SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 18
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E allora Giustino:
- Ma veda, per forza...
Vedrà che per forza mi costringeranno a dare un calcio all'ufficio! E poi cominceranno a dire, uh, ne sono sicuro!, che vivo alle spalle di mia moglie.
Io, già! alle spalle di mia moglie! Come se mia moglie, senza di me...
roba da ridere, via! Già si vede: eccola là: se n'è andata in villeggiatura; e chi resta qua, a lavorare, a far la guerra? Guerra, sa? guerra davvero, guerra...
Si entra ora in campo! Sette eserciti e cento città! Se ci resisto...
Andate a pensare all'ufficio! Se domani lo perdo, per chi lo perdo? lo perdo per lei...
Bah, non ci pensiamo!
Aveva tante cose per il capo, che più di qualche minuto di sfogo non poteva concedere al dispiacere anche grave che qualcuna gli cagionava.
Tuttavia non poté fare a meno di ripensare, prima d'arrivare a casa, a quella tal richiesta a tradimento del senatore Borghi.
Gli aveva fatto troppa stizza, ecco, anche perché, se mai, gli pareva che non alla moglie, ma a lui avrebbe dovuto rivolgersi il signor senatore.
Ma, poi, Cristo santo! un po' di discrezione! Quella poverina partiva per rimettersi in salute, per riposarsi.
Se a qualche cosa poi, là a Cargiore, le fosse venuto voglia di pensare, ma avrebbe pensato a un nuovo dramma, perbacco! non a cosettine che portan via tanto tempo, e non fruttano nulla.
Un po' di discrezione, Cristo santo!
Appena arrivato a casa - paf! un altro inciampo, un altro grattacapo, un'altra ragione di stizza.
Ma questa, assai più grave!
Trovò nello studiolo un giovinotto lungo lungo, smilzo smilzo, con una selva di capelli riccioluti indiavolati, pizzo ad uncino, baffi all'erta, un vecchio fazzoletto verde di seta al collo, che forse nascondeva la mancanza della camicia, un farsettino nero inverdito, le cui maniche, sdrucite ai gomiti, gli lasciavano scoperti i polsi ossuti e gli facevano apparire sperticate le braccia e le mani.
Lo trovò come padrone del campo, in mezzo a una mostra di venticinque pastelli disposti giro giro per la stanza, su le seggiole, su le poltrone, su la scrivania, da per tutto: venticinque pastelli tratti dalle scene culminanti de La nuova colonia.
- E scusi...
e scusi...
e scusi...
- si mise a dire Giustino Boggiolo, entrando, stordito e sperduto, tra tutto quell'apparato.
- Ma chi è lei, scusi?
- Io? - disse il giovinotto, sorridendo con aria di trionfo.
- Chi sono io? Nino Pirino.
Io sono Nino Pirino, pittorino tarentino, dunque compatriottino di Silvia Roncella.
Lei è il marito, è vero? Piacere! Ecco, io ho fatto questa roba qua, e son venuto a mostrarla a Silvia Roncella, mia celebre compatriota.
- E dov'è? - fece Giustino.
Il giovinotto lo guardò, stordito.
- Dov'è? chi? come?
- Ma signor mio, è partita!
- Partita?
- Lo sa tutta Roma, perbacco! c'era tutta Roma alla stazione, e lei non lo sa! Ho tanto poco tempo io, scusi...
Ma già...
aspetti un momento...
Scusi, queste sono scene de La nuova colonia, se non sbaglio?
- Sissignore.
- E che è roba di tutti La nuova colonia, scusi? Lei prende così le scene e...
e se le appropria...
Come? con qual diritto?
- Io? che dice? ma no! - fece il giovinotto.
- Io sono un artista! Io ho veduto e...
- Ma nossignore! - esclamò con forza Giustino.
- Che ha veduto? Ha veduto La nuova colonia di mia moglie...
- Sissignore.
- E questa è l'isola abbandonata, è vero?
- Sissignore.
- Dove l'ha mai veduta Lei? esiste forse nella realtà, nella carta geografica quest'isola? Lei non ha potuto vederla!
Il giovinotto credeva propriamente che il caso fosse da ridere, e in verità a ridere era disposto; così investito contro ogni sua aspettazione, ora si sentiva rassegare il riso su le labbra.
Più che mai stordito, disse:
- Con gli occhi? con gli occhi no, certo! con gli occhi non l'ho veduta.
Ma l'ho immaginata, ecco!
- Lei? Ma nossignore! - incalzò Giustino.
- Mia moglie! L'ha immaginata mia moglie, non Lei! E se mia moglie non l'avesse immaginata, Lei non avrebbe dipinto lì un bel corno, glielo dico io! La proprietà...
A questo punto Nino Pirino riuscì a fare erompere la risata che gli gorgogliava dentro da un pezzo.
- La proprietà? ah sì? quale? quella dell'isola? oh bella! oh bella! oh bella! vuol esser Lei soltanto il proprietario dell'isola? il proprietario d'un'isola che non esiste?
Giustino Boggiolo, sentendolo ridere così, s'intorbidò tutto dall'ira e gridò, fremente:
- Ah, non esiste? Lo dite voi che non esiste! Esiste, esiste, esiste, sissignore! Ve lo faccio vedere io se esiste!
- L'isola?
- La proprietà! il mio diritto di proprietà letteraria! il mio diritto, il mio diritto esiste; e vedrete se saprò farlo rispettare e valere! Ci sono qua io, per questo! Tutti ormai sono avvezzi a violarlo questo diritto, che pure emana da una legge dello Stato, perdio, sacrosanta! Ma ripeto che ci sono qua io, ora, e glielo faccio vedere!
- Va bene...
ma guardi...
sissignore...
si calmi, guardi...
- gli diceva intanto il giovinotto, angustiato di vederlo in quelle furie.
- Guardi, io...
io non ho voluto usurpare alcun diritto, alcuna proprietà...
Se lei s'arrabbia così...
ma io sono pronto a lasciarle qua tutti i miei pastelli, e me ne vado.
Glie li regalo e me ne vado...
Mi sono inteso di fare un piacere, di fare onore alla mia compaesana...
Sì, volevo anche pregarla di...
di...
ajutarmi col prestigio del suo nome, perché credo, via, di meritarmi qualche aiuto...
Sono belli, sa? Li degni almeno d'uno sguardo, questi miei pastellini...
Non c'è male, creda! Glieli regalo, e me ne vado.
Giustino Boggiolo si trovò d'un tratto disarmato e restò brutto di fronte alla generosità di quel ricchissimo straccione.
- No, nient'affatto...
grazie...
scusi...
dicevo, discutevo per il...
la...
il...
diritto, la proprietà, ecco.
Creda che è un affar serio...
come se non esistesse...
Una pirateria continua nel campo letterario...
Mi sono riscaldato, eh? ma perché, veda...
in questo momento, mi...
mi...
mi...
riscaldo facilmente: sono stanco, stanco, stanco da morirne; e non c'è peggio della stanchezza! Ma io devo guardarmi davanti e dietro, caro signore; devo difendere i miei interessi, Lei lo capisce bene.
- Ma certo! ma naturalmente! - esclamò Nino Pirino, rifiatando.
- Però, senta...
Non s'arrabbi di nuovo, per carità! Senta...
crede che io non possa fare un quadro, poniamo, su...
sui Promessi sposi, ecco? Leggo i Promessi sposi...
ho l'impressione d'una scena...
non posso dipingerla?
Giustino Boggiolo si concentrò con grande sforzo; rimase un po' cogitabondo a stirarsi con due dita la moschetta della barba a ventaglio:
- Eh, - poi disse.
- Veramente non saprei...
Forse, trattandosi dell'opera d'un autore morto, già caduta da un pezzo in pubblico dominio...
Non so.
Bisogna che studii la questione.
Qui il suo caso, a ogni modo, è diverso.
Guardi! Sta di fatto che se un musicista domani mi chiede di musicare La nuova colonia - glielo dico perché sono già in trattative con due compositori, tra i primi - anche facendosene cavare il libretto da altri, deve pagare a me quel che io pretendo, e non poco, sa? Ora, se non sbaglio, il suo caso è lo stesso: lei per la pittura, quello per la musica...
- Veramente...
già...
- cominciò a dire Nino Pirino, uncinandosi vieppiù il pizzo; ma poi, d'un balzo, ricredendosi.
- Ma no! sbaglia, sa! Veda...
il caso è un altro! Il musicista paga perché, per il melodramma, prende le parole; ma se non prende più le parole, se riesprime solo musicalmente in una sinfonia, o che so io, le impressioni, i sentimenti suscitati in lui dal dramma della sua signora, non paga più, sa? ne può star sicuro; non paga più!
Giustino Boggiolo parò le mani come ad arrestar subito un pericolo o una minaccia.
- Parlo accademicamente, - s'affrettò allora a soggiungere il giovinotto.
- Io le ho già detto perché sono venuto e, ripeto, sono pronto a lasciarle qua i miei pastelli.
Un'idea luminosa balenò in quel momento a Giustino.
Il dramma, prima o poi, doveva andare a stampa.
Farne un'edizione ricchissima, illustrata, con la riproduzione a colori di quei venticinque pastelli là...
Ecco, il libro così non sarebbe andato per le mani di tutti: così egli avrebbe anche impedito lo sfruttamento dell'opera della moglie da parte di quel pittore; e avrebbe anche prestato a questo l'ajuto richiesto, morale e materiale, perché avrebbe imposto all'editore un adeguato compenso per quei pastelli là.
Nino Pirino si dichiarò entusiasta dell'idea e per poco non baciò le mani al suo benefattore, il quale intanto aveva avuto un altro lampo e gli faceva cenno d'aspettare che la luce gli si facesse intera.
- Ecco.
Una prefazione del Gueli, al volume...
Così, tutti i maligni che vanno gracchiando che al Gueli il dramma non è piaciuto...
Egli è venuto questa mattina a ossequiar la mia signora alla stazione, sa? Ma possono ancora dire (li conosco bene, io!) che è stato per mera cortesia.
Se il Gueli fa la prefazione...
Benissimo, sì sì, benissimo.
Ci andrò oggi stesso, subito com'esco dall'ufficio.
Ma vede quant'altri pensieri, quant'altro da fare mi dà Lei adesso? E ho i minuti contati! Debbo partire stasera per Bologna.
Basta, basta...
Vedrò di pensare a tutto.
Lei mi lasci qua i pastelli.
Le prometto che appena passo da Milano...
Dica, il suo indirizzo?
Nino Pirino si strinse i gomiti alla vita e domandò, tirando su il busto, impacciato:
- Ecco...
quando...
quando passerà, Lei, da Milano?
- Non so, - disse il Boggiolo.
- Fra due, tre mesi al massimo...
- E allora, - sorrise Pirino, - è inutile che le dica il mio indirizzo.
Di qui a tre mesi, ne avrò cangiati otto per lo meno.
Nino Pirino, ferma in posta: ecco, mi scriva così.
3.
Quando, sul tardi, Giustino Boggiolo rientrò in casa (aveva appena il tempo di fare in fretta in furia le valige) era così stanco, in tale vana fissità di stordimento, che finanche alle pietre avrebbe fatto pietà.
Solamente a sé stesso non ne faceva.
Appena entrato nella cupa ombra dello studiolo, si trovò senza saper come né perché tra le braccia, sul seno d'una donna che lo sorreggeva in piedi e gli carezzava la guancia pian pianino con la tepida mano profumata e gli diceva con dolce voce materna:
- Poverino...
poverino...
ma si sa!...
ma così voi vi distruggete, caro!...
oh poverino...
poverino...
Ed egli, senza volontà, abbandonato, rinunziando affatto a indovinare come mai Dora Barmis fosse là, nella sua casa, al bujo, e potesse sapere ch'egli per tutte le fatiche sostenute, per i dispiaceri incontrati e la stanchezza enorme aveva quello strapotente bisogno di conforto e di riposo, si lasciava carezzare come un bambino.
Forse era entrato nello studiolo vagellando e lamentandosi.
Non ne poteva più, davvero! All'ufficio il capo lo aveva accolto a modo d'un cane, e gli aveva giurato che la domanda di sei mesi d'aspettativa non si sarebbe chiamato più Gennaro Ricoglia se non gliel'avrebbe fatta respingere, respingere, respingere.
In casa del Gueli, poi...
Oh Dio, che era accaduto in casa del Gueli?...
Non sapeva raccapezzarsi più...
Aveva sognato? Ma come? non era andato il Gueli quella mattina alla stazione? Doveva essersi impazzito...
O impazzito lui, o il Gueli...
Ma forse, ecco, in mezzo a tutto quel tramenio vertiginoso qualche cosa doveva essere avvenuta, a cui egli non aveva fatto caso, e per cui ora non poteva capire più nulla; neanche perché la Barmis fosse là...
Forse era giusto, era naturale che fosse là...
e quel conforto pietoso e carezzevole era anche opportuno, sì, e meritato...
ma ora...
ma ora basta, ecco.
E fece per staccarsi.
Dora gli trattenne con la mano il capo sul seno:
- No, perché? Aspettate...
- Devo...
le...
le valige...
- balbettò Giustino.
- Ma no! che dite! - gli diede su la voce Dora.
- Volete partire in questo stato? Voi non potete, caro, non potete!
Giustino resisté alla pressione della mano parendogli ormai troppo quel conforto e un poco strano, benché sapesse che la Barmis spesso non si ricordava più, proprio, d'esser donna.
- Ma...
ma come?...
- seguitò a balbettare, - senza...
senza lume qui? Che ha fatto la serva della signora Ely?
- Il lume? Non l'ho voluto io, - disse Dora.
- L'avevano portato.
Qua, qua, sedete con me, qua.
Si sta bene al buio...
qua...
- E le valige? Chi me le fa? - domandò Giustino, pietosamente.
- Volete partire per forza?
- Signora mia...
- E se io ve l'impedissi?
Giustino, nel bujo, si sentì stringere con violenza un braccio.
Più che mai sbalordito, sgomento, tremante, ripeté:
- Signora mia...
- Ma stupido! - scattò allora quella con un fremito di riso convulso, afferrandolo per l'altro braccio e scotendolo.
- Stupido! stupido! Che fate? Non vedete? È stupido...
sì, stupido che voi partiate così...
Dove sono le valige? Saranno nella vostra camera.
Dov'è la vostra camera? Su, andiamo, v'ajuterò io!
E Giustino si sentì trascinare, strappare.
Reluttò, perduto, balbettando:
- Ma...
ma se...
se non ci portano un lume...
Una stridula risata squarciò a questo punto il bujo e parve facesse traballare tutta la casa silenziosa.
Giustino era ormai avvezzo a quei sùbiti prorompimenti d'ilarità folle nella Barmis.
Trattando con lei era sempre tra perplessità ambasciose, non riuscendo mai a sapere come dovesse interpretare certi atti, certi sguardi.
certi sorrisi, certe parole di lei.
In quel momento, sì, in verità gli pareva chiaro che...
- ma se poi si fosse sbagliato? E poi...
ma che! A parte lo stato in cui si trovava...
ma che! sarebbe stata una nequizia bell'e buona, di cui non si sentiva capace.
Trovò in questa coscienza della sua inespugnabile onestà coniugale il coraggio di accendere risolutamente e anche con un certo sdegno un fiammifero.
Una nuova, più stridula, più folle risata assalì e scontorse la Barmis alla vista di lui con quel fiammifero acceso tra le dita.
- Ma perché? - domandò Giustino con stizza - Al bujo...
certo che...
Ci volle un bel pezzo prima che Dora si riavesse da quella convulsione di riso e prendesse a ricomporsi, ad asciugarsi le lagrime.
Intanto egli aveva acceso una candela trovata su la scrivania, dopo aver fatto volare tre dei pastelli del Pirino.
- Ah, vent'anni! vent'anni! vent'anni! - fremette Dora alla fine.
- Sapete, gli uomini? stecchini mi parevano! Qua, tra i denti, spezzati, e via! Sciocchezze! sciocchezze! L'anima, adesso, l'anima, l'anima...
Dov'è l'anima? Dio! Dio! Ah, come fa bene respirare...
Dite, Boggiolo: per voi dov'è? dentro o fuori? dico l'anima! Dentro di noi o fuori di noi? Sta tutto qui! Voi dite dentro? Io dico fuori.
L'anima è fuori, caro; l'anima è tutto; e noi, morti, non saremo più nulla, caro, più nulla, più nulla...
Su, fate lume! Queste valige subito...
V'aiuterò io...
Sul serio!
- Troppo buona - disse Giustino, mogio mogio, sbigottito, avviandosi innanzi, con la candela, verso la camera.
Dora, appena entrata, guardò il letto a due, guardò in giro tutti gli altri mobili più che modesti, sotto il tetto basso:
- Ah, qua...
- disse.
- Bene, sì...
Che buono odor di casa! di famiglia, di provincia...
Sì, sì...
bene...
beato voi, caro! Sempre così! Ma dovete far presto.
A che ora parte la corsa? Ih, subito...
Su, su, senza perder tempo...
E prese a disporre con sveltezza e maestria nelle due valige aperte sul letto le robe che Giustino cavava dal cassettone e le porgeva.
Frattanto:
- Sapete perché son venuta? Volevo avvertirvi che la Carmi...
tutti gli attori della Compagnia...
ma specialmente la Carmi, caro mio, sono su le furie!
- E perché? - domandò Giustino, restando.
- Ma vostra moglie, caro, non ve ne siete accorto? - rispose Dora, facendogli cenno con le mani di non arrestarsi.
- Vostra moglie...
forse, poverina, perché ancora così...
li ha accolti male, male, male...
Giustino, inghiottendo amaro, chinò più volte il capo, per significare che se n'era accorto e doluto tanto.
- Bisogna riparare! - riprese la Barmis.
- Voi appena da Bologna raggiungerete a Napoli la Compagnia...
Ecco, la Carmi si vuol vendicare a tutti i costi; voi dovete assolutamente ajutarla a vendicarsi.
- Io? come? - domandò Giustino, di nuovo stordito.
- Oh Dio! - esclamò la Barmis, stringendosi ne le spalle.
- Non pretenderete che ve l'insegni io, come.
È difficile con voi...
Ma quando una donna si vuole vendicare di un'altra...
Guardate, la donna può essere anche buona verso un uomo, specialmente se egli le si dà come un fanciullo...
Ma verso un'altra donna la donna è perfida, caro mio; capace di tutto poi, se crede d'averne ricevuto un affronto, uno sgarbo.
E poi l'invidia! Sapeste quanta invidia tra le donne, e come le rende cattive! Voi siete un bravo giovane, un gran brav'uomo...
enormemente bravo, capisco; ma, se volete fare i vostri interessi, ecco...
dovete...
dovete sforzarvi...
farvi un po' di violenza magari...
Del resto, starete parecchi mesi lontano da vostra moglie, è vero? Ora, via, non mi darete a intendere...
- Ma no! ma no, creda, signora mia! - esclamò Giustino.
- Io non ci penso! Non ho neanche il tempo di pensarci! Per me, ho preso moglie, e basta!
- Siete appadronato?
- È finita! non ci penso più! Tutte le donne per me sono come uomini, ecco; non ci faccio più alcuna differenza.
Donna per me è mia moglie, e basta.
Forse per le donne è un'altra cosa...
ma per gli uomini, creda pure, almeno per me...
L'uomo ha tant'altre cose a cui pensare...
Si figuri se io, tra tanti pensieri, con tanto da fare...
- Oh Dio, lo so! ma io dico nel vostro stesso interesse, non volete capirlo? - riprese la Barmis, trattenendosi a stento di ridere e affondando il capo nelle valige.
- Se voi volete fare i vostri interessi, caro...
Per voi, sta bene; ma dovete trattar con donne per forza: attrici, giornaliste...
E se non fate come vogliono loro? Se non le seguite nel loro istinto? sia pur malvagio, d'accordo! Se queste donne invidiano vostra moglie? se vogliono vendicarsi...
capite? Dico nel vostro stesso interesse...
Sono necessità, caro, che volete farci? necessità della vita! Su, su, ecco fatto; chiudete e partiamo subito.
Vi accompagnerò fino alla stazione.
In vettura, istintivamente gli prese una mano; subito si ricordò e fu lì lì per lasciargliela; ma poi...
tanto, dacché c'era...
Giustino non si ribellò.
Pensava a quel che gli era accaduto in casa del Gueli.
- Mi spieghi Lei; io non so, - disse a Dora.
- Sono andato dal Gueli...
- In casa? - domandò Dora, e subito esclamò: - Oh Dio, che avete fatto?
- Ma perché? - replicò Giustino.
- Sono andato per...
per chiedergli un favore...
Bene.
Lo crederebbe? Mi...
mi ha accolto come se non mi avesse mai conosciuto...
- La Frezzi era presente? - domandò la Barmis.
- Sissignora, c'era...
- E allora, che meraviglia? - disse Dora.
- Non lo sapete?
- Ma scusi! - riprese Giustino.
- C'è da cascar dalle nuvole! Fingere finanche di non ricordarsi più che questa mattina è stato alla stazione...
- Anche questo avete detto, lì, voi, in presenza della Frezzi? - proruppe Dora, ridendo.
- Oh povero Gueli, povero Gueli! Che avete fatto, caro Boggiolo!
- Ma perché? - tornò a replicar Giustino.
- Scusi, sa!...
io non posso ammettere che...
- Voi! e già, siamo sempre lì! - esclarnò la Barmis.
- Voi volete fare i conti senza la donna! Ve lo dovete levar dal capo...
Volete ottenere un favore dal Gueli? che egli abbia ancora amicizia per la vostra signora? Caro mio, dovete provarvi a fare un po' di corte a quella sua nemica.
Chi sa!
- Anche a quella?
- Non è mica brutta, vi prego di credere, Livia Frezzi! Non sarà più una...
una giovinetta...
ma...
- Via, non lo dica neanche per ischerzo, - fece Giustino.
- Ma io ve lo dico proprio sul serio, caro, sul serio, sul serio, - ribatté Dora.
- Dovete mutar registro! Così non farete nulla...
E ancora, fino al momento che il treno si scrollò per partire, Dora Barmis seguitò a battere su quel chiodo:
- Ricordatevi...
la Carmi! la Carmi! Ajutatela a vendicarsi...
Pazienza...
caro...
Addio!...
Sforzatevi...
nel vostro interesse...
fatevi un po' di violenza...
Addio, caro, buone cose! addio! Addio!
4.
Dov'era?
Sì, dirimpetto, oltre il prato, di là dal sentiero, sorgeva nello spiano erboso la chiesa antica, dedicata alla Vergine sidera scandenti, col lungo campanile dalla cuspide ottagonale e le finestre bifore e l'orologio che recava una leggenda assai strana per una chiesa: OGNVNO A SVO MODO; e accanto alla chiesa era la bianca cura con l'orto solingo, e più là, recinto da muri, il piccolo cimitero.
All'alba la voce delle campane su quelle povere tombe.
Ma forse la voce, no: il cupo ronzo che si propaga quando han finito di sonare, penetra in quelle tombe e desta un fremito nei morti, d'angoscioso desiderio.
Oh donne dei casali sparsi, lasciate, donne di Villareto e di Galleana, donne di Rufinera e di Pian del Viermo, donne di Brando e di Fornello, lasciate che a questa messa dell'alba vadano per una volta tanto esse sole le vostre antiche nonne divote, dal cimitero; e officii il loro vecchio curato da tant'anni anch'esso sepolto, il quale forse, appena finita la messa, prima d'andare a riporsi sotterra, s'indugerà a spiare attraverso il cancelletto l'orto solingo della cura, per vedere se al nuovo curato esso sta tanto a cuore quanto stette a lui.
No, ecco...
Dov'era? dov'era?
Sapeva ormai tanti luoghi e il loro nome; luoghi anche lontani da Cargiore.
Era stata su Roccia Corba; sul colle di Bràida, a veder tutta la Valsusa immensa.
Sapeva che il viale, qua, oltre la chiesa, scende tra i castagni e i cerri a Giaveno, ov'era anche stata, attraversando giù quella curiosa Via della Buffa, larga, a bastorovescio, tutta sonora d'acque scorrenti nel mezzo.
Sapeva ch'era la voce del Sangone quella che s'udiva sempre, e più la notte, e le impediva il sonno tra tante smanie con l'immagine di tanta acqua in corsa perenne, senza requie.
Sapeva che più su, per la vallata dell'Indritto, si precipita fragoroso il Sangonetto: era stata in mezzo al fragore, tra le rocce, a vederlo: gran parte delle acque devolve incanalata nei lavori di presa: lì, romorosa, libera, vorticosa, spumante, sfrenata; qui, placida pei canali, domata, assoggettata all'industria dell'uomo.
Aveva visitato tutte le frazioni di Cargiore, quei ceppi di case sparsi tra i castagni e gli ontani e i pioppi e ne sapeva il nome.
Sapeva che quella a levante, lontana lontana, alta sul colle, era la Sacra di Superga.
Sapeva i nomi dei monti attorno, già coperti di neve: Monte Luzera e Monte Uja e la Costa del Pagliajo e il Cugno dell'Alpet, Monte Brunello e Roccia Vrè.
Quello di fronte, a mezzodì, era il monte Bocciarda; quello di là, il Rubinett.
Sapeva tutto; la avevano già informata di tutto la mamma (madama Velia, come lì la chiamavano) e la Graziella e quel caro signor Martino Prever, il pretendente.
Sì, di tutto.
Ma ella...
dov'era? dov'era?
Si sentiva gli occhi pieni di uno splendor vago, innaturale; aveva negli orecchi come una perenne onda musicale, ch'era a un tempo voce e lume, in cui l'anima si cullava serena, con una levità prodigiosa, ma a patto che non fosse tanto indiscreta da volere intendere quella voce, fissar quel lume.
Era veramente così pieno di fremiti, come a lei pareva, il silenzio di quelle verdi alture? trapunto, quasi pinzato a tratti da zighi lunghi, esilissimi, da acuti fili di suono, da fritinnìi? Era quel fremito perenne il riso dei tanti rivoli scorrenti per borri, per zane, per botri scoscesi e cupi all'ombra di bassi ontani; rivoli che s'affrettano, in cascatelle garrule spumose, dopo avere irrigato un prato, benedetti, a far del bene altrove, a un altro campo che li aspetta, dove par che tutte le foglie li chiamino, brillando festose?
No, no, attorno a tutto - luoghi e cose e persone - ella vedeva soffusa come una vaporosa aria di sogno, per cui anche gli aspetti più vicini le sembravan lontani e quasi irreali.
Certe volte, è vero, quell'aria di sogno le si squarciava d'un tratto, e allora certi aspetti pareva le si avventassero agli occhi, diversi, nella loro nuda realtà.
Turbata, urtata da quella dura fredda impassibile stupidità inanimata, che la assaltava con precisa violenza, chiudeva gli occhi e si premeva forte le mani su le tempie.
Era davvero così quella tal cosa? No, non era forse neanche così! Forse, chi sa come la vedevano gli altri...
se pur la vedevano! E quell'aria di sogno le si ricomponeva.
Una sera, la mamma s'era ritirata nella sua cameretta, perché le faceva male il capo.
Ella era entrata con Oraziella a sentir come stésse.
Nella cameretta linda e modesta ardeva solo un lampadino votivo su una mensola innanzi a un antico crocefisso d'avorio; ma il plenilunio la inalbava tutta, dolcemente.
Oraziella, appena entrata, s'era messa a guardar dietro i vetri della finestra i prati verdi inondati di lume, e a un tratto aveva sospirato:
- Che luna, madama! Dio, par che sia raggiornato...
La mamma allora aveva voluto ch'ella aprisse la mezza imposta.
Ah che solennità d'attonito incanto! In qual sogno erano assorti quegli alti pioppi sorgenti dai prati, che la luna inondava di limpido silenzio? E a Silvia era parso che quel silenzio si raffondasse nel tempo, e aveva pensato a notti assai remote, vegliate come questa dalla Luna, e tutta quella pace attorno aveva allora acquistato agli occhi suoi un senso arcano.
Da lungi, continuo, profondo, come un cupo ammonimento, il borboglio del Sangone, ne la valle.
Là presso, di tratto in tratto, un curioso stridore.
- Che stride così, Oraziella? - aveva domandato la mamma.
E Oraziella, affacciata alla finestra, nell'aria chiara, aveva risposto lietamente:
- Un contadino.
Falcia il suo fieno, sotto la luna.
Sta a raffilare la falce.
Donde aveva parlato Graziella? A Silvia era parso ch'ella avesse parlato dalla Luna.
Poco dopo, da un lontano ceppo di case s'era levato un canto dolcissimo di donne.
E Graziella, parlando ancor quasi dalla Luna, aveva annunziato:
- Cantano a Rufinera...
Non una parola aveva potuto ella proferire.
Da che s'era mossa da Roma e, con quel viaggio, tante e tante imagini nuove le avevano invaso in tumulto lo spirito, da cui già appena appena si diradavano le tenebre della morte, ella notava in sé con sgomento un distacco irreparabile da tutta la sua prima vita.
Non poteva più parlare né comunicar con gli altri, con tutti quelli che volevano seguitare ad aver con lei le relazioni solite finora.
Le sentiva spezzate irrimediabilmente da quel distacco.
Sentiva che ormai ella non apparteneva più a sé stessa.
Quel che doveva avvenire, era avvenuto.
Forse perché lassù, dove l'avevano portata, le eran mancate attorno quelle umili cose consuete, alle quali ella prima si aggrappava, nelle quali soleva trovar rifugio?
S'era trovata come sperduta lassù, e il suo dèmone ne aveva profittato.
Le veniva da lui quella specie d'ebbrezza sonora in cui vaneggiava, accesa e stupita, poiché le trasformava con quei vapori di sogno tutte le cose.
E lui, lui faceva sì che di tratto in tratto la stupidità di esse le s'avventasse agli occhi, squarciando quei vapori.
Era un dispetto atroce.
Specialmente di tutte quelle cose ch'ella aveva voluto e avrebbe ancora voluto aver più care e sacre, esso si divertiva ad avventarle agli occhi la stupidità; e non rispettava neppure il suo bambino, la sua maternità! Le suggeriva che stupidi l'una e l'altro non sarebbero più stati solo a patto ch'ella, mercé lui, ne facesse una bella creazione.
E che così era di quelle cose, come di tutte le altre.
E che soltanto per creare ella era nata, e non già per produrre materialmente stupide cose, né per impacciarsi e perdersi tra esse.
Là, nella vallata dell'Indritto, che c'era? L'acqua incanalata, saggia, buona massaja, e l'acqua libera, fragorosa, spumante.
Ella doveva esser questa, e non già quella.
Ecco: sonava l'ora...
Come diceva l'orologio del campanile? OGNVNO A SVO MODO.
Verrà tra poco, senza fin, la neve,
e case e prati, tutto sarà bianco,
il tetto, il campanil di quella pieve,
donde ora, all'alba, qual dal chiuso un branco
di pecorelle, escono per due porte
le borghigiane, ed hanno il damo a fianco.
Hanno pensato all'anima, alla morte
(qua presso è il cimiter pieno di croci);
le riprende or la vita, e parlan forte,
liete di riudir le loro voci
nell'aria nuova del festivo giorno,
tra i rivoli che corrono veloci,
tra i prati che verdeggiano d'intorno.
Ecco ecco, così! A SUO MODO.
Ma no! ma che! Ella finora non aveva mai scritto un verso! Non sapeva neppure come si facesse a scriverne...
- Come? Oh bella! Ma così, come aveva fatto! Così come cantavano dentro...
Non i versi, le cose.
Veramente le cantavano dentro tutte le cose, e tutte le si trasfiguravano, le si rivelavano in nuovi improvvisi aspetti fantastici.
Ed ella godeva d'una gioja quasi divina.
Quelle nuvole e quei monti...
Spesso i monti parevano nuvoloni lontani impietrati, e le nuvole montagne d'aria nere grevi cupe.
Avevano le nuvole verso quei monti un gran da fare! Ora tonando e lampeggiando li assalivano con furibondi impeti di rabbia; ora languide, morbide si sdrajavano su i loro fianchi e li avvolgevano carezzose.
Ma né di quelle furie né di questi languori pareva che essi si curassero levati, con le azzurre fronti al cielo, assorti nel mistero dei più remoti evi racchiuso in loro.
Femmine, e nuvole! I monti amavano la neve.
E quel prato lassù, di quella stagione, coperto di margherite? S'era sognato? O aveva voluto la terra fare uno scherzo al cielo, imbiancando di fiori quel lembo, prima che esso di neve? No, no: in certi profondi, umidi recessi del bosco ancora spuntavano fiori; e di tanta vita recondita ella aveva provato quasi uno strano stupor religioso...
Ah, l'uomo che prende tutto alla terra e tutto crede sia fatto per lui! Anche quella vita? No.
Lì, ecco, era signore assoluto un grosso calabrone ronzante, che s'arrestava a bere con vorace violenza nei teneri e delicati calici dei fiori, che si piegavano sotto di lui.
E la brutalità di quella bestia bruna, rombante, vellutata e striata d'oro offendeva come alcunché d'osceno, e faceva quasi dispetto la sommissione con cui quelle campanule tremule gracili subivan l'oltraggio di essa e restavano poi a tentennar lievi un tratto sul gambo, dopo che quella, sazia e ingorda tuttavia, se n'era oziando allontanata.
Di ritorno alla quieta casetta, soffriva di non poter più essere o almeno apparire a quella cara vecchina della suocera qual'era prima.
In verità, forse perché non era mai riuscita a tenersi, a comporsi, a fissarsi in un solido e stabile concetto di sé, ella aveva sempre avvertito con viva inquietudine la straordinaria disordinata mobilità del suo essere interiore, e spesso con una meraviglia subito cancellata in sé come una vergogna, aveva sorpreso tanti moti incoscienti, spontanei così del suo spirito, come del suo corpo, strani, curiosissimi, quasi di guizzante bestiola incorreggibile; sempre aveva avuto una certa paura di sé e insieme una certa curiosità quasi nata dal sospetto non ci fosse in lei anche un'estranea che potesse far cose ch'ella non sapeva e non voleva, smorfie, atti anche illeciti, e altre pensarne, che non stavano proprio né in cielo né in terra; ma sì! cose orride, talvolta, addirittura incredibili, che la riempivano di stupore e di raccapriccio.
Lei! lei così desiderosa di non prender mai troppo posto e di non farsi notare, anche per non avere il fastidio di molti occhi addosso! Temeva ora che la suocera non le scorgesse negli occhi quel riso che si sentiva fremere dentro ogni qualvolta nella saletta da pranzo trovava aggrondato e con le ciglia irsute, gonfio di cupa ferocia quel bravo, innocuo signor Martino Prever, geloso come una tigre dello zio Ippolito, il quale, seguitando quietamente a lisciarsi anche lì il fiocco del berretto da bersagliere e a fumar da mane a sera la lunghissima pipa, si divertiva un mondo a farlo arrabbiare.
Era anche lui, monsù Prever, un bel vecchione con una barba anche più lunga di quella de lo zio Ippolito, ma incolta e arruffata, con un pajo d'occhi ceruli chiari da fanciullo, non ostante la ferma intenzione di farli apparire spesso feroci.
Portava sempre in capo un berretto bianco di tela, con una larga visiera di cuoio.
Molto ricco, cercava soltanto la compagnia della gente più umile, e la beneficava nascostamente; aveva anche edificato e dotato un asilo d'infanzia.
Possedeva a Cargiore un bel villino, e su la vetta del Colle di Bràida in Valgioje una grande villa solitaria, donde si scopriva tra i castagni i faggi e le betulle tutta l'ampia, magnifica Valsusa, azzurra di vapori.
In compenso dei tanti beneficii ricevuti, il paesello di Cargiore non l'aveva rieletto sindaco; e forse perciò egli schivava la compagnia delle poche persone così dette per bene.
Tuttavia, non abbandonava mai il paese, neppure d'inverno.
La ragione c'era, e la sapevano tutti lì a Cargiore: quel persistente cocciuto amore per madama Velia Boggiolo.
Non poteva stare, povero monsù Martino, non poteva vivere senza vederla, quella sua madamina.
Tutti a Cargiore conoscevano madama Velia, e però nessuno malignava, anche sapendo che monsù Martino passava quasi tutto il giorno in casa di lei.
Egli avrebbe voluto sposarla; non voleva lei; e non voleva perché...
oh Dio, perché sarebbe stato ormai inutile, all'età loro.
Sposare per ridere? Non stava egli là, a casa sua, tutto il giorno da padrone? E dunque! Poteva ormai bastargli...
La ricchezza? Ma era noto a tutti che, essendo il Prever senza parenti né prossimi né lontani, tutto il suo, tranne forse qualche piccolo legato ai servi, sarebbe andato un giorno, lo stesso, a madama Velia, se fosse morta dopo di lui.
Era una specie di fascino, un'attrazione misteriosa che monsù Martino aveva sentito tardi verso quella donnetta, che pure era stata sempre così quieta, umile, timida, al suo posto.
Tardi lui, il signor Martino; ma un suo fratello, invece, troppo presto e con tanta violenza che, un giorno, sapendo ch'ella era già fidanzata, zitto zitto, povero ragazzo, s'era ucciso.
Eran passati più di quarant'anni, e ancora nel cuore di madama Velia ne durava, se non il rimorso, uno sbigottimento doloroso; e anche perciò, forse, pur sentendosi qualche volta imbarazzata - ecco - non diceva proprio infastidita - dalla continua presenza del Prever in casa, la sopportava con rassegnazione.
Graziella anzi aveva detto a Silvia in un orecchio che madama la sopportava per timore che anche lui, monsù Martino - se ella niente niente si fosse provata ad allontanarlo un po' - non facesse, Dio liberi, come quel suo fratellino! Ma sì, ma sì, perché...
- rideva? oh non c'era mica da ridere: un filettino di pazzia dovevano proprio averlo quei Prever là, lo dicevano tutti a Cargiore, un filettino di pazzia.
Bisognava sentire come parlava solo, forte, per ore e ore, monsù...
E forse lo zio, il signor Ippolito, ecco, avrebbe fatto bene a non insister tanto su quello scherzo di volerla sposar lui madama.
E Graziella aveva consigliato a Silvia d'indurre lo zio a dar la baja invece a don Buti, il curato, che veniva qualche volta in casa anche lui.
- Ecco, a chiel là sì! a chiel là!
Ah, quel don Buti, che disillusione! In quella bianca canonica, con quell'orto accanto, Silvia s'era immaginato un ben altro uomo di Dio.
Vi aveva trovato invece un lungo prete magro e curvo, tutto aguzzo, nel naso, negli zigomi, nel mento, e con un paio d'occhietti tondi, sempre fissi e spaventati.
Disillusione, da un canto; ma, dall'altro, che gusto aveva provato nel sentir parlare quel brav'uomo dei prodigi d'un suo vecchio cannocchiale adoperato come strumento efficacissimo di religione e però sacro a lui quasi quanto il calice dell'altar maggiore.
Gli uomini, pensava don Buti, sono peccatori perché vedon bene e belle grandi le cose vicine, quelle della terra; le cose del cielo, a cui dovrebbero pensare sopratutto, le stelle, le vedon male, invece, e piccoline, perché Dio le volle mettere troppo alte e lontane.
La gente ignorante le guarda, e sì, a dis magara ch'a son bele; ma così piccoline come pajono, non le calcola, non le sa calcolare, ed ecco che tanta parte della potenza di Dio resta loro sconosciuta.
Bisogna far vedere agli ignoranti che la vera grandezza è lassù.
Onde, il canucial.
E ne le belle serate don Buti lo armava sul sagrato, quel suo cannocchiale, e chiamava attorno ad esso tutti i suoi parrocchiani che scendevano anche da Rufinera e da Pian del Viermo, le giovani cantando, i vecchi appoggiati al bastone, i bimbi trascinati dalle mamme, a vedere le «gran montagne» della Luna.
Che risate ne facevan le rane in fondo ai botri! E pareva che anche le stelle avessero guizzi d'ilarità in cielo.
Allungando, accorciando lo strumento per adattarlo alla vista di chi si chinava a guardare, don Buti regolava il turno, e si udivano da lontano, tra la confusione, i suoi strilli:
- Con un euj soul! con un euj soul!
Ma sì! specialmente le donne e i ragazzi aprivano tanto di bocca e storcevano in mille smorfie le labbra per riuscire a tener chiuso l'occhio manco e aperto il diritto, e sbuffavano e appannavan la lente del cannocchiale, mentre don Buti, credendo che già stessero a guardare, scoteva in aria le mani col pollice e l'indice congiunti ed esclamava:
- La gran potensa 'd Nosgnour, eh? la gran potensa 'd Nosgnour!
Che scenette gustose quando veniva a parlarne con lo zio Ippolito e con monsù Martino in quel caro tepido nido tra i monti, pieno di quel sicuro conforto familiare che spirava da tutti gli oggetti ormai quasi animati dagli antichi ricordi della casa, santificati dalle sante oneste cure amorose; che scenette specialmente nei giorni che pioveva e non si poteva andar fuori neanche un momento!
Ma proprio in quei giorni, appena Silvia cominciava a riassaporar la pace della vita domestica, ecco sopravvenire il procaccia carico di posta per lei, e ventate di gloria irrompevano allora là dentro a investirla, a sconvolgerla tutta, da quei fasci di giornali che il marito le spediva da questa e da quella città.
Trionfava da per tutto La nuova colonia.
E la trionfatrice, la acclamata da tutte le folle, ecco, era là, in quella casettina ignorata, perduta in quel verde pianoro su le Prealpi.
Era lei, davvero? o non piuttosto un momento di lei, che era stato? Un subitaneo lume nello spirito e, nello sprazzo, là, una visione, di cui poi ella stessa provava stupore...
Davvero non sapeva più lei stessa, ora, come e perché le fosse venuta in mente quella Nuova colonia, quell'isola, con quei marinai...
Ah che ridere! Non lo sapeva lei; ma lo sapevano bene, benissimo lo sapevano tutti i critici drammatici e non drammatici di tutti i giornali quotidiani e non quotidiani d'Italia.
Quante ne dicevano! Quante cose scoprivano in quel suo dramma, a cui ella non si era mai neppur sognata di pensare! Oh, ma cose tutte, badiamo, che le recavano un gran piacere, perché erano la ragione appunto delle maggiori lodi; lodi che, in verità, più che a lei, che quelle cose non aveva mai pensate, andavano diritte diritte ai signori critici che ve le avevano scoperte.
Ma forse, chi sa! c'erano veramente, se quelli così in prima ve le scoprivano...
Giustino nelle sue lettere frettolose si lasciava intravveder tra le righe soddisfatto, anzi contentissimo.
Si rappresentava, è vero, come rapito in un turbine, e non rifiniva di lamentarsi della stanchezza estrema e delle lotte che doveva sostenere con gli amministratori delle compagnie e con gl'impresarii, delle arrabbiature che si prendeva coi comici e coi giornalisti; ma poi parlava di teatroni rigurgitanti di spettatori, di penali a cui i capicomici si sobbarcavano volentieri pur di trattenersi ancora per qualche settimana oltre i limiti dei contratti in questa e in quella «piazza» a soddisfar la richiesta di nuove repliche da parte del pubblico, che non si stancava di accorrere e di acclamare in delirio.
Leggendo quei giornali e quelle lettere, da cui le vampava innanzi agli occhi la visione affascinante di quei teatri, di tanta e tanta moltitudine che la acclamava, che acclamava lei, lei, l'autrice - Silvia si sentiva risollevare da quell'émpito tutto pungente di brividi già avvertito nella sala d'aspetto della stazione di Roma, allorché per la prima volta s'era trovata di fronte al suo trionfo, impreparata, prostrata, smarrita.
Risollevata da quell'émpito, e tutta accesa ora e vibrante, domandava a sé stessa perché non doveva esser là, lei, dove la acclamavano con tanto calore, anziché qua, nascosta, appartata, messa da canto, come se non fosse lei!
Ma sì, se non lo diceva chiaramente, lo lasciava pure intender bene Giustino, che lei lì non c'entrava, che tutto doveva far lui, lì, lui che sapeva ormai a meraviglia come si dovesse fare ogni cosa.
Eh già, lui...
Se lo immaginava, lo vedeva or faccente, accaldato, or su le furie, ora esultante tra i comici, tra i giornalisti; e un senso le si destava, non d'invidia né di gelosia, ma piuttosto di smanioso fastidio, un'irritazione ancora non ben definita, tra d'angustia, di pena e di dispetto.
Che doveva pensar mai di lei e di lui tutta quella gente? di lui in ispecie, nel vederlo così? ma anche di lei? che forse era una stupida? Stupida, no, se aveva potuto scrivere quel dramma...
Ma, via, una che non sapeva forse né muoversi né parlare; impresentabile?
Sì, era vero: senza di lui La nuova colonia forse non sarebbe neanche andata in iscena.
Egli aveva pensato a tutto; e di tutto ella doveva essergli grata.
Ma ecco, se stava bene o poteva almeno non saltar tanto agli occhi tutto quel gran da fare ch'egli s'era dato finché il nome di lei era ancor modesto, modesta la fama, e lei poteva starsene in ombra, chiusa, in disparte; ora che il trionfo era venuto a coronare tutto quel suo fervido impegno, che figura ci faceva lui, lui solo là, in mezzo ad esso? Poteva più ella starsene così in disparte, ora, e lasciar lì lui solo, esposto, come l'artefice di tutto, senza che il ridicolo investisse e coprisse insieme lui e lei? Ora che il trionfo era venuto, ora che egli alla fine - lei reluttante - era riuscito nel suo intento, a sospingerla, a lanciarla verso la luce abbagliante della gloria, ella - per forza - sì, anche contro voglia e facendosi violenza, doveva apparire, mostrarsi, farsi avanti; e lui - per forza - ritrarsi ora, non esser più così faccente, così accanito, sempre in mezzo; tutto lui!
La prima impressione del ridicolo, di cui già agli occhi suoi cominciava a vestirsi il marito, Silvia l'aveva avuta da una lettera della Barmis, nella quale si parlava del Gueli e della visita inconsulta che Giustino era andato a fargli per averne la prefazione al volume della Nuova colonia.
Nelle sue lettere Giustino non gliene aveva mai fatto alcun cenno.
Alcune frasi della Barmis sul Gueli, non chiare, sinuose, la avevano spinta a strappare quella lettera con schifo.
Pochi giorni dopo, le pervenne dal Gueli appunto una lettera, anch'essa non ben chiara, che le accrebbe il malumore e il turbamento.
Il Gueli si scusava con lei di non poter fare la prefazione alla stampa del dramma, con certi vaghi accenni a segrete ragioni che gli avevano impedito la prima sera di assistere all'intera rappresentazione di esso; parlava anche di certe miserie (senza dir quali) tragiche e ridicole a un tempo, che avviluppan le anime e sbarrano la via, quando non tolgano anche il respiro; e terminava con la preghiera che ella (se voleva rispondergli) anziché a casa indirizzasse la risposta presso gli ufficii di redazione della Vita Italiana, ov'egli di tanto in tanto si recava a parlar di lei col Borghi.
Silvia lacerò con dispetto anche questa lettera.
Quella preghiera in coda la offese.
Ma già tutta la lettera le parve un'offesa.
La miseria tragica e ridicola a un tempo, di cui egli le parlava, non doveva esser altro per lui che la Frezzi; ma egli ne parlava a lei come di cosa che ella dovesse intendere e conoscer bene per propria esperienza.
Ne resultava chiarissima, insomma, un'allusione al marito.
E di tale allusione Silvia si offese tanto più, in quanto che già veramente cominciava a scorgere il ridicolo del marito.
L'inverno intanto s'era inoltrato, orribile su quelle alture.
Piogge continue e vento e neve e nebbia, nebbia che soffocava.
Se ella non avesse avuto in sé tante ragioni di smania e d'oppressione, quel tempo gliele avrebbe date.
Sarebbe scappata via, sola, a raggiungere il marito, se il pensiero di lasciare il bambino prima del tempo non l'avesse trattenuta.
Aveva per quella sua creaturina momenti di tenerezza angosciosa, sentendo di non poter essere per lei una mamma quale avrebbe voluto.
E anche di quest'angoscia, che il pensiero del figlio le cagionava, incolpava con rancor sordo il marito che con quel suo testardo furore la aveva tant'oltre spinta e disviata dai raccolti affetti, dalle modeste cure.
Ah forse egli se l'era già bell'e tracciato il suo piano: farla scrivere, là, come una macchina; e perché la macchina non avesse intoppi, via il figlio, isolarla; poi badare a tutto lui, fuori, gestir lui quella nuova grande azienda letteraria.
Ah, no! ah no! Se lei non doveva esser più neanche madre...
Ma forse era ingiusta.
Il marito nelle ultime lettere le parlava della nuova casa che, tra poco, in primavera, avrebbero avuto a Roma, e le diceva di prepararsi a uscir finalmente dal guscio, intendendo che il suo salotto fosse domani il ritrovo del fior fiore dell'arte, delle lettere, del giornalismo.
Anche quest'altra idea però, di dover rappresentare una parte, la parte della «gran donna» in mezzo alla insulsa vanità di tanti letterati e giornalisti e signore così dette intellettuali, la sconcertava, le dava uggia e nausea in quei momenti.
Forse meglio, forse meglio rimaner lì nascosta, in quel nido tra i monti, accanto a quella cara vecchina e al suo bambino, lì tra il signor Prever e lo zio Ippolito, il quale anche lui diceva di non volere andar via mai più, mai più di lì, mai più - e strizzava un occhio furbescamente ammiccando a chièl, a monsù Martino, che si rodeva dentro nel sentirgli dir così.
Ah povero zio!...
Mai più, mai più davvero, povero zio! Davvero lui doveva rimanere per sempre lì a Cargiore!
Una sera, mentre si affannava a gridare contro a Giustino, di cui poc'anzi era arrivata una lettera, nella quale annunziava che, messo alle strette, s'era licenziato dall'impiego; e a gridar contro il signor Prever, il quale misteriosamente si ostinava a dire che alla fin fine non sarebbe stato un gran danno, perché...
perché...
un giorno...
chi sa! (alludeva senza dubbio alle sue disposizioni testamentarie) - tutt'a un tratto, aveva stravolto gli occhi, lo zio Ippolito, e storto la bocca come per uno sbadiglio mancato; un gran sussulto delle spalle poderose e del capo gli aveva fatto saltar su la faccia il fiocco del berretto da bersagliere; poi giù il capo sul petto, e l'estremo abbandono di tutte le membra.
Fulminato!
Quanto tempo, quante pene perdute invano dal signor Prever per andare a scovar con quel tempaccio il medico condotto, il quale alla fine venne a dire tutto affannato quel che già si sapeva; e dalla povera Graziella per condurre il curato con l'olio santo!
«Piano! piano! Non gli guastate così la bella barba!», avrebbe voluto ella dire a tutti, scostandoli, per starselo a mirare ancora per poco lì sul letto, il suo povero zio, immobile e severo, con le braccia in croce.
«- Che fa, signor Ippolito?»
«- Il giardiniere...»
E, mirandolo, non riusciva a levarsi dagli occhi quel fiocco del berretto che nell'orrendo sussulto gli era saltato su la faccia, povero zio! povero zio! Tutta una pazzia per lui e quell'impegno testardo di Giustino e la letteratura, i libri, il teatro...
Ah sì; ma pazzia fors'anche tutta quanta la vita, ogni affanno, ogni cura, povero zio!
Voleva restar lì? Ed ecco, ci restava.
Lì, nel piccolo cimitero, presso la bianca cura.
Il suo rivale, il signor Prever che non sapeva consolarsi d'aver provato tanta stizza per la venuta di lui, ecco, gli dava ricetto nella sua gentilizia, ch'era la più bella del cimitero di Cargiore...
I giorni che seguirono quell'improvvisa morte dello zio Ippolito furono pieni per Silvia d'una dura, ottusa, orrida tetraggine, in cui più che mai le si rappresentò cruda la stupidità di tutte le cose e della vita.
Giustino seguitò a mandarle, prima da Genova, poi da Milano, poi da Venezia, fasci e fasci di giornali e lettere.
Ella non li aprì, non li toccò nemmeno.
La violenza di quella morte aveva spezzato il lieve superficiale accordo di sentimenti tra lei e le persone e anche le cose che la circondavano lì; accordo che si sarebbe potuto mantenere e per breve tempo, solo a patto che nulla di grave e d'inatteso fosse venuto a scoprir l'interno degli animi e la diversità degli affetti e delle nature.
Scomparso così d'un tratto dal suo lato colui che la confortava con la sua presenza, colui che aveva nelle vene il suo stesso sangue e rappresentava la sua famiglia, si sentì sola e come in esilio in quella casa, in quei luoghi, se non proprio tra nemici, fra estranei che non potevano comprenderla, né direttamente partecipare al suo dolore, e che, col modo onde la guardavano e seguivan taciti e come in attesa tutti i suoi movimenti e gli atti con cui esprimeva il suo cordoglio, le facevano intendere ancor più e quasi vedere e toccare la sua solitudine, inasprendogliene di mano in mano la sensazione.
Si vide esclusa da tutte le parti: la suocera e la bàlia, poiché il suo bambino doveva rimaner lì affidato alle loro cure, la escludevano già fin d'ora dalla sua maternità; il marito, correndo di città in città, di teatro in teatro, la escludeva dal suo trionfo; e tutti così le strappavano le cose sue più preziose e nessuno si curava di lei, lasciata lì in quel vuoto, sola.
Che doveva far lei? Non aveva più nessuno della sua famiglia, morto il padre, morto ora anche lo zio; fuori e tanto lontana dal suo paese; distolta da tutte le sue abitudini; sbalzata, lanciata in una via che rifuggiva dal percorrere così, non col suo passo, liberamente, ma quasi per violenza altrui, sospinta dietro da un altro...
E la suocera forse la accusava entro di sé d'aver fuorviato lei il marito, d'avergli riempito l'animo di fumo e acceso la testa fino al punto da fargli perdere l'impiego.
Ma sì! ma sì! aveva già scorto chiaramente quest'accusa in qualche obliqua occhiata di lei, colta all'improvviso.
Quegli occhietti vivi nel pallore del volto, che si volgevano sempre altrove, quasi a sperdere l'acume degli sguardi, dimostravano bene una certa sbigottita diffidenza di lei, un rammarico che si voleva celare, pieno d'ansie e di timori per il figliuolo.
Lo sdegno per questa ingiustizia però, anziché contro quella vecchina ignara, si ritorceva nel cuore di Silvia contro il marito lontano.
Era egli cagione di quella ingiustizia, egli, accecato così dal suo furore, che non vedeva più né il male che faceva a lei, né quello che faceva a sé stesso.
Bisognava arrestarlo, gridargli che la smettesse.
Ma come? era possibile, ora che tant'oltre erano spinte le cose, ora che quel dramma, composto in silenzio, nell'ombra e nel segreto, aveva suscitato tanto fragore e acceso tanta luce attorno al suo nome? Come poteva giudicare ella, da quel cantuccio, senz'aver veduto ancor nulla, che cosa avrebbe dovuto o potuto fare? Avvertiva confusamente che non poteva e non doveva essere più qual'era stata finora; che doveva buttar via per sempre quel che d'angusto e di primitivo aveva voluto serbare alla sua esistenza, e dar campo invece e abbandonarsi a quella segreta potenza che aveva in sé e che finora non aveva voluto conoscer bene.
Solo a pensarci, se ne sentiva turbare, rimescolar tutta dal profondo.
E questo le si affermava preciso innanzi agli occhi: che, cangiata lei, non poteva più il marito restarle davanti, tra i piedi, così a cavallo della sua fama e con la tromba in bocca.
In che strani atteggiamenti da pazzi si storcevano i tronchi ischeletriti degli alberi affondati giù nella neve, con viluppi, stracci, sbréndoli di nebbia impigliati tra gl'ispidi rami! Guardandoli dalla finestra, ella si passava macchinalmente la mano su la fronte e su gli occhi, quasi per levarseli, quegli sbréndoli di nebbia, anche dai pensieri ispidi, atteggiati pazzescamente, come quegli alberi là, nel gelo della sua anima.
Fissava su l'umida imporrita ringhiera di legno del ballatojo le gocce di pioggia in fila, pendule, lucenti su lo sfondo plumbeo del cielo.
Veniva un soffio d'aria; urtava quelle gocce abbrividenti; l'una traboccava nell'altra, e tutte insieme in un rivoletto scorrevano giù per la bacchetta della ringhiera.
Tra una bacchetta e l'altra ella allungava lo sguardo fino alla cura che sorgeva là dirimpetto, accanto alla chiesa; vedeva le cinque finestre verdi che guardavan l'orto solingo sotto la neve, guarnite di certe tendine, che col loro candore dicevano d'essere state lavate e stirate insieme coi mensali degli altari.
Che dolcezza di pace in quella bianca cura! Lì presso, il cimitero...
Silvia s'alzava all'improvviso, s'avvolgeva lo scialle attorno al capo e usciva fuori, su la neve, diretta al cimitero, per fare una visita allo zio.
Dura e fredda come la morte era la tetraggine del suo spirito.
Cominciò a rompersi questa tetraggine col sopravvenire della primavera, allorché la suocera, che la aveva tanto pregata di non andar tutti i giorni con quella neve, con quel vento, con quella pioggia al cimitero, si mise invece a pregarla, or che venivano le belle giornate, ad andar con la bàlia e col piccino giù per la via di Giaveno, al sole.
Ed ella prese ad uscire col bambino.
Mandava innanzi per quella via la bàlia, dicendole che la aspettasse al primo tabernacolo; ed entrava nel cimitero per la visita consueta allo zio.
Una mattina, lì davanti al primo tabernacolo, trovò con la bàlia, impostato dietro una macchina fotografica, un giovane giornalista venuto su da Torino proprio per lei, o, com'egli disse, «alla scoperta di Silvia Roncella e del suo romitorio».
Quanto la fece parlare e ridere quel grazioso matto, che volle saper tutto e veder tutto e tutto fotografare e sopratutto lei in tutti gli atteggiamenti, con la bàlia e senza bàlia, col bambino e senza bambino, dichiarandosi felice addirittura di aver scoperto una miniera, una miniera affatto inesplorata, una miniera vergine, una miniera d'oro.
Quand'egli andò via, Silvia restò a lungo stupita di sé stessa.
Anche lei, anche lei si era scoperta un'altra, or ora, di fronte a quel giornalista.
Si era sentita felice anche lei di parlare, di parlare...
E non sapeva più che cosa gli avesse detto.
Tante cose! Sciocchezze? Forse...
Ma aveva parlato, finalmente! Era stata lei, quale ormai doveva essere.
E godé senza fine il giorno appresso nel veder riprodotta la sua imagine in tanti diversi atteggiamenti sul giornale che quegli le mandò e nel leggere tutte le cose che le aveva fatto dire, ma sopratutto per le espressioni di meraviglia e d'entusiasmo che quel giornalista profondeva, più che per l'artista ormai celebre, per lei donna ancora a tutti ignota.
Una copia di quel giornale Silvia a sua volta volle spedir subito al marito per dargli una prova che, via - a mettercisi - non lui soltanto, ma poteva far per benino le cose anche lei.
V.
La crisalide e il bruco
1.
Disingannati, sempre; ma che si possa per giunta rimanere con avvilimento di rimorso anche dopo essere stati intesi e assorti in un'opera da cui ci aspettavamo lode e gratitudine, par troppo.
Eppure...
Voleva che volassero, Giustino, volassero le due carrozzelle per giungere presto a casa, ritornando dalla stazione ove, insieme con Dora Barmis e Attilio Raceni, era andato ad accogliere Silvia.
L'aspetto della moglie, all'arrivo, lo aveva sconcertato; più che più, poi, le poche parole e gli sguardi e i modi, nel breve tratto dall'interno della stazione all'uscita, finché non s'era messa con la Barmis in una vettura, e lui col Raceni non era saltato in un'altra.
- Il viaggio...
Sarà stanca...
Poi, così sola...
- disse a Giustino il Raceni, impressionato anche lui dal torbido volto e dal gelido tratto della Roncella.
- Eh già...
- riconobbe subito Giustino.
- Capisco.
Dovevo andar io lassù, a prenderla.
Ma come facevo? Qua, con la casa addosso, sossopra.
E poi sa? La morte dello zio.
C'è anche questo.
L'ha sentita.
Eh, l'ha sentita, l'ha sentita troppo, quella morte...
Questa volta fu il Raceni a riconoscer subito:
- Ah già...
ah già...
- Capisce? - riprese Giustino.
- Nell'andar su, era con lui; ora è ritornata sola...
L'ha lasciato là...
E mica lo zio solo! Ma già, sì! dovevo dovevo dovevo proprio andar io a prenderla a Cargiore...
C'è stato anche il distacco dal bambino, perdio! Lei capisce?
E il Raceni, di nuovo:
- Ah già...
ah già...
Sicuro...
sicuro...
A quante cose non avevano pensato, infervorati tutti e tre nei lavori d'addobbo della nuova casa!
Erano andati alla stazione festanti, con la soddisfazione d'esser riusciti a costo d'incredibili fatiche a farle trovar tutto in ordine; ed ecco qua, d'un tratto ora s'accorgevano che, non solo non meritavano né ringraziamenti né gratitudine per tutto quello che avevano fatto, ma dovevano per giunta pentirsi di non aver pensato, non diciamo al lutto di quella morte recente, ma nemmeno allo strazio della madre nel distaccarsi dal suo bambino.
Ogni minuto a Giustino, adesso, sapeva un'ora.
Sperava che Silvia, appena entrata nella nuova casa, non avrebbe pensato più a nulla, dallo stupore...
Non glien'aveva fatto apposta alcun cenno, nelle lettere.
Prodigi - ecco, questa era la parola - prodigi aveva operato, col consiglio e l'ajuto assiduo della Barmis e anche...
sì, anche del Raceni, poverino!
Diceva casa, ma così, tanto per dire.
Che casa! Non era casa.
Era...
- ma, zitti, per carità, che Silvia ancora non lo sappia! un villino era - zitti! - un villino in quella via nuova, tutta di villini, di là da ponte Margherita, ai Prati, in via Plinio; uno dei primi, con giardinetto attorno, cancellata e tutto.
Fuorimano? Che fuorimano! Due passi, e si era al Corso.
Via signorile, silenziosa; la meglio che si potesse scegliere per una che doveva scrivere! Ma c'era di più.
Non l'aveva mica preso in affitto, quel villino.
- Zitti, per carità! - Lo aveva comperato.
Sissignori, comperato, per novanta mila lire.
Sessanta mila pagate là, sul tamburo; le altre trenta da pagare a respiro, in tre anni.
E - zitti! - circa venti altre mila lire aveva speso finora per l'arredo.
Meraviglioso! Con la sapienza della Barmis in materia...
Tutto arredo nuovo e di stile: semplice, sobrio, snello e solido: mobili del Ducrot! Bisognava vedere il salotto, a sinistra, subito come s'entrava; e poi l'altro salotto accanto; e poi la sala da pranzo che dava sul giardino.
Lo studio era su, al piano di sopra, a cui si accedeva per un'ampia bella scala di marmo dalla ringhiera a pilastrini, che cominciava poco più oltre l'uscio del salotto.
Lo studio - su - e le camere, due belle camere accanto, gemelle.
Veramente Giustino, non sapendo come Silvia la pensasse su questo punto, ma anche dal canto suo, ecco, avrebbe voluto una camera sola.
Dora Barmis se n'era mostrata indignata, inorridita:
- Ma per carità! Non lo dite neppure...
Volete guastar tutto? divisi, divisi, divisi...
Imparate a vivere, caro! Mi avete detto che d'ora in poi prenderete sempre il thè...
Due camere.
E poi lo stanzino da bagno, e il lavabo, e il guardaroba...
Meraviglie! O pazzie? Ecco, a dir vero, pareva avesse perduto quel suo famoso taccuino il Boggiolo in questa occasione.
S'era sbilanciato, e come! Ma aveva tanto denaro in mano! E la tentazione...
Per ogni oggetto che gli era stato presentato in parecchi esemplari di vario prezzo, aveva veduto soltanto quel pochino pochino che avrebbe speso di più a scegliere il più bello; e, sissignori, alla fine tutti quei pochini pochini di più, sommati insieme, avevano arrotondato quella bellissima pancia di zeri alla spesa per l'arredo.
Della compera del villino, invece, non era pentito.
Che! Potendolo fare, avendo cioè tanto in mano da liberarsi della prepotente usura dei padroni di casa, sarebbe stata una pazzia non comperare, seguitare a buttar via da due a trecento lire al mese per un appartamentino appena appena decente.
Il villino rimaneva, e quei denari della pigione sarebbero invece volati via in tasca dei padroni di casa.
È vero che, a non comperare il villino, anche il capitale sarebbe rimasto.
D'accordo! bisognava ora dunque fare il calcolo se col frutto d'un capitale di novantamila si sarebbe pagata una pigione mensile di trecento lire.
Non si sarebbe pagata! E intanto, invece d'un appartamentino appena appena decente, con novantamila lire si aveva quel villino là, quella reggia! Ma, e i pesi? Sì, è vero, le tasse, e poi tante altre spese in più.
Manutenzione, illuminazione, servizio...
Con una casa messa su a quel modo, certo non poteva bastare più una servotta abruzzese; ci volevano a dir poco tre servi.
Giustino, per il momento, ne aveva presi due, in prova; anzi, uno e mezzo; o piuttosto, due mezzi: ecco: una mezza cuoca e un mezzo cameriere (valet de chambre, valet de chambre, come gli suggeriva di chiamarlo la Barmis): ragazzo svelto, con la sua brava livrea, per la pulizia, per servire in tavola e aprir la porta.
Ecco, ora, subito...
appena le due carrozzelle arrivavano al cancello, Èmere (si chiamava Èmere)...
- Ohè, Èmere!...
Èmere!...
- gridò Giustino, nella notte, smontando; e poi, rivolto al Raceni: - Ha visto?...
Non si trova al posto...
Che gli avevo detto?
Ah, eccolo: sta ad aprir la luce, prima su, poi giù: ecco, tutto il villino appare dalle finestre illuminato, splendido, sotto il cielo stellato; sembra un incanto! Ma a Silvia, già smontata con la Barmis, tocca di aspettare dietro il cancello chiuso, e tocca al Raceni di tirar giù da cassetta le valige, mentre un cane abbaja da un villino accanto e Giustino paga in fretta i vetturini e corre subito alla moglie per mostrarle su uno dei pilastri che reggono il cancello la targa di marmo con l'iscrizione: Villa Silvia.
Le guardò gli occhi, prima.
Durante la corsa aveva supposto ch'ella, parlando nell'altra vettura con la Barmis dello zio morto e del bambino abbandonato, avesse pianto.
Purtroppo, no, non aveva pianto.
Conservava lo stesso aspetto che all'arrivo: torbido, rigido, gelido.
- Vedi? Nostro! - le disse.
- Tuo...
tuo...
Villa Silvia, vedi? Tuo...
L'ho comperato!
Silvia aggrottò le ciglia, guardò il marito; guardò le finestre illuminate.
- Un villino?
- Vedrà che bellezza, signora Silvia! - esclamò il Raceni.
Èmere accorse ad aprire il cancello e s'impostò, cavandosi e reggendo col braccio all'altezza del capo il berretto gallonato, senza scomporsi minimamente al rimprovero che gli gridò in faccia Giustino:
- Bella prontezza! bella puntualità!
L'irritazione di Giustino era accresciuta dalla mutria della Barmis.
Certo Silvia, in vettura, non si era mostrata gentile con lei.
E aveva faticato tanto, s'era affannata tanto con lui quella povera donna! Bel modo di ringraziar la gente!
- Vedi? - riprese, rivolto alla moglie, appena entrato nel vestibolo.
- Vedi, eh? Non sono venuto a Cargiore...
a prenderti, ma...
eh?...
vedi, eh? per prepararti qua questa sorpresa, eh? con l'ajuto di...
come dici? eh? che vestibolo! con l'ajuto di questa nostra cara amica e del Raceni...
- Ma no! ma che dite! statevi zitto! - cercò d'interromperlo subito la Barmis.
Protestò anche il Raceni.
- Ma nient'affatto! - insisté Giustino.
- Se non fosse stato per voi! Sì, infatti...
io solo...
Adesso - questo è niente! - adesso vedrai...
Abbiamo motivo, non solo di ringraziarvi, ma di restarvi grati eternamente...
- Oh Dio, com'esagerate! - sorrise la Barmis.
- Lasciate stare.
Badate piuttosto alla vostra signora che dev'essere molto stanca...
- Sì, ecco, proprio stanca...
- disse allora Silvia, con un sorriso dolce e freddo a un tempo.
- E chiedo scusa se non ringrazio come dovrei...
Questo viaggio interminabile...
- Già dev'essere a ordine da cena, - s'affrettò a dire il Raceni, tutto commosso da quel sorriso (finalmente!) e da quelle buone parole (ah che voce s'era fatta la Roncella! che dolcezza! Un'altra voce...
Già, tutta gli pareva un'altra!).
- Un piccolo ristoro; poi, subito il riposo!
- Ma prima, - disse Giustino, aprendo l'uscio del salotto, - prima...
come! almeno così, sopra sopra, bisogna che veda...
Avanti, avanti...
O meglio, ecco, faccio strada io...
E cominciò la spiegazione, interrotto di tratto in tratto dalla Barmis con tanti: «ma sì...
ma andate innanzi...
ma questo poi lo vedrà», per ogni minuzia su cui lo vedeva indugiare ripetendo goffamente, con orribili stonature, tutto ciò che già gli aveva detto lei per spiegargliene la proprietà, la finezza, la convenienza, il gusto.
- Vedi? Di porcellana...
Sono del...
Di chi sono, signora? ah già, del Lerche...
Lerche, norvegese...
Paiono niente; eppure, cara mia...
costano! costano! Ma che finezza, eh?...
questo gattino, eh? che amore! Sì, andiamo innanzi, andiamo innanzi...
Tutta roba del Ducrot!...
È il primo, sai? Adesso è il primo, è vero, signora? Non c'è che lui...
Mobili del Ducrot! tutti mobili del Ducrot...
Anche questo...
E guarda qua questa poltrona...
come la chiamano? tutta di pelle fina...
non so che pelle...
Ne hai due compagne su nello studio...
pure del Ducrot! Vedrai che studio!
Se Silvia avesse detto una parola, o almeno avesse con lo sguardo, con un cenno anche lieve dimostrato curiosità, gradimento, meraviglia, Dora Barmis avrebbe preso a parlar lei, a far lei brevemente e col debito tatto, il debito rilievo, le debite sfumature, l'illustrazione di tutte quelle squisitezze; tanto soffriva a quelle grottesche spiegazioni del Boggiolo, che le pareva gualcissero, azzoppassero, spiegazzassero ogni cosa.
Ma Silvia soffriva più di lei a vedere, a sentir parlare il marito così; per sé e per lui soffriva: e s'immaginava in quel momento quanto spasso doveva essersene preso quella donna, se non il Raceni, nell'arredar quella casa a suo modo coi denari di lui; e ne provava sdegno dispetto onta, per cui a mano a mano, procedendo, s'irrigidiva vieppiù; e pur tuttavia non troncava quel supplizio, rattenuta dalla curiosità, che si forzava a non mostrare, di veder quella casa, che non le pareva sua, ma estranea, fatta non più per viverci come finora ella aveva vissuto, ma per rappresentarvi d'ora in poi, sempre e per forza, una commedia; anche davanti a sé stessa; obbligata a trattar coi dovuti riguardi tutti quegli oggetti di squisita eleganza, che la avrebbero tenuta in continua suggezione; obbligata a ricordarsi sempre della parte che doveva recitar tra loro.
E pensava che ormai, come non aveva più il bambino, così neanche la casa - ecco - aveva più, qual'essa la aveva finora intesa e amata.
Ma doveva esser così, purtroppo.
E dunque presto, via, da brava attrice, si sarebbe impadronita di quelle stanze, di quei mobili là, da palcoscenico, donde ogni intimità familiare doveva esser bandita.
Quando vide, su, la sua camera divisa da quella del marito:
- Ah, sì, ecco, - disse.
- Bene, bene...
E fu la sola approvazione che le uscisse dalle labbra quella sera.
Giustino, che si sentiva come un macigno sul petto al pensiero di quest'altra novità forse non gradita, che Silvia avrebbe trovata nella nuova casa, e già in mente raggirava le maniere migliori per presentare e colorir la cosa senza offendere la moglie da un canto, né dall'altro promuovere il riso della Barmis; si sentì d'un tratto alleggerito e felicissimo, non intendendo affatto il perché del compiacimento della moglie.
- E io sto qua, vedi? qua accanto, - s'affrettò a spiegare.
- Qua, proprio qua...
Camere, come si chiamano? ah, gemelle, già...
camere gemelle, perché vedi? tal quale...
questa è la mia! E cos'hai tu di là? Il mio ritratto.
E cos'ho io, di qua? Il tuo ritratto.
Vedi? Camere gemelle.
Ti piacciono, eh? Eh già, ormai, tutti fanno così...
E va bene! Sono proprio contento...
La Barmis e il Raceni, vedendolo, quella sera, come un cagnolino appresso alla moglie, se ne meravigliavano, si guardavano tratto tratto negli occhi e sorridevano.
Ma Giustino quella sera era così sottomesso e desideroso dell'approvazione di Silvia non già perché, reduce da quel giro trionfale de La nuova colonia per le principali città della penisola, fosse cresciuta in lui la stima di lei, e questa ora gl'imponesse maggior rispetto e considerazione; né già perché dall'aspetto di lei indovinava, o intravvedeva almeno, mutato verso di lui l'animo della moglie.
La stima era quella stessa di prima.
Dell'effettivo merito artistico di lei egli in verità non si era mai riconosciuto buon giudice, e tuttora non se ne curava affatto, pago che questo merito fosse riconosciuto dagli altri e sinceramente convinto che così fosse - almeno in quella misura - per l'opera straordinaria ch'egli all'uopo aveva messa e seguitava a mettere.
Tutta opera sua, si sa, quel riconoscimento.
Quanto poi all'animo di lei, come avrebbe potuto dubitare che esso - ora più che mai - fosse pieno di ammirazione e di gratitudine?
E dunque? Dunque altre ragioni dovevano esserci che né la Barmis né il Raceni si figuravano.
Era pentito Giustino d'aver troppo speso per l'arredo, e temeva da un canto che questo potesse farlo alcun poco scapitare appunto in quell'ammirazione e in quella gratitudine; dall'altro, desiderava l'approvazione come un balsamo che gli quietasse il rimorso.
Era poi davvero dolente d'aver fatto viaggiare sola per la prima volta la moglie senza aver pensato al distacco dal figlio e alla morte dello zio (uniche ragioni, queste, per lui del rigido contegno di Silvia).
E infine...
c'era un altro perché, intimo, particolarissimo, che aveva fondamento nella più rigorosa, nella più scrupolosa osservanza de' suoi doveri coniugali per sei lunghissimi mesi a un bell'incirca.
Almeno quest'ultima ragione Dora Barmis avrebbe potuto supporla.
Ella sorrideva, veramente, sotto sotto...
Ma sì, via! senza dubbio la aveva supposta...
Non per essa solamente, però, quando fu l'ora d'andare a cena, la quale era pure, fin da prima della loro partenza per la stazione, già ordinata e apparecchiata per quattro, non volle assolutamente cedere alle insistenti preghiere di Giustino, e andò via.
Il Raceni da un canto avvertiva che sarebbe stato sconveniente non seguire la Barmis; ma dall'altro era rimasto come abbagliato dalla Roncella fin dal primo rivederla; e non seppe risponder no appena ella con un sorriso gli disse:
- Resterete almeno voi...
E seguitò di proposito Silvia ad abbagliarlo, durante la cena, quella sera, con molto stupore e anche con molto dispetto di Giustino, che a un certo punto non poté più reggere e sbuffò:
- Ma quella Barmis, perbacco! Quanto mi dispiace!
- Oh Dio! - esclamò Silvia.
- Se non ha voluto rimanere...
L'hai tanto pregata!
- Avresti dovuto pregarla anche tu! - rimbeccò allora Giustino.
E Silvia, freddamente:
- Glie l'ho detto, mi pare; come l'ho detto al Raceni...
- Ma non hai affatto insistito! Potevi insistere...
- Non insisto mai, - disse Silvia; e aggiunse, rivolgendosi sorridente al Raceni: - Ho insistito con voi? Mi pare di no.
Se la Barmis avesse avuto piacere di star con noi...
- Piacere! piacere! E se se ne fosse andata, - proruppe Giustino al colmo della stizza, - per non recarti disturbo dopo il viaggio?
- Giustino! - lo richiamò subito Silvia con tono di rimprovero, ma pur seguitando a sorridere.
- Ora tu fai uno sgarbo al Raceni che è rimasto.
Povero Raceni!
- Nient'affatto! nient'affatto! - si ribellò Giustino.
- Io difendo la Barmis dal tuo sospetto.
Il Raceni sa che ci reca piacere, se l'abbiamo trattenuto!
Veramente non parve punto al Raceni che ne recasse molto a lui; ma sì a lei, tanto; e non capiva più nei panni, povero giovine: s'era invermigliato come un papavero, e tutto il sangue si sentiva scorrere per le vene come fuoco liquido, con tanta repenza, che n'era addirittura stordito.
Giustino, che lo vedeva così e udiva a quando a quando ripetere a Silvia tra i sorrisi: «Povero Raceni!...
Povero Raceni!», si sentiva intanto, a sua volta, divampar dentro un altro fuoco: fuoco di stizza, anzi d'ira, fomentato anche dal dispetto di non scorgere ancora nella moglie alcun segno di piacere, di meraviglia, d'ammirazione per quella sala da pranzo, per quella suppellettile da tavola, per quella splendida giardiniera in mezzo, tutta piena e fragrante di garofani bianchi, per il servizio inappuntabile di cui Èmere qua, in quella bella livrea, e di là la cuoca davano il primo saggio.
Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita così, a cenare così, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d'arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s'aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato così; anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com'era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva...
Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel «povero Raceni!».
Intronò addirittura Giustino e si sentì strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi su su alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Muse.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? - esplose.
- Ma fa' il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché? - disse.
- Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero.
Ma mi son venuti fatti da sé, creda, Raceni.
Non so - questo sì - se siano belli o brutti.
Saranno brùtti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Muse? - domandò Giustino, con gli occhi più che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiolo? - si risentì il Raceni.
- Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite così, Raceni, - s'affrettò a protestare Silvia.
- Non ve li do più, altrimenti.
Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza.
Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene...
- masticò allora Giustino.
- permetti?...
ti faccio osservare...
non per il Raceni che...
sta bene, gliel'hai promessi; basta...
Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel'hai fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà...
- rispose Silvia.
- Ecco...
io dico...
invece dei versi...
almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! - non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino.
- E intanto...
se ora non puoi dar più codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni...
direi di...
di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera, per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva così, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l'orgasmo.
Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora questa promessa al Raceni...
Per sfogarsi, per farsi in certo qual modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d'improperie e d'ingiurie: - Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! - scattò furente Giustino.
- Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sì! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo.
E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche...
anche il regalo dei versi, perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? - disse Silvia.
- Lui, direttore; lei, redattrice?...
Sarà meglio, credi, d'ora in poi, per tutto l'aiuto che t'hanno prestato, compensarli ogni tanto così, affinché non si prendano più il piacere di servirci per...
non so bene perché...
- Ah no, cara, no, cara...
senti, cara...
- prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto così sul vivo.
- Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di'? hai veduto tutto bene? Io non so...
Tutte queste cose qui...
È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch'egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché - respinto - egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza più alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto più la sdegnavano e la ferivano, quanto più le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
- Ma sì! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiolo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l'ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido...
stupido...
stupido...
Centomila occasioni...
E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!...
Regaliamo, regaliamo...
Facciamo versi, e regaliamo...
La poesia, adesso!...
Scappa fuori la poesia...
Ma sì! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza più occhi per vedere qua tutte queste spese...
Prosa, prosa, questa, da non calcolare...
Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo...
Ma sì, cose da niente...
Un villino? Buh! che cos'è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo...
Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!...
Che delizia incignarlo così, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! ròmpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l'impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò così, al bujo, per più di un'ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediva, malediva la fama, a cui con l'ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita.
Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe, si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno.
Ah come non se n'era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno più dell'altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s'era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all'ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s'era inchinato per conto di lei agli applausi ch'erano scoppiati nella sala d'aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse così frustrata l'opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza.
Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s'era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l'artefice! E sempre più grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre più ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?
2.
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all'istituzione dei «lunedì letterarii di Villa Silvia», come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl'inviti a tutti i più noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all'inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell'opera La nuova colonia già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto.
Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar La nuova colonia aveva fatto tali profferte, che il Boggiolo s'era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piu insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell'opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun'ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell'opera avrebbe tra poco rivelato all'Italia, ecc.
ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l'esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc.
ecc.
L'annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell'ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all'inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall'aspetto così poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro.
Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l'aspettava; e, nell'orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l'aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
«Basta! Lascia star tutto; non affannarti più! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c'entri più; tu non hai più da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!»..
L'orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopratutto per lui.
Ricorse finanche all'astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl'impedì con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse più tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva più altra sua opera.
Giustino, all'idea che la moglie - venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità - cominciava a essere, quantunque a torto, un po' gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l'irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L'ajuto della Barmis gli era indispensabile.
Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio...
Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all'improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? Di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n'accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest'impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, più che di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...
- disse.
- Ma tira la somma, cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che...
ecco qua, ho fatto tutto questo e t'ho messa alla testa! Lasciali ridere.
Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio.
Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa...
E agitò le mani guardando in giro la stanza; come per dire:
«Vedi in quante belle cose si sono convertite?».
Silvia sentì cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n'era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gl'importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio, ma dunque...
- se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest'opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne' bei mobili che lo adornavano - che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non così, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo così, gli prestava una veduta che non era da lui.
No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s'era valso.
Fin da quando, laggiù a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch'essa, come ogni altro lavoro - se amministrato bene - può rendere...
E s'era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti.
Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci su bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell'intento.
Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto più muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d'una risata! Quanto più serio voleva ora apparire, tanto più ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell'inaugurazione! Fin nel fruscìo degli abiti, nel lieve sgrigliolìo delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d'una seggiola smossa, d'un uscio aperto, d'un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d'avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle più spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lì per mettere in burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, così felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto s'adoperava a farla entrare nelle grazie d'ognuno, un marito che, via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per raccomandarle di far buon viso ora all'uno, ora all'altro, e proprio ai più sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione d'amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma - pur di riuscire anche questo? - si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com'eran per lui, innocenti.
- Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre più di sdegno.
Le più strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre più nel fondo dell'essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse impossessato, chi sa dove l'avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto ch'ella fin'ora s'era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che, abbandonata a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all'estro del caso, e ormai così senza più alcuna voluta consistenza interiore, l'animo suo poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all'altro capace di tutto, delle più impensate, inattese risoluzioni.
- Mi pare che...
dico...
mi pare che...
tutto bene, eh? benissimo, mi pare...
- s'affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati se ne furono andati, per scuoterla dall'atteggiamento in cui era rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva dato il Baldani or ora, nell'accomiatarsi.
- Tutto bene, no?...
- ripeté Giustino.
- E, sai, passando di qua e di là, ho sentito che dicevano di te tante...
buone, buone cose...
sì...
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch'egli restò un pezzo come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s'accorge che uno sta a scoprirci un'altra faccia che ancora noi non ci conosciamo.
- Non credi? - poi chiese.
- Tutto bene, ti dico...
Soltanto quella musica del di Marco mi pare che...
hai sentito? dotta, sì...
sarà musica dotta, ma...
- Dobbiamo seguitare così? - domandò d'un tratto Silvia, con voce strana, come se la voce sola fosse lì, e tutta lei assente, in una lontananza infinita.
- Ti avverto che così io non posso fare più nulla.
- Come...
perché?...
anzi, ora che...
ma come! - fece Giustino quasi a un tempo colpito da più parti alla sprovvista.
- Con quello studio lassù...
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la testa.
- Ma come? - ripeté Giustino.
- Puoi chiuderti lì...
Chi ti disturba?...
Con tanto silenzio...
Ecco, anzi ti volevo dire...
Tutti domandano che cosa prepari di nuovo.
Ho risposto: niente, per ora.
Nessuno ci vuol credere.
Certo un nuovo dramma, dicono.
Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo...
Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso...
- Come? come? come? - gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa, esasperata.
- Non posso pensare, non posso far più nulla io! Per me, è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io stessa! Ora non posso più nulla! è finita! Non sono più quella! non mi ritrovo più in me! è finita! è finita!
Giustino la seguì con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa del capo:
- Andiamo bene! - esclamò.
- Ora che si comincia, è finita? Ma che dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare, allora, perché? per niente?
- Per niente! per niente! per niente! - rispose Silvia con foga.
- Ecco, proprio così, per niente! Lavorare per lavorare, e nient'altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e quasi di nascosto a me stessa!
- Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! - gridò Giustino, cominciando ad alterarsi anche lui.
- E allora io che ho fatto? ho fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di si, col capo, più volte.
- Ah sì? - riprese Giustino.
- E allora perché mi hai lasciato fare sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e l'agiatezza? Te ne lagni...
E non è pazzia? Ma va' là, cara; saranno i nervi! Del resto, scusa, che c'entri tu? chi ti dice d'immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
- Non mi riguardano?
- No, cara, che non ti riguardano! - replicò subito Giustino.
- Tu lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e piace; e lascia il pensiero a me del rimanente.
Eh, lo so bene...
che novità!...
lo so bene che, se fosse per te...
Ma, scusa, se il sugo ce lo cavo io, con l'opera mia, tu che n'hai da fare? che faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; bùttala; io la prendo e te la cambio in denari ballanti e sonanti.
Me lo puoi impedire? è affar mio, e tu non c'entri.
Tu lavora com'hai lavorato fin adesso; lavora per lavorare...
ma lavora! Perché se tu non lavori più, io...
io...
che faccio più io? me lo dici? Io ho perduto l'impiego, cara mia, per attendere ai tuoi lavori.
Bisogna che a questo, ohè, tu ci pensi! La responsabilità ora è mia...
dico, del tuo lavoro.
Abbiamo guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con La nuova colonia.
Ma tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese...
Ora è un altro piede di casa.
Trenta mila lire si devono ancora pagare per il villino.
Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da parte, perché tu avessi un certo respiro...
Adesso ti raccoglierai.
È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino...
Ti abituerai presto; ritroverai la calma...
Il più è fatto, cara mia.
Abbiamo la casa...
la ho voluta apposta così; ho speso, ma...
per l'apparenza, sai?...
tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale molto, per sé stessa...
Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star fresco! Io non glieli do.
Povero Raceni, povero Raceni, vedrai quanto frutteranno adesso quei versi...
Lascia fare a me! Basta che tu ti rimetta a scrivere...
Scrivi, e non pensare a nulla.
Lassù, perbacco, in quello studio magnifico...
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento d'esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto l'impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa.
Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non più ora che egli le faceva così espresso e preciso obbligo di lavorare; ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d'una minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco; un capo d'entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi versucci là...
Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel fondo del suo essere, come un rimescolìo strano di sentimenti ch'era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui le saliva alla gola un'angoscia inattesa, quasi di nostalgia.
Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto; vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali, use a vedersi custodite dall'uomo gelosamente e con lo scrupolo più rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a loro; use a veder l'uomo rientrare ogni volta nella propria casa come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche ai parenti che non fossero i più intimi, si turbavano, si offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l'uomo cominciava ad aprir quel tempio, quasi più non importandogli della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre, laggiù, era stato sempre ospitale specialmente verso gl'impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati, questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su quell'ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese.
Le pareva allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa cura degli uomini come d'una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle donne di laggiù?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiù erano sposate senz'amore, per calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan soggette e obbedienti nella casa del marito, ch'era il padrone.
La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto, ma solo dalla stima per l'uomo che lavora e che mantiene; stima che poteva reggersi solo a patto che quest'uomo, con la laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve al padrone.
Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di quei medesimi ch'erano ammessi, e la donna sentiva una vera e propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella sua intimità senz'amore, in quel suo stato di soggezione a un uomo che non se lo meritava più per il solo fatto che permetteva una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch'ella aveva sposato senz'amore, mossa dalla necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza adombrarsi di un'altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai compaesani, oltre all'ospitalità del padre: la sua letteratura.
Ma ecco, ora egli s'era messo a far bottega di quel segreto su cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s'era messo a vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero.
Qual rispetto potevano aver gli altri d'un tal uomo? Ne ridevano tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima più poteva averne lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Più di tutto in quel momento la offendeva che gli altri potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse per altro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su la fiducia nell'onestà di lei? Ah, sì; ma onesta per sé medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e offenderla e colmarla di sdegno.
No no: così non poteva più seguitare a vivere, ella: lo vedeva.
3.
Due giorni appresso, com'era da aspettarsi dopo quella stretta di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiolo lo accolse a braccia aperte.
- Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere...
- Piano, piano...
- disse sorridendo, ponendosi un dito su le labbra, il Baldani.
- La vostra signora è su? Non vorrei farmi sentire.
Ho bisogno di voi.
- Di me? Eccomi...
Che posso?...
Entriamo qua, in salotto...
o se vuole, andiamo in giardino...
o nel salottino qui accanto.
Silvia è su, nel suo studio.
- Grazie, basterà qui, - disse il Baldani, sedendo nel salotto; poi, protendendosi verso il Boggiolo, aggiunse a bassa voce:
- Debbo essere per forza indiscreto.
- Lei? ma no...
perché? anzi...
- È necessario, amico mio.
Ma quando l'indiscrezione è a fin di bene, un gentiluomo non deve ritrarsene.
Ecco, vi dirò.
Ho pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di Silvia Roncella...
- Oh gra...
- Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande...
dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado di rispondere.
Vorrei da voi, caro Boggiolo, certi lumi...
dirò fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a capo chino, con gli occhi intenti e la bocca aperta.
- Fisio?
- logici.
Mi spiego.
La critica, amico mio, ha oggi ben altri bisogni d'indagine, che non sentiva per lo innanzi.
Per l'intelligenza compiuta d'una personalità è necessaria la conoscenza profonda e precisa anche de' più oscuri bisogni, dei bisogni più segreti e più riposti dell'organismo.
Sono indagini molto delicate.
Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti scrupoli; ma una donna...
eh, una donna...
dico, una donna come la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si sottoporrebbero a queste indagini senz'alcuno scrupolo, anche più apertamente degli uomini; per esempio...
là, non facciamo nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani.
La forma d'un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla vera natura di colui che lo porta in faccia.
Il nasino così grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri della sensualità...
- Ah, sì? - domandò Giustino, meravigliato.
- Sì, sì, certo, - raffermò con gran serietà il Baldani.
- Eppure, forse...
Ecco, per compire il mio studio, io avrei bisogno da voi, caro Boggiolo, alcune notizie...
ripeto, intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della personalità della Roncella.
Se permettete, vi rivolgo una o due domande, non più.
Ecco, vorrei sapere se la vostra signora...
E il Baldani, accostandoglisi ancor più, ancor più piano, con garbo e sempre serio, fece la prima domanda.
Giustino, curvo con gli occhi più che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando; alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
- Ah, nossignore! nossignore! - negò con vivacità.
- Questo glielo posso giurare!
- Proprio? - disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
- Glielo posso giurare! - ripeté con solennità Giustino.
- E allora, - riprese il Baldani, - abbiate la compiacenza di dirmi, se...
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la seconda domanda.
Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un po' le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
- E perché?
- Come siete ingenuo! - sorrise il Baldani; e gli spiegò quel perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un papavero, dapprima appuntì le labbra come se volesse soffiare, poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
- Questo...
ecco...
sì, qualche volta...
ma creda che...
- Per carità! - lo interruppe il Baldani.
- Non c'è bisogno che me lo diciate.
Chi può mai pensare che Silvia Roncella...
ma per carità! Basta, basta così.
Erano questi i due punti che più mi premeva di chiarire.
Grazie di cuore, caro Boggiolo, grazie!
Giustino, un po' sconcertato ma pur sorridente, si grattò un orecchio e domandò:
- Ma scusi, che forse nell'articolo?...
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
- Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v'ho detto.
Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi lume nella critica.
Poi, poi vedrete.
Se voleste ora aver la bontà d'annunziarmi alla vostra signora...
- Subito! - disse Giustino.
- Abbia la pazienza d'attendere un momentino...
E corse su allo studio di Silvia, ad annunziarglielo.
Era sicurissimo d'averla convinta col suo ultimo discorso, e non s'aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere il Baldani.
- Ma perché? - le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta vera, per scomporlo da quell'atteggiamento di attonita, dolente meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le risa e le beffe della gente.
- Perché non voglio! - gli disse.
- Perché mi secca! Vedi che sto qui a rompermi la testa!
- Eh via, cinque minuti...
- insistette Giustino.
- Ha pronto uno studio su tutta l'opera tua, sai! Oggi, una critica del Baldani, bada...
è il critico di moda...
critica, aspetta! come la chiamano? non so...
una critica nuova, che se ne parla tanto, adesso, cara mia! Cinque minuti...
Ti studia, e basta.
Lo faccio passare?
- Bella cosa, bella cosa, - diceva, poco dopo, Paolo Baldani lì nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciolo della poltrona e rimirando con occhi un po' strizzati Giustino Boggiolo.
- Bella cosa, signora, vedere un uomo così sollecito della vostra fama e del vostro lavoro, così interamente devoto a voi.
M'immagino come ne dovete esser lieta!
- Ma sa?...
perché...
se io...
- tentò subito d'interloquire Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano.
Non aveva finito.
- Permettete? - disse; e seguitò: - Lo noto, perché tanta sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso nella valutazione dell'opera vostra, in quanto che, mercè di esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura, abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse così, ora, per ischerzo; che di quel suo parlar dipinto egli per il primo avvenisse l'affettazione e la accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del fascino d'una inquietante ambiguità.
«Quello che ho dentro, lo so io solo», pareva dicesse.
«Per voi, per tutti, ho questo lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura; ma posso anche, all'occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità.»
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli occhi; ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione dell'altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e più sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato dallo scrittoio.
Intanto - oh schifo! - egli lodava e ammirava innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile impudenza.
Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: «Tu non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te...».
- Gioja di creare? - proruppe Silvia.
- Non l'ho mai provata.
E sono proprio dolente di non poter più attendere ora, come prima, a quelle che lei chiama cure estranee.
Erano le sole tra cui mi ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza.
Tutta la mia sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio.
Non capisco nulla, io.
Se lei mi parla d'arte, io non capisco nulla di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola.
Il Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
- Ma questa è una confessione preziosa...
preziosa.
- Vuoi sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, - seguitò Silvia, - messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo lutto: centosettantatré nere e centosettantadue bianche, dal polso all'attaccatura della spalla.
E così soltanto so che ho un braccio e questa veste.
Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla, proprio nulla.
- E questo spiega tutto! - esclamò allora il Baldani, come se proprio lì la aspettasse.
- Tutta la vostra arte è qui, signora mia.
- Nelle righette bianche e nere? - domandò Silvia, fingendo quasi sgomento.
- No, - sorrise il Baldani.
- Nella vostra meravigliosa incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività spontanea dell'opera vostra.
Voi siete una vera forza della natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le comuni.
La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica mobile e complessa.
Vedete, signora mia: gli elementi che costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano con una facilità, con una rapidità prodigiosa.
e questo non dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi in alcuna forma stabile; si mantengono, dirò così, in uno stato di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici, fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
- Ecco! ecco! ecco! - cominciò a dire Giustino, scattando, tutto esultante e gongolante.
- Questo è! questo è! Glielo dica, glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani! Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico.
È un po' confusetta, veda...
un po' incerta, dopo questo trionfo.
- Ma no! - gridò Silvia su le brage, cercando d'interromperlo.
- Sì, sì, sì! incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse quell'occasione propizia, ora che la teneva acciuffata.
- Santo Dio, te l'ha spiegato così bene, qua, il Baldani! È proprio così com'ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l'argomento del nuovo dramma, e...
- Non trova? Ma se già ce l'ha! - esclamò il Baldani sorridendo.
- Posso permettermi un suggerimento per l'affetto che vi porto? Il dramma ce l'avete già! Credono gli sciocchi (e lo van dicendo) che sia più agevole creare fuori delle esperienze quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi imaginarii, in tempi indeterminati, quasi che l'arte abbia da impacciarsi della così detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria e superiore.
Ma io so le vostre forze e so che voi potete confondere quest