SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 12
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e poi quante spesucce giornaliere, segnate lì a testimonianza, almeno, del suo buon cuore! Vedeva, per esempio, andando all'ufficio o tornandone, un poverello cieco, che destava veramente pietà? Ma egli, prima d'ogni altro passante, se ne impietosiva; si fermava a considerar da lontano la miseria di quell'infelice; diceva a se stesso:
«Chi non gli darebbe due soldini?».
E spesso li traeva realmente dal portamonete del panciotto, ed era lì lì per avvicinarsi a porgerli, quand'ecco una considerazione e poi un'altra e poi tante insieme, angustiose, gli facevano alzar le ciglia, tirar fiato, abbassar la mano e gliela guidavano pian pianino al portamonete dei pantaloni, e quindi a segnar nel taccuino con un sospiro: Elemosina, lire zero, centesimi dieci.
Perché una cosa è il buon cuore, un'altra la moneta; tiranno il buon cuore, più tiranna la moneta; e costa più pena il non dare, che il dare, quando non si può.
Già già la famiglia cominciava a crescere, ohè; e chi ne portava il peso? Sicché dunque, più della soddisfazione che in quel tal giorno egli aveva avuto un desiderio gentile, una generosa intenzione, l'impulso a soccorrere l'umana miseria, non poteva concedersi, in coscienza di galantuomo.
2.
Non rivedeva la madre da più di quattro anni, da quando cioè lo avevano sbalestrato a Taranto.
Quante cose erano avvenute in quei quattro anni, e come si sentiva cambiato, ora che l'imminente arrivo della madre lo richiamava alla vita che aveva vissuto con lei, agli umili e santi affetti rigorosamente custoditi, ai modesti pensieri, da cui per tante vicende imprevedute egli s'era staccato e allontanato!
Quella vita quieta e romita, tra le nevi e il verde de' prati sonori d'acqua, fra i castagni del suo Cargiore vegliato dal borboglio perenne del Sangone, quegli affetti, quei pensieri egli avrebbe riabbracciato tra breve in sua madre, ma con un penoso disagio interno, con non tranquilla coscienza.
Sposando, egli aveva nascosto alla madre che Silvia fosse una letterata; le aveva parlato a lungo, invece, nelle sue lettere, delle qualità di lei che alla madre sarebbero riuscite più accette; vere, pertanto; ma appunto per ciò sentiva ora più spinoso il disagio: ché proprio lui aveva indotto la moglie a trascurare quelle qualità; e se ora Silvia dal libro spiccava un salto al palcoscenico, a questo salto la aveva spinta lui.
E se ne sarebbe accorta bene la madre in quel momento, trovando Silvia derelitta e bisognosa soltanto di cure materne, lontanissima da ogni pensiero che non si riferisse al suo stato miserevole; trovando lui invece, là, tra i comici, in mezzo alle brighe d'una prima rappresentazione.
Non era più un ragazzo, è vero; doveva ormai regolarsi con la propria testa; e non vedeva nulla di male, del resto, in ciò che faceva; tuttavia da buon figliuolo com'era sempre stato, obbediente e sottomesso alla volontà e incline ai desiderii, al modo di pensare e di sentire della sua buona mamma, si turbava al pensiero di non aver l'approvazione di lei, di far cosa che a lei, anzi, certamente doveva dispiacere, e non poco.
Tanto più se ne turbava, in quanto prevedeva che la sua santa vecchierella, venuta per amor suo da così lontano a soffrire con la nuora, non gli avrebbe in alcun modo manifestato la sua riprovazione, né mosso il minimo rimprovero.
Molta gente attendeva con lui il treno da Torino, già in ritardo.
Per stornarsi da quei pensieri molesti egli si forzava d'attendere alla grammatica inglese, andando su e giù per la banchina; ma a ogni fischio di treno si voltava o s'arrestava.
Fu dato finalmente il segno dell'arrivo.
I numerosi aspettanti s'affollarono, con gli occhi al convoglio che entrava sbuffante e strepitoso nella stazione.
Si schiusero i primi sportelli; la gente accorse con varia ansia, cercando da una vettura all'altra.
- Eccola! - disse Giustino, ilarandosi e cacciandosi tra la ressa, per raggiungere una delle ultime vetture di seconda classe, da cui s'era sporta con aria smarrita la testa d'una vecchina pallida, vestita di nero.
- Mamma! Mamma!
Questa si volse, alzò una mano e gli sorrise con gli occhi neri, intensi, la cui vivacità contrastava col pallore del volto già appassito dagli anni.
Nella gioja di rivedere il figliuolo la piccola signora Velia cercò quasi un rifugio dallo sbalordimento che la aveva oppressa durante il lungo viaggio e dalle tante e nuove impressioni che le avevano tumultuosamente investito la stanca anima, chiusa e ristretta ormai da anni e anni nelle abituali relazioni dell'angusta e timida sua vita.
Era come intronata e rispondeva a monosillabi.
Le pareva diventato un altro il figliuolo, tra tanta gente e tanta confusione; anche il suono della voce, lo sguardo, tutta l'aria del volto le parevano cangiati.
E la stessa impressione aveva Giustino della vista della madre.
Sentivano entrambi che qualcosa tra loro s'era come allentata, disgiunta: quell'intimità naturale, che prima impediva loro di vedersi così come si vedevano adesso; non più come un essere solo, ma due; non già diversi, ma staccati.
E non s'era egli difatti nutrito, lontano da lei - pensava la madre - d'una vita che le era ignota? non aveva egli adesso un'altra donna accanto, ch'ella non conosceva e che certo doveva essergli cara più di lei? Tuttavia, quando si vide sola, finalmente, con lui nella vettura, e vide salvi la valigia e il sacchetto che aveva portati con sé, si sentì sollevata e confortata.
- Tua moglie? - domandò poi, dando a vedere nel tono della voce e nello sguardo, che ne aveva una grande suggezione.
- T'aspetta con tanta ansia, - le rispose Giustino.
- Soffre molto...
- Eh, poverina...
- sospirò la signora Velia, socchiudendo gli occhi.
- Ho paura però, che io poco...
poco potrò fare...
perché forse per lei...
non sarò...
- Ma che! - la interruppe Giustino.
- Non ti mettere in capo codeste prevenzioni, mamma! Tu vedrai quanto è buona...
- Lo credo, lo so bene, - s'affrettò a dire la signora Velia.
- Dico per me...
- Perché ti figuri che una che scrive, - soggiunse Giustino - debba essere per forza una...
una smorfiosa? aver fumi?...
Nient'affatto! Vedrai.
Troppo...
troppo modesta, anzi...
È la mia disperazione! E poi, sì, in quello stato...
Via, via, mammina, è come te, sai? senza differenza...
La vecchietta approvò col capo.
Le ferirono il cuore quelle parole.
Lei era la mamma; e un'altra donna, adesso, per il figliuolo era come lei, senza differenza...
Ma approvò, approvò col capo.
- Faccio tutto io! - seguitò Giustino.
- Gli affari li tratto io.
Del resto, ohè, a Roma, cara mamma...
che! tutto il doppio...
non te lo puoi neanche figurare! e se non ci s'ajuta in tutti i modi...
Lei lavora a casa; io faccio fruttare il suo lavoro fuori...
- E...
frutta, frutta? - domandò timidamente la madre, cercando di smorzare l'acume degli occhi.
- Perché ci sono io, che lo faccio fruttare! - rispose Giustino.
- Opera mia, non ti figurare! Sono io...
tutta opera mia...
Quello che fa lei...
ma sì, niente, sarebbe come niente...
perché la cosa...
la...
la letteratura, capisci? è una cosa che...
puoi farla e puoi non farla, secondo i giorni...
Oggi ti viene un'idea; sai scriverla, e la scrivi...
Che ti costa? Non ti costa niente! Per sé stessa, la letteratura, è niente; non dà, non darebbe frutto, se non ci fosse...
se non ci fosse...
se non ci fossi io, ecco! Io faccio tutto.
E se lei ora è conosciuta in Italia...
- Bravo, bravo...
- cercò d'interromperlo la signora Velia.
Poi arrischiò: - Anche dalle nostre parti conosciuta?
- Ma anche fuori d'Italia! - esclamò Giustino.
- Tratto con la Francia, io! Con la Francia, con la Germania, con la Spagna.
Ora comincio con l'Inghilterra! Vedi? Studio l'inglese.
Ma è un affar serio, l'Inghilterra! Basta; l'anno scorso, sai quanto? Ottomilacinquecentoquarantacinque lire, tra originali e traduzioni.
Più, con le traduzioni.
- Quanto! - esclamò la signora Velia, ricadendo nella costernazione.
- E che sono? - sghignò Giustino.
- Mi fai ridere...
Sapessi quanto si guadagna in America, in Inghilterra! Centomila lire, come niente.
Ma quest'anno, chi sa!
Invece d'attenuare, si sentiva ora spinto a esagerare da un irritazione ch'egli di fronte a se stesso fingeva gli fosse cagionata dall'angustia mentale della madre, mentre gli era in fondo cagionata da quel disagio interno, da quel rimorso.
La madre lo guardò e abbassò subito gli occhi.
Ah, com'era tutto preso, povero figliuolo, dalle idee della moglie! Che guadagni sognava! E non le aveva domandato nulla del loro paese; appena appena a lei della salute e se aveva viaggiato bene.
Sospirò e disse, come tornando di lontano:
- Ti saluta tanto la Graziella, sai?
- Ah, brava! - esclamò Giustino.
- Sta bene la mia nutrice?
- Comincia a essere stolida, come me, - gli rispose la madre.
- Ma, tu sai, è fidata.
Anche il Prever ti saluta.
- Sempre matto? - domandò Giustino.
- Sempre, - fece la vecchietta, sorridendo.
- Ti vuole sposare ancora?
La signora Velia agitò una mano, come se cacciasse via una mosca, sorrise e ripeté:
- Matto...
matto...
Abbiamo già la neve a Cargiore, sai? La neve su Roccia Vrè e sul Rubinett!
- Se tutto andrà bene, - disse Giustino, - dopo il parto, chi sa che Silvia non venga su con te, a Cargiore, per alcuni mesi...
- Su, con la neve? - domandò, quasi sgomenta, la madre.
- Anzi! - esclamò Giustino.
- Le piacerà tanto: non l'ha mai veduta! Io dovrò muovermi per affari, forse...
Speriamo! Riparleremo poi di questo, a lungo.
Tu vedrai come t'accorderai subito con Silvia che, poverina, è cresciuta senza mamma...
3.
Fu veramente così.
Fin dal primo vedersi, la signora Velia lesse negli occhi dolenti di Silvia il desiderio d'essere amata come una figliuola, e Silvia negli occhi di lei il timore e la pena di non bastare col suo affetto semplice al còmpito per cui il figliuolo la aveva chiamata.
Subito l'una e l'altra s'affrettarono di soddisfare quel desiderio e di cancellare quel timore.
- Me l'ero immaginata proprio così! - disse Silvia, con gli occhi pieni di affettuosa e tenera riverenza.
- È strano!...
Mi pare che l'abbia sempre conosciuta...
- Qua, niente! - rispose la signora Velia, alzando una mano alla fronte.
- Cuore, sì, figlia, quanto ne vuoi...
- Viva il pane di casa! - esclamò il signor Ippolito, consolato di veder finalmente una brava donnetta all'antica.
- Cuore, cuore, sì, dice bene, signora! Cuore ci vuole e maledetta la testa! Lei che è mamma, faccia il miracolo! tolga il mantice dalle mani al suo figliuolo!
- Il mantice? - domandò la signora Velia, non comprendendo e guardando le mani di Giustino.
- Il mantice, sissignora, - rispose il signor Ippolito.
- Un certo manticetto, ch'egli caccia nel buco dell'orecchio di cotesta povera figliuola, e soffia e soffia e soffia, da farle diventar la testa grossa così!
- Povero Giustino! - esclamò Silvia con un sorriso, rivolgendosi alla suocera.
- Non gli dia retta, sa?
Giustino rideva come una lumaca nel fuoco.
- Ma va' là, che la signora mi comprende! - riprese lo zio Ippolito.
- Fortuna che codesta scioccona, signora mia, non piglia vento! Ci ha cuore anche lei, e solido sa?; se no, a quest'ora...
Il cervello, un pallone...
su per le nuvole...
se non ci fosse un po' di zavorra qua, nella navicella del cuore...
Non scrivo, io, stia tranquilla; parlo bene, quando mi ci metto; e mia nipote mi ruba le immagini...
Tutte sciocchezze!
E, scrollando le spalle, se n'andò a fumare nello studiolo.
- Un po' matto, ma buono, - disse Silvia per rassicurar la vecchietta stordita.
- Non può soffrire che Giustino...
- Già l'ho detto alla mamma! - la interruppe questi, stizzito.
- Faccio tutto io.
Lui fuma, e io penso a guadagnar denari! Siamo a Roma.
Senti, Silvia: adesso la mamma si mette in libertà; poi si desina.
Debbo subito scappare per la prova.
Sai che ho i minuti contati.
Oh, a proposito, volevo dirti che la Carmi...
- Oh Dio, no, Giustino! - pregò Silvia.
- Non mi dir nulla oggi, per carità!
- E due! e tre! - proruppe Giustino, perdendo finalmente la parienza.
- Tutti addosso a me! E va bene...
Bisogna che ti dica, cara mia! Potevi levarti la seccatura in una volta sola, ricevendo la Carmi.
- Ma come? Possibile, in questo stato? - domandò la Silvia.
- Lo dica lei, mamma...
- Che vuoi che sappia la mamma! - esclamò Giustino, più che mai stizzito.
- Che cos'è? Non è una donna anche lei, la Carmi? Ha marito e ha fatto fighuoli anche lei.
Un'attrice...
Sfido! Se il dramma si deve rappresentare, bisogna pure che ci siano le attrici! Tu non puoi andare a teatro per assistere alle prove.
Ci sono io: ho pensato io a tutto.
Ma capirai che se quella vuole uno schiarimento su la parte che deve rappresentare, bisogna che lo domandi a te.
Riceverla, nossignore! parlarne con me, neppure! Come devo fare io?
- Poi, poi, - disse Silvia, per troncare il discorso.
- Lasciami attendere alla mamma adesso.
Giustino scappò via su le furie.
Era così preso e infiammato dell'imminente battaglia, che non avvertiva al turbamento della moglie, ogni qual volta le moveva il discorso del dramma.
Deplorabile contrattempo davvero, che La nuova colonia dovesse andare in iscena, mentre Silvia si trovava in quello stato.
Ma era rimasto gabbato nel computo dei mesi, Giustino: aveva calcolato che per l'ottobre la moglie sarebbe stata libera; invece...
La Compagnia Carmi-Revelli, scritturata al Valle giusto per quel mese, faceva assegnamento sopra tutto su La nuova colonia, di cui s'era accaparrata la primizia da parecchi mesi.
Il cav.
uff.
Claudio Revelli, direttore e capocomico, detestava cordialmente, come tutti i suoi colleghi direttori e cavalieri capicomici, i lavori drammatici italiani; ma Giustino Boggiolo in quei mesi di preparazione, ajutato da tutti quelli che, in compenso, pigliavano a goderselo, aveva saputo far tanto scampanìo attorno a quel dramma, ch'esso ormai era atteso come un vero e grande avvenimento d'arte e prometteva quasi quasi di fruttare quanto una sconcia farsaccia parigina.
Credette perciò il Revelli di potere arrendersi per quella volta alle voglie ardenti e smaniose della sua consocia e prima attrice della Compagnia, signora Laura Carmi, che ostentava una fervorosa predilezione per gli scrittori di teatro italiani e un profondo disprezzo per tutte le miserie del palcoscenico; e non volle sapere di rimandare la prima rappresentazione del dramma al prossimo novembre a Napoli, perché avrebbe perduto, così facendo, non solo la priorità, ma anche, nel giro, la «piazza» di Roma; giacché un'altra Compagnia, che recitava adesso a Bologna e aspettava l'esito di Roma per mettere in iscena colà il dramma, l'avrebbe subito e per la prima offerto al giudizio del pubblico bolognese e quindi portato a Roma novissimo, in dicembre.
Giustino non poteva proprio, dunque, risparmiare alla moglie quelle trepidazioni.
Silvia aveva sofferto moltissimo durante l'estate.
La signora Ely Faciolli la aveva tanto pregata e pregata d'andare con lei in villeggiatura a Catino, presso Farfa; le aveva inviato di là parecchie calorosissime lettere d'invito e cartoline illustrate; ma ella non solo non si era voluta muovere da Roma, ma non era neppur voluta uscire di casa, provando ribrezzo e quasi onta della propria deformità, parendole di vedere in essa quasi un'irrisione della natura - sconcia e crudele.
- Hai ragione, figliuola! - le diceva lo zio Ippolito.
- Molto più gentile con le galline, la natura.
Un uovo, e il calore materno.
- Eh già! - borbottava Giustino.
- Deve nascere un pulcino, infatti...
- Ma dall'asina, caro! - gli rispondeva il signor Ippolito, - deve nascere un uomo, dall'asina? E trattare una donna come un'asina ti sembra gentile?
Silvia sorrideva pallidamente.
Meno male che c'era lui in casa, lo zio, che di tratto in tratto con quei razzi la scoteva dal torpore, dall'istupidimento in cui si sentiva caduta.
Sotto il peso d'una realtà così opprimente, ella provava in quei giorni disgusto profondo di tutto quanto nel campo dell'arte è necessariamente, come nella vita stessa, convenzionale.
Anche i suoi lavori, pur così spesso violentati da irruzioni improvvise di vita, quasi da sbuffi di vento e da ondate impetuose, irruzioni contrarie talvolta alla logica della sua stessa concezione, le apparivano falsi e la disgustavano.
E il dramma?
Si sforzava di non pensarci, per non agitarsi.
La crudezza di certe scene però la assaltava a quando a quando e le toglieva il respiro! Le pareva mostruoso, ora, quel dramma.
Aveva immaginato un'isoletta del Jonio, feracissima, già luogo di pena, abbandonata dopo un disastro tellurico, che aveva ridotto un mucchio di rovine la cittaduzza che vi sorgeva.
Sgomberata dei pochi superstiti, era rimasta deserta per anni, destinata probabilmente a scomparire un giorno dalle acque.
Qua si svolgeva il dramma.
Una prima colonia di marinai d'Otranto, rozzi, primitivi, è andata di nascosto ad annidarsi tra quelle rovine, non ostante la terribile minaccia incombente su l'isola.
Essi vivono là, fuori d'ogni legge, quasi fuori del tempo.
Tra loro, una sola donna, la Spera, donna da trivio, ma ora lì onorata come una regina, venerata come una santa, e contesa ferocemente a colui che l'ha condotta con sé: un tal Currao, divenuto, per ciò solo, capo della colonia.
Ma Currao è anche il più forte e col dominio di tutti mantiene a sé la donna, la quale in quella vita nuova è diventata un'altra, ha riacquistato le virtù native, custodisce per tutti il fuoco, è la dispensiera d'ogni conforto familiare, e ha dato a Currao un figliuolo, ch'egli adora.
Ma un giorno uno di quei marinai, il rivale più accanito di Currao, sorpreso da costui nell'atto di trarre a sé con la violenza la donna, e sopraffatto, sparisce dall'isola.
Si sarà forse buttato in mare su una tavola; avrà forse raggiunto a nuoto qualche nave che passava lontana.
Di lì a qualche tempo, una nuova colonia sbarca nell'isola, guidata da quel fuggiasco: altri marinai che recano però con sé le loro donne, madri, mogli, figlie e sorelle.
Quando gli uomini della prima colonia s'accorgono di questo, smettono d'osteggiarne l'approdo sotto il comando di Currao.
Questi resta solo, perde d'un tratto ogni potestà; la Spera ridiventa subito per tutti quella che era prima.
Ma ella non se ne duole tanto per sé, quanto per lui; s'avvede, sente che egli, prima così orgoglioso di lei, ora ne ha onta; ne sopporta in pace il disprezzo.
Alla fine la Spera s'accorge che Currao, per rialzarsi di fronte a sé stesso e a gli altri, medita d'abbandonarla.
Dileggiandola, alcuni giovani marinai, quelli stessi che già spasimarono tanto per lei invano, vengono a dirle ch'egli non si cura più di farle la guardia perché s'è messo a farla invece a Mita, figliuola d'un vecchio marinajo, padron Dodo, che è come il capo della nuova colonia.
La Spera lo sa; e s'aggrappa ora al figliuolo, con la speranza di tener così l'uomo che le sfugge.
Ma il vecchio padron Dodo, per consentire alle nozze, pretende che Currao abbia con sé il ragazzo.
La Spera prega, scongiura, si rivolge ad altri perché s'interpongano.
Nessuno vuol darle ascolto.
Ella si reca allora a supplicare il vecchio e la sposa; ma quegli le dimostra che dev'esser più contenta che il figliuolo rimanga col padre; l'altra la assicura che il ragazzo sarà da lei ben trattato.
Disperata, la donna, per non abbandonare il figliuolo e per colpire nel cuore l'uomo che l'abbandona, in un impeto di rabbia furibonda abbraccia la sua creatura e in quel terribile amplesso, ruggendo, lo soffoca.
Cade un masso, dopo quel grido, e un altro, lugubremente, nel silenzio orribile che segue al delitto; e altre grida lontane si levano dall'isola.
La Spera abita in cima a un poggio, tra le rovine d'una casa crollata al tempo del primo disastro.
Pare che non sia ben certa se lei stessa col suo ruggito abbia fatto crollare quei massi, abbia suscitato quelle grida d'orrore.
Ma no, no, è la terra! è la terra! - Balza in piedi; sopravvengono urlanti, scontraffatti dal terrore, alcuni fuggiaschi, scampati all'estrema rovina.
S'è aperta la terra! è sprofondata la terra! La Spera sente chiamarsi, sente chiamare il figliuolo con grida strazianti dalla costa del poggio; accorre, vacillando, con gli altri, si sporge di lassù a guardare raccapricciata e, tra i clamori che vengono dal basso, grida:
- Ti s'è aperta sotto i piedi? t'ha inghiottito a metà? Il figlio? Te l'avevo ucciso io con le mie mani...
Muori, muori dannato!
Che impressione avrebbe fatto questo dramma? Silvia chiudeva gli occhi, vedeva in un baleno la sala del teatro, il pubblico di fronte all'opera sua, e s'atterriva.
No! No! Ella lo aveva scritto per sé! Scrivendolo, non aveva pensato minimamente al pubblico, che ora lo avrebbe veduto, ascoltato, giudicato.
Quei personaggi, quelle scene ella li vedeva su la carta, come li aveva scritti, traducendo con la massima fedeltà la visione interna.
Ora dalla carta come sarebbero balzati vivi su la scena? con qual voce? con quali gesti? Che effetto avrebbero fatto quelle parole vive, quei movimenti reali, su le tavole del palcoscenico, tra le quinte di carta, in una realtà fittizia e posticcia?
- Vieni a vedere, - le consigliava Giustino.
- Non c'è bisogno nemmeno che tu salga sul palcoscenico.
Potrai assistere alle prove dalle poltrone, da un palchetto vicino.
Nessuno potrebbe giudicare meglio di te, consigliare, suggerire.
Silvia era tentata d'andare; ma poi, sul punto, sentiva mancarsi l'animo e le forze, aveva paura che la soverchia emozione recasse danno a quell'altro essere, che già le viveva in grembo.
E poi, come presentarsi in quello stato? come parlare ai comici? No, no, chi sa che strazio sarebbe stato per lei!
- Come fanno almeno? - domandava al marito.
- Ti pare che intendano la loro pane?
Giustino, di ritorno dalle prove, con gli occhi lustri e il volto pezzato di rosso, come se gli avessero dato tanti pizzichi in faccia, sbuffava, levando irosamente le mani:
- Non ci si capisce niente!
Era profondamente avvilito, Giustino.
Quel palcoscenico buio, intanfato di muffa e di polvere bagnata; quei macchinisti che martellavano sui telai, inchiodando le scene per la rappresentazione della sera; tutti i pettegolezzi e le piccinerie e la svogliatezza e la cascaggine di quei comici sparsi a gruppetti qua e là, quel suggeritore nella buca con la papalina in capo e il copione davanti, pieno di tagli e di richiami; il direttore capocomico, sempre arcigno e sgarbato, seduto presso alla buca; quello che copiava lì su un tavolinetto le parti; il trovarobe in faccende tra i cassoni, tutto sudato e sbuffante, gli avevano cagionato un disinganno crudele, che lo esasperava.
S'era fatto mandare da Taranto parecchie fotografie di marinai e popolane di Terra d'Otranto, per i figurini, e anche vesti e scialli e berretti, per modelli.
Il vestiario, alla maggior parte, aveva fatto molto effetto; ma qualche stupida attrice secondaria aveva dichiarato di non volersi camuffar così da stracciona.
Il Revelli, per gli scenarii tutti ad aria aperta, «selvaggi» come egli diceva, voleva lesinare.
E Laura Carmi, la prima attrice, se ne fingeva indignata.
Lei sola, la Carmi, era un po' il conforto di Giustino: aveva voluto leggere le Procellarie e La casa dei nani, per introdursi più preparata - aveva detto - nella finzione del dramma; e si dichiarava entusiasta della parte di Spera: ne avrebbe fatto una «creazione»! Ma non sapeva ancora neanche lei una parola della parte; passava innanzi alla buca del suggeritore e ripeteva meccanicamente, come tutti gli altri, le battute che quello, vociando e dando le indicazioni secondo le didascalie, leggeva nel copione.
Solo il caratterista Adolfo Grimi cominciava a dare qualche rilievo, qualche espressione alla parte del vecchio Padron Dodo e il Revelli a quella di Currao; ma a Giustino pareva che così l'uno che l'altro le caricassero un po' troppo; il Grimi baritoneggiava addirittura.
In confidenza e con garbo Giustino glielo aveva fatto notare; ma al Revelli non s'arrischiava, e si struggeva dentro.
Avrebbe voluto domandare a questo e a quello come avrebbero fatto quel tal gesto, come avrebbero proferita quella tal frase.
Alla terza o alla quarta prova, il Revelli, piccato dell'entusiasmo ostentato dalla Carmi, s'era messo a interrompere tutti, di tratto in tratto, e sgarbatamente; interrompeva tante volte proprio per un nonnulla, sul più bello, quando a Giustino pareva già che tutto andasse bene e la scena cominciasse a prender calore, ad assumer vita da sé, vincendo man mano l'indifferenza degli attori e costringendoli a colorir la voce e a muovere i primi gesti.
La Grassi, ad esempio, che faceva la parte di Mira, per uno sgarbo del Revelli per poco non s'era messa a piangere.
Perdio! Almeno con le donne avrebbe dovuto essere un po' più gentile, colui! Giustino s'era fatto in quattro per consolarla.
Non s'accorgeva che sul palcoscenico parecchi comici, e sopra tutti il Grimi, lo pigliavano in giro, lo beffavano.
Eran finanche arrivati, quando il Revelli non c'era, a fargli provare le «battute» più difficili del dramma.
- Come direbbe lei questo? come, quest'altro? Sentiamo.
E lui, subito! Sapeva, sapeva benissimo che avrebbe detto male; non prendeva mica sul serio gli applausi e gli urli di ammirazione di quei burloni scapati; ma almeno avrebbe fatto intravveder loro l'intenzione della moglie nello scrivere quelle...
come si chiamavano? ah, già, battute...
quelle battute, sicuro.
Cercava in tutti i modi d'infiammarli, d'averli cooperatori amorosi a quella suprema e decisiva impresa.
Gli pareva che alcuni comici fossero un po' sgomenti dell'arditezza di certe scene, della violenza di certe situazioni.
Egli stesso, per dir la verità, non era tranquillo su più d'un punto, e qualche volta era assalito dallo sgomento anche lui, guardando dal palcoscenico la sala del teatro, tutte quelle file di poltrone e di sedie disposte lì, come in attesa, gli ordini dei palchi, tutti quei vani buj, quelle bocche d'ombra, in giro, minacciose.
E poi le quinte sconnesse, le scene tirate su a metà, il disordine del palcoscenico, in quella penombra umida e polverosa, i discorsi alieni dei comici che finivan di provare qualche scena e non prestavano ascolto ai compagni ch'erano in prova, le arrabbiature del Revelli, la voce fastidiosa del suggeritore, lo sconcertavano, gli scompigliavano l'animo, gl'impedivano di costruirsi l'idea di ciò che sarebbe stato fra poche sere lo spettacolo.
Laura Carmi veniva a scuoterlo da quei subitanei abbattimenti.
- Boggiolo, ebbene? Non siamo allegri?
- Signora mia...
- sospirava Giustino, aprendo le braccia, respirando con piacere il profumo dell'elegantissima attrice, dalle forme provocanti, dall'espressione voluttuosa, quantunque avesse il volto quasi tutto rifatto artificialmente, gli occhi allungati, le pàlpebre annerite, le labbra invermigliate, e sotto tanta biuta s'intravvedessero i guasti e la stanchezza.
- Su, caro! Sarà un successone, vedrete!
- Lei crede?
- Ma senza dubbio! Novità, potenza, poesia: c'è tutto! E non c'è teatro, - soggiungeva con una smorfia di disgusto.
- Né personaggi, né stile, né azione, qui sentent le «théâtre».
Voi comprendete?
Giustino si riconfortava.
- Senta, signora Carmi: lei dovrebbe farmi un piacere: dovrebbe farmi sentire il ruggito di Spera all'ultimo atto, quando soffoca il figlio.
- Ah, impossibile, caro mio! Quello deve nascere lì per lì.
Voi scherzate? Mi lacererebbe la gola...
E poi, se lo sento una volta, io stessa, anche fatto da me, addio! lo ricopio alla rappresentazione.
Mi verrebbe a freddo.
No, no! Deve nascere lì per lì.
Ah, sublime, quell'amplesso! Rabbia d'amore e d'odio insieme.
La Spera, capite? vuole quasi far rientrare in sé, nel proprio seno, il figliuolo che le vogliono strappare dalle braccia, e lo strozza! Vedrete! Sentirete!
- Sarà il suo figliuolo? - le domandava, gongolante, Giustino.
- No, strozzo il figlio di Grimi, - gli rispondeva la Carmi.
- Mio figlio, caro Boggiolo, per vostra regola, non metterà mai piede sul palcoscenico.
Che! che!
Finita la prova, Giustino Boggiolo scappava nelle redazioni dei giornali, a trovare qua il Lampini, Ciceroncino, là il Centanni o il Federici o il Mola, coi quali aveva stretto amicizia e per mezzo dei quali aveva già fatto conoscenza con quasi tutti i giornalisti così detti militanti della Capitale.
Anche costoro, è vero, se lo pigliavano a godere, apertamente; ma non se n'aveva per male; mirava alla mèta, lui.
Casimiro Luna aveva saputo che all'Archivio Notarile gli storpiavano il nome.
Indegnità! I cognomi si rispettano, i cognomi non si storpiano! E aveva aperto tra i colleghi una sottoscrizione a dieci centesimi per offrire al Boggiolo cento biglietti da visita stampati così:
GIUSTINO RONCELLA
nato Boggiolo
Sì, sì, benissimo.
Ma lui, intanto, da Casimiro Luna aveva ottenuto un brillante articolo su tutta quanta l'opera della moglie, ed era riuscito a far rilevare da tutti i giornali la vivissima attesa del pubblico per il nuovo dramma La nuova colonia, stuzzicando la curiosità con «interviste» e «indiscrezioni».
La sera rincasava stanco morto e stralunato.
La sua vecchia mamma non lo riconosceva più; ma egli ormai non era più in grado d'avvertire né allo stupore di lei né all'aria di dileggio dello zio Ippolito, come non avvertiva all'agitazione che cagionava alla moglie.
Le riferiva l'esito delle prove e quel che si diceva nelle redazioni dei giornali.
- La Carmi è grande! E quella piccola Grassi, nella parte di Mita, se la vedessi: un amore! Si sono già affissi per le vie i primi manifesti a strisce.
Stasera comincia la prenotazione dei posti.
È un vero e proprio avvenimento, sai? Dicono che verranno i maggiori critici teatrali di Milano, di Torino, di Firenze, di Napoli e di Bologna...
La sera della vigilia ritornò a casa com'ebbro addirittura.
Recava tre notizie: due luminose, come il sole; l'altra, nera, viscida e velenosa come una serpe.
Il teatro, tutto venduto per tre sere; la prova generale, riuscita mirabilmente; i giornalisti più accontati e qualche letterato che vi avevano assistito, rimasti tutti quanti sbalorditi, a bocca aperta.
Solo il Betti, Riccardo Betti, quel frigido imbecille tutto leccato, aveva osato dire nientemeno che La nuova colonia era «la Medea tradotta in tarentino».
- La Medea? - domandò Silvia, confusa, stordita.
Non sapeva nulla, proprio nulla, lei, della famosa maga della Colchide; aveva sì letto qualche volta quel nome, ma ignorava affatto chi fosse Medea, che avesse fatto.
- L'ho detto! l'ho detto! - gridò Giustino.
- Non mi son potuto tenere...
Forse ho fatto male.
Infatti la Barmis, ch'era lì presente, voleva che non lo dicessi.
Ma che Medea! Ma che Euripide! Per curiosità, domattina, appena arriva la signora Faciolli da Catino, fatti prestare questa benedetta Medea: dicono che è una tragedia di...
di...
coso...
l'ho detto or ora...
Stùdiale, stùdiale queste benedette cose greche, mice...
non so come le chiamino...
micenatiche...
stùdiale! Vanno tanto oggi! Capisci che con una frase, buttata così, ti possono stroncare? La Medea tradotta in tarentino...
Basta questo! Sono tanti imbecilli che non capiscono nulla, peggio di me! Li conosco adesso...
oh se li conosco!
Dopo cena, la signora Velia, molto impensierita dello stato di Silvia in quegli ultimi giorni, la forzò amorosamente a uscir di casa col marito.
Era già tardi, e nessuno la avrebbe veduta.
Una passeggiatina pian piano le avrebbe fatto bene: ella non avrebbe dovuto mai trascurare, in tutti quei mesi, un po' di moto.
Silvia si lasciò indurre; ma quando Giustino, a una cantonata, al gialliccio lume tremolante d'un fanale volle mostrarle il manifesto già affisso del Teatro Valle, che recava a grossi caratteri il titolo del dramma e il nome di lei e poi l'elenco dei personaggi, e sotto, ben distinto, novissimo; si sentì mancare, ebbe come una vertigine e appoggiò la fronte pallida, gelida, su la spalla di lui:
- Se morissi? - mormorò.
4.
Giustino Boggiolo arrivò tardi a teatro, e con la vettura veramente questa volta, e di trotto, avvampato, quasi avesse la febbre, e sconvolto.
Fin dalla piazzetta di Sant'Eustachio la via era ingombra, ostruita dalle vetture, tra le quali la gente si cacciava impaziente e agitata.
Per non stare a far lì la coda, Giustino pagò la corsa, sguisciò tra i legni e la folla.
Su la meschina facciata del teatro le grosse lampade elettriche vibravano, ronzavano, quasi partecipassero al vivo fermento di quella serata straordinaria.
Ecco Attilio Raceni su la soglia.
- Ebbene?
- Mi lasci stare! - sbuffò Giustino, con un gesto disperato.
- Ci siamo! Le doglie.
L'ho lasciata con le doglie!
- Santo Dio! - fece il Raceni.
- Era da aspettarselo...
L'emozione...
- Il diavolo! dica il diavolo, mi faccia il piacere! - replicò Giustino, fieramente irritato, girando gli occhi e provandosi ad accostarsi al botteghino, innanzi al quale si pigiava la gente per acquistare i biglietti d'ingresso.
Si levò su la punta dei piedi per vedere il cartellino affisso su lo sportello del botteghino: - Tutto esaurito.
Un signore lo urtò, di furia.
- Scusi...
- Di niente...
Ma sa, è inutile, glielo dico io.
Non c'è più posti.
Tutto esaurito.
Torni domani sera.
Si ripete.
- Venga, venga, Boggiolo! - lo chiamò il Raceni.
- Meglio che si faccia vedere sul palcoscenico.
- Due...
quattro...
uno...
due...
uno...
tre...
- gridavano intanto all'ingresso le maschere in livrea di gran gala, ritirando i biglietti.
- Ma dove si vuol ficcare tutta questa gente adesso? - domandò Giustino su le spine.
- Quanti biglietti d'ingresso avranno dato via? Avrei dovuto trovarmi là di prima sera...
Ma quando il diavolo ci caccia la coda! E sto in pensiero, creda, sto proprio in pensiero...
ho un brutto presentimento...
- Non dica così! - gli diede su la voce il Raceni.
- Per Silvia, dico per Silvia! - spiegò Giustino.
- Mica pel dramma...
L'ho lasciata, creda, molto, molto male...
Speriamo che tutto vada bene...
ma ho paura che...
E poi, guardi, tutta questa gente...
dove si ficcherà? Starà scomoda, sarà impaziente, turbolenta...
Ohè, paga, e vorrà godere...
Ma poteva venire la seconda sera, perdio! Si ripete...
Andiamo, andiamo...
Tutto il teatro risonava d'un fragorio vario, confuso, di gigantesco alveare.
Come saziar la brama di godimento, la curiosità, i gusti, l'aspettativa di tutto quel popolo, già per il suo stesso assembramento sollevato a una vita diversa dalla comune, più vasta, più calda, più fusa?
Avvertì come uno smarrimento angoscioso, Giustino, guardando attraverso l'entrata della platea il vaso rigurgitante di spettatori.
Il volto, di solito rubicondo, gli era diventato paonazzo.
Sul palcoscenico stenebrato appena da alcune lampadine elettriche accese dietro i fondali, i macchinisti e il trovarobe davano gli ultimi tocchi alla scena, mentre già con miagolii lamentosi si accordavano gli strumenti dell'orchestrina.
Il direttore di scena, col campanello in mano, faceva fretta; voleva dar subito il primo segnale agli attori.
Alcuni di questi eran già pronti; la piccola Grassi parata da Mita e il Grimi da Padron Dodo, con la barba finta, grigia e corta, il volto affumicato come un presciutto, orribile a vedere così da vicino, il berrettone marinaresco ripiegato su un orecchio, i calzoni rimboccati e i piedi che parevano scalzi, in una maglia color carne, parlavano con Tito Lampini in marsina e col Centanni e il Mola.
Appena videro Giustino e il Raceni, vennero loro incontro, rumorosamente.
- Eccolo qua! - gridò il Grimi, levando le braccia.
- Ebbene, come va? come va?
- Teatrone! - esclamò il Centanni.
- Contento, eh? - aggiunse il Mola.
- Coraggio! - gli disse la Grassina, stringendogli forte forte la mano.
Il Lampini gli domandò:
- La sua signora?...
- Male...
male...
- prese a dire Giustino.
Ma il Raceni, sgranando gli occhi, gli fece un rapido cenno col capo.
Giustino comprese, abbassò le pàlpebre e aggiunse:
- Capiranno che...
tanto...
tanto bene non può stare...
- Ma starà bene! benone starà! benone! - fece il Grimi col suo vocione pastoso, dimenando il capo e sogghignando.
- Su, Lampini, - disse il Centanni.
- L'augurio di prammatica: in bocca al lupo!
- La signora Carmi? - domandò Giustino.
- In camerino, - rispose la Grassi.
Si sentiva attraverso il sipario il rimescolìo incessante dell'ampio vaso.
Mille voci confuse, prossime, lontane, rombanti, e sbatacchiar d'usci e stridore di chiavi e scalpiccìo di piedi.
Il mare nel fondo della scena, il Grimi vestito da marinajo, diedero a Giustino l'impressione che ci fosse un gran molo di là con tanti piroscafi in partenza.
Gli orecchi presero d'un tratto a gridargli e una densa oscurità gli occupò il cervello.
- Vediamo la sala! - gli disse il Raceni, prendendolo sotto il braccio e tirandolo verso la spia del telone.
- Non si lasci scappare, per carità! - aggiunse poi, piano, - che la signora è soprapparto.
- Ho capito, ho capito, - rispose Giustino, che si sentiva morir le gambe accostandosi alla ribalta.
- Senta, Raceni, lei mi dovrebbe fare il piacere di correre a casa mia a ogni fin d'atto...
- Ma s'intende! - lo interruppe il Raceni, - non c'è bisogno che me lo dica...
- Per Silvia, dicevo...
- soggiunse Giustino, - per avere io notizie...
Capirà che a lei non si potrà dir nulla...
Ah che sciagurata congiuntura! E meno male che ho avuto la ispirazione di far venire mia madre! Poi c'è lo zio...
E ho sacrificato anche quella povera signora Faciolli, che aveva tanto desiderio d'assistere allo spettacolo...
Mise l'occhio alla spia e restò sgomento a mirar prima giù nelle poltrone, in platea, poi in giro nei palchi e su al loggione formicolante di teste.
Erano inquieti, impazienti lassù, vociavano, battevano le mani, pestavano i piedi.
Giustino trasalì a una scampanellata furiosa del buttafuori.
- Niente! - gli disse il Raceni, trattenendolo, - è il segnale all'orchestra.
E l'orchestrina si mise a strimpellare.
Tutti, tutti i palchi erano straordinariamente affollati e non un posto vuoto in platea, e che ressa nel breve spazio dei posti all'in piedi! Giustino si sentì come arso dal soffio infocato della sala luminosa, dallo spettacolo tremendo di tanta moltitudine in attesa, che lo feriva, lo trafiggeva con gl'innumerevoli occhi.
Tutti, tutti quegli occhi col loro luccichìo irrequieto rendevano terribile e mostruosa la folla.
Cercò di distinguere, di riconoscere qualcuno lì nelle poltrone.
Ah ecco il Luna, che guardava nei palchi e inchinava il capo, sorridendo...
ecco là il Betti, che puntava il binocolo.
Chi sa a quanti e quante volte aveva ripetuto quella sua frase, con signorile sprezzatura:
- La Medea tradotta in tarentino.
Imbecille! Guardò di nuovo ai palchi e, seguendo le indicazioni del Raceni, cercò nel primo ordine il Gueli, nel secondo donna Francesca Lampugnani, la Bornè-Laturzi; ma non riuscì a scorgere né queste né quello.
Era gonfio d'orgoglio, ora, pensando che già era uno splendido e magnifico spettacolo per sé stesso quel teatro così pieno, e che si doveva a lui: opera sua, frutto del suo costante, indefesso lavoro, la considerazione di cui godeva la moglie, la fama di lei.
L'autore, il vero autore di tutto, era lui.
- Boggiolo! Boggiolo!
Si volse: gli stava davanti Dora Barmis, raggiante.
- Che magnificenza! Non ho mai visto un teatro simile! Un mago, siete un mago, Boggiolo! Una vera magnificenza, à ne voir que les dehors.
E che miracolo, avete visto? È in teatro Livia Frezzi! Dicono che sia già terribilmente gelosa di vostra moglie.
- Di mia moglie? - esclamò Giustino, stordito.
- Perché?
Era così infatuato in quel momento, che se la Barmis gli avesse detto che la amica del Gueli e tutte le donne ch'erano in teatro deliravan per lui, lo avrebbe compreso e creduto facilmente.
Ma sua moglie...
- che c'entrava sua moglie? Livia Frezzi gelosa di Silvia? E perché?
- Ve ne fate? - soggiunse la Barmis.
- Ma chi sa quante donne saranno tra poco gelose di Silvia Roncella! Che peccato ch'ella non sia qui! Come sta? come sta?
Giustino non ebbe tempo di risponderle.
Squillarono i campanelli.
Dora Barmis gli strinse forte forte la mano e scappò via.
Il Raceni lo trascinò tra le quinte a destra.
Si levò il sipario, e a Giustino Boggiolo parve che gli scoperchiassero l'anima e che tutta quella moltitudine d'un tratto silenziosa s'apparecchiasse al feroce godimento del supplizio di lui, supplizio inaudito, quasi di vivisezione, ma con un che di vergognoso, come se egli fosse tutto una nudità esposta, che da un momento all'altro, per qualche falsa mossa impreveduta, potesse apparire atrocemente ridicola e sconcia.
Sapeva a memoria da capo a fondo il dramma, le parti di tutti gli attori dalla prima all'ultima battuta, e involontariamente per poco non le ripeteva ad alta voce, mentre quasi in preda a continue scosse elettriche si voltava a scatti di qua e di là con gli occhi brillanti spasimosi, i pomelli accesi, straziato dalla lentezza dei comici, che gli pareva s'indugiassero apposta su ogni battuta per prolungargli il supplizio, come se anch'essi ci si divertissero.
Il Raceni, caritatevolmente, a un certo punto tentò di strapparlo di là, di condurlo nel camerino del Revelli, non ancora entrato in iscena; ma non riuscì a smuoverlo.
Man mano che la rappresentazione procedeva, una violenza strana, un fascino teneva e legava lì Giustino, sgomento, come al cospetto d'un fenomeno mostruoso: il dramma che sua moglie aveva scritto, ch'egli sapeva a memoria parola per parola, e che finora aveva quasi covato, ecco, si staccava da lui, si staccava da tutti, s'inalzava, s'inalzava come un pallone di carta ch'egli avesse diligentemente portato lì, in quella sera di festa, tra la folla, e che avesse a lungo e con cura trepidante sorretto su le fiamme da lui stesso suscitate perché si gonfiasse, a cui ora infine egli avesse acceso lo stoppaccio; si staccava da lui, si liberava palpitante e luminoso, si inalzava, si inalzava nel cielo, traendosi seco tutta la sua anima pericolante e quasi tirandogli le viscere, il cuore, il respiro, nell'attesa angosciosa che da un istante all'altro un buffo d'aria, una scossa di vento, non lo abbattesse da un lato, ed esso non s'incendiasse, non fosse divorato lì nell'alto dallo stesso fuoco ch'egli vi aveva acceso.
Ma dov'era il clamore della folla per quell'inalzamento?
Ecco: la mostruosità del fenomeno era questo silenzio terribile in mezzo al quale il dramma s'inalzava.
Esso solo, lì, da sé e per conto suo viveva, sospendendo, anzi assorbendo la vita di tutti, strappando a lui le parole di bocca, e con le parole il fiato.
E quella vita là, di cui egli ormai sentiva l'indipendenza prodigiosa, quella vita che si svolgeva ora calma e possente, ora rapida e tumultuosa in mezzo a tanto silenzio, gl'incuteva sgomento e quasi orrore, misti a un dispetto a mano a mano crescente; come se il dramma, godendo di se stesso, godendo di vivere in sé e per sé solo, sdegnasse di piacere altrui, impedisse che gli altri manifestassero il loro compiacimento, si assumesse insomma una parte troppo preponderante e troppo seria, trascurando e rimpicciolendo le cure innumerevoli ch'egli se n'era dato sinora, fino a farle apparire inutili e meschine, e compromettendo quegli interessi materiali a cui egli doveva attendere sopratutto.
Se non scoppiavano applausi...
se tutti restavano così sino alla fine, sospesi e intontiti...
Ma com'era? che cos'era avvenuto? Tra poco il primo atto sarebbe terminato...
Non un applauso...
non un segno d'approvazione...
niente!...
Gli pareva d'impazzire...
apriva e chiudeva le mani, affondandosi le unghie nelle palme, e si grattava la fronte ardente e pur bagnata di sudor freddo.
Figgeva gli occhi nel viso alterato del Raceni tutto intento allo spettacolo, e gli pareva di leggervi il suo stesso sgomento...
no, uno sgomento nuovo, quasi uno sbalordimento...
forse quello stesso che teneva tutti gli spettatori...
Per un momento temette non fosse una cosa atrocemente orrida, non mai finora perpetrata, quel dramma, e che tra poco, da un istante all'altro non scoppiasse una feroce insurrezione di tutti gli spettatori sdegnati, adontati.
Ah era veramente una cosa terribile quel silenzio! Com'era? com'era? si soffriva? si godeva? Nessuno fiatava...
E le grida dei comici sul palcoscenico, già all'ultima scena, rimbombavano.
Ecco, ora calava la tela...
Parve a Giustino che egli, egli solo, lì dal fondale, con l'ansia sua, con la sua brama, con tutta l'anima in un tremendo sforzo supremo strappasse dalla sala, dopo un attimo eterno di voraginosa aspettazione, gli applausi, i primi applausi, secchi, stentati, come un crepitìo di sterpi, di stoppie bruciate, poi una vampata, un incendio: applausi pieni, caldi, lunghi, lunghi, strepitosi, assordanti...
- e allora si sentì rilassar tutte le membra e venir meno, quasi cadendo, affogando in mezzo a quello scroscio frenetico, che durava, ecco, durava, durava ancora, incessante, crescente, senza fine...
Il Raceni lo aveva raccolto tra le braccia, sul petto, singhiozzante e lo sorreggeva, mentre quattro, cinque volte gli attori si presentavano alla ribalta, a quell'incendio là...
Egli singhiozzava, rideva e singhiozzava e tremava tutto di gioja.
Dalle braccia del Raceni cadde tra quelle della Carmi, e poi del Revelli, e poi del Crimi che gli stampò su le labbra, su la punta del naso e sulla guancia i colori della truccatura, perché in un impeto di commozione egli volle baciarlo a ogni costo, a ogni costo, non ostante che quegli, sapendo il guaio che ne sarebbe venuto, si schermisse.
E col volto così impiastricciato, seguitò a cadere tra le braccia dei giornalisti e di tutti i conoscenti accorsi sul palcoscenico a congratularsi; non sapeva far altro; era così esausto, spossato, sfinito, che solo in quell'abbandono trovava sollievo; e ormai s'abbandonava a tutti, quasi meccanicamente; si sarebbe abbandonato anche tra le braccia dei pompieri di guardia, dei macchinisti, dei servi di scena, se finalmente a distoglierlo da quel gesto comico e compassionevole, a scuoterlo con una forte scrollatina di braccia non fosse sopravvenuta la Barmis, che lo guidò nel camerino della Carmi per fargli ripulir la faccia.
Il Raceni era scappato a casa a prender notizie della moglie.
Nei corridoi, nei palchi era un gridìo, un'esagitazione, un subbuglio.
Tutti gli spettatori, per tre quarti d'ora soggiogati dal fascino possente di quella creazione così nuova e straordinaria, così viva da capo a fondo d'una vita che non dava respiro, rapida, violenta, tutta lampeggiante di guizzi d'anima impreveduti, s'erano come liberati con quell'applauso frenetico, interminabile, dallo stupore che li aveva oppressi.
Era in tutti adesso una gioja tumultuosa, la certezza assoluta che quella vita, la quale, nella sua novità d'atteggiamenti e d'espressioni, si dimostrava d'una saldezza così adamantina, non avrebbe potuto più frangersi per alcun urto di casi, poiché ogni arbitrio ormai, come nella stessa realtà, sarebbe apparso necessario, dominato e reso logico dalla fatalità dell'azione.
Consisteva appunto in questo il miracolo d'arte, a cui quella sera quasi con sgomento si assisteva.
Pareva non ci fosse la premeditata concezione d'un autore, ma che l'azione nascesse lì per lì, di minuto in minuto, incerta, imprevedibile, dall'urto di selvagge passioni, nella libertà d'una vita fuori d'ogni legge e quasi fuori del tempo, nell'arbitrio assoluto di tante volontà che si sopraffacevano a vicenda, di tanti esseri abbandonati a sé stessi, che compivano la loro azione nella piena indipendenza della loro natura, cioè contro ogni fine che l'autore si fosse proposto.
Molti, tra i più accesi e pur non di meno afflitti dal dubbio che la loro impressione potesse non collegare col giudizio dei competenti, cercavano con gli occhi nelle poltrone, nei palchi i visi dei critici drammatici dei più diffusi giornali quotidiani, e si facevano indicare quelli venuti da fuori, e stavano a spiarli a lungo.
Segnatamente su un palco di prima fila si appuntavano gli occhi di costoro: nel palco di Zeta, terrore di tutti gli attori e autori che venivano ad affrontare il giudizio del pubblico romano.
Zeta discuteva animatamente con due altri critici, il Devicis venuto da Milano, il Còrica venuto da Napoli.
Approvava? disapprovava? e che cosa? il dramma o l'interpretazione degli attori? Ecco, entrava nel palco un altro critico.
Chi era? Ah, il Fongia di Torino...
Come rideva! E fingeva di piangere e di abbandonarsi sul petto del Còrica e poi del Devicis.
Perché? Zeta scattava in piedi, con un gesto di fierissimo sdegno, e gridava qualcosa, per cui gli altri tre prorompevano in una fragorosa risata.
Nel palco accanto, una signora dal volto bruno, torbido, dagli occhi verdi profondamente cerchiati, dall'aria cupa, rigidamente altera, si levò e andò a sedere all'altro angolo del palco, mentre dal fondo un signore dai capelli grigi...
- ah, il Gueli, il Gueli! Maurizio Gueli! - sporgeva il capo a guardare nel palco dei critici.
- Maestro; perdonate, - gli disse allora Zeta, - e fatemi perdonare dalla signora.
Ma quello è un guajo, Maestro! Quello è la rovina della povera figliola! Se voi volete bene alla Roncella...
- Io? Per carità! - fece il Gueli; e si ritrasse col viso alterato, guardando negli occhi la sua amica.
Questa, con un fremito di riso tagliente su le labbra nere e restringendo un po' le pàlpebre quasi a smorzare il lampo degli occhi verdi, chinò più volte il capo e disse al giornalista:
- Eh, molto...
molto bene...
- Signora, con ragione! - esclamò allora quello.
- Genuina figliuola di Maurizio Gueli, la Roncella! Lo dico, l'ho detto e lo dirò.
Questa è una cosa grande, signora mia! Una cosa grande! La Roncella è grande! Ma chi la salverà da suo marito?
Livia Frezzi tornò a sorridere come prima e disse:
- Non abbia paura...
Non le mancherà l'aiuto...
paterno, s'intende.
Poco dopo questa conversazione da un palco all'altro, mentre già si levava il sipario sul secondo atto, Maurizio Gueli e la Frezzi lasciavano il teatro come due che, non potendo più oltre frenare in sé l'impeto dell'avversa passione, corressero fuori per non dare un laido e scandaloso spettacolo di sé.
Stavano per montare in vettura, quando da un'altra vettura arrivata di gran furia smontò, stravolto, Attilio Raceni.
- Ah, Maestro, che sventura!
- Che cos'è? - domandò con voce che voleva parer calma il Gueli.
- Muore...
muore...
muore...
La Roncella, forse, a quest'ora...
l'ho lasciata che...
vengo a prendere il marito...
E senza neanche salutar la signora, il Raceni s'avventò dentro il teatro.
Passando innanzi all'ingresso della platea udì un fragore altissimo d'applausi.
In due salti fu sul palcoscenico.
Qui, a prima giunta, si trovò come in mezzo a una mischia furibonda.
Giustino Boggiolo ormai ringalluzzito, anzi quasi impazzito dalla gioja, tra i comici che lo tiravano per le falde della giacca, gridava e si divincolava per presentarsi lui, lui alla ribalta, invece della moglie, a ringraziare il pubblico che ancora non si stancava di chiamar fuori l'autrice, a scena aperta.
IV.
Dopo il trionfo
1.
Alla stazione, una folla.
I giornali avevano divulgato la notizia che Silvia Roncella, per miracolo scampata alla morte proprio nel momento supremo del suo trionfo, finalmente in grado di sopportar lo strapazzo d'un lungo viaggio, partiva quella mattina, ancora convalescente, per andare a recuperar le forze e la salute in Piemonte, nel paesello nativo del marito.
E giornalisti e letterati e ammiratori e ammiratrici erano accorsi alla stazione per vederla, per salutarla, e s'affollavano innanzi alla porta della sala d'aspetto, poiché il medico che la assisteva e che l'avrebbe accompagnata fino a Torino, non permetteva che molti le facessero ressa attorno.
- Cargiore? Dov'è Cargiore?
- Uhm! Presso Torino, dicono.
- Ci farà freddo!
- Eh, altro...
Mah!
Quelli intanto che erano ammessi a stringerle la mano, a congratularsi, non ostanti le proteste del medico, le preghiere del marito, non sapevano più staccarsene per dar passo agli altri; e, seppur si allontanavano un poco dal divano ov'ella stava seduta tra la suocera e la bàlia, rimanevano nella sala a spiare con occhi intenti ogni minimo atto, ogni sguardo, ogni sorriso di lei.
Quelli di fuori picchiavan sui vetri, chiamavano, facevan cenni d'impazienza e d'irritazione; nessuno di quelli entrati se ne dava per inteso; anzi qualcuno pareva si compiacesse di mostrarsi sfrontato fino al punto di guardare con dispettoso sorriso canzonatorio quello spettacolo d'impazienza e d'irritazione.
L'esito del dramma La nuova colonia era stato veramente straordinario, un trionfo.
La notizia della morte dell'autrice, diffusasi in un baleno nel teatro, durante la prima rappresentazione, alla fine del secondo atto, quando già tutto il pubblico era preso, affascinato dalla vasta e possente originalità del dramma, aveva suscitato una così nuova e solenne manifestazione di lutto e d'entusiasmo insieme, che ancora, dopo circa due mesi, ne durava un fremito di commozione in tutti coloro che avevano avuto la ventura di parteciparvi.
Affermando quel trionfo della vita dell'opera d'arte, acclamando, gridando, deprecando, singhiozzando, era parso che il pubblico quella sera volesse vincere la morte: era rimasto lì, in teatro, alla fine dello spettacolo, a lungo, a lungo, frenetico, quasi in attesa che la morte lasciasse quella preda sacra alla gloria, la restituisse alla vita; e quando Laura Carmi, esultante, era irrotta al proscenio ad annunziare che l'autrice non era ancor morta, un delirio s'era levato come per una vittoria soprannaturale.
La mattina appresso tutti i giornali erano usciti in edizioni straordinarie per descrivere quella serata memorabile, e per tutta Italia, per tutti i paesi n'era volata subito la notizia, suscitando in ogni città il desiderio più impaziente di vedere al più presto rappresentato il dramma e d'avere intanto altre notizie, altre notizie dell'autrice e del suo stato, altre notizie del lavoro.
Bastava guardar Giustino Boggiolo per farsi un'idea dell'enormità dell'avvenimento, della febbre di curiosità per tutto divampata.
Non la moglie, ma lui pareva uscito or ora dalle strette della morte.
Strappato, quella sera, dalle braccia dei comici che lo tenevano agguantato per il petto, per le spalle, per le falde della giacca, a impedire che si presentasse, o piuttosto, si precipitasse alla ribalta, lui invece della moglie, ebbro furente per i fragorosi applausi scoppiati a scena aperta, in principio del secondo atto, nel momento dell'approdo della nuova colonia, allorché alla vista delle donne i primi coloni smettono di combattere e lasciano solo Currao, era stato trascinato via, a casa, da Attilio Raceni che si squagliava in lagrime, convulso.
Come non era impazzito alla vista del tragico trambusto, lì in casa, innanzi a quei tre medici curvi addosso alla moglie sanguinosa abbandonata urlante, nel veder fare scempio e strazio del corpo esposto di lei?
Chiunque altro forse, balzato così da una violenta terribile emozione a un'altra opposta, non meno violenta e terribile, sarebbe impazzito.
Lui no! Lui, invece, poco dopo entrato in casa, aveva dovuto e potuto trovare in sé la forza sovrumana di tener testa alla petulanza crudele dei giornalisti accorsi dal teatro appena la prima notizia della morte aveva cominciato a circolar tra i palchi e la platea.
E mentre di là venivano gli urli, gli ùluli lunghi orrendi della moglie, aveva potuto, pur sentendosi da quegli urli, da quegli ùluli strappar le viscere e il cuore, rispondere a tutte le domande che quelli gli rivolgevano e dar notizie e ragguagli e finanche andare a scovar nei cassetti e distribuire ai redattori dei giornali più in vista il ritratto della moglie, perché fosse riprodotto nelle edizioni straordinarie del mattino.
Ora ella intanto - bene o male - s'era liberata del suo còmpito: quel che doveva fare, lo aveva fatto: eccolo là, tra i veli, quel caro gracile roseo cosino in braccio alla bàlia; e andava lontano, a riposarsi, a ristorarsi nella pace e nell'ozio.
Mentre lui...
Già prima di tutto, altro che quel cosino lì! Un gigante, un gigante aveva messo su, egli; un gigante che ora, subito, voleva darsi a camminare a grandi gambate per tutta l'Italia, per tutta l'Europa, anche per l'America, a mietere allori, a insaccar denari; e toccava a lui d'andargli appresso col sacco in mano, a lui già stremato di forze, così sfinito per il suo parto gigantesco.
Perché veramente per Giustino Boggiolo il gigante non era il dramma composto da sua moglie; il gigante era il trionfo, di cui egli solamente si riconosceva l'autore.
Ma sì! se non ci fosse stato lui, se lui non avesse operato miracoli in tutti quei mesi di preparazione, ora difatti tanta gente sarebbe accorsa lì, alla stazione, a ossequiar la moglie, a felicitarla, ad augurarle il buon viaggio!
- Prego, prego...
Mi facciano la grazia, siano buoni...
Il medico, hanno sentito?...
E poi, guardino, ci sono tant'altri di là...
Sì, grazie, grazie...
Prego, per carità...
A turno, a turno, dice il medico...
Grazie, prego, per carità...
- si rivolgeva intanto a questo e a quello, con le mani avanti, cercando di tenerne quanti più poteva discosti dalla moglie, per regolare anche quel servizio nel modo più lodevole, così che la stampa poi, quella sera stessa, ne potesse parlare come d'un altro avvenimento.
- Grazie, oh prego, per carità...
Oh signora Marchesa, quanta degnazione...
Sì, sì, vada, grazie...
Venga, venga avanti, Zago, ecco, le faccio stringer la mano, e poi via, mi raccomando.
Un po' di largo, prego, signori...
Grazie, grazie...
Oh signora Barmis, signora Barmis, mi dia ajuto, per carità...
Guardi, Raceni, se viene il senatore Borghi...
Largo, largo, per favore...
Sissignore, parte senz'avere assistito neanche a una rappresentazione del suo dramma...
Come dice? Ah sì...
purtroppo, sì, neanche una volta, neanche alle prove...
Eh, come si fa? deve partire, perché io...
Grazie, Centanni!...
Deve partire...
Ciao, Mola, ciao! E mi raccomando, sai?...
Deve partire, perché...
Come dice? Sissignora, quella è la Carmi, la prima attrice...
La Spera, sissignora!...
Perché io...
mi lasci stare, ah, mi lasci stare...
Non me ne parli, non me ne parli, non me ne parli...
A Napoli, a Bologna, a Firenze, a Milano, a Torino, a Venezia...
non so come spartirmi...
sette, sette compagnie in giro, sissignore...
Così, una parola a questo, una a quello, per lasciar tutti contenti; e occhiatine e sorrisi d'intelligenza ai giornalisti; e tutte quelle notizie distribuite così, quasi per incidenza; e or questo ora quel nome pronunziato forte a bella posta, perché i giornalisti ne prendessero nota.
Cèrea, con le labbra esangui, le nari dilatate, tutta occhi, i capelli cascanti, Silvia Roncella appariva piccola, minima, misera, quale centro di tutto quel movimento attorno a lei; più che stordita, smarrita.
Le si notavano sul volto certi sgrati movimenti, guizzi nervosi, contrazioni, che tradivano duri sforzi d'attenzione; come se ella, a tratti, non sapesse più credere a quel che vedeva e si domandasse che cosa infine dovesse fare, quel che si volesse da lei, ora, nel momento di partire, col bambino accanto, a cui forse tutto quell'assembramento, tutto quel rimescolìo potevano far male, come facevano male a lei.
«Perché? perché?», dicevano chiaramente quegli sforzi.
«Ma dunque è vero, proprio vero, questo trionfo?»
E pareva avesse paura di crederlo vero, o fosse all'improvviso assaltata dal dubbio che ci fosse sotto sotto qualcosa di combinato, tutta una macchinazione ordita dal marito che si dava tanto da fare, una gonfiatura, ecco, per cui ella dovesse provare, più che sdegno, onta, come per una irriverenza indecente alla sua maternità, alle atroci sofferenze che essa le era costata, e uno strappo, una violenza alle sue modeste, raccolte abitudini; una violenza non solo importuna ma anche fuor di luogo, perché ella ora lì non stava a far nulla da richiamare tanto popolo: doveva partire, e basta, con la bàlia e il piccino e la suocera, povera cara vecchina tutta sbalordita, e lo zio Ippolito, che si prestava con gran sacrifizio ad accompagnarla fin lassù, invece del marito, e anche a tenerle compagnia in casa della suocera: ecco, così, un viaggetto in famiglia da far con le debite precauzioni, inferma com'era tuttavia.
Se il trionfo era vero, in quel momento, per lei, voleva dir fastidio, oppressione, incubo.
Ma forse...
sì, forse, in altro momento, appena ella avrebbe riacquistato le forze...
se esso era vero...
chi sa!
Qualcosa come un émpito immenso, tutto pungente di brividi, le si levava dal fondo dell'anima, turbando, sconvolgendo, strappando affetti e sentimenti.
Era il dèmone, quell'ebbro dèmone che ella sentiva in sé, di cui aveva avuto sempre sgomento, a cui sempre s'era sforzata di contrastare ogni dominio su lei, per non farsi prendere e trascinar chi sa dove, lontano da quegli affetti, da quelle cure in cui si rifugiava e si sentiva sicura.
Ah, faceva proprio di tutto, di tutto, il marito per gittarla in preda ad esso! E non gli balenava in mente che se ella...?
No, no: ecco; contro il dèmone un altro più tremendo spettro le sorgeva dentro: quello de la morte: la aveva toccata, da poco, toccata; e sapeva com'era: gelo, bujo freddo e duro.
Quell'urto! ah, quell'urto! Sotto la morbida mollezza delle carni, sotto il fervido fluire del sangue, quell'urto contro le ossa del suo scheletro, contro la sua cassa interna! Era la morte, quella; la morte che la urtava coi piedini del suo bimbo, che voleva vivere uccidendola.
La sua morte e la vita del suo bambino le sorgevano dinanzi contro il dèmone malioso della gloria: una laidezza sanguinosa, brutale, vergognosa, e quel roseo d'alba lì tra i veli, quella purezza gracile e tenera, carne della sua carne, sangue del suo sangue.
Così combattuta, nella spossatezza della convalescenza, così sbalzata da un sentimento all'altro, Silvia Roncella or si volgeva al bambino, tra un saluto e l'altro; or abbassava la mano per dare una rapida stretta incoraggiante alle mani della vecchina che le sedeva accanto; ora rispondeva con uno sguardo freddo e quasi ostile agli augurii, alle congratulazioni d'un giornalista o d'un letterato, come a dir loro: «Non me n'importa poi tanto, sa? Io sono stata per morire!» - ora, invece, a qualche altra congratulazione, a qualche altro augurio, si rischiarava in viso, aveva come un lampo negli occhi e sorrideva.
- È meravigliosa! meravigliosa! Ingenuità, primitività incantevole! Freschezza di prato! - non rifiniva intanto d'esclamare la Barmis tra il crocchio dei comici venuti anch'essi, come tanti altri, a veder per la prima volta, a conoscer l'autrice del dramma.
Quelli, per non parere imbronciati, assentivano col capo.
Eran venuti sicuri d'una calorosissima accoglienza da parte della Roncella al cospetto di tutti, d'una accoglienza quale si conveniva, se non proprio agli artefici primi di tanto trionfo, ai più efficaci cooperatori di lei, non facilmente surrogabili o superabili, via! Erano stati accolti invece, come tutti gli altri, e d'un subito s'erano immelensite le arie con cui erano entrati e raggelati i loro modi.
- Sì, ma soffre, - osservava il Grimi, facendo boccacce con gravità baritonale.
- È chiaro che soffre, guardatela! Ve lo dico io che soffre quella poverina là...
- Tanto di donnetta, che forza! - diceva invece la Carmi, mordicchiandosi il labbro.
- Chi lo direbbe? Me la immaginavo tutt'altra!
- Ah sì? Io, no! io, no! Io proprio così, - affermò la Barmis.
- Ma se la guardate bene...
- Già, sì, negli occhi...
- riconobbe subito la Carmi.
- C'è! c'è! negli occhi c'è qualcosa...
Certi lampi, sì, sì...
Perché il grande della sua arte è...
non saprei...
in alcuni guizzi, eh? non vi pare? subitanei, improvvisi...
in certi bruschi arresti che vi scuotono e vi stonano.
Noi siamo abituati a un solo tono, ecco; a quelli che ci dicono: la vita è questa, questa e questa; ad altri che ci dicono: è quest'altra, quest'altra e quest'altra, è vero? La Roncella vi dipinge un lato, anch'essa; ma poi d'un tratto si volta e vi presenta l'altro lato, subito.
Ecco, questo mi pare!
E la Carmi, succhiando come una caramella la soddisfazione d'aver parlato così bene, forte, volse gli occhi in giro come a raccogliere gli applausi di tutta la sala, o almeno almeno i segni dell'unanime consenso, e vendicarsi così, cioè con vera superiorità, della freddezza e della ingratitudine della Roncella.
Ma non raccolse neanche quelli del suo crocchio, perché tanto la Barmis quanto i suoi compagni di palcoscenico s'accorsero bene ch'essa più che per loro aveva parlato per essere intesa dagli altri, e sopra tutto dalla Roncella.
Due soli, rincantucciati in un angolo, la signora Ely Faciolli e Cosimo Zago appoggiato alla stampella, approvarono col capo, e Laura Carmi li guatò con sdegno, come se essi con la loro approvazione la avessero insultata.
A un tratto, un vivo movimento di curiosità si propagò nella sala e molti, cavandosi di capo, inchinandosi, s'affrettarono a trarsi da canto per lasciar passare uno, cui evidentemente l'insospettata presenza di tanta gente cagionava, più che fastidio e imbarazzo, un vero e profondo turbamento, quasi ira, stizza e vergogna insieme; un turbamento che saltava a gli occhi di tutti e che non poteva affatto spiegarsi col solo sdegno ben noto in quell'uomo di darsi in pascolo alla gente.
Altro doveva esserci sotto; e altro c'era.
Lo diceva piano, in un orecchio del Raceni, Dora Barmis, con gioja feroce:
- Teme, teme che i giornalisti questa sera, nel resoconto, facciano il suo nome! E sicuro che lo faranno! sfido io, se lo faranno! in prima! capolista! Chi sa, caro mio, dove avrà detto alla Frezzi che sarebbe andato; e invece, eccolo qua; è venuto qua...
E questa sera Livia Frezzi leggerà i giornali; leggerà in prima il nome di lui, e figuratevi che scenata gli farà! Gelosa pazza, ve l'ho già detto! gelosa pazza; ma - siamo giusti - con ragione, mi sembra...
Per me, via, non c'è più dubbio!
- Ma statevi zitta! - le diede su la voce il Raceni.
- Che dite! Se le può esser padre!
- Bambino! - esclamò allora la Barmis con un sorriso di commiserazione.
- Sarà gelosa la Frezzi! Lo sapete voi; io non lo so, - insistette il Raceni.
La Barmis aprì le braccia: - Ma lo sa tutta Roma, santo Dio!
- Va bene.
E che vuoi dire? - seguitò il Raceni, accalorandosi.
- Gelosa e pazza, se mai! Non può esser altro che pazzia...
Ma se alla prima rappresentazione se n'andò dopo il primo atto.
Lo notarono tutti i maligni, come una prova che il dramma non gli è piaciuto!
- Per altra ragione, caro, per altra ragione andò via! - canterellò la Barmis.
- Grazie, lo so! Ma quale? - domandò il Raceni.
- Perché innamorato della Roncella? Fate ridere, se lo dite.
Controsenso! Andò via per la Frezzi.
D'accordo! E che vuol dire? Ma se lo sanno tutti che è schiavo di quella donna! che quella donna lo vessa! e che egli farebbe di tutto per stare in pace con lei!
- E viene qua? - domandò argutamente la Barmis.
- Sicuro! viene qua! sicuro! - rispose con stizza il Raceni.
- Perché avrà saputo com'è stata interpretata dai maligni quella sua uscita dal teatro, e viene a riparare.
È turbato, sfido! non s'aspettava qua tutta questa gente.
Teme che questa sera colei, come voi e come tutti possa malignare su questa venuta.
Ma via! ma via! Se fosse altrimenti, o non sarebbe venuto, o non sarebbe così turbato.
È chiaro!
- Bambino! - ripeté la Barmis.
Non poté aggiungere altro, perché, imminente ormai la partenza, la Roncella tra Maurizio Gueli e il senatore Romualdo Borghi, col marito davanti, battistrada, si disponeva a uscir dalla sala per prender posto sul treno.
Tutti si scoprirono il capo; si levarono grida di evviva tra un lungo scroscio d'applausi; e Giustino Boggiolo, già preparato, in attesa, guardando di qua e di là, sorridente, raggiante, con gli occhi lustri lustri e i pomelli accesi, s'inchinò a ringraziare più volte, invece della moglie.
Nella sala, dietro la porta vetrata, rimase sola a singhiozzare dentro il moccichino profumato la signora Ely Faciolli, dimenticata e inconsolabile.
Guardando cauto, obliquo, col grosso testone triste arruffato, lo zoppetto Cosimo Zago balzò con la stampella a quel posto del divano ove poc'anzi stava seduta la Roncella, ghermì una piccola piuma che s'era staccata dal boa di lei e se la cacciò in tasca appena in tempo da non essere scoperto dal romanziere napoletano Raimondo Jàcono, il quale riattraversava sbuffante la sala per andar via, stomacato.
- Ohè! tu? che fai? Mi sembri un cane sperduto...
Senti, senti che grida? Gli osanna! È la santa del giorno! Buffoni, peggio di quel suo marito! Su, su, coraggio, figlio mio! È la cosa più facile del mondo, vedi...
Quella ha preso Medea e l'ha rifatta stracciona di Taranto; tu piglia Ulisse e rifallo gondoliere veneziano.
Un trionfo! Te l'assicuro io! E vedrai che quella mo' si fa ricca, oh! Due, trecento mila lire, come niente! Balla, comare, che fortuna suona!
2.
Ritornando a casa in vettura con la signora Ely Faciolli (la poverina non sapeva staccarsi il fazzoletto dagli occhi, ma ormai non tanto più per il cordoglio della partenza di Silvia, quanto per non scoprire i guasti che le lagrime avevano cagionato, lunghi e profondi, alla sua chimica), Giustino Boggiolo scoteva le spalle, arricciava il naso, friggeva, pareva che ce l'avesse proprio con lei.
Ma no, povera signora Ely, no; lei non c'entrava per nulla.
Tre minuti prima della partenza del treno s'era attaccato a Giustino un nuovo fastidio; ne aveva pochi! quasi un pezzo di carta, uno straccio, un vilucchio, che s'attacchi al piede d'un corridore tutto compreso della gara in una pista assiepata di popolo.
Il senatore Borghi, parlando con Silvia affacciata al finestrino della vettura, le aveva chiesto nientemeno il copione de La nuova colonia per pubblicarlo nella sua rassegna.
Per fortuna egli aveva fatto in tempo a intromettersi, a dimostrargli che non era possibile: già tre editori, tra i primi, gli avevano fatto ricchissime profferte e ancora egli li teneva a bada tutti e tre, temendo che la diffusione del libro scemasse alquanto la curiosità del pubblico in tutte quelle città che aspettavano con febbrile impazienza la rappresentazione del dramma.
Il Borghi allora, in cambio, s'era fatto promettere da Silvia una novella - lunghetta, lunghetta - per la Vita Italiana.
- Ma a quali patti, scusi? - cominciò a dire Giustino, come se avesse accanto nella vettura il senatore direttore e già ministro, e non quella sconsolata signora Ely, che non poteva davvero mostrare gli occhi e affrontare una conversazione in quello stato.
- A quali patti? Bisogna vedere; bisogna intenderci, ora...
Non sono più i tempi della Casa dei nani.
Quel che può bastare a un nano, signora mia, diciamola com'è, non può bastare più a un gigante, ecco.
La gratitudine, sissignora! Ma la gratitudine...
la gratitudine prima di tutto non bisogna sfruttarla, ecco! Come dice?
Approvò, approvò più volte col capo, dentro il moccichino, la signora Ely; e Giustino seguitò:
- Al mio paese, chi sfrutta la gratitudine non solo perde ogni merito del beneficio, ma si regola...
no, che dico? peggio! si regola peggio di chi nega con crudeltà un ajuto che potrebbe prestare.
Questo me lo conservo, guardi! come un buon pensiero per il primo album che mi manderà lui, il signor senatore.
Anzi, me l'appunto.
Così lo leggerà...
Trasse dalla tasca il taccuino e prese nota del pensiero.
- Creda che se non faccio così...
Ah, signora mia, signora mia! Cento teste dovrei avere, cento, e sarebbero poche! Se penso a tutto quello che devo fare, Dio, mi prende la vertigine! Ora vado all'ufficio e domando sei mesi d'aspettativa.
Non posso farne di meno.
E se non me l'accordano? Mi dica lei...
Se non me l'accordano? Sarà un affar serio; mi vedrò costretto a...
a...
Come dice?
Disse qualche altra cosa dentro il moccichino la signora Ely, qualche altra cosa che non volle ridire né manifestar per segni: solamente alzò un poco le spalle.
E allora Giustino:
- Ma veda, per forza...
Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all'ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, che vivo alle spalle di mia moglie.
Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie, senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: se n'è andata in villeggiatura; e chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra...
Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto...
Andate a pensare all'ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei...
Bah, non ci pensiamo!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava.
Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d'arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco, anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po' di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi.
Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po' di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un'altra ragione di stizza.
Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all'erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, su le seggiole, su le poltrone, su la scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de La nuova colonia.
- E scusi...
e scusi...
e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiolo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell'apparato.
- Ma chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino Pirino.
Io sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella.
Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e son venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov'è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov'è? chi? come?
- Ma signor mio, è partita!
- Partita?
- Lo sa tutta Roma, perbacco! c'era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo io, scusi...
Ma già...
aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de La nuova colonia, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è roba di tutti La nuova colonia, scusi? Lei prende così le scene e...
e se le appropria...
Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Ha veduto La nuova colonia di mia moglie...
- Sissignore.
- E questa è l'isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- Dove l'ha mai veduta Lei? esiste forse nella realtà, nella carta geografica quest'isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere, e in verità a ridere era disposto; così investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso su le labbra.
Più che mai stordito, disse:
- Con gli occhi? con gli occhi no, certo! con gli occhi non l'ho veduta.
Ma l'ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino.
- Mia moglie! L'ha immaginata mia moglie, non Lei! E se mia moglie non l'avesse immaginata, Lei non avrebbe dipinto lì un bel corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino riuscì a fare erompere la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sì? quale? quella dell'isola? oh bella! oh bella! oh bella! vuol esser Lei soltanto il proprietario dell'isola? il proprietario d'un'isola che non esiste?
Giustino Boggiolo, sentendolo ridere così, s'intorbidò tutto dall'ira e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dite voi che non esiste! Esiste, esiste, esiste, sissignore! Ve lo faccio vedere io se esiste!
- L'isola?
- La proprietà! il mio diritto di proprietà letteraria! il mio diritto, il mio diritto esiste; e vedrete se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora, e glielo faccio vedere!
- Va bene...
ma guardi...
sissignore...
si calmi, guardi...
- gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io...
io non ho voluto usurpare alcun diritto, alcuna proprietà...
Se lei s'arrabbia così...
ma io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli, e me ne vado.
Glie li regalo e me ne vado...
Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia compaesana...
Sì, volevo anche pregarla di...
di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche aiuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d'uno sguardo, questi miei pastellini...
Non c'è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiolo si trovò d'un tratto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient'affatto...
grazie...
scusi...
dicevo, discutevo per il...
la...
il...
diritto, la proprietà, ecco.
Creda che è un affar serio...
come se non esistesse...
Una pirateria continua nel campo letterario...
Mi sono riscaldato, eh? ma perché, veda...
in questo momento, mi...
mi...
mi...
riscaldo facilmente: sono stanco, stanco, stanco da morirne; e non c'è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, Lei lo capisce bene.
- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s'arrabbi di nuovo, per carità! Senta...
crede che io non possa fare un quadro, poniamo, su...
sui Promessi sposi, ecco? Leggo i Promessi sposi...
ho l'impressione d'una scena...
non posso dipingerla?
Giustino Boggiolo si concentrò con grande sforzo; rimase un po' cogitabondo a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse.
- Veramente non saprei...
Forse, trattandosi dell'opera d'un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio...
Non so.
Bisogna che studii la questione.
Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso.
Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare La nuova colonia - glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica...
- Veramente...
già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiù il pizzo; ma poi, d'un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda...
il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga più, sa? ne può star sicuro; non paga più!
Giustino Boggiolo parò le mani come ad arrestar subito un pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s'affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io le ho già detto perché sono venuto e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli.
Un'idea luminosa balenò in quel momento a Giustino.
Il dramma, prima o poi, doveva andare a stampa.
Farne un'edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là...
Ecco, il libro così non sarebbe andato per le mani di tutti: così egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell'opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l'ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all'editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell'idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d'aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco.
Una prefazione del Gueli, al volume...
Così, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto...
Egli è venuto questa mattina a ossequiar la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io!) che è stato per mera cortesia.
Se il Gueli fa la prefazione...
Benissimo, sì sì, benissimo.
Ci andrò oggi stesso, subito com'esco dall'ufficio.
Ma vede quant'altri pensieri, quant'altro da fare mi dà Lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna.
Basta, basta...
Vedrò di pensare a tutto.
Lei mi lasci qua i pastelli.
Le prometto che appena passo da Milano...
Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando su il busto, impacciato:
- Ecco...
quando...
quando passerà, Lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiolo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile che le dica il mio indirizzo.
Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno.
Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva così.
3.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiolo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era così stanco, in tale vana fissità di stordimento, che finanche alle pietre avrebbe fatto pietà.
Solamente a sé stesso non ne faceva.
Appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, si trovò senza saper come né perché tra le braccia, sul seno d'una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con la tepida mano profumata e gli diceva con dolce voce materna:
- Poverino...
poverino...
ma si sa!...
ma così voi vi distruggete, caro!...
oh poverino...
poverino...
Ed egli, senza volontà, abbandonato, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch'egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, si lasciava carezzare come un bambino.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All'ufficio il capo lo aveva accolto a modo d'un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d'aspettativa non si sarebbe chiamato più Gennaro Ricoglia se non gliel'avrebbe fatta respingere, respingere, respingere.
In casa del Gueli, poi...
Oh Dio, che era accaduto in casa del Gueli?...
Non sapeva raccapezzarsi più...
Aveva sognato? Ma come? non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito...
O impazzito lui, o il Gueli...
Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenio vertiginoso qualche cosa doveva essere avvenuta, a cui egli non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla; neanche perché la Barmis fosse là...
Forse era giusto, era naturale che fosse là...
e quel conforto pietoso e carezzevole era anche opportuno, sì, e meritato...
ma ora...
ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi.
Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo...
le...
le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo stato? Voi non potete, caro, non potete!
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava più, proprio, d'esser donna.
- Ma...
ma come?...
- seguitò a balbettare, - senza...
senza lume qui? Che ha fatto la serva della signora Ely?
- Il lume? Non l'ho voluto io, - disse Dora.
- L'avevano portato.
Qua, qua, sedete con me, qua.
Si sta bene al buio...
qua...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino, pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l'impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentì stringere con violenza un braccio.
Più che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l'altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido...
sì, stupido che voi partiate così...
Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera.
Dov'è la vostra camera? Su, andiamo, v'ajuterò io!
E Giustino si sentì trascinare, strappare.
Reluttò, perduto, balbettando:
- Ma...
ma se...
se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei sùbiti prorompimenti d'ilarità folle nella Barmis.
Trattando con lei era sempre tra perplessità ambasciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi.
certi sorrisi, certe parole di lei.
In quel momento, sì, in verità gli pareva chiaro che...
- ma se poi si fosse sbagliato? E poi...
ma che! A parte lo stato in cui si trovava...
ma che! sarebbe stata una nequizia bell'e buona, di cui non si sentiva capace.
Trovò in questa coscienza della sua inespugnabile onestà coniugale il coraggio di accendere risolutamente e anche con un certo sdegno un fiammifero.
Una nuova, più stridula, più folle risata assalì e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché? - domandò Giustino con stizza - Al bujo...
certo che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime.
Intanto egli aveva acceso una candela trovata su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
- Ah, vent'anni! vent'anni! vent'anni! - fremette Dora alla fine.
- Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e via! Sciocchezze! sciocchezze! L'anima, adesso, l'anima, l'anima...
Dov'è l'anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare...
Dite, Boggiolo: per voi dov'è? dentro o fuori? dico l'anima! Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori.
L'anima è fuori, caro; l'anima è tutto; e noi, morti, non saremo più nulla, caro, più nulla, più nulla...
Su, fate lume! Queste valige subito...
V'aiuterò io...
Sul serio!
- Troppo buona - disse Giustino, mogio mogio, sbigottito, avviandosi innanzi, con la candela, verso la camera.
Dora, appena entrata, guardò il letto a due, guardò in giro tutti gli altri mobili più che modesti, sotto il tetto basso:
- Ah, qua...
- disse.
- Bene, sì...
Che buono odor di casa! di famiglia, di provincia...
Sì, sì...
bene...
beato voi, caro! Sempre così! Ma dovete far presto.
A che ora parte la corsa? Ih, subito...
Su, su, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva.
Frattanto:
- Sapete perché son venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi...
tutti gli attori della Compagnia...
ma specialmente la Carmi, caro mio, sono su le furie!
- E perché? - domandò Giustino, restando.
- Ma vostra moglie, caro, non ve ne siete accorto? - rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi.
- Vostra moglie...
forse, poverina, perché ancora così...
li ha accolti male, male, male...
Giustino, inghiottendo amaro, chinò più volte il capo, per significare che se n'era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare! - riprese la Barmis.
- Voi appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia...
Ecco, la Carmi si vuol vendicare a tutti i costi; voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? come? - domandò Giustino, di nuovo stordito.
- Oh Dio! - esclamò la Barmis, stringendosi ne le spalle.
- Non pretenderete che ve l'insegni io, come.
È difficile con voi...
Ma quando una donna si vuole vendicare di un'altra...
Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo...
Ma verso un'altra donna la donna è perfida, caro mio; capace di tutto poi, se crede d'averne ricevuto un affronto, uno sgarbo.
E poi l'invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo giovane, un gran brav'uomo...
enormemente bravo, capisco; ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete...
dovete sforzarvi...
farvi un po' di violenza magari...
Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia! - esclamò Giustino.
- Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Siete appadronato?
- È finita! non ci penso più! Tutte le donne per me sono come uomini, ecco; non ci faccio più alcuna differenza.
Donna per me è mia moglie, e basta.
Forse per le donne è un'altra cosa...
ma per gli uomini, creda pure, almeno per me...
L'uomo ha tant'altre cose a cui pensare...
Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse, non volete capirlo? - riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige.
- Se voi volete fare i vostri interessi, caro...
Per voi, sta bene; ma dovete trattar con donne per forza: attrici, giornaliste...
E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d'accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi...
capite? Dico nel vostro stesso interesse...
Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Su, su, ecco fatto; chiudete e partiamo subito.
Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò e fu lì lì per lasciargliela; ma poi...
tanto, dacché c'era...
Giustino non si ribellò.
Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi Lei; io non so, - disse a Dora.
- Sono andato dal Gueli...
- In casa? - domandò Dora, e subito esclamò: - Oh Dio, che avete fatto?
- Ma perché? - replicò Giustino.
- Sono andato per...
per chiedergli un favore...
Bene.
Lo crederebbe? Mi...
mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente? - domandò la Barmis.
- Sissignora, c'era...
- E allora, che meraviglia? - disse Dora.
- Non lo sapete?
- Ma scusi! - riprese Giustino.
- C'è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi più che questa mattina è stato alla stazione...
- Anche questo avete detto, lì, voi, in presenza della Frezzi? - proruppe Dora, ridendo.
- Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiolo!
- Ma perché? - tornò a replicar Giustino.
- Scusi, sa!...
io non posso ammettere che...
- Voi! e già, siamo sempre lì! - esclarnò la Barmis.
- Voi volete fare i conti senza la donna! Ve lo dovete levar dal capo...
Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia ancora amicizia per la vostra signora? Caro mio, dovete provarvi a fare un po' di corte a quella sua nemica.
Chi sa!
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà più una...
una giovinetta...
ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo, - fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, - ribatté Dora.
- Dovete mutar registro! Così non farete nulla...
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi...
la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi...
Pazienza...
caro...
Addio!...
Sforzatevi...
nel vostro interesse...
fatevi un po' di violenza...
Addio, caro, buone cose! addio! Addio!
4.
Dov'era?
Sì, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiano erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l'orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l'orto solingo, e più là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All'alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d'angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell'alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant'anni anch'esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d'andare a riporsi sotterra, s'indugerà a spiare attraverso il cancelletto l'orto solingo della cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco...
Dov'era? dov'era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore.
Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa.
Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov'era anche stata, attraversando giù quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d'acque scorrenti nel mezzo.
Sapeva ch'era la voce del Sangone quella che s'udiva sempre, e più la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l'immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie.
Sapeva che più su, per la vallata dell'Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, a vederlo: gran parte delle acque devolve incanalata nei lavori di presa: lì, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all'industria dell'uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparsi tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome.
Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga.
Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell'Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè.
Quello di fronte, a mezzodì, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lì la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente.
Sì, di tutto.
Ma ella...
dov'era? dov'era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch'era a un tempo voce e lume, in cui l'anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce, fissar quel lume.
Era veramente così pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinnìi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all'ombra di bassi ontani; rivoli che s'affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, brillando festose?
No, no, attorno a tutto - luoghi e cose e persone - ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti più vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell'aria di sogno le si squarciava d'un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi, diversi, nella loro nuda realtà.
Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie.
Era davvero così quella tal cosa? No, non era forse neanche così! Forse, chi sa come la vedevano gli altri...
se pur la vedevano! E quell'aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s'era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo.
Ella era entrata con Oraziella a sentir come stésse.
Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d'avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente.
Oraziella, appena entrata, s'era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che sia raggiornato...
La mamma allora aveva voluto ch'ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d'attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano.
Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio del Sangone, ne la valle.
Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride così, Oraziella? - aveva domandato la mamma.
E Oraziella, affacciata alla finestra, nell'aria chiara, aveva risposto lietamente:
- Un contadino.
Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch'ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s'era levato un canto dolcissimo di donne.
E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Da che s'era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante imagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva più parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco.
Sentiva che ormai ella non apparteneva più a sé stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassù, dove l'avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S'era trovata come sperduta lassù, e il suo dèmone ne aveva profittato.
Le veniva da lui quella specie d'ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sì che di tratto in tratto la stupidità di esse le s'avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce.
Specialmente di tutte quelle cose ch'ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver più care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità; e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l'una e l'altro non sarebbero più stati solo a patto ch'ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione.
E che così era di quelle cose, come di tutte le altre.
E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell'Indritto, che c'era? L'acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l'acqua libera, fragorosa, spumante.
Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l'ora...
Come diceva l'orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all'alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all'anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci);
le riprende or la vita, e parlan forte,
liete di riudir le loro voci
nell'aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prati che verdeggiano d'intorno.
Ecco ecco, così! A SUO MODO.
Ma no! ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma così, come aveva fatto! Così come cantavano dentro...
Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici.
Ed ella godeva d'una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti...
Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d'aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose.
Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei più remoti evi racchiuso in loro.
Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassù, di quella stagione, coperto di margherite? S'era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso...
Ah, l'uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No.
Lì, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s'arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d'oro offendeva come alcunché d'osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l'oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n'era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter più essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual'era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei così del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un'estranea che potesse far cose ch'ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sì! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio.
Lei! lei così desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come una tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lì il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsù Prever, un bel vecchione con una barba anche più lunga di quella de lo zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d'occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci.
Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuoio.
Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente più umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d'infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l'ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori.
In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l'aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone così dette per bene.
Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d'inverno.
La ragione c'era, e la sapevano tutti lì a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiolo.
Non poteva stare, povero monsù Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina.
Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsù Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all'età loro.
Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli...
La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un'attrazione misteriosa che monsù Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre così quieta, umile, timida, al suo posto.
Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch'ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s'era ucciso.
Eran passati più di quarant'anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non diceva proprio infastidita - dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsù Martino - se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po' - non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino! Ma sì, ma sì, perché...
- rideva? oh non c'era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia.
Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, monsù...
E forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui madama.
E Graziella aveva consigliato a Silvia d'indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sì! a chiel là!
Ah, quel don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell'orto accanto, Silvia s'era immaginato un ben altro uomo di Dio.
Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un paio d'occhietti tondi, sempre fissi e spaventati.
Disillusione, da un canto; ma, dall'altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav'uomo dei prodigi d'un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell'altar maggiore.
Gli uomini, pensava don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopratutto, le stelle, le vedon male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane.
La gente ignorante le guarda, e sì, a dis magara ch'a son bele; ma così piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassù.
Onde, il canucial.
E ne le belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo, le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le «gran montagne» della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d'ilarità in cielo.
Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sì! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l'occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l'indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsù Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto La nuova colonia.
E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore...
Davvero non sapeva più lei stessa, ora, come e perché le fosse venuta in mente quella Nuova colonia, quell'isola, con quei marinai...
Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d'Italia.
Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte,