SULL'OCEANO, di Edmondo De Amicis - pagina 5
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E si poteva notare che, quetata l'agitazione della partenza, nella quale erano stati assorti tutti i pensieri, l'eterno femminino aveva già ripreso il suo eterno impero anche lì; non solo, ma che per effetto della scarsità ne era già cresciuto il valore, come in America.
Pochi uomini stavan rivolti verso il mare; i più passavan a rassegna le passeggiere.
I giovani, seduti sopra i parapetti, con una gamba spenzoloni di fuori e i cappelli arrovesciati sulla nuca, pigliavan degli atteggiamenti di baldanza marinaresca, parlando forte e modulando il riso in maniera da attirar l'attenzione, e quasi tutti guardavano verso la boccaporta del dormitorio femminile, dove s'erano raccolte, come sopra un palco molte giovani ben pettinate, con nastrini nei capelli, con vestiti chiari, con fazzoletti vistosi, annodati con garbo: la parte intraprendente, pareva, del bel sesso di terza.
Fra queste spiccava una bella donnetta, - una contadina di Capracotta, - con un visetto regolare e dolce di madonna (lavata male), a cui diceva mirabilmente un fazzoletto da collo, che portava incrociato sul petto, tutto purpureo di rose e di garofani, che parean veri e fiammeggiavano agli occhi.
E notai due ragazze, l'una bruna e l'altra rossa, due graziose facce sfrontate, messe con una certa civetteria cittadinesca, che discorrevano con grande animazione, dando di tratto in tratto in risate squillanti, dopo aver fissato ora un passeggiere, ora un altro, come se facessero la rivista dei tipi ridicoli dell'"emigrazione".
Il Commissario, capitato là mentre le osservavo, mi disse che eran lombarde, sole, sedicenti coriste, due diavolesse che promettevano di dargli molte noie durante il viaggio.
E come io non capivo a che genere di noie volesse accennare, egli mi rivelò una delle maggiori piaghe della vita di bordo, in quelle piene d'emigranti: la gelosia delle donne maritate.
Una tremenda cosa! Le oneste mogli coi bimbi in collo l'avevano a morte con quelle avventuriere impudenti che tiravano a stregare i loro mariti disoccupati, approfittando di quella confusione di gente; e ne nascevan liti rabbiose, in cui toccava a lui di fare da conciliatore.
Ah! ne avrebbe sentite, più tardi.
Ce n'era disgraziatamente qualche dozzina in quella traversata, che pareva si fossero accozzate pel suo malanno.
E m'indicò un'altra ragazza, una specie di donna-cannone, seduta dietro a quelle due, col capo alto, vestita di nero, una faccia di leonessa, bruna, non brutta, ma Dio ne liberi; la quale aveva una civetteria particolare, la superbia, il ticchio di primeggiare e di farsi desiderare con l'ostentazione di un principesco disprezzo per la gente purchessia, di una pudicizia ultra delicata, paurosa d'esser profanata dagli aliti; e minacciava tutti, dicendo d'avere a Montevideo un parente giornalista, che faceva tremare il Governo.
Già dalla prima sera era andata da lui a chieder giustizia contro un contadino, il quale, passandole accanto, le aveva urtato una grossa borsa di cuoio, che portava a tracolla; e domandata in via di discorso, del perché andasse in America, aveva risposto alteramente: - Per prendere aria! -
Bene, quella era una finta spostata; ma c'erano anche degli spostati veri; e il Commissario, dopo aver un po' cercato con gli occhi, m'indicò delle famiglie, delle persone sole, rincantucciate, per quanto era possibile, fuor della folla, le quali dal contegno, dai vestiti logori, ma di stoffa e di taglio signorile, mostravano d'esser gente stata costretta a partir per l'America da un rovescio improvviso di fortuna, che gli aveva gittati dall'agiatezza sul lastrico, con neppur tanto in tasca da prendere un biglietto di seconda classe.
C'erano, fra gli altri, due coniugi, con una ragazzina d'una decina d'anni, che stavan ritti in disparte, vicino alla stalla dei bovi, con l'aria imbarazzata di chi non osa di sedersi: tutti e due sulla quarantina, macilenti, d'aspetto tristissimo.
Eran negozianti.
La donna, alta e sottile, con gli occhi rossi, che pareva uscita di fresco da una malattia, aveva passato tutto il primo giorno nel dormitorio, in mezzo alle contadine, piangendo sul capo della sua figliuola, senza mangiare.
- Miserie! - disse il Commissario.
- Ce n'è da per tutto; ma in mare paion più tristi.
Intanto, guardando abbasso, proprio sotto il palco di comando, io avevo fatto una scoperta maravigliosa, una delle più belle figure che avessi mai viste per mare o per terra, vive, dipinte o scolpite, dal primo giorno che giravo il mondo.
Il Commissario mi disse ch'era una genovese.
Sedeva sopra un panchettino, accanto a un vecchio che pareva suo padre, seduto sul tavolato, e lavava il viso a un ragazzetto in piedi, che aveva l'aria d'un suo fratello.
Era una ragazza grande, bionda, con un viso ovale d'una regolarità e purezza di lineamenti angelici, d'occhi grandi e chiari, bianchissima; perfetta del corpo, eccettuate le mani, un po' troppo lunghe; vestita d'un giubbino bianco svolazzante e d'una gonnella azzurra, che parea che stringesse due cosce di marmo.
Dal vestito, benché pulitissimo, si vedeva ch'era povera; e aveva una dignità tutta signorile; ma mista a un'apparenza così ingenua, a una grazia così semplice d'atteggiamenti e di mosse, che non stonava con l'umiltà del suo stato.
Dava l'idea d'una bambina di dieci anni che fosse cresciuta così in pochi giorni.
Parecchi passeggieri, intorno, la guardavano, e altri, passando, si voltavano a darle un'occhiata.
Ma per tutto il tempo che rimanemmo a guardarla, non girò una volta gli occhi intorno, non diede mai il minimo segno d'accorgersi che l'ammirassero, e il suo viso mantenne una tranquillità così immobile, così trasparente, direi quasi, da rendere impossibile anche il più vago sospetto che quel contegno fosse un artificio.
Ed era così diversa in tutto dalla folla circostante, che sembrava solitaria in mezzo a uno spazio libero, benché la gente la premesse da ogni parte.
In che modo si trovava là quel miracolo gentile? E la sua fama doveva già essere grande a bordo, perché a un dato momento vedemmo affacciarsi a un finestrino, e guardarla con l'aria di un ammiratore abituale, nientemeno che il cuoco della terza classe, con tanto di berretta bianca, un faccione rosso e brusco, d'una straordinaria alterigia, sul quale appariva la coscienza di esser per gli emigranti il più importante personaggio del piroscafo, riverito, temuto, corteggiato come un imperatore.
E anche costei, disse scotendo il capo il Commissario, senza volerlo, mi darà da pensare.
- E prevedeva un viaggio scellerato.
Ma se qualche cosa poteva far sorridere, lo spettacolo, tutt'insieme, stringeva l'anima.
Certo, in quel gran numero, ci saranno stati molti che avrebbero potuto campare onestamente in patria, e che non emigravano se non per uscire da una mediocrità, di cui avevano torto di non contentarsi; ed anche molti altri che, lasciati a casa dei debiti dolosi e la reputazione perduta, non andavano in America per lavorare, ma per vedere se vi fosse miglior aria che in Italia per l'ozio e la furfanteria.
Ma la maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l'artiglio della miseria.
C'eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l'anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull'altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell'acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l'inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre nell'ossa, sull'acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido.
C'erano anche di quei contadini del Pavese che, per vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, e non potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d'ogni anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte.
C'erano molti di quei Calabresi che vivon d'un pane di lenticchie selvatiche, somigliante a un impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime crude delle sulle, come il bestiame, e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono col maiale e con l'asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino, rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in tutto l'anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali.
E c'erano pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l'anno debbon mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri d'una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento.
C'era in fine un buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da una gravezza di imposta unica al mondo in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che "non potrebbero nemmeno vivere igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge." Tutti costoro non emigravano per spirito d'avventura.
Per accertarsene bastava vedere quanti corpi di solida ossatura v'erano in quella folla, ai quali le privazioni avevano strappata la carne, e quanti visi fieri che dicevano d'aver lungamente combattuto e sanguinato prima di disertare il campo di battaglia.
Non giovava nemmeno, per scemar la pietà, addurre l'antica accusa di mollezza e d'accidia lanciata dagli stranieri ai coltivatori della terra italiana: accusa caduta da un pezzo davanti a una solenne verità, dagli stranieri stessi proclamata, che così nel mezzogiorno che nel settentrione essi prodigano tanto sudore sulla gleba che non sarebbe possibile di più, e più che proclamata, provata dai cento paesi che li chiamano e li preferiscono.
La pietà era loro dovuta intera e profonda.
E mettevano più pietà, se si pensava a quanti di loro avevan già forse in tasca dei contratti rovinosi, stretti con gli incettatori che fiutano la disperazione nelle capanne, e la comprano; a quanti sarebbero stati afferrati all'arrivo da altri truffatori, e sfruttati tirannicamente per anni; a quanti altri forse portavano già nel corpo, da troppo tempo mal nutrito e fiaccato dalle fatiche, il germe d'una malattia che li avrebbe uccisi nel nuovo mondo.
E avevo un bel pensare alle cagioni remote e complesse di quella miseria, davanti alla quale, come disse un ministro, "ci troviamo altrettanto addolorati che impotenti", all'impoverimento progressivo del suolo, all'agricoltura trasandata per la rivoluzione, alle imposte aggravate per necessità politica, alle eredità del passato, alla concorrenza straniera, alla malaria.
Mio malgrado, mi risonavano in mente, come un ritornello, quelle parole del Giordani: il nostro paese sarà benedetto quando si ricorderà che anche i contadini sono uomini.
Non mi potevo levar dal cuore che ci avevano pure una gran parte di colpa, in quella miseria, la malvagità e l'egoismo umano: tanti signori indolenti per cui la campagna non è che uno spasso spensierato di pochi giorni e la vita grama dei lavoratori una querimonia convenzionale d'umanitari utopisti, tanti fittavoli senza discrezione né coscienza, tanti usurai senza cuore né legge, tanta caterva d'impresari e di trafficanti, che voglion far quattrini a ogni patto, non sacrificando nulla e calpestando tutto, dispregiatori feroci degli istrumenti di cui si servono, e la cui fortuna non è dovuta ad altro che a una infaticata successione di lesinerie, di durezze, di piccoli ladrocini e di piccoli inganni, di briciole di pane e di centesimi disputati da cento parti, per trent'anni continui, a chi non ha abbastanza da mangiare.
E poi mi venivano in mente i mille altri, che, empitisi di cotone gli orecchi, si fregan le mani, e canticchiano; e pensavo che c'è qualche cosa di peggio che sfruttar la miseria e sprezzarla: ed è il negare che esista, mentre ci urla e ci singhiozza alla porta.
Avrei voluto discendere fra quella gente e parlar con qualcuno; ma mi parve meglio aspettare un giorno che ci fosse meno folla.
Per liberarmi dai pensieri sconfortanti, andai a passare un'ora sulla piazzetta, uno spazio che era dalla parte sinistra del piroscafo, compreso tra il castello centrale e il cassero di poppa; al quale avevan dato il nome di piazzetta perché, aprendosi lì le porte del salone, della sala da fumare e della dispensa, vi si formavano ogni momento dei crocchi di passeggieri, e il luogo essendo riparato dai venti alisei che soffiavano in poppa, ci venivano delle signore a ricamare o a leggere.
E in fatti gli davan una cert'aria di piazzetta da palco scenico i camerini che v'eran da un lato, simili alle casette mobili delle scene, con le loro finestre a persiane, e il passaggio coperto che vi sboccava, come una strada pubblica.
Lì si andava a vedere il cammino fatto e i gradi di longitudine e di latitudine, scritti ogni giorno sopra una lavagnina, appesa alla porta del salone; ci venivano per solito gli ufficiali a prendere l'altezza del sole, e ci affluivano le prime notizie della piccola cronaca quotidiana.
Era un cantuccio dove si fumava il sigaro con piacere, come davanti a un caffè, con una certa illusione d'esser a terra, e di far vita cittadina.
Qualche volta vi cascava uno spruzzo d'acqua improvviso, che innaffiava i ricami e i libri alle signore, e queste scappavano; ma ritornavan poco dopo.
E là, nei primi giorni, avevan fatto conoscenza fra loro la maggior parte dei passeggieri.
Quando v'arrivai, quella mattina, mi si presentò da sé, con disinvoltura simpatica, un passeggiere, al quale non avevo quasi badato fino allora, e che doveva esser poi la mia compagnia più piacevole fino alla fine del viaggio.
Era un torinese, agente di una casa bancaria di Genova, il quale andava all'Argentina quasi ogni anno; uno di quegli uomini che si danno a conoscere a fondo in un'ora: una figura di brillante comico, vestito bene, bianco di capelli e nero di baffi, con un viso serio che faceva ridere, degli occhi di scolaretto, un cervello pieno di bubbole, un buon umore inalterato e una parlantina facilissima; un poco toscaneggiante, ma senz'affettazione; tormentato da una curiosità di comare, non occupato d'altro che della gente che aveva intorno, e accorto e perseverante come un vecchio poliziotto a indagare e a scoprire i fatti di tutti, e abilissimo a cavarne materia di spasso per sé e per gli altri, senza destar mai la diffidenza di alcuno.
Egli conosceva vita e miracoli di parecchi passeggieri, coi quali aveva già fatto una o due volte la traversata dell'oceano; e dopo dieci minuti di conversazione cominciò a domandarmi familiarmente, accennando l'uno o l'altro: - Sa chi è quello lì? Sa chi è quella signora? - Ma io non potei dargli retta subito, perché un altro personaggio attirò la mia attenzione: il tipo di una razza di gente curiosa, che ancora non conoscevo.
Era il mugnaio, che tartassava l'Italia, dondolandosi in mezzo a un crocchio di passeggieri, orgoglioso della sua pancia di nuovo acquisto, come d'un'insegna di signoria.
Era vestito da fattore benestante, e aveva un grosso anello d'oro alla mano destra: l'occhio falso, il naso petulante, la bocca vanitosa.
Dal viso e dal discorso s'indovinava l'antico emigrante spiantato, il quale, fatta fortuna, ma rimasto ignorante, crede, ritornando al suo paese, di non aver che a mostrare la borsa e sdottorare davanti alla farmacia di luoghi e di cose lontane, mescendo spacconate e bugie, per farsi eleggere consigliere e nominar sindaco, e montar sul collo dei suoi compaesani, ch'egli si figura rimminchioniti, perché non si son mossi da casa.
Quello lì aveva certo avuto un solenne disinganno, e toccato delle scottature all'amor proprio, che gli dovevano ancor bruciare fieramente, sotto alla giovialità grossolana che ostentava.
Tre mesi, diceva, gli eran bastati a persuadersi che l'aria del suo paese non faceva più per lui.
Dopo vent'anni aveva creduto di trovarvi una trasformazione, un progresso: v'aveva ritrovate invece le idee d'una volta, tutti i vecchi pregiudizi, la vita gretta e una maledetta trucia! Cento cani intorno a un osso, quando c'era un osso poi nessuna iniziativa negli affari, un andare in tutte le cose coi piedi di piombo, in mezzo a mille impacci, una diffidenza d'avari fradici, una mancanza assoluta di caballerosidad.
E dicendo questo, tirava delle occhiate di traverso agl'italiani vicini a lui, come compiacendosi di ferirli nell'orgoglio nazionale.
Ma bisognava sentire che vocabolario: era il primo saggio ch'io intendevo della strana lingua parlata dalla nostra gente del popolo dopo molti anni di soggiorno nell'Argentina, dove, col mescolarsi ai figli del paese, e a concittadini di varie parti d'Italia, quasi tutti perdono una parte del proprio dialetto e acquistano un po' d'italiano, per confonder poi italiano e dialetto con la lingua locale, mettendo desinenze vernacole a radicali spagnuole, e viceversa, traducendo letteralmente frasi proprie dei due linguaggi, le quali nella traduzione mutan significato o non ne serban più alcuno, e saltando quattro volte, nel corso di un periodo, da una lingua all'altra, come deliranti.
Trasecolando gli udii dire si precisa molta plata per "ci vuol molto danaro", guastar capitali per "spender capitali", son salito con un carigo di trigo per "son partito con un carico di grano".
E in quest'orribile gergo tirava via a dar addosso alla Camera dei Deputati, al governo atrasado (rimasto addietro), al popolo di mendìgos, e perfino ai monumenti d'arte, dicendo che, nel ripassare per Milano, aveva trovato il Duomo molto più piccolo di come l'aveva nella mente.
Magnificava invece la bellezza delle pianure americane, facendo un gesto largo e goffo di paesista briaco.
Ma poi ricadeva sempre sull'Italia con un intercalare che doveva aver preso nelle cronachette dei giornali di provincia: - Medio evo, medio evo.
L'agente di cambio che lo stava a sentire con me, ridendogli in faccia, e che aveva esperienza di quella razza di patriotti, mi disse che, quando erano in America, giocavano al gioco opposto, ossia si lagnavan di tutto, facendo leva al proprio orgoglio della patria lontana, appetto alla quale giudicavan incivile, ignorante, disonesto il paese da cui erano ospitati, e in cui s'erano fatti d'oro.
Ma, di punto in bianco, troncò quel discorso per dirmi che aveva scoperto un amenissimo originale nell'equipaggio, un vecchio marinaio gobbo, preposto alla vigilanza dei dormitori delle donne; ufficio delicatissimo, che richiedeva nell'impiegato non solo la guarentigia d'un'età arcimatura, ma quella della mancanza assoluta di qualsiasi pregio estetico della persona, che potesse toccare un cuore femminile.
Questo piccolo gobbo canuto, che doveva separare i due sessi la sera, e badare la notte che nessuna donna uscisse dai dormitori, era un impasto bizzarro di filosofo e di buffone, che spifferava continue sentenze sulle donne, tormento della sua vita, con una solennità predicatoria e qualche volta con dei giri di parole così difficili, che non si capiva affatto quel che volesse dire.
Io avrei dovuto interrogarlo, che mi ci sarei divertito infinitamente.
- E quest'altro, - mi domandò - l'ha notato? - E mi accennò il bel cameriere impomatato di prima classe, che passava con un vassoio in mano, girando lo sguardo languido sulle signore.
Quello era una specie di Ruy Blas marino, che mirava in alto, e si studiava in tutti i modi di far capire che dell'umiltà della sua condizione sociale era consolato a bordo da miracolose e misteriose fortune; e intanto sultaneggiava fra le due cameriere, una genovese frolla e una veneta fresca, che si mangiavano il fegato dalla gelosia, e si scanagliavano ogni mattina nei corridoi, con la cuffia per traverso e le mani sui fianchi, lasciando scampanellar le signore.
In quel momento ci passò davanti un passeggiere, il genovese che a tavola sedeva alla destra del Comandante, un onesto bofficione di cinquant'anni, con un occhio solo e una barba di crino di spazzola; e, passando, fece all'agente un atto della mano, che non compresi.
Poi salì sul cassero.
Domandai che cosa quell'atto volesse dire.
- Vuol dire - mi rispose l'agente - che oggi a desinare ci saranno i maccheroni al sugo.
- E mi abbozzò il ritratto di quel signore.
Era un negoziante agiato, stabilito a Buenos Ayres, - un infelice come se ne trovan tanti, che, pure godendo a bordo d'un'ottima salute, non possono né discorrere, né leggere, né pensare, e s'annoiano in un modo inimmaginabile, d'una noia che li sgomenta, li tortura, li uccide.
Quello là, per sollevarsi un poco, s'era dedicato alla gastronomia, a cui per natura tendeva; aveva fatto relazione col cuoco; era il primo a saper la mattina che cosa si sarebbe mangiato la sera, e ne portava in giro la notizia; entrava venti volte al giorno in cucina, stava a veder pelare i polli, discorreva con gli sguatteri, visitava i forni, bazzicava col pasticciere e con l'oste di prua, scendeva nei magazzini dei viveri, beveva dieci bicchierini di vermouth per far venire l'ora del desinare, e parlava poco, ma non d'altro che di pappatoria, e quando non s'occupava di questa, stava delle ore nella sua cuccetta, con le mani incrociate dietro la nuca, con gli occhi sbarrati, come un ipnotizzato, tirando degli sbadigli da leone, enormi e lamentevoli, l'un sull'altro, senza interruzione, da far pensare (ammessa la fede di non so che popolo, che ad ogni sbadiglio esca dalla bocca dell'uomo l'anima d'un antenato) ch'egli avesse già esalata fin l'anima di padre Adamo.
- Conosce altri? - domandai.
- E come no? - (Pretto argentino.
Y como noo? cantato: tutti gli italiani se lo appropriano.) Ma questa volta, trattandosi di persone molto vicine a noi, abbassò la voce, e mi disse nell'orecchio che guardassi nell'angolo della piazzetta, a sinistra.
Fra le signore, ce n'era una di quarant'anni, di occhi grandi e scrutatori, smorticcia, vestita elegantemente: un viso singolare, che, visto un po' di lontano, quando sorrideva, mostrando i bei denti bianchi, pareva bello e buono, e andava a genio; ma, ad avvicinarsi, vi si vedeva come saltar fuori dei tratti duri, delle piccole rughe cattive, e una di quelle bocche amare di ambiziosi delusi e d'invidiosi, che rivelano l'abito d'una maldicenza spietata.
Accanto a lei stava seduta una seccherella di ragazza, dell'apparenza d'una quindicina d'anni, d'un biondo slavato, col vestito corto: un viso che non diceva nulla, chino sul ricamo.
La signora leggicchiava un libro, ma alzando lo sguardo pronto ed acuto ad ogni passo, ad ogni parola che sentisse intorno a sé, vicino o lontano.
Erano madre e figliuola, mi disse l'agente; avevano fatto il viaggio con lui l'anno scorso sul Fulmine: la madre aveva condotta la figliuola a perfezionarsi nel pianoforte in Germania: nate in Italia, oriunde spagnuole, stabilite nell'Argentina.
La madre aveva una lingua da tanaglie, capace di far nascere un subbuglio in un piroscafo, rosa a tal segno dalla gelosia dei cenci, che ogni nuovo vestito di signora che apparisse a bordo, le era come un colpo di navaja nel fianco.
- E che le pare della figliuola? Non mi pareva nulla: una figura di educanda cresciuta male, senza sangue in corpo, da baloccarsi ancora con le bambole.
- Ah! che granchio! - esclamò l'agente - mi scusi.
- E mi tirò dall'altra parte della piazzetta per parlar più libero.
Quel piccolo crostino a cui nessuno badava era un vero soggetto psichiatrico, da dar a studiare agli alienisti.
Nel viaggio dell'anno prima, sul Fulmine, c'era uno degli ufficiali di bordo, suo amico, un bel giovane, che discorreva qualche volta con la madre, e che in tutto il viaggio non aveva forse scambiato venti parole con quell'acqua cheta bruttina, dalla quale era guardato con l'occhio della più tranquilla indifferenza.
Ebbene, lì dentro s'era acceso uno di quegli amori violenti che divampano solamente a bordo, nel silenzio del camerino, in mezzo alla solitudine dell'oceano, dove le anime s'aggrappano qualche volta alle anime con la rabbia con cui s'avvinghiano i naufraghi alle tavole galleggianti.
Appena sbarcate a Genova, la signora e la ragazza erano partite per la Germania, e l'ufficiale aveva ricevuto il dì dopo una lettera di otto pagine piene d'una passione così furibonda, di frasi così roventi; ma che frasi! grida d'amore da far fremere, un tu brutale ad ogni riga, cascate d'aggettivi insensati, parole ch'eran morsi, baci e singhiozzi, un linguaggio incredibile e irripetibile, - a tredici anni! e misti a questa lava molti spropositi grammaticali e ortografici, e in mezzo a due fogli...
dei capelli.
E guardandomi fisso, soggiunse: - Dei capelli.
Ma Dio sa do-ve ave-va la te-sta quando se li era tagliati! Ha capito? - È da notarsi: una lettera senza indirizzo per la risposta, una lettera senza secondo fine, dunque, non altro che uno sfogo irrefrenabile dell'anima e del corpo martoriati da venti giorni di silenzio e d'impostura.
Io tornai a guardar la ragazza, e mi scappò detto: È impossibile! - Ma l'agente fece un gesto, come se avessi negato la luce del sole.
Era vero.
E con questo?...
Un documento umano.
Ecco tutto.
Mentre egli diceva questo, s'avvicinava il garibaldino, che veniva da prua.
Quando mi passò accanto, mi scappò di domandargli: - È stato fra gli emigranti? - così, per simpatia.
Egli parve stupito che gli rivolgessi la parola e accennò di sì, soffermandosi, ma di fianco, come chi vuol fare un discorso corto.
L'agente, che doveva indovinare in quel signore un'antipatia istintiva per gli uomini della sua indole, si tirò in disparte.
Ridomandai: - Ha visto quei poveri contadini?
- I contadini -, rispose lentamente, guardando il mare -, sono embrioni di borghesi.
Non afferrai subito il suo concetto.
- Hanno il solo merito -, continuò, senza guardarmi -, di non mascherarsi con la rettorica patriottica e umanitaria.
Del resto...
lo stesso egoismo di belve addomesticate.
Il ventre, la borsa.
Nemmeno l'ideale della redenzione della loro classe.
Ciascuno vorrebbe veder più miserabili tutti, pur di campar lui meglio di prima.
Tornino gli Austriaci, ma ad arricchirli, saran con loro.
- E soggiunse, dopo una pausa: - Facciano buon viaggio.
- Eppure - osservai quando sono in America, ricordano e amano la patria.
Egli s'appoggiò al parapetto, rivolto al mare.
Poi rispose: - La terra, non la patria.
- Non credo, - risposi.
Egli scrollò le spalle.
Poi, senza preamboli, col tuono di chi parla per liberarsi una volta per sempre da un importuno, più che per bisogno di confidarsi a lui, aperse l'animo suo con poche parole rapide e secche.
Nemmeno lui rimpiangeva la patria, infine.
Essa era riuscita troppo al di sotto dell'ideale per cui s'era battuto.
Un'Italia di declamatori e d'intriganti, appestata ancora di tutta la cortigianeria antica, idropica di vanità, priva d'ogni grande ideale, non amata né temuta da alcuno, accarezzata e schiaffeggiata ora dall'uno or dall'altro, come una donna pubblica, non forte d'altro che della pazienza del giumento.
Dall'alto al basso non vedeva che una putrefazione universale.
Una politica disposta sempre a leccar la mano al più potente, chiunque fosse; uno scetticismo tormentato dal terrore segreto del prete; una filantropia non ispirata da sentimenti generosi degli individui, ma da interessi paurosi di classe.
E nessuna salda fede, nemmeno monarchica.
Dei milioni di monarchici, incapaci di difendere prodemente, a un bisogno, la loro bandiera, pronti a mettersi a pancia a terra davanti al berretto frigio, appena lo vedessero in alto.
Una passione furiosa in tutti d'arrivare, non alla gloria, ma alla fortuna; l'educazione della gioventù non rivolta ad altro; ciascuna famiglia mutata in una ditta senza scrupoli, che batterebbe moneta falsa per far strada ai figliuoli.
E le sorelle incamminate per la via dei fratelli, perdendosi di giorno in giorno nella educazione e nella vita della donna ogni spirito di poesia e di gentilezza.
E mentre l'istruzione popolare, una pura apparenza, non faceva che seminare orgoglio e invidia, cresceva la miseria e fioriva il delitto.
Metà degli uomini che avevan data la vita per la redenzione dell'Italia, se fossero risuscitati, si sarebbero fatti saltare le cervella.
Detto questo, voltò il capo dall'altra parte.
- Questa non è la verità -, gli dissi.
- Dei disinganni che ci furon per tutti, siamo stati causa noi stessi, immaginandoci che la liberazione e l'unificazione d'Italia avrebbe prodotto un'immediata e completa rigenerazione morale, ed estirpato miracolosamente la miseria e il delitto.
Non confrontiamo lo stato presente con l'ideale, da cui tutti i popoli sono presso a poco egualmente lontani: confrontiamolo col passato.
Questo era così obbrobrioso e orrendo, che il solo fatto d'esserne usciti, in qualunque modo, ci deve confortare di tutto.
Non mi rispose.
Gli domandai se andava all'Argentina, se ci aveva dei parenti.
Andava all'Argentina, e non ci aveva nessuno.
Allora osservai per la prima volta che aveva una cicatrice dietro l'orecchio, profonda, come d'una ferita di palla di pistola.
Gli domandai se aveva fatto la campagna del sessantasei, non parendomi, per l'età, che potesse aver fatto quella del sessanta.
Aveva fatto anche questa, a sedici anni.
Gli domandai, guardandolo con attenzione, se era stato ferito.
- Mai, - rispose, naturalmente.
Ma nello stesso punto si voltò all'improvviso, e sorprendendomi a guardarlo dietro l'orecchio, mi diede un rapido sguardo indagatore, arrossendo leggermente alla sommità delle guance, mentre gli passava negli occhi un lampo di dispetto.
Poi, accigliato, si voltò da capo a guardare l'orizzonte, con un atto brusco che voleva dire chiaramente: - Mi lasci stare.
Ma quello sguardo m'aveva rivelato un segreto della sua vita: un momento terribile, a cui era stato certo condotto da lunghe amarezze, e dopo un grande mutamento seguito a poco a poco nell'anima sua, la quale doveva esser stata un tempo sana e piena di forza feconda come il suo bel corpo di soldato e d'atleta.
Ed era morto ogni entusiasmo, e forse anche ogni affetto in lui; ma lo scetticismo in cui era caduto, non era ignobile, perché soffriva, e amava ancora il bene in cui non sperava più: erano rovine, ma d'un edifizio d'oro.
Compresi, peraltro, che non sarebbe mai entrato in relazione né con me né con altri, e lo lasciai solo, a guardare il mare.
E andai a guardarlo anch'io, dall'altra parte, poiché dal giorno della partenza non ci si era ancora mostrato così: tutto a belle onde allegre, che venivan su morbide e lucide di cento sfumature verdi e azzurre di cristallo, di velluto, di raso, sormontate di ciuffi e di pennacchi d'argento e di criniere bianche arricciate, e di mille piccole iridi brillanti a traverso a un polverio finissimo di gocciole, su cui si levavano qua e là degli spruzzi candidi altissimi, che eran come le grida di gioia di quella folla danzante al sole, sotto le carezze dell'aliseo.
Si vedeva l'onda gonfiarsi quasi fino all'altezza dell'opera morta, e svanire ad un tratto, come una minaccia che si risolvesse in ischerzo, e poi daccapo sollevarsi, come per dire una parola, e risedere indispettita di non poterla dire, per dar luogo ad altre onde che accorrevano, ci guardavano, e sparivano anch'esse, col loro segreto.
E si sarebbe rimasti per ore a contemplare quel formarsi e dissolversi continuo di catene di monti nevosi, di valli cupe, di province solitarie e fantastiche, formate, disperse, rifatte, scompigliate come la faccia d'un mondo dal capriccio d'un Dio.
Ma quel ribollimento era intorno a noi solamente: lontano, tutt'in giro, il mare era come immobile, d'un azzurro ridente, e tutto picchiettato di macchiette bianche, che parevan le vele di una flotta infinita che ci accompagnasse.
SIGNORI E SIGNORE
Con un gazzettino vivente com'era quell'agente bancario, non tardai a conoscere, anche senza volerlo, quasi tutti i passeggieri di prima.
La mattina seguente egli mi si venne a mettere accanto a tavola, al posto dell'avvocato, che non s'era levato da letto.
Ogni giorno egli faceva una mezza dozzina di conoscenze nuove.
La sera avanti aveva attaccato conversazione con gli sposi, che occupavano il camerino accanto al suo, ed essendosi accorto ch'eran così timidi e impacciati davanti alla gente, si proponeva di stuzzicarli un poco.
Appena seduto, domandò allo sposo, che gli era seduto di faccia, se aveva riposato bene.
Quegli rispose bene, grazie, guardandolo con occhio inquieto.
- Eppure -, disse l'altro con l'aria più naturale del mondo, fissando lui e lei, - mi è parso che questa notte il mare fosse agitato.
- I vicini sorrisero, e quelli, arrossendo tutti e due, si misero a osservare le posate con attenzione profonda.
Ma l'agente non mostrò d'avvedersene.
E attaccò il lucignolo subito, parlando piano e spedito, senza far però meno onore alla cucina del Galileo.
Il prete lungo era un napoletano, stabilito da circa trent'anni nell'Argentina, dove ritornava dopo un breve viaggio in Italia, fatto, diceva (ma era dubbio), per vedere il Papa.
Gli aveva inteso raccontar la sua storia una sera.
Era andato all'Argentina senza camicia, aveva fatto il parroco nelle colonie agricole nascenti, in varii Stati della Repubblica, in terre quasi disabitate, dove andava a portare il viatico a cavallo, galoppando per notti intere, col santissimo Sacramento a tracolla e la rivoltella alla cintura, e diceva d'esser stato più volte assalito e d'essersi difeso a rivoltellate, e che anche si era dato il caso di viaggiatori, i quali, incontrandolo al lume della luna, atterriti dalla sua gigantesca ombra nera, s'erano dati alla fuga.
Si capiva che doveva aver curato altrettanto la borsa propria che l'anima altrui, facendosi pagar matrimoni e sepolture a prezzi d'affezione, tant'è vero che si vantava francamente d'aver messo insieme un buon gruzzolo, e non parlava d'altro che di pesos e di patacones, con un certo giro inquietante della mano a ventarola, e con un accento di Basso porto, che trent'anni di parlata spagnuola non eran riusciti ad alterare.
Del tenore sapeva poco: doveva avere una bella voce, ma un po' di gatto scorticato: del resto, il solito pavone in corpo: fin dal primo giorno andava mostrando ai passeggieri un giornale logoro, con un articoletto di cronaca teatrale, in cui erano sottolineate le parole: quest'artista possiede la chiave del cuore umano; e quella chiave del cuore diceva l'agente che lo faceva pensare a quella di casa dei suoi uditori; ma si poteva anche ingannare.
Credeva che stesse preparando un concerto vocale e istrumentale per la sera del passaggio dell'equatore.
Conosceva meglio la signora bionda dalle calze nere, svizzera italiana, moglie d'un italiano, professore non sapeva di che a Montevideo: aveva fatto con lei il viaggio da Genova in America due anni prima.
Una amabilissima creatura, buona come il pane, un cervello di passero, bella e ignorante come una dalia, una vera fanciullona di trent'anni, a cui la condizione degli uomini soli in un lungo viaggio di mare ispirava un sentimento di pietà amorosa e coraggiosa.
In dieci anni, rifacendo ogni tanto una scappata in patria, essa aveva già rallegrato del suo riso infantile e consolato della sua dolce pietà sette o otto piroscafi, e godeva d'una certa celebrità simpatica presso le società di navigazione.
Nel viaggio di due anni avanti, fra l'altre, le era seguita un'avventura comica con un deputato argentino, il quale si trovava appunto con noi, per caso, sul Galileo.
Costui, che era un signore faceto e amabile, ma assestato e intollerantissimo del disordine nelle cose sue, occupava un camerino sopra coperta.
Ora mentre egli giocava nel salone o passeggiava a prua, la signora e una sua amica avevano preso l'abitudine d'andargli a metter tutto sottosopra per farlo poi ammattire a riordinare.
E il gioco era riuscito bene parecchie volte.
Ma un giorno essendosi arrischiata sola la svizzerella a fare il solito arruffio, era sopraggiunto all'impensata l'argentino e, montato sulle furie, aveva chiuso l'uscio del camerino per obbligarla a rimettere ogni cosa al suo posto.
Senonché le cose spostate essendo molte, il lavoro di riordinamento era durato un pezzo, e levatasi in quel frattempo una burrasca per effetto d'un colpo di vento improvviso, la signora aveva dovuto rimaner chiusa là dentro per varie ore, mentre di sotto, pei corridoi, il marito spaventato la chiamava da ogni parte ad alte grida, e voleva che si gettasse una lancia in mare per ripescarla, senz'accorgersi della ridente commiserazione che lo circondava.
Nondimeno tutto era finito senza guai.
Ma in questo viaggio pareva che il signore e la signora non dessero segno di conoscersi.
Io mi voltai a guardar lui, in fondo alla tavola: era un bruno tra i trentotto e i quaranta, di profilo energico, con l'occhialetto: una faccia d'uomo, infatti, da non permettere che gli si violasse impunemente il domicilio.
Quanto al marito professore, disse l'agente, era un bel capo: appassionato, sebbene avesse una faccia più letteraria che scientifica, per gli studi di meccanica nautica: passava le giornate in grevi meditazioni davanti alla macchina, ai timoni, ai verricelli, a ogni più piccolo ordigno del piroscafo, facendosi dare dagli uffiziali delle spiegazioni minute, che andava poi a ripetere a prua, per il gusto di sbocconcellare al popolo il pane della scienza, mentre altri gli addentava il suo a poppa.
Ma in quel momento io stavo osservando, accanto all'argentino, un signore biondo slavato, con due favoriti che parevan due salici piangenti di capelli, come quei che si vedono nelle vetrine dei parrucchieri; il quale girava intorno degli occhi di pesce sospettosi, e non parlava a nessuno.
Domandai all'agente se sapeva chi fosse.
Oh! un bel caso.
Si sospettava che fosse un ladro fuggitivo.
Ne correva la voce sul Galileo.
Era un francese.
Non si sapeva quale dei passeggieri, leggendo il Figaro arrivato a Genova il giorno stesso della partenza, aveva creduto di riconoscere una maravigliosa rassomiglianza fra quella faccia strana e diffidente, e certi connotati che dava il giornale parigino di un cassiere di non so quale casa bancaria di Lione, scappato tre giorni prima, lasciando un vuoto di macchina pneumatica.
Egli avrebbe fatto delle investigazioni: alla peggio, sperava di scoprire il segreto all'arrivo, quando fosse salita a bordo la polizia.
Della coppia matrimoniale che sedea dirimpetto a costui, non aveva ancora chiesto informazioni: erano i miei due vicini di camerino, quelli della spazzola: la signora, sulla quarantina, piccoletta, con due occhi freddi, e un perpetuo sorriso forzato sulle labbra sottili; non brutta, ma di quelle persone a cui l'animo ha guastato il viso, le quali, a primo aspetto, ispirano ripugnanza per cagion del male che debbono fare agli altri, e compassione per quello che debbono soffrire esse medesime: il marito, una figura di maggior di cavalleria in riposo, d'animo forte, pareva; ma domato da una natura più forte della sua, e logorato da un'afflizione sorda e immutabile.
Non si parlavano mai, come se non si conoscessero, e non erano mai insieme, fuorché a tavola; ma il mio vicino aveva osservato che lei saettava a lui delle terribili occhiate di traverso, quando le pareva che fissasse qualche signora: all'affetto morto era sopravvissuta la gelosia dell'orgoglio.
Una coppia male accoppiata, insomma, come due forzati stretti da una catena, fra i quali ci doveva essere un'avversione profonda, e un mistero.
Quello che conosceva meglio di tutti era il comandante: bravo marinaio, rozzo e irascibile, possessore d'un vocabolario maravigliosamente ricco di sacrati e d'ingiurie genovesi, che prodigava al basso personale dell'equipaggio: vere litanie d'improperi, condotte con un crescendo di effetto irresistibile; e altero della vigoria dei suoi pugni, dei quali s'era molto servito durante i suoi vent'anni di onorato comando.
Aveva una fissazione, quella d'una severità assoluta in fatto di morale.
Porcaie a bordo no ne véuggio.
- Non voglio porcherie a bordo - era il suo intercalare.
Voleva il bastimento casto come un monastero, e credeva d'ottenerlo.
All'occasione dava delle lezioni memorabili.
In uno degli ultimi viaggi, avendo scoperto una sera che due passeggieri di diverso sesso, non legati né dal codice né dalla chiesa, erano addormentati in un camerino di coperta, egli aveva fatto inchiodare una grand'asse a traverso all'uscio, e ce l'aveva lasciata fino a che i due, il dì seguente, morsi dalla fame, dopo aver picchiato furiosamente, erano stati costretti a uscire coram populo, mëzi morti da-a vergêugna.
Ma aveva rischiato d'ammalare dalla rabbia nell'ultima traversata, portando da Buenos Ayres a Genova un'intera compagnia lirica, e un corpo di ballo di cento e venti gambe; a tener a segno le quali non ci sarebbero stati sul piroscafo abbastanza assi né chiodi; e tutta la sua eloquenza minacciosa nella lingua del scì non aveva impedito che il Galileo si convertisse in un paradiso maomettano, filante dodici miglia all'ora.
In condizioni ordinarie, peraltro, quando non era soverchiato dal numero e dall'audacia del nemico, era rigoroso al punto da non tollerare nemmeno un corteggiamento discreto.
Ma si vantava di far stare tutti a segno senza mancare menomamente alle leggi della cortesia, di saper dir tutto a tutti senza offendere.
Quando un passeggiere si stringeva troppo intorno a una signora, egli lo chiamava in disparte, e gli diceva rispettosamente: - Mi scusi, lei comincia a diventar nauseante (angoscioso).
Porcaie a bordo no ne vêuggio.
Del rimanente, un galantuomo.
Il vecchio maestoso che gli stava accanto - l'Hamerling -, era un chileno, un gran signore, chiamato a bordo quello che fa forare una montagna, perché aveva fatto quel po' di viaggio dal suo paese (trentacinque giorni di mare) per andare a comprare delle perforatrici in Inghilterra, non trattenendosi in Europa, dallo sbarco all'imbarco, che due settimane precise.
Serio, come sono i chileni in generale, e di modi aristocratici, aveva bazzicato nei primi giorni la brigata degli argentini; ma questi avendolo punto in una disputa sull'eterna questione dei confini meridionali delle due repubbliche, egli se n'era scostato, e non parlava più che col comandante e col prete.
Altri non conosceva, per il momento, il mio vicino.
Ma andava spiando un giovane toscano sbarbatello e azzimato, seduto a tavola davanti alla moglie del professore, addosso alla quale lasciava gli occhi, assorto a tal segno che qualche volta gli rimaneva la forchetta per aria, a mezza via tra il piatto e la bocca, come colpita anch'essa d'ammirazione.
Costui aveva l'aspetto d'un Don Giovannino affamato, che facesse la prima volata lunga fuori di casa; ma dotato, sotto quell'apparenza di primo amoroso esordiente, d'un'audacia unica; e mentre circuiva la svizzera, che doveva aver conosciuto a terra, faceva ogni momento delle escursioni a prua, fiutando l'aria come un poledro stallino, la sera in special modo, con molto rischio di farsi spolverare dagli emigranti i panni attillati, ch'ei cambiava due volte al giorno.
Ciò dicendo, l'agente fece rotolare un'arancia fin quasi sul piatto dello sposo, e tese improvvisamente la mano, dicendo: - Favorisca...
- Povero sposo! Proprio in quel momento, approfittando della solita confusione d'ogni fin di pasto, egli lasciava spenzolare il braccio destro sotto la tavola, mentre la sposa teneva nascosto nello stesso modo il braccio sinistro: alla improvvisa domanda, le due mani risalirono vivamente sopra la mensa, separate, è vero, ma troppo tardi: la "casta porpora" aveva già tradito il segreto.
- Son troppo felici, - mi disse sotto voce l'agente; - gli voglio amareggiare la vita.
- Poi s'alzò, e mezz'ora dopo, salendo sul cassero, lo vidi sul castello centrale, che discorreva con un prete delle seconde classi.
Ma queste, quasi spopolate, non dovevano offrire gran pascolo alla sua curiosità.
C'eran due preti vecchi che leggevano quasi sempre il breviario; una vecchia signora sola, con gli occhiali verdi, che sfogliava dalla mattina alla sera una raccolta di antichi giornali illustrati, e una famiglia numerosa, tutta vestita a lutto, che formava in mezzo al piroscafo un gruppo nero e triste, immobile per ore intere.
Solamente i due ragazzi più piccoli facevano qualche volta, per il ponte pénsile, una scappata fin sul cassero di poppa, dove la signorina dalla croce nera li carezzava mestamente, con le sue manine affilate d'inferma.
RANCORI E AMORI
Uno spruzzo d'acqua ricevuto in pieno viso la mattina all'alba, nel punto che aprivo il finestrino per respirare, mi fece stare in cuccetta tutto il giorno dopo, con un turbante bagnato intorno al capo, a meditare sulla brutalità del gran padre Oceàno: lo schiaffo era stato così violento e appoggiato bene, che m'aveva mandato a battere della contraccassa del cervello nella parete opposta al camerino, e fatto ricadere stordito, in un lago d'acqua, con la bocca piena di sale.
Per quest'accidente non potei fare che la mattina del nono giorno la mia prima visita agli emigranti.
Ruy Blas, porgendomi dignitosamente il caffè, m'annunziò che il tempo era bello; ma più che il suo decotto, mi svegliò il solito concerto mattutino dei gorgheggi del tenore e del gnaulío del bimbo brasiliano, accompagnati dalle note del pianoforte, che doveva esser sonato da quel bel tometto della signorina della lettera.
Fra questi rumori, mi ferì l'orecchio una discussione concitata che veniva dal camerino accanto, occupato dalla signora della spazzola e da suo marito.
Oh miseria! Non capivo che qualche parola qua e là; ma lo stridore e l'accento di quelle due voci, ferme nella loro concitazione, e animate da un sentimento meno caldo e più tristo dell'ira, rivelavano la consuetudine della disputa nata di nulla, involontaria quasi, come uno straripamento improvviso di pensieri e di sensi maligni, ch'ei lasciassero andare per non morir soffocati.
Il dialogo era rotto da risa sardoniche e da parole tronche, ripetute parecchie volte or dall'uno or dall'altro, sullo stesso tuono, come un ritornello ingiurioso, e da certi: - Taci! Taci! - piuttosto che detti, fischiati, in cui non si distingueva più la voce dell'uomo da quella della donna, e parevan lacerati dai denti.
Era come una lotta sommessa di soffi avvelenati, cento volte più penosa a sentirsi che le percosse e le grida.
Che tremenda cosa quell'odio coniugale dentro a quella segreta, nel mezzo dell'oceano, quelle due creature avviticchiate per mordersi, che portavano da un mondo all'altro l'inferno che le straziava! Tutt'a un tratto tacquero, e pochi minuti dopo, mentre io uscivo, uscivano essi pure, vestiti di tutto punto, e apparentemente impassibili; ma, arrivati alle due scalette che conducevano in coperta, voltarono l'uno a destra l'altro a sinistra, senza guardarsi.
Pel corridoio m'imbattei nel giovine toscano, attillato, che stava in sentinella, e passando davanti all'uscio della signora svizzera, mi parve di veder scintillare al fessolino un occhio azzurro.
Poi m'urtai nell'agente, il quale mi disse ex-abrupto: - Ma sa che quegli sposi mi seccano! - Aveva sentito che la sposa, la sera, diceva le orazioni.
E poi...
mille noie.
Fra le altre cose, a tempo perso, studiavano la grammatica spagnuola: coniugavano dei verbi a mezza voce, interrompendosi a ogni tempo per darsi dei baci.
Giusto la sera avanti aveva inteso un passato remoto insopportabile.
Voleva farsi cambiar di camerino.
E aveva notizie nuove da darmi intorno a nuovi personaggi; ma lo pregai di serbarle a più tardi, e andai difilato a prua, col proposito di mescolarmi cogli emigranti, e di entrare in discorso con loro.
Era l'ora della pulizia, la prua affollata, il cielo chiaro: tutto pareva propizio.
Ma non tardai ad accorgermi che l'impresa era meno facile di quello che credevo.
Mentre passavo in mezzo alla gente seduta, badando a non pestare i piedi a nessuno, m'intesi dire alle spalle: - Largo ai signori! - e voltandomi, incontrai lo sguardo d'un contadino, il quale mi fissò sogghignando con un'aria che confermava arditamente il senso sarcastico dell'esclamazione.
Un poco più in là, avendo steso la mano per carezzare un bambino, sua madre lo tirò a sé con cattivo garbo, senza guardarmi.
Non posso dire la pena che ne provai.
Io non avevo pensato allo stato d'animo in cui era naturale che si trovasse molta di quella gente mentre erano ancora tumultuanti in essa le memorie della vita intollerabile, per troncar la quale avevan deciso di lasciar la patria, e acceso tuttavia il risentimento contro quella svariata falange di proprietari, esattori, fattori, avvocati, agenti, autorità, designati da loro col nome generico di signori, e creduti congiurati tutti insieme ai loro danni, e autori primi della loro miseria.
Per essi io ero un rappresentante di quella classe.
E neppure avevo pensato che dovesse riuscir loro particolarmente odioso, in quello stato d'animo, un abitante di quel piccolo mondo privilegiato di poppa, immagine dell'altro a cui s'eran sottratti; il quale li accompagnava anche sul mare, come un vampiro, che li volesse andare a dissanguare fino in America.
Ciò posto, era impossibile che comprendessero il sentimento rispettoso e benevolo che mi animava, e imprudente l'attaccar discorso così di punto in bianco con alcuno di loro.
Se l'avessi fatto, m'avrebbero creduto mosso da una curiosità crudele di sentir racconti di guai, o preso per un intrigante, per qualche impresario mestatore, imbarcatosi sul Galileo per accaparrar lavoratori di sottomano, senza l'incomodo della concorrenza.
Queste riflessioni fecero cadere improvvisamente tutte le mie speranze.
Allora buttai via il sigaro, e cominciai a girare guardando gli alberi e i cordami, come se non m'occupassi che del piroscafo; ma tendendo l'orecchio.
Molti gruppi fissi s'eran già formati, come accade sempre, fra emigranti della stessa provincia o della stessa professione.
La maggior parte eran di contadini.
E non mi fu difficile di cogliere l'argomento predominante delle conversazioni: il triste stato della classe agricola in Italia; troppa concorrenza di lavoratori, tutta a vantaggio dei proprietari e dei fittavoli; - salari scarsi, - viveri cari, - tasse eccessive, - stagioni senza lavoro, cattive annate, - padroni ingordi, - nessuna speranza di migliorare il proprio stato.
I discorsi, per lo più, avevan forma di racconti: racconti di miserie, di birbonate e d'ingiustizie.
In un crocchio, in cui pareva che dominasse come una nota d'allegria amara, ridevan della rabbia che avrebbero divorata i signori quando si fossero ritrovati senza braccia, costretti a raddoppiare i salari, o a dar le loro terre per un boccone di pane.
- Quando saremo andati via tutti, - diceva uno, - creperanno di fame anche loro.
- E un altro: - Non passa dieci anni, dà fuori la rivoluzione.
- Ma quelli che lanciavan le frasi più arrischiate, parlavan più basso, e dopo aver data intorno un'occhiata, perché temevano molti, come poi seppi, che a bordo ci fosse un servizio segreto di polizia, per conto del Governo.
C'erano dei crocchi di contadini calabresi, con le loro mantelline a cappuccio, e i loro sandali, legati con le zampitte; ma pochi di essi parlavano.
In altri gruppi si discorreva del mare e dell'America: e si riconoscevan facilmente quelli che v'eran già stati, all'attenzione con cui gli altri li stavano a sentire, e alla voce alta, al tono di sicurezza col quale sdottoravano; perché è incredibile quanto possa in molti la vanità anche in quelle angustie, quanto sia forte il prurito di farsi conoscere, di fabbricarsi un piedestallo anche tra quella povera folla, per mostrarsi superiori alla miseria in cui son ridotti e da cui son circondati.
Quelli che udivo parlare più spesso erano i liguri, e quasi si sarebbero riconosciuti, senza sentirli, all'aspetto sicuro, e quasi baldanzoso, derivante dalla coscienza dello spirito commerciale e marinaresco e dei cinquant'anni d'emigrazione fortunata della loro razza: avevan l'aria o se la davano, di trovarsi sul piroscafo a loro agio, come in casa propria.
I montanari, per contro, quasi tutti immobili e taciturni, e come istupiditi dallo spettacolo di quell'immenso piano uniforme, tanto diverso da quello angusto, rotto, intimo delle loro montagne.
Si vedevano poi, tra i moltissimi ritti impalati come automi, o accovacciati come fiere, parecchi di quegli spiriti allegri e leggieri, che le novità e il contatto della folla eccitano come il vino: e questi gironzavano di crocchio in crocchio e rivolgevano la parola da tutte le parti, ridendo alla gente e al mare, come se avessero saputo di trovar dei mucchi d'oro allo sbarco.
E già dalle molte coppie d'uomini e anche di donne che chiacchieravano tranquillamente, seduti l'uno di fronte all'altro, come sull'uscio di casa, fumando o lavorando, si capiva che s'erano strette molte di quelle amicizie di viaggio, alcune delle quali perdurano, o si riappiccano, dopo molti anni, in America, e rimangono le predilette, improntate per tutta la vita di quel primo bisogno, che le fece nascere, di espandersi e di farsi coraggio a vicenda dinanzi all'avvenire misterioso.
Delle donne facevan cerchio, coi bimbi in braccio, come ai crocicchi delle strade.
Vicino alla cambusa, l'osteria delle terze, - vidi le coriste lombarde, ridenti con disinvoltura teatrale, in mezzo a un gruppo di giovanotti svizzeri; i quali, forse con intenzione politica, portavano tutti un berretto di panno rosso, e supplivano con una mimica troppo eloquente alla scarsa conoscenza della grammatica meneghina.
Incontrai la grossa bolognese, col suo inseparabile borsone a tracolla, saettato da molti sguardi curiosi, la quale passeggiava sola, a passi di prima donna, guardandosi ogni momento ai piedi, con una smorfia di nausea, per scansare le lordure.
Il tavolato, infatti, sparso di pezzetti di carta, di bucce di mela, di briciole di gallette, d'un po' d'ogni cosa, aveva l'apparenza d'un campo dove avesse bivaccato un reggimento.
E, in generale, le facce e i panni dei soldati non discordavano dall'aspetto del terreno.
Molti visi, anzi, pareva che serbassero ancora intatte le scaglie del dì della partenza.
Ma trattenni dentro, osservandoli, ogni parola di rimprovero, poiché pensai agli emigranti tedeschi che trovano a Brema, prima d'imbarcarsi, vitto, ricovero e bagni, per rimettersi dal viaggio di terra; mentre i nostri dormono sui marciapiedi.
Mi diressi dalla parte dei cernieri dell'acqua dolce.
La bella genovese era sempre là, col suo giubbino bianco e con la gonnella azzurra, tra il piccolo fratello e il padre, occupata a cucire: pulita e fresca come un fiore.
Ma gli ammiratori si erano raffittiti: aveva ora intorno, a varie distanze, una dozzina di passeggieri, che la covavan con gli occhi, e scherzavano tra loro, parlandosi negli orecchi, con certi ghigni e baleni nello sguardo, che non lasciavano incertezza sull'indole della loro ammirazione.
Altri s'avvicinavano, s'alzavano in punta dei piedi per vederla, e poi se n'andavano.
Era già famosa, dunque, e sarebbe stata lei, senza dubbio, il "grande successo" del viaggio nella società di prua.
Ma la celebrità non l'aveva mutata di un'ombra.
Ogni tanto essa alzava gli occhi azzurri, tranquillissimi, come se invece d'uomini, avesse avuto attorno degli alberi, e sempre con la stessa placidità graziosa riabbassava il capo sul lavoro, ripresentando come inconsapevolmente a tutti quegli sguardi il suo bellissimo collo bianco e il viluppo magnifico delle sue trecce dorate.
Ah! povera cucina della terza classe! Voltandomi verso il finestrino, vidi la faccia vermiglia del cuoco, con la fronte corrugata e gli occhi fissi.
Fuor d'ogni dubbio, divampava una passione tra le cazzaruole.
La salute pubblica era in pericolo.
Mentre l'osservavo, vidi che il suo sguardo, deviando dalla ragazza, pigliava un'espressione più truce, ed io, seguendolo, riuscii con gli occhi sopra un viso del cerchio degli ammiratori, che mi distrasse da lui.
Era un giovine di forse meno di vent'anni, spersonito e imberbe, con due spallucce misere che parevano un attaccapanni, un che di mezzo, all'aspetto, tra il maestro di villaggio e lo scrivano, di quelli che vanno in America a cercare un impieguccio: seduto sopra un barile ritto, egli teneva lo sguardo confitto nella ragazza con un'espressione d'amore così ardente, d'adorazione così umile, che avrebbe strappato un'occhiata di compassione a una donna di marmo.
Aveva l'aria d'esser solo a bordo: portava una cintura di cuoio giallo ai fianchi, che doveva contenere tutto il suo peculio.
L'osservai per un pezzo, e sempre lo vidi con quegli occhi fissi, umidi, animati di un leggerissimo sorriso triste, come di pietà per sé stesso, e con tutta la persona immobile, nell'atteggiamento di chi si contenta d'ammirare, e non aspetta né spera nulla, e starebbe lì per la vita.
In tutto quel tempo, la ragazza non mostrò d'accorgersi di lui.
Egli languiva là, solitario, come uno stilita sulla colonna, e il calore della sua povera fiamma ignorata andava disperso nello spazio come il fumo del Galileo.
Di là andai sul castello di prua, che era pieno di gente.
Salendo, intesi dire accanto a me: - Già, vegnen chì al teater.
Quel vegnen era per me, naturalmente.
Qui fui accolto peggio che altrove, con occhiataccie e con voltate di spalle, e non con questo soltanto: sub terris tonuisse putes.
Mi venne in mente, e non m'ingannavo, che fosse quella una specie di montagna, dove si raccogliessero gli emigranti di idee più rivoluzionarie, quelli che avevan bisogno d'appartarsi per tener dei discorsi arrischiati, e che di là, come da un focolare di malcontento, dovessero muovere le proteste contro il vitto e le congiure contro il regolamento.
Si vedevan delle facce ardite e scure, e degli atteggiamenti di bravi in riposo.
Dovevan essere tutti celibi, o di quegli emigranti che lasciano a casa la moglie, dopo due o tre anni di matrimonio: categoria molto numerosa, o perché sian spinti a emigrare dai bisogni nascenti della famiglia, o perché, fatto il primo esperimento della vita coniugale, e seccatisi, ne vogliano uscire per quella via.
In un crocchio, riconobbi il vecchio lungo che aveva mostrato il pugno alla patria la sera della partenza: un tipo di avventuriere scarno, con gli occhi accesi, con certe corde del collo che gli volean crepare la pelle, vestito d'un logoro gabbano verde, che pareva uno spoglio di commediante: scoperto il capo, con le ciocche grigie al vento.
E parlava forte, con accento toscano, gesticolando con l'indice in alto.
Intesi, girando alla larga, la parola pagnottisti, e ricevetti tra capo e collo una guardataccia a fendente, che mi fece allungare il passo.
Vicino alla boccaporta del molinello, sonava un piccolo pifferaro; ma il vento si portava via le note, e nessuno gli badava.
Alcuni, seduti in cerchio sul tavolato, giocavano alle carte.
E all'estrema punta del piroscafo, sopra il tagliamare stava in piedi una strana figura di saltimbanco, con una lunga faccia ossuta e olivastra illuminata da due grand'occhi verdi, coi capelli neri cadenti sulle spalle, e le braccia seminude incrociate sul petto, sur una delle quali eran tatuate le iniziali AS e una croce: e così ritto e tetro in quella solitudine, ora levato su ora portato giù dal movimento forte della prua, come se danzasse per aria, pareva l'immagine personificata di tutte le tristezze e di tutte le miserie accumulate su quelle tavole, il simbolo vivente della esistenza errabonda e del destino incerto di tutti.
V'era una sola donna lassù, una vecchia, seduta sopra una bitta accanto a suo marito, pure vecchio; tutti e due con le braccia incrociate sulle ginocchia, e la fronte chinata sulle braccia, in modo che non si vedevano i visi, ma solo i capelli grigi e radi, e i due colli rugosi, che mostravan passata la settantina, allungati in un atteggiamento d
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