TERENZIO, di Carlo Goldoni - pagina 8
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Né dir che l'argomento soggetto è di tragedia,
Trattar dell'altre cose talor può la commedia.
Che s'ella del coturno non veste i propri attori,
Parlar fra gente bassa può ben d'alti signori.
TER.
Greco tu sei.
CRIT.
Lo sono, e ne ringrazio i numi,
Che a noi dier leggi umane e docili costumi.
TER.
Spiegano i detti tuoi ch'odii di Roma il nome.
CRIT.
Vuoi tu che Roma apprezzi? Vuoi tu che l'ami? e come?
Giunge dall'età oppresso uom peregrino, antico;
Insultalo la plebe, non trova un solo amico.
Rispondermi non degna talun, s'io parlo seco:
Trattasi come schiavo un Ateniese, un Greco.
E finalmente un servo guidami da Lucano,
Mercé due dramme d'oro levatemi di mano.
TER.
Deh, non voler per questo empia dir Roma e ria:
Qui pur regna ne' cuori affetto e cortesia.
Nell'Attica, nel Lazio, in tutte le nazioni,
In due partesi il mondo, misto di tristi e buoni:
Lucan, di cui tu cerchi, uomo senil, togato,
Onor del Campidoglio, delizia del Senato,
Ama l'onesto e il vero, gli cal dell'altrui bene,
Egual nella virtude ai satrapi d'Atene.
CRIT.
Tenti, comico vate, tenti lodarmi invano
Chi me d'unico figlio privò colla sua mano.
Né crederò che aspiri degl'infelici al bene,
Chi figlia del mio figlio trattien fra le catene.
TER.
Cielo! tu di Creusa?...
CRIT.
L'avolo sventurato.
TER.
Venisti a liberarla?
CRIT.
Ah, lo volesse il fato.
Uomo vulgar non sono, ma povertà m'opprime,
E per sudar fra l'armi non ho le forze prime.
Picciola terra antica, degli avi miei retaggio,
Ridussemi, venduta, all'ultimo disaggio.
Sperai colle monete, tratte dal terren colto,
Il piè della nipote mirar da' lacci sciolto,
Cambiando in varie merci dell'Attico paese
Il danar ricavato per lucrar nolo e spese;
Ma il lungo viaggio e 'l lungo variar delle tempeste
Privommi d'ogni speme, privandomi di queste.
Per cinque intere lune gioco del mar si feo
Nave che me chiudeva pel burrascoso Egeo;
E cento volte e cento m'empiero il cuor di gelo
Le Cicladi d'intorno all'isola di Delo.
Teti, Nettuno irati, orche, tritoni e glauchi,
D'Eolo sonando ai fischi tremuli corni e rauchi,
Nero il ciel, nere l'onde, nero de' mesti il viso,
Lungo timor nell'alme parea sempre improvviso.
Canapi rotti e antenne, sdruscito, ahimè, il naviglio,
Gettar gli arredi al mare fu provvido consiglio.
E i lavori e le merci di me primier di tutti
A saziar fur date l'ingordigia de' flutti.
Ferma, alla man crudele dir mi faceva il cuore:
Serba a misera figlia il prezzo dell'amore.
Abbia la greca schiava per voi paterna aita,
Sgravi la nave invece d'un misero la vita;
L'arca si serbi, e vada vecchio canuto all'onde.
Ahimè! l'arca si getta, e a me non si risponde.
Stava sul punto io stesso di darmi al mar fremente,
Ma in me perde ogni speme, dicea, figlia innocente.
Deh, l'Olimpico Giove salvo me guidi in Roma;
Offrirò ai lacci il piede, reciderò la chioma.
Godrò, pur che Creusa in libertà ritorni,
Vivere in servitute il resto de' miei giorni.
Questi i miei voti furo; salvo guidommi il nume;
Vengo a offerirmi al cambio per grazia o per costume;
E se cambiar si sdegna giovane in uom canuto,
Or la sfuggita morte richiamerò in aiuto,
E mirerò sin dove il cuor giunga inumano
Dal pianto non commosso d'un barbaro Romano.
TER.
Come fin là il destino di lei ti fu palese?
E qual di liberarla speme in tuo cuor s'accese?
Tutta mi narra, amico, tutta la serie vera,
E prove da me aspetta d'amicizia sincera.
CRIT.
Un uom che in Tracia nacque, curvo per gli anni e grave,
A mercatare avvezzo miseri schiavi e schiave,
Compra Creusa mia di man d'un Africano;
Vendella in verde etade, per due lustri, a Lucano,
Patto fra lor giurando, che a lui l'avrebbe resa
Allor che ad egual prezzo fosse da lui pretesa:
Non per desio pietoso di riscattar la figlia,
Ma per doppia mercede ritrar dalla famiglia,
Svelando ov'ella fosse fra lacci ritenuta,
Per duemila sesterzi la misera venduta.
Giunse il vecchio in Atene; cercò più di una fiata
Dove e da chi Creusa fosse in Attica nata,
Me ritrovando alfine misero e desolato,
Unico, tristo avanzo di stipite onorato.
Pensa qual io restassi pel giubilo improvviso,
Allor che di sua vita ebbi sicuro avviso;
Ma nell'udire, oh Dio! la misera in catene,
Non può chi non è padre intender le mie pene.
Partir col mercatante risolsi ad ogni patto,
Seco accordando il prezzo del premio e del riscatto.
Odi, se a' danni miei potea la sorte ultrice
Unir maggior sciagure per rendermi infelice.
Dopo tre giorni il vecchio non resse al mar fremente,
Morì fra le mie braccia di funesto accidente;
Di riscattar Creusa persi con lui la spene,
Nel mar perduto ho il prezzo, perduto ogni mio bene.
Sol quest'unico scritto restommi a mio conforto:
L'obbligo di Lucano col mercatante morto,
Con cui render promette Creusa alle mie mani
Per duemila sesterzi.
Ma i miei desir son vani.
Qua promette Lucano solo di darla a lui;
Negherà, se l'apprezza, di rinunziarla altrui.
E se mi manca il prezzo dovuto al suo riscatto
Mancami l'una e l'altra forte ragion del patto.
Vedi ne' casi miei, vedi fino a qual segno
Giugner può della sorte il fierissimo sdegno.
TER.
Mertan pietà i tuoi casi, la merta il tuo dolore,
Ma un altro di pietade stimolo i' sento al cuore.
Questa che figlia chiami, che di tue cure è degna,
Sappilo, è l'amor mio.
Sola in me vive e regna.
Sappi più ancor; Lucano per lei d'amore acceso,
Il cuore ha di Creusa finora a me conteso.
Ma non dispero al fianco aver lei che m'adora,
Se il cielo i miei disegni seconda ed avvalora.
CRIT.
Ma tu schiavo di Roma che far per lei pretendi?
TER.
Me libero fra poco vedrai.
Credilo; attendi.
CRIT.
Te pur da questo punto chiama Criton suo figlio.
Tu porgimi l'aita, tu recami consiglio.
TER.
Di': l'estinto mercante era canuto?
CRIT.
Egli era.
TER.
Lunga barba?
CRIT.
Qual io.
TER.
Era di faccia?
CRIT.
Austera.
TER.
(Oh giusto ciel!) Di taglia er'ei quale sei tu?
CRIT.
Era di me più pingue, ma curvo un poco più.
TER.
(Smagrir si può.
Si può curvar...) Ti disse
D'essere stato amico di Lucan, finché visse?
CRIT.
Al contrario.
Narrommi averlo sol veduto
Il dì che il sangue mio gli ha sul campo venduto.
TER.
Il destin ci seconda.
CRIT.
L'ebbi nemico ognora.
TER.
Prova a curvarti.
CRIT.
Il sono.
TER.
Curvati un poco ancora.
CRIT.
Comico, vuoi far scena di me vecchio infelice?
TER.
Sì, vo' far di te scena: scena che giova e lice.
Fingiti il mercatante a riscattar venuto
La greca schiava.
CRIT.
E poi?
TER.
Sarò teco in aiuto.
CRIT.
Poco è l'aiuto tuo per sostener l'inganno.
I duemila sesterzi?
TER.
Non temer.
Ci saranno.
CRIT.
Oh bontà degli dei! Dov'è la mia Creusa?
TER.
Livia, di Lucan figlia, tienla al lavor rinchiusa.
CRIT.
Vederla almen potessi.
TER.
Sì, la vedrai; s'attenda
Che in breve in queste soglie Lucano a noi si renda
SCENA QUARTA
Lelio con quattro servi, ciascheduno de' quali porta una cassetta nelle mani; e di suddetti.
LEL.
Ecco, Terenzio, amico, ecco di Roma il dono:
Nummi ottomila in quattro parti divisi sono.
Questi non tuoi per legge, schiavo, ancor non Romano,
Ma tuoi per il tuo merto, per favor di Lucano.
Usane a tuo talento; libero ne disponi,
Qual uom nato agli onori fra libere nazioni.
Odi però il consiglio che a te porge chi t'ama:
Libero fra' Quiriti il tuo signor te brama,
Però de' cittadini chi vuol godere il pregio,
Deve di pingue censo vantar ne' lustri il fregio.
Or questi che a te reco, uniti ad altri beni,
Acquistino a Terenzio le cariche e i terreni;
E in ogni lustro poi, che d'un quinquennio è il giro,
Salir faccia il tuo nome dove gli eroi saliro.
TER.
D'onor, di gloria vago son io, più che di spoglie.
Ite a deporre il peso, amici, in quelle soglie.
(ai quattro servi, i quali entrano in una stanza.)
Grato son di tal dono al popolo Romano,
Grato all'amico Lelio, gratissimo a Lucano.
Far di quell'oro in breve uso cotal m'impegno,
Che sia grato agli dei, che sia di virtù degno.
LEL.
Torno agli edili nostri, torno al pretor di Roma,
Ch'oggi a te dee la verga impor sull'aurea chioma.
Nel renderti liberto (non giungati improvviso)
T'udrai con lieve mano battere il tergo e il viso;
Libar la sacra tazza dovrai del tuo signore,
Soffrir ne' loro uffizi lo scriba ed il littore;
Comune ai cittadini avrai la doppia vesta.
Tutti vedrai gli amici, tutti i Romani in festa.
(parte coi servi.)
SCENA QUINTA
TERENZIO e CRITONE.
TER.
Udisti? (a Critone.)
CRIT.
O te beato, cui merito e virtude
In giorno sì felice trarrà di servitude!
TER.
Le quattro picciol'arche piene mirasti d'oro?
CRIT.
Sventurata Creusa!
TER.
Mio non è quel tesoro.
CRIT.
Usurpalo allo schiavo l'avidità romana?
TER.
No, che a me del signore l'alma lo dona umana.
CRIT.
Per chi dunque là dentro tal provvidenza è chiusa? (accennando la stanza.)
TER.
Consolati: in gran parte quell'oro è di Creusa.
CRIT.
Come?
TER.
Sì, la pietade, l'amor, la tenerezza
Fa ch'io la bella estimi più assai d'ogni ricchezza.
Se a te il peculio tolse per lei destino rio,
Per suo, per tuo conforto, posso offerirti il mio.
Fingiti il greco Trace, che qui Lisandro ha nome: (leggendo sulla tavoletta.)
I duemila sesterzi sai dove sono, e come.
CRIT.
Santa pietà de' numi! Se di fortuna il gioco...
TER.
Ecco Lucan che giunge.
Curvati! Ancora un poco.
(Critone si va curvando con pena.)
SCENA SESTA
Lucano ed i suddetti.
TER.
Signor, questo che miri è da te conosciuto? (a Lucano.)
(Curvati).
(piano a Critone.)
LUC.
Non rammento averlo unqua veduto.
TER.
Sovvienti quel che pose Creusa in tue catene?
LUC.
Una volta lo vidi; di lui non mi sovviene.
So ch'era Trace, antico, curvo.
TER.
(Curvati).
(piano a Critone.)
LUC.
E pingue.
TER.
Eccolo al tuo cospetto; se l'occhio nol distingue
Per grassezza perduta, miralo d'anni carco,
Candido come neve, curvo a guisa d'un arco.
(lo dice forte, battendo un piede, acciò Critone si curvi.)
LUC.
Che vuoi tu dir per questo? Segni tutti fallaci,
Facili ad imitarsi dagli uomini mendaci.
TER.
Mira, signor, sue prove non esibite invano:
Eccoti la corteccia segnata di tua mano.
Scrivesti collo stile tu stesso il tuo contratto;
Ei della greca schiava ti domanda il riscatto.
LUC.
Oimè! chi m'assicura essere il greco Trace,
Non un ch'abbia rapito questo mio scritto, audace?
TER.
Signor, io lo conosco.
Costui, ch'or ti presento,
Protesto, e alla protesta aggiungo il giuramento,
Esser ei quel che puote, sia per ragione o patto,
Della venduta schiava pretendere il riscatto.
LUC.
E i duemila sesterzi?
TER.
A me li ha consegnati.
Solo che tu li voglia, son colà preparati.
(accenna la stanza.)
LUC.
(Render dovrò colei? colei che m'innamora?) (da sé.)
Vecchio, a me t'avvicina.
TER.
(Deh, non rizzarti ancora).
(piano a Critone.)
CRIT.
Eccomi a' cenni tuoi.
LUC.
Tu vuoi da me Creusa?
CRIT.
Giusta il patto...
LUC.
Comprata l'ho per due lustri.
TER.
Scusa.
(A Lucano.)
Par, due lustri passati, che renderla dovresti,
Se lo sborsato prezzo indietro non avesti.
E i duemila sesterzi a te deono esser dati,
Allor che gli anni dieci non fossero passati.
Alla metà del tempo ti chiedono il riscatto,
Dunque si deve il prezzo a te giusta il contratto;
E tu negar non puoi di darla a sua richiesta.
Perdonami, signore, la mia opinione è questa.
LUC.
Giudice te non feci, Terenzio, e non vorrei
Che in ciò tu fossi parte.
TER.
Mi guardino gli dei.
LUC.
Dimmi.
(a Critone.)
TER.
(Sei troppo ritto).
(piano a Critone.)
CRIT.
(Vuol stroppiarmi costui).
(da sé, inchinandosi.)
LUC.
Che vuoi far di Creusa?
CRIT.
Darla ai parenti sui.
TER.
(Saggiamente rispose).
(da sé.)
LUC.
Tu a guadagnare avvezzo,
Venderla ad altri forse vorrai a maggior prezzo.
Se questo fia, son pronto sborsar nuove mercedi;
Vendila a me per sempre, e quanto vuoi mi chiedi.
CRIT.
No, signor, siate certo, sciolta dalle catene
L'avolo suo paterno mireralla in Atene;
L'aspetta fra le braccia, pien di paterno amore.
LUC.
Lo crederò?
CRIT.
Lo giuro.
TER.
Egli è un uomo d'onore.
(a Lucano, parlando di Critone.)
LUC.
Bene; non siamo in Roma barbari ed inumani.
Abbiala l'avo amante, ma sol dalle mie mani.
CRIT.
(Che dirò?) (da sé.)
TER.
(Si confonde).
(da sé.)
LUC.
Il vecchio ove dimora? (a Critone.)
CRIT.
(Che risponder non so).
(da sé.)
LUC.
Terenzio, ei si scolora.
(a Terenzio.)
TER.
Quel che Lucan ti chiede, non ti par giusto e onesto? (a Critone.)
Ragion ti diedi in altro, farlo non posso in questo.
Non vuol mandar la schiava sola in paesi estrani;
Venga l'avolo in Roma: l'avrà dalle sue mani.
CRIT.
Ma se...
TER.
Ma se ricusa di darla a te il padrone,
A domandarla in Roma ha da venir Critone.
Signor, la libertade a lei negar non puoi;
Ma senza il vecchio padre non torni ai lidi suoi.
Prometti a lui di darla, e basti al mercatante.
LUC.
Sì, la darò a Critone.
TER.
Tu sborsagli il contante.
(a Critone.)
(Dee l'uom, quand'uopo il chieda, essere pronto e franco).
(da sé.)
CRIT.
(L'arte comica intendo, ma di chinar son stanco).
(da sé.)
LUC.
Di suo riscatto il prezzo ricever non ricuso,
Ma forse in suo favore non ne farò mal uso.
Libera la dichiaro, ognun saprallo in breve;
A lei recar si veda l'onor che le si deve.
TER.
Vedrai nella tua schiava brillar luci più liete.
Col vecchio mercatante vo a contar le monete.
Andiam.
(a Critone.)
CRIT.
Signore.
(a Lucano.)
TER.
Andiamo a numerar quegli ori.
(a Critone.)
CRIT.
Grazie, signore...
TER.
Oh vecchi, siete i gran seccatori.
CRIT.
Non mi sgridar, son teco.
(a Terenzio, camminando.)
TER.
(Curvo cammina).
(piano a Critone.)
CRIT.
(È lunga).
(da sé, curvandosi.)
TER.
Un'ora a quelle stanze vi vorrà pria ch'ei giunga.
(a Lucano.)
CRIT.
Se veduto m'avessi in verde età...
TER.
Finiamo.
CRIT.
Più del tuo svelto e franco era il mio piede...
TER.
Andiamo.
(lo prende per mano e lo conduce frettolosamente.)
SCENA SETTIMA
LUCANO solo.
LUC.
Facil non è che in Roma giunga d'Atene il Greco.
L'amabile nipote libera vivrà meco,
E per render contento il cuor della ritrosa,
Sarà, se lo consente, d'un mio cliente sposa.
È ver, colle sue nozze potrei me far felice,
Ma a un senator Romano sposar Greca non lice.
Onde fra le due pene che a sofferir mi resta,
Anzi che da me parta, soffrir mi eleggo questa.
Fabio sarà opportuno; Fabio dalle mie mani
Riceverà la sposa; non anderan lontani.
Di cariche ed onori farò sien decorati,
Fabio potrà con fasto passar fra i candidati;
E la novella sposa, che ha virtù sovrumane,
Farà con ricche vesti invidia alle Romane.
Quel che per lei mi parla con tenerezza al cuore,
Non so se dirlo io deggia pietade, ovver amore.
E quando amor ei fosse, dir non so di qual sorte;
So ben che più d'ogn'altro è violento e forte;
So che sperar non deggio quel che al dover contrasta,
Ma resti meco almeno, ma si vagheggi, e basta.
(parte.)
ATTO QUINTO
SCENA PRIMA
DAMONE e servi, i quali preparano i sedili ed altre cose occorrenti
per la manomissione di Terenzio.
DAM.
Faticate, servacci, schiavacci, animalacci,
Arabi, Persi e Greci, bruttissimi mostacci.
Or che Terenzio passa ad altra condizione,
Io sol di questa casa sarò vicepadrone.
(i servi, fatte le loro incombenze, partono.)
Ma qui starò per poco.
Terenzio m'ha promesso...
Oh, la sarebbe bella, ch'i' avessi a cambiar sesso!
Difficil non mi pare.
La barba già non ho,
La voce è femminina; le furberie le so.
Per donna farmi credere potria passabilmente
In parte la natura, in parte l'accidente.
(parte.)
SCENA SECONDA
CREUSA poi LIVIA
CRE.
Parla di sposo meco Lucan, quando mi vede.
S'inganna, se capace d'amor per lui mi crede,
E più se si lusinga, offrendomi l'onore
Di nozze sì sublimi, di vincere il mio cuore.
La libertade accetto dalla pietà del cielo;
So che contribuito v'ha di Terenzio il zelo.
Se suo fu questo cuore finor per mio piacere,
Ora sarà di lui per legge e per dovere.
Livia sen vien; se meco segue ad essere altera,
Vo' contro al mio costume risponderle severa.
LIV.
Fama, Creusa, è vera di te poc'anzi intesa?
CRE.
(Diasi al fasto egual pena).
(da sé.) Sì, libera son resa.
LIV.
Franca rispondi, ardita.
CRE.
Stile appresi romano.
LIV.
Sposa sarai tu presto?
CRE.
Sta l'esserlo in mia mano.
LIV.
Di qual felice eroe dono sarà il tuo cuore?
CRE.
Forse di tal, per cui Livia ha rispetto e amore.
LIV.
Di Terenzio?
CRE.
Di lui dunque tu vivi amante.
LIV.
Menti.
CRE.
Mentir si dice chi maschera il sembiante.
LIV.
Greca svelar mal puote delle Romane il fuoco.
CRE.
Di te la debolezza conoscesi per poco.
LIV.
Tal favelli a Romana?
CRE.
De' fregi tuoi preclari
Sol duemila sesterzi mi rendono del pari.
LIV.
Esser non puoi vantarti nata a' sublimi onori.
CRE.
Chi sa che gli avi tuoi non fossero pastori?
LIV.
Anche l'aratro in Roma ne' cittadini è degno.
CRE.
Superbia in ogni stato è di viltade un segno.
LIV.
Perché in Grecia non torni?
CRE.
Quivi restar consento.
LIV.
Per far la tua fortuna?
CRE.
Per fare il tuo tormento.
LIV.
Libera ancor non sei, moglie non sei tu ancora.
Conoscerti, pentirsi di ciò può chi t'adora.
Ed io che agl'infelici avversa esser non soglio,
Giuro vendetta, e giuro frenar quel folle orgoglio.
SCENA TERZA
DAMONE e le suddette.
DAM.
Che fai tu qui, Creusa? Va alle tue stanze: ansioso
Attendeti Lucano, con femmine pietoso.
La libertà ti dona per via del cieco nume;
Cambiar ti vuole il nome, giusta il roman costume.
Il suo diede a Terenzio da lungo tempo il sai.
Tu in avvenir, Creusa, Livia ti chiamerai.
LIV.
A Greca il nome mio?
CRE.
No, lo protesto ai numi:
Sdegno di Livia il nome, compiango i suoi costumi.
Il mio destino è incerto ancor più che non credi;
Nemica mi paventi, e serva ancor mi vedi.
Superbia nel mio seno sai che nutrir non soglio;
Mi fa pietà, non ira, il tuo soverchio orgoglio.
(parte.)
SCENA QUARTA
LIVIA e DAMONE.
LIV.
(Perfida! Ma in tal guisa sensi pronunzia oscuri,
Che ancora i suoi diletti non sembrano sicuri).
DAM.
Livia, con lei fa d'uopo cambiar l'usato stile;
Parlare io ti consiglio più docile ed umile.
Chi sa che ritornata nel libero suo stato...
Chi sa che non la sposi Lucano innamorato?
E s'ella si rammenta quel che facesti a lei,
Ti tratterà in vendetta da vipera qual sei.
Di far un po' all'amore avendole impedito,
Languir ti farà in corpo la voglia di marito;
E collo sposo accanto, da' figli circondata,
Rabbia faratti e invidia, morirai disperata.
Per te son sì pietoso, che prenderei l'incarco,
Ma son guerrier senz'armi, son cacciator senz'arco.
LIV.
No, non sarà giammai che un senator Romano
Veggasi ad una schiava a porgere la mano.
E se Lucan per lei fosse di ragion privo,
Chiamarlo sdegnerei per mio padre adottivo.
T'inganni se tu credi che arda nel seno mio
D'un sesso lusinghiero il debole desio.
(a Damone.)
(L'unico mal ch'io temo, è ch'a Terenzio è unita).
(da sé.)
Trionfi a mio dispetto questa superba ardita.
Raro, chi il mal figura, trova il pensier fallace;
Ma vendicarmi io spero d'una rivale audace.
(da sé, e parte.)
SCENA QUINTA
DAMONE, poi FABIO.
DAM.
Rider mi fan le figlie che han voglia d'esser spose,
E colla bocca stretta von far le vergognose;
Rider mi fan volendo noi uomini sprezzare,
E per un poco d'uomo si sentono crepare.
FAB.
Lucan se tutto è pronto a riveder mi manda.
(a Damone.)
DAM.
Aiutami tu ancora a servir chi comanda.
FAB.
Mio uffizio non è questo.
Un cittadin cliente
Non serve.
DAM.
Sì, gli è vero: scrocca, e non fa niente.
FAB.
Invidioso schiavo morde il freno e punzecchia.
DAM.
Ti vo' corbellar bene, se arrivo a far da vecchia.
FAB.
Che dici?
DAM.
M'intend'io.
FAB.
Non favellar fra' denti.
DAM.
Non ho timor, sebbene mi mancano i clienti.
FAB.
Parla con più rispetto; non irritar procura
Un che albergar vedrai fra poco in queste mura.
DAM.
Tu di Lucano in casa?
FAB.
Sì, di Lucan che mi ama,
Che sposo oggi mi vuole, che amico suo mi chiama.
DAM.
Sposo di Livia?
FAB.
O d'essa, o d'altra, a te non preme.
DAM.
Ti sposerà a Creusa; la sposerete insieme.
FAB.
Frena l'audace labbro, o proverai la sferza.
DAM.
No, Fabio, si perdona, quando dall'uom si scherza.
FAB.
Lisca dov'è?
DAM.
In cucina.
FAB.
Che fa?
DAM.
Pentole odora;
Ch'abbiano il loro gusto vuol le narici ancora.
FAB.
Corteo faccia a Lucano, prendasi anch'ei tal pena.
DAM.
Basterà ch'egli venga a corteggiarlo a cena.
FAB.
Chi d'altrui pan si pasce, se ciò trascura, è stolto.
Stan Lucano e Terenzio in mezzo al popol folto.
Qui attendesi il pretore per Terenzio invitato.
DAM.
Cotai manomissioni non fansi in magistrato?
FAB.
Che sai tu di tai riti? Si dà la libertade
In tempio, al campo, in case, e in pubbliche contrade.
Ergere può per tutto, con pompa e con splendore,
Suo tribunale in Roma il console e 'l pretore.
DAM.
Quand'è così, non parlo; venero il lor decreto,
Ancor quando il facessero in un luogo segreto.
FAB.
Timpani sento e tube; odo tibia giuliva;
Sappia da me Lucano che 'l magistrato arriva.
DAM.
Le sportule son quelle che fan brillar lo zelo;
Se grasso è l'animale, ciascun vuol del suo pelo.
(parte.)
SCENA SESTA
Precedono i suonatori con timpani, colle tube o sien corni, e colle tibie, specie d'oboè antichi; indi seguono i Littori del pretore, uno Scriba, indi il PRETORE medesimo, con seguito di Romani.
Escono dalla scena opposta, incontrandosi con i suddetti, LUCANO e TERENZIO, seguitati da LELIO, FABIO e DAMONE, servi, clienti e popolo.
Schierati tutti all'intorno restano, nel mezzo, il Pretore a diritta, Lucano a sinistra, Terenzio in mezzo di loro.
Da una parte lo Scriba, e dall'altra il Capo de' Littori.
PRE.
Delle fasciate verghe, littor, sciolgansi i nodi.
LITT.
(Scioglie il fascio delle verghe e ne presenta una al pretore.)
PRE.
Chiedi tu, e le parole serba usitate e i modi.
(a Lucano.)
LUC.
Libero questo i' chiedo, che servo ora m'additi.(al Pretore.)
PRE.
(Pone la verga sul capo di Terenzio.)
Libero lui dichiaro col poter de' Quiriti.
Frangasi la vendetta.
(rendendo la verga al Littore.)
LITT.
(Percuote colla verga tre volte il capo a Terenzio, indi la spezza.)
PRE.
Faccia percuoti e tergo.
(al Littore.)
LITT.
(Batte col pugno leggermente la faccia e la schiena a Terenzio.)
DAM.
(Presenta una tazza con entro del vino a Lucano.)
LUC.
Le tue con sacra tazza labbra onorate aspergo.
(beve dalla tazza, indi la porge a Terenzio.)
TER.
(Beve, indi rimette la tazza a Damone.)
PRE.
Abbia il tuo nome.
(a Lucano, accennando Terenzio.)
LUC.
Ei l'ebbe.
PRE.
Tre ne porta un Romano.
(a Lucano.)
LUC.
Son due Publio Terenzio: terzo sia l'Africano.
PRE.
Scriba, lui fra' liberti ne' dittici fia scritto.
(allo Scriba)
(Lo Scriba registra il nome di Terenzio collo stile in una tavoletta.)
PRE.
L'ultimo rito adempi dalle leggi prescritto.
(al Littore.)
(Il Littore copre il capo a Terenzio; indi, prendendolo per la mano, lo conduce in giro, facendolo vedere a ciascheduno degli astanti.
Per ultimo, viene condotto a Lucano; vuole scoprirsi il capo in atto di riverenza, Lucano lo trattiene.)
LUC.
Serba a' tuoi crini il fregio di libertate in segno,
Di tua virtute il premio, di mia pietade un pegno.
TER.
(Tornando al posto di prima.)
Almo pretor di Roma, (al Pretore.) padre eccelso, conscritto, (a Lucano.)
Gente illustre togata, popol romuleo invitto,
Dono è sublime, illustre, della pietà di Roma
Poter de' padri in faccia coprir libera chioma.
Volgo le luci in giro, e veggo a mio rossore
Fra Roma e fra Lucano gara per me d'amore:
Oh, fosse a me concessa facondia che a' dì nostri
Odesi al Roman foro dagli orator sui rostri,
Da cui, contro i nemici nell'animar le squadre,
Demostene fu vinto, dell'eloquenza il padre.
Ma se a comico vate sono i topici ignoti,
Da me, dell'arte invece, Roma gradisca i voti.
Serbino i numi eterno al popolo latino
Il don riconosciuto da Bruto e Collatino,
Dono di libertade, per più di trecent'anni
Al popolo concesso, scacciati i re tiranni.
Delle nazion nemiche, de' barbari l'orgoglio,
Veggasi fra catene deposto al Campidoglio;
E 'l teschio rinvenuto di quello alle pendici,
Di sangue sta presagio, ma sangue de' nemici.
Deh, patria mia, perdona.
Chi veste lazia tunica,
A te non può felice pregar la guerra punica;
Facciano di Cartago, faccian del Tebro i numi,
(Che alfin sono gli stessi culti in vari costumi)
Che dell'aquile invitte Africa non sia preda,
Ma inchinisi al destino, Roma rispetti, e ceda.
Capo dell'orbe intero, che pesi, gradi e onori
Parti, disponi, alterni fra consoli e pretori,
Tribuni, magistrati, padri, edili, censori,
Decurioni, maestri, comizi e dittatori;
Tuoi cittadin concordi, diretti ad un sol polo,
Negli animi diversi serbino un pensier solo.
Ogni passion privata, vinta nel seno e doma,
Fondino i beni loro nella gloria di Roma.
Godi perpetua pace, regna del Tebro in riva,
Fin là dove il tuo fato scritto nel cielo arriva;
E se dai numi al Lazio fosse prescritto il fine,
La libertà di Roma passi ad altro confine,
Dove con gloria pari, con pari legge alterna,
Abbia l'Italia onore di Repubblica eterna.
PRE.
Eco a' fausti presagi al ciel salga giuliva.
LUC.
Viva, Romani, il vate.
LEL.
Viva Terenzio.
TUTTI
Viva.
(Al suono degli stromenti parte il Pretore con tutti quelli che lo seguirono.)
SCENA SETTIMA
LUCANO, TERENZIO, LELIO, FABIO, DAMONE, clienti e servi; indi LIVIA.
LIV.
Ai plausi degli amici, ai viva degli eroi,
Permettasi che Livia possa accordare i suoi.
LUC.
Vieni, o tu di Lucano figlia d'amore, a parte
D'onor, di cui tu stessa godrai la miglior parte.
Altro fregio non manca al cittadin novello,
Che far con degne nozze il suo destin più bello.
Ecco una maggior prova dell'amor di Lucano:
Figlio a me sia Terenzio, dando a Livia la mano.
TER.
(Che farò?) (da sé.)
LIV.
(Che risponde?) (da sé.)
TER.
Signor bastanti pregi
Non ha Terenzio ancora per meritar tai fregi.
Chi i propri beni al censo vantar non può ne' lustri,
Ottar sai che non puote fra candidati illustri.
Livia è nata agli onori; d'un misero privato
Sdegna la sorte umile chi è nata al consolato.
LIV.
Padre, Terenzio il merta.
Forma il censo al liberto;
Tua bontà si coroni, abbia l'onore offerto.
LUC.
Facciasi.
I doni vari, schiavo, a te pervenuti,
Liberi a tua virtute fur del cuor mio tributi.
Altri aggiunger non nego, fino che l'uopo il chieda;
Ma l'uso che facesti de' beni tuoi si veda.
(a Terenzio.)
TER.
Sì, lo vedrai.
Concedi brevi momenti; io torno.
Verrò forse, tornando, di maggior gloria adorno.
(Celare un'opra ardita dovrebbesi a Lucano,
Ma son l'eroiche prove familiari a un Romano).
(da sé.)
SCENA OTTAVA
LUCANO, LIVIA, LELIO, FABIO e DAMONE.
LIV.
(Qual mistero nasconde?) (da sé.)
LUC.
(Terenzio io non intendo).
(da sé.)
FAB.
(Sai tu che dir si voglia?) (Piano a Lelio)
LEL.
(Sì, lo so, lo comprendo).
(piano a Fabio.)
DAM.
Signor, signor mio caro, dolce signor clemente,
A tutti generoso, e a Damone niente? (a Lucano.)
LUC.
Libertà per legato alla mia morte spera.
DAM.
Deh, mi facciano i numi la grazia innanzi sera.
SCENA NONA
TERENZIO, CREUSA ed i suddetti.
TER.
Ecco, signor, miei beni, de' miei sudori il frutto.
Quanto a me tu donasti, ecco in Creusa è tutto.
LUC.
Come?
TER.
Il vecchio infelice che a te, giusta il contratto,
Venuto è di Creusa a chiedere il riscatto,
Perduto ogni suo bene nel mar tra' flutti rei,
Il prezzo convenuto ebbe dagli ori miei:
Ai duemila sesterzi quel che avanzar mi puote,
In dono alla donzella died'io per la sua dote.
Pietà dell'infelice sentii destarmi in cuore;
Alla pietate aggiungi, non so negarlo, amore.
Ma nel seguir le leggi del cieco Dio bendato,
Animo in me non ebbi di divenirti ingrato.
So che Creusa adori; a te si chiede invano.
Dispon, s'ella il consente, di lei, della sua mano.
Sciolta per me Creusa della servile insegna,
Merto maggiore acquista, sarà di te più degna.
Costar mi può la vita sì rio distaccamento,
Di te, di Roma i doni mi recano tormento;
Ché se la libertade dal fianco suo mi toglie,
La servitù più cara godrei fra le tue soglie.
Figura in me una colpa.
Torni il liberto ingrato
A norma delle leggi nel pristino suo stato;
Ma pensa che la colpa, che tu mi trovi in cuore,
Sarà di troppa fede, sarà di troppo amore.
LIV.
Odi, signor, l'indegno, odi lo schiavo audace.
Miralo se in te merta cuor di pietà ferace.
Torni alla sua catena chi de' tuoi doni abusa,
A' tuoi voler risponda lieta o mesta Creusa.
Le nozze stabilite per tuo volere espresso
Tra Fabio e tra colei s'hanno a compire adesso.
Fabio, sei pronto?
FAB.
Il sono.
TER.
(Qual novello accidente?) (da sé.)
DAM.
(Avrà sportula doppia colla sposa il cliente).
(da sé.)
LUC.
Livia, tu da me apprendi, apprenda il Lazio istesso
Da Lucan la virtude di superar se stesso.
Ama Terenzio, ed offre l'amore in sacrifizio:
Non sia men generoso d'un liberto un patrizio.
E Fabio, a cui interesse parla in cuor, non amore,
Apprenda al Tebro nostro a far men disonore.
Staccar da me Creusa è un trarmi il cuor dal petto,
Ma peggio è averla meco con rossor, con dispetto.
Mille gli esempi al mondo della Romana istoria
Pongonsi ad altrui norma, narransi a nostra gloria.
Sparse per questa Orazio della germana il sangue,
Voragine profonda Curzio ha per questo, esangue
Di Collatin la sposa s'aprio col ferro il seno;
Quando di duol morissi, di lor non farei meno.
Libero per mio dono Terenzio abbia in isposa
Costei, libera fatta da un'alma generosa.
Dote a lei fe' lo sposo col don de' beni sui;
Con parte de' miei beni censo farassi a lui.
Vivete ambo felici, in dolce nodo uniti;
Abbia virtute il premio, a gloria de' Quiriti.
Africa e Grecia vostre apprendano che in noi
Germoglia in ogni petto il seme degli eroi;
Che a noi render non cale solo i nemici oppressi,
Ma vincere sappiamo anche il cuor di noi stessi.
CRE.
Fortunato amor mio!
TER.
Bella di cuor pietade!
LIV.
Itene, fortunati, in barbare contrade.
Ditelo per ischerno ai popoli nemici:
La gloria de' Romani è l'essere infelici.
Vanta Atene gli atleti nell'olimpico agone;
Qui vantasi l'orgoglio di vincer la passione.
Il pugno, il cesto, il disco altrui servon di giuoco;
Qui l'anime diletta ferro, veleno e foco.
Ma se di gloria carche van l'anime latine,
E vergini e matrone son femmine eroine,
Noi pur della virtute sappiamo usar i modi,
Odiar d'Africa l'arte, odiar le greche frodi;
Sappiam nostre sventure mirar con ciglio lieto.
(Andiam, cuore infelice, a fremere in segreto).
(da sé, indi parte.)
SCENA DECIMA
LUCANO, TERENZIO, CREUSA, LELIO, FABIO e DAMONE.
TER.
(Cela negli aspri detti sdegno, vendetta, orgoglio).
(da sé.)
DAM.
(Anche la volpe dice, quando non può, non voglio).
(da sé.)
CRE.
Alto signor, che al mondo sei di pietate esempio, (a Lucano.)
Degno che a te fra i numi ergasi in Roma un tempio
(Parlo con cuor sincero, ché i titoli son vani
Dati al popolo greco dai rapitor Troiani):
Grata al tuo don, se al piede laccio vil non m'aggrava,
Di te l'alma onorata sempre fia serva e schiava.
Di me, de' figli miei, di lui ch'ave il mio cuore,
Sarai, più che non fosti, l'amabile signore.
E a tua virtù più dolce recar potran diletto
Anime a te soggette per obbligo ed affetto.
So con chi parlo.
In seno vil desio non contrasta...
LUC.
Non cimentar, Creusa...
CRE.
Non avvilirti...
LUC.
Basta.
TER.
Basta, gentil Creusa, grazie per me si renda,
Da me d'entrambi ai doni gratitudine attenda.
Andiam l'avolo afflitto a sollevar di pene.
LUC.
Dove condur pretendi la tua sposa?
TER.
In Atene.
LUC.
Darla a Criton promisi.
TER.
Bene, il vecchio canuto...
LUC.
Venga egli stesso in Roma.
TER.
Signore...
egli è venuto.
LUC.
Come? dov'è?
TER.
Ti è in grado ch'egli a te venga?
LUC.
Sì.
TER.
Vieni, Critone, a noi.
(verso la scena.)
LUC.
Come sì tosto?
TER.
È qui.
SCENA ULTIMA
CRITONE ed i suddetti.
LUC.
M'ingannasti, Terenzio?
TER.
Non t'ingannai, se meco
Venne a chieder la schiava col tuo contratto un Greco.
Più del mercante estinto avea ragion sul patto
L'avolo, che il contante offriati del riscatto;
Ma l'amor tuo sapendo..
deh mi perdona...
in parte
Mi suggerì il ripiego al cuor la comic'arte:
Quell'arte onde più volte lodasti in me l'ingegno,
Di sostenere in scena qualche simile impegno.
Signore, alla catena torno, se reo in ciò sono...
LUC.
No, la colpa felice approvo, e ti perdono.
DAM.
Signor, pronta è la cena.
(a Lucano.)
LUC.
Ite contenti e lieti.
DAM.
(Si passano gran cose ai comici poeti!) (da sé.)
LUC.
Roma lasciar destini? (a Terenzio.)
TER.
Andrò, se tu 'l consenti,
A raccor di Menandro i sparsi monumenti;
Cento commedie ha scritto l'autor greco divino,
Degne d'esser tradotte al popolo latino.
Salvo s'io torno in Roma, qua i dolci carmi io reco,
Quando perir dovessi, in mar periran meco.
LUC.
Tolgano i dei gli auguri.
Vanne, ritorna, e vivi.
Suda per la tua fama, medita il mondo, e scrivi.
Mira, la tua virtute qual ti ha acquistato onore;
Spera che il tempo e l'uso rendalo a te maggiore.
TER.
Fine han qui le vicende di Comico Poeta;
Peripezia sospesa, catastrofe più lieta.
Terenzio a' suoi Romani dir soleva: Applaudite.
A' nostri ascoltatori diciam noi: Compatite.
Fine della Commedia
...
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