SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 39
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Alla colazione, rallegrata da un suon di pifferi e di zampogne, fu fatta una distribuzione straordinaria di galletta, di cui tutti s'empiron le tasche, e il "cambusiere" mescè senza possa rum e acquavite come un cantiniere di reggimento il giorno della battaglia.
Dopo di che, tutti i passeggieri, appoggiati al parapetto o seduti, si voltarono verso occidente, ad aspettare l'apparizione del nuovo mondo.
Ma le ore passarono, e la terra non spuntava.
Il cielo era sparso di nuvole, ma l'orizzonte sgombro, e il mare presentava sempre la sua linea azzurra nettissima, senza un'ombra di promessa.
Dopo il mezzogiorno i passeggieri cominciarono a dar segni di stanchezza.
A quella gente che aveva avuto tanta pazienza per tre settimane, non ne rimaneva più un briciolo per le ultime ore.
E molti già s'indispettivano e si lagnavano.
Come mai non si vedeva nulla? Gli ufficiali avevan dunque sbagliato i calcoli? La terra si sarebbe già dovuta vedere.
Oramai non saremmo più arrivati in giornata.
E Dio sa quando si sarebbe arrivati.
- Piroscafi italiani! - era tutto detto: fortuna quando s'arrivava entro l'anno.
E facevan delle allusioni maligne, quando passava un ufficiale, guardandolo di mal occhio.
Molti, anzi, affettando di non creder più che s'arrivasse, scrollavan le spalle e voltavano la schiena al mare, fingendo di occuparsi d'altro.
Ma ogni volta che l'ufficiale del dispaccio, ch'era di guardia sul palco, appuntava il canocchiale, tutti fissavano gli occhi su di lui, in grande silenzio; e non ricominciava il mormorio se non quando era tolta ogni speranza dall'atto d'indifferenza con cui egli riabassava lo strumento.
Egli però non si moveva dall'estremità del terrazzino; il che faceva credere che s'aspettasse da un momento all'altro di veder qualche cosa.
Il contadino dal naso mozzo, intestato di voler esser il primo ad annunziare l'America, stava ritto a metà della scaletta del palco, pronto a cogliere a volo il primo movimento dell'ufficiale, per lanciare il grido, e ad ogni alzata del cannocchiale faceva con la mano verso la folla un gesto maestosamente buffo, come d'un tribuno che imponga silenzio alla moltitudine in un momento supremo.
A poppa, intanto, tutti pure aspettavano; le signore sedute, rivolte a occidente; gli uomini facendo dei nastri pel cassero, eccitati.
La signorina di Mestre stava al suo posto solito, tra il garibaldino e la zia, più pallida in viso, e più sfinita che gli altri giorni; ma non più triste; anzi più accesa e più vivente negli occhi, che non l'avessi mai vista, e con un'espressione di bontà straordinaria, che pareva una bellezza nuova che le fosse venuta, dopo il trabocco di sangue.
Per la prima volta era vestita tutta di nero, e la chiarezza diafana delle sue carni pigliava da quel vestito un risalto che metteva sgomento, come una faccia viva che uscisse di sotto a un panno mortuario.
Essa e la zia tenevan sulle ginocchia delle carte e dei piccoli involti di panni, che andavano raccomodando con la punta delle dita.
C'erano pure la madre della pianista e la signora grassa, sedute alle due estremità opposte del cassero; la prima con la sua solita faccia di isterica, che mostrava i bei denti, con un'espressione di ferocia rincrudita; l'altra col suo faccione benigno, ridipinto di beatitudine alcoolica, come se avesse tutto dimenticato.
Tutte le altre signore facevano coi loro vestiti chiari una macchia di colori allegri, come una filza di bandiere marine, spiegate in segno di festa.
Ma anche lì si cominciava a manifestar l'impazienza: i piedi stropicciavano il tavolato, le mani tormentavano i ventagli, le teste s'agitavano, le conversazioni andavano pigliando una tinta verdognola, e non si dicevano contro il comando le sciocchezze piccose degli emigranti, ma si pensavano, e schizzavan dagli occhi di tutti.
A una cert'ora, la signorina s'alzò, appoggiandosi al braccio della zia, e tutt'e due, coi loro involti, si diressero verso le terze classi.
Sulla piazzetta si unì a loro la cameriera veneta, che le aspettava, tenendo fra le braccia altre robe.
Essendo quella l'ultima visita ch'essa faceva a prua, curioso di vedere, presi per la passerella delle seconde classi, e passando per il castello centrale, andai sul palco di comando.
Aveva forse scelto quell'ora per esser meno osservata, essendo tutta l'attenzione dei passeggieri rivolta all'orizzonte.
Dal palco potei seguire con gli occhi tutti i suoi giri in mezzo alla folla, e fui maravigliato al vedere quanta gente conosceva, a quanti aveva fatto del bene in quei pochi giorni.
Rimise al contadino malato di febbre e a sua moglie il frutto della colletta; diede roba a un'altra famiglia, vicino all'albero di trinchetto; ad altri porse biglietti e lettere; poi s'accostò alla ragazza genovese, e non vidi bene, perché la gente s'era affollata, ma mi parve che le infilasse un anello nel dito.
I ragazzi le correvano incontro da ogni parte, un branco dei più piccoli la seguitava, ed essa passava una mano sulle fronti, e coll'altra dava dolci e soldi.
Andò a salutare la famiglia di Mestre, e baciò il piccolo Galileo.
Vari uomini le si avvicinarono col cappello basso, e stettero discorrendo un poco con lei, come se le chiedessero consiglio.
Qua e là dava strette di mano, e sembrava che si congedasse.
Il suo piccolo viso bianco e i suoi capelli di morta si perdevano nella folla, poi riapparivano: si nascose nell'ombra sotto il castello di prua, ricomparve alla porta della "cambusa" sparì per la scala dell'infermeria, la rividi accanto al verricello, in mezzo a un gruppo di donne che sporgevano verso di lei i bambini lattanti, perché la toccassero.
Dove passava, le faccie ridenti si ricomponevano, quelli che schiamazzavano, abbassavan la voce, tutti si scansavano e si voltavano.
E il suo volto mostrava una stanchezza mortale, ma sempre aveva quel sorriso, un tremolìo luminoso negli occhi velati e sulle labbra smorte, nel quale pareva che si fosse ridotta tutta la sua vita, come un ultimo luccicore di sole sopra una rosa bianca, già curvata verso terra.
Quando fu al passaggio coperto per tornar verso poppa, si fermò un momento e respirò, premendosi una mano sul petto.
Lì sopraggiunse la contadina di Mestre che le baciò la manica del vestito, e scappò.
Essa riprese il cammino, lentamente.
E la terra non spuntava! Ma già io non avevo più alcuna impazienza.
Ed ero stizzito con me stesso perché, dopo averla tanto sospirata, quell'imminenza dell'arrivo in America non mi destava più alcuna commozione.
Era un altro fenomeno morale simile a quello che avevo provato nei primi giorni del viaggio, in faccia al mar giallo; una specie di sincope del sentimento della curiosità e del piacere.
Come se non mi rimanesse uno solo dei mille ardenti desideri con cui ero partito, il pensiero della terra nuova non mi dava più che un senso di noia, accompagnato dalla preoccupazione meschina delle seccature dello sbarco, e dalla molestia d'un brucior di gola che m'aveva lasciato un sigaro cattivo.
E mi faceva perfino dispetto l'agitazione degli altri, - sciocchi, - che parevano smaniosi di ritornare alle fatiche e agli affanni d'ogni giorno, come se quelle tre settimane di navigazione non fossero state per tutti uno dei periodi meno tristi della vita.
Tanto che, per non vedere, m'andai a sedere nel camerino del Commissario, e vi rimasi un pezzo a rileggere un vecchio numero del Caffaro maledicendo, tra una colonna e l'altra, ai libri, ai racconti di viaggio, alle stampe e alle conferenze che ci rendono familiari i paesi più lontani, e ci mandano a vederli con la mente già piena e sazia della loro immagine, incapaci d'ogni forte impressione.
Dio mio, è così: mi dovrei vergognare di confessarlo: a poche miglia dal continente americano, io mi scervellavo sopra una sciarada del giornale genovese, della quale mi scappava il secondo
Il secondo è sempre in moto;
e correvo col pensiero tutti i regni della natura per rintracciar quel segreto, mentre il marinaio gobbo, indifferentissimo egli pure all'America, lustrava la maniglia d'ottone dell'uscio, canterellando una canzonetta ligure
Gh'ëa na votta na bælla figgia
con una voce strascicata e nasale, che mi addormentava.
A un tratto il canto cessò, come se l'attenzione del marinaio fosse improvvisamente attirata altrove, e udii dalla parte del palco un grido altissimo - lungo - interminabile - lamentevole:
- L'America!
Mi corse un brivido per le vene.
Fu come l'annunzio d'un grande avvenimento inatteso, la visione immensa e confusa d'un mondo, che mi ridestò tutt'in un punto la curiosità, la maraviglia, l'entusiasmo, la gioia, e mi fece scattare in piedi, con un'ondata di sangue alla fronte.
Un altro grido, ma di mille voci, rispose a quel primo, e nello stesso tempo il piroscafo s'inclinò fortemente a destra sotto il peso della folla accorrente.
Corsi sul cassero, cercai all'orizzonte...
Per qualche momento non vidi nulla.
Poi, aguzzando lo sguardo, distinsi una striscia rossastra che si perdeva a destra e a sinistra in due lingue sottili, simile a una nuvola leggerissima che lambisse la faccia del mare.
E stetti qualche minuto a guardare, stupito come gli altri, senza sapere di che.
Molte esclamazioni proruppero intorno a me.
- Estàmos a casa! - Ghe semmo finalmente! - Quatre heures, vingt-cinq minutes! esclamò il marsigliese, guardando l'orologio: l'heure que j'avais prevue.
- Ecco la vera tierra del progresso! - gridò il mugnaio.
- Il tenore disse semplicemente, con l'aria di dire una cosa profonda: - L'America! - La signora grassa, sovreccitata, chiamava l'uno e l'altro per nome, fraternamente, per pregarli che guardassero, che facessero festa a quel lembo di terra, ch'essa vedeva forse assai più vasto di noi.
La sola faccia che rimaneva chiusa era quella del garibaldino, e al vederlo, provai un nuovo senso di ripulsione per lui, parendomi che fosse troppo, che fosse una miseria ignobile alla fine quella di veder tutto l'universo morto perché son morte quattro povere illusioni nel nostro povero cuore.
E corsi subito a prua, dove al primo tumulto era seguito un grande silenzio.
Tutti stavano con gli occhi fissi su quella striscia di terra nuda, dove non vedevano nulla, immobili e assorti, come davanti alla faccia d'una sfinge, a cui volessero strappare il segreto del proprio avvenire, e come se al di là di quella macchia rossastra apparissero già al loro sguardo le vaste pianure su cui avrebbero curvato la fronte e lasciato le ossa.
Pochi parlavano.
Il piroscafo volava, la striscia di terra s'alzava e s'allungava.
Era la costa dell'Uruguay.
Non si vedeva né vegetazione né abitato.
Parecchi che s'aspettavano di scoprire una terra maravigliosa, parevan delusi; dicevano: - Ma è tale quale come i paesi nostri.
- In un crocchio parlavano di Garibaldi, che su quella costa aveva combattuto, e si capiva che il trovar dopo tanti giorni di viaggio una terra sconosciuta dove quel nome era vivo come nella patria, ingigantiva smisuratamente la sua gloria nel loro concetto.
Una contadina giovane, seduta vicino all'uscio del dormitorio, con un bimbo fra le braccia, piangeva, e suo marito la trattava di fabioca (scimunita), dandole del gomito nella spalla.
Domandai a una vicina che cos'avesse.
Un'idea, rispose.
La vista dell'America, come se soltanto al vederla si fosse persuasa d'aver abbandonato irrevocabilmente il suo paese, le aveva stretto il cuore, e s'era messa a piangere.
Mi spinsi oltre, vicino al castello di prua.
E trovai due operai torinesi seduti sull'opera morta...
Ah! questa non la scorderò mai più.
Sulle acque dell'oceano, in faccia al nuovo mondo e al nuovo avvenire, in quel momento solenne, discutevano intorno all'ubicazione precisa della trattoria di Casal Borgone: se fosse sul crocicchio di via Deposito e di via del Carmine, o di via del Carmine e di via dei Quartieri; e uno di essi s'arrabbiava.
In generale, le donne si mostravan più pensierose degli uomini; molte parevano attonite.
Di allegri veramente non c'erano che i giovanotti, che per l'allegrezza si pizzicottavano e si tiravan dei calci di traverso.
Dei vecchi, alcuni voltavan le spalle al mare, rincantucciati al loro posto solito, nell'atteggiamento di gente che non avesse più nulla da sperare da quel lembo di terra rossa, fuorché di morirvi in pace.
I due vecchi coniugi del castello di prua, seduti sulle loro due bitte, dormivano.
Ma poco tempo dopo, cessato il primo effetto dell'apparizione, come se fosse un'intesa, scoppiò a prua un'allegrezza smodata, un coro di canti e di fischi, e un gridìo di gente che s'affollava intorno all'osteria alzando i bicchieri e i bidoni, un bolli bolli da tutte le parti, da parere che in pochi minuti avessero tracannato delle brente di vin generoso.
Tutti i belli umori diedero spettacolo.
Il vecchio del castello centrale si mise a modulare i suoi gemiti imitativi, accoccolato in mezzo a un cerchio di gente che ridevano con la bocca da un orecchio all'altro; il contadino snasato rifaceva le facce delle donne atterrite dalla tempesta, provocando una tempesta d'applausi; poi scese il saltimbanco capelluto dal castello di prua, con la sua faccia tetra, a far la ruota sopra coperta, fra due ali di donne in visibilio.
E in un accesso di gioia l'ex portinaio dalla testa pelata, stracciato l'album famoso delle sudicerie, ne distribuì i fogli ai suoi compagni, i quali si sparsero tra la folla, formando altrettanti cerchi sghignazzanti; di modo che di lì a poco non fu più che un solo accesso clamoroso di grassa ilarità pornografica che scosse tutte le pance e squarciò tutte le bocche dalla cucina al macello, accompagnato da un chiasso assordante di suon di strumenti, di versi da briachi e di urlate, sul quale s'alzava di tanto in tanto il grido lungo e lamentevole del barbiere, latrante alla luna.
Il sole intanto era andato sotto, diritto davanti a noi, di là dalla terra, e si vedeva un crepuscolo stupendo, bello quanto i più belli che avevamo visto sui tropici; spettacolo frequente in quella parte d'America, per effetto della grande quantità di vapori che s'alzano dalle acque del Plata e dei due fiumi enormi che lo formano; i quali vapori, accumulandosi in alto, quando l'aria è queta, si tingono di luce e la sfumano e la rifrangono con una forza di colori che vince ogni fantasìa.
Non appariva più all'orizzonte che una zona fiammeggiante, ma rotta in mille forme di cattedrali d'oro, di piramidi di rubini, di torri di ferro rovente e d'archi trionfali di bragia, che si sfasciavano lentamente, per dar luogo ad altre architetture più basse e più bizzarre, le quali finirono con presentare l'aspetto delle rovine ardenti d'una città sterminata, e poi d'una serie di giganteschi occhi sanguigni, che ci guardassero.
E di sopra il cielo era oscuro, e il mare di sotto, nero.
A quella vista, s'era rifatto il silenzio a prua, e gli emigranti guardavano, trasecolati, come se quello fosse un fenomeno arcano, proprio di quel paese.
S'intravvidero alcuni isolotti: Lobos a sinistra, Gorriti a destra, poi l'isola di Flores, poi i fanali dei banchi d'Archimede.
Il silenzio era così profondo a prua, che si sentiva distintamente lo strepito della macchina.
Il piroscafo filava come una barca sur un lago.
Un emigrante esclamò: - Che bel mare!
- Non siamo più in mare, - osservò un marinaio, ch'era accanto a me.
- Siamo nel fiume.
L'emigrante e i suoi vicini si voltarono a cercare l'altra riva, e non vedendo che la linea netta dell'orizzonte marino, rimasero increduli.
Ma navigavamo già di fatto nel Plata, la cui riva destra era a più di cento miglia da noi.
Quando l'ultima luce crepuscolare disparve, vedemmo scintillare i fanali di Montevideo, e una striscia lontana e confusa di case, rischiarata qua e là vagamente, e una selva di bastimenti, di cui non si vedevan che le punte.
Oramai si sapeva che non si sarebbe più sbarcati, e la folla era stanca delle commozioni della giornata; ma tutti rimasero sopra coperta per gustare il piacere della fermata.
Di lì a poco, in fatti, il piroscafo cominciò a rallentare il corso e l'anelito; poi parve appena che si movesse; e infine quel mostruoso cuore di ferro e di fuoco che da ventidue giorni batteva affannosamente, diede l'ultimo palpito, e il colosso s'arrestò, morto.
A un fischio che suonò sul palco, le due àncore enormi si staccarono dai suoi fianchi, e caddero fragorosamente, trascinando con la rapidità del fulmine le loro grandi catene, che sollevaron scintille dai due occhi di ferro; il mare gorgogliò sul davanti; il piroscafo tremò, e ritacque.
I suoi due giganteschi artigli avevano afferrato il fondo del fiume.
Gli emigranti stettero ancora qualche minuto ad assaporare la sensazione nuova dell'immobilità e del silenzio, e poi scesero a lunghe file, lentamente, nei dormitori, e anche i passeggieri di prima, non allettati dal movimento dell'aria, si ritirarono.
Ed io rimasi quasi solo, stupito che, dopo aver tante volte trovato il viaggio insopportabilmente lungo, mi paresse in quel momento così breve, e vago come un sogno, mentre ne ricordavo tante cose.
Non avendo mai visto nulla per via, che mi segnasse le distanze nella mente con immagini ben distinte le une dall'altre, tutte le giornate mi si confondevano all'immaginazione in una sola, e mi pareva d'aver percorso quello spazio sterminato di un volo.
Nessun momento del viaggio, fuorché la tempesta, mi rimase come quello stampato nell'anima.
Il fiume smisurato era come immobile, quasi che le sue acque riposassero stanche del corso di duemila miglia, che avevan fatto dalle montagne del Brasile; il cielo era oscuro e tranquillo, Montevideo dormiva, nella rada nessun movimento e nessun rumore, il piroscafo muto; un silenzio altissimo pesava su tutte le cose; e mi parea che venisse di lontano, dagli altri grandi fiumi, dalle pianure sterminate, dalle foreste immense, dalle mille cime delle Ande: il silenzio misterioso e formidabile d'un continente assopito.
Mi riscosse dalla meditazione il comandante, che mi passò accanto fregandosi le mani, - cosa insolita, - come se dentro alla sua testa irta d'orso marino pregodesse una notte beata.
Fui tentato di ripetergli il suo ritornello: - Porcaie a bordo...
Ma egli mi prevenne domandandomi col viso serio: - Che cosa faranno in casa sua a quest'ora?
Guardai l'orologio e risposi: - A quest'ora la mia casa è al buio, e tutti dormono.
Egli si mise a ridere, fregandosi le mani.
- Anche vosciâ sciâ gh'è cheito! - disse.
- (Anche lei c'è cascato.) - A quest'ora in casa sua ci batte il sole, e i suoi ragazzi domandano il caffè e latte.
Non ci avevo pensato.
Ma il buon comandante, che era veramente contento, mi domandò ancora se, prima di imbarcarmi, avessi pregato l'armatore di avvertire la famiglia appena ricevuto l'annunzio dell'arrivo.
Risposi di sì.
- Ebbene, - disse, - fra tre ore la sua famiglia saprà che è arrivato in America in buona salute.
Non avevo pensato neanche a questo, e discesi, contento anch'io, a dormire il mio ultimo sonno nel ventre del Galileo.
SUL RIO DE LA PLATA
Dormire? Mentita speme.
Come accade a tutti dopo una giornata d'agitazione alla quale si sappia che ne seguirà un'altra non meno agitata, i passeggieri non dormirono che quanto voleva irresistibilmente la stanchezza: verso le due dopo mezzanotte quasi tutti si svegliarono, e tra sospiri di signore, sbadigli virili e conversazioni sommesse, che in quel silenzio del bastimento immobile sonavano come un ronzio di tafani, non vi fu più quiete.
Un'ora prima dell'alba si sentirono dei passi affrettati e la voce del medico, accorso per uno svenimento della signorina di Mestre, alla quale aveva dato un crollo lo sforzo fatto il dì innanzi per salir sul cassero e far la sua ultima visita a prua.
Poi cominciò il piccolo brasiliano a strillare e la negra a cantar la sua nenia.
E allora tutti saltaron giù dalle cuccette e si misero ad apparecchiare rumorosamente le proprie robe, chiacchierando senza riguardi.
Quando allo spuntare del giorno, dopo essersi scanagliati per mezz'ora nei corridoi, il cameriere e le cameriere entrarono col caffè nei camerini, trovaron già i passeggieri in piedi, lavati e strigliati, con la mancia alla mano.
Ruy Blas, presentandomi il vassoio, mi fece i suoi auguri di buona permanenza in America col suo porgere corretto di cameriere da palco scenico, ma con una voce così languida e cert'occhi di triglia così pesti, che anche un bambino v'avrebbe letto il proposito di mostrare una grande mestizia per la sua separazione imminente dalla misteriosa creatura che l'amava.
Mentre io sorbivo il caffè egli guardava il cielo per il finestrino, mordendosi il labbro di sotto, come per reprimere la voce del cor ferito; e poi, prendendo la mancia, corresse l'umiltà dell'atto con un inchino elegante e pieno di dignità.
Uscendo subito dopo di lui, lo vidi entrare nel camerino del prete; del quale intesi poco dopo la grossa voce che contava lentamente: - Dos, tres, cinco, seis...
-lire, m'immagino, che Ruy Blas doveva ricevere nella mano aperta, come un accattone, fremendo di vergogna per la sua regina.
Sopra coperta, trovai il comandante e gli ufficiali in faccende.
Erano saliti a bordo allora un impiegato gallonato del porto di Montevideo e un medico, - quello un omone con un fil di voce, questo un mezz'uomo con una voce di gran cassa; - i quali, dopo essersi informati dello stato sanitario dei passeggieri, si recarono a prua a contare il personale d'equipaggio.
Tutti i passeggieri di terza, intanto, s'andavano radunando sul cassero centrale per sfilare davanti all'impiegato uraguayo che li doveva numerare, e al medico, che avrebbe fatto in disparte le facce sospette.
Dal castello centrale si dovevano avanzare a uno a uno, passare sul ponte che correva di sopra alla "piazzetta" e poi, scendendo dal cassero per la scaletta di destra, tornare a prua.
Sull'ampio castello centrale non c'era più un palmo di spazio vuoto: una folla fitta come un reggimento in colonna serrata lo copriva da un capo all'altro, non levando che un leggiero mormorìo.
Il cielo era rannuvolato; il fiume immenso, d'un color giallo di mota; e la città di Montevideo, lontana, non appariva che come una lunga striscia biancastra sopra la riva bruna, rilevata dalla parte d'occidente in un colle solitario, il Cerro, memore di Garibaldi: un paesaggio vasto e semplice, che aspettava il sole, in silenzio.
Lontano fumavano dei vaporini che venivano verso di noi.
Salii sul cassero per vedere l'ultima volta i miei mille e seicento compagni di viaggio.
Arrivarono pochi minuti dopo l'impiegato e il dottore uruguayo, il comandante, gli ufficiali, il medico di bordo.
E la triste processione incominciò.
Triste, non solo in sé medesima, ma perché quella numerazione della folla come d'un armento, del quale non importava a nessuno di conoscere i nomi, faceva pensare che tutta quella gente fosse contata per essere venduta, e che non ci passassero davanti cittadini d'uno Stato d'Europa, ma vittime d'una razzìa di ladri di carne umana fatta sopra una spiaggia dell'Africa o dell'Asia.
I primi passarono lentamente.
Ma a un atto d'impazienza dell'impiegato del porto, il comandante fece un cenno, e allora cominciarono ad affrettare il passo, a sfilare quasi correndo.
Le famiglie passavano unite, il padre primo, le donne dopo, coi bimbi in collo e i ragazzi per mano, i vecchi dietro; quasi tutti portando sotto il braccio o sulle spalle gl'involti della roba più preziosa, che non s'eran fidati di lasciare nei dormitori.
Molti erano puliti, e vestiti dei panni migliori, che avevan tenuti in serbo per quel giorno; molti altri più cenciosi che alla partenza, imbrattati di tutto il sudiciume che si può raccattare strusciandosi per tre settimane in tutti gli angoli d'un bastimento, con le barbe lunghe, col collo nudo, con le dita dei piedi fuor delle scarpe; alcuni perfino senza cappello; e più d'uno si teneva chiusa a due mani la giacchetta senza bottoni, per nascondere la nudità irsuta del petto, che traspariva.
Belle ragazze, vecchi inarcati, giovanotti di vent'anni, operai col camiciotto da lavoro, pastori dalle lunghe capigliature, contadine calabresi dal busto verde, zampitti, brianzole con le raggere di spille nelle trecce, montanare piemontesi con la cuffia bianca, si succedevano, l'uno mettendo il piede sull'orma dell'altro, come comparse sopra un ponte di teatro, in uno spettacolo che rappresentasse la fuga d'un popolo.
Alcuni passavano saltellando, per ostentazione buffonesca d'allegrezza; altri con faccia torva, non guardando in viso nessuno, come se fossero offesi di quella berlina d'un momento.
I borghesi, le mezze signore che portavano ancora in dosso qualche segno dell'antica agiatezza, passavan con la testa bassa, vergognandosi.
I vecchi lenti e le donne impacciate dagli involti erano spinti da parte, o cacciati innanzi con un urtone da quei che sopravvenivano, brutalmente; i bimbi piangevano, per paura di esser buttati giù; gli urtati bestemmiavano.
Quante facce di mia conoscenza vedevo passare! Ecco l'ometto del telegramma alla moglie, con la sua faccia piena di rughe facete, che ha ancora l'aria di crederci; ecco il vecchio dal gabbano verde che corre coi capelli grigi al vento, gettando un'occhiata di sfida e di disprezzo ai passeggieri di prima affollati sul cassero; ecco il saltimbanco tatuato, le due coriste scarmiglione, la famiglia di Mestre, col piccolo Galileo che fa colazione correndo; ecco il portinaio pornografo, la bella genovese che passa col viso roseo e gli occhi bassi, la grossa bolognese che misura il ponte a passi imperatorii, col suo inseparabile borsone sul fianco, e l'omicida putativo del castello di prua, e la madonnina di Capracotta, e il barbiere latrante, e la povera vedova dell'assassinato.
Via via che sfilavano, mi ripassavan per la mente tutti gli accidenti tristi e comici di quella strana vita di ventidue giorni, e tutti i sentimenti mutevoli di simpatia, di dispetto, di affetto e di diffidenza che quella gente m'aveva ispirati; ma che ora erano sopraffatti tutti quanti dal sentimento unico e profondo d'una pietà dolorosa e piena di tenerezza.
E non finivan mai di passare, come se si fossero raddoppiati durante la notte.
Ancora famiglie dietro famiglie, ragazzi dietro ragazzi, faccie di città e di campagna, dell'alta e della bassa Italia, figure di buona gente, di briganti, di infermieri, d'asceti, di vecchi soldati, di mendichi, di ribelli, sempre più rapidamente correnti, come se gl'incalzasse il terrore di non arrivare in tempo in America a trovare la loro parte di terra e di pane.
Oh l'interminabile miseranda sfilata! E l'immaginazione, come uno scherno, mi rappresentava ostinatamente, di là da quella miseria affannata, le baldorie patriottiche degli sfaccendati, dei benestanti e degli illusi, urlanti d'entusiasmo carnevalesco nelle piazze d'Italia imbandierate e splendenti.
E provavo un senso d'umiliazione, che mi faceva sfuggire lo sguardo de' miei compagni di viaggio stranieri, di cui mi giungevano all'orecchio come ingiurie al mio paese le esclamazioni affettate di compassione e di stupore.
E intanto seguitavano a passar panni laceri, e canizie tristi, e donne sparute, e bimbi senza patria, e nudità, e vergogne e dolori.
Lo spettacolo durò una mezz'ora, che mi parve eterna.
Passò fra gli ultimi, lentamente, il frate dal viso di cera, colle mani infilate nelle maniche.
Poi passò il drappello degli svizzeri col berretto rosso.
E come Dio volle, fu finita.
Allora, dal primo vaporino arrivato salì sul piroscafo un branco di gente, parenti ed amici dei passeggieri, che si sparpagliarono a prua e a poppa, cercando con lo sguardo e chiamando per nome le persone; e cominciò da ogni parte un grande scambio di baci, d'abbracci e di saluti.
Tre signori s'avvicinarono al supposto "ladro" e mentre noi ci aspettavamo che l'arrestassero, tutti e tre si scappellarono e s'inchinarono profondamente, e l'uno disse: - Monsieur le ministre...
- Caspita! Tutti rimasero stupiti.
A giudicar le persone dai connotati! Ma l'attenzione di tutti fu attirata subito altrove da una scena penosa.
Un giovanotto messo bene, e bello, ma antipatico, corse incontro ai miei due vicini di camerino, che si slanciarono tutti e due insieme verso di lui, esclamando: - Attilio! - Ma a due passi di distanza s'arrestarono, aspettando ch'egli scegliesse l'uno o l'altro da abbracciar pel primo, come se quella preferenza dovesse essere l'espressione d'un giudizio decisivo del loro passato e d'una sentenza irrevocabile del loro avvenire.
Il giovane titubò un momento, non commosso però, guardandoli entrambi, e poi si gittò fra le braccia della signora, che lo strinse al petto con un'apparenza di grandissima tenerezza, smentita all'istante dallo sguardo satanico di trionfo che lanciò a suo marito.
Questi impallidì come un morto, e si guardò intorno: tutti temettero che stramazzasse sul tavolato.
Ma restò su, facendo un grande sforzo, e sorrise...
di un sorriso da metter compassione e paura.
Scioltosi dalla madre, il giovane s'avvicinò a lui, e gli diede sulle guance smorte un bacio freddo, che quegli non ebbe la forza di rendere.
Tutti voltarono gli occhi in là, con un senso di ribrezzo, come alla vista d'un assassinio.
E io me n'andai subito verso prua, senz'aver più il coraggio di girare uno sguardo su quel disgraziato.
Ma qui un'altra scena pietosa m'aspettava.
Un crocchio di vecchi, donne e uomini, circondavano il Commissario, chiedendogli protezione e consiglio, affannati, spaventati, con le labbra tremanti.
Erano di quei sessagenari soli che non potevano sbarcare senza che un parente prossimo si presentasse all'arrivo a farsi mallevadore dei loro mezzi di sussistenza.
Ora i parenti che aspettavano non s'erano fatti vedere, e naturalmente, perché essi dovevano sbarcare a Buenos Aires; ma confondendo in quel momento l'Uruguay con l'Argentina, e trovandosi soli, si credevano perduti.
Che cosa sarebbe accaduto di loro? Non si può dire l'angoscia e l'avvilimento di quella povera gente, che dopo aver abbandonato l'Europa, si credevano respinti dall'America, come inutili carcasse umane, neanche più buone a ingrassare la terra, e già immaginavano un viaggio di ritorno disperato alla patria, dove non avevano più affetti, né casa, né pane.
Il Commissario cercava di persuaderli, che non s'era nell'Argentina, ma nell'Uruguay, che i loro parenti si sarebbero presentati a Buenos Aires, dall'altra parte di quel fiume che vedevano, che si rassicurassero, che s'angustiavano senza perché.
Ma quelli non intendevano ragione, erano come istupiditi dall'affanno, e parevano anche più miseri e più infelici in mezzo all'allegrezza chiassosa dei giovani che ogni momento li urtavano, passando, e gridavan loro nell'orecchio: - Allegri, vecchi! - Viva la repubblica! - Viva l'America! - Viva la Plata!
Stentai a liberare per un momento da loro il Commissario, per salutarlo, e da lui ebbi ancora notizia del giovane scrivano, il quale, disperato di doversi separare dalla genovese, che sbarcava a Montevideo, era stato preso da un accesso di convulsioni e metteva sottosopra il dormitorio.
Poi andai a salutare gli altri ufficiali, che avrei riveduto di là a due mesi a Buenos Aires, dopo altre due traversate dell'oceano.
Volli anche salutare il mio povero gobbo, che trovai sulla porta della cucina, con una padella alla mano.
- Oh! finalmente! - esclamò, tirando un respiro di soddisfazione, - ci avremo ora dozze giorni senza donne! - Eppure - gli dissi - voi finirete col pigliar moglie.
- Mi - rispose, toccandosi il petto col dito - piggià moggê? - Poi in italiano, con una curiosa intonazione declamatoria: - Questo non sarà giammai! - E mi soggiunse nell'orecchio, contento: - Dozze giorni! - ma vedendo avvicinarsi il comandante, disse in fretta: - Scignoria, bon viaggio! - e strettami la mano, mi voltò il popone, e scomparve.
Intanto altri vaporini s'erano avvicinati, ed uno toccava la scala reale.
Tornai sul cassero a salutare i passeggieri di prima che scendevano, in mezzo a un tramestìo di valigie, a uno scambio vivace di strette di mano e di buoni auguri.
Ed ebbi allora una prova di più di quanto sia difficile il conoscer la gente per viaggio.
Certi passeggieri, con cui avevo avuto per tutto quel tempo una dimestichezza quasi d'amico, se n'andavano senza dir crepa o salutando appena col cappello, come se m'avessero già dimenticato; altri coi quali non avevo mai scambiato una parola, si vennero ad accomiatare da me con una espansione affettuosa e sincera, che mi fece rimanere.
E fra molti altri interveniva la stessa cosa.
Il marsigliese fu cordiale: mi ripeté che amava l'Italia, perché gli uomini come lui erano superiori agli odi dei governi, e che avrebbe fatto il possibile per conciliar gli animi degli italiani e dei francesi nell'Argentina.
- Tachez d'en faire autant parmi vos compatriotes.
Quant'à moi, on me connaît dans les deux colonies.
On sait - concluse con un gesto solenne - que j'apporte la paix! Adieu.
- L'agente di cambio si presentò a salutare gli sposi, i quali s'intimidirono, presentendo la frecciata del Parto.
- Oramai - disse loro - non troveranno più alcuna difficoltà per la lingua in America, perché...
sia detto senza rimprovero, un gran bell'esercizio l'hanno fatto! - E quelli scapparono giù per la scala.
Allora egli apostrofò l'avvocato, che stava per scendere, con un involto rotondo sotto il braccio, che doveva essere un salvavite: - Avvocato, ora sarà tranquillo.
- Ma quegli, lanciando uno sguardo obliquo sul fiume, brontolò: - Non si sa mai.
Alle volte questo sporco rio è anche più infame dell'oceano atlantico...
- E cominciò a scendere con grandi precauzioni, non rispondendo ai saluti di nessuno.
Discesero la signora bionda e suo marito, i miei vicini di camerino col figliuolo, la "domatrice", la pianista e sua madre, i francesi, il prete, i passeggieri di seconda, ed altri.
Quando tutti furon giù, seduti sulla piccola poppa, l'agente mi diede una gomitata in un fianco, esclamando: - Eureka! - e mi fece un cenno col viso.
Guardai a destra sul cassero del Galileo, e vidi affacciato al parapetto, in un atteggiamento studiato di amante pensieroso e afflitto, Ruy Blas, che teneva lo sguardo fisso sul vaporino, e seguendo la direzione del suo sguardo, andai a posare il mio sul viso della piccola pianista, impassibile come sempre, ma con gli occhi rivolti a lui, con una fissità acuta e tenace, che non lasciava dubbio, che prometteva per la prima occasione una di quelle lettere matte e di quelle recisioni temerarie in cui si sfogavano da lontano le sue furibonde passioncelle compresse.
- Ah la piccola Maria di Neubourg - esclamò l'agente, - regina delle gatte morte! - Ma già il vaporino s'allontanava.
Quasi tutti ci salutarono con la mano.
La signora grassa mandò un bacio al Galileo con un gesto impetuoso.
Osservai ancora una volta il mio povero vicino di camerino, seduto in disparte dal figliuolo e dalla madre, per il quale cominciava una nuova vita di angoscie e di torture.
E colsi a volo un curioso saluto della signora svizzera, la quale, non sapendo a chi rivolgersi particolarmente dei molti amici che la guardavan dal cassero, abbracciò con un largo e dolce sguardo di gratitudine tutta la poppa del Galileo.
E l'ultimo che notai fu il professore, seduto accanto a lei, con la schiena arrotondata, sorridente con gli occhi socchiusi e la lingua a un angolo della bocca, in aria di beffarsi della moglie, degli amanti, dell'Atlantico, del vecchio continente e del nuovo.
Poi tutti i visi si confusero e si perdettero ai miei occhi per sempre.
Un altro vaporino s'era avvicinato in quel frattempo, sul quale dovevano scendere gli argentini, la famiglia brasiliana e tutti gli altri.
Ma nessuno, per delicatezza, volle scendere prima della signorina di Mestre, che si sapeva dover essere portata, e che ancora non s'era vista in coperta quella mattina.
Il comandante, interrogato, scrollava il capo.
Tutti stettero aspettando alla porta del salone, in due ali.
Prima uscì il garibaldino che, pigliando per curiosità quell'aspettazione rispettosa, girò intorno uno sguardo sprezzante.
Poi comparve la signorina, seduta sopra una seggiola a bracciuoli, portata da due marinai, e accanto la zia, con gli occhi rossi.
La povera malata, vestita di nero, bianca come un cadavere, teneva la testa appoggiata sulla spalliera e le mani sulle ginocchia, come se non avesse più forza di muoverle; ma nei suoi occhi che quasi non avevan più sguardo e sulla sua bocca da cui pareva che non uscisse più alito, errava ancora quel suo sorriso leggerissimo, d'una mestizia e d'una dolcezza infinita.
Quando passò, tutti si scopersero, ed essa rispose con un movimento soave delle labbra, senza parola.
I marinai si soffermarono vicino allo sportello della scala.
Il comandante, tenendo il berretto in mano, la salutò, con quel laconismo secco con cui gli uomini burberi nascondono la commozione: - Buon viaggio, signorina...
guarisca! - E si voltò bruscamente per ordinare che si facessero stare indietro gli emigranti ch'erano accorsi, e che a ogni costo si volevano affollare intorno alla ragazza, a cui avrebbero levato il respiro.
Respinti, salirono brontolando sul castello centrale, per vederla scendere e partire.
Il garibaldino fu l'ultimo a salutarla, mentre era già sul piccolo ripiano della scala.
Essa gli porse la mano, ch'egli baciò, e poi, alzando l'indice in aria di rimprovero sorridente e amorevole, gli disse ancora una parola, ch'io non intesi.
Egli chinò il capo, senza rispondere.
I due marinai cominciarono a scendere con grande cautela, l'uno sorreggendo la seggiola pel davanti, l'altro per la spalliera, e avvertendo l'inferma che si tenesse forte ai bracciuoli: la zia le teneva dietro, ansiosa, raccomandandole di non guardare l'acqua.
Quando furono in fondo alla scala, un marinaio del vaporino aiutò gli altri due, e, senza scosse, la deposero a poppa, rivolta verso il Galileo.
Tutti gli altri discesero e presero posto: il solo garibaldino rimase a bordo, appoggiato al parapetto, poco lontano da me.
Il vaporino si mosse.
Allora tra gli emigranti, che s'erano affollati al parapetto del castello centrale, proruppe l'ammirazione e la gratitudine per quella creatura angelica, che avevan visto tante volte in mezzo a loro, impietosita delle loro miserie, dolce con tutti come una sorella, e da cui tanti di essi avevan ricevuto conforti e benefizi: non s'intese un grido, ma un mormorìo lungo di saluti, in cui parve che traboccasse tutto quello che le amarezze e i rancori d'un'esistenza travagliata avevan lasciato di buono e d'affettuoso in quella moltitudine.
- Buon viaggio, signorina! - Dio la benedica! - Dio la faccia guarire! - Si ricordi di noi! - Buon viaggio alla nostra amica! - Addio! - Addio! - E sventolavano i cappelli e le pezzuole.
Essa rispose con un saluto stanco della mano, e poi, con la mano stessa, alzando ancora una volta gli occhi velati e dolcissimi verso il suo amico, rifece quell'atto dell'indice, come per dirgli: - Ricordatevi!
Il vaporino era già lontano, e la sua figura spiccava ancora distintissima a poppa, come un fior nero in mezzo a un mazzo di vari colori confusi.
Quando non apparve più che una macchietta nera piccolissima, si vide qualche cosa di bianco muoversi sopra di lei: era lo sventolìo d'un fazzoletto.
- Era per lui.
- Gli diede uno sguardo.
Ah! era troppo! Neppure in quel momento si scoteva! Ma nell'atto che dicevo questo tra me, la sua fronte si contrasse, le sue labbra tremarono, il suo petto si gonfiò, e tutt'a un tratto un singhiozzo gli scoppiò dal cuore, uno solo, netto, profondo, violento, come il grido d'un uomo a cui tutta l'anima si sollevi come un cavallone dell'oceano.
Poi si coprì il viso con le mani.
Era il pianto finalmente! Era forse la bontà, l'amore, la patria, la pietà delle miserie umane, erano tutte le forti e dolci virtù della sua giovinezza generosa che rientravano impetuosamente nel suo largo petto di ferro per il vano che v'aveva aperto quella piccola mano di moribonda; era forse l'umanità che riafferrava il suo soldato, il quale le si rigettava sul seno dopo un lungo oblìo, come a una madre, domandandole perdono, e promettendole di ricominciare ad amarla e a servirla come nei begli anni della fede e dell'entusiasmo.
La visione era svanita, la creatura benefica sarebbe morta; ma forse quel suo ultimo sorriso, che non era più d'una creatura umana, gli avrebbe rischiarato il cammino fino al suo termine, e quello sventolìo bianco sarebbe rimasto per sempre sull'orizzonte della sua vita, come l'insegna della sua redenzione.
Egli continuò a rimanere immobile contro al parapetto, con le braccia incrociate, come inchiodato là da un pensiero nuovo e profondo che assorbisse tutta l'anima sua, ed era là ancora quando, ritto sopra un nuovo vaporino in mezzo a un gruppo d'amici, io vedevo il colossale Galileo a poco a poco abbassarsi e accorciarsi, mostrando però sempre lungo i suoi parapetti le mille teste degli emigranti, come il formicolìo d'una folla affacciata agli spalti d'una fortezza solitaria in mezzo a una pianura senza fine.
E riandando rapidamente quel viaggio di ventidue giorni, mi pareva davvero d'essere vissuto in un mondo a parte, il quale, riproducendo in piccolo gli avvenimenti e le passioni dell'universo, m'avesse agevolato e chiarito il giudizio intorno agli uomini e alla vita.
Molta tristezza, molte brutture, molte colpe; ma assai più miserie e dolori.
La maggior parte delle creature umane è più infelice che malvagia e soffre di più di quella che faccia soffrire.
Dopo aver bene odiato e sprezzato gli uomini, senz'altro frutto che di amareggiarci la vita e d'inasprire intorno a noi la malvagità che ce li rese odiosi e spregevoli, noi ritorniamo all'unico sentimento sapiente ed utile, che è quello d'una grande pietà per tutti; dalla quale, a poco a poco, gli altri affetti buoni e fecondi rinascono, confortati dalla santa speranza che, nonostante le contrarie apparenze passeggiere, l'immenso peso dei dolori scemi lentamente nel mondo, e l'anima umana migliori.
Quando misi piede a terra, mi voltai a guardare ancora una volta il Galileo, e il cuore mi batté nel dirgli addio, come se fosse un lembo natante del mio paese che m'avesse portato fin là.
Esso non era più che un tratto nero sull'orizzonte del fiume smisurato, ma si vedeva ancora la bandiera, che sventolava sotto il primo raggio del sole d'America, come un ultimo saluto dell'Italia che raccomandasse alla nuova madre i suoi figliuoli raminghi.
FINE
Note:
1 Non è il Galileo della Società di Navigazione generale.
2 La tremarella.
3 È una raffica di donne maleducate.
4 Quella signora mi comincia a stomacare.
5 Perché non gli ha messo il sale sulla bocca?
6 Sul suo giuramento.
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