SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 24
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Niente! nemmeno un segno! come se ella fosse sempre vissuta in mezzo a quegli splendori, abituata a vedersi servita così, a cenare così, ad aver di quei commensali a tavola; o come se, prima d'arrivare, fosse già a conoscenza di tutto e s'aspettasse di trovar quel villino di proprietà loro e arredato così; anzi come se, non lui, ma lei, lei solamente avesse pensato a tutto e tutto preparato.
Ma come? Glielo faceva apposta? E perché? Com'era? Proprio perché lui non era andato a prenderla a Cargiore? perché non aveva pensato al distacco dal bambino? Ma se non ne pareva afflitta né punto né poco! Eccola là, rideva...
Ma che modo di ridere era quello, adesso? E dàlli ancora con quel «povero Raceni!».
Intronò addirittura Giustino e si sentì strappar tutto internamente, dalle dita dei piedi su su alla radice dei capelli, quando Silvia annunziò al Raceni una grande novità: che aveva scritto versi, a Cargiore, tanti versi, e gli promise di regalargliene un saggio per Le Muse.
- Versi? Che versi? Tu hai fatto versi? - esplose.
- Ma fa' il piacere!
Silvia lo guardò come se non capisse affatto.
- Perché? - disse.
- Non potevo scriverne? Non ne avevo mai scritti, è vero.
Ma mi son venuti fatti da sé, creda, Raceni.
Non so - questo sì - se siano belli o brutti.
Saranno brùtti magari...
- E li vorresti pubblicare su Le Muse? - domandò Giustino, con gli occhi più che mai inveleniti dalla stizza.
- Ma, scusate, perché no, Boggiolo? - si risentì il Raceni.
- Credete sul serio che possano esser brutti? Figuratevi con quale ansia saranno cercati e letti, come una nuova, inattesa manifestazione del talento di Silvia Roncella!
- No no, per carità, non dite così, Raceni, - s'affrettò a protestare Silvia.
- Non ve li do più, altrimenti.
Sono versucci, a cui non dovete dare alcuna importanza.
Ve li do a questo patto, e soltanto per farvi un piacere.
- Sta bene, sta bene...
- masticò allora Giustino.
- permetti?...
ti faccio osservare...
non per il Raceni che...
sta bene, gliel'hai promessi; basta...
Avevi promesso prima però al senatore Borghi una novella, e non gliel'hai fatta!
- Oh Dio, gliela farò, se mi verrà...
- rispose Silvia.
- Ecco...
io dico...
invece dei versi...
almeno avresti potuto far questa novella, a Cargiore! - non seppe tenersi di rimbrottare ancora Giustino.
- E intanto...
se ora non puoi dar più codesti versi al senatore, avendoli promessi al Raceni...
direi di...
di aspettare almeno che abbi pronta la novella per il Borghi.
Tutto attraverso, tutto attraverso, quella sera, per guastargli la festa della presa di possesso del villino, premio di tanti travagli! Ah, ora, anche tornare indietro voleva la moglie, ai bei tempi quando spargeva così, in regalo a tutti, i suoi lavori? voleva anche mettersi a far da sé, approfittando che lui quella sera non voleva proprio perdere del tutto quei necessarii tratti manierosi verso di lei?
Ahimè, avvertiva che li perdeva; e anche perciò di punto in punto sentiva crescersi l'orgasmo.
Ma sfido! per forza! Il disinganno della lode mancata, della mancata meraviglia, tutto il contegno di lei, quello sgarbo immeritato alla Barmis, ora questa promessa al Raceni...
Per sfogarsi, per farsi in certo qual modo svaporar le furie, scaraventò a questo, appena andato via, una filza d'improperie e d'ingiurie: - Stupido! imbecille! pulcinella!
Ma ecco qua Silvia prenderne le difese, sorridendo:
- E la gratitudine, Giustino? Se ti ha tanto ajutato?
- Lui? Impicciato mi ha! - scattò furente Giustino.
- Impicciato soltanto! come adesso! come sempre! La Barmis mi ha ajutato davvero, capisci? lei, sì! la Barmis, che tu invece hai fatto andar via a quel modo.
E a questo qua, sorrisi, complimenti, povero Raceni, povero Raceni, e anche...
anche il regalo dei versi, perdio!
- Ma non fanno insieme, tutti e due? - disse Silvia.
- Lui, direttore; lei, redattrice?...
Sarà meglio, credi, d'ora in poi, per tutto l'aiuto che t'hanno prestato, compensarli ogni tanto così, affinché non si prendano più il piacere di servirci per...
non so bene perché...
- Ah no, cara, no, cara...
senti, cara...
- prese allora a dire Giustino, finendo di perdere ogni dominio di sé, punto così sul vivo.
- Mi devi fare il piacere di non immischiarti in queste cose, che sono affar mio! Ma hai veduto, di'? hai veduto tutto bene? Io non so...
Tutte queste cose qui...
È tutto nostro! Ed è frutto, dico, di lavoro mio, di tanti pensieri, di tante cure! Vuoi insegnarmi tu, ora, scusa, come si deve fare, quel che si deve dire?
Silvia troncò subito la discussione, dichiarandosi stanca sfinita dal lungo viaggio e bisognosa di riposo.
Comprese bene ch'egli non avrebbe mai ceduto su quel punto e che, a volergli impedire o anche per poco ostacolare quello che ormai considerava il suo ufficio, la sua professione, sarebbe accaduto inevitabilmente un tale urto tra loro da determinare una rottura insanabile.
Meglio lo comprese, allorché - respinto - egli nella camera accanto, spogliandosi, cominciò a dare sfogo senza più alcun ritegno al disinganno, alla stizza acerrima, alla rabbia, con imprecazioni e rimbrotti e raffacci e pentimenti e scatti di maligno riso, che tanto più la sdegnavano e la ferivano, quanto più le accrescevano innanzi agli occhi la ormai scoperta e sfolgorante ridicolaggine di lui.
- Ma sì! aveva ragione quella! Ajutatela, Boggiolo, ajutatela a vendicarsi! Stupido io che non l'ho fatto! Ecco il premio! ecco la ricompensa! Stupido...
stupido...
stupido...
Centomila occasioni...
E va bene! Questo è niente, signori! Non siamo ancora a niente! Quello che si vedrà adesso!...
Regaliamo, regaliamo...
Facciamo versi, e regaliamo...
La poesia, adesso!...
Scappa fuori la poesia...
Ma sì! cominciamo a vivere tra le nuvole, senza più occhi per vedere qua tutte queste spese...
Prosa, prosa, questa, da non calcolare...
Tante pene, tanto lavoro, tanti denari: ecco il ringraziamento! Lo sapevamo...
Ma sì, cose da niente...
Un villino? Buh! che cos'è? Mobili del Ducrot? Buh! li sapevamo...
Ah, eccoci a letto! Che bel letto di rose!...
Che delizia incignarlo così, caro signor Ducrot! Corri di qua, stupido! scappa di là! ròmpiti il collo! pèrdici il fiato! pèrdici l'impiego! prega, minaccia, briga! Ecco il premio, signori! ecco il premio!
E seguitò così, al bujo, per più di un'ora rigirandosi tra le smanie su per il letto, tossendo, sbuffando, sghignando...
Ella intanto di là, tutta ristretta in sé sotto le coperte, con la faccia affondata nel guanciale per non sentirlo, malediva, malediva la fama, a cui con l'ajuto di lui, cioè a prezzo di tante risa e di tante beffe della gente, era salita.
Da tutte quelle risa, ora, da tutte quelle beffe, si sentiva assalita, frustata, avviluppata, con la romba che le era rimasta negli orecchi per il frastuono del treno.
Ah come non se n'era accorta prima? Soltanto adesso, ecco, tutti gli spettacoli che egli aveva dato di sé, uno più dell'altro ridicolo, le saltavano agli occhi, le si rappresentavano con tal cruda vivezza, che era uno strazio: tutti gli spettacoli, da quello primo del banchetto, quando al brindisi del Borghi s'era levato in piedi insieme con lei, come se quel brindisi dovesse riferirsi anche a lui perché suo marito; all'ultimo cui ella aveva assistito, là, alla stazione, prima della partenza per Cargiore, allorché, facendo da battistrada, s'era inchinato per conto di lei agli applausi ch'erano scoppiati nella sala d'aspetto.
Ah, poter tornare indietro, rinchiudersi nel suo guscio a lavorar quieta e ignorata! Ma egli non avrebbe mai permesso che andasse così frustrata l'opera sua di tanti anni, ove riponeva ormai tutta la sua compiacenza.
Con quel villino, che riteneva, e forse a ragione, soltanto frutto del suo lavoro, s'era inteso di edificare quasi un tempio alla Fama, per officiarvi, per pontificarvi! Follia sperare che ora volesse rinunziarci! Vi aveva fitto il capo e là, là sarebbe rimasto per sempre e per forza attaccato a quella fama, di cui si riconosceva l'artefice! E sempre più grande avrebbe cercato di renderla per apparirvi in mezzo sempre più ridicolo.
Era il suo fato, ed era inevitabile.
Ma come avrebbe fatto ella a resistere a quel supplizio, ora che la benda le era caduta dagli occhi?
2.
Pochi giorni dopo, Giustino volle dar principio con solennità all'istituzione dei «lunedì letterarii di Villa Silvia», come la Barmis gli aveva suggerito.
Per quel primo, estese gl'inviti a tutti i più noti maestri di musica e critici musicali di Roma, perché pretesto all'inaugurazione era la lettura a pianoforte di alcune parti dell'opera La nuova colonia già compiuta dal giovine maestro Aldo di Marco.
Il nome del maestro era a tutti ignoto.
Si sapeva soltanto che questo di Marco era veneziano israelita e ricchissimo, e che per musicar La nuova colonia aveva fatto tali profferte, che il Boggiolo s'era affrettato a rompere le trattative già bene avviate con uno tra i piu insigni compositori.
Benché a Giustino non premesse tanto né poco il buon esito dell'opera, che anzi desiderava modesto perché non désse alcun'ombra al dramma, aveva tuttavia fatto annunziare dagli amici giornalisti che quell'opera avrebbe tra poco rivelato all'Italia, ecc.
ecc.; e aveva anche fatto riprodurre nei giornali l'esile e, ahimè, non ben chiomata immagine del giovine maestro veneziano, il quale ecc.
ecc.
L'annunzio gli era sembrato doveroso e opportuno, non solo in considerazione dell'ingente somma sborsata dal maestro per musicare il dramma fortunato (ridotto in versi da Cosimo Zago), ma anche per accrescer solennità all'inaugurazione.
Avrebbe potuto farne a meno.
Quella lettura a pianoforte e quel giovine maestro ignoto, dall'aspetto così poco promettente, rappresentavan per tutti un fastidio e un ingombro.
Era invece vivissima la curiosità di veder la Roncella in casa sua, donna, dopo il trionfo.
Silvia se l'aspettava; e, nell'orgasmo che le suscitava il pensiero di dover tra poco affrontare questa curiosità, vedendo il marito in grandi ambasce per i preparativi e pur con l'aria di chi sa tutto e non ha bisogno di nessuno, avrebbe voluto gridargli:
«Basta! Lascia star tutto; non affannarti più! Vengono per me, per me soltanto! Tu non c'entri più; tu non hai più da far nulla, altro che da starti zitto, quieto, in un canto!»..
L'orgasmo non era soltanto per la curiosità da affrontare; era anche per lui, anzi sopratutto per lui.
Ricorse finanche all'astuzia di fingersi gelosa della Barmis e gl'impedì con ciò di ricorrere a costei per quei preparativi, con la speranza che, mancandogli questo ajuto, egli non si désse più tanto da fare e si lasciasse persuadere che aveva già fatto abbastanza e non occorreva più altra sua opera.
Giustino, all'idea che la moglie - venuta (fosse pure per lui) in tanta celebrità - cominciava a essere, quantunque a torto, un po' gelosa, provò un certo piacere, che gli fece manifestare come avvolta tutta in un roseo sorrisetto fatuo l'irritazione che questa gelosia gli cagionava in quel momento.
L'ajuto della Barmis gli era indispensabile.
Ma Silvia tenne duro.
- No, quella no! quella no!
- Ma, Dio...
Silvia, dici sul serio? Se io...
Silvia scosse il capo con rabbia e si nascose il volto tra le mani, per interromperlo.
Di quella sua finzione ebbe all'improvviso onta e ribrezzo, vedendo che egli in fondo se ne compiaceva: onta e ribrezzo, perché le parve che anche lei, ora, cominciasse a beffarsi di lui come tutti gli altri, per lo spettacolo anche di questa fatuità.
Subito, credendo di dargli uno scrollo poderoso, per salvarlo e salvarsi, facendo cadere anche a lui la benda dagli occhi, proruppe:
- Ma perché, perché vuoi far ridere? Di te e di me? ancora? Non ti accorgi che la Barmis ride di te; ne ha sempre riso? e tutti con lei, tutti! Non te n'accorgi?
Giustino non tentennò minimamente a quest'impeto di rabbia della moglie; la guardò con un sorriso quasi di compassione e alzò una mano a un gesto, più che di sdegno, di filosofica noncuranza.
- Ridono? Eh, da tanto...
- disse.
- Ma tira la somma, cara mia, e vedi se sono sciocchi quelli che ridono o io che...
ecco qua, ho fatto tutto questo e t'ho messa alla testa! Lasciali ridere.
Vedi? Essi ridono, e io me ne servo e ottengo da loro tutto quello che voglio.
Eccole qua, eccole qua, tutte le loro risa...
E agitò le mani guardando in giro la stanza; come per dire:
«Vedi in quante belle cose si sono convertite?».
Silvia sentì cascarsi le braccia; restò a mirarlo a bocca aperta.
Ah, dunque, egli sapeva? se n'era già accorto? e aveva seguitato, senza curarsene, e voleva ancor seguitare? non gl'importava affatto che tutti ridessero di lui e di lei? Oh Dio, ma dunque...
- se era sicuro, sicurissimo che la fama di lei era opera sua unicamente, e che tutta quest'opera sua, in fondo, non era consistita in altro che nel far ridere di sé, per poi convertire queste risa in lauti guadagni, in quel villino là, ne' bei mobili che lo adornavano - che voleva dire? voleva dir forse che per lui era tutta una cosa da ridere la letteratura, una cosa di cui un uomo di sano criterio, sagace e accorto, non avrebbe potuto impacciarsi se non così, cioè a patto di trar profitto delle risa degli sciocchi che la prendevano sul serio?
Questo voleva dire? Ma no!
Seguitando a guardare il marito, Silvia riconobbe subito che ella, supponendo così, gli prestava una veduta che non era da lui.
No, no! Non poteva esser voluto da lui stesso il ridicolo di cui s'era valso.
Fin da quando, laggiù a Taranto, erano arrivati quei trecento marchi per la traduzione delle Procellarie, aveva cominciato a prender tanto sul serio la letteratura, che sciocchezza per lui era soltanto il non curarsi dei frutti ch'essa, come ogni altro lavoro - se amministrato bene - può rendere...
E s'era messo ad amministrare, ad amministrare con tal fervore, anzi con tanto accanimento da tirarsi addosso le risa di tutti.
Non le aveva provocate lui con intenzione, quelle risa, per farci su bottega; ma era stato costretto a sopportarle; e le stimava ora da sciocchi solo perché egli, pur tra esse e con esse, era riuscito nell'intento.
Ma la saviezza sua aveva per piedistallo quelle risa e tutta da quelle risa era composta: non avrebbe dovuto più muoversi ora: al minimo movimento, lo squarcio d'una risata! Quanto più serio voleva ora apparire, tanto più ridicolo sarebbe sembrato.
Ah quella serata dell'inaugurazione! Fin nel fruscìo degli abiti, nel lieve sgrigliolìo delle scarpe attutito dalla spessezza dei tappeti, in ogni rumore, fosse d'una seggiola smossa, d'un uscio aperto, d'un cucchiaino agitato nella tazza; e poi nel frastuono del pianoforte allorché il di Marco cominciò a sonare; sorrisetti, risatine, sghigni, scrosci di risa fragorose, sbardellate, squacquerate parve a Silvia d'avvertire, e le sembrò dileggio ogni sorriso di deferenza o di compiacimento per lei; il dileggio credette di scorgere in ogni sguardo, in ogni gesto, sotto ogni parola dei tanti convitati.
Si sforzò di non badare al marito; ma come, se lo aveva sempre davanti, là, piccolo, tutto aggiustato, irrequieto, raggiante, e sentiva che tutti da ogni parte lo chiamavano? Ecco, ora il Luna se lo prendeva a braccio, e altri quattro, cinque giornalisti gli correvano attorno, in frotta; ora lo chiamava la Lampugnani di là tra il crocchio delle più spiritose signore.
Ella avrebbe voluto esser per tutto o trattener tutti attorno a sé; non potendo, nel ribollimento dello sdegno, aveva a quando a quando la tentazione di dire o far qualcosa inaudita, non mai veduta, da far passare a ognuno la voglia di ridere, di venir lì per mettere in burla il marito, e col marito, per conseguenza, anche lei.
Le toccava, invece, di sopportar la corte quasi sfacciata che tutti quei giovani letterati e giornalisti si permettevano di farle, come se ella, avendo per fortuna un marito di quella fatta, così felicemente disposto a esibirla a tutti, un marito che tanto s'adoperava a farla entrare nelle grazie d'ognuno, un marito che, via, non avrebbe potuto neanche lei in nessun modo prendere sul serio, non potesse, non dovesse rifiutarla, quella corte, anche per non dare a lui questo dispiacere.
E difatti, ecco, non le si accostava egli di tanto in tanto per raccomandarle di far buon viso ora all'uno, ora all'altro, e proprio ai più sfrontati, a quelli che ella aveva allontanato da sé con duro e freddo sprezzo? Il Betti, il Betti, colui che aveva finora colto ogni occasione per scriver male di lei in parecchi giornali, e quel Paolo Baldani venuto da poco da Bologna, bellissimo giovine e critico eruditissimo, facitor di versi e giornalista, il quale con incredibile tracotanza le aveva bisbigliato una dichiarazione d'amore in piena regola?
Ah, non solamente le risa e le beffe, ma - pur di riuscire anche questo? - si domandava Silvia, a quelle brevi, furtive raccomandazioni del marito, che non potevano parere a lei, com'eran per lui, innocenti.
- Anche questo?
E gelava di ribrezzo e avvampava sempre più di sdegno.
Le più strane idee le guizzavano intanto per la mente, incutendo a lei stessa sgomento, poiché le scoprivano sempre più nel fondo dell'essere quelle parti di sé ancora inesplorate, tutto ciò che di sé ella finora non aveva voluto conoscere, ma di cui aveva già il presentimento che, se un giorno il suo dèmone se ne fosse impossessato, chi sa dove l'avrebbe trascinata.
Finiva di scomporsi nella sua coscienza ogni concetto ch'ella fin'ora s'era sforzata di tener fermo, e intravvedeva che, abbandonata a quella nuova sua sorte, o piuttosto, all'estro del caso, e ormai così senza più alcuna voluta consistenza interiore, l'animo suo poteva cambiarsi in un punto, rivelarsi da un istante all'altro capace di tutto, delle più impensate, inattese risoluzioni.
- Mi pare che...
dico...
mi pare che...
tutto bene, eh? benissimo, mi pare...
- s'affrettò a dirle Giustino, quando gli ultimi invitati se ne furono andati, per scuoterla dall'atteggiamento in cui era rimasta: rigida in piedi, con gli occhi acuti, intenti, e la bocca serrata.
Si sentiva ancora nella mano gelida la stretta di fuoco che le aveva dato il Baldani or ora, nell'accomiatarsi.
- Tutto bene, no?...
- ripeté Giustino.
- E, sai, passando di qua e di là, ho sentito che dicevano di te tante...
buone, buone cose...
sì...
Silvia si scosse e lo guardò con tali occhi, ch'egli restò un pezzo come smarrito, con su le labbra quel sorriso vano di chi s'accorge che uno sta a scoprirci un'altra faccia che ancora noi non ci conosciamo.
- Non credi? - poi chiese.
- Tutto bene, ti dico...
Soltanto quella musica del di Marco mi pare che...
hai sentito? dotta, sì...
sarà musica dotta, ma...
- Dobbiamo seguitare così? - domandò d'un tratto Silvia, con voce strana, come se la voce sola fosse lì, e tutta lei assente, in una lontananza infinita.
- Ti avverto che così io non posso fare più nulla.
- Come...
perché?...
anzi, ora che...
ma come! - fece Giustino quasi a un tempo colpito da più parti alla sprovvista.
- Con quello studio lassù...
Silvia strizzò gli occhi, contrasse tutto il volto e squassò la testa.
- Ma come? - ripeté Giustino.
- Puoi chiuderti lì...
Chi ti disturba?...
Con tanto silenzio...
Ecco, anzi ti volevo dire...
Tutti domandano che cosa prepari di nuovo.
Ho risposto: niente, per ora.
Nessuno ci vuol credere.
Certo un nuovo dramma, dicono.
Pagherebbero chi sa che cosa per un cenno, una notizia, un titolo...
Dovresti pensarci, ecco, rimetterti al lavoro adesso...
- Come? come? come? - gridò Silvia, scotendo le pugna, smaniosa, esasperata.
- Non posso pensare, non posso far più nulla io! Per me, è finita! Potevo lavorare ignorata, quando non mi sapevo neanche io stessa! Ora non posso più nulla! è finita! Non sono più quella! non mi ritrovo più in me! è finita! è finita!
Giustino la seguì con gli occhi in quelle smanie; poi, con una mossa del capo:
- Andiamo bene! - esclamò.
- Ora che si comincia, è finita? Ma che dici? Scusa, quando si lavora, perché si lavora? Per raggiungere un fine, mi pare! Tu volevi lavorare e restare ignorata? Lavorare, allora, perché? per niente?
- Per niente! per niente! per niente! - rispose Silvia con foga.
- Ecco, proprio così, per niente! Lavorare per lavorare, e nient'altro! senza sapere né come né quando, di nascosto a tutti e quasi di nascosto a me stessa!
- Ma codeste sono pazzie che ti vengono ora! - gridò Giustino, cominciando ad alterarsi anche lui.
- E allora io che ho fatto? ho fatto male a far valere il tuo lavoro, è vero? vuoi dir questo?
Silvia con le mani di nuovo sul volto accennò di si, col capo, più volte.
- Ah sì? - riprese Giustino.
- E allora perché mi hai lasciato fare sinora? Me lo dici per ringraziamento, adesso che ne raccogli il frutto a cui aspirano quanti lavorano come te: la gloria e l'agiatezza? Te ne lagni...
E non è pazzia? Ma va' là, cara; saranno i nervi! Del resto, scusa, che c'entri tu? chi ti dice d'immischiarti in cose che non ti riguardano?
Silvia lo guardò sbalordita.
- Non mi riguardano?
- No, cara, che non ti riguardano! - replicò subito Giustino.
- Tu lavora per nulla, come prima; ritorna a lavorare come ti pare e piace; e lascia il pensiero a me del rimanente.
Eh, lo so bene...
che novità!...
lo so bene che, se fosse per te...
Ma, scusa, se il sugo ce lo cavo io, con l'opera mia, tu che n'hai da fare? che faccio carico a te anche di questo? Questo è affar mio! Tu mi dài carta scritta; scrivi per niente, come vuoi; bùttala; io la prendo e te la cambio in denari ballanti e sonanti.
Me lo puoi impedire? è affar mio, e tu non c'entri.
Tu lavora com'hai lavorato fin adesso; lavora per lavorare...
ma lavora! Perché se tu non lavori più, io...
io...
che faccio più io? me lo dici? Io ho perduto l'impiego, cara mia, per attendere ai tuoi lavori.
Bisogna che a questo, ohè, tu ci pensi! La responsabilità ora è mia...
dico, del tuo lavoro.
Abbiamo guadagnato molto, è vero, e ancora ce ne sarà, con La nuova colonia.
Ma tu vedi qua come sono cresciute tutte le spese...
Ora è un altro piede di casa.
Trenta mila lire si devono ancora pagare per il villino.
Potevo pagarle; ma ho pensato di tenere qualche cosa da parte, perché tu avessi un certo respiro...
Adesso ti raccoglierai.
È stata una scossa troppo forte, un cangiamento troppo repentino...
Ti abituerai presto; ritroverai la calma...
Il più è fatto, cara mia.
Abbiamo la casa...
la ho voluta apposta così; ho speso, ma...
per l'apparenza, sai?...
tutto fa! La tua firma vale, adesso, vale molto, per sé stessa...
Senza regalare niente a nessuno! Se Raceni aspetta i versi che gli hai promessi per la sua rassegna, può star fresco! Io non glieli do.
Povero Raceni, povero Raceni, vedrai quanto frutteranno adesso quei versi...
Lascia fare a me! Basta che tu ti rimetta a scrivere...
Scrivi, e non pensare a nulla.
Lassù, perbacco, in quello studio magnifico...
Silvia non vide in questo lungo discorso di Giustino la buona intenzione di ricondurla alla calma e alla ragione, al riconoscimento e alla gratitudine di quanto aveva fatto e voleva ancor fare per lei; vide soltanto ciò che poteva, in quel momento d'esasperazione, porglielo di fronte, nemico e tiranno: che egli cioè le faceva ora un obbligo perentorio di lavorare, avendo perduto l'impiego: lavorare per dare ancora a lui una professione, la quale adesso, oltre che ridicola, sarebbe forse sembrata a tutti odiosa.
Non voleva egli vivere sul lavoro e del lavoro di lei, attribuendosi poi tutto il merito dei guadagni? Finché il lavoro a lei non era costato alcuno sforzo, ella poteva anche riconoscere che il merito di quei guadagni insperati fosse tutto o quasi tutto di lui; non più ora che egli le faceva così espresso e preciso obbligo di lavorare; ora che il lavoro le costava un supplizio al solo pensiero di doverlo affidare a lui, tutto, senza poterne disporre neanche d'una minima parte a piacer suo; tutto, tutto, perché ancora tra le beffe e ora anche con la disistima degli altri ne facesse mercato, ecco; un capo d'entrata di tutto, pur di quei poveri, intimi e schivi versucci là...
Mercato, anche a costo della dignità di lei! Lo avvertiva egli, questo? Era mai possibile che il furore lo accecasse fino al punto da non farglielo vedere?
Insonne tutta la notte, Silvia stette a pensare, e a un certo punto, col favore del bujo e del silenzio, sorprese in sé, nel fondo del suo essere, come un rimescolìo strano di sentimenti ch'era sicura di aver mai avuti: sentimenti remotissimi, da cui le saliva alla gola un'angoscia inattesa, quasi di nostalgia.
Ecco, vedeva sorgere chiare e precise le case della sua Taranto; vedeva entro quelle le sue buone, mansuete compaesane, le quali, use a vedersi custodite dall'uomo gelosamente e con lo scrupolo più rigoroso, perché nessun sospetto potesse arrivar fino a loro; use a veder l'uomo rientrare ogni volta nella propria casa come in un tempio da tener chiuso a tutti gli estranei e anche ai parenti che non fossero i più intimi, si turbavano, si offendevano come per una irriverenza al loro pudore, se l'uomo cominciava ad aprir quel tempio, quasi più non importandogli della loro buona reputazione.
No no: ella non aveva mai avuto questi sentimenti: suo padre, laggiù, era stato sempre ospitale specialmente verso gl'impiegati subalterni, forestieri: ella anzi li aveva sdegnati, questi sentimenti, sapendo che molti mormoravano su quell'ospitalità del padre, la quale senza dubbio avrebbe reso difficile un matrimonio di lei con qualcuno del paese.
Le pareva allora che la donna dovesse anzi offendersi di quella gelosa cura degli uomini come d'una mancanza di stima e di fiducia.
Come mai anche ella ora si offendeva del contrario, scopriva in sé quei sentimenti insospettati, simili in tutto a quelli delle donne di laggiù?
La ragione le apparve chiara a un tratto.
Quasi tutte le donne di laggiù erano sposate senz'amore, per calcoli di convenienza, per prendere uno stato; ed entravan soggette e obbedienti nella casa del marito, ch'era il padrone.
La loro obbedienza, la loro devozione non eran mosse da affetto, ma solo dalla stima per l'uomo che lavora e che mantiene; stima che poteva reggersi solo a patto che quest'uomo, con la laboriosità, se non in tutto con la buona condotta, certo a ogni modo col rigore sapesse conservare a sé il rispetto che si deve al padrone.
Ora, un uomo che allentava il rigore fino ad aprire agli altri la propria casa, scadeva subito nella stima anche di quei medesimi ch'erano ammessi, e la donna sentiva una vera e propria offesa al suo pudore perché si vedeva scoperta in quella sua intimità senz'amore, in quel suo stato di soggezione a un uomo che non se lo meritava più per il solo fatto che permetteva una cosa che gli altri non avrebbero mai permessa.
Ebbene, anch'ella aveva sposato senz'amore, mossa dalla necessità di prendere uno stato e persuasa da un sentimento di stima e di gratitudine per colui che la toglieva in moglie senza adombrarsi di un'altra grave colpa, che avrebbe dato ombra ai compaesani, oltre all'ospitalità del padre: la sua letteratura.
Ma ecco, ora egli s'era messo a far bottega di quel segreto su cui era edificata la stima, la gratitudine di lei; s'era messo a vendere e a gridare con tanto baccano la merce, perché tutti entrassero nel vivo segreto di lei e vedessero e toccassero.
Qual rispetto potevano aver gli altri d'un tal uomo? Ne ridevano tutti, ed egli non se ne curava! Quale stima più poteva averne lei e qual gratitudine, se egli ora, invertendo le parti, la costringeva anche al lavoro e voleva viver di esso?
Più di tutto in quel momento la offendeva che gli altri potessero credere che ella amasse ancora un tal uomo o gli fosse per altro devota.
Forse credeva questo anche lui? O la sicurezza sua riposava su la fiducia nell'onestà di lei? Ah, sì; ma onesta per sé medesima; non già per lui! La sicurezza sua non poteva aver su lei altro effetto che quello di irritarla come una sfida, e offenderla e colmarla di sdegno.
No no: così non poteva più seguitare a vivere, ella: lo vedeva.
3.
Due giorni appresso, com'era da aspettarsi dopo quella stretta di mano, tornò al villino Paolo Baldani.
Giustino Boggiolo lo accolse a braccia aperte.
- Disturbare, lei? Ma che dice! Onore, piacere...
- Piano, piano...
- disse sorridendo, ponendosi un dito su le labbra, il Baldani.
- La vostra signora è su? Non vorrei farmi sentire.
Ho bisogno di voi.
- Di me? Eccomi...
Che posso?...
Entriamo qua, in salotto...
o se vuole, andiamo in giardino...
o nel salottino qui accanto.
Silvia è su, nel suo studio.
- Grazie, basterà qui, - disse il Baldani, sedendo nel salotto; poi, protendendosi verso il Boggiolo, aggiunse a bassa voce:
- Debbo essere per forza indiscreto.
- Lei? ma no...
perché? anzi...
- È necessario, amico mio.
Ma quando l'indiscrezione è a fin di bene, un gentiluomo non deve ritrarsene.
Ecco, vi dirò.
Ho pronto uno studio esauriente su la personalità artistica di Silvia Roncella...
- Oh gra...
- Piano, aspettate! Son venuto per rivolgervi alcune domande...
dirò, intime, specialissime, a cui voi solamente siete in grado di rispondere.
Vorrei da voi, caro Boggiolo, certi lumi...
dirò fisiologici.
Giustino dal tono basso, misterioso con cui il Baldani seguitava a parlare era quasi tirato per la punta del naso ad ascoltare a capo chino, con gli occhi intenti e la bocca aperta.
- Fisio?
- logici.
Mi spiego.
La critica, amico mio, ha oggi ben altri bisogni d'indagine, che non sentiva per lo innanzi.
Per l'intelligenza compiuta d'una personalità è necessaria la conoscenza profonda e precisa anche de' più oscuri bisogni, dei bisogni più segreti e più riposti dell'organismo.
Sono indagini molto delicate.
Un uomo, capirete, vi si sottopone senza tanti scrupoli; ma una donna...
eh, una donna...
dico, una donna come la vostra signora, intendiamoci! ne conosco tante che si sottoporrebbero a queste indagini senz'alcuno scrupolo, anche più apertamente degli uomini; per esempio...
là, non facciamo nomi! Ora, avventare un giudizio, come tanti fanno, fondato solamente su i tratti fisionomici apparenti, è da ciarlatani.
La forma d'un naso, Dio mio, può benissimo non corrispondere alla vera natura di colui che lo porta in faccia.
Il nasino così grazioso della vostra signora, ad esempio, ha tutti i caratteri della sensualità...
- Ah, sì? - domandò Giustino, meravigliato.
- Sì, sì, certo, - raffermò con gran serietà il Baldani.
- Eppure, forse...
Ecco, per compire il mio studio, io avrei bisogno da voi, caro Boggiolo, alcune notizie...
ripeto, intime, imprescindibili per la intelligenza compiuta della personalità della Roncella.
Se permettete, vi rivolgo una o due domande, non più.
Ecco, vorrei sapere se la vostra signora...
E il Baldani, accostandoglisi ancor più, ancor più piano, con garbo e sempre serio, fece la prima domanda.
Giustino, curvo con gli occhi più che mai intenti, diventò rosso rosso, ascoltando; alla fine, ponendosi le due mani sul petto e raddrizzandosi:
- Ah, nossignore! nossignore! - negò con vivacità.
- Questo glielo posso giurare!
- Proprio? - disse il Baldani, scrutandolo negli occhi.
- Glielo posso giurare! - ripeté con solennità Giustino.
- E allora, - riprese il Baldani, - abbiate la compiacenza di dirmi, se...
E pian piano, come prima, con garbo, sempre serio, fece la seconda domanda.
Questa volta Giustino, ascoltando, aggrottò un po' le ciglia, poi espresse una gran meraviglia, domandò:
- E perché?
- Come siete ingenuo! - sorrise il Baldani; e gli spiegò quel perché.
Giustino allora, diventando di nuovo rosso rosso come un papavero, dapprima appuntì le labbra come se volesse soffiare, poi le schiuse a un risolino vano e rispose, esitante:
- Questo...
ecco...
sì, qualche volta...
ma creda che...
- Per carità! - lo interruppe il Baldani.
- Non c'è bisogno che me lo diciate.
Chi può mai pensare che Silvia Roncella...
ma per carità! Basta, basta così.
Erano questi i due punti che più mi premeva di chiarire.
Grazie di cuore, caro Boggiolo, grazie!
Giustino, un po' sconcertato ma pur sorridente, si grattò un orecchio e domandò:
- Ma scusi, che forse nell'articolo?...
Paolo Baldani lo interruppe, negando col dito; poi disse:
- Prima di tutto non è un articolo; è uno studio, v'ho detto.
Vedrete! Le indagini restano segrete; servono a me, per farmi lume nella critica.
Poi, poi vedrete.
Se voleste ora aver la bontà d'annunziarmi alla vostra signora...
- Subito! - disse Giustino.
- Abbia la pazienza d'attendere un momentino...
E corse su allo studio di Silvia, ad annunziarglielo.
Era sicurissimo d'averla convinta col suo ultimo discorso, e non s'aspettava perciò che ella si rifiutasse fieramente di vedere il Baldani.
- Ma perché? - le domandò, restando.
Silvia ebbe la tentazione di gettargli in faccia la risposta vera, per scomporlo da quell'atteggiamento di attonita, dolente meraviglia; ma temette che egli le rifacesse quel gesto di filosofica noncuranza, come allorché gli aveva rinfacciato le risa e le beffe della gente.
- Perché non voglio! - gli disse.
- Perché mi secca! Vedi che sto qui a rompermi la testa!
- Eh via, cinque minuti...
- insistette Giustino.
- Ha pronto uno studio su tutta l'opera tua, sai! Oggi, una critica del Baldani, bada...
è il critico di moda...
critica, aspetta! come la chiamano? non so...
una critica nuova, che se ne parla tanto, adesso, cara mia! Cinque minuti...
Ti studia, e basta.
Lo faccio passare?
- Bella cosa, bella cosa, - diceva, poco dopo, Paolo Baldani lì nello studio, battendo lievemente la mano feminea sul bracciolo della poltrona e rimirando con occhi un po' strizzati Giustino Boggiolo.
- Bella cosa, signora, vedere un uomo così sollecito della vostra fama e del vostro lavoro, così interamente devoto a voi.
M'immagino come ne dovete esser lieta!
- Ma sa?...
perché...
se io...
- tentò subito d'interloquire Giustino, temendo che Silvia non gli volesse rispondere.
Il Baldani lo fermò con la mano.
Non aveva finito.
- Permettete? - disse; e seguitò: - Lo noto, perché tanta sollecitudine e tanta devozione debbono aver pure il loro peso nella valutazione dell'opera vostra, in quanto che, mercè di esse, voi certamente potete, senza veruna estranea cura, abbandonarvi tutta alla divina gioja di creare.
Pareva che parlasse così, ora, per ischerzo; che di quel suo parlar dipinto egli per il primo avvenisse l'affettazione e la accompagnasse con un lievissimo, appena percettibile risolino ironico, non già per attenuarla però, ma anzi per armarla del fascino d'una inquietante ambiguità.
«Quello che ho dentro, lo so io solo», pareva dicesse.
«Per voi, per tutti, ho questo lusso di parole, ecco, e me ne vesto con signorile sprezzatura; ma posso anche, all'occorrenza, buttarlo via e spogliarmene, per mostrarmi a un tratto bello e forte nella mia nuda animalità.»
Questa animalità Silvia gli scorgeva chiaramente nel fondo degli occhi; ne aveva avuto una prova nella sfrontata dichiarazione dell'altra sera; era certa che ne avrebbe avuto un nuovo e più sfrontato assalto, se per poco il marito si fosse allontanato dallo scrittoio.
Intanto - oh schifo! - egli lodava e ammirava innanzi a lei Giustino, per farselo amico e, dopo averlo guardato, ecco, rivolgeva gli occhi a lei con incredibile impudenza.
Il Baldani, difatti, col suo sguardo le diceva: «Tu non ti sogni neppure di sospettare quel che so di te...».
- Gioja di creare? - proruppe Silvia.
- Non l'ho mai provata.
E sono proprio dolente di non poter più attendere ora, come prima, a quelle che lei chiama cure estranee.
Erano le sole tra cui mi ritrovassi; che mi déssero qualche sicurezza.
Tutta la mia sapienza era in esse! Perché io non so nulla, proprio.
Non capisco nulla, io.
Se lei mi parla d'arte, io non capisco nulla di nulla.
Giustino si agitò, tutto scombussolato, su la seggiola.
Il Baldani lo notò, si voltò a guardarlo, sorrise e disse:
- Ma questa è una confessione preziosa...
preziosa.
- Vuoi sapere, se le serve, che cosa stavo a fare io, - seguitò Silvia, - messa qua di proposito a scrivere? Ho contato sul mio braccio le righette bianche e nere di questo mio abito di mezzo lutto: centosettantatré nere e centosettantadue bianche, dal polso all'attaccatura della spalla.
E così soltanto so che ho un braccio e questa veste.
Altrimenti, non so nulla; nulla, nulla, proprio nulla.
- E questo spiega tutto! - esclamò allora il Baldani, come se proprio lì la aspettasse.
- Tutta la vostra arte è qui, signora mia.
- Nelle righette bianche e nere? - domandò Silvia, fingendo quasi sgomento.
- No, - sorrise il Baldani.
- Nella vostra meravigliosa incoscienza, la quale spiega la non meno meravigliosa natività spontanea dell'opera vostra.
Voi siete una vera forza della natura; dirò meglio, siete la natura stessa che si serve dello strumento della vostra fantasia per creare opere sopra le comuni.
La vostra logica, intanto, è quella della vita, e voi non potete averne coscienza, perché logica ingenita, logica mobile e complessa.
Vedete, signora mia: gli elementi che costituiscono il vostro spirito sono straordinariamente numerosi, e voi li ignorate; essi si aggregano, si disgregano con una facilità, con una rapidità prodigiosa.
e questo non dipende dalla vostra volontà; essi non si lasciano fissar da voi in alcuna forma stabile; si mantengono, dirò così, in uno stato di perpetua fusione, senza mai rapprendersi; duttili, plastici, fluidi; e voi potete assumere tutte le forme senza che lo sappiate, senza che lo vogliate per riflessione.
- Ecco! ecco! ecco! - cominciò a dire Giustino, scattando, tutto esultante e gongolante.
- Questo è! questo è! Glielo dica, glielo ripeta, glielo faccia entrar bene in mente, caro Baldani! Lei sta facendo in questo momento opera di vero amico.
È un po' confusetta, veda...
un po' incerta, dopo questo trionfo.
- Ma no! - gridò Silvia su le brage, cercando d'interromperlo.
- Sì, sì, sì! incalzò invece Giustino, levandosi in piedi e facendosi in mezzo, quasi per impedire che gli sfuggisse quell'occasione propizia, ora che la teneva acciuffata.
- Santo Dio, te l'ha spiegato così bene, qua, il Baldani! È proprio così com'ha detto lei, Baldani! Non trova, non trova l'argomento del nuovo dramma, e...
- Non trova? Ma se già ce l'ha! - esclamò il Baldani sorridendo.
- Posso permettermi un suggerimento per l'affetto che vi porto? Il dramma ce l'avete già! Credono gli sciocchi (e lo van dicendo) che sia più agevole creare fuori delle esperienze quotidiane, ponendo cose e persone in luoghi imaginarii, in tempi indeterminati, quasi che l'arte abbia da impacciarsi della così detta realtà comune, e non crei essa una realtà sua propria e superiore.
Ma io so le vostre forze e so che voi potete confondere questi beoti e ridurli al silenzio e costringerli all'ammirazione, affrontando e dominando una materia affatto diversa da quella de La nuova colonia.
Un dramma d'anime, e nel mezzo nostro, cittadino.
Voi avete nel vostro volume delle Procellarie una novella, la terza, se ben ricordo, intitolata Se non così...
Ecco il dramma nuovo! Pensateci.
Io mi stimerò felice di avervelo additato; se potrò dire un giorno: Questo dramma ella lo ha scritto per me; ho insinuato io nella matrice della sua fantasia, per la fecondazione, questo nuovo germe vitale!
Si alzò; disse a Giustino quasi con solennità:
- Lasciamola sola.
Le si fece innanzi; le prese la mano, inchinandosi; vi depose un bacio; uscì.
Silvia, appena sola, fu assalita da quella fiera stizza che si prova allorché, dibattuti in una tempesta da cui non scorgevamo più né quasi più speravamo salvezza, d'un tratto e con tranquillo gesto ci vediamo offrire da chi meno avremmo voluto ecco qua, una tavola, una fune.
Vorremmo piuttosto affogare, che servircene, per non riconoscere di dover la nostra salvezza a uno che con tanta facilità ce l'ha offerta.
Questa facilità, che vuol quasi dimostrarci sciocca e vana la disperazione nostra di poc'anzi, ci sembra un insulto; e vorremmo subito dimostrare invece a nostra volta sciocco e vano l'ajuto così facilmente offerto; ma avvertiamo intanto che, contro la nostra volontà, già ci siamo aggrappati ad esso.
Silvia smaniava di rimettersi al lavoro, a un lavoro che la prendesse tutta e le impedisse di vedere, di pensare a se stessa e di sentirsi.
Ma cercava e non trovava; e si struggeva nella smania, sempre più convincendosi che veramente ormai ella non poteva più far nulla.
Ora, non volle andare a prendere dallo scaffale il libro delle Procellarie; ma già vi era dentro con lo spirito, già si sforzava di vedere il dramma in quella terza novella indicata dal Baldani.
C'era? Sì, c'era veramente.
Il dramma d'una moglie sterile.
Ersilia Groa, ricca provinciale, non bella, di cuore ardente e profondo, ma rigida e dura d'aspetto e di maniere, ha sposato da sei anni Leonardo Arciani, letterato senza più voglia - dopo le nozze - né di scrivere né d'attendere a' libri, pur avendo destato con un suo romanzo grandi speranze e viva attesa nel pubblico.
Quegli anni di matrimonio son passati in apparenza tranquilli.
Ersilia non sa offrire da sé quel tesoro d'affetti che chiude in cuore; forse teme che esso non abbia alcun valore per il marito.
Poco egli le chiede e poco ella gli dà; gli darebbe tutto se egli volesse.
Sotto quella apparente tranquillità, dunque, il vuoto.
Solo un figlio potrebbe riempirlo; ma ormai, dopo sei anni, ella dispera d'averne.
Arriva un giorno al marito una lettera.
Leonardo non ha segreti per lei: leggono quella lettera insieme.
È di una cugina di lui, Elena Orgera, che un tempo gli fu fidanzata: le è morto il marito; è rimasta povera e senza assegnamenti, con un figliuolo che vorrebbe fosse ammesso in un collegio di orfani; gli chiede un soccorso.
Leonardo se ne sdegna; ma Ersilia stessa lo persuade a mandare quel soccorso.
Ivi a poco, improvvisamente, egli ritorna al lavoro.
Ersilia non ha mai veduto lavorare il marito; ignara affatto di lettere, non sa spiegarsi quel nuovo improvviso fervore; vede ch'egli deperisce di giorno in giorno; teme che si ammali; vorrebbe almeno che non si affannasse tanto.
Ma egli le dice che l'estro gli si è ridestato, che ella non può comprendere che sia.
E così, per circa un anno, riesce a ingannarla.
Quando Ersilia alla fine scopre il tradimento, il marito ha già una bambina da Elena Orgera.
Duplice tradimento: ed Ersilia non sa se più le sanguini il cuore per il marito che colei le ha tolto o per la figlia che ha potuto dargli.
Veramente la coscienza ha curiosi pudori: Leonardo Arciani strappa il cuore alla moglie, le ruba l'amore, la pace: si fa scrupolo del denaro.
Eh! col denaro della moglie, no, da galantuomo non vuol mantenere un nido fuori della casa.
Ma gli scarsi e incerti proventi del suo lavoro affannato non possono bastare a sopperire ai bisogni, che presto cominciano a riempir di spine quel nido.
Ersilia, appena scoperto il tradimento, s'è chiusa in sé ermeticamente, senza lasciar trapelare al marito né lo sdegno né il cordoglio: ha solo preteso che egli seguitasse a vivere in casa, per non dare scandalo; ma separato affatto da lei.
E non gli rivolge più né uno sguardo né una parola.
Leonardo, oppresso da un peso che non può sopportare, resta profondamente ammirato del dignitoso, austero contegno della moglie, la quale forse comprende che, oltre e sopra ogni suo diritto, c'è per lui ormai un dovere più imperioso: quello verso la figlia.
Sì, difatti, Ersilia comprende questo dovere: lo comprende perché sa quel che le manca; lo comprende tanto che, se egli ora, stremato e avvilito com'è, ritornasse a lei, abbandonando con l'amante la figlia, ella ne avrebbe orrore.
Di questo tacito sublime compatimento di lei egli ha una prova nel silenzio, nella pace, in tante cure pudicamente dissimulate che ritrova in casa.
E l'ammirazione diviene a mano a mano gratitudine; la gratitudine, amore.
Lì, in quel nido di spine, egli non va più, ora, che per la figlia.
Ed Ersilia lo sa.
Che aspetta? Lo ignora ella stessa; e intanto si nutre in segreto dell'amore che già sente nato in lui.
Sopravviene, a rompere questo stato di cose, il padre di lei, Guglielmo Groa, grosso mercante di campagna, ruvido, inculto, ma pieno d'arguto buon senso.
Ecco, il dramma poteva aver principio qui, con l'arrivo del padre.
Ersilia, che da tre anni non rivolge la parola al marito, si reca a trovarlo nella sede d'un giornale quotidiano, dov'egli è sopportato come redattore artistico, per prevenirlo che il padre, a cui ella ha tutto nascosto, è già in sospetto e verrà quella mattina stessa a provocare una spiegazione.
Vuole ch'egli sappia fingere per risparmiare almeno al padre quel cordoglio.
È una scusa; teme in realtà che il padre, per venire a una soluzione impossibile, infranga irrimediabilmente quel tacito accordo di sentimenti ch'ella ha penato tanto a stabilire tra lei e il marito, e che le è cagione d'ineffabile spasimo segreto e insieme d'ineffabile segreta dolcezza.
Ersilia non trova il marito nella redazione del giornale e gli lascia un biglietto, promettendo che ritornerà presto per ajutarlo a fingere, quando il padre, che si è recato ad assistere a una seduta mattutina della Camera, verrà lì per parlargli.
Leonardo trova il biglietto della moglie e sa dall'usciere che è venuta poc'anzi a cercar di lui anche un'altra signora.
È la Orgera, da cui egli non è più andato da una settimana, sentendosi spiato dagli occhi sospettosi del suocero.
Ella ritorna difatti poco dopo, in quel momento così poco opportuno, e invano Leonardo le spiega perché non è venuto e in prova le dà a leggere quel biglietto della moglie.
Ella deride l'abnegazione di Ersilia, che vuol risparmiare noie e amarezze al marito, mentre lei...
eh, lei rappresenta il bisogno, la crudezza d'una realtà non più sostenibile: i fornitori che vogliono esser pagati, il padrone di casa che minaccia lo sfratto.
Meglio finirla! Già tutto è finito tra loro.
Egli ama la moglie, quella sublime silenziosa: ebbene, ritorni a lei, e basta così! Leonardo le risponde che se potesse la soluzione esser così semplice, già da un pezzo egli ci sarebbe venuto; ma pur troppo non può esser quella la soluzione, legati come sono l'uno all'altra; e dunque, via, se ne vada per ora; le promette che verrà a trovarla appena potrà.
In mal punto per Leonardo, così amareggiato, sopravviene il suocero prima del tempo, seccato delle chiacchiere parlamentari.
Guglielmo Groa non sa d'aver di fronte nel genero un altro padre che al par di lui deve difendere la propria figlia; crede a un traviamento del genero, riparabile con un po' di tatto e di denaro, e gli profferisce aiuto e lo invita a confidarsi a lui.
Leonardo è stanco di mentire; confessa la sua colpa, ma dice che ne ha già avuto la punizione più grave che potesse aspettarsene, e rifiuta come inutile l'aiuto del suocero e anche di ragionare con lui.
Il Groa crede che la punizione di cui parla Leonardo sia quel lavoro a cui s'è condannato, e lo rimbrotta aspramente.
Quando Ersilia, troppo tardi, sopraggiunge, il padre e il marito stan quasi per venire alle mani.
Vedendo Ersilia, Leonardo, sovreccitato, fremente, s'affretta a raccogliere le carte dalla scrivania e scappa; il Groa allora fa per lanciarglisi addosso, ruggendo: «Ah, non vuoi ragionare?», ma Ersilia lo arresta col grido: «Ha la figlia, babbo, ha la figlia! Come vuoi che ragioni?».
Con questo grido poteva esser chiuso il primo atto.
A principio del secondo, una scena tra il padre e la figlia.
Tutt'e due hanno atteso invano, la notte, che Leonardo rincasasse.
Ora Ersilia svela al padre tutto il suo martirio, e come fu ingannata, e come e perché s'era acconciata in silenzio a quella pena.
Ella quasi difende il marito, perché - messo tra lei e la figlia - è corso da questa.
Dove sono i figli è la casa! Il padre se ne indigna; si ribella; vuole subito ripartirsene; e, come Leonardo sopravviene per poco, a prendersi i libri e le carte, gli va innanzi e gli dice che rimanga pur lì; andrà via lui, or ora.
Leonardo resta perplesso, non sapendo come interpretare quell'improvviso invito del suocero a rimanere.
Ma ecco Ersilia.
Ella entra per dirgli che non parte da lei quell'invito e che anzi egli, se vuole, può andare.
E allora Leonardo piange e dice alla moglie il suo tormento e il pentimento e l'ammirazione per lei e la gratitudine.
Ersilia gli domanda perché soffre, se ha con sé la figlia; e Leonardo le risponde che quella donna gliela vorrebbe togliere, perché egli non basta a mantenerla e perché non vuol più vederlo in quelle smanie.
«Ah, sì? », grida Ersilia.
«Questo vorrebbe? E allora...» il suo piano è fatto.
Ella comprende che non può riavere il marito se non così, cioè a patto d'avere insieme la figlia.
Non gliene dice nulla; e, poiché egli chiede il perdono, glielo accorda, ma nello stesso tempo si svincola dalle braccia di lui e lo costringe ad andar via: «No, no» gli dice.
«Ora tu non puoi più rimanere qui! Due case, no; qua io e là la tua figlia, no! Va' va': so quello che tu desideri: va'!» E lo manda via a forza, e subito com'egli esce, scoppia in un pianto di gioia.
Il terzo atto doveva svolgersi nel nido di spine, in casa di Elena Orgera.
Leonardo è venuto a trovar la bambina, ma si è dimenticato di portarle un regaluccio che le aveva promesso.
La bambina, Dinuccia, ha pianto molto aspettandolo; ora si è addormentata di là.
Leonardo dice che tornerà presto col giocattolo e va via.
La bimba, che ha ormai cinque anni, si sveglia; viene in iscena, domanda del babbo e vuole che la mamma le parli del regalo ch'egli le porterà: una campagna con tanti alberetti e le pecorelle e il cane e il pastore.
Si sente sonare alla porta.
«Eccolo!», dice la madre.
E la bimba vuole andar lei ad aprire.
Si ripresenta poco dopo su la soglia, tutta confusa, con una signora velata.
È Ersilia Arciani, che ha veduto andar via dalla casa il marito e non sospetta ch'egli debba tra poco ritornare.
Sospetta Elena, invece, una congiura tra la moglie e il marito per portarle via la figlia; e grida, minaccia di chiamar aiuto, inveisce, smania.
Invano Ersilia tenta di calmarla, di dimostrarle che il suo sospetto è infondato, ch'ella non vuole né può farle alcuna violenza; che è venuta a parlare al suo cuore di madre, per il bene della sua bambina, la quale sarebbe adottata, uscirebbe dall'ombra della colpa, sarebbe ricca e felice; invano poi le grida ch'ella non ha il diritto di pretendere ch'egli abbandoni la figlia, se lei non vuol cederla.
L'uscio di casa è rimasto aperto per la confusione della bambina nel vedersi innanzi quella signora invece del babbo; e Leonardo, entrando in quel punto, si trova in mezzo alla contesa delle due donne, stupito di veder lì la moglie.
La bambina ode la voce del padre e picchia all'uscio della camera ove Elena è corsa a rinchiuderla appena Ersilia Arciani s'è svelata.
Ora ella apre di furia quell'uscio, si toglie in braccio la piccina e grida ai due d'andar via, subito, via! A questo scatto, Leonardo, percosso, si rivolge alla moglie e la spinge ad abbandonare quell'impresa disumana e a ritrarsi.
Ersilia se ne va.
E allora nell'animo di Elena, che ha veduto in sua presenza scacciata la moglie, segue all'orgasmo la confusione, lo smarrimento, e vorrebbe che Leonardo subito corresse a raggiunger la moglie e andasse via per sempre con lei.
Ma Leonardo, al colmo dell'esasperazione, le grida: «No!» e si prende tra le gambe la piccina e le dà il regaluccio e comincia a disporre, nella scatola, la cascina, gli alberetti, le pecorelle, il pastore, il cane, tra le risa, i gridi di gioia, le liete domande infantili di Dinuccia.
Elena, ascoltando quelle domande della bimba e le risposte del padre angosciato, ripensa a tutto ciò che le ha detto colei che se n'è andata, su l'avvenire della sua piccina, e tra le lagrime comincia a rivolgere a Leonardo, tutto intento alla gioja della figliuola, qualche domanda: «Diceva, l'adozione...
ma è possibile?» e Leonardo non le risponde e seguita a parlare delle pecorelle e del cane con la bambina.
Ivi a poco, un'altra domanda di Elena, o una considerazione amara su lei o su Dinuccia, se mai ella...
Leonardo non ne può più; balza in piedi; prende in braccio la figlia e le grida; «Me la dai?».
«No! no! no!», risponde a precipizio Elena, strappandogliela e cadendo in ginocchio innanzi alla piccina abbracciata: «Non è possibile, no! ora non posso, ora non possol Vattene! vattene! Poi...
chi sa! se ne avrò la forza, per lei! Ma ora vattene! vattene! vattene!».
Ecco, sì, poteva esser questo il dramma.
Ella lo vedeva chiaro innanzi a sé, tutto, fin nei particolari dell'architettura scenica.
Ma che lo dovesse al suggerimento del Baldani, la irritava.
E non si sentiva attratta da esso minimamente.
Non aveva mai lavorato così, volendo e costruendo la sua opera.
L'opera, appena intuita, s'era sempre voluta invece lei stessa prepotentemente, senza che ella provocasse nel suo spirito alcun movimento atto a effettuarla.
Ogni opera in lei s'era sempre mossa da sé, perché da sé soltanto s'era voluta; ed ella non aveva mai fatto altro che obbedire docile e con amor seguace a questa volontà di vita, a ogni suo spontaneo movimento interiore.
Or che la voleva lei e doveva darle lei il movimento, non sapeva più come cominciare, da che parte rifarsi.
Si sentiva arida e vuota, e in quell'aridità e in quel vuoto smaniava.
La vista di Giustino, il quale non osava chiederle notizia del lavoro, a cui fingeva di saperla ritornata, e faceva di tutto perché ella credesse che di questo egli fosse certo, appartandola, imponendo a Èmere silenzio, allontanando da lei ogni cura della casa, le suscitava ogni volta tale stizza, che sarebbe trascesa in escandescenze, se la nausea di altre più volgari da parte di lui non l'avesse trattenuta.
Avrebbe voluto gridargli:
«Smettila! Rispàrmiati codeste finzioni! Io non fo nulla, e tu lo sai! Non posso e non so più far nulla, così, già te l'ho detto! Èmere può anche fischiare, in maniche di camicia, lavorando, e rovesciar seggiole e romperti tutti codesti famosi mobili del Ducrot: io ne godrei tanto, caro mio! Mi metterei io a romper tutto, tutto, tutto qua dentro, e anche le mura se potessi!».
Quel che aveva avvertito tanti e tanti anni fa, a Taranto, per una causa molto minore, allorché il padre aveva voluto mandare a stampa le prime sue novelle, che cioè il pensiero della lode, con cui queste erano state accolte, s'era interposto tra lei e le nuove cose che avrebbe voluto descrivere e rappresentare, turbandola così che per circa un anno non aveva potuto più toccar la penna, avvertiva adesso, la stessa confusione, la stessa ambascia, la stessa costernazione, ma centuplicate.
Anziché infiammarla, il recente trionfo la assiderava; anziché sollevarla, la schiacciava, la annientava.
E se cercava di riscaldarsi, sentiva subito che il calore che si dava era artificiale; e se cercava di rilevarsi da quell'avvilimento, da quella prostrazione, sentiva nello sforzo irrigidirsi, vanamente impettita.
Quasi inevitabilmente quel trionfo la induceva a strafare.
E ora, per non strafare, ecco l'eccesso opposto: l'arido stento, la rigida nudità scheletrica.
Così, come uno scheletro, nell'arido stento di quel lavoro forzato, le veniva fuori penosamente il nuovo dramma, rigido, nudo.
- Ma no, perché? Ma se va benissimo! - le disse il Baldani, quand'ella, per far tacere il marito, gli lesse il primo atto e parte del secondo.
- E del carattere di questa vostra stupenda creatura, di Ersilia Arciani, tanta sostenutezza austera, questa che a voi sembra rigidità.
Va benissimo, vi assicuro.
L'anima e i modi di Ersilia Arciani, debbono governare così tutta l'opera, per necessità.
Seguitate, seguitate.
4.
D'altra guida, d'altro consiglio, in difetto dell'estro, Silvia sentiva bisogno in quel momento.
Era stata notata da tutti l'assenza di Maurizio Gueli, la sera dell'inaugurazione.
Molti, e certo non senza malignità, avevano domandato quella sera a Giustino:
- E il Gueli? non viene?
E Giustino di rimando:
- Ma è a Roma? Mi hanno detto che è in villa, a Monteporzio.
Anche da Silvia, specialmente alcune signore, così senza parere, avevano voluto notizie del Gueli.
Silvia sapeva che, o per gelosia o per invidia o, a ogni modo, per ferirla, donne e letterati si sarebbero messi o prima o poi a malignar su lei.
Il marito stesso, del resto, era il primo a dare, senza bisogno, pretesto e materia alla malignità.
E con un siffatto marito ella stessa ormai riconosceva che sarebbe stato quasi impossibile rimanere insospettata.
Il suo stesso amor proprio, irresistibilmente, l'avrebbe tratta per tanti segni a far nascere sospetti, perché ella non poteva sottostare più, innanzi agli occhi di tutti, al ridicolo di cui egli la copriva, fingendo di non accorgersene ancora.
Doveva per forza, in qualche modo, dimostrare di provarne o dolore e dispetto, e forse avrebbe fatto peggio, perché si sarebbe troppo avvilita e tutti allora ne avrebbero approfittato per addolorarla e indispettirla ancor più; o lo stesso piacere degli altri, e allora, se da un canto si sarebbe in parte salvata dall'avvilimento, non poteva più lei stessa dall'altro pretendere che si francasse dai più tristi giudizii della gente.
Può, impune, una donna deridere apertamente il proprio marito? Né ella, del resto, con intenzione o per finzione avrebbe saputo farlo.
Ma temeva lo facesse, contro la sua volontà, per irresistibile reazione, il suo stesso amor proprio.
Ed ecco inevitabili i sospetti e le malignità.
No no, davvero, ella non poteva più in alcun modo durare, schietta e onesta, in quelle condizioni.
Fu lieta dell'assenza del Gueli, la sera dell'inaugurazione.
Lieta, non tanto perché veniva meno una ragione di malignare più forte delle altre, essendo già nota a tutti la simpatia del Gueli per lei, quanto perché, dopo quella lettera ch'egli le aveva inviato a Cargiore, non lo avrebbe ella stessa veduto volentieri.
Non ne sapeva ancor bene il perché.
Ma il pensiero che la simpatia del Gueli, ben nota a lei anche per via segreta e per una ragione di cui in principio s'era sdegnata, désse pretesto a malignità, la feriva molto più che ogn'altro sospetto che potesse sorgere o per il Betti o per il Luna o per il Baldani, per chiunque altro.
Ella non avrebbe mai, con nessuno, ingannato il marito.
Per quanto si fosse franta al tumulto di tanti nuovi pensieri e sentimenti la compagine della sua prima coscienza, per quanto l'ira, il dispetto che la condotta del marito le suscitava, potessero incitarla a vendicarsi, questo credeva ancora di poter sicuramente affermare a sé stessa: che nessuna passione, nessun impeto di ribellione la avrebbero mai travolta fino al punto di venir meno al suo debito di lealtà.
Se domani non avesse più saputo resistere a convivere in quelle condizioni col marito; se, non pure indifesa, ma quasi indotta e spinta, col cuore ormai non solamente vuoto d'affetto per lui, ma anche repugnante ed affogato di nausea e di tristezza, si fosse sentita avviluppare e trascinare da qualche disperata passione, ella no, non avrebbe ingannato a tradimento, mai.
Lo avrebbe detto al marito, e a qualunque costo avrebbe salvato la sua lealtà.
Purtroppo nulla più in quella casa aveva potere di trattenerla con la voce degli antichi ricordi.
Quella era per lei una casa quasi estranea, da cui le poteva esser facile andar via; le destava attorno di continuo l'immagine d'una vita falsa, artificiale, vacua, insulsa, alla quale, non persuasa più da alcun affetto, non riusciva ad accostumarsi, e che anzi l'obbligo ormai imprescindibile del suo lavoro le rendeva odiosa.
E neppure da quel lavoro forzato le era concesso di trar la soddisfazione ch'esso, se non a lei, serviva almeno a far piacere a un altro che gliene restasse grato.
Grata doveva restar lei, per giunta, al marito che la trattava come il villano tratta il bue che tira l'aratro, come il cocchiere tratta la cavalla che tira la vettura, che l'uno e l'altro si prendono il merito della buona aratura e della bella corsa e vogliono esser poi ringraziati del fieno e de la stalla.
Ora, della simpatia più o meno sincera che le dimostravano i Baldani, i Luna, adesso anche il Betti, tutti quei giovani letterati e giornalisti chiomati e vestiti di soperchio, ella poteva non fare alcun caso né apprensionirsi affatto; paura aveva invece di quella del Gueli, che come lei sapeva avviluppato da una miseria tragica e ridicola a un tempo, che gli toglieva il respiro (così le aveva scritto); paura aveva del Gueli perché più d'ogni altro poteva leggerle in cuore; perché della presenza e del consiglio di lui ella in quel momento infastidita, urtata dalla frigida e spavalda saccenteria del Baldani, sentiva così acuto e urgente bisogno.
Chiusa lì nello studio, si sorprendeva con gli occhi attoniti e lo spirito sospeso, tutta intenta a seguir pensieri, da cui si riscoteva con orrore.
Erano quei pensieri come una scala agevole, per cui ella - ecco - poteva scendere anche alla sua perdizione; erano una sequela di scuse per tranquillare la coscienza antica, per mascherar l'aspetto odioso di un'azione che quella coscienza antica le rappresentava ancora come una colpa, e attenuar la condanna della gente.
La serietà austera, l'età del Gueli non farebbero sospettare ch'ella per basso pervertimento cercasse in lui l'amante, anziché una guida degna e quasi paterna, un nobile compagno ideale.
E parimenti forse il Gueli in lei soltanto e per lei troverebbe la forza di rompere il tristo legame con quella donna che da tanti anni lo opprimeva.
E il figlio?
Per un momento, questo nome, gittandosi attraverso quel torbido immaginare, lo disperdeva.
Ma subito l'idea del figlio le richiamava con angoscia alla memoria un ordine di vita, una castità di cure, un'intimità santa, che altri e non lei aveva voluto violentemente spezzare.
Se ella avesse potuto aggrapparsi al figlio che le era stato strappato e non pensare né attender più a nulla, avrebbe trovato certamente nel suo bambino la forza di chiudersi tutta nell'ufficio della maternità e di non esser più altro che madre, la forza di resistere a ogni tentazione d'arte per non dar più pretesto al marito d'offenderla e di ridurla alla disperazione con quel furor di guadagni e quello spettacolo di bravure.
A un solo patto avrebbe potuto seguitare a convivere col marito, cioè a patto di rinunziare all'arte.
Ma poteva più ora? Non poteva più.
Egli ormai non aveva altro impiego che quello d'agente del suo lavoro, ed ella doveva lavorare per forza, e non poteva più, così: né esser madre né lavorare poteva più.
Doveva per forza? E allora, via, via di là! via da lui! Gli avrebbe lasciato la casa e tutto.
Così non poteva più reggere.
Ma che sarebbe avvenuto di lei?
A questa domanda, tutto lo spirito le si scombujava e le si arretrava con orrore.
Ma qual gioja poteva darle il riconoscere di non aver fatto altro che immaginare? Poco dopo, ricadeva in quelle torbide immaginazioni, e, purtroppo, con minor rimorso per la stolida petulanza del marito che seguitava a importunarla quanto più la vedeva disviata dal lavoro e smaniosa.
Per questo, quando alla fine Maurizio Gueli, inatteso, all'improvviso, si presentò nel villino con uno strano aspetto risoluto, con insoliti modi, e la guardò negli occhi e con evidente sdegno accolse tutti gl'inchini e le cerimonie e le feste di Giustino, ella si vide a un tratto perduta.
Per fortuna, sentendo il marito sfogarsi col Gueli senza nulla comprendere, a un certo punto ebbe così viva e forte l'impressione d'esser cacciata quasi a urtoni e a percosse e tirata per i capelli a commettere una follia, ebbe tanta vergogna del suo stato e tale onta ne provò, che poté avere contro il Gueli uno scatto di fierezza, allorché questi, prendendo ardire dall'aspetto scombujato di lei, si rivoltò aspramente contro il marito e per poco non lo trattò in sua presenza da volgare sfruttatore.
Allo scatto impreveduto, il Gueli restò come percosso in capo.
- Comprendo...
comprendo...
comprendo...
- disse, chiudendo gli occhi, con un tono e un'aria di così intensa profonda disperata amarezza, che apparve subito chiaro agli occhi di Silvia che cosa egli avesse compreso senza né sdegno né offesa.
E se ne andò.
Giustino, stordito e stizzito da un canto, mortificato dall'altro per il modo com'il Gueli era andato via, non volendo dire né in sua difesa né contro quello, pensò bene di togliersi di perplessità rimproverando alla moglie la violenza con cui...
- ma poté appena accennare il rimprovero: Silvia gli si fece innanzi, a petto, tutta vibrante e stravolta, gridando:
- Va' via! taci! O mi butto dalla finestra!
Comando e minaccia furon così fieri e perentorii, l'aspetto e la voce così alterati, che Giustino s'insaccò ne le spalle e uscì cucciolo cucciolo dallo studio.
Gli parve che la moglie volesse impazzire.
O che le era accaduto? Non la riconosceva più! - Mi butto dalla finestra...
taci!...
va' via! - Non si era mai permessa di parlargli così...
Eh, le donne! A far troppo per loro...
Ecco qua, che ansa aveva preso! - Va' via! taci!...
- Come se non fosse a quel posto per lui! Se non era pazzia, qualcos'altro era, peggio, peggio dell'ingratitudine...
Col naso stretto e arricciato, Giustino, ferito nel cuore, stentava a dirlo a sé stesso che cosa gli pareva che fosse.
Ma sì, via, ma sì! gli voleva far pesare ingenerosamente, adesso, la necessità del suo lavoro, quando per lei - egli - senza mai lamentarsi, senza darsi requie un momento, s'era dato tanto da fare; e per lei, per potere attendere e dedicarsi tutto a lei, aveva rinunziato finanche all'impiego, senza esitare! Ecco qua: non pensava più di dover tutto a lui, lo vedeva senza impiego e in attesa del suo lavoro e ne profittava per trattarlo come un servo: Va' via! taci!...
Ah, un annetto...
no, che diceva un annetto? - un mesetto, un mesetto solo senza di lui avrebbe voluto vederla, con un dramma da far rappresentare o con un contratto da stabilire con qualche editore! Si sarebbe accorta bene allora, se aveva bisogno di lui...
Ma no, via! non era possibile che non riconoscesse questo...
Altro doveva esserci! Quel mutamento, da che era ritornata da Cargiore; quella scontentezza; quelle smanie; quelle bizze; tutta quell'acerbità per lui...
O che forse sul serio supponeva che egli con la Barmis...?
Giustino stirò il collo avanti e contrasse in giù gli angoli della bocca, a esprimere nello stupore quel dubbio, e apri le braccia e seguitò a pensare.
Il fatto era che, appena ritornata da Cargiore, con la scusa d'aver trovato quelle due maledette camere gemelle volute dalla Barmis, ella, come se avesse sospettato fosse pensiero suo e di questa tenerla separata di letto, quasi quasi non voleva più sapere di lui.
Forse l'orgoglio non le lasciava manifestare apertamente questo sentimento di rancore e di gelosia, e si sfogava a quel modo...
Ma santo Dio, santo Dio, santo Dio, come supporlo capace d'una cosa simile? Se qualche volta, a tavola, aveva mostrato dispiacere dell'allontanamento così brusco della Barmis, questo dispiacere - avrebbe dovuto capirlo - non era se non per la mancanza di tutti quei saggi consigli e utili ammaestramenti che una donna di tanto gusto e di tanta esperienza avrebbe potuto dare a lei.
Perché capiva che così testardamente chiusa in sé, così sola, senz'amicizie ella non poteva stare.
Di lavorare non le andava; la casa non le piaceva; di lui forse sospettava indegnamente: non voleva veder nessuno, né uscire per distrarsi un pochino...
Che vita era quella? L'altro giorno, all'arrivo d'una lettera da Cargiore, in cui la nonna parlava con tanta tenerezza del nipotino, era scoppiata in un pianto, in un pianto...
Per parecchi giorni Giustino, tenendo il broncio alla moglie, ruminò se non fosse il caso di far venire a Roma il bambino con la bàlia.
Era anche per lui una crudeltà tenerlo così lontano; non per il bambino veramente, che in migliori mani non poteva essere affidato.
Pensò che il bimbo certo riempirebbe subito il vuoto ch'ella sentiva in quella casa e anche nell'animo in quel momento.
Ma aveva anche da pensare a tant'altre cose lui, a tant'altre necessità impellenti, a tanti impegni contratti in vista dei nuovi lavori a cui ella avrebbe dovuto attendere.
Ora, se stentava tanto a lavorare così con le mani libere, figurarsi col bambino lì, che la assorbirebbe tutta nelle cure materne...
D'un tratto, una notizia lungamente attesa venne a distrar Giustino da questo e da ogni altro pensiero.
A Parigi la Nuova colonia, già tradotta dal Desroches, sarebbe andata in iscena su i primi dell'entrante mese.
A Parigi! a Parigi! Egli doveva partire.
Ripreso dalla frenesia del lavoro preparatorio, armato di quel telegramma del Desroches che lo chiamava a Parigi, si mise in giro dalla redazione di un giornale all'altra.
E ogni mattina, su la scrivania, nello studio, e a mezzogiorno, a tavola, nella sala da pranzo, e la sera, sul tavolino da notte, in camera, faceva trovare a Silvia tre o quattro giornali alla volta non solamente di Roma, ma anche di Milano e di Torino e di Napoli e di Firenze e di Bologna, ove quelle prossime rappresentazioni parigine erano annunziate come un nuovo e grande avvenimento, una nuova consacrazione trionfale dell'arte italiana.
Silvia fingeva di non accorgersene.
Ma egli non dubitò minimamente, che questo suo nuovo lavoro preparatorio avesse fatto su lei un grandissimo effetto, allorché, una di quelle notti, sentì che la moglie nella camera accanto si levava all'improvviso dal letto e si rivestiva per andare a chiudersi nello studio.
Dapprima, per dir la verità, se ne apprensionì; ma poi, spiando per il buco della serratura e accorgendosi ch'ella era seduta alla scrivania nell'atteggiamento che soleva prendere ogni qual volta si metteva a scrivere ispirata, per miracolo così in camicia com'era, al bujo, e coi piedi scalzi non si diede a trar salti da montone per la contentezza.
Eccola lì! eccola lì! era tornata al lavoro! come prima! al lavoro! al lavoro!
E non dormì neanche lui tutta quella notte, in febbrile attesa; e, come fu giorno corse con le mani avanti incontro a Èmere per impedirgli che facesse il minimo rumore, e subito lo mandò in cucina a ordinare alla cuoca che preparasse il caffè e la colazione per la signora, subito! Appena preparati:
- Ps! Senti...
Bussa, ma pian piano, e domanda se vuole...
piano però, eh? piano, mi raccomando!
Èmere tornò poco dopo, col vassojo in mano, a dire che la signora non voleva nulla.
- E va bene! zitto...
lascia...
La signora lavora...
zitti tutti!
Si costernò un poco quando, anche a mezzogiorno, Èmere, mandato con le stesse raccomandazioni ad annunziare ch'era in tavola, tornò a dire che la signora non voleva nulla.
- Che fa? scrive?
- Scrive, sissignore.
- E come t'ha detto?
- Non voglio nulla, via!
- E scrive sempre?
- Scrive, sissignore.
- Va bene, va bene; lasciamola scrivere...
Zitti tutti!
- Si porta in tavola intanto per il signore? - domandò Èmere sottovoce.
Giustino, levato dalla notte, aveva veramente appetito; ma sedere a tavola lui solo, mentre la moglie di là lavorava digiuna, non gli parve ben fatto.
Si struggeva di sapere a che cosa lavorasse con tanto fervore.
Al dramma? Al dramma, certamente.
Ma voleva finirlo così tutto d'un fiato? aspettar di mangiare, che lo avesse finito? Un'altra pazzia, questa...
Verso le tre del pomeriggio Silvia, disfatta, vacillante, uscì dallo studio e andò a buttarsi sul letto, al bujo.
Subito Giustino corse alla scrivania, a vedere: restò disingannato: vi trovò una novella, una lunga novella.
Su l'ultimo foglio, sotto la firma, era scritto: Per il senatore Borghi.
Senz'alcun piacere si mise a leggerla; ma dopo le prime righe cominciò a interessarsi...
Oh guarda! Cargiore...
don Buti col suo cannocchiale...
il signor Martino...
la storia della mamma...
il suicidio di quel fratellino del Prever...
Una novella strana, fantastica, piena d'amarezza e di dolcezza insieme, nella quale palpitavano tutte le impressioni ch'ella aveva avuto durante quell'indimenticabile soggiorno lassù.
Aveva dovuto averne all'improvviso, nella notte, la visione...
Via, pazienza, se non era il dramma! Qualche cosa era, intanto.
E ora a lui! Le avrebbe fatto vedere che cosa saprebbe fare anche con quel poco che gli dava in mano.
Per lo meno cinquecento lire doveva pagar quella novella il signor senatore: cinquecento lire, subito, o niente.
E andò la sera dal Borghi, alla redazione della Vita Italiana.
Forse Maurizio Gueli era stato là da poco e aveva detto male di lui a Romualdo Borghi.
Ma della schifiltosa freddezza con cui questi lo accolse, Giustino non si curò, anzi gli piacque, perché così, sottratto all'obbligo d'ogni riguardo per l'antica riconoscenza, poté dal canto suo con altrettanta freddezza dir chiari i patti e le condizioni.
E lasciò che il Borghi pensasse di lui quel che gli pareva, premendogli soltanto di far vedere alla moglie tutto quel di più ch'ella doveva unicamente a lui.
Pochi giorni dopo la pubblicazione di quella novella su la Vita Italiana, Silvia ricevette dal Gueli un biglietto di fervida ammirazione e di cordiale compiacimento.
Vittoria! vittoria! vittoria! Appena scorso quel biglietto, Giustino, frenetico di gioja, corse a prendere il cappello e il bastone:
- Vado a ringraziarlo a casa! Vedi? s'invita da sé.
Silvia gli si parò davanti.
- Dove? quando? - gli domandò fremente.
- Qua non fa altro che congratularsi.
Ti proibisco di...
- Ma santo Dio! - la interruppe egli.
- Ci vuol tanto a comprendere? Dopo la partaccia che gli hai fatta, ti scrive in questo modo...
Lasciami fare, cara mia! lasciami fare! Io ho bell'e capito che quel Baldani ti dà nel naso; l'ho bell'e capito, sai? e vedi che non l'ho fatto più venire.
Ma il Gueli è un'altra cosa! Il Gueli è un maestro, un maestro vero! Gli leggerai il dramma; seguirai i suoi consigli; vi chiuderete qua; lavorerete insieme...
Domani io devo partire; lasciami partir tranquillo! La novella, va bene; ma a me preme il dramma, cara mia! in questo momento ci vuole il dramma, il dramma, il dramma! Lascia fare a me, ti prego!
E scappò via, alla casa del Gueli.
Silvia non cercò più di trattenerlo.
Contrasse il volto in una smorfia di nausea e d'odio, torcendosi le mani.
Ah, il dramma voleva? Ebbene: dopo tanta commedia, avrebbe avuto il dramma.
VI.
Vola via
1.
Maurizio Gueli era in uno dei più crudeli momenti della sua vita tristissima.
Per la nona o decima volta, ridotto agli estremi della pazienza, aveva trovato nella disperazione la forza di strappare il capo dal capestro.
Era suo questo paragone bestiale, e se lo ripeteva con voluttà.
Livia Frezzi era da quindici giorni ne la villa di Monteporzio, sola; e lui, in Roma, solo.
Solo diceva, e non libero, sapendo per trista esperienza che, quanto più forte affermava il proposito di non ricongiungersi mai più con quella donna, tanto più prossimo ne era il giorno.
Che se era vero ch'egli con lei non poteva più vivere, era vero altresì che non poteva senza di lei.
Venuto da Genova a Roma circa venti anni fa, nel suo miglior momento, quando già in Italia e fuori con la pubblicazione del Socrate demente si stabiliva indiscussa la sua fama di scrittor bizzarro e profondo, a cui la vivida e possente genialità permetteva di giocare coi più gravi pensieri e la poderosa dottrina con quella stessa agilità graziosa con cui un equilibrista giuoca co' suoi globetti di vetro colorati, era stato accolto in casa del suo vecchio amico Angelo Frezzi, mediocre storiografo, che da poco aveva sposato, in seconde nozze, Livia Maduri.
Egli aveva allora trentacinque anni, e Livia poco più di venti.
Non il prestigio della fama però aveva innamorato Livia Frezzi del Gueli, come tanti allora facilmente credettero.
Di quella fama, anzi, e di quella certa ebrezza ch'egli in quel momento ne aveva, ella si era mostrata fin da principio così gelidamente sdegnosa, ch'egli subito, per picca, s'era intestato di vincerla, quasi costretto a chiuder gli occhi sui suoi doveri verso l'amico e verso l'ospite dall'acerbità stessa con cui ella, apertamente, senza tener conto dell'amicizia antica del marito per lui, senza alcun riguardo per l'ospitalità, gli s'era posta di fronte, nemica.
Maurizio Gueli ricordava in sua scusa d'aver tentato, veramente, in principio, di fuggire per non tradir l'amicizia e l'ospitalità.
Ma ormai il dispetto di sé e di tutti, il disgusto della sua viltà verso quella donna, l'obbrobrio della sua schiavitù gli avevano riempito l'animo di tale e tanta amarezza, lo avevano reso così crudamente spietato contro sé stesso, ch'egli non riusciva più a concedersi alcuna finzione.
Se pur dunque ricordava quel tentativo di fuga, in fondo sapeva bene di non poter dare ad esso alcun peso in suo favore, che se davvero egli avesse voluto salvar sé e non tradire l'amico, senz'altro avrebbe dovuto voltar le spalle e allontanarsi dalla casa ospitale.
Invece...
Ma sì! S'era ripetuta in lui per la millesima volta quella solita farsa delle quattro o cinque o dieci o venti anime in contrasto, che ciascun uomo, secondo la propria capacità, alberga in sé, distinte e mobili, com'egli credeva, e di cui con perspicuità meravigliosa aveva sempre saputo scoprire e rappresentare il vario giuoco simultaneo in sé medesimo e negli altri.
Per una finzione spesso incosciente, suggerita dal tornaconto o imposta da quel bisogno spontaneo di volerci in un modo anziché in un altro, d'apparire a noi stessi diversi da quel che siamo, si assume una di quelle tante anime e secondo essa si accetta la più favorevole interpretazione fittizia di tutti gli atti che, di nascosto alla nostra coscienza, furbescamente operano le altre.
Tende ognuno ad ammogliarsi per tutta la vita con un'anima sola, con la più comoda, con quella che ci porta in dote la facoltà più adatta a conseguire lo stato a cui aspiriamo; ma fuori dell'onesto tetto coniugale della nostra coscienza è assai difficile che non si abbian poi tresche e trascorsi con le altre anime rejette, da cui nascono atti e pensieri bastardi, che subito ci affrettiamo a legittimare.
Non si era forse accorto il suo vecchio amico Angelo Frezzi che non aveva da stentar molto per costringerlo a rimanere in casa sua, quand'egli aveva manifestato il desiderio d'andarsene, desiderio finto doppiamente e sapientemente, poiché il desiderio suo era invece di rimanere e lo vestiva del dolore di non riuscir gradito alla signora? E se Angelo Frezzi se n'era accorto bene, perché aveva tanto protestato e tempestato per trattenerlo? Ma aveva certo rappresentato una farsa anche lui! Due anime, la sociale e la morale, cioè quella che lo faceva andar sempre vestito in redingote e gli poneva su le grosse labbra pallide con qualche filamento di biascia il più amabile dei sorrisi, e quell'altra che gli faceva spesso abbassare con tanta languida dignità le pàlpebre acquose e macerate su gli occhi azzurrognoli ovati venati impudenti, avevano fatto sfoggio in lui della loro virtù, sostenendo con accigliata fermezza che l'amico meritamente venuto in tanta fama non si sarebbe mai e poi mai macchiato d'un tradimento all'amico e all'ospite; mentre una terza animula astuta e beffarda gli suggeriva sotto sotto, così a bassa voce ch'egli poteva benissimo fingere di non udirla:
«Bravo, caro, così, trattienilo! Tu sai bene che sarebbe per te gran ventura s'egli riuscisse a portarti via questa seconda moglie così male assortita, con un capino così levato e aspra e dura e pertinace anche contro te, poverino, troppo vecchio, eh, troppo vecchio per lei! Insisti, e quanto più fingi di crederlo incapace di tradirti, quanto più fiducioso ti mostri, tanto più ti riuscirà facile far d'un nonnulla un capo di scandalo».
E difatti Angelo Frezzi, ancor senz'ombra di ragione, almeno da parte della moglie, così in prima aveva gridato al tradimento, che era dovuto passare ancora un anno, avanti che Livia, andata a viver sola, si concedesse a lui.
In quell'anno egli si era legato in tal modo da non potersi più sciogliere, derogando a sé stesso in tutto, impegnandosi ad accogliere e a seguire senz'alcun sacrifizio tutti i pensieri e i sentimenti di lei.
Fingeva ora di credere che questo suo legame consistesse nel dovere imprescindibile assunto verso quella donna che aveva perduto per lui stato e reputazione, scacciata ancora innocente dal marito.
Certo egli lo sentiva questo dovere; ma pur sapeva, in fondo, che esso non era la sola e vera ragione della sua schiavitù.
E quale, allora, la vera ragione? Forse la pietà che egli, sano di mente, e con la tranquilla coscienza di non aver mai dato alcun pretesto, alcun incentivo alla gelosia di lei, doveva usare verso quella donna, senza dubbio di mente inferma? Oh sì, vera anche questa pietà, come vero quel dovere; ma più che ragione della sua schiavitù, non era forse questa pietà una scusa, una nobile scusa, con cui egli vestiva il cocente bisogno che lo ritrascinava a quella donna, dopo un mese o più di lontananza, durante il quale aveva anche finto di credere che, alla sua età, dopo aver dato per tanti anni a colei il meglio di sé, non avrebbe potuto riprendere più la vita con nessun'altra? E vere, vere, sì, fondatissime, quest'altre considerazioni; ma, a pesarle nella bilancia nascosta nell'intimità più segreta della coscienza, egli sapeva bene che l'età, la dignità erano scuse anch'esse e non ragioni.
Se un'altra donna, difatti, non cercata, avesse avuto potere d'attrarlo a sé, strappandolo dalla suggezione, liberandolo dall'invasamento di colei che gli aveva ispirato una abominazione profonda e invincibile d'ogni altro abbraccio e lo teneva in tale stato di schiva timidità ombrosa, da non poter più non che aver contatto, ma neppur pensare al contatto d'altra donna: oh, egli non avrebbe certamente badato più a età, a dignità, a dovere, a pietà, a nulla.
Eccola, eccola dunque, la vera ragione della sua schiavitù; era questa schiva timidità ombrosa, che proveniva dal potere fascinoso di Livia Frezzi.
Nessuno era in grado di comprendere come e perché quella donna avesse potuto esplicare sul Gueli un fascino così potente e persistente, anzi una così nefasta malìa.
Era sì, senza dubbio, una bella donna, Livia Frezzi, ma la rigida durezza del portamento, la severità dello sguardo, ostile senza curiosità, lo sprezzo quasi ostentato d'ogni garbo, toglievano ogni grazia e ogni attrattiva a quella bellezza.
Pareva, era anzi manifesto ch'ella faceva di tutto per non piacere.
Ebbene: consisteva appunto in questo il suo fascino; e solo poteva comprenderlo colui al quale unicamente ella voleva piacere.
Ciò che le altre donne belle dànno all'uomo, cui nell'intimità si concedono, è così poco a confronto di quanto han profuso tutto il giorno agli altri, e questo poco è concesso con modi e grazie e sorrisi così simili in tutto a quelli che esse prodigano a tanti e che tanti perciò, pur non entrati in quell'intimità, conoscono o facilmente immaginano, che - a pensarci - si smaga subito la gioja del possederle.
Livia Frezzi aveva dato a Maurizio Gueli la gioja del possesso unico e intero.
Nessuno poteva conoscerla o immaginarla, com'egli la conosceva e la vedeva nei momenti dell'abbandono.
Ella era tutta per uno; chiusa a tutti, fuor che a uno.
Allo stesso modo però voleva che quest'uno fosse tutto per lei: chiuso in lei tutto e per sempre, tutto esclusivamente suo, non solo coi sensi, col cuore, con la mente, ma finanche con lo sguardo.
Guardare, anche senza la minima intenzione, un'altra donna, era già per lei quasi un delitto.
Ella non guardava nessuno, mai.
Delitto era piacere altrui oltre i limiti della più fredda cortesia.
Displiceas aliis, sic ego tutus ero.
Gelosia? Ma che gelosia! Comportarsi così era come dimandava la serietà, come dimandava l'onestà.
Ella era seria e onesta; non gelosa.
E così voleva che si comportassero tutti.
Per contentarla, bisognava restringersi e costringersi a vivere per lei unicamente, escludersi affatto dalla vita altrui.
E non bastava nemmeno: che se gli altri, pur non curati, pur non guardati, e fors'anche per questo, mostravano comunque il minimo interesse o qualche curiosità per un'esistenza così appartata, per un contegno così schivo e sdegnoso, ella n'avrebbe fatto colpa ugualmente a colui che stava con lei, come se fosse egli cagione se gli altri lo guardavano o se ne curavano in qualche modo.
Ora, impedire questo non era affatto possibile a Maurizio Gueli.
Per quanto facesse, la sua fama era tanta, che non poteva passare inosservato.
Egli poteva tutt'al più non guardare; ma come impedire che tanti lo guardassero? Riceveva da tutte le parti inviti, lettere, omaggi; poteva non accettar mai alcuno di quegli inviti, non rispondere mai ad alcuna lettera, ad alcun omaggio; ma, nossignori, doveva anche dar conto a lei degli inviti che riceveva, delle lettere e degli omaggi che gli arrivavano.
Ella comprendeva che tutto quell'interesse, tutta quella curiosità dipendevano dalla fama di lui, dalla letteratura ch'egli professava; e contro questa fama perciò e contro la letteratura appuntava più fieramente il suo livore, armato d'ispido dileggio; covava per esse il più acre e cupo rancore.
Livia Frezzi era fermamente convinta che la professione del letterato non potesse comportare alcuna serietà, alcuna onestà; che fosse anzi la più ridicola e la più disonesta delle professioni, come quella che consisteva in una continua offerta di sé, in un continuo commercio di vanità, in un accatto di fatue soddisfazioni, in un perpetuo struggimento di piacere altrui e d'averne lodi.
Soltanto una sciocca, a suo modo di vedere, poteva gloriarsi della fama dell'uomo con cui conviveva, provar piacere pensando che quest'uomo, da tante donne ammirato e desiderato, apparteneva o diceva d'appartenere a lei solamente.
Come e in che poteva appartenere a una sola quest'uomo, se voleva piacere a tutti e a tutte, se giorno e notte s'affannava per esser lodato e ammirato, per darsi in pascolo alla gente e procurar diletto a quanti più poteva, per attirar continuamente l'attenzione su di sé e correr su la bocca di tutti ed esser mostrato a dito? se da sé si esponeva di continuo a tutte le tentazioni? Data quella voglia irresistibile di piacere altrui, era mai da credere ch'egli potesse resistere a tutte quelle tentazioni?
Invano tante volte il Gueli s'era provato a dimostrarle che un vero artista, come egli era o credeva almeno di essere, non andava così a caccia di fatue soddisfazioni, né si struggeva così di piacere altrui; che non era già un buffone tutto inteso a dare spasso alla gente e a farsi ammirar dalle donne; e che la lode di cui egli poteva compiacersi era solo quella dei pochi a cui riconosceva capacità d'intenderlo.
Trascinato dalla foga della difesa però, spesso per un punto solo perdeva ogni effetto; se, per esempio, gli avveniva di soggiungere, a modo di considerazione generale, ch'era pure umano, del resto, e senz'ombra di male, che non solamente un letterato ma chiunque provasse una certa soddisfazione nel veder bene accolta e pregiata dagli altri la propria opera, qualunque fosse.
Ah, ecco, gli altri! gli altri! sempre il pensiero degli altri! Ella non lo aveva mai avuto, codesto pensiero! Per lui non c'era alcun male, in questo? E come in questo, chi sa in quant'altre cose! Dov'era il male per lui? in che consisteva? Chi poteva mai veder chiaro nella coscienza d'un letterato, la cui professione era un continuo giuoco di finzioni? Fingere, fingere sempre, dare apparenza di realtà a tutte le cose non vere! Ed era senz'altro apparenza tutta quella austerità, tutta quella dignitosa onestà ch'egli ostentava.
Chi sa quanti sbalzi di cuore e sussulti interni e fremiti e solletichii per un'occhiatina misteriosa, per un risolino di donna appena appena accennato, passando per via! L'età? Ma che età! Può forse invecchiare il cuore d'un letterato? Quanto più vecchio, tanto più ridicolo.
Al dileggio incessante, alla denigrazione feroce, Maurizio Gueli si sentiva dentro tòrcere le viscere e rivoltare il cuore.
Perchè egli avvertiva in pari tempo la ridicolaggine atroce della sua tragedia: essere lo zimbello d'una vera e propria follia, soffrire il martirio per colpe immaginarie, per colpe che non erano colpe e che, del resto, egli si era sempre guardato bene dal commettere, anche a costo di parere sgarbato, superbo e scontroso, per non dare a lei il minimo incentivo.
Ma pareva tuttavia che le commettesse, a sua insaputa, chi sa come e chi sa quando.
Manifestamente, egli era due: uno per sé; un altro per lei.
E quest'altro ch'ella vedeva in lui, carpendo a volo, fantasma tristo, ogni sguardo, ogni sorriso, ogni gesto, il suono stesso della voce, non che il senso delle parole, tutto insomma di lui, e travisandolo e falsandolo agli occhi di lei, assumeva vita, e per lei viveva esso solo ed egli non esisteva più: non esisteva più, se non per l'indegno, disumano supplizio di vedersi vivere in quel fantasma, e solo in quello; e invano s'arrovellava a distruggerlo: ella non credeva più in lui; ella vedeva in lui quello solamente, e, com'era giusto, lo faceva segno d'odio e di scherno.
Viveva talmente quest'altro, ch'ella s'era foggiato di lui, assumeva nella morbosa immaginazione di lei una così solida, evidente consistenza, ch'egli stesso quasi lo vedeva vivere della sua vita, ma indegnamente falsata; de' suoi pensieri, ma stravolti; d'ogni suo sguardo, d'ogni sua parola, d'ogni suo gesto; lo vedeva vivere così, ch'egli stesso talvolta arrivava fino al punto di dubitare di sé medesimo, di rimanere in forse, se lui non fosse quello davvero.
Ed era così cosciente ormai dell'alterazione che ogni suo minimo atto avrebbe subito nell'immediata appropriazione di quell'altro, che gli pareva quasi di vivere con due anime, di pensare a un tempo con due teste, in un senso per sé, in un altro senso per quello.
«Ecco», avvertiva subito, «se io ora dico così, le mie parole assumeranno per lei quest'altro significato.»
E non sbagliava mai, perché egli conosceva perfettamente quell'altro lui che viveva in lei e per lei, così vivo com'egli stesso era vivo, anzi forse di più, perché egli viveva soltanto per soffrire, mentre quello viveva nella mente di lei per godere, per ingannare, per fingere, per tant'altre cose una più indegna dell'altra; egli reprimeva in sé ogni moto, soffogava anche i più innocenti desiderii, si vietava tutto, fin anche di sorridere a una visione d'arte che gli passasse per la mente, e di parlare e di guardare; mentre quell'altro, chi sa come, chi sa quando, trovava modo di sfuggire a quella galera, con la sua inconsistenza di fantasma svaporante da una vera e propria follia, e correva per il mondo a farne d'ogni colore.
Più di quanto aveva fatto per stare in pace con lei Maurizio Gueli non poteva fare: s'era escluso dalla vita, aveva finanche rinunziato all'arte: non scriveva più un rigo da oltre dieci anni.
Ma questo suo sacrificio non era valso a nulla.
Ella non poteva calcolarlo.
L'arte per lei era un giuoco disonesto: dovere, dunque, e nessun merito, per un uomo serio, il rinunziarvi.
Ella non aveva mai letto nemmeno una pagina dei libri di lui, e se ne vantava.
Della vita ideale, delle doti migliori di lui, ignorava dunque tutto.
In lui non vedeva altro che l'uomo, un uomo che, per forza, così violentato, così escluso da ogn'altra vita, così privato d'ogn'altra soddisfazione, per forza a tutte le sue rinunzie, a tutte le sue privazioni, a tutti i suoi sacrifizii doveva cercare in lei quell'unico compenso ch'ella poteva dargli, quell'unico sfogo che con lei poteva concedersi.
E di qui appunto il tristo concetto ch'ella se n'era formato, quel fantasma che s'era foggiato di lui e che ella unicamente vedeva vivere, senza punto comprendere che egli era così soltanto per lei, perché non trovava da poter essere con lei in altro modo.
Né questo il Gueli glielo poteva dimostrare, per timore d'offenderla nella sua rigidissima onestà.
Spesso ella, assediata da continui sospetti e sdegnata, gli negava anche quel compenso; e allora egli si irritava più vilmente entro di sé per la sua schiavitù; quando poi ella era più inchinevole a cedere, ed egli ne profittava; subito, con la stanchezza, una più generosa irritazione lo assaliva, un fremito d'indignazione lo scoteva dalla gravezza tetra della voluttà sazia e stracca; vedeva a qual prezzo otteneva quelle soddisfazioni del senso da una donna pur schiva d'ogni sensualità e che tuttavia lo abbrutiva, non concedendogli di vivere la vita dello spirito e condannandolo alla perversità di quell'unione per forza lussuriosa.
E se in quei momenti ella era così mal'accorta da riprendere il dileggio, scoppiava pronta e fiera la ribellione.
In questi momenti di stanchezza appunto erano avvenute le temporanee separazioni: o egli era partito per Monteporzio ed ella era rimasta a Roma, o viceversa, risolutissimi entrambi a non riunirsi mai più.
Ma a Roma o fuori, egli aveva pur sempre seguitato a provvedere al mantenimento di lei, priva affatto di mezzi.
Maurizio Gueli, se non più ricco, come lo aveva lasciato il padre, socio tra i maggiori d'una delle prime agenzie di navigazione transoceanica, era ancor molto agiato.
Se non che, appena solo, egli si sentiva sperduto nella vita, da cui per tanto tempo si era escluso; avvertiva subito di non avervi più radici e di non potervisi più in alcun modo ripiantare, non solamente per l'età; il concetto che gli altri s'eran formato di lui, dopo tanti anni di clausura austera, gli pesava addosso come una cappa, gli misurava i passi, gl'imponeva con arcigna vigilanza il contegno, il riserbo ormai consueto, lo condannava a essere quale gli altri lo credevano e lo volevano; lo stupore che leggeva in tanti visi appena si mostrava in qualche luogo a lui insolito, la vista degli altri abituati a vivere liberamente, e il segreto avvertimento del suo impaccio e del suo disagio di fronte all'insolenza di quei fortunati che non avevan mai reso conto a nessuno del loro tempo e dei loro atti, lo turbavano, lo avvilivano, lo irritavano.
E con ribrezzo un'altra cosa avvertiva, un fenomeno addirittura mostruoso: appena solo, gli pareva di scoprire in sé, vivo veramente, a ogni passo, a ogni sguardo, a ogni sorriso, a ogni gesto, quell'altro lui che viveva nella morbosa immaginazione della Frezzi, quel tristo fantasma odiato, che lo scherniva dentro, dicendogli:
«Ecco, tu ora vai dove ti piace, tu ora guardi di qua e di là, anche le donne; tu ora sorridi, tu ora ti muovi, e credi di fare innocentemente? non sai che tutto questo è male, è male, è male? Se ella lo sapesse! se ella ti vedesse! Tu che hai sempre negato, tu che le hai detto sempre di non aver piacere d'andare in alcun luogo, ad alcun ritrovo, di non guardar le donne, di non sorridere...
Ma, tanto, sai? anche a non farlo, ella crederà sempre che tu l'abbia fatto; e dunque fallo, fallo pure, che è lo stesso!».
Ebbene, no: egli non poteva più farlo; non sapeva più farlo; si sentiva dentro tenuto, esasperatamente, dall'iniquità del giudizio di quella donna; vedeva il male, non già per sé, in quello che faceva, ma per colei che da tanti anni lo aveva abituato a stimarlo male e come tale lo aveva attribuito a quell'altro lui che - secondo lei - usava farlo continuamente, anche quand'egli non lo faceva, anche quand'egli, per stare in pace, si vietava di farlo, come se veramente fosse male.
Tutta questa complicazione di segreti avvertimenti gl'ingenerava un tal disgusto, una tale uggia, un avvilimento così dispettoso, una così sorda e agra e negra tristezza, che subito tornava a ritrarsi dal contatto e dalla vista degli altri e, di nuovo appartato, nel vuoto, nella solitudine orribile, si sprofondava a considerare la sua miseria a un tempo tragica e ridicola, ormai senza più rimedio.
Non riusciva a far lo sforzo d'astrarsene per rimettersi al lavoro, che solo avrebbe potuto salvarlo.
E allora cominciavano a risorgere tutte quelle scuse ch'egli fingeva di creder ragioni della sua schiavitù; risorgevano istigate principalmente dal bisogno istintivo, man mano più urgente, della sua ancor forte maschilità, dal ricordo malioso degli amplessi di lei.
E ritornava alla sua catena.
2.
Era proprio sul punto di ritornare, quando Giustino Boggiolo venne a invitarlo al villino, dove Silvia - a suo dire - lo aspettava con impazienza.
Maurizio Gueli abitava in una vecchia casa di via Ripetta, alla vista del fiume, che egli ricordava fluente tra le sponde naturali, scoscese, popolate di querci; ricordava anche il vecchio ponte di legno rintronante a ogni vettura e, presso la casa, l'ampia scalinata del porto e le tartane di Sicilia che venivano a ormeggiarvisi cariche di vino, e i canti che si levavano la sera da quelle taverne galleggianti con le vele attendate, mentre serpeggiavan nell'acqua nera, rossi e lunghi, i riflessi dei lumi.
Ora la scalinata e il ponte di legno, le sponde naturali e quelle maestose querci erano sparite: un nuovo grande quartiere sorgeva di là dal fiume incassato tra grige dighe.
E come il fiume tra quelle dighe, come i Prati di Castello con quelle vie diritte e lunghe, ancor senza colore di tempo, la sua vita in venti anni s'era disciplinata, scolorita, ammiserita, irrigidita.
Per le due grandi finestre dello studio austero, che pareva piuttosto una sala di biblioteca, senza un quadro, senza gingilli d'arte, dalle pareti occupate tutte da alti scaffali sovraccarichi di libri, entrava l'ultimo abbagliamento purpureo del crepuscolo fiammeggiante dietro i cipressi di Monte Mario.
Sprofondato nel seggiolone di cuoio innanzi alla grande antica scrivania massiccia, Maurizio Gueli rimase un pezzo accigliato e torbido a guatar quell'ometto che quasi vaporava innanzi a lui nel purpureo abbagliamento; quell'ometto che veniva, così sorridente e sicuro, a cimentare il destino di due vite.
Già in due occasioni egli aveva manifestato alla Roncella la stima e la simpatia per l'opera e per l'ingegno di lei, partecipando al banchetto in suo onore, quando da poco ella era arrivata a Roma, e andando a salutarla alla stazione dopo il trionfo del dramma; le aveva poi scritto una prima volta a Cargiore, e di recente era stato a visitarla nel villino di via Plinio.
Tutte queste attestazioni di stima e di simpatia avevano potuto aver luogo durante l'una o l'altra separazione dalla Frezzi; e per esse egli aveva provato tanto più forte il turbamento, quell'impressione di trasgredire e di far male, in quanto che subito aveva intravveduto in quella giovine, dallo spirito così simile al suo, per quanto ancor selvatico e inculto, quella che avrebbe potuto liberarlo dalla suggezione della Frezzi, se la troppa distanza dell'età, il dovere di lei, se non verso quell'indegno marito, certamente verso il figlio, non gli avessero fatto considerare come un vero e proprio delitto il solo pensarlo.
Eppure, nella lettera che le aveva diretto a Cargiore s'era lasciato andare a dirle più che non dovesse, e ultimamente, nella visita al villino, a farle intendere assai più che non dicesse.
Le aveva letto negli occhi lo stesso orrore che egli aveva del proprio stato e, insieme, lo stesso terrore di strapparsene; e aveva ammirato lo sforzo con cui a un tratto era riuscita a riprendersi di fronte a lui, quasi scacciandolo.
Doveva ora credere a quel che gli diceva il marito, che ella cioè lo aspettava con impazienza? Voleva dire, senza dubbio, che aveva preso una violenta, disperata risoluzione, da cui non si tornava più indietro.
E aveva mandato proprio il marito, a invitarlo? No: questo gli parve troppo, e non da lei.
L'invito seguiva certamente al biglietto di congratulazione ch'egli le aveva scritto dopo la lettura della novella su la Vita Italiana; e quell'impazienza era forse un'aggiunta del marito.
Maurizio Gueli non avrebbe voluto riconoscerlo; ma pur vedeva chiaramente che istigatore era stato lui, due volte: con la sua visita, prima; con quel biglietto, poi.
E avendo ella resistito alla prima istigazione, quasi offendendolo, era naturale che ora, dopo quel biglietto, lo invitasse.
Doveva andare? Poteva rifiutarsi; addurre una scusa, un pretesto.
Ah, la violenza continua, in cui da venti anni era tenuta la sua vita, la continua esasperazione dell'animo lo traevano, appena solo, a eccedere inevitabilmente, a commettere atti inconsulti, a compromettere e a compromettersi.
Era infatti per lui eccesso, atto inconsulto, compromissione grave ciò che per ogni altro sarebbe stato innocuo e comunissimo atto senza conseguenze: una visita, un biglietto di congratulazione...
Egli doveva considerarli delitti, e tali in fondo ritenerli veramente nella mostruosa coscienza che quella donna gli aveva fatto, per cui avevan peso di piombo anche i più lievi e innocenti atti della vita: uno sguardo, un sorriso, una parola...
Maurizio Gueli si sentì sollevare da un impeto di ribellione, da una prepotente foga d'orgoglio; ritorse contro la Frezzi l'irritazione che in quel momento provava per la coscienza del male che in verità credeva d'aver fatto con quella visita prima, con quel biglietto poi; e per togliersi dalla vista quel figuro là in attesa della risposta, promise che presto sarebbe venuto.
- La incoraggi, sa! - gli diceva ora Giustino, accomiatandosi, davanti alla porta.
- La spinga, la spinga anche con forza...
Questo benedetto dramma! È già alla fine del secondo atto; le manca il terzo; ma l'ha già tutto pensato; e creda che...
a me par bello, ecco: e anche...
anche il Baldani che l'ha sentito, dice che...
- Il Baldani?
Dal tono con cui il Gueli fece questa domanda, Giustino comprese d'aver toccato un tasto che non doveva toccare.
Ignorava che Paolo Baldani s'era scagliato in quei giorni con furia demolitrice, in una serie d'articoli su un giornale fiorentino, contro tutta l'opera letteraria e filosofica del Gueli, dal Socrate demente alle Favole di Roma.
- Già...
sì, è venuto a visitare Silvia, e...
- rispose impacciato, esitante.
- Silvia veramente non voleva; sono stato io...
sa? per...
per spingerla...
- Dica alla Roncella ch'io verrò da lei questa sera stessa, - troncò il Gueli, allontanandolo da sé con una quasi opaca durezza di sguardo.
Giustino si profuse in inchini e in ringraziamenti.
- Perché io parto domani per Parigi - volle aggiungere, già sul pianerottolo, - per assistere a...
Ma il Gueli non gli diede tempo di finire: chinò appena il capo e chiuse l'uscio.
La sera andò a Villa Silvia.
Vi ritornò il giorno appresso, quando già Giustino Boggiolo era partito per Parigi; e d'allora in poi ogni giorno, o di mattina o nel pomeriggio.
Era in entrambi, la stessa coscienza, che un minimo atto, una minima concessione, un minimo abbandono, avrebbe determinato un rivolgimento assoluto e intero della loro esistenza.
Ma come sarebbe stato a lungo possibile impedirlo, se tanta era l'esasperazione delle loro anime e così chiaramente l'uno la avvertiva nell'altra? se i loro occhi, incontrandosi, s'abbagliavano a vicenda, le loro mani tremavano al pensiero d'un fortuito contatto, e quella ritenutezza li manteneva in uno stato di così angosciosa, insostenibile sospensione, da far loro considerare come un riposo, come una liberazione ciò che più temevano e a cui volevano sfuggire?
Il solo fatto che egli veniva lì e che ella lo accoglieva e tutti e due stavano insieme e soli, pur quasi senza guardarsi e senz'affatto toccarsi, era già concessione peccaminosa per l'uno e per l'altra, una compromissione che sentivano a mano a mano irreparabile.
Avvertivano entrambi di cedere sempre più, inevitabilmente, a una violenza non già d'un interno sentimento reciproco che li attraesse; ma, al contrario, a una violenza esterna che li premesse e li spingesse a unirsi contro lo sforzo che essi anzi facevano per resistere e tenersi discosti, sentendo che la loro unione sarebbe per forza quale essi in fondo non avrebbero voluto.
Ah, potersi liberare a vicenda da quelle condizioni odiose, senza che la loro unione fosse possibile solo a costo d'una colpa che incuteva a lei ribrezzo e orrore, a lui sgomento e rimorso!
La violenza che avvertivano era appunto questa: di dover commettere quella colpa più forte di loro, ma necessaria, inevitabile, se volevano liberarsi.
Ed ecco, eran lì, messi insieme, per commetterla, tremanti, disposti e restii.
Egli aveva dietro di sé la fiera ombra di quella donna rigida livida irsuta, che già gli fischiava negli orecchi di non poter più ritornare a lei, di non poter più mentire, adesso, negare che della libertà aveva profittato per avvicinarsi a un'altra donna: eccola lì, quella! onesta, è vero? onesta come lui, simile in tutto a lui; ah quella sì! e lo avrebbe ricondotto all'arte, quella, prendendolo per mano, a viver di poesia; e gli avrebbe riacceso col fuoco della gioventù il sangue intorpidito...
Ma via, perché così timido? Su, su, coraggio! Ah, forse l'amore...
già! l'amore lo rimbamboliva...
Che bella manina, eh? con quella venuccia azzurra che si diramava...
Posarsela su la fronte, passarsela sugli occhi, quella manina...
e baciarla, baciarla lì su le unghie rosee...
Quelle, no, non sgraffiavano.
Gattina mansa, gattina mansa...
Su, provarsi a strisciarle la groppa! Miagolìo o belato? Povera pecorella, che un marito infame voleva mungere e tosare...
Come andar di nuovo incontro a un simile dileggio? Sentiva quelle parole, come se la Frezzi veramente gliele fischiasse dietro le spalle.
E dietro, a spingerla, ella si sentiva il marito che appunto la aveva messa e lasciata lì col Gueli e se n'era partito per Parigi, a dar spettacolo anche là delle sue bravure, a convertire in denari anche là lo spasso che avrebbe offerto a attori, attrici e scrittori e giornalisti francesi, sicuro che intanto qua ella col Gueli gli apparecchiava il nuovo dramma.
Lo voleva! non voleva altro! E come non gli era importato di tutte le risa, così non gl'importava ora che la moglie fosse sospettata da tutti i pettegoli che, durante la sua assenza, vedevano andar lì il Gueli già libero della Frezzi, il Gueli su la cui simpatia per lei s'era già tanto malignato.
Stavano entrambi, con quella loro tempesta compressa a stento in petto, saggi e discosti ancora, là, fermi al posto e al còmpito assegnato: intenti a quel nuovo dramma che pareva, col titolo, li irridesse e li aizzasse: - Se non così...
Le propose egli forse perciò di mutare quel titolo? L'atto della protagonista, di quella Ersilia Arciani, quel suo andare in casa della amante del marito a prendersi la bimba, gli suggeriva l'immagine del nibbio che piomba in un nido a ghermirvi il pulcino.
Ecco, forse il dramma poteva intitolarsi così: Nibbio.
Ma conveniva all'indole di Ersilia Arciani, alla ragione e al sentimento ond'era mossa a quell'atto l'idea di rapacità crudele che il nibbio richiama? Non conveniva, secondo lei.
Ma Silvia intendeva perché egli, con quella proposta di mutare il titolo, tendeva ad alterar l'indole della protagonista, a dare una ragione di vendetta e un intento aggressivo a quell'atto di lei: egli certo in quell'indole chiusa, in quella rigidezza austera di Ersilia Arciani vedeva alcunché della Prezzi e non sapeva tollerar che quella fosse e si dimostrasse così nobile, così indulgente alla colpa, e la voleva snaturare.
Snaturandola però così, non sarebbe stato tutt'altro il dramma? Bisognava riprenderlo, ripensarlo tutto daccapo.
Egli restava in apparenza assorto a quelle sagge osservazioni che ella gli faceva in un tono che chiaramente lasciava intendere d'avere inteso e di non volere insistere per non toccare una piaga ancor viva e dolorosa.
Erano già apparse sui giornali di Roma, di Milano, di Torino lunghe conversazioni del marito coi corrispondenti da Parigi, i quali, pur parlando seriamente del dramma e della viva ansia con cui il pubblico parigino ne attendeva la rappresentazione, con un tono poi che lasciava chiaramente sottintendere un'intenzione di burla, decantavano la prodigiosa attività, lo zelo, il fervore ammirevole di quell'ometto «che talmente considerava come sua l'opera della moglie, che quasi era debito ne venisse gloria anche a lui».
Venne alla fine il telegramma di Giustino annunziante il trionfo, e seguirono il telegramma giornali e giornali e giornali col giudizio dei critici più autorevoli tutti in gran parte benigni.
Silvia impedì al Gueli d'indugiarsi a leggere innanzi a lei, anche per conto suo, quei giornali.
- No, per carità, per carità! Non posso più sentirne parlare! Le giuro che darei...
non so, mi par poco ogni cosa, tutto, tutto darei, per non averlo scritto, quel dramma!
Èmere, intanto, quasi a ogni ora veniva ad annunziare una nuova visita.
Silvia avrebbe voluto far dire a tutti che non era in casa.
Ma il Gueli le fece intendere che avrebbe fatto male.
Ella scendeva giù nel salotto, e lui rimaneva lì, nascosto nello studio, ad aspettarla, scorrendo quei giornali, o piuttosto, pensando.
Giù, intanto, con lei erano o il Baldani o il Luna o il Betti.
- Ah, gioventù! - sospirò una volta il Gueli nel vederla rientrar nello studio col volto acceso.
- No! che dice? - scattò ella, pronta e fiera.
- Io ne ho schifo! ne ho schifo! Ah, deve finire, deve finire, deve finire...
Se sapesse come li tratto!
Già qualche silenzio d'una gravezza enorme cadeva tra i loro discorsi stanchi e trascinati a forza; qualche silenzio, durante il quale sentivano il loro sangue fremere e frizzare e le loro anime angosciarsi nell'ansia d'una tremenda attesa.
Ecco, bastava che in uno di quei momenti egli stendesse una mano su la mano di lei: ella gliel'avrebbe lasciata, e irresistibilmente avrebbe appoggiato il capo, nascosto il viso sul petto di lui; e il loro destino, ormai inevitabile, si sarebbe compiuto.
Perché dunque ritardarlo ancora? Ah, perché! perché ancora l'uno e l'altra potevano pensare questo loro abbandono e perciò tenersi ancora, quantunque già dentro di sé abbandonati l'uno all'altra perdutamente.
Doveva pur venire l'istante che non l'avrebbero più pensato!
Si vedevano arrivati al limite estremo d'un atto che avrebbe segnato la fine della loro prima vita, senz'essersi ancora detta una parola d'amore, parlando d'arte, come un'alunna può parlarne al suo maestro; si sarebbero a un tratto ritrovati di là, smarriti, angosciati, sconvolti, all'inizio d'una nuova vita, non sapendo neppure come dirsi, come intendersi su la via da prendere subito, subito, perché ella a ogni modo si allontanasse di là.
Sentivano così assolutamente il bisogno di fuggire, più per pietà di sé che per amore, che il disgusto d'indugiarsi nei particolari del modo bastava a trattenerli ancora.
Certo, avrebbe dovuto anch'egli lasciar la sua casa tutta piena dei ricordi di colei.
Dove andare? Bisognava trovar qualche rifugio, almeno per il primo momento, un ricovero per sottrarsi allo scoppio dello scandalo inevitabile.
Anche questo li avviliva profondamente e li disgustava.
Non avevano essi il diritto di vivere in pace, alla fine, e umanamente, nella pienezza incontaminata della loro dignità? Perché avvilirsi? perché nascondersi? Ma perché né il marito né colei avrebbero accettato in silenzio le ragioni che essi, prima ancora di venir meno al loro debito di lealtà verso l'uno e verso l'altra, potevano gittar loro in faccia, affermando quel diritto così a lungo e in tanti modi calpestato; avrebbero gridato, cercato d'impedire...
Altro disgusto, più forte del primo.
Tra questi pensieri stavan sospesi e trattenuti, quand'egli alla vigilia appunto del ritorno di Giustino da Parigi - avviò un discorso nel quale subito ella sottintese una proposta risolutiva di quel loro stato di pena.
Pesava su loro come una condanna quei dramma stento e duro, ch'ella aveva cominciato e non riusciva a condurre a fine; nella discussione su i personaggi e le scene di esso s'era impigliata finora l'ambascia della loro irresoluzione.
Ora, la proposta di lui di metter da canto e lasciar lì quel dramma e il suggerimento improvviso di un altro da comporre insieme, fondato su una visione ch'egli aveva avuto tant'anni addietro della Campagna romana, presso Ostia, tra la gente di Sabina, che scende a svernar colà in orride capanne, significarono chiaramente per lei la fine della irresoluzione; e più chiaramente ancora ella scoprì in lui il proposito di troncare ogni indugio e d'affrontar la loro vita nuova, nobile e operosa, nell'invito che le fece per il giorno appresso - il giorno appunto che doveva arrivare il marito - d'andare insieme a veder quei luoghi presso Ostia, luoghi minacciosi, dalla parte verso il mare, ove giganteggia una torre solitaria, Tor Bovacciana, con a' piedi il fiume traversato da un'alzaia, lungo la quale passa una barcaccia per il tragitto di qualche pescatore silenzioso, di qualche cacciatore...
- Domani? - chiese ella; e l'aria e la voce espressero una totale remissione.
- Sì, domani, domani stesso.
A che ora arriverà?
Ella intese subito chi, e rispose:
- Alle nove.
- Bene.
Sarò qui alle nove e mezzo.
Non bisognerà dir nulla.
Parlerò io.
Partiremo subito dopo.
Non si dissero altro.
Egli andò via in fretta; ella rimase tutta vibrante sotto l'oscura imminenza del suo nuovo destino.
La torre...
il fiume traversato dall'alzaja...
la barca che traghetta i rari passanti per quei luoghi minacciosi...
Aveva sognato?
Là, dunque, il ricovero? A Ostia...
Non bisognava dir nulla...
Domani!
Ella avrebbe lasciato tutto qui: sì, tutto, tutto.
Gli avrebbe scritto.
Fino all'ultimo non avrebbe mentito.
Di questo sopratutto era grata al Gueli.
Anche partendo, il giorno appresso, non avrebbe mentito.
In quel dramma, con quel dramma da lui proposto sarebbe entrata nella vita nuova, con l'arte e dentro l'arte, nobilmente.
Era la via; non era un mezzo o un pretesto d'inganno: la via per uscire, senza menzogna e senza vergogna, da quella casa odiosa, non più sua.
3.
- Via, via, fate presto, fate presto: non arriverete a tempo!
Giustino gridò dal cancello del villino quest'ultima raccomandazione ai due che s'allontanavano in carrozza, e aspettò che Silvia almeno, se non il Gueli, si voltasse a salutarlo con la mano.
Non si voltò.
E Giustino, seccato di quella mutria persistente della moglie, scrollò le spalle e risalì in camera ad aspettare che Èmere venisse ad annunziargli che il bagno era pronto.
«Che donna!», pensava.
«Far quel viso disgustato anche a un invito così gentile...
Il duomo d'Orvieto: bello! Arte antica...
roba da studiare...»
Veramente, tanto tanto non era piaciuto neanche a lui, che proprio nel giorno, anzi quasi nel punto stesso del suo arrivo da Parigi, il Gueli fosse venuto a invitar la moglie a quella gita artistica.
Ma se il Gueli non sapeva che egli sarebbe arrivato quella mattina! Ne aveva mostrato tanto dispiacere, anche perché il giorno appresso doveva partire per Milano e non avrebbe avuto più il tempo di mostrare a Silvia tutte le meraviglie d'arte racchiuse là - nel duomo d'Orvieto.
Bello, bello, il duomo d'Orvieto: lo aveva sentito dire...
Certo, non avrebbe potuto fare una grande impressione a lui che veniva da Parigi, ma...
arte antica,