SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 2
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Dora Barmis abitava lì, sola, in quattro stanzette al primo mezzanino, dal tetto basso basso, quasi buje.
3.
Piaceva a Dora Barmis di far sapere a tutti ch'era poverissima, quantunque poi, lisci e gale e abiti squisitamente capricciosi.
Il salottino, ch'era anche scrittojo, l'alcova, la saletta da pranzo e quella d'ingresso erano, come la padrona, addobbati alla bizzarra e certo non poveramente.
Divisa da anni da un marito che nessuno aveva mai conosciuto, bruna agile pieghevole, dagli occhi un po' bistrati, la voce un po' rauca, ella diceva chiaramente con gli sguardi, coi sorrisi, con tutte le mosse del corpo come e quanto conoscesse la vita, i fremiti del cuore e dei nervi, l'arte di contentare, di svegliare, d'irritare i più raffinati e veementi desiderii maschili, che la facevano poi rider forte, quando li vedeva fiammeggiar negli occhi di coloro con cui parlava.
Ma più forte rideva nel veder certi occhi invece illanguidirsi come nella promessa d'un sentimento duraturo.
Attilio Raceni la trovò nel salottino, presso una piccola scrivania di ghisa nichelata, tutta rabeschi, intenta a leggere, con una vestaglia giapponese ampiamente scollata.
- Povero Attilio! povero Attilio! - gli disse, dopo aver tanto riso al racconto dell'ingrata avventura.
- Sedete.
Che posso offrirvi per sedarvi lo spirito esagitato?
E lo guardò con aria di benevola canzonatura, strizzando un poco gli occhi e piegando il capo sul collo nudo provocante.
- Nulla? proprio nulla? Del resto, sapete? state bene così...
un po' scomposto.
Ve l'ho sempre detto, caro: una...
una nuance di brutalità v'andrebbe a meraviglia! Troppo languido e...
debbo dirvelo? la vostra eleganza è da qualche tempo un po'...
un po' démodée.
Non mi piace, per esempio, il gesto che avete fatto or ora, sedendo.
- Che gesto? - domandò il Raceni, a cui pareva di non averne fatto alcuno.
- Ma avete allargato di qua e di là le basques del krauss...
E giù quella mano, adesso! Sempre tra i capelli...
L'avete bella, lo sappiamo!
- Per favore, Dora! - sbuffò il Raceni.
- Io sono oppresso!
Dora Barmis scoppiò di nuovo a ridere, poggiando le mani su la scrivania e rovesciandosi indietro.
- Il banchetto? - poi disse.
- Ma proprio proprio? Mentre i miei fratelli proletarii reclamano...
- Non scherziamo, vi prego, o me ne vado! - minacciò il Raceni.
Dora Barmis si levò in piedi.
- Ma io vi dico sul serio, mio caro! Non mi affannerei tanto, se fossi in voi.
Silvia Roncella...
ma prima di tutto, ditemi com'è! Mi muojo dalla curiosità di conoscerla.
Ancora non riceve?
- Eh no...
Hanno trovato casa, poverini, da pochi giorni soltanto.
La vedrete al banchetto.
- Datemi un po' di fuoco, - disse Dora, - e poi rispondetemi francamente.
Accese la sigaretta, chinandosi e protendendo il volto verso il fiammifero sorretto dal Raceni; poi, tra il fumo, domandò:
- Ve ne siete innamorato?
- Siete matta? - scattò il Raceni.
- Non mi fate arrabbiare.
- Bruttina, allora? - osservò la Barmis.
Lì Raceni non rispose.
Accavalciò una gamba su l'altra; alzò la faccia al soffitto; chiuse gli occhi.
- Ah no, caro! - esclamò allora la Barmis.
- Così non ne facciamo niente.
Siete venuto da me per aiuto; dovete prima soddisfare la mia curiosità.
- Ma scusatemi! - tornò a sbuffare il Raceni, sgruppandosi.
- Mi fate certe domande!
- Ho capito, - disse la Barmis.
- Tra due sta: O ve ne siete davvero innamorato, o dev'esser brutta bene, come dicono a Milano.
Su via, rispondete: come veste? male, senza dubbio!
- Maluccio.
Inesperta, capirete.
- Capito, capito...
- ripeté la Barmis.
- Diciamo un'anatroccola arruffata?
Aprì la bocca, arricciò il naso e finse di ridere, con la gorga.
- Aspettate, - poi disse, accostandoglisi.
- Vi casca la spilla...
Uh, e come vi siete annodata codesta cravatta?
- Mah - fece il Raceni.
- Tra quel...
S'interruppe.
Il volto di Dora gli stava troppo vicino.
Ella, intentissima a riannodargli la cravatta, si sentì guardata; quand'ebbe finito, gli diede un biscottino sul naso e, sorridendogli d'un sorriso indefinibile:
- Dunque? - gli domandò.
-Dicevamo...
ah, la Roncella! Non vi piace anatroccola? Scimmietta allora.
- V'ingannate, - rispose il Raceni.
- E' bellina, v'assicuro.
Poco appariscente, forse; ma ha certi occhi!
- Neri?
- No, ceruli, intensi, soavissimi...
E un sorriso mesto, intelligente...
Dev'essere molto, molto buona, ecco.
Dora Barmis lo investì :
- Buona avete detto? buona? Ma andate là! Chi ha scritto La casa dei nani non può esser buona, ve lo dico io.
- Eppure...
- fece il Raceni.
- Ve lo dico io! - ribatté Dora.
- Quella lì va armata di stocco, giurateci!
Raceni sorrise.
- Dev'aver dentro uno spirito affilato come un coltello, - seguitò la Barmis.
- E dite un po', è vero che ha un porro peloso qua, sul labbro?
- Un porro?
- Peloso, qua.
- Non me ne sono accorto.
Ma no, chi ve l'ha detto?
- Me lo sono immaginato.
Per me, la Roncella deve avere un porro peloso sul labbro.
Mi è parso di vederglielo sempre, leggendo le cose sue.
E dite: il marito? com'è il marito?
- Lasciatelo perdere! - rispose impaziente il Raceni.
Non è per voi...
- Grazie tante! - disse Dora.
- Io voglio sapere com'è.
Me l'immagino tondo...
Tondo, è vero? Per carità, ditemi che è tondo, biondo, rubicondo e...
e senza malizia.
- Va bene: sarà così, se vi fa piacere.
Parliamo sul serio adesso, vi prego.
- Del banchetto? - domandò di nuovo la Barmis.
- Sentite: la Roncella, caro, non è più per noi.
Troppo, troppo alto ormai ha spiccato il volo la colombella vostra; ha valicato le Alpi e il mare, e andrà a farsi il nido lontano lontano, con molte pagliuzze d'oro, nelle grandi riviste di Francia, di Germania, d'Inghilterra...
Come volete che deponga più qualche ovetto azzurro, e sia pur piccolo piccolo, così...
su l'ara delle nostre povere Muse?
- Ma che ovetti! che ovetti! - fece, scrollandosi, il Raceni.
- Né ovetti di colomba, né uova di struzzo...
Non scriverà più per nessuna rivista, la Roncella.
Si dà tutta al teatro.
- Al teatro? Ah sì? - esclamò la Barmis, incuriosita.
- Mica a recitare! - disse il Raceni.
- Non ci mancherebbe altro! A scrivere.
- Per il teatro?
- Già.
Perché il marito...
- Ah giusto! il marito...
come si chiama?
- Boggiolo.
- Sì sì, mi ricordo.
Boggiolo.
E scrive anche lui.
- Eh altro! All'archivio notarile.
- Notajo? O Dio! Notajo?
- Archivista.
Bravo giovane...
Basta, vi prego.
Voglio uscire al più presto da questa briga del banchetto.
Avevo con me la lista degli invitati, e quei cani...
Ma vediamo di rifarla.
Scrivete.
Oh, sapete che il Gueli ha aderito? è la prova più chiara ch'egli stima davvero la Roncella, come dicevano.
Dora Barmis rimase un po' assorta a pensare; poi disse:
- Non capisco...
il Gueli...
mi pare così diverso...
- Non discutiamo, - troncò il Raceni.
- Scrivete: Maurizio Gueli.
- Aggiungo tra parentesi, se non vi dispiace, permettendo la Frezzi.
Poi?
- Il senatore Borghi.
- Ha accettato?
- Eh, perbacco...
Presiederà! Ha pubblicato nella sua rivista La casa dei nani.
Scrivete: donna Francesca Lampugnani.
- La mia simpatica presidentessa, sì, sì, - disse scrivendo, la Barmis.
- Cara, cara, cara...
- Donna Maria Rosa Bornè-Laturzi, - seguitò a dettare il Raceni.
- Oh Dio! - sbuffò Dora Barmis.
- Quell'onesta gallina faraona?
- E decorativa, scrivete, - disse il Raceni.
- Poi: Filiberto Litti.
- Benissimo! Di bene in meglio! - approvò la Barmis.
- L'archeologia accanto all'antichità! E dite, Raceni: il banchetto lo faremo tra le rovine del Foro?
- Già, a proposito! - esclamò il Raceni.
- Dobbiamo ancora stabilire il luogo.
Dove direste voi?
- Ma con questi invitati...
- Oh Dio, no, parliamo sul serio, vi ripeto! Avevo pensato al Caffè di Roma.
- Di sera? No! Siamo in primavera.
Bisogna farlo di giorno, in un bel posto, fuori...
Aspettate: al Castello di Costantino.
Ecco.
Delizioso.
Nella sala vetrata, con tutta la campagna davanti...
i monti Albani...
i Castelli...
e poi, di fronte, il Palatino...
sì, sì, là...
è un incanto! senz'altro!
- Vada per il Castello di Costantino, - disse il Raceni.
- Andremo insieme domani a dare le ordinazioni opportune.
Saremo, credo, una trentina.
Sentite, Giustino mi si è tanto raccomandato...
- Chi è Giustino?
- Ma suo marito, ve l'ho detto, Giustino Boggiolo.
Mi si è tanto raccomandato per la stampa.
Vorrebbe molti giornalisti.
Ho invitato il Lampini...
- Ah, Ciceroncino, bravo!
- E, mi pare, altri quattro o cinque, non so: Bardozzi, Cenanni, Federici e quello...
come si chiama? della Capitale...
- Mola?
- Mola.
Segnateli.
Ci vorrebbe qualche altro un po' più...
un po' più...
Venendo il Gueli, capirete...
Per esempio, Casimiro Luna.
- Aspettate, - disse la Barmis.
- Se viene donna Francesca Lampugnani, non sarà difficile avere il Betti.
- Ma ha scritto male della Casa dei nani, il Betti, avete visto? - osservò il Raceni.
- E che fa? Meglio, anzi.
Invitatelo! Ne parlerò poi io a donna Francesca.
Quanto a Miro Luna non dispero di trascinarlo con me.
- Fareste felice il Boggiolo, felice addirittura! Oh, segnate tanto l'onorevole Carpi, e quello zoppetto...
il poeta...
Zago, sì! Carino, poveretto! Che bei versi sa fare! L'amo, sapete? Guardate lì il ritratto.
Me lo son fatto dare.
Non vi sembra Leopardi con gli occhiali?
- Faustino Toronti, - seguitò a dettare il Raceni.
- E il Jàcono...
- No! - gridò Dora Barmis, buttando la penna.
- Avete invitato anche Raimondo Jàcono, quell'odiosissimo napoletanaccio? Non vengo più io, allora!
- Abbiate pazienza, non ho potuto farne a meno, - rispose dolente il Raceni.
- Era con lo Zago...
Invitando l'uno, ho dovuto invitare anche l'altro.
- E allora io v'impongo Flavia Morlacchi, - disse la Barmis - Qua: Fla-vi-a Morlacchi.
Mica vero che si chiama Flavia: Gaetana si chiama, Gaetana.
- Questo lo dice il Jàcono, via! - sorrise il Raceni.
- Dopo la sgraffiatura.
- Sgraffiatura? - fece la Barmis.
- Ma si sono bastonati, caro mio! sputati in faccia; sono corse le guardie...
Rileggendo, poco dopo, la lista, la Barmis e il Raceni s'indugiarono a far girare come una mola d'arrotino questo e quel nome per il gusto d'affilare il taglio, ancora un po', alla loro lingua, che non ne aveva punto bisogno.
Tanto che alla fine un moscone, che se ne stava quieto a dormire tra le pieghe d'una portiera, si destò e con molto slancio volle entrar terzo nella conversazione.
Ma Dora mostrò d'averne terrore - più che ribrezzo, terrore - e prima s'aggrappò al Raceni, stringendoglisi forte forte contro il petto, cacciandogli i capelli odorosi sotto il mento; poi scappò a chiudersi nell'alcova, gridando dietro l'uscio al Raceni che non sarebbe rientrata, se lui prima non faceva andar via per la finestra o non uccideva quell'orribile bestia.
- Ve la lascio qua, e me ne vado, - le disse placidamente il Raceni, prendendo la nuova lista dalla scrivania.
- No, per carità, Raceni! - scongiurò Dora di là.
- E allora aprite!
- Ecco, apro, ma voi...
oh! che fate?
- Un bacio, - disse il Raceni, avanzando un piede per tener lo spiraglio concesso da Dora.
- Uno solo...
- Ma che vi salta in mente? - gridò ella, sforzandosi di richiuder l'uscio.
- Piccolo piccolo, - insistette egli.
- Vengo quasi dalla guerra...
Un piccolo rinfranco, da qua stesso, su...
uno solo!
- Entra il moscone, oh Dio, Raceni!
- E fate presto!
Attraverso lo spiraglio le due bocche s'eran congiunte e lo spiraglio a mano a mano s'allargava, quando dalla via s'intesero gli strilli di parecchi giornalai:
- Terza edizioneee! Quattro morti e venti feritiii!...
Lo scontro con la truppaaa! L'assalto a Palazzo Braschiii! L'eccidio di Piazza Navonaaa!
Attilio Raceni si staccò, pallido, dal bacio:
- Sentite? Quattro morti...
Ma perdio! non hanno proprio da fare costoro? E ci potevo essere anch'io là in mezzo...
4.
Già mezzodì era sonato, e dei trenta che dovevano partecipare al banchetto su al Castello di Costantino solo cinque eran venuti, che si pentivano in segreto della loro puntualità, temendo potesse parer soverchia premura o troppa degnazione.
Prima fra tutti era venuta Flavia Morlacchi, poetessa, romanziera e drammaturga.
Gli altri quattro, sopraggiunti, la avevano lasciata sola, in disparte.
Erano il vecchio professore d'archeologia e poeta dimenticato Filiberto Litti, il novelliere piacentino Faustino Toronti, lezioso e casto, il grasso romanziere napoletano Raimondo Jàcono e il poeta veneziano Cosimo Zago, rachitico e zoppo d'un piede.
Stavano tutt'e cinque nel terrazzo, innanzi alla sala vetrata.
Filiberto Litti, lungo asciutto legnoso, con baffoni bianchi e moschetta, un pajo d'enormi orecchie carnose e paonazze, parlava, balbutendo un po', delle rovine là del Palatino, come di cosa sua, con Faustino Toronti ormai vecchiotto anche lui, così che non pareva, sarchiati i capelli su gli orecchi e i baffetti ritinti.
Raimondo Jàcono voltava le spalle alla Morlacchi e guardava compassionevolmente lo Zago, il quale ammirava nella fresca limpidezza di quel dolcissimo giorno d'aprile tutto il verde paese che si scopriva di là.
Arrivava appena al parapetto del terrazzo, il poverino; ancora con un vecchio pastrano inverdito che gli sgonfiava da collo, aveva posato su la cimasa una mano nocchieruta, dalle unghie rose, deformata dallo sforzo continuo di spingere la stampella, e ora, socchiudendo gli occhi dolenti dietro gli occhiali, ripeteva come se non avesse mai goduto in vita sua di tanta festa di luce e di colori:
- Che incanto! Come inebria questo sole! - Che vista!
- Già...
già...
- masticò il Jàcono.
- Molto bella.
Meravigliosa.
Peccato che...
- Quei monti laggiù laggiù, aerei...
fragili, quasi...
sono ancora gli Albani?
- Gli Appennini o gli Albani, non svenire! Puoi domandarlo qua al professor Litti, che è archeologo.
- E che ci han da fare, scusi, i monti, scusi, con...
con l'archeologia? - domandò un po' risentito il Litti.
- Professore, voi che dite! - esclamò il napoletano.
- Monumenti della natura, della più venerabile antichità...
Peccato che...
dicevo...
sono le dodici e mezzo, ohè! Ho fame io.
La Morlacchi, di là, fece una smorfia di disgusto.
Gonfiava in silenzio, ma si fingeva incantata dello stupendo paesaggio.
Gli Appennini o gli Albani? Non lo sapeva neanche lei, ma che importava il nome? Nessuno come lei, più di lei, sapeva intenderne l'«azzurra» poesia.
E domandò a se stessa se la parola colombario...
austero colombario, avrebbe reso bene l'immagine di quelle rovine del Palatino: occhi ciechi, occhi d'ombra dello spettro romano feroce e glorioso, indarno aperti ancora là, sul colle, a lo spettacolo della verde vita maliosa di questo Aprile d'un tempo lontano.
Di questo Aprile d'un tempo lontano...
Bel verso! Languido...
E abbassò su gli occhi torbidi e scialbi, di capra morente, le grosse pàlpebre gravi.
Ecco, aveva spiccato dalla natura e dalla storia il fiore d'una bella immagine, in grazia della quale poteva non pentirsi più ora, d'essersi abbassata a fare onore anch'essa a quella Silvia Roncella, tanto più giovine di lei, ancor quasi principiante, inculta, digiuna affatto di poesia.
Volse, così pensando, con atto di sdegno la faccia pallida, ruvida, disfatta, in cui spiccavano violentemente le tumide labbra dipinte, verso quei quattro che non si curavano di lei; eresse il busto e sollevò una mano sovraccarica d'anelli per palparsi brevemente su la fronte il crine, che pareva di capecchio.
Forse lo Zago meditava anche lui una poesia, pinzandosi con le dita gl'ispidi peluzzi neri sparsi sul labbro.
Ma per comporre aveva bisogno di saper prima tante cose, lui, che non voleva più domandare a uno che dichiarava d'aver fame dinanzi a uno spettacolo come quello.
Sopravvenne, saltellando secondo il solito suo, il giovine giornalista tirocinante Tito Lampini, Ciceroncino come lo chiamavano, autore anche lui d'un volumetto di versi; smilzo, dalla testa secca, quasi calva, su un collo da cicogna, riparato da un solino alto per lo meno otto dita.
La Morlacchi lo investì con voce stridula, agra:
- Ma che modo è codesto, Lampini? Si dice per mezzodì; a momenti è il tocco; non si vede nessuno...
Il Lampini s'inchinò, aprì le braccia, si volse sorridendo a gli altri quattro e disse:
- Scusi, ma...
che c'entro io, signora mia?
- Voi non c'entrate, lo so, - riprese la Morlacchi.
- Ma il Raceni, almeno, come ordinatore del banchetto...
- Ar...
archi...
architriclino, già, - corresse timidamente con la lingua imbrogliata, ponendosi una mano innanzi alla bocca, il Lampini, e guardando l'archeologo professor Litti.
- Già, va bene; ma avrebbe dovuto trovarsi qua, mi sembra.
Non è piacevole, ecco.
- Ha ragione, non è piacevole...
già! Ma io non so, non c'entro...
invitato come lei, signora mia.
Permette?
E il Lampini, tornando a inchinarsi frettolosamente, andò a stringer la mano al Litti, al Toronti, al Jàcono.
Non conosceva lo Zago.
- Son venuto in vettura, io, temendo di far tardi, - annunziò.
- Ma già viene qualche altro.
Ho visto per la salita donna Francesca Lampugnani e il Detti e anche la Barmis con Casimiro Luna.
Guardò nella sala vetrata, dov'era già apparecchiata la lunga tavola adorna di molti fiori e con una fronda d'ellera serpeggiante tutt'in giro; poi si rivolse alla Morlacchi, dolente ch' ella se ne stésse là in disparte, e disse:
- Ma la signora, scusi, perché...
Raimondo Jàcono lo interruppe a tempo:
- Di', Lampini, tu che ti ficchi da per tutto: la hai già veduta, questa Roncella?
- No.
Tant'è vero che non mi ficco affatto.
Non ho avuto ancora il piacere e l'onore...
E il Lampini, inchinandosi una terza volta, mandò un sorriso gentile alla Morlacchi.
- Molto giovane? - domandò Filiberto Litti, stirandosi e guardandosi sottecchi uno dei lunghissimi baffi bianchi, che parevano finti, appiccicati nella faccia legnosa.
- Ventiquattr'anni, dicono, - rispose Faustino Toronti.
- Fa anche versi? - tornò a domandare il Litti stirandosi e guardandosi l'altro baffo, adesso.
- No, per fortuna! - gridò il Jàcono.
- Professore, voi ci volete tutti morti! Un'altra poetessa in Italia? Di', di', Umpini, e il marito?
- Sì, il marito sì, - disse il Lampini.
- È venuto la settima scorsa in redazione per avere una copia del giornale con l'articolo di Betti su La casa dei nani.
- E come si chiama?
- Il marito? Non so.
- Mi par d'avere inteso Bòggiolo, - disse il Toronti.
- O Boggiòlo.
Qualcosa così...
- Grassottino, belloccio, - aggiunse il Lampini, - occhiali d'oro, barbetta bionda, quadra.
E deve avere una bellissima calligrafia.
Si vede dai baffi.
I quattro risero.
Sorrise anche di là, senza volerlo, la Morlacchi.
Vennero sul terrazzo, traendo un gran sospiro di soddisfazione, la marchesa donna Francesca Lampugnani, alta, dall'incesso maestoso, come se recasse sul seno magnifico un cartellino con la scritta: Presidentessa del circolo di coltura feminile, e il bel paladino Riccardo Betti, che nello sguardo un po' languido, nei mezzi sorrisi sotto gli sparsi baffi biondissimi e nei gesti e nell'abito, come nella prosa de' suoi articoli, affettava la dignità, la misura, la correttezza, le maniere tutte insomma del...
no, du vrai monde.
Tanto il Betti quanto Casimiro Luna eran venuti unicamente per far piacere a donna Francesca che, in qualità di presidentessa del Circolo di coltura feminile, proprio non poteva mancare a quel banchetto.
Essi appartenevano a un altro clima intellettuale, al fior fiore del giornalismo; non avrebbero mai degnato della loro presenza quella riunione di letterati.
Il Betti lo dava a veder chiaramente; Casimiro Luna, invece, più gajo, irruppe romorosamente nel terrazzo con Dora Barmis.
Passando per l'andito, aveva dato della gran toppa del Castello di Costantino e dell'enorme chiave di cartone, esposte lì per burla, una spiegazione di cui la Barmis, ridendo, si fingeva scandalizzata, e aveva già chiesto aiuto alla marchesa, e ora, in quel suo italiano che voleva a tutti i costi parer francese:
- Ma io vi trovo abominevole, - protestava, - abominevole, Luna! Che è questo continuo, odioso persiflage?
Lei sola, dei quattro nuovi venuti, si accostò dopo questo sfogo alla Morlacchi e la trasse a forza con sé nel gruppo, non volendo perdere le altre salaci graziosissime arguzie del «terribile» Luna.
Il Litti, seguitando a stirare ora questo ora quel baffo ed ora il collo, come se non riuscisse mai ad assettarsi bene la testa sul busto, guardava adesso quella gente, ne ascoltava la chiacchiera volubile, e sentiva a mano a mano infocarsi vie più le grosse orecchie carnose.
Pensava che tutti costoro vivevano a Roma come avrebbero potuto vivere in qualunque altra città moderna, e che la nuova popolazione di Roma era composta di gente come quella, bastarda, fatua e vana.
Che sapevano di Roma tutti costoro? Tre o quattro frasucce retoriche.
Che visione ne avevano? Il Corso, il Pincio, i caffè, i salotti, i teatri, le redazioni dei giornali...
Eran come le vie nuove, le case nuove, senza storia, senza carattere, vie e case che avevano allargato la città solo materialmente, e svisandola.
Quando più angusta era la cerchia delle mura, la grandezza di Roma spaziava e sconfinava nel mondo; ora, allargata la cerchia...
eccola là, la nuova Roma.
E Filiberto Litti stirava il collo.
Parecchi altri, intanto, erano venuti: marmaglia, che cominciava a impicciare i camerieri che recavano i serviti alle due o tre coppie di forestieri che desinavano nella sala vetrata.
Tra questi giovani, più o men chiomati, aspiranti alla gloria, collaboratori non retribuiti degli innumerevoli giornali letterarii della penisola, erano tre fanciulle, evidentemente studentesse di lettere: due con gli occhiali, patite e taciturne; la terza, invece, vivacissima, dai capelli rossi, tagliati a tondo, maschilmente, dal visetto vispo, lentigginoso, dagli occhietti grigi variegati, in cui la malizia parea vermicasse: rideva, rideva, si buttava via dalle risa, e promoveva una smorfia tra di sdegno e di pietà in un uomo grave, anziano, che s'aggirava tra tanta gioventù non curato.
Era Mario Puglia, che in altri tempi aveva cantato con un certo impeto artificiale e con volgare abbondanza.
Ora si sentiva già entrato nella storia, lui.
Non cantava più.
Era però rimasto zazzeruto, con molta forfora sul bavero della napoleona e la pancia gravida di boria.
Casimiro Luna, che lo contemplava da un pezzo, accigliato, a un certo punto sospirò e disse piano:
- Guardatemi Puglia, signori.
Chi sa dov'ha lasciato la chitarra...
- Cariolin! Cariolin! - gridarono alcuni in quel momento, facendo largo a un omettino profumato, elegantissimo, che pareva fatto e messo in piedi per ischerzo, con una ventina di capelli lunghi, raffilati sul capo calvo, due violette all'occhiello e la caramella.
Momo Cariolin, sorridendo e inchinandosi, salutò tutti con ambo le mani inanellate e corse a baciar la mano a donna Francesca Lampugnani.
Conosceva tutti; non sapeva far altro che strisciar riverenze, baciar la mano alle signore, dir barzellette in veneziano; ed entrava da pertutto, in tutti i salotti più in vista, in tutte le redazioni dei giornali, da pertutto accolto con festa; non si sapeva perché.
Non rappresentava nulla e tuttavia riusciva a dare un certo tono alle radunanze, ai banchetti, ai convegni, forse per quel suo garbo inappuntabile, complimentoso, per quella sua cert'aria diplomatica.
Vennero con la vecchia poetessa donna Maria Rosa Bornè-Laturzi il deputato conferenziere on.
Silvestro Carpi e il romanziere lombardo Carlino Sanna di passaggio per Roma.
La Bornè-Laturzi, come poetessa (diceva Casimiro Luna) era un'ottima madre di famiglia.
Non ammetteva che la poesia, l'arte in genere, dovesse servire di scusa al mal costume.
Per cui non salutò né la Barmis né la Morlacchi; salutò soltanto la marchesa Lampugnani perché marchesa e perché presidentessa, Filiberto Litti perché archeologo, e si lasciò baciar la mano da Cariolin, perché Cariolin la baciava soltanto alle vere dame.
Si erano formati intanto parecchi gruppi; ma la conversazione languiva, perché ciascuno era geloso di sé, costernato di sé soltanto, e questa costernazione gli impediva di pensare.
Tutti ripetevano ciò che qualcuno, facendo un grande sforzo, era riuscito a dire o sul tempo o sul paesaggio.
Tito Lampini, per esempio, salt
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