SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 3
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Me lo raffiguravo vestito di lana rossa, con una benda intorno al capo e gli orecchini dorati, inteso a segnare i suoi pensieri coi fili variopinti d'una cordicella a nodi, e vedevo sfolgorare dietro di lui le gigantesche statue d'oro del palazzo imperiale di Cuzco, circondato di giardini scintillanti di frutti e di fiori d'oro.
Ed era invece il proprietario d'una fabbrica di zolfanelli di Lima, che discorreva prosaicamente della sua industria col commensale che gli stava di faccia.
Alle frutta le conversazioni s'animarono un poco.
Sentii che il Comandante raccontava un'avventura di quando era capitano di bastimento a vela; un'avventura il cui scioglimento, a giudicare dal gesto, doveva essere una solenne distribuzione di scapaccioni fatta da lui in non so che porto straniero a non so quale mascarson, che gli aveva mancato di rispetto.
In fondo alla tavola gli Argentini provocarono più volte delle risate sonore pigliandosi spasso, a quanto mi parve, d'un commesso viaggiatore francese dai capelli grigi, il solito commesso che si trova in tutti i piroscafi, il quale rispondeva con la disinvoltura imperturbabile d'un vecchio monello, profondendo le spiritosaggini del solito prontuario, che tutti i suoi colleghi hanno a memoria.
Mentre servivano il caffè, il piroscafo fece due o tre mosse più forti, e allora s'alzò da tavola, guardata da tutti, una bella signora argentina, che non avevo ancora veduta; ma essendosene andata barcollando, sorretta da suo marito, non mi potei accertare della "grazia maravigliosa d'andatura" che gli scrittori di viaggi attribuiscono alle donne del suo paese.
Mi potei però accorgere, dalla curiosità ammirativa di tutti gli sguardi, che già le doveva esser stato riconosciuto il primato estetico tra le signore del Galileo, e che difficilmente sarebbe stata scoronata nel corso del viaggio.
Poco dopo tutti gli altri s'alzarono, tornarono a guardarsi da capo a piedi, con la coda dell'occhio, come all'entrata, e poi si sparpagliarono a poppa, nel fumatoio e per i camerini, mostrando già sul viso la noia delle sei ore eterne che li dividevano dal pranzo.
Io però non m'annoiavo: un sentimento mi riempiva l'anima, nuovo e piacevolissimo, che non si può provare in nessun luogo, in nessuna condizione al mondo, fuorché sopra un piroscafo che attraversi un oceano: il sentimento d'un'assoluta libertà dello spirito.
Potevo dire, insomma: per venti giorni, sono diviso dall'universo abitato, son sicuro di non vedere altri miei simili che quelli che ho intorno, i quali sono per me tutto il genere umano; per venti giorni sono sciolto d'ogni dovere e d'ogni servitù sociale, e certo che nessun dolore mi verrà dal mondo esteriore, perché non mi può giungere nessuna notizia da nessuna parte.
Mille sventure possono minacciarmi, nessuna mi può raggiungere.
L'Europa si può sconvolgere, io non lo saprò.
Venti giorni di orizzonte senza limite, di meditazione senza disturbo, di pace senza timore, di ozio senza rimorso.
Un lungo volo senza fatica a traverso a un deserto sterminato, davanti a uno spettacolo sublime, dentro un'aria purissima, verso un mondo sconosciuto, in mezzo a gente che non mi conosce.
Prigioniero in un'isola, è vero; ma in un'isola che mi porta e che mi serve, che guizza sotto i miei piedi, e mi trasfonde nel sangue il fremito della sua vita, ed è un frammento palpitante della mia patria.
L'ITALIA A BORDO
E poi, come ricetta contro la noia, avevo una lettera di presentazione per il Commissario, scritta da un amico di Genova, il quale lo pregava di facilitarmi le osservazioni che avrei voluto fare sul Galileo.
Prima che s'arrivasse a Gibilterra, gli andai a far visita.
Egli stava di casa in coperta, vicino all'ufficio del Comandante, in uno dei due lunghi passaggi che vanno da poppa a prua; al quale, perché v'era un andirivieni continuo di gente, gli ufficiali avevano posto il nome di Corso Roma.
Lo trovai in un camerino bianco, tutto ornato di ritratti fotografici, e pieno di piccoli oggetti di comodità e di ninnoli, che gli davano un'aria di nido domestico, affatto diversa da quella delle nostre celle nude di locanda.
Era un bel giovanotto genovese, biondo, che vestiva con grazia la divisa modesta d'ufficiale di bordo, e lasciava trasparire dalla serietà del viso regolare e immobile un'acuta facoltà d'osservazione e un fino senso comico.
Mi condusse subito nel suo ufficio, posto dall'altra parte del Corso.
Oltre che amministratore e depositario della posta, egli era sul piroscafo un quissimile di pretore, che vegliava sul buon ordine e giudicava le liti che potessero insorgere tra i passeggieri di terza classe.
Bastò uno scambio di poche parole a farmi capire che avrei avuto nel viaggio un assai più vasto e nuovo campo d'osservazione di quello che mi fossi immaginato.
Per effetto dell'agglomerazione in cui erano costretti a vivere, e delle grandi differenze d'indole e di costumi che passavan fra di loro, ed anche dello stato d'animo straordinario nel quale si trovavano, quella moltitudine di emigranti dava luogo, nel corso di pochi giorni, a una molteplicità e varietà di casi psicologici e di fatti, quale appena suol darla a terra, nello spazio di un anno, una popolazione quattro volte maggiore.
Nei primi giorni non me ne sarei potuto fare un'idea.
Bisognava aspettare che si fossero un poco assettati e ritrovati, che fossero nate le relazioni, le simpatie, le gelosie, i contrasti, e che si fosse elevata la temperatura.
Occorreva lasciare ai capi originali il tempo d'acquistare la loro piccola celebrità, ai capipopolo di formarsi il loro uditorio, alle "bellezze" di essere conosciute, ai pettegoli dei due sessi, di trovar materiale da lavorare e da rivendere: poi la vita di bordo avrebbe preso il carattere e l'andamento della vita di un grosso villaggio, dove tutti gli abitanti, oziosi per necessità o per abito, passassero la giornata per le strade e mangiassero tutti insieme sulla piazza.
Io potevo dunque immaginare che razza di cronaca quotidiana ci sarebbe stata.
E dicendo questo, il Commissario scrollava il capo con un leggiero sorriso, che faceva indovinare i tesori di pazienza ch'ei doveva spendere, e la stranezza delle scene a cui gli toccava d'assistere.
Aveva sul tavolino un monte di passaporti, di cui mi mostrò lo spoglio.
Il Galileo portava mille e seicento passeggieri di terza classe, dei quali più di quattrocento tra donne e bambini: non compresi nel numero gli uomini dell'equipaggio, che toccavan quasi i duecento.
Tutti i posti erano occupati.
La maggior parte degli emigranti, come sempre, provenivano dall'Italia alta, e otto su dieci dalla campagna.
Molti Valsusini, Friulani, agricoltori della bassa Lombardia e dell'alta Valtellina: dei contadini d'Alba e d'Alessandria che andavano all'Argentina non per altro che per la mietitura, ossia per metter da parte trecento lire in tre mesi, navigando quaranta giorni.
Molti della Val di Sesia, molti pure di que' bei paesi che fanno corona ai nostri laghi, così belli che pare non possa venir in mente a nessuno d'abbandonarli: tessitori di Como, famigli d'Intra, segantini del Veronese.
Della Liguria il contingente solito, dato in massima parte dai circondari d'Albenga, di Savona e di Chiavari, diviso in brigatelle, spesate del viaggio da un agente che le accompagna, al quale si obbligano di pagare una certa somma in America, entro un tempo convenuto.
Fra questi c'erano parecchie di quelle nerborute portatrici d'ardesie di Cogorno, che possono giocar di forza coi maschi più vigorosi.
Di Toscani un piccolo numero: qualche lavoratore d'alabastro di Volterra, fabbricatori di figurine di Lucca, agricoltori dei dintorni di Firenzuola, qualcuno dei quali, come accade spesso, avrebbe forse un giorno smesso la zappa per fare il suonatore ambulante.
C'erano dei suonatori d'arpa e di violino della Basilicata e dell'Abruzzo, e di quei famosi calderai, che vanno a far sonare la loro incudine in tutte le parti del mondo.
Delle province meridionali i più erano pecorari e caprari del litorale dell'Adriatico, particolarmente della terra di Barletta, e molti cafoni di quel di Catanzaro e di Cosenza.
Poi dei merciaiuoli girovaghi napoletani; degli speculatori che, per cansare il dazio d'importazione, portavano in America della paglia greggia, che avrebbero lavorata là; calzolai e sarti della Garfagnana, sterratori del Biellese, campagnuoli dell'isola d'Ustica.
In somma, fame e coraggio di tutte le province e di tutte le professioni, ed anche molti affamati senza professione, di quelli aspiranti ad impieghi indeterminati, che vanno alla caccia della fortuna con gli occhi bendati e con le mani ciondoloni, e son la parte più malsana e men fortunata dell'emigrazione.
Delle donne il numero maggiore avevan con sé la famiglia; ma molte pure erano sole, o non accompagnate che da un'amica; e fra queste, parecchie liguri, che andavano a cercar servizio come cuoche o cameriere; altre che andavano a cercar marito, allettate dalla minor concorrenza con cui avrebbero avuto a lottare nel nuovo mondo; e alcune che emigravano con uno scopo più largo e più facile.
A tutti questi italiani eran mescolati degli Svizzeri, qualche Austriaco, pochi Francesi di Provenza.
Quasi tutti avevan per meta l'Argentina, un piccolo numero l'Uruguay, pochissimi le repubbliche della costa del Pacifico.
Qualcuno, anche, non sapeva bene dove sarebbe andato: nel continente americano, senz'altro: arrivato là, avrebbe visto.
C'era un frate che andava alla Terra del Fuoco.
La compagnia, dunque, era svariatissima, e prometteva bene.
E non era soltanto un grosso villaggio, come m'osservava il Commissario; ma un piccolo Stato.
Nella terza classe c'era il popolo, la borghesia nella seconda, nella prima l'aristocrazia; il comandante e gli ufficiali superiori rappresentavano il Governo; il Commissario, la magistratura; e della stampa poteva fare ufficio il registro dei reclami e dei complimenti aperto nella sala da pranzo; oltre che i passeggieri stessi, qualche volta, non sapendo che far altro per ammazzare la noia, fondavano un giornale quotidiano.
Ne vedrà e ne sentirà di tutti i generi, - mi disse, - e la commedia crescerà d'attrattiva fino all'ultimo giorno.
- Intanto mi preparò alla rappresentazione, mostrandomi alcuni documenti curiosissimi d'ingenuità contadinesca, delle lettere di raccomandazione che certi emigranti avevan consegnate a lui e al Comandante, scritte in favor loro da parenti, o da altre persone sconosciutissime all'uno e all'altro.
- Signor Comandante del bastimento, le raccomando tanto il tal dei tali, nativo del mio paese, bravo agricoltore, ottimo padre di famiglia, mio buon amico...
- Alcuni avevano di queste lettere, firmate da Tizi ignoti, perfino per alte autorità di Montevideo e di Buenos Ayres.
Gli erano anche state presentate da passeggiere bellocce e sorridenti delle commendatizie evidentemente apocrife d'un padre o d'uno zio, come un modo indiretto di domandar protezione, lasciando capire che non sarebbero state sorde alla voce della gratitudine.
Le raccomando con tutto il cuore mia sorella, che essendo giovane e sola in mezzo a tanta gente, potrebbe trovarsi esposta...
- E fin dal primo giorno aveva trovato nel suo ufficio un bigliettino scarabocchiato col lapis, senza nome; una dichiarazione cieca di simpatia, con l'espressione d'una vaga speranza che lui avrebbe riconosciuto il viso di lei in mezzo a tutti gli altri, dal sentimento; ma che per carità non dicesse nulla, che custodisse il segreto e perdonasse l'imprudenza.
Amore, alma del mondo.
Questo era il grand'affare in quei lunghi viaggi transatlantici.
O fosse per effetto dell'ozio, che lasciava troppo libere le fantasie già eccitate dalle molte commozioni dei giorni antecedenti, o per un particolare influsso fisiologico dell'atmosfera marina, congiunto ad una tendenza insolita alla tenerezza, nata dal sentimento della solitudine, era un fatto, mi disse il Commissario, che la "popolazione" del piroscafo gli dava da pensare e da fare principalmente da quel lato lì, e che quella, per conseguenza, sarebbe stata la frase dominante nella grande sinfonia che avrei sentito suonare per tre settimane.
E conchiuse sorridendo: - Se io sapessi scrivere un libro!
Eppure, per quei primi giorni, mi attirò assai di più lo spettacolo dell'arca che quello degli animali.
E credo che segua il medesimo a chiunque viaggi per la prima volta in uno di quei colossi che fanno lo scambio del sangue e dell'oro fra i due mondi.
Da principio ci si confonde la testa in quel labirinto di passaggi, di cantucci, di nicchie, e in quel via vai di gente dell'equipaggio, d'ufficio e di vestiario diverso, che sbucano e si rimbucano di continuo in una quantità di porticine riposte, somiglianti a quelle d'una carcere o d'un ministero: non par possibile che ci sia bisogno di tanta complicazione di architettura e di servizio per governare e mandare avanti il barcone.
Ma poi, quando uno si comincia a raccapezzare, allora ammira la perfezione a cui è arrivato a poco a poco l'ingegno umano nell'arte di stringere insieme, di sovrapporre, d'incastrare l'un nell'altro tutti quei bugigattoli d'uffici, di magazzini, di stanze da dormire, di laboratori d'ogni fatta, in ciascuno dei quali si vede, passando, qualcuno che scrive, o cuce, o impasta, o cucina, o lava, o martella, quasi rimpiattato, con appena tanto spazio da rigirarsi, come un grillo nel buco, e che pure sembra a suo agio, come se fosse nato e vissuto sempre là dentro, sospeso tra l'oceano e il cielo.
La macchina smisurata che muove tutto è il nucleo, e la poppa e la prua sono come i sobborghi di quella specie di città forte, detta castello centrale; la quale è formata dai dormitori della seconda classe, dai camerini degli ufficiali, dei macchinisti, del medico e dei cuochi, dai forni, dalla cucina, dai bagni, dalla pasticceria, dalla calderina, dai depositi dei viveri, della biancheria, dei fanali, della posta.
E questa città del mezzo, percorsa da due lunghe vie laterali, tutta affaccendamento e rumore, e piena d'odor di carbone, d'olio, di catrame e di fritto, è coperta da una terrazza vastissima, come da una piazza pénsile, alla quale il fusto enorme dell'albero maestro e i due giganteschi fumaiuoli che s'alzano fra le grandi trombe a vento e le alte grue delle lance, e in fondo il palco di comando, col suo lungo terrazzino aereo, danno un aspetto monumentale stranissimo, che alletta la fantasia come l'immagine d'una città misteriosa.
Da questa terrazza, occupata in gran parte dai passeggieri di terza, si domina tutta la prua, un pezzo d'arca di Noè, un'altra vasta piazza affollata di passeggieri, che ha lungo i due lati le stalle dei bovi e dei cavalli, le stie dei piccioni e delle galline, le gabbie dei montoni e dei conigli, in fondo il lavatoio a vapore e il macello, di qua i cernieri dell'acqua dolce e gli acquai marini, nel mezzo la casetta dell'osteria e la boccaporta dei dormitori femminili, chiusa da una bizzarra sovrapposizione di tetti vetrati che servon di sedili alle donne, e al di sopra di ogni cosa l'albero di trinchetto, che disegna i suoi cordami e le sue scale nere sul cielo.
Ultimo s'alza il castello di prua, che copre i dormitori dei marinai, la fabbrica del ghiaccio e l'ospedale, formando un'altra piazzetta finita in punta, dove un'altra folla si pigia fra gli argani, le bitte, il molinello e le grandi catene delle àncore e altre boccaporte e altre trombe a vento, come sopra il bastione d'una fortezza avanzata, dalla quale l'estremità opposta del piroscafo, col suo ampio cassero ombreggiato dalle tende e popolato di signore, si vede piccola, confusa, lontanissima, da parere incredibile quasi che faccia parte del medesimo corpo.
E non son queste che le parti esteriori del colosso; che sotto vaneggia un altro mondo, sconosciuto ai passeggieri: magazzini sterminati di carbone, torrenti d'acqua dolce, provvigioni di viveri per una città assediata, depositi enormi di cavi, di vele, di bozzelli, di braghe, un labirinto interminabile di vani semioscuri riboccanti di bagagli, d'anditi per cui non si passa che curvi, di scalette che si perdon nelle tenebre, di recessi profondi e umidi ai quali non giunge neppure il brulichìo della folla che si agita sopra, e dove si crederebbe d'essere sepolti nei sotterranei granitici d'una fortezza, se il tremito delle pareti non ci avvertisse che tutt'all'intorno freme una vita immensa, e che l'edifizio è fragile e va.
Così, osservando parte per parte il Galileo, e sfogliando i passaporti col Commissario, passai i primi tre giorni, che dal Golfo di Leone in là furono di bellissimo tempo; ma giungendo la mattina del quarto giorno allo stretto di Gibilterra, trovammo una nebbia fitta che non ci lasciò vedere né la rocca, né la costa di Spagna, né quella d'Africa, e ci rese difficile il passaggio.
Non difficile per la ragione che teneva inquiete molte donne della terza classe, le quali - mi disse il Commissario - immaginavano che il piroscafo si dovesse infilare in una specie di canale strozzato fra le rocce, dove non avrebbe potuto passare che scorticandosi, a rischio d'andare in pezzi, come le barche per l'apertura della grotta azzurra di Capri; ma perché, a cagion della nebbia, e del gran numero di bastimenti che s'incontrano là, in quel vestibolo dell'oceano, dove si baciano quasi i due continenti, era molto facile un abbordo, che poteva mandarci tutti a fondo, senza lasciarci il tempo di recitar l'atto di contrizione.
Fu quindi necessario di procedere con grandissima cautela.
E allora si vide una scena mirabile, da cui si sarebbe potuto cavare un grande quadro, intitolato in genovese: - A füffetta [2] - solenne e comico a un tempo.
Il Galileo andava innanzi lentissimamente dentro alla nebbia densa, che intercettava la vista da tutte le parti, a brevissima distanza dal bordo; tutti gli ufficiali stavano all'erta; il Comandante, ritto sul palco di comando, mandava sotto ordine su ordine, di piegare dall'uno o dall'altro lato; la macchina a vapore gittava ogni momento la sua voce d'allarme, una specie d'urlo rauco e lamentevole, come l'annuncio d'una disgrazia.
E a destra, a sinistra, davanti, di dietro, rispondevano altri suoni rauchi e sinistri di piroscafi invisibili, alcuni lontani che parevano ruggiti di leoni dell'Africa, altri vicinissimi, come di piroscafi che fossero sul punto d'investirci, altri radi e fiochi, altri fitti e affannosi come grida umane che minacciassero e supplicassero insieme.
E ad ogni suono, tutti i mille e seicento passeggieri, affollati e ritti in coperta, si voltavano vivamente di là donde il suono veniva, con gli occhi spalancati, trattenendo il respiro, e molti accorrevano da quella parte, dando colore di curiosità alla paura, ma col viso brutto, come aspettandosi di veder apparire la prua d'un colosso che ci venisse sopra.
Non si sentiva una voce in quella moltitudine, non si vedeva un viso che sorridesse.
Istintivamente le famiglie si stringevano, molti s'andavano affollando vicino alle lance sospese, altri adocchiavano di traverso i salvavite appesi qua e là, tutti volgevano alternatamente gli occhi al comandante, come all'immagine d'un santo protettore, e diritto davanti a sé, su quella nebbia malaugurosa, che poteva nasconder la morte.
Uno solo pareva indifferente sul cassero di poppa, ed era il mio vicino di tavola, l'avvocato, seduto con le spalle al mare, che leggeva; e già stavo per ammirare il suo eroismo; ma subito mi disingannai, osservando che il libro gli ballava tra le mani la più allegra danza che possa mai ballare un bicchiere di zozza nel pugno d'uno sbornione condannato.
E quella musica funerea di segnali durò più d'un'ora, e con essa il silenzio pauroso a bordo, e quell'andare lentissimo del piroscafo, come d'un esploratore che s'avanzasse nell'agguato d'una flotta nemica.
Un'ora eterna.
Infine non si sentì più che qualche suono lontano, il piroscafo cominciò a correre più rapido, e il comandante, scendendo dal palco col fazzoletto alla fronte, diede il segnale della liberazione.
Giravamo allora intorno al Capo Spartel, e il Galileo faceva la sua entrata nell'Atlantico, in mezzo a uno sciame saltellante di delfini, salutati dagli emigranti con un concerto di grida e di fischi.
La nebbia quasi a un tratto svanì, e a sinistra si mostrò la costa d'Africa: una catena di monti lontani, d'una chiarezza di cristallo.
E l'Atlantico ci cullava con le sue onde lunghe e placide, simili a vastissimi tappeti azzurri, frangiati d'argento, scossi da miriadi di mani invisibili, gli uni dietro gli altri, senza fine; a traverso ai quali il Galileo distendeva, passando, uno sterminato strascico di trina bianca.
Non era diverso il nuovo mare da quello donde uscivamo; eppure ci veniva fatto di alzar la fronte come se lo spirito fosse più libero e l'occhio spaziasse più lontano, e di ber l'aria a lunghe inspirazioni, con un senso nuovo di piacere, come se già ci portasse i profumi potenti delle grandi foreste dell'America latina, alla quale andava diritto il nostro pensiero con un volo di seimila miglia.
Il cielo era tersissimo, e pendeva sull'orizzonte uno spicchio bianco di luna, quasi svanito nella soavità dell'azzurro.
Pareva che quell'oceano, a cui la maggior parte di noi aveva pensato fino allora con inquietudine, ci dicesse: - Venite, sono immenso, ma buono.
A PRUA E A POPPA
Due giorni dopo, si poteva dire che ogni cosa fosse in ordine a prua, ed io cominciai le mie osservazioni.
Quando salii sul palco di comando, poco dopo le otto, che era l'ora della colezione, la prua offriva l'aspetto tra d'un mercato di campagna e d'un accampamento di zingari, che avessero disfatto le tende.
Ciascun gruppo d'emigranti aveva preso il suo posto, dove passava la maggior parte della giornata, e i posti presi, per consuetudine tradizionale, eran rispettati da tutti.
Dovunque si potesse star seduti senza ingombrare il passaggio, in tutti i cantucci che formavan le torri di cordami e i mucchi di fieno o di merci addossati all'opera morta, s'era ficcata, come una covata di gatti, una brigatella di conoscenti o una famigliuola, con le sue seggiole e qualche cuscino o coperta, e alcune eran così ben rimpiattate, che vi si sarebbe potuto passar davanti dieci volte senza scoprirle; poiché la povera gente si adatta a tutti i vani come l'acqua.
Una parte dei passeggieri intingevano ancora le gallette nel caffè nero, con le gamelle di latta sulle ginocchia; alcuni lavavano le loro stoviglie negli acquai, o distribuivano l'acqua dolce al loro rancio coi così detti bidoni, della forma di coni tronchi, dipinti di rosso e di verde; gli altri stavano accovacciati lungo i parapetti, nelle positure proprie dei contadini, abituati a riposar sulla terra, o passeggiavano con le mani in tasca, come la domenica sulla piazza del villaggio; mentre le donne, coi capelli sciolti giù per le spalle, si pettinavano davanti a specchietti da venti centesimi, ravviavano i ragazzi, passandosi a vicenda spazzole, saponi, asciugamani, davano il latte ai bambini, rimendavano panni e lavavan pezzuole in quattro gocce d'acqua, tutte affaccendate, angustiate visibilmente dalla ristrettezza dello spazio e dalla mancanza di cento cose.
Tra la folla fitta e nera si vedevan girare lunghe berrette blu di cafoni, busti verdi di donne calabresi, larghi cappelli di feltro di contadini dell'Alta Italia, cuffie di montanare, papaline rosse, italianelli, raggiere di spilli di villanelle della Brianza, e teste bianche di vecchi e nere capigliature selvagge e una varietà mirabile di facce stanche, tristi, ridenti, attonite, sinistre; molte delle quali facevan creder vero che l'emigrazione porti via dal paese i germi di molti delitti.
Ma l'oceano essendo tranquillo, e l'aria limpida e fresca, molti erano allegri.
E si poteva notare che, quetata l'agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l'eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America.
Pochi uomini stavan rivolti verso il mare; i più passavan a rassegna le passeggiere.
I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavan degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l'attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s'erano raccolte, come sopra un palco molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente, pareva, del bel sesso di terza.
Fra queste spiccava una bella donnetta, - una contadina di Capracotta, - con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parean veri e fiammeggiavano agli occhi.
E notai due ragazze, l'una bruna e l'altra rossa, due graziose facce sfrontate, messe con una certa civetteria cittadinesca, che discorrevano con grande animazione, dando di tratto in tratto in risate squillanti, dopo aver fissato ora un passeggiere, ora un altro, come se facessero la rivista dei tipi ridicoli dell'"emigrazione".
Il Commissario, capitato là mentre le osservavo, mi disse che eran lombarde, sole, sedicenti coriste, due diavolesse che promettevano di dargli molte noie durante il viaggio.
E come io non capivo a che genere di noie volesse accennare, egli mi rivelò una delle maggiori piaghe della vita di bordo, in quelle piene d'emigranti: la gelosia delle donne maritate.
Una tremenda cosa! Le oneste mogli coi bimbi in collo l'avevano a morte con quelle avventuriere impudenti che tiravano a stregare i loro mariti disoccupati, approfittando di quella confusione di gente; e ne nascevan liti rabbiose, in cui toccava a lui di fare da conciliatore.
Ah! ne avrebbe sentite, più tardi.
Ce n'era disgraziatamente qualche dozzina in quella traversata, che pareva si fossero accozzate pel suo malanno.
E m'indicò un'altra ragazza, una specie di donna-cannone, seduta dietro a quelle due, col capo alto, vestita di nero, una faccia di leonessa, bruna, non brutta, ma Dio ne liberi; la quale aveva una civetteria particolare, la superbia, il ticchio di primeggiare e di farsi desiderare con l'ostentazione di un principesco disprezzo per la gente purchessia, di una pudicizia ultra delicata, paurosa d'esser profanata dagli aliti; e minacciava tutti, dicendo d'avere a Montevideo un parente giornalista, che faceva tremare il Governo.
Già dalla prima sera era andata da lui a chieder giustizia contro un contadino, il quale, passandole accanto, le aveva urtato una grossa borsa di cuoio, che portava a tracolla; e domandata in via di discorso, del perché andasse in America, aveva risposto alteramente: - Per prendere aria! -
Bene, quella era una finta spostata; ma c'erano anche degli spostati veri; e il Commissario, dopo aver un po' cercato con gli occhi, m'indicò delle famiglie, delle persone sole, rincantucciate, per quanto era possibile, fuor della folla, le quali dal contegno, dai vestiti logori, ma di stoffa e di taglio signorile, mostravano d'esser gente stata costretta a partir per l'America da un rovescio improvviso di fortuna, che gli aveva gittati dall'agiatezza sul lastrico, con neppur tanto in tasca da prendere un biglietto di seconda classe.
C'erano, fra gli altri, due coniugi, con una ragazzina d'una decina d'anni, che stavan ritti in disparte, vicino alla stalla dei bovi, con l'aria imbarazzata di chi non osa di sedersi: tutti e due sulla quarantina, macilenti, d'aspetto tristissimo.
Eran negozianti.
La donna, alta e sottile, con gli occhi rossi, che pareva uscita di fresco da una malattia, aveva passato tutto il primo giorno nel dormitorio, in mezzo alle contadine, piangendo sul capo della sua figliuola, senza mangiare.
- Miserie! - disse il Commissario.
- Ce n'è da per tutto; ma in mare paion più tristi.
Intanto, guardando abbasso, proprio sotto il palco di comando, io avevo fatto una scoperta maravigliosa, una delle più belle figure che avessi mai viste per mare o per terra, vive, dipinte o scolpite, dal primo giorno che giravo il mondo.
Il Commissario mi disse ch'era una genovese.
Sedeva sopra un panchettino, accanto a un vecchio che pareva suo padre, seduto sul tavolato, e lavava il viso a un ragazzetto in piedi, che aveva l'aria d'un suo fratello.
Era una ragazza grande, bionda, con un viso ovale d'una regolarità e purezza di lineamenti angelici, d'occhi grandi e chiari, bianchissima; perfetta del corpo, eccettuate le mani, un po' troppo lunghe; vestita d'un giubbino bianco svolazzante e d'una gonnella azzurra, che parea che stringesse due cosce di marmo.
Dal vestito, benché pulitissimo, si vedeva ch'era povera; e aveva una dignità tutta signorile; ma mista a un'apparenza così ingenua, a una grazia così semplice d'atteggiamenti e di mosse, che non stonava con l'umiltà del suo stato.
Dava l'idea d'una bambina di dieci anni che fosse cresciuta così in pochi giorni.
Parecchi passeggieri, intorno, la guardavano, e altri, passando, si voltavano a darle un'occhiata.
Ma per tutto il tempo che rimanemmo a guardarla, non girò una volta gli occhi intorno, non diede mai il minimo segno d'accorgersi che l'ammirassero, e il suo viso mantenne una tranquillità così immobile, così trasparente, direi quasi, da rendere impossibile anche il più vago sospetto che quel contegno fosse un artificio.
Ed era così diversa in tutto dalla folla circostante, che sembrava solitaria in mezzo a uno spazio libero, benché la gente la premesse da ogni parte.
In che modo si trovava là quel miracolo gentile? E la sua fama doveva già essere grande a bordo, perché a un dato momento vedemmo affacciarsi a un finestrino, e guardarla con l'aria di un ammiratore abituale, nientemeno che il cuoco della terza classe, con tanto di berretta bianca, un faccione rosso e brusco, d'una straordinaria alterigia, sul quale appariva la coscienza di esser per gli emigranti il più importante personaggio del piroscafo, riverito, temuto, corteggiato come un imperatore.
E anche costei, disse scotendo il capo il Commissario, senza volerlo, mi darà da pensare.
- E prevedeva un viaggio scellerato.
Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt'insieme, stringeva l'anima.
Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l'ozio e la furfanteria.
Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria.
C'eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l'anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull'altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell'acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l'inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre nell'ossa, sull'acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido.
C'erano anche di quei contadini del Pavese che, per vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, e non potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d'ogni anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte.
C'erano molti di quei Calabresi che vivon d'un pane di lenticchie selvatiche, somigliante a un impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime crude delle sulle, come il bestiame, e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono col maiale e con l'asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino, rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in tutto l'anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali.
E c'erano pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l'anno debbon mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri d'una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento.
C'era in fine un buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da una gravezza di imposta unica al mondo in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che "non potrebbero nemmeno vivere igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge." Tutti costoro non emigravano per spirito d'avventura.
Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v'erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d'aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia.
Non giovava nemmeno, per scemar la pietà, addurre l'antica accusa di mollezza e d'accidia lanciata dagli stranieri ai coltivatori della terra italiana: accusa caduta da un pezzo davanti a una solenne verità, dagli stranieri stessi proclamata, che così nel mezzogiorno che nel settentrione essi prodigano tanto sudore sulla gleba che non sarebbe possibile di più, e più che proclamata, provata dai cento paesi che li chiamano e li preferiscono.
La pietà era loro dovuta intera e profonda.
E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all'arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d'una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.
E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, "ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti", all'impoverimento progressivo del suolo, all'agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria.
Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini.
Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l'egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d'umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d'impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli ladrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent'anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare.
E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c'è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.
Avrei voluto discendere fra quella gente e parlar con qualcuno; ma mi parve meglio aspettare un giorno che ci fosse meno folla.
Per liberarmi dai pensieri sconfortanti, andai a passare un'ora sulla piazzetta, uno spazio che era dalla parte sinistra del piroscafo, compreso tra il castello centrale e il cassero di popp
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