SUO MARITO, di Luigi Pirandello - pagina 41
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Nasce e muore così...
Venga, venga qua, glielo faccio vedere...
Così ripreso dalla foga della sua professione, in quello stato, faceva quasi spavento.
Il giovine giornalista lo guatava, sbalordito.
- Eccolo! eccolo qua, il nostro angioletto! Vede com'è bello tra tanti fiori? Queste sono le tragedie della vita, caro signore, le tragedie che afferrano...
Non c'è mica bisogno di andarle a cercar sempre nelle isole lontane, tra gente selvaggia, le tragedie della vita! Lo dico per il pubblico, sa? che certe cose non le vuol capire...
Loro, loro giornalisti dovrebbero spiegarlo bene al pubblico, che se oggi una scrittrice si può cavare una tragedia...
così, dalla testa, una tragedia selvaggia, che per la novità piace subito a tutti, domani lei stessa, la scrittrice, può essere afferrata da una di queste tragedie qua, della vita, che stritolano un povero bambino, il cuore d'un padre e d'una madre, capisce? Questo, questo dovrebbero loro spiegare al pubblico, che resta freddo davanti alla tragedia d'un padre che ha una figlia fuori di casa, d'una moglie che sa di non poter riavere il marito se non a patto di prendersi con sé la figlia di lui, e va là, va dall'amante del marito a farsela dare! Queste sono tragedie...
le tragedie...
le tragedie della vita, caro signore...
Questa povera donna qua, creda, non può far nulla...
non...
non le sa far valere, le cose sue...
Io, io ci voglio, io che so bene queste cose...
ma la testa in questo momento mi...
mi fa male assai, creda...
mi fa male assai...
Troppe emozioni...
troppe, troppe...
e ho bisogno di dormire...
È la stanchezza, sa? che mi fa parlare così...
bisogna proprio che vada a dormire...
non mi reggo più...
non mi reggo più...
E se n'andò, curvo, con la testa presa tra le mani, ripetendo:
- Non mi reggo più...
non mi reggo più...
- Oh poverino! - sospirò il giornalista, rientrando con Silvia nell'altra camera.
- In che stato si trova!...
- Per carità, - s'affrettò a pregar Silvia, - non dica, non riferisca nulla nel giornale...
- Signora mia! che crede? - la interruppe quello, parando le mani.
- È un doppio strazio per me! - riprese Silvia quasi soffocata.
- È stato come un fulmine! E ora...
quest'altro strazio...
- Fa veramente pietà!
- Sì, e proprio per la pietà che ne sento, io voglio andarmene, voglio andarmene...
- Se vuole, signora, ho qui con me...
- No, no: domani, domani.
Finché il mio bimbo è qua, starò qua.
Qua è sepolto anche mio zio.
E mi faceva tanto male il pensiero che quel mio caro vecchio fosse qua, in una tomba non sua.
I morti, capisco, non sono tra loro né amici né nemici.
Ma io lo pensavo tra morti non amici.
Ora avrà con sé il nipotino e non sarà più solo nella tomba straniera.
Gli darò domani il mio piccino e, appena sarà finito tutto, me ne scenderò...
- Vuole che venga io domani a rilevarla? Sarebbe per me una fortuna.
- Grazie, - disse Silvia.
- Ma io non so ancor quando...
- M'informerò, non dubiti.
A domani!
E il giovine giornalista andò via, tutto contento.
Silvia chiuse gli occhi, con le labbra atteggiate più d'amarezza che di sdegno, e scosse un pezzo il capo.
Poco dopo, Graziella le recò con gli occhi bassi, un ristoro; ma ella non volle neppur accostarvi le labbra.
Sul tardi, le toccò il supplizio d'una visita; quella della moglie del dottore, più che mai cascante di vezzi.
Ma per fortuna, nella stanchezza e nello stordimento, mentre colei cercava di confortarla scioccamente, poté trovare una nuova sorgiva di pianto, volgendo gli occhi a un angolo della camera.
Sul cassettone, come in colloquio tra loro, erano i giocattoli di Rirì: un cavalluccio di cartapesta, fissato su una tavoletta a quattro ruote, una trombettina di latta, una barchetta, un pagliaccetto coi cembali a scatto.
Il cavalluccio, con la coda spelata, un orecchio ammaccato e una rotellina mancante, era il più malinconico di tutti.
La barchetta con le vele stese gli voltava la poppa e pareva lontana lontana, una grande barca in un mare lontano lontano, di sogno; e andava così a vele stese in quel mare di sogno con l'animuccia di Rirì meravigliata e smarrita...
Ma che! no! il pagliaccetto, ridendo, le diceva che non era vero, che il piano del cassettone non era mica il mare, e che l'animetta di Rirì non navigava più su lei.
Li aveva lasciati, Rirì, per fare una cosa seria seria, una cosa che pareva inverosimile per un bimbo: morire! Il cavalluccio, benché zoppo e spelato, com'era sorte di tutti i giocattoli, pareva tentennasse il capo, quasi non se ne sapesse capacitare.
Se la trombetta si fosse provata a richiamarlo da quel sonno in mezzo a tutti quei fiori di là!...
Ma anch'essa la trombetta era rotta, non sonava più...
Anche la bocca di Rirì non parlava più...
non si movevano più le manine...
gli occhi non si riaprivano più...
giocattolino rotto anche lui, Rirì!
Che avevano veduto quegli occhiuzzi di due anni aperti allo spettacolo di un mondo così grande? Chi serba memoria delle cose vedute con occhi di due anni? Ed ecco, quegli occhiuzzi che guardavano senza serbar memoria delle cose vedute, s'erano chiusi per sempre.
Fuori c'erano tante cose da vedere: i prati, i monti, il cielo, la chiesa; Rirì se n'era andato da quel mondo grande che non era stato mai suo, se non in quel piccolo cavalluccio di cartapesta, che sentiva di colla, in quella barchetta con le vele stese, in quella trombetta di latta, in quel pagliaccetto che rideva e batteva i cembali a scatto.
E non aveva conosciuto il cuore della sua mamma, Rirì...
Venne la sera; la moglie del dottore se ne andò; ella restò sola, nel silenzio enorme di tutta la casa.
S'affacciò alla cameretta mortuaria.
C'erano Graziella e la bàlia: quella pisolava su la seggiola, l'altra recitava il rosario.
Silvia ebbe all'improvviso la tentazione di mandar via a dormire l'una e l'altra, di restar sola lì col suo bimbo, serrar bene la finestra e l'uscio, stendersi accanto al suo piccino, lasciarsi prendere tutta dal suo gelo di morte e uccidere da tutti quei fiori.
Con lo stordimento del loro profumo, che le aveva reso come di piombo la testa, si era a un tratto sentita vincere da una disperata stanchezza di tutte le cose della vita, nel tetro silenzio di quella casa schiacciata dall'incubo della morte.
Affacciandosi però alla finestra, ebbe la strana impressione che la sua anima in tutto quel tempo fosse rimasta fuori, là, e che lei la ritrovasse ora con uno stupore e un refrigerio infinito.
Era quella stessa anima che aveva mirato lassù lo spettacolo di un'altra notte di luna simile a questa.
Ma c'era nella dolcezza del refrigerio, ora, un accoramento più intenso, un più urgente bisogno di sciogliersi da tutto, e nello stupore un più andante risveglio a nuove aure, ad aure più vaste, di sogni eterni.
Guardò in cielo la luna che pendeva su una di quelle grandi montagne, e nel placido purissimo lume che allargava il cielo, mirò, bevve le poche stelle che vi sgorgavano come polle di più vivida luce; abbassò gli occhi alla terra e rivide le montagne in fondo con le azzurre fronti levate a respirare nel lume, rivide gli alberi attoniti, i prati sonori d'acqua sotto il limpido silenzio della luna; e tutto le parve irreale, e che in quella irrealità la sua anima si soffondesse divenuta albore e silenzio e rugiada.
Ma, ecco, come una tenebra enorme le assommava a mano a mano dal fondo dello spirito, di fronte a quella limpida irrealità di sogno: il sentimento oscuro e profondo della vita, composto da tante impressioni inesprimibili, sbuffi e vortici e accavallamenti nella tenebra di più dense tenebre.
Fuori di tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, c'era nella vita delle cose un altro senso che l'uomo non poteva intendere: lo dicevan quegli astri col loro lume, quelle erbe coi loro odori, quelle acque col loro murmure: un arcano senso che sbigottiva.
Bisognava andar oltre a tutte le cose che davan senso alla vita degli uomini, per penetrare in questo arcano senso della vita delle cose.
Oltre alle meschine necessità che gli uomini si creavano, ecco altre cupe gigantesche necessità profilarsi entro il fluir fascinoso del tempo, come quelle grandi montagne là, entro l'incanto della verde silentissima alba lunare.
In esse ella doveva d'ora innanzi affisarsi, infrontar con esse gli occhi inflessibili della mente, dar voce a tutte le cose inespresse del suo spirito, a quelle che sempre finora le avevano incusso sgomento, e lasciar la fatuità dei miseri casi dell'esistenza quotidiana, la fatuità degli uomini che, senz'accorgersene, vàgolano immersi nel vortice immenso della vita.
Tutta la notte stette lì affacciata alla finestra, finché l'alba frigida non venne a poco a poco a scomporre e a irrigidire gli aspetti prima vaporosi di sogno.
E a questo frigido irrigidirsi delle cose toccate dalla luce del giorno, anch'ella sentì la divina fluidità del proprio essere quasi rapprendersi, e avvertì l'urto della realtà cruda, la terribilità bruta e dura della materia, la possente, avida, distruttrice ferocia della natura sotto l'occhio implacabile del sole che sorgeva.
Questa terribilità e questa ferocia si riprendevano ora il suo povero bimbo, a rifarlo terra sottoterra.
Ecco, portavano la cassa.
La campana della chiesa squillò a gloria nella luce del nuovo giorno.
Per un morticino che aspetta sul letto il tempo d'esser sepolto, quant'è lungo un giorno? quant'è lungo il ritorno della luce non più veduta fin dal giorno avanti? Questa lo ritrova già più lontano nelle tenebre della morte, già più lontano nel dolore dei superstiti.
Per poco ora il dolore si ravvicinerà e urlerà allo spettacolo orrendo della chiusura del cadaverino nella cassa già pronta; poi, subito dopo il seppellimento, tornerà ad allontanarsi, a rifarsi in fretta di quel breve riavvicinamento crudele, finché non scomparirà a poco a poco nel tempo, dove di tratto in tratto soltanto la memoria, volando s'affannerà di raggiungerlo e lo scorgerà in fondo in fondo, e si ritrarrà oppressa e stanca, richiamata da un sospiro di rassegnazione...
Che cosa lesse Giustino, il quale aveva dormito fin'allora d'un sonno di piombo, nel volto di Silvia, in cui pareva si fosse illividito il pallore della luna mirato dalla finestra tutta la notte? Egli restò come sbigottito di fronte a lei; ebbe di nuovo nel ventre, nel petto un sussulto tremendo di pianto, ma non ardì più l'abbraccio della prima volta; si buttò invece a terra sul cadaverino del bimbo già composto nella bara, coperto di fiori.
Fu tratto via dal Prever; la Graziella e la bàlia trassero via la nonna.
Nessuno si curò di lei, che volle avere il cuore d'assistere a tutto sino alla fine, dopo aver baciato la morte su la piccola, dura e gelida fronte del bimbo.
Quando già il coperchio della cassa era saldato, sopravvenne il giovine giornalista, ed ella si commosse un poco alle premure che costui le usò; ma non volle allontanarsi.
- Ormai...
ormai è fatto, - gli disse.
- Grazie, lasciatemi! Ormai ho visto tutto...
Non si vede più nulla...
Una cassa e l'amor mio di madre, là...
Un émpito di pianto le balzò alla gola, le sgorgò dagli occhi.
Lo represse, quasi rabbiosamente, col fazzoletto.
Appena Giustino, sorretto dal Prever, a pie' della casa, in mezzo alla gente accorsa per l'accompagnamento funebre, vide scendere dietro la piccola bara il giovine giornalista accanto a Silvia, comprese che questa, dopo il seppellimento, non sarebbe più ritornata a casa.
Disse allora al Prever e alla gente che gli faceva ressa attorno:
- Aspettate, aspettate...
E corse su, in casa.
La morte per lui non era tanto in quella piccola bara, quanto nell'aspetto di Silvia, nella definitiva partenza di lei.
Quel ch'era morto di lui nel suo bimbo era ben poco a confronto di quel che di lui moriva con l'allontanamento della moglie.
I due dolori erano per lui un dolore solo, inseparabile.
Deponendo il bimbo nella tomba, egli doveva deporre insieme un'altra cosa, nelle mani di lei: gli ultimi resti della sua vita, ecco.
Fu visto poco dopo ridiscendere con un fascio di carte sotto il braccio.
Con esse, appoggiato al Prever, seguì il mortorio fino alla chiesa, fino al cimitero.
Quando il mortorio si sciolse, si strappò dal braccio del Prever e si accostò vacillante a Silvia che si disponeva a montare su l'automobile del giornalista.
- Ecco, - le disse, porgendole le carte, - tieni...
Ormai io...
che...
che me ne faccio più? A te possono servire...
Sono...
sono recapiti di traduttori...
note mie...
appunti, calcoli...
contratti...
lettere...
Ti potranno servire per...
per non farti ingannare...
Chi sa...
chi sa come ti rubano...
Tieni...
e...
addio! addio! addio!...
E si buttò singhiozzando tra le braccia del Prever che s'era avvicinato.
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