccato! - come allo svanire d'un sogno incantevole.
Erano monti d'oro, da cui precipitavano fiumi di sangue, fontane immense di metalli in fusione, padiglioni sublimi, sfolgoranti di sotto d'una così gloriosa luce, che, a fissarvi lo sguardo, la mente vacillava un momento, e s'aspettava con un senso quasi di trepidazione l'ultima visione di Dante, i tre giri di tre colori e d'una contenenza, dipinti dell'effigie umana, davanti a cui mancò possa all'alta fantasia.
IL DORMITORIO DELLE DONNE
E mare, mare, mare.
A momenti c'era da immaginare che fossero scomparse le terre dalla superficie del globo, e che noi navigassimo sull'oceano universale, senz'approdare mai più.
Non eran più le acque gialle dei giorni innanzi; ma il cielo bianco, il sole bianco, un mare che pareva un'immensa lastra di piombo, e sul piroscafo tutto quello che si toccava, scottava.
E il caldo cocente non era il peggio: era un puzzo d'aria fracida e ammorbata, che dalla boccaporta spalancata dei dormitori maschili ci saliva su a zaffate fin sul cassero, un lezzume da metter pietà a considerare che veniva da creature umane, e da far spavento a pensare che cosa sarebbe seguito se fosse scoppiata a bordo una malattia contagiosa.
Eppure, ci dicevano, non v'eran più passeggieri di quanti la legge consente che s'imbarchino in relazione con lo spazio.
Eh! che m'importa, se non si respira! Ha torto la legge.
Essa permette che si occupi sui piroscafi italiani uno spazio maggiore quasi d'un terzo di quello che è concesso sui piroscafi inglesi e americani; e non è là a vedere se il tutto bene trovato dalla polizia alla partenza, sia mantenuto poi durante il viaggio; a impedire, per esempio, che s'imbarchino in altri porti più passeggieri di quello che rimanga di posti, e che si caccino viaggiatori sani nello spazio riservato agl'infermi, e che s'improvvisino dei dormitori alla bella diana.
Quanto rimane da fare ancora dentro a questi bei piroscafi che il giorno della partenza si vedono luccicare come palazzi di principi! Sulla maggior parte, i marinai e i fuochisti ci stanno come cani, l'infermeria è un bugigattolo, i luoghi che dovrebbero essere più puliti, fanno orrore, e per mille e cinquecento viaggiatori di terza classe, non c'è un bagno! E dican quello che vogliono gli igienisti che han fissato il numero necessario dei metri cubi d'aria: la carne umana è troppo ammassata, e che una volta si facesse peggio, non scusa: oggi ancora è una cosa che fa compassione e muove a sdegno.
Intanto, man mano che s'alzava la colonna termometrica, crescevano per il Commissario le occupazioni e i fastidi; principalissimo dei quali era il dormitorio delle donne, in cui doveva scendere molto sovente, di giorno e di notte, per ristabilire il buon ordine o vegliare alla pulizia.
Anche a non tener conto del da fare, sarebbe bastato quello spettacolo obbligatorio a disamorare dell'ufficio qualunque galantuomo.
S'immaginino due piani sotto coperta, come due vastissimi mezzanini, rischiarati da una luce di cantina, e in ciascuno di essi tre ordini di cuccette posti l'un sull'altro, tutto intorno alle pareti e nel mezzo, e lì circa a quattrocento tra donne e bambini poppanti e spoppati, e trentadue gradi di calore.
Qui, nella cuccetta più bassa, dormiva una donna incinta con un bimbo di due anni, sopra di lei una vecchia settantenne, sopra di questa una giovinetta sul primo fiore; là s'allungava una cafona calabrese accanto a una signora caduta nell'indigenza; più oltre un'avventuriera di città, che si dava il belletto al buio, a fianco d'una contadinella timorata di Dio, che dormiva con la corona del rosario tra le mani.
A scender là di notte, si vedevano spenzolare dalle cuccette capigliature grigie, trecce bionde, fasce di lattanti, orribili stinchi senili e belle gambe di ragazze, e un cenciume di scialli, di vestiti e di sottane di tutti i colori naturali e acquisiti immaginabili e possibili, come bandiere dell'esercito infinito della miseria; e sul tavolato dei mucchi confusi di stivaletti, di zoccoli, di ciabatte, di legacci, di scarpettine, di calze, da metter sgomento a pensare ch'eran mucchi di quistioni e di battibecchi preparati per il domani, all'ora della levata.
Molte non dormivano.
Il Commissario s'avanzava in mezzo a un cicaleccio fitto di conversazioni, rotto da risa represse, da vagiti, da sospiri di ragazze, da gemiti di donne oppresse dal caldo, da mormorii di vecchie, che non potendo chiuder occhio, masticavano paternostri e avemmarie.
Tratto tratto era chiamato da una mano o da una voce sommessa, e doveva chinarsi o levarsi in punta di piedi per ascoltare un lamento o una protesta.
- Signor Commissario, le diceva una nell'orecchio, ci metta rimedio lei: c'è quella ragazza del numero 25 che è uno scandalo; ci ho qua sotto due ragazzetti; le dica di stare a dovere: o in che luogo siamo? Un'altra voleva che avvertisse le due vicine di sopra di non mettere i piedi fuori e di parlare più pulito.
Le vecchie, in particolar modo, lo tormentavano per la buona morale, e denunziavano le colpevoli, in gran segretezza, rabbiose.
- Ci ponga un po' mente lei, signor Commissario.
Loro non vedono niente, mi scusi.
C'è il numero 77, quella bionda, che ogni notte al tocco sale in coperta e non torna più che alle quattro.
È una porcheria che deve finire.
Altre volevano cambiare di posto, a cagione d'una vicina asmatica, o perché la ragazza che avevano a lato, un poco di che, senza dubbio, spandeva un puzzo di muschio da mandar la testa per aria.
E il Commissario doveva quietarle: - Vedremo, provvederemo, dormite intanto, riposate, datevi pace.
- E andando innanzi così al chiarore fioco delle lanterne, intravvedeva delle madri addormentate che si stringevano i bimbi al petto, respirando affannosamente, col viso contratto da un sogno doloroso o spaventevole; dei seni giovanili non scoperti per caso; delle bocche senza denti spalancate nel sonno come se urlassero; degli occhi che luccicavano nell'ombra, fissandolo, con un sorriso che faceva un'offerta.
E qualche volta, per le corsie, s'abbatteva in un viso sospetto, che doveva sottoporre a un interrogatorio.
- Dove andate a quest'ora? - Su (naturalmente) per un'occorrenza.
- Con quegli occhi in solluchero? Vi do tempo cinque minuti, e poi vi tasterò il polso.
- Un po' più in là, s'arrestava a fare un'ammonizione: - Ve lo dico per l'ultima volta, se non vi trovo domani con la camicia cambiata, ve la taglio! Non avete vergogna? E la rimproverata rispondeva qualche volta il vero, pur troppo: - Non ne ho altra, signorino! - E avanti, di corsia in corsia; da una parte rimetteva sul cuscino il capo d'una bimba nuda che sporgeva troppo in fuori; dall'altra faceva tacere due comari bracone che si scanagliavano a bassa voce per una quistione nata la mattina alla ripartizione della galletta; e quattro passi più giù faceva coraggio a una povera donna sola che, presa dalla malinconia, piangeva sul capezzale, dicendo che aveva il presentimento di non trovar più suo marito in America.
E a furia di passare e di ripassare conosceva il modo di dormire di tutti.
La bolognese, che stava coricata di fianco, toccava quasi con l'anca enorme la cuccetta di sopra; la bella contadina di Capracotta si rivoltolava come uno scoiattolo; quelle due ciuffone di coriste dormivan con le gambe e le braccia buttate di qua e di là come le aste d'un X; e la signora "decaduta" si teneva disteso addosso quel povero vestito di seta nera, come il drappo funebre della sua antica fortuna.
La più bella e tranquilla era anche nel sonno la ragazza genovese, che riposava supina, lunga, tutta coperta, come una statua di regina, distesa sulla sue tomba di marmo.
Ma la vista di tutte quelle canizie misere, di tutte quelle madri senza casa e senza pane, dormenti sopra l'oceano, a migliaia di miglia dalla patria abbandonata e dalla terra promessa, gli teneva lontano dalla mente ogni pensiero sensuale, anche davanti alle molte nudità ostentate o inconsapevoli che gli occorreva di vedere.
Egli passava là sotto come un medico in un ospedale, non meno inaccessibile a ogni tentazione di quello che lo fosse quel povero vecchio annaspo di marinaio, che l'accompagnava con una lanterna alla mano.
Infelice gobbetto! Per lui, non protetto dalla dignità della carica, il mestiere era ben più duro; tanto più quando, uscito il commissario, egli rimaneva solo nel dormitorio, col secchiolino dell'acqua e il ramaiolo a disposizione di tutte le assetate.
- Vien qua, vecio - A mi, omm di persi - Dessédet, pivel! - Acqua! - Ægua! - Eva! - De bev! Da baver! In presenza sua, leticavano forte, infischiandosi del regolamento, e ridevan di lui; e quando le redarguiva, lo rimpolpettavano in tutte le regole; qualcuna anche, per disprezzo, le mostrava la faccia a cui si danno gli schiaffi coi piedi; di levata, soprattutto, quando si trattava di pescar la roba in quel guazzabuglio, gli facevan perder la testa, e allora scappava come da un vespaio, e si rifugiava in coperta, tutto sudato e ansimante.
E quella mattina appunto, all'ora critica, lo trovai davanti alla porta del dormitorio, con l'anima per traverso.
- Ebbene, - gli dissi, - vi fanno fare il sangue verde, non è vero? - Ah! - rispose, buttando via con dispetto la cicca.
- No ne posso ciù! - Ed è così in ogni viaggio? - domandai.
- Eh no, grazie a Dio! - rispose.
- Va a viaggi.
Alle volte, per combinazione, capita un carego di brave donne.
Altre volte...
questa volta, per esempio, a l'è na raffega de donne maleducæ, [3] un vero carego d'açidenti! - Poi, ripigliando la sua compostezza filosofica e alzando l'indice, mi disse confidenzialmente nell'orecchio: - Scià sente (stia a sentire).
Scià no piggie moggê! (non prenda moglie).
E voltatomi lo scrigno, tirò via.
La mattina stessa era seguito nel dormitorio un grosso scandalo, ch'io non seppi che più tardi, stando col Commissario sul palco del comando a vedere il gran ballo dei denti di mezzogiorno; il quale somigliava allo spettacolo che si vede a certe feste di santuari campestri, dove cento famiglie merendano all'aria aperta, in un prato: un bulicame d'accampamento, delle centinaia di gruppi d'uomini, di donne, di ragazzi, seduti, inginocchiati, accucciati in mille atteggiamenti, in alto, in basso, su tutte le sporgenze e in tutti i buchi, coi piatti in mano, tra le gambe e in mezzo ai piedi, coi capi coperti di fazzoletti, di grembiali, di cappelli di carta, di gonnelle arrovesciate, perfin di cestini, per ripararsi dal sole che bruciava, e in mezzo ai gruppi, fra l'osteria e le cucine, un andare e venire frettoloso di innumerevoli capi-rancio, coi pani sotto il braccio, coi bidoni e le gamelle alla mano, accompagnati da mille occhi, chiamati da mille mani, apostrofati da mille bocche.
Accanto al Commissario c'era il garibaldino, che girava sulla folla uno sguardo lento e senza benevolenza, e a destra la signorina di Mestre e la zia, appoggiate alla ringhiera, tutte intente a guardar la ragazza genovese, che stava disotto.
Questa tagliava la carne al fratello, dava da bere a suo padre, e porgeva ad altre due donne e a un ragazzo, che appartenevano al suo rancio, ora un oggetto ora un altro, con la grazia solita; ma non con la solita serenità.
Non mangiava, e le tremavan le mani.
La signorina osservò che aveva gli occhi rossi, e pensando che avesse pianto, domandò al Commissario se ne sapesse il perché.
Lo sapeva, e raccontò.
Da quel viperaio di odî che da vari giorni le fischiava attorno, s'era finalmente rizzata una testa che l'aveva morsa nel cuore.
Riscendendo quella mattina nel dormitorio, dopo aver accompagnato in coperta il fratello, aveva trovato una folla di donne davanti alla sua cuccetta, dov'era attaccata con mollica di pane una striscia di carta, strappata da un giornale sporco, sulla quale erano scarabocchiate a matita, in grossi caratteri, una decina di parole.
Appena letto, s'era messe le mani sul viso, e aveva dato in uno scroscio di pianto.
Erano una decina di aggettivi nudi e crudi, che si possono immaginare, ma non scrivere.
Allora le donne, che pure non avevan pensato a strappare il foglio, s'eran date a consolarla, a modo loro; e una di esse, d'incarico d'una terza, le aveva soffiato all'orecchio il nome della colpevole, una cialtrona, una fetente, che aveva attaccato quella sudiceria di scappata, in un momento che nel dormitorio non c'era quasi nessuno, non tanto alla svelta, però, da non esser veduta da un ragazzo, il quale parea che dormisse, e vegliava, per rifischiar la cosa a sua madre.
- Portate il foglio al comandante - le avevan detto.
- Fatela chiamare dal Commissario.
- La metteranno ai ferri.
- La manderanno alla berlina sul ponte.
- La condanneranno al tribunale d'America.
- Allora essa aveva staccata la carta, singhiozzando, e aveva aspettato che la calunniatrice comparisse.
Questa era discesa poco dopo, ed era la loschetta cruscosa dal pelo rosso, incapricciata dello scrivanello, e gelosa come una bestia.
Al primo: Eccola là, - la genovese le era corsa incontro, seguita dalle comari, affamate d'una scenaccia.
Quella s'era fatta bianca, alzando il capo, nondimeno, in atto di sfida.
Ma la buona ragazza non aveva fatto altro che porgerle il foglio dicendo con voce tremante: - E ben, cose v'ho faeto? (Ebbene, cosa v'ho fatto?) La prontezza con cui l'altra aveva afferrato e stracciato il corpo del delitto, era una confessione involontaria, che rendeva doppiamente inutili le sue denegazioni.
Ma la genovese, senza aggiunger parola, era risalita, sconvolta e piangente, sopra coperta, e non s'era lagnata con nessuno.
Il Commissario, risaputa la cosa e chiamata in ufficio la rea, che giurava colle mani e coi piedi d'essere innocente, s'era dovuto contentare di minacciarle i ferri, e che un'altra volta l'avrebbe cacciata in fondo alla stiva, a farsi rosicchiare dai topi.
La signorina, che aveva ascoltato il racconto senza staccar lo sguardo della ragazza, ripetè lentamente, come tra sé, col suo accento veneto: - E ben, cosa v'ho faeto? E gli occhi le luccicarono di lagrime.
Il Commissario aveva raccolto qualche notizia intorno a quella ragazza e alla sua famiglia.
Era di Levanto.
Suo padre, che teneva una botteguccia di non so che cosa, avendo fatto cattivi affari, s'era deciso a andare in America, dove lo chiamava un cugino avviato bene; ma trovandosi senza un soldo, era stato costretto a rimandar la partenza di un anno; e il danaro per il viaggio gliel'aveva messo insieme la figliuola, centesimo per centesimo, vendendo tutte le sue bricciche assistendo di notte una signora tedesca malata, e stirando di giorno per lo stabilimento dei bagni.
Un gran segno nero che aveva sopra una mano, e che si vedeva dal ponte, doveva esser la traccia d'una scottatura.
Fosse per sospetto o per caso, in quel momento essa alzò il viso, e comprendendo che si parlava di lei, si fece tutta di porpora; ma rassicurata dallo sguardo dolce della signorina, la fissò coi suoi grandi occhi azzurri e ancora umidi, e sorrise.
Poi ripiegò il capo per badare al fratello, e non vedemmo più che il mucchio d'oro delle sue trecce, e il bel collo, su cui s'era sparso il rossore.
La signorina toccò col ventaglio il braccio del garibaldino, e accennandogli la ragazza, gli disse con la sua voce dolce e triste: - Ecco la virtù, signore.
Quello fu come un lampo per me sulla natura e il fine dei discorsi ch'essa gli doveva tenere usualmente, e curioso di vedere a che punto fosse dell'opera sua, mi girai a guardare in viso il suo compagno; ma egli s'era già voltato verso il mare, dove tutti i passeggieri di terza, alzatisi in piedi come a un comando, fissavano gli occhi, facendo un gran mormorìo.
C'era una vela all'orizzonte, sulla nostra destra.
Il piccolo uffiziale del dispaccio, ch'era di guardia, l'aveva già segnalata da un pezzo.
Non si vedeva che una macchietta bianca della forma d'un trapezio, colorito da un raggio pallido di sole, in mezzo all'immensità grigia; e un piovasco lontano, facendole dietro un fondo nero nel cielo e sulle acque, le dava una bianchezza vivissima, e la faceva parere ad un tempo una ancor più misera cosa, con quell'immagine d'un corruccio dell'oceano, che pareva minacciasse lei sola.
Eppure non si può dire che vita, che gaiezza improvvisa spandesse sulla solitudine sconfinata quella umile insegna dell'umanità: pareva che il mondo abitato ci si fosse avvicinato in un tratto.
L'ufficiale si fece portare le bandierine dell'alfabeto nautico, e appuntò il canocchiale.
Quando fummo più vicini, il legno a vela salutò per il primo con la bandiera.
Il Galileo rese il saluto.
Allora cominciò tra il piroscafo e il veliere un dialogo affrettato, che l'ufficiale traduceva a voce per noi, e che gli emigranti seguitavano con gli occhi, in silenzio, come se capissero.
Era un bastimento italiano, tenuto là immobile dalle calme equatoriali.
Per prima cosa, disse il nome dell'armatore: Antonio Paganetti.
Poi: - proveniente da Valparaiso, diretto a Genova.
- Da quanti giorni in viaggio?
- Da due mesi.
- Da quanti giorni fermo?
- Da diciotto.
- Quello pittin! (Quel poco!) - esclamò l'ufficiale.
E l'altro: - Prego di annunziare la nostra presenza al rappresentante del nostro armatore a Montevideo.
Nessuna avaria io.
Tutti bene.
- Bisogno di nulla?
- Grazie.
Buon viaggio.
- Buon viaggio.
Quanto ci parve grande, veloce, allegro il Galileo in confronto a quel piccolo legno immobile, con forse dieci o dodici uomini d'equipaggio, condannato a galleggiare come una cosa morta, chi sa per quanto altro tempo, sotto il raggio terribile del sole dell'equatore! Con un sentimento di pietà lo vedemmo a poco a poco rimpiccolire, diventare un punto bianco, e nascondersi dietro l'orizzonte; ma di pietà da egoisti, simile a quella dei viaggiatori che dai vagoni ampi e comodi d'un treno di strada ferrata lanciato a tutta forza, vedon di sfuggita la carrozza barcollante sotto la pioggia, tirata da un cavallo sfinito, per una via fangosa della campagna.
E non da altra cosa che da quel confronto nacque una corrente di buon umore che si diffuse da prua a poppa, e durò fino a sera.
Ma quello era il giorno delle novità.
A desinare, prima di sedersi, il comandante disse a voce alta: - Scignori, abbiamo a bordo un passeggiere di più.
Molti non capirono.
- Un bel maschiotto, - soggiunse, - che ha appena un'ora e tre quarti.
Tutti si rallegrarono ridendo e commentando.
Da un leggiero rossore che passò sul viso della signorina di Mestre, capii che doveva aver partorito la contadina del suo paese.
- È nato nell'emisfero boreale, - concluse il comandante; - ma lo battezzeranno nell'altro.
Domani si passa l'equatore.
IL PASSAGGIO DELL'EQUATORE
Il giorno dopo, fin dalla mattina presto, non si parlava d'altro a prua che della novità del bambino e del passaggio dell'equatore: dell'aquatore, dell'iquatore, del quatore, di lu quatuore, poiché storpiavano la parola in cento modi.
Della nascita parlavano principalmente le donne, smaniose di sapere se e come il bambino sarebbe stato battezzato, e chi sarebbe stato il padrino e chi la madrina, che dovevan essere due signori, secondo l'uso.
L'avrebbe battezzato il prete lungo di prima, o uno dei due di seconda, o il frate? E dove, non essendoci né cappella né altare? E i regali? Tutte cose che in quella vita ristretta di bordo, pigliavano importanza di affari di stato.
E dal Commissario seppi che la contadina di Mestre era segno d'immensa invidia a tutte le donne incinte di terza, e più alle più avanzate, perché è tradizione di gentilezza marinaresca che le puerpere, a bordo, sian trattate con grandi riguardi; e quell'altre, vedendo passare tazze di brodo, cosce di pollo e bicchierini di Marsala, pensavano con rammarico che a loro, a terra, non sarebbe toccata eguale fortuna.
- Si chiama esser fortunate! - dicevano.
E se fosse bastato uno sforzo per anticipare di qualche giorno la cosa, l'avrebbero fatto con tutti i sentimenti.
Qualcuna era indispettita sul serio.
Quanto all'equatore ne discorrevano tutti.
Ma qui bisogna rifarsi un poco indietro per spiegare bene quale senso facesse il mare in tutta quella gente.
Prima di tutto, le era antipatico.
L'ignoranza non ammira il mare, perché ha poco o nulla da scrivere col pensiero su quella immensa pagina pulita, e l'immensità semplice non è bella che per chi pensa.
Non ricordo d'aver mai inteso fra quegli emigranti un'esclamazione ammirativa per l'oceano.
Dinanzi all'acqua essi rimangono sempre alla prima idea che essa desta in ogni creatura umana, che è quella dell'elemento dell'asfissia.
Poi ebbi modo di accertarmi, fin dall'uscita dello stretto, che per la maggior parte quel grande oceano era stato una delusione, perché non v'avevan visto una maggior distesa d'acque che nel Mediterraneo, mentre immaginavano tutti, entrandovi, di veder l'orizzonte allargarsi smisuratamente, come segue all'occhio di chi salga da un poggio sopra una montagna.
Ma non solo per questa ragione.
Nella mente del popolo all'idea dei grandi mari va ancora unito un resto delle immaginazioni favolose dell'antichità e dei tempi di mezzo: se non più mostri alati, i kraken di un miglio di circuito e i pesci cantanti, molti s'aspettano di vedere almeno balene, polipi enormi, o lotte di capodogli e di pesci spada, e onde come montagne; e vedendo poi quel mare sempre quieto, e nemmeno il muso d'un pesce cane in due settimane di navigazione, scrollan le spalle dicendo: - È un mare come un altro.
- Quanto a provar curiosità e a pigliar piacere d'altre cose, non possono, o perché le ignorano, o perché non ci credono o le frantendono.
Io feci questa osservazione, che quasi tutti i discorsi che tenevamo a poppa intorno al mare, alla navigazione, alle terre, i quali cambiavano man mano d'argomento col cambiare della nostra situazione geografica, e c'erano imposti, per dir così, dal grado della latitudine, quasi tutti, dico, trasmettendosi di bocca in bocca e di classe in classe, avevano un eco uno o due giorni dopo, come segue degli avvenimenti dalle città ai villaggi, nei crocchi di prua; di dove ci ritornavano all'orecchio per via degli ufficiali che ne raccoglievan dei frammenti passando.
Ebbene, è incredibile la stranezza delle trasformazioni che le notizie e le osservazioni scientifiche subivano in quel passaggio.
Dell'antica Atlantide, della quale s'era parlato alla latitudine del Sargasso, in terza classe si discorreva come d'un mondo, che si dicesse scomparso da non molti anni, e che qualcuno di noi si fosse vantato d'aver visto.
Alla latitudine della Senegambia, essendosi parlato di negri, dicevano gli emigranti che il Galileo filava a tutta velocità per sfuggire alla costa, dov'era un popolo di selvaggi terribili, che davan la caccia ai bastimenti per mangiare i passeggieri e ci riuscivano molte volte.
Riguardo allo stesso equatore, alcuni andavano predicendo da giorni un calore di fornace che avrebbe liquefatto le candele e la ceralacca delle lettere, e un sole ardente al punto, che a più d'uno avrebbe dato volta il cervello, e si sarebbero contati i colpi d'accidente a decine.
Ma il più singolare era che quel viaggio da un emisfero all'altro, il quale avrebbe dovuto persuader tutti della rotondità della terra, forniva invece a molti un argomento in contrario, che li riconfermava nell'incredulità antica, perché ora vedevano finalmente coi propri occhi che tutto era piano; e c'era poco da rallegrarsi di quelli che parevano persuasi del vero, poiché parecchi di questi s'immaginavano che, passato l'equatore, il piroscafo avrebbe cominciato a discendere, e si sarebbe visto girare intorno al globo come una formica intorno a una palla.
E molti anche non credevano a nulla di quanto udivano dire.
La mattina, mentre il marito della svizzera (dotato della più incurabile delle stupidità, che è quella, come disse un grand'uomo, che s'è contratta sui libri) andava spiegando l'equatore a un crocchio d'emigranti con una fraseologia scioccamente scientifica che non potevan capire: - ...
il focolare elettrico del globo...
il regolatore delle evaporazioni dei due mondi...
il luogo dove il mare scambia i suoi due sangui...
-quelli guardavano con curiosità intorno ed in alto, e non vedendo nulla d'insolito, tornavano a guardar lui di mal occhio, con l'aria di dirgli che smettesse di pigliarli a godere.
Ma ciò che li preoccupava soprattutto da un po' di giorni era l'aver inteso dire che di là dall'equatore si sarebbero viste delle stelle nuove, e che una di queste, l'alfa del Centauro, era di tutte le stelle la più vicina alla terra.
Pensavano forse che apparisse grande come la luna.
Fin dalla mattina di quel giorno tanto aspettato, in piena luce di sole, uomini e donne giravano gli occhi pel cielo, con l'idea di veder dei miracoli.
Una donna domandò al Commissario se in quell'altra parte del mondo, dove si stava per entrare, la luna e il sole sarebbero stati gli stessi che si vedevan da noi.
Che cos'era questa linea, questa riga che divideva il mondo in due parti? Era da credersi quello che dicevano, che nessuno avesse più l'ora giusta? Era vero che nell'anno che si va in America si perde una stagione? E che cosa accadeva di questa stagione? Il Commissario s'ingegnava di spiegare; ma alcuni non badavano affatto alle spiegazioni che avevan chieste, come se fosse tempo perso; altri, per capire, tendevano a tutta forza l'arco dell'intelligenza, e poi ci rinunziavano, facendo un atto di rassegnazione.
L'ultimo sentimento dei più era un vago sospetto che tutte quelle maraviglie fossero un monte di pastocchie spacciate dai signori per fare i saccenti, o che se non altro le spiegazioni che ne davano fossero puri sforzi di fantasia, e che tutto rimanesse un gran mistero per tutti.
Una gran parte avrebbero creduto piuttosto ai tre monaci leggendari dell'Asia che da quindici secoli camminavano dritto davanti a sé cercando il luogo dove nasce il sole.
E sconfortava il pensare che un migliaio forse di quei mille e seicento cittadini d'uno dei paesi più civili d'Europa non avevano intorno alla terra e al cielo cognizioni più larghe né più esatte di quelle che si sarebbero ritrovate cinque secoli or sono in altre mille persone della stessa classe, e che v'è forse al mondo una certa quantità irriducibile d'ignoranza, che si può comprimere, come una massa d'acqua, e piegare a mille forme diverse, ma non scemar di volume.
Non importa: il passaggio dell'equatore era una festa per tutti, specialmente per la distribuzione straordinaria ch'era stata annunziata, di tre litri di vino per rancio; ed anche perché, avendo il comandante dato l'ordine di aprire la stiva e di lasciar pigliare i bagagli, era per molti una vera gioia di poter rifornirsi di roba e rimestare un poco i propri cenci, conciati in modo miserando dall'umidità della zona tropicale.
Oltre di che l'annunzio dei fuochi d'artifizio per la sera metteva tutta la ragazzaglia in ribollimento.
La grande operazione della lavatura mattutina fu fatta con insolito vigore, e all'ora della colazione si videro molte ragazze con fazzoletti e nastrini nuovi sul petto e sul capo, mamme pettinate con più cura che gli altri giorni, uomini con cravatte straordinarie, barbe ben fatte, camicie di bucato, colli da cui eran cadute le scaglie.
La folla s'era come indomenicata; le donne, in omaggio al nuovo santo, non lavoravano, e la maggior parte degli uomini, riuniti in gruppi numerosi e vivaci, mostravano chiara in faccia la premeditazione d'una ubriacatura serale.
Molti intanto facevano ressa intorno alla cambusa per assicurarsi in tempo qualche avanzo del desinare di gala di prima classe, e nelle cucine di terza pure c'era un'agitazione, un andirivieni disusato, da cui si poteva argomentare che quel giorno il cuoco e i suoi aiutanti avrebbero fatto un grande traffico di piatti di contrabbando.
Due forti riversi d'acqua, caduti a un'ora l'un dall'altro, ma brevissimi, non fecero che stuzzicare il buon umore della moltitudine: poi il cielo si schiarì, e il mare, a momenti azzurro, a momenti violaceo, mosso in lunghe e lente ondulazioni, pareva che promettesse di non turbar la giornata.
E fu festa anche per noi.
Per me cominciò dopo colazione nel camerino del Secondo, col quale passai un'ora piacevolissima, insieme con altri due ufficiali e col marsigliese, a bere del buon Champagne, dovuto a una discussione su Guglielmo Watt.
Parlando della sfortuna degli inventori il marsigliese s'era lasciato scappare che il Watt era morto nella miseria.
Il secondo aveva negato: era morto nell'agiatezza, carico d'onori e circondato d'amici illustri - Dans la misère, monsieur! Dans l'indigence la plus affreuse! Nella ricchezza, le dico.
- Sans le sou, sans le sou! Di qui la scommessa, e aveva dato sentenza inappellabile una Histoire de la machine a vapeur, che si trovava a bordo, scritta appunto da un marsigliese; il quale smentiva senza un riguardo al mondo il suo concittadino.
Amabili originali quei tre ufficiali del Galileo, non escluso quel brunetto astuto del dispaccio! Tutti più giovani d'animo di quello che la loro età desse a credere, e d'una certa semplicità di solitari, rarissima a trovarsi nel mondo, anche fra i solitari.
Ciascuno aveva uno studio o un'arte per le mani, con cui ingannava il tempo in quei viaggi continui: il Secondo studiava il tedesco, il terzo dipingeva marine, il quarto aveva principiato di fresco a suonare il flauto.
E ciascuno aveva una collezione sterminata di aneddoti di viaggio che raccontava in modo particolare, lentamente, dicendo nel modo più naturale del mondo le cose più strane, da gente assuefatta a far vita comune con la parte più avventurosa e più bizzarra del genere umano, e anche mentre questa si trova in una condizione di vita e d'animo eccezionale.
Ne avevan fatte delle traversate piene di peripezie, durante le quali il registro delle nascite e delle morti era stato in movimento continuo; delle quarantene da uccidersi dalla noia, delle ore di guardia in notti di tempesta da uscirne coi capelli grigi! E ne avevan visto passare a bordo delle miserie, degli amori, delle paure, delle facce eteroclite, delle famiglie zingaresche! Curiosa pure era la confusione, o meglio la slegatura d'idee che avevan nel capo riguardo alla politica dei due paesi fra cui viaggiavano, essi che, ritornando a Genova, si trovavano addietro di due mesi nella lettura dei giornali d'Italia, e ripartivano prima d'essersi potuti raccapezzare, per arrivare un'altra volta nell'Argentina, digiuni dei fatti di là da cinquanta giorni.
E più curiosa era la loro condizione rispetto alle proprie famiglie.
Il Secondo ci divertì molto, spiegandoci col bicchiere alla mano, come avendo moglie da un anno e mezzo, gli pareva ancora d'essere sposo dal mese avanti.
Partito da Genova dopo otto giorni di matrimonio, non aveva più visto sua moglie che a intervalli di due mesi, e per così brevi tratti di tempo, che fra loro non era potuta nascere familiarità; di modo che, ad ogni arrivo, egli era ancora ricevuto con un poco della commozione della prima volta, e trattato con una certa gentilezza rispettosa e imbarazzata, quasi come un estraneo: ciò che manteneva immobile all'orizzonte la luna di miele.
Ed egli stesso ci mostrò il ritratto di sua moglie con l'aria di chi fa vedere in confidenza la fotografia d'una signorina con la quale ha avviato delle trattative.
- Type genois! gli disse il marsigliese, guardandola.
- È di Palermo, - quegli gli rispose.
- Pas possible! - Ah! che risata! Una tal risata che questa volta egli dovette fingere d'aver ribattuto per celia.
Tutti erano allegri, quantunque il comandante avesse fatto sentire che non voleva la farsa d'uso, di battezzare con le caraffe chi passava la linea per la prima volta; un'angosciata, che finiva sempre male.
D'altra parte, non ci sarebbero stati i personaggi adatti.
Perfino il genovese monocolo si carezzava la barba di crino di spazzola con un'aria meno annoiata del solito.
Fermava qua e là ora l'uno ora l'altro, e gli diceva serio, fissandolo: - Petti di pollo al madera.
- Aveva strappato al cuoco una manata di segreti, e diceva che ci sarebbe stato un pranzo splendido, e dei discorsi.
L'agente di cambio, con cui feci un giro di passeggiata, m'annunziò un brindisi del marsigliese: lo aveva inteso far le prove nel camerino.
Mi riferì nello stesso tempo che la sera innanzi era seguita una scenata, per causa di quella lingua serpentina della madre della pianista; la quale avendo insinuato al presunto "ladro" ch'egli avrebbe dovuto smentire le voci calunniose che correvano sul suo conto a bordo, questi era andato dal comandante a domandare a voce alta quali fossero quelle voci e chi le avesse messe in corso, minacciando colpi di spada e di pistola; ma pareva che, pregato, avesse promesso di star quieto fin all'altro emisfero.
Saliti sul cassero, trovammo quella scellerata sputapepe, che parea che godesse in cuore d'essere finalmente riuscita a sollevare uno scandalo e notammo tutti e due un'animazione non mai veduta sul viso sciapito della sua figliuola, come il riverbero d'una compiacenza segreta; della quale l'agente cercò invano la causa con un lungo sguardo girante, sospettoso che ci fosse per aria un altro colpo di forbici.
Passando davanti alla dispensa, vedemmo gli sposi ritti davanti al banco, che bevevano rosolio annacquato.
L'agente li salutò.
Lo sposo disse timidamente: - Festeggiamo l'equatore.
- Eh! - rispose l'altro, in tuono di dispetto, guardandoli fisso tutti e due; - mi pare che festeggino tutti i paralleli! E quelli nascosero in fretta il viso nel bicchiere.
Poi s'andò a bere un bicchierino di Chartreuse sull'uscio del camerino della domatrice, che riceveva gli amici con gli occhi natanti nella dolcezza, e diceva che avrebbe voluto che il viaggio durasse un anno, tanto trovava la compagnia ben combinata, educata, cortese, piacevole; e un'altra filza d'aggettivi zuccherini, che parevano usciti dai molti bicchierini variopinti che doveva aver già centellinati nella giornata.
Di là risalendo sul cassero, trovammo delle novità: la signora argentina, vera imperatrice del piroscafo, con un corteo d'ammiratori intorno, vestita d'una veste color vaniglia, che dava un risalto maraviglioso alla sua calda e florida carnagione di creola, e tutta raggiante in viso, come se fosse contenta d'entrare nella metà del mondo ch'era sua; e la signora svizzera che passeggiava per la prima volta col suo antico deputato, senza che alcuno avesse osservato in che giorno e in che modo fosse avvenuta la riconciliazione.
Mezz'ora della sua conversazione scucita, sbalzellante, vuota, tutta piccole sciocchezze color di rosa e risatine spostate di sartina brilla, ci persuase che essa era felice d'aver rimesso la sua zampetta bianca nel Parlamento di Buenos Ayres.
E pareva anche felice il marito delle sue escursioni professorali fra gli emigranti, poiché stava raccogliendo nuove nozioni geografiche dal Secondo, con una carta marina spiegata sotto gli occhiali.
In tutti gli occhi pareva che balenasse una speranza confusa, quale si suol vedere in faccia alla gente l'ultimo giorno dell'anno, come se confidassero tutti di essere aspettati nell'emisfero di sotto da una miglior fortuna di quella che avevano avuta nell'altro.
E l'allegria crebbe ancora a pranzo, dove, eccettuati il garibaldino e la signora della spazzola, che rimase muta e digiuna con lo scopo visibilissimo di fare un dispetto visibile a suo marito, tutti chiacchierarono calorosamente, come una gran tavolata di buoni amici.
E si ebbe la grande sorpresa, quella sera, di sentir la voce dei coniugi brasiliani, i quali, messi sul discorso dagli argentini, ed eccitati a poco a poco dall'amor di patria, descrissero con una eloquenza ammirabile, che ci fece rimaner tutti, le bellezze del loro paese, dalla grande baia di Rio Janeiro, coronata di monti a pan di zucchero, e tempestata d'isolette coperte di palme e di felci gigantesche, alle vaste foreste oscure, somiglianti a fitti colonnati di cattedrali senza termine, popolate di scimmie e di pantere, corse da sciami di pappagalli verdi e rosati, sorvolate da nuvoli di gemme e di fiori con l'ali, e di coleotteri accesi.
E la conversazione essendosi allargata su quell'argomento, tutti i passeggieri che avevan visitato il Brasile si misero a raccontare e a descrivere insieme, e allora tutta la flora e la fauna brasiliana furono messe sossopra, e passarono sopra la tavola i tapiri e i coccodrilli dei fiumi immensi, i rospi enormi che latrano, i pipistrelli mostruosi che dissanguano i cavalli, le serpi orribili che succhiano il seno alle donne, e le rane che cantano sulle cime degli alberi, e le tartarughe lunghe due metri, e le enormi formiche di San Paolo che gl'indigeni mangiano fritte; e alla descrizione aggiungendosi l'armonia imitativa, fu un frastuono di muggiti, di gracchi e di sibili che pareva d'essere davvero in mezzo a una foresta dei tropici, e in qualche momento si provava un senso di ribrezzo.
I soli che non sentissero nulla erano gli sposi, che approfittando della distrazione dei parlatori, si passavano con riguardo il braccio intorno alla vita, bruciati con gli occhi dalla pianista; e la signora bionda, la quale distribuiva occhiate luccicanti all'argentino, al peruviano, al toscano, al tenore, con una prodigalità veramente un po' troppo vistosa; tanto che il comandante, alla fine, si lasciò scappare di bocca la sua frase d'ammonizione: - Quella scignôa a me comença a angosciâ! [4] Ma fu rasserenato dal brindisi del marsigliese; il quale si levò in piedi, e sporgendo innanzi il busto patagonico, e alzando sopra il capo la tazza dello Champagne, disse con accento grave: - Je bois à la santé de notre brave Commandant...
à la Société de navigation...
à l'Italie, messieurs! - E tutti applaudirono, fuorché il mugnaio.
Ed io gli perdonai in quel momento lo strazio che faceva della mia lingua, e quello che s'immaginava di aver fatto delle mie concittadine.
Levatici da tavola, salimmo sul terrazzino del palco di comando, preceduti dal quarto ufficiale che portava una bracciata di razzi, di girandole e di candele romane.
A stento vi si stava tutti, ed io fui spinto a sinistra, davanti al Commissario, e in mezzo all'"impiccato" e al "direttore della società di spurgo inodoro".
La prua era già tutta affollata, ma il cielo essendo coperto di nuvole dense, e non mandando che una luce velata i tre fanali bianco, rosso e verde, che ardevano, come tre occhi, alle due estremità del terrazzino e alla testa d'albero, tutta quella folla rimaneva quasi all'oscuro; e da quell'oscurità venivan su cento suoni confusi di canti di briachi, di risa di donne e di grida di bimbi, che parevan d'una moltitudine dieci volte maggiore.
Mi sembrava di essere sul terrazzo d'una casa municipale, la sera d'una dimostrazione carnevalesca contro il sindaco.
Quando si accese il primo fuoco di bengala, s'udì uno scoppio di evviva, e si videro mille e seicento visi illuminati, una vasta calca di gente ritta sulle boccaporte e sui parapetti, accucciata sul tetto dell'osteria e sulle gabbie, afferrata ai paterazzi, arrampicata sulle sartie, in piedi sulle seggiole, sulle bitte, sulle botti, sui lavatoi; e siccome non restava scoperto neanche un palmo di tavolato, ed anche i contorni del bastimento eran nascosti dalle persone, così tutta quella folla pareva sospesa per aria, e che volasse lenta sopra il mare, come uno sciame di spettri.
Nel grande silenzio ammirativo s'alzavano voci solitarie di burloni: - Ooooh Baciccia! - Dagh on taj - Cadìa, monsú Tasca! - Poi tutti zitti, e si risentiva distinto il fischio dei fuochi, e il rumor cadenzato della macchina.
Delle piogge di fuoco cadevano sul mar quieto e oleoso, non increspato da una bava di vento, e i razzi scoppiavano e svanivano nell'immenso cielo silenzioso, quasi senza far rumore, come nel vuoto.
Ad ogni sprazzo di luce m'appariva nella folla qualche viso conosciuto: ora la faccia superba della Bolognese, che s'alzava dalla cintola in su sopra le sue vicine; ora il viso estatico dello scrivanello; ora la negra dei brasiliani, stretta in un cerchio di visi accesi; lì sotto la faccetta rotonda della contadina di Capracotta, vicino al macello la faccia impassibile del frate, in fondo al castello di prua la maschera misteriosa del saltimbanco.
E si vedevano qua e là delle coppie strettissime, che l'irradiazione improvvisa d'una girandola costringeva a correggere in fretta l'atteggiamento, e le risa soffocate, le voci di rimprovero e gli strilli che scoppiavano ogni tanto, tradivano un gran lavorìo di pizzicotti e di palpatine audaci e ostinate.
- Questa sera, disse il Commissario, il povero gobbo avrà da sudar sangue.
- Intanto la luce di bengala tingeva successivamente tutte quelle facce di porpora, di bianco, di verde, e ad ogni nuovo scoppio di razzo, sonavano più alte le grida: - Viva l'America! - Viva il Galileo! e più rade: - Viva l'Italia! - E al disopra delle teste si vedevano muovere cappelli, fazzoletti, bicchieri, e bimbi sorretti dalle madri, che agitavano le braccia nude: vere immagini viventi della spensieratezza infantile di quella gioia di popolo, la quale soffocava per un momento tanti dolori.
Finalmente i fuochi finirono, e il piroscafo, ridiventato nero, ma senza che cessasse la festa, si sprofondò gridando e cantando nelle tenebre dell'altro emisfero.
Ma la gioia senza causa di quella folla, su quel confine d'un nuovo mondo, in quella solitudine, di notte, mi fece più pietà che non me n'avesse mai fatta la sua tristezza, mi parve come una luce sinistra che gettasse essa medesima sulle sue miserie, e mi opprimesse l'anima.
O miseria errante del mio paese, povero sangue spillato dalle arterie della mia patria, miei fratelli laceri, mie sorelle senza pane, figli e padri di soldati che han combattuto e che combatteranno per la terra in cui non poterono o non potranno vivere, io non v'ho mai amati, non ho mai sentito come quella sera che dei vostri patimenti, della diffidenza bieca con cui ci guardate qualche volta, siamo colpevoli noi, che dei difetti e delle colpe che vi rinfacciano nel mondo, siamo macchiati noi pure, perché non v'amiamo abbastanza, perché non lavoriamo quanto dovremmo pel vostro bene.
E non ho provato mai tanta amarezza come in quell'ora di non poter dare per voi altro che parole.
All'ultimo sogno di Fausto pensai: aprire una terra nuova a mille e a mille, e vederla fiorire di messi e di villaggi sui passi d'un popolo operoso, libero e contento.
Per questo solo importerebbe di vivere, perché la patria e il mondo siete voi, e finché voi piangerete sopra la terra, ogni felicità degli altri sarà egoismo, e ogni nostro vanto, menzogna.
IL PICCOLO GALILEO
Dopo quel giorno di baldoria, come accade sempre, ricadde la noia sul piroscafo più plumbea di prima, accompagnata da un caldo fortissimo, e accresciuta dallo spettacolo d'un mare di colore ributtante; il quale dava l'immagine di quello che si dice che il mare sarebbe se non avesse impedimento il moltiplicarsi prodigioso di certi pesci: uno spaventevole e pestilenziale carnaio di merluzzi e di aringhe in putrefazione.
Oppressi da quel tedio, e ancora rintontiti dai disordini del dì prima, la maggior parte dei passeggieri di terza non si levavan nemmeno quando i marinai, facendo la solita lavatura con le pompe, incrociavano da tutte le parti rigagnoli e getti d'acqua violenti: si lasciavano innaffiare con gli occhi chiusi, come cani decrepiti.
Tutto il piroscafo parve per molte ore immerso in un letargo profondo, e m'è ancora rincrescevole il ricordo di quel giorno, dopo tanto tempo, come quello della faccia d'un morto.
Rivedo nell'afa del mezzodì il genovese disfatto dalla noia, che s'affaccia al mio camerino, e mi domanda: - Andiamo a veder ammazzare? Come? Chi ammazzano? Un bove: egli lo sapeva sempre il giorno prima, e andava a vedere, per sbattere l'uggia.
Oh ore eterne, passate col naso al finestrino, a guardare con gli occhi stupidi quel mare dell'accidia e del sonno! Dicono che il tempo è moneta, ed io avrei dato un secolo di quelle ore per cinque centesimi.
E mare, e mare, e mare.
Quel Mediterraneo lassù mi si presentava alla fantasia piccolissimo, come un laghetto azzurro soffocato tra i monti, e lontano al di là d'ogni idea; e quel non vedere mai altro che acqua ed acqua mi faceva balenare l'orribile sospetto che si fosse sbagliato rotta, e che si filasse diritto verso il polo antartico, per andar a cozzare nei ghiacci eterni.
Fortunatamente mi venne a scuotere Ruy Blas; il quale, guardandomi con un occhio pesto che voleva far indovinare una notte di dissolutezza aristocratica, mi diede una buona notizia.
Il battesimo era fissato per le quattro.
Tutto era già stabilito.
Battesimo e registrazione civile sarebbero stati fatti nella camera nautica, posta accanto alla timoneria, sotto il palco di comando.
Il prete napoletano avrebbe amministrato il così detto battesimo di necessità; al quale doveva aver la mano, poiché aveva viaggiato nei suoi primi anni per quelle campagne solitarie degli Stati lontani dell'Argentina, dove, non essendovi chiese, e conservando appena gli abitanti disseminati una grossolana tradizione della religione cattolica, accadeva che al passaggio d'un prete accorressero a chiedere il battesimo perfin dei giovinetti a cavallo.
Egli s'era offerto cortesemente, senza domandar patacones, e già un cameriere gli aveva visto tirar fuori la mattina una stola e una cotta, che portavano non dubbi segni d'un lungo e avventuroso servizio.
Al bimbo, secondo l'uso, si sarebbe messo il nome del piroscafo, Galileo; il quale aveva già una dozzina di figliuoli omonimi, sparsi pel mondo.
Madrina (sántola) sarebbe stata la signorina di Mestre.
Per padrino s'era offerto il comandante; ma il deputato argentino l'aveva indotto a cedergli l'ufficio, per la ragione che il bambino essendo destinato alla cittadinanza del suo paese, toccava a lui a dargli il benvenuto nel nuovo mondo, come rappresentante della Repubblica.
Quest'atto gentile, come poi seppi, gli riconciliò gli animi dei passeggieri, i quali fino allora avevano accusato lui e gli altri argentini di stare in contegni con gli europei, e come raggruppati in disparte.
Io però li conoscevo da un po' di giorni, e li avevo osservati fin da principio con curiosità vivissima, poiché erano per me i primi esemplari del loro popolo, il quale è senza dubbio di tutta l'America quello che più importa, o più dovrebbe importar di conoscere a un italiano.
Il deputato era il maggiore d'età, e credo anche la testa quadra della brigata: alto, una faccia forte e fina di uomo rotto alle lotte della vita politica e della vita mondana, che lanciava a traverso all'occhialetto uno sguardo audacemente conquistatore di voti elettorali e di sì femminili.
Il marito della signora era un avvocatino biondo, segretario di non so che ministro plenipotenziario del suo paese, con due occhi grigi mobilissimi, acuti come punteruoli, che quando vi squadravano, pareva che vi vedessero sotto al cranio, dentro al petto e fin nel taccuino degli appunti.
C'erano due giovanotti bruni, molto eleganti e poco significanti, i quali non parevano preoccupati d'altro che della biancheria finissima e candidissima di cui facevano sfoggio, e delle loro folte capigliature artisticamente architettate, nere, ma di quel fortissimo nero andaluso-argentino, che è un vero oltraggio alle teste brizzolate.
Il più originale di tutti era il quinto, un pezzo d'uomo sulla trentina, di viso audace e di voce aspra, un tipo di domatore di cavalli selvatici, proprietario d'una vasta estancia della provincia di Buenos Ayres, in cui passava due anni su tre, in mezzo a trentamila vacche e a ventimila pecore, menando la vita del gaucho; della quale s'andava poi a rifare a Parigi, dove divorava volta per volta un armento di mille teste.
Un tratto comune a tutti e cinque era la finezza della bocca e la piccolezza del capo, che tutti portavano alto, sempre; ma l'abitudine ereditaria, che altri osserva negli argentini, di appoggiarsi camminando più sulle articolazioni delle dita che sul tallone del piede, dico la verità, non l'osservai.
Studiosi dell'eleganza, e in particolar modo della lindura della persona, tutti e cinque, vistosamente.
E cortesi; ma d'una cortesia più ridente, per dir così, di quella degli spagnuoli, meno cerimoniosa di quella dei francesi, congiunta ad una scioltezza viva di modi e di discorso, propria di uomini che entran nella vita indipendente appena usciti dalla fanciullezza, e che crescono senza noie e senza freni, pieni di fiducia in sé e nella fortuna, in mezzo a una società agitata, disordinata, giovanile.
Questa loro condizione d'animo si palesava in un'espressione del viso a cui non saprei trovar miglior paragone che quella particolare aria balda dell'uomo a cavallo, che vede davanti a sé un vasto orizzonte libero.
Con questo una meravigliosa facilità a profferir giudizi su popolo, istituzioni ed usi d'Europa, che avevan visto di volo: giudizi che rivelavano una percezione più acuta che profonda, e una grande varietà piuttosto di letture che di studi, ricordate con prontezza e citate con arte.
E non tanto nei giudizi, quanto nella preferenza manifesta data all'argomento di discorso, mostravano una simpatia viva per la natura e per la vita francese, derivante da una analogia incontrastabile di qualità dell'intelligenza e dell'animo: tutti avevan Parigi sulla punta delle dita e le valigie piene di giornali dei boulevards, e di fotografie d'artiste dell'Opéra e della Comédie.
D'altri paesi conoscevano assai bene le case di gioco e gli stabilimenti di bagni, e sopra tutto i teatri di musica, dei quali parlavan con passione d'adolescenti, ma facendomi capire che non avevan nulla da invidiarci a questo riguardo, poiché essi facevano andar l'Europa a cantare e a ballare a casa loro.
Quanto all'Italia, non riuscii a scoprire, sotto la necessaria cortesia della frase, il loro sentimento vero.
Si compiacevano della nostra immigrazione, come d'un concorso di ottimi lavoratori, e accennando gli emigranti, dicevano: - Tutto questo è tant'oro per noi.
- Portateci pure tutta l'Italia, pur che lasciate a casa la Monarchia.
- E si capiva che a loro, come ai rivoluzionari francesi del secolo scorso, una povera creatura umana soggetta alla Monarchia pareva meritevole della più sincera commiserazione; e che ci dovevano considerare, noi europei, come una specie d'uomini nati vecchi, strascicantisi in mezzo agli avanzi tristi d'un mondo morto, e anche un po' affamati per professione.
Di sotto a questi sentimenti, lampeggiava un orgoglio nazionale vivissimo; l'orgoglio d'un piccolo popolo, che ha vinto la grande Spagna, umiliata l'Inghilterra, e allargato i confini del mondo civile, spazzando la barbarie da un paese immenso, per darvi ospizio e vita a gente d'ogni lingua e d'ogni razza.
Infatti, due volte la settimana almeno essi festeggiavano fra di loro qualche data gloriosa della rivoluzione argentina, con una profusione di vini di Champagne, che era una bella prova dei buoni frutti delle loro vittorie.
Ma fra il loro orgoglio nazionale e quello degli europei mi parve corresse una differenza notevole, che mentre noi lo fondiamo sul passato, e sempre su questo ripicchiamo vantandoci, essi del passato non discorrevan quasi mai, e in ogni frase accennavano all'avvenire, col ritornello dell'infanzia: - Quando saremo grandi.
E in tutti loro appariva profonda, salda, lucidissima non la speranza, ma la certezza di riuscire col tempo un popolo enorme, gli Stati Uniti dell'America latina, brulicanti dalla vallata delle Amazzoni agli estremi confini della Patagonia.
E la loro coscienza d'esser chiamati a questo primato, si poteva anche riconoscere nello studio che ponevano in ogni occasione a dimostrare l'originalità del loro popolo, non solo rispetto ai vecchi padri spagnuoli, dei quali parlavano con una leggera intonazione di canzonatura, come di gente da cui per fortuna avessero sotto ogni aspetto dirazzato, non risentendo più da loro alcun influsso di nessuna specie; ma anche rispetto agli altri popoli latini dell'America, Chileno, Peruviano, Boliviano, Brasiliano; di ciascuno dei quali rilevavano le deficienze intellettuali e morali, e i lati ridicoli, con una ironia faceta, che tradiva un sentimento di rivalità d'alto in basso, non addolcito da quello della fratellanza.
E tutti questi discorsi facevano con un linguaggio fluente e caldo, rotto da risa cordiali e da scatti quasi involontari di sincerità, che rivelavano una natura capace di passioni generose e violente, ed anche una mobilità grande di affetti, nata da un ardente bisogno di divorare la vita in tutti i modi, seguendo con tutte le forze l'impeto di tutti i desideri.
Una sola cosa avrei desiderato in alcuni di essi, ed era un'espressione più aperta di pietà nella voce e negli occhi, nel raccontare che facevano certi episodi inumani della loro storia; un non so che più mite e triste, che non facesse sospettare una mala impronta lasciata nella loro natura dalla lunga tradizione delle guerre del deserto e delle guerre civili, orribili tutte.
Ma, nel complesso, la impressione prima era gradevolissima, e tale da render viva doppiamente la curiosità di scrutarli più addentro.
Per la prima volta io mi trovavo dinanzi a gente veramente nuova per me: ciò che non m'era mai accaduto in Europa.
In mezzo alla grande comunanza di cognizioni e idee che era fra noi, io riconoscevo vagamente in loro le tracce d'una educazione affatto diversa della mente e dell'animo, i sentimenti peculiari d'una gente accampata sugli ultimi termini della civiltà, all'estremità d'un continente quasi spopolato, in una specie di solitudine d'esercito invasore, e le impressioni d'una natura diversamente bella dalla nostra, più vasta, più primitiva e più formidabile.
E mi stupiva anche quella loro lingua spagnuola come snodata e alleggerita della scorza letteraria, accentuata in modo nuovo per me e fiorita di parole sconosciute e bizzarre, e cantata con quel lontano ricordo di melopea indiana, che mi faceva passar per la fantasia delle facce color di rame ornate di penne.
Ma più che la lingua, la facilità incredibile di parola, e la facoltà imitativa dell'intonazione e del gesto, specie quando s'infervoravano nelle descrizioni delle loro grandi montagne e delle loro sterminate pianure.
Quell'avvocatino biondo, più che gli altri, descriveva la caccia al cavallo selvatico come un attore che recitasse uno squarcio classico, senz'ombra d'affettazione o d'artifizio apparente, con una vigoria di mosse e con una musica di parola maravigliosa.
E in tutti notai questa dote d'un bel metallo di voce, e un'arte o una facoltà naturale, squisita di modularla; nella signora particolarmente, la quale aveva una certa voce bianca, e delle note di testa graziosissime, che a sentirle a occhi chiusi sarebbero parse d'una bimba.
Veduto lo strano effetto acustico che m'aveva fatto una sera il nome dello Stato di Jujuí, pronunciato in quella maniera, essa andava cercando per gioco altri nomi indiani di monti e di fiumi del suo paese, che mi ripeteva man mano, ridendo della mia maraviglia.
Ringuiririca, Paranapicabá, Ibirapità-miní.
Parevan trilli d'usignuolo.
Per loro il viaggio dall'America all'Europa era come per noi una gita da Genova a Livorno: l'avevan già fatto più volte: poiché, sia qual si voglia il sentimento che hanno di sé e il concetto che hanno di noi, l'Europa è sempre per loro l'antica madre, la grande patria del loro intelletto, e li attira.
Il deputato, poi, contava già otto viaggi transatlantici, di modo che la rete dei suoi amori doveva stendersi oramai sovra una selva di bastimenti.
E ancor giovane, aveva il passato d'una lunga vita, anche come uomo pubblico, poiché prima dei trent'anni (doveva toccare i quaranta) era già stato redattore capo di un grande giornale, alto impiegato d'un Ministero, direttore d'una Banca, e inviato dal governo a Parigi con un incarico finanziario.
E non era una eccezione fra la gioventù del suo paese.
Egli diceva con ragione che il suo paese era nelle mani dei giovani, poiché la repubblica voleva che corresse nelle vene di tutti i suoi servitori il succhio primaverile che ferveva nelle sue.
- Voi altri, - diceva, - affollati in un campo ristretto, e sopraccarichi di storia, di leggi e di tradizioni, dovete camminare adagio, e condotti dai vecchi: ma noi giovani di trecent'anni, che abbiamo per patria una terza parte del Sud-America, e che dobbiamo riguadagnare in fretta il tempo perduto nella lotta coi selvaggi e nella guerra di trasformazione sociale da cui siamo appena usciti, bisogna che andiamo innanzi di carriera, e guidati dall'età dell'impazienza e dell'audacia.
- E scherzava sull'"abuso" della vecchiaia che si fa in Europa.
- Pare che la canizie, tra voi, sia il titolo necessario per certe cariche.
Avete delle malattie che danno il diritto a certi onori.
Che so io? La podagra fa tutto.
La vostra gioventù si stanca in un'aspettazione interminabile, e vi ritrovate negli uffici che richiedono più vigore di mente e di nervi appunto nell'età in cui il vigore vien meno.
Sciupate tutte le vostre forze a salire, e quando siete sulla cima suona l'ora della morte.
Comparve in quel punto la cameriera ad annunciar l'ora del battesimo.
Il deputato scappò in camerino a cambiare il berrettino di seta con una copertura di capo più sacramentale.
Io m'incamminai verso la camera nautica.
A prua c'era già movimento, in specie fra le donne, che volevano salir tutte sul castello centrale, per vedere; tanto che i marinai si dovettero piantar di guardia alle scalette per impedire che si ammucchiasse troppa gente di sopra.
Era un vocìo, una curiosità da tutte le parti come per il battesimo d'un principino ereditario, e nessuno badava alla minaccia d'un piovasco solenne, che cominciava a far l'aria buia.
Entrai con due o tre altri nella camera nautica, che era già affollata, e trovai a stento un po' di posto.
Davanti a un tavolo stavano in piedi il comandante, che doveva far da ufficiale dello Stato Civile, e il Secondo e il Commissario, che facevan da testimoni; tutt'intorno, con le spalle alle pareti, la signora bionda, l'argentina, la sposa, la madre e la figliuola pianista, la brasiliana con la serva negra, e una diecina d'uomini, fra i quali il garibaldino, col suo solito viso chiuso e triste.
La finestra in fondo, che dava sul castello, era addirittura riempita di facce di donne della terza classe, che formavano scala, e brillavano dalla contentezza d'aver conquistato i primi posti; e dietro di loro si sentiva il mormorio della folla.
C'erano sul tavolo il ruolo d'equipaggio e il giornale di bordo, aperti; un vassoio con un bicchiere d'acqua e una saliera; e dei moduli stampati d'atti di nascita.
Tutti stavano con una certa compostezza pensierosa.
Quella camera singolare, tappezzata di carte marine, luccicante qua e là di strumenti nautici, con quelle ventiquattro lettere maiuscole iscritte come un epitaffio enimmatico sopra le bandierine dei segnali, - quel gruppo di persone così diverse e strane, che barcollavano ogni tanto per effetto d'un leggero rullìo, - quegli ufficiali immobili e gravi, - quel brulichìo d'una moltitudine che non si vedeva, - e quell'orizzonte oscuro dell'oceano, che tagliava il vano dell'uscio, - destavano insieme un sentimento di stupore e di rispetto che s'esprimeva in un bisbiglio sommesso.
Dopo alcuni momenti arrivò il lungo prete, con una stola e una cotta che pareva avessero servito a battezzare i primi navigatori dell'Atlantico, e l'attenzione di tutti si fissò su di lui.
Entrò, curvandosi, senza guardar nessuno, e avvicinatosi al tavolo e fatto il segno della croce, cominciò a mormorare a occhi chiusi, in mezzo a un silenzio profondo, gli esorcismi d'uso per l'acqua e pel sale.
Poi mise una cucchiaiata di sale nel bicchiere, l'agitò, e intintovi il dito, benedisse i presenti.
Le donne fecero il segno della croce.
Il bisbiglio ricominciò.
Tardando a venire il bambino, il comandante mandò il Commissario a vedere.
Siccome s'era aggravato il vecchio malato di polmonite, la puerpera era stata trasferita dall'infermeria in un camerino vuoto delle seconde classi.
Il tragitto da farsi non era che di pochi passi.
Il Commissario ritornò subito, dicendo: - Vegnan.
Venivano in fatti su per la scaletta il padre, tutto trionfante, con la barba fatta, con una camicia fresca, e col marmocchio in mano, la signorina di Mestre, col suo solito vestito verde-mare, sorretta per una mano dall'argentino, e dietro di loro, con mia gran maraviglia e di tutti, la puerpera pallida, ma sorridente, tenuta su per la vita dal marinaio gobbo.
Non c'era stato verso, brontolava il marinaio, aveva voluto venire, nonostante le minacce del medico, cocciuta a fare là come a casa sua, dove dopo do zorni la se gaveva sempre messo a far le so façende.
Ultimo veniva uno dei due gemelli, con candela in mano.
Un mormorio carezzevole di pietà e di simpatia accolse il piccolo Galileo, che dormiva placidamente, col visetto rosso, ravvolto in una coperta azzurra, con una cuffietta bianca a piegoline, e una medaglia al collo.
Appena entrata, la signorina prese il bimbo dalle braccia del padre, e lo mostrò al comandante, con quel suo sorriso mesto e dolcissimo, e non a un solo credo che sfuggisse il contrasto pietoso di quel piccolo essere che incominciava la vita con quella povera e buona creatura per la quale tutto stava per finire.
Tutti guardarono per un momento lei sola, che contemplava il bimbo col capo chino, mostrando negli occhi tutti i tesori di maternità che avrebbe portato nella tomba.
Il comandante, col suo schietto accento del quartiere di Prè, e con un cipiglio come se leggesse un atto d'accusa, diede lettura dell'atto di nascita scritto sul ruolo d'equipaggio.
- L'anno mille e ottocento etc., giorno ed ora etc., a bordo del piroscafo denominato il Galileo, iscritto al compartimento marittimo di Genova, etc., il signor medico tal dei tali ha presentato a noi, Capitano in comando del detto piroscafo, in presenza dei signori tali e tali, un bambino di sesso maschile di cui s'è sgravata la signora...
Spuntò un sorriso sulle labbra di tutti quando s'intese leggere che il luogo nativo di quel povero bambino era: latitudine nord 4, longitudine ovest, meridiano di Parigi, 28,48.
- ...
In fede di che noi, - continuò il comandante, - abbiamo steso il presente atto che è stato iscritto a piè del ruolo d'equipaggio, ed è stato sottoscritto...
Il comandante e i due ufficiali firmarono l'atto sul ruolo e sui tre moduli stampati da rimettersi al Consolato italiano di Montevideo, alla Capitaneria del porto di Genova, e al padre; poi porsero la penna a questo, che, stentatamente, con la fronte in sudore, scarabocchiò tre volte il suo nome.
In quel punto il piroscafo fece un moto brusco da un lato, e la madrina vacillò: l'argentino la ritenne per un braccio: ed io gli lessi negli occhi l'impressione di stupore penoso ch'egli provò al sentire quel braccio senza carne.
Il cielo s'era fatto più oscuro e il mare livido; qualche goccia cadeva sopra coperta.
Il prete si fece avanti.
Inteso i nomi imposti, si segnò, e messa la sua enorme mano pelosa sotto la testa del bimbo dormente, mentre l'argentino gli metteva la destra sul petto, gli fece col bicchierino le tre versate d'acqua, dicendo:
- Galilee, Petre, Johannes, ego te baptizo in nomine Patris, et Filii et Spiritus Sancti.
Poi: - Galilee, Petre, Johannes, vade in pacem et Dominus sit tecum.
Tutte le donne dalla finestra risposero: - Amen.
Allora disse l'Agimus.
Io osservavo intanto la madre, la quale girava gli occhi larghi sul bimbo, sugli ufficiali, sugli strumenti nautici, su quella strana cappella, e porgeva l'orecchio allo scricchiolìo della ruota della timoniera e al fischio lontano delle sartie investite dal vento, dando ogni tanto un'occhiata furtiva al mare oscuro; e pareva agitata da una viva inquietudine, come se ci fosse qualche cosa di profano e quasi di malauguroso in quella funzione fatta a quel modo, così alla spiccia, e in quel luogo, e con quel tempo.
- Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, - terminò il prete.
- Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis...
- risposero le donne.
Nel momento stesso un lampo vivissimo illuminò la camera e s'intese il muggito lungo d'un bove; il piroscafo balzò; la puerpera si mise a piangere.
- Amen, - disse il prete.
- Amen, - risposero di fuori.
Tutti si rivolsero alla donna, chiedendole che cos'avesse, facendole animo.
Essa s'asciugò gli occhi col dorso della mano, e domandò: Parché no'l ghe ga messo el sal sula boca? [5]
Dovettero ragionarla, spiegarle: era un battesimo di necessità, non si poteva farlo completo perché non s'era in chiesa, si sarebbe completato in America; stesse tranquilla: il sacramento era valido lo stesso.
Allora baciò con espansione il bambino, si rasserenò, ringraziò, e tutti uscirono.
Pioveva già forte.
Eppure il piccolo corteo, seguito dal garibaldino, stentò a aprirsi il passo tra la calca per arrivare fino al camerino di seconda; il gobbetto dovette più volte far largo coi gomiti, e al gemello fu portato via il mozzicone di candela: tutti volevan vedere, non il bimbo, ma chi fossero il padrino e la madrina, per farsi un'idea della importanza dei regali che sarebbero toccati alla puerpera fortunata.
Al vedere la signorina, qualcheduno batteva le mani.
All'improvviso s'udì una voce alta e rauca:
- Strusciate, strusciate i signori!...
Oggi lo tengono a battesimo e quando sarà grande lo faranno crepare di fame...
Cretini!
Era il vecchio tribuno dal gabbano verde, ritto sulla boccaporta del dormitorio delle donne.
Molti si staccarono subito dalla folla dei curiosi.
Altri gli inveirono contro, altri gli fecero eco.
Ma il gridìo festoso della ragazzaglia coperse le loro voci.
Messo appena il piede nel camerino, la puerpera si lasciò cadere sopra un baule, spossata; il padre mise il bambino in una cuccetta, e il padrino e la madrina tiraron fuori i regali.
E allora cominciarono le esclamazioni di maraviglia e di gratitudine, a due voci: - Ma cassa fali? Lori se desturba tropo! I ne fa deventar rossi! Oh ma che brave creature! Xelo par mi sto qua? e anca st'altro? Oh santo Dio benedeto! - E il padre, in uno slancio di riconoscenza per il neonato, curvandosi sulla cuccetta, esclamò: Vorò strussiarme, vorò suar sangue per ti, vissare mie! ma con un accento del cuore, che prometteva sinceramente una vita di lavoro e di sacrifizio per quella piccola creatura nata fra il mare e il cielo, a mezza strada fra la patria perduta e una terra ignota, senz'altro bene al mondo che le braccia e il coraggio del padre suo.
E poi: - Tazi, vecia mata! - gridò brutalmente alla moglie che piangeva, e le gettò le braccia al collo.
La signorina allora si voltò verso il garibaldino che stava affacciato all'uscio, e indicandogli quell'abbraccio, gli fece con l'indice un cenno di rimprovero, e poi disse affettuosamente, sorridendo: - Ecco la famiglia.
Egli non rispose.
IL MARE DI FUOCO
Ma il battesimo, come la festa dell'equatore, non fu che una breve tregua all'irritazione che serpeggiava a prua per effetto del caldo crescente, in particolar modo fra le donne, le quali erano ogni dì più uggite e stufe di quella maniera di vita tanto lontana da ogni loro consuetudine.
Da vari giorni era scoppiata la malattia contagiosa del piccolo ladroneccio, e con questa, la febbre generale del sospetto: gli asciugamani, le scarpette, i cenci sparivano come per incanto, le derubate credevano di riconoscer la roba loro nelle mani dell'una o dell'altra, e ogni momento si vedevan venire dal Commissario due scarmiglione frementi, coi ragazzi per mano, col corpo del delitto sotto il braccio, seguite dai mariti e dai testimoni, a chieder giustizia.
E allora avevan luogo processi e dibattimenti in tutte le regole.
Si trattava d'un fazzoletto a cui la ladra aveva levato la marca, d'uno stivaletto a cui era stata strappata la fettuccia col nome del calzolaio.
L'accusata negava, invocando Gesù e la Madonna; la derubata s'incocciava, tirando giù il resto del calendario: bisognava chiamar due perite che esaminassero la marca sfatta, o un ciabattino per lo stivaletto.
Ma la piemontese rifiutava le perite napoletane, la napoletana non le voleva dell'alta Italia, i mariti pigliavan le parti delle mogli, i testimoni e i curiosi tenevan ciascuno dalla sua provincia.
Erano contestazioni interminabili tra montanare testarde che ripetevano cento volte la stessa ragione con la medesima frase, e pianigiane linguacciute che vomitavano torrenti di parole.
Spesso anche non si capivan tra loro e bisognava nominare un interprete.
Altre volte si doveva ordinare una perquisizione delle robe.
Le accusate si mettevano a piangere, i bambini a frignare, i mariti a minacciarsi.
- Ci rivedremo a terra, canaglia! - Ti caccerò nelle caldaie della macchina io, pendaglio da forca! - Darò le tue budella ai pesci, nato d'un cane! - Una donna accusava l'altra di bazzicare coi marinai la notte, l'altra accusava lei d'andar a dormire coi signori di prima.
- Voi tutto il bastimento vi conosce! - E voi non vi lava neanche tutta l'acqua del mare! - Il povero Commissario si stillava il cervello per comprendere e per dare delle sentenze giuste; ma comunque giudicasse, gridavano sempre all'ingiustizia.
Se condannava una napoletana o una siciliana, queste dicevano: - Già, l'altra è dei paesi vostri.
- Se condannava una dei "paesi suoi" tutte le settentrionali strillavano.
- Si sa, quelle ci han sempre modo, e che modo! di farsi dar ragione.
- Ed era inutile che cercasse di persuaderle: - Ma sentite, ricordatevi: ieri ho pur dato ragione, perché l'aveva, a una delle vostre parti! - Niente: gliel'aveva data solo perché era una bella ragazza, o una donna sola, o perché perché: un secondo fine ci doveva essere.
E da una parte e dall'altra s'alzava un coro di mormoni: - Già, noi non siamo italiani.
- Non parliamo il genovese, noi.
- Si sa, ora sono quelli di laggiù che comandano.
- Era una cosa che faceva doppia pena, così lontano dalla patria, veder dar fuori in ogni litigio le antipatie di famiglia, sentire con che parole diabolicamente ingegnose si mordevano l'un con l'altro nell'amor proprio municipale, dissotterrando recriminazioni e rancori morti da tanto tempo fra noi, e soffiandovi dentro, pur troppo, per portarli redivivi in America.
E dopo ogni lite le due parti si separavano nemiche e gonfie di dispetti, che trasfondevano poi a prua nei loro compaesani dei due sessi; i quali a poco a poco s'andavano dividendo in due schiere, e si guardavano in cagnesco, e s'insultavano, scansandosi a vicenda, come per paura di essere impidocchiati, o affettando di abbottonarsi la giacchetta e di toccarsi in tasca quando si passavano accanto, come per salvare il portamonete o il fazzoletto.
Oh miseria! Il Commissario, per quanto fosse sollecito, non aveva tempo d'ascoltar le querele di tutti, e per quanto fosse paziente, doveva qualche volta piantarsi i denti nella seconda falange dell'indice.
La grossa bolognese, la cui alterigia montava con la temperatura, voleva far perquisire tutto il piroscafo perché le avevan portato via un pettine di tartaruga, e minacciava di far screditare la Società di navigazione da suo fratello giornalista, appena sbarcata in America.
La povera signora dal vestito di seta era disperata perché le avevan rubato una piccola spilla d'argento, un ricordo di sua sorella, diceva; ma non osava di ricorrere al Commissario per timore di qualche vendetta.
E c'eran delle donne che, non tanto per timore quanto per mostrare una diffidenza ingiuriosa alle vicine, dormivano con tutte le loro robe ammontate fra le braccia e fra le gambe, anche a rischio di provocare la calunnia coi falsi contorni dell'adulterio.
Una vera pazzia, insomma.
E ancora le quistioni che nascevan da furti veri o mentiti eran le meno difficili.
Il peggio era che l'irritazione aveva svegliato in tutti una delicatezza d'amor proprio straordinaria, che s'adombrava d'una mezza parola o d'un mezzo sorriso, tanto che ogni momento si presentava qualcuno al Commissario a lamentarsi d'una mancanza di rispetto, e il Commissariato si dovea convertire in una specie di tribunale per la casistica della dignità e della buona creanza.
Il marinaio gobbo diceva che non si potea più campare.
- Dixan che gh'è de ladre! (dicono che ci son delle ladre) - esclamava, poiché non parlava mai altro che delle donne; ma se non s'imbarcassero le ladre, non si farebbero nemmeno più le spese del carbone, che dio le sprofondi! - A come si mettevan le cose c'era da aspettarsi da un'ora all'altra qualche baruffa seria.
Già la sera innanzi, dopo il battesimo, due passeggiere s'eran fatte una cappelliera, alla muta, da signore ben educate, in un angolo oscuro del dormitorio.
E la sera del giorno dopo toccò di peggio al povero scrivanello.
Essendosi lasciato sfuggire una parola d'indignazione contro due emigranti che facevan degli atti osceni dietro alle spalle della genovese, provocando le risatacce di tutti, quelli gli misero le mani addosso, e stavano per conciarlo male, quando passò di là per caso il garibaldino, e lo liberò, che aveva già la cravatta in brindelli.
Tutti effetti del "focolare elettrico del globo".
E il Commissario seguitava a dirmi: - Ne vedrà di peggio.
Liberato lo scrivanello, il garibaldino salì sul castello centrale, di dove l'avevo visto, e mi passò accanto.
Avrei voluto chiedergli dei particolari; ma la sua faccia fredda e dura mi tenne in là, come sempre.
Mentre i primi giorni scambiava con me qualche parola, ora faceva appena un cenno di saluto, e qualche volta neppure un cenno.
Pareva che l'uggia crescente che metteva in ciascuno quella piccola società forzata del piroscafo, gli inasprisse l'avversione per i propri simili che già portava nel cuore.
Quanto più andava innanzi nella familiarità, sempre taciturna e rispettosa, colla signorina dalla croce nera, tanto più diventava solitario e chiuso, come se quella compagnia gentile rabbuiasse, invece di rasserenare, la sua filosofia.
Ora non parlava più con nessuno.
Passava delle ore a poppa, appoggiato al parapetto, a guardare la scia del Galileo, come un foglio scritto interminabile, che si svolgesse sotto i suoi occhi, narrando la storia del mondo.
E la sua selvatichezza sdegnosa aveva prodotto negli altri l'effetto solito: antipatia dapprima e ostentazione di altrettanto disprezzo; poi, quando la costanza della sua condotta mostrò ch'essa derivava da natura e non da proposito, un sentimento di rispetto e di timidezza, il quale si rivelava nella prontezza istantanea con cui lo sguardo dei passeggieri saliva su per gli alberi o fuggiva pel mare, quando egli, discorrendo con la signorina, girava gli occhi su di loro, per vedere se lo guardassero, e con che viso.
Sembrava anzi che fosse nata in tutti una certa simpatia per quell'orso orgoglioso, il quale non solo non faceva nulla per guadagnarsela, ma aveva l'aria di far tutto per suscitare il sentimento contrario.
Era perché la tristezza, quand'è congiunta alla bellezza e alla forza, seduce, come indizio d'un nobile disprezzo per le facili soddisfazioni che possono dar l'una e l'altra; oltre di che da tutta la persona di lui, e da quel lume profondo degli occhi, che vien diritto dall'anima, traspariva la virtù che è più ammirata e più temuta nel mondo, il coraggio.
Per me, quanto più mi scansava, e tanto più desideravo di conoscerlo.
Provavo per lui quel sentimento di benevolenza, nato dalla stima e dalla soggezione, che rende intollerabile la noncuranza di chi n'è l'oggetto, e che vi farebbe discendere ad un atto d'umiltà per superarla.
E questo sentimento si fa vivissimo a bordo, dove è ridestato ad ogni tratto dalla presenza continua della persona, e dove la indifferenza che essa ci dimostra può esser facilmente notata dagli altri, e svilirci nel concetto loro.
Lui assente, cercavo di persuadermi che l'animo suo e la sua vita non dovessero corrispondere al suo aspetto e alla mia immaginazione, e che, se l'avessi conosciuto addentro, egli non avrebbe fatto che aggiungere una delusione a quell'altre mille di cui è tessuta la storia delle nostre amicizie.
Ma quando lo vedevo, era inutile, avrei giurato che quell'uomo non aveva mai commesso un'azione ignobile, che disprezzava sinceramente ogni vanità umana e che anche allora avrebbe dato la vita, subito e senza un pensiero d'ambizione, per un'idea generosa.
Subivo la sua superiorità come una forza magnetica, e mentre ne sentivo un certo scontento e quasi un'umiliazione, mi pareva che avrei provato un sollievo a lasciarglielo intendere, e anche a confessarglielo chiaramente.
Ma il suo viso era una porta murata per tutti.
E pareva indifferente pure ai grandi spettacoli della natura.
Io non gli vidi passare nemmeno un lampo sul viso, quella sera, davanti al tramonto più splendido e più strano che si fosse visto dopo che eravamo entrati nella zona torrida.
Il cielo s'era rasserenato a oriente e a occidente, e il sole che stava per tuffarsi nel mare di bragia, enorme, come se si fosse ravvicinato alla terra di milioni di leghe, era attraversato nel mezzo da una striscia di nuvola sottilissima e nera, terminante di qua e di là al contorno del disco, in modo che il globo pareva spaccato in due emisferi paralleli, ma così nettamente e durevolmente, da dar l'illusione d'un prodigio.
E nello stesso tempo si stendevano per aria, a un'altezza smisurata, otto maravigliosi raggi d'una luce come velata, ma di colori vaghissimi, che passarono lentamente per varie sfumature, dal bianco al rosa, al verde-chiaro, e perdurarono dopo che il disco era sparito, coprendo un terzo quasi della vôlta del cielo, come un'immensa mano luminosa che volesse afferrare la terra.
Ma ci maravigliammo assai di più quando, a un cenno del comandante, voltandoci, vedemmo altri otto raggi sterminati dalla parte opposta, riflesso dei primi, meno luminosi, ma sfumati delle stesse tinte, che parevano l'albore d'un sole sconosciuto che sorgesse dalle acque, appena l'altro s'era nascosto.
E il mare luccicava di tutti i colori del cielo, che pareva vi galleggiassero miliardi di perle.
Quell'animale d'un avvocato, - egli solo, - non guardava nulla; anzi voltava le spalle al tramonto, e non alzava il viso verso il riflesso, come per far dispetto alla natura: per lui il sole che discendeva nel mare era un sole odioso, per riverbero della cattiva compagnia che frequentava.
In mezzo al silenzio ammirativo di tutti, egli si lamentava stizzosamente col Secondo della trascuranza cri-mi-no-sa delle società di navigazione, io che non si tenevano al corrente dei progressi dell'arte del salvataggio.
Ottanta su cento dei naufraghi, diceva, s'annegano, crepano, per colpa di chi li imbarca.
Perché le società non mettevano sui piroscafi il numero prescritto di salvavite? Perché non ci avevano che dieci lance, che bastavano appena a salvare un quarto dei passeggieri? Perché non esercitavano i marinai a costrurre in pochi minuti delle zattere di salvamento? Perché non avevano delle pompe Gwyn? Perché non adottavano il doppio ponte del capitano Hurst? Perché non si provvedevano di life-boats del Peake e di sgabelli nautici del Thompson? Eran loro, le società di navigazione, che affogavano migliaia di galantuomini, e che facevano crepar di fame gli inventori, accogliendo con una scrollata di spalle, deridendo, per avarizia, tutte le proposte di nuovi mezzi per salvare la pre-zio-sa vita dell'uomo!
Quel piccolo barbone spaurito avea una erudiziene sbarlorditoia nella materia, era un vero scienziato della spaghite.
L'agente di cambio, che sapeva tutto, mi manifestò un suo sospetto: che il pover uomo avesse nel camerino un apparecchio di salvataggio straordinario e voluminoso, parecchi forse, tenuti nascosti con gran cura in un cassone segreto, che nessun cameriere aveva mai visto aperto.
E diceva anzi che, essendo stato respinto bruscamente una mattina ch'era andato per fargli visita, sospettava che egli stesse provando in quel momento qualche spettacoloso vestiario di guttaperca.
- Sono gli armatori, - continuava intanto l'avvocato accalorandosi, - che ci mandano in pasto ai pesci-cani.
Il codice marittimo è una canzonatura.
Ci dovrebbe essere una legge applicata sul serio, che li mandasse a marcire in galera.
Il Secondo ribatteva, ed egli rincalzava con maggior calore, tanto che a poco a poco gli si aggrupparono intorno parecchi, per prendersi spasso di quella battisóffiola morbosa, che la notte calante aggravava.
Ma la conversazione fu troncata improvvisamente dal grido d'un passeggiero di terza, sul castello centrale: - Il mare in fuoco!
Tutti si voltarono verso il mare.
Il piroscafo correva in fatti in un mare acceso, facendo schizzare lungo i suoi fianchi zampilli di topazi e di diamanti e lasciando dietro di sé una striscia di fosforo liquido, una strada coperta d'oro bollente, che pareva uscisse dalla sua poppa, come da una miniera in combustione.
In alcuni punti era oro, in altri argento; lo spazio luminoso si stendeva a una grande distanza, digradando in una mite chiarezza bianca, che faceva pensare a quello che gli Olandesi chiamano mare di latte o di neve, veduto già da molti navigatori nel Pacifico, nel golfo di Bengala e nell'arcipelago delle Molucche.
Ma vicino a noi l'acqua ardeva e viveva, era una bellezza, un inseguirsi e un incrociarsi di fuochi fatui, un tremolìo infinito di stelle e di piccoli soli, che si avvicinavano al piroscafo e balzavano lontano, e s'alzavano e s'abbassavano, senza nascondersi, dando alle onde una trasparenza splendida, come d'un mare illuminato di sotto in su dagli astri favolosi di Plutone e di Proserpina, raggianti nell'interno del globo.
Si capiva bene allora come i naviganti antichi che vedevano per la prima volta quel mare risplendente ne avessero turbata la ragione.
Non se ne poteva staccare lo sguardo: abbagliava, attirava come se portasse a galla tutte le ricchezze dell'universo, metteva voglia di tuffarvi la mano per pigliare una pugnata di gemme, di cacciarvisi dentro per uscirne sfolgoranti come monarchi orientali.
Provavamo tutti il bisogno di trovare paragoni fantastici e di dire bizzarrie, sguazzando con l'immaginazione in quell'immensità di tesori ondeggianti, che ci scintillavano intorno come una tentazione e uno scherno.
E l'ammirazione crebbe ancora quando, dopo un'ora di quella vista, comparve un branco di delfini, che si misero a guizzare e a saltare in quel fuoco, accompagnando il piroscafo, come per unire la propria alla nostra allegrezza.
Allora fu un turbinìo di faville, una festa di spume e di spruzzi infiammati, una danza di costellazioni, una follia di splendori che fece prorompere i passeggieri di terza classe in grida acute, in strilli di gioia come una folla di ragazzi.
Il solo malcontento fu il marito della svizzera, che vedemmo comparire sul cassero brontolando, con la faccia rossa e indispettita.
Ma, dio buono, se l'era cercata.
Era andato sul castello centrale, in mezzo a un crocchio di contadini, a spiegare che quella fosforescenza delle acque era prodotta da una quantità di animaletti microscopici, chiamati con non so che nome dell'altro mondo, o in altri termini, che tutte quelle scintille erano bestie.
Questa volta, per verità, l'aveva sballata troppo grossa, ed era stata accolta con una clamorosa risata.
Ma già un nuovo spettacolo attirava l'attenzione di tutti.
Essendosi schiarito il cielo da ogni parte, si vedevano per la prima volta all'orizzonte le quattro bellissime stelle della croce del Sud, sconosciute
al settentrïonal vedovo sito,
scintillanti nella solitudine oscura dei così detti sacchi di carbone: i deserti del cielo australe.
Da un lato splendevano limpidamente l'alfa e la beta del Centauro, e dall'altro la costellazione del Naviglio, con lo stupendo sole Canópo.
Tutto il firmamento brillava terso e queto.
La stella polare era scomparsa.
L'OCEANO AZZURRO
Qui, al diciassettesimo giorno, trovo notato sulla carta del Berghaus che si doveva passare la famosa linea tirata da Alessandro VI per dividere il mondo tra il Portogallo e la Spagna; e accanto queste parole: - Bel tempo fuori e in casa.
- E difatti l'umore di quella moltitudine d'emigranti seguiva con fedeltà mirabile le variazioni del mare.
Come parlando con un personaggio potente, al quale domandiamo un favore, e che ci può nuocere, il nostro viso riflette inavvertitamente tutte le espressioni del suo, così i pensieri e i discorsi di tutta quella gente si facevan neri, gialli, grigi, azzurri, lucenti secondo che era il colore delle acque.
Esattissimo è il dire "la faccia del mare" poiché lo spianarsi e il corrugarsi della sua superficie, e le ombre che vi guizzano, e le tinte pallide o tetre che la coprono all'improvviso, rassomigliano in modo maraviglioso ai moti di una faccia umana, la quale rispecchi l'agitazione d'un animo mobilissimo e malfido.
Quanti mutamenti si succedevano in poche ore, sempre rimanendo buon tempo! L'oceano, che appariva vecchio e stanco, ringiovaniva in pochi minuti, corso da un fremito di vita che lo mutava tutto, e poi si racquetava, pensieroso, e s'annoiava, e s'addormiva, e poi su, si svegliava come per una scossa, inquieto, accigliato, come offeso da quel guscio di noce pien di formiche che gli passava sul corpo, e pareva che meditassero un brutto tiro: poi ricadeva in una indifferenza sprezzante, o perdonava e diceva: - Passate, passate, - sorridendo.
E mutava rapidamente con esso l'aspetto del piroscafo, come se quelle mille e seicento persone avessero avuto un solo sistema nervoso.
Alle dieci tutti sdraiati, silenziosi, con facce di gente che non avesse più nulla a sperare a questo mondo, davano al Galileo l'apparenza d'un lazzaretto natante: un'ora dopo, per effetto d'un soffio che spazzava l'orizzonte o d'un raggio che dorava la prua, tutti in piedi, tutti in moto, e un mormorio, un'allegrezza di festa, di cui essi medesimi erano stupiti.
E così cambiava man mano la loro disposizione d'animo verso di noi, e la maniera di accoglienza che ci facevano in casa loro.
La mattina occhiatacce, voltate di spalle e anche male parole fischiate rasente le orecchie: un'antipatia spiegata per i "signori".
La sera dello stesso giorno, invece, sguardi benigni, avvertimenti ai ragazzi che ci lasciassero passare, e anche parole amichevoli buttate così per aria, per attaccare discorso.
E anche in questo noi facevamo come loro.
Pensavamo spesso, guardandoli, con un bel sereno: - Povera e buona gente! Son nostri, infine.
Che cosa non si darebbe per vederli contenti! Come sarebbe bello essere amati da loro! - E in altri momenti, nell'afa del cielo chiuso: - Che razza di cani! Pensare che ci farebbero morir tutti perpendicolarmente, se potessero! E noi li andiamo a accarezzare, imbecilli.
Ma quel giorno il mare era azzurro, e a traverso al buon umore della popolazione di terza, come per una trasparenza morale, si potevano fare molte osservazioni psicologiche nuove.
Poiché bisogna notare: sotto la trama dei dispetti e degli odi se n'era ordita, in quei sedici giorni di viaggio, un'altra di simpatie, d'amori e di ripeschi, molto intricata, e assai più variopinta dell'altra.
Il Commissario sapeva tutto o quasi, per veduta propria e per quello che gli andavano a riportare, richieste o no, quindici o venti comari informate d'ogni braca, le quali esercitavano a prua lo stesso ufficio che la madre della pianista e l'agente di cambio facevano a poppa.
Ed era un divertimento impagabile il sentirgli sfilar la corona delle passioni, sul palco di comando, con gli occhi sulla folla, indicando via via i personaggi, con quella sua parlata lenta di giudice di pace, comicissimo dentro e grave fuori.
La prua tutta nera di gente ci si stendeva di sotto come un vasto palcoscenico scoperto, accarezzato in quel momento da una brezza morbida, che faceva sventolare i panni distesi a asciugare e svolazzar le cocche dei fazzoletti e i capelli sulle terapie alle donne.
Ed egli raccontava.
Gli amori eran molti, ed essendo costretti a rimanere la più parte, o sempre o quasi sempre, nei confini d'una castità rigorosa, s'erano venuti rinfiammando e inasprendo, si può dire, a veduta d'occhio, come non accade mai nelle città o nelle campagne.
Non c'era donna giovane, maritata o ragazza, che non avesse il suo o i suoi vagheggiatori, impudenti o prudenti, cotti più o meno, e sì e no corrisposti, alla coperta o alla palese.
La continenza, e quell'aver sempre l'oggetto lì sotto gli occhi, quasi a contatto, nel disordine del vestito della mattina, o nell'abbandono del sonno lungo il giorno, e nella nudità libera della maternità, aveva fatto nascere capricci e passioncelle vive anche per matrone rustiche semisecolari, che sul continente non sarebbero state degnate d'un pizzicotto.
Le giovani poi, se non eran facce da far paura, avevano addirittura dei cerchi di sospiranti; alcuni dei quali, dopo qualche tempo, si stancavano, e si voltavano a ciondolare intorno a un'altra bellezza, lasciando ad altri il posto vuoto; e così i gruppi si venivano mutando.
C'erano concupiscenze passeggiere e contemplazioni platoniche, che miravano, più che altro, a ingannare il tempo, e anche corteggiamenti burleschi, fatti per spassare i camerati.
Ma c'erano pure innamoramenti seri di maschi presi fino all'anima, d'un'audacia e d'una brutalità che sfidava la luce del sole e il regolamento di disciplina, ostinati e gelosi come arabi, che non volevano concorrenti d'attorno e minacciavano coltellate a destra e a sinistra.
Questi avevano tutti i loro posti fissi, di dove durante il giorno, quando non si poteva nulla tentare, covavano l'oggetto dei loro spasimi con occhi di sparvieri che fissan la preda, e ingiuriavano perfino coloro che, passando, intercettassero i loro sguardi.
Avevano preso fuoco perfin certe teste grigie, certi bifolchi cinquantenni dalla pelle di rinoceronte, nei quali si sarebbe detto che la scintillaccia non si dovesse accendere nemmeno per confricazione.
Uno di questi, un monferrino con un muso di cinghiale, era diventato addirittura canuto spettacolo per la contadina di Capracotta, il cui visetto tondo di madonna mal lavata, colorito dal riflesso del suo fazzoletto a rose vermiglie, faceva girar la cùccuma anche a vari altri, non ostante la presenza d'un lungo marito barbuto.
Le due coriste che andavano in giro dalla mattina alla sera, ridendo con tutti, strofinandosi a tutti, tastate da tutte le parti, pareva che si divertissero particolarmente a fuorviare i buoni mariti: le mogli le odiavano come la peste, e le apostrofavano senza complimenti, dietro le spalle e davanti, minacciando di ricorrere al Commissario, perché ripulisse la prua, ch'era una cosa che metteva schifo.
Ma non eran le sole: c'eran delle altre facce rotte di città che seducevano i padri di famiglia con un po' di farina sul muso e un po' di porcheria nel fazzoletto, e passavan davanti alle mogli costumate con un certo ghigno da schiaffi, dandosi l'aria di signore: un'infamia; che cosa ci stava a fare a Genova la questura? Ma l'avevano amara soprattutto con quello scimmione di negra dei brasiliani, che non veniva che all'ora dei pasti, e la sera, ma che aveva acceso un vero vulcano di passionacce: pareva impossibile, dicevano, con quella nappa rincagnata e quel fetore di caprone; e tutti dietro e intorno, come cani in fregola, a fiutare quel sudiciume, e lei ci sguazzava.
Già per essa due mariti erano andati a un pelo dal pigliarsi a pugni, e all'uno la moglie aveva fatto una scenata che s'era intesa fin dalla macchina, all'altro la sua aveva ammollato un sonoro manrovescio, ch'egli aveva puntualmente restituito, riserbandosi a pagare gl'interessi in America.
La grossa bolognese, almeno, serbava un certo decoro, voleva portare intatto nell'altro mondo, diceva il Commissario, il suo nome di ragaza unesta: si buccinava bensì che avesse il cuore ferito da un emigrante svizzero, e la sua condotta notturna era dubbiosa; ma di giorno, tra la gente, serbava una dignità d'arciduchessa, tanto più dignitosa, anzi, e più sprezzante, quanto più cresceva intorno a lei l'insolenza delle supposizioni facete intorno al mistero della sua inseparabile borsa.
C'erano poi molte altre che, anche nell'amore, davano buon esempio: ragazze morigerate, o almeno timide, che amoreggiavano decentemente con dei giovani per bene, i quali s'atteggiavano ad amici del cuore o ad amanti di seri propositi, e stavano tutto il giorno imbastiti alle loro gonnelle, in atteggiamento languido, ma rispettoso, sotto gli occhi dei parenti.
Ma, in generale, la galanteria aveva dei portamenti e parlava un linguaggio che doveva accelerare e raffinare in modo speciale l'educazione dei fanciulli, e delle molte ragazzine tra i dieci e i quattordici anni, ch'erano a bordo, e che in quel serra serra vedevano e sentivano tutto.
I più bassi istinti, domati nella vita ordinaria dalle fatiche, o dormenti nella quiete solitaria dei campi, s'erano risvegliati a poco a poco, come biscie, nel petto di tutta quella gente affollata e scioperata, ai calori tropicali, e quando l'oscurità della sera imbaldanziva i circospetti e toglieva ogni freno agli impronti, se ne intravvedevano e se ne sentivano di quelle da far arrossire dei corazzieri a cavallo.
Per la forma, s'intende, essendo pornografia a grossi bocconi; che, quanto alla sostanza, era la stessa che in molti salotti come si deve si distribuisce e si inghiotte a pillole d'oro, senza che nessuno si scandalizzi.
E poi...
che succedeva poi? Interrogato su questo punto, il Commissario s'arricciava il baffo destro, tentennando il capo.
Senza dubbio, il regolamento parlava chiaro, il comandante non transigeva, e il piccolo gobbo era incorruttibile; ma la prua era vasta, rischiarata poco, piena d'angoli bui e di ripari opportuni; e tra gli emigranti, più dell'invidia e della gelosia che li avrebbe spinti a disturbare, poteva il sentimento della solidarietà, fondato sul'hodie mihi cras tibi, che gl'induceva a proteggere.
Oltre di che, durante la notte, il gobbo non era sempre lì sulla scala del dormitorio a fare la guardia, e spesso s'addormentava; e allora era una baldoria di contrabbandi, una tarantella di peccati mortali, che, se la vedevan le stelle della Croce, spettatrici degli amori all'aria aperta degl'Indiani, dovevan proprio dire che tutti gli uomini son fratelli.
Nelle notti senza luna e senza stelle, in special modo, e quando il caldo era forte, non sarebbe bastato un battaglione di gobbi.
Giusto, il mio buon scrignuto passò mentre parlavamo di lui, con una boccetta d'olio in una mano, e seguendo forse un suo corso di pensieri, mi disse: - Scià sente: l'è pezo una bionda che sette brunne.
- (È peggio una bionda che sette brune).
Poi, raccoltosi un momento, e alzando l'indice, soggiunse: - Se e' porcate pesassan saiescimo zà a fondo da sezze giorni.
(Se le porcherie pesassero, saremmo già a fondo da sedici giorni).
E aoà cöse gh'è? (E ora cosa c'è?)
Erano i ragazzi di prua che battevan le mani a una manovra con cui s'alzavano le vele di gabbia, di parochetto e di contromezzana, in modo che il piroscafo si ritrovava con tutte le sue grandi ali spiegate, e filava sul mare azzurro nella piena maestà della sua bellezza.
Nello stesso momento, come per fargli festa, uno stormo d'uccelli acquatici del Brasile venne a far tre giri intorno agli alberetti della gabbie, e poi sparve.
Non m'era mai parso così bello il Galileo.
Largo e poderoso; ma le curve agili dei suoi fianchi e la grande lunghezza gli davan la grazia d'una gondola smisurata.
I suoi alberi altissimi, congiunti come da una trama di cordami, parevano fusti di gigantesche palme diramate, legate da liane senza foglie, e le ampie bocche purpuree delle trombe a vento rendevan l'immagine di colossali calici di fiori, attirati dall'America invece che dal sole.
I fianchi neri di catrame e severi, la coperta irta di ordigni di ferro e sorvolata da nuvoli di fumo oscuro; ma questo aspetto rude di vasta officina, rallegrato dalle lance azzurrine librate sui parapetti, dalle alte maniche a vento candide e gonfie, dai ponti mobili spiccanti nel cielo, da cento luccichii di metalli, di legni, di vetri, da mille oggetti e forme diverse e bizzarre, che rappresentavano ciascuna una comodità, un'eleganza, una difesa, un'industria, una forza.
E il rumorìo della macchina, i colpi profondi del propulsore, le piattonate dell'elice, il cigolìo delle catene del timone, il sibilo del solcometro, il fremito delle griselle, il tintinnìo dei cristalli sospesi, formano una musica diffusa e strana, che accarezza l'orecchio ed entra nell'anima come un linguaggio misterioso di gente sparpagliata e invisibile, che a bassa voce s'inciti a vicenda al lavoro e alla lotta.
La poppa sussulta sotto i nostri piedi come la carcassa d'un corpo vivo; il colosso ha guizzi improvvisi, dei quali non si comprende la causa, e che paion tremiti di febbre, scatti bruschi e senza grazia, che paiono atti di dispetto, e mosse replicate di prua, che sembran gli scotimenti d'una enorme testa che pensi; e fila altre volte per lunghi tratti così fermo e pari sul mare agitato, che una palla d'avorio non si moverebbe sulle sue tavole, e pare che non lambisca le onde.
E va senza posa, nella nebbia, nelle tenebre, contro il vento, contro l'onda, con un popolo sul dorso, con cinquemila tonnellate nel ventre, dall'uno all'altro mondo, guidato infallibilmente da una piccola spranghetta d'acciaio che può servire a tagliare i fogli d'un libro, e da un uomo che fa girare una ruota di legno con un leggero sforzo delle mani.
Noi ricorriamo col pensiero la storia della navigazione, e risalendo dal tronco d'albero alla zattera, dalla piroga alla barca a remi, e su su per tutte le forme della nave ingrandite e fortificate dai secoli, ci fermiamo dinanzi a quella forma ultima per raffrontarla alla prima, e il cuore ci si gonfia d'ammirazione, e ci domandiamo quale altra opera meccanica più maravigliosa abbia compiuto la razza umana.
Più maravigliosa dell'oceano che essa rompe e divora, e alla cui minaccia continua risponde collo strepito infaticato dei suoi congegni: - Tu sei immenso, ma sei un bruto; io son piccolo, ma sono un genio; tu separi i mondi, ma io li lego, tu mi circondi, ma io passo, tu sei strapotente, ma io so.
Ah! povero orgoglio umano! Mentre ero su quei pensieri, corse un brivido da poppa a prua, e cento voci inquiete, mille visi paurosi s'interrogarono a vicenda.
Il piroscafo stava per fermarsi.
Molti s'affollarono ai parapetti, a guardar giù, senza saper che cosa; altri corsero dal comandante; qualche signora si preparava a svenire.
Il piroscafo si fermò.
È impossibile esprimere l'impressione sinistra che produsse quella quiete improvvisa, e che triste figura di povero balocco spezzato fece tutt'a un tratto quell'enorme bastimento immobile e silenzioso in mezzo all'oceano! Come svanì subito la fiducia nelle sue forze e nella potenza dell'uomo! E nello stesso punto si rivelò la malvagità umana che gode del terrore e delle angosce altrui: dei passeggieri spargevan la voce che stesse per scoppiare una caldaia, che si fosse rotta la chiglia e che entrasse l'acqua nella stiva.
S'udirono grida di donne.
I fuochisti che, terminato il loro turno, risalivano in coperta col torso nudo e nero, furono circondati, incalzati di domande affannose.
Gli ufficiali andavano di qua e di là dicendo parole che il mormorìo della folla non lasciava intendere.
Finalmente si diffuse a prua e a poppa una notizia rassicurante: - non era nulla: il riscaldamento d'un cuscinetto dell'asse del motore; si stava riparando; fra un'ora si sarebbe ripartiti.
- Tutti respirarono; alcuni, che pure s'eran fatti pallidi, scrollaron le spalle, dicendo che avevano indovinato alla prima; ma la maggior parte rimasero sopra pensiero, come accade quando s'è sentito una puntura o un battito irregolare del cuore.
Quella macchina, di cui nessuno parlava prima, diventò allora il soggetto di cento discorsi, tutti pieni di una sollecitudine e di un rispetto fanciullesco, che faceva sorridere.
Perché, insomma, essa era il cuore del piroscafo, è vero? Il Comando è il cervello, e se il cervello si guasta, si può vivere ancora; ma se il cuore s'arresta, tutto è finito.
E come si chiamava il macchinista? Aveva l'aria d'un uomo di intelligenza e d'esperienza.
Non parlava mai.
Doveva aver molto studiato.
Avrebbe saputo cavarci d'impaccio.
Tutti ne facevan le lodi, senza conoscerlo.
Solamente il mugnaio scrollava il capo, con un sorriso di pietà, portando a spasso pel cassero la sua pancia vanitosa.
Macchinisti italiani! Egli si aspettava di peggio.
Americani o inglesi avevano ad essere.
Ma la pitoccheria nazionale non ne voleva sapere.
- Faltan patacones! - gli rispondeva il prete.
(Mancan gli scudi.) Ma a capo a mezz'ora le conversazioni languivano, quell'ora benedetta non passava mai, le inquietudini rinascevano.
- Ma che ci voglia tanto, perdio, a far raffreddare un cuscinetto! - esclamava più d'uno che non sapeva neppure che cosa fosse.
- È una vergogna! Ma che cosa stillano là sotto? Chi ha mai visto dei buoni a nulla...
Ah! finalmente! La macchina da segno di vita, l'elice si scuote, il mare gorgoglia: sia ringraziato il cielo! Si va.
Eppure ciò che mi fece più senso in quell'avvenimento nuovo per me fu lo sguardo che si scambiarono due persone: tanto è vero che lo spettacolo più attraente per l'uomo è sempre quello dell'anima umana.
Proprio nel momento che, non conoscendosi ancora la causa della fermata improvvisa, si poteva temere un pericolo grave, e tutti lo temettero, trovandomi io sulla piazzetta, vidi il mio vicino di dormitorio voltarsi a guardar sua moglie, che stava su, appoggiata al parapetto del cassero, e questa, come se avesse preveduto quell'atto, fissar lui.
Fu uno di quegli sguardi che rivelano l'anima come un raggio esaminato allo spettroscopio dimostra la natura chimica della fiamma che lo vibra.
Non era né d'ansietà né di paura, e neppure di curiosità dubitosa; ma uno sguardo freddo e tranquillo, il quale esprimeva la profonda certezza che avevan tutti e due dell'indifferenza assoluta dell'un per l'altro, anche davanti a quel pericolo sconosciuto da cui poteva uscire la morte.
S'erano detti a vicenda con gli occhi: - Io so che non t'importerebbe nulla di perdermi, tu sai che perderei te con lo stesso cuore.
- Dopo di che la signora si staccò dal parapetto, e il marito guardò altrove.
Questo sarebbe stato il loro addio, se una disgrazia li avesse divisi per sempre.
Ma che cosa era accaduto tra loro perché nello stesso tempo s'odiassero a quel segno e rimanessero uniti? Sempre mi ritornava alla mente, a mio malgrado, questa domanda.
E pensai che ci dovessero essere dei figliuoli di mezzo, che li costringessero a stare insieme; o un figlio unico, che in casi simili è un legame più forte che parecchi.
Nessuno a bordo li conosceva.
Quel continuo sorriso forzato, e quasi tremante, di lei, ispirava a tutti una certa ripugnanza, benché essa, indovinando quel sentimento, si sforzasse di vincerlo, cercando di dare al suo viso e alla sua voce un'espressione di bontà e di tristezza, come se fosse addolorata, ma rassegnata ai falsi giudizi.
Egli parlava con pochissimi.
Pareva impacciato con la gente, come tutti quelli che sanno che la loro infelicità è manifesta, e si vergognano o si sentono offesi della pietà che essa ispira.
S'indovinava peraltro da certe espressioni rapide dei suoi occhi e della sua bocca, ch'egli doveva essere stato altre volte d'animo aperto e incline all'amicizie gaie, e buo