SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 10
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L'onorevole Datti, deputato del mio collegio, mi aveva promesso che presto m'avrebbe fatto chiamare a Roma, all'archivio del Consiglio di Stato.
Ma sì! il Datti...
Eppoi, mia madre avrebbe forse potuto raggiungermi qua? Dovevo prender moglie per forza.
Ma non m'innamorai di Silvia perché letterata, sa? Non ci pensavo neppure, allora, alla letteratura.
Sapevo, sì, che Silvia aveva stampato due libri; ma questo anzi per me...
Basta!
- No no, raccontate, raccontate, - lo incitò Dora.
- Mi fate tanto piacere.
- Ma c'è poco da raccontare, - disse Giustino.
- Quando andai la prima volta in casa di lei, m'immaginavo di trovare...
non so, una giovine con la testa accesa...
Ma che! Semplice, timida...
già Lei l'ha veduta...
- Che amore, già! che amore! - esclamò Dora.
- Il padre sì, mio suocero, buon anima...
- Ah, le è morto anche il padre?
- Sissignora, di colpo; un mese appena dopo il nostro matrimonio.
Poverino, fanatico, lui! Ma s'intende, l'unica figliuola...
Se ne compiaceva; dava a leggere quei libri, i giornali che ne parlavano, a tutti gl'impiegati, lì, all'ufficio...
La prima volta li lessi anch'io, così...
- Per dovere d'ufficio, eh? - domandò ridendo la Barmis.
- Capirà, - fece Giustino.
- Silvia però soffriva proprio, vedendo il padre così infervorato, non permetteva mai che ne parlasse in sua presenza.
Quieta quieta, senz'alcuna ambizione, neppure nel vestire, sa? attendeva alle cure domestiche, faceva tutto lei in casa.
Quando sposammo, mi fece finanche ridere...
- Che volevate piangere?
- No, dico, mi fece ridere perché volle confessarmi il suo vizio nascosto, come lo chiamava: quello di scrivere.
Mi disse che dovevo rispettarglielo, ma che in compenso non mi sarei mai accorto di quando ella scrivesse e di come facesse a scrivere tra le faccende di casa.
- Cara! E voi?
- Ma io promisi.
Poi, però, - pochi mesi dopo il matrimonio - sicuro! - arrivò dalla Germania un vaglia di trecento marchi, per diritto di traduzione.
Non se l'aspettava neanche lei, Silvia, si figuri! Tutta contenta, dentro di sé, che in quei suoi libri fosse riconosciuto un merito, che forse nemmeno lei supponeva d'avere, ignara, inesperta, aveva aderito alla richiesta di traduzione delle Procellarie (il suo secondo volume di novelle) così, senza pretender nulla...
- E voi allora?
- Eh, aprii gli occhi, si figuri! Venivano altre richieste da rassegne, da giornali.
Silvia mi confessò che nel cassetto aveva tant'altri manoscritti di novelle, l'abbozzo d'un romanzo...
La casa dei nani...
Gratis? Come, gratis? Perché? Non è forse lavoro? E il lavoro non deve fruttare? Loro letterati stessi, per questa parte qui, non sanno farsi valere.
Ci vuole uno che le sappia queste cose e ci badi.
Io, guardi, appena capii che c'era da cavarne qualche cosa, cominciai a prender subito le debite informazioni, con ordine; mi misi in corrispondenza con un mio amico libraio di Torino per aver notizie del commercio librario; con parecchi redattori di rassegne e giornali che avevano scritto bene dei libri di Silvia; scrissi, mi ricordo anche al Raceni...
- Eh, mi ricordo anch'io! - esclamò Dora, sorridendo.
- Tanto buono, il Raceni! - seguitò Giustino.
- Eppoi studiai la legge su la proprietà letteraria, sicuro! e anche il trattato di Berna sui diritti d'autore...
Eh, la letteratura è un campo, signora mia, da contrastare allo sfruttamento sfacciato della stampa e degli editori.
Ne hanno fatte tante anche a me, nei primi giorni! Contrattavo così, tentoni, si sa...
Ma poi vedendo che le cose andavano...
Silvia si spaventava dei patti che facevo; nel vedere poi accettati i prezzi, quando le mostravo il denaro guadagnato, rimaneva soddisfatta...
eh sfido! Però, sa, posso dire d'averlo guadagnato io, il denaro, perché ella dai suoi lavori non avrebbe saputo cavare mai nulla.
- Che uomo prezioso siete voi, Boggiolo! - disse Dora, chinandosi a mirarlo davvicino.
- Non dico questo, - fece Giustino, - ma creda che gli affari li so trattare.
Mi ci metto con impegno, ecco.
Devo veramente gratitudine agli amici, al Raceni, per esempio, ch'è stato tanto buono con mia moglie fin dal principio.
E anche a lei...
- Ma no! Io? che ho fatto io? - protestò Dora, vivamente.
- Anche lei cara, anche lei, - ripeté Giustino, - insieme col Raceni, tanto buona.
E il senatore Borghi?
- Ah, il padrino della fama di Silvia Roncella è stato lui! - disse Dora.
- Sissignora, sissignora...
proprio così, - confermò il Boggiolo.
- E debbo anche a lui la mia venuta a Roma, sa? Non ci voleva, giusto in questo momento, il guajo della gravidanza...
- Vedete? - esclamò Dora.
- E la vostra signora, chi sa quanto soffrirà poi a staccarsi dal bambino!
- Ma! - fece il Boggiolo, - dovendo lavorare...
- È molto triste! - sospirò la Barmis.
- Un figliuolo!...
Dev'essere terribile vedersi, sentirsi madre! Io morrei di gioja e di spavento! Dio Dio Dio non mi ci fate pensare.
Scattò in piedi, come sospinta da una susta; si recò presso l'uscio della camera e cercò sotto la portiera la chiavetta della luce elettrica; ma poi si volse e disse con voce cangiata:
- O vogliamo restare così? Non vi piace? Dämmerung...
Intristisce questa pena del giorno che muore, ma fa anche bene.
Bene e male, a me.
Tante volte, divento più cattiva, pensando in quest'ombra.
M'accoro e mi nasce un invidia angosciosa della casa altrui, d'ogni casa che non sia come questa...
- Ma è tanto bello qui...
- disse Giustino, guardando intorno.
- Voglio dire, così sola...
- spiegò Dora, - così triste...
Vi odio tutti, io, voialtri uomini, sapete? Perché a voi sarebbe tanto più facile esser buoni, e non siete, e ve ne vantate.
Oh, quanti uomini ho sentito io ridere delle loro perfidie, Boggiolo.
E ne ho riso anch'io ascoltandoli.
Ma poi, a ripensarci sola, in quest'ora, che voglia, che voglia m'è nata tante volte...
d'uccidere! Su, su, facciamo la luce, sarà meglio!
Girò la chiavetta e salutò la luce con un profondo sospiro.
Era impallidita davvero e aveva negli occhi bistrati come un velo di lacrime.
- Non dico per voi, badate, - soggiunse con un mesto sorriso, tornando a sedere.
- Voi siete buono, lo vedo.
Volete essere mio amico sincero?
- Felicissimo! - s'affrettò a rispondere Giustino, un po' commosso.
- Datemi la mano, - riprese Dora.
- Proprio sincero? Ne cerco uno da tanto tempo, che mi sia come un fratello...
E stringeva la mano.
- Sissignora...
- Col quale io possa parlare a cuore aperto...
E stringeva vie più la mano.
- Sissignora...
- Ah, se voi sapeste quanto sia doloroso questo sentirsi sola, sola nell'anima, intendete? perché il corpo...
Oh, non mi guardano che il corpo, come sono fatta...
i fianchi, il petto, la bocca...
ma gli occhi non me li guardano, perché si vergognano...
Ed io voglio essere guardata negli occhi, negli occhi...
E seguitava a stringer la mano.
- Sissignora...
- ripeté Giustino, guardandola negli occhi, smarrito e vermiglio.
- Perché negli occhi ho l'anima, l'anima che cerca un'anima a cui confidarsi e dire che non è vero che noi non crediamo alla bontà, che non siamo sinceri quando ridiamo di tutto, quando per parere esperti diventiamo cinici, Boggiolo! Boggiolo!
- Che debbo fare? - domandò stordito, esasperato, in uno stato da far pietà, Giustino Boggiolo, sotto la morsa di quella mano così frale e pur così nervosa e forte.
Dora Barmis si buttò via dalle risa.
- Ma no, davvero! - disse allora con forza Giustino per riprendersi.
- Se io posso fare per Lei qualche cosa, sono qua, signora! vuole un amico? sono qua; glielo dico davvero.
- Grazie, grazie, - rispose Dora, tirandosi su.
- Scusatemi, se ho riso.
Vi credo: voi siete troppo...
oh Dio...
sapete che i muscoli da cui dipende il riso non obbediscono alla volontà, ma a certi moti emozionali incoscienti? Io non sono avvezza a una bontà come la vostra.
La vita per me è stata cattiva; e, trattando con uomini cattivi, anch'io...
pur troppo...
Non vorrei farvi male! Forse la vostra bontà degenererebbe...
No? Malignerebbero gli altri, lo stesso...
E anch'io, ma sì, parlandone con gli altri, sapete? son capace di mettermi a ridere d'essere stata oggi così sincera con voi...
Basta, basta! Non ci facciamo illusioni.
Sapete chi mi ha chiesto di vostra moglie? La marchesa Lampugnani.
Voi avete un invito, e ancora non siete andati.
- Sissignora, domani sera, infallibilmente, - disse Giustino Boggiolo.
- Silvia non ha potuto.
Anzi io ero venuto qua per questo.
Ci sarà Lei domani sera, dalla Marchesa?
- Sì, sì, - rispose Dora.
- Tanto buona, la Lampugnani, e s'interessa tanto di vostra moglie; desidera proprio di vederla.
Voi le fate fare una vita troppo ritirata.
- Io? - esclamò Giustino.
- Io no, signora; io anzi vorrei...
Ma Silvia è ancora un po'...
non saprei come dire...
- Non me la guastate! - gli gridò Dora.
- Lasciatela com'è, per carità! Non la forzate...
- No, ecco, - disse Giustino, - ma per saperci regolare...
capirà...
Ci va molta gente dalla Marchesa?
- Oh, i soliti, - rispose la Barmis.
- Forse domani sera ci sarà anche il Gueli, permettendo la Frezzi, si sa.
- La Frezzi? chi è? - domandò Giustino.
- Una donna terribile, caro, - rispose la Barmis.
- Colei che tiene in dominio assoluto Maurizio Gueli.
- Ah, non ha moglie il Gueli?
- Ha la Frezzi, che è lo stesso, anzi peggio, povero Gueli! C'è tutto un dramma, sotto.
Basta.
Ama la musica la vostra signora?
- Credo - rispose Giustino, impacciato.
- Non so bene...
Ne ha sentita poca...
là, a Taranto.
Perché, si fa molta musica in casa della Marchesa?
- Talvolta sì, - disse Dora.
- Viene il violoncellista Begler, il Milani, il Cordova, il Furlini, e s'improvvisa il quartetto...
- Eh già, - sospirò Giustino.
- Un po' di conoscenza della musica...
di quella difficile...
oggi è proprio necessaria...
Wagner...
- No, Wagner, col quartetto! - esclamò Dora.
- Tchaikowsky, Dvorak...
e poi, si sa, Glazounov, Mahler, Raff.
- Eh già, - sospirò di nuovo Giustino.
- Tante cose si dovrebbero sapere...
- Ma no! basta saperli pronunziare, caro Boggiolo! - disse Dora, ridendo.
- Non vi date pensiero.
Se non dovessi guardarmi la professione, scriverei io un libro, che vorrei intitolare La Fiera o il Bazar della Sapienza...
Proponetelo a vostra moglie, Boggiolo.
Ve lo dico sul serio! Le darei io tutti i dati e i connotati e i documenti.
Una filza di questi nomi difficili...
poi un po' di storia dell'arte...
- basta leggere un trattatello qualunque - un po' d'ellenismo, anzi di pre-ellenismo, arte micenaica e via dicendo, - un po' di Nietzsche, un po' di Bergson, un po' di conferenze, e avvezzarsi a prendere il the, caro Boggiolo.
Voi non ne prendete, e avete torto.
Chi prende il the per la prima volta, comincia subito a capire tante cose.
Volete provare?
- Ma l'ho preso già, qualche volta, - disse Giustino.
- E non avete capito ancor nulla?
- Se devo dire la verità, preferisco il caffè...
- Caro! Non lo dite, però! Il the, il the; bisogna avvezzarsi a prendere il the, Boggiolo! Verrete in frac domani sera, dalla Marchesa.
Gli uomini in frac; le donne...
no, qualcuna viene anche senza décolleté.
- Glielo volevo domandare, - disse Giustino.
- Perché Silvia...
- Ma sfido! - lo interruppe Dora, ridendo forte.
- Senza décolleté, lei, in quello stato; non c'è bisogno di dirlo.
Siamo intesi?
Quando, di lì a poco, Giustino Boggiolo uscì dalla casa di Dora Barmis, la testa gli girava come un molino a vento.
Da un pezzo, accostandosi ora a questo ora a quel letterato, osservava, studiava quel che ci voleva e come gli altri riuscissero a far bella figura; le loro impostature di grandezza.
Ma tutto gli sembrava come campato in aria.
L'istabilità della fama lo angosciava: gli pareva come l'esitar sospeso d'uno di quegli argentei pennacchioli di cardo che il più lieve soffio portava via.
La Moda poteva da un istante all'altro mandare ai sette cieli il nome di Silvia o buttarlo a terra e sperderlo in un angolo bujo.
Aveva il sospetto che Dora Barmis si fosse alquanto burlata di lui; ma questo tuttavia non gl'impediva d'ammirar lo spirito indiavolato di quella donna.
Ah quanto più facile sarebbe stato il suo compito, se Silvia avesse avuto almeno un po' di quello spirito, di quelle maniere, di quella padronanza di sé.
Ne difettava anch'egli, finora; lo riconosceva; e riconosceva perciò quasi un diritto alla Barmis di beffarsi di lui.
Non gliene importava.
Era stata una lezione, in fin dei conti.
Doveva prendere ammaestramento e inviamento e stato anche a costo di soffrire in principio qualche mortificazioncella.
Egli mirava alla meta.
E come per raccogliere il frutto di quei primi ammaestramenti, quella sera, rientrò in casa con tre volumi nuovi da far leggere alla moglie:
1.
- un breve compendio illustrato di storia dell'arte;
2.
- un libro francese su Nietzsche;
3.
- un libro italiano su Riccardo Wagner.
III.
Mistress Roncella two accouchements
1.
La servotta abruzzese, che rideva sempre vedendo quel berretto da bersagliere in capo al signor Ippolito, entrò nello studiolo ad annunziare che c'era di là un signore forestiere, il quale voleva parlare col signor Giustino.
- All'Archivio!
- Se poteva riceverlo la signora, dice.
- Pollo d'India, non sai che la signora è...
(e disse con le mani com'era; quindi soggiunse: - Fallo passare.
Parlerà con me.
La servotta uscì, com'era entrata, ridendo.
E il signor Ippolito borbottò tra sé, stropicciandosi le mani:
«L'accomodo io».
Entrò poco dopo nello studiolo un signore biondissimo, dalla faccia rosea, da bamboccione ingenuo, con certi occhi azzurri ilari parlanti.
Ippolito Onorio Roncella accennò di levarsi con grandissima cura il berretto.
- Prego, segga pure.
Qua, qua, su la poltrona.
Permette ch'io tenga in capo? Mi raffredderei.
Prese il biglietto che quel signore tra smarrito e sconcertato gli porgeva e vi lesse: C.
NATHAN CROWELL.
- Inglese?
- No, signor, americano, - rispose il Crowell, quasi incidendo con la pronunzia le sillabe.
- Corrispondente giornale americano The Nation, New-York.
Signor Bòggiolo...
- Boggiòlo, scusi.
- Ah! Boggiòlo, grazie.
Signor - Boggiòlo - accordato intervista - su - nuova - grande - opera grande - scrittrice - italiana - Silvia - Roncella.
- Per questa mattina? - domandò il signor Ippolito, parando le mani.
(Ah che vellicazione al ventre gli producevano lo stile telegrafico e lo stento della pronunzia di quel forestiere!)
Il signor Crowell si alzò, trasse di tasca un taccuino e mostrò in una paginetta l'appunto scritto a lapis: Mr.
Boggiolo, thursday, 23 (morning).
- Benissimo.
Non capisco; ma fa lo stesso, - disse il signor Ippolito.
- S'accomodi.
Mio nipote, come vede, non c'è.
- Ni-pote?
- Sissignore.
Giustino Boggiolo, mio ni-po-te...
Nipote, sa? sarebbe...
nepos, in latino; neveu, in francese.
L'inglese non lo so...
Lei capisce l'italiano?
- Sì, poco, - rispose, sempre più smarrito e sconcertato, il signor Crowell.
- Meno male, - riprese il signor Ippolito.
- Ma nipote, intanto, eh?...
Veramente, mio nipote, non lo capisco neanche io.
Lasciamo andare.
C'è stato un contrattempo, veda.
Il signor Crowell s'agitò un poco su la seggiola, come se certe parole gli facessero proprio male e credesse di non meritarsele.
- Ecco, le spiego, - disse il signor Ippolito, agitandosi un poco anche lui.
- Giustino è andato all'ufficio...
uffi - uf-fi-cio, all'ufficio, sissignore (Archivio Notarile).
È andato per domandare il permesso...
- ancora, già! e perderà l'impiego, glielo dico io! - il permesso d'assentarsi, perché jersera noi abbiamo avuto una bella consolazione.
A quest'annunzio il signor Crowell rimase dapprima un po' perplesso, poi tutt'a un tratto ebbe un prorompimento di vivissima ilarità, come se finalmente gli si fosse fatta la luce.
- Conciolescione? - ripeté, con gli occhi pieni di lagrime.
- Veramente, conciolescione?
Questa volta ci restò brutto il signor Ippolito, invece.
- Ma no, sa! - disse irritato.
- Che ha capito? Abbiamo ricevuto da Cargiore un telegramma con cui la signora Velia Boggiolo, che sarebbe la mamma di Giustino, sissignore, ci annunzia per oggi la sua venuta; e non c'è mica da stare allegri, perché viene per assistere Silvia, mia nipote, la quale finalmente...
siamo lì lì: tra pochi giorni, o maschio o femmina.
E speriamo tutti che sia maschio, perché, se nasce femmina e si mette a scrivere anche lei, Dio ne liberi e scampi, caro signore! Ha capito?
(«Scommetto che non ha capito un corno!», borbottò tra sé, guardandolo.)
Il signor Crowell gli sorrise.
Il signor Ippolito, allora, sorrise anche lui al signor Crowell.
E tutti e due, così sorridenti, si guardarono un pezzo.
Che bella cosa, eh? Sicuro...
sicuro...
Bisognava riprendere daccapo la conversazione, adesso.
- Mi pare che Lei tanto tanto non lo...
non lo...
mastichi, ecco, l'italiano, - disse bonariamente il signor Ippolito: Scusi, part...
par-to-ri-re, almeno...
- Oh, sì, partorire, benissimo, - affermò il Crowell.
- Sia lodato Dio! - esclamò il Roncella.
- Ora, mia nipote...
- Grande opera? dramma?
- Nossignore: figliuolo.
Figliuolo di carne.
Ih, com'è duro lei d'intendere certe cose! Io che voglio parlare con creanza.
Il dramma è già partorito.
Sono cominciate le prove l'altro ieri, a teatro.
E forse, sa? verranno alla luce tutt'e due insieme, dramma e figliuolo.
Due parti...
cioè, parti, sì, plurale di parto...
parti nel senso di...
di...
partori...
là, partorizioni, capisce?
Il signor Crowell diventò molto serio; s'eresse su la vita; impallidì; disse:
- Molto interessante.
E, tratto di tasca un altro taccuino, prese frettolosamente l'appunto: Mrs.
Roncella two accouchements.
- Ma creda pure, - riprese Ippolito Onorio Roncella, sollevato e contento, - che questo è nulla.
C'è ben altro! Lei crede che meriti tanta considerazione mia nipote Silvia? Non dico di no; sarà una grande scrittrice.
Ma c'è qualcuno molto più grande di lei, in questa casa, e che merita d'esser preso in maggior considerazione dalla stampa internazionale.
- Veramente? Qua? In questa casa? - domandò, sbarrando gli occhi, il signor Crowell.
- Sissignore, - rispose il Roncella.
- Mica io, sa! Il marito, il marito di Silvia...
- Mister Bòggiolo?
- Se lei lo vuol chiamare Bòggiolo, si serva pure, ma le ho detto che si chiama Boggiòlo.
Incommensurabilmente più grande.
Guardi, Silvia stessa, mia nipote, riconosce che lei non sarebbe nulla, o ben poco, senza di lui.
- Molto interessante, - ripeté con la stessa aria di prima il signor Crowell, ma un po' più pallido.
E Ippolito Onorio Roncella:
- Sissignore.
E se Lei vuole, potrei parlarle di lui fino a domattina.
E Lei mi ringrazierebbe.
- Oh, sì, io molto ringraziare, signore, - disse alzandosi e inchinandosi più volte il signor Crowell.
- No, dicevo, - riprese il signor Ippolito, - segga segga, per carità! Mi ringrazierebbe, dicevo, perché la sua...
come la chiama? intervista, già, già, intervista...
la sua intervista riuscirebbe molto più...
più...
saporita, diremo, che se riferisse notizie sul nuovo dramma di Silvia.
Già io poco potrei dargliene, perché la letteratura non è affar mio, e non ho mai letto un rigo, che si dice un rigo, di mia nipote.
Per principio, sa? e un po' anche per stabilire un certo equilibrio salutare in famiglia.
Ne legge tanti lui, mio nipote! E li leggesse soltanto...
Scusi, è vero che in America i letterati sono pagati a tanto per parola?
Il signor Crowell s'affrettò a dir di sì e aggiunse che ogni parola degli scrittori più famosi soleva esser pagata anche una lira, anche due e perfino due lire e cinquanta centesimi, in moneta nostrale.
- Gesù! Gesù! - esclamò il signor Ippolito.
- Scrivo, per esempio, ohibò, due lire e cinquanta? E allora, figuriamoci, gli Americani non scriveranno mai quasi, già, scriveranno sempre quasi quasi, già già...
Ora comprendo perché quel povero figliuolo...
Ah dev'essere uno strazio per lui contare tutte le parole che gli sgorbia la moglie e pensare quanto guadagnerebbe in America.
Per ciò dice sempre che l'Italia è un paese di straccioni e d'analfabeti...
Caro signore, da noi le parole vanno più a buon mercato; anzi si può dire che siano l'unica cosa che vada a buon mercato; e per questo ci sfoghiamo tanto a chiacchierare e si può dire che non facciamo altro...
Chi sa dove sarebbe arrivato il signor Ippolito quella mattina, se non fosse sopravvenuto a precipizio Giustino Boggiòlo a levargli dalle grinfie quella vittima innocente.
Giustino non tirava più fiato: acceso in volto e in sudore, volse un'occhiata feroce allo zio e poi, tartagliando in inglese, si scusò del ritardo col signor Crowell e lo pregò che fosse contento di rimandare alla sera l'intervista, perché adesso egli aveva le furie: doveva recarsi alla stazione a prendere la madre, poi al Valle per la prova del dramma, poi...
- Ma se lo stavo servendo io! - gli disse il signor Ippolito.
- Lei dovrebbe almeno farmi il piacere di non immischiarsi in queste faccende, - non poté tenersi di rispondergli Giustino.
- Pare che me lo faccia apposta, scusi!
Si volse di nuovo all'Americano; lo pregò di attenderlo un istante: voleva vedere di là come stésse la moglie; sarebbero poi andati via insieme.
- Perde l'impiego, perde l'impiego, com'è vero Dio! - ripetè il signor Ippolito, stropicciandosi di nuovo contentone le mani, appena Giustino varcò la soglia.
- Ha perduto la testa; ora perde l'impiego.
Il signor Crowell tornò a sorridergli.
All'Archivio Giustino aveva litigato davvero col Capo-Archivista, che non voleva concedergli d'assentarsi anche di mattina, dopo avere ottenuto per parecchi giorni di fila la licenza di non ritornare in ufficio nel pomeriggio per potere assistere alle prove.
- Troppo, - gli aveva detto, - troppo, caro signor Roncello!
- Roncello? - aveva esclamato Giustino, restando.
Ignorava che all'Archivio tutti i compagni d'ufficio lo chiamavano così, quasi senza farci più caso.
- Boggiòlo, già...
scusi, Boggiòlo, - s'era ripreso subito il Capo-Archivista.
- Scambiavo col nome della sua egregia signora.
Del resto, mi sembra naturalissimo.
- Come!
- Non se n'abbia per male, e permetta anzi che glie lo dica paternamente: lei stesso, cav.
Boggiòlo, pare che faccia di tutto per...
sì, per posporsi alla sua signora.
Lei sarebbe un bravo impiegato, attento, intelligente...
ma debbo dirglielo? Troppo...
troppo per la moglie, ecco.
- È Silvia Roncella, mia moglie, - aveva mormorato Giustino.
E il Capo-Archivista:
- Tanto piacere! Mia moglie è donna Rosolina Caruso! Capirà che questa non è una buona ragione perché io non faccia qua il mio dovere.
Per questa mattina, vada.
Ma pensi bene a ciò che le ho detto.
Liberatosi a piè della scala del signor Crowell, Giustino Boggiolo, molto seccato da tutte quelle piccole e volgari contrarietà alla vigilia della grande battaglia, s'avviò quasi di corsa per la stazione, tenendo tuttavia un libro aperto sotto gli occhi: la grammatica inglese.
Superata l'erta di Santa Susanna, si cacciò il libro sotto il braccio; guardò l'orologio, cavò dalla tasca del panciotto una lira e la ficcò subito in un portamonete che teneva nella tasca posteriore dei pantaloni; poi trasse un taccuino e vi scrisse col lapis:
Vettura stazione...
L.
1,00
L'aveva guadagnata.
Fra cinque minuti sarebbe giunto alla stazione, in tempo per il treno che arrivava da Torino.
Era, sì, accaldatuccio e affannatello, ma...
- una lira è sempre una lira.
A chi avesse avuto la leggerezza di accusarlo di tirchieria, Giustino Boggiolo avrebbe potuto dare a sfogliare un po' quel suo taccuino, dov'erano le prove più lampanti non pure di quanto egli, anzi, fosse splendido nelle intenzioni, ma anche della generosità de' suoi sentimenti e della nobiltà de' suoi pensieri, della larghezza delle sue vedute, non che dell'inclinazione che avrebbe avuto - deplorabilissima - allo spendere.
In quel taccuino erano, infatti, segnati tutti i denari ch'egli avrebbe speso, se si fosse sbilanciato.
E rappresentavano lotte d'intere giornate con se stesso alcune di quelle cifre, e cavillazioni penose, e un volgere e rivolgere infinito di contrarie ragioni e calcoli d'opportunità sottilissimi: Pubbliche sottoscrizioni, feste di beneficenza per calamità cittadine o nazionali, a cui con ingegnosi sotterfugi, senza far cattive figure, non aveva partecipato; elegantissimi cappellini per la moglie da trentacinque, da quaranta lire cadauno, che non aveva mai comperati: poltrone di teatro da lire venti per straordinarie rappresentazioni, a cui non aveva mai assistito; e poi...
e poi quante spesucce giornaliere, segnate lì a testimonianza, almeno, del suo buon cuore! Vedeva, per esempio, andando all'ufficio o tornandone, un poverello cieco, che destava veramente pietà? Ma egli, prima d'ogni altro passante, se ne impietosiva; si fermava a considerar da lontano la miseria di quell'infelice; diceva a se stesso:
«Chi non gli darebbe due soldini?».
E spesso li traeva realmente dal portamonete del panciotto, ed era lì lì per avvicinarsi a porgerli, quand'ecco una considerazione e poi un'altra e poi tante insieme, angustiose, gli facevano alzar le ciglia, tirar fiato, abbassar la mano e gliela guidavano pian pianino al portamonete dei pantaloni, e quindi a segnar nel taccuino con un sospiro: Elemosina, lire zero, centesimi dieci.
Perché una cosa è il buon cuore, un'altra la moneta; tiranno il buon cuore, più tiranna la moneta; e costa più pena il non dare, che il dare, quando non si può.
Già già la famiglia cominciava a crescere, ohè; e chi ne portava il peso? Sicché dunque, più della soddisfazione che in quel tal giorno egli aveva avuto un desiderio gentile, una generosa intenzione, l'impulso a soccorrere l'umana miseria, non poteva concedersi, in coscienza di galantuomo.
2.
Non rivedeva la madre da più di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora che l'imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante vicende imprevedute egli s'era staccato e allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde de' prati sonori d'acqua, fra i castagni del suo Cargiore vegliato dal borboglio perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri egli avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, egli aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre sarebbero riuscite più accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora più spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto al palcoscenico, a questo salto la aveva spinta lui.
E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato miserevole; trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d'una prima rappresentazione.
Non era più un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon figliuolo com'era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma, si turbava al pensiero di non aver l'approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente doveva dispiacere, e non poco.
Tanto più se ne turbava, in quanto prevedeva che la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da così lontano a soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo.
Per stornarsi da quei pensieri molesti egli si forzava d'attendere alla grammatica inglese, andando su e giù per la banchina; ma a ogni fischio di treno si voltava o s'arrestava.
Fu dato finalmente il segno dell'arrivo.
I numerosi aspettanti s'affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione.
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse con varia ansia, cercando da una vettura all'altra.
- Eccola! - disse Giustino, ilarandosi e cacciandosi tra la ressa, per raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s'era sporta con aria smarrita la testa d'una vecchina pallida, vestita di nero.
- Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi neri, intensi, la cui vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante il lungo viaggio e dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la stanca anima, chiusa e ristretta ormai da anni e anni nelle abituali relazioni dell'angusta e timida sua vita.
Era come intronata e rispondeva a monosillabi.
Le pareva diventato un altro il figliuolo, tra tanta gente e tanta confusione; anche il suono della voce, lo sguardo, tutta l'aria del volto le parevano cangiati.
E la stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s'era come allentata, disgiunta: quell'intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi così come si vedevano adesso; non più come un essere solo, ma due; non già diversi, ma staccati.
E non s'era egli difatti nutrito, lontano da lei - pensava la madre - d'una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un'altra donna accanto, ch'ella non conosceva e che certo doveva essergli cara più di lei? Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui nella vettura, e vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentì sollevata e confortata.
- Tua moglie? - domandò poi, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che ne aveva una grande suggezione.
- T'aspetta con tanta ansia, - le rispose Giustino.
- Soffre molto...
- Eh, poverina...
- sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi.
- Ho paura però, che io poco...
poco potrò fare...
perché forse per lei...
non sarò...
- Ma che! - la interruppe Giustino.
- Non ti mettere in capo codeste prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto è buona...
- Lo credo, lo so bene, - s'affrettò a dire la signora Velia.
- Dico per me...
- Perché ti figuri che una che scrive, - soggiunse Giustino - debba essere per forza una...
una smorfiosa? aver fumi?...
Nient'affatto! Vedrai.
Troppo...
troppo modesta, anzi...
È la mia disperazione! E poi, sì, in quello stato...
Via, via, mammina, è come te, sai? senza differenza...
La vecchietta approvò col capo.
Le ferirono il cuore quelle parole.
Lei era la mamma; e un'altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza differenza...
Ma approvò, approvò col capo.
- Faccio tutto io! - seguitò Giustino.
- Gli affari li tratto io.
Del resto, ohè, a Roma, cara mamma...
che! tutto il doppio...
non te lo puoi neanche figurare! e se non ci s'ajuta in tutti i modi...
Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori...
- E...
frutta, frutta? - domandò timidamente la madre, cercando di smorzare l'acume degli occhi.
- Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! - rispose Giustino.
- Opera mia, non ti figurare! Sono io...
tutta opera mia...
Quello che fa lei...
ma sì, niente, sarebbe come niente...
perché la cosa...
la...
la letteratura, capisci? è una cosa che...
puoi farla e puoi non farla, secondo i giorni...
Oggi ti viene un'idea; sai scriverla, e la scrivi...
Che ti costa? Non ti costa niente! Per sé stessa, la letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse...
se non ci fosse...
se non ci fossi io, ecco! Io faccio tutto.
E se lei ora è conosciuta in Italia...
- Bravo, bravo...
- cercò d'interromperlo la signora Velia.
Poi arrischiò: - Anche dalle nostre parti conosciuta?
- Ma anche fuori d'Italia! - esclamò Giustino.
- Tratto con la Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna.
Ora comincio con l'Inghilterra! Vedi? Studio l'inglese.
Ma è un affar serio, l'Inghilterra! Basta; l'anno scorso, sai quanto? Ottomilacinquecentoquarantacinque lire, tra originali e traduzioni.
Più, con le traduzioni.
- Quanto! - esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
- E che sono? - sghignò Giustino.
- Mi fai ridere...
Sapessi quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Centomila lire, come niente.
Ma quest'anno, chi sa!
Invece d'attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un irritazione ch'egli di fronte a se stesso fingeva gli fosse cagionata dall'angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com'era tutto preso, povero figliuolo, dalle idee della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene.
Sospirò e disse, come tornando di lontano:
- Ti saluta tanto la Graziella, sai?
- Ah, brava! - esclamò Giustino.
- Sta bene la mia nutrice?
- Comincia a essere stolida, come me, - gli rispose la madre.
- Ma, tu sai, è fidata.
Anche il Prever ti saluta.
- Sempre matto? - domandò Giustino.
- Sempre, - fece la vecchietta, sorridendo.
- Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e ripeté:
- Matto...
matto...
Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e sul Rubinett!
- Se tutto andrà bene, - disse Giustino, - dopo il parto, chi sa che Silvia non venga su con te, a Cargiore, per alcuni mesi...
- Su, con la neve? - domandò, quasi sgomenta, la madre.
- Anzi! - esclamò Giustino.
- Le piacerà tanto: non l'ha mai veduta! Io dovrò muovermi per affari, forse...
Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo.
Tu vedrai come t'accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza mamma...
3.
Fu veramente così.
Fin dal primo vedersi, la signora Velia lesse negli occhi dolenti di Silvia il desiderio d'essere amata come una figliuola, e Silvia negli occhi di lei il timore e la pena di non bastare col suo affetto semplice al còmpito per cui il figliuolo la aveva chiamata.
Subito l'una e l'altra s'affrettarono di soddisfare quel desiderio e di cancellare quel timore.
- Me l'ero immaginata proprio così! - disse Silvia, con gli occhi pieni di affettuosa e tenera riverenza.
- È strano!...
Mi pare che l'abbia sempre conosciuta...
- Qua, niente! - rispose la signora Velia, alzando una mano alla fronte.
- Cuore, sì, figlia, quanto ne vuoi...
- Viva il pane di casa! - esclamò il signor Ippolito, consolato di veder finalmente una brava donnetta all'antica.
- Cuore, cuore, sì, dice bene, signora! Cuore ci vuole e maledetta la testa! Lei che è mamma, faccia il miracolo! tolga il mantice dalle mani al suo figliuolo!
- Il mantice? - domandò la signora Velia, non comprendendo e guardando le mani di Giustino.
- Il mantice, sissignora, - rispose il signor Ippolito.
- Un certo manticetto, ch'egli caccia nel buco dell'orecchio di cotesta povera figliuola, e soffia e soffia e soffia, da farle diventar la testa grossa così!
- Povero Giustino! - esclamò Silvia con un sorriso, rivolgendosi alla suocera.
- Non gli dia retta, sa?
Giustino rideva come una lumaca nel fuoco.
- Ma va' là, che la signora mi comprende! - riprese lo zio Ippolito.
- Fortuna che codesta scioccona, signora mia, non piglia vento! Ci ha cuore anche lei, e solido sa?; se no, a quest'ora...
Il cervello, un pallone...
su per le nuvole...
se non ci fosse un po' di zavorra qua, nella navicella del cuore...
Non scrivo, io, stia tranquilla; parlo bene, quando mi ci metto; e mia nipote mi ruba le immagini...
Tutte sciocchezze!
E, scrollando le spalle, se n'andò a fumare nello studiolo.
- Un po' matto, ma buono, - disse Silvia per rassicurar la vecchietta stordita.
- Non può soffrire che Giustino...
- Già l'ho detto alla mamma! - la interruppe questi, stizzito.
- Faccio tutto io.
Lui fuma, e io penso a guadagnar denari! Siamo a Roma.
Senti, Silvia: adesso la mamma si mette in libertà; poi si desina.
Debbo subito scappare per la prova.
Sai che ho i minuti contati.
Oh, a proposito, volevo dirti che la Carmi...
- Oh Dio, no, Giustino! - pregò Silvia.
- Non mi dir nulla oggi, per carità!
- E due! e tre! - proruppe Giustino, perdendo finalmente la parienza.
- Tutti addosso a me! E va bene...
Bisogna che ti dica, cara mia! Potevi levarti la seccatura in una volta sola, ricevendo la Carmi.
- Ma come? Possibile, in questo stato? - domandò la Silvia.
- Lo dica lei, mamma...
- Che vuoi che sappia la mamma! - esclamò Giustino, più che mai stizzito.
- Che cos'è? Non è una donna anche lei, la Carmi? Ha marito e ha fatto fighuoli anche lei.
Un'attrice...
Sfido! Se il dramma si deve rappresentare, bisogna pure che ci siano le attrici! Tu non puoi andare a teatro per assistere alle prove.
Ci sono io: ho pensato io a tutto.
Ma capirai che se quella vuole uno schiarimento su la parte che deve rappresentare, bisogna che lo domandi a te.
Riceverla, nossignore! parlarne con me, neppure! Come devo fare io?
- Poi, poi, - disse Silvia, per troncare il discorso.
- Lasciami attendere alla mamma adesso.
Giustino scappò via su le furie.
Era così preso e infiammato dell'imminente battaglia, che non avvertiva al turbamento della moglie, ogni qual volta le moveva il discorso del dramma.
Deplorabile contrattempo davvero, che La nuova colonia dovesse andare in iscena, mentre Silvia si trovava in quello stato.
Ma era rimasto gabbato nel computo dei mesi, Giustino: aveva calcolato che per l'ottobre la moglie sarebbe stata libera; invece...
La Compagnia Carmi-Revelli, scritturata al Valle giusto per quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su La nuova colonia, di cui s'era accaparrata la primizia da parecchi mesi.
Il cav.
uff.
Claudio Revelli, direttore e capocomico, detestava cordialmente, come tutti i suoi colleghi direttori e cavalieri capicomici, i lavori drammatici italiani; ma Giustino Boggiolo in quei mesi di preparazione, ajutato da tutti quelli che, in compenso, pigliavano a goderselo, aveva saputo far tanto scampanìo attorno a quel dramma, ch'esso ormai era atteso come un vero e grande avvenimento d'arte e prometteva quasi quasi di fruttare quanto una sconcia farsaccia parigina.
Credette perciò il Revelli di potere arrendersi per quella volta alle voglie ardenti e smaniose della sua consocia e prima attrice della Compagnia, signora Laura Carmi, che ostentava una fervorosa predilezione per gli scrittori di teatro italiani e un profondo disprezzo per tutte le miserie del palcoscenico; e non volle sapere di rimandare la prima rappresentazione del dramma al prossimo novembre a Napoli, perché avrebbe perduto, così facendo, non solo la priorità, ma anche, nel giro, la «piazza» di Roma; giacché un'altra Compagnia, che recitava adesso a Bologna e aspettava l'esito di Roma per mettere in iscena colà il dramma, l'avrebbe subito e per la prima offerto al giudizio del pubblico bolognese e quindi portato a Roma novissimo, in dicembre.
Giustino non poteva proprio, dunque, risparmiare alla moglie quelle trepidazioni.
Silvia aveva sofferto moltissimo durante l'estate.
La signora Ely Faciolli la aveva tanto pregata e pregata d'andare con lei in villeggiatura a Catino, presso Farfa; le aveva inviato di là parecchie calorosissime lettere d'invito e cartoline illustrate; ma ella non solo non si era voluta muovere da Roma, ma non era neppur voluta uscire di casa, provando ribrezzo e quasi onta della propria deformità, parendole di vedere in essa quasi un'irrisione della natura - sconcia e crudele.
- Hai ragione, figliuola! - le diceva lo zio Ippolito.
- Molto più gentile con le galline, la natura.
Un uovo, e il calore materno.
- Eh già! - borbottava Giustino.
- Deve nascere un pulcino, infatti...
- Ma dall'asina, caro! - gli rispondeva il signor Ippolito, - deve nascere un uomo, dall'asina? E trattare una donna come un'asina ti sembra gentile?
Silvia sorrideva pallidamente.
Meno male che c'era lui in casa, lo zio, che di tratto in tratto con quei razzi la scoteva dal torpore, dall'istupidimento in cui si sentiva caduta.
Sotto il peso d'una realtà così opprimente, ella provava in quei giorni disgusto profondo di tutto quanto nel campo dell'arte è necessariamente, come nella vita stessa, convenzionale.
Anche i suoi lavori, pur così spesso violentati da irruzioni improvvise di vita, quasi da sbuffi di vento e da ondate impetuose, irruzioni contrarie talvolta alla logica della sua stessa concezione, le apparivano falsi e la disgustavano.
E il dramma?
Si sforzava di non pensarci, per non agitarsi.
La crudezza di certe scene però la assaltava a quando a quando e le toglieva il respiro! Le pareva mostruoso, ora, quel dramma.
Aveva immaginato un'isoletta del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva.
Sgomberata dei pochi superstiti, era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno dalle acque.
Qua si svolgeva il dramma.
Una prima colonia di marinai d'Otranto, rozzi, primitivi, è andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su l'isola.
Essi vivono là, fuori d'ogni legge, quasi fuori del tempo.
Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lì onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui che l'ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della colonia.
Ma Currao è anche il più forte e col dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita nuova è diventata un'altra, ha riacquistato le virtù native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d'ogni conforto familiare, e ha dato a Currao un figliuolo, ch'egli adora.
Ma un giorno uno di quei marinai, il rivale più accanito di Currao, sorpreso da costui nell'atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto, sparisce dall'isola.
Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lì a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell'isola, guidata da quel fuggiasco: altri marinai che recano però con sé le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle.
Quando gli uomini della prima colonia s'accorgono di questo, smettono d'osteggiarne l'approdo sotto il comando di Currao.
Questi resta solo, perde d'un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella che era prima.
Ma ella non se ne duole tanto per sé, quanto per lui; s'avvede, sente che egli, prima così orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo.
Alla fine la Spera s'accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a sé stesso e a gli altri, medita d'abbandonarla.
Dileggiandola, alcuni giovani marinai, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle ch'egli non si cura più di farle la guardia perché s'è messo a farla invece a Mita, figliuola d'un vecchio marinajo, padron Dodo, che è come il capo della nuova colonia.
La Spera lo sa; e s'aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di tener così l'uomo che le sfugge.
Ma il vecchio padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo.
La Spera prega, scongiura, si rivolge ad altri perché s'interpongano.
Nessuno vuol darle ascolto.
Ella si reca allora a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le dimostra che dev'esser più contenta che il figliuolo rimanga col padre; l'altra la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato.
Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l'uomo che l'abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile amplesso, ruggendo, lo soffoca.
Cade un masso, dopo quel grido, e un altro, lugubremente, nel silenzio orribile che segue al delitto; e altre grida lontane si levano dall'isola.
La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d'una casa crollata al tempo del primo disastro.
Pare che non sia ben certa se lei stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida d'orrore.
Ma no, no, è la terra! è la terra! - Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all'estrema rovina.
S'è aperta la terra! è sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi, sente chiamare il figliuolo con grida strazianti dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassù a guardare raccapricciata e, tra i clamori che vengono dal basso, grida:
- Ti s'è aperta sotto i piedi? t'ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l'avevo ucciso io con le mie mani...
Muori, muori dannato!
Che impressione avrebbe fatto questo dramma? Silvia chiudeva gli occhi, vedeva in un baleno la sala del teatro, il pubblico di fronte all'opera sua, e s'atterriva.
No! No! Ella lo aveva scritto per sé! Scrivendolo, non aveva pensato minimamente al pubblico, che ora lo avrebbe veduto, ascoltato, giudicato.
Quei personaggi, quelle scene ella li vedeva su la carta, come li aveva scritti, traducendo con la massima fedeltà la visione interna.
Ora dalla carta come sarebbero balzati vivi su la scena? con qual voce? con quali gesti? Che effetto avrebbero fatto quelle parole vive, quei movimenti reali, su le tavole del palcoscenico, tra le quinte di carta, in una realtà fittizia e posticcia?
- Vieni a vedere, - le consigliava Giustino.
- Non c'è bisogno nemmeno che tu salga sul palcoscenico.
Potrai assistere alle prove dalle poltrone, da un palchetto vicino.
Nessuno potrebbe giudicare meglio di te, consigliare, suggerire.
Silvia era tentata d'andare; ma poi, sul punto, sentiva mancarsi l'animo e le forze, aveva paura che la soverchia emozione recasse danno a quell'altro essere, che già le viveva in grembo.
E poi, come presentarsi in quello stato? come parlare ai comici? No, no, chi sa che strazio sarebbe stato per lei!
- Come fanno almeno? - domandava al marito.
- Ti pare che intendano la loro pane?
Giustino, di ritorno dalle prove, con gli occhi lustri e il volto pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti pizzichi in faccia, sbuffava, levando irosamente le mani:
- Non ci si capisce niente!
Era profondamente avvilito, Giustino.
Quel palcoscenico buio, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei macchinisti che martellavano sui telai, inchiodando le scene per la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel suggeritore nella buca con la papalina in capo e il copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lì su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele, che lo esasperava.
S'era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinai e popolane di Terra d'Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per modelli.
Il vestiario, alla maggior parte, aveva fatto molto effetto; ma qualche stupida attrice secondaria aveva dichiarato di non volersi camuffar così da stracciona.
Il Revelli, per gli scenarii tutti ad aria aperta, «selvaggi» come egli diceva, voleva lesinare.
E Laura Carmi, la prima attrice, se ne fingeva indignata.
Lei sola, la Carmi, era un po' il conforto di Giustino: aveva voluto leggere le Procellarie e La casa dei nani, per introdursi più preparata - aveva detto - nella finzione del dramma; e si dichiarava entusiasta della parte di Spera: ne avrebbe fatto una «creazione»! Ma non sapeva ancora neanche lei una parola della parte; passava innanzi alla buca del suggeritore e ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione.
Solo il caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a Giustino pareva che così l'uno che l'altro le caricassero un po' troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura.
In confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al Revelli non s'arrischiava, e si struggeva dentro.
Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal gesto, come avrebbero proferita quella tal frase.
Alla terza o alla quarta prova, il Revelli, piccato dell'entusiasmo ostentato dalla Carmi, s'era messo a interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un nonnulla, sul più bello, quando a Giustino pareva già che tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumer vita da sé, vincendo man mano l'indifferenza degli attori e costringendoli a colorir la voce e a muovere i primi gesti.
La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mira, per uno sgarbo del Revelli per poco non s'era messa a piangere.
Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po' più gentile, colui! Giustino s'era fatto in quattro per consolarla.
Non s'accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici, e sopra tutti il Grimi, lo pigliavano in giro, lo beffavano.
Eran finanche arrivati, quando il Revelli non c'era, a fargli provare le «battute» più difficili del dramma.
- Come direbbe lei questo? come, quest'altro? Sentiamo.
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l'intenzione della moglie nello scrivere quelle...
come si chiamavano? ah, già, battute...
quelle battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d'infiammarli, d'averli cooperatori amorosi a quella suprema e decisiva impresa.
Gli pareva che alcuni comici fossero un po' sgomenti dell'arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni.
Egli stesso, per dir la verità, non era tranquillo su più d'un punto, e qualche volta era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lì, come in attesa, gli ordini dei palchi, tutti quei vani buj, quelle bocche d'ombra, in giro, minacciose.
E poi le quinte sconnesse, le scene tirate su a metà, il disordine del palcoscenico, in quella penombra umida e polverosa, i discorsi alieni dei comici che finivan di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai compagni ch'erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l'animo, gl'impedivano di costruirsi l'idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
- Boggiolo, ebbene? Non siamo allegri?
- Signora mia...
- sospirava Giustino, aprendo le braccia, respirando con piacere il profumo dell'elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall'espressione voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta biuta s'intravvedessero i guasti e la stanchezza.
- Su, caro! Sarà un successone, vedrete!
- Lei crede?
- Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c'è tutto! E non c'è teatro, - soggiungeva con una smorfia di disgusto.
- Né personaggi, né stile, né azione, qui sentent le «théâtre».
Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
- Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il ruggito di Spera all'ultimo atto, quando soffoca il figlio.
- Ah, impossibile, caro mio! Quello deve nascere lì per lì.
Voi scherzate? Mi lacererebbe la gola...
E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla rappresentazione.
Mi verrebbe a freddo.
No, no! Deve nascere lì per lì.
Ah, sublime, quell'amplesso! Rabbia d'amore e d'odio insieme.
La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
- Sarà il suo figliuolo? - le domandava, gongolante, Giustino.
- No, strozzo il figlio di Grimi, - gli rispondeva la Carmi.
- Mio figlio, caro Boggiolo, per vostra regola, non metterà mai piede sul palcoscenico.
Che! che!
Finita la prova, Giustino Boggiolo scappava nelle redazioni dei giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i giornalisti così detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente; ma non se n'aveva per male; mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all'Archivio Notarile gli storpiavano il nome.
Indegnità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci centesimi per offrire al Boggiolo cento biglietti da visita stampati così:
GIUSTINO RONCELLA
nato Boggiolo
Sì, sì, benissimo.
Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l'opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali la vivissima attesa del pubblico per il nuovo dramma La nuova colonia, stuzzicando la curiosità con «interviste» e «indiscrezioni».
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
La sua vecchia mamma non lo riconosceva più; ma egli ormai non era più in grado d'avvertire né allo stupore di lei né all'aria di dileggio dello zio Ippolito, come non avvertiva all'agitazione che cagionava alla moglie.
Le riferiva l'esito delle prove e quel che si diceva nelle redazioni dei giornali.
- La Carmi è grande! E quella piccola Grassi, nella parte di Mita, se la vedessi: un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce.
Stasera comincia la prenotazione dei posti.
È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino, di Firenze, di Napoli e di Bologna...
La sera della vigilia ritornò a casa com'ebbro addirittura.
Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l'altra, nera, viscida e velenosa come una serpe.
Il teatro, tutto venduto per tre sere; la prova generale, riuscita mirabilmente; i giornalisti più accontati e qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a bocca aperta.
Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che La nuova colonia era «la Medea tradotta in tarentino».
- La Medea? - domandò Silvia, confusa, stordita.
Non sapeva nulla, proprio nulla, lei, della famosa maga della Colchide; aveva sì letto qualche volta quel nome, ma ignorava affatto chi fosse Medea, che avesse fatto.
- L'ho detto! l'ho detto! - gridò Giustino.
- Non mi son potuto tenere...
Forse ho fatto male.
Infatti la Barmis, ch'era lì presente, voleva che non lo dicessi.
Ma che Medea! Ma che Euripide! Per curiosità, domattina, appena arriva la signora Faciolli da Catino, fatti prestare questa benedetta Medea: dicono che è una tragedia di...
di...
coso...
l'ho detto or ora...
Stùdiale, stùdiale queste benedette cose greche, mice...
non so come le chiamino...
micenatiche...
stùdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata così, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino...
Basta questo! Sono tanti imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso...
oh se li conosco!
Dopo cena, la signora Velia, molto impensierita dello stato di Silvia in quegli ultimi giorni, la forzò amorosamente a uscir di casa col marito.
Era già tardi, e nessuno la avrebbe veduta.
Una passeggiatina pian piano le avrebbe fatto bene: ella non avrebbe dovuto mai trascurare, in tutti quei mesi, un po' di moto.
Silvia si lasciò indurre; ma quando Giustino, a una cantonata, al gialliccio lume tremolante d'un fanale volle mostrarle il manifesto già affisso del Teatro Valle, che recava a grossi caratteri il titolo del dramma e il nome di lei e poi l'elenco dei personaggi, e sotto, ben distinto, novissimo; si sentì mancare, ebbe come una vertigine e appoggiò la fronte pallida, gelida, su la spalla di lui:
- Se morissi? - mormorò.
4.
Giustino Boggiolo arrivò tardi a teatro, e con la vettura veramente questa volta, e di trotto, avvampato, quasi avesse la febbre, e sconvolto.
Fin dalla piazzetta di Sant'Eustachio la via era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lì la coda, Giustino pagò la corsa, sguisciò tra i legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata straordinaria.
Ecco Attilio Raceni su la soglia.
- Ebbene?
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, con un gesto disperato.
- Ci siamo! Le doglie.
L'ho lasciata con le doglie!
- Santo Dio! - fece il Raceni.
- Era da aspettarselo...
L'emozione...
- Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! - replicò Giustino, fieramente irritato, girando gli occhi e provandosi ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente per acquistare i biglietti d'ingresso.
Si levò su la punta dei piedi per vedere il cartellino affisso su lo sportello del botteghino: - Tutto esaurito.
Un signore lo urtò, di furia.
- Scusi...
- Di niente...
Ma sa, è inutile, glielo dico io.
Non c'è più posti.
Tutto esaurito.
Torni domani sera.
Si ripete.
- Venga, venga, Boggiolo! - lo chiamò il Raceni.
- Meglio che si faccia vedere sul palcoscenico.
- Due...
quattro...
uno...
due...
uno...
tre...
- gridavano intanto all'ingresso le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
- Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? - domandò Giustino su le spine.
- Quanti biglietti d'ingresso avranno dato via? Avrei dovuto trovarmi là di prima sera...
Ma quando il diavolo ci caccia la coda! E sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero...
ho un brutto presentimento...
- Non dica così! - gli diede su la voce il Raceni.
- Per Silvia, dico per Silvia! - spiegò Giustino.
- Mica pel dramma...
L'ho lasciata, creda, molto, molto male...
Speriamo che tutto vada bene...
ma ho paura che...
E poi, guardi, tutta questa gente...
dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà impaziente, turbolenta...
Ohè, paga, e vorrà godere...
Ma poteva venire la seconda sera, perdio! Si ripete...
Andiamo, andiamo...
Tutto il teatro risonava d'un fragorio vario, confuso, di gigantesco alveare.
Come saziar la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l'aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, più vasta, più calda, più fusa?
Avvertì come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso l'entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori.
Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi alla scena, mentre già con miagolii lamentosi si accordavano gli strumenti dell'orchestrina.
Il direttore di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli attori.
Alcuni di questi eran già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a vedere così da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi, in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e il Mola.
Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro, rumorosamente.
- Eccolo qua! - gridò il Grimi, levando le braccia.
- Ebbene, come va? come va?
- Teatrone! - esclamò il Centanni.
- Contento, eh? - aggiunse il Mola.
- Coraggio! - gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
- La sua signora?...
- Male...
male...
- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo.
Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
- Capiranno che...
tanto...
tanto bene non può stare...
- Ma starà bene! benone starà! benone! - fece il Grimi col suo vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
- Su, Lampini, - disse il Centanni.
- L'augurio di prammatica: in bocca al lupo!
- La signora Carmi? - domandò Giustino.
- In camerino, - rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolìo incessante dell'ampio vaso.
Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d'usci e stridore di chiavi e scalpiccìo di piedi.
Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l'impressione che ci fosse un gran molo di là con tanti piroscafi in partenza.
Gli orecchi presero d'un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
- Vediamo la sala! - gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e tirandolo verso la spia del telone.
- Non si lasci scappare, per carità! - aggiunse poi, piano, - che la signora è soprapparto.
- Ho capito, ho capito, - rispose Giustino, che si sentiva morir le gambe accostandosi alla ribalta.
- Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin d'atto...
- Ma s'intende! - lo interruppe il Raceni, - non c'è bisogno che me lo dica...
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino, - per avere io notizie...
Capirà che a lei non si potrà dir nulla...
Ah che sciagurata congiuntura! E meno male che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c'è lo zio...
E ho sacrificato anche quella povera signora Faciolli, che aveva tanto desiderio d'assistere allo spettacolo...
Mise l'occhio alla spia e restò sgomento a mirar prima giù nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e su al loggione formicolante di teste.
Erano inquieti, impazienti lassù, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi.
Giustino trasalì a una scampanellata furiosa del buttafuori.
- Niente! - gli disse il Raceni, trattenendolo, - è il segnale all'orchestra.
E l'orchestrina si mise a strimpellare.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all'in piedi! Giustino si sentì come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo tremendo di tanta moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl'innumerevoli occhi.
Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichìo irrequieto rendevano terribile e mostruosa la folla.
Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lì nelle poltrone.
Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo, sorridendo...
ecco là il Betti, che puntava il binocolo.
Chi sa a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
- La Medea tradotta in tarentino.
Imbecille! Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscì a scorgere né queste né quello.
Era gonfio d'orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico spettacolo per sé stesso quel teatro così pieno, e che si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di lei.
L'autore, il vero autore di tutto, era lui.
- Boggiolo! Boggiolo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
- Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago, Boggiolo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors.
E che miracolo, avete visto? È in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra moglie.
- Di mia moglie? - esclamò Giustino, stordito.
- Perché?
Era così infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che la amica del Gueli e tutte le donne ch'erano in teatro deliravan per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente.
Ma sua moglie...
- che c'entrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
- Ve ne fate? - soggiunse la Barmis.
- Ma chi sa quante donne saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch'ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle.
Squillarono i campanelli.
Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò via.
Il Raceni lo trascinò tra le quinte a destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiolo parve che gli scoperchiassero l'anima e che tutta quella moltitudine d'un tratto silenziosa s'apparecchiasse al feroce godimento del supplizio di lui, supplizio inaudito, quasi di vivisezione, ma con un che di vergognoso, come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all'altro, per qualche falsa mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla prima all'ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla lentezza dei comici, che gli pareva s'indugiassero apposta su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch'essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in iscena; ma non riuscì a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino teneva e legava lì Giustino, sgomento, come al cospetto d'un fenomeno mostruoso: il dramma che sua moglie aveva scritto, ch'egli sapeva a memoria parola per parola, e che finora aveva quasi covato, ecco, si staccava da lui, si staccava da tutti, s'inalzava, s'inalzava come un pallone di carta ch'egli avesse diligentemente portato lì, in quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse, a cui ora infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro, nell'attesa angosciosa che da un istante all'altro un buffo d'aria, una scossa di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s'incendiasse, non fosse divorato lì nell'alto dallo stesso fuoco ch'egli vi aveva acceso.
Ma dov'era il clamore della folla per quell'inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s'inalzava.
Esso solo, lì, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l'indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl'incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpicciolendo le cure innumerevoli ch'egli se n'era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopratutto.
Se non scoppiavano applausi...
se tutti restavano così sino alla fine, sospesi e intontiti...
Ma com'era? che cos'era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato...
Non un applauso...
non un segno d'approvazione...
niente!...
Gli pareva d'impazzire...
apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo.
Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento...
no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento...
forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atrocemente orrida, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all'altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati.
Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com'era? com'era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava...
E le grida dei comici sul palcoscenico, già all'ultima scena, rimbombavano.
Ecco, ora calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lì dal fondale, con l'ansia sua, con la sua brama, con tutta l'anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitìo di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti...
- e allora si sentì rilassar tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine...
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell'incendio là...
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja.
Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi, e poi del Revelli, e poi del Crimi che gli stampò su le labbra, su la punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura, perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guaio che ne sarebbe venuto, si schermisse.
E col volto così impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era così esausto, spossato, sfinito, che solo in quell'abbandono trovava sollievo; e ormai s'abbandonava a tutti, quasi meccanicamente; si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulir la faccia.
Il Raceni era scappato a casa a prender notizie della moglie.
Nei corridoi, nei palchi era un gridìo, un'esagitazione, un subbuglio.
Tutti gli spettatori, per tre quarti d'ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione così nuova e straordinaria, così viva da capo a fondo d'una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi d'anima impreveduti, s'erano come liberati con quell'applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi.
Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d'atteggiamenti e d'espressioni, si dimostrava d'una saldezza così adamantina, non avrebbe potuto più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell'azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d'arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva.
Pareva non ci fosse la premeditata concezione d'un autore, ma che l'azione nascesse lì per lì, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall'urto di selvagge passioni, nella libertà d'una vita fuori d'ogni legge e quasi fuori del tempo, nell'arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a sé stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l'autore si fosse proposto.
Molti, tra i più accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi i visi dei critici drammatici dei più diffusi giornali quotidiani, e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli.
Approvava? disapprovava? e che cosa? il dramma o l'interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico.
Chi era? Ah, il Fongia di Torino...
Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis.
Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata.
Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall'aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all'altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi...
- ah, il Gueli, il Gueli! Maurizio Gueli! - sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate, - gli disse allora Zeta, - e fatemi perdonare dalla signora.
Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella...
- Io? Per carità! - fece il Gueli; e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente su le labbra nere e restringendo un po' le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò più volte il capo e disse al giornalista:
- Eh, molto...
molto bene...
- Signora, con ragione! - esclamò allora quello.
- Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l'ho detto e lo dirò.
Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura...
Non le mancherà l'aiuto...
paterno, s'intende.
Poco dopo questa conversazione da un palco all'altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo più oltre frenare in sé l'impeto dell'avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé.
Stavano per montare in vettura, quando da un'altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos'è? - domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore...
muore...
muore...
La Roncella, forse, a quest'ora...
l'ho lasciata che...
vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutar la signora, il Raceni s'avventò dentro il teatro.
Passando innanzi all'ingresso della platea udì un fragore altissimo d'applausi.
In due salti fu sul palcoscenico.
Qui, a prima giunta, si trovò come in mezzo a una mischia furibonda.
Giustino Boggiolo ormai ringalluzzito, anzi quasi impazzito dalla gioja, tra i comici che lo tiravano per le falde della giacca, gridava e si divincolava per presentarsi lui, lui alla ribalta, invece della moglie, a ringraziare il pubblico che ancora non si stancava di chiamar fuori l'autrice, a scena aperta.
IV.
Dopo il trionfo
1.
Alla stazione, una folla.
I giornali avevano divulgato la notizia che Silvia Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento supremo del suo trionfo, finalmente in grado di sopportar lo strapazzo d'un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperar le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
E giornalisti e letterati e ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s'affollavano innanzi alla porta della sala d'aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l'avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov'è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro...
Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano più staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov'ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavan sui vetri, chiamavano, facevan cenni d'impazienza e d'irritazione; nessuno di quelli entrati se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d'impazienza e d'irritazione.
L'esito del dramma La nuova colonia era stato veramente straordinario, un trionfo.
La notizia della morte dell'autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso, affascinato dalla vasta e possente originalità del dramma, aveva suscitato una così nuova e solenne manifestazione di lutto e d'entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi.
Affermando quel trionfo della vita dell'opera d'arte, acclamando, gridando, deprecando, singhiozzando, era parso che il pubblico quella sera volesse vincere la morte: era rimasto lì, in teatro, alla fine dello spettacolo, a lungo, a lungo, frenetico, quasi in attesa che la morte lasciasse quella preda sacra alla gloria, la restituisse alla vita; e quando Laura Carmi, esultante, era irrotta al proscenio ad annunziare che l'autrice non era ancor morta, un delirio s'era levato come per una vittoria soprannaturale.
La mattina appresso tutti i giornali erano usciti in edizioni straordinarie per descrivere quella serata memorabile, e per tutta Italia, per tutti i paesi n'era volata subito la notizia, suscitando in ogni città il desiderio più impaziente di vedere al più presto rappresentato il dramma e d'avere intanto altre notizie, altre notizie dell'autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardar Giustino Boggiolo per farsi un'idea dell'enormità dell'avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata.
Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano agguantato per il petto, per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, lui invece della moglie, ebbro furente per i fragorosi applausi scoppiati a scena aperta, in principio del secondo atto, nel momento dell'approdo della nuova colonia, allorché alla vista delle donne i primi coloni smettono di combattere e lasciano solo Currao, era stato trascinato via, a casa, da Attilio Raceni che si squagliava in lagrime, convulso.
Come non era impazzito alla vista del tragico trambusto, lì in casa, innanzi a quei tre medici curvi addosso alla moglie sanguinosa abbandonata urlante, nel veder fare scempio e strazio del corpo esposto di lei?
Chiunque altro forse, balzato così da una violenta terribile emozione a un'altra opposta, non meno violenta e terribile, sarebbe impazzito.
Lui no! Lui, invece, poco dopo entrato in casa, aveva dovuto e potuto trovare in sé la forza sovrumana di tener testa alla petulanza crudele dei giornalisti accorsi dal teatro appena la prima notizia della morte aveva cominciato a circolar tra i palchi e la platea.
E mentre di là venivano gli urli, gli ùluli lunghi orrendi della moglie, aveva potuto, pur sentendosi da quegli urli, da quegli ùluli strappar le viscere e il cuore, rispondere a tutte le domande che quelli gli rivolgevano e dar notizie e ragguagli e finanche andare a scovar nei cassetti e distribuire ai redattori dei giornali più in vista il ritratto della moglie, perché fosse riprodotto nelle edizioni straordinarie del mattino.
Ora ella intanto - bene o male - s'era liberata del suo còmpito: quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell'ozio.
Mentre lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino lì! Un gigante, un gigante aveva messo su, egli; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta l'Italia, per tutta l'Europa, anche per l'America, a mietere allori, a insaccar denari; e toccava a lui d'andargli appresso col sacco in mano, a lui già stremato di forze, così sfinito per il suo parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiolo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era il trionfo, di cui egli solamente si riconosceva l'autore.
Ma sì! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lì, alla stazione, a ossequiar la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego...
Mi facciano la grazia, siano buoni...
Il medico, hanno sentito?...
E poi, guardino, ci sono tant'altri di là...
Sì, grazie, grazie...
Prego, per carità...
A turno, a turno, dice il medico...
Grazie, prego, per carità...
- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti più poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo più lodevole, così che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d'un altro avvenimento.
- Grazie, oh prego, per carità...
Oh signora Marchesa, quanta degnazione...
Sì, sì, vada, grazie...
Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringer la mano, e poi via, mi raccomando.
Un po' di largo, prego, signori...
Grazie, grazie...
Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità...
Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi...
Largo, largo, per favore...
Sissignore, parte senz'avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma...
Come dice? Ah sì...
purtroppo, sì, neanche una volta, neanche alle prove...
Eh, come si fa? deve partire, perché io...
Grazie, Centanni!...
Deve partire...
Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?...
Deve partire, perché...
Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice...
La Spera, sissignora!...
Perché io...
mi lasci stare, ah, mi lasci stare...
Non me ne parli, non me ne parli, non me ne parli...
A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia...
non so come spartirmi...
sette, sette compagnie in giro, sissignore...
Così, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d'intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite così, quasi per incidenza; e or questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
Cèrea, con le labbra esangui, le nari dilatate, tutta occhi, i capelli cascanti, Silvia Roncella appariva piccola, minima, misera, quale centro di tutto quel movimento attorno a lei; più che stordita, smarrita.
Le si notavano sul volto certi sgrati movimenti, guizzi nervosi, contrazioni, che tradivano duri sforzi d'attenzione; come se ella, a tratti, non sapesse più credere a quel che vedeva e si domandasse che cosa infine dovesse fare, quel che si volesse da lei, ora, nel momento di partire, col bambino accanto, a cui forse tutto quell'assembramento, tutto quel rimescolìo potevano far male, come facevano male a lei.
«Perché? perché?», dicevano chiaramente quegli sforzi.
«Ma dunque è vero, proprio vero, questo trionfo?»
E pareva avesse paura di crederlo vero, o fosse all'improvviso assaltata dal dubbio che ci fosse sotto sotto qualcosa di combinato, tutta una macchinazione ordita dal marito che si dava tanto da fare, una gonfiatura, ecco, per cui ella dovesse provare, più che sdegno, onta, come per una irriverenza indecente alla sua maternità, alle atroci sofferenze che essa le era costata, e uno strappo, una violenza alle sue modeste, raccolte abitudini; una violenza non solo importuna ma anche fuor di luogo, perché ella ora lì non stava a far nulla da richiamare tanto popolo: doveva partire, e basta, con la bàlia e il piccino e la suocera, povera cara vecchina tutta sbalordita, e lo zio Ippolito, che si prestava con gran sacrifizio ad accompagnarla fin lassù, invece del marito, e anche a tenerle compagnia in casa della suocera: ecco, così, un viaggetto in famiglia da far con le debite precauzioni, inferma com'era tuttavia.
Se il trionfo era vero, in quel momento, per lei, voleva dir fastidio, oppressione, incubo.
Ma forse...
sì, forse, in altro momento, appena ella avrebbe riacquistato le forze...
se esso era vero...
chi sa!
Qualcosa come un émpito immenso, tutto pungente di brividi, le si levava dal fondo dell'anima, turbando, sconvolgendo, strappando affetti e sentimenti.
Era il dèmone, quell'ebbro dèmone che ella sentiva in sé, di cui aveva avuto sempre sgomento, a cui sempre s'era sforzata di contrastare ogni dominio su lei, per non farsi prendere e trascinar chi sa dove, lontano da quegli affetti, da quelle cure in cui si rifugiava e si sentiva sicura.
Ah, faceva proprio di tutto, di tutto, il marito per gittarla in preda ad esso! E non gli balenava in mente che se ella...?
No, no: ecco; contro il dèmone un altro più tremendo spettro le sorgeva dentro: quello de la morte: la aveva toccata, da poco, toccata; e sapeva com'era: gelo, bujo freddo e duro.
Quell'urto! ah, quell'urto! Sotto la morbida mollezza delle carni, sotto il fervido fluire del sangue, quell'urto contro le ossa del suo scheletro, contro la sua cassa interna! Era la morte, quella; la morte che la urtava coi piedini del suo bimbo, che voleva vivere uccidendola.
La sua morte e la vita del suo bambino le sorgevano dinanzi contro il dèmone malioso della gloria: una laidezza sanguinosa, brutale, vergognosa, e quel roseo d'alba lì tra i veli, quella purezza gracile e tenera, carne della sua carne, sangue del suo sangue.
Così combattuta, nella spossatezza della convalescenza, così sbalzata da un sentimento all'altro, Silvia Roncella or si volgeva al bambino, tra un saluto e l'altro; or abbassava la mano per dare una rapida stretta incoraggiante alle mani della vecchina che le sedeva accanto; ora rispondeva con uno sguardo freddo e quasi ostile agli augurii, alle congratulazioni d'un giornalista o d'un letterato, come a dir loro: «Non me n'importa poi tanto, sa? Io sono stata per morire!» - ora, invece, a qualche altra congratulazione, a qualche altro augurio, si rischiarava in viso, aveva come un lampo negli occhi e sorrideva.
- È meravigliosa! meravigliosa! Ingenuità, primitività incantevole! Freschezza di prato! - non rifiniva intanto d'esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch'essi, come tanti altri, a veder per la prima volta, a conoscer l'autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo.
Eran venuti sicuri d'una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d'una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai più efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e d'un subito s'erano immelensite le arie con cui erano entrati e raggelati i loro modi.
- Sì, ma soffre, - osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale.
- È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là...
- Tanto di donnetta, che forza! - diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro.
- Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt'altra!
- Ah sì? Io, no! io, no! Io proprio così, - affermò la Barmis.
- Ma se la guardate bene...
- Già, sì, negli occhi...
- riconobbe subito la Carmi.
- C'è! c'è! negli occhi c'è qualcosa...
Certi lampi, sì, sì...
Perché il grande della sua arte è...
non saprei...
in alcuni guizzi, eh? non vi pare? subitanei, improvvisi...
in certi bruschi arresti che vi scuotono e vi stonano.
Noi siamo abituati a un solo tono, ecco; a quelli che ci dicono: la vita è questa, questa e questa; ad altri che ci dicono: è quest'altra, quest'altra e quest'altra, è vero? La Roncella vi dipinge un lato, anch'essa; ma poi d'un tratto si volta e vi presenta l'altro lato, subito.
Ecco, questo mi pare!
E la Carmi, succhiando come una caramella la soddisfazione d'aver parlato così bene, forte, volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi di tutta la sala, o almeno almeno i segni dell'unanime consenso, e vendicarsi così, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella.
Ma non raccolse neanche quelli del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s'accorsero bene ch'essa più che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la signora Ely Faciolli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, cavandosi di capo, inchinandosi, s'affrettarono a trarsi da canto per lasciar passare uno, cui evidentemente l'insospettata presenza di tanta gente cagionava, più che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava a gli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell'uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c'era.
Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme, teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua...
E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l'ho già detto! gelosa pazza; ma - siamo giusti - con ragione, mi sembra...
Per me, via, non c'è più dubbio!
- Ma statevi zitta! - le diede su la voce il Raceni.
- Che dite! Se le può esser padre!
- Bambino! - esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
- Sarà gelosa la Frezzi! Lo sapete voi; io non lo so, - insistette il Raceni.
La Barmis aprì le braccia: - Ma lo sa tutta Roma, santo Dio!
- Va bene.
E che vuoi dire? - seguitò il Raceni, accalorandosi.
- Gelosa e pazza, se mai! Non può esser altro che pazzia...
Ma se alla prima rappresentazione se n'andò dopo il primo atto.
Lo notarono tutti i maligni, come una prova che il dramma non gli è piaciuto!
- Per altra ragione, caro, per altra ragione andò via! - canterellò la Barmis.
- Grazie, lo so! Ma quale? - domandò il Raceni.
- Perché innamorato della Roncella? Fate ridere, se lo dite.
Controsenso! Andò via per la Frezzi.
D'accordo! E che vuol dire? Ma se lo sanno tutti che è schiavo di quella donna! che quella donna lo vessa! e che egli farebbe di tutto per stare in pace con lei!
- E viene qua? - domandò argutamente la Barmis.
- Sicuro! viene qua! sicuro! - rispose con stizza il Raceni.
- Perché avrà saputo com'è stata interpretata dai maligni quella sua uscita dal teatro, e viene a riparare.
È turbato, sfido! non s'aspettava qua tutta questa gente.
Teme che questa sera colei, come voi e come tutti possa malignare su questa venuta.
Ma via! ma via! Se fosse altrimenti, o non sarebbe venuto, o non sarebbe così turbato.
È chiaro!
- Bambino! - ripeté la Barmis.
Non poté aggiungere altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscir dalla sala per prender posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levarono grida di evviva tra un lungo scroscio d'applausi; e Giustino Boggiolo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri lustri e i pomelli accesi, s'inchinò a ringraziare più volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signora Ely Faciolli, dimenticata e inconsolabile.
Guardando cauto, obliquo, col grosso testone triste arruffato, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc'anzi stava seduta la Roncella, ghermì una piccola piuma che s'era staccata dal boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohè! tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto...
Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Su, su, coraggio, figlio mio! È la cosa più facile del mondo, vedi...
Quella ha preso Medea e l'ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano.
Un trionfo! Te l'assicuro io! E vedrai che quella mo' si fa ricca, oh! Due, trecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!
2.
Ritornando a casa in vettura con la signora Ely Faciolli (la poverina non sapeva staccarsi il fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto più per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiolo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l'avesse proprio con lei.
Ma no, povera signora Ely, no; lei non c'entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno s'era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s'attacchi al piede d'un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo.
Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de La nuova colonia per pubblicarlo nella sua rassegna.
Per fortuna egli aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro scemasse alquanto la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma.
Il Borghi allora, in cambio, s'era fatto promettere da Silvia una novella - lunghetta, lunghetta - per la Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi? - cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signora Ely, che non poteva davvero mostrare gli occhi e affrontare una conversazione in quello stato.
- A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora...
Non sono più i tempi della Casa dei nani.
Quel che può bastare a un nano, signora mia, diciamola com'è, non può bastare più a un gigante, ecco.
La gratitudine, sissignora! Ma la gratitudine...
la gratitudine prima di tutto non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò più volte col capo, dentro il moccichino, la signora Ely; e Giustino seguitò:
- Al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola...
no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare.
Questo me lo conservo, guardi! come un buon pensiero per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore.
Anzi, me l'appunto.
Così lo leggerà...
Trasse dalla tasca il taccuino e prese nota del pensiero.
- Creda che se non faccio così...
Ah, signora mia, signora mia! Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, Dio, mi prende la vertigine! Ora vado all'ufficio e domando sei mesi d'aspettativa.
Non posso farne di meno.
E se non me l'accordano? Mi dica lei...
Se non me l'accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a...
a...
Come dice?
Disse qualche altra cosa dentro il moccichino la signora Ely, qualche altra cosa che non volle ridire né manifestar per segni: solamente alzò un poco le spalle.
E allora Giustino:
- Ma veda, per forza...
Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all'ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, che vivo alle spalle di mia moglie.
Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie, senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: se n'è andata in villeggiatura; e chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra...
Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto...
Andate a pensare all'ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei...
Bah, non ci pensiamo!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava.
Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d'arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco, anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po' di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi.
Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po' di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un'altra ragione di stizza.
Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all'erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, su le seggiole, su le poltrone, su la scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de La nuova colonia.
- E scusi...
e scusi...
e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiolo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell'apparato.
- Ma chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino Pirino.
Io sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella.
Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e son venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov'è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov'è? chi? come?
- Ma signor mio, è partita!
- Partita?
- Lo sa tutta Roma, perbacco! c'era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo io, scusi...
Ma già...
aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de La nuova colonia, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è roba di tutti La nuova colonia, scusi? Lei prende così le scene e...
e se le appropria...
Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Ha veduto La nuova colonia di mia moglie...
- Sissignore.
- E questa è l'isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- Dove l'ha mai veduta Lei? esiste forse nella realtà, nella carta geografica quest'isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere, e in verità a ridere era disposto; così investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso su le labbra.
Più che mai stordito, disse:
- Con gli occhi? con gli occhi no, certo! con gli occhi non l'ho veduta.
Ma l'ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino.
- Mia moglie! L'ha immaginata mia moglie, non Lei! E se mia moglie non l'avesse immaginata, Lei non avrebbe dipinto lì un bel corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino riuscì a fare erompere la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sì? quale? quella dell'isola? oh bella! oh bella! oh bella! vuol esser Lei soltanto il proprietario dell'isola? il proprietario d'un'isola che non esiste?
Giustino Boggiolo, sentendolo ridere così, s'intorbidò tutto dall'ira e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dite voi che non esiste! Esiste, esiste, esiste, sissignore! Ve lo faccio vedere io se esiste!
- L'isola?
- La proprietà! il mio diritto di proprietà letteraria! il mio diritto, il mio diritto esiste; e vedrete se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora, e glielo faccio vedere!
- Va bene...
ma guardi...
sissignore...
si calmi, guardi...
- gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io...
io non ho voluto usurpare alcun diritto, alcuna proprietà...
Se lei s'arrabbia così...
ma io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli, e me ne vado.
Glie li regalo e me ne vado...
Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia compaesana...
Sì, volevo anche pregarla di...
di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche aiuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d'uno sguardo, questi miei pastellini...
Non c'è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiolo si trovò d'un tratto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient'affatto...
grazie...
scusi...
dicevo, discutevo per il...
la...
il...
diritto, la proprietà, ecco.
Creda che è un affar serio...
come se non esistesse...
Una pirateria continua nel campo letterario...
Mi sono riscaldato, eh? ma perché, veda...
in questo momento, mi...
mi...
mi...
riscaldo facilmente: sono stanco, stanco, stanco da morirne; e non c'è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, Lei lo capisce bene.
- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s'arrabbi di nuovo, per carità! Senta...
crede che io non possa fare un quadro, poniamo, su...
sui Promessi sposi, ecco? Leggo i Promessi sposi...
ho l'impressione d'una scena...
non posso dipingerla?
Giustino Boggiolo si concentrò con grande sforzo; rimase un po' cogitabondo a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse.
- Veramente non saprei...
Forse, trattandosi dell'opera d'un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio...
Non so.
Bisogna che studii la questione.
Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso.
Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare La nuova colonia - glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica...
- Veramente...
già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiù il pizzo; ma poi, d'un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda...
il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga più, sa? ne può star sicuro; non paga più!
Giustino Boggiolo parò le mani come ad arrestar subito un pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s'affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io le ho già detto perché sono venuto e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli.
Un'idea luminosa balenò in quel momento a Giustino.
Il dramma, prima o poi, doveva andare a stampa.
Farne un'edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là...
Ecco, il libro così non sarebbe andato per le mani di tutti: così egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell'opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l'ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all'editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell'idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d'aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco.
Una prefazione del Gueli, al volume...
Così, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto...
Egli è venuto questa mattina a ossequiar la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io!) che è stato per mera cortesia.
Se il Gueli fa la prefazione...
Benissimo, sì sì, benissimo.
Ci andrò oggi stesso, subito com'esco dall'ufficio.
Ma vede quant'altri pensieri, quant'altro da fare mi dà Lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna.
Basta, basta...
Vedrò di pensare a tutto.
Lei mi lasci qua i pastelli.
Le prometto che appena passo da Milano...
Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando su il busto, impacciato:
- Ecco...
quando...
quando passerà, Lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiolo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile che le dica il mio indirizzo.
Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno.
Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva così.
3.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiolo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era così stanco, in tale vana fissità di stordimento, che finanche alle pietre avrebbe fatto pietà.
Solamente a sé stesso non ne faceva.
Appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, si trovò senza saper come né perché tra le braccia, sul seno d'una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con la tepida mano profumata e gli diceva con dolce voce materna:
- Poverino...
poverino...
ma si sa!...
ma così voi vi distruggete, caro!...
oh poverino...
poverino...
Ed egli, senza volontà, abbandonato, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch'egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, si lasciava carezzare come un bambino.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All'ufficio il capo lo aveva accolto a modo d'un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d'aspettativa non si sarebbe chiamato più Gennaro Ricoglia se non gliel'avrebbe fatta respingere, respingere, respingere.
In casa del Gueli, poi...
Oh Dio, che era accaduto in casa del Gueli?...
Non sapeva raccapezzarsi più...
Aveva sognato? Ma come? non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito...
O impazzito lui, o il Gueli...
Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenio vertiginoso qualche cosa doveva essere avvenuta, a cui egli non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla; neanche perché la Barmis fosse là...
Forse era giusto, era naturale che fosse là...
e quel conforto pietoso e carezzevole era anche opportuno, sì, e meritato...
ma ora...
ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi.
Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo...
le...
le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo stato? Voi non potete, caro, non potete!
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava più, proprio, d'esser donna.
- Ma...
ma come?...
- seguitò a balbettare, - senza...
senza lume qui? Che ha fatto la serva della signora Ely?
- Il lume? Non l'ho voluto io, - disse Dora.
- L'avevano portato.
Qua, qua, sedete con me, qua.
Si sta bene al buio...
qua...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino, pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l'impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentì stringere con violenza un braccio.
Più che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l'altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido...