TERENZIO, di Carlo Goldoni - pagina 5
...
.
CRE.
Quivi il signor me volle, cui servir deggio ancora.
LIV.
Opra altrui di tue mani promessa ho con impegno.
Pronte son lane e sete; dell'opra ecco il disegno.
(porge a Creusa una tela disegnata.)
CRE.
Fatto sarà.
LIV.
Per modo lo vo' sollecitato,
Che dal lavor non parta, pria che sia terminato.
Avrai stanza remota; cibo darotti a parte.
Sola potrai far prova maggior di tua bell'arte.
Tempo ti do sei lune a compiere il lavoro;
Promettoti per premio dramme parecchie d'oro,
Promettoti due vasi d'olio che non ha pari,
Per ardere in segreto a' tuoi paterni lari.
CRE.
Sola sei lune intere? Sola dagli altri esclusa?
LIV.
Sola al ricamo intenta, e per mia man rinchiusa.
CRE.
Arte che l'alma impegna, riesce più dolce e vaga,
Qualor la mente oppressa dall'opera si svaga.
LIV.
Ma lo svagar talora scema al lavor l'affetto,
Diviso in varie parti il cuore e l'intelletto.
CRE.
Credi, vedrai che l'uso...
LIV.
Basta così, lo voglio.
Udir da' servi miei vane ragion non soglio.
Mira il disegno, e dimmi se quei d'Apelle imita.
CRE.
Esser da greca scuola veggo la mano uscita.
Maestro di tal arte chiaro l'autor comprendo,
Ma sia favola o storia, la tela io non intendo.
LIV.
La spiegherò, se 'l brami.
Que' due di vario sesso,
Che timidi, qual vedi, vagheggiansi dappresso,
Sono da pari laccio ambi legati e servi;
Mira nel volto i segni degli animi protervi.
Quel che là vedi in atto d'impor cenni al littore,
Minaccevole in volto, de' perfidi è il signore.
Scoperte con isdegno di lor le fiamme impure,
Condannali alle verghe, condannali alla scure.
CRE.
Manca, se all'occhio il vero tramanda l'intelletto,
Altra figura al quadro, per renderlo perfetto.
Donna qui vi vorrebbe in abito romano,
In atto di svelare de' miseri l'arcano,
Col viso e colle mani mostrando il suo livore,
Armando di sua mano la man del senatore.
LIV.
(Temeraria! M'intese, e mi risponde ardita.
La guideran gl'insulti al fin della sua vita).
(da sé.)
CRE.
Se mal pensai...
(a Livia.)
LIV.
T'accheta.
Viene Terenzio a noi.
(osservando fra le scene.)
CRE.
Per evitar tuoi sdegni, vo a chiudermi, se 'l vuoi.
LIV.
Resta.
Che pensi, audace? Che amor per lui m'aggrave?
Il cuor dell'eroine mal veggono le schiave.
CRE.
Se tal dubbio fallace nutrisse il mio pensiero,
Tua scusa non richiesta par che mi dica: è vero.
LIV.
Taci.
CRE.
Non parlo.
LIV.
E bada, in faccia al tuo diletto,
A Livia che t'ascolta non perdere il rispetto.
Non veggano quest'occhi uscir da tue pupille
In faccia del tuo vago le fiamme e le faville.
CRE.
(Misera me!) (da sé.)
LIV.
Terenzio, a che t'arresti? Il cuore
Dipingesi per reo dal soverchio timore.
(parla verso la scena, da dove viene Terenzio.)
SCENA OTTAVA
TERENZIO e le suddette.
TER.
Di colpa non è segno; rispetto in me tu vedi.
Franco sarò, se 'l brami, audace anche, se 'l chiedi.
Che leggesi, permetti che vegga da Creusa.
(a Livia.)
LIV.
Non legge.
TER.
Che fa dunque?
LIV.
Non si domanda.
TER.
Scusa.
(umiliandosi a Livia.)
LIV.
A te che cal di lei?
TER.
Nulla; ma è naturale
Curiosità, che onesta negli uomini prevale.
LIV.
Non ti celar, Terenzio: l'amor tuo non mentire.
TER.
Mentir di Livia in faccia? Troppo sarebbe ardire.
LIV.
Vorrei, s'ella ti amasse, felicitar tua brama;
Ma struggerti gli è vano, per donna che non ti ama.
TER.
Mi disprezzi? (a Creusa.)
LIV.
T'aborre.
(a Terenzio.)
TER.
Questo a lei lo domando.
(a Livia, accennando a Creusa.)
LIV.
All'inchiesta rispondi.
(a Creusa.)
CRE.
Taccio per tuo comando.
(Livia.)
LIV.
Fissar le imposi gli occhi su quel disegno, e tace.
(a Terenzio.)
TER.
Il suo tacer comprendo.
Lo soffro, e mi do pace.
(a Livia, accennando a Creusa.)
LIV.
Senti? di te non cura; ti lascia al tuo destino.
(a Creusa.)
TER.
(Livia conosco appieno.
M'infingo, e l'indovino).
(da sé.)
LIV.
Sposa non peneresti mirarla in altro laccio? (a Terenzio.)
TER.
Non penerei.
CRE.
Ma pure...
(verso Terenzio.)
LIV.
Or dei tacere.
(a Creusa.)
CRE.
Taccio.
TER.
Per me se il cor le avesse punto d'amore il dardo,
Almeno alle mie luci alzar dovrebbe il guardo.
Creusa de' suoi sguardi Terenzio non fa degno.
CRE.
(alza gli occhi verso Terenzio.)
LIV.
Mira il quadro.
(a Creusa, con isdegno.)
CRE.
(Crudele!) (da sé, parlando di Terenzio; indi osserva il disegno.)
TER.
(S'accosta a Creusa, osservando anch'egli la tela che tiene in mano.)
LIV.
Che ti par del disegno?
CRE.
A questo servo ingrato, che irrita il suo signore,
Vicine esser dovrebbono le verghe del littore.
TER.
Qual favola è codesta? (a Livia.)
LIV.
Soggetto è d'un ricamo.
TER.
Posso vederlo?
LIV.
Il mira.
TER.
(Taci, Creusa, io t'amo).
(piano a Creusa, mostrando di osservare il disegno.)
Nuovo pensiere, e vago.
(a Livia, accennando il disegno.)
LIV.
Vedi lo schiavo avvinto? (a Terenzio.)
TER.
Veggolo.
Temerario! (In quello io son dipinto).
(da sé.)
LIV.
Che ti par?
TER.
Giustamente s'opprime e si minaccia.
(Vuol la ragion ch'io finga).
(da sé.)
CRE.
(Vuole il dover ch'io taccia).
(da sé.)
SCENA NONA
DAMONE e detti.
DAM.
Terenzio, mio signore, signor mio prelibato, (a Terenzio, con ironia.)
Se in comodo si trova, da Lelio è domandato.
TER.
Vil feccia! (a Damone.)
DAM.
Scelta schiuma! (a Terenzio.)
TER.
Andrò, se mel concedi.
(a Livia.)
LIV.
Fermati.
(a Terenzio.) Lelio venga.
(a Damone.)
DAM.
Lelio verrà a' tuoi piedi.
(a Terenzio, con ironia.)
(Oh di magion felice mirabile comparto!
Padre, figlia, due schiavi...
bella partita in quarto).
(da sé, e parte.)
SCENA DECIMA
TERENZIO, LIVIA e CREUSA.
TER.
Livia, per tuo rispetto soffro le ingiurie, e taccio.
LIV.
Terenzio, i sacrifici conosco, e men compiaccio.
(con tenerezza.)
Non ti curar de' servi, ch'han gli animi vulgari.
CRE.
Gli animi di chi serve non van tutti del pari.
(a Livia.)
LIV.
Taci.
(a Creusa.)
CRE.
Obbedisco.
LIV.
E gli occhi tieni al disegno intenti.
CRE.
(Quando avran fine, o numi, gli spasimi e i tormenti?) (da sé.)
SCENA UNDICESIMA
LELIO e detti.
LEL.
Venere a Livia doni pace, salute e sposo.
LIV.
Marte a Lelio compensi l'augurio generoso.
LEL.
Di Cerere nel tempio gli edili han ragunato
In ordin de' comizi il popolo e il Senato;
Tribuni e magistrati, ciascun Terenzio noma.
Vanne; Lucan ti aspetta; tu sei l'amor di Roma.
(a Terenzio.)
TER.
Vado.
(in atto di partire, mirando Creusa.)
CRE.
Mi lasci? (a Terenzio.)
LIV.
Ardita! A che ti sprona il cuore? (a Creusa.)
Quella che in lei tu vedi, è invidia e non amore.
(a Terenzio.)
TER.
Il mio dover mi porta 've il mio signor mi chiama.
Conosco chi m'adula, discerno chi ben ama.
Secondino pietosi i numi il mio disegno;
Del cuor che ha maggior pregio, il ciel mi renda degno.
(parte.)
SCENA DODICESIMA
LIVIA, CREUSA e LELIO.
LIV.
(Se libero è Terenzio, degno sarà del mio).
(da sé.)
CRE.
(Colpa non ha il cuore, se misera son io).
(da sé.)
LIV.
Vanne Creusa.
CRE.
Dove?
LIV.
Dove a te dissi, e quando.
Chiuditi, e d'uscir fuori s'aspetti il mio comando.
CRE.
(Perfida! Ti conosco.
Uscir da quelle porte
Farammi, a tuo dispetto, o il mio Terenzio, o morte).
(da sé, e parte.)
SCENA TREDICESIMA
LIVIA e LELIO.
LIV.
Ch'ami costei Terenzio, sento nel mondo invalso.
(a Lelio.)
LEL.
Spesso nel volgo sparge fama bugiarda il falso.
LIV.
Ma ciò si lasci, e dimmi: il popolo latino
Offre al comico vate l'onor di cittadino?
LEL.
Arbitro è sol Lucano di sì bel dono, e Roma
Pregalo che tal fregio conceda alla sua chioma.
Quel ch'ora dagli edili s'agita in sacra sede,
È all'opre di Terenzio generosa mercede.
Nel dì pria delle none d'april, ne' giochi usati,
Per Rea, madre de' numi, Mengalesi chiamati,
L'Eunuco in un sol giorno due volte empieo l'arena
Con destra e con sinistra tibia sonora, amena:
Onor ch'è riserbato a' comici preclari,
L'impari tibia usata, concessa ai più vulgari.
Con pubblico decreto merta che a lui sia dato
Premio che de' poeti sorpassi il premio usato.
LIV.
Credi che il suo signore la libertà gli done?
LEL.
Lo credo.
LIV.
E allor fia degno di dame e di matrone?
LEL.
L'uso di Roma è tale.
La verga che percuote
Per amor, non per ira, dello stranier le gote,
Fa che del sangue istesso ogni bruttura emende,
E degli onori a parte de' cittadini il rende.
LIV.
Qual credi tu più degna del libero Africano?
LEL.
Quella cui per amore fe' sua figlia Lucano.
LIV.
Da lui dipender deggio obbediente figlia.
LEL.
Livia, da lui lontana, il cuor che ti consiglia?
LIV.
Finché Terenzio è servo, pensare a lui non deggio.
Coll'anime vulgari amante non vaneggio.
La libertà ch'ei spera, è incerta alla sua chioma,
Nel nostro sen riposa l'onor di tutta Roma.
LEL.
Mille, per uom sì conto, avran ferito il cuore.
LIV.
Cedere all'adottiva dovran del suo signore.
LEL.
Credimi, se tu tardi, cotal condizione
Non valeratti dopo la sua manomissione.
LIV.
Troppo sarebbe ingrato, cercando altri legami.
LEL.
Livia, per quel ch'i' sento, tu confessi che l'ami.
LIV.
No, non amo uno schiavo, né l'amerò giammai.
Sia libero Terenzio, dirò s'unqua l'amai.
L'onor delle Romane fisso nell'alma i' porto;
Ma farmi non ardisca donna qualunque un torto.
(parte.)
SCENA QUATTORDICESIMA
LELIO solo.
LEL.
Il torto che paventi, credo l'avrai da tale,
Che per voler del fato ti è serva, e ti è rivale.
Giugne tant'oltre il fasto delle Romane in core,
Che credonsi le sole custodi dell'onore.
Preme a noi pur, che regni in lor gloria latina;
Ma donna far non puote di Roma la rovina.
Misero l'uom, se stesse l'onor d'una famiglia
Nel cuore della sposa, nel cuore della figlia!
Facciano il lor dovere, sia donna o sia fanciulla;
Puniscasi chi manca, e l'uom non perde nulla.
(parte.)
ATTO TERZO
SCENA PRIMA
LISCA e DAMONE.
DAM.
Lisca, onor delle mense, quanto ch'io t'amo il sai;
Dar cibo a tutte l'ore a te non ricusai.
Solo alle cene è in uso chiamarsi i convitati;
Da pochi sono in Roma i pranzi praticati.
Mangiar tre volte al giorno, e quattro, se abbisogna,
S'ammette nella plebe, nei grandi è una vergogna.
Ma il tuo stomaco avvezzo a digerir di volo,
Dal mattino alla sera suol fare un pasto solo.
LIS.
Se per rimproverarmi rammenti ciò, Damone,
Del tuo nulla mi dai, la spesa è del padrone.
DAM.
È ver, ma son quell'io...
Basta, non vo' dir questo.
Ti sono amico, il dissi, lo dico e lo protesto,
E se nulla poss'io far a te che ti piaccia,
Da te cosa a me grata è giusto che si faccia.
LIS.
Impiegami, Damone, parla, domanda, imponi.
Parla, eccellente cuoco d'anitre e di pavoni.
Per te che non farei, che far da me si possa?
Amico fino all'ara, e anche fino alla fossa.
DAM.
Terenzio, qual io sono, è schiavo al signor mio;
Né vale il dir ch'egli abbia cosa che non ho io,
Ché, fuori d'una sola, di cui 'l destin m'ha privo,
Penso com'egli pensa; com'egli vive, io vivo.
Africa ad ambedue diè povero il natale;
Esser dovrebbe in Roma sorte ad entrambi eguale:
Ma a lui si fan gli onori, per lui s'han de' riguardi,
Ed io non trovo in Roma un cane che mi guardi.
LIS.
Lo sai perché?
DAM.
Lo vedo.
Perché il padron destina
Alle scene Terenzio, Damone alla cucina.
Ma d'ingiustizia tale mi lagno, e vo' lagnarmi,
Fino che 'l giorno arrivi ch'io possa vendicarmi.
A te, che amico sei, ch'hai cervel buono e sodo,
Chiedo che a me consigli della vendetta il modo.
LIS.
Sì, volentier; darotti facil consiglio e certo,
Che sopra al tuo rivale salir farà il tuo merto.
Mirar precipitati vuoi tutti i pregi sui?
Studiati una commedia formar meglio di lui.
DAM.
N'ho voglia; lo farei, ma non ne so principio.
LIS.
Poeta divenire può tosto ogni mancipio.
T'insegnerò.
DAM.
Lo voglia Vulcan, Cerere e Bacco.
LIS.
Dai numi di cucina far devi ogni distacco:
Hansi a invocar le Muse, Minerva e 'l biondo Apollo;
E di padella in vece, porsi la cetra al collo.
Odimi.
Se prometti a me dar due fagiani,
Opra passar per tua farò delle mie mani.
DAM.
Raro il fagiano è in Roma, che in Grecia ha suo ricetto;
Ma se l'impegno adempi, anch'io te li prometto.
LIS.
Perché schernito resti Terenzio nel cimento,
Della commedia nostra sia Plauto l'argomento.
Veggasi nel confronto questo e poi quel dipinto;
Terenzio ha i suoi nemici; diran ch'ei resta vinto;
E tua sarà la gloria d'averlo scorbacchiato.
Terenzio fia deriso, Damone vendicato.
DAM.
Bene, bene, ma bene, duemila volte bene.
Lisca, i fagian son tuoi...
Ma un dubbio ora mi viene:
Se a me conto si chiede chi Plauto fosse, o quale,
Non so s'uomo sia stato, o bestia irrazionale.
LIS.
Lume ti do che basta: Plauto nell'Umbria nacque,
Fallito mercatante, tristo in miseria giacque,
E tanto in poche lune l'oppresse il rio destino,
Che a raggirar s'indusse la macina al mulino.
Negli ozi lacrimosi, per quel che a noi si dice,
Diè a immaginar commedie principio l'infelice;
E queste indi ridotte al novero di venti,
Tornaronlo in fortuna, produssero portenti.
Avea stil sì purgato, onde le Muse anch'esse
Udrebbonsi, parlando, a dir le cose istesse.
Giustizia anche a' dì nostri gli rendono i sapienti,
Di Plauto commendando i semplici argomenti,
E l'arte, onde soleva dipingere i costumi,
Il mondo conoscendo, da quel prendendo i lumi.
Soggetto di commedia non dà la di lui vita,
Ma favole sognando cosa farem compita;
Basta che nel confronto penda il giudizio almeno,
Di critica l'applauso dal volgo verrà pieno.
Bastan tre o quattro soli a screditar lo schiavo,
A far che il popol gridi: bravo, Damone, bravo.
DAM.
Tante da te ne intesi; io ne dirò una sola:
Di quanto a me dicesti non intendo parola.
Studia di mia vendetta modi men duri e strani,
Se il premio vuoi che cerchi aver dalle mie mani.
LIS.
Farò...
Tu che faresti?
DAM.
Farei, se col padrone
Avessi confidenza, parecchie cose buone.
Gli direi, per esempio...
sì, questo dir potrei,
E prove a sostenerlo, e testimoni avrei
Passan segreti amori fra Terenzio...
LIS.
E Creusa?...
DAM.
No.
Interromper chi parla la civiltà non usa
Passan segreti amor fra Terenzio...
LIS.
E Barsina?
DAM.
No, che crepar tu possa innanzi domattina:
Fra lui e l'adottiva figlia del suo signore.
Oh vedi, se uno schiavo gli reca un bell'onore!
Se il sa Lucan, vedrassi Terenzio alla catena,
Avrà di mille verghe i colpi sulla schiena;
Ché in Roma è minor colpa render un uomo esangue,
Che d'una cittadina bruttar l'illustre sangue.
LIS.
Questo farò.
Svelato da me sarà l'arcano;
Ti è noto, se mi crede, se ascoltami Lucano.
DAM.
Pera Terenzio, e cada in odio dei Romani.
LIS.
Abbia Damon l'intento, e Lisca i due fagiani.
SCENA SECONDA
FABIO e detti.
FAB.
Fortunato Terenzio!
LIS.
Qual novità?
DAM.
Che fu?
FAB.
Una commedia sola puossi pagar di più?
In premio dell'Eunuco, gli edili in pien Senato
Con ottomila nummi han lui rimunerato.
DAM.
Cieca fortuna ingrata, per te bestemmierei.
Lisca, non perder tempo.
Già sai quel che far dei.
Vo' a ricercar fagiani, e non risparmio spese,
S'anche gettar dovessi quel che rubai in un mese.
(parte.)
SCENA TERZA
FABIO e LISCA.
LIS.
Buon per noi che a' privati sien le ricchezze sparte;
Possiam dell'altrui bene noi pure essere a parte.
Di schiavo fortunato amici esser conviene;
Godrem da lui fors'anco dei pranzi e delle cene.
FAB.
Non è di coltivarlo questa per me ragione;
Ma calmi della stima ch'ave di lui il padrone.
Sportula, col suo mezzo, maggior posso acquistarmi,
Ond'è che di adularlo fa d'uopo, e vo' provarmi.
LIS.
Farai poca fatica, se hai l'adular per uso.
FAB.
Andar, chi non sa farlo, vedo da' ricchi escluso.
SCENA QUARTA
TERENZIO e detti.
TER.
(D'un senator di Roma ecco i seguaci arditi:
Adulator clienti, e ingordi parassiti).
(da sé, restando indietro ed osservando i suddetti.)
FAB.
Teco son lieto, amico, per il novello onore.
(a Terenzio, incontrandolo.)
LIS.
Teco de' nuovi acquisti rallegromi di cuore.
(a Terenzio.)
TER.
(Sappia Creusa anch'essa le mie fortune, e speri.
Cambiar per lei fors'anco vedrò gli astri severi).
(da sé, non badando a quei che gli parlano, e in atto d'incamminarsi altrove.)
FAB.
Non odi, o mal gradisci gli atti di cuor sincero? (a Terenzio.)
LIS.
Grato non è Terenzio al cuor d'amico vero? (a Terenzio.)
TER.
Gli animi, i cuor d'entrambi, noti mi sono appieno:
Conosco il dolce riso per me fatto sereno.
(ironico.)
Ma Lisca, s'io perissi, per questo non digiuna;
E Fabio non ha d'uopo di me per sua fortuna.
FAB.
T'amo per amor vero.
LIS.
Nol fo per l'interesse.
TER.
Stolto Terenzio fora, se cieco a voi credesse
I nobili compiango, compiango i candidati,
Che fondan lor grandezza nell'essere adulati.
Pane gettato invano, sportule invan disperse
Per gente di mal cuore, per anime perverse.
Merto non ha bisogno di lode adulatrice;
Ricchezza mal usata fa il prodigo infelice.
Onde di buon acquisto i beni mal locati
Fan giudicare al mondo che sien male acquistati.
Della fortuna il dono, de' miei sudori il prezzo,
Dividere agl'ingrati per me non sono avvezzo.
Cercate chi vi creda.
Da me non aspettate
Ch'essere sulle scene esposti alle fischiate:
Opera degna essendo de' comici scrittori
Schernir i parassiti, scoprir gli adulatori,
Onde dell'alme indegne il vizio si corregga,
O almen del loro inganno il popolo s'avvegga;
E apprendan cittadini, e apprendan senatori
Ai miseri dar mano, punire i traditori.
(parte.)
SCENA QUINTA
FABIO e LISCA.
FAB.
Lisca?
LIS.
Fabio? È un avaro.
FAB.
Superbo è quell'audace.
LIS.
Convien precipitarlo.
FAB.
Questo si fa, e si tace.
LIS.
Pronto è il modo.
FAB.
In qual guisa?
LIS.
Aiutami.
FAB.
Consiglia.
LIS.
Terenzio ama colei che di Lucano è figlia.
FAB.
Grave è la colpa in servo.
LIS.
A noi tal colpa giove.
FAB.
Crederallo Lucano?
LIS.
Ho testimoni e prove.
FAB.
Eccolo.
(osservando fra le scene Lucano che si appressa.)
LIS.
A tempo giunge.
SCENA SESTA
Lucano ed i suddetti.
LUC.
Grata a Terenzio è Roma.
Sol resta a' pregi suoi libero ornar la chioma.
Romolo, che de' padri la crudeltate ha in ira,
Pietà nel seno mio verso lo schiavo inspira.
FAB.
Romolo, che del Lazio regge fra' numi il fato,
Libero aver fra' suoi aborrisce un ingrato.
LIS.
Lodasi di Lucano l'almo pietoso impegno;
Ma di ricchezze e onori Terenzio non è degno.
LUC.
Qual ragionar novello contr'uom da voi lodato?
FAB.
Terenzio è menzognero.
LIS.
Terenzio è scellerato.
LUC.
Ragion diasi di questo.
FAB.
Schiavo di mente insana,
Amar Livia non teme, seduce una Romana.
LUC.
Livia da lui amata? (a Fabio e Lisca.)
FAB.
Lo so.
LIS.
Di ciò m'impegno.
LUC.
Se libero lo rendo, d'amarla non è indegno.
Olà! (chiama.)
SCENA SETTIMA
DAMONE ed i suddetti.
DAM.
Sempre sol io agli ordini mi trovo.
LUC.
Livia a me.
(a Damone.)
DAM.
Sì, signore.
(Lisca, che v'è di nuovo?
Nulla facesti?) (piano a Lisca.)
LIS.
(Ho fatto).
(piano a Damone.)
DAM.
(Compro i fagian?) (piano a Lisca.)
LIS.
(Puoi farlo).
(come sopra.)
DAM.
(Lisca è il grand'uom! Vorrei propriamente indorarlo).
(da sé, e parte.)
SCENA OTTAVA
LUCANO, FABIO e LISCA.
LUC.
Colpa sarebbe in servo l'amar donna Romana,
Ma in lui la colpa emenda bella virtute e strana.
L'amor di tutta Roma mi offre per lui la scusa.
(Più facile al cuor mio dipinta da Creusa).
(da sé.)
Solo restar con Livia per or mi cale.
Andate.
FAB.
Lisca? (piano a Lisca.)
LIS.
Fabio? Addio cene.
(piano a Fabio.)
FAB.
Son le speranze andate.
(partono.)
SCENA NONA
LUCANO, poi LIVIA.
LUC.
Mezzo miglior di questo non puommi offrir la sorte:
Staccasi da Creusa, se 'l rendo altrui consorte.
La servitù col tempo smarrisce nell'oblio,
E poi Livia è mia figlia, ma non del sangue mio.
Ma che Terenzio l'ami, finor si rende oscuro.
Eccola; può il suo labbro di ciò farmi sicuro.
LIV.
(S'avanza rispettosa, e non parla.)
LUC.
Livia, so qual di figlia si desti in sen timore,
Se tocchi fian dal padre gli arcani del suo cuore.
Sia padre di natura, sialo, qual io, d'affetto,
Nell'anime ben nate imprime egual rispetto.
Prima che si discenda a ciò che in sen tu celi,
Di chi ti parla al cenno togli dall'alma i veli,
Certa che la menzogna, non il desio mi sdegna,
Certa che un cuor sincero a secondarlo impegna.
LIV.
Parla, signor, ma pensa che se di te son figlia,
A farmi di te degna il cuor sol mi consiglia.
Parla, ma credi in prima, per tuo, per mio conforto,
Che fa chi vil mi crede a mia virtude un torto.
LUC.
Anzi nel dubbio ancora, per cui parlarti aspiro,
Quanto più mi lusingo, più la virtude ammiro.
Franco si sciolga il labbro: Ami Terenzio, amata?
LIV.
Se schiavo amar potessi, vorrei non esser nata.
E s'egli in me tentasse sedurre un cuor Romano,
Saprei, s'altri non fosse, punirlo di mia mano.
Dacché dagli avi nostri fur le Sabine umili
Rapite, e di man tolte ad uomini non vili,
Di Romolo coi figli dacché congiunte furo,
Serbar nelle lor vene sangue romano e puro.
Né si dirà che sia Livia la figlia indegna,
Che renderlo macchiato alle latine insegna.
LUC.
(Proviam cotesto orgoglio).
(da sé.) Vo' che tu l'ami.
(con impero.)
LIV.
Il vuoi? (con qualche tenerezza,)
LUC.
Ardirai contraddirmi? (come sopra.)
LIV.
Sei padre, e tutto puoi.
(come sopra.)
LUC.
Sì, tutto posso, è vero, sul cuor, su tuoi desiri,
Ma un sacrifizio ingiusto per me far non si aspiri.
(cambiando stile.)
Di Romolo son figlio, padre di Roma anch'io:
L'onor deggio del Lazio serbar nel tetto mio.
A schiavo non consente unir legge sovrana,
Maggior d'ogni grandezza, il cuor d'una Romana.
LIV.
Per prova o per ischerno dunque parlasti, o padre.
(mortificata.)
LUC.
No; di Terenzio sposa, d'eroi ti voglio madre.
LIV.
Come, signor? (rasserenandosi.)
LUC.
M'ascolta.
Pria che l'odierna luce
Spenga nel sen di Teti dell'aureo cocchio il duce,
Libero per mio dono il vate valoroso
Di me sarà liberto, di Livia sarà sposo.
LIV.
E d'uom nato straniero, d'uom che fra' ceppi langue,
Cambiar può nelle vene l'atto solenne il sangue?
LUC.
Lo può.
LIV.
Né più gli resta, mercé di Roma amica,
Alcuna macchia in seno della viltade antica?
LUC.
Nel fausto lieto giorno purissimo rinasce,
Qual di Romana figlio che bamboleggia in fasce.
LIV.
Sapienza degli dei! Bella pietà di Roma! (con letizia.)
LUC.
Ma sciolta di catene dal piè la dura soma,
Se Livia ancor lo sdegna, con lei non infierisco.
LIV.
Al padre che comanda, oppormi io non ardisco;
Ma poi...
LUC.
Sarai contenta.
LIV.
Ma poi, dicea, signore,
Se libero lo rendi, di lui qual sarà il cuore?
Spesso del benefizio dagli uomini s'abusa...
LUC.
Dov'è la greca schiava?
LIV.
Nelle mie stanze è chiusa.
LUC.
Per qual cagion si cela? Fugge da me?
LIV.
Ricama.
LUC.
Qui venga.
LIV.
Intenta all'ago...
LUC.
Venga, il signor la chiama.
LIV.
(Non mi tradir, fortuna, or che mi mostri il viso;
Balzami il cuor nel seno pel giubilo improvviso).
(da sé, e parte.)
SCENA DECIMA
LUCANO, poi TERENZIO.
LUC.
Terenzio se di Livia, se di Creusa è amante,
Amerà in una il grado, nell'altra il bel sembiante;
Della più vil non teme mostrar acceso il cuore;
Dell'altra non ardisce svelar l'occulto ardore.
Ma se sperar potesse aver nobil donzella,
Schiava non ardirebbe di preferire a quella.
E molto meno ardito esser può a quest'eccesso,
Di contrastar gli affetti al suo signore istesso.
Tal mi lusinga il cuore, tal la virtù m'affida,
Che all'opre di Terenzio fu ognor regola e guida.
Se nel timor persiste l'uom che per ciò più estimo,
Darogli animo io stesso, a parlar sarò il primo.
TER.
(Creusa a me s'asconde.
La misera è in periglio.
Dissimular la pena parmi il miglior consiglio).
(da sé.)
LUC.
Terenzio, in tal momento ti rechi al mio cospetto,
Che dei pensieri miei tu stesso eri l'oggetto.
Consolomi che Roma giustizia al tuo talento
Reso abbia cogli onori, coll'oro e coll'argento.
TER.
Altro di mio non vanto che del tuo cuore il dono.
È tuo l'oro e l'argento, se di te schiavo io sono.
LUC.
Fra noi un cotal nome mandar puossi in oblio:
Servo non più, liberto sarai per amor mio.
Finor di tue fatiche a te donato ho il frutto,
Son tuoi gli ultimi acquisti, puoi disporre di tutto:
Mente, saper, consiglio ch'ogni poeta eccede,
Da me, da Roma esige amor, stima e mercede.
TER.
Signor, dal dolce peso di tante grazie oppresso,
Poco è ch'io ti offerisca la vita, il sangue istesso;
A me sei più che padre, se l'amor tuo m'invita
Al don di libertade, che val più della vita.
LUC.
Pria che all'occaso giunga di sì bel giorno il sole,
Fra il novero sarai della romulea prole.
Il nome di Terenzio, da me portato in prima,
Servo a te diedi ancora, in segno di mia stima.
Ora mi scordo i lacci, scordomi il grado antico,
Anticipo a chiamarti figlio, liberto, amico.
Meco da questo punto tu pur cambia lo stile;
Meno ti renda il grado, a cui t'inalzo, umile.
A me svela il tuo cuore, confida i tuoi pensieri;
I labbri incoraggiti mi parlino sinceri.
Questa mercé ti chiedo a mia beneficenza:
Fammi, se mi sei grato, del cuor la confidenza.
TER.
(Come svelar l'affetto che all'amor suo contrasta?) (da sé.)
LUC.
Segui a tacer? Che parli ti prego, e non ti basta?
TER.
Signor, di tue richieste veggo, conosco il fine;
Del giusto i miei desiri eccedono il confine.
Ravviso il contumace amor che m'arde in petto;
Reprimerlo son pronto, di spegnerlo prometto.
Se in ciò potei spiacerti, deh, per pietà, mi scusa.
LUC.
(Chi sa s'egli favelli di Livia, o di Creusa?
Un ver scoprir io temo, che m'abbia a recar pena).
(da sé.)
TER.
Vorrei, pria di spiacerti, soffrir doppia catena;
Quell'unico mi caglia giusto, soave amore,
Che grato ognor mi renda al cuor del mio signore.
LUC.
Che ami lo so.
Svelato fummi di te l'affetto,
Ma dubbio ancor mi resta dell'amor tuo l'oggetto.
Non arrossir nel dirlo.
Vedi qual per te sono
Disposto a compiacerti.
TER.
Signor, chiedo perdono.
Cieco è Amor.
La natura frale al desio s'arrende;
L'uso, il comodo, il tempo l'alme più schive accende.
L'occhio principia, e il cuore trae seco, a poco a poco,
Da piccola scintilla prodotto il maggior foco.
Perdon, se nel mirare dapprima il vago oggetto,
Qual si dovea non ebbi a te, signor, rispetto.
Se il grado mio scordato, in quel fatal momento,
M'arresi al dolce incanto che forma il mio tormento;
Se di colei, che merta del mondo aver l'impero,
Questo mio cuor s'accese miserabile, altero.
LUC.
(Par che di Livia parli).
(da sé.) Se tanto ho a te concesso,
Poss'anco ciò donarti, che amo quanto me stesso:
Dal prezioso acquisto, che offro a' tuoi merti ancora,
Vedi se Lucan ti ama, se ti distingue e onora.
TER.
(L'offerta a lui penosa m'atterra, e mi confonde).
(da sé.)
LUC.
(Al maggior de' miei doni stupisce e non risponde).
(da sé.)
TER.
Dunque, signor...
LUC.
Sì, amico, non ti avvilir, fa cuore.
La mia pietà vuol lieto mirarti anche in amore.
Più di Ciprigna il figlio il cuor non ti martelli,
E di dolcezza pieni farai carmi più belli,
S'è ver che quella sia che ti ha tenuto in pene...
TER.
Signor, vedi Creusa che timida sen viene.
LUC.
Questa è colei, Terenzio, questa è colei che gravi
Lacci impose a quest'alma, ch'ha del mio cuor le chiavi.
So che tu pur la stimi, so che tu pur l'amasti:
Buon per te, che per tempo fiamme nel cuor cangiasti;
Perciò l'amor sospeso a te più forte io rendo.
Consolati, Terenzio.
TER.
Sì, signor.
(Non l'intendo).
(da sé.)
LUC.
Olà, perché t'arresti? (verso la scena, da dove viene Creusa.)
SCENA UNDICESIMA
CREUSA e li suddetti.
CRE.
Temeva disturbarti.
LUC.
Sempre hai tu da fuggirmi? Sempre ho io da pregarti?
Saran le tue ripulse ai miei desiri eterne?
TER.
(Preso ho affé, questa fiata, lucciole per lanterne).
(da sé.)
LUC.
Rispondimi, Creusa: stanca sei coi disprezzi
Pagar chi studia e pena a meritar tuoi vezzi?
TER.
(Che mai dirà?) (da sé.)
CRE.
Signore, mio cuor sempre è lo stesso;
Quel che poc'anzi ho detto, posso ridirti adesso.
LUC.
Se di Terenzio invano ti lusingasti, osserva:
Libero, e a Livia sposo, sprezza te Greca, e serva.
CRE.
(Barbaro) (da sé.)
TER.
(Sventurata! Or comprendo l'errore).
(da sé.)
LUC.
Dille tu, s'io mentisco.
(a Terenzio.)
TER.
Non mente un senatore.
LUC.
(D'un più discreto amore l'esempio egli ti reca).
(a Creusa.)
CRE.
Da un African l'esempio sdegna un'anima greca.
LUC.
Tu, se 'l mio ben ti cale, se aneli alla mia pace,
Modera quell'ingrata nel disprezzarmi audace.
Cerca ragion che vaglia a impietosirle il seno;
Per quel che a te donai, poss'io chiederti meno?
Vo ad affrettar la pompa che far ti dee Romano,
Vo in tuo favor di Livia lieto a dispor la mano.
Fa tu che quell'altera dal cuor non mi discacci.
(a Terenzio.)
Tu pensa a compiacermi, o a raddoppiar tuoi lacci.
(a Creusa, indi parte.)
SCENA DODICESIMA
TERENZIO e CREUSA.
TER.
(Come con lei scolparmi?) (da sé.)
CRE.
(Che potrà dir l'ingrato?) (da sé.)
TER.
Ah Creusa, che pensi?
CRE.
Mai non ti avessi amato
TER.
Non aspettar che parli teco a pro di Lucano.
CRE.
Per lui, per te mi parla; meco favelli invano.
TER.
Ti son fedel.
CRE.
Si vede.
TER.
Ascolta in pochi accenti
La ragion dell'inganno.
CRE.
Non vo' saperla.
(si scosta.)
TER.
Eh, senti.
(seguitandola.)
SCENA TREDICESIMA
LIVIA ed i suddetti
LIV.
Creusa, a che qui resti, partito il tuo signore?
TER.
Io, per ordin di lui, deggio parlarle al cuore.
(a Livia.)
LIV.
Te per tal opra ha scelto, ch'ardi per lei nel seno? (a Terenzio.)
CRE.
Di quel che per te peni, arde per me assai meno.
LIV.
Schiava vulgare, ardita, meco a garrir non chiamo.
CRE.
Partirò.
LIV.
Fallo tosto.
Sollecita il ricamo.
Quel che a te diei disegno, richiama alla memoria,
E pensa che vicina la favola è all'istoria.
CRE.
Favola per me il foco fu di Terenzio altero;
Ma quel che per te nutre, Livia felice, è vero.
(parte.)
SCENA QUATTORDICESIMA
TERENZIO e LIVIA
TER.
Fermati, ascolta.
(vuol seguitarla.)
LIV.
Come? In faccia mia seguirla?
TER.
Per ordin di Lucano parlar deggio, e sentirla.
LIV.
Ciò da me potrà farsi.
TER.
È ver, ma tu non sai...
LIV.
Terenzio con Lucano testé di te parlai.
(dolcemente.)
TER.
Di me che mai ti disse l'amabile signore?
LIV.
Ti lodò, mi propose...
L'intesi a mio rossore.
TER.
Previdi ch'ei ti avrebbe mosso per me allo sdegno.
LIV.
Non è cuor di liberto d'una Romana indegno.
TER.
Dunque, se tal divengo, Livia Terenzio adora?
LIV.
Se libero ti rendi...
Ma no, sei schiavo ancora.
(parte.)
SCENA QUINDICESIMA
TERENZIO solo.
TER.
Fin che fra' lacci io sono, di te mi credi indegno;
Tal io, se li disciolgo, di te più non mi degno.
Dove fondate il fasto, donne Romane altere,
Che rendere vi puote ai miseri severe?
Livia, che ha cuor superbo, stimo d'un'altra meno;
Più val schiava Creusa, che ha la virtude in seno.
Duolmi senza mia colpa averle ora spiaciuto;
Rete tra i fior si tese; in quella io son caduto.
Ma tratto dal mio piede di servitute il laccio,
Creusa e me fors'anco saprò trar d'ogn'impaccio.
Ah, voglia quel che a noi sovrasta eterno fato,
Ch'io possa esser felice, ma senza essere ingrato,
Valgami nel grand'uopo, a superar gli obietti,
La bella comic'arte di maneggiar gli affetti.
E se noi dall'arena abbiam comici il vanto
Di trar sovente il riso, di trar talora il pianto,
Quel che su finte scene l'arte maestra aduna,
Tentar vo' per me stesso, per far la mia fortuna.
ATTO QUARTO
SCENA PRIMA
TERENZIO solo.
TER.
A me doni preziosi? a me carmi ed onori?
Per me l'amor di Roma, l'amor de' senatori?
Di schiavitù fra i lacci viver non si rifiuta,
Quando a un sì caro prezzo la libertà è venduta.
E libertade istessa, cui la natura inclina,
Per rendermi felice, la sorte mi destina.
Ma, ahimè, l'alma trafitta un altro ben sospira,
Senza di cui la vita, non che la sorte ho in ira:
Un ben, che agli altri beni accrescere può il fregio,
Cui più d'ogni tesoro ave il mio cuore in pregio;
E lieto sceglierei viver fra' lacci ancora,
Pria di smarrir la vista del bel che m'innamora;
Provandosi per questo che il mondo e i beni suoi
Prezzo d'opinione ricevono da noi,
Stimandosi più quello che più diletta e piace,
Trovando sua ricchezza il cuor nella sua pace.
SCENA SECONDA
DAMONE ed il suddetto.
DAM.
Cerco il padron per tutto, e lo ricerco invano.
Saprà dov'è Terenzio, ch'è un membro di Lucano.
TER.
Sì, amabile Damone, lo so dov'ei si trova:
Sollecita d'amore per me l'ultima prova.
Con Lelio e con Scipione, e col pretor di Roma,
Accelera, concerta l'onor della mia chioma.
DAM.
Oh Roma fortunata, poiché fra' lustri suoi
Onorerà Terenzio, la feccia degli eroi!
TER.
Così sciolto da' lacci fosse Damone ancora,
Che 'l numero infelice de' servi disonora.
DAM.
Per me più stimo e apprezzo spennar polli e pavoni,
Dell'arte, onde ti vanti, de' mimi ed istrioni.
TER.
Che dir degl'istrioni, che dir de' mimi intendi?
Di questi e quelli il vanto, il merto, non comprendi.
Ister, che fra gli Etruschi dir vuol gioco da scena,
Diede agli attori il nome della commedia amena;
Mimus, che imitatore dir vuol, diè nome ai mimi,
Quei che ciò fan coi gesti, chiamati pantomimi.
DAM.
Uomini che di fama, che degli onor son privi,
Satirici, impudenti, scandalosi, lascivi.
TER.
Roma per mie commedie a me reca gli onori,
L'autor non è scorretto, onesti son gli attori.
Scena che virtù insegna, dà merto e preferenza;
Quel che detesto anch'io, del ballo è la licenza.
DAM.
Teco la perde sempre chi dir vuol sua ragione;
Dimmi dove poss'io ritrovar il padrone.
TER.
Lice, cortese amico, lice saper l'arcano,
Per cui mosso è Damone a ricercar Lucano?
DAM.
Amico eh?
TER.
Terenzio a te tal si professa.
Fummo in pari fortuna; siam d'una patria istessa.
Cartagine non sappia, che invidia in suol romano
D'un Africano il bene desti in altro Africano.
Spera che se la sorte in me ricchezze aduna,
D'un che fratello i' chiamo, posso far la fortuna.
DAM.
Tu mi deridi e sprezzi.
Di me ti sei servito
Ponendo sulle scene l'Eunuco sbalordito.
TER.
T'inganni, e tale inganno comune è a più soggetti,
Che credon dal poeta segnati i lor difetti.
S'incontran facilmente dal comico imitate
Persone che l'autore non ha nemmen sognate,
Facile essendo a caso toccar d'un tale il fondo,
Da chi prende i difetti a criticar del mondo.
DAM.
Questa ragion m'appaga; amico esser ti voglio;
Vedi se di cucina puoi tormi dall'imbroglio.
Chiedimi al signor nostro.
Spezza la mia catena,
E dammi, se puoi farlo, impiego sulla scena.
TER.
Mie favole son greche.
Sai di Grecia i costumi?
DAM.
Basta che tu m'impieghi ad accendere i lumi.
TER.
A così vile uffizio non serbo un uom ch'io stimo;
A recitar principia.
Puoi divenire il primo.
Valerti delle usate maschere t'apparecchia;
In grazia della voce puoi far da donna vecchia.
DAM.
Vuol dir che far io posso da strega o da mezzana;
Ma questa, per dir vero, sembrami cosa strana,
Ch'entri in ogni commedia la donna da partito,
Il figlio disonesto, il padre sbalordito,
Che abbiano dei mezzani a trionfar le trame,
Che Roma nel teatro soffra una scuola infame.
TER.
Giustamente in te parla della ragione il lume;
Degn'è di correzione sì pessimo costume.
Principio a moderarlo died'io con mano ardita;
Spero cambiarlo affatto, se 'l ciel mi darà vita:
E se poter cotanto i numi a me non danno,
Faran l'opra compita gli autor ch'indi verranno.
Ma del padron ti scordi.
DAM.
Lo cerca un vecchio Greco.
TER.
Sai che voglia?
DAM.
Nol so, poco parlato ha meco.
Del senator Lucano cercava infra la gente;
Sue voci mal intese sentii per accidente.
Per picciole monete m'offersi accompagnarlo;
Guidailo a queste soglie, sperando di trovarlo.
Tu che lo sai, m'insegna 've trovasi il padrone.
TER.
Cercalo dal pretore, da Lelio o da Scipione;
Ma fa che in questa sala passi frattanto il Greco.
Io che la Grecia scorsi, godrò di parlar seco.
DAM.
Vedrai barba ateniese ridicola ed amena;
Godilo, e fa che Roma goda il ritratto in scena.
Poiché (di' quel che vuoi) dai comici perfetti
Si fan di questo e quello ritratti maledetti.
(parte.)
SCENA TERZA
TERENZIO, poi CRITONE.
TER.
Guardimi il ciel ch'i' abusi di comica licenza:
So lo scenico frizzo purgar dall'insolenza.
E quando i rei costumi deonsi trattar severi,
Usar deve il poeta rispetto agli stranieri.
CRIT.
Roma, superba Roma, che altera il capo estolli,
Sdegnando gli stranieri mirar dai sette colli,
Lunga stagione invano speri prosperi auspici,
Se barbara a tal segno tu sei cogl'infelici.
TER.
Vecchio, di che ti lagni?
CRIT.
Chi sei tu che mel chiedi?
Sei di Roma, o straniero?
TER.
Servo i' son, qual tu vedi.
CRIT.
Della vista il difetto soffre l'età canuta;
La tunica servile non ti aveva veduta.
Donde sei?
TER.
Africano.
Terenzio è il nome mio.
CRIT.
Terenzio?...
Anche in Atene nome cotal s'udio.
Dicesi ch'egli merta i lauri alle sue chiome,
Rivivere facendo qui di Menandro il nome.
Se' tu il comico vate?
TER.
Quello son io.
CRIT.
Deh insegna
A Roma dalle scene, che tirannia mal regna.
Cantino i carmi tuoi di Troia le ruine,
E tremino di Grecia quest'anime latine.
Né dir che l'argomento soggetto è di tragedia,
Trattar dell'altre cose talor può la commedia.
Che s'ella del coturno non veste i propri attori,
Parlar fra gente bassa può ben d'alti signori.
TER.
Greco tu sei.
CRIT.
Lo sono, e ne ringrazio i numi,
Che a noi dier leggi umane e docili costumi.
TER.
Spiegano i detti tuoi ch'odii di Roma il nome.
CRIT.
Vuoi tu che Roma apprezzi? Vuoi tu che l'ami? e come?
Giunge dall'età oppresso uom peregrino, antico;
Insultalo la plebe, non trova un solo amico.
Rispondermi non degna talun, s'io parlo seco:
Trattasi come schiavo un Ateniese, un Greco.
E finalmente un servo guidami da Lucano,
Mercé due dramme d'oro levatemi di mano.
TER.
Deh, non voler per questo empia dir Roma e ria:
Qui pur regna ne' cuori affetto e cortesia.
Nell'Attica, nel Lazio, in tutte le nazioni,
In due partesi il mondo, misto di tristi e buoni:
Lucan, di cui tu cerchi, uomo senil, togato,
Onor del Campidoglio, delizia del Senato,
Ama l'onesto e il vero, gli cal dell'altrui bene,
Egual nella virtude ai satrapi d'Atene.
CRIT.
Tenti, comico vate, tenti lodarmi invano
Chi me d'unico figlio privò colla sua mano.
Né crederò che aspiri degl'infelici al bene,
Chi figlia del mio figlio trattien fra le catene.
TER.
Cielo! tu di Creusa?...
CRIT.
L'avolo sventurato.
TER.
Venisti a liberarla?
CRIT.
Ah, lo volesse il fato.
Uomo vulgar non sono, ma povertà m'opprime,
E per sudar fra l'armi non ho le forze prime.
Picciola terra antica, degli avi miei retaggio,
Ridussemi, venduta, all'ultimo disaggio.
Sperai colle monete, tratte dal terren colto,
Il piè della nipote mirar da' lacci sciolto,
Cambiando in varie merci dell'Attico paese
Il danar ricavato per lucrar nolo e spese;
Ma il lungo viaggio e 'l lungo variar delle tempeste
Privommi d'ogni speme, privandomi di queste.
Per cinque intere lune gioco del mar si feo
Nave che me chiudeva pel burrascoso Egeo;
E cento volte e cento m'empiero il cuor di gelo
Le Cicladi d'intorno all'isola di Delo.
Teti, Nettuno irati, orche, tritoni e glauchi,
D'Eolo sonando ai fischi tremuli corni e rauchi,
Nero il ciel, nere l'onde, nero de' mesti il viso,
Lungo timor nell'alme parea sempre improvviso.
Canapi rotti e antenne, sdruscito, ahimè, il naviglio,
Gettar gli arredi al mare fu provvido consiglio.
E i lavori e le merci di me primier di tutti
A saziar fur date l'ingordigia de' flutti.
Ferma, alla man crudele dir mi faceva il cuore:
Serba a misera figlia il prezzo dell'amore.
Abbia la greca schiava per voi paterna aita,
Sgravi la nave invece d'un misero la vita;
L'arca si serbi, e vada vecchio canuto all'onde.
Ahimè! l'arca si getta, e a me non si risponde.
Stava sul punto io stesso di darmi al mar fremente,
Ma in me perde ogni speme, dicea, figlia innocente.
Deh, l'Olimpico Giove salvo me guidi in Roma;
Offrirò ai lacci il piede, reciderò la chioma.
Godrò, pur che Creusa in libertà ritorni,
Vivere in servitute il resto de' miei giorni.
Questi i miei voti furo; salvo guidommi il nume;
Vengo a offerirmi al cambio per grazia o per costume;
E se cambiar si sdegna giovane in uom canuto,
Or la sfuggita morte richiamerò in aiuto,
E mirerò sin dove il cuor giunga inumano
Dal pianto non commosso d'un barbaro Romano.
TER.
Come fin là il destino di lei ti fu palese?
E qual di liberarla speme in tuo cuor s'accese?
Tutta mi narra, amico, tutta la serie vera,
E prove da me aspetta d'amicizia sincera.
CRIT.
Un uom che in Tracia nacque, curvo per gli anni e grave,
A mercatare avvezzo miseri schiavi e schiave,
Compra Creusa mia di man d'un Africano;
Vendella in verde etade, per due lustri, a Lucano,
Patto fra lor giurando, che a lui l'avrebbe resa
Allor che ad egual prezzo fosse da lui pretesa:
Non per desio pietoso di riscattar la figlia,
Ma per doppia mercede ritrar dalla famiglia,
Svelando ov'ella fosse fra lacci ritenuta,
Per duemila sesterzi la misera venduta.
Giunse il vecchio in Atene; cercò più di una fiata
Dove e da chi Creusa fosse in Attica nata,
Me ritrovando alfine misero e desolato,
Unico, tristo avanzo di stipite onorato.
Pensa qual io restassi pel giubilo improvviso,
Allor che di sua vita ebbi sicuro avviso;
Ma nell'udire, oh Dio! la misera in catene,
Non può chi non è padre intender le mie pene.
Partir col mercatante risolsi ad ogni patto,
Seco accordando il prezzo del premio e del riscatto.
Odi, se a' danni miei potea la sorte ultrice
Unir maggior sciagure per rendermi infelice.
Dopo tre giorni il vecchio non resse al mar fremente,
Morì fra le mie braccia di funesto accidente;
Di riscattar Creusa persi con lui la spene,
Nel mar perduto ho il prezzo, perduto ogni mio bene.
Sol quest'unico scritto restommi a mio conforto:
L'obbligo di Lucano col mercatante morto,
Con cui render promette Creusa alle mie mani
Per duemila sesterzi.
Ma i miei desir son vani.
Qua promette Lucano solo di darla a lui;
Negherà, se l'apprezza, di rinunziarla altrui.
E se mi manca il prezzo dovuto al suo riscatto
Mancami l'una e l'altra forte ragion del patto.
Vedi ne' casi miei, vedi fino a qual segno
Giugner può della sorte il fierissimo sdegno.
TER.
Mertan pietà i tuoi casi, la merta il tuo dolore,
Ma un altro di pietade stimolo i' sento al cuore.
Questa che figlia chiami, che di tue cure è degna,
Sappilo, è l'amor mio.
Sola in me vive e regna.
Sappi più ancor; Lucano per lei d'amore acceso,
Il cuore ha di Creusa finora a me conteso.
Ma non dispero al fianco aver lei che m'adora,
Se il cielo i miei disegni seconda ed avvalora.
CRIT.
Ma tu schiavo di Roma che far per lei pretendi?
TER.
Me libero fra poco vedrai.
Credilo; attendi.
CRIT.
Te pur da questo punto chiama Criton suo figlio.
Tu porgimi l'aita, tu recami consiglio.
TER.
Di': l'estinto mercante era canuto?
CRIT.
Egli era.
TER.
Lunga barba?
CRIT.
Qual io.
TER.
Era di faccia?
CRIT.
Austera.
TER.
(Oh giusto ciel!) Di taglia er'ei quale sei tu?
CRIT.
Era di me più pingue, ma curvo un poco più.
TER.
(Smagrir si può.
Si può curvar...) Ti disse
D'essere stato amico di Lucan, finché visse?
CRIT.
Al contrario.
Narrommi averlo sol veduto
Il dì che il sangue mio gli ha sul campo venduto.
TER.
Il destin ci seconda.
CRIT.
L'ebbi nemico ognora.
TER.
Prova a curvarti.
CRIT.
Il sono.
TER.
Curvati un poco ancora.
CRIT.
Comico, vuoi far scena di me vecchio infelice?
TER.
Sì, vo' far di te scena: scena che giova e lice.
Fingiti il mercatante a riscattar venuto
La greca schiava.
CRIT.
E poi?
TER.
Sarò teco in aiuto.
CRIT.
Poco è l'aiuto tuo per sostener l'inganno.
I duemila sesterzi?
TER.
Non temer.
Ci saranno.
CRIT.
Oh bontà degli dei! Dov'è la mia Creusa?
TER.
Livia, di Lucan figlia, tienla al lavor rinchiusa.
CRIT.
Vederla almen potessi.
TER.
Sì, la vedrai; s'attenda
Che in breve in queste soglie Lucano a noi si renda
SCENA QUARTA
Lelio con quattro servi, ciascheduno de' quali porta una cassetta nelle mani; e di suddetti.
LEL.
Ecco, Terenzio, amico, ecco di Roma il dono:
Nummi ottomila in quattro parti divisi sono.
Questi non tuoi per legge, schiavo, ancor non Romano,
Ma tuoi per il tuo merto, per favor di Lucano.
Usane a tuo talento; libero ne disponi,
Qual uom nato agli onori fra libere nazioni.
Odi però il consiglio che a te porge chi t'ama:
Libero fra' Quiriti il tuo signor te brama,
Però de' cittadini chi vuol godere il pregio,
Deve di pingue censo vantar ne' lustri il fregio.
Or questi che a te reco, uniti ad altri beni,
Acquistino a Terenzio le cariche e i terreni;
E in ogni lustro poi, che d'un quinquennio è il giro,
Salir faccia il tuo nome dove gli eroi saliro.
TER.
D'onor, di gloria vago son io, più che di spoglie.
Ite a deporre il peso, amici, in quelle soglie.
(ai quattro servi, i quali entrano in una stanza.)
Grato son di tal dono al popolo Romano,
Grato all'amico Lelio, gratissimo a Lucano.
Far di quell'oro in breve uso cotal m'impegno,
Che sia grato agli dei, che sia di virtù degno.
LEL.
Torno agli edili nostri, torno al pretor di Roma,
Ch'oggi a te dee la verga impor sull'aurea chioma.
Nel renderti liberto (non giungati improvviso)
T'udrai con lieve mano battere il tergo e il viso;
Libar la sacra tazza dovrai del tuo signore,
Soffrir ne' loro uffizi lo scriba ed il littore;
Comune ai cittadini avrai la doppia vesta.
Tutti vedrai gli amici, tutti i Romani in festa.
(parte coi servi.)
SCENA QUINTA
TERENZIO e CRITONE.
TER.
Udisti? (a Critone.)
CRIT.
O te beato, cui merito e virtude
In giorno sì felice trarrà di servitude!
TER.
Le quattro picciol'arche piene mirasti d'oro?
CRIT.
Sventurata Creusa!
TER.
Mio non è quel tesoro.
CRIT.
Usurpalo allo schiavo l'avidità romana?
TER.
No, che a me del signore l'alma lo dona umana.
CRIT.
Per chi dunque là dentro tal provvidenza è chiusa? (accennando la stanza.)
TER.
Consolati: in gran parte quell'oro è di Creusa.
CRIT.
Come?
TER.
Sì, la pietade, l'amor, la tenerezza
Fa ch'io la bella estimi più assai d'ogni ricchezza.
Se a te il peculio tolse per lei destino rio,
Per suo, per tuo conforto, posso offerirti il mio.
Fingiti il greco Trace, che qui Lisandro ha nome: (leggendo sulla tavoletta.)
I duemila sesterzi sai dove sono, e come.
CRIT.
Santa pietà de' numi! Se di fortuna il gioco...
TER.
Ecco Lucan che giunge.
Curvati! Ancora un poco.
(Critone si va curvando con pena.)
SCENA SESTA
Lucano ed i suddetti.
TER.
Signor, questo che miri è da te conosciuto? (a Lucano.)
(Curvati).
(piano a Critone.)
LUC.
Non rammento averlo unqua veduto.
TER.
Sovvienti quel che pose Creusa in tue catene?
LUC.
Una volta lo vidi; di lui non mi sovviene.
So ch'era Trace, antico, curvo.
TER.
(Curvati).
(piano a Critone.)
LUC.
E pingue.
TER.
Eccolo al tuo cospetto; se l'occhio nol distingue
Per grassezza perduta, miralo d'anni carco,
Candido come neve, curvo a guisa d'un arco.
(lo dice forte, battendo un piede, acciò Critone si curvi.)
LUC.
Che vuoi tu dir per questo? Segni tutti fallaci,
Facili ad imitarsi dagli uomini mendaci.
TER.
Mira, signor, sue prove non esibite invano:
Eccoti la corteccia segnata di tua mano.
Scrivesti collo stile tu stesso il tuo contratto;
Ei della greca schiava ti domanda il riscatto.
LUC.
Oimè! chi m'assicura essere il greco Trace,
Non un ch'abbia rapito questo mio scritto, audace?
TER.
Signor, io lo conosco.
Costui, ch'or ti presento,
Protesto, e alla protesta aggiungo il giuramento,
Esser ei quel che puote, sia per ragione o patto,
Della venduta schiava pretendere il riscatto.
LUC.
E i duemila sesterzi?
TER.
A me li ha consegnati.
Solo che tu li voglia, son colà preparati.
(accenna la stanza.)
LUC.
(Render dovrò colei? colei che m'innamora?) (da sé.)
Vecchio, a me t'avvicina.
TER.
(Deh, non rizzarti ancora).
(piano a Critone.)
CRIT.
Eccomi a' cenni tuoi.
LUC.
Tu vuoi da me Creusa?
CRIT.
Giusta il patto...
LUC.
Comprata l'ho per due lustri.
TER.
Scusa.
(A Lucano.)
Par, due lustri passati, che renderla dovresti,
Se lo sborsato prezzo indietro non avesti.
E i duemila sesterzi a te deono esser dati,
Allor che gli anni dieci non fossero passati.
Alla metà del tempo ti chiedono il riscatto,
Dunque si deve il prezzo a te giusta il contratto;
E tu negar non puoi di darla a sua richiesta.
Perdonami, signore, la mia opinione è questa.
LUC.
Giudice te non feci, Terenzio, e non vorrei
Che in ciò tu fossi parte.
TER.
Mi guardino gli dei.
LUC.
Dimmi.
(a Critone.)
TER.
(Sei troppo ritto).
(piano a Critone.)
CRIT.
(Vuol stroppiarmi costui).
(da sé, inchinandosi.)
LUC.
Che vuoi far di Creusa?
CRIT.
Darla ai parenti sui.
TER.
(Saggiamente rispose).
(da sé.)
LUC.
Tu a guadagnare avvezzo,
Venderla ad altri forse vorrai a maggior prezzo.
Se questo fia, son pronto sborsar nuove mercedi;
Vendila a me per sempre, e quanto vuoi mi chiedi.
CRIT.
No, signor, siate certo, sciolta dalle catene
L'avolo suo paterno mireralla in Atene;
L'aspetta fra le braccia, pien di paterno amore.
LUC.
Lo crederò?
CRIT.
Lo giuro.
TER.
Egli è un uomo d'onore.
(a Lucano, parlando di Critone.)
LUC.
Bene; non siamo in Roma barbari ed inumani.
Abbiala l'avo amante, ma sol dalle mie mani.
CRIT.
(Che dirò?) (da sé.)
TER.
(Si confonde).
(da sé.)
LUC.
Il vecchio ove dimora? (a Critone.)
CRIT.
(Che risponder non so).
(da sé.)
LUC.
Terenzio, ei si scolora.
(a Terenzio.)
TER.
Quel che Lucan ti chiede, non ti par giusto e onesto? (a Critone.)
Ragion ti diedi in altro, farlo non posso in questo.
Non vuol mandar la schiava sola in paesi estrani;
Venga l'avolo in Roma: l'avrà dalle sue mani.
CRIT.
Ma se...
TER.
Ma se ricusa di darla a te il padrone,
A domandarla in Roma ha da venir Critone.
Signor, la libertade a lei negar non puoi;
Ma senza il vecchio padre non torni ai lidi suoi.
Prometti a lui di darla, e basti al mercatante.
LUC.
Sì, la darò a Critone.
TER.
Tu sborsagli il contante.
(a Critone.)
(Dee l'uom, quand'uopo il chieda, essere pronto e franco).
(da sé.)
CRIT.
(L'arte comica intendo, ma di chinar son stanco).
(da sé.)
LUC.
Di suo riscatto il prezzo ricever non ricuso,
Ma forse in suo favore non ne farò mal uso.
Libera la dichiaro, ognun saprallo in breve;
A lei recar si veda l'onor che le si deve.
TER.
Vedrai nella tua schiava brillar luci più liete.
Col vecchio mercatante vo a contar le monete.
Andiam.
(a Critone.)
CRIT.
Signore.
(a Lucano.)
TER.
Andiamo a numerar quegli ori.
(a Critone.)
CRIT.
Grazie, signore...
TER.
Oh vecchi, siete i gran seccatori.
CRIT.
Non mi sgridar, son teco.
(a Terenzio, camminando.)
TER.
(Curvo cammina).
(piano a Critone.)
CRIT.
(È lunga).
(da sé, curvandosi.)
TER.
Un'ora a quelle stanze vi vorrà pria ch'ei giunga.
(a Lucano.)
CRIT.
Se veduto m'avessi in verde età...
TER.
Finiamo.
CRIT.
Più del tuo svelto e franco era il mio piede...
TER.
Andiamo.
(lo prende per mano e lo conduce frettolosamente.)
SCENA SETTIMA
LUCANO solo.
LUC.
Facil non è che in Roma giunga d'Atene il Greco.
L'amabile nipote libera vivrà meco,
E per render contento il cuor della ritrosa,
Sarà, se lo consente, d'un mio cliente sposa.
È ver, colle sue nozze potrei me far felice,
Ma a un senator Romano sposar Greca non lice.
Onde fra le due pene che a sofferir mi resta,
Anzi che da me parta, soffrir mi eleggo questa.
Fabio sarà opportuno; Fabio dalle mie mani
Riceverà la sposa; non anderan lontani.
Di cariche ed onori farò sien decorati,
Fabio potrà con fasto passar fra i candidati;
E la novella sposa, che ha virtù sovrumane,
Farà con ricche vesti invidia alle Romane.
Quel che per lei mi parla con tenerezza al cuore,
Non so se dirlo io deggia pietade, ovver amore.
E quando amor ei fosse, dir non so di qual sorte;
So ben che più d'ogn'altro è violento e forte;
So che sperar non deggio quel che al dover contrasta,
Ma resti meco almeno, ma si vagheggi, e basta.
(parte.)
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
DAMONE e servi, i quali preparano i sedili ed altre cose occorrenti
per la manomissione di Terenzio.
DAM.
Faticate, servacci, schiavacci, animalacci,
Arabi, Persi e Greci, bruttissimi mostacci.
Or che Terenzio passa ad altra condizione,
Io sol di questa casa sarò vicepadrone.
(i servi, fatte le loro incombenze, partono.)
Ma qui starò per poco.
Terenzio m'ha promesso...
Oh, la sarebbe bella, ch'i' avessi a cambiar sesso!
Difficil non mi pare.
La barba già non ho,
La voce è femminina; le furberie le so.
Per donna farmi credere potria passabilmente
In parte la natura, in parte l'accidente.
(parte.)
SCENA SECONDA
CREUSA poi LIVIA
CRE.
Parla di sposo meco Lucan, quando mi vede.
S'inganna, se capace d'amor per lui mi crede,
E più se si lusinga, offrendomi l'onore
Di nozze sì sublimi, di vincere il mio cuore.
La libertade accetto dalla pietà del cielo;
So che contribuito v'ha di Terenzio il zelo.
Se suo fu questo cuore finor per mio piacere,
Ora sarà di lui per legge e per dovere.
Livia sen vien; se meco segue ad essere altera,
Vo' contro al mio costume risponderle severa.
LIV.
Fama, Creusa, è vera di te poc'anzi intesa?
CRE.
(Diasi al fasto egual pena).
(da sé.) Sì, libera son resa.
LIV.
Franca rispondi, ardita.
CRE.
Stile appresi romano.
LIV.
Sposa sarai tu presto?
CRE.
Sta l'esserlo in mia mano.
LIV.
Di qual felice eroe dono sarà il tuo cuore?
CRE.
Forse di tal, per cui Livia ha rispetto e amore.
LIV.
Di Terenzio?
CRE.
Di lui dunque tu vivi amante.
LIV.
Menti.
CRE.
Mentir si dice chi maschera il sembiante.
LIV.
Greca svelar mal puote delle Romane il fuoco.
CRE.
Di te la debolezza conoscesi per poco.
LIV.
Tal favelli a Romana?
CRE.
De' fregi tuoi preclari
Sol duemila sesterzi mi rendono del pari.
LIV.
Esser non puoi vantarti nata a' sublimi onori.
CRE.
Chi sa che gli avi tuoi non fossero pastori?
LIV.
Anche l'aratro in Roma ne' cittadini è degno.
CRE.
Superbia in ogni stato è di viltade un segno.
LIV.
Perché in Grecia non torni?
CRE.
Quivi restar consento.
LIV.
Per far la tua fortuna?
CRE.
Per fare il tuo tormento.
LIV.
Libera ancor non sei, moglie non sei tu ancora.
Conoscerti, pentirsi di ciò può chi t'adora.
Ed io che agl'infelici avversa esser non soglio,
Giuro vendetta, e giuro frenar quel folle orgoglio.
SCENA TERZA
DAMONE e le suddette.
DAM.
Che fai tu qui, Creusa? Va alle tue stanze: ansioso
Attendeti Lucano, con femmine pietoso.
La libertà ti dona per via del cieco nume;
Cambiar ti vuole il nome, giusta il roman costume.
Il suo diede a Terenzio da lungo tempo il sai.
Tu in avvenir, Creusa, Livia ti chiamerai.
LIV.
A Greca il nome mio?
CRE.
No, lo protesto ai numi:
Sdegno di Livia il nome, compiango i suoi costumi.
Il mio destino è incerto ancor più che non credi;
Nemica mi paventi, e serva ancor mi vedi.
Superbia nel mio seno sai che nutrir non soglio;
Mi fa pietà, non ira, il tuo soverchio orgoglio.
(parte.)
SCENA QUARTA
LIVIA e DAMONE.
LIV.
(Perfida! Ma in tal guisa sensi pronunzia oscuri,
Che ancora i suoi diletti non sembrano sicuri).
DAM.
Livia, con lei fa d'uopo cambiar l'usato stile;
Parlare io ti consiglio più docile ed umile.
Chi sa che ritornata nel libero suo stato...
Chi sa che non la sposi Lucano innamorato?
E s'ella si rammenta quel che facesti a lei,
Ti tratterà in vendetta da vipera qual sei.
Di far un po' all'amore avendole impedito,
Languir ti farà in corpo la voglia di marito;
E collo sposo accanto, da' figli circondata,
Rabbia faratti e invidia, morirai disperata.
Per te son sì pietoso, che prenderei l'incarco,
Ma son guerrier senz'armi, son cacciator senz'arco.
LIV.
No, non sarà giammai che un senator Romano
Veggasi ad una schiava a porgere la mano.
E se Lucan per lei fosse di ragion privo,
Chiamarlo sdegnerei per mio padre adottivo.
T'inganni se tu credi che arda nel seno mio
D'un sesso lusinghiero il debole desio.
(a Damone.)
(L'unico mal ch'io temo, è ch'a Terenzio è unita).
(da sé.)
Trionfi a mio dispetto questa superba ardita.
Raro, chi il mal figura, trova il pensier fallace;
Ma vendicarmi io spero d'una rivale audace.
(da sé, e parte.)
SCENA QUINTA
DAMONE, poi FABIO.
DAM.
Rider mi fan le figlie che han voglia d'esser spose,
E colla bocca stretta von far le vergognose;
Rider mi fan volendo noi uomini sprezzare,
E per un poco d'uomo si sentono crepare.
FAB.
Lucan se tutto è pronto a riveder mi manda.
(a Damone.)
DAM.
Aiutami tu ancora a servir chi comanda.
FAB.
Mio uffizio non è questo.
Un cittadin cliente
Non serve.
DAM.
Sì, gli è vero: scrocca, e non fa niente.
FAB.
Invidioso schiavo morde il freno e punzecchia.
DAM.
Ti vo' corbellar bene, se arrivo a far da vecchia.
FAB.
Che dici?
DAM.
M'intend'io.
FAB.
Non favellar fra' denti.
DAM.
Non ho timor, sebbene mi mancano i clienti.
FAB.
Parla con più rispetto; non irritar procura
Un che albergar vedrai fra poco in queste mura.
DAM.
Tu di Lucano in casa?
FAB.
Sì, di Lucan che mi ama,
Che sposo oggi mi vuole, che amico suo mi chiama.
DAM.
Sposo di Livia?
FAB.
O d'essa, o d'altra, a te non preme.
DAM.
Ti sposerà a Creusa; la sposerete insieme.
FAB.
Frena l'audace labbro, o proverai la sferza.
DAM.
No, Fabio, si perdona, quando dall'uom si scherza.
FAB.
Lisca dov'è?
DAM.
In cucina.
FAB.
Che fa?
DAM.
Pentole odora;
Ch'abbiano il loro gusto vuol le narici ancora.
FAB.
Corteo faccia a Lucano, prendasi anch'ei tal pena.
DAM.
Basterà ch'egli venga a corteggiarlo a cena.
FAB.
Chi d'altrui pan si pasce, se ciò trascura, è stolto.
Stan Lucano e Terenzio in mezzo al popol folto.
Qui attendesi il pretore per Terenzio invitato.
DAM.
Cotai manomissioni non fansi in magistrato?
FAB.
Che sai tu di tai riti? Si dà la libertade
In tempio, al campo, in case, e in pubbliche contrade.
Ergere può per tutto, con pompa e con splendore,
Suo tribunale in Roma il console e 'l pretore.
DAM.
Quand'è così, non parlo; venero il lor decreto,
Ancor quando il facessero in un luogo segreto.
FAB.
Timpani sento e tube; odo tibia giuliva;
Sappia da me Lucano che 'l magistrato arriva.
DAM.
Le sportule son quelle che fan brillar lo zelo;
Se grasso è l'animale, ciascun vuol del suo pelo.
(parte.)
SCENA SESTA
Precedono i suonatori con timpani, colle tube o sien corni, e colle tibie, specie d'oboè antichi; indi seguono i Littori del pretore, uno Scriba, indi il PRETORE medesimo, con seguito di Romani.
Escono dalla scena opposta, incontrandosi con i suddetti, LUCANO e TERENZIO, seguitati da LELIO, FABIO e DAMONE, servi, clienti e popolo.
Schierati tutti all'intorno restano, nel mezzo, il Pretore a diritta, Lucano a sinistra, Terenzio in mezzo di loro.
Da una parte lo Scriba, e dall'altra il Capo de' Littori.
PRE.
Delle fasciate verghe, littor, sciolgansi i nodi.
LITT.
(Scioglie il fascio delle verghe e ne presenta una al pretore.)
PRE.
Chiedi tu, e le parole serba usitate e i modi.
(a Lucano.)
LUC.
Libero questo i' chiedo, che servo ora m'additi.(al Pretore.)
PRE.
(Pone la verga sul capo di Terenzio.)
Libero lui dichiaro col poter de' Quiriti.
Frangasi la vendetta.
(rendendo la verga al Littore.)
LITT.
(Percuote colla verga tre volte il capo a Terenzio, indi la spezza.)
PRE.
Faccia percuoti e tergo.
(al Littore.)
LITT.
(Batte col pugno leggermente la faccia e la schiena a Terenzio.)
DAM.
(Presenta una tazza con entro del vino a Lucano.)
LUC.
Le tue con sacra tazza labbra onorate aspergo.
(beve dalla tazza, indi la porge a Terenzio.)
TER.
(Beve, indi rimette la tazza a Damone.)
PRE.
Abbia il tuo nome.
(a Lucano, accennando Terenzio.)
LUC.
Ei l'ebbe.
PRE.
Tre ne porta un Romano.
(a Lucano.)
LUC.
Son due Publio Terenzio: terzo sia l'Africano.
PRE.
Scriba, lui fra' liberti ne' dittici fia scritto.
(allo Scriba)
(Lo Scriba registra il nome di Terenzio collo stile in una tavoletta.)
PRE.
L'ultimo rito adempi dalle leggi prescritto.
(al Littore.)
(Il Littore copre il capo a Terenzio; indi, prendendolo per la mano, lo conduce in giro, facendolo vedere a ciascheduno degli astanti.
Per ultimo, viene condotto a Lucano; vuole scoprirsi il capo in atto di riverenza, Lucano lo trattiene.)
LUC.
Serba a' tuoi crini il fregio di libertate in segno,
Di tua virtute il premio, di mia pietade un pegno.
TER.
(Tornando al posto di prima.)
Almo pretor di Roma, (al Pretore.) padre eccelso, conscritto, (a Lucano.)
Gente illustre togata, popol romuleo invitto,
Dono è sublime, illustre, della pietà di Roma
Poter de' padri in faccia coprir libera chioma.
Volgo le luci in giro, e veggo a mio rossore
Fra Roma e fra Lucano gara per me d'amore:
Oh, fosse a me concessa facondia che a' dì nostri
Odesi al Roman foro dagli orator sui rostri,
Da cui, contro i nemici nell'animar le squadre,
Demostene fu vinto, dell'eloquenza il padre.
Ma se a comico vate sono i topici ignoti,
Da me, dell'arte invece, Roma gradisca i voti.
Serbino i numi eterno al popolo latino
Il don riconosciuto da Bruto e Collatino,
Dono di libertade, per più di trecent'anni
Al popolo concesso, scacciati i re tiranni.
Delle nazion nemiche, de' barbari l'orgoglio,
Veggasi fra catene deposto al Campidoglio;
E 'l teschio rinvenuto di quello alle pendici,
Di sangue sta presagio, ma sangue de' nemici.
Deh, patria mia, perdona.
Chi veste lazia tunica,
A te non può felice pregar la guerra punica;
Facciano di Cartago, faccian del Tebro i numi,
(Che alfin sono gli stessi culti in vari costumi)
Che dell'aquile invitte Africa non sia preda,
Ma inchinisi al destino, Roma rispetti, e ceda.
Capo dell'orbe intero, che pesi, gradi e onori
Parti, disponi, alterni f
...
[Pagina successiva]